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Arte

Il documento descrive vari luoghi di culto dedicati all'arcangelo Michele, tra cui il Santuario di San Michele Arcangelo in Puglia, il Monastero di San Michele Arcangelo di Panormitis in Grecia e il Monastero di Stella Maris in Israele, evidenziando la loro importanza storica e architettonica. Inoltre, analizza lo stile romanico, caratterizzato da strutture massicce e decorazioni scultoree, e fornisce dettagli sulla Basilica di San Michele Maggiore e sulla Basilica di Sant'Ambrogio a Milano, sottolineando la loro rilevanza nel contesto religioso e culturale. Infine, il documento menziona restauri e curiosità legate a queste chiese, evidenziando la loro continua importanza nel patrimonio artistico europeo.
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Il documento descrive vari luoghi di culto dedicati all'arcangelo Michele, tra cui il Santuario di San Michele Arcangelo in Puglia, il Monastero di San Michele Arcangelo di Panormitis in Grecia e il Monastero di Stella Maris in Israele, evidenziando la loro importanza storica e architettonica. Inoltre, analizza lo stile romanico, caratterizzato da strutture massicce e decorazioni scultoree, e fornisce dettagli sulla Basilica di San Michele Maggiore e sulla Basilica di Sant'Ambrogio a Milano, sottolineando la loro rilevanza nel contesto religioso e culturale. Infine, il documento menziona restauri e curiosità legate a queste chiese, evidenziando la loro continua importanza nel patrimonio artistico europeo.
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IL CAMMINO DI SAN MICHELE: SANTUARIO DI SAN MICHELE ARCANGELO- PUGLIA

Il santuario di San Michele arcangelo si trova a Monte Sant’Angelo, sul Gargano, in provincia di
Foggia. E’ anche noto come Celeste Basilica, in quanto, secondo la tradizione, direttamente
consacrato dall’arcangelo Michele e ha dignità di basilica minore, Il luogo è venerato a partire dal
490, anno in cui secondo la tradizione ci fu la prima apparizione dell‘arcangelo Michele, sul
Gargano, a San Lorenzo Maiorano. Un primo santuario venne costruito nel 493 sulla grotta dove
avvenne l'apparizione e a partire dal VII secolo l'area nella quale sorgeva il santuario, entrò a far
parte dei domini Longobardi poiché compresa nei territori del Ducato di Benevento. All‘arcangelo
Michele furono attribuite le medesime virtù guerriere un tempo adorate in Odino, dio germanico
della guerra, guida verso l’aldilà e protettore degli eroi e dei guerrieri. Il Santuario di San Michele
arcangelo divenne il principale centro di culto dell'arcangelo dell'intero Occidente, modello
tipologico per tutti gli altri. I duchi di Benevento e i re di Pavia,promossero interventi di
ristrutturazione per facilitare l'accesso alla grotta della prima apparizione e per alloggiare i
pellegrini. Il Santuario di San Michele Arcangelo divenne una delle principali mete di
pellegrinaggio della cristianità, tappa di quella variante della via Francigena oggi chiamata Via
Sacra Langobardorum che conduceva in Terra Santa. Dopo la caduta della Langobardia Maior nel
774 il santuario conservò la propria importanza all'interno della Langobardia Minor, sempre
nell'ambito del Ducato del Benevento. Quando anche Benevento cadde nell’XI secolo, del santuario
di San Michele Arcangelo si presero cura prima i Normanni, poi gli Svevi e gli Angioini, che
intervennero sulla struttura del santuario stesso, modificandone la parte superiore e arricchendolo
di nuovi apparati [Link]

CAMMINO DI SAN MICHELE: MONASTERO DI SAN MICHELE ARCANGELO DI


PANORMITIS- GRECIA
Il monastero di San Michele Arcangelo di Panormitis è un monastero greco-ortodosso dedicato
all‘arcangelo Michele, si trova nella parte meridionale dell'isola greca di Simi, nell'arcipelago del
Dodecaneso. La chiesa pare sia stata eretta verso il 450 d.C. sul luogo ove sorgeva un antico tempio
dedicato al dio Apollo e il suo aspetto attuale è dovuto a radicali interventi di restauro nel XVIII
secolo. Il campanile fu eretto nel 1911. Il monastero è un ampio edificio in stile veneziano il cui
ingresso è sovrastato da un campanile barocco. Le due file di edifici furono erette da italiani dopo
la seconda guerra mondiale. All'interno c’è un'ampia corte pavimentata e sulla sinistra sorge la
chiesa che contiene un'icona alta due metri e ricoperta di foglie d'argento, che rappresenta
l'arcangelo, protettore dei marinai dell'intero Dodecanneso. Una delle leggende sull'icona dice che
questa apparve miracolosamente, fu rimossa e riapparve miracolosamente sempre nello stesso
posto.

IL CAMMINO DI SAN MICHELE: MONASTERO DI STELLA MARIS- ISRAELE


Il monastero carmelitano di Stella Maris è un convento cattolico situato sul Monte Carmelo ad
Haifa, in Israele. Secondo la tradizione sarebbe fondato su una grotta che fu dimora del profeta
Elia. Venerato sin dall'antichità e già citato in documenti egizi del XIV secolo a.C. come una delle
conquiste del faraone Thutmose III, è nominato anche nella Bibbia come cima da cui il profeta Elia
sfidò i profeti di Baal. La prima fondazione del monastero omonimo risale all‘epoca bizantina,
quando esso divenne luogo di culto dell‘arcangelo Michele, già incluso nella liturgia Cristiano
Ortodossa e venerato dai Longobardi. Nel XII secolo la struttura venne fortificata dai crociati per
ospitare l‘Ordine Carmelitano, qui fondato da un gruppo di eremiti guidati da San Broccardo e la
cui regola fu approvata agli inizi del XIII secolo. Nel 1230 il superiore dei carmelitani, san Simone
Stock, testimoniò di aver avuto una visione della Madonna che dette origine alla devozione dello
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Scapolare del Carmelo. Nel 1631, secoli dopo la sconfitta crociata del 1291, i Carmelitani fecero
ritorno nel luogo in cui era nato l'ordine e costruirono un nuovo monastero nelle vicinanze ma nel
1768 si trasferirono nell'attuale collocazione. A seguito della fallita campagna napoleonica del
1799, il monastero fu distrutto e i suoi occupanti uccisi. L'edificio dell'attuale monastero fu
ricostruito fra il 1823 e il 1828 da monaci italiani ed è caratterizzato da una vistosa cupola.

IL ROMANICO
Il romanico è uno dei grandi stili artistici e architettonici dell’Europa medievale e si sviluppa
grosso modo tra l’XI e il XII secolo, in un periodo in cui la società occidentale stava lentamente
uscendo dalle incertezze dell’alto Medioevo e ritrovava una certa stabilità politica e religiosa. Il
nome “romanico” richiama l’arte romana antica, perché gli artisti di quell’epoca ripresero alcune
tecniche costruttive romane, come l’uso dell’arco a tutto sesto e delle murature massicce, anche se
reinterpretate in modo originale. Dal punto di vista dell’architettura, il romanico è
immediatamente riconoscibile per la sensazione di solidità e di potenza che trasmette. Le chiese
romaniche hanno muri molto spessi, poche aperture e finestre piccole, perché le tecniche
costruttive dell’epoca non permettevano ancora di reggere grandi strutture luminose come quelle
gotiche successive. L’interno tende ad essere piuttosto raccolto e severo, con colonne robuste e
volte a botte o a crociera che distribuiscono il peso della copertura. Tutto questo dava agli edifici
un aspetto quasi fortificato, simbolo della funzione anche spirituale e protettiva della chiesa. Un
elemento fondamentale del romanico è la funzione religiosa dell’arte. Le chiese non erano solo
luoghi di culto, ma anche strumenti di comunicazione per una popolazione in larga parte
analfabeta. Per questo motivo si diffondono sculture e affreschi con scene bibliche che
raccontavano storie sacre in modo semplice e immediato. Le figure sono spesso stilizzate, poco
naturalistiche, con proporzioni non realistiche: ciò non era un limite tecnico, ma una scelta
espressiva che privilegiava il messaggio spirituale rispetto all’imitazione della realtà.

BASILICA SAN MICHELE MAGGIORE


STORIA: La Basilica di San Michele Maggiore sorge sul sito di una precedente chiesa longobarda,
distrutta da un incendio nel 1004. L'edificio attuale fu iniziato alla fine dell'XI secolo e completato
entro la metà del XII secolo. È storicamente uno dei monumenti più importanti d'Italia, poiché per
secoli ospitò le incoronazioni dei Re d'Italia, tra cui quella celebre di Federico Barbarossa nel 1155.
La sua struttura riflette il prestigio politico e religioso di Pavia come capitale del Regno Italico. Nel
corso dei secoli, la chiesa ha mantenuto la sua funzione di edificio di culto, subendo pochi
cambiamenti strutturali che ne hanno preservato l'impianto romanico originario.
DESCRIZIONE.
ESTERNO: La facciata a capanna è realizzata in arenaria, un materiale fragile che ha conferito al
monumento il suo caratteristico aspetto "eroso". È tripartita da contrafforti a fascio e decorata con
un ricchissimo apparato scultoreo di fregi orizzontali che raffigurano scene di caccia, animali
fantastici e figure antropomorfe. Sono presenti tre portali strombati decorati con rilievi.
INTERNO: La pianta è a croce latina, divisa in tre navate da pilastri polistili che sostengono le
volte a crociera. Sopra le navate laterali si trovano i matronei. Nel presbiterio si trova il prezioso
mosaico pavimentale del XII secolo. Basilica di San Michele Maggiore, particolare del mosaico
pavimentale del presbiterio raffigurante il labirinto con Teseo e il minotauro.

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APPROFONDIMENTO: IL MOSAICO DEL LABIRINTO
Il mosaico (1110-1124) è un capolavoro in marmo e porfido. Presenta un labirinto unicursale che
simboleggia il difficile cammino dell'anima verso la salvezza. Al centro, Teseo uccide il Minotauro,
metafora della vittoria di Cristo sul male. Accanto è raffigurata la "Teoria dei Mesi" con l'Anno-Re
in trono circondato dalle attività agricole, a simboleggiare il tempo sacro della vita umana.
RESTAURI
A causa della fragilità della pietra arenaria, la Basilica è soggetta a continui monitoraggi. Tra il
2021 e il 2024 sono stati completati i restauri delle volte e del presbiterio. Nel 2024 è stato
installato il sistema tecnologico Ecodry per contrastare l'umidità di risalita che minacciava le
murature. Un progetto recente (2025) ha previsto l'uso della scansione 3D per creare repliche
digitali e fisiche dei bassorilievi più degradati della facciata.
CURIOSITA'
San Michele Maggiore è definita la "Reggia delle Incoronazioni". Una curiosità legata al mosaico
del labirinto riguarda l'uso medievale: i pellegrini lo percorrevano spesso in ginocchio come forma
di penitenza. Inoltre, si dice che l'orientamento della chiesa sia stato studiato per far sì che,
durante gli equinozi, la luce solare colpisca direttamente punti simbolici dell'altare maggiore.

LA CHIESA ROMANICA
Una chiesa romanica è un edificio sacro costruito tra l’XI e il XII secolo, caratterizzato da forme
solide, compatte e maestose. Questo stile si diffonde in Europa dopo l’anno Mille e prende il nome
dall’eredità dell’architettura romana, di cui riprende elementi come l’arco a tutto sesto e le
strutture massicce.
Caratteristiche principali
●​ Muri spessi e robusti, che trasmettono un senso di stabilità e protezione.
●​ Archi a tutto sesto (semicircolari).
●​ Volte in pietra, spesso a botte o a crociera, che sostituiscono le coperture in legno.
●​ Finestre piccole e strette, che rendono l’interno piuttosto buio e raccolto.
●​ Facciata semplice e simmetrica, talvolta con un rosone centrale.
●​ Decorazioni scultoree simboliche, soprattutto nei portali e nei capitelli, con scene
bibliche o figure fantastiche.
Struttura interna
La pianta è generalmente a croce latina, con:
●​ una navata centrale più alta,
●​ due o più navate laterali,
●​ un transetto che incrocia la navata,
●​ un’abside semicircolare nella zona dell’altare.
Facciata a capanna: doppio spiovente
Facciata a salienti: la parte centrale coincide con l'altezza della navata centrale, gli spioventi
laterali con quelle delle navatelle
facciata turrita: facciata delimitata da due torri
Il portale della chiesa è il diaframma tra il mondo profano e quello sacro e proietta all'esterno il
messaggio religioso. L'apertura rettangolare è inquadrata da stipiti ed è amplificata da una
strombatura a colonnine, al di sopra si trovano l'architrave e la lunetta. La lunetta - ospita la
decorazione più importante, spesso vi è rappresentato il Cristo come Salvatore o come Giudice Gli
stipiti e gli archivolti hanno iconografie legate alla vita quotidiana e al lavoro dell'uomo: l'operosità
è vista come come strumento di redenzione.

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ARCHI E VOLTE
La costruzione di un arco (A) richiede una struttura lignea temporanea per sostenere i conci
(mattoni o pietre cuneiformi) fino a quando non viene collocata la chiave di volta, o concio
centrale.
Gli archi sono collegati mediante un'imposta (B), una membratura sporgente all'estremità
dell'arco. Le imposte sono usate anche alla congiunzione fra un arco e il capitello di una colonna.
L'unione di più archi (C) costituisce una volta a botte. Una serie di volte a botte (D) può dar luogo a
un soffitto o tetto ad arcate.
Una variante è la volta a crociera (E), ricavata dall'intersezione di due volte

BASILICA DI SANT'AMBROGIO A MILANO 1080 circa - XII SEC.


La chiesa di XI-XII secolo sorge sui resti di una precedente chiesa paleocristiana, costruita nel IV
sec. per volontà di Sant'Ambrogio, il vescovo di Milano. Quando Sant'Ambrogio mori e poi divenne
santo, vi fu sepolto e a lui fu dedicata la chiesa, che ricalcava la pianta e l'estensione della
precedente. E' una chiesa molto cara ai milanesi, la seconda per importanza della città
L'edificio presenta una pianta basilicale a 3 navate con 3 absidi, senza transetto, ed è preceduta da
un quadriportico d'ingresso delle stesse dimensioni, che si apre verso la città. La sua funzione non
è di accogliere i catecumeni ma di ospitare riunioni dei cittadini e mercatini La facciata è a
capanna con un doppio livello di arcate: quelle in alto illuminano l'interno della chiesa, quelle in
basso si collegano alle arcate dei portici che sono nel quadriportico.
Materiali usati: mattoni e pietra e intonaco bianchi, materiali locali e «poveri» Campanili Il
campanile di destra, detto dei monaci, risale al IX secolo. Il campanile di sinistra, detto dei
canonici, risale al XII secolo. Al suo interno la basilica ha 3 navate, di cui la centrale è il doppio di
quelle laterali ed è divisa in 4 campate quadrate di cui 3 sono coperte da volte a crociera
costolonate. La quarta ha il tiburio. Le navate laterali sono sormontate da matronei e si dividono in
8 campate coperte a crociera. Le crociere sono sostenute da pilastri a fascio. In corrispondenza del
tiburio, nell'ultima campata della navata centrale, si trova il presbiterio con, al centro, l'altare di
Sant'Ambrogio, realizzato tra 1'824 e 1'859 da Vuolvino, su commissione dell'arcivescovo milanese
Angilberto II.

IL BATTISTERO DI SAN GIOVANNI:


Il Battistero di San Giovanni di Firenze è uno degli edifici più antichi e simbolici della città. Sorge
proprio di fronte alla cattedrale ed è dedicato al patrono fiorentino, San Giovanni Battista. Fu
consacrato nel 1059, ma l’aspetto che vediamo oggi è il risultato di interventi e modifiche avvenuti
nei secoli successivi. Rappresenta uno degli esempi più significativi del romanico fiorentino, uno
stile che unisce equilibrio, armonia e forte rigore geometrico. La struttura ha una pianta
ottagonale, forma ricca di significato simbolico: l’otto, nella tradizione cristiana, rappresenta il
“giorno nuovo”, cioè la resurrezione e la rinascita spirituale. Non è casuale che proprio questa
forma venga scelta per un battistero, il luogo in cui si riceve il battesimo, sacramento che segna la
rinascita cristiana. L’edificio è coperto da una cupola a padiglione, inglobata in una copertura
piramidale esterna che ne accentua la solidità e la compattezza. All’esterno colpisce
immediatamente il raffinato rivestimento marmoreo bicromo, ottenuto dall’alternanza del marmo
bianco di Carrara e del marmo verde di Prato. Questo contrasto cromatico non è solo decorativo,
ma contribuisce a sottolineare le linee architettoniche e il ritmo delle superfici. Ogni facciata è
suddivisa con grande regolarità in tre grandi arcate cieche, sovrastate da una fascia con finestre
incorniciate da timpani triangolari. L’insieme trasmette un senso di ordine e misura,
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caratteristiche fondamentali del romanico fiorentino, che guarda alla tradizione classica romana
per proporzione e armonia. Sul lato orientale si trova la cosiddetta scarsella, una piccola abside
rettangolare che ospita l’altare. Anche questo elemento, pur sporgendo dal corpo principale, si
integra perfettamente nell’equilibrio geometrico dell’edificio. L’interno è altrettanto solenne e
sorprendente. Le pareti presentano una decorazione a marmi che riprende i motivi esterni, con
una suddivisione in riquadri e arcate che richiamano l’architettura classica. Tuttavia, ciò che
domina lo spazio è la straordinaria decorazione musiva della cupola, realizzata tra il 1225 e il 1330
da maestranze influenzate dalla tradizione bizantina. Il grande Cristo Pantocratore, raffigurato al
centro, sovrasta l’intero ambiente con un’immagine maestosa e solenne; attorno a lui si sviluppano
scene del Giudizio Universale e storie bibliche, organizzate in fasce concentriche. L’oro dei mosaici,
illuminato dalla luce che filtra dalle finestre, crea un effetto suggestivo e spirituale, trasformando
lo spazio in un ambiente carico di sacralità. Nel corso dei secoli il Battistero è stato il luogo in cui
venivano battezzati tutti i cittadini fiorentini, comprese figure illustri della storia della città. Per
questo motivo non è soltanto un monumento artistico, ma anche un simbolo identitario profondo
per Firenze.

BASILICA DI SANT’ANGELO IN FORMIS:


Eretta sui resti del tempio di Diana Tifatina (presso il Monte Tifata), la chiesa esisteva già all’inizio
del X sec. e fu un possedimento di Montecassino. L’abate Desiderio di Montecassino la ricostruì tra
il 1062 e il 1087. E’ dedicata a San Michele Arcangelo. Facciata Preceduta da un portico a cinque
arcate sostenute da quattro colonne con capitelli corinzi, che si crede provengano dal tempio di
Diana, ha archi acuti, di tipo arabo. Al di sopra del portale in marmo bianco, fiaccheggiato da
colonne corinzie, nella lunetta c’è San Michele a mezzo busto, ad affresco, della seconda metà
dell’XI sec. Sulla destra della chiesa è il campanile, che fu il modello di tutti i campanili delle
cattedrali campane. La parte inferiore fu costruita con i massi squadrati provenienti dal santuario
di Diana Tifatina, termina in alto con una cornice classica. Segue la cella campanaria in laterizio,
con bifore e cornice bizantina. Di fronte alla chiesa è una terrazza panoramica affacciata sulla
pianura campana.
INTERNO: La chiesa ha pianta basilicale, presenta tre navate divise da 14 colonne di granito e
marmo cipollino, arcate a tutto sesto e capitelli corinzi antichi, si conclude con tre absidi. Il
pavimento a mosaico appartiene al tempio di Diana, e un’iscrizione lo data al 74 a.C.. Ospita resti
dei mosaici della chiesa di San Benedetto a Capua. La navata centrale ha un soffitto ligneo rifatto
nel 1927. Il fonte battesimale è ricavato da due rocchi di colonne scanalate, si trova a sinistra,
entrando. A sinistra dell’altare è un pulpito marmoreo del XII sec. molto semplice, decorato con
un’aquila acefala che tiene tra gli artigli il libro del Vangelo. Sono presenti tracce di mosaici.
AFFRESCHI: Commissionati dall’abate Desiderio e realizzati da maestranze italiane formatesi
sulla pittura bizantina di Montecassino, furono realizzati negli anni dal 1072 al 1078. Il programma
iconografico fu sviluppato da Desiderio su tutte le pareti interne della chiesa e racconta le storie
evangeliche. Nelle pareti della navata centrale, in tre registri sovrapposti, sono narrate le storie
della vita di Cristo (Nuovo Testamento) mentre sulle pareti perimetrali restano tracce delle storie
bibliche (Vecchio Testamento). Nei pennacchi degli archi ci sono figure di profeti e una Sibilla
(innesto pagano in ambito cristiano). Le maestranze locali hanno dato risalto nelle storie della vita
di Gesù al suo aspetto umano, eliminando dallo stile bizantino quell’aura di solenne distacco,
rinunciando a qualche dettaglio in cambio di realismo ed espressività.
MAJESTAS DOMINI (CRISTO IN MAESTÁ): Nel catino absidale è rappresentato Cristo
benedicente seduto su un trono intarsiato e gemmato, circondato dai simboli degli Evangelisti.
Tetramorfo A sinistra ci sono San Giovanni, l’aquila, e San Marco, il leone. A destra ci sono San
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Matteo, l’angelo, e San Luca, il bue. Cristo benedice con la mano destra e nella sinistra tiene aperto
il libro dell’Apocalisse dove è possibile leggere il verso «Io sono l’alfa e l’omega, sono il primo e
l’ultimo». In alto è rappresentata la colomba dello Spirito Santo, nel registro inferiore gli arcangeli
Gabriele, Michele (al centro, vestito con il loros, una fascia ricamata con inserti di pietre preziose,
utilizzata in ambiente imperiale bizantino) e Raffaele, posti tra l’abate Desiderio (a sinistra) che
regge il modellino della chiesa e San Benedetto (a destra) che regge il libro della sua regola
monastica. Il fondo azzurro non vuole rappresentare il cielo, in maniera naturalistica, ma un
generico luogo divino. Stile bizantino: figure allungate, frontali e senza volume, con i contorni
marcati, le vesti con fitte pieghe schematizzate. I gesti sono ripetitivi, gli occhi grandi e ben
marcati, il viso dal colorito giallognolo ha i pomelli rosso carminio sulle guance.

LA CROCE DIPINTA: IL CHRISTUS PATIENS CON STORIE DELLA PASSIONE:


Il Christus patiens è un crocifisso dipinto del XIII secolo che rappresenta il passaggio dalla
tradizione del Christus triumphans a quella del Christus patiens, cioè il Cristo morto sulla croce
secondo l’interpretazione più meditativa e umana della Passione. La figura di Cristo è raffigurata
con il corpo abbandonato al peso della morte: la testa è inclinata di lato, gli occhi sono chiusi e il
volto esprime un dolore composto e silenzioso, privo di drammaticità eccessiva. Il torso mostra un
modellato che suggerisce la sofferenza fisica attraverso le costole leggermente evidenziate e la
postura incurvata del corpo. Il perizoma è trattato con pieghe semplici ma ritmiche, tipiche della
pittura duecentesca pisana, che conferiscono un senso di solidità plastica alla figura. Ai lati del
braccio orizzontale della croce compaiono le scene della Passione di Cristo, che narrano
visivamente gli episodi salienti dell’ultima parte della vita di Gesù. Queste piccole storie servono a
guidare la meditazione del fedele: si possono riconoscere momenti come la flagellazione, la salita al
Calvario o altre tappe del percorso verso la crocifissione. Le scene sono impostate con figure
essenziali e sfondi architettonici schematici, perché l’attenzione resti concentrata sul significato
spirituale degli eventi più che sul dettaglio narrativo. Dal punto di vista stilistico, l’opera mostra un
gusto ancora bizantino nella ieraticità della figura, ma introduce anche una maggiore attenzione al
naturalismo e all’espressione del dolore umano di Cristo, tipica della sensibilità religiosa del XIII
secolo a Pisa. La funzione dell’opera era soprattutto devozionale: invitare alla contemplazione della
sofferenza redentrice di Cristo attraverso un racconto visivo semplice ma emotivamente
coinvolgente.

RILIEVO DI WILIGELMO
La prima lastra è l’unica con quattro scene: vi si trova il Padreterno, con in mano un libro recante
la scritta “Lux ego sum mundi, via verax, vita perennis” (“Io sono la luce del mondo, la via vera, la
vita perenne”) in una mandorla sorretta da due angeli, seguito dalla creazione di Adamo, dalla
creazione di Eva e dal peccato originale. Nelle due scene della creazione dei progenitori, Dio è
sempre raffigurato nella stessa posa, di fianco, rappresentato come un uomo maturo, barbuto e coi
capelli lunghi (esattamente come Adamo). Da notare peraltro come Eva sia raffigurata senza seno
nella scena della creazione, mentre Adamo appare coi genitali nascosti: è probabilmente
un’allusione alla loro innocenza primigenia. Nella scena successiva la vediamo con un vistoso seno,
mentre coglie il frutto dall’albero del Bene e del Male (si nota il serpente tentatore che glielo porge)
e Adamo lo sta mangiando. In un solo episodio, Wiligelmo ha inserito anche il momento
successivo, quello in cui Adamo ed Eva, dopo il peccato, si accorgono di essere nudi (ecco dunque
che si coprono con foglie di fico). Nella seconda lastra i progenitori, nella stessa posa, sono
protagonisti della scena del rimprovero di Dio e, nella seconda scena, della cacciata dal Paradiso
terrestre: in questo episodio sono però visibilmente affranti mentre vengono espulsi dal giardino

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dell’Eden, e per l’afflizione reggono le loro teste con le mani. La terza scena è quella del lavoro:
Adamo ed Eva, ormai sulla terra e vestiti, stanno zappando sotto un albero. “Le prime due lastre”,
scrive la studiosa Erika Frigieri introducendo il significato teologico della narrazione, “sono [...]
dedicate alla creazione dei progenitori, al loro peccato e alle conseguenze di questo: il lavoro viene
visto non solo come punizione, ma anche come via per la salvezza. Il lavoro inteso come mezzo di
riscatto e via per la redenzione spiega anche la scena iconografica assai rara in cui Eva viene
rappresentata mentre lavora invece che in quella, assai più diffusa, in cui fila ed allatta i figli,
allusione alla maledizione divina”.

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