Purga To Rio
Purga To Rio
L'Inferno è concepito come un ergastolo spirituale, una condanna senza via d'uscita.
Minosse, giudice infernale, assegna i dannati ai vari cerchi del cono rovesciato. L'elemento
centrale non è il peccato commesso sulla terra, ma il giudizio finale dell'anima.
Caratteristiche dell'Inferno:
Il Purgatorio
3. LE SETTE CORNICI Dalla più grande alla più piccola, l'ultima delle quali conduce al
Paradiso Terrestre. I peccati sono complementari a quelli dell'Inferno e divisi in tre
macrocategorie secondo la dottrina dell'amore:
Tutti questi peccati impediscono di vedere l'altro e trasformano l'amore in un ostacolo invece
che in un percorso di crescita.
IL PROCESSO DI PURIFICAZIONE
Elementi fondamentali
1. LA PENA PURIFICATRICE Ogni cornice prevede una pena specifica, ma con significato
diverso dall'Inferno. Non è una punizione vendicativa, ma un'occasione per riparare. La
pena è temporanea, non eterna.
3. GLI EXEMPLA Affreschi ed esempi di virtù positive e punizioni dei vizi, dai quali Dante
può trarre insegnamento per il suo percorso.
Le sette cornici corrispondono ai sette vizi capitali, dottrina elaborata dai Padri della
Chiesa e centrale nella teologia medievale. L'ordinamento è di tipo morale.
Il contrappasso purgatoriale
Anche nel Purgatorio esiste il contrappasso, che può essere per analogia o per
contrasto:
● Autore dell'opera
● Narratore degli eventi
● Personaggio che vive in prima persona gli incontri
È anche emblema dell'umanità: rappresenta ogni uomo che si trova in difficoltà e ha
bisogno di aiuto per salvarsi (prima da Virgilio, poi da Beatrice nell'ultima cantica).
Il titolo "Commedia"
Dante scrive quest'opera durante l'esilio. Era un guelfo bianco (non "nero" come scritto negli
appunti - i guelfi bianchi erano favorevoli all'autonomia comunale rispetto al papato) e fu
esiliato da Firenze per ragioni politiche. Andò come ambasciatore da Papa Bonifacio VIII
per chiedere maggiore indipendenza per Firenze, ma il papa non accettò. Dante non poté
più tornare nella sua città se non a condizione di scusarsi pubblicamente, cosa che rifiutò
perché considerava la politica la sua ragion d'essere.
Ospitato da Cangrande della Scala, Dante gli spiegò che stava scrivendo un'opera intitolata
"Commedia". Perché questo titolo? A differenza della tragedia, la parola "commedia" deriva
dal greco komos odé, "canto del villaggio". Le commedie trattano della realtà quotidiana, e
infatti l'argomento principale è il viaggio personale di Dante.
Nella stessa lettera, Dante fornisce la chiave interpretativa dell'opera, indicando quattro livelli
di significato:
Caratteristiche letterarie
Figure implete
I personaggi sono scelti secondo il criterio delle figure impletae (figure complementari):
continuano nell'aldilà il loro ruolo terreno in modo diverso.
Esempi:
● Virgilio: fu punto di riferimento e ispirazione poetica per Dante; nell'oltretomba
diventa guida fisica e morale
● Beatrice: fu significativa per l'amore giovanile di Dante; in cielo diventa colei che lo
guiderà in Paradiso
● Bonifacio VIII: nemico politico in vita, è posto nell'Inferno
"Per correr miglior acque alza le vele / omai la navicella del mio ingegno, / che lascia dietro a
sé mar sì crudele"
Metafora della nave: l'ingegno di Dante è una navicella che lascia dietro di sé il mare
crudele dell'Inferno per solcare acque più limpide.
"e canterò di quel secondo regno / dove l'umano spirito si purga / e di salire al ciel diventa
degno" (anastrofe)
Annuncio del tema: il Purgatorio come luogo dove lo spirito umano si purifica e diventa
degno di salire al cielo.
"Ma qui la morta poesì resurga, / o sante Muse, poi che vostro sono, / e qui Calïopè
alquanto surga"
Invocazione alle Muse, in particolare a Calliope (musa della poesia epica), perché la poesia
"morta" dell'Inferno risorga. Dante chiede che Calliope si elevi "alquanto" (un poco), perché
in Paradiso dovrà elevarsi ancora di più.
Inserto mitologico: Dante fa riferimento alle Pieridi (o Piche), figlie del re Piero che,
orgogliose della loro voce, sfidarono le Muse in una gara di canto. Furono sconfitte per la
loro superbia e trasformate in gazze, uccelli dalla voce stonata e fastidiosa. Questo
introduce il tema della superbia che sarà centrale (il canto di Ulisse nell'Inferno è esempio di
superbia intellettuale, come lo è in parte lo stesso Dante).
"Dolce color d'orïental zaffiro, / che s'accoglieva nel sereno aspetto / del mezzo, puro infino
al primo giro"
Il dolce colore azzurro (simile allo zaffiro orientale) rappresenta un netto contrasto con le
tenebre infernali. L'aria è pura e serena dall'orizzonte al primo cerchio del cielo. Dante riesce
finalmente a vedere.
"agli occhi miei ricominciò diletto" (anastrofe: "ricominciò diletto agli occhi miei")
La gioia torna negli occhi di Dante non appena esce dall'aria morta che aveva reso tristi i
suoi occhi e il suo cuore.
"Lo bel pianeta che d'amar conforta / faceva tutto rider l'orïente"
Il pianeta Venere, che sollecita l'amore, faceva risplendere tutto l'oriente diffondendo la sua
luce, nascondendo la costellazione dei Pesci.
"I' mi volsi a destra, e puosi mente / a l'altro polo, e vidi quattro stelle / non viste mai fuor
ch'a la prima gente"
Dante si volge a destra verso il polo australe (meridionale) e vede quattro stelle mai viste
da nessuno tranne dai primi uomini (Adamo ed Eva). Queste quattro stelle simboleggiano le
quattro virtù cardinali, fondamenti della vita cristiana su cui poggiano le virtù teologali
(fede, speranza, carità):
1. Prudenza: capacità di distinguere il bene dal male e prendere decisioni sagge
2.
3. Giustizia: dare a ciascuno il suo, distinguere il giusto dallo sbagliato
4. Temperanza: senso della misura in tutte le cose
5. Fortezza: coraggio, perseveranza, non disperazione, credere sempre e avere
speranza
Sono dette "cardinali" perché sono cardini (dal latino cardo, "perno") della vita cristiana,
permettono all'uomo di ripartire nel cammino di purificazione.
Adamo ed Eva non possono più vederle perché furono i primi a commettere il peccato
originale.
"Oh settantrïonal vedovo sito, / poi che privato se' di mirar quelle!"
Invocazione all'emisfero settentrionale, definito "vedovo" perché privato della vista di queste
stelle e quindi guidato dalla corruzione morale.
L'apparizione di Catone (vv. 28-48)
Primo incontro degno di venerazione: Marco Porcio Catone Uticense (Catone il Giovane).
Profilo storico: Catone nacque nel 95 a.C. e morì suicida nel 46 a.C. a Utica, in Africa. Fu
un fermo oppositore di Cesare (anticesariano) perché vedeva in lui una minaccia per la
Repubblica romana. Quando Cesare prevalse nella guerra civile, Catone preferì togliersi la
vita piuttosto che vivere sotto una dittatura. Difensore del mos maiorum, contrario alla
cultura graca
Significato allegorico: Catone è visto come colui che si è sacrificato in nome della
libertà politica (suicidio visto come martirio in nome della libertà), amante della libertas
repubblicana, valori che Dante associa alla capacità di spogliarsi dal peccato e alla libertà
morale.
Catone è l'alterego di Dante: entrambi amano la rettitudine, hanno subito l'esilio politico,
credono nel primato della giustizia. Catone non muore da rinunciatario o disperato, ma con
fermezza di carattere, per dimostrare che per il bene comune bisogna avere valori
condivisi, come il mos maiorum (la tradizione degli antenati) romano.
Dante prova profonda riverenza per Catone proprio per questa coerenza morale assoluta.
Sarà custode del purgatorio
Dante si concentra su due libertà: liberta di coscienza liberta dai peccati (per tendere a dio
bisogna essere liberi, c’è un peso sulla coscenza). Il purgatorio permette di liberare dalle
catene del peccato
Nota finale: La Divina Commedia è la summa del Medioevo. Dante è figlio e celebratore di
quest'epoca: nell'opera sono presenti tutti i personaggi, le dottrine, le credenze dell'epoca
medievale, costituendo una descrizione enciclopedica del suo tempo.
L'incontro
"Come io volgendo un poco verso l'altro polo, là dove il Carro [Maggiore, ossia le stelle] vidi
un vecchio solo, verso di me degno di tanto rispetto come un figlio deve al padre."
Illuminazione soprannaturale
"I raggi delle quattro stelle sante adornavano la sua faccia di lume, che io lo vedevo come
se avessi davanti il sole"
● Dante non riesce a vederlo bene perché le stelle (le quattro virtù cardinali:
Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza) lo illuminano troppo
● Simbolicamente: Catone risplende per la ricerca della verità e della libertà
"Disse lui: 'Chi siete voi che avete fuggito la prigione eterna [l'Inferno] contro la
corrente del fiume scuro?'"
"Disse lui muovendo la barba veneranda [piume = sineddoche per indicare la barba]"
"Le leggi dell'Inferno sono state violate così, o è mutato [qualcosa] o in cielo si è
stabilita una nuova legge, che voi dannati venite presso le grotte che io proteggo?"
Catone cerca di applicare la legge - vuole capire come abbiano fatto a uscire dall'Inferno.
"È venuta una donna dall'alto" - Beatrice, che raffigura la Madonna (la grazia divina), è
scesa e ha voluto questo viaggio
Il gesto di reverenza
"Ma dato che è il tuo volere sapere la nostra situazione, non può essere che la mia
volontà non venga data a te, ti obbedisco."
"Questo non è mai morto [Dante], ma a causa della sua follia è quasi morto per il suo
comportamento."
● Dante non è morto fisicamente, ma era quasi morto spiritualmente a causa del
peccato
"Non c'era un'altra via da percorrere per me: ho dovuto accompagnarlo e mostrargli
tutta la gente debole e dannata, e ora intendo mostrargli [le anime che si purificano]"
Catone non ci casca, dicendo che Marzia faceva parte della sua vita terrena.
A Catone basta che Virgilio gli abbia detto che c'è un messaggero divino che lo manda.
Non si fa corrompere.
Dopo l'Inferno
"Dopo avergli mostrato l'argenteria [= dannati, gioco di parole con 'gente ria']"
"Ora voglio far vedere come si purificano le anime secondo la tua custodia."
"Come io l'ho condotto sarebbe troppo lungo dirtelo, e dall'alto scende una potenza
divina per vederti e ascoltarti."
"Ora ti sia gradita la sua venuta [di Dante]: quest'uomo va cercando la libertà, che è
così cara, così come sa colui chi [Catone]" (anastrofe)
"Tu lo sai, perché la morte non ti ha toccato in modo negativo, perché l'hai fatto in
nome della libertà."
"La vesta [= metafora: il corpo viene visto come vestito dell'anima] a Utica hai lasciato
la vesta"
Quindi si sottintende che la morte non è neanche del tutto del corpo.
"Sarà lucente" - quando il corpo risorge sarà luminosissimo, non sarà più mappa dei
tratti distintivi, sarà più lucentedella vita che è in balia delle sofferenze.
Esempio: Gesù, che dopo tre giorni non viene riconosciuto dai discepoli.
"Non sono violati [anastrofe] gli editti eterni a causa nostra, perché questo vive e
Minosse non ha potere su di me"
● Dante è vivo
● Virgilio è del Limbo, dove Minosse (il giudice infernale) non ha giurisdizione
"Ma io sono del cerchio dove sono gli occhi della tua Marzia, che ancora prega che tu
la consideri la tua sposa"(captatio benevolentiae)
"Per il suo amore dunque piegati, in nome del suo amore. Lasciaci andare attraverso i
tuoi sette regni [le sette cornici del Purgatorio], e grazie riporterò gratitudine a lei, se
ritieni degno di essere menzionato laggiù nel Limbo."
6. LA RISPOSTA DI CATONE: INCORRUTTIBILITÀ (vv. 85-114)
Un'altra sequenza
Catone si pronuncia in nome della legge universale che regge l'intero sistema.
Catone, dopo averli fatti passare, dice che serve un rito di purificazione:
"Disse lui: 'Allora Marzia piacque tanto ai miei occhi mentre io ero nel mondo terreno,
al punto che tutti i favori che lei voleva io lo facevo.'"
"Ma ora che Marzia sta al di là del mal fiume [nel Limbo], non mi può più smuovere, in
nome di quella legge che è stato messo in atto quando io non sono più in vita."
"Ma se una donna del cielo [Beatrice] ti muove e ti guida come tu dici, non occorrono
lusinghe: basta bene che tu mi ridica il nome di questa donna."
"Vai dunque e fai in modo che costui venga cinto con un giunco schietto [liscio] e
lavagli il viso sicché [cosicché - consecutiva] così che tu tolga ogni sudiciume dovuto
al peccato."
"Perché non è buona cosa che tu abbia la vista offuscata dai peccati e che tu ti
presenti in questo modo al ministro del Paradiso [l'angelo che sta alla porta del
Purgatorio]."
"Nessun'altra pianta che fa le foglie o che ha tronco duro può avere vita [lì], perché
non asseconda le percosse del vento."
"Dopo non tornate indietro [per questa strada]. Uscite direttamente: il sole vi
mostrerà, che sta quasi per sorgere, la via del monte più facile da percorrere."
"Lui [Virgilio] cominciò: 'Vieni, figliolo, volgiamoci indietro [verso la riva], non
prendiamo la strada più dritta [diretta, ma quella indicata da Catone].'"
"L'alba vinceva le tenebre dell'ultima ora della notte, così che da lontano riconobbi il
tremare delle onde del mare."
"Noi andavamo nella pianura solitaria come un uomo che recuperi la strada perduta, e
che fino ad ora gli era parso di andare invano."
"Quando noi fummo là dove la rugiada resiste più a lungo al sole [resiste quando ha
l'ombra], per essere in parte all'ombra, a poco a poco si scioglie"
● La rugiada rimane più a lungo dove c'è ombra, evaporando lentamente al sole
"E lì fu visibile quel colore [naturale del viso] che mi aveva provocato l'Inferno sul
viso [coperto] di fuliggine."
"[Arrivammo là] dove mai un uomo osò solcare quelle acque, un uomo che potesse
poi fare ritorno. Che sia stato esperto, che abbia fatto esperienza di ritorno."
● Nessun uomo era mai tornato dall'aldilà dopo aver attraversato quelle acque
"O meraviglia! Perché l'umile pianta che aveva scelto [anastrofe] rinacque subito
identica immediatamente là dove era stata strappata."
Dante attraverso questo episodio muove una critica esplicita nei confronti della Chiesa. Il
poeta sottolinea come Dio sia misericordioso, mentre i ministri della Chiesa non sempre lo
sono. La Chiesa terrena, rappresentata dai suoi funzionari e dal Papa, si dimostra rigida e
spietata, mentre Dio accoglie in Purgatorio anche chi è stato scomunicato, purché si sia
pentito sinceramente prima di morire.
Il canto si apre con una scena di movimento e confusione. Nel canto precedente c'era stato
l'incontro con Casella, il musico amico di Dante, che aveva cantato una canzone incantando
le anime. L'apparizione improvvisa di Catone aveva causato una fuga precipitosa delle
anime verso il monte del Purgatorio.
La parafrasi dei versi iniziali è la seguente: benché la fuga improvvisa disperdesse le anime
per la campagna in direzione del monte, dove la ragione (intesa come giustizia divina) le
spinge, io Dante mi ristrinsi, mi accostai alla mia fidata compagnia, cioè Virgilio. Dante si
pone una domanda retorica fondamentale: come correrei senza di lui? Chi mi avrebbe
condotto, tratto su per la montagna? Questa domanda sottolinea la totale dipendenza di
Dante dalla guida di Virgilio.
A questo punto Dante fornisce una descrizione psicologica di Virgilio: egli appariva punto dal
rimorso. Questo rimorso è legato a quanto accaduto nel canto precedente, quando Virgilio
stesso si era lasciato incantare dal canto di Casella, dimenticando per un momento il dovere
di guidare Dante. Virgilio era ancora concentrato su quell'evento e si sentiva in colpa perché,
in quanto rappresentante della ragione, dovrebbe essere sempre lucido e vigile.
In questo inizio di canto emerge chiaramente la simbologia dei due personaggi principali.
Dante è l'emblema dell'umanità, il tipico credente impaurito che non sa dove sta andando. Si
fa prendere da tanta paura e non ha consapevolezza del percorso. Virgilio invece
rappresenta la ragione e fa da bilancia, da equilibrio a Dante. È la guida razionale che
impedisce a Dante di perdersi o di cedere alla paura.
I due stavano camminando di fretta, ma Dante nota che questa fretta toglie l'onestà e ogni
decoro, cioè toglie importanza e dignità al cammino spirituale che stanno compiendo. La
mente di Dante, che prima era raccolta in un unico pensiero (probabilmente il timore di
essere rimasto solo), allargò la sua attenzione verso l'ambiente circostante. Quando Dante
vede che Virgilio rallenta il passo, anche lui fa lo stesso, adeguandosi alla guida. Dante
quindi diede il viso, cioè rivolse lo sguardo, al monte che verso il cielo si slancia più in alto di
tutti.
A questo punto si verifica un episodio molto significativo che permette a Dante di sviluppare
una riflessione sulla natura dei corpi dei vivi e dei morti. Il sole, che dietro a Dante
fiammeggiava rosso (è l'alba, il sole sorge alle spalle dei due pellegrini che procedono verso
ovest), era interrotto dal corpo di Dante che si trovava davanti. La figura fisica di Dante
creava un ostacolo ai raggi del sole, proiettando quindi un'ombra sul terreno.
Qui sta la differenza fondamentale: Virgilio era morto, quindi i raggi del sole lo trapassavano
senza creare ombra. Dante invece è vivo, ha ancora un corpo materiale, e i raggi del sole si
bloccano contro di esso, creando un'ombra ben definita sul terreno. Vedendo una sola
ombra proiettata sul terreno (la sua), Dante si spaventa tremendamente e pensa di essere
rimasto solo, che Virgilio lo abbia abbandonato.
Virgilio immediatamente lo tranquillizza con parole dolci e rassicuranti. Gli spiega che quello
che sta accadendo è perfettamente normale e naturale. Virgilio è morto e Dante no, ma
questo non significa affatto che Virgilio non sia con lui, che lo abbia lasciato solo. La
presenza di Virgilio è reale anche se il suo corpo non proietta ombra.
Virgilio prosegue spiegando: è già il tramonto sulla terra dove sta sepolto il mio corpo, dove
il mio corpo fa ombra. Questa è un'indicazione geografica precisa. Virgilio è sepolto a
Napoli, nella zona di Posillipo. Quando a Napoli è tramonto, nel Purgatorio (che si trova
nell'emisfero australe, agli antipodi di Gerusalemme) è l'alba. Virgilio spiega che il suo corpo
fisico è rimasto sulla terra, sepolto, mentre la sua anima può muoversi senza proiettare
ombra.
Per chiarire meglio il concetto, Virgilio utilizza un'analogia tratta dalla scienza del tempo, il
sistema astronomico aristotelico-tolemaico. Virgilio dice: se innalzi lo sguardo a me non si
presenta nessuna ombra, non ti devi meravigliare, come non ti meravigli per il
funzionamento del sistema aristotelico-tolemaico. Secondo questo sistema, l'universo è
composto da cieli concentrici, sfere celesti che ruotano una dentro l'altra. Questi cieli non si
fanno ombra l'un l'altro, non ostacolano i raggi del sole che li attraversa. Nessuno dei cieli
toglie luce agli altri, tutti sono trasparenti alla luce divina.
Il ragionamento di Virgilio è quindi analogico: così come i cieli sono trasparenti e non creano
ombra, allo stesso modo i corpi delle anime sono fatti di una materia sottile che non ostacola
la luce. Virgilio spiega che la giustizia divina, la potenza di Dio, crea per le anime dei corpi
simili a quelli che avevano sulla terra. Questi corpi sono abbastanza materiali da poter
soffrire il caldo e il freddo, perché le anime devono espiare le loro pene attraverso
sensazioni fisiche. Tuttavia questi corpi non proiettano ombra perché non hanno la stessa
densità materiale dei corpi dei vivi.
Questa sezione rappresenta uno dei passaggi filosofici e teologici più importanti dell'intera
Commedia. Dante qui esprime un concetto fondamentale della sua visione del mondo: i limiti
della ragione umana di fronte ai misteri della fede.
Dante riconosce in se stesso quello che considera uno dei peccati intellettuali più grandi:
aver considerato la filosofia come la disciplina suprema, capace di spiegare tutto attraverso
la ragione, il dubbio metodico e l'indagine razionale. Dante, che era stato un grande studioso
di filosofia, aveva inizialmente creduto che la ragione umana potesse arrivare a
comprendere ogni verità. Ma ora, nel suo viaggio ultraterreno, comprende che la ragione ha
dei limiti invalicabili. A un certo punto la ragione finisce, si arresta, e inizia il dominio della
fede. Nella visione puramente razionale e filosofica del mondo manca un pezzo essenziale,
manca la possibilità di comprendere i misteri divini.
Il mistero per eccellenza che la ragione non può spiegare è quello della Trinità. È impossibile
spiegare razionalmente il dogma della Trinità, cioè come tre persone divine (Padre, Figlio e
Spirito Santo) possano essere un'unica sostanza, un unico Dio. Questo è un paradosso
logico che sfida la ragione umana.
Dante osserva che tanti saggi dell'antichità, i grandi filosofi, si sono posti il dubbio di cosa ci
sia oltre il mondo fisico, hanno cercato di comprendere la natura divina attraverso la sola
ragione. Ma tutti hanno dovuto arrestarsi, fermarsi di fronte a un limite invalicabile, perché la
ragione umana arriva fino a un certo punto e non può andare oltre.
La parafrasi dei versi centrali di questa sezione è fondamentale per comprendere il pensiero
di Dante. Matto e stolto è chi pensa che la nostra ragione possa percorrere la via infinita che
tiene unite tre persone in unica sostanza. Le tre persone sono il Padre, il Figlio e lo Spirito
Santo, che danno riferimento a una sola entità, un solo Dio. Dante continua: accontentatevi,
o uomini, di registrare il fatto, cioè limitatevi ad accettare che questo mistero esiste, senza
pretendere di spiegarlo razionalmente.
Dante prosegue con un argomento teologico profondo: perché se aveste potuto vedere tutto,
se la ragione umana fosse stata sufficiente a comprendere ogni verità divina, non era
necessario che Maria partorisse Gesù. L'incarnazione di Cristo, il fatto che Dio si sia fatto
uomo, è stata necessaria proprio perché la ragione umana da sola non poteva raggiungere
la verità completa. Cristo è venuto a rivelare ciò che la ragione non poteva scoprire.
Dopo questa profonda riflessione filosofica, la narrazione riprende con un tono più concreto
e descrittivo. La parafrasi di questa sezione inizia così: giungemmo intanto ai piedi della
montagna del Purgatorio. E qui trovammo la roccia così erta, così ripida, che invano le
gambe sarebbero pronte a salire. Non c'è alcuna possibilità di scalare quella parete così
verticale.
Per dare un'idea della difficoltà della salita, Dante usa un paragone geografico molto
efficace. Dice che la strada tra Lerici e Turbia, due località della Liguria note per i loro
percorsi di montagna molto ripidi e difficili, è a paragone della salita del Purgatorio una scala
agevole e piana. Questo paragone serve a sottolineare l'impossibilità fisica di scalare
direttamente la montagna del Purgatorio. Serve un altro percorso.
Virgilio a questo punto si ferma perplesso e dice: ora chi sa da quale parte la costa si
abbassa, si inclina, in modo che possiamo superarla senza ali? La domanda retorica di
Virgilio sottolinea che per scalare quella parete così verticale servirebbero delle ali, e
ovviamente né lui né Dante le hanno.
Mentre Virgilio ragionava su quale strada prendere, riflettendo sul percorso migliore, Dante
guardava su intorno al pendio, osservava la montagna cercando visivamente una soluzione.
A questo punto dal lato sinistro, cioè dal nord (nella geografia del Purgatorio il nord è a
sinistra rispetto a chi guarda verso ovest), compare, appare una schiera di anime che
venivano incontro a Dante e Virgilio.
Ma queste anime si muovono con una lentezza estrema. Sono così lente che non sembra
neanche che si stiano muovendo, appena si percepisce il loro avanzamento. Questa
lentezza è significativa e verrà spiegata più avanti.
Dante vede queste anime e subito dice al suo maestro: Maestro, alza gli occhi! Ecco chi ci
darà le giuste indicazioni per trovare il passaggio, se tu non riesci a trovare la soluzione da
solo. Dante quindi propone di chiedere informazioni a quelle anime.
Virgilio guarda verso le anime e, con fare deciso e risoluto, risponde: andiamo verso di loro,
avviciniamoci noi invece di aspettare. E tu, dolce figlio, rafforza la speranza, perché ora la
soluzione al nostro problema la troviamo. Virgilio chiama Dante "dolce figlio", un'espressione
di affetto che sottolinea il rapporto quasi paterno che lega il maestro al discepolo.
Qui Dante inserisce un'indicazione molto precisa sulla lentezza estrema di queste anime.
Dice: io dico che dopo i nostri mille passi, dopo che Dante e Virgilio hanno camminato per
mille passi, quella folla di anime era ancora lì, era lontana. Per far capire quanto fossero
distanti, Dante usa una metafora sportiva: quanto è lo spazio che percorre un lanciatore. Si
riferisce probabilmente al lancio del peso o di un'altra gara atletica dell'epoca. In pratica,
dopo che Dante e Virgilio hanno fatto mille passi avvicinandosi, le anime si sono avvicinate
solo della distanza di un lancio atletico.
A questo punto Virgilio prende la parola e si rivolge direttamente alle anime. Dice: o voi
spiriti scelti, in nome di quella pace che io credo tutti voi aspettiate, diteci dove la montagna
declina, si abbassa, in modo che possiamo salire. Virgilio invoca la pace che tutte le anime
del Purgatorio attendono, cioè la pace eterna del Paradiso, per chiedere loro
un'informazione pratica.
Prima di descrivere la reazione delle anime, Dante inserisce una riflessione importante. Cita
un concetto che sembra proverbiale: perché chi conosce il valore del tempo, dispiace
perdere tempo. Questo è riferito alle anime del Purgatorio che devono espiare i loro peccati
e quindi sono consapevoli che ogni momento perso è un momento in più di permanenza in
Purgatorio.
Dante poi introduce una delle similitudini più famose e belle della Commedia, quella delle
pecorelle. Questa similitudine ha una valenza particolare perché ribalta un'immagine che
normalmente ha un significato negativo. L'immagine delle pecore è normalmente associata
all'idea di seguire senza capire, di obbedire ciecamente senza usare l'intelligenza. Ma qui
Dante ribalta completamente questo aspetto e lo vede come positivo.
Le pecorelle diventano il simbolo delle anime obbedienti, che hanno accettato umilmente il
cammino di espiazione che è stato loro imposto da Dio. C'è un senso di coralità, di
comunità, nell'immagine del gregge. L'area semantica è quella dell'obbedienza, ma di
un'obbedienza consapevole e virtuosa. Queste non sono anime superbe che vogliono fare di
testa propria, ma sono anime che hanno capito il senso profondo dello stare insieme,
dell'accettare la volontà divina, del procedere unite verso la salvezza.
La parafrasi dettagliata della similitudine è la seguente: come le pecorelle escono dal recinto
una, due, tre per volta, non tutte insieme ma in piccoli gruppi ordinati, e le altre stanno
timide, timorose, tenendo a terra il muso in atteggiamento di umiltà e sottomissione, e ciò
che fa la prima pecorella anche tutte le altre lo fanno, addossandosi a lei, seguendola da
vicino, se la prima si arresta, si ferma. Stanno quiete, ferme, senza capire la ragione del
fermarsi, semplicemente perché la prima si è fermata.
Allo stesso modo, con lo stesso comportamento, io Dante vidi muoversi e avanzare la testa,
i primi, della prima fila di quella schiera favorita da Dio, cioè destinata alla salvezza. Queste
anime sono pudiche nello sguardo, cioè hanno uno sguardo modesto, umile, non alzano gli
occhi con superbia. Sono pudiche in faccia, cioè hanno un'espressione del volto umile e
modesta. E sono oneste nella camminata, cioè procedono con dignità e compostezza.
A questo punto avviene di nuovo l'episodio dell'ombra. Come i primi della schiera videro in
terra, sul terreno, sulla destra di Dante, la luce del sole interrotta, bloccata dal corpo di
Dante, cosa che non accadeva con Virgilio perché lui è morto e la luce lo trapassa, le anime
rimangono stupite e spaventate.
Dante descrive così la scena: l'ombra compariva, si vedeva chiaramente proiettata sul
terreno, tra me e la roccia della montagna. E le anime, vedendo questa ombra inspiegabile,
si fermarono improvvisamente e indietreggiarono, fecero qualche passo indietro per la paura
e la meraviglia. E tutti gli altri che venivano dietro nella schiera facevano altrettanto, si
fermavano e indietreggiavano imitando i primi.
Virgilio, che capisce immediatamente la ragione dello stupore e della paura delle anime,
interviene senza aspettare che gli venga fatta una domanda. Dichiara, senza che gli venga
domandato nulla: questo che vedete è un corpo umano vero e proprio, un corpo di carne,
per cui, per questa ragione causale, la luce del sole è interrotta nella sua continuità quando
colpisce il suo corpo.
Manfredi di Svevia nacque nel 1232 e morì nel 1266. Era nipote, non figlio, dell'imperatore
Federico II di Svevia, uno dei sovrani più potenti e controversi del Medioevo. Manfredi
divenne re di Sicilia e fu una figura di grande importanza politica nella seconda metà del XIII
secolo.
Nel 1266 Manfredi combatté la battaglia di Benevento contro Carlo d'Angiò, sostenuto dal
Papa. In questa battaglia Manfredi fu sconfitto e ucciso. La sua morte segnò la fine della
dinastia sveva nel Sud Italia e l'inizio del dominio angioino.
Ma ciò che è più importante per comprendere questo canto è quello che accadde dopo la
sua morte. Manfredi era stato scomunicato dalla Chiesa cattolica per ragioni politiche. Papa
Clemente IV, che aveva sostenuto Carlo d'Angiò contro Manfredi, dopo la battaglia di
Benevento fece disseppellire il corpo di Manfredi dalla tomba dove era stato inizialmente
sepolto.
Secondo la legge ecclesiastica medievale, gli scomunicati non potevano essere sepolti in
terra consacrata perché erano considerati fuori dalla comunità dei fedeli. Il corpo di Manfredi
fu quindi tolto dalla sepoltura e abbandonato fuori dal territorio della Chiesa. Venne lasciato
ai piedi di un ponte, sotto un mucchio di pietre, come se fosse il corpo di un criminale o di un
eretico.
Manfredi, come Dante racconta, è pienamente consapevole di quello che è successo al suo
corpo e lo spiega nel suo discorso. Indirettamente, attraverso le parole di Manfredi, Dante
sta muovendo una dura critica alla Chiesa e in particolare a Papa Clemente IV, che ha
ordinato la profanazione del corpo.
Una delle anime della schiera si stacca dal gruppo e si rivolge a Dante. La parafrasi inizia
così: una di loro, una di quelle anime, disse: chiunque tu sia che cammini con un corpo vivo,
volgimi il viso, guarda verso di me, poni mente, cerca di ricordare se mi hai mai visto in vita.
Dante si volse verso di lui e lo guardò fisso, con attenzione. La descrizione che Dante fa di
questa anima è molto importante e ricca di significato. Dice che era biondo e bello e di
gentile aspetto. Qui bisogna fare attenzione al termine "gentile" che ha una matrice
stilnovista. Nella tradizione dello Stilnovo, corrente poetica a cui Dante aveva aderito in
gioventù, "gentile" non significa semplicemente "cortese", ma significa "nobile", nobile sia di
nascita che soprattutto di animo. È una nobiltà interiore che si manifesta anche nell'aspetto
esteriore.
Manfredi quindi si presenta come bellissimo, con i capelli biondi, con un aspetto nobile e
attraente. Ma c'è un particolare che stride con questa bellezza: una delle ciglia, delle
sopracciglia, era tagliata, spezzata da un colpo di spada. Questo è il segno della ferita
mortale che Manfredi ha ricevuto in battaglia.
Dante, guardandolo attentamente, non lo riconosce. Dopo aver negato, detto di no, di non
averlo mai visto, umilmente, con modestia e dolcezza, lui, Manfredi, disse: guarda bene. E
gli mostrò una piaga, una ferita, nell'altra parte del petto. Questa è un'altra ferita di guerra,
un'altra testimonianza della battaglia in cui è morto.
Manfredi prosegue: per cui io ti prego, quando torni di là, quando ritorni nel mondo dei vivi,
vai da mia figlia Costanza, che è madre dei re di Sicilia e Aragona, e dille la verità su di me,
se in giro si dice il falso su di me. La figlia di Manfredi si chiamava anche lei Costanza,
Costanza d'Aragona, e aveva sposato Pietro III d'Aragona. I loro figli divennero re di Sicilia e
di Aragona, e quindi erano veramente "re" al plurale, come dice Manfredi.
Manfredi chiede a Dante di andare da sua figlia e raccontarle la verità. Questo significa che
nel mondo dei vivi circolavano false notizie su Manfredi, probabilmente diffuse dalla
propaganda della Chiesa che lo dipingeva come un peccatore impenitente, forse addirittura
come un dannato all'Inferno. Manfredi vuole che sua figlia sappia che lui non è all'Inferno ma
in Purgatorio, che si è salvato nonostante la scomunica.
Questa parte continua con il discorso di Manfredi che racconta nel dettaglio gli ultimi
momenti della sua vita e spiega perché, nonostante la scomunica, si trova in Purgatorio e
non all'Inferno.
Manfredi racconta che dopo essere stato ferito mortalmente in battaglia, quando ormai il suo
corpo era piagato, coperto di ferite gravi, egli si rese, si affidò piangendo a Colui che
volentieri perdona, cioè a Dio. I suoi peccati erano stati orribili, gravissimi, ma la misericordia
infinita di Dio è così grande che abbraccia, accoglie chiunque si rivolga a Lei con sincero
pentimento.
Questa è la chiave teologica fondamentale dell'episodio: anche i peccati più gravi possono
essere perdonati se c'è un pentimento sincero in punto di morte. Manfredi era stato
scomunicato, aveva combattuto contro la Chiesa, aveva commesso peccati gravi, ma
nell'ultimo istante della sua vita si è pentito sinceramente e questo è bastato per salvarsi.
Manfredi prosegue raccontando cosa accadde al suo corpo dopo la morte. Se il pastore di
Cosenza, cioè l'arcivescovo di Cosenza che era stato mandato da Papa Clemente IV a dare
la caccia a lui, avesse letto bene quella faccia di Dio, quella pagina del Vangelo dove è
scritto che Dio perdona chi si pente, le ossa del suo corpo sarebbero ancora al capo del
ponte presso Benevento, protette dal grave cairn, dal pesante mucchio di pietre che ciascun
soldato gettò sulla sua tomba improvvisata come segno di rispetto.
Ma così non fu. Ora le ossa di Manfredi sono bagnate dalla pioggia e mosse, spostate dal
vento, fuori dal regno, fuori dal territorio del regno di Sicilia, quasi alla foce del fiume Verde,
dove l'arcivescovo le trasportò con i ceri spenti. Il particolare dei ceri spenti è molto
significativo: quando si trasporta un corpo si usano ceri accesi in segno di rispetto, ma
l'arcivescovo ha fatto trasportare il corpo di Manfredi con i ceri spenti, come se fosse un
oggetto impuro, come se non meritasse nessun rispetto.
Manfredi però afferma con forza: per la loro maledizione, per la maledizione dei
rappresentanti della Chiesa, non si perde l'amore eterno di Dio in modo che non possa
tornare, che non possa manifestarsi, finché la speranza ha anche solo un filo di verde,
mantiene anche solo una minima possibilità di vita.
Manfredi conclude spiegando la sua condizione attuale. È vero, dice, che colui che muore in
contumacia di Santa Chiesa, cioè in stato di scomunica, in aperta ribellione contro la Chiesa,
anche se si pente all'ultimo momento, deve stare fuori, al di fuori del Purgatorio vero e
proprio, per trenta volte tutto il tempo che visse in quella presunzione, in quello stato di
superbia e ribellione, a meno che tale decreto, questa sentenza, non sia abbreviato per
mezzo di buoni prieghi, di preghiere sincere fatte dai vivi per lui.
Quindi Manfredi spiega che gli scomunicati che si pentono in punto di morte vanno sì in
Purgatorio, ma devono rimanere in una specie di anticamera del Purgatorio,
nell'Antipurgatorio, per un periodo molto lungo, trenta volte il periodo in cui sono vissuti da
scomunicati. Tuttavia questo tempo può essere abbreviato se i vivi sulla terra pregano per
loro.
E qui arriva la richiesta finale di Manfredi: vedi ora se tu mi puoi far lieto, se tu mi puoi
rendere felice, rivelando alla mia buona Costanza, alla mia cara figlia Costanza, come tu mi
hai visto qui in Purgatorio, e anche questa legge, anche questa regola per cui le preghiere
dei vivi possono aiutare i morti. Perché qui, per mezzo di quelli di là, per mezzo dei vivi che
pregano sulla terra, molto si avanza, molto si guadagna in termini di riduzione della pena.
Manfredi quindi chiede a Dante di fare due cose: primo, dire a sua figlia che lui si è salvato,
che non è dannato come forse si crede; secondo, chiedere a sua figlia e ad altri di pregare
per lui, perché le preghiere dei vivi possono accelerare il suo percorso di purificazione e
permettergli di arrivare prima in Paradiso.
Il tema dei limiti della ragione umana è centrale in questo canto. Dante, che era stato un
appassionato studioso di filosofia, riconosce che la ragione da sola non basta per
comprendere i misteri divini. C'è un punto oltre il quale la ragione deve fermarsi e lasciare
spazio alla fede. Il mistero della Trinità è l'esempio perfetto di una verità che non può essere
spiegata razionalmente ma deve essere accettata per fede. Questo tema è fondamentale
per comprendere la struttura stessa della Commedia: Virgilio, che rappresenta la ragione
umana, può guidare Dante fino al Purgatorio, ma non potrà entrare in Paradiso. Per il
Paradiso servirà una guida diversa, Beatrice, che rappresenta la teologia, la fede illuminata
dalla grazia.
Il canto mostra ripetutamente la fragilità umana di Dante. Si spaventa quando vede solo la
sua ombra e pensa di essere stato abbandonato da Virgilio. Ha bisogno di essere
costantemente rassicurato e guidato. Questa rappresentazione di Dante come uomo
impaurito e incerto non è casuale: Dante vuole rappresentare la condizione di ogni essere
umano di fronte al mistero dell'aldilà e del divino. Tutti abbiamo bisogno di una guida, tutti
abbiamo paura dell'ignoto, tutti abbiamo bisogno di essere rassicurati. Dante non si presenta
come un eroe sicuro di sé, ma come un uomo normale che sta vivendo un'esperienza
straordinaria e terrificante.
L'episodio dell'ombra serve a Dante per riflettere sulla differenza ontologica tra i vivi e i morti.
I vivi hanno un corpo materiale che ostacola la luce e crea ombra. I morti hanno un corpo
aereo, sottile, che può provare sensazioni ma è trasparente alla luce. Questa distinzione è
importante perché definisce la natura del Purgatorio: è un luogo dove le anime hanno
ancora bisogno di un corpo per soffrire e purificarsi, ma è già un corpo trasformato, non più
pienamente materiale.
Manfredi conclude il suo discorso ricordando che le preghiere dei vivi possono abbreviare il
tempo di espiazione dei morti in Purgatorio. Questo tema, che tornerà spesso nel
Purgatorio, sottolinea il legame profondo che esiste tra il mondo dei vivi e quello dei morti. I
vivi possono aiutare concretamente i loro cari defunti pregando per loro. C'è una continuità,
una comunicazione possibile tra le due dimensioni dell'esistenza. Questo concetto era molto
importante nella religiosità medievale e Dante lo ribadisce con forza.
Tutto l'episodio di Manfredi costituisce una critica implicita ma molto chiara alla Chiesa come
istituzione temporale, come potere politico. Papa Clemente IV ha usato la scomunica come
arma politica contro Manfredi, non per ragioni di fede ma per interessi di potere. Ha
sostenuto Carlo d'Angiò contro Manfredi per motivi politici. E dopo la vittoria ha fatto
profanare il corpo del nemico sconfitto, dimenticando completamente il messaggio
evangelico del perdono. Dante attraverso questo episodio denuncia la corruzione della
Chiesa che ha tradito la sua missione spirituale per inseguire il potere temporale. Questo
tema della corruzione ecclesiastica sarà uno dei temi ricorrenti di tutta la Commedia e
raggiungerà il suo apice nell'Inferno con la condanna dei papi simoniaci.
Dopo essersi presentato a Dante, Manfredi prosegue il suo racconto spiegando nel dettaglio
le circostanze della sua morte, il suo pentimento finale e cosa è accaduto al suo corpo dopo
la battaglia di Benevento.
La parafrasi completa del discorso di Manfredi è la seguente: dopo che io ebbi il mio corpo
colpito da due ferite mortali, due ferite che mi avrebbero ucciso, io mi consegnai, mi arresi
completamente piangendo in lacrime a Colui che volentieri perdona. Il peccatore si arrende
a Dio, si affida completamente alla sua misericordia. Manfredi si riferisce a Dio usando una
perifrasi, "Colui che volentieri perdona", perché le anime del Purgatorio non possono
pronunciare direttamente il nome di Dio, ma devono usare espressioni indirette per indicarlo.
Manfredi continua: i miei peccati furono orribili, terribili, gravissimi. Ma la bontà infinita di Dio
ha braccia così grandi, così estese, che accoglie chiunque si rivolga a Lui, chiunque invochi
la Sua bontà con sincerità. Non importa quanto grandi siano stati i peccati, la misericordia di
Dio è infinitamente più grande e può perdonare tutto se c'è un vero pentimento.
A questo punto Manfredi racconta cosa è successo al suo corpo dopo la morte. Se il pastore
di Cosenza, cioè il vescovo di Cosenza, che allora fu mandato da Papa Clemente IV a
caccia di me, a dare la caccia al mio corpo, avesse ben meditato, avesse riflettuto
profondamente su questo aspetto della misericordia divina, se avesse compreso veramente
il messaggio evangelico del perdono, allora le ossa del mio corpo sarebbero ancora a capo
del ponte presso Benevento, sarebbero ancora nella loro prima sepoltura, sotto la pesante
guardia, custodite dal carico di pietre.
Qui Manfredi si riferisce a una leggenda secondo la quale Carlo d'Angiò, il suo nemico che
lo aveva sconfitto in battaglia, aveva comunque avuto pietà di lui e aveva ordinato che ogni
soldato del suo esercito gettasse una pietra sul corpo di Manfredi, creando così una sorta di
tumulo, un cairn funerario. Questo gesto, anche se fatto dal nemico, era comunque un
segno di rispetto per il corpo del morto.
Ma così non andò. Manfredi prosegue: ora le ossa del mio corpo sono bagnate dalla pioggia
e spostate, mosse dal vento fuori dal regno, fuori dal territorio del Regno di Sicilia. Il vescovo
le trasportò presso l'antico fiume Liri, un fiume che scorre al confine tra il Regno di Sicilia e
lo Stato Pontificio, a lumi spenti, senza alcun rituale funebre, senza le candele accese che
normalmente accompagnano il trasporto di un corpo. Il particolare dei lumi spenti è molto
significativo: indica che il corpo è stato trattato come quello di un eretico o di un criminale,
non come quello di un cristiano che merita una sepoltura degna.
A questo punto Manfredi pronuncia una delle affermazioni teologiche più importanti
dell'intero canto. Dice: nonostante la loro maledizione, nonostante la scomunica pronunciata
dai rappresentanti della Chiesa, l'amore eterno di Dio non si perde, non si allontana
dall'anima al punto da non poter essere riconquistato, finché la speranza ha ancora un po' di
verde, cioè finché c'è anche solo un minimo di speranza, finché c'è vita c'è speranza.
Questa terzina rappresenta un filo rosso tematico fondamentale. Nel Purgatorio, a differenza
dell'Inferno dove domina solo la giustizia punitiva, il mondo è connotato da due aspetti
complementari: la giustizia, rappresentata da Catone il custode, e la speranza-misericordia,
rappresentata dalla possibilità di salvezza per tutti coloro che si pentono. L'amore eterno, la
misericordia divina, significa che anche per coloro che hanno compiuto orribili peccati c'è
ancora la possibilità di redenzione.
Manfredi però deve spiegare anche la sua condizione particolare. Dice: è vero che chiunque
muore in contumacia di Santa Chiesa, chiunque muore da ribelle alla Chiesa, da
scomunicato, anche se si pente alla fine della sua vita, nell'ultimo istante, deve attendere al
di fuori di questa retta, al di fuori della vera montagna del Purgatorio. Queste anime,
nonostante si siano pentite sinceramente, devono stare alla base della montagna,
nell'Antipurgatorio, per un periodo lunghissimo prima di poter iniziare la vera espiazione.
La pena specifica è questa: devi attendere trenta volte il tempo che ti è rimasto nella tua
presunzione, nel tuo orgoglio, nel tuo stato di ribellione alla Chiesa. Se per esempio una
persona è stata scomunicata e ribelle per cinquanta anni in vita, la pena nell'Antipurgatorio
sarà di cinquanta per trenta, cioè millecinquecento anni. È una pena lunghissima, quasi
insopportabile.
Tuttavia c'è una possibilità di abbreviare questa pena. Manfredi spiega: a meno che questo
decreto non diventi più buono, più favorevole, per le buone preghiere. Qui c'è un'anastrofe,
una inversione sintattica che Dante usa per dare enfasi al concetto. Le preghiere per i
defunti fatte dai vivi sulla terra possono accorciare il tempo dell'ascesa al monte, possono
ridurre la permanenza nell'Antipurgatorio.
Manfredi conclude il suo discorso con una richiesta diretta a Dante: vedi dunque se oggi,
ora, mi puoi fare felice rivelando alla mia buona Costanza, alla mia cara figlia Costanza,
come mi hai visto qui in Purgatorio, e anche questa proibizione, anche questa regola per cui
gli scomunicati devono attendere tanto tempo. Perché qui, in Purgatorio, per le preghiere di
quelli che stanno sulla terra, molto si avanza, si acquista, si guadagna in termini di riduzione
della pena e di avvicinamento al Paradiso.
Manfredi chiede a Dante di riportare ai vivi la sua condizione reale e di ricordarlo, di far
sapere che è salvo. Questo è un tema ricorrente nel Purgatorio: c'è una comunicazione
costante tra le anime e Dante, che fa da tramite tra il mondo dei morti e quello dei vivi. Le
anime chiedono continuamente a Dante di ricordarle ai loro cari, di chiedere preghiere per
loro, di raccontare la verità sulla loro condizione.
Il sesto canto del Purgatorio è conosciuto come il canto politico per eccellenza. Contiene
una delle invettive più feroci di tutta la Commedia, un'apostrofe violenta contro Firenze per
come si è comportata con Dante, esiliandolo ingiustamente. Prima di questa critica specifica
a Firenze, Dante lancia una critica generale all'Italia del suo tempo, divisa, corrotta, in preda
alle guerre civili e abbandonata dall'Imperatore.
Il canto inizia con l'incontro con una figura particolare, Sordello da Goito, un poeta
mantovano del XIII secolo. Dante introduce questa figura con una similitudine tratta dal
gioco dei dadi: come nel gioco della zara, un gioco d'azzardo con i dadi, tutti stanno con il
vincitore, lo circondano per ottenere favori, mentre il perdente rimane solo, triste e
abbandonato. Così Dante, che è vivo e quindi rappresenta una speranza per le anime che
vogliono essere ricordate nel mondo dei vivi, è circondato da molte anime che gli chiedono
di pregare per loro, mentre Sordello sta solo in disparte.
Dante in questa sezione fa i nomi di vari personaggi che incontra nella schiera degli
scomunicati, descrivendo chi sono e cosa gli chiedono.
La parafrasi dettagliata è la seguente: quando è finito il gioco della zara, colui che perde
rimane solo, deluso, ripetendo mentalmente i lanci dei dadi, ripensando al gioco, e impara
triste e addolorato a giocare meglio la prossima volta. Con l'altro giocatore, con il vincitore,
se ne vanno tutti gli altri. Chi lo precede nel cammino, chi lo tira da dietro per attirare la sua
attenzione, e chi gli sta affianco, tutti gli si raccomandano, cercano di ottenere il suo favore.
Questa è la figura dell'uomo come opportunista, che cerca sempre di stare dalla parte di chi
ha potere o può fare qualcosa per lui.
Il vincitore ascolta questo e quello, porge la mano a qualcuno per dare denaro, dà soldi ad
alcuni in modo che quelli smettano di importunarlo, di premere su di lui con le loro richieste.
A questo punto Dante passa dalla similitudine alla narrazione diretta della sua esperienza.
Dice: tale ero io in quella schiera di anime, simile al vincitore nel gioco, volgendo a loro di
qua e di là la faccia, rivolgendomi a questa e quella anima. Promettendo loro che avrei
ricordato i loro nomi e chiesto preghiere per loro, mi scioglievo da essa, mi liberavo da
questa schiera che mi circondava pressante.
Dante fa quindi una serie di nomi. Qui c'era l'Aretino, un uomo di Arezzo che morì per le
braccia crudeli, per mano violenta di Ghin di Tacco, un bandito famoso dell'epoca. E l'altro
che annegò mentre dava la caccia al nemico, mentre inseguiva i suoi avversari durante una
battaglia. Qui pregava, con le mani tese verso Dante, Federico Novello, un nobile della
famiglia dei conti Guidi. E quello da Pisa che fece apparire forte, che mise in luce il coraggio
del buon Marzucco, un francescano che sopportò con grande forza d'animo la morte del
figlio.
Vidi là il conte Orso, un nobile della famiglia degli Alberti, morto per odio e invidia, non per
colpa commessa, come lui stesso affermava. Sto parlando di Pier della Broccia, un
consigliere del re di Francia che fu condannato a morte ingiustamente. E qui pregava più
insistentemente di tutti, facendosi notare, la donna di Brabante, facendo riferimento alla
regina di Francia che aveva fatto condannare Pier della Broccia. Manfredi chiede a Dante di
dire alla regina di provvedere, di pregare per lui mentre è ancora viva, perché altrimenti,
quando sarà morta, andrà a far parte di una schiera ben peggiore, finirà in un luogo peggiore
del Purgatorio, forse addirittura all'Inferno. Pier della Broccia stava con la regina e quindi
chiedeva da morto a Dante di dire alla regina di pregare per lui.
Dopo essersi liberato da tutte queste anime, Dante ha un dubbio teologico importante
riguardo alla preghiera dei defunti. Si chiede: se le preghiere dei vivi possono accorciare la
pena delle anime in Purgatorio, questo non significa forse che si può modificare il giudizio di
Dio? Il giudizio di Dio si può cambiare? Non è una contraddizione?
Questo dubbio nasce dal fatto che Dante ricorda un passo del sesto libro dell'Eneide di
Virgilio in cui si dice che le preghiere non possono cambiare i decreti divini, che il destino è
immutabile. Ma ora le anime del Purgatorio chiedono continuamente preghiere proprio
perché queste possono aiutarle. C'è una contraddizione tra quanto Virgilio ha scritto
nell'Eneide e quanto sta accadendo in Purgatorio.
La parafrasi è la seguente: come mi fui liberato da tutte quelle ombre che pregavano solo
perché altri pregassero per loro, pregavano Dante affinché i vivi sulla terra pregassero per
loro, in modo che si affretti la loro purificazione, il loro divenire sante, purificate dal peccato,
io cominciai a dire: o luce mia, o Virgilio mia guida, sembra che tu neghi espressamente in
un testo, in un passo del sesto libro dell'Eneide, che la preghiera possa piegare un decreto
del cielo, un giudizio divino.
Dante continua: tu dicevi il contrario nell'Eneide, dicevi che il giudizio divino non poteva
essere mutato, ma questa gente qui chiede proprio questo, chiede che le preghiere
modifichino la loro condizione. E allora la loro speranza è vana, inutile? Oppure è il tuo testo
che non è valido, che non dice la verità?
Virgilio risponde con una spiegazione molto importante che risolve il paradosso. Dice: la mia
scrittura è chiara, non c'è contraddizione. La speranza di queste anime è giusta, è bene che
ci sia, se si guarda bene la questione con la mente sana, pulita da errori di ragionamento.
Perché l'altezza del giudizio divino, la maestà e l'immutabilità del giudizio di Dio, non si
sminuisce, non viene diminuita per il fatto che l'ardore di carità, il fuoco d'amore delle
preghiere dei vivi, compie in un istante ciò che queste anime che stanno qui devono
soddisfare, devono espiare.
Virgilio continua spiegando che quando ha scritto l'Eneide, lui scriveva da una prospettiva
pagana, prima della nascita di Gesù, e quindi non poteva conoscere la verità completa sulla
salvezza e sulla preghiera. Il suo testo è valido per quanto riguarda la ragione umana, ma
manca della rivelazione cristiana.
La spiegazione fondamentale è questa: il giudizio divino non cambia per le preghiere. Dio ha
già stabilito che quella persona si salverà, che andrà in Purgatorio. Le preghiere non
modificano questo giudizio fondamentale. Quello che le preghiere fanno è abbreviare il
tempo di espiazione. Sono un mezzo di comunicazione, un circolo virtuoso che permette di
mettere in relazione i vivi e i morti per il bene comune, per permettere alle anime di
procedere più velocemente sulla retta via verso il Paradiso. Anche se razionalmente non
posso spiegare completamente come avviene questa comunicazione tra i due mondi,
umanamente possiamo comprendere che l'amore e la preghiera creano un legame che
supera la morte.
Mentre parlano, vedono un'anima sola, soletta, separata dalle altre. È l'anima di Sordello da
Goito, un poeta mantovano.
Dante reagisce con entusiasmo infantile alle parole di Virgilio. Dice: Signore, maestro,
andiamo subito, procediamo più velocemente! Non sento più la fatica di prima, l'impazienza
mi dà nuove energie. E vedi che il monte getta già l'ombra, il sole sta calando verso il
tramonto. Dante spera ingenuamente di vedere Beatrice prima della notte, vuole arrivare
subito da lei.
Ma Virgilio, più saggio e realista, gli risponde: continueremo questo viaggio finché dura il
giorno, finché c'è luce. Ma non pensare di vederla subito, la realtà è diversa da quello che
speri. Questo è tipico dell'innamorato che vuole tutto subito, che non ha pazienza. Prima di
essere lassù, prima di arrivare in cima al Purgatorio, vedrai tornare Colui che già sta
nascondendosi dietro la montagna, vedrai tornare il sole. Deve passare almeno un altro
giorno, forse più giorni, prima che tu possa vedere Beatrice.
A questo punto Virgilio interrompe il discorso e dice: ma guarda, vidi lassù un'anima sola,
soletta, che ci guarda con insistenza, ci fissa intensamente. È sola come un leone che sta in
guardia. Questa anima ci insegnerà la via più rapida per salire.
L'anima che vedono è quella di Sordello da Goito, un poeta mantovano del XIII secolo che
scrisse in lingua provenzale. Sordello viene descritto come un'anima altera e solenne.
Questa è una sequenza importante che va dal verso 61 al verso 75.
Di solito le anime del Purgatorio stanno insieme, si sostengono a vicenda, formano gruppi.
Ma Sordello è da solo, isolato. Questo suo stare solo rappresenta la solitudine di Dante
stesso. C'è qui il tema politico dell'esilio: anche Sordello è lontano dalla sua patria e soffre
per questo, proprio come Dante. È un'anima che vive la stessa condizione di distacco e
nostalgia che vive il poeta.
L'anima stava rannicchiata, chiusa in se stessa, non dava indicazioni come facevano le altre
anime. Ma chiede a Dante e Virgilio qualcosa della vita, da dove vengono, chi sono. Prima
non parlava, stava in silenzio, ma quando scopre che Virgilio è anche lui di Mantova, ha un
moto d'amore improvviso e forte, e i due mantovani si abbracciano commossi.
Il verbo "surse", che Dante usa per descrivere il movimento di Sordello verso Virgilio, indica
un moto veloce, repentino. È il momento in cui Sordello scopre che Virgilio è di Mantova, la
sua stessa città. C'è una connotazione emotiva fortissima in questo incontro. Due anime
della stessa patria si riconoscono e si abbracciano fraternamente.
Ma proprio questo abbraccio affettuoso tra due anime mantovane fa scattare in Dante una
riflessione amarissima sulla situazione politica italiana.
Questi sono versi di digressione dalle vicende narrative, interamente dedicati alle contese
politiche italiane. È la parte più politica e polemica dell'intera Commedia.
Dante personifica l'Italia come una donna, anzi come una prostituta che si vende al miglior
offerente. Vengono citati l'imperatore Giustiniano, che aveva rivisto e ordinato il codice delle
leggi romane creando il Corpus Iuris Civilis, e poi il fatto che in Italia nessuno rispetta queste
leggi, tutti fanno quello che vogliono. Allora a cosa servono le leggi se poi non vengono
applicate? Viene nominato anche il Papa, accusato di non fare il suo dovere.
La parafrasi dettagliata dell'invettiva inizia così: o Italia serva, schiava di altre potenze
straniere, schiava della corruzione interna! Non sei più signora di popoli, padrona e guida
delle nazioni come eri ai tempi dell'Impero Romano, ma sei diventata un bordello, un luogo
di vizio e corruzione. Albergo di dolore, luogo dove regna solo la sofferenza. Nave senza
nocchiere, senza timoniere che la guidi, senza una guida politica stabile. Sei in balia delle
onde, ti lasci trasportare dagli eventi senza avere il controllo del tuo destino.
E tutto questo contrasto stridente emerge quando quell'anima nobile di Sordello fu così
contenta, provò una gioia così grande, solo per l'udito del nome della sua terra, Mantova.
Solo sentendo nominare la sua città natale ha provato un moto d'amore e si è abbracciato
con un concittadino. Sordello è la proiezione di Dante stesso, rappresenta il poeta in esilio
che ama disperatamente la sua patria.
Ma cosa succede invece in Italia? Dolente, da "dolere", tutta un'area semantica del dolore e
della sofferenza pervade questa sezione. E ora in te, nella tua terra Italia, vivono quelli che
abitano nelle tue terre e non sanno stare senza farsi guerra continuamente. Si rodono dentro
la città serrata da mura, si combattono in guerre civili fratricide anche all'interno delle mura
della stessa città. C'è anche una ricerca sonora particolare, un'aggressività fonetica nei versi
che rende l'idea della violenza e della discordia.
Dante lancia una provocazione amara: prova a vedere, cerca se c'è qualcuno che abita in
pace in Italia! Non lo troverai. Il tema dell'aspirazione alla pace è fortissimo ma rimane solo
un'aspirazione, un sogno irrealizzabile.
A che cosa vale, a che serve il fatto che Giustiniano abbia aggiustato il freno, abbia creato
un sistema di leggi perfetto, se la sella è vuota, se non c'è nessuno che cavalchi, se non c'è
l'Imperatore a far rispettare quelle leggi? Qui inizia una metafora dell'Italia come un cavallo
selvaggio, indomabile. Se Giustiniano non avesse aggiustato le leggi, creato un ordinamento
giuridico, la guerra e il caos si potrebbero capire, sarebbero naturali in assenza di leggi. Ma
non è questo il caso: le leggi ci sono, il problema è che nessuno le fa rispettare perché
l'Imperatore ha abbandonato l'Italia.
Dante continua con durezza: o gente italiana che dovresti essere devota all'Imperatore, che
dovresti obbedire all'autorità imperiale, e lasciare a Cesare quel che è di Cesare,
all'Imperatore il potere temporale, se hai capito bene cosa ti ordina Dio! Dante sta citando le
parole di Cristo "Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio", affermando
la sua posizione politica: deve esserci una separazione tra potere temporale (l'Imperatore) e
potere spirituale (il Papa), e ognuno deve occuparsi del proprio ambito senza invadere
quello dell'altro.
Dante continua la metafora del cavallo: guarda questa bestia, l'Italia, come è diventata
selvaggia e ribelle, indomabile, da quando è stata lasciata senza guida, senza l'applicazione
delle leggi, e non è stata corretta, domata dagli speroni dell'Imperatore, da quando ha
lasciato che fossero gli stranieri a impugnare le briglie del cavallo, a controllarla.
E qui parte una vera e propria maledizione: cada, caggia su di te il giusto giudizio divino!
Questa è un'invettiva feroce, una condanna durissima. Dante maledice l'Imperatore:
maledetto sei tu e tutta la tua stirpe, tutta la tua famiglia! Che cada una nuova punizione dal
cielo, una punizione così esemplare, tanto terribile che anche il tuo successore ne abbia
paura e capisca che non può comportarsi come hai fatto tu!
Dante è molto assertivo, molto diretto e violento in questa condanna perché sta scrivendo
questo canto subito dopo essere stato esiliato da Firenze, quando il dolore e la rabbia sono
ancora fressissimi, brucianti.
L'accusa continua: tu e tuo padre, Rodolfo I d'Asburgo, siete stati trattenuti, bloccati dalla
cupidigia, dall'avidità di consolidare il potere in Germania. Volevate rafforzare il vostro
dominio sui territori tedeschi e quindi avete abbandonato completamente l'Italia, non vi siete
curati di governarla. È questo che Dante critica ferocemente: l'Imperatore ha dei doveri
verso l'Italia, deve governarla e portare ordine, ma invece l'ha lasciata nel caos.
Per questo motivo avete tollerato, avete permesso che l'Italia rimanesse deserta,
abbandonata, in preda alle guerre civili e all'anarchia. Il giardino dell'Impero, la parte più
bella e ricca dell'Impero, è stato lasciato incolto e selvaggio.
Dante nomina quindi alcune famiglie nobili italiane che si fanno continuamente la guerra tra
loro, distruggendo il paese con le loro faide. E rivolgendosi sempre all'Imperatore, con tono
sarcastico e provocatorio, lo invita a venire a vedere con i propri occhi la situazione: vieni a
vedere questi nobili che si combattono tra loro! Vieni a guardare l'oppressione che i tuoi
nobili, che dovrebbero mantenere l'ordine, stanno invece causando! Dante cita alcune zone
particolarmente malfamate, teatro di violenze e soprusi, e accusa l'Imperatore di non
preoccuparsene minimamente.
C'è un'allusione a Gaio Mario, che era stato console romano, e all'idea che in Italia ormai
ogni villano, ogni zotico senza cultura e senza nobiltà, può diventare uomo politico, può
salire al potere. Non c'è più un ordine basato sul merito e sulla nobiltà d'animo.
Dante qui tocca un tema storico importante: l'Italia ha sempre subito la politica
internazionale, è sempre stata un peso e un problema per le grandi potenze, che se ne
contendevano il controllo senza curarsi del bene degli italiani.
L'invettiva raggiunge il culmine emotivo: vieni, Alberto, vieni a vedere la tua Roma che
piange, vedova e sola! Dante usa una personificazione molto efficace: Roma è una donna
vedova che ha perso il suo sposo, l'Imperatore, e piange abbandonata. Roma che grida:
Cesare, uomo mio, perché non mi accompagni? Perché mi hai lasciata sola?
Vieni a vedere come si ama la tua gente! Questa è un'antifrasi, una figura retorica che dice
esattamente il contrario di quello che si intende: Dante sta dicendo che in realtà la gente si
odia, si combatte ferocemente, non c'è amore ma solo violenza e discordia.
E se nessuna pietà ti muove, se non hai compassione per le sofferenze degli italiani, allora
almeno vieni a vedere per vergogna, vieni a renderti conto di quello che ti sei meritato con il
tuo comportamento negligente e irresponsabile!
Dante conclude questa parte dell'invettiva con un'osservazione generale: tutte le città
italiane sono piene di tiranni, di despoti che governano con violenza e prepotenza. E
qualsiasi zotico, qualsiasi persona rozza e incolta che sale al potere, diventa subito un
tiranno. Dante fa un riferimento a figure come Girolamo Savonarola, priore di Firenze, che
pur non essendo di nobile famiglia aveva assunto un potere quasi dittatoriale.
Dante ha un affetto particolare per Firenze, complesso e contraddittorio, e questo si nota fin
dal verso 127 con l'uso dell'articolo possessivo "mia". Nonostante tutto quello che Firenze gli
ha fatto, nonostante l'esilio ingiusto, Dante la chiama ancora "Firenze mia", rivelandoci che
sotto la rabbia e il sarcasmo c'è ancora un amore profondo per la sua città. Firenze viene
vista con la metafora di
La parafrasi inizia così: o Firenze mia, puoi essere ben lieta, puoi essere felice e soddisfatta
del fatto che questa digressione, questa parentesi critica, non ti tocca, non ti riguarda!
Ovviamente Dante sta dicendo il contrario: Firenze è coinvolta più di ogni altra città in questa
critica. E perché Firenze può essere "lieta"? Grazie al tuo popolo che si dà da fare, che è
sempre attivo e operoso! Di nuovo antifrasi: il popolo fiorentino è troppo attivo, fa troppe
leggi, cambia continuamente le regole, e questo è un problema, non un merito.
La freccia non parte tardi dalla corda dell'arco perché manca riflessione. Questa è una
metafora complessa: la freccia è associata a coloro che sono veri amanti della giustizia, che
ponderano attentamente prima di agire, che riflettono profondamente prima di emanare una
legge o prendere una decisione. Ma il popolo fiorentino, dice Dante sarcasticamente, ha
sempre la giustizia sulle labbra, parla continuamente di giustizia ma senza ponderarla,
senza rifletterci veramente sopra.
Molti cittadini virtuosi rifiutano le cariche pubbliche perché non vogliono assumersi la
responsabilità di governare in modo così caotico e corrotto. Ma il popolo tuo, il popolo di
Firenze, risponde prontamente anche senza essere chiamato, si offre volontariamente per le
cariche pubbliche, anche quando non ha le competenze necessarie. Ancora antifrasi:
sembra un elogio ma è una critica feroce all'arrivismo e all'incompetenza della classe politica
fiorentina.
Rallegrati dunque, Firenze, perché ora ne hai ben motivo! Hai tanti motivi per essere felice!
Tu sei ricca, ricchissima. Tu hai pace, tranquillità interna. Tu hai senno, saggezza politica.
C'è un'allitterazione e un'anafora nel ripetere "tu" che dà ritmo martellante all'ironia.
Ovviamente Dante sta dicendo esattamente il contrario: Firenze non ha pace ma guerre civili
continue, non ha saggezza ma follia politica, e la sua ricchezza è costruita sull'ingiustizia e la
corruzione.
Dante continua con un parallelismo storico molto efficace: se io dico la verità, se quello che
sto dicendo corrisponde ai fatti, lo dimostrano Atene e Sparta, le grandi città-stato
dell'antichità greca che emanarono le antiche leggi e furono tanto civili, così evolute
politicamente, e che fecero per la vita pubblica, per il bene comune, poco e niente, quasi
nulla. Dante sta dicendo sarcasticamente che Atene e Sparta, considerate i modelli di civiltà
politica, non hanno fatto niente in confronto a Firenze.
Il culmine del sarcasmo arriva qui: fecero così poco, così niente per vivere bene, per creare
una società giusta, in confronto a te, Firenze, che emani tanti provvedimenti, tante leggi
tanto argute, tanto sottili e ingegnose! Ma con quale risultato? Che quelli che tu emani, le
leggi che crei in ottobre, non durano nemmeno fino a metà novembre! C'è una
contraddizione totale nelle leggi: vengono emanate e cambiate continuamente, non c'è
stabilità, non c'è coerenza.
Quante volte, nel tempo che tu ricordi, nella storia recente che puoi ricordare, hai cambiato
la legge, hai modificato la moneta, hai cambiato i magistrati e le istituzioni cittadine secondo
il volere delle fazioni politiche del momento, secondo chi aveva il potere in quel periodo? E
non hai portato a termine niente, non hai mai completato un progetto politico coerente!
C'è una variazione nel tono: Dante non è monocorde, non mantiene sempre lo stesso
registro. Attraverso l'invettiva e la metafora passa da un registro all'altro, dalla satira amara
alla riflessione dolorosa.
E se ben ricordi, se rifletti bene sulla tua condizione, ti vedrai simile a quella donna malata,
inferma, che non trova riposo nemmeno sul suo letto, che non riesce a stare tranquilla
neanche sulle piume morbide del materasso. Questa è una similitudine che usa la
sineddoche (le piume per indicare il letto). La donna malata cerca di dare riparo al suo
dolore, cerca sollievo voltandosi continuamente nel letto, girandosi da una parte all'altra
nella speranza di trovare una posizione che le dia pace, ma non ci riesce.
Questa immagine finale è molto significativa perché il tono cambia: si parte dalla satira
feroce e ironica e si arriva alla fine a un'immagine di dolore personale. La donna malata che
non trova pace è Firenze, ma è anche Dante stesso che non trova pace nell'esilio, che soffre
lontano dalla sua patria, che si volta e rivolta nel suo dolore senza riuscire a trovare sollievo.
Il canto contiene anche un incontro importante con Nino Visconti, giudice di Gallura, che
parla con Dante e fa delle richieste riguardo sua figlia e sua moglie.
Questi versi iniziali contengono un riferimento all'ora del tramonto carico di nostalgia e
malinconia.
La parafrasi è la seguente: era già l'ora del tramonto che volge, che rivolge la nostalgia nel
cuore dei viaggiatori e intenerisce il cuore dei naviganti nel giorno in cui hanno detto addio
alle persone care. C'è qui una metafora dei naviganti nel mare della vita, un'immagine molto
cara a Dante. E quella stessa ora punge d'amore, trafigge con un dolore dolce colui che da
poco si è allontanato dalla sua terra, il pellegrino che sente da lontano una campana che
sembra piangere, che ha un suono mesto e malinconico, un suono che sembra piangere il
giorno che muore, che sta finendo.
Il giorno deve morire, quindi siamo arrivati alle sei di sera, all'ora in cui il sole tramonta e
inizia la notte. Questa apertura del canto è una delle più liriche e commoventi di tutta la
Commedia, pervasa da un senso di nostalgia, di lontananza, di separazione dalle persone
amate.
Questa sezione descrive il canto corale che le anime fanno insieme. È il "Te lucis ante
terminum", un inno liturgico della Compieta, la preghiera della sera. Tutte le volte in cui
troviamo una preghiera nella Commedia, il registro linguistico diventa aulico, elevato,
solenne.
La parafrasi continua: stava arrivando l'ora del tramonto quando io, Dante, ho iniziato a non
sentire più, a non prestare più attenzione alle parole di chi mi stava parlando, e a mirare, a
guardare con attenzione una delle anime. Questa anima si alzò in piedi e chiese con un
gesto della mano di essere ascoltata, di fare silenzio.
Quella anima si avvicinò a noi e alzò entrambe le mani verso l'alto, fissando intensamente gli
occhi verso l'oriente, verso il punto dove sorge il sole, come se dicesse a Dio: non mi
interessa, non mi importa del resto, solo di te. Questa è un'espressione di devozione totale,
di abbandono completo a Dio.
Prese a cantare, cominciò a cantare, e dalla sua bocca uscì il "Te lucis ante terminum", l'inno
che si canta prima che si spenga la luce del sole, prima che arrivi la notte. Cantava così
devotamente e con note così dolci che mi fece dimenticare di me stesso.
Qui Dante fa riferimento alla letteratura agiografica, la letteratura dedicata ai santi, dove
troviamo spesso descrizioni di stati di estasi. L'estasi è uno stato in cui l'uomo si perde, esce
da se stesso, va verso l'infinito e l'assoluto. Questa esperienza di comunione con l'assoluto
porta fuori di sé, ti fa sembrare di non avere più corpo, di essere solo spirito. Dante
paragona questa esperienza anche all'innamoramento: ci si perde nell'altro, ci si dimentica
di sé. Mi basta questo momento di comunione per stare in equilibrio, per trovare pace.
E le altre anime poi, con devozione e dolcemente, seguivano la prima anima cantando per
tutta la durata dell'inno, avendo gli occhi fissi alle sfere celesti, verso l'alto. Lo sguardo e la
voce sono in simbiosi, entrambi rivolti verso l'oriente, verso il cielo, verso Dio.
La parafrasi inizia così: O lettore, aguzza bene gli occhi, affila la tua capacità di vedere oltre
la superficie, perché il velo allegorico è ora tanto sottile che certamente è facile trapassarlo,
è facile vedere attraverso di esso e comprendere il significato profondo. Dante sta dicendo al
lettore di leggere un po' più sotto la superficie, di andare oltre il senso letterale per cogliere il
significato allegorico. Questa è la visione medievale della realtà: c'è sempre un mondo
simbolico che si nasconde dietro il mondo visibile e che invade la realtà materiale.
Io, Dante narratore, vidi quello esercito nobile di anime diventare poi muto, silenzioso,
guardare in alto quasi in attesa, con un'espressione pallida e umile sul volto. E vidi uscire
dall'alto del cielo e scendere giù due angeli con due spade di fuoco. Queste spade erano
tronche, mozze, private delle loro punte.
Il fatto che gli angeli abbiano armi è significativo: sono lì per difendere le anime dalla
tentazione, dal serpente che sta per arrivare. Però le armi sono inoffensive, non hanno la
punta, non possono uccidere o ferire gravemente. Sono di fuoco perché il fuoco è un
simbolo allegorico della carità, del fuoco amoroso che brucia senza consumare. Il fatto che
le spade siano spezzate, senza punta, rappresenta la misericordia unita alla giustizia. Non si
entra in tentazione, non si viene sopraffatti dal male quando si è protetti dalla misericordia e
dalla giustizia divine. Quindi questo significato non è casuale, ogni dettaglio ha una valenza
simbolica.
Gli angeli hanno anche un'altra caratteristica importante: sono vestiti di verde. Verdi come
fogliette appena nate erano le loro vesti, che si muovevano indietro, agitate dal battito delle
ali. Il verde richiama la vigorosità, la freschezza, il rinnovamento della grazia di Dio. È il
colore della speranza, della vita che rinasce.
Uno degli angeli si posizionò sopra di noi, sopra Dante e Virgilio. L'altro scese sulla costa
opposta della valletta, in modo che le anime venissero in mezzo a loro, protette dai due
angeli. Quindi la disposizione è questa: Dante e Virgilio in alto, sopra di loro un angelo, in
basso le anime nella valletta, e dietro le anime, sull'altro lato della valletta, l'altro angelo. Le
anime sono così protette su entrambi i lati.
Dante cerca di guardare meglio gli angeli. Dice: scorgevo, riuscivo a vedere la testa bionda
degli angeli, i loro capelli chiari. Ma lo sguardo si perdeva, non riuscivo a mettere a fuoco i
loro volti, come il nostro vedere si confonde quando guarda qualcosa di troppo luminoso,
troppo intenso. È come porre lo sguardo direttamente verso il sole: la luce è talmente forte,
talmente luminosa, che lo sguardo si perde, non riesce a mettere a fuoco, viene abbagliato.
A questo punto Sordello, che è con loro, interviene e spiega: entrambi questi angeli
provengono dal grembo di Maria, dal Paradiso, e sono qui a difendere, a guardia della valle
dal serpente che verrà tra poco, a breve.
Dante reagisce con timore a questa notizia. Dice: io che non sapevo da quale parte sarebbe
venuto il serpente, da dove sarebbe arrivata la tentazione, mi guardai intorno spaventato e
mi misi dietro le spalle di Virgilio, cercando protezione dietro la mia guida. Questa è la
dimensione dell'uomo che non sa da dove può venire il pericolo, che è vulnerabile e ha
bisogno di protezione.
Quarta parte: La discesa nella valletta e l'incontro con Nino Visconti (vv.
43-66)
Sordello a questo punto dice a Dante e Virgilio: ormai scendiamo tra le grandi anime, le
anime illustri che sono nella valletta, e parleremo con loro, sarà per loro un piacere vedervi.
Dante racconta: credo di essere sceso solo tre gradini, solo tre passi, e fui di sotto, ero già
sceso nella valletta. E vidi subito un'anima che guardava solo verso di me, come se mi
volesse riconoscere, come se cercasse di capire chi fossi.
Era già il tempo in cui l'aria si faceva scura, si stava avvicinando la soglia della notte. Ma
non era ancora così buio che l'ombra, la penombra, non rivelasse a me e ai suoi occhi ciò
che prima rimaneva nascosto. Dante usa qui un'antitesi molto bella: "annerire" e
"dichiarare", l'oscurarsi e il rivelare. Il buio stava scendendo ma c'era ancora abbastanza
luce per riconoscersi.
Poi Nino domandò a Dante: da quanto tempo sei giunto ai piedi di questo monte, di questa
montagna del Purgatorio, attraversando le acque lontane, viaggiando per mari sconosciuti?
Dante risponde: oh, sono giunto stamattina, questa mattina stessa, dopo essere passato per
i luoghi tristi, oscuri dell'Inferno. Sono ancora in vita, ho ancora la vita terrena, non sono
morto. È viaggiando da vivo in questo modo che io acquisto, che guadagno quell'altra vita, la
vita eterna.
E come Nino e Sordello sentono la mia risposta, come comprendono che Dante è ancora
vivo, fecero entrambi un passo indietro per lo stupore, per la meraviglia, perché si sono
accorti che Dante ha ancora un corpo vivo. Uno, Sordello, si volse verso Virgilio per avere
conferma. E l'altro, Nino, si rivolse a un'anima che stava seduta lì vicino gridando: Corrado,
alzati, vieni a vedere che miracolo, che cosa straordinaria ha fatto Dio per grazia! Sta
permettendo a un vivo di visitare il regno dei morti!
Questa sezione è cruciale perché subito dopo apparirà il serpente tentatore. Nino chiede a
Dante di fare da tramite tra lui e sua figlia Giovanna, e poi il discorso si sposta sulla moglie
Beatrice d'Este. C'è qui un pensiero tipicamente maschilista dell'epoca: l'amore, la fiamma
dell'amore nelle donne si spegne subito, sono volubili, non sanno mantenere la fedeltà. La
moglie di Nino non ha aspettato molto tempo prima di risposarsi.
La parafrasi inizia: quando sarai tornato sulla terra, nel mondo dei vivi, ti prego di dire a mia
figlia Giovanna di gridare, di pregare, di invocare il cielo per me. "Sufragio" è un topos
letterario, un tema ricorrente: far sapere ai familiari sulla terra della condizione delle anime in
Purgatorio perché possano pregare per loro.
Nino continua: credo che sua madre, mia moglie, non mi ami più. Nino connota sua moglie
prima come madre di sua figlia e solo dopo come donna, come "femmina". Questo è
significativo: la definisce prima in relazione alla figlia che in relazione a lui, quasi a
sottolineare che il loro legame matrimoniale si è spezzato.
Il termine "misera" che Nino usa per la moglie contiene sia rancore che compassione. Nino
ha rancore perché lei si è risposata, ma anche compassione perché crede che lei non
riuscirà a provare con il secondo marito la stessa cosa, lo stesso amore che aveva con lui.
C'è una sfumatura di superiorità: il primo amore è sempre il più vero, il più profondo.
Bisogna ricordare che nel Medioevo il fatto che una vedova passasse alle seconde nozze
era visto come disdicevole, soprattutto se lo faceva presto dopo la morte del primo marito.
C'era l'aspettativa che una vedova rimanesse fedele alla memoria del marito morto.
Nino prosegue con amarezza: dall'esempio che lei ha dato, dal suo comportamento, si
comprende molto facilmente come duri poco il fuoco dell'amore in una donna se non viene
continuamente acceso, alimentato dall'occhio o dal tatto, dallo sguardo o dal contatto fisico.
Le sta dando della leggera, della volubile, sta dicendo che le donne hanno bisogno di stimoli
continui per mantenere vivo l'amore, che non sanno amare con costanza come gli uomini.
Poi Nino fa un riferimento araldico: la vipera, lo stemma dei Visconti, la mia famiglia, non le
darà, non farà alla sua tomba un così bel fregio, una decorazione così bella, una sepoltura
così onorevole come avrebbe fatto il gallo, lo stemma della mia famiglia, lo stemma che era
il mio. Sta dicendo che lei sarà sepolta con le insegne della nuova famiglia, quella del
secondo marito, ma quella sepoltura non sarà così onorevole come quella che avrebbe
avuto rimanendo una Visconti.
Dante conclude questa parte dicendo: così Nino diceva, parlava, e il suo viso era
contrassegnato, segnato dall'impronta di quel giusto sdegno, di quel giusto risentimento che
avvampa, che brucia nel cuore con misura, con la giusta proporzione. Non è rabbia cieca,
ma un risentimento misurato, controllato, giusto.
Mentre Nino parlava, i miei occhi, gli occhi di Dante, si volgevano continuamente al cielo,
sempre verso quel punto dove le stelle si muovono più lentamente. Dante sta guardando
verso il polo celeste australe, il punto attorno al quale ruotano le stelle dell'emisfero
meridionale. Così come i raggi, le stanghe di una ruota girano più lentamente vicino al
mozzo, al centro, così le stelle vicine al polo sembrano muoversi più lentamente.
Virgilio chiede: tesoro, cosa guardi lassù? Perché continui a fissare il cielo?
Dante risponde: sto guardando le tre fiammelle, le tre stelle di cui si illumina questo polo,
questo emisfero australe. Nel primo canto del Purgatorio Dante aveva visto quattro stelle
che rappresentavano le quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza.
Quelle quattro stelle ora sono scese, sono tramontate, non si vedono più. E sono salite,
sono apparse queste altre tre stelle che rappresentano le tre virtù teologali: fede, speranza e
carità. Queste sono di un livello superiore rispetto alle virtù cardinali perché sono quelle che
permettono la comunicazione, la conversazione diretta con Dio.
E mentre Virgilio parlava così, ecco che Sordello lo tirò verso di sé, lo attirò a sé, dicendo e
drizzando il dito, indicando, perché guardasse in quella direzione: guarda laggiù!
La parafrasi continua con una metafora molto efficace: là dove non c'è riparo, dove non c'è
difesa, dove la valletta è aperta e vulnerabile, c'è la biscia, c'è il serpente. È colei, il
serpente, che diede ad Eva il cibo amaro, il frutto proibito che fu fonte di amarezze, che
portò il peccato originale e la cacciata dal Paradiso.
Tra l'erba e i fiori veniva la mala biscia, il serpente malvagio. Serpeggiava, si muoveva con
movimenti sinuosi tipici del serpente. C'è qui il tema della seduzione: il serpente è simbolo
del peccato che seduce, che si insinua subdolamente. Ogni tanto volgeva indietro la testa e
si leccava il dorso, come fanno le bestie quando si puliscono. L'immagine del leccarsi
richiama il tema dell'avvolgere, dell'intrappolare, proprio come fa il peccato che avvolge
l'anima.
Dante dice: io non vidi, e quindi non posso raccontare con precisione, come i due angeli
appena videro il serpente si mossero per difendere le anime. Ma vidi bene, chiaramente, che
si mossero entrambi. Sentendo il fruscio, il rumore delle loro ali verdi che tagliavano l'aria, il
serpente fuggì immediatamente, scappò via spaventato. E gli angeli tornarono su, risalirono
ai loro posti originari per continuare a fare la guardia, a proteggere la valletta.
L'anima che si era avvicinata al giudice Nino quando questi l'aveva chiamata gridando
"Corrado, vieni a vedere!" non si era distolta, non aveva mai smesso di guardare Dante per
tutto l'assalto del serpente, per tutto il tempo in cui il serpente era apparso e poi era fuggito.
Continuava a fissare Dante con grande attenzione e interesse.
Questa anima inizia a parlare con un linguaggio complesso, solenne, perché parla di
profezie, del futuro di Dante. E siccome il futuro è per sua natura incerto, misterioso, è
difficoltoso esporlo, spiegarlo con chiarezza.
La parafrasi inizia: l'anima che non distoglieva gli occhi da Dante cominciò a parlare: se la
luce di Dio, la grazia divina, che ti guida in alto verso la salvezza, che ti conduce su per
questa montagna, trova nella tua libera volontà, nel tuo libero arbitrio, tanta cera, tanto
combustibile quanto è necessario per giungere fino alla cima smaltata di questa montagna.
Lo smalto è una metafora del Paradiso, dà l'idea di qualcosa di prezioso, di luccicante, di
perfetto.
L'anima si presenta poi con un grandissimo augurio per Dante, con parole di buon auspicio.
Continua: se hai notizie vere, notizie certe e aggiornate della Val di Magra o delle terre
vicine, dimmelo, raccontami le ultime novità, perché io là, in quelle terre, ero un uomo
importante, un signore potente.
L'anima parla di sé in terza persona, con una certa solennità: fui chiamato Corrado. Qui c'è
un uso del trapassato remoto che indica un'azione conclusa in un passato molto lontano,
ormai chiusa definitivamente.
Corrado continua: l'amore con cui io ho amato la mia terra, la mia famiglia, i Malaspina,
quando ero in vita, è un amore sbiadito, pallido, debole rispetto all'amore vero che si può
vedere, che si può sperimentare nella realtà ultraterrena. Sulla terra amavo intensamente la
mia famiglia e la mia terra, ma ora capisco che quello era solo un'ombra dell'amore vero,
dell'amore divino che si può conoscere solo dopo la morte.
Dante risponde con grande cortesia: io non sono mai stato nelle tue terre, in Val di Magra, in
Lunigiana. Ma dove è possibile abitare in Italia, dove si può vivere, chi non conosce la tua
famiglia? Chi non ha sentito parlare dei Malaspina e non li celebra?
Qui inizia un passo encomiastico, di lode. Dante usa una metonimia: la fama, la reputazione
prende il nome dalla contrada, dal territorio. I Malaspina sono così famosi che il loro nome è
legato indissolubilmente alla loro terra.
Dante prosegue con un elogio straordinario: la natura prepara, destina le altre famiglie nobili
a un certo destino. Ma nonostante il capo, nonostante il Papa con i suoi difetti, con i suoi
errori e la sua corruzione, solo la vostra famiglia, solo i Malaspina vanno per la strada dritta,
per il cammino della virtù, e disprezzano il cammino malvagio, il percorso del vizio. Rifiutano
la corruzione che pervade tutte le altre famiglie nobili.
Dante sta facendo un elogio politico molto forte: mentre tutte le altre famiglie nobili italiane
sono corrotte, divise dalle fazioni, preda dell'ambizione e dell'avidità, solo i Malaspina
mantengono la loro integrità morale e politica.
Corrado risponde: va', cammina pure tranquillo e sicuro. Perché? Perché prima che il sole,
prima che passi sette volte il periodo di riposo, cioè prima che passino sette anni, questa
opinione onorevole che hai di noi, questa cortesia che ora mi dimostri con le parole, ti sarà
conficcata, inchiodata in mezzo alla testa, nel cervello, con chiodi più forti, con prove più
persuasive e concrete di qualsiasi discorso, di qualsiasi parola.
E conclude: se non si arresta, se non si ferma il corso degli eventi fissati da Dio, se il piano
provvidenziale di Dio continua come deve. Questa è una clausola di riserva: la profezia si
avvererà se Dio vorrà, se non intervengono eventi che cambiano il corso stabilito della
storia.
Questa è una profezia dell'esilio di Dante. Corrado sta predicendo che Dante sarà esiliato da
Firenze e troverà ospitalità presso i Malaspina in Lunigiana. Infatti storicamente Dante fu
ospitato dai Malaspina per un periodo durante il suo esilio, e in quell'occasione sperimentò
personalmente la loro generosità e nobiltà d'animo, confermando quello che aveva sentito
dire sulla loro reputazione.
Dante critica ferocemente la Chiesa che si è allontanata dalla sua missione spirituale per
inseguire il potere temporale. Nel Canto III critica la profanazione del corpo di Manfredi, nel
Canto VI critica il Papa che non fa il suo dovere di guida spirituale.
Il Canto VI è interamente dedicato alla situazione politica italiana. Dante denuncia l'assenza
dell'Imperatore, le guerre civili, la corruzione della classe politica, il caos istituzionale. L'Italia
è descritta come una nave senza timoniere, un cavallo senza cavaliere, una donna malata
che non trova pace.
Attraverso figure come Sordello, Nino Visconti e Corrado Malaspina, Dante esprime il suo
dolore personale per l'esilio. La nostalgia per la patria perduta, il dolore della separazione,
ma anche la speranza di trovare ospitalità e comprensione presso anime nobili.
Il discorso di Nino Visconti sulla moglie che si è risposata tocca il tema della fragilità
dell'amore umano, specialmente quello femminile secondo la mentalità medievale.
Contrapposto all'amore eterno e immutabile di Dio, l'amore terreno appare debole e
incostante.
Il passaggio dalle quattro stelle (virtù cardinali) alle tre stelle (virtù teologali) segna un
progresso spirituale. Le virtù cardinali sono quelle accessibili alla ragione umana, le virtù
teologali sono quelle che permettono il rapporto diretto con Dio e sono superiori.
Figure retoriche nei Canti I, III, VI e VIII
del Purgatorio
CANTO I
Similitudine (vv. 22-24 circa)
"come fa l'uom che si travïa, / che 'nfino ad essa li pare ire invano" Paragone tra l'intelletto
che non comprende pienamente l'esperienza mistica e l'uomo che si è smarrito e crede di
camminare inutilmente. La similitudine serve a spiegare l'inadeguatezza della ragione
umana di fronte all'esperienza divina.
Perifrasi
"Colui che volentieri perdona" (per indicare Dio) Le anime del Purgatorio non possono
pronunciare direttamente il nome di Dio, quindi usano espressioni indirette, circonlocuzioni
che indicano Dio attraverso le sue qualità (la misericordia, il perdono).
Metafora
"Dolce color d'oriental zaffiro" Il colore del cielo viene paragonato allo zaffiro orientale. La
metafora crea un'immagine di purezza e bellezza celestiale, contrapponendo l'atmosfera
serena del Purgatorio all'oscurità dell'Inferno.
Personificazione
"che 'l sol nascente facea trïemolare" Venere viene descritta come se sorridesse, facendo
tremare il cielo orientale. Gli astri sono personificati, dotati di caratteristiche umane.
CANTO III
Similitudine delle pecorelle (vv. 79-87)
"Come le pecorelle escon del chiuso / una, due, tre, e l'altre stanno timide / tenendo a terra e
'l naso e li occhi; / e ciò che fa la prima, e l'altre fanno, / addossandosi a lei, s'ella s'arresta, /
semplici e quete, e lo 'mperché non sanno"
Lunga similitudine che paragona il comportamento delle anime degli scomunicati al gregge
di pecore che esce dall'ovile. La similitudine ha un valore positivo (contrariamente all'uso
comune): le anime sono umili, obbedienti, procedono unite. Serve a rappresentare la coralità
e l'obbedienza consapevole al volere divino.
Anastrofe (vv. 118-145 circa)
"a meno che tal decreto / più corto per buon prieghi divegna"
Inversione dell'ordine normale delle parole (sarebbe "divegna più corto"). L'anastrofe serve a
dare enfasi al concetto delle preghiere che possono abbreviare la pena.
Metafora
"tenendo a terra e 'l naso" Il muso tenuto a terra dalle pecore rappresenta l'umiltà delle
anime.
Perifrasi
"Colui che volentieri perdona" (per indicare Dio) Manfredi usa questa circonlocuzione per
riferirsi a Dio, rispettando la regola che le anime del Purgatorio non possono pronunciare
direttamente il nome divino.
"come non ti meravigli per il sistema aristotelico-tolemaico (che i cieli concentrici non si
fanno ombra l'un l'altro)"
Virgilio paragona i corpi delle anime ai cieli che non si fanno ombra reciprocamente. La
similitudine serve a spiegare razionalmente un fenomeno soprannaturale.
Il verde rappresenta la vita, la speranza che rimane viva. Finché c'è vita c'è speranza di
salvezza. Il verde è metafora della vitalità dell'anima.
CANTO VI
Similitudine del gioco della zara (vv. 1-9)
"Quando si parte il gioco de la zara, / colui che perde si riman dolente, / repetendo le volte, e
tristo impara; / con l'altro se ne va tutta la gente; / qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, /
e qual dallato li si reca a mente; / el non s'arresta, e questo e quello intende; / a cui porge la
man, più non fa pressa; / e così da la calca si difende"
Lunga similitudine che paragona Dante circondato dalle anime che chiedono preghiere al
vincitore nel gioco dei dadi circondato da chi cerca favori. Il perdente rimane solo, triste.
Serve a rappresentare l'opportunismo umano e la condizione di Dante come tramite tra vivi e
morti.
Personificazione dell'Italia (vv. 76-126)
"Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di
province, ma bordello!"
L'Italia è personificata come una donna, prima come serva/schiava, poi come nave senza
timoniere, poi come padrona decaduta diventata bordello. La personificazione serve a
rendere più emotiva e drammatica la critica politica.
"Che le terre d'Italia tutte piene / son di tiranni, e un Marcel diventa / ogne villan che
parteggiando viene" "O Fiorenza mia, ben puoi esser lieta / di questa digression che non ti
tocca"
Dante dice l'opposto di ciò che intende. Firenze non può essere lieta, è coinvoltissima nella
critica. L'antifrasi serve a rendere più mordente e sarcastica la critica alla città che lo ha
esiliato.
Apostrofe
Anafora
Allitterazione
"e ora in te non stanno sanza guerra / li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode / di quei ch'un muro e
una fossa serra"
Ripetizione dei suoni duri (s, r) che creano un effetto sonoro aggressivo, adatto a
rappresentare la violenza delle guerre civili.
Similitudine della donna malata (vv. 148-151)
"e se ben ti ricordi e vedi lume, / vedrai te somigliante a quella inferma / che non può trovar
posa in su le piume, / ma con dar volta suo dolore scherma"
Firenze è paragonata a una donna malata che si rigira nel letto senza trovare pace. La
similitudine serve a esprimere il dolore personale di Dante e la condizione di inquietudine
della città.
Sineddoche
La parte (le piume del materasso) per il tutto (il letto). Serve a rendere più concreta e visiva
l'immagine.
Metonimia
"e la fama che la vostra casa onora, / grida i segnori e grida la contrada"
La fama prende il nome dalla terra/contrada. L'effetto per la causa, o il contenuto per il
contenente. Serve a sottolineare quanto siano famosi i Malaspina.
Iperbole
CANTO VIII
Metafora dei naviganti (vv. 1-6)
"Era già l'ora che volge il disio / ai navicanti e 'ntenerisce il core / lo dì c'han detto ai dolci
amici addio"
I pellegrini sono paragonati ai naviganti nel mare della vita. La metafora serve a esprimere la
nostalgia e il senso di lontananza da casa.
"e che lo novo peregrin d'amore / punge, se ode squilla di lontano / che paia il giorno pianger
che si more"
Il giorno che muore viene personificato, la campana sembra piangere. La personificazione
crea un'atmosfera malinconica e nostalgica.
"Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, / pur là dove le stelle son più tarde, / sì come rota
più presso a lo stelo"
Il movimento degli occhi di Dante verso il cielo è paragonato al movimento più lento dei raggi
di una ruota vicino al mozzo. La similitudine spiega visivamente perché le stelle vicine al
polo sembrano muoversi più lentamente.
"Là dove l'argine non falla, / era la biscia colei che forse / diede ad Eva il cibo amaro"
"se la luce divina / trova nel tuo arbitrio tanta cera / quant'è mestiere infino a la somma cima
/ di quella che è smaltata"
Il Paradiso è descritto come "smaltato", con una metafora che evoca preziosità, lucentezza,
perfezione. Lo smalto dà l'idea di qualcosa di prezioso e luccicante.
Sinestesia (implicita)
Le note musicali sono descritte come "dolci", mescolando la percezione uditiva con quella
gustativa. La sinestesia serve a esprimere la bellezza del canto sacro.
Perifrasi
Circonlocuzione per indicare il sole che sta tramontando dietro la montagna. Serve a
mantenere il registro poetico elevato.
Metonimia araldica
La vipera (stemma dei Visconti del secondo marito) e il gallo (stemma dei Visconti di Nino)
rappresentano le famiglie attraverso i loro simboli araldici. La metonimia (il simbolo per la
famiglia) serve a rendere più nobile il discorso.
Iperbole
"non vidi, e però dicer non posso, / come mosser li astor celestïali"
Dante esagera dicendo di non aver visto nulla del movimento degli angeli, quando in realtà li
ha visti muoversi. L'iperbole serve a sottolineare la velocità del loro intervento.
Trapassato remoto
"Fui chiamato"
Uso del trapassato remoto che indica un'azione conclusa in un passato molto lontano. Serve
a dare solennità alla presentazione di Corrado Malaspina.
Sono molto frequenti in tutti i canti analizzati. Dante usa similitudini per spiegare concetti
complessi attraverso paragoni con la realtà quotidiana (pecorelle, gioco dei dadi, donna
malata, naviganti, ruota). Servono a rendere comprensibile l'esperienza ultraterrena
attraverso il confronto con esperienze terrene familiari.
Metafore
Usate per creare immagini poetiche potenti (il verde della speranza, il fuoco dell'amore, lo
smalto del Paradiso, il cavallo selvaggio dell'Italia). Le metafore condensano significati
complessi in un'immagine singola e memorabile.
Personificazioni
Particolarmente frequenti nel Canto VI dove l'Italia è personificata come donna/serva/nave.
Servono a rendere più emotivo e drammatico il discorso politico.
Perifrasi
Usate soprattutto per indicare Dio o il sole, mantenendo un registro elevato e rispettando le
regole del Purgatorio (le anime non possono dire direttamente il nome di Dio).
Antifrasi
Particolarmente presente nel Canto VI contro Firenze. Dire il contrario di ciò che si intende
rende la critica più mordente e sarcastica.
Apostrofi
Frequenti nel Canto VI (all'Italia, ad Alberto, a Firenze). Rendono il discorso più diretto,
emotivo e drammatico, creando un effetto di oratoria appassionata.
Anastrofi
Inversioni dell'ordine normale delle parole per dare enfasi a concetti importanti o per
esigenze metriche.
Allegorie
Presenti soprattutto nel Canto VIII (il serpente come tentazione, gli angeli come misericordia
e giustizia). L'allegoria permette di rappresentare concetti astratti attraverso figure concrete.
Cercate: "come", "così come", "simile a", "tale". È sempre un paragone esplicito tra due
termini.
Metafora
È una similitudine abbreviata, senza "come". Un termine sostituisce l'altro direttamente (es.
"il verde della speranza" invece di "la speranza è come una pianta verde").
Personificazione
Date caratteristiche umane a entità non umane (l'Italia che piange, il giorno che muore).
Perifrasi
Circonlocuzione, dire con molte parole ciò che si potrebbe dire con una sola (es. "Colui che
perdona" invece di "Dio").
Antifrasi/Ironia
Si dice l'opposto di ciò che si intende. Il contesto deve chiarire che è ironico.
Apostrofe
Anafora
Anastrofe
Metonimia
Sineddoche
Iperbole
Allegoria