INTRODUZIONE
Ho scelto di intitolare la mia tesi “Da Beatrice a Giulia. L’altra metà della storia:
evoluzione della figura della donna tra letteratura e società” perché credo che il percorso
della donna, così come è stato rappresentato e vissuto nei secoli, meriti di essere
osservato con uno sguardo che sappia coniugare memoria e attualità.
La letteratura, da sempre specchio e al tempo stesso motore del cambiamento sociale,
offre infatti una lente privilegiata per cogliere l’immagine della donna nelle diverse
epoche e comprenderne il valore simbolico, culturale e umano.
Il mio intento è quello di ripercorrere questa evoluzione a partire dal Trecento, epoca in
cui la figura femminile viene sublimata dal Dolce Stilnovo.
Beatrice, donna-angelo e tramite verso Dio, incarna un ideale spirituale e intangibile che
riflette, da un lato, la tensione verso l’assoluto, e dall’altro, i limiti concreti imposti alle
donne del tempo, relegate a un ruolo passivo e subordinato nella società medievale.
Analizzare questa contraddizione significa indagare come la donna fosse celebrata nei
testi poetici e, al contempo, marginalizzata nella realtà storica.
Successivamente, nel secondo capitolo, intitolato “Da musa a scrittrice”, affronterò la
metamorfosi della figura femminile in letteratura: da oggetto d’ispirazione, la donna
diventa soggetto, autrice, voce autonoma e consapevole. In questo passaggio si colloca
emblematicamente Margaret Mazzantini, che con la sua scrittura restituisce una visione
della donna libera, concreta, capace di raccontarsi e di raccontare il mondo senza
mediazioni. La donna non è più soltanto “cantata”, ma finalmente parla di sé e per sé.
Infine, allargherò lo sguardo a un confronto più ampio tra il Trecento e i giorni nostri.
Da Beatrice a Giulia – figura simbolica che ho scelto per rappresentare la donna
contemporanea – ciò che emerge è un cambiamento profondo ma incompiuto: la donna
è oggi reale, concreta, protagonista della propria vita, ma ancora costretta a confrontarsi
con sfide, diseguaglianze e resistenze.
La domanda che mi guiderà sarà dunque: cosa è mutato e cosa, invece, è rimasto
irrisolto nella lunga storia della rappresentazione e della condizione femminile?
Con questo lavoro intendo offrire un percorso che non sia soltanto letterario o storico,
ma anche critico e riflessivo: un cammino che mostri come l’immagine della donna, dal
mito angelicato del Medioevo alla concretezza della contemporaneità, sia sempre stata
al centro del dialogo tra parola e realtà, tra scrittura e società.
CAPITOLO 1
IL 300 E L’IDEALE STILNOVISTA.
1.1: BEATRICE, DONNA ANGELO, TRAMITE VERSO DIO.
Il Dolce Stilnovo rappresenta un momento fondamentale della letteratura italiana ed
europea, non soltanto per l’innovazione linguistica e poetica, ma soprattutto per la
concezione della donna che esso propone. La donna non è più oggetto di un amore
terreno, passionale o cortese, ma assume un simbolo spirituale, creatura capace di
elevare l’animo dell’uomo e di condurlo a Dio. Si tratta di una trasformazione radicale:
la figura femminile, già celebrata nella lirica trobadorica e nella Scuola siciliana,
diventa nel contesto stilnovista una donna-angelo, creatura quasi ultraterrena, tramite tra
l’umano e il divino. Emblema assoluto di tale visione è Beatrice, la donna che Dante
Alighieri eleva a protagonista della sua poesia e della sua esperienza spirituale. Sin dalla
Vita nova, opera giovanile che raccoglie in forma di prosa liriche e prose di commento,
Beatrice è rappresentata come la rivelazione di un amore “gentile”, che trasfigura
l’esperienza individuale in un itinerario di salvezza. Quando Dante ricorda il loro primo
incontro, scrive:
«Apparve prima la gloriosa donna de la mia mente, la quale fu chiamata da molti
Beatrice che non sapeano che si chiamare»1.
In questo passo si coglie immediatamente la natura straordinaria della donna: Beatrice
non è solo oggetto di contemplazione amorosa, ma presenza rivelatrice, che imprime un
segno indelebile nella memoria e nell’animo del poeta. Come osserva Bruno Nardi, la
1
Dante Alighieri, Vita nova, a cura di G. Gorni, Torino, Einaudi, 1996, cap. II.
Vita nova segna «la nascita di un mito letterario e spirituale destinato a dominare tutta la
produzione dantesca, fino alla Commedia»2.
Il ruolo angelico di Beatrice emerge in più punti dell’opera. In una delle liriche più
celebri, Dante la descrive come colei che reca beatitudine non solo a chi la contempla,
ma persino a chi semplicemente la ode nominare:
«Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare»3.
In questi versi Beatrice appare come grazia e luce, il cui saluto ha una potenza quasi
sacramentale. La donna si configura come intermediaria della salvezza, figura che non
rimanda a sé ma a un ordine superiore, divino.
Questo processo di spiritualizzazione raggiunge il suo culmine nella Divina Commedia,
dove Beatrice diventa personaggio guida. A partire dal secondo cantico, l’autore le
affida il compito di condurre Dante nel viaggio ultraterreno, trasformandola in
mediatrice tra il mondo terreno e la visione di Dio. Nel II canto del Purgatorio, Virgilio
stesso riconosce l’autorità soprannaturale di Beatrice:
«Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo impedimento ov’io ti mando,
2
B. Nardi, Saggi di filosofia dantesca, Firenze, La Nuova Italia, 1967, p. 45.
3
Dante Alighieri, Vita nova, cit., sonetto XXVI.
sì che duro giudicio là sù frange»4.
Qui Beatrice appare come figura celeste, capace di muovere persino la compassione
divina, e di predisporre il cammino di Dante verso la redenzione. La sua funzione si fa
ancora più evidente nel Paradiso, dove essa accompagna il poeta fino all’Empireo,
illuminando e spiegando i misteri della fede. In un celebre passo del canto XXXI, Dante
dichiara:
«Da l’eterna fontana fuor mossa
così Beatrice, e riguardommi;
parvemi tanto più bella che pria»5.
Beatrice non è più semplicemente la donna amata, ma è ormai il riflesso stesso della
luce divina: la sua bellezza non è terrena, ma partecipa della perfezione ultraterrena.
La critica ha spesso sottolineato questa evoluzione: da donna reale, storicamente esistita
(Beatrice Portinari), ella diviene simbolo di virtù e grazia, sino a incarnare un vero e
proprio archetipo teologico. Questo aspetto rivela il tratto peculiare del Dolce Stilnovo:
l’unione di esperienza storica e trasfigurazione spirituale.
Tale concezione riflette, al tempo stesso, la condizione della donna nella società del
Trecento. La donna reale era spesso confinata a un ruolo subalterno, limitata nella
partecipazione alla vita culturale e civile; eppure, in letteratura, ella diventa emblema
della più alta perfezione spirituale.
4
Dante Alighieri, Purgatorio, II, vv. 94-96, in La Commedia, a cura di A. Bosco – G. Reggio, Firenze, Le
Monnier, 1979
5
Dante Alighieri, Paradiso, XXXI, vv. 79-81, in La Commedia
Il contrasto tra l’elevazione poetica e la marginalità sociale è evidente: la donna è
celebrata, ma non ancora riconosciuta nella sua autonomia concreta. Beatrice, dunque,
non è soltanto la musa di Dante, ma rappresenta il punto di convergenza tra letteratura,
teologia e cultura medievale: un ideale che, pur innalzando la donna oltre la condizione
terrena, ne conferma al tempo stesso l’impossibilità di una piena partecipazione al
mondo reale.