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IL F R A M M E N T O P A P A F A V A
ED I SUOI RAPPORTI COLLA POESIA E R O T I C O -A L L E G O R IC A
DEL SECOLO D ECM O TER ZO
Nell’ esplorare il domestico archivio de’ conti Papafava al
signor Vittorio Lazzarini è venuto fatto di rim e tte re le m an i
su quello strumento, rogato nel 1277 da un notaio pado
vano, a tergo del quale costui o un suo ig n o to co lle g a
s’ era piaciuto alquanto tempo appresso ricopiar quel n o t e v o le
documento della nostra antica poesia che va sotto il nom e
di Lamento della sposa padovana (1). La scoperta inattesa era
tale da riuscir gradita agli studiosi, ed il signor L azza rin i si
è affrettato a renderla loro profìcua, divulgando so llecita
mente per le stampe una nuova e fedele rip rodu zione d e l-
l’ importante componimento, accompagnata da un facsim ile
(per verità non riuscitissimo) e da poche m a g iu diziose o s
servazioni (2). Eccoci or dunque in condizioni quanto mai fa v o
revoli non solo per cercar di risanare alcune delle m o lte pia
ghe che deturpano il testo e che certuni coi m alcom p osti e m -
piastri avevano inciprignite ; ma per tentare altresì (e questo
soltanto io voglio fare) di sciogliere il quesito che da un b e l
(1) P o ich é il carattere in cui è scritta la poesia r ic h ia m a a ssa i q u e llo
d ell’ istrum ento , non è vietato con gettu rare che l ’ una com e l ’ a lt r o
sian opera d e lla penna m edesim a.
(2) II Lamento della Sposa Padovana nuovamente edito di su la pergamena
originale, Bo lo gn a, Fava e Garagnani, 1889, pp. 13 (Estr. dal gio rn. I l
Propugnatore, N. S . , V. I, P. II, iasc. 5-6).
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pezzo in qua i critici si sono proposti ; quale sia cioè il conte
nuto di codesta poesia, che i o , non potendo proprio iasse
gnarm i a chiamare più a lungo col vecchio ed incongruo
titolo, dirò d’ora in poi semplicemente il frammento Papafava.
C h e si tratti infatti d’ un frammento di m aggiore scrittura
niuno dubita orm ai ( i ) . Ma di quale scrittura? Su questo
proposito se ne son dette parecchie: oggi però l’ opinione
p revalente è quella che il degno ser Alberto, chiamato T ro g n o ,
ci abbia conservato ne’ suoi rogiti un lacerto di poema dram
matico o narrativo (2). Codesto non è tuttavia 1’ avviso e
Lazzarini. Il poemetto, secondo lui, piuttosto che d r a m m a
tico o narrativo potrebbe esser stato morale 0 didattico.
Ed in esso a dovea trovar luogo l’ assempro di (C ^on
'1
» çilosia », di perfetto amor coniugale, di cui ci resto a
» nel discorso della sposa che risponde alla proposta di donn
» F rixa ora perduta; esempio onde poi, nella seconda part
» del fram mento è ricavata, al solito, una moralità per ^ ^u0
» pellegrino ».
« L a figura della donna fedele, continua il L a z z a r m ,
» non propriam ente storica, sembra certo ispirata a recent
» ricordi d’ imprese cristiane in Pagania; il pellegrino m
» ve c e e i suoi amori, più che a una realtà, direi che ac
» cennino ad un significato morale (3) ».
(1 ) C f r . L a z z a r i n i , 0. c . , p. 6, il q u a le , pur tessendo un d ilig en te elen co
di q u a n ti si o c c u p a ro n o della poesia, non ram m entò com e a n ch e il
n ie r a b b ia so s te n u to v igo ro sam en te che il preteso L am en to non era
u n fr a m m e n to € se n za capo nè coda » , in un suo articolo in serito n
G iorn. Stor. della Lett. Ita!., I V , p. 423. E poiché le o sservazion i iv i esp o
ste in d u s s e r o il G aspary a m odificare nella edizione italiana d e lla sua
Storia a lc u n i a p p re zza m e n ti da lui prim a formulati sull’ in dole del coni
p o n im e r .t o , a n c h e per questa ragione meritavano d’ essere m en zion ate.
(2) C f r . B a r t o l i , Stor. della Lett. h a i , V . II, p. 98 e R e n ie r , 1- c·
(3) 1. c., p . 6 - 7 .
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L ’ opinione qui esposta dal giovine critico, sulla natura del
componimento a cui il frammento appartenne, è fuori di
dubbio la più verisimile fra quante son state em esse sin ad
ora; ma ne consegue eh’ essa sia per l’ appunto la v e r a ? A
me Γ attenta lettura del frammento suggerisce invece un’ a l
tra ipotesi, e l’ ipotesi si è questa: che i c en totto ve rsi,
giunti per mero caso fino a noi, siano stati staccati da un p oe m a ,
non già narrativo o morale, ma tale che offriva fusi insiem e
questi due caratteri ed accoglieva ad un tem p o altri e le
menti; insomma, per farla corta, da un p o em a a ll e g o r i c o -
amoroso.
Sedotti dall’ ingenua freschezza (così ben rilevata dal B a r
toli) dell’ episodio colorito ne’ primi cinquanta versi del fra m
mento; dal grazioso quadro della pura e tranquilla esistenza,
che conduce nella sua « camerella » la sposa fedele, ded i
cata tutta al culto d’ un affetto p repotente, ma casto ; i
critici (parlo in generale) si sono troppo p oco curati di
quanto l’ autore passa a dire dopo aver m ostrato come la
virtù della moglie costante trionfi degli insidiosi sofism i
della enimmatica donna Frisa, consigliera sc e rv e llata, se n o n
disonesta addirittura ( i ) , Ed essi hanno avuto gran to rto ,
giacché, come diceva maestro Janotus de B ra g m a rd o a G a r
gantua , ibi jacet lepus. Proprio nelle ultime due serie di
versi che chiudono il frammento, noi dobbiamo ricercare g li
elementi per risolvere la questione.
Quando adunque la sposa saggia ha terminato di lavar il
(i) Curioso nome questo di « donna Frixa » ! N u lla però perm ette d i
dubitare che esso non sia stato un vero e proprio nom e di persona,
quando si rifletta che documenti veneti del sec. xi e xn ci fanno co
noscere de’ Flamengi, Torengi, Brabanxpni, U ngari, e co si via. Vedi
Rajxa, Contrib. alla Stor. delT Epop. e del Rom. M edioev., V I I , in Roma
nia, X V III, p. 5 3 ·
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capo a donna F r is a , il poeta si affretta a riprendere la pa_
rola per dipingerci l’ impressione fatta da que’ semplici? ma
efficaci ragionamenti sulle donne che le stavan intorno.
Niuna fra esse, egli dice, trovò che la leggiadra propugnati ice
dell amor coniugale avesse torto; ma tutte invece giudica
rono mirabile 1 accordo che regnava fra lei ed il suo sposo;
D .
accordo così profondo, che, avvivato com’ era dal caldo de
siderio di piacersi reciprocamente, valse a mantenerli sempre
lontani da o g n i contrasto, ed impedì che niuna nube, se non
lievissima, venisse ad offuscare la inalterata serenità della loro
vita ( i ) .
E il sentim ento delle donne è condiviso dal pellegrino. 0
chi è questo pellegrino eh’ esce fuori così i n a s p e t t a t o per
noi, ma del quale il poeta parla come di personaggio già
ben noto ai suoi lettori? T a le evidentemente che nella por
zione del poem a ora perduta rappresentava una parte di sin
golare im p orta n za : a n z i, debbo arrischiarmi a dirlo ? forse
addirittura quella del protagonista. Ma proviamoci a rileg
g e r e , prima di giustificar codesta asserzione, i versi che lo
riguardano :
Questa fo bona çilosia
ke ’l fin amor la guarda e guia;
75 e questa voi Io pelegrino
aver de sera e da maitino,
e an’ no i ave desplaxere
s’ ella volesse ancora avere
en verso lui nochan.......
k ’ ancora un poco li revella {2).
(1) v v . 5 1 - 7 2 .
(2) Codesti quattro versi (77-80) son stati cosi maltrattati dal copista
ch e riesce più che difficile, non dico restituirli a corretta lezione, ma in
tenderli anche all’ ingrosso. Se io ne propongo quindi un’ emendazione
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G IO R N A L E L IG U S T C IO 223
80 Mai el à si ferma sperança
ke ’l ere’ complir la soa entendança
e far si k ’ eia Γ amerà
e fe’ liai li porterà (1).
Eia li sta col viso claro
quan’ li favela; mai de raro
i aven quela rica aventura,
k’ el’ è sì alta per natura
ke quando el è da lei apresso
90 de dir parole sta confesso (2)
alquanto radicale me ne verrà accusa di temerario? Il testo si potrebbe
modificar così a mio credere:
E an no i ave desplaxere
se Ila volesse ancora avere
en verso lui [la donna bella??]
k ’ ancora un poco li rebella;
cioè a dire ; « e anche non sarebbe dispiacente [il p ellegrino] se la b e lla
(e qui forse c’ era un nome proprio) che gli resiste ancora, vo le s se a v e re
per lui quella «buona gelosia», da cui sono scaldati i cuori della do n na
saggia e del marito suo ». Di rebellare = resistere, far contro, si h a n n o
esempi antichi.
(1) Se io non m’ inganno sopra codesto verso deve fondarsi chi v o g l i a
restituir il senso ai v. 55 e segg.:
e si la t e n e , si liale
cum’ bona dona e naturale;
k ’ eia tendè tanto al mario
ke ’l so deserio fo compì io ecc.
Ma non basterà correggere l’ inintelligibile e si la tene, si liale in e
si la tene fe Itale, se si lascia qual’ è il verso che segue. Io non capisco
infatti che lode sia per una donna il chiamarla « naturale ». N o n si d o v r à
quindi interpretare è come verbo e legger in conseguenza:
e sì la tene fè liale,
cum bona dona, è naturale,
k ’ eia tendè tanto al marìo ecc. ?
(2) E qui pure quale singolare espressione! 0 che v u o l dire sta con
fesso ili parlare? Io ci perdo il latino. Non sarà quello sta un intruso
dovuto al sta contento del v. seguente? Ma del confesso, ch e ci è atte
stato legittimo dalla rima, cosa ne facciamo?
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e sta contento en lo guardare:
altro no i aolsa demandare.
E si i avravel ben que dire!
querir mercé, marcé que(ri)re
95 mille fiae e più ancora
se ’lli bastas’ e tempo e ora.
E ki credi vu k* ella sia?
Eia è de tal beltae compila
k ’ el no è miga meraveia
100 se ’ l pelegrin per lei se sveia (i).
A n ’ no devrav’ el mai d orm ire,
mai pur a lei mercé querire,
mercé k ’ ella el degnase amare
ke malamentre el fa penare.
I05 Mai el non osa el pelegrino;
tutora sta col cavo enclino:
mercé non quere, mai sta muto;
sospira el core e arde tuto.
Q ualcu no si è domandato se il pellegrino sia innamorato
della sposa fedele, e se la ferma speranza che gli sorge in
cuore di potere « complir la soa entendança », sia quella di
riuscire là dove donna Frisa ha avuto la peggio; ad indurre
cioè la m o g lie fedele nella risoluzione di ricompensare i suoi
sospiri, rom pendo fede al consorte lontano (2). La domanda
a m e p a r e , per non dir altro, bizzarra. Come mai si può
pensare che l’ avversaria di donna Frisa e l’ oggetto dell’ a-
(1) P a r re b b e adunque che si fosse antecedentemente parlato di un sonno
del pelle grin o . O che il pellegrinaggio stesso avvenisse in sogno? Non
ci sarebbe da stupirne.
(2) C f r . R e n i e r , 1. c . , il quale ammette che « la donna cantata nel
l ’ ultim a parte dal pellegrino., sia la sposa che si lamenta prima ». Ne
dubita in ve ce il G a s p a r y [Stor. della Lett. h a i., V . I, p. 97), il quale
e sp o n e pure in forma interrogativa l’ opinione che a me sembra la sola
accettabile.
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G IO R N A L E L IG U S T IC O 225
clorazione del pellegrino siano una sola e medesim a persona ?
Ma se basta legger con qualche attenzione il fra m m e n to
per rimaner subito persuasi del contrario ! O g g e t t o di invi
diosa ammirazione per il pellegrino è la « bona çilosia » ,
creata e guidata da amore, che unisce la saggia sposa al m a
rito; da uguali sentimenti ei vorrebbe veder animata a suo ri
guardo colei che sta in cima di tutti i suoi pensieri, giacché
senza gelosia non esiste amore (1). E sebbene a giudicarne
dalle apparenze, non ci sia grande probabilità che i suoi v o ti
vengan presto esauditi, pure ei non dispera di arrivare, o
prima o poi, a « complir la soa entendança » ; intanto si
nutre della speranza e della contemplazione della sua donna,
quando codesta « ricca avventura » gli è concessa. E da
vanti a lei, tanta ne è Γ eccellenza, la sua vita si racco glie
tutta nello sguardo; il cuore gli manca, il labbro am m utisce.
Quante ardenti preghiere vorrebbe innalzarle! Q uan te e
quante volte chiederle mercè ! Ed invece anch’ e g l i , com e
l’ amante di Torquato,
Brama assai, poco spera e nulla chiede.
O r come si fa, domando io , a non riconoscere in questa
descrizione dello stato d’ animo in cui versa il m isterioso pel
legrino alla presenza della sua d o n n a , un esempio dei più
caratteristici degli effetti dell’ amore, quali si piaceva rappre
sentarli la poesia erotica e cortigiana del te m p o ; a non rin
venirvi le tracce di quel sentimentalismo di convenzione
(ignoto sempre alla musa popolare), che l’ imitazione dei
provenzali aveva introdotto nella poesia nostra, ed al quale
un poco più tardi la cognizione e lo studio della produ
(1) Q ui non \elat amare non potest ; è regola d’ a m o re formulata in
una lettera della contessa di Champagne presso Andrea il C a p e lla n o ; ve d i
E. T rojel , Middelalderens Elskovshoffer (Kjobenhavn, 1888), p. 158.
G iorn . L i g u s t i c o . Anno XVI.
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226 G IO R N A L E L IG U S T IC O
zione allegorico-amorosa di Francia avevan dato quasi una
seconda v i r a , impulso più gagliardo e giovanile vigore ?
O non son qui forse rappresentati i rapporti dell’ amante
e dell’ amata secondo i precetti più rigorosi della scienza ero
tica co rtigian a; non è questa oggetto d’ un culto nebu loso,
astratto, che la trasforma in essere impalpabile, di natura in
certa, a m età d o n n a , a metà visione; non è quello il solito
« se r v o d’ a m o r e », che si pasce di lacrime e di sospiri, che
affronta con instancabile rassegnazione ogni male, ogni peri
co lo , che supera tutti gli ostacoli, sostenuto dalla ferma spe
ranza che g io r n o verrà in cui de’ suoi affanni gli sarà concesso
il co m p e n so ed egli otterrà quella « mercè », che non ha mai
cessato di chiedere ; la « mercè » che è lo sguardo, il sornso,
il bacio, tutto ( 1 ) ? A lziam ogli dunque il cappuccio a codesto
p e lle g rin o ; o che ci troviam sotto se non un amante? E ce
ne farem noi m eraviglia? T u t t ’ altro. Basterà in f a t t i che voi-
g iam o u no sguardo in giro per convincerci che codesto tra
vestim ento n o n ha nulla di inusitato. L ’ idea di r i a v v i c i n a r e
il p e lle g r in o , che intraprende un lungo e disastroso viaggio
per recarsi al santuario dove sciorrà il suo v o t o ; che nella
sospirosa attesa della meta l o n t a n a va, v a , dimentico o in
conscio delle noie e del male del cammino; all’amante, il quale
assume ei pure ogni più ardua impresa, sia m a t e r i a l m e n t e che
m oralm ente parlando, pur di giungere all’ acquisto della donna
amata, si presentava troppo spontanea, troppo piena di attrat
tive alla m ente dei poeti medievali perchè essi r i n u n z i a s s e r o ad
approfittarne (2). Gli esempi che potremmo addurre son tanti,
(1) C fr . R o n c o n i , L'am ore in Berti, di Ventadora e in Guido Caval
canti ( Propugn., V . X I V , P. I. p. 55) e T r o j e l , 0. c., p. 1 3 7 -
(2) E p rim a c h e i poeti d’ am ore l ’ avevano sfruttata i m oralisti. R a o u l
d ’ H oudan c o s i sc riv e la Voie d’ Enfer e la Voie de Paradis (P a r i s , La
Littér. Fr.m ç. au. M. A ., pp. 161 e 228), poemi accolti con tan ta festa
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GIO R N A LE L IG U S T IC O 227
che se c’ è imbarazzo per noi, esso sta nella scelta. Ma uno
soprattutto non conviene dimenticarlo; giacché ce l ’ offre quel
fonte da cui « molti rivi sono stati dedutti », e delle cui acque
i poeti erotici di Francia e d’ Italia hanno « bevuto a satietà »,
come direbbe messer Mario; il Roman de la Rose. A llo r c h é
la fortezza è crollata sotto i dardi infocati di V e n e r e , l’ a
mante non si trasforma forse in pellegrino per cogliere la
Rosa ? E la Rosa non si tramuta ella stessa, metaformosi biz
zarra si, ma indispensabile, nel Santuario al quale il n u o v o
palmiere si reca? (1) E come nel gran poema di Jean de M eung,
che bentosto per la stessa strada si mettono R u s t e b e u f e B a u d o i n de
C o n dé . I quali sognano tutt’ e due di andarsene in paradiso in assetto
di veri e propri pellegrini :
Pris oi bordon ,
Eschierpe, si comme chil autre
Pelerin. ; s’ oi chapiel de fautre
E boin tabart, si que n’ en m e n t e ,
Bon dras lignes et chaucemente,
Et deniers dont mestier avoie;
si dà cura di dirci molto ingenuamente B a u d o in (Dits et Contes de B a u d . de
C ondé , ed. S c h e l e r , V. I, p.267). I preparativi di R u s t e b e u f sono più spicci :
En sonjant escharpe et bordon
Prist Rustebues et si s’ esmeut ;
Or chemine et si ne se muet....
(.Rustebuef’s Gedicbte, ber. von A. K r e s s n e r , p. 145). I tre Pèlerinages
di G u il l a u m e de D e g u il l e v il l e , dai quali trae probabilmente origine
il celeberrimo Pilgrim ’ s Progress di John Bu n ya n (cfr. P a r i s , op. c .,
p. 228) sono ispirati al Roman de la Rose per ciò che spetta a l l ’ a r
chitettura dell’ opera.
(1) Tantost comme bons pèlerins’
Hastis, fervens et enterins
De cuer, comme fins amoreus,
Vers Γ archière acueil non pèlerinage...
E port 0 moi par grant esfort
Escherpe et bordon grant et fort.
(Le Rom. de la Rose, ed. F. M ic h e l , V . II., p. 337: e cfr. ibid., p. 518).
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228 G IO R N A L E LIG U S T IC O
Γ immagine del « Pellegrin d’ amore » si offre in m olte altre
composizioni che da quello hanno, più o meno d i r e t t a m e n t e ,
tratta l ’ ispirazione. Pellegrino è Niccolò di M a r g i n a i , quando
per conseguir il possesso dell’ amorosa pantera si i eca
l’ inaccessibil dimora di Fortuna l’ avventurosa ( 0 > Pe^e
grino divie n e, e non una sola volta, F r a n c e s c o nostro da
Barberino ( 2 ) . E qual duro pellegrinaggio è quello i n t r a
preso nella parte decimasesta del suo R eg g im en to dal g i u r e
consulto toscano !
P a g a qui un passaggio. Avanti; avanti.
T o ’ qui una scorta. Or passa come puoi.
Guardati qui! Vedi una gente armata,
V ed i colui che chiama li scherani?
O r fuggi qui; trapassa quanto puoi;
E t nota qui ! O r passa quel gran fango.
Mangia di questo pane di castangnia.
Q u es t’ è mal letto ; or pur non ti langniare.
A rm a ti ben di drappi a questi venti :
Bei di quell’ acqua, che non ci è del vino.
L e v a per tempo; non churar del freddo;
Entra illa nave, non temer dell’ onde ;
D i o sia con teco. Già par tu smarito? (3)
C h e p iù? S e dal tempo di cui discorriamo passiamo al secolo
decim oqu arto ecco il Petrarca lagnarsi ancora che A m ore g
abbia fatto cercare
deserti paesi
Fiere e ladri rapaci, ispidi dumi,
Dure genti e costumi
(1) L a Panthere d’ Amors, ed. H. T odd, Paris, 1883, v. 1294 e segg.
(2) D el Reggimento e Costumi di donna, ed. B au d i de V esm e , P· V I, I V , 4°
e s e g g . ; P . I X , V I , 61 e segg.
(3) O p . c i t . , P . X V I , II, 100-12. Ma è da legger tutto il cap. II che
descrive da cim a a fondo 1’ allegorico viaggio.
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G IO R N A L E L IG U S T IC O 2 29
Ed ogni error eh’ e’ pellegrini intrica;
Monti, valli, paludi e mari e fiumi (1);
e se procediamo anche più in là, noi ritroverem o sem pre i
poeti affaccendarsi con singoiar compiacenza a trasform are
Γ amante, soprattutto se disavventurato, in ro m e o :
U n bordon, un cappello, un fiaschettino
voglio portare e gir pel mondo erra n do ,
chè per amor son fatto peregrino.
Valete, amici; a voi mi recomando.
Non vo cercando nè pane nè vino,
ma il mio ben, il mio amor vado c ir c a n d o ,
il qual fin ch’ i non trovo, a capo chino,
Siempre p ia n g e n d o 1’ a n d a r ò c h ia m a n d o .
Così canta Panfilo Sasso (2) ; e nelle tranquille sere estive le
belle odono a n c o ra , per quanto dura il c in q u e c e n to , sonar
sotto le loro finestre il lamento appassionato dello Sventu
rato Pellegrino:
Nigra voglio la schiavina,
Portarò il negro bordone;
Dar mi voglio desciplina,
Sempre stando in ginocchione;
C hi me haverà compassione
A questo mio pianto doglioso?
Mai non voglio haver riposo
Fin che ho fatto il mio camino (3).
(1) P. II. Canz. VII, 4. Cfr. anche P. II, Canz. V , 2. Ed ogni lettore
ripeterà adesso fra sè il celebre sonetto (P. I, XII) in cui il poeta p ara
gona sè stesso , errante in cerca della « desiata forma vera » ■della sua
donna, al « vecchiarei canuto e bianco », il quale si reca a Roma per
venerar 1’ effigie di Cristo.
(2) Strambotti in F e r r a r i , Bibl. di Lett. Pop., V. I, p. 293, n. L V I I I .
E cfr. anche il n. LIX.
(3) Intorno alle ristampe di codesta poesia, che co n se rv av a ancora la
sua p op o larità sui primi del sec. x v n , ved. Bibliofilo, a. V II I, n. 5, p. 6 6 .
In una stampa veronese del 1609 essa è seguita da una seconda b a rzel-
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Ed ora parrai lecito il tentativo di rivestire di form e più
concrete e più determinate la mia ipotesi. Io suppongo adun
que che il poema, di cui il rogito padovano ci ha serbato una
parte probabilmente piccolissima, avesse larghe proporzioni ( i )
e fosse consacrato a descrivere i travagli d’ un am ante, che
aspirava al possesso d’ una beltà inaccessibile o quasi. M an
cano i dati per decidere se codesta beltà fosse nel concetto
del poeta una donna in carne ed ossa, o una sem plice astra-
letta della stessa indole composta sul cader del Quattroce nto da G io rgio
S o m m a r i v a , patrizio veronese, e caduta bentosto nel dominio popolare
(cfr. un bell’ articolo del mio N e r i in Propugn., V . X , P. 1 , p· l S 3 e seë S ·) ’
la quale comincia :
Pe r il mondo tapinando
V o glio gir ala ventura ,
Poiché ’l ciel e la natura
La virtù rilassa in bando.
P e r il mondo tapinando.
Faccio far 1’ abito mio
C h e portar propongo in dosso ;
C o m e è fatto , amici, a Dio,
E parentia più non posso;
N è mia polpa, nervo e osso
Vedrà mai più creatura ,
Poiché ’l ciel e la natura
La virtù rilassa in bando.
Per il mondo ecc.
Pellegrin o è adunque anche costui ; ma la sua miseranda ac dolorosa p^e-
grinatio, c o m ’ ei la dice, non ha per cagione amore.
(i) Cfr. anche le osservazioni del R e n ie r , 1. c. E dell’ indole del
poema ci è testimonio la stessa forma m etrica, che può parere alquanto
strana. Ma essa ad ogni modo non ha nulla a che fare col Serventese
duplice, al quale ricorre per spiegarla, non so perchè, il L a z z a r in i (op.
c · , p. 8).
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G IO R N A LE L IG U S T IC O 23I
zione ( 1 ) ; ma non si può invece dubitare che l’ amante fosse
messo in scena sotto le spoglie d’ un pellegrino, che andava
errando per rintracciare colei di cui era preso. Ed in questo suo
vagabondaggio non gli dovevano certo mancar a vven ture, n e
occasioni di incontrarsi con altri servi d’ amore, dame 0 c a
valieri ; i quali gli eran larghi (come vediamo succedere al
buon Francesco da Barberino (2) ) di consigli, di conforti e
d’aiuti. Talché forse appunto per dar soddisfazione ad una d o
manda da lui fatta sulla natura d’ amore e sull’ eccellenza sua,
erasi accesa dinanzi ad un assemblea di donne ( 3 ) la c o n tr o
versia tra Frisa e la sposa fedele, in cui si ripete evidente, a
mio avviso almeno, il dibattito fra la dama folle e la saggia,
così grato ai poeti francesi (4). Nè mi pare di cam m in ar
(1) Che gli amori del pellegrino siano allegorici sospetta il L a z z a r i n i
(op. c., p. 7): e la cosa è tutt’ altro che improbabile.
(2) Cosi nella P. IV del Reggimento (III, 19 e segg.) F ra n ces co c h ie d e
notizie della sua bella a certe donne che vanno « alla festa » , e ne
ottiene ragguagli soddisfacentissimi. Nè meno cortesi gli si mostrai) i c a
valieri ai quali si abbatte nel suo terzo viaggio (P. I X , V I , 13 e s e g g ) .
Che più? Perfìn gli animali proteggono il pellegrino d’ am o re ; e qu a n d o
egli si aggira spaurito fra sassi e ruine giunge inattesa un’ orsa a t r a r l o
d'impaccio (ibid., 61 e segg).
(3) « T ro p p e ipotesi! » dirà forse qualcuno. E ne c o n v e n g o ancor io;
necessità vera di supporre che « le donne » descritteci d a l poeta c o m e
spettatrici del contrasto abbiano formato una specie di c o n c i l i o , di t r i
bunal d’ amore non c’ è. Ma d’ altra parte con questa supposizione n o n
si spiegherebbe ottimamente la presenza del fem minile udito rio ? N è si
può obbiettare che le adunanze festose in cui si proponevano dubbi e q u e
siti amorosi fossero ignote alla società elegante italiana del sec. X III, g i a c
ché e l’ antico Giudizio d!Amore edito dal M ussa fia e gli esem p i te s té
raccolti dal R e n ie r (Gìorn. Stor., XIII, 382) offrono a g e v o l m e n t e m a n i e r a
di sostenere il contrario.
(4) Allu do ai contrasti La Folle et la Sage e G ilote et J o h a n e, e d iti
dal J u b in a l nel Nouv. Ree. de Contes, ecc., V . I I , p. 28 e s e g g . , 73 e
segg., sui quali cfr. anche Hist. Litt. de la Fr., X X I I I , 260.
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fin qui del tutto fuori dal terreno solido de’ fatti. Accennando
alle sorti che (certo parecchio tempo dopo che il contrasto
era a\ve n u to (i_)) toccarono alla moglie costante, il poeta
esce a dire e h ’ ella
• · . . tendè tanto al mario
ke 1 so deserio fo complio (2).
M a anch essa dunque, com e il pellegrino, aveva un intento
da 1 a g g iu n g e r e , volea « complir la soa entendanca »; e questa
n o n potea essere se non quella felicità amorosa, che a donna
F u s a , se c o n d o che esigeva la sua parte, dovea parer impossi
b ile si tro v a s s e nel matrimonio.
M a , c o n c e s so che il frammento Papafava sia residuo d’ un
p o e m a erotico-allegorico quale io me lo raffiguro, d’ un Pel
legrinaggio d amore., com e si potrà più a lungo riconoscervi
il frutto d un ispirazione originale, popolare, affatto scevra
da ogni influenza di scuola? C o m e ammettere che prima di
essei fissato sulla membrana di ser T rogno esso sia stato,
cosi s u g g e ris c e il L azzarini, « abbastanza divulgato nel po
p o lo » ( 3 ) ? Il Gaspary, alla cui perspicacia non poteva sfug
g ir e il carattere così apertamente aulico delle ultime strofe,
afferm a ch e il frammento è forse il solo fra i tentativi poe
tici che c o n o s c ia m o dell’ Alta Italia, il quale si avvicini di
(i) A me (1 h o già accennato) par evidente che il poeta voglia sba
ra zzarsi della sposa saggia, messa in scena nell’ episodio precedente, rias
s um e n do in p o ch i tratti le vicende della sua vita, dopoché il ritorno del
con sorte le ebbe ridata la felicità e la calma. Quando invece si creda,
co m e altri ha f a t t o , che coi v. 55-72 l’ autore rievochi inquadro delle
gio ie d o m estich e gustate dai due sposi prima della loro separazione, ca
s c h ia m o in un inestricabile ginepraio.
(2) O p . c . , v v . 57 -8 .
( 3 ) O p · c., p. η.
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più alla lirica cortigiana : ma, egli aggiunge subito, nella
prima parte esso è però popolare ed originale ( i ) .
O ia in che consiste questa popolarità ed originalità della
prima parte del frammento , che nella seconda è tutto pregno
di convenzionalismo scolastico? Evidentemente in questo so l
tanto che per bocca della sposa fedele vi è celebrato l ’ a m o r
coniugale; e che questo, secondo le teoriche della scienza
d amore divulgate dalla lirica occitanica ed anche dalla
francese, non può esser mai vero amore (2). V i a , quest’ è
un esagerazione; esagerazione in gran parte p ro vocata dalla
felsa credenza che il frammento nostro fosse una lirica. E del
resto se la poesia antica non rivolge abitualmente le sue sim
patie all amor coniugale, ciò non impedisce però che essa faccia
parecchie eccezioni. Accanto agli adulteri, più o m eno p udichi,
che essi celebrano, quante coppie felici, legate da legittim i
nodi, non troviamo noi esaltate nei poemi anche più a vven tu
rosamente cavallereschi? O dove le lasciamo tutte le principesse
e, se Dio vuole, anche le fate de’ romanzi del ciclo brettone che
coronano le loro incredibili peripezie amorose con un buon m a
trimonio? E non è iorse proprio colà dove le te orich e dell’a
more cavalleresco sorgono e fioriscono più rig o g lio se, in In
ghilterra, alla corte del primo Enrico, che noi udiam celebrarsi
la prima volta colei che diverrà Griselda e si offrirà attra
(1) Stor. della Lett. liai., trad. Z i n g a r e l l i , V . I, p. 97.
(2) Cfr. la celebre lettera già sopra citata della C o n tessa di C h a m p a
gne, chiamata a giudicare utrum inler conjugatos amor p ossit hahere Jocurn
( T r o je l , 0. c., p. 157). La dama decide negativamente per va r ie ra gio n i,
fra le quali è da notar questa: quia vera inter eos ^elotypia in v en iri non
potest, sine qua verus amor esse non valet. È quasi inutile o sservare
che nel nostro frammento quel che distingue 1’ amore dei due sposi è
per l ’ appunto la « bona çilosia » I
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verso i secoli modello meraviglioso di affetto coniugale? ( i )
In Italia d’ atronde e a mezzo il dugento (giacché io non so
vedere alcuna ragione di far risalire più in alto la composi
zione, da cui il frammento nostro venne avulso (2)) la corrente
in favore del matrimonio è fors’ anche più forte che altrove.
Leggasi il Reggimento, troppo poco studiato fra noi; si pensi che
è opera del poeta forse più profondamente imbevuto de dettami-
delia poesia provenzale che sia apparso in Italia nella seconda
m età del secolo x iii, e si dica poi s’ io albia torto ad esprimermi
in questa maniera. Insomma, io non trovo punto strano che
in un poema erotico ed allegorico del secolo x iii si sia dato
luogo alla celebrazione dell’amore fra marito e moglie; nè posso
credere che per esso il poema stesso venga a cangiai natura,
e che in m ezzo alle acque stagnanti derivatevi dai fonti oltre
montani, si debba in conseguenza additarvi una vena fi esca di
(1) A l l u d o , co m e ognun intende, al celebre Lai de Frêne di Maria di
F ra n cia ; il cui soggetto venne poi così abilmente sviluppato da R e n a u d
in quel vero gio ie llo che è il Roman de G alerent, scoperto dal B o u c h e r ie
e dato soltanto lo scorso anno alla luce. Cito di preferenza codesti poemi,
perchè gli autori non possono esser sospettati di celebrar 1’ amor comu
gale per intenti morali, come è il caso di Ma t f r e E r m e n g a u d e di
qualche poeta francese, J ean de C o n d è , per esempio.
(2) Io non so proprio vedere su quali basi poggi l’ opinione invalsa
che il fra m m ento Papafava abbia ad essere molto più antico del rogito
che ce 1’ 'na conservato. Nè la lingua nè lo stile hanno nulla d arcaico.
T a l c h é o v e si insistesse a voler vedere nell’ augurio di vittoria che la
sposa fa al marito recatosi « in Pagania » un’ allusione esplicita a
qualche avv en im en to storico, io non avrei veruna difficoltà a metter m^
nanzi la spedizione in Egitto di Luigi di Francia (1249), alla quale 1
Ven eziani efficacemente cooperarono (cfr. R o m a n in , Storia docum. di
Venezia, t. II, p. 250). E se qualcuno volesse risalire a tempi anche più
recenti e credere che il poeta abbia alluso all’ impresa di Tunisi (127°)»
per la quale anche R u ste b e u f aveva elevati fervidi voti e che finì cosi
m a l e , io non vedrei motivo di oppormi.
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ispirazione popolare. Il popolo qui non ha proprio nulla a che
vedere. L ’ importanza del frammento Papafava non sta dunque,
a mio giudizio almeno, nell’ accozzo quanto mai ibrido ed ine
splicabile di elementi aulici con altri di origine popolare che
esso offrirebbe, se dessimo retta a cenuni; ma bensì in ciò
che esso è probabilmente uno de’ primi frutti di quell’ a m m i
razione, della quale eran divenuti oggetto fra noi il Roman de
la Rose e tutta quella produzione poetica che intorno ad esso
s’ andò rapidamente formando. Di codest’ a m m ira z io n e , che si
risolve nell’ imitazione più 0 meno pedissequa, p orgonsi do cu
mento in Toscana il Fiore e quel curioso Detto del fino amante,
che coll’ opera del gran poeta di Meung ha rapporti forse
men immediati di quel che generalmente si creda ( 1 ) . N el
l’ Alta Italia di questo movimento letterario, che del resto
era naturalissimo vi nascesse, non avevamo indizio sin q ui;
io sarei quindi ben lieto se gli studiosi si accordassero con
me nel rinvenirne un primo e notevole vestigio nel fram
mento Papafava.
Genova, 20 Maggio 1889.
F rancesco N o v a t i.
(1) Cfr. G o r r a , Introd. al Fiore, in M a z z a t i n t i , In vent. dei mss. delle
Bibl. [tal. di F r., V. Ili, p. 608. Si potrebbe qui ricordare anch e II bel
pome, corona di nove sonetti allegorici evidentemente ispirata dal Rotti,
de la Rose ad un poeta del sec. x i v (cfr. Giorn. Stor. della Lett. I t . , V I ,
223 e segg.).
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