Ignazio Silone
Ignazio Silone, pseudonimo di Secondo Tranquilli, nasce a Pescina dei
Marsi, in
Abruzzo, il 1 maggio 1900. Figlio di Paolo Tranquilli, piccolo proprietario
terriero, e
Marianna Delli Quadri, tessitrice, trascorre la sua infanzia nel paese natale,
e qui vive
due episodi negativi che segneranno per sempre la sua vita: la morte del
padre (1911) e
il Terremoto di Avezzano (1915). Quest'ultimo fu fatale a oltre 3500
pescinesi, nella
famiglia Tranquilli si salvarono solo Secondo, il fratello minore Romolo e
pochi altri
parenti.
Dopo la sciagura, i due orfani furono destinati a un collegio romano, dal
quale lo stesso
Silone scappò, e successivamente fu espulso proprio per quella fuga.
Fu un un sacerdote, Don Luigi Orione, precedentemente interessatosi alle
popolazioni
colpite dal Terremoto di Avezzano, a occuparsi del giovane Secondo,
destinandolo prima
ad un collegio di Sanremo, e successivamente ad uno di Reggio Calabria,
mentre il
fratello Romolo viene affidato ad un collegio di Tortona, in Piemonte; con
Don Orione,
Silone intratterrà un amicizia epistolare che durerà per tutta la vita.
Silone e la Politica
Il Silone adolescente dimostra già l'animo ribelle e una spiccata
propensione per
l'attivismo politico a difesa del ceto dei cosiddetti “cafoni” protagonisti
della sua
successiva denuncia sociale nei capolavori come Fontamara stesso: non
mancano
infatti, durante i ritorni nella Marsica, l'iscrizione all'Unione dei Contadini
e la
partecipazione ad una manifestazione popolare violenta, che lo portano al
pagamento di
un'ammenda di 1000 lire.
Nel 1917 lascia definitivamente gli studi e si trasferisce a Roma, dove si
iscrive
all'Unione Giovanile Socialista, avvicinandosi a grandi della sinistra
italiana del tempo
come Bordiga e Gramsci, mentre nel 1919 diventa segretario dell'Unione
Socialista
Romana.
Nel 1921 è tra i fondatori e primissimi membri del Partito Comunista
d'Italia: gli anni
comunisti lo portano in giro per l'Europa come corrispondente del PCI,
soprattutto nelle
redazioni delle riviste di propaganda (L'avanguardia a Roma, Il Lavoratore
a Trieste, La
Riscossa a Parigi ecc.). Partecipa al congresso della Terza Internazionale
dove incontra
Lenin in persona, all'apice del suo successo politico.
Dal 1922 fino al 1946, con l'ascesa del fascismo il PCI diviene un partito
clandestino, e
Silone si rifugiò in Svizzera (prima a Lugano e poi a Basilea), dove nel
1931 verrà a
sapere di essere stato coinvolto nella catena di espulsioni del PCI verso i
membri che
divergevano eccessivamente dal programma ideologico chiave del gruppo,
e questa può
essere considerata come la fine effettiva del primo periodo di attività
politica di Silone. E'
proprio in Svizzera che Silone, provato dal”esilio” e venuto a sapere
dell'arresto di suo
fratello Romolo come sovversivo del regime fascista e responsabile di un
attentato a
Milano, scrive in pochi mesi, nel 1930, il suo primo romanzo, Fontamara.
Egli stesso ne
ricorda i momenti di scrittura in un suo passaggio autobiografico:
« credevo di non aver più molto da vivere e allora mi misi a scrivere un
racconto al quale posi il nome di
Fontamara. Mi fabbricai da me un villaggio, col materiale degli amari
ricordi e dell'immaginazione, ed io
stesso cominciai a viverci dentro. Ne risultò un racconto abbastanza
semplice, anzi con delle pagine
francamente rozze, ma per l'intensa nostalgia e amore che l'animava,
commosse lettori di vari paesi in
misura per me inattesa. »
Il romanzo è destinato ad essere tradotto in decine di lingue e ad avere
successo in tutta
Europa, suscitando ammirazione e critiche positive in letterati del calibro
di Thomas
Mann e Albert Camus.
Dal 1931 al 1933 fonda e dirige la rivista in lingua tedesca Information,
occupandosi sia
di letteratura che di arte e design, tanto da venire in contatto con la scuola
della
Bauhaus.
Nel 1934 scrive il saggio politico Fascismo. origini e sviluppo, nel 1935 è
la volta de
Un viaggio a Parigi, raccolta di racconti satirici ad uscita periodica.
Nel 1936 esce il romanzo Pane e vino (cambiato in Vino e pane nel 1955),
nel quale
racconta delle vicende di Pietro Spina, comunista tornato clandestinamente
in patria per
combattere il fascismo. Come per Fontamara, è evidente il forte richiamo
autobiografico
dell'autore, che costruisce la storia servendosi dei ricordi della sua terra
natìa.
Nel 1938 pubblica La scuola dei dittatori, un saggio politico dagli accesi
toni satirici,
dapprima scritto in tedesco, poi in inglese, e solo successivamente, nel
1962, approdò in
Italia, per ovvi motivi di oscurantismo del regime fascista.
Nel 1941 pubblica il romanzo Il seme sotto la neve, che viene considerato
una
prosecuzione di Pane e vino.
Nel 1942 conosce Darina Laracy, giornalista irlandese che sposerà 4 anni
dopo, una
volta tornato in Italia. Nello stesso anno viene arrestato per propaganda
politica non
autorizzata dal governo svizzero, che aveva ricevuto precise direttive dal
regime fascista
sull'attività sovversiva di Silone.
Il 1944 è l'anno del rientro in patria: Silone atterra con un volo militare a
Napoli e il 14
ottobre incontra Pietro Nenni a Roma. Da questo incontro inizia un
periodo di ritorno in
politica sul filo del nuovo Partito Socialista Italiano, sempre in campo
giornalistico (in
quegli anni fu direttore dell'edizione romana dell'Avanti! e corrispondente
di partito a
Londra, dove conosce George Orwell).
Nel 1946 fonda la rivista L'Europa socialista, nel periodo più caldo della
formazione dei
nuovi partiti del dopoguerra. In vecchiaia, soprattutto, egli si batterà per
combattere sia la
partitocrazia dilagante in quel periodo, sia il ruolo politico della Chiesa
nella nuova
Repubblica. Tramite la Democrazia Cristiana, il principale partito italiano
del tempo, la
Chiesa aveva un effettivo punto di controllo privilegiato sulle decisioni del
Governo
Italiano. Proprio per questa ragione, in un intervista alla rivista L'Express
del 1961,
Silone si autodefinì un “cristiano senza chiesa”, oltre che un “socialista
senza
partito”, in seguito alla sua dipartita definitiva dalla politica.
Nel '46 Silone fa il suo unico ma significativo ingresso in Parlamento,
come membro
dell'Assemblea Costituente incaricata di redigere la Costituzione della
nuova
Repubblica.
Nel 1952 scrive il romanzo Una manciata di more. Nel 1953 viene
convinto da Giuseppe
Saragat a militare nelle liste del Partito Socialdemocratico Italiano, ma
riceve una sonora
sconfitta prendendo, contando solo la natìa Pescina, 320 voti circa.
Congedandosi definitivamente dalla politica dei partiti, riprende l'attività
letteraria e
nell'arco di un decennio scrive tre romanzi: Una manciata di more (1952),
Il segreto di
Luca (1956), La volpe e le camelie (1960). Allo stesso tempo, però, non
rinuncia a
battersi per gli ideali di una democrazia reale e non formale. Pertanto
intensifica il suo
impegno sul piano culturale contro i mali e le ingiustizie dei paesi sia
dell'Est sia
dell'Ovest. Fonda insieme con altri l'Associazione per la libertà della
cultura; prende
parte a vari congressi internazionali di scrittori, scende in campo per i
"fatti d'Ungheria";
e assume, con Nicola Chiaromonte, la direzione della rivista «Tempo
presente»
(1956-1968), dalla cui tribuna lancia una campagna di difesa dei dissidenti
russi
Solzenicyn, Sacharov e Pasternak, fra sussurri di occulti finanziamenti da
parte
statunitense.
Il suo difficile ruolo di «socialista senza partito e cristiano senza chiesa»
emerge nei
saggi e nei racconti raccolti nel volume Uscita di Sicurezza (apparso per la
prima volta
nel 1949 e riedito in un'edizione definitiva nel 1965) e nel dramma
L'avventura di un
povero cristiano(1968), trasposizione teatrale del romanzo Pane e vino.
Negli anni '70 i suoi battaglieri interventi si diradano. Incompiuto rimane il
suo ultimo
romanzo La speranza di Suor Severina (pubblicato in un edizione postuma
a cura della
moglie nel 1981).
Il 22 agosto 1978, Ignazio Silone muore in una clinica di Ginevra, colpito
da un attacco
celebrale. Viene sepolto a Pescina, secondo il desiderio espresso nelle sue
disposizioni
testamentarie:
«Mi piacerebbe di esser sepolto così, ai piedi del vecchio campanile di San
Berardo, a Pescina,
con una croce di ferro appoggiata al muro e la vista del Fucino, in
lontananza»
Fontamara
Fontamara è il romanzo più famoso di Ignazio Silone e nel contempo anche
il più rappresentativo della sua esperienza letteraria. Il racconto viene scritto
durante il 1930 nel giro di pochi mesi, e pubblicato dapprima in tedesco
(1933), solo un anno dopo in italiano. Prima che sia pubblicato in Italia, è
necessario aspettare la caduta del Fascismo, nel 1945, per la chiara denuncia
al regime di Mussolini all'interno del romanzo.
La prefazione
Il romanzo si apre con una prefazione scritta dall'autore in prima persona,
che rappresenta quindi il narratore di primo grado: Silone descrive
Fontamara come un piccolo borgo arroccato sulle montagne della Valle del
Fucino, “fuori dalle vie del traffico, quindi un po' arretrato e misero e
abbandonato dagli altri”. Dopodiché si sofferma sulla difficile condizione
sociale dei “cafoni”, figure-chiave e protagonisti di tutti i romanzi siloniani,
che costituiscono l'intera popolazione fontamarese. Di bassissima estrazione
sociale, i cafoni non hanno una particolare istruzione, ma per tutta la vita
sono impegnati a mantenere, a suon di debiti e battaglie legali (e anche
fisiche), quel minimo “patrimonio” fatto da una casa-stalla di pietra o
scavata nella montagna, del bestiame di piccola taglia e, talvolta della terra
propria, uno dei più grandi vanti che un cafone comune, solitamente
fittavolo in fatto di campi, può vantare.
L'autore riflette inoltre su come, nonostante lontano da Fontamara (“in
pianura”) si susseguano eventi, fatti storici e governi, nel piccolo borgo di
montagna nulla cambia, le liti tra famiglie continuano per decenni, e gli anni
non sono altro che un ciclo perpetuo di fasi della coltivazione e feste
religiose.
Il primo livello di narrazione
Dopo questa descrizione di Fontamara e i suoi abitanti, Silone passa al primo
livello di narrazione: egli infatti, mette in scena l'espediente letterario del
racconto riportato dai tre narratori veri e propri, Giuvà (Giovanni), vecchio
di Fontamara, sua moglie Matalè (Maddalena) e il loro figlio, dal nome mai
citato nel libro.
La narrazione inizia da una situazione reale: Silone è nella sua casa in
Svizzera, una sera del 1930, a richiamare i ricordi del paese natìo
(Fontamara, non Pescina come nella realtà), quando improvvisamente bussa
alla porta la famiglia di fontamaresi, che precipitatisi in casa, raccontano a
Silone le vicende che costituiranno i dieci capitoli del romanzo. Ogni
narratore racconta un certo numero di capitoli: a Giuvà spettano il primo, il
terzo, il quarto, la seconda metà del quinto, il sesto, il settimo e il decimo
capitolo, a Matalè il secondo e la prima metà del quinto mentre al figlio
spettano l'ottavo e il nono.
La vicenda
“Gli strani fatti che sto per raccontare si svolsero l'estate dell'anno scorso
a Fontamara”
Questo è l'incipit del romanzo, che inquadra precisamente il tempo e
l'ambiente del racconto, diviso in esattamente dieci capitoli:
Nel primo capitolo, il 1 giugno del 1929, a Fontamara viene tagliata la luce
elettrica. Mentre i fontamaresi cercano una motivazione, sale verso il paese
un omiciattolo in bicicletta, il Cavalier Pelino, che comunica agli uomini del
paese di dover firmare una “carta bianca”. I fontamaresi, credendo che così
avrebbero risolto il problema dell'elettricità, si radunano alla cantina di
Marietta, unico locale pubblico del paese, e firmano la carta. Qui comincia
la catena di ingiustizie subite dalla piccola comunità montana: la “carta
bianca” è in realtà un permesso dato al nuovo signorotto locale, l'Impresario,
da parte dei fontamaresi, per deviare il fiumiciattolo che, sgorgando sul
fianco del monte di Fontamara, va ad irrigare i campi dei suoi abitanti, ai
piedi del borgo.
Scoperto l'imbroglio, mentre gli uomini sono a lavoro nei campi, nel
secondo capitolo le donne vanno a protestare ad Avezzano. Qui le donne
incontrano Don Circostanza, l'avvocato che dalle voci narranti viene
considerato il difensore dei poveri cafoni, ma che al lettore appare
immediatamente come uno sfruttatore di questi. Per calmare gli animi delle
fontamaresi che chiedevano giustizia a gran voce, l' “Amico del Popolo” si
inventa uno stratagemma proverbiale: dato che entrambe le parti vogliono
più della metà dell'acqua, ma questa deve essere divisa equamente, egli
propone che i tre quarti dell'acqua vadano all'Impresario, mentre i restanti
tre quarti vadano ai fontamaresi. Le donne non capiscono l'imbroglio e
tornano al paese perplesse sull'accordo appena firmato.
Il terzo capitolo è interamente dedicato a Berardo Viola, protagonista
maschile del racconto. Dotato di una forza straordinaria e testa calda,
Berardo è discendente di una famiglia di ribelli e briganti, orfano di padre,
morto emigrato in Brasile, e vive con la madre, Maria Rosa, in una casa
scavata nella roccia, tra le più alte di tutto il borgo. Maria Rosa non fa che
insistere per l'intera vicenda sul triste destino dei Viola, che “non sono fatti
per avere una casa e un letto caldo, ma per morire in carcere o tra le
montagne”, come il nonno di Berardo, che faceva il brigante. Berardo dà
corda a queste voci sul suo conto e, diventato trentenne, povero e senza una
terra da coltivare (grave smacco per un cafone), è imbarazzato a chiedere in
sposa l'amata Elvira, bella, gentile e dalla abbondante dote di nozze. Perciò
chiede aiuto a Don Circostanza, il quale gli promette di trovargli al più
presto un lavoro a Roma.
Nel quarto capitolo gli uomini di Fontamara sono coinvolti in quella che
sembra una riunione ad Avezzano di tutti i contadini del Fucino per la
ridistribuzione dei terreni nella Piana in seguito alla cacciata dei principi di
Torlonia e l'insediamento del misterioso “nuovo governo” (il neonato
Fascismo). Arrivati in città però, non solo arrivano ad azzuffarsi con un
gruppo di giovani fascisti, ma scoprono che non ci sarà nessuna riunione, o
meglio che una ridistribuzione c'era stata, ma ovviamente operata dai ricchi
latifondisti a loro piacere, e che loro erano lì per far parte della folla festante
che doveva accogliere in città le nuove cariche politiche del Fucino. Prima
di andarsene da Avezzano, il gruppo di cafoni capitanato da Berardo,
vengono avvicinati da un personaggio che gli propone di prendere le armi
contro le autorità, ma essi, una volta che la strana figura era andata a
prendere queste armi da consegnare ai fontamaresi, questi scappano sotto il
consiglio di un altro tale che confessa loro che quello è solo un provocatore
che collabora con la polizia, e così l'intero gruppo fa ritorno a Fontamara.
Nel quinto capitolo, Fontamara, sospettata di essere un covo di sovversivi,
viene invasa da una squadra d'assalto fascista che, approfittando dell'assenza
degli uomini, razzia l'intero borgo in cerca di armi, e ne approfitta per
stuprare le donne. Matalè, la voce narrante, ed Elvira riescono a rifugiarsi
nel campanile e a suonare la campana per richiamare gli uomini al paese:
accorsi sul posto, il gruppo di contadini viene interrogato dai fascisti per
scoprire quali sono le intenzioni politiche dei cafoni. Ovviamente
l'interrogatorio risulta come un'accozzaglia di malintesi causata
dall'ignoranza dei fontamaresi, e la vicenda viene risolta da Matalè, che fa
affacciare Elvira piangente dal campanile. I fascisti, credendo di essere
davanti ad una apparizione della Madonna, cadono nel panico e scappano di
nuovo verso la pianura.
Nel sesto capitolo si assiste ad una serie di eventi indipendenti tra loro:
Berardo capisce che per il suo bene e per l'amore verso Elvira deve
affrettarsi a partire per Roma: così lui, Giuvà e Scarpone, con il pretesto di
dover chiedere a Don Circostanza la paga per un lavoro agricolo sbrigato
dai tre fontamaresi, accompagnarono Berardo a informarsi per il lavoro nella
Capitale. La scena successiva riguarda la messa di Don Abbacchio, curato
del paesino, che all'uscita dalla chiesa viene implicitamente accusato da
Berardo di stare dalla parte dell'Impresario. Sulla fine del capitolo, i toni si
fanno più tesi: alla deviazione del fiumiciattolo fatta costruire
dall'Impresario si sono riunite tutte le cariche competenti nella faccenda
(Impresario, Notaio, Don Circostanza, gli squadristi che avevano attaccato
Fontamara) che decidono una volta per tutte di deviare tutta l'acqua,
prosciugando i canali dei campi dei fontamaresi. Questi ultimi agitano una
sommossa contro i carabinieri che presidiano la scena, mentre le donne
lanciano ogni sorta di maledizione contro l'Impresario e il suo seguito. Come
al solito è Don Circostanza a mediare una nuova trattativa con i cafoni:
l'acqua del ruscello apparterrà all'Impresario per dieci lustri; fatto sta che tra
i cafoni, nessuno sa effettivamente quanto tempo siano 10 lustri, ovvero 50
anni.
Nel settimo capitolo il discorso torna a focalizzarsi su Berardo: continua a
ripetere che non è più un ragazzo, che deve pensare alla sua situazione in
modo maturo invece che continuare a protestare per l'intero paese in maniera
violenta rischiando di finire in carcere. Perciò lui e il figlio di Giuvà, anche
lui deciso a partire, si recano ripetutamente da Don Circostanza per parlare
della faccenda di Roma. Il fatto che Berardo abbandoni Fontamara a sé
stessa in una situazione simile, scredita il giovane di fronte a gran parte dei
compaesani e di fronte a Elvira, che gli confessa di amarlo, ma per come era
prima. La notte prima della partenza dei due giovani, si sente la campana
della chiesa suonare debolmente: credendo si tratti del vento, nessuno si
allarma.
Nell'ottavo capitolo comincia la narrazione del figlio di Giuvà. Lui e
Berardo stanno per prendere il treno, quando Scarpone di presenta alla
stazione per comunicare ai due il vero motivo per il quale la notte prima la
campana ha suonato: Teofilo il sacrestano, in preda alla disperazione, si è
impiccato con la corda del campanile. Berardo, nonostante il dolore e le
suppliche di Scarpone, decide di partire lo stesso. Dopo essersi scambiati
pochissime parole in treno, i due arrivano finalmente a Roma. L'ufficio di
collocamento comunica loro che non può fare niente, in quanto abruzzesi,
si sarebbero dovuti rivolgere allo stesso tipo di ufficio, ma all'Aquila. Così
i due cercano lavoro clandestinamente, presso un tale chiamato Achille
Pazienza, che dopo un anticipo di venti lire e diverse cibarie fatte spedire
direttamente da Fontamara, si rivela un truffatore senza alcun lavoro per i
due fontamaresi. Rientra quindi in scena un personaggio già incontrato da
Berardo ad Avezzano, il tale che aveva avvertito i cafoni di non dare retta al
provocatore incontrato in osteria. Si scopre che l'Avezzanese (così viene
chiamato per tutto il resto del romanzo) è un partigiano, che si dimostra
gentile verso i due offrendogli un pasto e mettendo al corrente Berardo e il
Figlio di Giuvà su ciò che sta accadendo nell'Italia di quel periodo e sulla
Resistenza stessa, e anche di un partigiano, il Solito Sconosciuto, ricercato
in tutta l'Italia centrale per incoraggiamento alla propaganda antifascista. Ma
tutti e tre vengono però scoperti e arrestati da alcuni Carabinieri in ispezione.
In carcere, i tre vengono messi nella stessa cella, finché un giorno, viste le
sfiancanti torture e digiuni patiti per non confessare, Berardo mente e
confessa ad una guardia di essere il Solito Sconosciuto.
Nel nono capitolo l'Avezzanese viene liberato e il figlio di Giuvà, riunito
con Berardo nella stessa cella, è testimone degli effetti dei continui
“interrogatori” subiti dall'amico, che rientra in cella ogni volta più
irriconoscibile e pieno di lividi, sostenendo ogni volta che ciò che sapeva lo
aveva già confessato. Un giorno, in un interrogatorio, il commissario gli
presenta una copia di un giornale partigiano, dove c'è scritto in prima pagina
VIVA BERARDO VIOLA, con sotto un articolo che riporta la notizia della
sua prigionia, del suo eroico calvario e della morte di Elvira per malattia. Il
commissario gli chiede come effettivamente fosse riuscito a far sapere della
sua prigionia alla redazione del giornale, ma Berardo è alienato nella sua
dimensione eroica: era stato predetto che sarebbe morto in carcere da ribelle,
e non sarebbe morto solo da eroe di Fontamara, ma da eroe dell'Italia intera,
e poi, ora che Elvira era morta non aveva nulla da perdere. Così continua ad
insistere di non avere null'altro da dire. Prima dell'ultimo “interrogatorio”,
Berardo saluta per l'ultima volta il figlio di Giuvà dicendogli di portare i
suoi saluti al resto dei fontamaresi. Trasferito in un altra cella, dopo due
giorni, il giovane viene a sapere dalle guardie che Berardo si è impiccato
alle sbarre della sua cella, ma manca un testimone che possa dire che sia
andata veramente così, e che può barattare la libertà in cambio di una falsa
testimonianza. Egli quindi testimonia questa versione dei fatti di fronte al
Capo della Polizia e di fronte ad un giudice, dopodiché viene scagionato e
rimandato a Fontamara.
Nel decimo capitolo, il figlio di Giuvà, tornato in paese, trova i fontamaresi
alle prese con il poligrafo lasciato a Fontamara dal Solito Sconosciuto: il
partigiano era arrivato in paese portando la notizia della morte di Berardo e
aveva spiegato ai paesani di dover mettere su una denuncia scritta di ciò che
avveniva da mesi a Fontamara e divulgarla facendone più copie attraverso
il poligrafo. Nasce così il Che Fare?, il “primo giornale dei cafoni”, che
come prima notizia ha proprio la morte di Berardo. La famiglia di Giùvà
decide di andare a festeggiare il ritorno del figlio andando a consegnare a S.
Giuseppe, un paese limitrofo, alcune copie del giornale. Al loro ritorno
scoprono che Fontamara è stata totalmente distrutta, in seguito ad una
soffiata ai fascisti a proposito del Che Fare?: un contadino in fuga spiega
loro che i fascisti stanno uccidendo chiunque non sia riuscito a fuggire prima.
Non potendo più mettere piede nella loro casa, i tre fuggono in Svizzera,
dove raccontano a Silone in persona le vicende accadute un anno prima.
Contesto storico, tematiche e stile
Fontamara è stato scritto e pubblicato tra il 1930 e il 1935, il che significa
che è cronologicamente collocabile nel periodo tra la il primo e il secondo
conflitto mondiale. La scena politica è quella dei grandi totalitarismi di
inizio Novecento: il Fascismo, ormai ben consolidato in Italia, costringe
Silone a rifugiarsi in Svizzera e a dare lì alle stampe i suoi romanzi. La
letteratura europea in quel periodo era prospera di quello che può essere
definito come “romanzo dell'interiorità” (Ulisse di Joyce, Alla ricerca del
tempo perduto di Proust, e in Italia Il fu mattia Pascal, Uno nessuno e
centomila di Pirandello e La coscienza di Zeno di Svevo) che scavava nel
soggettivismo della coscienza umana per scovarne la natura più recondita.
Silone sembra invece totalmente slegato da questo tipo di ricerca letteraria:
interessato fin da giovane alle vicende politiche dei contadini Pescinesi e
poi legato a Comunismo e Socialismo, l'autore abruzzese è antesignano di
un fenomeno culturale che prenderà piede solo dopo la fine della Seconda
Guerra Mondiale: il Neorealismo. Con questo termine si è soliti definire la
corrente cinematografica caratterizzata dai film di Roberto Rossellini,
Vittorio De Sica, ecc.; tuttavia il Neorealismo si sviluppa anche in letteratura,
con opere che sottolineano la realtà dei difficili anni del Dopoguerra, dal
punto di vista sociale e politico: Silone può essere considerato appartenente
al filone meridionalista del Neorealismo (Alvaro, Brancati). Forti della
lezione narrativa di Verga, filtrata attraverso le opere di Pirandello e
D'Annunzio, i meridionalisti analizzano il loro periodo storico unendo il le
tematiche affrontate dagli autori del Nord Italia (La Resistenza de Il
Partigiano Johnny di Fenoglio, o la guerra in Una casa in Collina di Pavese,
ad esempio), alla descrizione del mondo contadino del Meridione, spesso
arretrato, ancora chiuso nella mentalità feudale pre-unitaria, e perciò
sfruttato dalla borghesia del tempo, dai “gentiluomini”, per utilizzare un
termine siloniano.
Il clima rurale delle montagne marsicane descritte da Silone si colloca
perfettamente in questo genere di romanzo: soprusi, lotte di classe e
avvenimenti della “micro-storia” coinvolgono un fittizio, ma fortemente
autobiografico, paesino di montagna, e i suoi abitanti, nella semplicità della
loro ignoranza, non cercano altro che giustizia, una giustizia che non
arriverà mai. Lo stile di scrittura del romanzo sembra rispettare il canone
dantesco del registro linguistico adattato al contesto narrato: così Silone si
finge “mediatore linguistico” tra il lettore e i personaggi della storia che, se
cafoni, sosterranno dialoghi paratattici e ricchi di espressioni e detti popolari,
se istruiti, avranno un lessico ricercato, alto e talvolta arricchito con
latinismi.
I fatti narrati sono generalmente tragici, specie alla fine della storia, ma
l'ironia di personaggi come Berardo o Baldissera, le battute, gli scherzi e la
fiducia infusa dalla religione ai protagonisti, alleggeriscono nella mente del
lettore il peso delle continue angherie subite dai cafoni di Fontamara.