Orologi sociali e confini culturali: come
viviamo la nostra quotidianità
Nel libro “Comunicare interagendo. I rituali della vita quotidiana: un
compendio, a cura di Salvatore La Mendola, vengono affrontati temi
fondamentali per comprendere la società contemporanea. In questo saggio mi
concentrerò su tre capitoli che ho trovato particolarmente significativi: Tempo,
Cultura e inter-cultura e Differenze e disuguaglianze. L’obiettivo di questo
saggio è analizzare come l’autore descrive il tempo in cui viviamo, il modo in
cui le culture entrano in relazione tra loro e i processi attraverso cui nascono e
si mantengono le disuguaglianze sociali. Mettere in relazione questi temi
consente di comprendere quanto essi siano collegati l’uno con l’altro e quanto
contribuiscano a riflettere sulle problematiche della società attuale.
Il primo capitolo dedicato al tempo affronta il modo in cui la dimensione
temporale condiziona la vita sociale e le interazioni tra gli individui. È
necessario partire da una domanda fondamentale: che cos’è il tempo?
L’autore sottolinea come il tempo venga spesso percepito come una realtà
autonoma contro cui l’individuo deve lottare, mentre in realtà rappresenta un
costrutto umano utilizzato per organizzare e interpretare l’esperienza del
mondo, viene inoltre evidenziato come il tempo non sia vissuto in modo
uniforme, ma vari in base ai contesti culturali e sociali, nella nostra vita
quotidiana sperimentiamo frequentemente questa diversità: in alcune
situazioni il tempo sembra scorrere rapidamente, ad esempio quando siamo
impegnati in attività piacevoli o particolarmente coinvolgenti; in altre
circostanze, come nei momenti di attesa o di noia, il tempo sembra rallentare.
Secondo quanto scritto dall’autore queste situazioni possono essere
quantitativamente uguali ma qualitativamente differenti, questa percezione
soggettiva influenza non solo l’esperienza individuale, ma anche quanto
riguarda l’organizzazione della propria giornata e delle proprie relazioni
[Link] esempi più concreti che possiamo fare della dimensione sociale del
tempo sono rappresentati da strumenti fondamentali come il calendario e
l’orologio, che contribuiscono a rendere il tempo falsamente oggettivo e
misurabile: nonostante il calendario gregoriano sia oggi il più diffuso, esistono
culture che adottano sistemi differenti, come il calendario ortodosso, che
regola festività e ricorrenze religiose secondo tempistiche diverse, il natale è
l’esempio più importante che mentre viene celebrato il 25 dicembre nella
tradizione cristiana, nelle comunità ortodosse cade il 6 gennaio, influenzando il
ritmo della vita sociale e religiosa portando così ad avere anche differenze
culturali. Invece nel contesto economico il tempo assume un valore
estremamente preciso a Wall Street, ad esempio, sin dal 1792 ogni secondo
risulta determinante per coordinare gli scambi finanziari e le decisioni
economiche, dimostrando come il tempo diventi uno strumento di
organizzazione, controllo e potere nella società contemporanea ma
ovviamente anche in quella passataQuesti esempi mostrano come il tempo
non rappresenti una dimensione naturale e lineare, ma un costrutto sociale
soggetto a interpretazioni differenti, capace di influenzare profondamente
pratiche e relazioni umane, diversi studiosi hanno analizzato il rapporto tra
individui e tempo; tra questi, Edward T. Hall che distingue il tempo policronico,
caratterizzato dalla gestione simultanea di più attività senza una rigida
sequenza, dal tempo monocronico, in cui ogni segmento temporale è dedicato
a una sola attività e la pianificazione è fondamentale, nella vita quotidiana tali
modalità risultano difficilmente conciliabili: un incontro con un amico può
svolgersi senza una pianificazione precisa, mentre prendere un treno richiede
puntualità e organizzazione rigorosa, questa tensione tra diverse concezioni
temporali può generare stress e consumo di energie legate all’attesa di una
[Link] qui emerge la metafora della spirale, che unisce il
movimento circolare e quello lineare, questa figura permette di comprendere
come le esperienze della vita non si ripetano mai identiche, ma presentino
forme contemporaneamente simili e differenti: nella mia esperienza personale
ho provato questo fenomeno quando si è ripresentata una relazione amorosa
passata, che però ho vissuto in modo diverso grazie all’esperienza acquisita, in
questo caso mi è risultato utile il concetto di esperienza elaborato da
Jedlowski, secondo cui gli eventi della vita non scorrono superficialmente
sull’individuo, ma si sedimentano nel vissuto soggettivo, contribuendo alla
crescita emotiva e alla costruzione dell’identità.
Il capitolo dedicato a cultura e inter-cultura affronta il concetto di cultura come
una dimensione dinamica e relazionale, particolarmente rilevante nelle società
di oggi che sono caratterizzate da una forte globalizzazione e mobilità sociale,
la cultura non può essere intesa come un insieme statico di tradizioni, ma
come un sistema di significati e simboli condivisi attraverso cui gli individui
interpretano la realtà e costruiscono relazioni sociali che si trasmettono
mediante processi comunicativi e si trasformano continuamente attraverso
l’interazione tra individui. Nella vita quotidiana la cultura si manifesta nei
linguaggi e nei comportamenti un esempio importante riguarda le modalità
comunicative tra generazioni differenti: i giovani utilizzano frequentemente
strumenti digitali e linguaggi sintetici come abbreviazioni ed emoji, mentre le
generazioni adulte tendono a privilegiare forme comunicative più formali.
Questa differenza non riguarda soltanto il linguaggio, ma riflette diversi modi
di esprimere emozioni e costruire relazioni e riflette anche i diversi anni di
[Link]’interno delle società multiculturali emerge la necessità di
sviluppare una prospettiva interculturale, la multiculturalità indica infatti la
semplice coesistenza di culture diverse nello stesso spazio sociale, mentre
l’intercultura implica dialogo, confronto e reciproco adattamento. Questo
processo richiede competenze comunicative quali ascolto attivo, empatia e
capacità di mettere in discussione i propri modelli culturali è importante però
specificare che l’incontro con la diversità può inizialmente generare
disorientamento o disagio, tuttavia tali reazioni possono trasformarsi in
occasioni di crescita personale. In ambito lavorativo internazionale, ad
esempio, modalità comunicative differenti possono provocare incomprensioni:
in alcune culture evitare il confronto diretto rappresenta una forma di rispetto,
mentre in altre la comunicazione esplicita è considerata indice di sincerità, il
confronto con queste differenze favorisce una maggiore consapevolezza dei
propri riferimenti culturali e amplia anche il proprio pensiero verso lo
“straniero”. Un altro esempio riguarda le abitudini alimentari a scuola oppure
al lavoro: la presenza di persone che seguono regimi alimentari legati a
tradizioni religiose o culturali richiede forme di adattamento reciproco,
comprendere quindi il valore simbolico attribuito al cibo consente di evitare
stereotipi e favorire relazioni che si basano sul rispetto reciproco. La
prospettiva interculturale non implica la rinuncia alla propria identità, ma la
ricerca di un equilibrio tra valorizzazione delle differenze e individuazione di
elementi comuni che rendano possibile la convivenza tra individui diversi, il
rischio che si corre consiste sia nel percepire la diversità come una minaccia
sia nel tentare di assimilare l’altro annullandone le caratteristiche che lo
rendono sé stesso, perciò lo sviluppo di competenze interculturali rappresenta
un elemento fondamentale per una convivenza sociale che si fonda sul
rispetto e sulla valorizzazione della diversità come risorsa.
Il capitolo dedicato alle differenze e disuguaglianze permette di comprendere
come le diversità tra gli individui non costituiscano di per sé un problema
sociale le differenze riguardano infatti caratteristiche naturali e sociali che
distinguono le persone, come l’età, il genere, il percorso culturale o le
esperienze personali queste diventano disuguaglianze nel momento in cui la
società attribuisce a tali differenze un valore gerarchico, producendo vantaggi
o svantaggi nelle opportunità di partecipazione [Link] esempio
significativo può essere osservato nel contesto scolastico: gli studenti
possiedono modalità di apprendimento differenti: alcuni mostrano maggiore
predisposizione per attività teoriche, altri per competenze pratiche o creative,
questa varietà rappresenta inizialmente una semplice differenza individuale;
tuttavia, quando il sistema educativo tende a valorizzare prevalentemente un
unico modello di studio, tali differenze vengono interpretate come indicatori di
maggiore o minore capacità in questo modo il contesto istituzionale
contribuisce a trasformare una diversità naturale in una disuguaglianza sociale
percepita e che arriva ad influire molto sugli studenti che finiscono per sentirsi
sbagliati o comunque fuori luogo, ed è per questo che molti di loro si ritirando
da scuola rimanendo senza diploma. Questo problema è facilmente risolvibile
cercando di valorizzare il più possibile ciascuna modalità d’apprendimento,
una dinamica simile emerge nel mondo del lavoro: due individui con
competenze simili possono accedere a opportunità differenti a causa delle
risorse economiche o relazionali disponibili, la possibilità di frequentare corsi di
formazione, svolgere tirocini non retribuiti o accumulare esperienze
internazionali costituisce spesso un vantaggio strutturale. Questo esempio
evidenzia come le disuguaglianze non derivino esclusivamente dal merito
individuale, ma da condizioni sociali pregresse che influenzano le vicende
personali. Anche la comunicazione quotidiana può contribuire al
mantenimento delle disuguaglianze, determinati registri linguistici vengono
socialmente associati a competenza e autorevolezza, mentre altri risultano
meno legittimati, di conseguenza, il modo di esprimersi diventa un elemento
di valutazione sociale che incide sulle relazioni interpersonali. L’interazione
comunicativa, tema centrale dell’opera, mostra quindi come le gerarchie
sociali vengano riprodotte attraverso pratiche apparentemente ordinarie.
Infine, nella società contemporanea le differenze di accesso alle tecnologie
digitali rappresentano un ulteriore fattore di disuguaglianza, forse uno dei più
importanti che avviene specialmente tra “Nord” e “Sud” del mondo: la
disponibilità di strumenti tecnologici e la possibilità di formarsi per avere
competenze informatiche influisce sulle possibilità di studio, lavoro e
partecipazione sociale, il cosiddetto “divario digitale” dimostra come nuove
forme di esclusione possano emergere anche in contesti caratterizzati da forte
innovazione tecnologica.
Il collegamento con i capitoli dedicati al tempo e alla cultura evidenzia come le
disuguaglianze siano il risultato di processi sociali complessi e interconnessi: le
modalità di gestione del tempo, le risorse culturali disponibili e i contesti
relazionali contribuiscono infatti a definire le opportunità individuali ma anche
a imparare a stare nella collettività. Comprendere tali dinamiche consente di
riconoscere che le disuguaglianze non sono fenomeni naturali, ma costruzioni
sociali che possono essere messe in discussione attraverso pratiche
comunicative più consapevoli, migliorando la qualità di vita.
In conclusione, l’analisi dei tre capitoli mostra come la vita quotidiana sia
attraversata da processi sociali che influenzano profondamente le relazioni tra
individui: il tempo organizza l’esperienza sociale, la cultura orienta i significati
condivisi e le differenze possono trasformarsi in disuguaglianze quando
vengono interpretate in termini gerarchici. La riflessione proposta invita quindi
a sviluppare una maggiore consapevolezza comunicativa, riconoscendo il ruolo
delle interazioni quotidiane nella costruzione di una società più inclusiva.
MONOGRAFIA:
Sette regole per uscire dalla bolla : la mia
rilettura di Marinella Sclavi.
L’obiettivo di questo saggio è quello di approfondire come ci relazioniamo con
gli altri partendo da una consapevolezza che spesso, nella nostra vita frenetica
di tutti i giorni tra lezioni, notifiche e impegni, tendiamo a ignorare
completamente: noi non siamo mai degli osservatori neutri o oggettivi. Nel suo
libro “Arte di ascoltare e mondi possibili”, Marinella Sclavi ci spiega in modo
super chiaro che ogni volta che interagiamo con qualcuno, portiamo con noi un
bagaglio enorme di abitudini, valori e modi di pensare che diamo per scontati,
quasi come se fossero l'unica realtà possibile o quella normale. Quello che
vorrei presentare in questo saggio è l’analisi di come l’ascolto attivo non sia
solo una tecnica per sembrare persone gentili, ma una vera e propria
necessità per non restare bloccati nei nostri pregiudizi e per capire davvero chi
abbiamo davanti. Spesso pensiamo che ascoltare significhi stare zitti mentre
l'altro parla, ma la Sclavi ci sfida a fare qualcosa di molto più difficile: mettere
in discussione le nostre certezze per provare a vedere il mondo con gli occhi di
chi abbiamo di fronte, accettando il rischio di cambiare idea e di scoprire
mondi che non avevamo mai considerato e che magari ci fanno “paura”.
Per capire bene di cosa parliamo, dobbiamo partire dal concetto di ascolto
passivo. È quello che facciamo quasi tutti noi: ascoltiamo l'altro cercando solo
conferme a quello che già pensiamo. Se qualcuno dice qualcosa che non ci
torna, scatta subito il giudizio: è scemo, non capisce niente, è maleducato. La
Sclavi invece ci propone l'ascolto attivo, che è l'arte di essere curiosi e capire
perché quell’individuo la pensa cosi invece che giudicare. La prima regola
dell'arte di ascoltare dice che non bisogna avere fretta di arrivare a delle
conclusioni, perché le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca.
Questo è un errore che facciamo sempre, ad esempio quando conosciamo una
persona nuova all'università e dopo due parole abbiamo già deciso che tipo è.
Se invece rallentiamo, scopriamo che dietro quella prima impressione c'è un
intero universo da esplorar, però secondo la mia opinione bisognerebbe
comunque cercare di fare sempre una buona prima impressione.
Un esempio pratico che capita a molti ragazzi fuori sede riguarda il rapporto
con i coinquilini. Immaginiamo di litigare perché qualcuno lascia sempre i piatti
sporchi nel lavandino, la nostra reazione istintiva è: è un pigro e non ha
rispetto per me e per gli altri coinquilini. Questo è ascolto passivo, perché
stiamo usando solo i nostri parametri di pulizia e rispetto. Se provassimo
l'ascolto attivo, potremmo scoprire che per quella persona il lavandino pieno
non è un segno di pigrizia, ma magari viene da una famiglia super numerosa
dove i piatti si lavavano tutti insieme a fine giornata e quel disordine lo fa
sentire a casa. Assumere che l'altro ha ragione significa capire che nel suo
mondo quel comportamento ha un senso logico. Solo partendo da qui si può
smettere di urlare e iniziare a negoziare una soluzione che vada bene a
entrambi senza odiarsi per tutto il semestre.
La seconda regola della Sclavi ci dice che quel che si vede dipende dalla
prospettiva in cui ci si trova e che per riuscire a vedere la propria prospettiva,
bisogna cambiare prospettiva. Questo è un concetto quasi filosofico ma molto
concreto. Significa che non possiamo capire noi stessi se restiamo chiusi nella
nostra testa e nelle nostre credenze. Abbiamo bisogno del confronto con
l'altro, anche e soprattutto quando l'altro ci dà fastidio. La terza regola
approfondisce questo punto dicendo che se vuole capire quello che un altro
sta dicendo, bisogna assumere che ha ragione e chiedere aiuto per vedere le
cose e gli eventi dalla sua prospettiva. Questo richiede un'umiltà ed una
sensibilità molto sviluppate, specialmente quando pensiamo di avere la verità
in tasca. Un esempio può essere una discussione con i nostri genitori sul
nostro futuro lavorativo: noi vogliamo seguire le nostre passioni, loro vogliono
che troviamo un posto fisso e sicuro. Invece di pensare che siano antichi,
dovremmo chiederci: in quale mondo possibile la loro ansia per la mia
sicurezza ha senso? Magari hanno vissuto momenti di precarietà che noi non
conosciamo, specialmente i miei genitori che provengono dalla Romania, sono
molto ostinati a farmi avere una vita sicura piuttosto che fare esperienze
“rischiose”. Capire la loro paura non significa rinunciare ai nostri sogni, ma
significa riuscire finalmente a comunicare davvero con loro senza sbattere la
porta.
Un altro punto fondamentale del libro della Sclavi è la gestione delle emozioni:
lei dice che le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se sai
comprendere il loro linguaggio. Spesso, quando qualcuno ci dice qualcosa che
ci da fastidio, la nostra reazione è chiuderci o attaccare. Ma la Sclavi ci
suggerisce che quel fastidio che proviamo è come un segnale che ci avverte
che siamo arrivati al limite del nostro mondo possibile. Questa è la quarta
regola: le emozioni non ci dicono cosa succede nel mondo, ma cosa succede a
noi mentre incontriamo il mondo dell'altro. Ad esempio, quando un professore
ci fa una critica che ci sembra ingiusta e sentiamo quella rabbia salire, invece
di pensare subito che ce l'abbia con noi, potremmo usarla per chiederci cosa
stia mettendo in crisi della nostra immagine. Forse quel fastidio nasce dal fatto
che sappiamo, in fondo, che ha ragione su qualche punto. Se usiamo
l'emozione come una bussola, scopriamo cose su noi stessi che altrimenti
resterebbero nascoste per sempre.
C'è poi la questione del linguaggio e della quinta regola: un buon ascoltatore
esplora mondi possibili perché sa che i linguaggi sono pratiche sociali e non
semplici traduzioni di pensieri. Spesso pensiamo che le parole abbiano lo
stesso significato per tutti, ma è un'illusione. Un esempio classico sono le
discussioni via messaggio su WhatsApp o Instagram. Quante volte ci siamo
arrabbiate perché un'amica ha risposto con un semplice ok senza emoji e
abbiamo pensato che fosse fredda o arrabbiata? Nel nostro mondo, l'assenza
di emoji significa distacco, ma nel suo magari significava solo che era di fretta
e ci ha risposto per correttezza. L'ascolto attivo ci dice che dobbiamo esplorare
i contesti: invece di restare lì a rimuginare, dovremmo chiederci quali sono le
regole del gioco dell'altra persona in quel momento. Questo ci porta alla sesta
regola: la metodologia umoristica. l’autrice suggerisce che dovremmo
imparare a ridere delle nostre stesse certezze. L'umorismo ci salva perché ci
toglie quell'aria da persone superiori e ci permette di vedere quanto sono
buffe le nostre incomprensioni quando pretendiamo che tutto il mondo ruoti
intorno alla nostra testa. Ridere di un malinteso è il modo più veloce per
abbassare le difese e ricominciare a parlarsi sul serio, ed è anche il modo
migliore per vivere una relazione che sia di amicizia o che sia amorosa.
Passando a un livello più grande, questo modo di ascoltare diventa
fondamentale quando incontriamo culture diverse dalla nostra, non parlo solo
di persone che vengono da altri Paesi, ma anche di persone che hanno un
background sociale, politico o religioso diverso dal nostro. La Sclavi ci parla di
de-naturalizzare il senso comune: quello che per me è ovvio, per un altro è
strano, se non facciamo questo sforzo, finiremo sempre per pensare che la
nostra cultura sia il centro dell'universo e che gli altri siano solo versioni
sbagliate di noi stessi e questo fenomeno lo abbiamo viso nel corso della storia
ad esempio con la religione cristina che si credeva essere “l’unica al mondo”,
un esempio molto semplice è il modo in cui gestiamo il silenzio: per alcuni
stare zitti durante una cena è imbarazzante e bisogna riempire il vuoto a tutti i
costi parlando di qualsiasi cosa invece per altri, il silenzio è un segno di
confidenza e di grande rispetto; se io non capisco questa differenza, passerò
tutta la serata a disagio o penserò che l'altra persona sia annoiata o
antipatica, quando invece magari si sta solo godendo la mia compagnia in
modo profondo. La settima regola riassume quindi tutto questo: l'ascolto attivo
richiede la capacità di accogliere i paradossi e le contraddizioni senza cercare
di risolverli subito, significa perciò accettare che due verità diverse possano
esistere nello stesso momento ed esistono insieme .
L'ascolto attivo è anche una questione di potere e disuguaglianza: spesso nelle
conversazioni, chi ha più voce, magari perché è più sicuro di sé o perché ha un
ruolo superiore, tende a schiacciare gli altri senza nemmeno rendersene conto,
l’autrice però ci invita a fare spazio. Fare spazio significa stare in silenzio non
perché non abbiamo niente da dire, ma perché vogliamo che l'altro possa
esistere nel suo mondo possibile e sentirsi libero di esprimersi cercare di fare
spazio nei tempi di oggi è difficilissimo, specialmente sui social media dove
facciamo a gara a chi “urla” più forte o a chi scrive il commento più cattivo o
più strano per prendere più like. Perciò a mio parere l’atto di “ascolto” della
Sclavi è quasi un atto rivoluzionario, perché ci chiede di rallentare e di non
avere fretta di arrivare a conclusioni ed di accettare l'incertezza del non sapere
tutto subito. In un mondo che vuole risposte il prima possibile, prendersi il
tempo di ascoltare davvero qualcuno è un dono immenso che facciamo non
solo a noi stessi ma anche agli altri.
Un'altra cosa che mi ha colpito molto del libro è il concetto di gestione creativa
dei conflitti: normalmente pensiamo che un conflitto si risolva o vincendo noi,
o perdendo, o facendo un compromesso dove nessuno è felice perché
entrambi abbiamo rinunciato a qualcosa, che a mio avviso è la soluzione
peggiore, l’autrice invece dice che se ascoltiamo davvero e mettiamo insieme i
vari mondi possibili, possiamo trovare una soluzione di terzo tipo che prima
non esisteva è come se invece di dividerci una torta a metà e restare entrambi
con la fame, trovassimo il modo di cucinarne insieme una molto più grande
con ingredienti nuovi, per farlo però serve creatività, e la creatività nasce solo
se siamo disposti a uscire dai nostri schemi mentali e a rischiare. Ad esempio,
se due amiche vogliono andare in vacanza in posti opposti, invece di litigare o
andare in un posto che non piace a nessuna delle due, potrebbero scoprire,
parlando dei loro desideri profondi e delle emozioni che sentono veramente,
che una cerca solo il mare e l'altra il divertimento notturno, e trovare una meta
che offra entrambe le cose in un modo che non avevano mai considerato
prima.
In conclusione, credo che l'insegnamento di Marinella Sclavi sia una vera e
propria guida di sopravvivenza per la nostra generazione perché ci insegna
che non dobbiamo avere paura delle differenze o dei conflitti, perché è proprio
lì, in quel punto di scontro, che la vita diventa interessante e ricca di
possibilità. Abitare i mondi possibili degli altri ci rende persone più mature,
meno arrabbiate e sicuramente più aperte al futuro ovviamente non è un
percorso facile, perché ci vuole un sacco di allenamento costante e bisogna
essere pronti a fare brutte figure o a sentirsi un po' persi ogni tanto però trovo
che nel complesso la ricompensa sia enorme: grazie a questi mondi possiamo
smettere di vivere in un mondo piatto e grigio e iniziare a vedere sfumature e
colori che prima non vedevamo nemmeno. L'arte di ascoltare, alla fine, è l'arte
di imparare a vivere insieme in modo vero e talvolta spaventoso , rispettando
l'unicità di ognuno e trasformando ogni incontro, ogni parola, e anche ogni
tocco fisico in una vera e propria avventura in cui conosciamo noi stessi e gli
altri attorno a noi. Solo con questa apertura possiamo sperare di costruire una
società che non si limiti a tollerare la diversità con fastidio, ma che sappia
realmente valorizzarla come la nostra risorsa più grande per affrontare le sfide
del futuro. In conclusione ascoltare significa dare un valore sincero
all'esistenza dell'altro specialmente in un mondo che corre sempre più veloce
fermarsi ad ascoltare è il gesto più umano e nobile che possiamo fare.