La ginestra
La ginestra, composta nel 1836 presso Torre del greco, in una villa alle falde del Vesuvio, è considerata il testamento poetico e spirituale di Leopardi.
Si tratta di uno scritto intriso e condito dal pessimismo leopardiano che si fa eroico, non più individuale, non più storico e nemmeno cosmico, non
è più semplice rassegnazione, ma atto di coraggio intellettuale e morale.
Nel silenzio solenne del Vesuvio sorge, umile e tenace, la ginestra.
È in quel fiore solitario, che profuma la desolazione e s’erge sul suolo arso dalla lava, che Leopardi scolpisce l’emblema della condizione
umana. Non più l’uomo superbo, illuso d’essere dominatore del creato, ma l’essere consapevole della propria finitudine, immerso in un cosmo che
non ode, non cura, non risponde.
La ginestra, fragile eppur fiera, diviene simbolo di dignità e resistenza. Essa non sfida la Natura, ma accetta la propria sorte e fiorisce comunque,
come l’uomo che, conscio del suo destino, sceglie di opporre alla crudeltà del mondo la forza del pensiero e della fratellanza.
È un inno severo alla dignità dell’essere umano che conosce e non si piega, col quale Leopardi ci insegna che la vera grandezza non sta nel credersi
immortali, ma nel fiorire comunque, pur sapendo di dover morire, come la ginestra che, nel deserto del mondo, osa profumare l’abisso.
La ginestra è contenta di vivere nei deserti e li abbellisce. È gentile, in opposizione alla spietata minaccia e alla furia inesorabile del Vesuvio.
È un fiore che emana e sprigiona sino al cielo un profumo dolcissimo che consola la desolazione del deserto.
È un fiore che resiste alla desolazione di un paesaggio dalla lava incandescente.
È un fiore che nasce tra le macerie e che rappresenta l’uomo, la vita che resiste ad ogni costo al deserto, alla potenza crudele e devastante della
natura, e ci insegna che “fiorire si può e si deve, anche in mezzo al deserto”.
È un fiore dal colore intenso e dallo stelo flessibile.
È un fiore che rappresenta la pietà verso la sofferenza degli esseri perseguitati dalla natura: viene così anticipato, sin dalla prima strofa, il motivo
della solidarietà tra gli uomini, quella stessa solidarietà che compare nella conclusione del dialogo tra Plotino e Porfirio, quell'amore che unisce
coloro che condividono il dolore del vivere, quella fratellanza laica, che nulla deve alla religione ma nasce dal riconoscimento reciproco della comune
miseria dell'esistenza, quell’amore fraterno e quella compassione reciproca che sono i veri rimedi al dolore, che rendono sopportabile la fatica del vivere.
Si proietta perciò nella ginestra quell’atteggiamento coraggioso e non rassegnato di opposizione alla natura nemica, atteggiamento che caratterizza
l’ultimo Leopardi.
Le parole iniziali vengono dal Vangelo di Giovanni: Leopardi lo reinterpreta in chiave laica” Gli uomini hanno preferito illudersi piuttosto che
scegliere la luce della ragione”.
Per Leopardi le tenebre sono le concezioni spiritualistiche e ottimistiche, è la fede nel progresso, mentre la luce è la consapevolezza della tragica
e misera condizione dell’uomo. Il poeta rovescia dunque il senso della citazione evangelica e questo prelude all’aspra polemica antireligiosa che
compare nella poesia.
Parafrasi
Qui sull’arido fianco, sul fianco riarso e secco del monte Vesuvio, formidabile, sterminatore, distruttore, annientatore (allude al terrore; nel
formidabil monte si concretizza l’immagine della potenza distruttiva della natura), che nessun altra pianta e nessun altro fiore rallegra (nessun altro tipo
di vegetazione; dove c’è la lava non ci sono le piante), tu, profumata ginestra, spargi tutto intorno i tuoi cespi, i tuoi cespugli solitari, i tuoi steli, pur
appagata dell’aridità.
Ti vidi anche abbellire con i tuoi cespi, con i tuoi steli, l’”erme contrade”, le solitarie campagne che circondano la città che fu un tempo dominatrice
di popoli, “donna dei mortali” (allude alla città di Roma).
E (i tuoi cespi) sembrano rivolgere al viandante, col loro cupo, austero e silenzioso aspetto, una testimonianza sulla caducità di tutte le cose e
sembrano costruire un monito dell’antica potenza perduta: forniscono un ricordo al passeggero, al viandante.
La ginestra vive dove ci sono i resti archeologici della Roma imperiale, nasce tra le macerie, e consola i luoghi dove si è affermata la morte.
A livello stilistico i due poli dell'opposizione sono rappresentati da una parte con suoni aspri e secchi e aggettivi lunghi (formidabil, sterminator) che
danno il senso di un incombere minaccioso; dall'altro attraverso una delicata musicalità, sebbene non più idillica cioè basata sull'illusione dei sensi,
bensì densa di pietas.
Adesso torno a vederti in questo luogo, te che prediligi i luoghi tristi e abbandonati dalla gente, te, che sei compagna di rovinate grandezze, di grandi
imperi finiti.
Questi campi, queste distese coperte di ceneri infeconde e ricoperte di lava solidificata, dura come la pietra, che risuona sotto i passi del viandante.
(Queste distese) dove ha il suo nido e si contorce al sole la serpe e dove il coniglio ha la sua abituale tana sotterranea.
Il covil, la tana, la ritroviamo nell’ultima parte del Canto notturno, assieme alla cuna (“sia che la nascita si verifica in una tana, sia in una culla, sia per gli
animali che per gli uomini, il giorno della nascita è funesto per chi nasce.
(Queste distese) furono villaggi prosperi e campagne coltivate, e biondeggiarono di spighe e risuonarono di muggiti di mandrie.
Un tempo ci furono giardini, villaggi frequentati dove c’era movimento, c’erano campi coltivati, giardini, palazzi, che davano una gradevole ospitalità
(un “gradevole ospizio”) agli ozi, al riposo, dei potenti: Ercolano, Pompei e Stabia erano i luoghi frequentati dall’aristocrazia romana.
Vi furono città famose che il superbo vulcano con i suoi torrenti di lava eruttati dalla sua bocca infuocata (ignea) seppellì insieme con gli abitanti,
stroncò le loro vite.
Fa riferimento all’eruzione del Vesuvio testimoniata da Plinio il vecchio.
Ora tutto intorno avvolge e tutto travolge, dove tu siedi, dove tu dimori, o fiore gentile, e quasi rivelando compassione per le altrui sciagure, emani
un profumo dolcissimo che sale verso il cielo e che consola il deserto, consola un luogo in cui non arriva l’acqua, un luogo privo di vita. La ginestra
è gentile, in opposizione alla minaccia spietata del vulcano.
Il paesaggio idillico è chiamato solo a contrasto, per essere negato, dove ora vi è lava, nel verso 24, un tempo “fur liete ville e colti”.
Dal verso 37 il poeta condisce con sarcasmo i suoi versi: In questi luoghi desolati venga pure colui che ha l’abitudine di esaltare con lode la nostra
condizione umana e veda qui dove tutto è desolato, dove ovunque c’è morte, veda, e constati, quanto il genere umano rientra nelle cure della natura
amante, in che misura il genere umano stia a cuore alla natura che ci ama.
È evidente il parallelismo col Dialogo di una natura e di un islandese, dove la natura, in risposta all’islandese, che la accusa di minacciare il genere
umano, di pungerlo, di percuoterlo, di lacerarlo e di perseguitarlo, dice: “quando io vi offendo, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi modo, io non me ne
avveggo, io non me ne accorgo. Se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei”.
E allora potrà finalmente valutare, con giusta misura, la potenza dell’umano seme, la potenza del genere umano che la natura, crudele e nutrice, quando
l’uomo meno se lo aspetta, con una scossa impercettibile in parte distrugge e può, con scosse un poco più forti, annientare del tutto.
La dura nutrice, la natura, che, quando l’uomo meno teme, con un leggero movimento, può all’improvviso annientare il tutto. Ridurre tutto al
niente. La natura può tutto.
L’ultimo verso della prima strofa è una citazione di Terenzio Mamiani, cugino di Leopardi, ed è impregnato di sarcasmo: dipinte in questi luoghi sono
le magnifiche sorti dell’umanità.
È inutile parlare di un progresso che possa viencere la natura.
Leopardi è contro l’ottimismo di chi esalta il progresso e la potenza dell’uomo. La sua concezione pessimistica esclude ogni possibile
miglioramento della condizione umana. Quel “magnifiche” è decisamente ironico, sarcastico, pronunciato con scetticismo e amarezza ironica.
Il suo bersaglio sono anche le tendenze di tipo spiritualistico: allo spiritualismo Leopardi contrappone il suo duro materialismo, che nega ogni
speranza in un’altra vita, bollando quelle credenze ottimiste come favole infantili e sciocche, al tempo stesso vili, perché rifuggono dalla verità,
e superbe, perché esaltano un essere misero come l’uomo.
Leopardi deride, schernisce, ironizza e usa un sarcasto violento contro chi pensa che il progresso garantisce benessere totale e felicità.
Nel verso 72, Leopardi smaschera l’illusione della sua epoca: un tempo che si proclama libero, spirituale e ottimista, ma che ai suoi occhi non è che
un ritorno alla cieca consolazione medievale.
Lo spiritualismo cristiano promette conforto, ma Leopardi rifiuta ogni inganno: egli non vuole essere consolato, vuole vedere il vero.
Per lui, l’età romantica che esalta sentimento, immaginazione e spiritualità, è del tutto inaccettabile, non è progresso, ma regressione. ; è come se dicesse
al suo tempo: “Tu sogni la libertà, ma di nuovo incateni la ragione, quella stessa ragione che nel Rinascimento risollevò l’uomo dalla barbarie.”
Il poeta vede infatti un paradosso: l’età romantica, pur proclamando emancipazione, riporta l’uomo verso una mentalità pre-scientifica, più vicina alle
tenebre del Medioevo che alla luce della ragione moderna. Leopardi, un inguaribile materialista, crede che non esiste un ordine spirituale superiore,
né un destino provvidenziale che dirige il mondo.
Da questa prospettiva, l’Ottocento dominato dal Romanticismo gli appare simile al Medioevo, epoca in cui la cultura era interamente concentrata
sulla spiritualità, interamente focalizzata sulla religiosità. Accusa la cultura dominante, quel “secol superbo e sciocco”, di aver tradito la tradizione
razionalistica, la sola che aveva permesso alla civiltà di crescere davvero.
In contrapposizione al suo presente, Leopardi valorizza l’età in cui il pensiero risorge: guarda all’Umanesimo e al Rinascimento come alle stagioni
più luminose della storia: epoche in cui l’uomo riscopre i classici greci e latini, valorizza il pensiero critico e favorisce lo sviluppo di scienze. Epoche
in cui l’uomo viene progressivamente liberato dalla superstizione e riconquista la capacità di interrogare la realtà con metodo e razionalità. In quei
secoli vede il vero progresso, quello che nasce dalla ragione e dalla coraggiosa ricerca della verità.
Dal verso 87, la sua voce si fa ancora più limpida: l’uomo veramente nobile non si vanta di ricchezze che non ha, né ostenta forza che non possiede;
non si definisce né considera di ricco d'oro o robusto (ricco d'or né gagliardo) e non ostenta ridicolmente una vita splendida o un fisico sano fra
la gente; ma si mostra, senza vergogna, bisognoso (mendico) di forza e di ricchezza debole e si dichiara parlando apertamente e valuta la sua condizione
secondo verità.
Non è saggio chi, nato per morire (perir), cresciuto nel dolore, proclama d’essere fatto per la felicità e riempie libri di orgoglio vanitoso, promettendo
destini splendidi e impossibili.
Il vero magnanimo è chi riconosce la propria condizione infima, chi riconosce che ogni possesso è effimero e non lo esalta, non lo ingigantisce, non
lo enfatizza, e sa che nessuna ricchezza rende salvi dall’inesorabile logoramento della morte.
Siamo creature che possono essere talvolta soddisfatte, ma mai davvero felici.
Perciò, forse è meglio essere soddisfatti di ciò che abbiamo, nonostante ci manchi qualcosa. In fondo, chi non è soddisfatto di ciò che ha non
sarebbe soddisfatto nemmeno se avesse ciò che desidera.
Al verso 111: è una nobile creatura (invece) quella che osa (s'ardisce) guardare in faccia il destino umano (al comun fato) e che con parole sincere
(con franca lingua), senza togliere nulla al vero, ammette il male che ci è stato dato in sorte e la condizione umile e fragile (frale). La nobile creatura è
quella che si mostra grande e forte nelle sofferenze, e non aggiunge alle sue miserie gli odi e le ire fraterne, più gravi ancora di ogni altro danno,
incolpando l'uomo del proprio dolore, ma dà la colpa a quella che è veramente colpevole (rea), che è madre degli uomini quanto a generarli (è di
parto), ma matrigna nella volontà (di voler matrigna (relativamente a ciò che vuole per loro).
È qui che Leopardi si avvicina a Lucrezio: come nel De Rerum Natura, dove Epicuro solleva gli occhi mortali verso il cielo per sfidare le credenze e
cercare il vero, così, Leopardi chiede all’uomo di non velare la realtà con illusioni, ma di affrontarla a viso aperto.
Dal verso 297: e tu, o ginestra flessibile (lenta in latino significa flessibile: è una memoria virgiliana, delle Georgiche: la ginestra, cioè l’uomo, si piega
alla natura, ma non si rompe, non si spezza..lo strumento con cui noi cerchiamo di affermare la nostra vittoria sulla natura, in fondo, è la ragione) che
adorni queste campagne desolate con i tuoi cespi profumati, anche tu presto soccomberai alla crudele potenza della natura, della lava (sotterraneo
foco che rende tutto sterile), che ritornando sui luoghi già noti stenderà il suo flutto (lembo) avido (vox media che significa avarizia e avidità), avaro,
sulle tue pieghevoli foreste.
La lava più scende più divora avidamente la campagna, come un lembo sovrasta tutto, è definita avida perché inghiotte rapidamente tutto ciò che
incontra. S’appropria di tutto.
E tu, flessibile ginestra, piegherai il tuo capo innocente sotto il fascio mortale (il lembo di lava che distrugge) non renitente, senza possibilità di
opporre resistenza; sarai costretta a soccombere sotto la lava senza possibilità alcuna di resistere.
Il tuo capo innocente, mai non piegato inutilmente sino ad allora per supplicare in modo codardo ( a supplicare l’oppressore) davanti alla lava che
sta per sopprimerti.
Il tuo capo innocente, mai levato con insensata presunzione verso le stelle, per eguagliarti al cielo, credendoti creatura privilegiata, né sul deserto
dove, non per tua volontà ma per caso, cresci e sei nata.
Ma sei tanto più saggia (si riferisce alla natura), tanto meno insensata dell’uomo, in quanto non hai mai avuto la presunzione di ritenere che le tue
fragili stirpi fossero state rese immortali ad opera del destino o tua.
Il capo della ginestra non si è mai piegato in maniera codarda sotto la lava, è la lava che lo travolge: è l’uomo che non può evitare di essere travolto
ma fa di tutto per rimanere in piedi, e quando è travolto altri uomini resteranno in vita per essere poi eventualmente travolti.
La fragile pianticella dovrà inevitabilmente piegare il capo dinanzi all’onnipotenza della natura distruttrice, ma questa sconfitta non cancella la
sua dignità.
L’uomo, prima o poi, è costretto a piegare la testa alla natura, eppure continua a sollevarla contro la natura ma senza la superbia arrogante di
quegli uomini che credono di poter sconfiggere la natura.
L’uomo infatti non è codardo, non è vile: non accetta la supremazia della natura ma combatte con la scienza, con la ricerca, con l’invenzione per non
essere definitivamente oppresso e schiacciato dalla natura. È un potentissimo messaggio di vita.
Leopardi a metà dell’800 anticipa quello che di fatto accade; nonostante lo sviluppo scientifico, il progresso non ci permette ancora di non non
soccombere alla natura, non ci permette di non essere sconfitti dalla natura, di non essere sormontati, sovrastati e divorati dalla natura.
L’uomo dunque reagisce per tentare di migliorare le sorti umane e, a malincuore, sa che la natura vive della sua fine, è consapevole della
propria finitudine. E allora, in conclusione, è possibile combattere soltanto per delle piccole vittorie episodiche, ma è impossibile vincere
definitamente la natura.