Euripide
Medea
A. Feuerbach, Medea, 1870
Ambientazione: Corinto.
Data della prima rappresentazione: 431 a.C.
Benché l’opera sia considerata uno dei capolavori del teatro di tutti i tempi, si classificò al terzo posto,
cioè ultima, dietro un’opera di Sofocle, risultato vincitore, e una di Euforione (figlio di Eschilo),
secondo classificato, i cui titoli non ci sono stati tramandati.
Personaggi:
Medea
Giasone, marito di Medea
Nutrice
Pedagogo
Creonte, re di Corinto
Egeo, re di Atene
Messaggero
Figli di Medea
Coro di donne corinzie
Antefatto:
Medea ha aiutato Giàsone e gli Argonauti a conquistare il vello d’oro, rendendosi pluriomicida per
amore di lui, tradendo suo padre e massacrando perfino suo fratello. Quindi si è trasferita a vivere a
Corinto insieme al consorte e ai due figli avuti da lui, abbandonando la sua patria, la remota Còlchide.
Passano alcuni anni e Giasone riceve la proposta di sposare Creùsa, figlia di Creonte, re di Corinto: un
matrimonio d'interesse che non può rifiutare, perché gli darebbe diritto di successione al trono di
Corinto, città ben più importante della nativa Iolco. Non esita quindi a ripudiare Medea.
Trama:
Il prologo (monologico nella prima parte) è recitato dalla nutrice di Medea, che maledice il giorno in
cui la nave Argo approdò sulle rive della Colchide, portando rovina alla sua padrona. Interviene il
pedagogo dei figli di Giàsone e Medea, per informare che il re Creonte ha decretato l'esilio per la donna
e i bambini.
Entra il Coro delle donne corinzie (pàrodos) con cui Medea si lamenta in modo disperato e furioso,
scagliando maledizioni sulla casa reale. Nel primo episodio Medea riflette sulla condizione femminile;
arriva quindi il re Creonte, sospettando una possibile vendetta, e le intima di lasciare la città.
Dissimulando con abilità i propri sentimenti, però, Medea ottiene di restare ancora un giorno: questo
le servirà per attuare il terribile piano che ha già in mente, che espone poi alle donne del Coro.
Il Coro intona nel primo stasimo un canto appassionatamente femminista, lasciando esplodere il
proprio sdegno contro l'arroganza del sesso maschile verso le donne.
Nel celebre secondo episodio Giasone si reca a far visita Medea ed ha luogo un burrascoso agòn lògon
di sapore sofistico: Medea gli rinfaccia tutta la sua ipocrisia, la sua viltà e la sua ingratitudine,
ricordandogli che le deve tutto e che lei ha commesso orrendi delitti per aiutarlo, per cui ora non avrà
dove rifugiarsi e la sua sorte sarà di esule e perseguitata. Giasone sa opporre solo banali ragioni di
convenienza, si trincera dietro alibi ipocriti ed appare seccato dalle insistenze della ex moglie, che
giudica fastidiosi ostacoli sul cammino della sua carriera. Di fronte all'indifferenza del marito, la
donna, disperata e sdegnata, gli grida velate minacce. Giasone, atteso dalla novella sposa, se ne va.
Il Coro (secondo stasimo) medita sulla potenza travolgente della passione amorosa e si augura di non
esserne mai vittima, esprimendo anche l'auspicio di non dover mai sperimentare l'esilio. L'esilio è in
effetti uno dei motivi portanti della tragedia, senza che si riesca a definirne esattamente il riferimento
storico (il legame del dramma con l'attualità politica risulta di difficile individuazione).
Nel terzo episodio sopraggiunge il re di Atene Egeo, di passaggio per Corinto, al quale Medea strappa
la promessa di ospitarla nella propria città, offrendosi di mettere al suo servizio le proprie arti
magiche per dargli un figlio; il re accetta (e manterrà la promessa: si sa infatti che ospiterà Medea e
addirittura la sposerà). L'intervento del re assolve al duplice scopo di mettere in buona luce la pòlis
ateniese, sottolineandone la disponibilità ad accogliere gli stranieri, e di eliminare ogni dubbio degli
spettatori sul futuro di Medea, alla quale è garantito un "lieto fine". Poi Medea mette le donne del Coro
a parte del suo atroce piano: fingendosi rassegnata, manderà in dono alla futura sposa di Giasone,
tramite i suoi stessi figli ignari, dei gioielli, una ghirlanda e una veste avvelenata. I bambini, dopo
essersi prestati a questo delitto, dovranno morire. Le donne del Coro arretrano inorridite di fronte a
questa prospettiva, ma Medea è irremovibile.
Il terzo stasimo è dedicato all'orrore del Coro, che supplica Medea di recedere dal suo proposito, ed
alla celebrazione di Atene (città di Egeo) come rifugio degli esuli e dei perseguitati.
Nel quarto episodio ha luogo un nuovo contrasto tra Giàsone e Medea: la donna si finge pentita delle
sue parole precedenti e supplica Giasone di convincere il re Creonte a non esiliare i bambini. Per
ricambiare il favore, si dice disposta ad offrire ricchi doni: i gioielli che il Sole, padre di suo padre, le ha
lasciato in eredità, ed un meraviglioso velo da sposa. Giasone, pur perplesso, accetta.
Il Coro esprime nel breve quarto stasimo la propria angoscia per quanto sta per compiersi.
Il quinto episodio, particolarmente complesso, è diviso in due scene separate da un breve intermezzo
corale: nella prima scena arriva il pedagogo, che comunica a Medea che le sue richieste sono state
esaudite: i bambini non verranno mandati in esilio. Medea ha un crollo psicologico di fronte ai suoi figli
che stanno per morire: la sua psiche dissociata alterna momenti di ripensamento ad improvvisi
soprassalti di razionalità psicotica, in cui la donna si rende conto che ormai "deve" andare fino in
fondo. Il suo cuore di madre è straziato, ma prevale in lei una lucidità da serial killer: se si lascia
intenerire dall'amore, la vendetta non potrà essere compiuta e "giustizia" non sarà fatta. Le donne del
Coro (intermezzo) riflettono sul fatto che non avere figli è un bene superiore all'averne, perché le
preoccupazioni e le amarezze superano di gran lunga le gioie. Siamo al momento della katastrophè:
nella seconda scena un messo entra trafelato urlando a Medea di fuggire più presto che può: il delitto
che ha compiuto è orrendo. Nella celebre e magnifica rhèsis egli racconta che la giovanissima Creùsa,
appena indossato lo splendido velo da sposa davanti allo specchio, ha preso fuoco ed è morta tra atroci
tormenti; la stessa sorte è toccata a Creonte, accorso per aiutarla. Medea non batte ciglio e si dice
pienamente soddisfatta dell'accaduto. Ora però viene la parte più tremenda del piano: Medea deve
uccidere i figli avuti da Giasone, due dolci bambini che adora, in modo da lasciarlo completamente solo.
Durante il quinto stasimo, sostanzialmente un'accorata e inutile supplica delle donne a Medea, che
uccidendo i suoi figli "ucciderà se stessa" (ma è proprio quello che lei vuole), si sentono le urla dei
bambini che, uno dopo l'altro, vengono sgozzati dalla madre.
Esodo: Giasone, atterrito dall'accaduto, accorre per salvare almeno i suoi figli, ma Medea appare sul
theologhèion, quindi del tutto assimilata ad una divinità, sul carro alato del dio Sole, e gli mostra i
cadaveri dei figli che ha appena ucciso. Al marito che invoca su di lei la maledizione degli dèi la donna
rinfaccia il tradimento degli ospiti (ancora una volta il tema dello "straniero"): lei, straniera, era ospite
e quindi sacra; la maledizione ricadrà perciò su di lui, che morirà ucciso dalla stessa nave Argo. Ma
adesso è lei a non volerne più sapere di un uomo così mediocre, e tronca la discussione: s'invola sul
carro del Sole verso Atene, lasciando il marito distrutto dal dolore. Le ultime parole, quasi certamente
spurie perché del tutto simili a quelle del finale dell'Alcesti, sono del Coro.
Commento:
Anche in questo caso, come già per Alcesti, è impossibile interpretare il dramma euripideo alla luce
della finalità paideutica: quale sarebbe mai il messaggio educativo che l'autore intende trasmettere
attraverso un esempio così atroce di vendetta? E il finale come dev'essere interpretato: come un lieto
fine, perché una sia pur abominevole "giustizia" è stata ristabilita, o come il trionfo dell'assurdo e della
follia?
Si nota nuovamente la tipica attitudine euripidea a sfatare i luoghi comuni consolidati, in questo caso
un assunto eschileo dato per scontato: Medea, che in quanto madre appare agli occhi degli spettatori
simbolo della physis, non solo non viene uccisa dai suoi figli, come accade nelle Coefore di Eschilo
(vicenda trattata anche da Sofocle e dallo stesso Euripide, più tardi, nell'Elettra), bensì al contrario è lei
ad ucciderli. Fuor di metafora, non è l'uomo che uccide la Natura, ma è la Natura che uccide
l'uomo (ed in generale le sue creature): discorso che verrà ribadito in modo paradigmatico nelle
Baccanti, in cui sarà Agave ad uccidere il figlio Pènteo. Si comincia ad intuire che la sola visione del
divino di cui è capace Euripide è quella, schopenhaueriana ante litteram, di una Natura-Wille che non
vuole altro che vivere, e per preservare la propria esistenza non esita ad uccidere le proprie creature:
un grande Moloch che divora i suoi stessi figli, come il Saturno di Goya.
Di fronte alla potenza scatenata di queste forze dell'irrazionale, nulla può la pretesa umana di imporre
delle "regole": il nòmos, proprio perché arbitrario e convenzionale, è infinitamente più debole della
Natura, che, pur malvagia (o meglio cinicamente indifferente), è vera di una verità indubitabile; senza
contare che il nòmos, così come è personificato da Giàsone, non conserva neppure una pallida traccia di
nobiltà; non è certo espressione del senso di giustizia che dovrebbe derivare dal nòmos divino, come in
Eschilo e in Sofocle, ma di mediocrità e grettezza: banale ambizione di carriera.
La critica euripidea è rivolta anche al pubblico ateniese e al suo ottuso perbenismo: allo sdegno ed
alla disperazione di Medea, Giasone contrappone motivazioni che all’ateniese medio potevano
apparire pienamente condivisibili: la necessità di generare nuovi figli per la città, di assicurarsi una
posizione sociale adeguata, la convinzione che Giasone avesse fatto già fin troppo per Medea
portandola via dal mondo barbaro in cui viveva prima (la Colchide) e rendendola partecipe della civiltà
greca. La tremenda punizione riservata a Giasone ha il significato di una stroncatura di queste
convinzioni ipocrite.
Tuttavia, come tipico di Euripide, manca la pars construens, cioè manca un qualsivoglia messaggio
"positivo": anche se Giàsone appare un personaggio mediocre e negativo, la sua punizione non lascia
affatto soddisfatti, perché la scure della vendetta si abbatte schizofrenicamente anche sugli innocenti (i
figli di Medea, la figlia di Creonte, Creonte stesso). Non si tratta dunque della nèmesis eschilea, che
risponde ad un profondo, anche se oscuro, senso di giustizia (di cui sono espressione le Erinni), ma
della selvaggia ferocia che si scatena nelle belve quando si sentono ferite e braccate: una ferocia tanto
più spaventosa in quanto Medea conserva fino alla fine la sua lucidità, per cui Euripide ci toglie anche
l'ultima illusione: che abbia agito in preda ad un raptus di follia.
Non è così: Medea è lucidissima, le sue argomentazioni sono perfettamente razionali. Sembrerebbe di
poterla definire una personalità schizofrenica, dotata di una doppia identità. Prevale però in lei la
componente razionale, a sottolineare beffardamente come la razionalità non salvi affatto
dall'irrazionale, anzi, possa tranquillamente coesistere con esso.
Il messaggio sembra dunque chiaro: se la physis è il regno dell'irrazionale, allora non solo non ci
può salvare il nòmos, ma neppure il lògos, troppo debole e sempre perdente di fronte all'esplosione
delle forze cieche del caos. C'è probabilmente anche in questo un implicito riferimento polemico alla
fiducia di Eschilo nelle possibilità di "comprensione" dell'uomo, mentre la fede di Sofocle è del tutto
assente.
Medea comunque non è pazza ed Euripide non la considera tale: esistono, e sono ben comprensibili a
chi sappia ascoltarla attentamente, motivazioni molto profonde alla base del suo agire. Fermandosi
alla superficie, come si fa abitualmente, si può affermare che il suo scopo è quello di ottenere la più
perfida delle vendette, privando Giasone di tutti gli affetti più cari ed infliggendogli una vera e propria
pena del contrappasso: lui avrà la stessa sorte aveva deciso per lei: rimarrà completamente solo e
disperato; solo così, provandolo di persona, potrà "capire", ma non certo nel senso del pàthei màthos
eschileo: a nessuno infatti (men che meno ad Euripide) interessa l'improbabile "maturazione" di
Giàsone. È sufficiente che sconti le sue colpe: occhio per occhio, dente per dente. Non era certo questo
il senso del messaggio eschileo.
Tuttavia non è né solo né principalmente questo il suo movente: c'è qualcosa di ben più profondo alla
base della terribile scelta di Medea, qualcosa che le donne del Coro inconsciamente colgono e che
rende il personaggio paradigmatico della condizione femminile. Medea si rende conto di avere amato
alla follia un miserabile (come lei stessa lo definisce), di avere commesso crimini infami per un uomo
del genere. Il problema non è Giàsone, il problema è non avere compreso i suoi limiti. Giàsone non è
cattivo, è peggio: il malvagio è per lo meno conscio del male che fa, e quindi può redimersi; Giasone
invece è mediocre, ottuso, superficiale, moralmente inconsistente, del tutto incapace di capire la
sofferenza che provoca.
Medea non si capacita di un errore di valutazione così imperdonabile, che ha comportato la
distruzione della sua vita e di quella di altri. La sproporzione tra l'enormità delle conseguenze e la
banalità della causa che le ha provocate è assurda, inaccettabile. Come in Sofocle, l'errore è
irrimediabile, ma diversamente da quanto accade in Sofocle, Medea non ha alcuna intenzione di
"chiamarsi fuori". Ben presto lo strazio e il dolore lasciano il posto alla riflessione: Medea, da donna
intelligente qual è, comprende che è stata la sua femminilità a fuorviarla.
Molte sono, e molto profonde, le riflessioni di Medea sull'inferiorità del sesso femminile, che hanno
indotto i critici a qualificare Euripide di volta in volta come "femminista" o "antifemminista"
(quest'ultima è notoriamente l'opinione condivisa da Aristofane), mentre l'autore non intende affatto
prendere una posizione, bensì porre con fermezza il problema della condizione del "sesso debole" e
andare alla radice delle motivazioni per cui è considerato tale. Memorabili alcune battute di Medea
durante il dialogo con le donne del coro: "Separarsi dal marito è una disgrazia, ripudiarlo non si può...
L'uomo quando si annoia esce con gli amici e si distrae, mentre noi siamo condannate a vedere una
sola persona per tutta la vita. [...] (Gli uomini) dicono che, mentre loro rischiano la vita in guerra, noi
donne viviamo sicure in casa. Falso! Preferirei combattere tre volte in prima linea piuttosto che
partorire una volta."
La debolezza femminile è correttamente identificata da Medea nella dipendenza dal maschio: e
questa dipendenza è resa possibile dall'amore, che ancora una volta, come già in Alcesti, ben lungi
dall'essere visto come qualcosa di positivo, appare come fonte di scelte autolesionistiche. Non solo:
può derivarne uno scatenamento di forze irrazionali incontrollabili, dalle conseguenze distruttive.
Ed è proprio al cuore della sua femminilità che Medea intende vibrare un colpo mortale: come il
Coro ha ben capito, uccidere i suoi figli vuol dire uccidere se stessa, la "femmina" che è in lei, la madre,
l'amante, la creatura debole, succube e dipendente. Medea vuole diventare Clitennestra, o meglio,
quello che Clitennestra è diventata suo malgrado dopo la morte della figlia: la virago incapace di
sentimenti materni, la donna forte e indipendente che non ha bisogno di nessuno. Ancora una volta lo
sguardo di Euripide è rivolto, retrospettivamente, ad Eschilo.
Medea sa quindi perfettamente quello che fa e perché lo fa, ed ecco perché alla fine non prova alcun
rimorso. Di nuovo lo spettatore esce da teatro senza alcuna sensazione di sollievo, senza catarsi,
profondamente turbato. Non è difficile capire perché questa tragedia non sia stata apprezzata dal
pubblico: il messaggio finale è in effetti aporetico, è un non-messaggio. Euripide non consegna agli
spettatori una soluzione, ma un problema.
Medea come modello
Se la tragedia non fu per nulla apprezzata dal pubblico contemporaneo, in compenso divenne un
modello fra i più imitati dagli artisti posteriori. Nel corso dei secoli molti autori si sono cimentati con il
dramma di Euripide, creandone versioni che differivano più o meno ampiamente dal modello
originale, a seconda del momento storico e del luogo in cui erano state scritte. Debitrice del precedente
euripideo è senz'altro la Medea delle Argonautiche di Apollonio Rodio, personaggio scisso che da
adolescente al primo amore si trasforma di colpo in efferata assassina. Nella letteratura latina, delle
numerose versioni scritte solo una è giunta integra ai nostri giorni, la Medea di Seneca. Anche Ovidio,
fra il 12 a.C. e l'8 a.C., ne scrisse una versione coronata da successo, ma essa è andata perduta, così
come la Medea di Ennio.
Tra le opere moderne, una versione interessante è quella di Franz Grillparzer (1821), che pone
l'accento sul fato e sulle circostanze avverse che spingono la donna ad agire, mentre nel 1949 Corrado
Alvaro, nella sua Lunga notte di Medea, mette in evidenza la condizione di Medea come di una donna
estranea in una comunità chiusa, e di conseguenza aggredita e discriminata. Da ricordare infine la
Medea di Jean Anouilh (1946), nonché il romanzo Medea. Voci della scrittrice tedesca Christa Wolf, in
cui la situazione di Medea a Corinto viene letta come metafora dello spaesamento dei cittadini della
Repubblica democratica tedesca dopo la riunificazione.
Come si vede, gli autori posteriori mettono l'accento su un singolo aspetto della personalità di Medea,
ma nessuno di essi ha saputo eguagliare il precedente euripideo: nessuno infatti ha saputo imitare le
innumerevoli sfaccettature che rendono grande e indimenticabile il personaggio creato da Euripide.
BRANI
GIASONE
Non è la prima volta oggi, ma mi è capitato spesso di constatare che un'indole selvaggia è un disastro
irreparabile. Ma come? Avevi la possibilità di risiedere in questo paese, di abitare in questa casa: ti
bastava adattarti senza recalcitrare alle decisioni di chi conta. No, ti fai cacciare via per i tuoi discorsi
sconsiderati.
Per quanto mi riguarda, non importa: continua pure a gridare ai quattro venti che Giasone è un
maledetto furfante. Ma per quello che hai detto contro i sovrani, considera una bella fortuna se te la
cavi con un semplice esilio. E pensare che io ho sempre cercato di placare l'ira del re furibondo, e
volevo che tu restassi qui. Ma tu, dura nella tua pazzia, non hai mai smesso di gettar fango sui sovrani:
e così, ora sarai espulsa da Corinto. Ma nonostante tutto, io non li rinnego i miei cari, ed eccomi qui per
provvedere a te, donna; non voglio che tu te ne vada in esilio, con i figli, sprovvista di mezzi: non deve
venirti a mancare niente. L'esilio si tira dietro tante sofferenze. E anche se tu mi detesti, non potrei mai
nutrire ostilità nei tuoi confronti.
MEDEA
Miserabile, miserabile! Non mi viene in mente niente di più ingiurioso per definire la tua vigliaccheria:
e tu hai il coraggio di presentarti da me, tu l'essere più odioso agli dèi, a me e a tutta la razza umana?
Non è una prova di coraggio, di audacia guardare in faccia gli amici a cui hai fatto del male: è invece
un'impudenza, è la peggior rovina che ci sia al mondo. Ma hai fatto bene a venire qui: mi sentirò più
leggera dopo averti detto cosa penso di te, e per te sarà un tormento starmi a sentire.
Comincio sin dal principio. Fui io a salvarti la vita - e lo sanno bene tutti i Greci che si erano imbarcati
con te sulla nave Argo - quando fosti mandato ad aggiogare i tori che spiravano fuoco e a seminare il
campo della morte. E il drago insonne che custodiva il vello d'oro nel groviglio delle sue molte spire lo
uccisi io, io feci risplendere per te la luce della salvezza. Tradii mio padre, la mia casa, per venire con te
a Iolco, la città sotto il Pelio: avevo dato retta all'impulso, non alla ragione. E uccisi Pelia, nel modo più
straziante, attraverso le sue figlie: ti liberai così di ogni paura.
E dopo aver avuto tutto questo da me, tu, creatura abietta, mi hai tradito, sei andato a cercarti un'altra
moglie! E avevi già dei figli.
Vedi, se non c'erano di mezzo dei bambini, forse ti avrei anche perdonato questa frenesia per il letto di
un'altra. La fede giurata è svanita nel nulla, e non riesco a capire se gli dèi di un tempo non esistono
più, secondo te, o se pensi che oggi tra gli uomini valgono nuove leggi. Perché di avermi giurato il falso
lo sai, no? La mia mano, quante volte l'hai stretta! Quante volte mi hai stretto le ginocchia! Era tutta
un'ipocrisia, vigliacco, e le mie speranze come sono andate deluse!
Va bene, mi rivolgerò a te come a una persona cara (non che io mi aspetti qualcosa da uno come te. Ma
non importa: le mie domande metteranno a nudo la tua malvagità).
Dimmi, dove mi rifugio ora? Da mio padre, nella casa che ho tradito, come ho tradito il mio paese per
venire qui? O dalle povere Peliadi? Sai che bell'accoglienza farebbero a chi le ha spinte a uccidere il
padre! Così stanno le cose: per i miei familiari sono una nemica, e le persone a cui non avevo bisogno
di fare del male, grazie a te, me le trovo nemiche. In cambio, tu mi hai reso felice agli occhi di molte
donne greche: ma che marito meraviglioso e fedele ho io, povera disgraziata, se devo andarmene in
esilio, via da questo paese, senza un amico, sola con i miei figli soli! Che vergogna per il novello sposo
vedere sbattuti qua e là per il mondo come straccioni i suoi figli e la donna che gli ha salvato la vita.
Zeus, tu hai dato agli uomini un mezzo sicuro per capire se l'oro è autentico: perché il malvagio non
porta impresso sul corpo un marchio che lo contrassegni?
CORO
L'ira è spaventosa e non c'è rimedio, quando scoppia una lite tra amici.
GIASONE
A quanto pare devo esibire la mia bravura oratoria, e come un esperto timoniere devo tirar giù le vele
più alte, per non venir travolto, donna, dalla tua stomachevole loquacità. Ma visto che esalti un po'
troppo i tuoi meriti, ti dirò che la salvezza nella mia impresa la devo a Cipride, e solo a lei fra tutti i
celesti e i mortali. Tu hai una mente sottile: ed è un brutto discorso per te ammettere che è stato Eros,
con le sue frecce infallibili, a costringerti a salvare la mia persona.
Ma non voglio insistere su questo punto: il tuo aiuto, comunque, non è stato inutile. Ma dalla mia
salvezza hai ricavato ben più di quel che hai speso, e te lo dimostro. Intanto, non abiti più in un paese
barbaro, ma in Grecia, hai imparato cos'è la giustizia e a servirti delle leggi, senza far ricorso alla
violenza. Tutti i Greci conoscono la tua sapienza e sei diventata famosa: se continuavi a abitare ai
margini del mondo, di te non parlerebbe nessuno. Avere oro in casa o cantare meglio di Orfeo non
interessa, se il prezzo è un destino oscuro. Questo per ciò che riguarda le mie imprese: e bada, sei stata
tu a provocare la discussione.
Veniamo adesso alle nozze regali che mi rinfacci. In questo, ti dimostrerò anzitutto che mi sono
rivelato abile, e poi virtuoso, e infine grande amico tuo e dei miei figli. Su, cerca di star calma...
Quando sono giunto qui da Iolco (e mi tiravo dietro tante disgrazie irrimediabili), che fortuna migliore
potevo trovare io, un esule, se non un matrimonio con la figlia di un re? E non in odio al tuo letto -
eccolo il pensiero che ti rode! - o per improvviso desiderio di una moglie nuova, o per smania di avere
più figli degli altri: quelli che ho mi bastano e non mi lamento.
Il motivo principale era di garantirci un'esistenza comoda, fuori dalle ristrettezze - so bene che quando
uno diventa povero, tutti gli amici si dileguano. E volevo anche allevare i bambini in maniera degna del
mio casato, dare dei fratelli ai figli che ho avuto da te, metterli tutti su uno stesso piano e costituire così
un'unica famiglia. Sarei stato felice!
Tu che bisogno hai di altri figli? Ma io devo provvedere a quelli che ho attraverso quelli che dovranno
nascere. Era un ragionamento sbagliato? Non lo affermeresti di sicuro, se non ti tormentasse l'idea del
letto. Ma già, voi donne ne avete di coraggio: pensate che se funziona il letto, funziona tutto. Ma se la
faccenda va storta, ciò che era ottimo, splendido, diventa abominevole. Bisognerebbe proprio
fabbricarli in un altro modo i figli e che la razza delle donne non esistesse: gli uomini così non
avrebbero più guai.
CORO
Giasone, hai costruito un discorsetto elegante, ma la mia opinione - mi spiace deluderti - è che hai fatto
male, sei stato ingiusto a tradire tua moglie.
MEDEA
Certo, io in tante cose sono in disaccordo con tanta gente. Per me, se uno è ingiusto e ha anche talento
oratorio, merita la massima pena: perché si vanta di mascherare le iniquità con la sua parlantina ed è
pronto a qualunque crimine.
Ma non è poi tanto furbo come crede. E così tu non venirmi davanti con l'aria per bene e sfoggio di
loquela. Basterà un solo argomento a stenderti.
Se eri una brava persona, dovevi prima ottenere il mio consenso e poi sposarti; e invece hai fatto tutto
all'insaputa dei tuoi cari.
GIASONE
Sicuro: se venivo a parlarti di queste nozze, il mio discorso ti avrebbe trovato docile docile! Guarda
come sei disposta ora a smettere con la tua bile furiosa!
MEDEA
Non è questo che ti ha trattenuto. Il fatto è che andare a letto con una barbara non comportava per te
una vecchiaia gloriosa.
GIASONE
Ma lo vuoi capire o no? Non è per una donna che mi sono sposato con la principessa che ora è mia
moglie! Te l'ho già detto, volevo salvare te e dare ai miei figli dei fratelli di sangue reale - un sostegno
per la nostra casa.
MEDEA
Se il prezzo di una vita agiata è il dolore, non me la auguro. Non mi auguro una ricchezza che mi roda
l'animo.
GIASONE
Tu devi cambiare l'augurio e dimostrarti più intelligente: non prendere la prosperità per dolore e non
ritenerti sfortunata, nella fortuna.
MEDEA
Insultami pure: tanto tu sei ben al riparo, e io, invece, dovrò andarmene da questo paese abbandonata
da tutti.
GIASONE
Ma lo hai voluto tu: non dare la colpa a nessun altro.
MEDEA
E che cosa ho fatto? Ti ho preso in moglie e poi ti ho tradito?
GIASONE
Tu continui con le tue maledizioni sacrileghe contro la casa reale.
MEDEA
Ma si dà il caso che anche per la tua casa io costituisca una maledizione.
GIASONE
Basta, non val la pena di continuare a discutere con te. Ma se vuoi accettare un aiuto in denaro da parte
mia, per te e per i bambini, ora che devi andartene, non hai che da dirmelo. Sono disposto a
largheggiare, a mandarti dai miei antichi ospiti con certi contrassegni in modo che tu sia la benvenuta.
Se rifiuti anche questo, sei una sciocca; smettila di essere una furia, avrai tutto da guadagnarci.
MEDEA
I tuoi amici? Ma non ci andrò mai, e non accetterò niente da te: non devi darmi niente. I doni di un
vigliacco non servono a nulla.
GIASONE
Invoco gli dèi a testimoni: io voglio dare tutto l'aiuto possibile a te e ai figli; ma a te non piace ricevere
del bene, cacci gli amici con arroganza; così non fai altro che soffrire di più.
MEDEA
Vattene, sei già stato sin troppo fuori casa, lontano dagli occhi della novella sposa! Non vorrei che ti
assalisse la voglia. Sposati, sposati! Forse - e spero che Dio mi ascolti - il tuo sarà un matrimonio su cui
piangerai.
....................................
MEDEA (al Pedagogo)
Entra in casa, occupati dei ragazzi, delle cose di cui hanno bisogno tutti i giorni. Creature, creature mie,
ormai avete una città, una casa dove abiterete per sempre, senza vostra madre, che resta abbandonata
nella sua sventura. Io me ne andrò esule in un altro paese, prima di godere di voi, di vedervi felici, di
festeggiare il vostro matrimonio, la sposa, di allestire i lavacri nuziali, di levare in alto le fiaccole
accese.
Il mio maledetto orgoglio mi sta rovinando. Vi ho allevato inutilmente, figli, inutilmente ho penato, mi
sono macerata di fatiche, dopo avere sopportato gli aspri dolori del parto. Quante speranze avevo
riposto in voi, un tempo; mi immaginavo, povera disgraziata, che mi avreste assistito nella mia
vecchiaia, che da morta mi avreste seppellito pietosamente con le vostre mani; una sorte invidiabile
agli occhi della gente. Ma è svanita l'illusione che accarezzavo. Priva di voi, condurrò una vita triste e
angosciata. Non rivedrete più, davanti agli occhi, vostra madre: voi passate a un altro tipo di esistenza.
Ma perché, perché mi guardate in questo modo? Perché questo sorriso, questo estremo sorriso? Che
dolore! Cosa devo fare? Mi perdo di coraggio, amiche, quando vedo il volto sereno dei miei figli.
No, non me la sento: all'inferno le decisioni di prima. Porterò via con me i bambini. Per straziare il
padre con le sventure dei suoi figli, devo proprio raddoppiare la mia, di sofferenza? No davvero.
All'inferno le mie decisioni.
Ma cosa mi succede? Voglio diventare lo zimbello di tutti lasciando impuniti i miei nemici? Perché tanti
scrupoli? Ma che vile sono ad accogliere nella mia mente idee di mitezza? Bambini, entrate in casa. E se
a qualcuno non è lecito assistere ai miei sacrifici, ci pensi lui: la mia mano non tremerà.
No, non farlo, cuore mio: lasciali in vita, sciagurata, risparmiali i tuoi figli; laggiù, in Atene, vivendo con
te, ti daranno gioia.
No, per i demoni vendicatori dell'Ade, non consegnerò mai i miei figli al ludibrio dei miei nemici.
Devono assolutamente morire: e se è così, sarò io, che li ho messi al mondo, a ucciderli. È cosa fatta
ormai, non c'è più scampo. La sposa si è già messa la corona sul capo, sta morendo avvolta nel peplo.
Lo so, lo so. Mi incammino per una strada tristissima e avvio i miei figli verso una strada ancora più
triste. Voglio congedarmi da loro.
La mano, date a vostra madre la mano perché ve la baci. Dio, come amo questa mano, questa bocca,
come sono belli i miei figli, che tratti nobili hanno! Siate felici laggiù, perché qui vostro padre ve lo ha
impedito. Vi abbraccio con tenerezza; com'è morbida la vostra pelle, com'è dolce il vostro respiro.
Andate, andate via: non sono più capace di guardarli, sono vinta dall'angoscia. E so il male che sto per
fare, ma la passione in me è più forte della ragione: e la passione è la causa delle peggiori sciagure, nel
mondo.
[...]
MEDEA
Amiche, è un pezzo che sto qui e aspetto gli eventi, e spio come andranno a finire le cose lì dentro. Ma
vedo uno dei servi di Giasone, che arriva tutto ansimante: evidentemente deve comunicarci qualcosa
di molto brutto.
NUNZIO
Scappa, Medea, scappa, col primo mezzo che trovi, nave o carro: hai compiuto un delitto inaudito!
MEDEA
Cos'è successo? Perché dovrei fuggire?
NUNZIO
Sono morti poco fa la principessa e suo padre Creonte, uccisi dai tuoi veleni.
MEDEA
Mi porti una notizia splendida; d'ora in poi sarai per me uno dei miei benefattori, uno dei miei amici.
NUNZIO
Ma cosa dici? Sei in te o vaneggi? Hai infierito sulla famiglia reale, e godi a sentire la notizia e non provi
timore?
MEDEA
Avrei qualcosa da opporre ai tuoi discorsi; ma calmati, amico, e raccontami come sono morti quelli là.
Raddoppierai la mia gioia, se sono morti in maniera orribile.
NUNZIO
Quando giunsero i tuoi due figli, insieme al padre e si avviarono verso le stanze della sposa, fummo
felici noi, i servi angustiati per le tue disgrazie: corse e si propagò di orecchio in orecchio la voce che tu
e tuo marito vi eravate riconciliati. E chi baciava le mani, chi le bionde teste dei piccoli: io
personalmente, pieno di gioia, li seguii e entrai con loro negli appartamenti delle donne. La padrona, a
cui oggi riserviamo gli onori che già spettavano a te, prima di scorgere i bambini, posava ardenti
sguardi su Giasone. Ma si coperse gli occhi e girò il candido volto dall'altra parte, nauseata per
l'ingresso dei piccoli. Tuo marito cercava di placarne l'ira e lo sdegno, dicendole: «Non avere del
malanimo contro chi è amico, basta con la collera, voltati verso di loro, considera caro chi è caro a tuo
marito. Accetta i doni che ti portano, prega tuo padre di revocare l'esilio di questi bambini, per amor
mio».
Alla vista dei doni, non seppe resistere, fu d'accordo in tutto col marito, e prima che lui e i figli fossero
lontani dalla reggia, prende il peplo ricamato, se lo prova, si acconcia la corona d'oro sui riccioli,
davanti a uno specchio risplendente, sorridendo alla propria quieta immagine. Poi balza dal seggio
regale, posa a terra, con grazia, il candido piede, va in su e in giù per le stanze. Felicissima per i regali,
più e più volte si rizza sulla punta dei piedi a guardarsi sino ai talloni.
Quello che accadde dopo fu uno spettacolo orrendo.
Di colpo impallidisce, si piega da un lato, indietreggia barcollando, trema in tutta la persona, riesce a
stento a lasciarsi cadere sul trono per non stramazzare a terra. Una vecchia ancella, pensando a un
attacco di follia dovuta a Pan o a qualche altro dio, cominciò a ululare preghiere; ma quando vide la
bava bianca che le usciva di bocca, le pupille stravolte, il corpo esangue, smise con le sue stridule
invocazioni, esplose in grandi lamenti.
E subito un'altra delle donne corse alle stanze del padre, una terza dal novello sposo per comunicargli
la tremenda notizia: tutta la casa risuonava di passi precipitosi. Nel tempo che impiegherebbe un buon
corridore per attraversare lo stadio da un capo all'altro, l'infelice sposa si risveglia dal suo stato di
torpore e di obnubilamento con un lungo gemito, azzannata com'era da un duplice male. Dall'oro della
corona posta sul suo capo scorreva un prodigioso torrente di fuoco vorace; i fini pepli, donati dai tuoi
figli, divoravano il candido corpo di quell'infelice.
Si alza di scatto dal seggio regale, avvolta nelle fiamme, fugge squassando il capo e le chiome di qua e di
là, per liberarsi della corona. Ma il monile d'oro restava saldamente inchiodato ai capelli, e le fiamme,
quando lei scoteva il capo, avvampavano due volte tanto.
Piomba al suolo, in preda agli spasimi, nessuno tranne suo padre avrebbe potuto ormai riconoscerla.
Non si distinguevano più né la forma degli occhi né i suoi bei lineamenti, il sangue grondava dalla
sommità della testa, frammischiato al fuoco: brandelli di carne, sotto i morsi invisibili del veleno,
colavano dalle ossa, come lacrime di pino: uno spettacolo raccapricciante. E tutti avevano paura di
toccare il cadavere: la sua fine ci aveva ammaestrato.
Il povero padre, ignaro degli effetti del veleno, appena entrato nella stanza si precipita, con un grido,
sul cadavere, lo cinge con le braccia, lo bacia, e così parla: «O figlia infelicissima, quale dio si è accanito
contro di te in questo modo? Chi ti ha tolto a un vecchio ormai sull'orlo della tomba? Vorrei morire con
te, figlia mia!». Interrotti i gemiti e i lamenti, tenta di rialzarsi, ma rimane abbarbicato ai preziosi pepli
come l'edera ai rami dell'alloro. E fu una lotta atroce: se cercava di sollevare un ginocchio, la morta lo
tratteneva; se tentava di staccarsi con violenza, strappava dalle ossa le sue carni di vecchio. Alla fine,
persa ogni forza, esalò l'ultimo respiro: non era più in grado di resistere a quella tortura.
Giacciono cadaveri, la figlia e il vecchio padre vicini, un evento pauroso che esige lacrime. Quanto a te,
non voglio dire nulla: saprai da sola come sottrarti al castigo.
Da tanto lo so, le cose dei mortali sono ombra; e affermo, senza timore: chi si crede un saggio, un
pensatore profondo, si merita la taccia di stolto. Al mondo non esiste una persona felice. Se
sopravviene il benessere, un uomo può essere più fortunato di un altro, ma non felice: mai.
CORO
Sembra che in questo giorno un demone abbia stretto, giustamente, Giasone in una rete di mali. E tu,
povera figlia di Creonte, che pietà provo per le tue sventure: tu scendi nell'Ade per colpa delle nozze
con Giasone.
MEDEA
Amiche, ho deciso: ucciderò i miei figli subito, al più presto, e poi mi allontano da questo paese. Se
indugio, li consegnerò come vittime a una mano più nemica della mia. Devono assolutamente morire: e
se è così, li ucciderò io, che li ho generati. Preparati, mio cuore. Ma perché esito? Quello che devo fare è
orribile ma inevitabile. La mia povera mano impugni la spada, la impugni. Avviati, Medea, verso una
vita di dolore, non essere vile, non ricordarti che li hai generati tu, questi figli, e come gli volevi bene:
scordati per questo breve giorno dei tuoi figli, e poi, piangi. Anche se li ucciderai, tu li hai amati.
Dio, che donna infelice sono.