Telai Sismo-Resistenti: Venerdì 27 Aprile Slide Di Riferimento Capitolo 12 - Progetto Di Telai Sismo Resistenti Ripasso
Telai Sismo-Resistenti: Venerdì 27 Aprile Slide Di Riferimento Capitolo 12 - Progetto Di Telai Sismo Resistenti Ripasso
Nelle scorse lezioni abbiamo ragionato sui limiti dimensionali delle travi e dei pilastri.
Abbiamo anche ragionato sul fatto che una trave in spessore su una colonna non funziona molto bene perché
la trave in spessore vede lo sforzo distribuito (per esempio nell’ipotesi di momento negativo) su tutta la
larghezza, la colonna invece vede lo sforzo distribuito su una larghezza inferiore. Per trasferire il momento
dalla trave alla colonna abbiamo che il fronte di sforzi di compressione distribuito (nella parte bassa della
trave) derivante da un momento negativo deve andare a trasformarsi al nodo in un momento antiorario sulla
colonna.
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Questi sforzi di compressione quindi devono fare una deviazione se abbiamo un nodo di continuità dalla trave
alla colonna. Nel nodo si attiva quindi un puntone lungo la diagonale che va a collegare le aree di
compressione però attenzione che se gli sforzi sulla trave sono a tutta larghezza quelli sulla colonna possono
essere solo concentrati sulla larghezza della colonna, quindi oltre alla deviazione necessaria per trasformare
il momento da momento della trave a momento della colonna abbiamo anche necessità di deviare questi
sforzi verso il centro e tale meccanismo non è molto efficace.
La norma ci dice di avere larghezza delle travi paragonabile alla larghezza del pilastro, per fare in modo che il
nodo lavori effettivamente attivando il puntone, ma che è tutto nello spessore del pilastro.
Analogamente la norma ci dice che non vogliamo avere eccentricità tra trave e
pilastro per lo stesso motivo, in questo caso avremmo gli sforzi della trave distribuiti
in tutta larghezza e gli sforzi del pilastro concentrati in una zona che in questo caso
sarebbe anche eccentrica.
Sostanzialmente quindi la travi in spessore di solaio non lavora bene in un telaio,
perché necessariamente è larga almeno 80-90 cm mentre la colonna non ha senso
che abbia queste dimensioni, ha senso che arrivi anche a 50 cm per edifici di tanti
piani ma comunque vale solo per i piani a terra perché mano a mano saliamo la colonna si restringe (si può
mantenere la stessa dimensione per tutta l’altezza ma con ingombri architettonici maggiori). Quindi il fatto
di avere diverse larghezze pilastro-trave è un problema dal punto di vista dell’efficacia del telaio e ciò porta
a realizzare travi fuori spessore.
Abbiamo ragionato anche sul comportamento a taglio di una trave che può vedere l’inversione del taglio.
Abbiamo taglio dovuto al carico verticale. Questa trave sviluppa cerniere plastiche all’estremità con
momento applicato. Il taglio sollecitante vale:
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dove: 𝑀 momento positivo di sinistra
𝑀 momento negativo di destra.
Se il secondo termine è più grande del taglio dovuto al semplice carico statico quando viene sottratto allora
il taglio può cambiare segno e diventare negativo e questo può indurre fessurazione bidiagonale.
Il taglio positivo molto probabilmente genererà fessurazione in una direzione perché è quello dovuto a carichi
statici più quello sismico che è molto elevato, quando si inverte il taglio per effetto del taglio sismico assume
valore negativo e questo valore in modulo può essere sufficiente o meno a generare fessurazione nell’altra
direzione. Questa fessurazione doppia si verifica se:
𝑉 ≥ 𝑓 .𝑏 .𝑑
dove: d altezza utile della trave considerata del lembo compresso all’armatura tesa
b la larghezza della trave
fctd resistenza a trazione del calcestruzzo
Questa diagonale deve essere attiva quindi l’ancoraggio viene valutato a partire dalla piega andando indietro
e dalla piega in avanti, perché la zona diagonale deve essere attiva e quindi già ancorata all’esterno del tratto
di armatura inclinata.
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TELAIO NUDO
È costituito sostanzialmente da 3 elementi fondamentali (a cui si aggiunge la fondazione che deve realizzare
un incastro):
- Colonne
- Travi
- Nodi
Travi (U12-8/U12-22)
La cerniera plastica si sviluppa nella zona di estremità, a patto che abbiamo disposto l’armatura in maniera
tale che effettivamente quello sia il punto debole, in accordo con la gerarchia delle resistenze. La lunghezza
della cerniera plastica lcr (che sta per l critico, in quanto la norma più di parlare di cerniera plastica parla di
lunghezza critica: è una distinzione che ha senso perché sarebbe più opportuno parlare di lunghezza della
cerniera plastica equivalente per ciò che riguarda il calcolo della capacità di rotazione e lunghezza del tratto
a comportamento plastico per quanto riguarda la zona dove le armature si snervano; questa lunghezza del
tratto a comportamento plastico la norma la chiama zona critica; è la zona dove le sollecitazioni sono
massime e ci aspettiamo appunto il possibile snervamento) è definita dalla norma in funzione dell’altezza
della sezione (hw altezza dell’anima) della trave.
Ricordandoci che c’è differenza di classificazione tra normativa italiana e EC:
ITALIANA EUROCODICE
ALTA Fattore di struttura 4 ALTA
BASSA Fattore di struttura 2,5-3 MEDIA
NULLA Fattore di struttura 1-1,5 cioè comportamento elastico BASSA
In duttilità intermedia tale lunghezza è presa pari a hw. In alta duttilità questa lunghezza viene incrementata
fino a 1,5 volte la hw. Il concetto è che maggiore è la duttilità richiesta maggiore è la zona dove mi aspetto
comportamento plastico.
La norma in tale zona critica richiede che l’armatura longitudinale sia continua, che non ci sia ancoraggio di
armatura in zona critica, sia ancoraggio per sovrapposizione, sia ancoraggio che finisce sul nodo di
estremità(quindi se si avesse necessità di fare ancoraggio tra due armature la sovrapposizione deve essere
tutta esterna alla zona critica). Questo pone dei vincoli in particolare per quanto riguarda l’ancoraggio nel
nodo di estremità poiché l’armatura deve essere attiva già dall’interfaccia del pilastro (anzi la norma dice da
qualche centimetro dentro l’interfaccia) e quindi la lunghezza di ancoraggio spesso non ci sta nel pilastro
(esempio: pilastro 30 cm, tolgo 4-5 cm di δ, mi rimangono 25cm, tolgo il copriferro 3-4 cm, mi rimangono 20
cm e se ho dei φ16 mi servono almeno 36 diametri quindi più di 20 cm). I ferri in questo caso devono essere
rivoltati verso il basso avendo cura che la piega della barra sia all’interno delle armature verticali del pilastro
perché anche nel nodo tra trave e colonna sarà necessario porre delle staffe di confinamento (è una novità
rispetto alla progettazione per carichi statici dove o non si mettevano o si continuavano quelle della trave, se
avevamo una trave in spessore molto larga che poteva inflettersi usavamo le staffe per mettere l’armatura a
flessione; in un telaio sismo-resistente la cosa si inverte nel senso che il nodo deve essere ben confinato).
Questo fa si che ci sia un cuore della colonna di calcestruzzo che tende a espandersi ma è confinato dalle
staffe: in quel cuore l’ancoraggio è efficace, quindi questa armatura deve piegarsi e rimanere all’interno del
cuore confinato. Esiste poi un problema legato al fatto che quando questa armatura sarà posta in trazione
tenderà a schiacciare il calcestruzzo localmente, che reagisce con degli sforzi locali sulla superficie della barra,
questi grossi sforzi di compressione generano sul calcestruzzo degli sforzi trasversali di trazione (nella figura
possiamo vederlo dall’alto). La tensione nell’armatura tenderà a estrarla ma essendoci il gancio verticale
questa tenderà a inflettersi e trova il contrasto del calcestruzzo che induce sforzi elevati di trazione
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trasversale che quindi tenderebbe a fessurarsi, quindi per migliorare l’efficacia dell’ancoraggio sotto la piega
della barra viene messa un’armatura. Sono armature locali disposte per migliorare l’efficacia dell’ancoraggio
e la normativa pone dei suggerimenti su come quantificare la dimensione di tali barre.
L’altra alternativa che pone delle questi non banali dal punto di vista
tecnologico ma forse un po’ meno invasiva rispetto al dado di
calcestruzzo è quella di ancorare le barre con una piastra,
chiaramente non solo tale piastra deve essere resistente ma anche
la saldatura altrimenti si sfila e ho quindi un problema di
dimensionamento della saldatura. Un’alternativa è quella di filettare
la barra e porre un dado, ma così facendo la sezione filettata è più
piccola della sezione resistente. Se io ho un elemento che deve
plasticizzarsi il suo ancoraggio deve essere sovraresistente e non
sottoresistente, se in un ancoraggio riduco la sezione ho una
resistenza minore rispetto alla barra e la crisi allora avviene lì e
quindi la cosa va valutata; ad aiutarci c’è il fatto che il calcestruzzo
per aderenza si porta via parte del carico quindi la tensione nella
barra sarà massima pari allo snervamento all’interno, poi per effetto
dell’aderenza tenderà a ridursi poi va a zero perché si arriva alla
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barra, se questa riduzione di sforzo è maggiore della riduzione della sezione allora lo snervamento avviene
in posizione 1 cioè dove voglio io, se non è maggiore allora non va bene perché la plasticizzazione avverrebbe
in zona 2. Tutto questo serve per fare in modo che la cerniera plastica si formi proprio dove voglio, si deve
applicare la gerarchia delle resistenze su tutti gli aspetti, compreso l’ancoraggio.
Stando nella situazione di appoggio centrale analizziamo l’ancoraggio del nodo dell’armatura. L’armatura per
effetto dei momenti sollecitanti della cerniera plastica risulterà tesa da un lato e compressa dall’altro, quindi
se io taglio in corrispondenza del nodo mi accorgo che l’armatura è tirata da un lato e spinta dall’altro nella
stessa direzione. Non scorre perché gli sforzi di aderenza impediscono lo scorrimento, ma attenzione che tali
sforzi di aderenza lì non sono facilmente superiori alla sollecitazione applicata.
Perché? Perché abbiamo nella zona tesa un’armatura che è snervata di sicuro in quanto c’è una cerniera
plastica 𝑇 = 𝐴 𝑓 𝛾 (𝛾 tiene conto della sovraresistenza in maniera forfettaria in base alla norma) e
dall’altro lato la forza di compressione C che è pari a 𝑇 = 𝐴 𝑓 𝛾 cioè alla snervatura di 𝐴 .
[Per capire perché C ha questo valore dobbiamo fare riferimento al comportamento sotto carichi ciclici della
trave. Abbiamo un comportamento plastico alternato, il momento pone in trazione l’armatura e poi inverto
il momento e l’armatura va in compressione, ho una fessura che si apre prima sotto e poi sopra, quando
inverto il momento l’armatura tesa è quella sotto 𝐴 ma questa trazione che avviene in un momento diverso
da quella sopra è T’ ed è inferiore a T perché 𝐴 ≤ 𝐴 (la norma ci dice che deve essere almeno la metà),
quindi il tiro che ho sotto è minore della forza di snervamento sopra e quindi questa armatura che ho sopra
non sarà mai caricata con una forza pari a quella di snervamento perché sono una coppia. La compressione
sulla barra è quindi pari a T’ perché la fessura sopra rimane aperta e quindi il calcestruzzo non lavora in
compressione.]
Possiamo quindi isolare la barra e scrivere l’equilibrio. La condizione di aderenza della barra all’interno del
nodo è soddisfatta se vale la seguente disuguaglianza:
𝜏 . 𝑙 . Ф. 𝜋 ≥ 𝐶 + 𝑇 = 𝐴 𝑓 𝛾 + 𝐴 𝑓 𝛾 = (𝐴 + 𝐴 )𝑓 𝛾
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𝜋∅
𝐴 =
4
𝜋∅
𝐴 =
4
𝜋∅ 𝜋∅
𝜏 . 𝑙 . Ф. 𝜋 ≥ + 𝑓 𝛾
4 4
La norma esprime la condizione di resistenza attraverso queste formule, cioè la norna definisce un rapporto
𝛼 = .
𝑓
𝛾
somma delle aree delle due armature, espressa da 1 + 0,75𝑘 . 𝜌 /𝜌 perché abbiamo
considerato che la fessura rimanga sempre aperta e quindi tutto il tiro dell’armatura al positivo si
scarichi in compressione sull’armatura, ma questo dipende dalla classe di duttilità, da quanto
richiedo alla sezione di ruotare, perché dopo un po’ la fessura potrebbe richiudersi, c’è 1 che sarebbe
𝐴 e poi lo 0,75𝑘 che è un parametro a seconda della classe di duttilità che va a ridurre un po’ la
parte di aratura compressa 𝐴 (nel nodo esterno dove c’è solo trazione infatti il termine non c’è)
𝜏 che è funzione della resistenza a trazione del calcestruzzo media, 𝜏 = 2,25 𝑓
𝜐 che è lo sforzo assiale della colonna normalizzato sulla resistenza di compressione del calcestruzzo
𝜐 = . .
, maggiore è questa forza di compressione sulla colonna maggiore è l’efficacia della
resistenza per aderenza (è più difficile per l’effetto morsa). Questo effetto morsa è quantificato
attraverso questo incremento al numeratore. Ai piani alti questo valore è molto piccolo mentre ai
piani bassi può essere importante. I pilastri devono essere progettati a seconda della duttilità con
uno sforzo assiale normalizzato al più pari al 50-60% di 𝑓 quindi 0,8𝜐 vale circa 0,4 e quindi c’è un
incremento del 40% del rapporto diametro/lunghezza della colonna
Dal punto di vista progettuale io devo limitare il diametro delle armature che si ancorano, perché se il
diametro è grande il rapporto tra l’area e il perimetro cresce e sia tiro che compressione dipendono dell’area,
mentre la resistenza dal perimetro; quindi se riduco il diametro vado ad ottimizzare l’efficacia dell’aderenza.
In un telaio sismo-resistente è difficile garantire l’ancoraggio del nodo con ferri grandi, a meno che la colonna
non sia molto grande.
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Si fa notare che nell’espressione si fa riferimento all’altezza della sezione del pilastro, in realtà questo
ancoraggio efficace è la zona compresa nella zona confinata quindi tra le armature, quindi una lunghezza un
po’ ridotta, ma la norma fa riferimento alla lunghezza della colonna.
Abbiamo capito che nella zona di nodo esiste un problema di ancoraggio dell’armatura delle travi e non può
avvenire nella cerniera che a seconda della duttilità ha lunghezze diverse. La duttilità della cerniera plastica
è garantita sia da una bassa percentuale di armatura (perché vogliamo una rottura del calcestruzzo quando
l’acciaio è ampiamente snervato), ovviamente la duttilità aumenta per effetto del confinamento del
calcestruzzo perché il confinamento non fa che aumentare la deformazione ultima del calcestruzzo e quindi
la curvatura disponibile.
Questo 𝜌 è definito da NTC con formulazione diverse, secondo l’NTC è pari a 3,5/𝑓 quindi con acciaio
450MPa si arriva a percentuali di armatura di circa 1,6 che è proprio quello limite e non quello consigliato.
L’EC chiede che la percentuale dipenda non solo dalla resistenza dell’acciaio ma anche da quella del
calcestruzzo e dalla duttilità richiesta dalla sezione in termini di curvatura. Questa indicazione però è più
restrittiva rispetto alla precedente, del resto l’1,6% di armatura è parecchia.
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C’è anche una percentuale minima che deve essere garantita.
Sappiamo che dalla relazione momento curvatura per la nostra
trave ci possiamo aspettare un comportamento di questo tipo e
noi vogliamo avere un comportamento duttile. Abbiamo uno
snervamento a 𝑀 e un momento di prima fessurazione a 𝑀
prima del quale la rigidezza è pari a 𝐸𝐽 e dopo a 𝐸𝐽′′, dal punto
divista sismico la prima parte non è rilevante se non perché
incrementa un pochino la rigidezza della sezione nel campo delle
deformazioni, però quello che a noi interessa è valutare la
rigidezza secante perché dopo istanti le sezioni sono tutte
fessurate. Però se noi mettiamo poca poca armatura succede che
raggiunta la fessurazione (cosa che accade durante il sisma) la rigidezza potrebbe crescere poco e poi avere
lo snervamento immediatamente. Questa situazione o addirittura quella per cui arrivati alla fessurazione
snervo le armature va evitata.
Lo vediamo nel caso della mensola.
Perché va evitata? Perché se io
quando fessuro la sezione ho che la
sezione ha un comportamento
plastico, addirittura con una riduzione
della resistenza perché c’è poca
armatura tesa, il risultato è che il
momento non può più crescere e
quindi ho un elemento che forma
un'unica fessura alla base con una
cerniera plastica di lunghezza
infinitesima, la cerniera plastica è
infatti legata alla possibilità del
momento di salire oltre il momento di snervamento per cui ottengo una certa porzione di elemento con
sollecitazioni maggiori a quello di snervamento. Lo stesso si applica per la fessurazione, se io raggiunta la
fessurazione ho un comportamento plastico poco incrudente sostanzialmente non riesco a far formare altre
fessure e quindi lo snervamento su una lunghezza sufficiente del setto. Io devo fare in modo che il momento
di snervamento sia maggiore di quello di snervamento e di quanto ce lo dice la norma:
𝑀 > 2𝑀
Sotto questa ipotesi si dimostra che si può ottenere il valore di percentuale minima di armatura secondo l’EC
che è:
La normativa italiana invece semplifica dicendo che deve essere maggiore di 1,4/𝑓 (non dimostriamo come
si raggiunge al momento).
La norma pone delle percentuali di armatura minima, pone delle condizioni sui diametri e dice di non fare le
sovrapposizioni nelle zone critiche e nei nodi. Ci dice inoltre che le staffe nella zona critica devono avere un
le seguenti caratteristiche:
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ATTENZIONE
Queste valgono per
la duttilità
intermedia
SULLA DUTTILITA’
ALTA SONO PIU’
RESTRITTIVE
Le staffe nella zona critica devono avere un passo minore/uguale della minore tra queste quattro condizioni:
- in duttilità intermedia deve essere minore di 8 volte il diametro dell’armatura longitudinale se no
questa si instabilizza, se aumentiamo la duttilità richiesta dobbiamo scendere a 5(esperimenti)-
6(normativa) volte il diametro;
- deve essere minore di un quarto dell’altezza della trave;
- deve essere minore di 24 volte il diametro dell’armatura delle staffe;
- deve essere minore di 22,5 cm.
Queste sono 4 condizioni che la norma impone affinché nella zona critica si abbia un efficiente confinamento
del calcestruzzo e una limitazione dell’instabilità delle barre. La prima delle staffe deve essere posizionata
entro i primi 5 cm dal pilastro, perché la zona nei primi 5 cm è quella dove il confinamento deve essere subito
efficace. Il diametro delle staffe deve essere maggiore di 6 mm. Queste prescrizioni sono poste per garantire
confinamento e stabilità, ma le staffe vanno comunque
dimensionate e verificate a taglio. Noi abbiamo un taglio
elevato in zona critica che per altro è intenso anche fuori
dalla zona critica perchè abbiamo un taglio statico a cui
si somma quello sismico, mentre tende ad essere nullo in
mezzeria per effetto dei carichi statici non lo è per il
carico sismico e comunque è massimo in zona critica. Le
staffe devono essere dimensionate sia per la zona di
estremità sia per quella centrale, coerentemente con il
taglio sollecitante; in più nella zona di estremità devono
anche garantire confinamento e quindi rispettare le condizioni sopra citate.
Queste stesse prescrizioni, viste per la duttilità intermedia, valgono anche per la duttilità alta ovviamente
prese più critiche.
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Inoltre è da ricordare che:
Dopo pausa
Colonne (U12-23/U12-33)
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(𝑀 +𝑀 )𝛾
𝑉 =
ℎ
Questa è una valutazione a favore di sicurezza ed è ciò che fa la norma tecnica italiana, cioè valutare il taglio
tenendo presente la possibilità di plasticizzazione della colonna all’estremità. L’EC consente uno sconto
dicendo che in realtà questo momento massimo non si potrà mai verificare perché prima che si verifichi quel
momento le travi si saranno plasticizzate; parte quindi dalla considerazione che il momento della colonna
che rientra nel nodo è limitato dalla resistenza delle travi, per cui:
𝑀 +𝑀
𝑉 =
ℎ
Tutto ciò si traduce in:
∑𝑀 ≥ ∑𝑀 𝛾
Allora:
∑𝑀
𝛾 =
∑𝑀
E quindi:
1
𝑀 (𝑀 ) = 𝛾 𝑀
𝛾
Sostanzialmente per la verifica a taglio stiamo considerando il momento resistente sulle colonne. L’EC
consente quindi uno sconto razionale sulla verifica a taglio.
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Chiaramente in questo calcolo della resistenza delle colonne va tenuto conto della azione assiale che si deriva
da analisi. Si intende che il telaio sviluppa sì dei momenti sollecitanti nelle colonne che danno equilibrio alle
azioni sismiche, però il meccanismo a telaio prevede anche lo sviluppo di trazione da un lato e compressione
dall’altro nelle reazioni di appoggio, quindi quando si va a fare la verifica di un nodo dovrò tenere in
considerazione che nel nodo avrò dall’alto una certa azione 𝑁 che potrà essere una 𝑁 in condizioni statiche
+ ∆𝑁 dovuto all’effetto sismico. Quindi faccio la mia analisi (statica equivalente o modale) sulla mia struttura
e poi nodo per nodo, sezione per sezione devo andare a considerare l’azione assiale corrispondente, che può
essere positiva sul nodo a valle rispetto all’azione sismica o negativa (cioè una riduzione dell’azione assiale)
sul nodo a monte. Si fa notare anche che sulla sezione sopra il nodo ho l’azione assiale che arriva da sopra,
sulla sezione sotto ho anche il taglio trasferito cioè il peso degli impalcati, questo richiede una complicazione
nell’analisi delle combinazioni di carico che concettualmente è semplice ma che è difficile manualmente (si
fa con i software).
Si può quindi vedere come il telaio tende a essere una struttura più complessa di un setto da progettare.
Dal punto di vista della verifica a taglio nel pilastro notiamo che il taglio è costante, perché non ci sono forze
applicate esterne ma è necessario solo equilibrare il momento, da cui deriva che al fine della resistenza al
taglio il passo delle staffe è costante. La verifica a taglio la si può fare in accordo con il capitolo 4 dell’NTC o
EC2, cioè in teoria anche applicando il puntone a inclinazione variabile; la nuova tendenza, coerente con l’EC,
anche in NTC è imporre che l’inclinazione del puntone, per la verifica a taglio anche in duttilità intermedia,
sia pari a 45°.
Le colonne sismo-resistenti primarie, che sono quelle che dimensioniamo per essere resistenti al sisma,
devono avere un’azione assiale normalizzata 𝜈 = 𝑁 ⁄(𝐴 𝑓 ) ≤ 0,65 (0,5 per l’alta duttilità), tenendo
conto che questo è lo sforzo normalizzato tenendo conto del solo calcestruzzo senza le armature che danno
un contributo di resistenza.
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La percentuale di armatura longitudinale deve essere compresa tra 1 e 4% in analogia alle zone di estremità
dei setti di controvento, deve essere disposta in maniera simmetrica (chiaramente in sezioni simmetriche,
per sezioni rettangolari dovrà essere pensata una disposizione delle armature tale da essere coerente con i
momenti sollecitanti nelle due direzioni).
Per tutta la lunghezza del pilastro l’interasse tra le barre longitudinali non deve essere superiore a 25 cm per
l’NTC, secondo l’EC c’è una condizione aggiuntiva che prevede di avere nel pilastro almeno 8 barre
longitudinali (4 d’angolo più 4 sul lato).
La lunghezza critica viene definita come il maggiore tra i tre seguenti valori:
- dimensione massima della colonna in pianta (la maggiore tra ℎ e 𝑏 );
- lunghezza libera della colonna diviso 6 (𝑙 ⁄6), poiché il diagramma del
momento è triangolare e tendenzialmente il punto wdi flesso è a metà se io
considero My all’estremità della colonna, per effetto di una sovraresistenza pari
al 50%, l’estensione del tratto a comportamento plastico risulta pari a 1/3 di
metà colonna quindi pari a 1/6 della lunghezza libera della colonna;
- 450mm.
Facciamo un esempio: colonna 30x30 alta 3 m. Prima condizione: 30 cm, seconda
condizione 50 cm, terza condizione: 45 cm. La lunghezza critica è di 50 cm.
La normativa impone inoltre che qualora 𝑙 < 3ℎ allora tutta l’altezza è da
considerare zona critica. Chiaramente in zona critica bisogna andare a garantire duttilità
e confinamento secondo le formule già visto.
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Il passo delle staffe deve essere il minimo tra i seguenti valori:
- metà della distanza tra le armature di estremità, cioè la larghezza del cuore confinato, ciò è coerente
con il fatto che se ho una staffatura di questo tipo la luce dei due archi di scarico è uguale, in modo
da avere un confinamento tridimensionale omogeneo;
- 17 cm;
- 8 volte il diametro.
La distanza tra le armature legate (ci potrebbero essere anche armature non legate anche se non è una
situazione favorevole per l’instabilità) deve essere inferiore a 20cm.
Tutto quanto detto è la configurazione che noi avremmo progettando il pilastro secondo EC2 o NTCcap4 solo
per carichi statiti, la norma EC ci dice che l’armatura trasversale in zone critica può essere calcolare secondo
EC2 solo se l’azione assiale normalizzata è inferiore a 0,2 (poca azione assiale) e il fattore di struttura utilizzato
è minore uguale a 0,2 (stiamo progettando in campo elastico). Poiché non chiediamo duttilità alla nostra
sezione possiamo accettare che il confinamento e il controllo dell’instabilità sia più modesto.
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La prescrizione inerente all’aumento della zona critica nei piani inferiori si capirà meglio più avanti quando
vedremo l’interazione del telaio con i tamponamenti; siccome il tamponamento modifica la formazione di
cerniere plastiche nel telaio, in particolare ai piani bassi, la norma dice di fare attenzione perché ai piani bassi
è possibile che la colonna vada in crisi per taglio dovuto al tamponamento e allora si aumentano le staffe
imponendo l’aumento della zona critica.
L’ultima prescrizione invece è per fare in modo che la cerniera che si forma alla base sia l’ultima nel
meccanismo a travi deboli e cerniere forti.
Nodi (U12-34/U12-43)
Il nodo è un elemento particolarmente delicato nel comportamento a telaio perché in esso si concentrano
sforzi elevatissimi e secondo lo schema di progetto deve rimanere elastico e sovraresistente, perché le
cerniere le vogliamo fuori dal nodo. Se il nodo perde di efficacia anche il telaio lo fa. È una progettazione
sbagliata, perché vado a richiedere all’elemento più debole la prestazione migliore rispetto agli altri. Dovrei
fare dei nodi molto più grandi delle intersezioni trave- pilastro. Sui nodi è stata fatta tantissima
sperimentazione e di soluzioni efficaci se ne sono0 trovate poche, ma sono comunque emerse alcune
indicazioni che orientano la progettazione.
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I nodi vanno distinti in nodi esterni e nodi interni, perché il classico meccanismo di rottura che si trova negli
edifici in cemento armato a telaio è quello che prevede la fessurazione al nodo nelle due direzioni e
l’espulsione della porzione. Se si ha un nodo confinato (compreso tra due colonne e due travi) l’espulsione di
una parte del nodo non è possibile, tant’è che la norma distingue nodi interamente confinati, nodi
parzialmente confinati e nodi per nulla confinati. Oltre a questi ci sono poi i nodi di sommità che hanno 3
facce libere.
Un criterio di progettazione prudente potrebbe essere quello di considerare efficaci solo i nodi confinati di
un edificio che però sono troppo/molto pochi. Non posso allora ragionare escludendo quelli non confinati,
altrimenti non ho più il telaio. Tanto più che in un edificio in pianta se vogliamo garantire il controllo della
torsione ho bisogno di quelli sul perimetro.
I nodi confinati di solito funzionano bene, non ci sono segnali nelle analisi post sisma di crisi nei nodi interni
se non per irregolarità.
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Il caso A tratta un nodo interno:
A1) è un nodo interno armato secondo normativa e che quindi prevede tutte le staffe di confinamento del
nodo, sembra avere una risposta efficace, caratterizzato da una certa duttilità (anche se non gliela
richiediamo).
A2) è un nodo interno con confinamento ridotto cioè con poche staffe di confinamento del nodo, da questo
emerge il fatto che il confinamento è necessario perché in questo caso si può vedere come perde rigidezza e
tende a degradare sulla resistenza mentre il primo continua a essere bello pieno.
I casi B, C e D trattano un nodo esterno, è completamento diverso, degrada la sua resistenza e soprattutto
ha questo comportamento, vuol dire riduzione di rigidezza. Se il nodo perde rigidezza vuol dire la trave-
pilastro ruotano liberamente.
D) è un nodo esterno armato in maniera convenzionale secondo normativa, cioè senza armatura inclinata.
Noi dobbiamo riuscire a mantenere la risposta in campo elastico perché se andiamo in campo plastico
andiamo a degradare molto rapidamente la resistenza, quindi dobbiamo mettere tante staffe.
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I meccanismi di rottura in nodi trave-colonna qui sopra indicati possono riguardare:
Nell’ambito dell’analisi di questa crisi noi adesso vogliamo vedere quelle che sono le fessurazioni che si
sviluppano a livello del nodo. Abbiamo tre tipi di nodo:
Partiamo dal nodo a, quando chiudiamo il nodo, cioè applichiamo i momenti che tendono a chiudere il nodo,
abbiamo sostanzialmente una fessurazione esterna nel nodo, che prevede sia una fessurazione per flessione
all’interfaccia colonna-nodo e trave-nodo sia una possibile fessurazione per
taglio. Infatti ho un momento che mi genera compressione e trazione, ma
questa trazione tende a seguire la direzione a 45° e questo è ciò che genera la
fessurazione. Quando apro il nodo, cioè applico il momento nella direzione
opposta la fessurazione che si genera è del secondo tipo, tendo ad avere una
fessurazione a 90 gradi rispetto alla prima. La combinazione di queste due
fessurazioni, siccome il momento è alternato, genera un quadro di fessurazione
a croce.
Vediamo il nodo b di estremità. Abbiamo armature della colonna passanti che ovviamente non devono essere
sovrapposte all’interno del nodo o della zona critica. Ci sono poi le armature longitudinali della trave con il
gli ancoraggi, quella al negativo deve per forza fermarsi alla quota dell’ultima ripresa di getto perché prima
getto il pilastro e poi metto l’armatura della trave, l’armatura al positivo invece può essere ancorata anche
sconfinando all’interno del pilastro. Ci sono le staffe di confinamento della trave e della colonna. Per effetto
della fessurazione si isola la porzione e per evitare l’espulsione di tale porzione dobbiamo aggiungere delle
staffe all’interno del nodo, in modo da andare a vincolare il cuneo di calcestruzzo alla parte interna del
[Link] stesso vale per il nodo di una trave continua, le travi è vero che già fanno da confinamento ma
aggiungiamo le staffe.
La norma pone condizioni diverse sulle staffe nelle zone di estremità e nella zona centrale, sul perimetro sono
necessarie mentre se siamo nella zona centrale potremmo fare a meno di metterle, la norma in funzione
della classe di duttilità richiesta dice se metterle o meno. Se possibile comunque è meglio metterle sempre.
Per le zone di estremità sono assolutamente necessarie e la condizione che viene richiesta dalla norma è che
le stesse staffe che mettiamo sul pilastro con lo stesso passo siano estese anche dentro il nodo.
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Questi sono esempi di armature in un nodo di estremità.
Si vede come questo nodo presenti tutte le staffe anche a rombo come nelle colonne. C’è una complessità
esecutiva non banale, complessità per garantire che il getto di calcestruzzo entri, complessità nell’inserire
tutte le armature.
In questo caso si vede come l’ultima armatura non sia riuscita a rientrare nel cuore confinato, sono situazioni
che capitano spesso in cantiere perché gestire il nodo non è facile. Questo ci fa capire che per gestire un
telaio bisogna avere dimensioni ampie di travi e colonne altrimenti non si è in grado di gestire il nodo,
chiaramente con annessi fastidi architettonici.
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