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Nel 'Canto notturno di un pastore errante dell’Asia', Leopardi esplora il dialogo tra l'uomo e l'eternità attraverso la figura di un pastore che interroga la luna sul senso della vita. La poesia riflette sul dolore e sulla fatica dell'esistenza, evidenziando la mancanza di risposte e la consapevolezza della mortalità. Il pastore, invidiando la serenità degli animali, esprime il desiderio di liberazione dalla sofferenza umana, culminando in una visione pessimistica della vita.

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Nel 'Canto notturno di un pastore errante dell’Asia', Leopardi esplora il dialogo tra l'uomo e l'eternità attraverso la figura di un pastore che interroga la luna sul senso della vita. La poesia riflette sul dolore e sulla fatica dell'esistenza, evidenziando la mancanza di risposte e la consapevolezza della mortalità. Il pastore, invidiando la serenità degli animali, esprime il desiderio di liberazione dalla sofferenza umana, culminando in una visione pessimistica della vita.

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Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

Nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, componimento che chiude la stagione dei Grandi Idilli, nella vastità silente delle ignote steppe
asiatiche, nell’astrattezza di un paesaggio metafisico, sotto il lume freddo della luna, il poeta innalza un dialogo eterno tra la creatura e
l’eternità, tra la vita e l’enigma del suo destino. Leopardi trasforma la voce di un umile pastore errante, nomade, alla ricerca di risposte, in quella
universale dell’uomo che interroga l’infinito.
“Le parole notte, notturno, le descrizioni della notte, sono poeticissime”, afferma Leopardi stesso nello Zibaldone, “perché la notte confonde gli
oggetti e l’animo non ne concepisce che un’immagine vaga, indistinta, incompleta. Si tratta di un vocabolo che desta idee oscure, vaghe, soffuse,
indefinite, non determinabili e confuse. La notte è dunque il momento in cui ci si pone i grandi interrogativi esistenziali e, il buio ch’essa porta con sé,
sottolinea la mancanza di risposte certe.
La notte è il momento in cui i pastori nomadi dell’Asia, i cosiddetti chirghisi, uomini umili, semplici e primitivi, erano soliti sedersi per far riposare
il gregge: miravano il cielo e recitavano filastrocche alla luna, interlocutrice silenziosa, impassibile, imperturbabile, del tutto insensibile e
indifferente alle umane vicende.
Il poeta, ispirandosi proprio alla lettura di un articolo di un giornale francese in cui si racconta di tali pastori, sceglie di aprire la poesia con
un’invocazione all’eterno, un’invocazione metafisica; “che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?”. L’attributo “silenziosa” sembra
esprimere la consapevolezza del pastore che il suo interrogare resterà senza risposte. La luna, difatti, simbolo dell’eterno e dell’indifferenza
cosmica, tace. Il pastore le domanda “ancora non ti sei annoiata di percorrere sempre gli stessi sentieri eterni?”, nel verso 7: “provi ancora
desiderio di osservare la terra?”.
Il poeta ci propone, a seguire, un curioso parallelismo “somiglia alla tua vita la vita del pastore”. E continua “il pastore sorge in sul primo albore”,
alle prime luci dell’alba e “muove le greggi per il campo”. Poi, in ordine di quella piatta monotonia, il pastore si riposa, di sera e “altro mai non ispera”,
non nutre speranza che questa ripetitività possa un giorno essere spezzata.

Il pastore domanda alla luna quale sia il senso della propria vita, nel verso 16, “dimmi, o luna, a che serve al pastore la sua vita, e la vostra per
voi astri? Che senso ha?”, “a quale fine è destinato questo mio breve vagare? A quale il tuo moto perpetuo?”
Per rispondere, Leopardi utilizza l’immagine di un essere debolissimo sottoposto a una fatica disumana; appare nel verso 21 il “vecchierel dai capelli
bianchi, malato, mezzo vestito e scalzo, che con un gravissimo carico sulle spalle (il peso dell’esistenza) cammina senza mai riposarsi, affronta “la
neve, la pioggia, il vento e l’ardore del sole”, cammina “per alta rena e fratte”; per deserti dove la sabbia è così alta da far sprofondare il piede.
Prosegue, con ritmo incalzante “attraversa tempeste, varca torrenti e stagni, anelando, cade, si rialza, senza sosta, senza riposo”, “lacero
(ferito) e sanguinoso incombe in quell’abisso orrido, immenso”. Sono parole che esprimono il percorso affannoso, faticoso, sfiancante,
struggente. Al verso 35, “vi precipita”, in quella voragine spaventosa, e “il tutto oblia” cioè “dimentica ogni cosa”. Si tratta della morte, abisso orrido
e spaventoso, voragine brutale.
La risposta che Leopardi dà nella seconda strofa è cupa e desolata; dopo una vita di fatiche e di sofferenze, tutto precipita nella morte, che, in una
visione totalmente atea come quella del poeta, è la fine di tutto, è il nulla.

Dal verso 39 nasce una nuova considerazione “l’uomo nasce al prezzo di grande fatica, e al momento della nascita, rischia già di morire”. Nello
Zibaldone Leopardi scriveva “il nascere stesso dell’uomo è un pericolo della vita, per molti la nascita può essere cagion di morte”. Il parto è
faticoso, può essere causa di morte sia per la madre che per il bimbo. L’immagine del bambino che nasce e piange, che “prova pena e tormento”, non
è altro che l’immagine della premonizione della vita. È un’immagine che urla dolore, che grida sofferenza. Leopardi, come Lucrezio, interpreta
l’amore che i genitori danno ai bimbi appena nati come una forma di consolazione dai mali futuri, li “consolano dell’esser nati”, gli “fanno core”, li
incoraggiano; “si sforzano con atti e parole”. È non c’è compito più grato ai figli. Ma Leopardi sicuramente ha presente anche un frammento di un
antico lirico greco, Teognide, che afferma “di tutte le cose, la migliore per gli uomini è non essere mai nati”.

Nel verso 52 il poeta inserisce, di nuovo, una domanda esistenziale “perché dare al sole (far nascere) e mantenere in vita coloro i quali poi è necessario
consolare della vita?”. “Perché dare alla vita se è solo sofferenza a cui è necessario fornire consolazione?”. “Se la vita è sventura, perché
dobbiamo sopportarla?”. Qui adombra qui il tema del suicidio, s’intravede, trapela spietatamente. Il poeta però, lascia in sospeso l’interrogativo,
cui ha già dato risposta nel Dialogo di Plotino e Porfirio.
Il verso 59 è carico d’amara consapevolezza: il pastore si rivolge alla natura “ma tu mortal non sei e forse del mio parlar poco t’importa”.
La luna sembra contemplare dall’alto gli immensi paesaggi della terra, sembra sovrastarli, sembra innalzarsi sopra tutto e sopra tutti.
Al verso 25 “Eppure, tu, solitaria ed eterna viandante, che sei così pensosa, forse intendi il senso di questa nostra vita terrena, forse comprendi
quale sia il significato di questa nostra esistenza terrena, del nostro dolore, del nostro patire, della nostra sofferenza, del nostro inutile
desiderare, forse comprendi quale sia il significato della nostra morte, dell’ultimo impallidire del volto e scomparire dalla terra e allontanarsi
dagli affetti più cari e consueti”. Il poeta vuole sottolineare l'antitesi che si esplicita sempre più: l'uomo mortale ignora, non sa, mentre la luna rivela
una natura trascendente ed è l’unica consapevole.

Dal verso 73 il pastore, continuando a rivolgersi alla candida regina dei silenzi eterni, che dall’alto contempla l’inquieto fluire delle cose terrene,
crede, in quanto misero mortale, ch’ella possa penetrare l’arcano disegno del mondo.
L’uomo è dunque come una foglia che il vento della sorte sospinge e divora, che contempla il cielo e vi cerca una risposta, e trova soltanto il muto
riflesso della propria smarrita speranza.
Così, il pastore - e con lui l’intera umanità - si piega dinanzi al mistero, e, pur disperato, non s’arrende, come se riconoscesse l’onnipotenza della luna
“mille cose sai tu, mille cose scopri, cose che son celate al semplice pastore”. Ancora una volta, la luna pare essere la sola consapevole.

Al verso 79 “Spesso quando io ti osservo (ti miro) mentre stai silenziosa (così muta) sulla pianura deserta che, all'orizzonte estremo, confina con
il cielo; oppure (ovver) mentre mi segui spostandoti (viaggiando) passo a passo (a mano a mano) con il mio gregge; e quando guardo in cielo
luccicare le stelle (arder le stelle), dico, pensando fra me: perché tante fiammelle? Per quale motivo esistono tante stelle?” Il pastore si chiede
cosa significhi quell’immensità in cui l'uomo è solo; “e io che cosa sono?”.

Al verso 98 ammette, con tono umile e mai ironico: “non so indovinare alcun senso e nessuno scopo, ma tu sicuramente, immortale giovinetta,
conosci tutto ciò (il tutto)”. La luna è personificata come divina giovinetta che risente della mitologia classica, che identificava la luna con la dea
Artemide.
Dal verso 100, il pastore confessa, come fosse una resa “ forse qualcun altro otterrà qualche vantaggio dal moto perpetuo delle stelle, dalla mia
fragile esistenza, ma per me, la vita, “è male”; è dolore, è sofferenza, è patimento”. Questa è l’unica certezza che il pastore possiede e conosce.
È la risposta data da Saffo “arcano e tutto, fuor che il nostro dolor”.
È la risposta mancata alla domanda che l’islandese rivolge alla natura durante Il Dialogo; “se tutto quel che vive è distrutto e patisce; e quel
che distrugge non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente, dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova
contesta vita infelicissima dell’universo?”. Il pastore allora anche qui, come l’islandese, come ogni essere umano, cerca senso, ma l’universo non
ne conosce alcuno.
Ora il poeta si rivolge al gregge che “posa”, che sta fermo sull’erba e riposa beatamente. “Quanta invidia ti porto!”. Il pastore è schietto, diretto e
conciso, invidia la natura “non solo perché è libera d’affanno (vocabolo che rimanda al piacere figlio d’affanno della Quiete dopo la tempesta)”, dunque
è libera dalla sofferenza, ma perché non prova mai tedio, non prova mai la noia esistenziale.
Nel verso 113 “Quando tu stai sdraiata (tu siedi) all'ombra, sul prato, sei tranquilla e contenta e gran parte dell'anno trascorri in tale condizione (in
quello stato) senza noia”. Il gregge vive sereno perché ignora e perché vive d’istinto; il pastore, invece, resta sveglio e s’angoscia, perché sa. Ed è
proprio nel sapere che si compie la grandezza dell’uomo.

Al verso 124 “di cosa o quanto tu gioisca non so certo dire; ma sei fortunata”.
Se tu sapessi parlare, io ti chiederei: “dimmi; perché giacendo comodamente nell'ozio ogni animale è appagato, e invece, se io giaccio a
riposarmi, il tedio mi assale e un’inquietudine mi punge? Mi ingombra l’animo? Mi opprime la mente? Perché un pungolo quasi mi sprona?
Tanto che così, pur stando seduto , sono più che mai lontano dal trovare pace o riposo”.
Il pastore vive in un vuoto: è Leopardi stesso, che a differenza del pastore primitivo di Mosco che giace sull’erba tranquillo e ozioso assieme al suo
gregge, insiste sulla lucidità consapevole che ci differenzia dagli animali.
In tal senso, il poeta riprende spesso il tema della noia, che lo assilla sin dalle prime meditazioni giovanili. Si tratta di una condizione di privilegio
perché è prerogativa solo dell’uomo e gli permette di acquistare consapevolezza della propria condizione, di conoscere il proprio stato: la dignità
e la libertà dell’uomo risiedono nella ragione (elemento spudoratamente illuminista) cioè nella conoscenza, che rappresenta chiaramente
all’uomo la propria nullità.

Nell’ultima strofa, al verso 133, si manifesta un bisogno di liberazione ed esso si esprime nel sogno di poter volare, di librarsi nel cielo per
staccarsi simbolicamente dall’infelicità della vita terrena: “forse se io avessi le ali per volare sulle nuvole e contare le stelle una ad una,
oppure come il tuono, vagare di monte in monte, più felice sarei, o dolce mio gregge. Più felice sarei, candida e incontaminata luna”.

Dal verso 139 il pastore si rivolge ai due destinatari del canto: la “dolce greggia” e la “candida luna”: “forse in qualsiasi aspetto, in qualunque
condizione, sia che la nascita si verifichi dentro una tana (la tana - luogo di nascita degli animai) sia in una cuna (la culla - luogo di nascita degli
uomini), il giorno della nascita è funesto per chi nasce.
Gli ultimi versi esprimono un’affermazione rigorosa, austera e incisiva, tanto penetrante quanto amara, da epigrafe del pessimismo cosmico:
“noi tutti soffriamo, anche gli animali, noi tutti siamo destinati all’infelicità, anche gli animali”.

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