L’evoluzione della poesia leopardiana
I Piccoli Idilli
I Piccoli Idilli, composti tra il 1819 e il 1821, rappresentano la prima stagione autenticamente lirica del poeta. In questi componimenti, come
L’infinito, Alla luna o La sera del dì di festa, l’anima leopardiana si abbandona alla contemplazione della natura e al vagheggiamento dell’infinito,
cercando nella memoria e nell’immaginazione un rifugio alla finitezza del reale.
In questa prima fase, il poeta concepisce la natura come madre benigna, attenta al bene delle sue creature che avrebbe offerto l’immaginazione e
le illusioni all’uomo come rimedio all’infelicità. È per tale motivo, dice Leopardi, che gli uomini antichi, più vicini alla natura, e quindi capaci di
immaginare e di illudersi, erano felici.
È il tempo del cosiddetto pessimismo individuale, in cui il dolore nasce dal contrasto fra l’infinito desiderio di felicità e la limitatezza della
condizione umana.
La poesia assume toni dolci e musicali, essa evoca; non racconta, ma sogna. È una poesia dove l’infinito non è concetto, ma esperienza interiore che
dilata i confini dell’animo.
Le Operette Morali
Tra il 1824 e il 1827, tra i piccoli e i grandi idilli, Leopardi abbandona il linguaggio lirico per abbracciare quello della prosa filosofica, componendo
le Operette Morali. È il 1824, anno in cui Leopardi è di ritorno da Roma, dopo essere per la prima volta uscito dalla prigione del natio borgo ed essere
venuto a contatto con una più vasta società, ricevendone un’amara delusione. In questa raccolta di dialoghi, come il Dialogo della Natura e di un Islandese
o il Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere, il poeta affronta con lucida ragione i temi dell’esistenza, della felicità e del destino umano.
Sono delle prose di argomento filosofico, dei dialoghi i cui interlocutori sono creature fantastiche, personaggi mitici, personaggi storici o esseri
bizzarri. In alcune delle operette l’interlocutore principale è proiezione dell’autore stesso. Sono inoltre dei testi aventi come obiettivo una finalità
etica, quella di liberare l’uomo dalle illusioni e di scuotere la povera patria. Alla base vi è dunque un forte impegno morale e civile e Leopardi,
filosoficamente, in modo stoico, raggiunge la piena consapevolezza razionale del vero, che è la nullità di tutte le cose, e distrugge sogni e
speranze, e ogni illusione è amaramente distrutta dalla componente riflessiva pessimistica.
Sono opere in cui le armi del ridicolo sono usate a fini seri. Si tratta di un’opera che appartiene a un genere già presente sin dall’antichità, quello definito
“serio-comico”; di cui era rappresentante quel Luciano che nel passo dello Zibaldone Leopardi indica come suo modello.
È dunque l’epoca del pessimismo storico, l’epoca in cui Leopardi constata che “l’uomo antico, ingenuo e animato dalle illusioni, viveva con
maggiore felicità; l’uomo moderno, invece, illuminato dalla ragione, ha perduto ogni sogno e ha visto ogni speranza infrangersi, ed è dunque
condannato all’infelicità”. Il progresso della civiltà ha spento ogni illusione, distruggendo ogni sogno, e ponendo sotto i suoi occhi l’arido vero, nella
sua essenza più cruda. La condizione negativa del presente viene dunque vista come effetto di un processo storico, di una decadenza e di un
allontanamento progressivo da una condizione originaria di felicità, anche se la stessa felicità originaria era soltanto frutto di una mera illusione.
Leopardi riconosce infatti che la vera condizione dell’uomo è infelice in assoluto.
Il tono è ironico, disincantato, ma profondamente umano: Leopardi osserva il mondo con lo sguardo del filosofo e del poeta insieme, mescolando il
rigore del pensiero con la pietà verso la fragilità dell’uomo.
I Grandi Idilli
Dopo la parentesi filosofica delle Operette Morali, Leopardi ritorna alla poesia tra il 1828 e il 1832 con i cosiddetti Grandi Idilli, tra cui spiccano Il
passero solitario, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio e Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia.
È la stagione della piena maturità artistica e spirituale. Il poeta, pur ormai disingannato, ritrova la via del canto e trasfigura la sua sofferenza in
poesia. Leopardi abbandona l’immaginazione e fa spazio al vero, con una finalità sia cognitiva che etica. Vuole strappare il velo dagli occhi degli
uomini, vuole far conoscere agli uomini l’arido vero, la realtà spogliata d’ogni illusione, cruda, aspra e spietata com’è, vuole far assumere agli
uomini piena dignità e consapevolezza. È il tempo del pessimismo cosmico, in cui è la natura stessa a rendere infelice l’uomo, è la natura matrigna
che, indifferente e crudele com’è, crea l’uomo solo per condannarlo al dolore e alla morte. Crea un essere limitato animato da un desiderio illimitato.
L’infelicità è dunque una condizione assoluta, connaturata all’uomo.
Il poeta non si ribella più, ma contempla con austera grandezza il destino umano, trovando nella verità la sua forma di eroismo. Nei Grandi idilli lo
spirito razionalistico leopardiano contesta l’immaginazione, ispirandosi, anche qui, ai Dialoghi di Luciano, scrittore e filosofo greco del II secolo
d.C, che scrive di una visione razionalistica laica, antireligiosa, anticonformista e trasgressiva rispetto già ai suoi tempi. Così,all’io leopardiano
subentra più o meno gradualmente l’io oggettivo, collettivo, universale.
Il ciclo di Aspasia
Nel Ciclo di Aspasia Leopardi apre una delle pagine più ardenti e tragiche della sua poesia: il momento in cui l’amore, da sogno lontano, si fa presenza
viva e straziante. Dopo anni di fredde meditazioni filosofiche, il poeta sente come una fiamma nel cuore: quella dell’amore umano, concreto,
palpitante.
Il ciclo di Aspasia segna una delle vette più alte e tormentate dell’ispirazione leopardiana, l’approdo estremo d’un’anima che, dopo anni di fredde
meditazioni, si trova travolta dal naufragio dei sentimenti. Dietro il nome mitico di Aspasia, una cortigiana colta e intelligente che riuscì a far innamorare
di sé lo statista ateniese Pericle, si cela la figura reale di Fanny Targioni Tozzetti, la donna amata e idealizzata da Leopardi negli anni fiorentini.
Da quell’innamoramento, accompagnato da un tradimento, e dunque vissuto con ardore e disfatta, nasce un gruppo di liriche intense e dolenti che
costituiscono un vero e proprio ciclo della disillusione amorosa in cui il poeta scopre, a malincuore, che anche l’amore, l’ultima illusione rimasta,
si dissolve come miraggio davanti all’implacabile verità della vita. Leopardi, con atteggiamento aggressivo e con tono forte, aspro e crudo,
manifesta il suo sentimento di avversione verso un amore non corrisposto.
Così, al fervore della speranza si sostituisce l’ombra del disinganno. Leopardi è trafitto dal dolore.
Egli non canta più il sogno della giovinezza ma affronta con stoica fermezza il destino dell’uomo, riconoscendo nell’amore l’ennesima menzogna
con cui la Natura illude i mortali per perpetuarne la sofferenza.
In versi come quelli di A se stesso il canto si tramuta in epitaffio dell’illusione umana, cioè dichiara la morte definitiva della speranza e
dell’amore. Così, Leopardi si apre alla realtà vissuta, non più filtrata con la memoria o coi filtri letterari. La sua poesia si fa nuda, scabra, la parola
peregrina scompare, cedendo il posto a quella quotidiana e geometrica, spogliata d’ogni ornamento, che possa rendere la furia esasperata del poeta.