Goalkeeper
Goalkeeper
Relatore Tesi di
Prof. Vittorio Tubi Fabrizio Lorieri
pag.
Introduzione 3
1. Il portiere di calcio 4
La figura del portiere 4
L'evoluzione del ruolo 5
2. La psicologia del portiere 7
3. Problematiche relazionali 11
I rapporti tra il portiere ed i compagni di squadra 11
I rapporti fra i portieri della stessa squadra 12
I rapporti fra il portiere e l'allenatore 13
I rapporti fra il portiere ed il suo preparatore 15
4. Problematiche comportamentali 17
Il pre-gara 17
L'entrata in campo 19
La partita 20
L'intervallo 21
Il dopo gara 22
5. Influenze Ambientali 23
6, Particolari situazioni di gioco 29
Conclusioni 31
Bibliografia 33
2
Introduzione
3
1. Il portiere di calcio
4
le esigenze di squadra, le situazioni particolari di gioco ed i movimenti di
compagni ed avversari.
Il portiere si fa subito notare per il suo abbigliamento, diverso da tutti
gli altri giocatori, perfino dagli stessi compagni di squadra, per la posizione
che assume in campo, per le responsabilità ed i compiti enormemente
differenti dai suoi compagni di squadra.
I suoi interventi devono essere eseguiti in tempi brevissimi, con una
rapidità decisionale immediata e compiuti con la massima sicurezza. Il
portiere, per riuscire ad essere un protagonista positivo, oltre a possedere
una necessaria base tecnica ed una attitudine fisica al ruolo, deve avere doti
di rapidità analizzative e decisionali fuori dal comune deve quindi, per
riuscire in questo intento, avere delle enormi capacità ……..MENTALI.
Fino a qualche anno fa, l’identikit caratteriale del portiere era tracciato
– a parte qualche eccezione, come ad esempio Dino Zoff - come quello di un
componente della squadra un po’ particolare, estroso, mezzo matto, portato
a fare cose non razionali, istintive.
Da un punto di vista tecnico, poi, al portiere venivano chieste cose ben
precise e limitate, il suo campo d’azione non varcava mai la porta, l’aria
piccola e l’area di rigore.
Negli ultimi anni, però, a causa delle modifiche nelle tattiche di gioco e,
dal 1992 in poi, a causa di numerosi cambiamenti regolamentari, che hanno
limitato l’uso delle mani in alcune situazioni, il “lavoro” del portiere ha subito
numerosi cambiamenti. Se da un lato, ancora, il compito principale
dell’estremo difensore è quello di parare ed impedire alla squadra avversaria
di segnare un gol, dall’altro questi ha dovuto acquisire tutta una serie di
competenze che lo hanno fatto diventare maggiormente “polivalente” e hanno
“spogliato” il suo status di figura completamente staccata dal resto della
squadra.
5
Per questo motivo il portiere moderno non può più permettersi di
apparire come un personaggio istrionico che cura solamente il proprio
orticello, ossia la porta.
Il numero 1 contemporaneo deve essere freddo, attento, concentrato in
ogni situazione, pronto ad essere chiamato in causa anche dai propri
compagni, a giocare con i piedi, ad uscire sia nei sedici metri che all’esterno
dell’area di rigore, pronto a far ripartire l’azione per creare situazioni di
contropiede, sempre concentrato a livello tattico, pronto a chiamare i
movimenti collettivi della difesa, come ad esempio nell’applicazione della
tattica del fuorigioco.
Con il termine freddo intendo dire che il portiere deve essere pronto a
trattare molte informazioni contemporaneamente e a organizzare
gerarchicamente gli stimoli ugualmente importanti in sequenze di tempo
molto ravvicinate, dando un preciso significato a ognuno di essi, senza mai
lasciarsi prendere dal panico.
Le sollecitazioni improvvise a cui può andare incontro richiedono
quindi una sua partecipazione “mentale” totale per tutti novanta minuti (più
recupero), sia per quanto riguarda il livello tecnico, per poter effettuare al
meglio i propri interventi, sia per quanto riguarda quello tattico, onde
affrontare le varie situazioni nella maniera migliore per la squadra.
Il portiere deve essere quindi un atleta intelligente, un ragionatore che
interpreta il suo ruolo in modo lucido e con la minima improvvisazione.
Per effettuare una analisi delle prestazione del portiere è quindi
importante, se non basilare, cercare di capire le sensazioni che vive durante
la gara, sensazioni che sono spesso non riproducibili secondo schemi di
comportamento reimpostati; proprio per questa ragione il portiere cerca il
confronto soprattutto con chi ha avuto un “vissuto” comune al suo, il più
delle volte il preparatore dei portieri.
6
2. La psicologia del portiere
7
In particolare, per la gestione dei processi attentivi il portiere deve
imparare a:
a) selezionare gli stimoli a cui rivolgere l’attenzione,
trascurandone altri non rilevanti;
b) spostare l’attenzione al momento opportuno verso informazioni
appropriate;
c) mantenere l’attenzione sugli stimoli importanti.
Ricollegandomi a quello che avevo detto in precedenza, con i
cambiamenti regolamentari che hanno reso molto più impegnativo il ruolo
del portiere in termini di “ cose da fare” e che hanno aumentato in maniera
sostanziale la possibilità di commettere errori e di subire reti, proprio la
mancanza di una elevata capacità di concentrazione, unita ad una quasi
sempre sbagliata, se non assente, gestione degli eventuali errori e delle
pressioni interne ed esterne alla squadra, la ragione per la quale il portiere
sta sempre più diventando un ruolo in cui l’esperienza assume un
importanza fondamentale nel livello delle prestazioni. Da alcuni anni, infatti,
assistiamo alla quasi totale mancanza di giovani portieri nella nostra serie A,
mentre le squadre si affidano sempre più a elementi di spiccata esperienza,
come ad esmpio Peruzzi, Balli, Fontana, Pagliuca, Ballotta etc. Il mancato
ricambio generazionale ha quindi fornito lo spazio a numerosi portieri
stranieri, che hanno dato vita ad una vera e propria invasione del tutto
impensabile fino a qualche stagione fa.
Il portiere deve apparire freddo, apparentemente distaccato dalle
pressioni; dimostrare tranquillità cercando di gestire le emozioni. Non si deve
mai, assolutamente, mostrare fragile, quando è messo in discussione dopo
un errore, ma anzi deve far sembrare (anche quando non è cosí) di essersi
messo alle spalle l’errore commesso.
Il portiere ormai non deve piú essere come quello descritto da Enrico
Saba nella poesia “Goal”, non deve cioè, dopo un gol subito essere il
calciatore che “contro la terra cela la faccia e scopre gli occhi pieni di lacrime
al compagno che lo induce a rialzarsi”.
Sembra un paradosso ma il portiere, nel calcio contemporaneo, non
deve mai pensare ad un gol immediatamente subito, anche, e soprattutto,
nel caso in cui sia frutto di un suo chiaro errore. Anche se egli deve essere
8
sempre consapevole del livello della prestazione offerta, non deve mai farsi
eccessivamente carico degli errori e dimostrarsi sempre forte e tranquillo.
Se, soprattutto, ha commesso un errore decisivo ai fini del risultato, la
capacità di proiettare la mente sempre in avanti, senza guardarsi troppo alle
spalle, e di mostrarsi sempre sicuro e consapevole dei propri mezzi diventa
una abilità decisiva, sia nel rapporto interno alla squadra con compagni ed
allenatore, che in quello con la società e con i media. L’obiettivo del portiere
è quello di “sentire” la maggiore fiducia possibile intorno a sé, senza farsi
minimamente condizionare in vista delle partite future.
I compagni e i tecnici devono vedere nel proprio portiere un calciatore
che può si effettuare degli errori, ma che è pronto ad affrontare la partita
successiva con la stessa naturalezza e sicurezza nei propri mezzi.
Non sono d’accordo con chi invece spinge i portieri ad ammettere
“pubblicamente” i propri errori di gioco, perché questo, secondo me, non
porta nessun vantaggio all’estremo difensore. Nel caso che l’errore sia
lampante, infatti il gesto tecnico è giá stato ampiamente visto e valutato da
tutti, compresi i compagni, se non è così, se si tratta di una situazione poco
valutabile o addirittura di un’azione di gioco in cui solo il portiere stesso si è
reso conto che poteva fare di più, invece, il numero 1 non trae nessun
beneficio nel “farsi avanti” e dichiararsi colpevole in seno alla squadra.
Questo “peso” sullo stomaco è una condanna che il portiere si deve togliere
da solo, sfogandosi magari in famiglia o con gli amici più cari, fino alla
partita successiva. Il campo deve rimanere quasi un regno inviolabile,
assolutamente impermeabile ai “cattivi pensieri” che possano minare
l’autostima nei propri mezzi tecnici.
Questo non significa affrontare gli impegni agonistici senza la giusta
tensione che, invece, a mio avviso, se incanalata bene non può che portare
benefici alla prestazione del portiere. Sarebbe necessario non trasformare
questa tensione agonistica in una eccessiva carica ansiogena, anche se non
è certamente facile. Effettuare interventi ai primi minuti, anche facili come
rinvii passaggi con i compagni o uscite in tranquillità, spesso allontana
definitivamente l’ansia dalla mente del portiere, quindi sarebbe indicato che i
portieri si prendessero sempre maggiori responsabilità, sia nei rilanci che
9
nella costruzione del gioco, per mantenere questo livello di tranquillità
concentrata per il maggior numero di minuti possibile.
A tal proposito ho trovato molto interessante un sondaggio dal Settore
Tecnico, curato dal Prof. Vittorio Tubi in collaborazione con la [Link]
Isabella Croce e la [Link] Francesca De Stefani1, e presentato in un
incontro di aggiornamento per allenatori dei portieri di squadre
professioniste organizzato nel 2006 presso il Centro Tecnico di Coverciano.
Intervistando 30 portieri professionisti, nelle categorie dalla serie A alla serie
C2, gli psicologi hanno focalizzato la loro attenzione su alcuni aspetti , legati
alla figura del portiere, facendo emergere quanto siano importanti gli aspetti
psicologici per chi interpreta questo ruolo.
Nel sondaggio è emerso che per la stragrande maggioranza degli
intervistati, il mantenere la concentrazione per tutta la durata della gara
rappresenta la maggiore difficoltà, proprio perché la mancanza di
sollecitazioni continue per tutti i novanta minuti fa cadere il portiere in uno
stato di isolamento psicologico. Questo isolamento può essere percepito
ricevendo stimoli di diverso tipo; può capitare per la mancanza di impegno
prolungato, quando ad esempio la propria squadra gioca in attacco per
diversi minuti consecutivamente; può capitare a causa di cali di attenzione
dovuti ad un risultato ormai chiuso, come una larga vittoria; oppure per
stimoli atmosferici, come ad esempio quando fa molto freddo e l’inattività per
alcuni minuti può comportare anche un intorpidimento delle capacità
cognitive.
In queste sopraccitate situazioni di isolamento psicologico, il portiere è
spesso portato a pensare a cose che non hanno niente a che vedere con la
partita che sta giocando. Può pensare alla moglie, alla fidanzata, agli amici, o
“perdersi” nelle coreografie e nei cori dei tifosi. Per ritornare immediatamente
ad essere presente sul campo, il portiere deve ricorrere a particolari
accorgimenti, quali ad esempio urlare e dare indicazioni ai compagni, anche
se non necessarie in quel momento, saltellare ed effettuare alcuni esercizi di
allungamento; ritornare cioè in uno stato attivo; e per questo ritengo
fondamentale l’intraprendenza e la “voglia di partecipare” in un portiere.
1
Si tratta di un sondaggio apparso sul numero di settembre/ottobre 2006 della rivista “L’allenatore” intitolato “Parlano i
portieri”.
10
3. Problematiche relazionali
11
difesa e infondere fiducia ai compagni, può essere la chiave di volta che fa
assumere al portiere il ruolo di leader anche nei rapporti interpersonali con i
compagni di squadra. Una volta ottenuta la stima ed il rispetto dei compagni
fuori dal campo, risulteranno molto più facilitate anche le relazioni
all’interno del terreno di gioco, facilitando enormemente il numero 1 nel
proprio compito.
Chiaramente, la gestione dei rapporti interpersonali nello spogliatoio
dipende in maniera fondamentale dalle peculiarità caratteriali del portiere; i
più introversi troveranno sicuramente maggiori difficoltà nel tentativo di
assumere il ruolo di leader all’interno del gruppo. In ogni caso, al di là delle
inclinazioni del proprio carattere, il portiere si dovrà sforzare di dimostrarsi
sempre sicuro e pronto ad assumersi le proprie responsabilità per non
correre il minimo rischio di instradare la mancanza di fiducia nei suoi mezzi
da parte degli altri componenti della squadra.
12
movimento – richieda ancora una precisa gerachizzazione dei ruoli, con
l’indicazione, ad inizio stagione del primo, del secondo e, eventualmente, del
terzo portiere.
Durante l’anno, quindi, gli sforzi dell’allenatore e dei suoi collaboratori
si dovranno concentrare in tre direzioni ben distinte:
a) mantenere “alta” la concentrazione ed il livello di partecipazione
e coinvolgimento delle riserve, magari gratificandole pubblicamente,
esaltandone l’impegno e le prestazioni negli allenamenti e nelle partite in cui
vengono schierate;
b) non minare mai la fiducia nel portiere titolare, rinnovandogli la
stima anche nei momenti di cali di forma e, soprattutto quando incorre in
errori gravi e clamorosi;
c) favorire una pacifica e produttiva convivenza fra il titolare e la
riserva, non esasperando mai la competizione fra i due e mantenendo
sempre chiara la distinzione nei due ruoli.
13
partitella si schiera nella squadra della presunta difesa titolare; quando
esagera nell’esaltare i propri interventi, quando si apparta troppo con il
mister dei portieri, etc.; sia fuori dal campo, se ad esempio ripropone di
andare a parlare con la società in rappresentanza della squadra, quando
parla troppo con i giornalisti, quando tenta di entrare nel “gruppo” dei
giocatori più anziani e rappresentativi, etc.
Per quanto riguarda i comportamenti in campo, è l’allenatore che li
deve guidare e frenare, non dando mai per scontato che tra i portieri ci sia
armonia e, istituzionalizzando sempre i ruoli, durante le sedute di
allenamento e nelle partitelle; per quanto riguarda i comportamenti fuori dal
campo, invece, molto importante è il ruolo rivestito dal portiere all’interno
dello spogliatoio, ossia quel “credito” di fiducia di cui parlavamo quando
abbiamo accennato ai rapporti tra il portiere ed il resto della squadra.
Stabiliti i rapporti di gerarchia interna, i rapporti fra il portiere ed il
mister sono regolati, secondo la mia opinione, da alcuni concetti base che
dovrebbero essere seguiti da ogni allenatore. Il mister, infatti, dovrebbe
sempre dimostrare fiducia al proprio portiere, specialmente nelle occasioni
pubbliche, negli incontri con la squadra e con la stampa; allo stesso tempo il
mister dovrebbe impostare un rapporto personale molto franco con il proprio
numero 1.
Il portiere che va in campo, infatti, deve dare garanzie tecniche e
tattiche all’allenatore, e quest’ultimo deve sempre metterlo a suo agio, senza
generare in lui tensioni e insicurezze.
Durante la settimana, nell’analisi della partita precedente, l’allenatore
non deve accusarlo di eventuali errori davanti ai compagni di squadra,
altrimenti ne minerebbe la credibilità davanti al gruppo.
Dall’altro lato, il portiere deve essere sempre disponibile alle richieste
del mister, mostrandosi sempre pronto ed entusiasta, anche qualora venisse
coinvolto in situazioni non propriamente stimolanti per lui, come le
esercitazioni tattiche di squadra o il lavoro tecnico di gruppo.
14
I rapporti fra il portiere ed il suo preparatore
15
mai identificato come il responsabile delle scelte riguardo a chi va in campo,
il preparatore dei portieri ha la possibilità di incarnare esclusivamente le
caratteristiche positive di un allenatore, che lo fanno somigliare più ad un
maestro che a un tecnico, un maestro che, oltre ad aiutare nel
miglioramento tecnico e fisico è pronto a raccogliere le impressioni e gli
sfoghi dei suoi allievi.
Dall’alto della sua esperienza il preparatore dei portieri deve saper
scegliere il momento giusto per determinate analisi tecniche o tattiche,
cercando spesso di trasmettere le proprie esperienze.
A volte è giusto affrontare determinate situazioni, coinvolgendo
entrambi i portieri ma spesso, secondo me, è più indicato intervenire
singolarmente cercando il momento giusto per farlo.
Comunque, in ogni caso, come accade per l’allenatore, il preparatore
dei portieri non deve mai intaccare l’autostima di un portiere, ma cercare di
accrescerla sempre.
Proprio nei rapporti fra allenatore e preparatore dei portieri potrebbero
aprirsi alcune crepe, che andrebbero sicuramente a danneggiare l’efficienza
psicologica dei portieri stessi. E’ quantomeno auspicabile, infatti, che vi sia
una buona sintonia tra il preparatore dei portieri e l’allenatore; tale sintonia
può essere favorita con una semplice regola che si basa sul rispetto dei ruoli.
Secondo me, infatti, l’allenatore non dovrebbe mai intervenire sul tipo da
allenamento specifico e sottolineare errori tecnici senza l’avallo del
preparatore, che sotto questo aspetto dovrebbe avere l’esclusiva
responsabilità, d’altro canto il preparatore dei portieri non dovrebbe mai
esprimere il suo giudizio sulla formazione (soprattutto su chi schierare in
porta), se non espressamente chiamato in causa.
Quando si verificano momenti di contrasto fra i due tecnici, i portieri
vanno letteralmente in confusione, anche se il già citato sondaggio del
Settore Tecnico ha rilevato (e io non avevo alcun dubbio al proposito) che,
messi alle strette, i portieri seguirebbero le indicazioni del proprio
preparatore, rispetto a quelle dell’allenatore.
16
4. Problematiche comportamentali
Il pre-gara
Le 24-48 ore che precedono una gara sono molto importanti e delicate.
Ogni portiere ha una sua esigenza particolare per completare la preparazione
alla partita, sia dal punto di vista fisico, tecnico che da un punto di vista
mentale.
Secondo la mia opinione, il lavoro da effettuare il giorno antecedente la
partita e gli esercizi del riscaldamento pre-gara devono essere concordati tra
il preparatore dei portieri ed il portiere stesso. Solo chi va in campo, infatti,
conosce a fondo le sue esigenze per poter terminare al meglio la preparazione
all’evento più importante della settimana.
Personalmente, quando giocavo, i momenti che precedevano l’inizio
della gara erano pressoché “sacri” e rituali; dovevano infatti ricalcare sempre
uno schema ben preciso, una progressione che mi portava ad accentuare la
mia consapevolezza di disputare una buona gara. La vigilia della partita non
mi creava mai grossi problemi; dopo aver consumato una cena leggera, non
avevo problemi a prendere sonno, riuscendo a dormire anche in occasione di
partite importanti. Per quanto mi riguarda la carica ansiogena e la tensione
arrivavano alla mattina della gara, subito dopo la lettura dei quotidiani, ed
accresceva ulteriormente dopo la riunione tecnica, fissata dall’allenatore di
solito prima della partenza verso lo stadio. In quel momento, mentalmente,
cercavo di immaginare le situazioni che si sarebbero probabilmente create
quando, di lì a poco, avrei dovuto scendere in campo. In quegli istanti la
tensione saliva a dismisura ed il segnale me lo davano soprattutto le mie
mani, che in quei 10-15 minuti di tragitto dall’albergo allo stadio si
impregnavano letteralmente di sudore. Una volta sceso dal pullman e
occupato il mio posto nello spogliatoio, davo il via ad una serie di rituali che
avevano il potere di alleviare la tensione, ma, allo stesso tempo,
mantenevano alta la mia concentrazione, agendo da vero e proprio conto alla
rovescia verso l’inizio della gara.
17
Anche gli esercizi di riscaldamento, effettuati con il preparatore dei
portieri, e non assieme al resto della squadra, dovevano seguire un preciso
ordine, ed avevano lo scopo di “svegliare” le mie capacità fisiche, tecniche e
psicologiche. In quei momenti mi sentivo caricato se il preparatore usava il
timbro giusto di voce, ma, soprattutto, doveva calciare in porta in modo da
farmi parare, sempre, per farmi sentire invincibile ed imbattibile. In quel
momento, quando raggiungevo il culmine della mia sicurezza, rientravo nello
spogliatoio,e, dopo aver indossato la maglia del colore preferito ed infilato i
“ferri del mestiere” (i guanti) – che per me, come penso per qualsiasi portiere
– rivestivano un’importanza fondamentale, mi sentivo pronto, carico al punto
giusto, addirittura desideroso di scendere in campo per giocare la partita.
Prima dell’entrata in campo ero “obbligato” a ricordare tutti gli
accorgimenti difensivi e le posizioni da assumere in caso di calci piazzati a
nostro sfavore. Queste ripetizioni delle disposizioni sono, secondo la mia
opinione, praticamente fondamentali per un portiere nell’atto
dell’avvicinamento alla gara per tre motivi diversi: sul piano tattico ricordano
a tutti il compito da svolgere in determinate situazioni, sul piano mentale
tengono alta la concentrazione del portiere che “sottoposto” allo sforzo di
memoria mantiene un buon livello di concentrazione, e, sul piano della
costruzione del gruppo rafforza quel senso di “responsabilità condivisa” che
ogni portiere deve avere con i propri compagni di squadra, come quasi a
voler dire “io so cosa devo fare, ma so anche che voi dovete proteggermi…”.
Anche da un punto di vista scaramantico, poi, ogni portiere ha un suo
rito, un suo movimento, da effettuare prima della gara. Secondo me sarebbe
auspicabile che questi riti coinvolgessero più giocatori possibili insieme al
portiere perché, se è vero che l’efficacia dei riti scaramantici non ha nessun
riscontro oggettivo, questi possono essere una buona occasione per
cementare ulteriormente lo spirito di squadra.
Per quanto mi riguarda il pregara era un vero e proprio “festival” di
piccoli gesti scaramantici, che più che per richiamare fortuna, venivano
effettuati per non avere poi la “coscienza sporca” di non aver fatto tutto il
possibile per prepararmi al meglio prima della partita. Naturalmente, la mia
coscienza, arrivava già “viziata” dal comportamento che avevo avuto durante
la settimana. Un esempio lampante può essere rappresentato dal fatto se
18
determinate abitudini “fisiche”, venivano sconvolte durante la settimana.
Sotto il profilo sessuale, ad esempio, nel primo periodo della mia carriera,
ritenevo danneggiante per la mia prestazione consumare un rapporto
sessuale dopo il giovedì sera, e, ogni volta che trasgredivo questa regola, ne
risentivo “mentalmente” prima dell’inizio della partita. Per fortuna, con
l’andare degli anni, ho migliorato la gestione di questi aspetti, ed ho
acquistato una maggiore sicurezza e, fortunatamente, sono arrivato a
considerare queste situazioni in maniera molto meno rilevante rispetto alle
prestazioni (calcistiche) della domenica.
L’entrata in campo
19
facendo dei movimenti ritmati con il loro canto (balzelli, movimenti di
allungamento) e incitando, a mia volta, i compagni più vicini. Naturalmente,
tutto ciò era subordinato alle condizioni ambientali, soprattutto in giornate
molto soleggiate o ventose.
La partita
Una volta iniziata la gara, il portiere deve essere in grado di fare appello
a tutte le sue energie e a tutta la sua concentrazione, non facendo mai in
modo di perderle durante gli intervalli o le pause di gioco.
Deve cercare una sorta di serenità interiore che lo aiuti a superare
eventuali errori, a sopportare le decisioni avverse dell’arbitro; a non farsi mai
scoraggiare durante la partita. Questa serenità, che io ho chiamato in questa
tesi “tranquillità concentrata” dovrà essere anche usata per non cadere nelle
provocazioni degli attaccanti avversari e per non farsi distrarre dal
comportamento del pubblico e delle panchine. Questo stato di calma
apparente sarà necessario per gestire al meglio le energie e per essere
sempre pronto a qualsiasi cambiamento si situazione, sia a livello di
punteggio che a livello ambientale.
Come ho già accennato in precedenza, il primo intervento è spesso
determinante. Un buon intervento ad inizio gara, sia una parata o un’uscita,
aveva, quando giocavo, il potere incredibile di caricarmi a tal punto da farmi
sentire un guerriero che è pronto da solo a combattere con un esercito. Se, al
contrario, avevo un’indecisione, commettevo un errore o un intervento
difettoso, nella primissima parte della gara calava sensibilmente il livello
della mia autostima. Posso assicurare, infatti, che non è così semplice
allontanare il pensiero di un errore appena commesso, che, molte volte, ha
condizionato il prosieguo delle mie gare. Il portiere può in questi casi
autocaricarsi, dicendo a sé stesso che non è successo niente, oppure
aspettare avidamente una occasione con cui riscattarsi, ma purtroppo non
sempre le situazioni di gioco che si ripropongono e le condizioni ambientali
(sfiducia dei tifosi) danno questa possibilità al portiere che ha appena
commesso un errore.
20
L’intervallo
21
Il dopo gara
22
Influenze ambientali
23
Le condizioni del campo, possono influire sulle prestazioni “mentali” del
portiere anche durante la gara. Personalmente, quando ero ancora in
attività, prima dell’inizio del match, andavo ad ispezionare con molta cura
entrambe le porte del campo, in modo tale che, in assenza di condizioni
atmosferiche tali da condizionare l’esito della mia prestazione, in caso di
vittoria nel sorteggio della monetina, suggerivo al mio capitano di
posizionarci nel campo con la porta migliore, per entrare subito in
confidenza con la partita nell’ambiente di gioco più “accogliente”. Adottavo
questo modus operandi specialmente per le gare in trasferta, dove cioè non
sentivo il bisogno di andare a posizionarmi subito nella parte di campo
vicina ai nostri tifosi più caldi, che rimaneva per me il motivo principale della
scelta di cominciare la partita in una porta piuttosto che nell’altra.
Anche lo stadio dove si disputa la partita può essre un fattore molto
importante nel definire le condizioni ambientali ottimali per la prestazione di
un portiere. Tralasciando ovviamente le partite in casa, visto che il proprio
stadio dovrebbe essere sempre un luogo accogliente e sicuro dove sentirsi
sempre sicuro e pronto ad offrire una prestazione ai massimi livelli, quando
si affronta una gara in trasferta, andare in uno stadio che induce ricordi
positivi – sia per memorabili vittorie ottenute o per una serie di interventi di
altissimo livello effettuati – accresce sicuramente nel portiere la convinzione
di poter effettuare una buona gara. Naturalmente, lo stadio può avere anche
un effetto contrario, se carico invece di memorie negative, ma,
personalmente penso che l’effetto positivo dei buoni ricordi sia largamente
superiore a quello negativo indotto dalle cattive rimembranze.
Infatti, quando giocavo, non davo particolarmente peso al fatto che mi
accingevo a scendere in campo in uno stadio dove avevo commesso qualche
“papera” o dove avevamo perso partite importanti; per me era molto più
importante l’effetto scenico che offriva il pubblico che gremiva gli spalti.
Infatti la mia carica psicologica positiva era direttamente proporzionale al
numero di spettatori presenti e alla intensità del supporto che offrivano,
fosse anche quello per la squadra avversaria.
Numerosi studi, infatti, dimostrano che la presenza del pubblico
favorisce la prestazione in compiti relativamente facili o ben noti, mentre la
peggiora se il compito è difficile o nuovo (Bono e Titus 1993, Green 1989).
24
Grazie alla mia autostima, che mi faceva avere coscienza delle mie
qualità, speravo sempre che ci fosse sempre una affluenza numerosa negli
stadi dove andavo a giocare.
Un altro elemento basilare nella prestazione del portiere è sicuramente
il pallone di gioco. Da un punto di vista tecnico, negli ultimi anni, il lavoro
del portiere si è reso notevolmente più difficile a causa dell’introduzione di
nuovi palloni, più leggeri e che “cavalcano” la velocità di tiro in maniera
impressionante, cambiando traiettoria, rendendo quindi molto più pericolosi
ed imprevedibili i tentativi scagliati verso la porta dagli attaccanti avversari.
In più, per le squadre di alto livello, una ulteriore difficoltà è data dal
cambiamento del pallone ogni qual volta la squadra va in trasferta, poiché
ogni squadra ha il suo pallone ufficiale, che spesso comporta velocità e
traiettorie diverse. Anche il gonfiaggio delle sfere è fondamentale, esso deve
essere effettuato, secondo me, quando si disputano le partite interne, sotto
la supervisione del portiere stesso che ne controlla sia l’eccessiva pressione,
sia, soprattutto, la possibilità che questo sia un po’ sgonfio, e quindi capace
di produrre rimbalzi inadeguati ed imprevedibili per il numero 1 stesso.
Comunque ritengo che, se per quanto riguarda l’allenamento tecnico il
pallone che verrà utilizzato in gara rivesta una sua importanza, sotto
l’aspetto mentale questo tasto non debba essere considerato, poiché
potrebbe portare solo a minare alcune certezze del portiere e a fargli perdere
quello stato di tranquillità emotiva in cui si dovrebbe trovare durante ogni
fase del match.
25
Un portiere che non ha cura dei propri guanti secondo me non mette la
dovuta passione nello svolgimento del ruolo e quindi va indirizzato, anzi
“raddrizzato” il più presto possibile.
Anche la possibilità di scegliere la maglia del colore preferito può essere
motivo di avvicinamento mentale ottimale verso la partita. Sono dell’avviso
che estremizzare i tratti scaramantici di questa scelta sia sbagliato, perché il
portiere deve essere sempre ben conscio di essere personalmente
responsabile per il livello della sua prestazione, non affidando il risultato del
suo sforzo sportivo a componenti esterne come la fortuna od il caso. Ritengo
comunque produttiva la scelta della maglia partita per partita, perché si
tratta pur sempre di una assunzione di responsabilità che indirizza il
portiere verso l’evento principale della settimana, la gara. Proprio per questo
io, quando giocavo, tentavo di disporre del numero più ampio possibile di
maglie, per poter scegliere, domenica per domenica, il colore e la linea che
sentivo più adatta a me per la partita che mi accingevo a disputare.
Una importanza fondamentale rivestono comunque anche le scarpe da
calcio, fondamentali, soprattutto per quanto riguarda il tipo di tacchetti
scelti per affrontare la gara; tale scelta deve essere effettuata infatti sulla
base delle condizioni del terreno di giuoco, onde garantire sempre una presa
corretta e sicura delle scarpe, per evitare scivolamenti che, vista la porzione
di campo in cui si trova a giocare il portiere, potrebbero risultare fatali per
l’andamento della partita.
26
durante il corso di una gara, può infastidire veramente un estremo difensore,
facendogli perdere quella sicurezza necessaria e trasformando ogni
intervento in un clamoroso interrogativo. Dal punto di vista mentale, in
questo caso, il portiere dovrebbe mantenere soprattutto la calma, tentando
di razionalizzare il più possibile i suoi interventi, non affidandosi in questo
caso totalmente al suo istinto ma concentrandosi ad aspettare quella
frazione di secondo in più per decifrare la traiettoria della palla. Il grande
freddo può invece portare il portiere in una condizione di isolamento simile a
quella che avviene quando la propria squadra è costantemente in attacco.
Per questo motivo, in queste condizioni atmosferiche, sarebbe necessario che
il portiere effettuasse continuamente esercizi di riscaldamento, sia per
mantenere elevato la tensione muscolare e le capacità fisiche sia per non far
calare il livello di attenzione in maniera esponenziale.
Per quanto riguarda invece la pioggia, mi piaceva moltissimo quando
trovavo il terreno leggermente bagnato, anche sapendo dei rischi che correvo,
sia con il pallone viscido, che rendeva la mia presa meno affidabile, sia del
fatto che spesso, quando il pallone toccava terra aumentava la velocità
“scivolando” sull’acqua. Era personalmente la mia condizione ambientale
preferita, perché sentivo che il campo mi “chiamava” quasi all’intervento,
invitandomi a tuffarmi, dandomi la sensazione di effettuare movimenti più
fluidi, grazie all’impatto con il terreno attutito dall’acqua, e quindi
convincendomi ulteriormente del mio buono stato di forma.
La pioggia diventava un problema, perché, dopo i primi interventi la
maglia diventava più pesante ed anche i movimenti risultavano
maggiormente impacciati, per fortuna negli ultimi anni, la tecnologia ha fatto
passi da gigante anche in questo settore, proponendo sottomaglie
impermeabili che permettono un livello di comfort sempre elevato durante
tutti i novanta minuti.
Da un punto di vista psicologico, il riconoscimento unanime delle
difficili condizioni ambientali dovuti alla pioggia, può sollevare il portiere da
alcune responsabilità, come nel caso di alcuni tiri insidiosi in cui il portiere
si sente autorizzato a non rischiare la presa. Questa mancanza di
responsabilità non deve però comportare un calo dei livelli di concentrazione,
anzi, viste le condizioni difficili e le variabili che ne susseguono, il portiere
27
deve mantenere un livello di attenzione più elevata rispetto a partite giocate
in condizioni ottimali.
28
PARTICOLARI SITUAZIONI DI GIOCO
29
che possono succedere nella partita. Infatti, trovandosi in una oggettiva e
riconosciuta situazione di svantaggio, il portiere entra ino uno stato di
tranquillità dovuta all’assenza totale di possibilità di errore. In quel
momento è il protagonista assoluto e la sua carica psicofisica è ai massimi,
mantenendo altissimo il livello della concentrazione. E’ conscio inoltre delle
responsabilità che gravano sulle spalle del tiratore che si trova di fronte, e
questo lo può portare spesso, ad atteggiamenti spavaldi e all’uso di piccoli
trucchi per destabilizzare ulteriormente il giocatore che si trova di fronte.
Ritengo che in questi casi il portiere debba avere solo un pensiero in mente
la sicurezza di poter parare il rigore, cercando di assaporare il momento nel
modo migliore possibile, vincendo il diretto confronto “psicologico” con il
tiratore del rigore.
Per quanto mi riguarda, nella mia carriera, la sicurezza di poter parare
un calcio di rigore in partita, era figlia di un avvicinamento alla gara che
effettuavo durante la settimana. Infatti, era mi abitudine, annotare le
caratteristiche dei vari “rigoristi” che avrei poi affrontato. Ero solito
catalogare questi specialisti sia da un punto di vista tecnico, ma,
soprattutto, da quello mentale, poiché nelle mie “personali statistiche”
assumevano maggiore importanza i rigori calciati in momenti decisivi della
partita. Se in quei frangenti riscontravo una continuità nella modalità di
calcio (scelta di una parte, tiro di potenza etc.) assumevo che, il rigorista si
affidava a quel tipo di soluzione nei momenti più delicati e che quindi,
quando fosse stato sotto pressione si sarebbe affidato a quelle modalità di
esecuzione.
Viceversa, quando affrontavo rigoristi che non conoscevo, davo vita a
tutta una serie di trucchi psicologici per poter minare la sicurezza del
giocatore avversario.
L’uscita alta è, a mio modo di vedere, il momento maggiormente
difficoltoso, a livello mentale, per quanto riguarda un portiere. Infatti, in
questa situazioni di gioco, concorrono alcuni fattori che possono
destabilizzare la sicurezza di un estremo difesore come:
a) l’assenza dei riferimenti della porta;
b) la possibilità di sbagliare;
c) la paura del contatto fisico con compagni e avversari.
30
Personalmente, ritengo che ogni portiere, in cuor suo, sappia quali siano le sue
propensioni e le situazioni tecniche in cui si trova a suo agio. Per quanto
riguarda le uscite, quindi, ritengo fondamentali allenarle da un punto di vista
tecnico, ma non così produttivo, invece, indurre un portiere ad effettuarle,
“convincendolo” a forza che uscire sarebbe produttivo per il rendimento della
difesa.
Io, quando giocavo, non ero sicuramente un portiere che amava allontanarsi
dalla porta; ritenevo infatti che le mie qualità di esplosività ed elasticità tra i
pali potessero garantire migliore copertura rispetto ad uso più massiccio delle
uscite alte, che invece venivano usate maggiormente da altri colleghi. In poche
parole ritengo la propensione all’uscita qualcosa paragonabile al senso del gol
per un attaccante; qualcosa che esiste, che magari si acquista col tempo con
l’esperienza, ma che difficilmente si può allenare in maniera ottimale.
31
CONCLUSIONI
32
BIBLIOGRAFIA
Gramaccioni, Robazza, Bortoli – “La preparazione mentale nello sport”, Edizioni Pozzi, 1993
33