Sothis 6
Sothis 6
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"Asperges me, Domine, hyssopo et mundabor. Lavabis me, et super nivem dealbabor"
Atavismi
Frater Nazarath
Editoriale
Purtroppo il mercato editoriale italiano ci offre ancora poco del vasto mondo
letterario thelemico e persino tra chi si interessa di Esoterismo e Magia, a volte, è
difficile trovare il materiale giusto per cominciare a capirci qualcosa. Fortunatamente
la tecnologia ha in parte ovviato a queste grosse lacune, permettendo a chiunque
abbia una connessione internet di trovare parecchi testi su cui lavorare e meditare, ed
i canali giusti per approfondire gli argomenti. Ma anche qui il rischio è quello di
incontrare personaggi che hanno travisato in tutto od in parte il lavoro del Maestro
Therion, e che con i loro scritti confondono ancora di più le idee e non fanno altro
che alimentare una cupa leggenda sulfurea sull’Ombra del Maestro.
Cosa fare allora per capire realmente cosa sia la via iniziatica thelemica?
E’ fondamentale tenere sempre a mente che la struttura che Crowley ha codificato
sotto il nome di Astrum Argentinum è una naturale evoluzione del sistema della
Golden Dawn, e qui, per nostra fortuna abbiamo tutta una serie di scritti facilmente
reperibili, a cui ogni serio ricercatore può fare riferimento. In particolare mi riferisco
alle opere di Israel Regardie, soprattutto all’esplicito saggio sulla magia della G.D. .
Regardie è infatti uno dei pochi autori che sia riuscito, sebbene dopo vari anni di
studio e pratica su di sé, a capire e rendere più accessibile il lavoro di Therion.
Fosforo e Mercurio ha pubblicato, in collaborazione con il Priorato di Khonsu,
l'ultima intervista a Regardie, un documento unico per conoscere meglio questo
ricercatore e approfondire il suo punto di vista, al culmine della sua carriera magica.
Secondo questo Autore il lavoro principale dell’Adepto nella G.D. verteva sul
raggiungimento di un preciso conseguimento, che veniva definito come ‘entrare
nella Luce’, una illuminazione che aveva a che fare con il grado legato alla sfera di
Tipheret e, quindi, naturalmente al Sole. La struttura della G.D., come d’altra parte
quella dell’A.A., è basata su quel particolare glifo cabalistico che è l’Albero della
Vita e possiamo considerare la Sfera di Tipheret come il cuore di tutto il sistema.
Crowley volle evitare ogni tipo di fantasticheria mistica su tale conseguimento e
pertanto adottò un termine volutamente ambiguo, paradossale, eufemistico e cioè
“Conoscenza e Conversazione con il Santo Angelo-Demone Custode”, riproponendo
una dicitura tipica di un Grimorio tradotto dall’allora Capo della Golden Dawn,
MacGregor Mathers, e cioè il “Magia Sacra di Abramelin il Mago”.
Questo evento è fondamentale per la carriera di ogni Aspirante perché è la prima
grossa e vera Meta della Via e quello che viene prima può essere considerato
nient'altro che un preliminare a questa Grande Opera.
Questo è spiegato molto chiaramente da Crowley stesso nel suo Magick dove afferma
che “l’Unico Rituale Supremo è il conseguimento della Conoscenza e Conversazione
del Santo Angelo Custode”.
“E’ l’elevazione dell’uomo in completa linea verticale” e “Se il mago deve compiere
operazioni diverse da questa, gli è lecito, solo in quanto sono preliminari necessari
all’Unica Opera.”
Purtroppo è doveroso dire che questo conseguimento così importante e così
misterioso (chi o cosa è infatti il Santo angelo Custode? in cosa consiste realmente
l’”entrata nella Luce” che adombra l’Esperienza legata alla sfera centrale dell’Albero
della Vita?)1 è prerogativa di pochi (almeno nel corso di una sola Incarnazione…), ma
tuttavia tutti coloro che hanno iniziato il Cammino devono tendere a questo, e
tendono a questo, volontariamente o meno.
Credo che sia fondamentale far capire con quali mezzi il Thelema si propone di far
giungere l’Individuo a questo punto critico dell’Evoluzione Spirituale, ma
probabilmente per molti forse è già importante capire quello che è un obiettivo,
sicuramente il più importante per chi inizia. In ogni caso è intenzione di Fosforo e
Mercurio cercare di far luce sulle pratiche e sulle dottrine che sin dai primi passi
accompagneranno l’Iniziato del Thelema o chiunque nella solitudine del suo Essere
voglia emanciparsi sulla base delle ingiunzioni contenute nel Libro della Legge
perché come amava dire Crowley “il Mistero è nemico della Verità” ed è ora che il
Thelema rischiari con la sua aurea luce anche il ricercatore italiano, al di fuori di ogni
settarismo dogmatico di gruppi storicizzati. Per questo il nostro programma di studi è
completamente allineato a quello della Thelemic Golden Dawn, fornendo però
inestimabili approfondimenti derivanti dalla preziosa opera di ricerca di Ottavio
Adriano Spinelli e implementando la maggior parte delle correnti mistiche e magiche
orientali, in primis la disciplina dello Yoga, così come Crowley a suo tempo iniziò in
modo pionieristico.
Sapah Zimii
1
Per approfondire questa tematica fondante, proprio in questi mesi, è stato realizzato un corso online,
disponibile per i Soci, che su richiesta e iscrizione potranno ricevere video e materiale di studio.
Divina Irriverenza
Dunque noi siamo streghe
e dentro di noi si infiamma la luna
e vibrano tutte le stelle.
Nei nostri occhi brilla la Fiamma
della splendida silenziosa penombra;
l’antica Conoscenza delle madri.
Noi siamo in ogni cellula
che la libertà generi,
in ogni filo d’erba odorosa e curativa,
in ogni luminosa alba gonfia di tenerezza
e in ogni profonda misteriosa notte ,
all’inizio della vita come della morte.
Quando una di noi nasce
L’intero universo danza la sua perfetta
Gioia e si compiace.
Credono di averci piegato
con l’invenzione del peccato, li stolti...
ma nulla potrà mai cancellare
la nostra divina e voluttuosa risata,
nè il nostro creare Universi dentro a un sacro Cerchio
Perché noi siamo streghe, le guerriere e le sciamane delle stelle!
Il seguente articolo, autorizzato dall’autore, è stato pubblicato per la prima volta in Starfire, Vol. I,
N. 5, Londra, 1994; traduzione di Roberto Migliussi
© Michael Staley, 2009
1.1.1 Introduzione
Alcuni lettori possono rimanere stupiti dalle principi dei commenti suddetti. Un
certo numero di anni fa ricevetti una chiamata inequivocabile per intraprendere la
Conoscenza e Conversazione, e mi sembrò chiaro che il Liber Samekh doveva essere
il mio strumento scelto. Questo a dispetto del fatto che io non mi consideravo
competente in alcune delle tecniche magiche di Samekh; tuttavia, visto che il tempo
era chiaramente arrivato, dovetti fare del mio meglio con le abilità disponibili. Mi
attenei accuratamente al formato di Samekh in termini di frequenza del rituale, ordine
di stadi, etc. Il Liber Samekh è una Operazione molto intensiva, che richiede di
mantenere una intensità accelerante e una frequenza dell’Operazione stessa. Questa
intensità dà luogo ad un slancio potente, la cui natura ed intensità può essere
apprezzata soltanto da qualcuno che ha intrapreso qualcosa di simile.
Questo ora io so. O mio amato, e noi siamo distesi in quiete tra le
viti.
È bene all’inizio chiarire l’uso del termine ‘terrestre’. Esso indica semplicemente
quello che è legato alla terra, o umano. Il veicolo terrestre è una maschera, una
incarnazione di una coscienza, i veli che si dissolvono nel corso della iniziazione.
‘Extraterrestre’ quindi indica quello che è fuori o oltre il campo relativamente
ristretto della coscienza umana, legata alla terra, terrestre. ‘Oltre’ o ‘Esterno’ è
spesso usato in modo simile – quello che risiede al di là dei confini del veicolo
terrestre. Un esempio eccellente dell’uso del termine ‘terrestre’ in questo contesto
avviene nel primo paragrafo della storia di Lovecraft, Beyond the Wall of Sleep:
... Basandomi sulle mie esperienze non dubito affatto che l’uomo,
una volta distaccatosi dalla coscienza terrena, dimori
temporaneamente in un’altra vita incorporea di natura ben diversa
dalla vita che conosciamo e della quale rimangono, dopo il
risveglio, soltanto i più tenui e indistinti ricordi….Si può supporre
che nei sogni la vita, la materia, la vitalità, così come la terra
conosce tali cose non siano necessariamente costanti; e che il tempo
e lo spazio non esistano nel modo come noi da svegli li
comprendiamo. Talvolta credo che questa vita meno materiale sia
la nostra vita più vera, e che la nostra vana presenza sul globo
terracqueo sia essa stessa un fenomeno secondario o puramente
virtuale.
I sentimenti di Lovecraft nel passaggio già citato non sono lontani da quelli di
Crowley quando scrisse:
Il contatto con l’Angelo non deve essere una qualche improvvisa e travolgente
saetta dal blu, come Paolo di Tarso che venne scaraventato a terra dal suo cavallo in
una fiammata di visione accecante. Molto spesso è una situazione di una moltitudine
di esperienze che sono cumulative, raggiungono la massa critica e quindi assumono
forma. Di nuovo, il contatto non ha bisogno di essere percepito consciamente, ma può
al contrario fertilizzare dimensioni sconosciute di coscienza, dormienti fino a che vi
sia un adombramento. Vi è una comune caratteristica: un legame duraturo è stato ora
forgiato tra la mente terrestre e quei campi più ampi e più profondi di coscienza che
la nutrono. Questa crescente consapevolezza intima è di valore molto più durevole
che qualsiasi spettacolo pirotecnico – la sorta di suono dinamico e furia che molti
maghi sembrano aspettarsi dal traffico con l’Angelo. Una iniziazione di tale intensità
non è confinata all’occultismo; una simile esperienza corre come un filo attraverso
molte tradizioni differenti e discipline. Il segno caratterizzante, comunque, è che vi è
una apertura di consapevolezza, una sensitività alle impressioni che non erano state
prima percepite. Questo può essere visto lungo la varietà della abilità artistica
creativa – arte cioè che non è semplicemente un artifizio umano. Non vi può essere
alcun dubbio che artisti tali Beethoven, Dalí, Mozart e Van Gogh, per nominarne
pochi, stavano gustando qualcosa di così simile al contatto con il loro Angelo, che la
sola differenza risiede nella etichetta che viene apposta all’esperienza.
Lungo la maggior parte dell’opera di Crowley, gli Eoni sono presentati in una
maniera letterale relativamente chiara: un Eone si estende per approssimativamente
due mila anni, essendo segnata la successione degli Eoni dalla Precessione degli
Equinozi. Vi furono diversi eoni primevi e preistorici, coprendo molte migliaia di
anni, duranti i quali l’universo si manifestò e la vita si evolse. Più recentemente noi
abbiamo l’emergere di Eoni come essi sono più familiari a noi – iniziando con l’Eone
di Iside. Questo fu segnato da una struttura matrilineare di organizzazione e
predominio della femmina, la riproduzione considerata soltanto della femmina da
sola. Con essa venne la devozione alla Dea come Madre, essendo il ruolo maschile
ristretto a quello di consorte e figlio. Questo fu seguito dall’Eone di Osiride, durante
il quale il ruolo della Madre fu rimpiazzato in importanza da quello del Padre, e la
struttura sociale divenne patrilineare. Questo a sua volta ha dato luogo all’Eone di
Horus, il Bambino Eterno che emergerà, segnato dalla consapevolezza crescente della
continuità della coscienza. L’Eone di Horus è un precursore di quello di Maat,
quando viene compresa la natura comune della coscienza. Dopo questo viene il
Pralaya, l’assorbimento del manifesto di nuovo nella Notte cosmica. In questo modo
la manifestazione è perpetuamente lanciata e riassorbita, in una eterna azione
dell’Essere e del Non-Essere, del divenire e dissoluzione.
Non vi è dubbio che una indicazione di quello che giace al di là di Horus è nelle
scritture di Crowley, per coloro che si preoccupano di leggere tra le righe. Vi sono
accenni di una stretta relazione tra Horus e Maat. Nel nuovo Commento egli ha
questo da dire riguardo la stessa sezione del verso 34 capitolo III citata
precedentemente:
L’affinità con Atu 0, il Folle – che rappresenta, tra le altre cose, l’innocenza della
coscienza indifferenziata – è la chiave alla comprensione dell’Eone di Maat. Il
Tarocco è un compendio del corso di iniziazione; e l’Atu 0 come Crowley indica
sempre la carta chiave nell’intero mazzo. La reintegrazione della coscienza e la
dissoluzione della divisione è l’essenza dell’iniziazione.
Altrove nello stesso saggio Crowley sottolinea che questa carta è il complemento
femmineo del Folle. La relazione è così sottile e intrecciata da suggerire identità. Il
mescolamento è indicato da un ulteriore passaggio, questa volta da Liber Aleph:
Questi passaggi puntellano con fermezza l’identità di Maat con il Folle, e così
forniscono una intuizione comprensiva sulla natura di Maat. Tuttavia, vi è più che
semplicemente un ritorno ad una innocenza indifferenziata, advaitica. Maat
rappresenta l’espressione di quella innocenza attraverso la manifestazione. È per
questo che Lei tiene la Bilancia; Lei è sospesa delicatamente come una piuma; e,
come in un delicato equilibrio, Lei sta compiendo costantemente sottili
compensazioni e verifiche al fine di mantenerlo – perché noi abbiamo qui l’equilibrio
dinamico dell’Andare, o costante Divenire, piuttosto che il Silenzio e la Quiete
dell’Essere. Leggendo l’estratto sopra dal saggio su Atu VIII quello che brilla è un
senso di Perfezione, o la Perfez-Ione come Achad la pone. Noi abbiamo una
consumazione della manifestazione: l’equilibrio delicato dinamico del Niente e del
Tutto. Il Perfetto Ion, o l’Eone di Maat è la perfezione della manifestazione, la sua
finale fioritura. Essa è la redenzione della materia, la Figlia salita al trono della
Madre. Essa è il crescendo, dopo di che segue il ritorno al Silenzio.
La ‘Bocca’ suggerisce la lettera ebraica Pé associata con quello che è Atu XVI, la
Torre. Questo è un glifo di molte idee frammischiate – il fallo eruttante, l’aspirante
che viene distrutto dal lampo dell’illuminazione e la dissoluzione dell’individualità
all’impatto del cosmico. Vi è tuttavia un altro aspetto – quello dell’Utero gravido
della Madre. Liber 777 dà una corrispondenza per Pé come ‘Il Bambino Coronato e
Conquistante che emerge dall’Utero’; più tardi nella stessa sezione del 777 questi
bambini sono riferiti come Horus e Arpocrate. Crowley compie una riferimento più
esplicito a questo aspetto dell’Atu XVI nel corso del suo commento sul Comment on
Liber LXV.
Maat è al centro della materia o manifestazione. Essa è lo sfondo da cui ogni cosa
nasce, da cui essa è nutrita, da cui essa è infusa, e a cui essa ritorna: consapevolezza
indifferenziata che risiede sempre al di là della consapevolezza terrestre – confini che
non hanno realtà, sono auto-imposti e auto-limitanti. L’iniziazione è il l’allargamento
e l’approfondimento della consapevolezza, la rimembranza o il ricordare uno stato
cosmico pan-dimensionale. Gli Eoni sono stati di iniziazione, lo scoprimento della
consapevolezza, che diviene apparente quando l’aspirante è pronto a percepire; non
periodi uniformi di tempo, ma di lunghezza indeterminata. Essi non sono successivi,
ma simultanei; allo stesso modo Niente e Due non sono semplicemente aspetti
differenti della stessa cosa, ma sono assolutamente identici – ‘la anima è la superficie,
e la superficie è l’anima’. Il Niente non è superiore al Due né il Due una progressione
dal Niente. Questa è una Verità che rimane per sempre un libro chiuso alla mente
razionale, ma che fiorisce intuitivamente nel silenzio della contemplazione.
È con questa continuità, questa matrice che noi traffichiamo quando creiamo un
contatto ‘alieno’. Mentre noi diveniamo sempre più vivi a quelle vaste aree di
consapevolezza che giacciono al di là del terrestre, così vi è una corrispondente
consapevolezza che noi non siamo confinati al veicolo terrestre attraverso cui noi
siamo abitualmente concentrati. Questa diffusione dell’identità può sembrare una
strana, minacciosa idea del nostro modo razionale di pensare, condizionata come è
dal linguaggio di percepire in termini di contrari tali come soggetto ed oggetto,
interno ed esterno, me non me. Tuttavia a livelli più profondi di consapevolezza noi
sappiamo che questa è una struttura poco profonda. Vi è una sensazione di
riconoscimento, di rimembranza, dello sperimentare di nuovo uno stato intrinseco che
è sfuggito per un po’ oltre il richiamo conscio. Questo stato rimane come un
substrato, la corrente occulta che carica la fonte. L’Angelo risiede a questo punto
dove il terrestre si fonde nell’infinito ed eterno: esso è il punto che è in ogni dove e in
tutti i tempi, velato dalla chimera della identità terrestre, rivelato dalla dissoluzione di
quell’identità. L’Angelo è sempre presente, infinito ed eterno, una fontana di acque
viventi da cui noi possiamo bere in ogni momento; tutto quello che è necessario è
ascoltare la Voce del Silenzio. La Conoscenza e Conversazione del Santo Angelo
Custode, e l’Eone di Maat sono identici; questa identità può essere sperimentata a
prima mano, del tutto semplicemente, così da entrare in comunione con l’Angelo.
L’esperienza magica e mistica è il sangue vitale della iniziazione, con cui noi stiamo
eternamente cenando all’Angelo e le Piume.
Tantra
di Luca Rudra Vincenzini
Condivido con voi un traguardo importante anche se, come tutti i traguardi nella vita,
esso è punto di partenza per uno prossimo futuro. Il mio testo, grazie alla casa editrice
Valtrend di Mario Marotta e all'amico Angelo Armano, maestro di Aikido,
ricercatore hillmaniano e curatore della collana Armonia, è disponibile in libreria o da
me (cofanetto completo). Il testo è diviso in tre volumi ed è ricco di estratti presi
dagli Āgama.
All'interno in aggiunta, alla rete di citazioni prese da recenti ricerche scientifiche
(circa 200) e 64 dhāraṇā d'ispirazione kāśmīra, sono presenti 4 brani musicali
esclusivi in 432hz, egregiamente realizzati da Anupriya Deotale e Emanuele Ysmail
Milletti scaricabili dal sito [Link].
Ringrazio i prefatori che hanno regalato al progetto un cameo. Ciascuno di loro ha
realizzato un articolo introduttivo agli argomenti che poi, per esteso, sono stati trattati
nel capitolo dedicato. Li ringrazio e li scagiono dalla implicita e sottintesa adesione
alle tesi da me presentate. L'aver aderito al progetto non li rende necessariamente
d'accordo con le ipotesi sollevate, soprattutto in tema di comparazione con le scienze
moderne, ove alcune posizioni sono a tutt'oggi sperimentali.
Un grazie di cuore a: Amadio Bianchi, Emy Blesio, Angelo Armano, Pūrṇānda
Zanoni, Anupriya Deotale, Mario Thānavaro, Kolbjorn Martens, Piero Vivarelli,
Robert Stucky, Andrea Boni, David Knoll, Roberto Maria Sassone, Maurizio
Dickmann, Diego Manzi, Marco Scarinci, Ysmail Emanuele Milletti, Giuseppe
Arminio de Falco, Matteo Ragusa, Gisa Franceschelli, Fabrizio Ottolini, Davide
Mahāvīr Riccio, Roberto Ciccariello, Yogesh Ghanekar, Pravara Karandikar, Supriya
Abhijeet Phadke, Jivesh Singh, Diego Napetti, Salvatore di Stefano, Andrea Barra,
Tommaso Parise, Luca Militello, Giusi Ledda, Chiara Muratore, Aurelia Gioacchino.
Ringrazio tutti, soprattutto Mario Marotta che ha creduto nel progetto per intero e che
mi ha permesso di portare avanti un'idea che canta libera fuori dal coro e, a passo di
marcia in montagna, cammina oltre i binari della comune opinione pubblica.
1 Il Corpo come Mappa: ossia da dove partire per sbrogliare la matassa di questa
incarnazione.
2 Accendere il Crogiuolo: come eliminare le tossine dal corpo fisico.
9 La Legge del Debito: rilettura della legge del karma alla luce della Psicologia del
Profondo.
11 La Risonanza del Corpo: il corpo alla luce della dottrina delle frequenze.
20 La Legge del Credito: le nuove scoperte sulla pompa cardiaca a confronto con la
tradizione śaiva.
21 La Mente è l'Officiante: rilettura della trasmissione della Mente (iniziazione
psichica, śaktipāt) secondo i paradigmi occidentali.
28 Il Ritorno alla Piazza del Mercato: vivere nel mondo vedendo attraverso le sue
apparenze.
Lokāḥ samastāḥ
sukhino-bhavaṅtu, possano tutti gli esseri essere felici!
Oṁ Namaḥ Śivāya
Oṁ Śrī Mātā Namaḥ
Oṁ Namo Bhagavate Nityānandāya
Oṁ Namo Bhagavate Muktānandāya
Oṁ Śrī Gurumayi
Estratto dal capitolo sulla kuṇḍalinī
di
Rudra
Luca Vincenzini
“La realtà ha due facce: gli stessi sentimenti o potenze dell’anima che offuscano e
legano alla sensibilità sono anche strumento d’illuminazione”, Abhinavagupta. Se
arrivi, dimori e permani a lungo nel silenzio mistico e ristoratore, la kuṇḍalinī si
attiverà naturalmente senza forzature in maniera limpida e nuova ogni volta. Come un
cane, sciolto dal guinzaglio su di un prato, correrà felice per l’improvvisa e tanto
desiderata emancipazione, così farà l’energia vitale, per la sua forte e libera
condizione innata, una volta resa affrancata dal peso dei saṃskāra. “Kuṇḍal” in
Sanscrito significa letteralmente: riccio, rotolo, ed il suffisso “inī” indica il genere
femminile; quindi letteralmente la kuṇḍalinī è l’arrotolata, l’acciambellata, “colei
che è ripiegata su sé stessa” e, quindi, per estensione la Dea che dorme aggrovigliata,
ossia la spiraliforme. “C’è una luce in questo mondo. Uno spirito di guarigione più
potente di ogni oscurità che possiamo incontrare. Potremmo perdere la vista di tale
forza quando c’è sofferenza e troppo dolore. Poi improvvisamente, lo spirito
emergerà nelle vite delle persone ordinarie che sentono la sua chiamata e rispondono
ad essa in (innumerevoli) modi straordinari”, Richard Attenborough. In India, questa
meravigliosa forza vitale della vita è stata associata al serpente, soprattutto
nell’immagine che la rappresenta arrotolata su sé stessa (3 giri e ½); altre scuole nel
tempo hanno poi associato la metafora, dello srotolamento lungo la colonna, al
serpente che si muove nella giungla. “Tatra vidyullatākārā kuṇḍalī paradevatā
sārddhitrikarā kuṭilā sūkṣmā bhujaṅgasaṃnibhā”,”Ella, la suprema Dea Kuṇḍalinī
nella forma sottile di un rampicante, si trova arrotolata tre spire e mezza come un
serpente”, Śivasaṃhitā. Tipica è anche la raffigurazione del Buddha protetto dal re
dei cobra (bhujaṅgarāja), durante una tempesta tropicale, il quale, allungatosi lungo
la sua colonna, aprì le spire sopra il capo del risvegliato assorto in meditazione come
gesto protettivo. Alla Kuṇḍalinī Śakti si fa spesso riferimento come la controparte del
principio vitale incarnato negli uomini e negli animali: “c’è una forza animata
nell’universo che, se glielo permettiamo, fluirà attraverso noi producendo risultati
miracolosi”, Mahātmā Gandhi. La Kuṇḍalinī Śakti nella forma di Prāṇa Śakti dà vita
a tutti gli esseri viventi (anche piante e minerali), come Mātṛkā Śakti permea il creato
in forma di suono, come Ādi Śakti crea l’universo inondandolo attraverso il suo
influsso primordiale, e come Citi Śakti è eternamente viva in forma di Coscienza
Universale. “Lei” è, e racchiude in sé, l’energia della conflagrazione iniziale,
l’esplosione della coscienza cosmica, il potere indomito dell’evoluzione
(pariṇāmavāda), è l’universo infinito fattosi scintilla nel microcosmo. Spesso, come
dicevamo, per analogia e comodità esplicativa, è stata accomunata all’immagine
mitologica di un serpente che permane sopito alla base della colonna vertebrale;
dormiente sino alla prima iniziazione, dopo di che comincia la sua lenta ed
inesorabile “evoluzione”, fatta di nuove ascese, nuove iniziazioni, rotture e ritorni,
blocchi e sblocchi sino al divya dīkṣā: l’iniziazione finale, la splendente. I suoi
movimenti, soprattutto nello Śivaismo del Kāśmīr, sono associati al termine di
kṣobha: fremito, agitazione, scossa, sussulto, esplosione, conflagrazione,
perturbazione, orgasmo; ma anche udgāra: vomito, espulsione, tuono, eiaculazione,
flusso, eruzione; nonché tremore (calattā) e formicolio (pipīlikā). “Kuṇḍalinī è uno
dei nomi dato dagli yogin a ciò che può anche essere chiamato dentro al corpo: Ātmā
Śakti (energia o potenza del Sé). Le scuole d’introspezione (vicāra) chiamano lo
stesso potere jnāna, conoscenza. I bhakta (devoti) la chiamano amore. Le scuole
yogiche dicono che questo potere dorme nel mūlādhāra, alla base della corda spinale
e che debba essere innalzato attraverso i cakra, sino al sahasrāra, nel cervello, per
ottenere mokṣa, la liberazione. Gli jnāni (sapienti) dicono che è radicata nel cuore
(hṛdaya), e così via … per me è solo amore (prema)”, Śrī Ramaṇa Mahāṛṣi.
Quest’energia per il movimento śākta è rappresentata dalla Dea (Devī) creatrice, Ella
è in sé: libera (svātantrya), incorrotta (Umā), madre protrettrice (Mātā), amichevole
(Kālyāṇi), potente (Śakti), suprema (Bhairavī), materna (Amma o Ambikā),
primordiale (Ādi) e distruttrice (Kālī) al contempo. “Questa potenza è chiamata
suprema (parā), sottile (prasūkṣma) e trascendente (uttara) ogni forma di
comportamento (in quanto è alla radice di tutto, n.d.a.). Avvolta intorno al punto
luminoso (bindu) del centro (kendra), all’interno giace nel sonno (nidrā), o Beata, in
forma di serpente addormentato e non ha sentore di nulla (dimora in sé e non ha
ancora dato orgine alla creazione), o Umā. Questa Dea, dopo aver immesso nel
grembo i mondi insieme con la luna, il sole ed i pianeti, cade in uno stato di
obnubilamento come di chi è offuscato dal veleno (della sua stessa creazione, n.d.a.).
È risvegliata, dalla suprema risonanza (nāda) naturale della coscienza (citi), nel
momento in cui è scossa (spanda) da quel bindu (seme) che sta nel suo grembo
(deflagrazione o iniziazione a seconda dal contesto, n.d.a.). Si produce infatti uno
scuotimento nel corpo della Potenza (Śakti) con un impetuoso moto a spirale. Dalla
penetrazione nascono per prima i punti splendenti di energia (tattva, cakra, granthi
sempre in base al contesto, se creazionistico o corporale, n.d.a.); una volta elevatasi
Essa è la forza sottile (che sottende a tutta la creazione, n.d.a.): oh kuṇḍalinī”,
Tantrasadbhāva. Solo la kuṇḍalinī, liberata dal fardello delle impressioni passate,
tornerà a risplendere. Ella, che è eternamente perfetta ed incorruttibile, obnubilata
accidentalmente in superfice dai rallentamenti della materia che Lei stessa per diletto
ha posto in atto, bagnatasi a lungo nel sacro fiume del silenzio, trova nuovamente il
vigore necessario per esplodere verso l’alto, donando la libertà dagli schemi del
passato (saṃskāra). “Scossa dal bindu, l’immortale ricurva (o arrotolata, Kubjikā), si
drizza in una linea; Ella è conosciuta allora come diritta (Rekhinī)”, Tantrasadbhāva.
Rekhinī, la diritta, o Jyotī, la splendente o luminosa, si presenta così al termine di un
processo di risveglio (dīkṣā) cosciente cominciato quand’essa era la curva o gobba:
Kubjikā. “O visione d’ambrosia immortale e suprema, che splendi di luce cosciente
scorrendo dalla Realtà Assoluta (Anuttara), sii il mio rifugio. Grazie ad essa ti
adorano coloro che conoscono il mistico segreto”, Abhinavagupta. Attraverso il suo
risveglio il tāntrika si riscopre facente parte di un campo infinito d’energia (kṣetra),
come un’onda in un oceano in continuo rimestamento: ”vivere, esistere
consapevolmente come tāntrika, è vivere in un universo che si avverte penetrato
dall’energia divina, un complesso energetico nel quale il corpo è immerso, facendone
parte e offrendone un riflesso nella propria struttura: un corpo in cui sono presenti le
forze sovrannaturali, le divinità, che lo animano e lo legano al cosmo, un corpo che
ha una struttura e una vita divino-umana, e che è, inoltre, un corpo yogico”, Andrè
Padoux. Qui si aggancia tutta la cosmogonia tantrica: l’essere umano, con il suo
organismo deperibile, è riflesso ed immagine microscopica della creazione
universale, in esso vigono le stesse leggi e vivono i medesimi stimoli. Affrontiamo
ora nel presente capitolo, e successivamente in quelli de “La Legge del Credito” e de
“La Mente è l’Officiante”, le implicazioni umane di tale corrispondenza tra
microcosmo e macrocosmo (Legge dei Frattali), per poi passare, definitivamente, alla
creazione, secondo il Tantra, nella quarta e quinta parte del libro. Ci sono allora due
vie principali per il risveglio della kuṇḍalinī, che secondo la tradizione autentica non
va mai fatto da soli ma va impartito da un Dīkṣā Guru (Maestro Iniziatico) autentico,
ed esse sono: la via del corpo (Haṭha Yoga) e la via della mente (Kuṇḍalinī, Jnāna,
Mantra, Mahā e Siddha Yoga). Entrambe celano rischi ed insidie fisiche, mentali e
neurologiche; alla base di esse però, per una riuscita sicura e gradevole, aldilà degli
imprevisti, ci sono la calma mentale, ovvero il rallentamento delle onde cerebrali,
l’assenza di fretta e la rinuncia formale agli appettiti paranormali, in sintesi la Grazia
(kṛpā) divina è garanzia di risveglio certo e bilanciato della Dea...
Arbatel De Magia Veterum:
appunti di Magia Olimpica
di Luca Valentini
“Se me lo ripeterai più d'una volta, vedrai ogni cosa in forma di leone.
Perché allora non è più visibile la massa ricurva del cielo, gli astri non
brillano più, la luce della luna è velata, non si regge la terra: tutto si vede per
folgori”2
L’ambito della trasfigurazione epoptica comporta, così come indicato dai testi
del’arcaica misteriosofia caldaica e neoplatonica, una pluralità dimensionale, in cui
ogni strumento d’interazione operativa si rivolga ad una specifica sfera ontologica di
applicazione e di realizzazione microcosmica. Come insegna Giamblico nel De
Mysteriis Aegyptiorum3, sussiste una proprietà specifica che caratterizza ogni genere
superiore, ogni entità sottile o trascendente, che si differenzia dalla mera corporeità.
Tali essenze spirituali, quali anime, essenze intermedie e Numi, in un contesto di
determinazione del δαίμων personale e di anagogia dello stesso con le potenze
cosmiche, si qualificano secondo un principio di attività o di passività in rapporto con
il Vοῦς paterno, che conduce alla separazione ed alla non – mescolanza del principio
proprio, tale per cui la potenza è pura in e stessa. La realizzazione di tali qualità
“bisogna attribuirle agli Dei”4. La pimandria teurgica espressione purissima della
sapienza arcaica pagana concepisce per la personalità due vie appunto, di passività e
soggiacenza nei confronti della materia e dell’istinto, e di attività, nei casi in cui la
natura propria possa essere stabilmente dominata e non disperdersi nel divenire
ctonio e subconscio. Secondo Damascio, l’anima risulta essere mediatrice tra queste
due aspirazione di identificazione o di dispersione, nella sua doppia ed ambigua
natura e nella sua trasmutazione essa
“soggiace a un cambiamento sostanziale senza per questo perdere la sua identità –
può diventare più o meno ciò che è”5.
Tale processo di graduale identificazione con il Divino è decifrabile secondo un
doppio binario operativo, non opposto, ma organico, in cui il puro aspetto
intellettuale e la pratica ascetica della virtù, si predispongono quale propedeutica alla
vera e propria pratica teurgica. In tale senso è fondamentale considerare come Plotino
riservasse un’essenziale priorità alla pura contemplazione, grazie alla quale l’anima
avrebbe potuto denudarsi dalle inutili sovrastrutture formali e ritrovare il centro della
2 Giuliano Il Teurgo, Oracoli Caldaici, frammento 147, Edizioni Bompiani (a cura di Angelo Tonelli),
Milano 2016. p. 340ss.
3 Giamblico, I Misteri Egiziani, I, 12ss, Edizioni Bompiani (a cura di Ilaria Ramelli), Milano, 2013 p. 11ss.
4 Ivi, I 18, 14 – 15, p. 21.
5 Carlo Steel, Il Sé che cambia – L’anima nel tardo Neoplatonismo: Giamblico, Damascio e Prisciano,
Edizioni Di Pagina, p. 146.
31
propria interiorità tramite un processo sia integralmente introspettivo, sia di totale
catarsi, quale radicale separazione e distacco dalle esteriori sensazioni fenomeniche:
“l’anima dev’essere nuda di forme, se veramente desidera che nulla intervenga a
ostacolare la pienezza e la folgorazione in lei da parte della Natura prima”6.
Similmente, Proclo esprime l’idea di come una visione intellettuale, che sorga dal
silenzio e dal superamento del mero sapere raziocinante, possa rappresentare il
viatico migliore all’iniziazione, ma non nasconde come tale predisposizione sia
complementare e non avversa ad un percorso realizzativo e teurgico, come modalità
d’ascesa all’Intelligibile tramandata tanto da Platone quanto dai Misteri:
“Infatti non è attraverso intellezione né attraverso giudizio che in generale avviene
l’iniziazione, bensì attraverso il silenzio unitario e superiore ad ogni forma di
conoscenza, silenzio che è la fede a fornirci, fissando nella natura ineffabile e
inconoscibile degli Dei le anime univerali ed al contempo le nostre”7.
Tutto ciò determina una perfetta identificazione tra l’iniziato e la sfera intellegibile,
quasi a suggellare una reale incarnazione che elimina e supera magicamente la dualità
religiosa, per affermare tutta la potenza di pratiche il cui complesso, prima di
configurarsi come identificazione completo con il Nume (Teurgia), è definibile quale
Magia Olimpica, quale vera e propria maieutica intensiva, tramite cui la palingenesi
che conduce verso l’Origine, seguendo la pratica trasfigurante del oμòιoσις ϑεό8, la
divinizzazione dell’umano, l’identificazione col Sacro che pervade egualmente
l’Uomo ed il Mondo, inizia a palesarsi. E’ quanto esprime Angelo Tonelli nel suo
commento al frammento degli Oracoli Caldaici in incipit, in cui il leone esprime il
senso unitario del principio solare ed olimpico, la potestà folgorante di Zeus che
sovrasta la lunarità astrale del mondo intermedio:
“Ma tutte le cose governa la folgore”9.
Quanto esposto era d’uopo, per un retto inquadramento in merito ad alcune
tematizzazioni che espliciteremo riguardo ad un famoso grimoire appunto di Magia
Olimpica: Arbatel De Magia Veterum (Summum Sapientiae Studium), pubblicato in
latino per la prima volta a Basilea nel 1575 per i tipi di Pietro Perna e ristampato in
Agrippa von Nettesheim, Opera, 1579, ma nel ‘600 anche attribuito erroneamente a
Paracelso, con aggiunte e deformazioni che col passare del tempo andranno a
modificare il testo originario. In Italia l’opera è attualmente disponibile in forma
originale con una presentazione di Caliel (Luigi Petriccione) 10. Il trattato si presenta
come l’espressione dell’antica sapienza sia dei Gentili sia del popolo di Mosè, quale
ritrovamento di un alto ideale a cui conformarsi, di un axis mundi su cui ruotare la
propria ritmicità animica e sottile, una conoscenza interiore ed effettiva del Sacro. Ci
6 Plotino, Enneadi, VI 9, 7, Edizioni Bompiani (a cura di Giuseppe Faggin), Milano 2000, p. 1353.
7 Proclo, Teologia Platonica, Libro IV, 9, Edizioni Bompiani (a cura di Michele Abbate), Milano 2005, p.
493.
8 Beniamino Massimo Di Dario, Il divino Giamblico, Edizioni di Ar, Padova, p. 71.
9 Eraclito, in Giorgio Colli, La Sapienza Greca, volume III, 14 – A 82, Edizioni Adelphi, Milano 1996, p.
83.
10 In Magia Segreta volume 4, Edizioni Rebis, Viareggio 2007, p. 9ss.
32
si trova dinanzi ad un medesimo filone iniziatico della Prisca Theologia, in cui
misteri mediterranei, ermetismo e cabala ritrovarono una superiore sintesi
trasmutativa:
“Si incontrano infatti nell’Arbatel espressi richiami ad Ermete Trismegisto, alla
Cabala ebraica, a quella concezione del Regnum che è peculiare dei Filosofi
ermetici, dalla Città Adocentyn del Picatrix, alla campanelliana Città del Sole e
all’Utopia di Tommaso Moro”11.
L’Arbatel nella sua presentazione espone l’esistenza di nove tomi, in cui dopo
l’iniziale Isagoge o libro delle leggi della Magia, contenente 49 aforismi, si
susseguono otto gradi di magia trasmutatoria 12, ogni tomo contenente 7 settenari di
aforismi:
33
di Magia, una definita Naturale, l’altra Divina. Nella giusta considerazione che è
quasi impossibile delimitare il limes dove ha fine la prima per iniziare la seconda, si
definisce la Magia Naturale come “tutti i fenomeni dovuti alle qualità occulte
dell’organismo umano e la maniera di ottenerli e riprodurli nei limiti dell’organismo
impiegato come mezzo”14 e la Magia Divina, associabile alla Teurgia ed a ciò he può
essere definita Teosofia dell’Azione, come “dedicata a preparare l’ascenso
spirituale dello studioso, in maniera da rendere possibili le relazioni dell’uomo con
le nature superiori invisibili all’occhio volgare”. Per cronaca, il De Magia Veterum
era ben conosciuto e citato dallo stesso Kremmerz 15 ed era stato ricopiato, annotato e
commentato da Giustiniano Lebano, in un manoscritto ora riservato e non
consultabile, a riprova di quanto questo trattato ermetico fosse impotante – e lo sia
ancora – per gli studiosi della tradizione esoterica occidentale. Tale suddivisione è
graficamente espressa nel trattato in uno schema 16 che suddivide la Scienza in una
partizione benefica, comprensiva di Teosofia e Antroposofia17, ed ina partizione
malefica, in cui Cacosofia e Cacodemonia, esprimono la familiarità con gli spiriti
tenebrosi, l’idolatria, oltre che l’uso improprio della Magia;
“…la magia è doppia; l’una è un dono di Dio alle creature di luce, l’altra
ugualmente proveniente da Dio, è quella delle creature di tenebre”18.
Una riflessione particolare, a tal punto, deve essere rivolta per il terzo settenario di
aforismi19, in cui sono descritte le 7 entità olimpiche, a cui sono assegnate le 196
province visibili dell’Universo: è doverosamente, l’ambito prettamente operativo del
trattato, in cui ai 7 governatori olimpici è assegnato una specifica cifra geniale e
nell’aforisma XXI viene indicata l’orazione di evocazione da applicare ad ogni entità:
34
-Phaleg, spirito di Marte, governa 35 province, eleva il mago alle più alte
capacità nell’arte della guerra;
-Och è lo spirito del Sole, governa 28 province, presiede alla scienza della
medicina ed al cangiamento alchimico dei metalli vili in oro purissimo;
-Hagith è lo spirito di Venere, governa 21 province, nobilita l’operatore nella
sua bellezza, assicurando la massima fedeltà degli spiriti che lo stesso procura;
-Ophiel, spirito di Mercurio, governa 14 province, concede spiriti familiari ed
il suo carattere ha il potere di sublimare l’argento vivo nella Pietra Filosofale;
-Phul è lo spirito della Luna, governa 7 province, detiene il potere delle
trasmutazioni e delle sfere lunari, assicurando la guarigione dall’idropisia.
35
minimamente, ovvero ciò che sempre un Agrippa definiva la dignificazione 25. Sempre
nel terzo settenario di aforismi, infatti, vi è una sezione particolare intitolata “Precetti
generalissimi di quest’Arte Segreta”26, in cui sono indicate 8 prescrizioni specifiche
circa l’utilizzo delle cifre geniali e la disposizione del mago, come parimenti
nell’aforisma XLVI27 la legge inesorabile dell’analogia, ci permette di comprendere
quanto la dimensione magica sia essenzialmente edificazione interiore del Dio,
identificazione con esso, specchio inesorabile del microcosmo nel macrocosmo:
“Ognuno attira a sé gli spiriti conformi al genere di vita che egli conduce”.
Da ciò anche un precetto fondamentale della rituaria eonica: dinanzi ai Geni o agli
Eoni che si evocano bisogna sempre porsi in uno stato di amore attivo, non di fede
passiva, essendoci un destino occulto, non razionale, che avvicina l’entità
all’ermetista, per indole propria, per magnetismo di proprietà, per affinità
realizzative28.
Non casuale, infatti, risulta essere la condicio sine qua non dell’atto magico, la sua
attivazione – quale predisposizione animica all’operazione -, che nel trattato viene
posto come insegnamento primario: un rito preliminare 29 per l’uso della Magia
dell’Arbatel, con prescrizioni ascetiche precise, senza il cui compimento, l’intera
procedura risulterebbe vana. Nelle nostre sintetiche note, speriamo che il lettore
abbiamo compreso l’importanza di considerare la Magia Olimpica e la Magia nel suo
complesso non come degli strumenti avulsi da noi stessi per procurarsi un
determinato vantaggio o procurare qualche nocumento a terzi, quanto una vera e
propria Arte maieutica, di palingenesi interna, comprensiva di atti, evocazioni e
procedure ieratiche rivolte al contatto con quelle intelligenza uraniche che dimorano
contemporaneamente nel cosmo e nell’anima profonda dell’uomo e che distingue tale
tipologia iniziatica sia dal misticismo, sia della superstizione stregonica, sia da una
prima e volgare magia sperimentale. L’Opera, infatti, inizia e si conclude sempre
sotto la tutela numinosa della Sapienza:
25 Enrico Cornelio Agrippa, op. cit., terzo libro sulla Magia Cerimoniale, capitolo III, p. 171: “Ma chiunque,
senza la potenza dell’ufficio, senza aver meriti di santità e di dottrina, senza dignità naturali o educative,
presumerà compiere opera effettiva in materia magica, lavorerà invano, ingannerà se stesso e i suoi
aderenti e susciterà l’indignazione delle divinità, esponendo la sua esistenza ai più gravi pericoli”.
26 Arbatel in Magia Segreta, op. cit., p. 33 – 34.
27 Ivi, p. 54.
28 Caliel, La Magia degli Dei, Edizioni Rebis, Viareggio 2019, nota 18, p. 25.
29 Ivi, p. 17.
30 Ivi, aforisma XXVI, p. 40 – Orazio, Ars Poetica, Epistola ai Pisoni.
36
Gruss vom Krampus
Di Stefano Riberti
Sezione Baigorix
37
della divinità norrena, oltre ai morti in battaglia e a diverse creature soprannaturali,
sono presenti anche i demoni delle dolomiti. Conclusa questa premessa è mia
intenzione raccontare in questo breve articolo, quella che è stata la mia esperienza
presso un piccolo comune della Val Pusteria. A Dobbiaco/Toblach, nei giorni 5,6 e 9
dicembre, si sono presentati circa 600 Krampus per la consueta sfilata annuale.
Sebbene la versione moderna della festa sia indubbiamente più edulcorata rispetto a
quella del passato, gli abitanti della Valle sono disposti a difenderla fieramente. Non
sono mancanti in passato tentativi da parte delle autorità ecclesiastiche e delle forze
dell'ordine di abolire la festa. Ma una tradizione così antica e così sentita a livello
viscerale non si può eradicare facilmente. Sino a una quindicina di anni fa, questa
celebrazione legata al solstizio, non aveva un taglio turistico. Infatti raramente si
vedevano dei vacanzieri atti a partecipare alla festa. Rimangono epiche, negli anni 80,
le battaglie tra i Carabinieri (la maggior parte dei quali provenienti dalle regioni del
sud Italia) della vicina caserma e i ragazzi mascherati, i quali non sempre in maniera
amichevole, erano determinati a ribaltare l'orine costituito per tutta la durata
dell'evento. A tutt'oggi lo scopo della festa rimane lo stesso: sovvertire l'ordine
sociale, lasciare che gli istinti più oscuri del mondo sottile e del microcosmo uomo
possano avere la meglio sulle forze luminose. In un certo senso questo tipo di
celebrazione presenta delle analogie con i Saturnalia romani, con i quali condividono
all'incirca lo stesso arco temporale di svolgimento. Particolare attenzione e cura
vengono riservati all'abbigliamento e agli accessori affinchè l'uomo comune possa
tramutarsi in Krampus. Elemento di particolare pregio è la maschera del demone,
rinomati in tutta la Val Pusteria sono gli artigiani di Campo Tures e i loro colleghi
austriaci del Tirolo. Il primo passo per la realizzazione di una maschera da Krampus è
quello di trovare il tipo di legname più adatto; generalmente vengono impiegati il
legno di tiglio o di pino perchè più morbidi da lavorare. Il costo di tale prodotto si
aggira intorno ai 1000 euro, ma considerando che la maschera rappresenta l'essenza
della creatura sono indubbiamente soldi ben investiti, almeno così assicurano i
giovani che partecipano all'evento. L'abbigliamento del demone di montagna prevede
inoltre una sorta di armatura costituita da pelli di capra, che conservano un odore
molto forte e che indubbiamente aumentano il livello di bestialità di colui o colei che
le indossano. Come ultimi accessori, non certo in ordine di importanza, vanno citati
dei campanacci e delle fruste fatte da ramoscelli o da code di cavallo, con le quali i
Krampus sferzano le gambe dei malcapitati che hanno avuto l'ardire di avvicinarsi
troppo. Ad ogni passo di questa mandria demoniaca riecheggia per le vie di Dobbiaco
un frastuono sinistro, preludio all'imminente arrivo di un'orda ctonia pronta a
travolgere chiunque gli si pari davanti. Il rumore dei campanacci viene prodotto sia
dal passo dei Krampus, sia dal rapido basculamento del bacino che quest'ultimi
eseguono per evocare gesti osceni, il cui significato rimanda al soddisfacimento di
impulsi sessuali. Non dobbiamo dimenticare infatti il rovesciamento degli usi e
costumi abituali, il demone montano non ha pietà per i bambini, non ritiene le giovani
fanciulle creature da preservare, non risparmia il sindaco, i compaesani e i turisti dal
38
suo trattamento speciale. Ma per essere un Krampus non è sufficiente possedere solo
il costume, infatti bisogna imparare le movenze e i gesti che caratterizzano questa
creatura, inoltre al fine di incarnare dignitosamente lo spirito dionisiaco della festa, è
richiesta una buona tolleranza all'alcol. L'addestramento è tradizione che viene
passata di padre in figlio e ai bambini viene richiesto di dedicarsi all'apprendistato già
durante il periodo delle scuole elementari. Personalmente mi ha riempito di gioia
vedere una banda di piccoli Krampus scatenati, per certi versi più spietati dei grandi,
difendere con onore e portare avanti con orgoglio questa antica usanza. Come dicevo
poco fa, per via della natura dionisiaco della festa, a causa dei fiumi di alcol che
inebriano i sensi dei partecipanti e alla crescente presenza turistica, negli ultimi anni
sono state imposte alcune limitazioni alla celebrazione. Innanzitutto coloro i quali si
travestono da Krampus, a prescindere dal gruppo dal quale provengo, sono obbligati
a registrarsi in comune e a esporre un numero identificativo sul retro del costume.
Inoltre è stato chiesto ai ragazzi e alle ragazze che si mascherano e che quindi
prendono parte attiva alla festa, di avere un occhio di riguardo per i turisti, cercando
di non infliggere a quest'ultimi tormenti troppo severi. A testimonianza del mutare
dei tempi va anche citata una regola che anticamente veniva seguita con grande rigore
ma che oggi non è più in essere. Al Krampus in passato era intimato il divieto
assoluto di togliersi la maschera in pubblico o di farsela sfilare di dosso da qualche
avventore particolarmente audace. Coloro i quali non adempivano a questa regola
venivano allontani dalla festa e giudicati come inadatti a portare l'abito demoniaco.
Ad oggi è consentito togliersi la maschera in pubblico, anche per poter recuperare le
forze e respirare meglio, rimane tuttavia la regola di contrastare con forza ogni
tentativo da parte delle persona comune di sfilare la maschera al demone.
Personalmente ho visto 4 Krampus dedicare delle attenzioni particolari ad un gruppo
di ragazzini, i quali avevano avuto la sfrontatezza di provare a trasformare la
maschera in un possibile bottino di guerra. Suppongo che a settimane di distanza,
abbiamo riacquistato un'andatura del passo normale, ma sicuramente si saranno
convinti della non legittimità della loro iniziativa. Le giornate del 5 e del 6 dicembre
sono sicuramente le più idonee per assaporare lo spirito originale della festa. Per le
strade del centro di Dobbiaco, tra i tipici mercatini di Natale, una sessantina di
Krampus hanno dato battaglia a tutti coloro che si aggiravano nei dintorni. Ad aprire
il corteo è stato San Nicola, su una slitta trainata da cavalli, il quale ha elargito doni
(principalmente biscotti e caramelle) ai bambini presenti. Dopo la scomparsa del
Santo è arrivata la prima carica dell'orda infernale. Va specificato che il Krampus è
legato alle forze ctonie o dell'ombra, ma la sua presenza ha anche la funzione di
scacciare gli spiriti maligni che si aggirano per il paese nel periodo antecedente al
solstizio, le stesse frustate che il demone indirizza ai comuni mortali hanno un valore
esorcistico/apotropaico. Devo mettere in guardia gli “stomaci deboli”; nelle prime
due serate di celebrazione, sebbene le autorità abbiano raccomandato ai demoni
prudenza, il tenore della festa non è decisamente a favore del turista impreparato. I
Krampus strattonano, scherniscono e frustano chiunque gli capiti a tiro, considerando
39
anche il loro tasso alcolemico elevato, la persona sprovveduta che non avesse
compreso l'essenza della festa potrebbe rimanerne traumatizzata. Solitamente è
prevista una prima carica da parte delle creature cornute, una sorta di anticipazione
atta a preparare psicologicamente sia gli autoctoni che i turisti. Ancora più intensa è
la seconda carica che avviene intorno alle 23, in questo secondo frangente consiglio a
tutti coloro che ne hanno già avuto abbastanza di ritirasi presso il proprio
appartamento o camera di albergo. La persona estranea a certe logiche, poco
familiare con un certo pensiero arcaico, potrebbe ritenere l'intero evento come un
qualcosa di folle, inutilmente pericoloso e privo di significo. In un certo senso non mi
sentirei di contraddire la suddetta persona, ho più volte preso visione dei lividi e delle
tumefazioni a carico delle gambe di alcune mie amiche, e io stesso non sono stato
risparmiato dalla furia dei Krampus. Va anche detto però che ponendosi con il giusto
atteggiamento di rispetto nei confronti della tradizione, gli aspetti piacevoli
prevalgono su quelli incresciosi, ma si sa questo vale in qualsiasi posto e in qualsiasi
ambito. Dal mio punto di vista non posso che dichiararmi un sostenitore entusiasta di
questa celebrazione. Secondo il mio personalissimo parere essa conserva anche un
certo grado di valore iniziatico; all'interno di un mondo largamente dominato dal
logos, in cui il raziocinio prevale su ogni altra logica, in cui abbiamo barattato la
nostra libertà e i nostri aspetti più atavici in cambio di sicurezza (o presunta tale) e
prevedibilità, la festa dei Krampus ci insegna a scardinare questi postulati così
limitanti. Infatti la tradizione montana ci obbliga ad entrare in contatto con la nostra
bestialità, a sprofondare in una catabasi oscura, accentando il fatto di non avere tutto
sotto controllo, esponendosi all'alterità assoluta, rievocando quella dimensione erotica
nella quale terrore e stupore ci posseggono in maniera viscerale, delineando una
realtà pandaemonica che tanto sarebbe piaciuta ad Alfred Schuler. Possiamo
pacificarci con l'ombra, ma il prezzo da pagare esige un sacrificio, può trattarsi di un
po' di dolore a seguito di una frustata o la sensazione di terrore irrazionale che ci
pervade sentendo i campanacci. Se si è disposti a concedere parte del nostro io
cristallizzato ai Krampus si avrà la certezza di non essere più li stessi una volta
riemersi dalla catabasi. Chiunque non sia disposto a pagare tale prezzo non dovrebbe
partecipare all'evento. Devo precisare però che la festa consente di essere vissuta in
una modalità più tranquilla, senza la necessità di particolari sacrifici, nella giornata
del 9 dicembre ( devo specificare che solo quest'anno si è deciso di scegliere questa
data). In questa data infatti è possibile assistere alla sfilata di ben 600 Krampus
provenienti dal sud della Germania, Austria e paesi della Val Pusteria, comodamente
riparati da transenne che delimitano una sorta di confine sacro. I più audaci anche per
meglio godere dello spettacolo hanno l'ardire di posizionarsi in prima fila, restando
però alla mercè dei demoni, gli spiriti più pavidi possono godersi lo spettacolo dalle
retrovie. Durante la sfilata si possono apprezzare diversi gruppi di partecipanti che
sfoggiano i propri costumi, l'accento in questo caso è posto sulla capacità di
distinguersi rispetto ad altri Krampus. Affascinanti fanciulle in atteggiamenti
lussuriosi, munite di fiaccole e fumogeni, dichiarano sorreggendo uno striscione la
40
regione di appartenenza del gruppo infernale impegnato nella sfilata. L'atmosfera è
sicuramente più distesa rispetto alle giornate del 5 e del 6 e le creature cornute hanno
un occhio di riguardo anche nei confronti dei più piccoli, in modo tale che questi
ultimi possano familiarizzare con tali creature, la stessa clemenza non è però
concessa nei confronti dei genitori. Rispetto a qualche anno fa ho potuto notare un
notevole incremento del flusso turistico rispetto all'evento. Se da un lato la cosa mi
rallegra, dall'altro mi preoccupa in maniera considerevole. Infatti un turismo di
massa, non adeguatamente educato al rispetto del folklore locale, potrebbe
rappresentare la più grande minaccia alla sopravvivenza più genuina della
celebrazione. I Krampus sono diventati noti anche in Amarica, terra che raramente ha
prodotto qualcosa di benevolo, la loro storia è già stata stravolta dagli Yankee che
addirittura vorrebbero spacciare la loro versione della vicenda come più autentica.
Sono consapevole che sia difficile conciliare le esigenze economiche legate al
turismo con quelle folkloriche legate alla tradizione. Il fatto che la festa sia ben
radicata nel cuore dei Sud Tirolesi, il fatto che ci sia un ricambio generazionale
entusiasta e determinato, sono tutti elementi che mi fanno ben sperare per l'avvenire.
Questa regione a mio giudizio è meravigliosa, ho avuto il privilegio di poterla visitare
in tutte e quattro le stagioni; passeggiando per i suoi boschi si può ancora percepire
qualcosa di antico con il quale si può entrare in relazione. Nel periodo che precede il
solstizio poi si ha davvero la sensazione che questi luoghi si popolino di spiriti
dell'inverno, antenati remoti con i quali si possono stringere alleanze per ricavarne
saggezza e per preservare la tradizione. Il Tirolo e il Sud Tirolo sono ancora terre
magiche nelle quali sopravvivono, magari in maniera sincretica con elementi
cristiani, antiche usanze che spalancano la percezione su anfratti liminali, preludio ad
altre dimensioni di esistenza. Le festività e i riti legati a questo mondo arcaico sono
molteplici e affascinanti, come ad esempio le 12 notti del fumo o Raunachte che si
svolgono dal 24 dicembre al 6 gennaio e delle quali magari scriverò in un articolo
futuro. I cicli e i ritmi scanditi da queste tradizioni esigono una simbiosi sincera con
la natura e con gli innumerevoli genii che animano i suoi elementi, per lo studioso di
esoterismo, queste antiche usanze contengono degli elementi di sicura efficacia da
poter integrare all'interno del proprio percorso. Affinchè lo scambio tra la propria
individualità e questa realtà pandaemonica possa essere armonioso, è necessario però
rinunciare alla propria personalità granitica, aprendosi all'ignoto senza il bisogno di
esercitare il controllo; mi rendo conto che non sia un compito semplice da affrontare,
bisogna viverlo a piccoli passi, magari partecipando a qualche evento con i Krampus.
Per quanto mi riguarda una volta che mi sarò ritirato nella mia stanza, mi prenderò
cura delle mie gambe, flagellate dalle sferze furiose dei demoni di montagna.
Sorseggiando una buona grappa di montagna, socchiuderò i miei occhi e farò
rimbombare nella mia testa il grido: “ Gruss vom Kramupus”. Felice solstizio.
Desidero ringraziare Sabrina La Selva e lo staff dell'Hotel Moritz di Dobbiaco per avermi istruito
sulle usanze e sulle leggende locali.
41
MAGOCRATIA
nimrod@[Link]
Paracelso
42
Celsus, noto per il suo trattato di medicina) è una delle figure più rappresentative del
sapere rinascimentale, egli è celebre, tra l’altro, per aver denominato lo zinco,
chiamandolo zincum, oltre a essere correttamente considerato il primo botanico
sistematico; si laureò all’Università di Ferrara, intorno agli stessi anni in cui vi si
laureò Niccolò Copernico, che per inciso cominciò a optare per l’eliocentrismo
proprio in quel periodo in ragione dell’approfondito studio condotto sulle fonti della
sapienza platonica e neoplatonica allora in auge nella città emiliana.
Fino al 1500 la composizione e i mutamenti della materia erano spiegati sulla base
della dottrina dei Quattro Elementi empedocleo-aristotelici:
Paracelso aggiunse a questa concezione la teoria che contemplava Tre Principi delle
sostanze31:
Inoltre era anche individuato un Principio Spirituale nella natura, responsabile delle
sue trasformazioni e cambiamenti.
Paracelso rifiutò l’insegnamento tradizionale della medicina, dando vita a una nuova
disciplina, la Iatrochimica, basata sulla cura delle malattie attraverso l’attenta
osservazione del paziente e il prevalente uso, quale farmaco, di mirate sostanze
minerali.
Nel complesso Philippus Aureolus non aveva un carattere facile, anzi era piuttosto
superbo e orgoglioso, tanto che dal suo nome Bombastus è derivato in inglese
l’aggettivo bombastic, che indica una persona piena di sé ed arrogante.
Egli stesso riconosceva: “Alcuni mi accusano di superbia, altri di pazzia, altri ancora
di stoltezza”, durante la sua vita ricevette molte accuse, tra cui quella di alcolismo o
di rifiuto della vita sociale e religiosa tanto da non prendere parte alle cerimonie
religiose.
31 Invero questa teorizzazione tripartita dei Principi è ben più risalente ma in antichità veniva espressa in
modo diverso, in ogni caso fu il Paracelso a riattualizzarla e sistematizzarla compiutamente.
43
In realtà egli si considerava un Dottore delle Sacre Scritture, quindi una sorta di
teologo laico, convinto che la fede andasse vissuta dentro di sé, a livello interiore più
che collettivo, e che non fosse necessario condividere i riti religiosi elaborati per le
masse e la popolazione comune.
Figlio di Wilhelm von Hohenheim e di una serva ecclesiastica, nacque ad Einsiedeln,
in una delle case vicine al monastero mariano, Unsere Liebe Frau, di fatto una delle
stazioni di sosta per i pellegrini diretti a Santiago di Compostela.
La figura di sua madre è avvolta dal mistero; secondo alcune voci del tempo sarebbe
stata un’isterica, idea forse diffusasi proprio dall’esperienza che Paracelso mostro nel
trattare questi disturbi nervosi che a quel tempo venivano ritenuti affliggere
particolarmente il sesso femminile.
Pare, inoltre, che da lei il figlio avrebbe ereditato la bruttezza fisica e le maniere
rozze. Nel 1502 si stabilì con il padre in Carinzia a Villaco.
Dal padre, laureato in medicina presso l’Università di Tubinga, egli ricevette i primi
insegnamenti in medicina e in chimica.
Fu poi discepolo del celebre Alchimista abate Giovanni Tritemio, che come detto in
altre circostanze fu anche mentore del contemporaneo Agrippa, da questa
frequentazione derivò la profonda conoscenza dell’Alchimia, dell’Ermetismo e
dell’Astrologia.
Secondo sue stesse dichiarazioni, egli, dopo aver lavorato in alcune miniere quale
esperto di chimica metallurgica in Germania e in Ungheria, dove apprese i segreti più
reconditi dei metalli, intraprese lunghi vagabondaggi che lo portarono in Italia, ove
soggiornò a Torino e poi in Spagna, in Germania, Inghilterra, Svezia, Polonia e
Transilvania; mete più che plausibili, mentre è molto meno probabile che, come egli
stesso riporta, sia stato in India e Cina.
Pare tuttavia che si recò anche in Russia, alla ricerca delle Miniere dei Tartari, dove
sarebbe stato fatto prigioniero da un signore locale che gli avrebbe tuttavia svelato dei
segreti mirabili in cambio di altre occulte conoscenze.
Molto importante fu per lui l’esperienza di medico militare, prima durante la Guerra
Veneziana, più tardi in Danimarca e in Svezia, fu infatti in questo contesto che ebbe
44
infatti modo di praticare l’arte medica sui tormentati corpi dei feriti in
combattimento.
Tornato in Germania la sua fama aumentò rapidamente e nel 1527 gli fu offerta la
cattedra di medicina all’Università di Basilea.
Ivi, nello stesso anno, fece bruciare pubblicamente dai suoi studenti i testi di Galeno
e Avicenna, bollandoli come insufficienti e superati in materia medica, sostenendo
che ognuno dotato di intelletto e capacità di osservazione possieda in potenza gli
elementi necessari per poter intervenire e contrastare le più diverse affezioni e
patologie umane.
In breve tempo, ed anche in conseguenza degli attacchi frontali che queste sue
esternazioni determinarono, iniziò a perdere la stima e fiducia da parte degli
accademici ma anche di molti studenti che fino ad allora lo avevano salvato dal
rischio di allontanamento dall’ambiente universitario, perse infine il posto di
insegnante e lasciò Basilea nel gennaio del 1528.
Nel 1531 Paracelso riesce a trovare occupazione quale medico di Christian Studer,
borgomastro di San Gallo. Ivi visse per circa sette mesi un secondo breve periodo
positivo della sua vita.
San Gallo
45
Tuttavia la rottura e l’allontanamento dal “sapere medico costituito” era ormai
insanabile ed anche in quel periodo gli si contrappose duramente il dottor Joachim
Vadiano, molto famoso in San Gallo, del quale fu anche sindaco, questo umanista
prediligeva chiaramente le vecchie teorie alla pratica e al contatto diretto con il
malato.
In ogni caso le fonti coeve ci illustrano come Paracelso fosse spesso consultato per
problemi allo stomaco e all’intestino, ove aveva indubitabilmente acquisito una certa
fama, diversamente non pare fosse particolarmente propenso od avvezzo agli
interventi chirurgici.
Scene commoventi ed isteriche si sono verificate presso la sua tomba nel 1831
quando, durante le terribili settimane della epidemia di colera, gli abitanti delle Alpi
Salisburghesi si recarono in pellegrinaggio a Salisburgo per implorare non il Santo
patrono della città, ma l’Alchimista Paracelso, di risparmiarli dall’epidemia.
Elementi Dottrinali
46
speranza per la comprensione e risoluzione della più gran parte delle affezioni e
malattie.
Di fatto il tutto può essere inteso come un ritorno agli originari criteri sapienziali
depurati dalle vaghe e superflue incrostazioni dovute alle incomprensioni di praticanti
e studiosi di dubbio merito, torna conseguentemente in piena luce l’assunto
ippocratico Vis Medicatrix Naturae.
Più in dettaglio, come egli spiega nei dieci libri degli Archidoxa, nella natura ci sono
delle forze latenti dotate di svariate potenzialità guaritrici chiamate Arcana, queste
possono essere dinamizzate e valorizzate mediante l’Arte Alchimistica.
● La Prima Materia,
● Il Lapis Philosophorum,
● Il Mercurium Vitae,
● La Tintura.
Secondo questa visione, tutti i corpi, organici e inorganici, come l’uomo, sono
costituiti oltre che dalla Complessione Elementale, dall’apporto energetico vivificante
dei principi: Sale, Solfo e Mercurio.
Lo stato di salute è quello in cui queste tre sostanze formano una determinata armonia
e non sono chiaramente riconoscibili singolarmente, mentre nella malattia si separano
o convivono disarmonicamente.
Il medico dovrebbe quindi non limitarsi alla considerazione della Teoria degli Umori
e relativa Complessione Elementale comunemente all’epoca condivisa, infatti con
prezioso acume Paracelso sostenne come questo fosse solo l’inizio dell’opera, come
quando si riconoscono le forze in azione osservandosi riflessi in uno specchio:
47
Come in uno specchio nessuno può conoscere la propria natura e
penetrare ciò che egli è (poiché egli è nello specchio nient’altro che una
morta immagine), così l’uomo non è nulla in sé stesso e non contiene in sé
nient’altro che ciò che gli deriva dalla conoscenza esteriore e di cui egli è
l’immagine nello specchio.”
In questo brano si celano occulte sapienze, infatti il punto nodale è la “Sapienza circa
le cose che conferiscono allo specchio la sua luce”.
Inoltre alla Teoria dei Contrari Paracelso opponeva la ribaltata concezione della
Teoria dei Simili, già presente presso i sapienti Caldei ed Egiziani, secondo la quale
una malattia può essere curata con la stessa sostanza da cui è stata causata.
Da un punto di vista più intimo, Paracelso dava molta importanza, non diversamente
da Ippocrate, all’integrità personale del medico, al suo agire secondo coscienza e
predisposta inclinazione verso l’ammalato e il sofferente.
Secondo Paracelso le malattie, come la salute, provenivano da Dio, dunque il medico
non era altro che colui che faceva avvenire quella guarigione che altrimenti sarebbe
potuta venire direttamente da Dio, se il paziente avesse avuto abbastanza fede,
speranza e virtù.
La donna quale matrix (matrice), termine con cui non si intendono solo gli organi
riproduttivi, ma la totalità di essa, è di per sé stessa un piccolo mondo in cui però è
racchiuso il grande mistero della vita; pertanto a differenza della tradizione, secondo
32 La parola Elixir è derivata, attraverso il latino, dall’arabo al-ʾiksīr (يرyyy)الكس, che a sua volta è
l’arabizzazione del greco xērion, ξήριον, ossia polvere per rimarginare asciugando le ferite, da ξηρός xēros,
secco. Per secoli il termine è stato di appannaggio alchimico significando principalmente una sostanza agente
sulle sostanze sottili e grossolane mediante capacità trasmutative, alla sua massima potenza si sarebbe potuto
ottenere oro dal piombo e anche un liquido assimilabile alla panacea in grado di curare tutti i mali e
assicurare l’immortalità.
48
la quale la donna è solo il recipiente che raccoglie il seme, per Paracelso la capacità
immaginativa della stessa è decisiva per la formazione spirituale del figlio.
Complessivamente quella di Paracelso è una medicina che pone al centro l’uomo
inteso come complesso vivente, egli dava infatti molta importanza a un’attenta
osservazione del paziente ed era sensibilmente capace nell’immedesimarsi nei suoi
disturbi.
L’anatomia di Paracelso, infatti, non si basa sulla dissezione come quella di Vesalio,
bensì sulla attenta osservazione dei segni esterni e sulla capacità del medico di
individuarne le ragioni e le cause; si può dire dunque che pone le basi della
semeiotica (intesa quale studio dei sintomi e dei segni clinici).
Nei suoi scritti, nel descrivere le parti anatomiche, inserisce contemporaneamente sue
preziose considerazioni, sovente di natura ermetico-metafisica.
Nel Volumen Paramirum elenca i cinque possibili principi delle malattie:
Ens Venenale, Ens Astrale, Ens Naturale, Ens Spirituale ed Ens Dei, da associare ai
Quattro Elementi e alla Quinta Essenza.
Un buon medico, per capire la causa della malattia, deve basarsi su tutti e cinque gli
enti.
49
Criticità nella lettura di Paracelso
“Sulla Terra c'è ogni tipo di medicina ma non coloro che sanno
applicarla”
Non a caso egli stesso, nel Paragranum, individua nella Filosofia, l’Astrologia,
l’Alchimia e le Virtù i Quattro Pilastri della Medicina.
Il suo Corpus scriptorum è inoltre davvero immenso, e pare che egli dettasse le sue
pagine a scrittori occasionali.
In un periodo in cui uscire dai sentieri battuti, in qualsiasi campo, era un’eresia da
condannare e punire severamente, Paracelso fu emblema di una concezione del tutto
indipendente del sapere sclerotizzato.
Dopo la sua scomparsa, la maggior parte delle opere paracelsiane sono state raccolte
dal suo pupillo prediletto, Johannes Oporinus, il quale si occupò di pubblicarle
postume.
50
Accomiatandoci dal lettore invitiamo a riflettere su questo enunciato paracelsiano:
Bibliografia Minima
Magus Mizar
La MAGOCRATIA Ordine Magistico Tradizionale organizza dedicati Corsi di
Magia – Teorica e Pratica Operativa – destinati a coloro, che pur esterni agli
Ordini Magocratici volessero approfondire tali antiche e Arcane Sapienze.
51
Esoterismo nella cultura romana antica
Di Sapah Zimii
Roma nasce in un periodo di forte crisi dovuta ad una discesa sempre più rapida della
spiritualità originale. L’origine di Roma si perde nella leggenda, come è stato
giustamente rilevato dagli storici, l’Italia pre-romana sembra fosse abitata solo da
Etruschi, Sabini, Volsci, Sanniti e altri piccoli popoli, a Sud dai Fenici, dai Siculi e
dagli immigrati greci e siriaci. Poi, tutto d’un tratto, appare un nuovo principio che
sfida tutti questi popoli, con le loro culture e le loro tradizioni; un principio che ha
anche il potere di soggiogarle, e di avviarle verso una profonda trasformazione
Cosa si nasconde dietro questo principio? Quasi sicuramente un ceppo ario-
occidentale regale ed eroico.
Risulta strana, a tal proposito, la posizione del famoso occultista Stanislas de Guaita
su Roma: ‘Roma sì fertile in abominevoli necromanti, non dette un vero discepolo di
Ermete. Non si obietti il nome di Ovidio. Le sue Metamorfosi, così graziose sotto
tutti gli aspetti, attestano un esoterismo ben errato, per non dire ingenuo. Virgilio, un
iniziato questi, preoccupato soprattutto di dotare l’Italia di un capolavoro epico, non
lascia apparire che tra le linee e per caso l’irradiamento della sua saggezza.’. La
visione del de Guaita non è isolata negli ambienti esoterici: condividevano tale
visione anche il Papus e di conseguenza, i circoli martinisti da lui derivati. D’altra
parte la spiegazione di tali visioni parziali si spiega con l’adesione al cristianesimo di
questi occultisti, quel cristianesimo che fu l’unico vero grande nemico di Roma, e che
fu anche la causa del suo successivo collasso spirituale.
Inutile avviare in questa sede un discorso sul cristianesimo storico e di come la sua
azione abbia accelerato il processo degradazione spirituale che oggi vediamo
dovunque, basterà tenerlo a mente nel corso di questo articolo.
Roma è stata indubbiamente il centro dell’Occidente; certo, è vero che la civiltà
Romana non espresse i suoi Misteri come altre grandi civiltà (e per i moderni la pietra
di paragone è sempre la Grecia), ma ciò non vuol dire che non fossero presenti e
conosciuti, anzi. La Tradizione, d’altra parte, si adatta ai tempi e alla civiltà che la
esterna; Roma è stata un punto di rottura con il suo periodo e non poteva di certo
manifestare l’Iniziazione così come secoli prima gli Egizi avevano imparato.
Tuttavia i dati per identificare una vita iniziatica in Roma ci sono tutti e non è un caso
che il Dio dell’Iniziazione ai Misteri era Giano, un dio prettamente italico; d’altra
parte il termine ‘initia’ non è forse squisitamente latino? A proposito di Giano, il
Guenon riporta che sì era il Dio dell’Iniziazione ai Misteri, ma era anche la divinità
che presiedeva alle corporazioni di artigiani (i collegia fabrorum), quella dei muratori
per primi. Si può quindi intravedere un lato iniziatico di queste corporazioni, e difatti
l’arte del costruire, ed in particolare costruire templi, era un’arte sacra, che aveva
regole ben precise e per lo più segrete, tramandate oralmente.
52
E’ vero che i Romani non ebbero mai una gran propensione per la filosofia e per i
discorsi troppo astratti, ma ciò non ha nulla a che fare con la scienza iniziatica, e
d’altra parte, i primi romani guardavano al modello greco come un qualcosa da non
imitare assolutamente, anzi da evitare se si voleva ristabilire una civiltà virilmente
organizzata. Ci sono in verità alcuni fatti che potrebbero far sorgere dei dubbi come
la repressione dei Baccanali, editti contro maghi e astrologhi, ma soprattutto
l’avversione totale al Pitagorismo, culminata nella distruzione completa della Basilica
Pitagorica di Porta Maggiore in Roma. Sarebbe troppo lungo analizzare questi fatti
nel loro contesto, ma si può ribadire che vi sono stati dei motivi per queste iniziative;
molto velocemente gli editti contro maghi e astrologhi, in realtà si rivolgevano alle
forme inferiori e ciarlatanesche della magia, mentre per Baccanali e pitagorismo
basterà dire che erano due correnti viste come inquinate da fasi già avanzate di
decadenza spirituale e mescolate con le ideologie derivanti dal periodo matriarcale
che la romanità voleva lasciarsi alle spalle. Occorre prendere in considerazione anche
un altro aspetto: le conoscenze estranee alla cultura romana venivano analizzate e
conservate soltanto da una ristretta elite; si voleva che il popolo possedesse un forte
nazionalismo in tutti i sensi. Non è un caso, per esempio, che il famoso Catone,
autore di un celebre discorso nazionalista e anti-ellenico, abbia in realtà
precedentemente studiato molto bene la cultura greca al fianco di un tutore ellenico.
Non dobbiamo quindi mantenere l’immagine mentale dei romani rozzi e barbari.
L’essenza della sacralità romana era l’attitudine magica intesa come comando e
azione sulle forze invisibili. Gli storici affermano che il sacro è entrato nella romanità
sotto forma, ancora una volta, di esclusività. Quando un oggetto o una determinata
conoscenza non erano più alla mercé di tutti, ma solo di pochi, allora si passava ad
una sacralizzazione del termine in questione.
Le Origini
La tradizione latina identificava il periodo aureo con i ‘Saturnia Regna’ perchè si
raccontava che Saturno spodestato da Giove, ed espulso dal cielo si era insediato in
Italia rifugiandosi e nascondendosi nel Lazio, dove Giano, sovrano re d’Italia, lo
ricevette. Egli dette nome all’Italia, detta appunto Saturnia Tellus. Gli antichi
dicevano che il Lazio era così chiamato perché Saturno vi era nascosto. Egli si stabilì
ai piedi del Campidoglio, detto appunto Saturnius mons, e qui sorgeva il suo tempio,
uno dei più antichi di Roma. Il primo santuario era stato dedicato da Tullio Ostilio
con l’istituzione dei Saturnalia, Tarquinio poi concepì il progetto di sostituirlo con un
tempio e tre-quattro anni dopo fu effettivamente costruito. Restaurato ai tempi di
Augusto, ne rimangono oggi otto imponenti colonne ioniche. I Saturnalia si
celebravano in Dicembre (mese sacro a Saturno così come il successivo al suo ospite,
Giano), ed erano le feste dell’abbondanza, delle gioie sfrenate e delle licenze, veniva
data la libertà anche agli schiavi. Macrobio ci è sicuramente utile per capire meglio il
carattere di questa sfrenata festa: “è permesso svelare non quell’origine dei Saturnali
che si riferisce all’arcana natura della divinità, ma quella che è mescolata a tratti
53
favolosi, o quella che i fisici insegnano al volgo. Poiché neppure nelle stesse
cerimonie iniziatiche non è permesso narrare le ragioni occulte ed emananti dalla
fonte della pura verità; e se alcuno le consegue, gli è ordinato di contenerle protette
entro la coscienza.”
Agli abitanti del Lazio Saturno insegnò l’agricoltura e l’arte della navigazione; la
leggenda racconta che alla fine del suo compito era immediatamente svanito.
Comunque sia la leggenda di Saturno si connette direttamente alle dottrine dei cicli
tradizionali, dicendo che Saturno si trovava nel Lazio si vuole probabilmente dire che
una radice fedele all’antica sapienza esisteva occultamente nel Lazio.
Vediamo velocemente l’origine del nome Saturno; Saturno è assimilabile a Crono, il
reggente dell’età aurea. Da non confondere con Chronos, dio del tempo, che fu una
sua successiva interpretazione parziale. La radice linguistica di Saturno non è da
ricercare nell’ambito latino, ma nel sanscrito. Il primo ciclo temporale, secondo la
divisione indù degli Yuga aveva due nomi che sono Krta-yuga o satya-yuga. Il primo
termine presenta la radice Kra=fare, costruire da cui probabilmente il nome Crono; il
secondo la radice sat=essere, da cui Saturno. L’età di Sat è quindi l’età dell’essere.
Ad alcuni potrà risultare insolita la radice sanscrita per dei nomi latini, ma questa non
è assolutamente una forzatura e, d’altro canto non è l’unico caso riconosciuto di
origine extra-mediterranea di parole latine.
Analizziamo ora il mito della fondazione di Roma; qui abbiamo un tema
caratteristico dei cicli eroici, e cioè la nascita dei due fratelli, Romolo e Remo, da una
Vergine, custode del Fuoco sacro, unitasi con un Dio Guerriero, Marte. In altre
versioni si presenta il tema presente in diverse tradizioni dei Salvati dalle Acque.
Ancora c’è la figura del fico Ruminal, sotto il quale i gemelli si rifugiano, trovando
nutrimento; ma quella che sicuramente tutti ricordano meglio è la storia della Lupa.
Il simbolo del Lupo è quanto mai interessante; nel modo celtico e nordico l’animale
simboleggia la luce, ma anche la forza selvaggia scatenata. Sicuramente si possono
trovare dei collegamenti con altre importanti coppie di fratelli come Caino e Abele,
ma anche Osiride e Seth. Questa duplicità adombra ancora una volta i due poteri
fondamentali: spirituale e temporale, e difatti nel mito romano, Romolo traccia i
confini della città quasi a stabilire un ordine, una legge che viene poi oltraggiata da
Remo, che per questo viene ucciso. Nel mito Romolo scorge anche dodici avvoltoi,
che ci riportano ad un significato solare insito nel numero dodici.
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successivamente che i due pantheon si specchiarono, in una fase già di alterazione del
tessuto romano originario. Il romano abbiamo visto considerava inutili le
speculazioni, le astrazioni, i concetti teologici.
Il mondo romano conobbe il divino semplicemente e direttamente tramite l’Azione.
Più che il deus veniva conosciuto e sperimentato il numen, cioè l’ente puro, il
principio che non sottostà ad alcuna figurazione, e quando questa avveniva, veniva
fatta con simboli, come il fuoco, la lancia, lo scudo. In questo modo il sacro veniva
sperimentato in ogni istante della vita, non attraverso forme mistiche, astratte, ma con
il puro Rito, con l’Azione pura. E il Rito, quale tecnica per entrare in contatto con il
numen, cioè con la forza pura, era fondamentale. Non a caso la parte più antica del
culto si lega agli Indigitamenta. Il termine si può tradurre approssimativamente
come “invocare”. L’Indigitamenta era un trattato in cui erano fissati i nomi di vari
Dei e le occasioni nelle quali potevano essere invocati efficacemente secondo la loro
natura. Questi nomi non avevano un’origine mitologica, ma essenzialmente pratica.
L’Indigitamenta riprendeva le antiche concezioni secondo le quali in qualche modo il
nome aveva potere sull’ente che si voleva invocare. La formula che accompagnava il
rito era perentoria, un ordine, non una preghiera.
La religione romana non ebbe mai contenuto teorico, etico o metafisico e non volle
mai possedere un complesso di dottrine su Dio. Tutto si esauriva nel Rito, fuori non
vi era religione, buona o cattiva, vera o falsa. L’unica cosa era compiere esattamente
il Rito. Tutta l’attenzione era incentrata sul far in modo che il Rito potesse essere
efficace. Si ebbe così uno ius sacrum, cioè un Rito tradizionale fisso, che non poteva
essere mutato senza rovinare in qualche modo il rapporto che l’invocazione creava
con il numen. La più piccola infrazione creava quello che veniva definito un
piaculum e la cerimonia doveva venire ripetuta. Se l’errore era stato commesso
volontariamente il colpevole era estromesso dal Rito e soggetto alla Punizione
Divina, se l’errore era involontario tutto si risolveva con un sacrificio espiatorio.
Attenzione però, bisogna intendersi sui concetti di espiazione e punizione divina. Non
bisogna pensare ai concetti di peccato o pentimento; il Rito è una tecnica e quindi si
tratta come di sbagliare qualcosa in un esperimento chimico in laboratorio. E’ solo un
errore, ma le conseguenze possono anche essere disastrose. E le forze con cui
operavano erano così pure che sovente si parlava di persone ‘fulminate’ per aver
sbagliato un Rito. Valerio Massimo affermò che i Romani dovevano la loro
grandezza esclusivamente alla loro scrupolosità nell’effettuare i Rituali. Secondo
Livio, dopo una battaglia terribile sul Trasimeno, un Generale rimproverava i sodati
non per aver mancato di coraggio o abilità, ma per aver trascurato i sacrifici. Plutarco
ci riferisce che nei tragici momenti della guerra i Romani stimavano più importante la
corretta esecuzione dei Riti che non la fase più propriamente pratica. E aggiunge che
Roma non avrebbe potuto conquistare tanta potenza, se, in qualche modo non avesse
avuto origine divina, tale da offrire agli occhi degli uomini qualcosa di grande e
inesplicabile.
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La base delle azioni romane era il responso oracolare, sulla base di tali oracoli
indirizzavano i loro progetti. Ma non in un atteggiamento passivo, tutt’altro, la loro
intenzione era quella di creare una Storia Sacra dell’Impero agendo in armonia con le
forze sottili.
E’ evidente che questi sono solo spunti per una più approfondita ricerca, in quanto
questo mondo è troppo complesso per essere esaurito in poche righe, ma che questo
sia un piccolo tributo a Roma, che per quasi un ciclo intero tenne testa alle forze anti-
tradizionali che stavano avanzando, e sembrò che fosse posto fine all’età del ferro e si
preannunciasse il ritorno all’età primordiale.
“L’età ultima della profezia è alfine giunta” cantava Virgilio “Ecco che rinasce
integro il grande ordine dei secoli. Ritorna la Vergine, ritorna Saturno e una nuova
generazione discende dall’alto dei cieli. Degnati, o casta Lucina, di aiutare la
nascita del Fanciullo, con il quale la razza del ferro finirà e sul mondo intero si
innalzerà la razza d’oro, ed ecco, regnerà il fratello tuo, Apollo...”
Così viva fu questa sensazione che costrinse gli stessi cristiani a dire che finché
Roma resterà salva ed integra le convulsioni paurose dell’età ultima non saranno da
temersi; ma il giorno in cui Roma cadrà, l’umanità sarà prossima all’agonia.
Sapah Zimii
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La chiave evolutiva delle Sephiroth
di A.L. Hathor
Malkuth-Regno
Yesod-Fondamento
Con Yesod ci troviamo ad un livello superiore alla materia nel punto in cui viene
concepita, l'immagine magica che la rappresenta è quella di un uomo nudo emanante
forza e bellezza, il fondamento della vita espresso dalla sua virilità. La Sephiroth
riflette in Malkuth la luce di Tipheret come la luna riflette quella del sole nel piano
manifestativo. Tale riflesso contiene una Verità superiore velata che si esprime
attraverso il simbolo, linguaggio in grado di parlare al nostro sub-conscio, Yesod è
quindi legata all'astro lunare ed è un vero e proprio ponte tra il Cielo e la Terra, il
filtro in cui convogliano le energie superiori per concretizzarsi in Malkuth. Nel
mondo archetipale è sorretta dall'aspetto Divino Shaddai el Chai, apportatore di vita
e legato nei piani inferiori all'aspetto riproduttivo e generativo della Natura. Tale
impulso viene creato dall'Arcangelo Gabriel, personificazione del potere creativo e
fecondante del Divino. Il Coro angelico operante in questa sfera nel piano formativo
è quello dei dei Kerubin, i messaggeri, i guardiani della soglia e i sovraintendenti
degli elementi e delle loro manifestazioni. ConquistandoYesod saremo in grado di
padroneggiare il nostro mondo interiore fatto di pensieri, emozioni, sensazioni, al
contrario, nella sua degenerazione, ci troveremo invischiati in una condizione di
estrema instabilità.
Netzach-La Vittoria
E' la Sephiroth legata a Venere, alle emozioni a cui è attribuita ogni forma di amore,
dal più elevato al più infimo istinto sessuale. L'aspetto divino archetipale che in essa
sussiste è Yhwh Sabaoth, l'impulso in grado di illuminare le nostre anime attraverso
il cuore nonchè il potenziale maschile positivo che è necessario sviluppare per risalire
verso la perfezione. In queste due Sephiroth si cela il segreto della doppia polarità
insita in ciascuno di noi nonchè della ricerca dell'altro nel rapporto di coppia e
nell'unione sessuale. L'Arcangelo che la sovraintende è Haniel, "Luce di Dio" colui
che dona la consapevolezza dell'onnipresenza del Divino attraverso l'amore,
l'innamoramento non è che l'esperienza di Netzach, ossia il risveglio di Dio in noi
attraverso la visione di se stessi in un riflesso esteriore. La conquista di Netzach è il
dominio dell'Amore in ogni sua forma da parte della Vera Volontà, l'Intelletto
Superiore e, al contrario, nella sua degenerazione, la caduta nella cupidigia. Il Coro
Angelico che opera in questa Sephiroth è quello degli Elohim, capaci di fornirci gli
srumenti adatti a risvegliare attraverso l'emozione il potenziale Divino latente in
ognuno di noi. L'immagine magica di questa Sfera è rappresentata da una bellissima
donna nuda, figura che incarna l'amore risvegliato dalla Coscienza Superiore.
E' la Sephiroth collocata al centro dell'Albero della Vita paragonabile al Sole nel
sistema solare. E' la fonte vitale, il Baricentro dell'Essere, la Luce della Conoscenza,
il nucleo dell'armonia e il punto di contatto dell'individuo con il Tutto. L'impulso
archetipale che la anima è Eloah Va-Daath, la Luce della Conoscenza che splende
nel nostro vero Sè, il punto di emersione e ritorno di ogni anima nel cammino di
perfezione. L'esperienza di Tiphareth è quella del risveglio dell'Onniscenza attraverso
il Matrimonio mistico e la riunione delle due polarità al conrario, nella sua
degenerzione, ricercheremo la bruttezza, la disarmonia volta alla privazione di ogni
dignità spirituale e alla separazione sempre più marcata dalla nostra identità
superiore. E' sovraintesa dall'Arcangelo Michael, il guaritore delle malattie,
personificazione della perfezione Divina e capace di formarne la condizione. Tipharet
è l'ente solare per eccellenza, rappresenta l'armonia conseguente alla vittoria della
Luce sull'oscurità. Il Coro degli Angeli da lui organizzato è quello dei Malakim
capaci di creare nuovi baricentri, nuovi cardini di equilibrio nel dinamico movimento
trasmutativo di ciascuno nel corso dell'evoluzione interiore, sono il tramite, gli
intermediari della Vera Volontà. Superando Thipharet dovremo abbandonare ogni
personalismo. L'immagine magica che la caratterizza ne esprime l'esperienza, ossia il
processo di sacrificio dell'ego necessario alla rinascita nella consapevolezza dell'
essere un tutt'uno con la Divinità Suprema: un re maestoso, un bambino, un Dio
sacrificato.
Questa Sephiroth, associata a Marte, il Dio guerriero, è animata dal Principio Divino
Elohim Ghibor, "il Dio delle Battaglie", quale potere costruttivo nella suo aspetto
auto-limitante. L'Arcangelo incaricato di sovraintendere tale forza resistente è
Camael, "l'Ardente di Dio" che ne forma le matrici organizzate dal Coro dei
Seraphin, i Serpenti di Fuoco, il cui compito è di eliminare il superfluo, purificando
con l'elemento tutto ciò che nel suo eccesso ostruisce l'armonia evolutiva. Gevurah
incarna la polarità negativa del potere creativo, la distruzione necessaria alla
rigenerazione. L'alternanza armoniosa della forza di tale Sfera con la successiva e
complementare Chesed, imprimono la ciclica dinamicità insita nell'evoluzione.
Gevurah regola il calore, e la severità che la caratterizza altro non è che la capacità di
autodisciplina correttiva che l'uomo deve conquistare per risalire l'Albero verso la
Sfera successiva, forza che nella sua degenerazione sfocia nella crudeltà. Seppur
avendo abbandonato il personalismo in Thipharet il passaggio di Geburah è
necessario ad un ulteriore perfezionamento dell'essere. L'immagine magica di un
potente guerriero sul suo carro rispecchia simbolicamente le qualità sopra descritte.
L'abisso-Daath
Daath non è una Sephiroth ma un canale di transazione, di contatto tra due condizioni
di esistenza, tra la Coscienza astratta e la concretezza della manifestazione, Daath è il
punto di caduta della stessa Divinità che, attraverso la soggettivizzazione, si rende
anima per conoscere se stesso nel riflesso dell'esperienza umana. Nulla di imperfetto
può attraversare l'Abisso, in esso giacciono gli errori, le disarmonie, l'abominio. E' il
luogo a cui tutto risale dopo la morte, ove vige il Giudizio Universale e la scelta di
Redenzione per l'umanità. Daath è la Conoscenza acquisita dall'esperienza, unico
strumento con cui superare il Baratro tra l'Essere e l'Agire. Nel Microcosmo Daath
può essere paragonata al subconscio e al necessario smaltimento delle imperfezioni
legate all'ignoranza che ciascuno accumula nell'incarnazione.
Binah-La Comprensione
Chockmah-La Saggezza
In questa sfera agisce nel mondo archetipale il Principio Divino maschile YHWH, il
sacro Tetragramma che racchude in sè la forza di concepimento e l'intero processo di
manifestazione, l'arcangelo Ratziel è il tramite Creativo di tale forza, l'Araldo di Dio,
il portatore dell'energia Divina che circonda il mondo, l'Ente che costantemente,
attraverso la sua Voce, la Musica delle Sfere, esprime ed è in grado di apportare la
Suprema Saggezza vigente nell'ordine cosmico attraverso il Coro degli Auphanim, o
Ruote, coloro che hanno il compito di piegare l'energia irradiata da Kether nella curva
spazio-temporale crando la ciclicità sovraintendente l'intero meccanismo universale
insito nel segreto dello Zodiaco associato a questa sfera. Gli Auphanim conducono
alla fonte, collegano il principio e la fine di ogni cosa. Per raggungere Chockmah è
necessario trascendere se stessi espandendo la propria Coscienza fino a raggiungere
uno stato di onniscenza e Suprema Saggezza nella totale comprensione dell'Ordine
Cosmico; volgendo questa forza al contrario si sfocia in un ignoraza cosciente e nella
vera stupidità quale rifiuto di operare con Saggezza.
Superando Kether entreremo nel Nulla, ciò che è al di fuori di tutto e al contempo lo
abbraccia. Spiegarlo umanamente è impossibile, è all'unisono affermazione e
negazione, un Vuoto dal valore immenso di cui è necessario prendere coscienza per
assaporarne l'immane pienezza, è uno stato dell'essere in cui è necessario
abbandonare il Sè per essere Nessuno, in cui non vi è privazione nè indifferenza
semplicemente "Saremo" liberi da ogni attaccamento seppur intrisi dell'affermazione
di ogni cosa. Una volta raggiunto l'Ain Soph Aur avremo conquistato la suprema
condizione dello Spirito....tuttavia, nemmeno il Nulla è la fine.
"Chi conosce si salva, l’ignorante si danna - Regola del Tempio di Horo, Edfu".
Pitagora e il pitagorismo:
alle radici della Filosofia
di Giuseppe Jerace
«… Sapientiam quidem ipsam quis negare potest non modo re esse antiquam, verum
etiam nomine? Quae divinarum humanarumque rerum, tum initiorum causarumque
cuiusque rei cognitione hoc pulcherrimum nomen apud antiquos adsequebatur.
Itaque et illos septem, qui a Graecis σοφοί, sapientes a nostris et habebantur et
nominabantur, et multis ante saeculis Lycurgum, cuius temporibus Homerus etiam
fuisse ante hanc urbem conditam traditur…»
(…chi può negare che la saggezza stessa non sia antica solo di fatto, ma anche di
nome? Per la conoscenza delle cose divine e umane, e dei principi e delle cause di
ogni cosa, ottenne questo bellissimo nome fra gli antichi. E così anche quei sette, che
dai Greci furono considerati σοφοί e saggi dai nostri vennero nominati, e molti secoli
prima di Licurgo, al tempo in cui si dice che Omero sia esistito prima ancora che
questa città fosse fondata…)
I sette sapienti
«Oἱ ἑπτά σοφοί» di cui sopra sarebbero vissuti in un periodo compreso tra la fine del
VII e il VI secolo a.C., rappresentando alcune personalità pubbliche dell'antica
Grecia, esaltate dai posteri come modelli di saggezza pratica e simbolicamente
elencati in un numero tradizionalmente sacro: sette, in quanto “amitor” (ἀμήτωρ,
senza madre) non prodotto fattoriale, dunque, bensì formato dal 4 (azione, materia,
femminile) più il 3 (spirito, sapienza, maschile), e quindi “Veicolo di Vita”.
Per venire incontro alle pressioni politiche insorte nel frattempo, Ermippo (Vite degli
uomini illustri, Βίοι τῶν ἐν παδείᾳ διαλαμψάντων), accresce il numero dei σοφοί sino
a diciassette. Gli altri menzionabili potrebbero essere Lino, Orfeo, Epimenide,
Epicarmo, Anacarsi, Leofanto, Acusilao, ecc.
Il tripode
Alle diverse narrazioni leggendarie relative alla primitiva redazione dell'elenco
eptadico o, che dir si voglia, ebdomadico, per Diogene Laerzio, era, comunque,
imprescindibile il tripode sacro ad Apollo, sul quale sedeva la Pizia, - banalmente da
Πύθων, il pitone ucciso dal dio, oppure da un più arcaico e pelasgico Py(e)tja, che
indicherebbe quella "domanda" da porre onde ottenere il responso.
Kroton
Ed avendo Miscello da Ripe (nell’Acaia) ricevuto così l’oracolo sulla fondazione
della polis (πόλις) magno-greca di Kroton (Κρότων), il tripode delfico ne sarebbe
divenuto l’emblema, anche se forse questo potrebbe essere frutto della
contaminazione di un'altra ktisis (κτίσις, intesa quale atto di fondazione della
colonia), quella mitica da parte d’un Eracle ecista che avrebbe provato a
contenderselo con l’Apollo iperboreo, di cui si diceva che Pitagora fosse
l’incarnazione.
La raganella di Archita
Il tema del crocidio degli aironi, o delle gru, ritorna nella cosiddetta “raganella” di
Archita di Taranto, il saggio appartenente alla "seconda generazione" della scuola
pitagorica; quel “giocattolo” riproducente crepitio, a mo’ di nacchere, definito
πλαταγή dai greci e crepitaculum dai latini, finalizzato all’apprendimento (παιδεία)
della musica e d’un’arte manuale, e successivamente evolutosi in σημαντήριον, pei
greci (e per noi bàttola, da impiegare nei riti della settimana santa), pur nella sua
semplicità, è un esempio d’impegno pedagogico, meccanico, melodico e liturgico
insieme; inoltre, come Eveno, il discepolo del crotoniate Filolao pensava che anche la
grammatica fosse soggetta al ritmo.
La trottola magica
I “rombi magici che si fanno girare nei misteri”, di cui parlava Archita, designavano
ogni corpo a forma circolare (ῥόμβος, o trottola) da poter muovere su se stesso
(ῥέμβω), il cui prillo poteva essere impiegato a scopo didattico per rappresentare, in
seno all’armonia cosmica, le evoluzioni della sfera celeste.
Lo strophalos di Ecate
Nel riferirsi a una divinità preolimpica, figlia di Erebo e Notte (che aveva preso posto
tra le altre pre-elleniche, come Afrodite, Artemide, Atena/Metis, Demetra, Era, Gaia,
Persefone, Rea, ecc.), Ovidio descriveva Ecate come chi «… conosce le arti magiche
(...)/ sa bene quale sia il potere (...)/ del filo messo in movimento dalla/ trottola che
gira» (Amores, I, 8. 7), per gli Oracoli Caldaici, collegato, alla realizzazione dei
desideri degli uomini; il neoplatonico Marino di Neapoli definiva "ineffabili" e
"divini" ίυγξ (iugx) e στρόφαλος (strophalos).
In quanto simbolo, quest’ultimo, forse, assomiglia un po’ a un labirinto, al
gammadion o tetraskelion (Γαμμάδιον ή Τετρασκέλιον, ovvero swastika), alla doppia
spirale (sistrel), alla voluta ionica, ma molto di più al triskelion (o τρισκελής); trattasi
tuttavia di qualcosa d’altro, di circolare, che si muove con un movimento altrettanto
analogamente circolare, emettendo uno stridio (ίυγξ ); insomma, una sorta di “ruota”,
trottola, fuso (che assocerebbe Ecate alle Moire), o “strumento di filatura” impiegato
per invocare la dea e indurla a una predizione o all’esaudimento d’una richiesta. E di
questi magici attrezzi, Filostrato dice che Apollonio ne avrebbe visti anche nel tempio
di Apollo a Delfi.
Heket, o Heqit, era una dea egizia dalla testa di rana, connessa con la germinazione.
Secondo un etimo non greco, heka sarebbe, difatti, ciò che rende attivo il ka, col
significato di dar voce a un intento, per cui Heka, in quanto “magia”, avrebbe potuto
essere la combinazione di molte divinità.
Quali oscure connessioni (solo associative e linguistiche?) possono collegare Heket
ed Ecate ai Sette e, nell’albero cabalistico della vita, alla Saggezza (Chokmah), dagli
gnostici chiamata poi Hagia Sofia (Αγία Σοφία)?
Conosci te stesso
La rivelazione dei responsi oracolari, per molti versi, sintetizzava quell'esortazione
all'autovalutazione delle proprie scelte, compendiata nel celeberrimo motto "conosci
te stesso" (γνῶθι σαυτόν), da Demetrio Falereo attribuito a Chilone, che però
l’avrebbe ricevuto in risposta a un suo quesito, appunto direttamente dall'oracolo,
mentre Diogene Laerzio (Vite dei Filosofi, I, 40) riferisce che Antistene lo diceva di
Talete, nonostante questa massima fosse citata anche tra le Sentenze (16) di Pittaco.
Inciso sul frontone del tempio d'Apollo a Delfi, esortava al riconoscimento della
propria “misura” mortale, venendo successivamente interpretato da Socrate nel senso
dell'avvertimento filosofico della propria ignoranza, e da Platone poi nell'invito alla
riflessione su sé stessi e a una conseguente considerazione speculativa.
“Niente d’eccessivo”
A parte il milesio, considerato il primo “filosofo” interamente dedito alla
speculazione (da cui il comico aneddoto della graziosa e intelligente servetta trace
che lo rimprovera di non aver guardato a cosa andava incontro, poco prima di cadere
nel pozzo - Platone, Teeteto, 174 a-174 c.), - ed eventualmente il costituzionalista
Solone, a cui può essere attribuita una vera e propria attività letteraria (Elegia alle
Muse e al Buon governo, Eunomia), - gli altri sapientes vengono definiti, come pure
fa Cicerone, σοφοί, per via del loro maggiore interesse rivolto principalmente alla
condotta pratica, all’attività politica, all’enunciazione di massime gnomiche (dal
greco γνώμη, sapienziale – sottintendendo sentenza - o apoftegma, ἀπόφθεγμα, da
ἀποϕθέγγομαι: pronuncio), ed esortazioni alla μεσότης (moderazione), ispirata a
giustizia (Δίκη), alla scelta della temperanza e alla discrezione, contrapposta alla
ὕβϱις (hýbris, tracotanza), - da cui quel μηδέν άγαν (nulla di troppo) attribuito a
Solone, - nonché osservazioni e consigli di comportamento che contribuirono alla
formazione d’un sapere di tipo etico da distaccare pian piano dall’arcaica tradizione
omerica fino ad allora dominante e pervasiva.
Gli apoftegmi
Dopo Talete e Solone, i maggiori autori a cui si attribuiscono degli apoftegmi sono
Pittaco, esimneta (dittatore elettivo) di Mitilene (ὃσα νεμεσᾷς τῷ πλησίον, αὐτὸς μὴ
ποίει, Ciò che rimproveri agli altri, non farlo tu); Biante, oratore e poeta di Priene
(Βραδέως ἐγχείρει• ὃ δ᾿ ἂν ἄρξῃ, διαβεβαιοῦ, Apprestati lentamente al lavoro, ma ciò
che cominci, portalo a termine); e Chilone, giudice ed Eforo di Sparta (Μὴ ἐπιθύμει
ἀδύνατα, Non desiderare l'impossibile).
Un’«appropriazione» di idee
Mentre, al contrario, in epoca neroniana, Moderato di Gades, esponente di quel
sincretismo ellenistico che, nel sommare temi greci e orientali, avrebbe influenzato il
neoplatonismo del III secolo, accusava apertamente lo stesso Platone e suo nipote
Speusippo, Aristotele, Aristosseno di Taranto e Senocrate di Calcedonia, d’essersi
appropriati, in maniera illegittima, di dottrine primitivamente pitagoriche,
riproponendole poi come idee originali.
La meraviglia
Nel Teeteto (150 d), il discepolo di Socrate, affermava: «È proprio del filosofo questo
che tu provi, di esser pieno di meraviglia; né altro cominciamento che questo ha il
filosofare».
Il dubbio e il mito
«Infatti – aggiungeva Aristotele (Metafisica, I, 2, 982b) - gli uomini hanno
cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da
principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito,
progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori… Ora, chi
prova un senso di dubbio e di meraviglia [θαυμάζον, thaumazon] riconosce di non
sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in certo qual modo,
filosofo …».
L’osservazione e l’indagine
In realtà, sarebbe stato Eraclide Pontico a far riferimento a “chi”, nella vita come
nelle feste a Olimpia, non va per affari, o per gareggiare o per divertirsi, quanto
invece per “osservare”, secondo una sorta di “turismo erudito”. Ed Eraclito avrebbe
sostenuto come gli uomini filosofi fossero "buoni indagatori di molte cose",
mostrando interesse ad andare al di là delle apparenze.
Zoé e Bios
Se Zoé (ζωή) è la vita in noi, per mezzo della quale viviamo (qua vivimus), bios
(βίος) allude al modo in cui viviamo (quam vivimus). Alla base del «βίος
πυθαγόρειος» v’era dunque uno “stile di vita” volto alla salute, dal greco δίαιτα,
dìaita, e in particolar modo nei confronti dell’assunzione di cibo, abbinata a pratiche
sportive o ricreative.
Uno “stile di vita”
“Questi vivevano, secondo l’indirizzo da lui impresso, nel modo seguente: di mattina
facevano delle passeggiate solitarie e si recavano in quei luoghi dove potevano
trovare in misura adeguata quiete e tranquillità…” (Giamblico, Vita di Pitagora,
96).
Lunghe passeggiate, contatto con la natura e la bellezza, meditazione, attività ginnica,
danza, musica, poesia, alimentazione sana ed equilibrata, vegetarismo, andreia
(ανδρεία, bravura, valore, coraggio)… Questo sarebbe l’aspetto più evidente di quello
che giornalmente si faceva nel VI sec. a.C. nella πόλις magno-greca di Κρότων.
Etaireia
Il movimento misticheggiante creato da Pitagora si venne strutturando su base
comunitaria (per Burkert, quale “comunità pitagorica di culto”), riservata ed
esclusiva, iniziatica ed esoterica, assumendo i caratteri d’una confraternita analoga a
quei sodalizi guerrieri sui quali s’era impostato l’ordinamento politico-istituzionale
lacedemone, e naturalmente assimilabile a un qualche tipo di consorteria analoga a
un’arcaica εταιρεία, etaireia.
La Philìa
Giamblico vi distingueva una cerchia “interna” di seicento “adepti”, εταιρείoι,
etaireioi, laddove duemila erano quei φῐῐλοι, philoi, che praticavano una qualche
forma del culto, per J. A. Philip (Pythagoras and Early Pythagoreanism, University
of 1966), dalla straordinariamente potente comunanza di visione del mondo e di
destino spirituale, oltre che dall’indissolubile legame d’amicizia (φιλία).
Didaskaleion
Gli εταιρείoι erano i veri depositari della sapienza custodita dal movimento, σοφοί, i
quali avevano accesso, secondo Porfirio, a un “antro” riservatissimo nel quale
praticare le cerimonie più occulte, impostate su qualche modalità contemplativa o
meditativa. Tale διδασκαλεῖον, didaskaleion, avrebbe avuto conformazione
architettonica prossima al semicerchio per riprodurre quel simbolismo cosmico
derivato dalla rotazione celeste, semiciclo/ semiperiodo della precessione degli
equinozi.
Akousmatikoi e Mathematikoi
Le due categorie di “af-filia-ti” (la cui etimologia potrebbe essere rivista alla luce di
quanto sopra, a proposito di φῐῐλοι e φιλία) indicavano molto probabilmente anche
differenti livelli conoscitivi dalle ricadute pratiche e gerarchiche: gli akousmatikoi,
ἀκουσματικοί (da ἄκουσμα «percezione uditiva), che si limitavano ad ascoltare le
lezioni, e i mathematikoi, μαθηματικοί, che imparavano a metterle in pratica.
Il “teatro” pitagorico
Porfirio racconta di come, ancor prima dell’esilio megalo-elladico, Pitagora fosse
abituato a meditare all’interno d’un’emblematica “caverna cosmica”, rifugio per
pochi eletti; mentre la “scuola” aperta in patria, a Samo, aveva preso la
denominazione di “semicerchio”, o teatro (da θεωρεω, theoreo, osservare – per –
comprendere), dove ci si riuniva tutti a deliberare sugli argomenti di comune
interesse.
Dattili Idei
A Creta, Pitagora s’era accostato ai misteri di Morgo, uno dei Dattili Idei (Δάκτυλοι
᾿Ιδαιοι), dai quali venne persino purificato con una “pietra di fulmine”.
“Fin dall’alba, stesosi supino vicino al mare e di notte presso un fiume, fu
incoronato con ciuffi di lana d’agnello nero. Disceso poi nel cosiddetto antro ideo
avvolto di lana nera trascorse tre volte nove giorni rituali, fece un sacrificio a Zeus e
contemplò un trono sul quale ogni anno venivano stesi tappeti. Vi incise un epitaffio
dal titolo Pitagora a Zeus che inizia così: Qui giace morto Zan che chiamano anche
Zeus”.
Zagreo
In “Themis. A study of a social origin of greek religion” (1927), Jane H. Harrison
evidenziò il valore misteriosofico di questo brano di Porfirio, e, visto che i misteri
attribuiti ai Dattili Idei avevano svolto un ruolo fondamentale anche nell’iniziazione
di Orfeo, lo accostò al frammento 472 della tragedia euripidea, giuntaci “sfilacciata”,
Κρἡτες (Cretesi): “Noi viviamo una vita pura da quando siamo stati iniziati ai
misteri di Zeus e del Monte Ida; noi mesciamo libagioni in onore di Zagreo
(Dioniso), che ama i riti notturni; noi partecipiamo ai banchetti antropofagici
accendendo le fiaccole sulle montagne in omaggio alla Grande Madre”.
I Titani
Rapito dai Titani, Dioniso Zagreo venne fatto a pezzi e divorato; e Zeus, dalle ceneri
dei cannibali fulminati creò gli uomini. Nella versione cretese del mito, Zeus non
soltanto era nato nella grotta del Monte Ida, ma vi morì anche, venendovi poi
cremato, e divenendo l’ultimo anello d’una catena di feroci, e “ripetitivi”, drammi
famigliari.
La fertilità proviene sempre da un’unione tra Cielo e Terra, da cui nascono più figli,
che il padre cercherà di “rimangiarsi”, trovando invece la morte per mano loro.
Dapprima Urano ebbe da Gaia dodici figli, al tempo in cui uno dei Cureti (Kourêtes,
giovani), accoppiatosi con Titaia, generò i Titani, ognuno dei quali avrebbe avuto
modo di lasciare in eredità agli uomini un dono prezioso.
L’agguato di Crono
Urano riuscì a ingurgitare undici figli, ma l’ultimo, Crono, messosi d’accordo con la
madre Gaia, si nascose nella vagina-caverna per tendergli un agguato (λοχεός,
locheos) ed evirarlo nel momento dell’amplesso. Pure Crono, in seguito, divoro i figli
avuti da Rea (la romana Opi, detta Magna Mater deorum Idaea), venendo a sua volta
castrato da Zeus, che gli farà vomitare gli ingoiati fratelli e la pietra stessa scambiata
per lui, dopo essere stato allevato e protetto dai Coribanti (Κορύβαντες, Cureti, o
Dattili Idei), che con il baccano infernale provocato da balli, salti e percussioni di
scudi e tamburi, erano riusciti a coprirne i vagiti e non farlo scoprire dal padre. Sciolti
dalle catene, i tre Ciclopi, incatenati da Crono, ricambiarono il liberatore
consegnandogli la Folgore.
Kallipolis
Forse, però, la musica di questi “coreuti”, che doveva nascondere le grida del piccolo
Zeus, non era soltanto chiasso in grado di annullare un altro rumore.
Nell’ultimo dei suoi dialoghi (Νόμοι), Platone racconta d’un’«escursione»
organizzata sul monte Ida, proprio alla ricerca di questa grotta (vagina, λοχεός), nel
mentre si disquisisce intorno a quale possa essere la costituzione migliore; e, siccome
le leggi provengono da Zeus, è nella sua caverna (utero) che di esse si può
rintracciare nascita, origine e senso.
Platone immagina una Kallipolis, Καλλίπολις, più che “bella”, armoniosa, perché
“musicale” e ritmica, dove si educhino i cittadini alle leggi: “Essa deve incentrarsi
sulle arti dinamiche: la musica e la danza, e la ginnastica. (…) Su tutte domina il
ritmo: il ritmo della musica per la salute dell’anima e il ritmo della ginnastica per la
salute del corpo. Tutte le azioni e le opere prive di ritmo e armonia sono invece
pericolose…”.
Clinia di Creta, Megillo di Sparta e l’«ospite Ateniese», ovverossia Platone
medesimo e gli altri due pellegrini, avrebbero trovato in quell’antro, luogo di
meditazione, il senso di quel ritmo armonioso che fornisce la giusta “misura” della
vita personale e sociale.
Pietra di fulmine
La purificazione con un pietra caduta dal cielo, o meteorite, dal valore ierofanico,
trasforma il sito in cui s’è verificato l’impatto dell’aerolite (come il simulacro della
Grande Madre Idea, Cibele) in uno spazio sacro, qualitativamente celeste più che
mondano. Al simbolismo dell’illuminazione spirituale, vissuta quale gloria divina,
che appare nella sua straordinaria chiarezza al myste (μύστης, iniziato ai misteri)
segnato da tale indelebile esperienza, viene fatto cenno in una Laminetta (orfica)
ritrovata a Timpone piccolo (di Corigliano Calabro), nel territorio dell’antica
Thoúrioi, Θούριοι.
Evklúí Patereí
Rappresentato come tedoforo, Eubuleus o Eubouleos (Εὐβουλεύς, buon consiglio)
suggerisce che, più che un epiteto di Zagreus o di Zeus (come Zan), il suo ruolo fosse
quello di guidare la via del ritorno dalla discesa agli Inferi. Nelle Laminette orfiche,
viene invocato subito dopo la Regina dell’Oltretomba, assieme a Eucles (Εὐκλῆς,
buona fama), oppure Evklus, nella Tavola di Agnone, un dio sannita, che nel suo
aspetto di psychopompos, ψυχοπομπός (Evklúí Patereí) equivarrebbe a Hermes/
Mercurio. Il che fa pensare a un pantheon arcaico di Grandi Dei (Μεγαλοι θεοι)
mediterranei legati a una figura centrale di Grande Madre (quale Axiéros, Rea,
Dictinna, Cibele…), favorente sovrapposizioni e fusioni tra Coribanti, Cureti, Dattili,
Cabiri (Κάβειροι), Telchini (Τελχῖνες), Penati, Anaci… la cui identità si sarebbe fatta
sempre più incerta.
Ecateridi
I cinque Daktyloi, o dita, erano generalmente considerati identici ai Kourêtes, e
avevano un numero uguale di sorelle denominate nel loro insieme Ecateridi
(Ἑκατεριδες), il cui nome andrebbe ricollegato a due termini, hekateris, ed hekateros,
che definiscono due tipi di danze popolari, l’una impostata sul movimento delle mani,
l’altra caratterizzata da salti, nel corso dei quali le gambe vanno a ripercuotersi sui
glutei.
Discendenti di Ecate
Secondo Esiodo, discendevano esse dall’Ecate preindoeuropea, conosciuta anche
come Zea, e perciò probabile paredra di Zan/ Zeus, oltre che di Hekatos/ Apollo
(Εκατος, il lungi-saettante), per cui l’etimologia ellenica (Ἑκα, cento e τέρας,
meraviglia; oppure ἑκάτερος, ciascuno/a dei due) potrebbe rendersi fuorviante.
Divenendo, però, ogni Ecateride la consorte del proprio fratello, Daktylos, avrebbero,
entrambi i gruppi, tutti insieme, consentito, intrecciando dito con dito,
quell'armonioso ripiegarsi delle mani su se stesse. Da quest’unione nacquero Satiri
(Satyroi), Oreadi (Oreiadi) e quei Cureti (Kouretes), considerati i primi cretesi,
nonostante le Ecateridi venissero identificate anche con le sorelle-mogli di questi
Kouretes, le Meliai (Meliae), e con le dee orgiastiche dei Misteri di Samotracia, le
Nymphai Kabeirides, compagne dei Cabiri di Lemno.
Hieros logos
Il capretto, l’agnello, la lana nera, la corona, la ruota, l’«acqua che scorre», la
contemplazione del “Trono celeste”, ove ogni anno vanno distesi “tappeti”, l’epiclesi
del dio Ideo, con cui ci si deve identificare, e l’epitaffio quale sintesi d’un più
articolato hieros logos, ιερός λογός, trascritto presumibilmente a memoria dai
discepoli per potervi rimodulare una successiva liturgia, costituiscono, oltre alla
“pietra di fulmine”, i principali elementi misterici caratterizzanti quest’esperienza
mistica.
Una Nekyia?
In un frammento, Ermippo ridicolizzava l’aspetto “operativo” di una qualche forma
di Nekyia (νέκυια), come pure Aristofane satireggiava su quel conviviale banchettare,
con i defunti, nell’oltretomba. A fianco delle libagioni sacre, comunque, dei sacrifici
non cruenti, della dieta rigidamente vegetariana, emergono soprattutto delle
prospettive eminentemente etiche, nell’ampia elencazione di Giamblico, laddove si
tace però dei rituali, del simbolismo, delle tecniche meditative. Esistevano quindi dei
meno noti insegnamenti orali, o akusmata, ακούσματα.
Akusmata
Per Maria Timpanaro Cardini (“Pitagorici. Testimonianze e frammenti”, 1958-64), l’
άκουσμα “s’ascolta”, “e ha valore di verità e di suggestione etica non solo per il
concetto che racchiude, ma anche per le stesse modalità con le quali viene espresso.
È metaforico e simbolico; trae la sua forza persuasiva dal suono e dall’immagine
evocati dalla parola; ha qualcosa della formula magica”.
Così come ci sono pervenuti negli elenchi di Giamblico (82), o Diogene Laerzio
(VIII, 17), Nuccio D’Anna (Pitagora e il pitagorismo, Arkeios, Roma 2022)
considera questi ακούσματα “istruzioni ormai disarticolate e indicazioni fuoriuscite
da un contesto molto più complesso di quanto potrebbe sembrare”, a prima vista, da
una lettura tardo-platonizzante.
Symbola
Un notevole interesse chiarificatore avrebbe rivestito quell’«Esegesi dei symbola
pitagorici» scritta da Anassimandro il Giovane, la quale però non ci è purtroppo
pervenuta. L’esposizione di molti di questi symbola avrebbe potuto seguire uno
schema a enigma, centrato sulla dualità di domande e risposte, da imparare a
memoria per meglio rifletterci sopra e riformularle in altri termini, considerate
com’erano delle vere e proprie “rivelazioni” alla stregua dei vaticini oracolari.
Giuseppe M. S. Ierace
All'interno della meccanica celeste che si riflette negli ingranaggi della vita terrena,
avviene una movimentazione di anime che travalicano i confini del sentire e del
vedere con i cinque sensi, dell'orientarsi con le tre dimensioni terrene; esse
attraversano il taglio tra la vita e la fine, più o meno consapevolmente, e tra la fine e
il nuovo inizio. Solo il sonno avvicina con dolcezza a questa meta, ci addestra alla
fine delle attività frenetiche di tutte le esistenze sospendendoci dal tritacarne dei cicli
della quotidianità, facendoci conoscere la non-esistenza. Cosa o chi sovrintenda quel
confine tra il binario vita/morte, quel momento preciso di scissione e slegamento da
questa dimensione è uno specifico Ente, identificato come Arcangelo in moltissime
culture, ed ora, in questa epoca, nominato sempre più frequentemente come Azrael -o
attributi di questi- vista la multiforme varietà della sua struttura percepita. Non è la
morte personificata identificata come tale dal nostro immaginario, lo scheletro
incappucciato che brandisce la falce, Tristo mietitore o Nera Signora, entità neutra o
polarizzata al maschile o femminile nelle varie mitologie e culture, (sicuramente
derivanti dai vissuti collettivi che l'hanno creata, la peste del 1346 ad esempio), ma
un Angelo neutro, specifico e fulmineo nella sua funzione. Egli non può essere
completamente associato alla figura della morte in se' perchè vi sono altri enti
dedicati alla decomposizione dei corpi e di ciò che vi rimane. La morte terrestre
diventa immagine associata alla digestione delle spoglie da parte dell'elemento terra e
degli aiutanti decompositori, simbolo della nigredo alchemica, dello smembramento e
dispersione delle ossa, diventa esempio di grande trasformatore per chi sa
interpretarne la funzione e timore per l'ignoto destino per le masse da assoggettare ad
una religione o un potere temporale. Azrael presiede alla funzione di un vero e
proprio taglio effettuato con una spada di fiamme bianche, che avviene a livello della
gola da dove l'anima ne esce, abbandonando la forma della matrice del corpo eterico.
Avviene un'estroflessione come un piegarsi all'indietro, e la forma diventa una sfera
di individualità dove la coscienza emerge in tutti i punti interni ed esterni di questa
massa di energia che non perde intelligenza e presenza. La fine di un individuo
(anche la sua incarnazione) è determinata dal destino e dall'accordo pre-nascita, ma la
funzione in essere è sua, come mediatore tra vita e morte, presente dall'inizio dei
tempi ed anche nel concepimento. Ciò che guida la forma di coscienza verso il
viaggio o l'eventuale seconda morte (dispersione, oblio o ricongiungimento col tutto)
è l'intento di questo Arcangelo che prende anche ruolo di psicopompo guidando
l'anima o se' spirituale attraverso le sfere. Non vi è un tempo terrestre definito per
l'abbandono della dimensione terrena e il processo di distacco dalla vita appena
passata, dal ricordo di avere posseduto un corpo, un ruolo, una direzione, dei legami
(tutto questo scompare attraverso l'intima natura di questo Angelo che emerge in ogni
essere), ma ricorre spesso il numero di giorni di una quarantena. Aiuta inoltre a chi
rimane qui a stare nel dolore o di un lutto o di una perdita, ad abbandonare il passato
che viene relegato in una scatola della memoria, per poterlo poi dopo attraversare,
rielaborare e dare luogo alla destrutturazione di un vecchio modo di pensare e dare
spazio a nuove dinamiche psichiche, visioni, avanzamenti, progetti. Non si può
sopravvivere. Dove c'è sopravvivenza non vi è trasformazione. Egli accompagna il
lavoro del necromante, accolto nei luoghi cimiteriali, infondendo potere e massima
consolazione nell'affondare le mani nella smossa terra tombale, nella vista del fiore
appassito o nella raccolta del legno di una bara sfatta sul fango del terreno. E' nel
grigio novembrino dei ricordi, dei lutti, degli irrisolti e nelle zone d'ombra che Lui ti
farà operare accompagnato da tutti i suoi aiutanti. Non tanto nell'accettazione, ma
nella trasmutazione della nigredo, quella che mette in ginocchio azzerando
completamente la forma che ci si era dati sino a quel momento. Affrontare un
cambiamento derivante da una fine sia da fuori che da dentro non ne cambia il
significato. Diventa una grande opportunità per un vero iniziato. Il lavoro con ombre
e illusioni, o immagini indefinite, o orpelli e finti ruoli che ci si sa ben applicare in
una profana vita, con un solo taglio farà superare la paura del cambiamento e cadere
nell'ineluttabile accettandone l'oblio qualora arrecasse horror vacui oppure
affrontandone l'inaffrontabile abisso senza fine. Mai come oggi si è cercato di
censurare la morte (se non per esibirla attraverso media o social) in una società
dell'apparenza che impone una continua esposizione di finzione personale, ma che ha
cominciato a scricchiolare quando ha adottato la frammentazione fin nella sua
struttura interna, attraverso la digitalizzazione e la riduzione dell'immagine in pixel.
Una frammentarietà che ne decreta lo smembramento tanto quanto la struttura del
mosaico, tecnica artistica che ha avuto il massimo utilizzo nel periodo di decadenza
dell'impero romano e ha continuato sino all'alto medioevo e che ci richiama
all'assoluta precarietà di fronte a ciò che potrebbe accadere domani. La prova è stata
senz'altro data dagli ultimi due anni di manipolazione sociale, o come avveniva in
antichità, quando si avvertivano segni di decadenza di uno stato e si era in pericolo
per invasioni, malattia, saccheggi. Imparare a permanere in assenza di futuro. Sapere
che si può cessare di esistere. Capire l'entropia distruttiva di certo progresso che si
pone contro i principi naturali della Creazione, perché non si è stati in grado di
accettare e trasformare le proprie ombre e comprendere i propri demoni,
addebitandoli fuori da noi, rimettendoli alla terra in un costante matricidio e
prevaricazione facendo dell'uomo un individuo che accetta di buon grado
sottomissione e schiavitù. La morte della morte che in ultima istanza annienta se'
stessa. Azrael rappresentato come residente nel Terzo Cielo. Ha quattro facce, e
quattrocento ali, e il suo intero corpo consiste in occhi e lingue, il cui numero
corrisponde a quello delle persone che abitano la Terra. Per la cultura ebraica è
descritto come Serafino e apparirebbe al morente vestito come l'Eremita nelle figure
dei Tarocchi. Nella tradizione Talmudica, Samael (castigo di Dio), viene associato ad
Azrael possedendo ruolo di distruttore, seduttore, accusatore, con compiti truci da
sterminatore, venendo considerato Arcangelo non necessariamente negativo ma
funzionale ad un'esecuzione capitale delegata da Dio come in tutta la tradizione
biblica.
Iset
dicembre 2022
Dispense pubblicate da
Fosforo e Mercurio