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Sothis
Anno IV Numero VII
Equinozio d'Autunno 2023 ev
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Sommario
Editoriale pag. 4
D’oro, ma pur sempre Asino, quel Lucio? di Giuseppe M.S. Ierace pag. 43
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Editoriale
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durante l'incarnazione precedente. L'unione col Sè Superiore si ha in Tiphereth e
l'abbandono della propria personalità terrena si attua con l'attraversamento
dell'Abisso. Con questo atto si ci porta fuori dalla Ruota del Samsara e si ci identifica
con la Suprema Coscienza.
Ma come affrontare dunque la morte di persone care e il dolore?
Il Libro della Legge sentenzia che dovrebbe esserci una Festa per la Vita ed una più
grande Festa per la Morte. Cioè Nascita e Morte andrebbero festeggiate allo stesso
modo, sono parte di uno stesso fenomeno. Perché non piangere quando un bambino
arriva al mondo? Quella è la fonte di tutti i suoi mali, se non si fosse incarnato non
dovrebbe morire. Ma è invece un motivo di festa perché con l'incarnazione il Sé si
può manifestare nuovamente su questo piano e svolgere la sua missione. E la morte
sarà il compimento di quella particolare missione, e sarà da festeggiare allo stesso
modo.
Lasciamoci alle spalle i comportamenti da deboli, i pianti e i rimorsi: tutto è come
deve essere.
L'unica cosa che possiamo fare è incamminarci, affinché la Luce di Tiphereth possa
illuminare i nostri cuori, e con essa illuminare le Tenebre sotto di Noi.
Ma come disse una volta una persona che ho reputato essere un mio insegnante in
questa incarnazione (anche se non posto continue foto di lui sui social): a volte fa
comodo seguire un maestro morto.
Sapah Zimii
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Alba
Nulla si muoveva ancora sul frontone dei palazzi. L'acqua era morta. Gli
accampamenti d'ombre non lasciavano la strada del bosco. Ho camminato, destando
gli aliti vivi e tiepidi; e le gemme guardarono, e le ali s'alzarono senza rumore.
La prima impresa fu, nel sentiero già pieno di freschi e pallidi splendori, un fiore che
mi disse il suo nome.
Risi alla cascata che si scapigliò attraverso gli abeti: sulla cima argentata ravvisai la
dea.
Allora sollevai a uno a uno i veli. Nel viale, agitando le braccia. Per la pianura, dove
l'ho annunciata al gallo. Nella grande città, ella fuggiva tra i campanili e le cupole; e,
correndo come un mendicante sulle banchine di marmo, io le davo la caccia.
In cima alla strada, presso un bosco di lauri, l'ho avvolta nei suoi veli ammassati e ho
sentito un poco il suo immenso corpo. L'alba e il fanciullo caddero ai piedi dei bosco.
Arthur Rimbaud
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L'Iniziazione all'Ermetica
di Franz Bardon
di Simone Mussi
Con questo articolo inzieremo ad approfondire uno dei più grandi maestri di
Ermetismo del XX secolo, Franz Bardon.
Della sua vita privata conosciamo molto poco, tuttavia attorno alla sua figura
gravitano diverse leggende, partendo proprio dalla sua nascita. František Bardon
nacque il primo dicembre 1909 vicino Troppau, a Kateřinky (ora borgo di Opava)
nella Slesia Austriaca, primogenito di 13 figli e unico maschio. Si racconta che il
bambino (settimino), nato in una situazione di coma profondo secondo alcuni o
addirittura morto secondo altri, riuscì a salvarsi solo grazie ad un intervento
miracoloso della sua levatrice, che avrebbe permesso al bambino di tornare a
respirare.
Per quanto riguarda la sua famiglia, sicuramente la figura più interessante risulta
essere il padre Viktor. Fonti certe documentano che egli fu discepolo del teosofo Karl
Weinfurter e un assiduo frequentatore della loggia teosofica “Alla Stella Blu”, proprio
come Gustav Meyrik.
Inoltre, parrebbe che il suo più grande desiderio, per il quale pregava assiduamente la
Divina Provvidenza, fosse ricevere una guida spirituale superiore, un maestro
incarnato. Molti ritengono che le sue preghiere siano state effettivamente esaudite
quando Franz compì 14 o 16 anni. Sembra, infatti, che durante questo periodo il
ragazzo andò incontro ad un improvviso e profondo mutamento caratteriale e
spirituale, diventando niente di meno che l’avatar del leggendario Ermete
Trismegisto.
Secondo la mia onesta opinione tali storie, diffuse principalmente dalla segretaria
personale nonché discepola di Bardon Otti Votavova, sono poco attendibili. Le
motivazioni di questa mia affermazione risiedono principalmente dall’analisi del libro
“Frabato il Mago”, scritto quasi interamente dalla Votavova, nel quale vengono
narrate storie talmente incredibili (che denotato una notevole e a tratti esagerata
mitizzazione del personaggio) da trasformare quello che sarebbe dovuto essere un
romanzo autobiografico in un romanzo fantasy-occulto.
Se realmente credessimo che Franz Bardon sia nato o si sia incarnato già con tutte le
sue abilità magiche, paradossalmente confuteremmo e sminuiremmo tutto il suo
lavoro di una vita, documentato in “Iniziazione alle Dottrine Ermetiche”, che si
prefigge di offrire a tutti la possibilità di raggiungere vette spirituali attraverso
l’assidua pratica e un impegno costante.
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Tralasciando tali racconti, è innegabile che Franz Bardon sia stato uno splendido
essere umano, caratterizzato da una profonda sensibilità e da una spiccata
intelligenza.
Per quanto ne sappiamo, Frabato ebbe una normale infanzia, e lavorò da adolescente
come apprendista meccanico per macchine tessili industriali.
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pubblico. Alcune descrizioni dei suoi spettacoli sono presenti all’interno del libro
Frabato il mago, nella prima parte del libro.
Alla fine degli anni ’30, a causa della sua ormai grande fama di chiaroveggente e
guaritore, guadagnò le sgradite attenzioni di Adolf Hitler, il quale era molto
interessato all’occultismo. Bardon fu quindi arrestato dal regime nazista e rinchiuso
in un campo di concentramento per 3 anni, da cui riuscì a fuggire grazie all’intervento
sovietico.
A guerra finita riuscì finalmente a tornare ad Opava, dove sembra che per un periodo
abbia lavorato presso l’ospedale con funzioni amministrative, ma continuò ad operare
come guaritore, chiaroveggente ed esperto di spagiria, ed ebbe anche la possibilità di
studiare medicina naturale presso la scuola di Monaco di Baviera.
Poiché le sue doti di guaritore erano conosciute ben oltre i confini della sua città, ben
presto si ritrovò a ricevere pazienti provenienti da tutta l’Europa. In questo periodo
della sua vita ebbe inoltre la possibilità di conoscere molti altri esoteristi, fra cui Josef
Drábek, Pierre de Lasenic e altri nei gruppi di Praga, derivati dagli insegnamenti di
Weinfurter, a cui era interessato anche il padre Viktor. In questi circoli era conosciuto
con il nome iniziatico di Maestro Arion, e pare abbia avuto diversi allievi. A Praga
conosce inoltre la sua segretaria e assistente, Otti Votavova, colei che si occupò della
pubblicazione dei suoi libri.
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Le frequentazioni dei gruppi praghesi, uniti alla sua notevole fama, insospettirono la
polizia comunista, che imprigionò Franz Bardon nel 1958, con l’accusa di non aver
pagato le tasse sull’alcool utilizzato nella produzione dei medicinali spagirici.
Il 10 luglio 1958, mentre era ancora in attesa del processo, Bardon morì nell’ospedale
di Brno in circostanze misteriose, probabilmente a causa di una pancreatite non
curata. Questa notizia non fu mai definitivamente confermata.
Per quanto riguarda le opere di Bardon, senza dubbio la più importante è
“Introduzione alle Dottrine Ermetiche”. Risalente al 1956, questo lavoro, grazie al
linguaggio estremamente comprensibile in cui è stata redatta e agli esercizi proposti
di semplice intendimento, è considerata una delle opere di magia più chiare che siano
mai state scritte. Inoltre, la sua divisione per livelli (da 1 a 10) rende più semplice al
ricercatore controllare la propria progressione.
A differenza di molti altri sistemi magico-iniziatici, quella di Bardon è una vera e
propria autoiniziazione. L’aspirante non necessita di aderire a nessun culto o gruppo
particolare, ma può svolgere interamente il lavoro da solo, anche se non viene mai
sconsigliata la possibilità di interagire con altri praticanti o comunque di approfondire
altri argomenti che possono essere affini alla pratica. Per queste motivazioni le sue
opere risultano adatte sia per il lettore comune, sia per il serio ricercatore di magia
ermetica.
Benché, come già accennato, il sistema metafisico di Bardon non sia legato a nessun
culto/religione in particolare, esso è collegato a diverse tradizioni misteriche, fra cui
la tradizione induista da cui prende in prestito i termini come Tattwa e Akasha quando
si riferisce agli elementi, e la tradizione alchemica classica a cui fa riferimento
quando parla di corpo eterico e corpo astrale. Uno dei capisaldi del sistema di Bardon
è la quadripolarità dell’essere umano, ovvero il contenere dentro di sé tutti i 4
elementi.
Questo è chiaro fin dai primissimi esercizi, quando viene richiesta una operazione di
auto-analisi attraverso la creazione degli “specchi dell’anima”, uno negativo ed uno
positivo, contenenti al loro interno almeno 100 aspetti negativi e 100 aspetti positivi
che caratterizzano la persona. Successivamente, gli aspetti appartenenti ad entrambi
gli specchi verranno suddivisi nei 4 elementi corrispondenti, in modo da sapere quale
elemento è più preponderante all’interno del carattere dell’adepto, e quindi conoscere
il punto di partenza sul quale lavorare. Questo è probabilmente l’esercizio più
importante di tutto il sistema, siccome è di fondamentale importanza per procedere
nella via, ma soprattutto per ottenere sin dai primi livelli un certo equilibrio fra i 4
elementi.
Gli esercizi per ciascun livello sono divisi a loro volta su 3 piani, il piano mentale, il
piano astrale e quello fisico. Un ulteriore cardine del sistema metafisico del Bardon è
quello di procedere attraverso gli esercizi sui 3 piani contemporaneamente, per uno
sviluppo magico equilibrato, e di non procedere coi livelli successivi sino a quando
gli esercizi dei 3 piani non saranno completati e padroneggiati.
Lungo tutta l’opera viene data una particolare attenzione all’equilibrio del praticante,
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equilibrio che si può ottenere attraverso non solo l’autoanalisi, ma anche tramite
numerosi esercizi di autosuggestione per eliminare cattive abitudini, come quella del
fumo o dell’alcool, per poi culminare negli esercizi del piano astrale del livello 3 e 4,
dove l’adepto viene messo in contatto con le energie dei 4 elementi nelle rispettive
zone del corpo, in modo tale da padroneggiare gli elementi e dunque padroneggiare
se stessi.
Nulla è statico, quando Bardon parla di equilibrio è chiaro che si riferisce ad un
equilibrio dinamico e ad una tipologia di lavoro su se stessi che durerà tutta la vita e
sarà sempre necessaria per lo sviluppo dell’uomo quale ente magico.
Un altro aspetto da non sottovalutare è la pratica giornaliera e la creazione di un
proprio personale rituale giornaliero in cui svolgere durante la giornata gli esercizi
proposti, assieme a tutta una serie di abitudini salutari (proposte nel primo livello)
che saranno da portare avanti per tutta la vita.
Personalmente io do moltissima importanza alla pratica fisica del primo livello, che
ormai compio da circa otto anni, e trovo di una importanza fondamentale per il
progresso magico.
I lavaggi con l’acqua fredda e il frizionamento della pelle con spazzole di seta
naturale sono un vero toccasana per la pratica e la salute dell’adepto, poiché aiutano a
migliorare la percezione della respirazione energetica tramite i pori ed il corpo, oltre
ad essere un notevole defaticamento per i reni. Svolge un ruolo centrale nella pratica
anche l’ingestione consapevole del cibo o più correttamente il “segreto
dell’eucaristia”, accompagnata da un ideale o da un “desiderio”, molto utile per
progredire rapidamente e risolvere problemi interiori o cattive abitudini del
praticante.
Inoltre, per quanto riguarda i rituali, Bardon pone un particolare accento su di essi
all’interno del quarto livello, ove invita l’iniziato a creare dei propri rituali personali,
utilizzando ad esempio esclusivamente le dita. Infatti, secondo Bardon, il vero adepto
dovrebbe essere in grado di svolgere un rituale ovunque, anche in mezzo ad una folla,
utilizzando semplicemente le dita di una mano nascosta nella propria tasca.
Le mani a tutti gli effetti sono un vero e proprio microcosmo, e la posizione delle dita
ed i gesti possono davvero portare il macrocosmo nella vita di tutti i giorni attraverso
semplici simboli o gestualità quotidiane.
Il lavoro del piano mentale affronta diversi esercizi riguardanti la visualizzazione, la
quale non è solo intesa dal punto di vista visivo, ma coinvolge tutti e 5 i sensi,
collegati a loro volta con i 4 elementi e l’Akasha. Risulta particolarmente interessante
notare come certi esercizi che coinvolgono l’utilizzo di determinati sensi possano
risultare più o meno semplici di altri, a seconda dell’equilibrio elementare
dell’adepto.
Prendendo ad esempio me stesso, ho faticato per anni ad avere delle visualizzazioni
visive chiare, la vista è il senso collegato all’elemento fuoco, e nei miei specchi ho
sempre avuto particolari carenze di questo elemento dentro di me, mentre gli esercizi
che riguardano il tatto e l’udito non mi hanno mai causato alcun problema.
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Ad esempio, una persona che presenta carenze nell’elemento fuoco nei propri
specchi, avrà particolari difficoltà nel creare visualizzazioni visive chiare, in quanto
la vista è collegata a questo elemento. Viceversa, per la stessa persona potrebbe
risultare molto più semplice evocare sensazioni tattili o uditive nella propria mente.
Anche da questo punto di vista il programma del Maestro Bardon risulta il più
completo in assoluto, perché sviluppa le capacità dei 5 sensi in contemporanea, per
favorire ulteriormente la crescita equilibrata delle facoltà dello studente.
Un altro degli esercizi cardine del programma di Bardon è la capacità di trasferire e
proiettare la propria coscienza, prima internamente nel proprio corpo e nei suoi vari
organi/parti, poi successivamente all’esterno del corpo.
Inizialmente i primi esperimenti avvengono con oggetti inanimati, successivamente
con piante, animali ed infine con altri esseri umani.
Questa tipologia di esercizio molto particolare è di fondamentale importanza per
diversi motivi: oltre ad essere un prerequisito per i lavori di magia superiore e per
l’assunzione delle forme divine, tale esercizio permette di agire dall’interno
dell’oggetto/essere vivente utilizzando gli specifici elementi o l’energia vitale per
poter impregnare o trattare il soggetto, rendendo molto più significativa ed efficace
l’operazione.
All’inizio del quinto livello Bardon cita la celebre frase di Archimede, “Datemi una
leva e solleverò il mondo”, per riferirsi ad una particolare “quarta dimensione”.
Anche Battiato in una sua canzone parla di un “centro di gravità permanente”, questo
centro è lo stesso punto a cui si riferiscono Archimede e Bardon, è la capacità di
trasferire la propria coscienza in questo punto ben preciso che è il centro dell’essere
oggetto dell’esperimento. Il trasferimento nel proprio centro è anche il prerequisito
per accedere all’Akasha, oltre ad essere un santuario personale che può essere
utilizzato per le operazioni alchemiche più importanti su se stessi ed accelerare quindi
la propria evoluzione spirituale.
Il percorso proposto da Bardon in “Introduzione alle Dottrine Ermetiche” è in grado
di toccare tutti gli aspetti più importanti della magia, ed è idoneo a preparare gli
adepti alle più disparate forme di magia, fra cui la magia cerimoniale. Viene
consigliato dallo stesso maestro di trattare tali argomenti solo ed esclusivamente dopo
la buona riuscita e il completamento dell’ottavo livello del primo libro. La buona
riuscita di tutti i 10 livelli del primo libro è un processo particolarmente lungo, che
può richiedere molti anni di pratica e dedizione, se non una vita intera per
comprendere a fondo i significati profondi degli esercizi proposti.
Il secondo volume, conosciuto in Italia come “Introduzione alle Dottrine Ermetiche
Vol. II, La Pratica dell’Evocazione Magica”, è in realtà un libro molto classico di
magia cerimoniale, e affronta dunque l’evocazione degli spiriti.
L’opera è suddivisa in tre parti. La prima parte del libro mette molta enfasi circa il
significato simbolico degli strumenti del mago ed il loro utilizzo, per poi culminare
nella pratica vera e propria. Il mago deve entrare nella cosiddetta “estasi Akashica”,
ovvero una particolare proiezione di coscienza in cui il mago entra in contatto con la
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sfera dell’entità che desidera contattare e chiamare a sé. Il mago, prima di svolgere
questo procedimento, dovrà prima di tutto connettersi con il guardiano della soglia,
censore psichico che separa la coscienza del mago dalla coscienza akashica o
universale.
Nella seconda parte del libro, Bardon divide gli enti in gerarchie e li descrive
accuratamente, spiegando in quale modo possano aiutare il mago e quali sono i loro
poteri. Egli suddivide gli enti sono divisi a seconda sia delle sfere di appartenenza
(es. Terra, Luna, ecc.) che a seconda dei quattro elementi a loro affini.
La terza e ultima parte del libro è completamente disegnata, e sono presenti tutti i
sigilli per l’evocazione degli enti descritti nella seconda parte del libro, con i relativi
nomi e gradi astrologici. Da diverse testimonianze pare che Bardon fosse solito
tracciare tali sigilli nell’aria con la mano, e successivamente entrasse in uno stato
estatico, dando luogo successivamente ad una serie di fenomeni. Molti di questi
sigilli sono stati trattati anche nei lavori e nelle opere di Quintescher, caro amico di
Bardon.
Nel terzo volume, conosciuto in Italia come “Introduzione alle Dottrine Ermetiche
Vol. III, le Chiavi della Vera Qabalah”, Bardon tratta del misticismo delle lettere
ebraiche.
Ogni lettera è legata ad un particolare numero, suono, vibrazione e colore.
La prima parte, come di consueto, è prettamente teorica e tratta in generale di cos’è la
Qabalah e chi è il Qabalista. Il resto del libro è molto pratico, vengono trattate le
singole lettere dell’alfabeto legandone la vibrazione ad un colore; la Qabalah diventa
dunque un metodo per ottenere effetti magici al fine di risvegliare la coscienza nei
piani superiori.
Successivamente, si passa all’analisi e alla spiegazione delle formule costituite da 2 o
3 lettere dell’alfabeto ebraico, formule per ottenere effetti ben precisi.
Anche in questo caso l’adepto prima di poter praticare tale tipo di magia dovrebbe
perlomeno aver raggiunto l’ottavo livello del primo libro Introduzione alle Dottrine
Ermetiche.
Esiste un quarto libro, di cui purtroppo ci sono arrivati solo alcuni frammenti, e non è
mai stato tradotto in italiano. Si sarebbe dovuto intitolare il “Libro d’oro della
saggezza”. Le poche parti che si sono salvate sono state recentemente tradotte in
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inglese nel libro titolato “The Golden Book of Wisdom”.
Al suo interno è inoltre possibile trovare un’interessantissima serie di domande con
relative risposte del maestro Bardon circa diverse parti delle sue opere precedenti e
del suo sistema metafisico.
Negli ultimi anni si è assistito ad un rinnovato interesse circa la figura di Franz
Bardon, abbondano infatti libri di autori correlati al maestro ed esiste un’ampia
comunità interessata alle sue opere.
Questo ha portato alla traduzione in inglese di diverse opere di altri esoteristi che
sono entrati in contatto con il maestro, come ad esempio Josef Drabek.
Gli appassionati oggi hanno la fortuna di poter approfondire sempre di più la figura di
Franz Bardon e i suoi insegnamenti grazie a diversi siti e pagine dedicate, con la
possibilità di interagire con altri adepti più avanti nel percorso tracciato dal maestro.
Per quanto questo sia principalmente un percorso solitario, ho trovato personalmente
molto utile interagire con diversi autori facenti parte della comunità bardoniana,
come ho trovato stimolante leggere il lavoro di praticanti a me affini circa le parti più
ostiche e complicate di Introduzione alle Dottrine Ermetiche.
Di certo questo è un periodo molto interessante per chi decide di approfondire gli
insegnamenti del maestro Franz Bardon.
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TAZ: Una rivoluzione nascosta
di Audentem Est
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deciso di percorrere in quegli anni, optano per una scelta più “primitiva”,
abbracciando scelte di vita quali la dieta vegetariana, il nudismo, il rifiuto della
monogamia e soprattutto sperimentazioni artistiche. Lo stesso film presenta diverse
scene nel bosco che mostrano quello che potrebbe essere definito un Sabba o che
potrebbe ricordare delle pratiche rituali.
La giovane da prima con bigottismo, riconosce questa realtà come una cosa a lei
estranea e rifugge gli incontri con i giovani della comune, accusando anche Seybu (il
leader del gruppo) di essere un diavolo. Quando però inizia a comprendere che quella
realtà le fa vibrare delle corde che erano assopite da tutta la sua esistenza finisce per
abbandonare i suoi fratelli per abbracciarne il pensiero e lo stile di vita.
Il film è la storia romanzata di quella che era stata la comune fondata da Karl
Wilhelm Diefenbach, pittore, pacifista e pioniere del nudismo. L’avventura di
Diefenbach inizia con la sua prima comune nata a Vienna (fu anche uno dei modelli
per Monte Verità) per poi spostarsi a Capri dopo la bancarotta del primo tentativo. Ci
viene facile fare dei paragoni all’Abbazia di Thelema a Cefalù, poiché Crowley è
sicuramente un personaggio a cui siamo più vicini rispetto a Diefenbach ma anche se
i paragoni tra i due porterebbero a riflessioni molto interessanti, il ragionamento che
la visione del film porta alla mente è principalmente uno: perché le TAZ sembrano
sempre destinate a fallire?
Tutte le più famose comunità di questo tipo paiono avere lo stesso comportamento,
che ricorda quello di un sasso lanciato da una fionda: una partenza esplosiva con uno
stupendo arco nel cielo che si conclude con una rovinosa caduta al suolo. Questo
metaforico sasso rappresentato dalle TAZ non ha mai la forza di colpire in maniera
incisiva il sistema, non riesce mai a portare su vasta scala i cambiamenti (per quanto
siano spesso utopistici) che si prefigge. Le conclusioni possibili di una TAZ sono
usualmente tre:
dissidi interni che portano a uno scisma o a uno scioglimento;
una fine violenta;
spesso una fine disonorevole i cui i membri “perdono la faccia” in maniera più
o meno drastica.
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dipendenza dal sistema esterno: le TAZ spesso falliscono nell’autosufficienza,
non riuscendo a procurarsi le risorse necessarie a rimanere in vita come luce,
acqua e cibo.
Dal punto di vista più sottile invece l’analisi non viene quasi mai presa in
considerazione: se pensiamo alle TAZ come a delle cellule che ambiscono a creare
dei cambiamenti in quello che è lo status quo (Status: Q! come lo definisce Grant
Morrison nel suo fumetto “Lo Schifo”) e se paragoniamo lo status quo ad un essere
vivente, è quasi scontato che una volta che questa cellula “ostile” viene scoperta e
identificata, il sistema immunitario vada a mobilitarsi per ottenere un risultato a lui
favorevole: l’eliminazione definitiva oppure l’annessione della cellula nei suoi ranghi
(come il libro di Orwell, 1984, ci racconta essere la scelta migliore).
Se i martiri sono pericolosi, lo stesso non si può dire dei traditori e di quelli che
perdono ogni credibilità. Se i primi possono diventare delle braci che faranno
divampare altri focolai di resistenza e rivoluzione, i secondi passeranno invece per
esempi da non emulare.
Il sistema immunitario è talmente efficiente che a volte non sembra neppure metterci
becco: se numerose sono le volte in cui la TAZ viene demolita con la forza (più o
meno esplicita), altrettante volte viene sfaldata semplicemente lavorando sugli anelli
che già sono meno inquadrati all’obbiettivo; ed ecco che sopraggiungono le faide
interne, le discussioni e a volte i tentativi di spodestare chi quella TAZ l’ha fatta
nascere; in una certa misura tutti ambiscono al potere e su queste crepe si fa spesso
leva.
Come per le Sette, quasi tutte alla morte del Leader si sfaldano: diversi membri
vogliono vantare il “lignaggio più puro”, far credere di essere “i veri eredi”, tutto per
il potere o per dei risvolti economici.
Su questa linea di pensiero una TAZ che perdura per troppo tempo risulta quasi
sospetta, soprattutto se non riceve le pressioni del mondo esterno che cerca di
correggerne la rotta e riportarla all’ovile.
Una cellula “sovversiva” che non viene attaccata dal sistema immunitario è molto
probabilmente allineata al sistema.
Si potrebbe pensare di concludere questa riflessione pessimistica con una citazione
che sono convinto diverrà un classico della cultura Cyberpunk: “Un lieto fine? Non
in questa città, no, sicuramente non per gente come noi”, ma in realtà quello che
potrebbe sembrare un discorso di certo non ottimista presenta in realtà un potenziale
alchemico: lo scopo della TAZ non è cambiare il mondo alla fine esso cambia in
maniera autonoma per rimanere sempre lo stesso. E tanto meno il suo scopo può
essere quello di diventare un nuovo Status Quo, proprio perché se il mondo rimane
sempre lo stesso la nuova idea che lo controllerebbe non sarebbe altro che una gabbia
differente. Invece l’alchimia della TAZ è sita nel trasformare come in un crogiuolo la
persona che vi aderisce, dove l’essere umano “muore” assieme alla comunità per
risorgere dalle rovine della struttura come un essere nuovo; credo che questo concetto
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il film lo mostri benissimo negli occhi della protagonista, vuoti e spenti nelle prime
scene mentre sono carichi di una nuova scintilla alla fine, sulla barca che porta nel
nuovo mondo.
Dobbiamo quindi accettare l’inevitabile, le comunità sono state distrutte in svariati
modi e sempre lo saranno, non è importante quanto nobili o rivoluzionari siano gli
ideali della stessa, per quanto lo status quo sia un animale malato e corrotto, il suo
sistema immunitario sarà sempre in grado di sopprimere tutte le cellule ribelli.
Sempre Grant Morrison, che è molto legato all’argomento di lotta allo status quo, ci
racconta in “The Invisibles” (a mio avviso una lettura fondamentale per chiunque
oggi abbia la pretesa di “fare magia”) di cellule che sotto ad un “collegio invisibile”
si adoperano per andare a destabilizzare questo sistema. Delle varie unità operative
che compongono il mondo descritto da Morrison, i metodi del gruppo anarchico
(quattro membri più uno a rappresentare i cinque elementi) di cui leggiamo le gesta
ha comportamenti a dir poco terroristici, e sicuramente quello che compie i gesti più
estremi durante la narrazione. Ma nel mondo “reale” non è possibile pensare di
percorrere certe strade a cuor leggero, e in un’ottica di “tempi civilizzati” la via che
bisognerebbe percorrere è quella opposta una resistenza attiva, incisiva ma
“sotterranea” in cui si piantano i semi rivoluzionari nella mente di chiunque sia
pronto a ricevere la “pillola rossa” (citazione legata a Matrix, dove Neo sceglie di
combattere con la “resistenza” per sconfiggere, se così si può dire, il male odierno).
Sicuramente i gesti eclatanti hanno la loro utilità e potremmo paragonarli alla zappa
che rompe il terreno più resistente prima di poterne piantare il seme, ma è
impensabile lavorare solo su terreni che sono ostici.
Interiorizzando queste riflessioni mi viene naturale approfondire il pensiero su come
sia necessario accatastare più legna possibile che vada a creare la nostra stessa pira,
perché quando verranno con torce e forconi (e prima o poi arriveranno) il fuoco sia
visibile da chilometri di distanza e le resine profumate del legno possano toccare più
nasi possibili.
Le TAZ muoiono e spesso i colpi più duri li ricevono i loro leader, additati il più delle
volte come manipolatori, se non anche peggio; le persone che ne sono state toccate e
cambiate saranno come braci che potranno appiccare nuovi focolai oppure non
andranno mai più nella direzione di una pratica comunitaria e preferiranno chiudersi
in un eremitaggio nel quale continuare il proprio cammino evolutivo, perché, come ci
ricorda Alan Moore, le idee sono a prova di proiettile.
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Principi applicativi di sviluppo interiore:
la relatività del Bene e del Male
A.L. Hathor
“La mia pura essenza, secondo la Legge, deve essere Amore. Io che vi amo
entrambi, Vi unisco nella sofferenza, e Vi prometto la ricompensa finale”
(Le Nozze di Satana - Jules Bois)
L’idea che l’uomo ordinario nell’epoca moderna reca in sé dei concetti di Bene e
Male è alquanto avulsa sia da una Verità Superiore che in relazione al pensiero delle
antiche civiltà.
Nei popoli antecedenti il monoteismo, a differenza di oggi, tali principi erano slegati
da una condizione prettamente morale e visti nella loro semplicità quali forze
complementari necessarie alla sussistenza del dinamismo creativo insito nella
manifestazione cosmica. Oltremodo erroneo risulta il confonderli, come spesso
accade, con le polarità; il Bene e il Male sono classificabili soggettivamente, le
polarità no, vi può essere un Male Positivo quanto un Bene Negativo e viceversa
mentre positiva sarà sempre l’affermazione di una forza e negativa l’opposizione alla
stessa; è inoltre importante, in una concezione di livello superiore, evitare di
catalogarli attraverso un’imposta moralità costruita su dogmi e preconcetti ma
valutandone invece le qualità evolutivo/costruttive rivolte all’acquisizione di una
conoscenza trascendente.
L’errore, insito nella natura umana, viene spesso catalogato come un “male” tuttavia
invece è necessario comprendere come la sua corretta interpretazione possa invece
divenire parte integrante, per non dire fondamentale, della conoscenza di Sé;
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l’osservazione di cause ed effetti relativi agli eventi, alle sollecitazioni, alle emozioni
che l’iter incarnativo ci offre, insieme allo studio delle forze Macro e Microcosmiche,
porterà a comprendere il lato costruttivo delle esperienze stesse finalizzandole ad una
trasmutazione dell’Essere.
Detto ciò possiamo dunque catalogare i due principi al di là di una visione profana,
associando quindi il Bene al processo di perfezionamento interiore e al Male tutto ciò
che vi si oppone, studiandone le forme di manifestazione affinché non ci ingannino e
divengano immediatamente riconoscibili nella loro verità.
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anche qui il concetto di Male diventa relativo poiché qualsiasi azione correlata ad uno
scopo elevato ed in linea a tali leggi non potrà che innalzare l’individuo portando in
seco un ritorno adeguato.
Al contrario l’energia volontaristicamente immessa verso un basso e mero scopo
individuale, apparentemente proficuo, giusto o sbagliato che sia, ma sbilanciante
l’Armonia Universale può definirsi appunto Azione Malvagia.
L’uomo ordinario che invece, agendo con inconsapevole ignoranza per reazione agli
stimoli esterni, incanala tale energia in basse inclinazioni mosse da una visione
egoica e alquanto limitata, non potrà che perpetuare una naturale azione di
causa/effetto priva di coscienza e reale determinismo.
L’incapacità di osservare sia noi stessi che le circostanze con obbiettività e distacco
crea l’illusoria consapevolezza di agire in conformità ad un “Bene Assoluto” che
risulta relativo, nonché distorto a causa di una visione limitata.
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L’ἐπιτηδειότης
o sul compimento teurgico
a cura di Luca Valentini
“Non è il pensiero che unisce agli dei, … sono altri mezzi che producono tali effetti:
l’esecuzione di azioni segrete, compiute in modo adeguato agli dei stessi, il potere di
simboli ineffabili, che solo gli dei comprendono…”1
Un’analisi solidamente fondata sulle dinamiche di realizzazione effettiva nell’ambito
della sfera iniziatica, a parer nostro, non può che rifarsi a quelli che furono i
paradigmi essenziali del mondo misteriosofico antico italico – mediterraneo, e non
per un erudito passatismo, ma perché la Sapienza degli antichi ci offre tutta una serie
di strumenti interpretativi che ci consentono di chiarificare le non poche ed erronee
interpretazioni che nell’evo moderno sono assurte a dogmi di verità. In tal guisa, il
conseguimento di una reale palingenesi animica, scopo precipuo di ogni intendimento
tradizionale e di ogni percorso ieratico, deve presuppore una comprensione
preliminare ed irriducibile: un processo trasmutativo, così come determinato
nell’ambito dell’arcaica teurgia caldaico – egizia, non può limitarsi sia alla semplice
adesione ad un’organizzazione segreta od occulta sia allo svolgimento meccanico
oppure religiosamente mistico, seppur diligente di cerimoniali adottati acriticamente
e passivamente
“Tale conoscenza non è comunicabile come altri saperi. Ma dopo una lunga
convivenza questa<<cosa>>, in modo improvviso e istantaneo, come da un fuoco
chestaturisce brilla una luce. Ed essa, una volta prodottasi nell’anima, si nutre di sé
stessa”2.
21
divino]”.
Nella pratica palingenetica l’atto della contemplazione del pensiero, in cui inizia
l’identificazione della componente sottile con la forma intelligibile agente, νοῦς
ποιητικός, si determina come l’acquisizione della primacapacità di separare e
percepire gli intelligibili dalla materia greve e che prepara il composto psico-organica
alla ricezione – risveglio delle potenze numinose, che avverrà tramite l’utilizzo
rituale dei σύμβολα. Giamblico assegna al termine ἐπιτηδειότης l’accezione di “stato
di ricettività quieta”5, quale dimensione indispensabile per il contatto magico con il
Dio:
“O, infatti, il dio possiede noi o noi diventiamo tutti interi del dio o compiamo le
nostre azioni in comune con il dio: [...] e ora c’è semplice partecipazione (παρουσία
ψιλή), ora comunione (κοινωνία), a volte unione (ἕνωσις) [...]»6.
Tale stato ontologico si pone come un traghettamento intermedio tra le sfere noetiche
e la percezione puramente fenomenica, senza il quale nessun percorso di intellezione
è attuabile, ivi consistendo, altresì i vincoli e le resistenze sensibili, tramite cui la
percezione sensoriale permane dominante nei confronti della facoltà cosciente, a cui
consente un solo contatto, quello con la rappresentazione razionale, perché è l’unico
con cui la propria sensibilità interna è in stato di “somiglianza”. La visione autentica
tramite la catarsi ermetica, qualeintrospezione maieutica, che si palesa essere l’unico
ed essenziale superamento attivo del fenomenico,si pone come base fondante di ciò
che poi la prassi teurgica realizzerà come identità dell’anima invisibile del mondo e
del Dio con la propria coscienza risvegliata. Pertanto, la vissutezza, profonda, in cui
il moto dell’esperienza presuppone il suo perfetto contrario, cioè la fissità di un
animo, di un moto centripeto che ricerca certezze e solidità nel mutevole,
nell’incontrollata foga del divenire, la contemplazione visibile del molteplice
presuppone la conoscenza invisibile dell’intero di una fraternità naturale con il
Divino. In ciò, si realizza un’immedesimazione organica e completa con l’oggetto del
conoscere, quale sintesi delle opposizioni polari dell’esistenza e del Sacro, in una
comprensione noetica e non dianoica. La pratica trasfigurante dell’antica teurgia,
come dell’ermetismo contemporaneo, consente la divinizzazione dell’umano,
l’identificazione del Sacro che pervade egualmente uomini e cosmo, non solo in un
rito filosofico interiore, come nelle indicazioni di Plotino, ma soprattutto tramite una
propensione al Sacro di natura sapienziale, che recepisce l’essenziale nell’invisibile,
quale assunzione della matrice prima tramite simboli e pratiche rituali che i Numi
stessi hanno indicato agli antichi sacerdoti dei templi arcaici, affinchè potessero
5 M. C. D E VITA, Un altro modo di vedere (Plot. Vi [9], 11, 23) - Estasi e ascesa a Dio negli ultimi
platonici, in in Esperienze e tecniche dell’estasi tra Oriente e Occidente, ed. by L. Canetti, A. Piras,
«Quaderni di Studi e materiali di storia delle religioni» 21, Morcelliana, Brescia 2018, pp. 15-30.
6 GIAMBLICO, op. cit., III, 5, 111, 10-16
22
essere evocati:
“Il metodo implica un meditare che sciolga sempre più il principio interiore dalle
condizioni corporee e psichiche lasciando intatta la natura anche quando sembra
che i risultati della meditazione debbano investirla: la natura va liberata
dall'elemento cosciente e questo dalla natura. Così soltanto la natura cessa di essere
7 D. SUSANETTI, Il Simbolo nell’anima – La ricerca di sé e le vie della tradizione platonica, Carocci
Editore, Roma, p. 71.
8 D. SUSANETTI, Tra vita e morte – L’esperienza dei misteri, in La Via degli Dei, Carocci Editore, Roma,
2017
23
un ostacolo e può nella sua profondità ricongiungersi spontaneamente con la sua
base metafisica ricostituentesi grazie alla meditazione attiva come opposta
polarità”9.
Il primo ascenso ermetico ha il fine di cogliere tutta la familiarità esistente tra uomini,
Numi e vera Sapienza, di cogliere e di assumere nell’intima personalità del neofita la
forza magica, la potenza che ogni Dio esprime analogicamente tanto nel microcosmo
quanto nel macrocosmo. Tale indirizzo palingenetico pone il ricercatore a confronto
con la camera oscura, simile ad un Naos contenente il volto di Ptah;
“solo la riconquista della capacità di visione - che non potrebbe tuttavia essere una
ripetizione di ciò che fu un tempo, bensì un possesso cosciente e libero di essa - può
ristabilire il contatto con l'essenza del mistero e del mito”10.
Tale realizzazione sapienziale è silente e misterica, come viene ricordato da
Damascio in merito all’ineffabile trasfigurazione di Platone10 11, perché attua la
sperimentazione di un’alchimia interna, fisiologicamente occulta, come riporta
l’insegnamento magico egizio – partenopeo: questo atto è, identicamente, la sostanza
radiante del Dio, che denuda lo spirito umano dalla sua vesteoscura:.
“…se comprendi precisamente che il tuo spirito, nel fodero di carne, è suscettibile di
ogni
miglioramento, fino a diventar come divinità dell’Olimpo e Nume maggiore, puoi
attendere ad entrare in rapporto colle nature che sono più in alto che le divinità dei
cieli”12.
24
all’Essere sia ricondotto al superamento della meccanicità frammentaria del
microcosmo, quale funzione realizzativa dell’unico vero athanor che un operatore
ermetico dovrebbe considerare, cioè la propria interiorità, la propria caducità ed i
vincoli che la condizionano. Vi si ritrova la saggia convinzione, non solo che le
categorie dell'unitivo e del trascendente siano irriducibilmente connesse, ma
soprattutto l’idea che la natura spirituale dei frammenti che compongono il Cosmo
possano ritrovare la loro organica corrispondenza tramite l’azione del νόος quale
forza interiore noumenica di unione e fusione:
“Il tempo si unifica sino ad annullarsi: ogni fremito di vita si irrigidisce in una
contiguità interiore, che sfugge alla rappresentazione, perché una sola individualità
esiste ormai” 13.
Si comprende, di seguito, come tale conoscenza suprema possa attuarsi e chi ne sia
l’attore: unicamente l’uomo nel processo di identificazione, nel processo di
autocoscienza che lui solo può rendere effettivo proprio tramite una trasmutazione
numenica. Il dualismo si supera, lo iato con la natura e il mondo si annulla ove esso
sia presente, cioè in quel limite sublimato che in Minerva in armi si indica come stato
dell’Intelligenza cerebrale che si è trasfigurato in Intelligenza del Cuore. Quanto fin
qui espresso, in termini sapienziali ed ermetici, si riflette in quanto detto da un grande
pitagorico del ‘900, Amedeo Rocco Armentano, sulla labilità della nostra capacità di
andare oltre e internamente rispetto alle impressioni ricevute dall’esterno ed elaborate
cerebralmente o filosoficamente in guisa analitica indi frammentaria. La Sapienza
non ragiona e seziona, la Sapienza è affermazione e presenza dell’Essere, di Giove
tramite la figlia Minerva:
13 G. COLLI, La Natura ama nascondersi, Biblioteca Filosofica Adelphi, Milano 1998, p. 235.
14A. R. ARMENTANO, Massime di Scienza Iniziatica, Associazione Culturale Ignis, Ancona 1992, massima n. 147, p.
220.
25
sentimento diverso da quello che voi stessi vedevate ieri”15.
26
MAGOCRATIA
nimrod@[Link]
Di Magus Mizar
Generalità
27
diversamente individuati a seconda delle fonti cui ci si riferisce, essi, seguendo le
fonti sapienziali ed apocrife ebraiche sono spesso identificati in Barachiel (Terzo
Libro di Enoch o Enoch Ebraico), Salathiel (Quarto Libro di Esdra) e
Iehudiel19(Tradizione delle Chiese Ortodosse).
Per il Magismo gli Arcangeli sono Esseri Logoici appartenenti alle cosiddette Cause
Seconde, che promanando dalla Causa Prima, governano e assistono, proiettando
loro stessi all’interno degli universi, alla Manifestazione dell’Essere.
20 Il punto fondante della Filosofia Parmenidea è che bisogna avere conoscenza di tutte le
cose. Distinguendo, però, due piani, ovvero:
Quello di ciò che è, il campo delle verità immutabili, il Sentiero della Verità,
basato sul Logos Noetico.
E quello delle cose che sono, il campo delle esperienze umane e particolari; è il
Sentiero delle Opinioni, basato essenzialmente sulle percezioni e sensazioni.
28
Egli nel De Septem Secundeis, per l’appunto Delle Sette Cause Seconde, riporta una
cosmogonia causativa suddivisa in cicli ricorrenti, ciascuno dei quali specificato in
Sette Età della durata di 354 anni e 4 mesi.
Ebbene ogni età è governata da un “Arcangelo – Principio Causa Seconda”, a
sostegno di ciò riporta una citazione dal Conciliator Differentiarum Philosophorum
et Medicorum di Pietro d’Abano che quota: “Al principio della creazione del cielo e
della terra sette Spiriti furono messi a capo dei Sette Pianeti”, ovviamente questo
simbolismo planetario è molto più risalente, affondando le sue radici, tramite la
Sapienza di Harran e quindi il Neoplatonismo, alle radici Caldaiche e quindi
all’ancestralità sapienziale Sumero-Babilonese.
La stessa Sequenza Planetaria Heptarchica è nota anche come Scala Caldaica.
Ecco che per il Magismo gli Ordini Arcangelici sono, tra l’altro, particolare
espressione delle Cause Seconde in Scala Heptarchica.
Specificazione
Scrisse, tra l’altro, la Steganographia, in cui si dissertava su come inviare messaggi tramite
l’uso di linguaggi magici, quest’opera, pubblicata postuma nel 1606, fu una delle fonti del
De Magia Mathematica di Giordano Bruno, nel 1609 venne inserita dalle autorità
ecclesiastiche nell’Indice dei Libri Proibiti.
Ricordiamo come Tritemio fu anche tra i primi maestri di un Paracelso adolescente per il
quale divenne fonte di grande ispirazione per tutto il resto della sua vita.
29
Tutte le energie e le forze si esprimono per Variazione Differenziale di Polarità,
esaminiamo, allora, la natura degli opposti.
Cosa ha che vedere questo con la Sapienza inerente gli Ordini Arcangelici? Tutto!
Quindi anche quello che potrebbe essere valutato come un banale fenomeno
volgarmente individuato quale la temperatura e la conseguente, seppur
soggettivamente declinata, sensazione di calore o freddo, esprime il più alto concetto
della dinamica varianza degli Stati Manifestativi dell’Essere.
Ora questo pone interessanti punti di riflessione sulla reale soggettività che questi enti
avrebbero o meno a seconda delle diverse elaborazioni dottrinali.
Per la MAGOCRATIA, in linea con la Sapienza Tradizionale, gli enti metafisici
propriamente detti sono tali in quanto esistenti ed esprimenti una qualificata
individualità, dotata di specifiche prerogative e caratteristiche.
30
fenomeni dei Piani inferiore all’Alto Astrale.
Per intenderci con un esempio tratto dalle Scienze Umane, l’Entità Arcangelica non
ha una dimensione psichica paragonabile all’umano subconscio, essa possiede infatti
una Autoconsapevolezza Assoluta, completamente direzionale e polarizzata alla
funzione che assolve in quanto Causa Seconda.
Di fatto la Saggezza Assoluta conosce la Natura della Saggezza Assoluta?
Forse che la Luce conosce la Natura della Luce? Certo che no, questo avviene
unicamente a livello della Causa Prima, ma ivi non siamo all’Assoluto ma all’Unico
Monadico.
Queste entità, una volta terminata la loro opera, non avranno per così dire “memoria”
di eventi e accadimenti particolari dato che l’Idea Arcangelica non promanò dalla
Causa Prima in modo tale da ricevere impressioni spazio-temporali limitate.
31
Rappresentazione di Raphael
Potenzialmente, gli Arcangeli e gli Esseri Umani, quali enti intellettivi, differiscono
ben poco tra loro, se non per l’incarnazione dei secondi, ma ove un umano riesca a
Reintegrarsi esprimerà una rilevante differenza.
La lingua espressiva delle Cause Seconde copre un largo spettro manifestativo, dal
relativamente più immanente rappresentato da colori e suoni, poi governati dalle
Cause Terze, al più concettualmente elevato ossia al pensiero e concetto ideale in
quanto idealità astratta.
Per inciso le vibrazioni emesse dalle Cause Seconde ed interpretate dalle Cause Terze
determinano la creazione dei diversi Universi.
A colui che voglia quindi spiegare la natura delle Cause Seconde, degli Dei, degli
32
Arcangeli, e quindi anche scendendo di livello, degli Angeli, dei Geni o degli Esseri
Umani, all’interno del Piano della Manifestazione dell’Essere, è essenziale acquisire
l’abilità di sintonizzarsi e di fondersi con i diversi Livelli dei menzionati Piani di
Esistenza, ovviamente questa è un’elaborazione dottrinale, in quanto tale
immancabilmente difettiva ed incompleta.
Via Reale per compiere questo percorso è la Magia intesa nel suo proprio significato
di Occulta Philosophia.
Magus Mizar
33
Appello Agli Interessati
alla Via Magica Tradizionale
nimrod@[Link]
La coscienza degli Antichi Misteri risorge compiendo lavacro delle secolari ignominie patite dalla
stirpe di Simone, vate ippogrifo.
Nell’antro alchemico l’Atanor mantiene il fuoco giusto; tutte le attenzioni colme di trepidante
meraviglia attendono la Rubedo.
Un Basilisco si aggira nel giardino della Sfinge mentre Lilith risveglia un nuovo Adamo, il tempo
sta per compiersi, la Corona coinciderà con il Regno tramite l’illuminazione della Saggezza, la
lucidità dell’Intelligenza, la potenza dell’Amore, la fermezza della Giustizia, l’imponenza della
Bellezza, lo splendore del Trionfo, la vastità della Gloria e la fermezza del Fondamento.
34
I multiversi di Dio.
Fantascienza ed esoterismo in Philip K. Dick
Di Luca Siniscalco
“Il vero scopo esoterico del primo cristianesimo era che gli adoratori fossero
posseduti dal loro dio, come in altri culti e religioni misteriche. Quello che li
possedeva nel I secolo dopo Cristo, mi ha posseduto a marzo, ma io lo identifico più
con Apollo che con lo Spirito Santo descritto da Paolo. Credo che Egli appaia a
differenti culture con differenti nomi: uno con i Greci, uno con gli Ebrei (Elia) e via
dicendo. È plasmatico, immortale ed è la grande influenza civilizzatrice di Grecia,
Egitto e Persia. Può dividersi, essendo plasmatico. A me ha portato alla ragione,
così lo vedo come Apollo...”.
Questa citazione, che potrebbe di primo acchito sembrare frutto del pensiero di un
mistico, è invece farina del sacco di Philip K. Dick (1928-1982), il celebre scrittore di
fantascienza statunitense. Si tratta segnatamente di un passaggio tratto da una lettera
che Dick rivolse il 26 novembre 1974 ad una giovane studentessa statunitense,
Claudia Bush, che stava conducendo un percorso di ricerca in vista di una tesi di
laurea dedicata alla letteratura fantascientifica. Prendo le mosse da questa citazione
perché, al di là dei contenuti specifici, evoca in termini immaginifici molti degli
aspetti fondamentali da cui scaturisce la visione mistico-esoterica di Dick, uno
scrittore celeberrimo il cui straordinario slancio simbolico ed esoterico è stato tuttavia
poco valorizzato nella ricezione critica della sua opera. Brillante autore di romanzi e
racconti, Dick ha scelto la forma espressiva della narrativa, in particolare di quella
fantascientifica, per esprimere riflessioni di carattere sapienziale molto più profonde
di quanto solitamente gli venga riconosciuto.
Quel che è più rilevante, e che distingue Dick da altri autori contemporanei, è il fatto
che lo scrittore sia stato estremamente esplicito nella rivendicazione alla sua
letteratura di tale funzione mistica ed esoterica. Non si tratta quindi dell’eliadiano
processo di “camuffamento del sacro nel profano”, bensì dell’esplicita proposta, da
parte di Dick, di una Weltanschauung (visione del mondo) sapienziale e spirituale –
sebbene, come vedremo, lumeggiata in termini originali e per ampi tratti “discutibile”
su un livello dottrinario. È strabiliante rilevare come questa dimensione così esplicita
della poetica di Dick sia stato ampiamente tralasciato dalla critica: quand’anche essa
è stata capace di notare questa dimensione l’ha per lo più derubricata a mera
articolazione estetica di tipo allegorico e postmoderno. Un orizzonte, quest’ultimo,
che indubbiamente abbraccia, da un punto di vista stilistico e per certi versi tematico,
l'opera di Dick, ma che non permette assolutamente di comprenderne l'essenza in
35
termini esaustivi.
Dick rivendica più volte nella sua produzione autobiografica, nelle lettere, persino
negli scritti teorici, come il genere fantascientifico sia quello che gli apparve il più
funzionale da un punto di vista comunicativo, per la sua contemporaneità e
futuribilità, per la sua capacità di avvincere i lettori e le nuove generazioni, a
esprimere delle tematiche ben più abissali, da lui sperimentate sia su di un piano
teorico che esperienziale.
Prima di trattare alcuni nuclei di tale dimensione esoterica, alcune informazioni
biografiche per meglio contestualizzare l’autore.
Dick nasce a Chicago il 16 dicembre 1928. La sua nascita è caratterizzata da segni
particolari: viene alla luce da parto prematuro e la sua sorella gemella, Jane Charlotte,
muore di lì a poco. Con la sorella Dick intratterrà nella sua memoria un rapporto
sempre estremamente articolato e contraddittorio. Il contesto familiare è burrascoso: i
genitori si separano e, dopo il divorzio, la madre si trasferisce a Berkeley. Dick la
deve seguire. Iscrittosi all'Università, non conclude gli studi a causa della sua
adesione al movimento pacifista che all'epoca si opponeva alla Guerra di Corea, e che
era incompatibile con la conclusione del percorso universitario, per la quale era
prevista la partecipazione a corsi di addestramento militari. Incomincia allora a
lavorare come commesso in un negozio di dischi. Nel frattempo, sempre avido di
conoscenza, studia, legge e si forma intellettualmente. Sono anni in cui la sua
curiosità lo spinge a percorrere i lidi più diversi: da autodidatta diventa raffinato
musicologo – ama in particolare la musica classica tedesca, e questa passione lo porta
a imparare i rudimenti della lingua –, legge tanta letteratura, attraversa, oltre ai
classici, come l’amato Dostoevskij, diversi autori “di confine”: è proprio in questi
anni che scopre ad esempio Carl Gustav Jung, di cui legge in particolare i Sette
Sermoni ai Morti (Septem Sermones ad Mortuos), firmati da Jung con lo pseudonimo
di Basilide, uno gnostico alessandrino del Secondo Secolo dopo Cristo. Questa
lettura, così come l'interpretazione junghiana dell’I Ching, impatterà moltissimo sulla
visione del mondo di Dick.
Sono anche gli anni in cui avviene il suo incontro con la fantascienza e l'inizio della
sua attività di scrittura. Nel ’48 Dick si sposa: il matrimonio durerà pochissimo,
interrompendosi nel maggio dello stesso anno. Principia così il suo rapporto
tormentato con le donne – si consideri che Dick si sposò per cinque volte, ed
intrattenne sempre relazioni assai burrascose. Il nostro inizia a pubblicare scritti di
fantascienza che sono incasellabili, dal punto di vista del genere letterario, nella
cosiddetta Space Opera, un sottogenere della letteratura fantascientifica caratterizzato
dai toni epici, volto a narrare vicende eroiche che avvengono di solito nello spazio –
un tipo di fantascienza apparentabile per certi versi all'epica antica, per altri ai
romanzi d'avventura. Ben presto Dick comprende però come le proprie meditazioni
intellettuali necessitino di una cornice letteraria diversa, meno esteriore e più
meditativa, e inizia così a elaborare degli stili e delle modalità rappresentative più
intimiste.
36
Il successo letterario arriva nel 1962, quando pubblica il romanzo distopico La
svastica sul sole, probabilmente il suo romanzo più famoso, da cui è stata tratta anche
recentemente una serie tv di grande successo, The Man In The High Castle (che è il
titolo originale, in lingua inglese, del romanzo). Qui Dick immagina un futuro
distopico: la Seconda guerra mondiale si è conclusa con la vittoria dell'Asse, che si è
spartita il Nord America, ormai suddiviso fra una colonia tedesca nazionalsocialista e
una più ristretta area sul Pacifico amministrata dal Giappone. Con La svastica sul
sole Dick vince il prestigioso premio letterario Hugo.
Dick scrive tantissimo, a ritmi serrati, un po’ per passione – è l’unica attività,
asserisce, capace di farlo star bene –, un po’ per esigenze economiche. Per reggere
questi ritmi, Dick arriva ad assumere anche sostanze come l’anfetamina, che gli viene
prescritta dallo psichiatra per una leggera forma di schizofrenia, ma che assume in
maniera compulsiva facendola diventare una vera e propria dipendenza. Date queste
premesse, la critica letteraria è generalmente concorde nel ritenere che vi sia un certo
dislivello qualitativo nella produzione di Dick: le vette della sua letteratura si
manifestano nei passi più filosofici e intimisti, che abbandonano la dimensione più
spettacolare e commerciale per parlare dei problemi legati al mondo futuribile
distopico e all'interiorità umana. A emergere è un dato culturale di grande attualità: la
tecnica mette a nudo delle problematiche esistenziali e dei dubbi filosofici che sono
in realtà antichissimi, risalendo già alle civiltà premoderne. La potenza della tecnica
contemporanea risiede nella sua capacità di squadernarli in un modo particolarmente
evidente: una delle riflessioni che più caratterizza la letteratura di Dick riguarda la
coscienza e il rapporto fra uomo e macchina (spesso declinato nella relazione fra
uomo e cyborg), un tema solo esteriormente legato a un contesto di futuribilità, ma
che cela in realtà un interesse primariamente filosofico-sapienziale, dai tratti persino
teologici. Dick si pone essenzialmente le medesime domande che si facevano gli
gnostici e i sapienti dell'antichità, e tenta a creare delle situazioni narrative in cui dare
possibili risposte attraverso la forza immaginifica del mondo della fantascienza.
Anche il tema delle sostanze psicotrope è centrale in una comprensione – certo non
riduzionistica – dell’opera di Dick. Lo scrittore ne sperimenta numerose: quella da
cui rimane più soggiogato è l’anfetamina, ma in forma più creativa utilizza marijuana
e LSD. Vi sono numerosi studi che rapportano anche la sua narrativa a queste
esperienze.
Una svolta biografica decisiva risale alla celebre conferenza sulla fantascienza
tenutasi a Vancouver, in Canada, dove per la prima volta Dick parlò pubblicamente
della propria esperienza mistica. Leggendo il testo della relazione si rimane sbalorditi
per la ricchezza dell'immaginazione dell’autore e per la vastità e articolazione dei
suoi riferimenti sapienziali, che colpirono – e in parte atterrirono – un pubblico che,
attendendosi l’allocuzione di uno scrittore di fantascienza per ragazzi ebbe invece di
fronte a sé un personaggio bizzarro e carismatico che parlava di esperienze mistiche
vissute in prima persona, condite con riferimenti allo gnosticismo e alla fisica
quantistica…
37
Tornato in California, Dick si stabilisce a Los Angeles. Continua la sua attività di
scrittura sempre più intensa, incalzato tanto dalle esigenze economiche quanto dagli
stimoli mistici, che oltre all'attività narrativa lo portarono a redigere un’incredibile
mole di appunti, aforismi e riflessioni che verrà successivamente pubblicata con il
titolo L’esegesi.
La morte colse Dick il 2 marzo del 1982, proprio quando i diritti delle sue opere
cominciavano a garantirgli una certa sicurezza economica, e a poche settimane
dall'uscita del film Blade Runner, diretto da Ridley Scott e ispirato al suo romanzo
Do Androids Dream of Electric Sheep? (in traduzione italiana: Il cacciatore di
androidi). Dick aveva peraltro avuto modo di frequentare il regista, di vedere il set
del film e, a quanto pare, di esprimere un giudizio preliminarmente positivo rispetto
alla pellicola.
Ma, venendo al vero e proprio tema della nostra indagine: qual è il rapporto autentico
fra la dimensione mistico-esoterica e l'opera letteraria all’interno della creazione di
Dick?
Vi possiamo a mio avviso riconoscere due principali dimensioni: una prima più
teorica e una seconda esistenziale e personale. La fascinazione teorica e legata
all’onnivora curiosità di Dick, che lo portò in maniera impulsiva, da autodidatta, a
frequentare molte correnti di pensiero e fonti molteplici, si lega in particolare ad
alcuni testi che il nostro ha molto amato. Fra di essi: l’intera produzione dello
psicanalista Carl Gustav Jung, in particolare i suoi pensieri sull'I Ching; i classici del
pensiero gnostico (Basilide, Valentino) e i vangeli apocrifi; la Cabala; i testi dei Padri
della Chiesa; il Libro tibetano dei morti (Bardo Tödröl). Queste letture permettono a
Dick, a cui pure non si può attribuire una costruzione mistico-esoterica
organicamente strutturata, di abbozzare una visione del mondo affascinante e
originale. Gli permettono infatti di intravedere una tessitura del mondo che solo in
queste fonti “eccentriche”, distanti dalla cultura “mainstream”, risplende con
chiarezza. In particolare, l'aspetto che più è presente nella visione esoterico-spirituale
di Dick è la convinzione che non si dia soltanto un mondo fenomenico, materiale,
bensì una pluralità di gradi dell'esistenza. La dottrina che Guénon ha espresso nella
celebre nozione della “molteplicità degli stati dell'essere” è sotto questo riguardo fatta
propria anche da Dick, il quale ben coglie come il dualismo classico fra il piano del
divenire e il piano dell'essere sia una forma di manicheismo riduttivo: esistono in
realtà molti piani, ognuno dei quali è interrelato rispetto agli altri, e la coscienza
dell'uomo, la sua anima, può in certi casi muoversi fra di essi, in particolare facendo
ricorso a una serie di tecniche e ritualità che le tradizioni religiose ed esoteriche in
particolare hanno coltivato nel corso dei millenni. Questa convinzione, secondo uno
dei più importanti storici dell'esoterismo occidentale, lo studioso francese Antoine
Faivre (1934-2021), è uno dei postulati fondamentali su cui si regge l’esoterismo
occidentale. Fra le altre caratteristiche menzionate da Faivre quali essenziali elementi
di definizione della nozione di esoterismo sono molte quelle che Dick pare conoscere
e sperimentare: in primo luogo il rapporto fra microcosmo e macrocosmo che, con un
38
linguaggio più contemporaneo, potremmo definire come rapporto fra coscienza
individuale e mente universale. Fondamentale – e tipicamente esoterica – è poi
l’importanza attribuita alle tecniche di trasformazione interiore. L'idea, questa, per cui
l'uomo non è un mero dato bruto, un fatto, una sostanza data una volta per tutte, bensì
un processo, un itinerario di trasformazione. Tutti questi aspetti risuonano nella
narrativa di Dick in modo molto potente per chi li sappia cogliere, ma soprattutto
vengono esplicitati nel modo più palese in alcuni saggi, come quello della conferenza
canadese di Vancouver, e soprattutto nella già menzionata Esegesi.
Questa visione del mondo “esoterica”, relativa alla molteplicità degli stati dell'essere
e alle connessioni fra piano visibile e invisibile della realtà, viene peraltro
contaminata anche con altre fonti, di carattere filosofico e scientifico. Sotto questo
profilo, la visione di Dick è molto orientata in senso postmoderno: la sua è una
gnoseologia, ovvero una filosofia della conoscenza, improntata ad una epistemologia
profondamente pluralistica – “politeistica”, potremmo dire. Significativa anche la
connotazione concettuale idealista del suo pensiero: per Dick è la mente a creare il
mondo, che non esiste come “apriori”, come materia statica e oggettiva. Si tratta però
di un idealismo concepito in termini che, riprendendo la versione filosofica evoliana,
potremmo definire “idealismo magico”, perché Dick riconosce al soggetto, quindi
all’uomo che matura consapevolezza di questa realtà, un ruolo profondamente attivo
all'interno del processo di costruzione di questa stessa realtà, che viene plasmata
quasi magicamente dal pensiero. In questo senso, il tema del rapporto fra realtà e
illusione, così caratteristico della letteratura di Dick, va, inteso non in un senso
meramente estetico-letterario, bensì come una forma di provocazione abissale sullo
statuto della realtà, sulla sua ontologia, sulla struttura fondamentale del cosmo che
Dick risolve secondo questo particolare idealismo magico.
Segnatamente, Dick formalizza questa tesi con una formula sintetica: esiste, dice
Dick riferendosi alla lingua greca, un idios kosmos e un koinos kosmos, ossia un
ordine della realtà idios, “privato”, relativo cioè all’esperienza soggettiva del mondo,
e un ordine della realtà che invece è koinos, “comune”, afferente all’esperienza
intersoggettiva e comunicabile, il mondo oggettivo. Comunemente siamo abituati a
pensare che la nostra esperienza soggettiva sia distinta in termini sostanziali da quella
oggettiva – pensiamo alla differenza, per fare un esempio banale, fra l’esperienza
dell’amore passionale e un esperimento scientifico universalmente verificabile.
Secondo Dick, tuttavia il koinos kosmos altro non è che un idios kosmos che, in virtù
della sua forza, potenza e vitalità, per la sua intrinseca capacità espansiva, è riuscito a
coinvolgere e unire una comunità di soggetti. Attraverso questo processo il cosmo
privato diviene comune: la realtà non è qualitativamente distinta dall’esperienza
interiore e soggettiva, ne è piuttosto la solidificazione. Il mondo cosiddetto
“oggettivo” non esiste in sé e per sé, ma è solo un accordo tra i vari soggetti, che
eleggono a realtà una configurazione altrettanto fantasiosa e arbitraria, salvo poi
dimenticarsi di averlo fatto. Una applicazione di questa teoria è fornita in ambito
storico-politico dall'interpretazione che Dick offre del Nazionalsocialismo e, più in
39
generale, dei totalitarismi. Secondo l’autore, infatti, questi sistemi di pensiero
sorgono dalla follia di un individuo privato, il cui idios kosmos, grazie a un afflato
propriamente magico, riesce a realizzarsi, costruendo un mondo comune, che si
esplica sul piano etico, sociale e politico, assurgendo così a realtà oggettiva. In questo
senso, la costruzione di narrazioni politiche – nei totalitarismi storici come,
potremmo aggiungere, nei contemporanei regimi dominati dal soft power – non può
essere valutata secondo i criteri di verità e la falsità, ma piuttosto come una sorta di
rituale o, persino, di gioco mentale, in cui si affrontano volontà diverse e opposte. Un
gioco in cui l'uomo può stare come spettatore passivo o, al contrario come
protagonista e operatore attivo, attraverso la sua capacità creativa e demiurgica. Se il
mondo esterno è frutto di una potente magia intersoggettiva, compito dell’uomo è
diventarne consapevole e dominarla.
Questo plesso di riflessioni e spunti teorici non può tuttavia essere inteso senza far
riferimento alla dimensione esperienziale del misticismo vissuto da Dick. Tale
dimensione biografica si declina in primo luogo attraverso delle visioni – esperienze
di alterazione della realtà che secondo alcuni studiosi sarebbero interamente
ascrivibili alle sostanze psicotrope assunte dall’autore. Nel 1974, tuttavia, succede
qualcosa di davvero particolare e inspiegabile. A Dick suonano alla porta, gli si
presenta una ragazza, una sconosciuta, che reca al collo un ciondolo a forma di pesce.
In quel momento Dick ha una vera e propria illuminazione: capisce che quel pesce,
uno dei simboli del Cristianesimo delle origini, rappresenta una vera e propria
rivelazione esistenziale. Fulminea sorge in lui la consapevolezza di essere già vissuto,
in un’epoca molto lontana nel tempo ma spiritualmente affine: ricorda – nel senso
etimologico del “riportare al cuore” – di aver già trascorso una esistenza nel primo
secolo dopo cristo, da cristiano gnostico delle origini e con una missione spirituale
dirimente. A partire da questa visione, Dick inizia a sperimentare stati di coscienza in
cui si identifica con quel cristiano, acquisendo la convinzione di vivere
simultaneamente in mondi paralleli: in uno è Philip K. Dick, autore di fantascienza
del Novecento americano; nell'altro è Tommaso, un cristiano gnostico. Come
Tommaso, Dick parla la koiné ellenistica, lingua da lui mai studiata, che veniva
invece praticata dalle prime generazioni di cristiani. Entrambi – Dick e Tommaso –
stanno combattendo una battaglia spirituale per la liberazione dell’umanità contro il
Leviatano del proprio tempo: l’Impero Romano nel mondo antico, il potere politico
dei regimi moderni nel mondo della modernità. Dick inizia a così a elaborare una
dottrina dalle forti tinte gnostiche e manichee, postulando l'esistenza di un principio
del Bene contrapposto a uno del Male, e aderendo anche alla visione dell'esistenza
tipicamente gnostica del demiurgo che avrebbe imprigionato le anime degli uomini
nel piano di realtà fenomenico/materiale. Lo stesso Dick si sente prigioniero nella sua
persona di scrittore perché capisce di poter ambire a una salvezza di grado superiore
soltanto fuoriuscendo dagli schemi di vita borghesi e consuetudinari. Tale teoria reca
con sé forti implicazioni politiche, perché spesso il demiurgo si è incarnato nella
storia in sistemi politici oppressivi: così, secondo Dic,k nel mondo antico era
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l’Impero Romano a rappresentare emblematicamente il demiurgo, nel Novecento è
invece il totalitarismo sovietico, ma anche gli apparati del potere politico americano
(il deep state) (Roma non è una civiltà storica, piuttosto afferma Dick, “Roma è un
paradigma”, un vero e proprio archetipo).
In questa fase, fondamentale è l'incontro con un personaggio di cui lo scrittore
francese Emmanuel Carrère parla estesamente nella sua splendida biografia di Dick,
Io sono vivo, voi siete morti (ultima ed.: Adelphi, Milano 2016): il vescovo
episcopale James Pike. Pike era un personaggio curioso ed eterodosso, appassionato
dell'escatologia del cristianesimo delle origini e foriero di numerose posizioni
eccentriche: tendeva a criticare la Chiesa moderna, intesa come un modello
oppressivo, dai tratti “demiurgici” (in senso gnostico), cui contrappone la Chiesa
delle origini, con il suo supposto esoterismo e i relativi riti “magici”, fra cui
l'assunzione di una sostanza psicotropa, probabilmente il fungo amanita muscaria,
come vera Comunione. Il Sacramento, quindi, secondo Pike, era un rito che non solo
recava in sé il significato teologico dell’assunzione del corpo divino di Cristo da parte
del fedele, ma lo realizzava in termini pratici, rendendo possibile nell’esperienza
questa unione. Lo stesso Dick riprenderà esplicitamente questa tesi.
Attraverso l'esperienza mistica vissuta in prima persona, le sue letture filosofico-
esoteriche e il confronto con Pike, Dick elabora così un percorso di autoliberazione
coscienziale che confluisce nella scrittura dell'Esegesi. Si tratta di un testo sincretico,
spesso impreciso e azzardato sul piano storico-religioso e dottrinario, ma
estremamente potente sul piano dell’immaginazione creatrice e dell’espressività
immaginale. Dick teorizza un fondamento divino, cui attribuisce nomi bizzarri –
Zebra, Ubik, V.A.L.I.S. (acronimo di Vast acting living intelligence system), “mente
razionale trascendentale” –, che è una sorta di principio cosmico, per molti tratti
paragonabile ai princìpi assoluti delle religioni antiche (l’Uno plotiniano, il Brahmā
indiano, ecc.), al quale l'uomo può misticamente riunirsi attraverso una serie di
pratiche. L’esito finale è la conquista della consapevolezza di essere parte di questa
totalità, superando gli ostacoli che il demiurgo frappone sulla strada della gnosi.
In conclusione di questo breve e provvisorio intervento sul rapporto di P.K. Dick con
il pensiero esoterico, quanto mi preme sottolineare è che, al di là della specifica
discussione della validità dottrinaria della prospettiva dello scrittore statunitense,
potente e affascinante è la capacità espressiva, da parte di un autore così pop e
contemporaneo, di toccare attraverso l'immaginazione le abissali distese interiori del
cosmo, offrendo delle vie, anche noi uomini del nuovo millennio, per accostarci ad
esse. Dick, quindi, in ultima istanza, può essere inteso come un fecondo punto di
partenza, nella cultura di massa, per stimolare l'interesse verso una ricerca interiore
che l'autore visse in un modo certamente travagliato ma assai intenso e, pertanto,
autentico. La bibbia del postmoderno fantascientifico apre così le porte all’Altrove e
ai suoi multiversi.
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D’oro, ma pur sempre Asino, quel Lucio?
Di Giuseppe M. S. Ierace
«Non dà l’un porco a l’altro porco doglia/ l’un cervo a l’altro: solamente uomo/
l’altr’uom ammazza, crocifigge e spoglia» (da “L'Asino” di Machiavelli, VIII, vv.
139-144) .
Il probabile autore del primo “lungo racconto”, dal quale Apuleio e Luciano di
Samosata, o chi per lui (Pseudo-Luciano), - e persino forse Machiavelli (e financo il
Robert Bresson di “Au hasard Balthazar”), - trassero ispirazione per le loro opere,
più o meno, omonime, secondo Fozio di Costantinopoli (Biblioteca, cod. 129),
potrebbe essere un Lucio di Patrae (odierna Patrasso).
Racconti vari di metamorfosi
Questi primi “Racconti vari di metamorfosi”, in più libri, sarebbero non di molto
antecedenti ai successivi altri, ben più noti e classici, dunque databili al massimo tra
l’età flavia e quella degli antonini; la loro trama è sostanzialmente identica, ma il
primo testo, originale greco, che però non ci è pervenuto, lo conosciamo comunque
dallo schematico riassunto pseudo-lucianeo (che ne rielabora i primi due capitoli,
tant’è che Fozio commenta: "ricerca egli [l’autore] fino all’esagerazione il
meraviglioso nelle narrazioni ed è per così dire un altro Luciano").
Fabulae milesiae?
Sembrerebbe, il racconto acheo (da Acaia, la regione storica del Peloponneso),
appartenere a una raccolta molto simile a quella detta di “novelle (Fabulae) milesie”
(da Aristide di Mileto), imperniate su storie a sfondo erotico, a volte licenzioso,
precorritrici di alcune parti (Il fanciullo di Pergamo e La matrona di Efeso) del
Satyricon attribuito a Petronio Arbitro, e “citate”, probabilmente a bella posta, da
Apuleio (Metamorphoseon libri XI) con quell’inserimento, apparentemente
inopportuno, tra le vicende del suo aureo equino, dell’apologo di Amore e Psiche (dal
capitolo 28 del IV libro al 24-mo del VI) o dell’esperienza di Thelyphron (II. 21- 30),
fatta in Tessaglia nel proteggere un cadavere dagli attacchi delle streghe diffuse in
quel territorio.
§
Tessaglia
Anche il Lucio di Apuleio intraprende un percorso di viaggio in direzione di quella
regione, patria di creature mitologiche come Centauri, Lapiti, e Mirmidoni, durante il
quale tragitto gli viene appunto raccontata la vicenda di malefici che lo incuriosisce,
per cui, all’occasione, reputa opportuno fermarsi a Hypata, presso Milone, marito di
Panfila, la cui ancella si chiama Fotide.
42
Panfila e Fotide
Con quest’ultima familiarizza in modo particolare e viene così a sapere dei sortilegi
della padrona di casa, tali da trasformare i propri sfruttati amanti in animali. Una
notte viene assalito e per difendersi trafigge quelli che illusoriamente reputa tre
briganti.
Durante il processo che ne scaturisce scopre d’aver abbattuto degli otri rigonfi. E
Fotide, per consolarlo dell’umiliazione subita, gli mostra con quale procedura,
spalmandosi d’un magico unguento, Panfila assuma le sembianze d’un volatile.
Nell’imitare l’operazione metamorfica, viene per errore impiegato il contenitore
improprio e, a causa di questo sbaglio, il povero Lucio si ritrova quadrupede con
lunghe orecchie. Fotide gli promette di rimediare l’indomani facendogli mangiare
appositamente, quale antidoto, dei petali di rosa; ma durante la notte l’asino viene
rapito, questa volta, da veri banditi.
Amore e Psiche
Portato in una caverna custodita da una vecchia, quando vi giunge come ostaggio
una fanciulla disperata, Càrite, ascolta anche lui la megera consolarla con la
narrazione della fiaba di Amore e Psiche.
Càrite e Tlepolemo
Un maldestro tentativo di fuga, con la giovinetta in groppa, viene sventato sul
nascere; e, solo quando il fidanzato della ragazza, Tlepolemo, riesce a far ubriacare i
ladroni, anche Lucio pensa di poter trascorre un periodo di quiete, senza immaginare
che nella campagna dove viene mandato trova solo ingiusti maltrattamenti. Anche i
due fidanzati fanno una pessima fine: lui ucciso dal rivale Trasillo e lei suicida sulla
tomba dell’amato (qualcosa d’analogo alla vicenda di Piramo e Tisbe, e un po’… un
altro racconto nel racconto?).
Il risvolto libidinoso
A metà del libro VIII, l’asino Lucio viene venduto ai cinedi della dea Siria, e poi a un
mugnaio, un ortolano e un soldato romano, per finire presso due ristoratori dove può
rimpinzarsi di prelibatezze. Questa bizzarria di trascurare la biada per i pasticcini lo
rende un’attrazione tale da attirare le insane voglie d’una facoltosa quanto lussuriosa
matrona pervertita. Viene subito dopo allestito uno spettacolo nel teatro di Corinto
per mettere in scena un accoppiamento bestiale con una condannata, colpevole
d’orrendi misfatti. Lucio approfitta del trambusto dei preparativi per scappare a
perdifiato fino alla spiaggia di Kencreia, dove stanco s’addormenta.
Sul golfo Saronico
Quando si sveglia, una prima volta, si bagna nelle acque marine del golfo Saronico,
ripetendo una successione di sette immersioni, pregando la Luna di ridargli forma
umana; si assopisce di nuovo e, in sogno, Iside lo invita a recarsi all’indomani alla
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sua festa per potersi finalmente cibare di rose. E, il giorno dopo, tutto accade secondo
le previsioni oniriche. Un mistagògo allora gli spiega il significato delle metamorfosi
che lo avrebbero purificato da superstizione e lascivia, attraverso le disavventure
sopportate da animale. Viene quindi iniziato ai sacri misteri di Iside; poi anche a
quelli di Osiride, una volta giunto a Roma, dove incomincia una brillante carriera
d’avvocato.
§
Da Omero a Ovidio
Quello della metamorfosi è motivo ricorrente, a cominciare dall’episodio omerico
della maga Circe (Libro X dell’Odissea), tanto per tralasciare Ovidio. E la struttura
dei racconti “secondari”, incastrati nella narrazione principale, viene ripresa più tardi
dal Decamerone, come ne Le mille e una notte.
“Lucio o l’asino” pseudo-lucianeo
La storia, all’incirca dello stesso periodo, attribuita a Luciano di Samosata, “Lucio o
l’asino” (Λούκιος ἢ Ὄνος), è d’estensione molto più ridotta, non contemplando tutta
quella parte finale, mistica e “salvifica”, delle Metamorfosi di Apuleio, né le
digressioni intessute nell’intreccio narrativo latino, e si differenzia, inoltre, per
l’ambientazione macedone (Tessalonica) invece che peloponnesiaca (Corinto),
nonché per l’offerta delle rose da parte d’un comune visitatore e non già d’un
sacerdote isiaco subito disponibile a iniziare il protagonista ai misteri della Dea.
Satirycon
Un altro frequente accostamento letterario lo si fa con il Satyricon di Petronio, ma
esclusivamente per delle analogie strutturali. In entrambe le trame si ricorre a una
narrazione intradiegetica, in cui, in prima persona, si legano i vari episodi; ma
soprattutto, nel Satyricon, prevalgono delle divagazioni più fantasiose e una fitta
mescolanza di prosa e versi. L’opera petroniana sembra molto incentrata su d’un
qualche tal “realismo”, impegnando i personaggi a dibattere i contemporanei
problemi socio-politici ed economici, e pur mostrandoli vivere in mezzo a
trasgressioni di cattivo gusto e ordinarie perversioni, lascia loro trovare il tempo per
occuparsi di temi culturali elevati, relativi ai rapporti tra storia e poesia epica, o
disquisendo persino sulla decadente attualità dell’oratoria.
Bildungsroman picaresco?
Apuleio si mantiene invece, almeno apparentemente, stringato sul tono, più
“picaresco”, della novellistica milesia che mira, pel tramite di avventure piccanti o
grottesche e magico-fantastiche, al divertimento del lettore, a cui lascia poi tutta la
riflessione sul tema didascalico e maturativo che sarà proprio d’un successivo
Bildungsroman.
44
Un apprendista stregone
La metamorfosi di Lucio è determinata dall’improvvida curiosità e da un insano
desiderio di assaporare l’esperienza di quell’apprendista stregone, ispirato al
Philopseudḗs (Φιλοψευδής, ovvero "l'amante del falso") di Luciano di Samosata.
Come Der Zauberlehrling di Goethe avrebbe iniziato la successione dei propri
disastri (katastrophé, καταστροφή) col dire: “… tu ich Wunder auch” (anch’io faccio
miracoli), Lucio si mette nei guai per faciloneria e presunzione, e solo dopo le varie
prove “bestiali”, cui viene sottoposto, e da interpretare quali “utili”, in quanto
propedeutiche, lezioni di vita, si troverà infine sulla strada più pia e religiosa della
saggezza e d’una matura umanità.
§
45
latino. Autentico, originale, colto e “citazionista” (Ovidio) il primo, più ludico (e
dunque un asininus lusus), semplice e facile da capire, e quasi un nickname onorifico
dell’Autore, l’altro (anche secondo Franz van Oudendorp, per esempio, già in Apuleii
Opera Omnia, Leiden, 1786).
Or dunque, “Asino d’oro” pure nel senso di dotato di ragione umana?
Salustius “felix”
Il Salustius, che, “felix”, emendava il testo latino tra gli anni 395 e 397 (data dedotta
dalla menzione dei consoli), conduce all’unanime consenso moderno circa la volontà
di Apuleio di intitolarlo Metamorphoseis, lasciando ad Agostino la responsabilità
d’aver voluto maggiormente sottolineare con “A. A.” come la doppia trasformazione
fosse relativa a uomo dapprima divenuto animale e dipoi ritornato, “migliorato”,
nell’integrità primitiva.
Agostino d’Ippona
Al numida gli altri racconti letti in Italia di locandiere e viaggiatori sfortunati non
erano sembrati degni di particolare nota fin quando non fu introdotta questa
“dimensione” dell’apparenza bestiale dal contesto “interiore” di razionalità umana nel
veritiero resoconto, o nella finzione narrativa (“aut indicavit aut finxit”), di quanto
accaduto al protagonista, e/o autore, nell’assumere un filtro e (in un delirio
dismorfofobico?) veder modificato il proprio aspetto in animale, conservando il
proprio animo umano.
“Nec tamen in eis mentem fieri bestialem, sed rationalem humanamque servari, sicut
Apuleius, in libris quos Asini Aurei titulo inscripsit, sibi ipis accidisse ut accepto
veneno humano animo permanente asinus fieret aut indicavit aut finxit.”.
La Numidia d’Apuleio e d’Agostino
La mancanza d’ogni possibile ambiguità in tale frase agostiniana ci fa desumere
come quel testo l’avesse letto in un manoscritto già intitolato così, quale primitiva
scelta dello stesso autore: “sicut Apuleius, in libris quos Asini Aurei titulo inscripsit”.
Non ne fosse stato convinto, si sarebbe espresso probabilmente con un meno deciso
“inscribitur”, mantenendo il dubbio su questa “autorizzazione” di Apuleio.
Si presume che Agostino conoscesse altrettanto bene di Sallustio, anche se a
brevissima distanza temporale (395-7 rispetto al periodo 413-26) da quest’ultimo, una
differente definizione di titolo, che magari poteva essere più banalmente diffusa in
nord-Africa (la Numidia patria di entrambi, il “lettore” Agostino d’Ippona, nativo di
Tagaste, e lo scrittore Apuleio di Madaura).
Fulgenzio
Nel VI sec. d. C., Fulgenzio suppone che, sin dall’origine, il titolo fosse doppio, per
come le Satire Menippee di Varrone o i dialoghi di Platone erano conosciuti ai tempi
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di Apuleio, quindi in maniera trattatistica: Asinus Aureus peri Metamorphoseon (περί
Μεταμορφώσεων, sulle trasformazioni), ovvero ancor più semplicemente:
Metamorphoseis (Μεταμορφώσεις) sive Asinus Aureus.
§
Nel dotare questo suo racconto d’un titolo in parte volutamente “oscuro” ed
equivoco, Apuleio avrebbe operato velatamente, in maniera “occulta”, indicando agli
iniziati di non trovarsi di fronte a delle mere avventure d’intrattenimento, come del
resto la critica moderna sbrigativamente sembrerebbe sempre più incline a pensare,
bensì a un'opera esoterica il cui vero significato è racchiuso e sintetizzato proprio nel
senso di quell’espressione arcana di “Aureus”.
“A-ureus”
Nella trascrizione “A-ureus” potrebbe non trovarsi soltanto un collegamento a un
senso cromatico, ma pure simbolico e “ghematrico” (dall’ebraico ghematriah).
L’iniziale A non corrisponderebbe quindi più a una semplice vocale, ma alla lettera
Aleph simbolica dell’espulsione del respiro, nonché onomatopeica del raglio asinino e
tipica della sua intima espressione quale modello tifoniano, chiave della Gnosi egizia.
Pralaya/ khumbakam
Nel sistema hindu dello yoga, “Ah” rappresenta quell’esalazione della corrente in
uscita della manifestazione, definita rechaka, in quanto preceduta dall’inspirazione
puraka (“Ih”), equivalente al dio egizio Seth (l’Asino rosso), Shiva per gli indù, che
ritorna alla sua sorgente creativa dopo il “tramonto” (pralaya, assorbimento/
khumbakam, ritenzione) dell’energia in uscita.
Ardhmatra
Nella grafica del pranava, o “A-um” scritto nel carattere sanscrito devanāgarī, il
vuoto pralaya viene raffigurato quale ardhmatra (“mezza misura”), o Chandra-
bindu (seme-luna), il crescente selenico riassorbito nel silenzio, o bindu primordiale,
equivalente alla mente dissolta nella Coscienza cosmica.
Ancora graficamente, il “silenzio del vuoto” offre una comune variante del cifrario
primordiale pure nell’accostamento delle lettere greche Alfa (A) e Omega (Ω).
§
“Ureus”
Sempre la trascrizione “A-ureus” evidenzia quei fiancheggiatori, urei, di solito del
disco solare, in quanto prerogativa, e divina e regale, per cui, sia pur “lunare”, la dea
per antonomasia non indossa una semplice veste completamente bianca, semmai
d’un’iridescenza che riprenda le peculiarità cangianti dello spettro dell’arcobaleno, e
dunque dei kāla (per gli indù, “periodiche dissoluzioni”, con valore cromatico di
“nero” ma anche di “spazio di tempo”, quasi kairos, καιρός greco), connessi alla
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metamorfosi extra-dimensionale; quasi tra magenta e arancione, cremisi e giallo,
proprio come il fratello rivale Seth (Asino rosso o d’Oro, come Horus).
Wrrt - eurýs
Ureus od Ouraeus è parola greca antica, derivata da οὐραῖος, ma proveniente
dall'egiziano jꜥrt (iaret), ovvero "aspide sollevato" (in posizione d’allerta), e quindi
naturale simbolo della dea Wadjet (Wedjat, Uadjet o Udjouna), nota al mondo
ellenico come Uto (Οὐτώ) o Buto (Βουτώ), e tra le prime divinità egizie, spesso
raffigurata appunto in forma di rettile, e divenuta emblema iconico sulla corona dei
sovrani del Basso Egitto (wrrt, letteralmente grande, largo, “ampio” - come l’eurýs
d’Eur-opa? -, o corona bianca). Il più delle volte veniva raffigurata come un cobra
eretto con il cappuccio esteso, quasi fosse pronta a colpire col suo veleno, altre volte
con indosso la corona (rossa) del Basso Egitto.
Wadjet
Lo stesso nome Wadjet deriva dal termine che esprime il simbolo, ovverossia il
“papiro”, del suo dominio sulla regione che occupa l'ultimo tratto del corso del Nilo.
E difatti, i suoi geroglifici differiscono da quelli della Corona Verde o Deshret del
Basso Egitto solo per il determinativo, che, nel caso della corona, era un'immagine di
questa e, nel caso della dea, un cobra in estesa tensione d’attacco.
Caduceo
Una delle prime raffigurazioni di Wadjet, a partire dall'era predinastica (prima del
3100 a. C.), è come un serpente intrecciato attorno a uno stelo di papiro; pertanto, si
pensa che sia la prima immagine che mostra un colubro attorcigliato attorno a un
simbolo del “bastone” magico, un'immagine sacra, ripetuta e confermata
successivamente un po’ in tutte le culture che circondano il Mediterraneo, e nota
quale ermetico Caduceo.
Occhio
Si diceva che, assieme a Iside, avesse protetto Horus dall’infido zio Seth, durante
l’esilio-rifugio nel suo territorio, tra le paludi del delta. La parola egiziana wꜣḏ
significa blu o verde e corrisponde al nome del famoso "Occhio della Luna". In
quanto potente divinità protettrice, nell'antica religione egizia, dunque, Wadjet era
strettamente collegata pure con l'Occhio di Ra. Poi si ritenne che gli Uraei fossero
essi stessi gli occhi del dio del sole, in grado di sputare fuoco sui suoi nemici.
Pertanto, si suppone che da questa concezione protettiva degli urei sia scaturita anche
la tradizione ebraica degli alati Seraphim associati a serpenti.
Nubyt
L’indoramento dell’animale (Aureus, Ureus, Horus, Horo …) avrebbe sùbito
rimandato quindi a una pratica di “intitolazione” faraonica, tipo
l’Horos/Horus/falcone d’oro seduto direttamente sul segno geroglifico egizio nb,
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interpretato in un testo trilingue con la valenza ellenica di “sopra i suoi nemici”, a
loro volta inquadrati quali Seth, ch’è detto “il dorato” (John J. Winkler: Auctor &
Actor: a Narratological Reading of Apuleius's The Golden Ass,1985).
Sostanzialmente, non solo un gioco di parole tra Horos e Aureus, ma ancora tra la
denominazione del dio Seth Nbty e Nubyt, la città di Nbt, il principale centro del culto
sethiano, città d’oro, in greco Ombos (città Nubyt situata sulla carovaniera per le
miniere d'oro della Nubia, come quelle di Berenice Pancrisia), ove un Tempio era
dedicato alle due divinità di Sobek e Haroeris, una delle manifestazioni solari di
Horo il Vecchio: dunque, Ureus, Horo, Horus il vecchio/Horus il giovane, Seth Nbty/
Seth (Asino rosso)/d’Oro e Seth Nubyt (della Città d’Oro) = Asinus aureus.
§
49
Afrodite Pafia
Se si prova a sostituire al triangolo erotico composto da Lei (Càrite), Lui (Tlepolemo)
e l’Altro (Trasillo) quello Iside-Osiride-Seth, appare completo il ritorno all’isiaco.
Eppure, se si va cercando un preciso riscontro nel De Iside et Osiride di Plutarco,
qualcosa non sempre combacia. Caso mai, è la rivendicazione dell’arrogante
forsennato sulla proprietà del suo vicino (annunciata all’ospite dell’ortolano, in IX
33-38), a richiamare più propriamente l’assurda ma atavica schermaglia tra Horus e
Seth.
Cosicché Mazzoli ripiega sul paragone della bambola di dolcezza, Càrite, con una
matrioska, sotto il cui contingente aspetto diegetico, si ritroverebbe forse racchiusa
un’identità più attinente a un’amante d’Adone, Afrodite Pafia [Paphiam Venerem],
dal suo luogo di nascita sull’isola di Cipro, Πάφος.
§
50
leniter remissos et cervice dependulos ac dein per colla dispositos sensimque
sinuatos patagio residentes paulisper ad finem conglobatos in summum verticem
nodus adstrinxerat.” (Vuoi mettere il fascino di una bella chioma quando fiammeggia
viva ai raggi del sole o, morbida, ne raccoglie la luce o, mutevole, appare nei suoi
cangianti riflessi? O quando il fulgore dell'oro sfuma nel biondo del miele, o il nero
corvino ha iridescenze azzurre come il collo delle colombe o, ancora, quando densa
di balsami orientali e ravviata dai denti sottili del pettine, raccolta a nodo dietro la
nuca, si offre agli occhi dell'amante, come a uno specchio, porgendo di sé l'immagine
più gradita? E vuoi mettere ancora quando, folta, fa da corona al capo oppure quando
scende fluente, a onde, lungo le spalle? Insomma è così importante una bella chioma
che, per quanto una donna si mostri adorna d'oro, di belle vesti, di gemme o d'ogni
altro ornamento, se non ha una particolare cura dei suoi capelli, non può mai dirsi
elegante. Ma la mia Fotide era seducente per una certa qual negligenza, più che per
l'accurata ricercatezza: infatti i suoi capelli folti scendevano mollemente sulla nuca e
lungo il collo, fino a lambire l'orlo della veste; le estremità erano poi raccolte in un
nodo al sommo del capo. - II, 9).
§
Queste ciocche legate sopra la fronte sono tipiche delle raffigurazioni di Venere al
bagno, per non parlare di quella posa, quand’essa è spogliata d’ogni velo: “… e con i
capelli disfatti nel più affascinante abbandono, m’appariva trasfigurata con i tratti
di Venere nell’emergere dai flutti marini e, come lei, copriva con la piccola rosea
mano il liscio candore del suo pube, più per civetteria che per gesto di pudore”
(crinibusque dissolutis ad hilarem lasciviam in speciem Veneris quae marinos fluctus
subit pulchre reformata, paulisper etiam glabellum feminal rosea palmula potius
obumbrans de industria quam tegens verecundia - II, 17).
Venus pudica
Commenta France Le Corsu (Iside, la Grande Madre, trad. Barbara de Munari, Ester,
Bussoleno 2021) che non si sarebbe potuto descrivere con maggiore esattezza lo
pseudo-morigerato sembiante della famosa statua romana della Venus pudica trovata
all’Esquilino (conservata ai Musei Capitolini), simile all’ellenistica “Venere dei
Medici”, ma riconosciuta per il frutto del sincretismo Iside-Afrodite (Michel Malaise
1972).
Nel comporre la sua imitazione dell’opera greca (Λούκιος ἢ Ὄνος), Apuleio l’ha
arricchita di allusioni a pratiche iniziatiche percettibili ai soli isiaci, rivolgendosi loro,
come suggerisce Piero A. Scazzoso, in “Le metamorfosi di Apuleio, studio critico sul
significato del romanzo” (1951), con l’invito ad applicarsi nell’indagare attentamente
il testo onde scoprire le sottigliezze del rituale egizio. Altrimenti perché avrebbe
dovuto aggiungere, già al suo esordio, alla definizione di “conversazioni milesie”,
l’appunto seguente?
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Papyrum Aegyptiam argutia Nilotici calami inscriptam
“… Se tuttavia tu non disprezzi di scrutare un papiro egizio scritto da un sottile
calamo del Nilo, ti meraviglierai nel vedere gli esseri umani cambiare la loro figura
e condizione per assumere un’altra forma, e poi, al contrario, trasformarsi di nuovo
in se stessi…” (… modo si papyrum Aegyptiam argutia Nilotici calami inscriptam
non spreveris inspicere --, figuras fortunasque hominum in alias imagines conversas
et in se rursus mutuo nexu refectas ut mireris…).
L’affaire du marché
Come spiegare, infatti, l’episodio dell’incontro con il “condiscepolo” Pythias al
mercato dei pesci, dove tutta la provvista acquistata da Lucio per la cena viene
inspiegabilmente calpestata (I 24-5), se non si tiene conto che gli isiaci s’astenevano
dal mangiarne?
Inoltre, la strana scena trova equivalenza con il rito tolemaico (celebrato nei templi
d’Edfou, Kom Ombo ed Esné, rispettivamente nei mesi di Epiphi e Payni) consistente
nello schiacciamento degli animali acquatici, in quanto rappresentanti dei nemici del
faraone, i quali, secondo Philippe Derchain e Jean Hubaux (L’affaire du marché
d’Hypata dans la Métamorphose d’Apulée, 1958), avrebbero potuto assumere la
valenza morale di colpe e peccati da estinguere; e a questi allora si riferirebbe
compatibilmente il commento: “Iam enim faxo scias quem ad modum sub meo
magisterio mali debeant coerceri” (Ti faccio vedere in che modo, sotto la mia
giurisdizione, si reprime l’azione dei malvagi).
Consobrinus
Continuando ad aprire gli involucri di queste scatole cinesi, scopriremmo ciò che ci
insegna l’aretalogia d’un’Iside, non ancora trionfante, come nel libro undecimo, ma
addolorata, perché perseguitata dal nemico (l’avversario Seth/ Trasillo) e separata dal
compagno consanguineo (fratello Osiride), allo stesso modo del resto di come anche
Tlepolemo è “consobrinus”, figlio della zia materna di Càrite. - Chi nasceva dalla
sorella del padre, era amitinus, o amitina, se discendente dal fratello del padre
patruelis e atruelis se discendente del fratello della madre. – E poi, ai tre giorni di
maggiore anzianità di Osiride su Iside, corrispondono i tre anni che distanziano la
nascita di Tlepolemo da quella di Càrite.
§
Nelle più importanti cerimonie sacre Iside introdusse dei simboli che allusivamente
dovevano significativamente qualificare i suoi trascorsi patimenti, consacrando così
una lezione di pietas religiosa ma anche un segno di conforto per tutti gli oppressi da
disgrazie simili alle sue.
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Ex voto ante litteram?
“Sed nec inter cibos delicatos et otium profundum vitaeque totius beatitudinem deerit
tibi dignitas gloriosa. Nam memoriam praesentis fortunae meae divinaeque
providentiae perpetua testatione signabo et depictam in tabula fugae praesentis
imaginem meae domus atrio dedicabo…” (E in mezzo ai cibi delicati, all'ozio
assoluto, alla beatitudine più completa non ti mancheranno onori e gloria perché io
eternerò il ricordo di questa mia presente avventura e del provvidenziale intervento
divino, ponendo nell'atrio della mia casa una tavoletta dipinta raffigurante la scena
di questa mia fuga… ).
E che cos’è quella “depicta in tabula fugae praesentis imago” che Càrite promette
all’asino di consacrare nell’atrio della sua magione a perpetua memoria della
“praesens” fortuna e a duratura testimonianza della divina “providentia”, se non una
specie di “ex voto” ante litteram?
“Asinus portans mysteria”
E neanche Lucio, nonostante sia in forma d’Asinus portans mysteria, s’immagina
cosa stia realmente conducendo sulla sua groppa, sotto le spoglie d’una dolente e
afflitta Càrite, verso la quale nutre inconsueta empatia.
Dea Syria et sanctus Sabazius
In VIII 25, si verificherà la controprova parodica, prossima alla bestemmia, all’atto
della compravendita dell’animale, quando il cinedo imprecherà contro il banditore
che lo prende in giro, nominando un “ebdomadario” di divinità connesse ai culti
misterici, da profanare in modo blasfemo, ma da cui sarà rigidamente esclusa Iside:
“"At te" inquit "cadaver surdum et mutum delirumque praeconem omnipotens et
omniparens dea Syria et sanctus Sabazius et Bellona et mater Idaea cum (suo Attide
et cum) suo Adone Venus domina caecum reddant, qui scurrilibus iam dudum contra
me velitaris iocis. An me putas, inepte, iumento fero posse deam committere, ut
turbatum repente divinum deiciat simulacrum egoque miseria cogar crinibus solutis
discurrere et deae meae humi iacenti aliquem medicum quaerere?"” (‘Carogna
sordomuta’, gli gridò, ‘imbecille d'un banditore! Che l'onnipotente Siria, genitrice di
tutte le cose e il santo Sabazio e Bellona e la Madre Idea col - suo Attis e - Venere
regina col suo Adone rendano cieco te che da un po' mi stai menando per il naso con
le tue battute oscene. Idiota che sei, ti pare che io possa affidare la dea a un giumento
ribelle che tutt'a un tratto s'impunta e mi getta giù la sacra immagine e io, costretta da
questa disgrazia, tutta spettinata, a correr di qua e di là, per la mia dea stesa in terra,
in cerca d’un medico?’).
La festa delle Risate
Una scenetta che fa da pendent alla “beffa degli otri” (III 1-11), quando, tra le risate
generali del pubblico cittadino, Lucio teme di venire condannato alla pena capitale
dal magistrato che invece gli ordina di scoprire “i (falsi) cadaveri” deposti sul
giaciglio; un processo questo, con conseguente giudizio, previsto un po’ da tutte le
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cerimonie d’iniziazione. “Nam lusus iste, quem publice gratissimo deo Risui per
annua reverticula sollemniter celebramus, semper commenti novitate florescit. Iste
deus auctorem et actorem suum propitius ubique comitabitur amanter nec umquam
patietur ut ex animo doleas sed frontem tuam serena venustate laetabit adsidue.”
(Questa festa che ogni anno ricorre e che noi, con pubbliche solennità, celebriamo in
onore dell'amabile dio Riso, si ravviva ogni volta di qualche nuova trovata. Questa
divinità accompagnerà sempre, propizia e benevola, l'autore dello scherzo e chi vi si è
prestato e non consentirà mai che il dolore affligga l'animo tuo ma sempre spianerà la
tua fronte d’una gioia serena. - III 11).
§
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esempio il più calzante e attinente dei tre, quello che sembra avere maggiore affinità
con l’episodio di Càrite, già a partire dall'etimo, difficile, del nome Εὐρώπη, ma
comunque assonante con aureus, eurýs (εὐρύς), "ampio" (come il territorio del Basso
Egitto), in alternativa tuttavia a ōps/ ōp-/ opt- (ὤψ/ ὠπ-/ ὀπτ-), "occhio, viso, volto"
(… potest in asino meo latere aliqui vel vultus hominis vel facies deorum”), da cui la
definizione di epòpti (da ἐπί, sopra e ὀπ-, vedere) per gli iniziati ai Misteri.
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La ricerca dell'origine
un racconto di A. C.
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una forza particolare a questa energia, ora era in grado di assumere sembianze quasi
tangibili e presto sarebbe stata in grado di uccidere direttamente senza dover aspettare
che la sanità mentale degli abitanti cominciasse a vacillare. Così c’è stato chi già ha
visto ombre aggirarsi nel giardino dell’abitazione, volti apparire dalle finestre del
piano superiore e c’è chi già ha incontrato l’incarnazione pura di questo terribile
essere e che, poco prima di morire in ospedale, ha rivelato un qualcosa di
tremendamente importante proprio a lui.
Ed ora se soltanto riuscisse ad avere la sua prova potrebbe finire di realizzare il suo
saggio ed essere acclamato dai suoi colleghi come il temerario che ha aperto le
frontiere dell’ignoto alla scienza!
Plic…plic… Ora che era giunto al piano superiore questo rumore era molto attenuato
ma continuava a girargli nella testa come un mantra ossessionante ormai libero dal
vincolo del pensiero razionale.
Guardò il pian terreno e poi il corridoio innanzi a sé e la porta.
Accese la torcia, sbirciò la temperatura…14 gradi!!!
Era scesa! Ma non di molto… razionalizzò pensando che per una manifestazione il
calo doveva essere brusco e di gran lunga più considerevole, probabilmente al piano
di sopra faceva semplicemente più freddo!
Ma intanto un freddo innaturale cominciava a penetragli nelle ossa e si sentiva
grondare di sudore anche se aveva fatto solo pochi scalini. Sentì il terribile impulso di
girarsi, di correre via, di lasciare per sempre quel posto maledetto, ma si trattenne. Se
si fosse anche solo voltato avrebbe visto quell’etereo nero tentacolo che dal soffitto
tentava di lambire il suo capo, per accarezzarlo in una stretta fatale…
12 gradi… - Il cambiamento comincia ad essere rilevante, ancora non c’è pericolo,
ma devo sbrigarmi! - il passo divenne sicuro e la mano salda sulla maniglia della
porta. Plic…
Un attimo di esitazione e… dentro!
Buio, la torcia vagava veloce nella stanza e la mente vacillava scorgendo illusioni
nelle ombre degli oggetti, ma ecco la libreria!
Ora quasi correndo andava diretto agli scaffali, tirando via libri a casaccio, buttando
tutto per terra e non curandosi più di tutte le precauzione sino ad allora prese…
Eccolo!
Tra le mani si ritrovava ciò che aveva cercato, una rapida occhiata confermava che
fosse proprio quello: le foto di quell’album di famiglia, che, confrontate con quelle
già in suo possesso, non lasciavano dubbi.
Ma ora via!
Quasi correndo, cuore e cervello in un caotico subbuglio: quale batte, quale pensa?
Come in un lampo si trovò di nuovo di sotto.
Plic...plic…
- No, no, bisogna andare via ora che ho quel che cercavo -
Ma ormai il tarlo si era instillato nella sua anima, cosa diavolo era quel rumore che lo
stava dannando? Ora si era convinto che se fosse uscito di lì senza scoprirlo lo
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avrebbe continuato a sentire per il resto della sua vita, rendendolo pazzo.
Guardò la porta dell’uscita e poi quella del bagno. Plic…
Non si può vivere con quel rumore nella testa!
Avanzò verso il bagno, ormai fradicio di sudore.
La temperatura non era tornata normale, ma comunque era un po’ salita, 14 gradi:
doveva solo dare il tempo di aggiornarsi alla macchina.
Ecco la porta scorrevole ed ecco sempre più forte la sua ossessione! Così come si
apre la porta dell’inferno egli, ormai incosciente e preda di uno strano delirio sbatté di
lato la porta.
Ma quanto è vero che certe cose non si dovrebbero mai conoscere, che certe
conoscenze non andrebbero mai ricercate!
La vasca del lavello era colma di sangue fino all’orlo e lentamente traboccava
gocciolando sul pavimento in una pozza rosso-nerastra.
Paralizzato, lo vide arrivare, sinuoso come la più buia delle notti, fiero e maestoso nel
suo incedere infernale, cosa era in realtà quello che aveva di fronte? Lo aveva visto
stranamente in così tante foto, quell’animale era la chiave di tutto; non era la
manifestazione finale dell’eggregore, ma sembrava che catalizzasse attorno a sé ogni
fenomeno. Ora lui sapeva, sapeva tutto! Sapeva che quel gatto era appartenuto al
primo inquilino, di cui poche erano le notizie, e che da allora è sempre stato visto e
persino fotografato assieme alle famiglie abitanti la casa e sempre è rimasto coinvolto
nelle tragedie… eppure eccolo lì, nero e lucido, che lentamente chinava la testa per
leccare un po’ di quella ferrosa linfa sparsa sul pavimento; cercava di coglierla
direttamente al volo con la lingua, facendosela gocciolare sul muso.
E poi il suo sguardo su quello ormai perso nel vuoto del professore, un colpo al petto
gli annunciò l’arrivo di un infarto mentre dall’alto due tentacoli neri si avvolgevano
lentamente attorno al suo capo… 2 gradi, sì la temperatura era scesa di colpo, ora era
possibile ogni tipo di manifestazione…
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“30 giorni a novembre… 12 a Natale, il triduo a marzo”
di Giuseppe M. S. Ierace
A ogni imprescindibile caposaldo calendariale, il ciclico ritorno degli antenati ce li
rende manifesti in forme, a volte bizzarre, altre volte sfarzose, ma sempre piuttosto
inquietanti ed esagerate. Le ricorrenze, in cui avverrebbe questa comunicazione con
la dimensione invisibile, partono dalla cosiddetta "fine dell'estate" (samain),
punteggiando il mese di novembre con cerimonie agrarie e riti di passaggio, per San
Martino, Sant’Andrea (specialmente in Corsica, dove, onde rimarcare l’autunno, ci si
traveste da pellegrini infreddoliti, affamati e assetati di vino, come ad Halloween);
poi c’è San Nicola, Santa Lucia, San Tommaso, Santo Stefano, San Silvestro: il
semestre degli spiriti è un rincorrersi di questuanti e burloni; dai fatidici 12 giorni
natalizi, carichi di vaticini, e fino all’Epifania, permane quel rimescolamento dei
motivi culturali per i quali si mangiava, in compagnia dei vivi, sulle tombe dei
defunti e si scambiavano doni quali offerte propiziatorie. Dopo un’altra enigmatica
“dodecade”, a Sant’Antonio abate, si preannuncia l’imminenza delle sfilate. Pure
Candelora e San Biagio appartengono di diritto a questa canonica scansione. Le
irrelate potenze degli assenti vanno trasformate in benefici numi dell’attualità. Aspetti
ludici, di socialità e di aggregazione, rendono queste occasioni fauste e ricercate,
innanzitutto per evitare pericolosi rigurgiti panici. Mercoledì delle Ceneri non
conclude, se non in apparenza, poiché il sabato successivo può continuare a essere
“grasso”, nel rito ambrosiano, e la prima domenica di quaresima corrispondere a
un’ottava di carnevale (“Invocabit” dell’introito gregoriano). Gli ultimi tre giorni di
febbraio e i primi tre di marzo compongono un triduo d’ingresso, secondo l’antico
capodanno romano (e poi “more veneto”), che fornisce senso alla numerazione degli
ultimi quattro mesi. Alla vigilia di quelle Idi il vecchio Mamurio Veturio, che
impersonava l’anno ormai trascorso, veniva scacciato per far posto al nuovo. La
paganità era contrassegnata da ambarvali, saturnali, lupercali, tutti rigidamente
osservati con rituale meticolosità, che il cristianesimo ha trasformato in farsa e
licenziosità antifonica d’una successiva espiazione quaresimale. L’attualizzazione di
certe remote credenze tende a rendere criptiche tracce e testimonianze d’un non
sempre lontanissimo passato. In “Carnevale la festa del mondo” (Laterza, Bari
2019), Giovanni Kezich, per motivi autobiografici, dichiara non casuale la nascita di
Arlecchino tra le montagne della Val Seriana, nelle Prealpi bergamasche. La sua
arcaica danza avrebbe cercato di attrarre la salute, come la fertilità dei campi, degli
animali e degli uomini. Ammette, comunque che sia quanto meno “sibillina” la
denominazione che in Val di Non e sull’Appennino modenese si fa d’un ipocoristico
“lachè”. Più a sud, questi stessi personaggi hanno mantenuto la coloritura dei
fantasmi, restando d’un bianco immacolato, magari con dei cappelloni da cui
pendono nastri iridescenti, con la staia al posto del batocchio, e l’appellativo più
familiare di zanni (variante di Gianni). Un medesimo trickster di cui si sono andate
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celebrando le metempsicosi nella Commedia dell’Arte. La metamorfosi da mimo a
burattino, da maschera a personaggio, non ne ha modificato affatto la tipologia, anzi
avrebbe contribuito a facilitarne la progressione temporale, eternandola nel Punch
inglese, nel boemo Kasparek, nei valloni Gilles e Chinels, come nella controfigura
del Pierrot (francesismo di Pedrolino), o nella coppia circense dei Clowns, che
nell’etimologia scandinava continuano a definire una rozzezza campagnola di origini
montanare. La sostanza fenomenologica rimane immutata pure nel meridione, dove il
nome diventa un diminutivo con doppio suffisso del piccolo gallinaceo, quasi a
ribadire la continuità della stagione dei mascheramenti tra “Cercauova” mocheno
(Oiertröger) e settimana di Pasqua. Una fusione tra cerimonie relative alla primavera
(culto di Ostara dei popoli germanici) e riti scaramantici stagionali, nonché
celebrazioni dell’antico calendario celtico (Beletene, in gaelico: fuoco luminoso), si
diffuse con piccole varianti e diversi nomi, nel "Calendimaggio", con la sua magia
arborea; seguita da Pentecoste e San Giovanni Battista. La vedova di Carnevale,
“Quarantana” (Corajsima), replica la Befana dal fazzoletto nero in testa, il fuso e la
conocchia tra le mani. All’estremità inferiore del bastoncino di legno infilato
all’interno della bambola, si trova conficcata una patata nella quale s’inseriscono
sette penne di gallina, sei delle quali nere e una bianca, da estrarre settimanalmente
fino a quando si sfila l’unica bianca per la Risurrezione. Il fantoccio veniva
solitamente appeso alla maniera degli antichi oscilla votivi e apotropaici che,
anticipando le odierne decorazioni natalizie, addobbavano le fronde degli alberi in
occasione di festività rurali, o in onore dei Lari domestici. La provenienza
etimologica, os (volto), li renderebbe assai simili ai calchi mortuari, più che ad
altalene e dondoli. Anche se il nome greco aiora (da αἴρω, sollevare, corrispondente a
un arcaico ob-cillum, da cilleo, oscillare) propenderebbe maggiormente per l’antico
retaggio di certe vittime sacrificali, impiccate e lasciate esposte. Alle Idi di maggio,
durante la festa degli Argei, dal ponte Sublicio, le Vestali gettavano nel Tevere 27
fantocci di giunco (scirpea), in ricordo della sostituzione di vittime umane voluta da
un Eracle italico (da cui prende nome la costellazione dell’Inginocchiato, Her-klin-us,
dal greco κλινειν piegare, diminutivo Herculinus, Herlequinus, Herlequin, Hellquin,
Erlking, Erlik), da Aristofane descritto quale infero ghiottone, che definiva buffonate
(κόβαλά) le tragedie di Euripide (e della vita).
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