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Le rocce metamorfiche derivano dalla trasformazione di protoliti in risposta a variazioni di pressione e temperatura, mantenendo la composizione chimica ma subendo cambiamenti mineralogici. Il metamorfismo può essere isochimico o allochimico e avviene in diverse condizioni, influenzato da fattori di controllo e cinetici, e può essere classificato in vari tipi, come contatto, regionale e idrotermale. La classificazione delle rocce metamorfiche si basa su tessiture e paragenesi, con la foliazione e la lineazione che forniscono informazioni sulla deformazione subita dalla roccia.

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Le rocce metamorfiche derivano dalla trasformazione di protoliti in risposta a variazioni di pressione e temperatura, mantenendo la composizione chimica ma subendo cambiamenti mineralogici. Il metamorfismo può essere isochimico o allochimico e avviene in diverse condizioni, influenzato da fattori di controllo e cinetici, e può essere classificato in vari tipi, come contatto, regionale e idrotermale. La classificazione delle rocce metamorfiche si basa su tessiture e paragenesi, con la foliazione e la lineazione che forniscono informazioni sulla deformazione subita dalla roccia.

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Le rocce metamorfiche sono il prodotto delle trasformazioni mineralogiche e tessiturali di rocce sedimentarie,

metamorfiche o magmatiche in risposta a cambiamenti di pressione o temperatura. La roccia di partenza prende il


nome di protolite. Questo processo avviene allo stato solido.
È un processo isochimico, si conserva quindi la composizione chimica originaria, ma ci sono cambiamenti
mineralogici e tessiturali. I minerali possono cambiare, ma gli elementi chimici totali restano gli stessi.
In alcuni casi però il processo può essere allochimico: qua la composizione chimica cambia. C’è una rimozione o
aggiunta di elementi chimici a causa di interazioni con fluidi. Ad esempio, una roccia basaltica interagisce con fluidi e
si arricchisce di sodio e silice: diventa una roccia ricca di albite.
Talvolta si parla di metasomatismo. Il metasomatismo è un processo metamorfico in cui una roccia, rimanendo allo
stato solido, subisce una profonda alterazione chimica tramite l'introduzione o la rimozione di elementi chimici,
mediata da fluidi caldi idrotermali che ne modificano la composizione originale, sostituendo minerali preesistenti con
nuovi, più adatti alle nuove condizioni chimico-fisiche. (rocce metasomatiche: serpentiniti, albititi)
Come intervallo di T siamo tra i 200 e i 700°.
Per poter passare da un protolite a una roccia metamorfica servono delle condizioni specifiche. Si fa quindi
riferimento a determinati fattori, che possono essere di controllo o cinetici.
- FATTORI DI CONTROLLO: determinano le condizioni di equilibrio. Sono Pressione e Temperatura.
- FATTORI CINETICI: determinano quanto velocemente avviene la reazione. Sono fattori attivati dal
movimento delle placche.
a) ∆P
b) ∆T
c) P orientate: all’interno della crosta terrestre sono in atto movimenti di masse rocciose che esercitano
«spinte» contro altre rocce, secondo varie possibili direzioni, in genere diverse dalla verticale (che è la
direzione della pressione di carico, dovuta al peso delle rocce soprastanti). Sono pressioni che non agiscono in
modo uniforme, hanno intensità diverse in base alla direzione. Provocano compressione (con conseguenze
riduzione dei grani = rocce + attaccabili!), scorrimento o allungamento dei minerali in direzioni specifiche.
Possono causare scistosità, foliazioni, pieghe, tagli e crescita orientata. Il modo in cui la roccia reagisce a
queste pressioni dipende dalla T: più è alta T più le risposte della roccia saranno duttili o plastiche. A T più
basse la roccia è invece più fragile.
d) Attività dei fluidi: I fluidi hanno un ruolo essenziale nel processo metamorfico: sono l'agente di
mobilizzazione e trasporto degli ioni nelle reazioni metamorfiche, ne condizionano l'innesco e ne aumentano
la velocità, inoltre favoriscono la ricristallizzazione orientata dei minerali sottoposti a stress.

Sull’asse X abbiamo le
temperature, su quella Y le
pressioni. Il campo PT è
suddiviso in zone chiamate
facies. OGNI FACIES
METAMORFICA È UN
INSIEME DI CONDIZIONI
PT CHE PORTANO ALLA
FORMAZIONE DI
SPECIFICI MINERALI.
Al variare delle condizioni di
T e P, varieranno i minerali
che si formano, molti dei
quali sono esclusivi delle
rocce metamorfiche. Con il
termine paragenesi si intende
un'associazione di minerali
originatisi
contemporaneamente o con
successione immediata in seguito allo stesso fenomeno minerogenetico. Una paragenesi è il risultato di un equilibrio
chimico e termodinamico raggiunto dalle specie cristalline coesistenti in risposta alle nuove condizioni di T e P. La
petrologia sperimentale ha permesso di stabilire, con un buon margine di affidabilità, a quali valori di P e T certi
minerali e certe paragenesi si formano o scompaiono (sostituite da altre) in una roccia metamorfica. Tracciando in un
diagramma P-T le linee che delimitano la comparsa/scomparsa di determinati minerali o associazioni di minerali di
una paragenesi si è potuto dividere il campo del metamorfismo in diverse aree, ognuna delle quali rappresenta una
facies metamorfica. I minerali che si possono formare in ciascuna di queste aree dipendono dalla composizione
chimica della roccia di partenza (protolito). Protoliti a diverso chimismo svilupperanno, in ognuna di queste aree,
minerali e paragenesi diverse, sicché si può dire che una facies metamorfica è definita da tutte le paragenesi che si
sviluppano in un determinano campo di T e P. A ciascuna facies è stato dato il nome di una delle diverse rocce a
chimismo basico che si formano in quell'ambito di T e P (anfiboliti, granuliti ecc.). I confini tra l'una l'altra non sono
netti, sia perché molte reazioni chimiche che segnano il passaggio da una facies a un'altra non avvengono a una
temperatura precisa ma in un intervallo di temperature più o meno ampio, sia perché si può ottenere una stessa
paragenesi partendo da reazioni chimiche che avvengono a P-T diverse.
- Campo arancione = basso grado metamorfico (zeoliti)
- Campo verde = intermedio (scisti verdi)
- Verde scuro = alto (anfiboli)
- Blu = alte pressioni (scisti blu)

➔ Se i bordi tra i vari minerali sono ben sviluppati e lineari = i minerali sono in equilibrio. Quindi per
individuare la paragenesi: bordi razionali + esistono determinati minerali che sono quasi sempre in
associazione, con margini in comune.
I protoliti, in base alla loro composizione chimica, si dividono in:
1- PROTOLITI DEL SISTEMA BASICO: sono i più reattivi. Ad esempio basalti e gabbri. (formano anfiboliti ed
eclogiti)
2- PROTOLITI DEL SISTEMA PELITICO: sono rocce terrigene a grana molto fine. È un sistema ricco di Al e
K. (danno vita a gneiss e micascisti)
3- PROTOLITI DEL SISTEMA ULTRAFEMICO: ricco in Mg e Fe. Povero in silice. (danno vita a serpentiniti)
4- PROTOLITI DEL SISTEMA CARBONATICO: derivano da rocce sedimentarie carbonatiche, come calcari e
dolomie. Col metamorfismo formano marmi e calcescisti.
Esistono poi vari tipi di metamorfismo:
A) Metamorfismo di contatto o termico → causato da un aumento di temperatura quando un magma intrude una
roccia ospite. Si forma una zona di alterazione attorno al plutone, chiamata aureola.
B) Metamorfismo idrotermale → Alterazione chimica causata quando fluidi caldi e ricchi in ioni (soluzioni
idrotermali) circolano in fessure e vene della roccia. Diffuso nei sistemi di dorsale medio oceanica.
C) Metamorfismo regionale → Metamorfismo orogenico, metamorfismo di subduzione, metamorfismo di fondo
oceanico. Produce I maggiori volumi di rocce metamorfiche.
Il metamorfismo regionale detto anche dinamo-termico, occupa aree di vasta estensione coinvolgendo grandi
volumi di roccia ed è associato a processi tettonici su larga scala, come l'espansione del fondo oceanico, la
subduzione di una placca, il raccorciamento crostale collegato a collisione di placche, la subsidenza di bacini
profondi ecc. Il principale ambiente del metamorfismo regionale è quello collegato allo sviluppo di una catena
montuosa, detto anche metamorfismo orogenico: infatti tutte le grandi catene montuose profondamente erose
mostrano alle loro radici un nucleo di rocce metamorfiche.
D) Metamorfismo da impatto → Causato da un aumento di pressione nella roccia. Ad esempio, si verifica quando
i meteoriti colpiscono la superficie terrestre. I prodotti si chiamano impattiti.
E) Metamorfismo di seppellimento. Avviene alla base dei grossi bacini sedimentari.
F) Metamorfismo in zone di faglia → alte T e profondità.
Il metamorfismo polifasico è un processo geologico in cui una roccia subisce più fasi metamorfiche (cambiamenti di
pressione e temperatura) durante un singolo evento tettonico, generando nuove associazioni mineralogiche
(paragenesi) che si sovrappongono a quelle precedenti, lasciando spesso tracce fossili di fasi passate, a differenza del
polimetamorfismo, che implica metamorfismi distanti nel tempo.
Il metamorfismo polifasico indica che una roccia ha subito più fasi metamorfiche sequenziali nello stesso ambiente
(cambiano P-T), creando nuove mineralogie (paragenesi) che convivono con quelle antiche (metastabili), permettendo
di ricostruire il percorso evolutivo P-T-t della roccia; il polimetamorfismo invece si riferisce a più eventi metamorfici
distinti, separati da lunghi periodi di tempo, in aree geografiche anche diverse, che modificano una roccia preesistente,
spesso cancellando le tracce dei precedenti, ma a volte lasciando minerali relicti. La differenza principale è la
continuità/discontinuità temporale e spaziale dei processi, mentre entrambi indicano la successione di condizioni P-T
diverse.
La maggior parte dei metamorfismi si verifica lungo i margini di placca convergente.
Alcuni minerali sono detti index minerals = buoni indicatori delle condizioni metamorfiche.
Possiamo classificare le rocce metamorfiche basandoci sulle tessiture. Per la nomenclatura invece bisogna prima
riconoscere il protolite, aggiungere il prefisso meta + la faces. Es: metabasalto in faces anfibolitica. Le rocce vengono
classificate a seconda che abbiano o meno subito deformazioni.
1. TESSITURE FOLIATE
La foliazione è un elemento tessiturale planare, che si ritrova ripetitivamente in un corpo roccioso. Una foliazione è
un’insieme di superfici planari prodotte in una roccia a seguito di un processo deformativo. Una foliazione è
un’anisotropia nella roccia e spesso le rocce si fratturano facilmente lungo queste superfici.
La foliazione si può formare per:
- rotazione di minerali appiattiti o allungati;
- ricristallizzazione di minerali nella direzione della orientazione preferenziale;
- cambiamento di forma di grani equidimensionali in granuli allungati e allineati.

Durante il metamorfismo e la deformazione tettonica, una roccia viene sottoposta a pressioni direzionali che la
schiacciano e, allo stesso tempo, la fanno deformare in modo non uniforme. Questa deformazione produce due tipi di
strutture diverse ma strettamente collegate: la foliazione e la lineazione.
La foliazione è una struttura planare, cioè formata da superfici parallele. Si sviluppa perché i minerali della roccia,
soprattutto quelli lamellari o allungati, si orientano in modo preferenziale quando la roccia viene schiacciata. In
pratica, la foliazione rappresenta il piano lungo il quale la roccia si è appiattita durante la deformazione.
La lineazione, invece, è una struttura lineare. Non è una superficie, ma una direzione. Si manifesta come un
allineamento di minerali, come delle righe o delle striature visibili sulla roccia. La lineazione indica la direzione lungo
la quale il materiale roccioso è stato stirato o ha fluito durante la deformazione.
Il rapporto tra foliazione e lineazione è diretto: la lineazione si sviluppa all’interno del piano di foliazione. Questo
significa che, una volta formata la foliazione come piano di appiattimento, la deformazione successiva o
contemporanea produce un allungamento preferenziale che viene registrato come lineazione sopra quel piano.
In sintesi, la foliazione fornisce l’informazione sul piano di schiacciamento della roccia, mentre la lineazione indica la
direzione di deformazione o di flusso. Insieme, queste due strutture permettono di ricostruire il tipo e la direzione della
deformazione che ha interessato la roccia.

→ Fabric- = la complessiva configurazione spaziale e geometrica degli elementi tessiturali. (lineazione + foliazione.)
Qui vengono mostrati i principali tipi di lineazione, cioè strutture lineari osservabili in una roccia metamorfica, che
indicano una direzione preferenziale legata alla deformazione.
Caso a – Orientazione preferenziale di aggregati allungati di minerali
In questo caso non è il singolo cristallo a essere allungato, ma insiemi di minerali che
assumono una forma elongata e si dispongono parallelamente.
La lineazione riflette quindi la direzione di massimo allungamento durante la
deformazione.
Caso b – Orientazione preferenziale di minerali allungati
Qui la lineazione è definita dall’allineamento di singoli cristalli allungati, come
anfiboli o sillimanite.
È una lineazione molto comune negli scisti e negli gneiss ed è direttamente legata allo
stiramento tettonico.
Caso c – Lineazione definita da minerali appiattiti
In questo caso la lineazione deriva dall’allineamento degli assi lunghi di minerali appiattiti all’interno di una
foliazione. È una lineazione più sottile, ma indica comunque una direzione preferenziale di deformazione.
Caso d – Assi di pieghe
Qui la lineazione coincide con gli assi delle pieghe, in particolare nelle crenulazioni. È una lineazione di tipo
strutturale, che registra la geometria della deformazione più che l’orientazione dei cristalli.
Caso e – Intersezione di elementi planari
Questa è la cosiddetta lineazione di intersezione, che si forma dall’intersezione tra due superfici planari, ad esempio S₁
e S₂. La linea di intersezione è una vera e propria lineazione e fornisce informazioni fondamentali sulla successione
degli eventi deformativi.
Qui è rappresentato cosa succede ai minerali prima e dopo la deformazione.
A sinistra la roccia è non deformata, a destra la stessa roccia è sottoposta a
sforzo differenziale. Il messaggio chiave è che la foliazione e la lineazione
nascono da più meccanismi, non da uno solo:
a – Rotazione di minerali allungati
Prima i cristalli sono orientati casualmente. Con la deformazione ruotano
fino ad allinearsi perpendicolarmente alla massima compressione. Questo è
un meccanismo tipico di basso grado.
b – Crescita orientata di nuovi minerali
Qui i minerali crescono direttamente già orientati durante il metamorfismo. Non ruotano: nucleano e cristallizzano
nella direzione imposta dallo stress.
c – Accorciamento e impacchettamento
I minerali si addensano e si riorganizzano, aumentando l’anisotropia della roccia.
Contribuisce a rendere la foliazione più marcata.
d – Deformazione di oggetti rigidi
Cristalli o clasti rigidi vengono allungati o appiattiti, registrando la direzione di deformazione.
e – Rotazione di aggregati
Non ruotano singoli cristalli, ma interi aggregati minerali, che si riallineano coerentemente.
f – Pressione–soluzione
Il materiale si dissolve nelle zone di maggiore stress e precipita altrove. Questo processo rafforza la separazione tra
domini e accentua la foliazione.
g – Scorrimento intracristallino
I cristalli si deformano plasticamente, modificando la loro forma interna senza rompersi. Tipico di temperature più
elevate.
h – Ricristallizzazione dinamica
I minerali si riformano con nuovi cristalli più stabili, orientati secondo il campo di stress. È il meccanismo dominante
nel metamorfismo regionale medio–alto.
Qui viene confrontato come si sviluppa la foliazione partendo da
una stessa fabbrica iniziale, ma sottoposta a due diversi regimi di
deformazione: simple shear e pure shear.
A sinistra è mostrata la fabric originale, cioè la disposizione iniziale
dei minerali prima della deformazione.
Al centro agisce il simple shear, mentre a destra il pure shear, detto
anche flattening.
Nel simple shear la deformazione è non coassiale: le particelle
ruotano mentre si deformano. Durante questo processo:
- i minerali allungati ruotano progressivamente
- si sviluppa una foliazione media che tende ad allinearsi con il piano di massimo scorrimento
- l’ellissoide di deformazione è inclinato rispetto alla struttura finale
Il risultato è una foliazione che registra il movimento, tipica delle zone di taglio.
Nel pure shear la deformazione è coassiale: non c’è rotazione complessiva, ma accorciamento in una direzione e
allungamento in un’altra. In questo caso:
- i minerali si appiattiscono
- la foliazione si sviluppa perpendicolarmente alla massima compressione
- l’ellissoide di deformazione resta simmetrico
Questa è la situazione tipica del metamorfismo regionale in contesti compressivi.
I tre esempi a, b e c mostrano che:
- indipendentemente dalla fabbrica iniziale
- sia simple shear sia pure shear portano comunque allo sviluppo di una foliazione, ma con geometria e
significato cinematico diversi.

Una foliazione può essere classificata come:


> clivaggio: un tipo di foliazione che si riferisce alla proprietà di una roccia a dividersi secondo un sistema di superfici
subparallele. Il clivaggio è qualunque tipo di foliazione in cui l’allineamento dei fillosilicati non si vede ad occhio
nudo perché i minerali sono a grana troppo fine.
es: Slate = roccia metamorfica compatta a grana molto fine e con clivaggio ben sviluppato. Le superfici a spacco sono
opache.
> scistosità: orientazione preferenziale di minerali o granuli inequigranulari, prodotta dal processo metamorfico. I
minerali allineati sono abbastanza grandi da essere distinti ad occhio nudo. Spesso si originano dopo aver applicato
una compressione alla roccia, comprfessione che attiva la riorganizzazione dei minerali.
Es: Fillade = roccia con scistosità con fillosilicati a grana fine.
Scisto = roccia con scistosità in cui il minerale sulla foliazione può essere visto ad occhio nudo.
> layering composizionale: struttura a bande composizionalmente diverse alla scala del centimetro o minore.
> struttura gneissica: Gli gneiss sono rocce metamorfiche a grana medio-grossa comunemente caratterizzate da una
struttura con anisotropie planari discontinue (struttura a bande), la cui origine è legata a una diversa distribuzione dei
componenti mineralogici nelle varie direzioni.
A condizioni di alto metamorfismo – quindi alte temperature e pressioni elevate – i minerali non si limitano più solo a
orientarsi, ma avviene anche migrazione di ioni all’interno della roccia.
Questo processo permette ai diversi elementi chimici di spostarsi e concentrarsi, portando alla segregazione dei
minerali. Il risultato è la formazione di bande composizionali ben visibili, con:

- livelli chiari, ricchi in minerali felsici come quarzo e feldspati


- livelli scuri, ricchi in minerali femici come biotite o anfibolo

Questa alternanza non è una stratificazione sedimentaria, ma una foliazione metamorfica prodotta dalla
ricristallizzazione e dalla separazione chimica dei minerali sotto sforzo. Gli gneiss possono essere distinti dagli scisti
per la grana molto più grande, per la presenza di bande di colore diverso e per l’assenza pressoché totale di scistosità. I
livelli chiari sono generalmente costituiti da minerali sialici (quarzo e feldspati) mentre i livelli scuri sono ricchi in
minerali femici (miche e anfiboli). Lo spessore dei vari livelli varia generalmente da 1 a 10 mm.
Gli gneiss possono essere classificati in base alla mineralogia, alla struttura o in base al tipo di protolite
- Ortogneiss: Sono gneiss derivanti da protoliti ignei (sia vulcanici che plutonici).
- Paragneiss: Sono gneiss derivanti da protoliti sedimentari.
- Augen gneiss: Sono rocce a grana medio-grossa, con composizione generalmente granitica, caratterizzata da grosso
cristalli (porfiroclasti) di feldspato dalla forma ovale detti "augen" (dal tedesco "occhio" → struttura occhiadina).

Scisto e gneiss sono entrambe rocce metamorfiche, ma si differenziano per la struttura e la granulometria: lo scisto ha
una scistosità evidente, si sfalda in piani paralleli più fini, grazie a minerali lamellari orientati, mentre il gneiss
presenta una foliazione meno netta, con bande alternate chiare e scure (struttura gneissica) dovute a cristalli più
grossolani, come quarzo e feldspato, che si dispongono in fasce più ampie.
Qui si entra nel dettaglio di come si sviluppa il clivaggio di crenulazione, cioè una foliazione S₂, in funzione di
temperatura e intensità della seconda fase deformativa.
L’idea chiave è che una foliazione preesistente (S₁) viene piegata e ri-orientata da una
nuova fase deformativa.
Questa seconda deformazione non cancella subito S₁, ma la crenula, cioè la ondula a scala
millimetrica o microscopica.
Nella colonna di sinistra sono rappresentati stadi progressivi di deformazione, mentre la
freccia verticale indica l’aumento dell’intensità deformativa.
All’inizio:
- S₁ è ancora continua
- le miche sono solo lievemente ondulate
- non esiste ancora una vera nuova foliazione
Con l’aumentare della deformazione e della temperatura:
- le miche iniziano a ruotare
- avviene ricristallizzazione orientata
- si sviluppano domini di pressione–soluzione
In questa fase compare una S₂ discreta, che si manifesta come:
- superfici preferenziali
- parallele agli assi delle micro-pieghe
- definite dall’allineamento di nuove miche
Negli stadi più avanzati:
- S₂ diventa penetrativa
- S₁ viene progressivamente trasposta
- la roccia evolve verso una nuova foliazione dominante
Il punto fondamentale è che lo sviluppo delle miche su S₂ dipende direttamente da T e dall’intensità della seconda fase
deformativa: a temperature più alte e deformazioni più intense, prevale la ricristallizzazione, mentre a condizioni più
basse domina la rotazione dei cristalli.
Questa slide, quindi, dimostra che le tessiture metamorfiche:
- sono polifasiche
- registrano più eventi deformativi
- e permettono di ricostruire la storia tettono-metamorfica di una regione.

2. TESSITURE NON FOLIATE


> Granofels: termine generico per qualunque roccia isotropa (roccia senza foliazioni o lineazioni). Hornfels =
tipo di granofels tipicamente a grana fine e compatto. Si trova in aureole di contatto. Hanno aspetto e
comportamento ceramico.

3. TESSITURE SPECIALI
Posso classificare le rocce in base al protolite.
Ci sono rocce metamorfiche con nomi specifici:
A) MARMO: composto da calcite o dolomite. Il protolite è tipicamente un calcare o una dolomia.
B) QUARZITE: composta da quarzo. Il protolite è un’arenaria.
C) SCISTI VERDI: rocce di grado metamorfico basso, contengono clorite, attinolite, epidoto ed albite. Il
protolite può essere sia una roccia femica che una grovacca.
D) ANFIBOLITE: costituita da orneblenda + plagioclasio. Il protolite può essere sia una roccia femica che una
grovacca.
E) SERPENTINITE: roccia ultrafemica metamorfica di basso grado, costituita da serpentino. Olivina + fluidi =
serpentino + magnetite.
F) SCISTI BLU: roccia femica ignea con metamorfismo in facies scisti blu o una grovacca.
G) ECLOGITE: verde e rossa, contiene clinopirosseno e granato. Il protolite è tipicamente un basalto.
H) SKARN O TACTITE: roccia carbonatica metasomatizzata a silice dal metamorfismo di contatto che contiene
minerali Ca-silicatici.
I) GRANULITE: roccia metamorfica di alto grado da protolite pelitico, femico, quarzofeldspatico, a paragenesi
anidra. Con plagioclasio e ortopirosseno.
J) MIGMATITE: roccia silicatica composita, con matrice gneissica scura (melanosoma) e porzioni chiare
sialiche (leucosoma).
Con PORFIROBLASTICO si intenda una roccia metamorfica che ha uno o più minerali metamorfici di dimensioni
molto maggiori degli altri. Ogni singolo cristallo si chiama porfiroblasto. Alcuni porfiroblasti, soprattutto nel
metamorfismo di basso grado, si trovano a macchie.
Quando si parla di rocce ad alto
strain, ci si riferisce a rocce che
hanno subito una deformazione
molto intensa, concentrata in zone
di taglio. In queste zone la roccia
non si deforma tutta allo stesso
modo, ma la deformazione è
localizzata e il tipo di roccia che si
forma dipende principalmente dalla
profondità, quindi da temperatura e
pressione, e dal meccanismo di
deformazione, che può essere
fragile o duttile.

Nelle porzioni più superficiali della


crosta, le temperature sono basse e
la roccia reagisce in modo fragile.
Qui lo strain è accomodato
prevalentemente tramite fratturazione e scorrimento lungo superfici di rottura. Si formano quindi gouge e brecce
incoerenti, costituite da frammenti angolosi non cementati, e più in profondità cataclasiti, in cui la roccia è ancora
frammentata ma diventa parzialmente coesiva. In alcuni casi, durante scorrimenti molto rapidi e sismici, l’attrito può
produrre fusione locale, dando origine alle pseudotachyliti, che rappresentano un indicatore tipico di deformazione
fragile ad alto strain.

Scendendo in profondità, aumentando temperatura e pressione, si entra nella zona di transizione fragile–duttile. In
questo intervallo la roccia non si comporta più solo per fratturazione, ma iniziano a essere attivi anche processi
cristallo-plastici. La deformazione diventa progressivamente più distribuita e compaiono le prime strutture planari
legate allo scorrimento, come una foliazione incipiente. Le rocce che si formano in questa fase intermedia sono le
protomiloniti e le ortomiloniti, che rappresentano un passaggio tra cataclasiti e miloniti vere e proprie.
A profondità maggiori, la deformazione è dominata dal comportamento duttile. Qui lo strain è accomodato
principalmente tramite flusso cristallo-plastico, con meccanismi come la ricristallizzazione dinamica, la rotazione dei
grani e l’annealing. Le rocce tipiche di questo regime sono le miloniti, caratterizzate da una forte foliazione, da una
marcata riduzione della granulometria e da una tessitura orientata che registra il senso di scorrimento. Con un ulteriore
aumento dello strain e della recovery si possono formare ultramyloniti, e infine gneiss fortemente foliati o listati, in
cui la deformazione è distribuita su volumi più ampi.
Un aspetto fondamentale è che, passando dal regime fragile a quello duttile, la zona di taglio tende ad allargarsi:
mentre vicino alla superficie la deformazione è concentrata su superfici discrete, in profondità essa si distribuisce su
spessori maggiori di crosta, dando origine a zone di taglio duttili molto estese.
La seconda figura riassume questo concetto
mostrando che le rocce ad alto strain possono
essere classificate in funzione del rapporto tra
tasso di deformazione e tasso di recovery.
Quando la deformazione è rapida e la recovery è
bassa si formano rocce fragili come brecce e
cataclasiti; quando invece la recovery è efficace,
grazie ai processi di ricristallizzazione, si
sviluppano rocce duttili come miloniti e gneiss.
In questo senso, cataclasiti e miloniti non
rappresentano ambienti separati, ma estremi di
un continuo deformativo all’interno delle zone di
taglio.

Questo diagramma rappresenta il percorso pressione–


temperatura, o P–T path, seguito da una roccia durante un
evento metamorfico, tipicamente in un contesto
orogenico. Sugli assi sono riportati la pressione sull’asse
verticale e la temperatura su quello orizzontale. La linea
chiusa mostra l’evoluzione completa della roccia dalla
fase di seppellimento fino all’esumazione.
Nella prima fase, detta percorso progrado, la roccia viene
progressivamente seppellita durante processi tettonici
come la collisione continentale. Il seppellimento
comporta un aumento della pressione e,
contemporaneamente, un aumento della temperatura
dovuto al gradiente geotermico e al riscaldamento
crostale. In questa fase la roccia si adatta alle nuove
condizioni formando nuove associazioni mineralogiche
stabili, attraverso reazioni metamorfiche prograde. È durante il percorso progrado che si registra l’aumento del grado
metamorfico e la crescita dei minerali indice.
Proseguendo lungo il percorso, la roccia raggiunge le condizioni di picco metamorfico, indicate nel diagramma dai
valori massimi di pressione e temperatura, spesso non simultanei. In molti casi la pressione massima viene raggiunta
prima, mentre la temperatura massima viene raggiunta leggermente dopo, a causa dell’inerzia termica della crosta.
Questo spiega perché il punto di massima temperatura può trovarsi a pressioni già in diminuzione.
Successivamente inizia la fase di esumazione, che corrisponde al percorso retrogrado. Durante l’esumazione la roccia
risale verso livelli crostali più superficiali: la pressione diminuisce e, più lentamente, diminuisce anche la temperatura.
In teoria, lungo il percorso retrogrado potrebbero avvenire reazioni inverse rispetto a quelle prograde, con formazione
di minerali stabili a basse temperature. Tuttavia, in molti casi, queste reazioni retrograde sono incomplete o poco
sviluppate, perché richiedono la presenza di fluidi e perché la cinetica delle reazioni è spesso lenta.
Un aspetto fondamentale è che la roccia non cancella completamente la sua storia precedente: molto spesso conserva
le paragenesi e le strutture formatesi al picco metamorfico, mentre il metamorfismo retrogrado lascia solo tracce
localizzate, come bordi di reazione o alterazioni parziali dei minerali.
In sintesi, questo diagramma mostra che il metamorfismo non è uno stato statico, ma un processo evolutivo. Il
percorso progrado registra il seppellimento e il riscaldamento della roccia, con formazione progressiva di nuove
associazioni mineralogiche; il percorso retrogrado registra invece l’esumazione e il raffreddamento, spesso in modo
incompleto. L’insieme del P–T path permette quindi di ricostruire la storia tettonica e termica di una roccia
metamorfica.
Questo diagramma pressione–temperatura rappresenta
l’evoluzione metamorfica di una roccia pelitica e mostra come
sia possibile ricostruire la sua storia attraverso il percorso P–T e
la stabilità dei minerali indice, in particolare andalusite, cianite e
sillimanite.
Sugli assi sono riportati la temperatura sull’asse orizzontale e la
pressione su quello verticale, con una scala di profondità crostale
associata alla pressione. Le aree colorate indicano i campi di
stabilità dei diversi polimorfi di Al₂SiO₅, mentre la linea
tratteggiata rossa rappresenta il P–T path seguito dalla roccia.
Nella prima parte del percorso, indicata come fase prograda, la
roccia viene progressivamente seppellita. In questa fase
aumentano sia la pressione sia la temperatura, ma non
necessariamente allo stesso ritmo. Il percorso mostra che la
roccia raggiunge inizialmente una pressione massima (Pmax) a temperature ancora relativamente moderate. Questo è
tipico di contesti compressivi, come quelli orogenici, in cui il seppellimento tettonico è rapido rispetto al
riscaldamento.
Proseguendo lungo il percorso, la pressione inizia a diminuire mentre la temperatura continua ad aumentare, fino a
raggiungere la temperatura massima (Tmax). Questo scarto tra Pmax e Tmax è molto importante: indica che il
riscaldamento della roccia prosegue anche durante le prime fasi di esumazione, a causa dell’inerzia termica della
crosta. In altre parole, la roccia continua a scaldarsi anche mentre inizia a risalire.
Il percorso attraversa i campi di stabilità dei polimorfi dell’alluminosilicato. In condizioni di bassa pressione può
formarsi andalusite, tipica di metamorfismo a bassa P. A pressioni più elevate diventa stabile la cianite, che indica un
seppellimento più profondo. Infine, a temperature più elevate, indipendentemente dalla pressione, la fase stabile
diventa la sillimanite, che è quindi un indicatore di alto grado metamorfico.
Durante il percorso progrado si sviluppano le associazioni mineralogiche caratteristiche del grado crescente, mentre le
reazioni metamorfiche avvengono in presenza di fluidi, come indicato nel diagramma dalle reazioni che coinvolgono
H₂O. La presenza o assenza di fluidi controlla fortemente l’efficacia delle reazioni e la crescita dei minerali.
Dopo il raggiungimento di Tmax, il percorso entra nella fase retrograda, legata all’esumazione della roccia. In questa
fase la pressione diminuisce ulteriormente e la temperatura cala progressivamente. Tuttavia, le reazioni retrograde
sono spesso incomplete, per cui la roccia tende a preservare i minerali formatisi al picco metamorfico, come la
sillimanite, mentre le trasformazioni retrograde sono limitate a bordi di reazione o zone localizzate.
In sintesi, questo diagramma mostra che una roccia metamorfica non registra una singola condizione di pressione e
temperatura, ma una storia evolutiva complessa. Il confronto tra Pmax, Tmax e i campi di stabilità dei minerali indice
consente di ricostruire il contesto tettonico, la profondità di seppellimento e le modalità di esumazione della crosta.
Questo diagramma pressione–temperatura rappresenta le
facies metamorfiche, cioè insiemi di associazioni
mineralogiche stabili entro specifici intervalli di
pressione e temperatura. A differenza dei diagrammi
precedenti, che descrivono il percorso seguito da una
singola roccia, questo mostra tutti i possibili campi di
stabilità e permette di collegare il metamorfismo ai
contesti geodinamici.
Sugli assi sono riportati la temperatura e la pressione, con
una scala di profondità associata. Le aree colorate
rappresentano le principali facies metamorfiche, come
zeolite, scisti verdi, anfibolite, granulite, blueschist ed
eclogite. Le curve indicano differenti serie P–T, ovvero
diversi rapporti tra pressione e temperatura che riflettono
differenti ambienti tettonici.
La serie a bassa P–T è tipica di contesti con elevato flusso
di calore, come il metamorfismo di contatto o crosta
assottigliata. In questa serie si sviluppano facies come
hornfels e minerali indice come andalusite, che indicano basse pressioni e temperature relativamente elevate. La
deformazione è limitata e il metamorfismo è dominato dal riscaldamento.
La serie a P–T intermedia è la più comune nelle catene orogeniche da collisione continentale. Qui il seppellimento e il
riscaldamento avvengono in modo bilanciato e si sviluppa la successione classica scisti verdi → anfibolite →
granulite, accompagnata dai polimorfi dell’alluminosilicato cianite e sillimanite. Questo tipo di metamorfismo è
strettamente legato alla deformazione duttile e alla formazione di foliazioni e zone di taglio.
La serie ad alta P–T è invece tipica dei contesti di subduzione, in cui il seppellimento è rapido ma il riscaldamento è
limitato. In queste condizioni si formano facies come blueschist ed eclogite, caratterizzate da alte pressioni e
temperature relativamente basse. La presenza di minerali come cianite a basse temperature indica chiaramente un
ambiente di subduzione fredda.
Nel diagramma è anche rappresentata la posizione dei polimorfi andalusite, cianite e sillimanite, che funzionano come
indicatori di pressione e temperatura all’interno delle diverse serie metamorfiche. Il passaggio da andalusite a cianite e
poi a sillimanite riflette l’aumento combinato di pressione e temperatura lungo il percorso metamorfico.
In conclusione, questo diagramma permette di integrare la storia P–T di una roccia con le facies metamorfiche e
quindi con il contesto tettonico. Leggendo insieme il P–T path, i minerali indice e la facies attraversata, è possibile
ricostruire se una roccia si è formata in un ambiente di contatto, in una catena collisionale o in una zona di subduzione,
e comprendere il significato geodinamico del metamorfismo.
Un ruolo fondamentale nell’interpretazione del grado metamorfico è svolto dai minerali indice, in particolare i
polimorfi dell’alluminosilicato andalusite, cianite e sillimanite. L’andalusite è stabile a basse pressioni, la cianite a
pressioni più elevate, mentre la sillimanite è stabile a temperature elevate. La loro presenza permette di vincolare il
tipo di percorso P–T seguito dalla roccia.
Questi concetti trovano un’espressione diretta sul terreno attraverso le isograde metamorfiche, cioè linee cartografiche
che uniscono punti in cui compare per la prima volta un determinato minerale indice. Le isograde separano zone a
diverso grado metamorfico e rappresentano quindi una proiezione spaziale del percorso P–T.
Un esempio classico è rappresentato dalle zone barroviane, dove le isograde mostrano una successione ordinata clorite
→ biotite → granato → cianite → sillimanite. Questa sequenza riflette una serie P–T intermedia, tipica di un
metamorfismo regionale associato a collisione continentale e seppellimento progressivo della crosta.
Accanto a queste, si sviluppano le zone di Buchan, caratterizzate dalla presenza di andalusite e sillimanite ma assenza
di cianite. Questo indica condizioni di bassa pressione e alta temperatura, quindi un percorso P–T diverso, dominato
dal riscaldamento piuttosto che dal seppellimento. Il confronto tra zone barroviane e buchaniane dimostra come, a
parità di grado termico, variazioni di pressione producano associazioni mineralogiche differenti.
L’aumento del grado metamorfico è controllato anche da reazioni metamorfiche specifiche, come la reazione:
muscovite + quarzo → K-feldspato + sillimanite + H₂O,
che segna il passaggio a condizioni di alto grado metamorfico e la liberazione di fluidi. Reazioni di questo tipo sono
fondamentali perché legano direttamente la comparsa dei minerali indice alle condizioni P–T.
Questa slide mette in relazione le facies
metamorfiche con le condizioni di pressione e
temperatura e, soprattutto, con i diversi contesti
geodinamici in cui il metamorfismo avviene. Non
descrive quindi l’evoluzione di una singola
roccia, ma fornisce una visione d’insieme dei
possibili ambienti metamorfici.
Alle basse temperature e basse pressioni, in
prossimità della superficie, si collocano la
diagenesi e le facies di bassissimo grado come
zeolite e prehnite–pumpellyite. Queste facies
sono tipiche di ambienti poco profondi e non
implicano una forte deformazione tettonica.
Salendo in temperatura a pressioni ancora
relativamente basse, si entra nel campo del
metamorfismo di contatto, rappresentato dalla
facies hornfels. Questo tipo di metamorfismo è
legato a un forte apporto di calore da intrusioni
magmatiche, ma a profondità ridotte, ed è
caratterizzato da assenza di foliazione e crescita
di nuovi minerali in condizioni statiche.
Nel campo centrale del diagramma si sviluppa il metamorfismo regionale, tipico delle catene orogeniche. Qui
troviamo la facies scisti verdi, seguita dalla anfibolite, che rappresentano condizioni di pressione e temperatura
intermedie e sono associate a deformazione duttile e sviluppo di foliazioni. Questo è il regime più comune nella crosta
continentale durante l’orogenesi.
A temperature molto elevate, tipiche della crosta inferiore o di zone fortemente riscaldate, si entra nella facies
granulite, che rappresenta il grado metamorfico più alto prima della fusione parziale. Questa facies è tipica di contesti
come catene collisionale mature o archi vulcanici, dove l’apporto di calore è significativo.
Sul lato delle alte pressioni e basse temperature si colloca invece il metamorfismo di subduzione, rappresentato dalla
facies blueschist e, a pressioni ancora maggiori, dalla eclogite. Queste facies indicano un seppellimento rapido della
crosta o della litosfera oceanica, con riscaldamento limitato, tipico dei prismi di accrezione e delle zone di subduzione.
Le linee tratteggiate numerate nella slide mostrano come diversi contesti geodinamici – metamorfismo di contatto,
arco vulcanico, catena collisionale, continente stabile e prisma di accrezione – seguano percorsi P–T caratteristici,
attraversando facies differenti.
Introduciamo il concetto di anatexi, cioè la fusione parziale delle rocce metamorfiche. L’anatexi rappresenta il
passaggio graduale dal metamorfismo al magmatismo e si colloca alle temperature più elevate raggiungibili dalla
crosta continentale.
Nel diagramma P–T l’anatexi è evidenziata dalla curva del “wet granite melting”, che indica il solidus di un granito
idrato. La presenza di H₂O è fondamentale perché abbassa la temperatura di fusione, permettendo la fusione parziale
già a circa 650–700 °C, condizioni tipiche della facies anfibolitica superiore e granulitica. Questo chiarisce che
l’anatexi non avviene in qualunque metamorfismo, ma solo quando il riscaldamento è particolarmente intenso.
Dal punto di vista dei contesti geodinamici, l’anatexi è soprattutto associata alle catene collisionale e, in parte, agli
archi vulcanici, dove l’ispessimento crostale e l’apporto di calore favoriscono il raggiungimento di temperature elevate
a profondità medio–crostate. Non è invece tipica dei contesti di subduzione fredda, dove le alte pressioni non sono
accompagnate da temperature sufficienti.
Dal punto di vista petrologico, l’anatexi è legata a reazioni metamorfiche disidratanti, che liberano fluidi durante il
metamorfismo di alto grado. Il fuso prodotto è generalmente felsico, mentre la parte solida residua diventa
progressivamente più impoverita in componenti fusibili. Questo porta alla separazione tra una frazione fusa mobile e
un residuo solido.
Il prodotto strutturale tipico di questo processo è la migmatite, una roccia ibrida che conserva strutture metamorfiche
ma contiene anche porzioni chiaramente derivate da fusione, come i leucosomi, alternati a livelli residui più scuri, i
melanosomi. Le migmatiti rappresentano quindi una prova diretta del superamento del semplice metamorfismo.
In sintesi, questa slide serve a chiarire che l’anatexi non è un tipo di metamorfismo a sé, ma il limite superiore del
metamorfismo regionale, raggiunto solo in condizioni di alta temperatura. È un processo chiave per comprendere
l’origine dei magmi granitici continentali e il ruolo della crosta nelle grandi catene orogeniche.
Dopo aver visto il metamorfismo regionale e il limite superiore rappresentato dall’anatexi, introduciamo il
metamorfismo di seppellimento, che è un tipo di metamorfismo a basso grado, controllato quasi esclusivamente
dall’aumento progressivo di pressione e temperatura dovuto al carico litostatico.
Nel metamorfismo di seppellimento non domina la tettonica compressiva, né un forte apporto di calore magmatico. Le
rocce vengono sepolte lentamente all’interno di bacini sedimentari profondi o in contesti di crosta stabile, e seguono
un percorso P–T relativamente semplice, governato dal gradiente geotermico.
Nel diagramma P–T questo tipo di metamorfismo si colloca nelle porzioni a bassa temperatura e pressione moderata,
attraversando principalmente le facies di zeolite e prehnite–pumpellyite, e solo in alcuni casi la facies scisti verdi di
basso grado. Le temperature rimangono generalmente inferiori a quelle necessarie per una vera deformazione duttile.
Un aspetto fondamentale del metamorfismo di seppellimento è che la deformazione è minima: non si sviluppano
foliazioni penetrative né strutture tettoniche significative. Le trasformazioni sono soprattutto mineralogiche, legate alla
progressiva stabilizzazione di nuove fasi a basse temperature, spesso con conservazione delle strutture sedimentarie
originali.
Dal punto di vista dei fluidi, questo metamorfismo è favorito dalla circolazione di fluidi interstiziali, che facilitano le
reazioni anche a temperature relativamente basse. Tuttavia, l’assenza di forti gradienti termici limita il grado
metamorfico raggiungibile.
È importante distinguere il metamorfismo di seppellimento da quello di subduzione: entrambi possono coinvolgere
pressioni crescenti, ma nel seppellimento le pressioni non raggiungono valori elevati e non si sviluppano facies ad alta
P–bassa T come il blueschist.
In sintesi, questa slide mostra che il metamorfismo di seppellimento rappresenta una transizione graduale tra diagenesi
e metamorfismo regionale, ed è tipico di contesti tettonicamente tranquilli, dove l’evoluzione metamorfica è lenta e
dominata dal semplice aumento del carico crostale.
Questa slide introduce il concetto di cinture metamorfiche
accoppiate (paired metamorphic belts), che rappresenta una delle
prove più chiare del legame tra metamorfismo e subduzione. L’idea
chiave è che, lungo un margine convergente, due cinture
metamorfiche con caratteristiche opposte si sviluppano
parallelamente e quasi contemporaneamente.
Nell’esempio del Giappone, si osserva una cintura caratterizzata da
facies blueschist, come la cintura di Sanbagawa, e una cintura
adiacente caratterizzata da facies anfibolitica, come la cintura
Ryoke–Abukuma. Queste due cinture sono separate spazialmente,
ma geneticamente collegate allo stesso sistema di subduzione.
La cintura a blueschist facies si sviluppa sul lato della placca in
subduzione, all’interno del prisma di accrezione o nelle porzioni
profonde della litosfera oceanica che vengono rapidamente sepolte.
Qui il seppellimento è veloce, la pressione aumenta rapidamente e il
riscaldamento è limitato, portando a condizioni di alta pressione e
bassa temperatura.
La cintura a facies anfibolitica, invece, si sviluppa sul lato della placca sovrastante, più vicino all’arco magmatico. In
questo settore il gradiente geotermico è più elevato, grazie all’apporto di calore dal mantello e dalle intrusioni
magmatiche, e il metamorfismo è dominato da alte temperature e pressioni moderate.
Il punto fondamentale è che queste due cinture non rappresentano due eventi distinti, ma due risposte diverse allo
stesso contesto geodinamico, controllate dalla posizione rispetto alla zona di subduzione. La loro disposizione spaziale
registra quindi la polarità della subduzione e la struttura termica del margine convergente.
In sintesi, questa slide mostra che il metamorfismo può essere usato come strumento di ricostruzione geodinamica:
riconoscere cinture metamorfiche accoppiate permette di identificare antichi margini di subduzione e di comprendere
la distribuzione del calore e delle pressioni nella crosta e nel mantello superiore.
Il metamorfismo di subduzione rappresenta un caso particolare di metamorfismo regionale caratterizzato da un
rapporto anomalo tra pressione e temperatura. A differenza degli altri contesti, qui la roccia sperimenta un rapido
aumento di pressione senza un corrispondente aumento di temperatura.
Nel diagramma P–T questo comportamento è evidente dal percorso che si sviluppa verso alte pressioni e basse
temperature, attraversando il campo della facies blueschist e, a pressioni ancora maggiori, quello della eclogite.
Questo tipo di percorso riflette il seppellimento rapido della litosfera oceanica o dei sedimenti del prisma di accrezione
lungo una lastra fredda in subduzione, che mantiene un basso gradiente geotermico.
Un aspetto chiave del metamorfismo di subduzione è che le condizioni di alta pressione vengono raggiunte a
profondità relativamente elevate, ma con temperature che rimangono molto inferiori rispetto a quelle tipiche del
metamorfismo regionale collisionale. Per questo motivo non si sviluppano facies ad alta temperatura come anfibolite o
granulite, ma associazioni mineralogiche tipiche di ambienti freddi e profondi.
Dal punto di vista petrologico, il metamorfismo di subduzione è fortemente influenzato dalla presenza e dal rilascio di
fluidi. Durante la subduzione, le reazioni metamorfiche delle rocce oceaniche e dei sedimenti producono fluidi che
migrano verso l’alto, influenzando sia le reazioni metamorfiche sia i processi magmatici nell’arco sovrastante. Questo
rende il metamorfismo di subduzione un elemento chiave nel funzionamento dei margini convergenti.
È importante sottolineare che il metamorfismo di subduzione non è uniforme: le rocce che rimangono nel prisma di
accrezione seguono percorsi P–T meno estremi, mentre quelle che vengono trascinate più in profondità possono
raggiungere condizioni eclogitiche. Solo una parte di queste rocce viene poi riesumata, spesso rapidamente,
preservando le paragenesi di alta pressione.
In sintesi, questa slide mostra che il metamorfismo di subduzione è definito non tanto dal grado termico, quanto dal
disequilibrio tra pressione e temperatura. La presenza di facies blueschist ed eclogite è quindi un indicatore diretto di
antichi margini di subduzione e fornisce informazioni fondamentali sulla dinamica profonda della litosfera.
Il metamorfismo del fondo oceanico rappresenta un tipo di metamorfismo a bassissima pressione, controllato quasi
esclusivamente dalla circolazione di fluidi idrotermali all’interno della crosta oceanica appena formata.
A differenza dei casi visti finora, qui il fattore dominante non è il seppellimento tettonico, ma l’interazione tra rocce
magmatiche basaltiche e acqua marina, che penetra in profondità lungo fratture e sistemi di dicchi nelle zone di
dorsale oceanica. Questo produce un metamorfismo diffuso, ma limitato a basse temperature.
Dal punto di vista strutturale, il metamorfismo del fondo oceanico interessa in modo diverso i vari livelli della crosta
oceanica. Nelle pillow lavas superficiali, il metamorfismo è generalmente debole, e molte strutture magmatiche
originali vengono preservate. Scendendo verso il complesso dei sheeted dikes, l’alterazione diventa più intensa, perché
questi livelli costituiscono le principali vie di circolazione dei fluidi idrotermali. Nei gabbri, infine, il metamorfismo
può essere più localizzato e dipende dalla permeabilità e dalla durata della circolazione fluida.
Dal punto di vista delle facies, il metamorfismo del fondo oceanico si colloca principalmente nelle facies di zeolite e
scisti verdi, con sviluppo di minerali idrati come clorite, actinolite e albite. È importante notare che questo
metamorfismo può essere eterogeneo, con porzioni di roccia fortemente rielaborate accanto ad altre che conservano
minerali e tessiture magmatiche relitte.
Un aspetto chiave evidenziato dalle slide è che il metamorfismo del fondo oceanico avviene prima della subduzione.
Le rocce oceaniche che successivamente entreranno in una zona di subduzione portano quindi con sé una storia
metamorfica pregressa, che influenza le reazioni successive e il rilascio di fluidi durante il metamorfismo di
subduzione.
Inoltre, questo tipo di metamorfismo ha un ruolo fondamentale nel bilancio chimico globale, perché attraverso i
sistemi idrotermali avviene uno scambio continuo di elementi tra crosta oceanica e oceano. Il metamorfismo del fondo
oceanico è quindi un processo chiave non solo dal punto di vista petrologico, ma anche geochimico e geodinamico.
In sintesi, queste slide mostrano che il metamorfismo del fondo oceanico è un metamorfismo a bassa P–bassa T,
dominato dai fluidi, che modifica la crosta oceanica appena formata e ne condiziona l’evoluzione successiva. Con
questo processo si completa il quadro dei principali tipi di metamorfismo legati alla dinamica della litosfera.
Qui entriamo nelle tessiture metamorfiche
tipiche del metamorfismo regionale.
Il punto chiave è che si tratta di tessiture
dinamotermiche, cioè formate durante
cristallizzazione in condizioni dinamiche,
dove temperatura e deformazione agiscono
contemporaneamente.
Il metamorfismo regionale è legato
all’orogenesi, quindi a un evento di lunga
durata nel tempo geologico.
Non è un singolo episodio, ma un processo
complesso che può includere diversi eventi
tettonici, come compressione, ispessimento
crostale e successiva deformazione
progressiva.
Durante queste fasi, le rocce possono
attraversare più stadi deformativi, e ogni fase può lasciare una propria impronta tessiturale. Per questo motivo le
tessiture metamorfiche non sono statiche, ma si evolvono nel tempo.
L’immagine in alto mostra bene questa evoluzione: partendo da una roccia a basso grado come la slate, si passa
progressivamente a phyllite, schist e infine gneiss, con:
- aumento del grado metamorfico
- crescita dei minerali
- sviluppo sempre più marcato della foliazione
Parallelamente, il metamorfismo regionale può essere accompagnato da cicli metamorfici, cioè successioni di
condizioni pressione–temperatura che attivano uno o più eventi di reazione mineralogica. Ogni reazione porta alla
comparsa di nuovi minerali e alla distruzione di quelli instabili, contribuendo a modificare ulteriormente la tessitura.
In sintesi, queste tessiture:
- sono il risultato di processi lunghi e policiclici
- registrano sia la deformazione sia l’evoluzione metamorfica
- e rappresentano una vera e propria memoria della storia tettonica della crosta.
A questo punto possiamo distinguere i cristalli in base al rapporto temporale tra crescita del cristallo e deformazione:
pre-cinematici, sin-cinematici e post-cinematici.
1. Cristalli pre-cinematici
Sono cristalli già formati prima della deformazione, che quindi subiscono lo sforzo.
I criteri diagnostici principali sono:
a- estinzione ondulata e flessione interna → deformazione plastica
intracristallina
b- foliazione che fascia il porfiroblasto → il cristallo si comporta da corpo
rigido
c- ombre di pressione (pressure shadows / fringe) → precipitazione di
materiale nelle zone di bassa pressione
d- kink bands e micro-pieghe → risposta meccanica alla compressione
e- microboudinage → cristallo rigido frammentato in una matrice duttile
f- geminazioni deformate → la deformazione è successiva alla crescita
In sintesi: il cristallo è più vecchio della deformazione.

2. Cristalli post-cinematici
Qui la situazione è opposta: i cristalli crescono dopo che la deformazione è terminata.
Gli indicatori principali sono:

a- Pieghe elicitiche
b- orientazione casuale rispetto alla foliazione
c- archi poligonali → crescita statica in condizioni di
equilibrio
d- chiastolite con geometria simmetrica
e- bordo di peciloblasto senza inclusioni → crescita
tardiva
f- pseudomorfosi in aggregati non orientati
La foliazione non viene deformata né inclusa nel cristallo.
In sintesi: la deformazione è più vecchia del cristallo.

3. Cristalli sin-cinematici
Questi sono i più importanti e anche i più complessi: i cristalli crescono mentre la deformazione è attiva. Qui
crescita e deformazione si sovrappongono nel tempo. Indicatori fondamentali:
a- Spiral porphyroblast
Le inclusioni definiscono una Sᵢ spiralata, che indica:
- crescita progressiva
- rotazione del cristallo e/o della matrice durante lo
shear
La spirale registra la cinematica della deformazione.
b- Paracrystalline microboudinage
Il cristallo si frattura mentre cresce, ma:
- il materiale continua a precipitare negli spazi
- si osserva zonazione cromatica progressiva
Questo dimostra che crescita e deformazione sono
simultanee.

Quando analizziamo una roccia deformata, l’obiettivo non è solo descrivere le strutture presenti, ma ricostruire la
sequenza temporale degli eventi che hanno interessato la roccia, sia dal punto di vista deformativo sia metamorfico.
Per questo distinguiamo innanzitutto:
- eventi deformativi, indicati come D₁, D₂, D₃…
- eventi metamorfici, indicati come M₁, M₂, M₃…
- le foliazioni associate, S₀, S₁, S₂, S₃…
- e le eventuali lineazioni, L₀, L₁, L₂…
Il primo passo è riconoscere quale struttura è più antica e quale è più recente, osservando i rapporti di sovrapposizione
e di taglio.
In genere:
- D₁ produce una prima foliazione, S₁
- una deformazione successiva, D₂, può piegare o crenulare S₁, generando una nuova foliazione S₂
- ulteriori eventi, come D₃, possono trasporre o tagliare le strutture precedenti, formando S₃
La presenza di più foliazioni indica quindi che la roccia è polideformata.
A questo punto entra in gioco il metamorfismo. Non tutti i minerali crescono durante lo stesso evento deformativo:
alcuni cristallizzano prima, altri durante, altri ancora dopo la deformazione. Per questo si analizzano i porfiroblasti e le
loro relazioni con la foliazione.
I cristalli pre-cinematici sono più antichi della deformazione: mostrano estinzione ondulata, kink bands,
microboudinage o sono avvolti dalla foliazione.
I cristalli sin-cinematici crescono mentre la deformazione è attiva: le inclusioni interne registrano l’evoluzione dello
strain, spesso mostrando rotazione o variazione progressiva dell’orientazione.
I cristalli post-cinematici, invece, crescono dopo la deformazione: hanno orientazione casuale e non deformano la
foliazione, che risulta continua all’esterno del cristallo.
Integrando queste osservazioni è possibile costruire una cronologia relativa tra deformazione e metamorfismo.
Un passaggio fondamentale è poi rappresentare tutto questo in una tabella tempo–deformazione–metamorfismo, dove
si colloca:
- ogni evento deformativo
- ogni evento metamorfico
- e la cristallizzazione dei singoli minerali
In questo modo si può capire, ad esempio, se un minerale è cresciuto durante un metamorfismo regionale sin-
deformativo oppure durante un evento metamorfico tardivo, come un metamorfismo di contatto.
Infine, anche le strutture di reazione, come reaction rims e corone metamorfiche, forniscono informazioni cruciali:
indicano cambiamenti nelle condizioni chimico-fisiche e aiutano a ricostruire l’evoluzione P–T della roccia, anche in
assenza di nuova deformazione macroscopica.
Quello che vedi è un diagramma pressione–temperatura
(P–T) che mostra l’evoluzione del metamorfismo
crostale, dalle condizioni diagenetiche fino al
metamorfismo di medio–alto grado.
Asse orizzontale → Temperatura (circa 100–700 °C)
Asse verticale → Pressione / profondità (a sinistra in
kbar, a destra in km di profondità)
Ogni campo colorato rappresenta una facies
metamorfica, cioè un intervallo di P–T in cui sono
stabili determinate associazioni mineralogiche.
A temperature inferiori a ~200–250 °C e a basse
pressioni troviamo la diagenesi:
- trasformazioni fisico-chimiche dei sedimenti
- non vero metamorfismo
Subito oltre si entra nel metamorfismo di bassissimo grado, con facies caratterizzate da:
- prehnite + zeoliti
- prehnite + pumpellyite
- pompellite + attinolite
Queste facies indicano inizio della ricristallizzazione metamorfica, tipica di contesti come bacini sedimentari sepolti o
crosta oceanica alterata.
La grande area blu rappresenta la facies degli scisti blu, tipica di:
- alte pressioni
- basse temperature
Le associazioni mineralogiche chiave sono:
- lawsonite
- glaucofane
- albite
Questo tipo di metamorfismo è caratteristico delle zone di subduzione, dove la crosta viene sepolta rapidamente senza
un forte riscaldamento.
L’area verde corrisponde alla facies degli scisti verdi, che rappresenta il metamorfismo regionale più comune. Le
associazioni tipiche includono:
- albite
- clorite
- epidoto
- attinolite
Qua il plagioclasio non è stabile.
Questa facies indica condizioni intermedie di pressione e temperatura, tipiche dell’ispessimento crostale durante
l’orogenesi.
Procedendo verso temperature più alte, si entra nella facies anfibolitica. Qui compaiono:
- plagioclasio + orneblenda. I 4 minerali sopra elencati reagiscono due a due per formare P e O.
La clorite e l’actinolite diventano instabili e vengono sostituite da anfiboli più ricchi in Ca e Al. Questa facies indica
metamorfismo regionale di medio-alto grado.
Le linee bianche che separano i campi rappresentano:
- reazioni metamorfiche
- limiti di stabilità delle associazioni mineralogiche
Attraversare una linea significa che:

- un minerale diventa instabile


- si forma una nuova associazione
Queste reazioni sono fondamentali per ricostruire i percorsi P–T seguiti dalle rocce.
Questo diagramma mostra che:
- stessa temperatura può corrispondere a facies diverse se cambia la pressione
- stesso grado metamorfico apparente può avere significati tettonici diversi
> subduzione → scisti blu
> orogenesi → scisti verdi / anfiboliti
Nel campo fisico del metamorfismo le rocce sono portate in condizioni di pressione e temperatura nelle quali i
minerali che le costituiscono non sono più in equilibrio termodinamico. Le reazioni metamorfiche sono reazioni
chimiche che avvengono per riportare il sistema ad un nuovo equilibrio termodinamico e comportano trasformazioni
di fase (i minerali) che avvengono allo stato solido, ma nelle quali si possono consumare o produrre dei fluidi. Il
risultato è la formazione di una roccia con caratteristiche mineralogiche e strutturali differenti dalla roccia di partenza.
Le reazioni chimiche che coinvolgono i minerali nel processo metamorfico si possono classificare in base alle fasi che
sono coinvolte o in relazione al meccanismo della reazione e alle condizioni di equilibrio. Se si eccettuano le
transizioni polimorfiche, molte reazioni nelle rocce metamorfiche sono delle combinazioni di più di queste tipologie
ideali.
- Reazioni solido→solido: sono quelle in cui sono coinvolte solo fasi solide, sia come reagenti che come
prodotti, senza partecipazione diretta di una fase volatile. Un fluido potrebbe tuttavia essere presente in modo
passivo o indirettamente attivo, favorendo la nucleazione di nuovi cristalli come catalizzatore e la
ridistribuzione degli ioni per diffusione. I minerali reagenti possono essere anidri o idrati. Nel secondo caso la
fase acquosa (sotto forma di ossidrile OH) viene conservata.
- Reazioni solido → solido + fluido: sono quelle che rilasciano o consumano un fluido volatile e dipendono non
solo dalla pressione e dalla temperatura, ma anche dalla composizione del volatile. Vengono suddivise in:
> Reazioni di deidratazione: la fase fluida nei prodotti è l'acqua.
> Reazioni di decarbonatazione: la fase fluida nei prodotti è CO2.
> Reazioni di devaporizzazione: tra i prodotti sono presenti sia l'acqua che CO2.
> Reazioni di ossido-riduzione (redox): sono guidate da cambiamenti di temperatura e di fugacità dei volatili,
principalmente ossigeno, e comportano cambiamenti nello stato di ossidazione di uno o più elementi. Le più comuni
coinvolgono minerali di ferro ed avvengono per adeguare il rapporto fra Fe2+ e Fe3+ al variare del grado di ossidazione
dell’ambiente.

In base al meccanismo della reazione e alle condizioni di equilibrio si possono distinguere due tipi di reazioni:
➢ Reazioni discontinue: reazioni per le quali una delle fasi reagenti deve scomparire ad una precisa T in
funzione della P.
➢ Reazioni continue: si svolgono con continuità in un intervallo T-P nel quale reagenti e prodotti coesistono
(area almeno divariante).

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