Kant 18.03.
2026
Kant critica empirismo che vedeva intelletto prima passivo e poi attivo e
in particolare critica il fatto che il passaggio da passivo a attivo avviene è
legato al fatto che gli oggetti incominciano a lasciare una traccia su
questa tavoletta. Kant, invece, trattiene dall’empirismo che l’oggetto si
dà ai sensi, cioè trattiene la prima parte, ma dice che perché noi
riusciamo a conoscere l’oggetto noi abbiamo già dentro di noi gli a priori:
no totalmente tabula rasa, ma nell’estetica sono spazio e tempo. Ci sono
cioè elementi a priori che derivano in qualche modo dal razionalismo
che permettono di capire e di conoscere: allora capiamo che Kant fa
cerniera fra empirismo (parte iniziale) e razionalismo (parte finale).
Allora il pensiero, che per Kant esiste (conserva qui elemento
cartesiano), ha bisogno dell’oggetto che deriva dall’empirismo: si
configura così come forza limitata, non più potenza illimitata del
pensiero di Cartesio. Kant è qui geniale, perché riesce a tenere insieme
oggetto, che era l’elemento fondamentale dell’empirismo, e elementi a
priori, propri del pensiero. Si concentra sul come conosciamo, non sul
cosa in sé: questo deriva dalla consapevolezza di una tradizione filosofica
che si era a lungo concentrata sull’oggetto; Bacone, ad esempio, era
preoccupatissimo di definire un oggetto: allora redigeva le “tabulae
presentiae”, le “tabulae absentiae”, compieva l’”experimentum crucis” e
la “vindimnatio prima”. Dai successori, da quando parte rivoluzione
scientifica e soprattutto con l’empirismo di Locke e Hume, non è tanto
l’interesse per la definizione dell’oggetto ad essere centrale della
riflessione, ma assume ora ruolo di grande importanza come noi
conosciamo (domanda forte di Locke).
La nostra esperienza spazio-temporale è il risultato di una sintesi fra i
dati che arrivano dai sensi e le forme a priori che strutturano i sensi
stessi. Allora Kant, guardandosi indietro, guarda a quelle operazioni
matematiche che maggiormente possono dare conto di questo. E dice
che la geometria si fonda sull’intuizione spaziale e l’aritmetica
sull’intuizione temporale perché questa, costruendo il concetto di
numero, mi pone uno dopo l’altro gli oggetti: uno viene prima del due,
due prima del tre.
Allora gli oggetti che noi conosciamo in maniera intuitiva sono i
fenomeni, sono le cose che si danno a noi ma non posso dire che cosa
sia in sé questo oggetto ma posso dire la parte che si da a me. Gli oggetti
presi in se stessi, di questi oggetti noi non possiamo dire nulla, ci è del
tutto ignoto che cosa essi siano a prescindere dalla nostra ricettività
sensibile. Cioè i dati che sono forniti dai sensi non sono propriamente gli
oggetti perché la sensibilità, in quanto tale, non mi dà l’oggetto in sé ma
i sensi mi presentano una serie di qualità (Kant fa esempio mela). Per
dire cosa sia realmente l’oggetto io ho bisogno di qualcos’altro: ho
bisogno dell’intelletto.
=> Analitica trascendentale: il cuore della prima critica. Qui viene avviata
l’analisi delle forme di conoscenza intellettuale. Allora non ci si trova più
di fronte a delle intuizioni, ma a dei concetti dell’intelletto e
intuizioni+concetti non possono essere separati. Infatti Kant dice:”Senza
la sensibilità nessun oggetto ci verrebbe dato, ma senza intelletto nessun
oggetto verrebbe pensato”. Parte centrale , seconda di tre sezioni: cuore
riflessione kantiana nella quale si cerca di capire se esiste una
conoscenza oggettiva e quale possa essere una conoscenza oggettiva del
mondo. Kant ci sta dicendo qui per che cosa esiste questo tipo di
conoscenza, perché la domanda di fondo era se la metafisica era una
scienza (cioè conoscenza oggettiva). Allora Kant ci sta dicendo come
ottenere una conoscenza oggettiva: con un oggetto che si da ai sensi,
questi astraggono grazie delle forme a priori delle intuizioni che devono
essere elaborate: ecco analitica. Necessario se vogliamo pensare a
conoscenza oggettiva aggrapparsi agli oggetti, quindi a un mondo
sensibile, naturale, di cui quotidianamente faccio esperienza. Però cosa
dice di diverso Kant dall’empirismo: Kant dice che loro hanno ragione,
ma come faccio a passare da quella riflessione che faceva derivare la
conoscenza dall’esperienza personale a una di universale? Cioè una volta
fatta esperienza come trasformarla in qualcosa di universale, nonostante
io non possa verificarla in ogni situazione? DOMANDA GROSSA DI KANT:
come faccio a essere sicuro che affermazione legata a mia personale
esperienza diventi un qualcosa di generale con pretesa forte di
universalità (elemento cartesiano). Kant dice che in primo luogo bisogna
individuare le funzioni dell’intelletto (stessa domanda di Locke: come
pensiamo?; Kant riprende riflessioni dei suoi predecessori) , cioè bisogna
individuare le unità di operazione che ordinano le diverse
rappresentazioni sotto una rappresentazione comune: è quindi l’analisi
del giudizio, cioè si può risalire ai concetti puri dell’intelletto
corrispondenti ai singoli giudizi tramite le categorie. Solo per mezzo delle
categorie, afferma Kant, è possibile comprendere qualcosa nel
molteplice dell’intuizione, ossia pensare un oggetto di essa. Categorie in
Kant e Aristotele: in Aristotele, le categorie sono i predicati primi cioè i
modi generalissimi in cui l’essere può essere predicato delle cose nelle
proposizioni, in Kant, esse sono i concetti puri o i predicati primi cioè le
supreme funzioni unificatrici dell’intelletto. Entrambe focalizzate sul
come conosciamo (punto di vista logico e gnoseologico). un punto di
vista ontologico, in Aristotele esse sono i generi supremi dell’essere cioè
i modi fondamentali in cui si presenta la realtà, in Kant non sono forme
dell’essere in sé in quanto valgono solo per la realtà fenomenica. Dal
punto di vista logico e gnoseologico sono molto vicine, ma non dal punto
di vista ontologico: allora la metafisica può essere scienza? Il problema è
che se la conoscenza parte dall’oggetto, come posso rendere oggettiva
una conoscenza che non parte dalla sfera sensibile? Come si inseriscono
tutte quelle nozioni e tutti quei problemi esistenziali e spirituali la cui
conoscenza non può per sua stessa costituzione seguire questo tipo di
percorso? E se scienza è ciò di cui ho una conoscenza oggettiva, posso
davvero parlare di metafisica come scienza?
Kant 24.03.2026
Io posso comprendere oggetto che si è dato a me tramite i sensi
attraverso altri elementi a priori che sono le categorie=non cogito
cartesiano dove facendo a meno degli oggetti dimostro che io esisto, è
ribaltato (in questo consiste la rivoluzione copernicana). Problema: come
si rende una conoscenza sensibile universale (come superare
l’empirismo che non riusciva a garantire una conoscenza universale)?
come si può passare da giudizio particolare a universale? Questo è
garantito dalle categorie, cioé per pensare a questa garanzia si deve
vedere come funziona l’intelletto: si devono indagare quali sono le
modalità di operazione dell’intelletto che permettono di ordinare le
singole rappresentazioni in una singola rappresentazione comune. Solo
per mezzo delle categorie è possibile comprendere qualcosa nel
molteplice dell’intuizione. Kant afferma che i concetti puri dell’intelletto
si riferiscono in modo universale e necessario agli oggetti dell’esperienza
con la deduzione trascendentale: la deduzione trascendentale dei
concetti puri dell’intelletto è una riflessione fondamentale kantiana dove
Kant si avvale ancora una volta di termini giuridici. La deduzione la
mutua dal linguaggio giuridico: cos’è la deduzione in ambito giuridico? è
la dimostrazione di un diritto, della legittimità di una pretesa. Non è la
dimostrazione di un fatto, ma la dimostrazione della legittimità di una
pretesa. Usa termini giuridico perché siamo di fronte a tribunale della
ragione=grande coerenza. Questo problema di una garanzia che i
concetti puri dell’intelletto si istituiscano in modo universale e
necessario all’interno dell’esperienza si pone in ogni momento in cui noi
vogliamo conoscere; si pone già a livello di intuizione sensibile, già nel
momento in cui l’oggetto si dà a noi e non può non darsi, si pone già al
livello di spazio e tempo. Kant, cioè, con la deduzione dei concetti puri
dell’intelletto sta evidenziando come l’esperienza sia possibile solo a
condizione che l’unificazione sia pensata come una rappresentazione
prodotta dalla spontanea attività del soggetto: non possiamo
rappresentarci nulla come unificato nell’oggetto senza prima averlo
unificato da noi. Questo prima è un prima logico trascendentale, non
temporale, per cui l’unificazione precede ogni altra rappresentazione:
cioè tutte queste categorie che noi abbiamo nell’intelletto sono unificate
da quella che Kant chiama “appercezione” trascendentale, detta anche
“io penso”: quindi quell’io penso, l’attività del pensiero, è quella che mi
tiene unite le categorie. Allora l’attività per eccellenza trascendentale è
resa possibile dall’io penso che unifica le categorie.
Kant 26.03.2026
Kant ci dice che abbiamo bisogno di avere a che fare prima di tutti con le
esperienza, ma queste funzionano in tanto quanto abbiamo un qualcosa
che ci permette di decodificarle (spazio e tempo). Si passa dallo spazio e
dal tempo alla fase successiva grazie all’io penso che unifica e riconduce
sotto un’unità tutto quello che mi è arrivato. L’io penso è la condizione
della possibilità della conoscenza del mondo, conoscenza ordinaria
testimoniata dalle scienze della natura: è quella condizione per cui tutte
le rappresentazioni di una coscienza possono venire raccolte. Insomma,
l’io penso è l’autocoscienza universale (centrale in Hegel): io penso
rende possibile a ogni soggetto la sintesi delle proprie rappresentazioni,
rende possibile l’esperienza del mondo esterno, rende possibile la
pensabilità del soggetto come sintesi, unificazione del molteplice, rende
possibile allora la fisica come conoscenza della realtà che può arricchirsi
continuamente di nuovi contenuti empirici e allo stesso tempo è un
sapere oggetti perché è dotata di un carattere di universalità e necessità.
Allora c’è posizione diversa da quella di Hume: lui aveva negato la
possibilità di produrre una conoscenza universale, necessaria, aveva
destituito il fondamento del soggetto come sostanza, aveva risolto il
soggetto nelle rappresentazioni; la posizione di Kant è diversa, lui ci sta
dicendo che poiché siamo dotati di elementi a priori è possibile costruire
una fisica dotata di universalità, di oggettività, di necessità; l’io penso,
unità originaria intesa come autocoscienza, fonda sia i fenomeni sia la
conoscenza oggettivi dei fenomeni stessi. Quindi l’io penso fonda sia la
natura, cioè l’insieme dei fenomeni, sia la fisica, cioè l’insieme delle leggi
della natura: le leggi, cioè, dice Kant non esistono nel fenomeno ma
solamente in relazione al soggetto in quanto possiede l’intelletto;
l’intelletto non ricava le sue leggi dalla natura ma le prescrive alla
natura: non è entità creatrice ma unificatrice dei fenomeni; dunque
rispetto a un fenomeno io ricavo una legge (esempio: fenomeno
meteorologico). Le leggi non esistono nei fenomeni ma esistono solo
relativamente al soggetto in quanto possiede l’intelletto. L'intelletto non
ricava le sue leggi dalla natura, ma le prescrive alla natura: questo
perché i fenomeni rimangono sconosciuti per sé. Perché? Concetto
fondamentale di noumeno: alla fine dell’Analitica Kant introduce questo
elemento totalmente nuovo. Egli distingue il fenomeno al noumeno. Il
fenomeno è l’oggetto dell’esperienza, quello che mi appare, dato
dall’intuizione spazio tempo, è ciò che appare a me nel momento in cui
sto facendo quel tipo di esperienza. Ma posso dire cosa sia in sé
l’oggetto? Posso dire qualcosa con pretesa di necessità, di verità, di
universalità, pensabile; ma poi esiste una parte, quella noumenica, che è
quella che mi dice che cos’è l’oggetto veramente e che è la parte che
non si può dire con questa pretesa di universalità, di certezza: cioè
quella che nella vecchia metafisica era l’essenza non è predicabile, è la
dimensione noumenica.
La fisica, la matematica, l’astronomia, la chimica sono tutte scienze, ma
la Metafisica con le sue domande fondamentali non hanno una risposta
oggettiva che porta a una conoscenza universale? No. Kant tiene la res
cogitans perché parla di io penso, ma questa non è garanzia di necessità
quindi di legge scientifica per ciò che riguarda la metafisica. Quell’io
penso è fondamentale per costruire delle scienze per quanto riguarda la
fisica, la chimica e tutto quel mondo per cui io faccio degli esperimenti,
faccio esperienza e tiro fuori delle leggi. Io sono attrezzato per dire cosa
sia in maniera scientifica un oggetto fino ad un certo punto; se voglio
andare oltre devo stare attento perché non sono attrezzato per costruire
in maniera necessaria la Metafisica (in qualche modo è vicino a Hume in
questo, ma a differenza sua non vuole liberarsene a prescindere, cioè
riconosce l’importanza del dibattito metafisico che da sempre ha
caratterizzato la storia della filosofia: rabbrividisce di fronte alle macerie
della Metafisica, campo di battaglia cruento e devastato). Ma dal
momento che essa non si fonda sul fenomeno, non può considerarsi una
scienza. E che cos’è? Questo è l’apice della prima critica: riflettendo sul
noumeno, egli dice che da un lato ci sono delle esperienze dei fatti che si
danno a noi di cui noi possiamo dare una definizione necessitante,
universale, valida per tutti, ma dall’altro c’è tutto un mondo di cui non
faccio esperienza dove non è possibile dire cosa sia veramente. Il
noumeno, cioè, è un concetto limite: ci insegna a non voler estendere il
campo della conoscenza sensibile oltre il mondo del fenomeno; p un
concetto limite che senza fornirci alcuna conoscenza positiva serve a
definire i limiti della conoscenza stessa. Quale conoscenza? Da un lato la
conoscenza scientifica, rivolta al fenomeno, e la conoscenza morale,
rivolta alla mia possibilità di agire. Questo è lo spazio del noumeno.
Allora Kant sta distinguendo da un punto di vista epistemologico i due
ambiti: quello della scienza da quello dell’etica. Se il mondo delle cose in
sé è sottratto alla conoscenza, viene da domandare perché continuiamo
e cerchiamo continuamente di produrre conoscenza anche della cosa in
sé. E cosa accade quando noi pretendiamo di farlo? Cosa avviene? Ecco
che si apre la terza parte della prima critica, quella della dialettica
trascendentale.
Kant 27.03.2026
Abbiamo elementi trascendentali che permettono costruire conoscenza
scientifica, ma sono legate a ciò di cui faccio esperienza. Ma le domande
esistenziale, di Dio (ciò di cui non posso fare esperienza)? Posso parlarne
in maniera scientifica di questi elementi? No, sennò faccio
guai=dialettica trascendentale: uso illegittimo della ragione (termine
giuridico). Qui prende in esame i fondamenti della metafisica, i diritti
accampati dalla metafisica per proporsi come sapere scientifico (uso
illegittimo dell’intelletto). Indagine dettagliata degli errori che conduce
intelletto quando va al di là dell’esperienza: prese in esame le modalità
di indagine della ragione. La ragione è protagonista: opera con il
sillogismo, non più con il giudizio illudendosi che attraverso di esso si
possa attingere per arrivare a verità non verificabili con l’esperienza.
Opera con le idee: diverso da categorie dell’intelletto, Kant si chiede
come le idee da un lato nascono e dall’altro prendano forma. Platone
aveva parlato di idee: per lui è un modello che non ha corrispondenza
nell’oggetto sensibile. Kant dice che non si sperimentano dio, l’anima, la
creazione, il mondo, il destino; ma è vero che è da sempre che se ne
parla: questa è una necessità della ragione, è un concetto necessario
della ragione alla quale non può essere dato un oggetto congruente con i
sensi. Esse sono un prodotto necessario della ragione, possono essere
oggetto di pensiero (infatti la Metafisica esiste) al quale però non può
essere dato un oggetto congruente con i sensi. La ragione di suo vuole
riportare ogni singola esperienza a una totalità che trascende
l’esperienza: il problema è che l’intelletto dell’uomo è finito, quindi la
nostra conoscenza è circoscritta all’esperienza; ma la ragione vuole
portare la nostra conoscenza a fare parte di una totalità universale,
incontrovertibile. Il problema è che non si può conoscere qualcosa di
universale e totale usando le categorie, perché sennò c‘è il pericolo che
io mi affoghi le mie idee nelle illusioni. Tre grandi campi di indagine della
metafisica: anima cioè totalità fenomeni interni (psicologia tradizionale),
mondo cioè totalità fenomeni esterni (cosmologia tradizionale), Dio cioè
conduzione assoluta di ogni realtà (teologia tradizionale). Anima:
Aristotele aveva detto che era sostanza, semplice, non scomponibile, che
rimane identica a se stessa, distinta a ogni oggetto (questo aveva detto
anche Platone). Per Kant dice questa dottrina è errata perché è fatta di
ragionamenti errati (paralogismi): dice che il soggetto (l’io penso) così
diventa sostanza sussistente per sè. La condizione logico-trascendentale
dell’esistenza è stata trasformata in realtà. Così si sono costruite idee
fallaci sull’anima, ma anche sul mondo: prima il mondo è la totalità delle
condizioni dei fenomeni. Per Kant è fallace perché basata sulle
antinomie (sofistica=due proposizioni che stanno in piedi entrambe, ma
si contrappongono violentemente e non arrivano a conclusioni che siano
vere per tutti), costantemente si è tentato a dare risposte alle domande
profonde della ragione, ma non conclusioni decisive: non si può dare
risposte con intelletto se non fatta esperienza: non possono avere è
pretesa di verità. Le antinomie non conducono alla affermazione di
qualcosa di assoluto o scientifico: mondo finito o infinito? Mondo fatto
da elementi semplici o complessi? Esiste come causa prima o come
frutto di cause contingenti? CREO antinomie ma non arrivo a
conclusione. Poi c’è idea di Dio che vede Dio come essere perfetto, che è
modello, totalità di tutte le cose esistenti: per Kant è dottrina illusoria
perché trasforma concetto ideale in realtà. Non posso dare conoscenza
teoretica: può sembrare ateismo, ma lui non è ateo (ma Feuerbach la
usa come argomentazione per dimostrare l’inesistenza di Dio). Tutte le
prove sono fallaci: prove ontologiche sbagliate perché passo da piano
logico a piano ontologico, quella cosmologica non può essere perché
principio di causalità non chiarito e poi si passa a piano ontologico,
quella fisico-teologica di Platone neanche perché riconducibile al
concetto di causa (causata incausalità).
Conclusione: la metafisica esiste ma non scienza. E allora dove può
stare? Dentro alla dimostrazione dei limiti della conoscenza: indagine
della costituzione del mondo dell’esperienza. Diventa critica e
conoscenza razionale dei limiti della conoscenza la metafisica è
fondamentale non come scienza ma come regola per agire: è uso
regolativo delle idee di ragione per estendere il più possibile il campo
dell’esperienza. E’ strettamente collegata al mondo dell’agire pratico,
dell’etica. Terza parte della critica mostra la posizione della ragione e i
suoi limiti, ma anche vero per Kant che ragione non può ingannare, deve
avere una funzione positiva: la ragione è una disposizione dell’uomo per
trovare qualcosa di più grande. Usi idee: uso costitutivo (uso illegittimo
della ragione, non possibile costituire oggetti trascendenti come
realmente esistenti) uso euristico della ragione, regolativo: aspetto
fondamentale della ragione, non pretesa di riempire di contributo
sensibile le idee: le idee qui hanno funzione di regolare la ricerca perché
la conoscenza si allarga sempre più, la conoscenza colloca sempre
davanti a numero grande di fenomeni da conoscere. Le idee di ragione
forniscono alla conoscenza il quadro di riferimento generale al cui
interno noi possiamo inserire opportunamente i fenomeni nella
consapevolezza che l’idea non potrà mai essere afferrata in modo
completo. Mondo non può essere conosciuto nella sua totalità, ma c’è
ricerca che porta a estenderne sempre più la conoscenza. Queste idee
portano uomo a accrescere sempre più il suo sapere: non potremo mai
conoscere mai anima e mondo, ma dobbiamo organizzare la nostra
conoscenza come se tutti i fenomeni del senso interno inerissero ad un
unica sostanza senza avere la pretesa di conoscerla (anima), tutti gli
eventi fisici fossero connessi a una totalità (mondo), come se tutta la
realtà generale fosse connessa a un unico principio (Dio).