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Diritto

Il documento analizza il diritto internazionale, definendolo come un insieme di norme che regolano i rapporti tra Stati e altre entità internazionali. Esamina le sue branche, come i diritti umani e il diritto internazionale penale, e i principi fondamentali come l'eguaglianza sovrana tra gli Stati e il divieto dell'uso della forza. Inoltre, discute i soggetti di diritto internazionale, le organizzazioni internazionali e la loro personalità giuridica, evidenziando l'evoluzione del diritto internazionale dalla sua origine fino all'attuale contesto globale.
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Il documento analizza il diritto internazionale, definendolo come un insieme di norme che regolano i rapporti tra Stati e altre entità internazionali. Esamina le sue branche, come i diritti umani e il diritto internazionale penale, e i principi fondamentali come l'eguaglianza sovrana tra gli Stati e il divieto dell'uso della forza. Inoltre, discute i soggetti di diritto internazionale, le organizzazioni internazionali e la loro personalità giuridica, evidenziando l'evoluzione del diritto internazionale dalla sua origine fino all'attuale contesto globale.
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DIRITTO: insieme di norme che regolano i rapporti all’interno di una

determinata comunità di individui.


Il diritto internazionale regola i rapporti degli enti internazionali.
La comunità internazionale è costituita da Stati, organizzazioni internazionali,
multinazionali, etc.
Branche del diritto internazionale:
1. diritti umani, sviluppati a partire dal secondo dopoguerra.
2. Diritto dei conflitti armati o diritto umanitario, sviluppato dalla seconda
metà dell’800.
3. Diritto internazionale penale: norme volte a perseguire i soggetti
responsabili dei crimini internazionali, comportamenti così gravi per i
quali non c’è solo responsabilità penale a livello nazionale, ma sono
criminalizzati anche a livello internazionale.
Caratteri dell’ordinamento internazionale:
1. Principio di eguaglianza sovrana tra gli stati = società paritaria
2. Tendenza verso l’istituzionalizzazione della comunità internazionale e
tendenza alla codificazione del diritto internazionale
3. Divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali (dal secondo
dopoguerra)
L’ EGUAGLIANZA SOVRANA TRA GLI STATI è un principio enunciato nell’ ART.2
PAR.1 della CARTA DELLE NAZIONI UNITE. È un elemento strutturale della
società internazionale, che è orizzontale, cioè, vige la parità tra i suoi attori
principali che non sono sottoposti ad un’autorità superiore, ma sono eguali per
diritto. La comunità nazionale invece non è orizzontale = il diritto che regola la
vita degli individui è prodotto da norme statali (prodotto dal parlamento,
accertato dal giudice ed eseguito dal governo).
Il principio di eguaglianza sovrana tra gli stati ha origine dalla pace di
Westfalia, al termine della guerra dei Trent’Anni tra Francia e Inghilterra
(1648). Si formano gli Stati sovrani che si distinguono dagli imperi. Stato =
entità politica che scinde per la prima volta il proprio potere da quello religioso.
Monopolio del potere dello Stato su un determinato territorio e sulla sua
popolazione, mentre nel sistema precedente feudale c’erano due poteri
principali: l’impero e il Papa, che interferiva molto sulla vita politica e giuridica
del primo. Il monarca diventa un soggetto a cui spetta tutto ciò che incide su
un determinato territorio; infatti, anche gli individui non erano cittadini, ma
sudditi.
I primi padri fondatori del diritto internazionale sono teologi e giuristi del XVII
secolo. Alberico Gentili scrisse uno dei primi trattati sui rapporti tra gli Stati,
fondato sulla dottrina del giusnaturalismo, che scinde tra la morale e il
diritto = esiste un diritto di natura, una legge assoluta, immutabile, universale
e preesistente da qualsiasi diritto che promana dall’uomo. Il diritto positivo
(manifestazione storica del diritto) deve avvicinarsi quanto più possibile a
quello naturale. Ugo Grozio è il maggiore esponente del giusnaturalismo.
Quindi il diritto internazionale è autorevole perché cerca di conformarsi quanto
più possibile al diritto naturale. Alla fine dell’800 si inizia a dare più importanza
al diritto positivo (corrente del positivismo). Normativismo: valutare una
norma a seconda di quella precedente fino a risalire al diritto primitivo (pacta
sunt servanda) = i patti devono essere rispettati.
Il diritto internazionale in origine regolava i rapporti degli Stati europei, che
erano in numero ridotto. In origine quindi il diritto internazionale era
escludente: le altre entità o erano colonie o erano considerate prive di autorità
per far parte della comunità internazionale. Vengono considerati eguali solo
quelle formazioni politiche considerate come Stati. Dagli anni ‘60 in poi, con il
processo di decolonizzazione gli Stati diventano 200 e il diritto internazionale
diventa veramente universale. Inoltre, si aggiungono altri attori oltre gli Stati.
Conseguenze del principio di eguaglianza sovrana tra gli Stati:
1. Decentramento del potere: il consenso degli Stati è il
fondamento del diritto internazionale. Fonti del diritto
internazionale:
- convenzioni/trattati/patti (fanno parte del diritto pattizio), è lo Stato che
decide di farne parte. Il trattato disciplina una certa materia solo tra le
parti che decidono di ratificarlo.
- Le consuetudini internazionali sono delle fonti del diritto internazionale
che producono delle regole comuni che valgono per tutti. Esse
discendono da comportamenti reiterati nel tempo dalla maggior parte
degli Stati perché pensano che riflettano delle regole di diritto. Qui il
consenso degli Stati non è manifesto però c’è comunque un’adesione alla
regola; quindi, il consenso degli Stati è ancora un elemento
fondamentale, anche per il potere giurisdizionale. EX: la Corte Europea
dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha giurisdizione solo sugli Stati che ne fanno
parte. Corte Penale Internazionale (istituita dallo Statuto di Roma). Per la
funzione esecutiva, secondo la dottrina positivista, una norma è effettiva
solo se c’è minaccia di una sanzione. Ma nel diritto internazionale, gli
Stati non regolano i propri rapporti perché minacciati dall’esistenza di
una sanzione ma per un principio di reciprocità (interesse reciproco del
rispetto delle norme per il mantenimento delle relazioni internazionali).
Tendenza verso l’istituzionalizzazione della comunità internazionale e tendenza
alla codificazione del diritto internazionale
Nel 1945, gli Stati vincitori della Seconda Guerra Mondiale fondano le Nazioni
Unite, cioè un’organizzazione volta a essere universale, all’interno della quale
gli Stati tendono a decidere questioni centrali della vita internazionale e della
loro attività.
La Carta delle Nazioni Unite è un documento che sancisce le regole
fondamentali che gli Stati si sono dati; quindi, non è una Costituzione in senso
stretto. Ha introdotto delle regole che gli Stati sono tenuti a rispettare, come il
divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali.
Veto: permette a 5 membri delle Nazioni Unite (i fondatori) di non adottare una
delibera, anche se c’è una maggioranza.
Divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali
ART.2 PAR.4 della carta delle Nazioni Unite. L’eccezione è la legittima difesa.

I SOGGETTI DI DIRITTO INTERNAZIONALE E IL RICONOSCIMENTO


Lo Stato: popolazione, territorio, sovranità, capacità di entrare in relazione con
altri Stati (socievolezza, desueto) - Convenzione di Montevideo (1933)
Governo effettivo o sovranità:
- Dimensione interna: potere effettivo del governo su un territorio e una
popolazione, dal punto di vista internazionale è irrilevante la forma di
governo. Dei governi che non risiedono più nel territorio di uno Stato (non
lo controllano più a causa di occupazione bellica) possono considerarsi
ancora governi di quello Stato? = Governo in esilio (ex: governo di Vichy
quando la Francia era occupata dalla Germania nazista). In questo caso
viene riconosciuta loro l’immunità, le garanzie e alcune prerogative di
uno Stato (attraverso una finzione giuridica). Si accantona il principio di
effettività e per mantenere la stabilità delle relazioni internazionali. Fin
quando non finisce il conflitto, il governo in esilio si considera uno Stato,
anche se effettivamente non controlla più il territorio. Questa situazione
può durare per un tempo limitato.
- Dimensione esterna: lo Stato deve essere indipendente rispetto ad
altre entità. Il suo potere deve essere originario, non delegato da
un’altra entità. Ex: La California, stato federato degli Stati Uniti, non è
qualificabile come Stato ai sensi del diritto internazionale. Possiede solo
la dimensione interna della sovranità. Gli Stati federati solo ai sensi del
diritto nazionale sono considerati Stati, ma dal punto di vista
internazionale la capacità di governare è stata conferita loro da un’altra
entità (lo Stato federale).
I governi fantoccio mancano della dimensione esterna della sovranità. Ex:
Repubblica di Salò che si è autoproclamata indipendente.
Gli Stati protetti: Stati coloniali protetti dallo Stato protettore dal Trattato di
Protettorato = ingerenza interna allo Stato protetto da parte dello Stato
protettore, ad esempio il potere legislativo è esercitato congiuntamente allo
Stato protettore. Ex: Tunisia e Marocco prima di ottenere l’indipendenza dalla
Francia.
Bantustan = enclave all’interno dello Stato sudafricano che generava una
condizione di apartheid nei confronti della popolazione nera sudafricana (anni
80).
Insorti o movimenti insurrezionali: gruppi armati con lo scopo di rovesciare il
governo o secedere una parte del territorio dello Stato contro cui combattono.
Secondo il principio dell’effettività, il diritto internazionale li riconosce come
soggetti internazionali perché per un periodo di tempo essi esercitano controllo
su una parte di territorio nazionale. Al termine dell’insurrezione questi soggetti
cessano di esistere come insorti: o diventano governo dello stesso Stato
(rovesciamento dello Stato stesso) o governo di uno Stato nuovo tramite la
secessione di una parte del territorio, oppure c’è la non riuscita
dell’insurrezione (tornano ad essere normali cittadini). La loro capacità
internazionale è limitata: possono concludere accordi con altri soggetti di
diritto internazionale ma ad es. non possono cedere il territorio sotto il loro
controllo.
Movimenti di liberazione nazionale: gruppi armati con lo scopo
dell’autodeterminazione dei popoli, alla base del loro riconoscimento come
soggetti di diritto internazionale non c’è più il principio di effettività, ma c’è
proprio il fatto che combattono per l’autodeterminazione dei popoli (anche se
dovessero controllare effettivamente una parte del territorio non è rilevante).
Differenze con gli insorti:
- Mentre gli insorti combattono contro lo Stato (conflitto civile), i movimenti di
liberazione nazionale creano un conflitto internazionale.
- In questo caso il governo centrale non può reprimerlo con la forza
- gli Stati terzi possono o meno agire a favore del movimento (dibattuto)
ma è vietato per loro agire a favore del governo.
- Diritto di assistenza: secondo alcuni si profila il diritto a ricevere
assistenza da Stati terzi.
Enti non territoriali (che non aspirano a diventare tali):
- Santa sede (diverso dalla Città del Vaticano che è uno Stato): conclude
accordi
- Ordine di Malta
- Comitato internazionale della Croce Rossa: associazione di diritto privato,
cioè è regolata dal diritto interno di uno Stato (diritto svizzero), ente
umanitario che svolge funzioni di rilievo umanitario nei conflitti armati
internazionali e non, e promuove il diritto internazionale umanitario
attraverso formazione rivolta alle forze dell’ordine, attivisti e
professionisti del settore umanitario.
ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI
Soggetti di diritto internazionale recente, istituite all’inizio del XX secolo. Dal
secondo dopoguerra si sono sviluppate nella comunità internazionale.
Commissione di diritto internazionale: organo permanente ma sussidiario
istituito dall’Assemblea Generale.
ART.2 progetto di articoli della Commissione di diritto internazionale in tema di
responsabilità delle organizzazioni internazionali del 2011:
Organizzazione istituita da un trattato o da un altro strumento disciplinato dal
diritto internazionale che deve avere personalità giuridica internazionale. I
membri delle organizzazioni internazionali possono essere anche altri enti oltre
gli Stati.
- Non sono enti originari e sono disciplinati dal diritto internazionale
- Anche altri enti, come l’UE, possono far parte di organizzazioni
internazionali (ex: FAO)
- Personalità giuridica (titolari di diritti e obblighi): una condotta o un
atto è attribuibile all’entità stessa e non ai singoli Stati membri
dell’organizzazione. L’organizzazione è quindi un ente autonomo
rispetto ai suoi membri.
CIG (Corte Internazionale di Giustizia): organo giurisdizionale delle Nazioni
Unite, che si occupa di dirimere le controversie tra gli Stati membri delle
Nazioni Unite e di esprimere pareri richiesti dall’Assemblea Generale che non
sono giuridicamente vincolanti.
1949: parere consultivo sulla riparazione dei danni subiti al servizio delle
Nazioni Unite, cioè l’uccisione di due dipendenti delle Nazioni Unite in Israele
da parte di estremisti israeliani. Il segretario generale delle Nazioni Unite
contestò allo Stato di Israele di non aver preso tutte le misure necessarie per
proteggere i suoi dipendenti operanti sul territorio israeliano. Chiese quindi a
Israele la riparazione dei danni, ma la carta dell’ONU non dice nulla a proposito,
sottendendo che l’ente abbia personalità giuridica a livello internazionale.
Parere chiesto dall’Assemblea Generale alla CIG: se le Nazioni Unite subiscono
un danno (ex: strutture fisiche o agenti nell’esercizio delle loro funzioni),
queste possono chiedere una riparazione allo Stato che ha commesso il danno?
Non è una sentenza, quindi Israele non è obbligata a riparare, però per la prima
volta si è posta una questione giuridica, cioè se l’ONU avesse personalità
giuridica. La CIG rispose che le Nazioni Unite possono chiedere riparazioni a
uno Stato, in quanto sono soggetti di diritto internazionale aventi personalità
giuridica (titolari di diritti e obblighi) perché gli Stati hanno conferito a questo
ente dei poteri eccezionali.
1980: parere consultivo della CIG sulla sede secondaria in Egitto dell’OMS.
Alcuni Stati che erano in tensione con l’Egitto chiesero che la sede dell’OMS
venisse rimossa dal Cairo.
CIG: l’OMS ha personalità giuridica, quindi è l’organizzazione stessa che decide
la sua sede.
Come si desume la personalità giuridica delle OI?
1. Prima teoria: dal trattato istitutivo, dunque dalla volontà degli Stati
membri. Uno Stato terzo potrebbe dire che ciò non incide su di esso.
2. Seconda teoria: dal riconoscimento degli Stati terzi. Però la
personalità giuridica dovrebbe essere un dato oggettivo e non dato dal
riconoscimento, che è soggettivo.
3. Terza teoria (basata sul principio dell’effettività): capacità di fatto
dell’organizzazione di imporsi come ente autonomo rispetto agli Stati che
lo compongono. Deve avere dei poteri di azione e proprie competenze,
deve essere in grado di esercitare questi poteri nei rapporti con i terzi sul
piano internazionale e deve essere autonoma rispetto agli Stati che la
compongono.
Le OI hanno personalità giuridica e capacità giuridica limitata perché non
hanno un territorio (enti non territoriali), mentre gli Stati sono gli attori
principali del diritto internazionale (enti territoriali).
OI:
- A carattere regionale: Unione Africana, Unione Europea, Consiglio
d’Europa
- A carattere universale: ONU
Struttura interna:
- Assemblea Generale (ONU: Assemblea Generale) composta da tutti i
membri dell’OI.
- Consiglio Esecutivo (ONU: Consiglio di Sicurezza, composto da 15 stati
– 5 membri permanenti vincitori della Seconda guerra mondiale, mentre
gli altri 10 subentrano a rotazione ogni due anni e sono eletti
dall’Assemblea Generale. I 5 stati membri hanno potere di veto =
decidono se una delibera passa o meno anche in caso di maggioranza
all’interno del Consiglio).
- Segretario Generale
L’organizzazione definisce le regole di ammissione per ciascun paese. Modalità
di voto:
- Consensus: nessuno si oppone dall’adozione di una delibera.
- Unanimità: espressione affermativa di tutti i membri.
- Maggioranza semplice: 50% +1
- Maggioranza qualificata: maggioranza che deve comprendere la
risposta affermativa di tutti e 5 i membri permanenti, oppure i 2/3.
GLI INDIVIDUI
Visione classica: Il diritto internazionale pone diritti e obblighi solo in capo agli
Stati. Gli individui sono considerati dei meri beneficiari (ex: protezione
diplomatica) = se succede qualcosa ad un individuo italiano in territorio
straniero può intervenire lo Stato di cittadinanza che è titolare del diritto a
chiedere una riparazione allo Stato terzo e se lo Stato decide di devolvere il
risarcimento all’individuo leso, l’individuo sarà beneficiario.
Diritto internazionale dei diritti umani: disciplina diritti che sono in capo
agli individui in quanto tali.
Diritto internazionale penale: introduce i crimini internazionali =
comportamenti che comportano la punibilità del soggetto agente. Il
responsabile di un crimine internazionale può essere un individuo, che è
perseguibile sul piano internazionale, a prescindere che sia perseguibile anche
sul piano interno o meno.
Sentenza CIG del 2001, caso La Grand: due fratelli tedeschi arrestati per rapina
e omicidio in Arizona (dove c’era la pena di morte). Le autorità dell’Arizona non
avevano informato i cittadini tedeschi della possibilità di mettersi in contatto
con le autorità consolari della Germania e mettono a morte uno dei fratelli.
Violazione del trattato di Vienna sulle relazioni consolari ART.36: obbligo per lo
Stato terzo che arresta un cittadino (Stati Uniti) di informare le autorità
consolari dello Stato di cittadinanza (Germania). La Germania adisce la CIG,
asserendo davanti alla Corte che gli Stati Uniti avessero violato il trattato di
Vienna di cui erano parte, laddove avessero omesso di informare i cittadini
tedeschi della possibilità di fare appello alle proprie autorità consolari. La
Germania chiede anche la sospensione della seconda esecuzione. La CIG
riconosce che il titolare del diritto ad essere informato è anche l’individuo.
IL RICONOSCIMENTO DEGLI STATI
Quando un ente pretende di qualificarsi come Stato, gli altri Stati esprimono
una propria posizione rispetto a questa dichiarazione d’indipendenza
(dichiarazione unilaterale).
Due tipologie di riconoscimento:
1. Riconoscimento de iure = riconoscimento pieno da parte dello Stato
terzo. I due Stati intratterranno delle relazioni internazionali.
2. Riconoscimento de facto = riconoscimento blando, che di solito
avviene nel caso in cui lo Stato terzo non è sicuro che quella situazione di
fatto si andrà a consolidare (cioè che l’entità permarrà nel tempo come
entità statale). Le relazioni internazionali saranno quindi limitate.
Il riconoscimento di uno Stato terzo è necessario affinché una nuova entità
possa qualificarsi come Stato?
Due effetti del riconoscimento:
1. Effetto costitutivo: dal riconoscimento dipende la personalità giuridica
internazionale del nuovo ente. Senza il riconoscimento degli Stati terzi
(già formati), l’entità non era qualificabile come Stato. Visione
eurocentrica della comunità internazionale.
2. Ad oggi il riconoscimento non ha più effetto costitutivo perché specchio
di una visione desueta della comunità internazionale. La tesi attuale è
che il riconoscimento ha un effetto meramente dichiarativo. Uno Stato
esprime la propria volontà di intrattenere rapporti con la nuova entità,
trattandola come sua eguale. Una nuova entità può essere qualificata
come Stato a prescindere dal riconoscimento degli Stati terzi; quindi, il
riconoscimento ha solo valore politico (per intrattenere relazioni). L’unico
effetto giuridico è che una volta che lo Stato terzo ha riconosciuto la
nuova entità come Stato, non può revocare il riconoscimento
(irrevocabilità del riconoscimento). Il riconoscimento facilita le
relazioni internazionali.
Se un’entità non è riconosciuta come Stato da nessuno Stato terzo, i rapporti
con quest’entità sono regolati da norme consuetudinarie.
Il Consiglio di Sicurezza a seguito dell’atto di occupazione della Turchia di una
parte dell’isola di Cipro, autoproclamata come Stato indipendente, ha adottato
una risoluzione di non riconoscere quello Stato (sanzione).
Il non riconoscimento può essere usato come sanzione se c’è una violazione del
diritto internazionale (ex: divieto di aggressione).
IL RICONOSCIMENTO DI NUOVI GOVERNI
Se c’è un rovesciamento dell’ordine costituzionale all’interno di uno Stato
preesistente, gli Stati terzi possono non riconoscere il nuovo governo, ma ciò
non incide sulla personalità giuridica di quello Stato.
2001-2021: truppe americane occupano l’Afghanistan. Nel 2021 i Talebani si
reinsediano al potere, ma nessuno ha messo in discussione la statualità
dell’Afganistan.
LE FONTI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE
Sul piano internazionale non c’è una Costituzione (come sul piano nazionale).
C’è lo Statuto della Corte Internazionale di Giustizia che contiene un
elenco di fonti normative da cui la CIG deve attingere (ART.38 PAR.1). In base a
queste regole la CIG deve decidere sulle controversie tra gli Stati.
Le consuetudini internazionali e i principi generali di diritto riconosciuti dalle
nazioni civili sono fonti che si applicano a tutti gli Stati (fonti di diritto
generale).
Le convenzioni (o trattati - patti) internazionali sono fonti di diritto
particolare (applicabili solo tra le parti che le hanno stipulate).
Le decisioni giudiziarie: sentenze dei tribunali internazionali e dottrina degli
autori più qualificati delle varie nazioni. Sono fonti di cognizione e non fonti
di diritto. Cioè, aiutano a capire quali sono le fonti del diritto.
È un articolo datato, per cui mancano le risoluzioni vincolanti delle
Organizzazioni Internazionali. Al momento in cui è stato scritto l’articolo (anni
‘20) le OI erano pochissime e non avevano poteri vincolanti. L’articolo infatti
deriva dallo Statuto della Corte Permanente di Giustizia Internazionale della
Società delle Nazioni.
Se due norme giuridiche sono in conflitto tra di loro (ipotesi di conflitto
normativo) perché pongono degli obblighi contrastanti:
- Se provengono dalla stessa fonte si usa il criterio temporale: un
trattato successivo prevale sul trattato precedente.
- Se provengono da due fonti diverse si usa il criterio di specialità: se
una è di diritto generale e l’altra di diritto particolare, in linea generale
prevale quella di diritto partciolare perché il trattato è considerato lex
specialis.
- Se invece c’è una nuova consuetudine rispetto al trattato più datato si
segue la nuova consuetudine. Se gli Stati aderiscono alla nuova
consuetudine per un certo tempo, il trattato diventa desueto. Criterio di
effettività.
- Criterio gerarchico: fino a poco tempo fa c’erano solo i trattati e le
consuetudini senza ordine gerarchico. Negli ultimi decenni gli Stati hanno
iniziato a riconoscere l’esistenza di valori universali (beni giuridici).
Essendo delle regole a protezione di valori fondamentali sono
automaticamente regole più importanti delle altre. L’insieme di regole si
chiama IUS COGENS (diritto imperativo) = sono norme non derogabili
perché espressione di valori importanti. Se il trattato è contrario allo ius
cogens, allora il trattato è nullo. Ex: divieto di tortura/genocidio protegge
il valore della vita umana – divieto di aggressione di uno Stato verso un
altro protegge il valore della pace – principio di autodeterminazione dei
popoli – protegge il valore della libertà ed esistenza dei popoli.
IUS COGENS = non è presente nell’articolo 38 della CIG, ma è presente nell’art.
53 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969.
Norma imperativa del diritto internazionale generale, accettata e riconosciuta
dalla comunità internazionale nel suo complesso come norma alla quale non è
consentita alcuna deroga e che può essere modificata soltanto da un’altra
norma del diritto internazionale generale avente lo stesso carattere (cioè da
un’altra norma di ius cogens). Opinio iuris qualificata (=rinforzata rispetto a
quella della consuetudine). Gli Stati sono convinti della sua universalità e
inderogabilità, oltre ad essere giuridicamente vincolanti.
LA CONSUETUDINE
Non è diritto scritto. È una fonte di diritto generale e nasce dall’esigenza di una
società di eguali di avere regole che valgano per tutti. È quindi applicabile a
tutti i soggetti internazionali. Per identificare la consuetudine internazionale si
fa riferimento a due elementi. Progetto di conclusioni della commissione di
diritto internazionale sull’identificazione del diritto consuetudinario del 2018:
1. Prassi generale: comportamento coerente, generale e ripetuto nel
tempo dalla maggioranza degli Stati
2. Opinio iuris: convinzione che quel comportamento sia imposto da un
obbligo giuridico.
Entrambi gli elementi devono essere valutati separatamente.
Comportamenti dello Stato = rinvenuti dalle azioni degli organi dello Stato
(organi del potere legislativo, esecutivo e giudiziario). Ex: attraverso sentenze
di tribunali nazionali, espressione del ministro degli esteri, adozione di una
legge.
Ex: Egitto emana una legge per estendere la propria sovranità fino a 300 miglia
dalla costa (divieto internazionale stabilito da convenzione). L’Italia risponde
inviando delle truppe in risposta.
Ma anche la prassi delle OI può concorrere alla formazione di una norma
consuetudinaria.
Forme della prassi (non c’è gerarchia):
1. Corrispondenza diplomatica
2. Condotta in relazione alle risoluzioni adottate da una OI o in una
conferenza intergovernativa
3. Condotta in relazione ai trattati
4. Condotta dell’esecutivo
5. Atti legislativi e amministrativi
6. Decisioni dei tribunali nazionali
Bisogna tenere conto della prassi generale dello Stato. Può accadere che i
poteri all’interno di uno Stato assumono posizioni diverse, ad esempio sul
principio di immunità giurisdizionale dello Stato (uno Stato non può
essere giudicato dinanzi al tribunale di un altro Stato). Negli ultimi anni l’Italia
nel caso Ferrini ha obiettato un’eccezione a questo principio: lo Stato non è
immune se ha commesso delle gravi violazioni di ius cogens. Atti compiuti dalla
Germania nazista nei confronti di cittadini italiani. In questo caso fu il potere
giudiziario (la Cassazione) a voler introdurre questa eccezione, ma l’esecutivo
non concordava perché voleva tutelarsi mantenendo intatto il principio
dell’immunità giurisdizionale. La Germania ha adito la CIG perché l’Italia aveva
violato il principio dell’immunità giurisdizionale e la CIG ha detto che non
ancora esiste un’eccezione a questo principio in tal senso.
Anche lo stesso potere all’interno di uno stesso Stato può essere in disaccordo.
Sempre in riferimento alle eccezioni al principio di immunità giurisdizionale, la
Corea del Sud non ha riconosciuto al Giappone l’immunità. Caso delle donne di
conforto: gruppo di donne che nel gennaio 2021 ha adito la Corte della Corea
del Sud contro il Giappone, perché erano state schiavizzate sessualmente nelle
stazioni di conforto per i soldati (200-300 mila donne vittime durante la
Seconda guerra mondiale). Prima sentenza: no immunità per violazione di ius
cogens – seconda sentenza della corte di Seoul: dichiara immunità del
Giappone.
Opinio iuris: prassi generale accettata come diritto, cioè un comportamento
viene adottato ritenendo di rispondere ad un obbligo giuridicamente
vincolante. A volte gli Stati si comportano in un certo modo per mera cortesia.
Per determinare se esiste una consuetudine non basta la prassi generale.
Il silenzio rispetto a una certa prassi può costituire la sua accettazione come
diritto.
Ex: piattaforme continentali. Negli anni 50 gli USA dichiarano la propria
sovranità esclusiva sulla piattaforma continentale (mari e fondali circostanti).
La dichiarazione Truman era contraria al principio della libertà dell’uso dei
mari, ma negli anni vari Stati hanno proclamato la propria sovranità esclusiva
sulle piattaforme continentali. In quegli anni si è scoperto di poter rivenire delle
risorse dai fondali marini, quindi c’è stata questa pretesa politica da parte degli
Stati Uniti e dagli altri Stati, finché questa prassi costante e ripetuta nel tempo
da un ampio gruppo della comunità internazionale senza reazione da parte
degli Stati è diventata una norma consuetudinaria e poi parte di un trattato
(Convenzione sul diritto del mare).
Ex: intervento umanitario. Alcuni Stati hanno iniziato a sostenere che si può
intervenire con l’uso della forza nelle relazioni internazionali non solo per
legittima difesa ma per intervento umanitario (a favore della popolazione civile
perseguitata dallo Stato, per porre fine alla violazione dei diritti umani). Nel
1999 intervento della NATO contro la Serbia che stava violando i diritti umani
contro la popolazione kosovara. Il Consiglio di Sicurezza richiama la Serbia, ma
essa continua a perseguire i kosovari, finché la NATO usa la forza militare
contro la Serbia. Gli Stati della NATO hanno giustificato l’intervento in modo
diverso:
- Belgio e Regno Unito hanno giustificato il loro intervento come aiuto
umanitario
- L’Italia ha sostenuto che ci fosse una copertura dell’ONU che in realtà
non c’era
- La Germania lo ha giustificato come una necessità
- La Cina si è dichiarata contraria all’operazione
Eccezioni all’ambito di applicazione erga omnes della consuetudine:
1. Obiettore persistente: lo Stato che contesta l’esistenza di una
consuetudine internazionale
Se tutti gli Stati accettano la consuetudine ma uno Stato è obiettore, è
comunque vincolato dalla consuetudine?
Posizioni a favore della non applicazione:
- Conclusione 15 (Progetto di conclusioni della commissione di diritto
internazionale sull’identificazione del diritto consuetudinario del 2018):
se lo Stato obietta già nella fase della sua formazione, allora la norma
non sarà applicabile a quello Stato.
- Sentenza CIG del 1951 sul caso Peschiere norvegesi. Pescherecci inglesi
pescavano nei fiordi norvegesi. Alla fine degli anni 40, il re della Norvegia
emana un regio decreto in cui stabilisce che i pescherecci inglesi non
potevano più pescare nei fiordi norvegesi, limitando le acque norvegesi
con una linea retta che collega gli estremi dei fiordi. Il Regno Unito
sosteneva che tale decreto fosse in contrasto con il diritto internazionale:
l’insenatura poteva essere chiusa solo se lo spazio tra gli estremi dei 2
fiordi fosse inferiore a 10 miglia. Quindi gli inglesi potevano comunque
pescare nella maggior parte dei fiordi, perché nella maggioranza dei casi
lo spazio è maggiore a 10 miglia. Per la Norvegia la regola delle 10 miglia
non esisteva, e se esisteva si sarebbe opposta alla sua formazione. La
sentenza della CIG è stata interpretata a favore dell’obiettore
persistente.
- Parte della dottrina
Posizioni contro la non applicazione:
- Altra parte della dottrina
- Inesistenza di prassi degli Stati in merito
Lo Stato non può opporsi all’esistenza della norma ma all’applicazione della
norma nei suoi confronti. Gli altri Stati devono essere concordi nella non
applicabilità della norma nei confronti dello Stato obiettore.
Ex: fondare uno Stato basato su discriminazione razziale (apartheid) è contro il
diritto internazionale (norma consuetudinaria nata negli anni 50). Il Sudafrica si
è sempre opposto all’applicazione di questa norma nei suoi confronti.
(Obiettore persistente)
Tutti gli altri Stati non erano d’accordo alla non applicabilità della norma nei
confronti del Sudafrica.
2. Consuetudini regionali (si applicano solo a degli Stati appartenenti a
una specifica regione continentale o area geografica).
Ex: sentenza CIG sul diritto di asilo negli anni 50. Nel ‘48 il presidente del Perù
emana un decreto che dissolve un partito peruviano oppositore, a capo di una
ribellione contro il governo. Un esponente del partito dissolto si rifugia
nell’ambasciata colombiana a Lima (territorio inviolabile). La Colombia chiede
al Perù un salvacondotto per permettere all’oppositore peruviano di dirigersi
immune in territorio colombiano. La Colombia adisce la CIG sostenendo che
non concedendo il salvacondotto all’oppositore, il Perù sta violando una
consuetudine regionale, cioè una norma sul diritto d’asilo. La CIG dice che
possono esistere consuetudini regionali ma devono essere accettate anche
dall’altra parte. Si applicano allo Stato solo se questo l’ha accettata. Nel caso
della consuetudine regionale la posizione dello Stato conta. Se non accetta la
norma consuetudinaria, questa non si applica nei suoi confronti.
3. Consuetudini bilaterali
Ex: sentenza CIG del 1960 relativa al caso del diritto di passaggio in territorio
indiano. Due città indiane a cui il Portogallo aveva accesso sin dai tempi in cui
l’India era una colonia. Consuetudine bilaterale tra l’India e il Portogallo. Il
consenso delle parti è necessario sia per le consuetudini bilaterali che
regionali; quindi, somigliano di più a un trattato non scritto che a una
consuetudine vera e propria.
IL TRATTATO (chiamato anche convenzione e patto) contiene norme
vincolanti tra le parti che lo hanno sottoscritto e ratificato. - ART. 38 PAR. 1
lettera a) Statuto CIG.
Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, individua le
regole di formazione, conclusione e interpretazione dei trattati. È irrilevante sia
la forma (scritta o orale), sia la denominazione della fonte del diritto rispetto a
quanto scritto nella Convenzione di Vienna.
Tendenza alla codificazione del diritto internazionale (=mettere per iscritto
delle consuetudini non scritte).
ART.13 Carta ONU = l’Assemblea Generale ha il compito di incoraggiare lo
sviluppo progressivo del diritto internazionale e la sua codificazione.
Nel ‘46 l’Assemblea Generale ha istituito la Commissione di diritto
internazionale che ha questo compito. Composta da 34 individui
rappresentativi di diverse aree geografiche del mondo. Essi agiscono in modo
indipendente rispetto allo Stato di cittadinanza, non in rappresentanza di esso.
L’Assemblea Generale chiede alla Commissione di lavorare su certi temi di
diritto internazionale. La Commissione nomina quindi un relatore speciale, che
ha il compito di redigere una ricerca e proporre un testo con degli articoli alla
Commissione di diritto internazionale, che esamina il testo e quando lo approva
lo invia alla sesta commissione dell’assemblea generale, cioè quella che si
occupa degli affari giuridici. Nella sesta commissione ci sono i rappresentanti
degli Stati. Essi valutano punto per punto il documento ricevuto dalla
Commissione di diritto internazionale e lo mandano all’Assemblea Generale.
Tre esiti possibili:
1. L’Assemblea Generale convoca una conferenza di Stati per discutere di
eventuali modifiche nel lavoro e tramutarlo in una convenzione
internazionale. Solo gli Stati che la ratificano saranno vincolati dalla
convenzione. Svantaggi di indire una conferenza internazionale: Gli Stati
per raggiungere un accordo devono snaturare il lavoro della commissione
di diritto internazionale. Oppure gli Stati non trovano un accordo e il
lavoro della Commissione viene svalutato.
2. L’Assemblea Generale con una risoluzione tramuta direttamente il testo
in convenzione internazionale. Svantaggi di convertire direttamente il
lavoro nella convenzione: gli Stati potrebbero non ratificarla.
3. Il testo viene incorporato in una raccomandazione, che è un testo
giuridicamente non vincolante. L’Assemblea Generale raccomanda agli
Stati di tenere in considerazione quel lavoro.
La terza ipotesi è quella preferita dall’Assemblea Generale negli ultimi 25 anni.
È un lavoro autorevole perché proviene da studi pluridecennali di un insieme di
esperti per identificare norme consuetudinarie.
Ex: progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati nel 2001 è
rimasto una raccomandazione particolarmente rilevante, presa in
considerazione anche dalla CIG.
(A volte la CIG riconosce una norma come consuetudinaria, ma è anche parte
di un trattato. Anche gli Stati terzi al trattato ne sono vincolati in quanto norma
consuetudinaria).
PRINCIPI GENERALI RICONOSCIUTI DALLE NAZIONI CIVILI
ART. 38 PAR. 1 lettera c) dello Statuto CIG.
Sono norme che derivano dagli ordinamenti interni degli Stati. Hanno una
funzione integrativa. Spesso i tribunali penali internazionali o la Corte penale
internazionale hanno integrato le loro norme con quelle degli ordinamenti
penali interni. Il diritto penale internazionale è una branca recente del diritto
internazionale; perciò, si fa un confronto tra gli ordinamenti interni quando i
giudici si trovano a giudicare e ci sono delle lacune sul piano internazionale. I
principi generali di diritto internazionale invece discendono direttamente
dall’ordinamento internazionale.
EX: principio di terzietà del giudice (=indipendenza). È un principio comune agli
ordinamenti giuridici interni.
GIURISPURDENZA E DOTTRINA
ART. 38 PAR.1 lettera d) Statuto CIG
La giurisprudenza e la dottrina non sono delle fonti di diritto ma sono strumenti
che ci aiutano a riconoscere e ricostruire le norme di diritto internazionale,
sono quindi dei mezzi di cognizione. Il giudice applica una norma generale ed
astratta del diritto pattizio, quindi la interpreta e la chiarisce. La giurisprudenza
vincola solo le parti in lite (ex: sentenza CIG). Ma anche i pareri consultivi sono
autorevoli nell’interpretazione di norme consuetudinarie.
SOFT LAW
Negli ultimi decenni spesso gli Stati decidono di sottoscrivere degli atti non
giuridicamente vincolanti. Si è discusso se possono essere considerati fonti di
diritto internazionale. Sono molto utili perché permettono agli Stati di
individuare delle linee guida di comportamento. Gli Stati, non sentendosi
vincolati, aderiscono più facilmente a questo tipo di atti piuttosto che a
convenzioni. Da questi atti possono discendere atti di natura vincolante.
EX: le risoluzioni dell’Assemblea Generale non sono giuridicamente vincolanti;
ma se su uno stesso tema essa si esprime sempre allo stesso modo
ripetutamente nel tempo, quelle risoluzioni esprimono l’opinio iuris degli Stati;
quindi, è in via di formazione una norma consuetudinaria rispetto a quel tema.
Oppure le norme di soft law possono essere prese come base di riferimento per
un testo che diventerà giuridicamente vincolante (trattato, hard law).
Denominazione dell’atto:
- Dichiarazione, codice di condotta, raccomandazione = non vincolanti
- Patto, convenzione, trattato = vincolanti
Termini rilevanti nel testo per capire se esso intende obbligare gli Stati o no.
Testo che pone diritti e obblighi più specifici in capo alle parti, è un testo
giuridicamente vincolante.
Ex: dichiarazione universale dei diritti umani. Non è vincolante, ma è stata la
base per l’adozione di atti giuridicamente vincolanti, come il patto
internazionale sui diritti civili e politici (1966).
Ex: Accordo di Parigi sul clima (2015) = primo documento sul clima
giuridicamente vincolante, ma pone in capo agli Stati degli obblighi molto
generali (effettività?)
IL DIRITTO DEI TRATTATI
La Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati (CVDT) è stata adottata nel
1969 ma è in vigore dal 1980, ed è chiamata anche il trattato sui trattati.
È entrata in vigore nel 1980 perché prima non è stato raggiunto un numero
minimo di 35 firme da parte degli Stati.
Dispone fasi di conclusione, validità, estinzione, interpretazione, emendamento
e modifica dei trattati.
Procedure di conclusione dei trattati:
1. Procedura in forma solenne
2. Procedura in forma semplificata
Soggetti che possono concludere trattati internazionali:
- Plenipotenziari: soggetti, organi dello Stato che sono competenti a
concludere trattati internazionali.
Soggetti con presunzione di pieni poteri:
- Capi di Stato, capi di governo e capi di affari esteri , non hanno bisogno di
dimostrare i pieni poteri.
- Per i capi di missione diplomatica vale la presunzione solo rispetto ai
trattati tra lo Stato accreditatore e lo Stato accreditatario (in cui svolge la
missione).
- I rappresentanti accreditati dagli Stati ad andare a una conferenza
internazionale oppure per essere rappresentanti in una OI o in un organo
della OI. Se in quella conferenza si conclude un trattato si presume che
quel rappresentante abbia pieni poteri per concludere quel trattato.
Tutti gli altri devono mostrare i pieni poteri con un documento in cui si attesta
la volontà dello Stato a dichiararli plenipotenziari.
Fasi di stipulazione di un trattato:
1. Negoziati fra i plenipotenziari: soggetti incaricati dagli Stati per
rappresentarli nella conclusione del trattato internazionale
2. Adozione del testo: consenso di tutti gli Stati presenti ai negoziati.
Se i negoziati si svolgono in una conferenza internazionale, il testo è adottato
con maggioranza di 2/3 (maggioranza qualificata), ma gli Stati possono
decidere altrimenti (ex: maggioranza semplice). A questo punto gli Stati non
sono ancora vincolati dal testo, raggiungono solo l’accordo sul testo usato
come base per decidere se vincolarsi o no.
3. Firma: (o parafatura - apposizione delle iniziali) è l’ultimo passaggio
della procedura in forma semplificata ma è una fase intermedia nella
procedura in forma solenne. Nella procedura semplificata ci si vincola con
la firma, che chiude la procedura. Nella procedura in forma solenne,
l’effetto della firma è di dichiarare l’autenticità del testo: l’unico effetto
giuridico in questa procedura è che lo Stato è obbligato ad astenersi da
ogni atto contrario all’oggetto o allo scopo del trattato. Lo fa seguendo la
regola della buona fede, anche se non è vincolato.
4. Ratifica: solo nella procedura in forma solenne. Atto che contiene la
manifestazione della volontà dello Stato a vincolarsi in un trattato.
In passato era spesso sufficiente seguire la forma semplificata ma in realtà
questa non include i Parlamenti nazionali. Nel diritto interno italiano, l’atto di
ratifica è espresso dall’art. 80 della Costituzione. Cinque categorie di trattati
internazionali per cui secondo la Costituzione italiana è necessaria la ratifica
del Parlamento (procedura in forma solenne):
- Trattati di natura politica
- Trattati che prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari
- Trattati che importano variazioni del territorio
- Trattati che comportano oneri alle finanze
- Trattati che comportano modificazioni di legge
A livello internazionale, gli art. 12 e 14 CVDT (che sono speculari) ci dicono
come si fa a capire quale procedura seguire:
- Previsto dal trattato: nel trattato è scritto se la firma o la ratifica vincola
lo Stato.
- Cosa hanno previsto le parti nei negoziati, ex: accettano che
l’apposizione della firma / della ratifica è necessaria per la conclusione
del trattato.
- L’intenzione dello Stato risulta dai pieni poteri del suo rappresentante ,
ex: l’intenzione è di concludere l’accordo con la firma / con la ratifica.
5. Notifica: ultima fase della procedura solenne. Scambio delle ratifiche nel
caso degli accordi bilaterali. Per gli accordi multilaterali, gli Stati
depositano le lettere di ratifica. Il trattato entra in vigore o
immediatamente o nel trattato stesso c’è scritto che la sua entrata in
vigore sarà posticipata (ex: deve esserci un numero minimo di depositi di
ratifiche).
6. Registrazione (fase eventuale), prevista all’ art. 102 carta delle Nazioni
Unite. Ogni trattato stipulato da un membro dell’ONU dopo l’entrata in
vigore della Carta dell’ONU deve essere registrato al più presto possibile
presso il Segretariato delle Nazioni Unite. Se non è registrato, nessuno
Stato parte può invocare quel trattato dinanzi a un organo delle Nazioni
Unite (ex: c’è una lite tra gli Stati sul modo in cui applicare quel trattato,
gli Stati non possono adire la CIG). Ma comunque dopo la notifica, il
trattato entra in vigore. Riguardo materie particolarmente delicate, gli
Stati preferiscono tenere l’accordo segreto e non registrarlo presso
l’ONU.
LE RISERVE AI TRATTATI
ART.2 PAR.1 lett. d) CVDT
Che succede se una o più parti in accordi multilaterali non convengono su una
parte del testo dell’accordo?
Riserva: dichiarazione unilaterale (posta da una parte) fatta da uno Stato al
momento in cui firma, accetta, approva un trattato o vi aderisce (quando esso
è già in vigore tra altre parti). Lo scopo dello Stato può essere:
- O escludere l’applicazione di una o più norme nei suoi confronti (riserve
eccettuative)
- o modificare l’effetto giuridico (l’interpretazione) di una o più norme nei
suoi confronti (riserve modificative o interpretative). Di solito mirano
a un’interpretazione restrittiva della norma, ma esistono casi in cui uno
Stato ha apposto una riserva di tipo estensivo. Ex: Convenzione di
Ginevra sull’alto mare in cui l’URSS ha apposto una riserva di tipo
modificativo su una norma che stabiliva che godono di immunità le navi
in alto mare che svolgono funzioni pubbliche; quindi, non possono essere
sottoposte a visite o ispezioni. La riserva dell’URSS era estensiva perché
secondo l’URSS tutte le navi devono essere considerate proprietà dello
Stato, e quindi godere di immunità.
All’inizio vigeva il principio di integrità dei trattati poiché con le riserve si
alterano gli equilibri tra le parti e l’equilibrio del trattato, quindi gli Stati erano
scoraggiati dall’uso delle riserve. Queste erano ammissibili solo se ammesse
dal trattato o se tutti gli altri Stati accettavano quella riserva. Questo principio
rispecchiava una comunità internazionale fatta di pochi Stati perlopiù
omogenei (quelli europei e quelli americani).
Dalla seconda metà del XX secolo, a causa della crescita del numero degli
Stati, è molto più difficile raggiungere un compromesso su un testo. Quindi si è
iniziato a bilanciare il principio di integrità al principio di flessibilità, per
garantire ad un numero maggiore di Stati di essere parte del trattato.
La riserva, dunque, garantisce una tendenza più universalistica del trattato.
La disciplina delle riserve (art. 19-23 CVDT)
Art. 19 = si presume la possibilità di apporre una riserva se il trattato non lo
esclude. Ipotesi di esclusione (la riserva non può essere apposta):
- quando è vietata dal trattato
- quando il trattato dispone che si possono fare solo determinate riserve
- quando è incompatibile con l’oggetto o lo scopo del trattato
Chi valuta la compatibilità con l’oggetto e lo scopo del trattato? Col tempo,
alcune giurisdizioni (tra cui quelle sui diritti umani) si sono dichiarate
competenti per giudicare la compatibilità della riserva con l’oggetto e lo scopo
del trattato. Ex: convenzione per l’eliminazione delle discriminazioni contro le
donne. Un numero molto elevato di Stati ha apposto riserve eccettuative,
soprattutto all’art. 16 (eliminazione della discriminazione contro le donne in
tutte le questioni relative al matrimonio e ai rapporti familiari). Questo articolo
entra in conflitto con molte leggi nazionali di molti Stati. Si è giudicato meglio
che più Stati abbiano ratificato quel trattato con riserva all’art.16, piuttosto che
non l’abbiano ratificato.
Lo Stato è libero sia di apporre riserve (anche in un momento successivo) che
di eliminarle in un momento successivo.
ART. 20 = si presume che non sia necessaria l’accettazione della riserva da
parte degli altri Stati parte del trattato. Gli altri Stati parte del trattato possono
obiettare nei confronti di una riserva ma possono farlo entro 12 mesi. Se non si
esprimono, la riserva si ritiene accettata da parte di quegli Stati. Obiezioni
possibili da parte dello Stato:
- o dichiara che la norma su cui è posta la riserva non sarà applicabile tra
le due parti
- o dichiara che l’intero trattato non può essere applicato tra le due parti, a
causa della riserva applicata su una norma specifica. Deve dichiararlo
espressamente nell’obiezione, altrimenti si presume che solo la norma su
cui è apposta la riserva non si applica tra le due parti. Questo perché si
tende a far sì che le altre norme invece siano applicabili tra le parti.
Effetti dell’obiezione:
- Tra gli Stati non riservanti si applica integralmente il trattato
- Tra lo Stato riservante e lo Stato obiettante: il trattato entra in vigore tra
le due parti ma non si applica la disposizione del trattato su cui è apposta
la riserva
- Tra lo Stato riservante e lo Stato obiettante che si è opposto all’entrata in
vigore del trattato tra le due parti: il trattato non si applica alle due parti
- Tra Stato riservante e Stato accettante il trattato si applica alle due parti
nella misura prevista dalla riserva.
IL DIVIETO DELL’USO DELLA FORZA NELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI
È uno dei cardini nel nuovo ordine mondiale, che negli ultimi anni è messo in
discussione sia dall’attacco della Federazione Russa contro l’Ucraina che da
dichiarazioni contrarie al diritto internazionale.
Vecchio ordine mondiale: gli esiti di ciò che avveniva in guerra (bottini e
terre acquisite) venivano riconosciuti come diritto anche dagli Stati terzi. Fino
alla Prima guerra mondiale si era convinti che la guerra fosse un mezzo
legittimo per risolvere le controversie tra gli Stati. Quindi, il ricorso all’uso della
forza non era visto come un’eccezione, ma parte della politica estera di ogni
Stato, come uno dei modi per risolvere le controversie. Vigeva la legge del più
forte. Ogni Stato aveva diritto di muovere guerra, per le più innumerevoli
ragioni. C’erano degli atti manifesti di guerra in cui i sovrani spiegavano le
ragioni del conflitto, ma non per legittimare la guerra, bensì per muovere le
masse che sarebbero dovute andare a combattere. Le giustificazioni alla
guerra erano date più per assecondare dei criteri morali (ex: religione) che
giuridici. Ragioni per muovere guerra:
- questioni commerciali
- difendere i propri territori
- reclamare un risarcimento
Mancava una giurisdizione internazionale per risolvere le controversie tra gli
Stati. Perciò gli Stati erano legittimati a risolverle con l’uso della forza. Invece,
nel diritto nazionale, ciascun individuo aveva devoluto il potere dell’uso della
forza allo Stato. Se un individuo avesse compito un atto di forza, sarebbe stato
punito da un potere terzo.
Le guerre legittime erano quelle formalmente dichiarate. Conseguenze del
diritto di muovere guerra: le conseguenze della guerra vengono riconosciute
come legge.
- Diritto di conquista: il vincitore della guerra diventa titolare della
sovranità del territorio e della popolazione e tutti gli altri Stati lo
riconoscono come sovrano legittimo.
- Diritto di bottino: è lecito acquisire beni mobili durante il conflitto e
resteranno beni di quello Stato.
- Diplomazia delle cannoniere: la diplomazia si muoveva per minaccia
dell’uso della forza.
- Licenza di uccidere: tutti i combattenti hanno licenza di uccidere, che
al di fuori della guerra sarebbe considerato come un atto criminale.
- La neutralità è considerata imparzialità. Il territorio dello Stato
neutrale è inviolabile: non potevano essere reclutati soldati dello Stato
neutrale per combattere, non poteva essere sottoposto a rappresaglie.
Però al tempo stesso aveva anche degli obblighi: non poteva privilegiare
nessuna delle due parti, neanche a livello commerciale, non poteva
imporre sanzioni economiche. Se lo Stato terzo si fosse dimostrato non
imparziale, allora quello Stato non sarebbe stato più neutrale e avrebbe
potuto essere sottoposto a rappresaglie, che erano un modo per
rispondere a un torto subìto nel corso del conflitto. Nel vecchio ordine
mondiale la rappresaglia era legittima.
Se lo Stato avesse avviato una guerra senza dichiarazione, gli atti commessi
dai combattenti sarebbero stati giudicati come criminali dallo Stato in cui erano
commessi.
Al termine della Prima Guerra mondiale, gli Stati aderiscono al Patto della
Società delle Nazioni del 1919, con il quale limitano il ricorso all’uso della
forza nelle relazioni internazionali attraverso l’introduzione di criteri procedurali
e temporali:
- Criteri procedurali: due Stati in lite devono sottoporre la controversia o
alla Corte permanente di giustizia internazionale, o al Consiglio della
Società delle Nazioni o a un collegio arbitrale.
- Criteri temporali: al termine della decisione di uno di questi organi, lo
Stato risultato perdente doveva attendere 3 mesi prima di iniziare
eventualmente le ostilità. Lo Stato vincitore non poteva iniziare una
guerra.
Questo patto costringe gli Stati ad attendere questa procedura ma non risolve
il problema della guerra, che è ancora legittima. Un altro limite è che era valido
solo tra gli Stati parte del patto.
Nel caso in cui gli Stati membri del Patto scendevano in guerra senza rispettare
i limiti imposti, il Consiglio stesso avrebbe avviato una guerra contro gli stessi
Stati che contravvenivano al Patto. Non c’è ancora uno strumento alternativo
alla guerra.
Trattato Kellogg-Briand (o Trattato di Parigi) del 1928: per la prima volta
nella storia dell’umanità, l’uso della forza attraverso la guerra viene dichiarato
illegale:
- Divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali
- Condanna della guerra come strumento di risoluzione delle controversie
internazionali
Quindi c’era il divieto di muovere guerra e l’obbligo di risolvere le controversie
internazionali pacificamente.
Però anche questa volta non ci sono strumenti alternativi alla guerra per
risolvere le controversie internazionali. Non esiste un organo superiore agli
Stati che le risolve. Le sanzioni economiche restavano ancora vietate. Ma è
stato comunque un passaggio fondamentale.
Accordo di Londra del 1945 = guerra definita crimine contro la pace
Carta delle Nazioni Unite del 1945 (ART. 2 PAR. 4) introduce il divieto
dell’uso della forza nelle relazioni internazionali.
Il nuovo ordine mondiale è l’opposto del vecchio ordine mondiale:
- gli Stati terzi al conflitto possono introdurre sanzioni economiche verso
una delle due parti del conflitto, non è più un illecito e non incide sulla
neutralità.
- Le rappresaglie e le conquiste non sono più legittime . Gli Stati terzi non
riconoscono come legittime le conquiste avvenute in guerra.
- Tendenza alla riduzione dei conflitti armati internazionali (tra due o più
attori statali)
- Anche Stati deboli restano in vita perché non è più lecita la conquista da
parte di Stati più forti = incremento dei conflitti interni (guerre civili) a
causa dell’instabilità di uno stato debole o eventualmente fallito.
Il nuovo ordine mondiale è in crisi:
- 1° tesi: l’aggressione da parte della Russia all’Ucraina rappresenta una
violazione di una norma di ius cogens. Putin ha richiamato la legittima
difesa collettiva (richiesta dalle popolazioni al confine) per giustificare
l’avvio del conflitto, richiamandosi quindi al diritto internazionale (ART.51
CARTA ONU). La Russia, quindi, riconosce le norme internazionali da cui è
nato il nuovo ordine mondiale e non vuole modificare l’ordine prestabilito
dalla Carta dell’ONU. Anche se c’è stata una violazione, non c’è stata una
vera crisi del nuovo ordine mondiale.
- 2° tesi: non riconoscimento di Trump del diritto internazionale e dei suoi
princìpi fondamentali nelle sue dichiarazioni. Oppure evacuazione di Gaza
per una ricostruzione statunitense e israeliana (la potenza occupante non
potrebbe evacuare la popolazione occupata). Nell’ultimo mese queste
dichiarazioni non tengono proprio in considerazione il diritto
internazionale.
Andare contro una serie di norme di ius cogens vuol dire che queste non sono
più valide? Si sta formando una nuova consuetudine? No, perché sono episodi
ancora limitati. O quella norma di ius cogens tornerà ad essere applicata o
verrà derogata da una nuova norma di ius cogens.
ART.2 PAR. 4 CARTA ONU
Divieto della minaccia e dell’uso della forza = divieto di aggressione (norma di
ius cogens perché è l’atto più grave dell’uso della forza). Cosa è e non è
considerato violazione della norma:
- La pressione economica
- Usare la forza per reprimere un gruppo insurrezionale non è una
violazione della norma, ma lo è reprimere un movimento di liberazione
nazionale.
- Guerre fondate su attacchi informatici: la dottrina sembra concordare che
si deve guardare all’effetto dell’attacco; quindi, l’attacco cibernetico è
considerato una violazione della norma se ha come conseguenza
l’uccisione di persone, altrimenti è considerato solo un metodo di
combattimento.
- Il possesso di un’arma nucleare di per sé non costituisce minaccia all’uso
della forza. Invece, la minaccia dell’uso dell’arma nucleare lo è.
- Il dispiegamento delle forze armate al confine tra Russia e Ucraina prima
dell’atto di aggressione già era una violazione del divieto di minaccia
dell’uso della forza.
Contenuto del divieto di uso della forza: una serie di atti molto variegati, il
più grave è l’aggressione.
Risoluzione 3314 dell’Assemblea Generale dell’ONU del 1974.
La legittima difesa è giustificata solo se rispetta dei precisi criteri, ma non può
giustificare un altro atto di aggressione. Neanche la legittima difesa può essere
addotta per giustificare una violazione di una norma di ius cogens (come quella
del divieto di aggressione).
Il Consiglio di Sicurezza può, in conformità alla Carta, declassificare un atto che
apparentemente sembra un atto di aggressione e qualificarlo in altro modo.
Forme di aggressione diretta:
- Invasione o attacco di un territorio
- Occupazione militare
- L’annessione con l’impiego della forza del territorio o di una parte del
territorio di un altro Stato
- Bombardamento del territorio di un altro Stato o impiego di qualsiasi
arma
- Blocco di porti o coste
- L’attacco da parte delle forze armate di uno Stato contro quelle di un
altro Stato
- Forze armate di uno Stato presenti già nel territorio di un altro Stato con
consenso che usano la forza in modo diverso da quanto pattuito.
Forme di aggressione indiretta:
- Se uno Stato consente ad un altro Stato di usare il suo territorio per
raggiungere un terzo Stato e aggredirlo. Ex: la Bielorussia ha concesso
alle forze armate russe di passare sul suo territorio per poi penetrare nel
territorio ucraino.
- Se uno Stato invia bande o gruppi armati, forze irregolari o mercenari che
si dedicano ad atti di forza contro un altro Stato.
ART. 4 = gli atti non sono esaustivi, il Consiglio di Sicurezza può definire altri
atti come aggressione.
ART.5 = nessuna considerazione di qualsiasi natura può essere utilizzata come
giustificazione per l’aggressione. – una guerra di aggressione costituisce un
crimine contro la pace internazionale - Nessuna acquisizione territoriale o
speciale vantaggio derivante da un’aggressione è o sarà riconosciuta come
lecita.
Distinzione tra forme dell’uso della forza
L’aggressione e l’attacco armato sono le forme più gravi. In due sentenze, la
CIG ha chiarito che esistono violazioni gravi e violazioni minori del divieto
dell’uso della forza nelle relazioni internazionali. Solo alle forme gravi dell’uso
della forza sono riconducibili conseguenze giuridiche.
1. Caso attività militari e paramilitari in e contro il Nicaragua (1986).
In Nicaragua negli anni 80 sale al potere un partito di ispirazione marxista. Gli
USA finanziano, addestrano, armano e assistono nella logistica gruppi ribelli
contro il governo del Nicaragua. Il Nicaragua adisce la CIG sostenendo che gli
USA avevano violato il diritto internazionale. Gli USA dicono di aver supportato
queste bande (chiamate CONTRAS) in legittima difesa collettiva, perché il
Nicaragua aveva a sua volta sostenuto con le armi bande ribelli in El Salvador e
Honduras. Quindi per gli USA è il Nicaragua che per primo ha violato il divieto
dell’uso della forza. La CIG risponde che, anche se è vero che il Nicaragua ha
mandato armi ai ribelli in Salvador e Honduras, l’invio di armi è una violazione
minore; pertanto, non si giustifica un uso della forza in legittima difesa. La CIG,
quindi, rigetta la tesi degli USA di legittima difesa collettiva e sostiene che gli
USA hanno violato diverse norme internazionali di natura consuetudinaria, tra
cui:
- non ingerenza negli affari interni
- divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali
- divieto di violare la sovranità di uno Stato terzo
Per la prima volta la CIG distingue le forme gravi e quelle minori di uso della
forza. Questa stessa classificazione viene confermata in una sentenza
successiva.
2. Caso piattaforme petrolifere 2003 (Iran vs USA)
Fine anni 80: guerra tra Iran e Iraq nel golfo Persico, ricco di petrolio. Gli USA
inviano navi da guerra a scortare una petroliera. Una nave viene colpita da una
mina, un’altra viene attaccata da un motoscafo con delle granate. In risposta
all’Iran, gli USA bombardano due piattaforme petrolifere e le distruggono,
dicendo di aver agito in legittima difesa individuale. Anche in questo caso la
CIG dice che gli attacchi subìti dagli USA sono delle violazioni minori del divieto
dell’uso della forza nelle relazioni internazionali, per cui non c’è possibilità di
rispondere in legittima difesa. Non c’è una prova che l’Iran volesse fare un
attacco armato, né un’aggressione. Quindi la risposta statunitense non può
essere configurabile come legittima difesa.
La posizione del giudice Simma differisce da quella della CIG. Concordano solo
che non è ammessa la legittima difesa collettiva. La CIG non ammette la
legittima difesa individuale per evitare un’escalation militare mentre il giudice
Simma supporta il principio di reciprocità come fondamento del diritto
internazionale.
Meccanismi decentrati dell’uso della forza: divieto dell’uso della forza +
legittima difesa, rivolti a tutti gli Stati
Meccanismi accentrati: rivolti all’istituzionalizzazione dell’uso della forza -
insieme di regole che disciplinano l’uso della forza da parte del Consiglio di
sicurezza. Gli Stati hanno devoluto il potere dell’uso della forza al Consiglio di
sicurezza.
ECCEZIONI AL DIVIETO DELL’USO DELLA FORZA (ART. 51 CARTA ONU)
Gli Stati possono agire in legittima difesa fintantoché non interviene il Consiglio
di sicurezza per ristabilire la pace e la sicurezza internazionale.
Tutti gli Stati hanno un diritto inerente alla legittima difesa, anche se non sono
membri dell’ONU. Lo hanno in quanto Stati, non in quanto membri dell’ONU.
Le condizioni per il legittimo esercizio della legittima difesa:
1. Lo Stato deve aver subito un attacco armato.
Legittima difesa preventiva (quando non c’è ancora stato un attacco armato).
Ex Dottrina Bush: gli USA volevano agire in legittima difesa preventiva nei
confronti degli “Stati canaglia” dopo l’attacco alle torri gemelle. Gli USA
ritenevano che questi Stati stessero pianificando di costruire l’arma nucleare
illegittimamente. Anche Israele a volte ha agito in legittima difesa preventiva,
in risposta all’eventuale minaccia di attacchi armati. La maggioranza degli Stati
della CI però non ammette la possibilità di legittima difesa preventiva. Forme di
aggressione sia diretta che indiretta rientrano nel conflitto armato. Non rientra
nel conflitto armato il supporto dato alle bande armate, o se le bande armate
agiscono autonomamente. Attacchi informatici contro ad es. le centrali militari
di uno Stato = si può reagire in legittima difesa solo se l’attacco comporta il
decesso di alcune persone.
2. Proporzionalità (non inserita nell’art.51) ma è una norma consuetudinaria
= l’uso della forza nella legittima difesa deve essere proporzionato
all’attacco subìto.
Nel 2008 in Georgia c’era un governo filoccidentale al potere. Al confine
c’erano dei gruppi militari russi con il consenso della Georgia. La Georgia
decide di attaccare le truppe russe al confine per stroncare le loro pretese
indipendentiste. In risposta, la Russia penetra in territorio georgiano fino alla
capitale. Anche se la Russia poteva usare la legittima difesa, la risposta è stata
sproporzionata rispetto all’attacco georgiano.
3. Immediatezza (non prevista dalla Carta ONU) = la risposta in legittima
difesa deve essere immediata rispetto all’attacco armato subìto. Ma c’è
difficoltà nel quantificare l’arco temporale entro cui poter esercitare la
legittima difesa. Ex: nel mare tra Cina e Giappone, gli scogli di sovranità
cinese sono stati invasi dal Giappone (=sovranità sulle acque territoriali
circostanti). La Cina non può ad oggi reclamare quelle terre. Anche se
quell’atto era illecito perché risultato di un’invasione, ad oggi la
situazione si è stabilizzata, quindi un attacco in legittima difesa non
sarebbe possibile.
Negli anni ‘80 l’Argentina reclama le isole Falkland di sovranità inglese (atto
internazionalmente illecito). Gli inglesi tentano di dissuadere l’Argentina dal
ritiro delle truppe dalle isole e dopo settimane ci fu l’intervento armato del
Regno Unito. In questo caso la legittima difesa è ancora valida.
4. Condizione procedurale (art.51 Carta ONU): il detentore dell’uso della
forza resta il Consiglio di Sicurezza. Non è più possibile che lo Stato
continui l’azione in legittima difesa quando interviene il Consiglio di
Sicurezza per risolvere la situazione.
Misure del Consiglio di Sicurezza:
- La messa all’ordine del giorno dei lavori del Consiglio di Sicurezza non
significa termine finale per l’ammissibilità della legittima difesa. Allo
stesso modo essa non viene esclusa quando il Consiglio prende misure
provvisorie.
- Viene esclusa la legittima difesa quando il Consiglio di Sicurezza adotta
delle misure sanzionatorie ai sensi dell’art.41 e 42 della Carta ONU.
Centralizzazione e istituzionalizzazione del potere dell’uso della forza, perché
gli Stati hanno devoluto il potere a un organo di un’OI.
L’ART.51 prevede un diritto di legittima difesa individuale e collettiva:
- Legittima difesa collettiva: quando viene violato il divieto dell’uso
della forza tutti gli Stati hanno un interesse reciproco a far rispettare
quella norma fondamentale e possono intervenire per proteggerla. Le
condizioni per il suo esercizio sono contenute nell’art.51 ma la condizione
più importante è il consenso dello Stato vittima dell’attacco.
Caso aggressione dell’Ucraina da parte della Russia (2022). Il rappresentante
permanente della Russia all’ONU ha inviato una lettera al Presidente del
Consiglio di Sicurezza, giustificando l’azione della Russia come legittima difesa.
ART.51 = se uno Stato agisce in legittima difesa deve comunicarlo subito al
Consiglio di Sicurezza.
Limiti alla giustificazione della legittima difesa individuale della Russia:
- In che modo l’ampliamento della NATO, una organizzazione regionale a
carattere difensivo, avrebbe costituito una minaccia effettiva
all’esistenza dello Stato russo e un attentato alla sua sovranità?
- L’Ucraina, in quanto stato indipendente può scegliere autonomamente se
aderire a un’organizzazione regionale o internazionale.
La seconda giustificazione della Russia è di legittima difesa collettiva: in difesa
delle repubbliche del Donbass (regioni ucraine) che si dichiarano indipendenti
pochi giorni prima dell’aggressione. Solo la Russia le riconosce come Stati
indipendenti e le va a difendere. Le popolazioni di quelle due repubbliche
stavano subendo atti di genocidio da parte dello Stato ucraino. Il fine è
demilitarizzare e denazificare l’Ucraina, sostenendo che esistono gruppi
sanguinari che commettono crimini (qualificati da Putin come genocidio) nei
confronti delle popolazioni russofone al confine.
Limiti di questa giustificazione per l’uso della legittima difesa:
- Non ci sono prove concrete di un genocidio
- Occorre il consenso degli Stati vittime dell’attacco armato. Non è chiaro
quanto sia giunta una richiesta d’aiuto dalle repubbliche secessioniste.
Altre giustificazioni della Russia:
- Intervento umanitario armato per porre fine al genocidio di cui sarebbero
vittime minoranze russe nel Donbass
- Inserisce una serie di casi storici in cui Stati occidentali hanno utilizzato la
forza con le stesse motivazioni di Putin (intervento NATO in Kosovo nel
’99)
- Autodeterminazione dei popoli
Ipotesi di allargamento dell’applicazione dell’art. 51 Carta ONU
- Legittima difesa preventiva: non ammessa dalla Comunità Internazionale.
- La legittima difesa è ammissibile quando l’attacco armato è stato fatto
da individui o gruppi di individui che non agiscono per nome e per conto
di uno Stato? (ex: terroristi). Dopo l’attacco alle Torri Gemelle si è posto
questo problema. Ma i terroristi operano in uno Stato terzo (ex:
Afghanistan), quindi lo Stato vittima dovrebbe agire contro uno Stato che
però non ha fatto alcun attacco armato. Se lo Stato della sede operativa
terroristica acconsente allo Stato vittima di penetrare nel suo territorio
per agire contro i terroristi allora non c’è problema (ex: Stato iracheno ha
acconsentito che gli Stati vittima di attentati ISIS potessero agire sul suo
territorio per contrastarli). Se non ci fosse il consenso, l’azione in
legittima difesa significherebbe violare la sovranità di uno Stato. Ex:
gruppo PKK (Iraq e Siria) che agisce in Turchia. La Turchia adduce la
legittima difesa dinanzi all’ONU.
1. Posizione CIG nel Parere sulla Costruzione di un muro in Palestina (2004):
Israele ha costruito un muro che divide parte di Israele dalla Palestina.
Questo muro penetra in alcuni territori palestinesi, dividendo le
comunità. Tesi Israele: la costruzione del muro è legittima perché in
risposta agli attacchi terroristici che agivano dalla Palestina contro lo
Stato di Israele. Quindi il suo operato è giustificato dalla legittima difesa.
Parere CIG: esclude il diritto alla legittima difesa nel caso di attacchi
armati posti in essere da individui. L’ART.51 quando parla di attacchi
armati intende quelli fatti dagli Stati. Contestualizzando la norma nel
tempo (è stata redatta nel ’45), essa deve essere intesa come se gli
attacchi armati possono essere fatti solo da un altro Stato (anche se non
è specificato all’interno di essa), e questo dà diritto alla legittima difesa.
2. Sentenza CIG sul caso attività militari nel territorio del Congo del 2005
(Repubblica Democratica del Congo vs Uganda): le milizie dell’Uganda
hanno utilizzato la forza nel territorio della Repubblica Democratica del
Congo. Per loro l’uso della forza era giustificato perché in risposta ad atti
terroristici posti in essere da soggetti terroristi che agivano dal Congo.
Sentenza CIG: l’Uganda non ha dimostrato che questi attacchi
provenivano direttamente dal Congo. La Corte in questo caso rimane
ambigua.
3. Risoluzione Consiglio di Sicurezza dell’ONU: riconosce il diritto naturale in
legittima difesa in capo agli USA, in seguito all’attacco subìto nel 2001.
Ci sono tesi contrastanti rispetto all’ammissibilità della legittima difesa contro
attacchi posti in essere da individui. Essa sembra ammissibile:
1. Quando c’è un legame tra il gruppo di individui e lo Stato . Formalmente
non agiscono come organo di uno Stato ma sono un organo di fatto dello
Stato. Cioè, il gruppo armato che ha fatto l’attacco ha un controllo
effettivo sul territorio. Ex: rapporto tra al-Qaeda e Stato afghano.
2. Lo Stato a cui il gruppo di individui afferisce è incapace a reagire o non si
oppone al loro operato (unable or unwilling). Il presupposto per la tesi
dell’ammissibilità della legittima difesa è che ogni Stato ha il dovere di
assicurarsi che nel loro territorio non ci siano gruppi armati che possano
minacciare la sovranità di altri Stati.
Altre eccezioni al divieto dell’uso della forza (oltre la legittima difesa)
Nella prassi gli Stati hanno tentato di ampliare le maglie applicative della
legittima difesa (cioè, di interpretare l’art.51 in maniera estensiva). Quindi
hanno cercato di inserire per via consuetudinaria anche altre eccezioni non
previste dalla Carta dell’ONU per giustificare il loro uso della forza.
1. Raid = interventi armati a tutela dei cittadini all’estero. Ex: anni ’80,
gruppo di studenti iraniani penetra nell’ambasciata statunitense a
Teheran e fanno ostaggi dei cittadini americani all’interno
dell’ambasciata per oltre un anno. Di fatto, questi studenti erano organi
dello Stato iraniano perché la situazione è perdurata con la connivenza
dello Stato iraniano. Gli Stati Uniti, oltre che sul piano diplomatico,
decidono di andare a salvare questi cittadini facendo partire una
spedizione aerea (senza il consenso dello Stato iraniano). Questo
intervento era qualificabile come raid.
Ex2: intervento russo in Crimea nel 2014 per salvare i cittadini russi nel
territorio della Crimea.
Tesi rispetto all’ammissibilità dei raid, senza il consenso dello Stato in cui esso
si svolge.
- Secondo gli Stati che hanno adottato questi interventi in passato, questi
non sarebbero in violazione del divieto dell’uso della forza.
- Violazione giustificata dallo Stato di necessità, che è una delle cause
d’esclusione dell’illecito (un’altra causa, ad esempio, è la legittima
difesa).
- Ad oggi la tesi da accogliere è che il raid costituisce un illecito
internazionale perché va a violare la sovranità di uno Stato, principio
cardine del diritto internazionale. Date le posizioni contrastanti degli
Stati, non c’è ancora una norma consuetudinaria formata.
2. Intervento umanitario = uso della forza che viene operato a sostegno
della popolazione civile di uno Stato terzo, che sta subendo una grave
violazione dei diritti umani. Ex: intervento NATO in Kosovo nel 1999. Le
truppe di diversi Stati erano intervenute, adducendo motivazioni
differenti a sostegno del loro intervento. La Germania e il Belgio avevano
addotto l’intervento umanitario come motivazione a sostegno della
popolazione kosovara che stava subendo violazioni dei diritti umani dalla
popolazione serba. Dottrina alla base dell’intervento umanitario:
responsibility to protect (R2P). Cioè, ciascuno Stato della Comunità
Internazionale sarebbe responsabile nei confronti dei suoi cittadini che
stanno subendo gravi violazioni dei diritti umani. Qualora lo Stato non
riesca a proteggere i propri cittadini la Comunità Internazionale può
intervenire. Nell’ipotesi di catastrofi naturali, se lo Stato di cittadinanza
della popolazione che ha subìto la catastrofe non acconsente
all’intervento di Stati terzi si pone il problema: può rifiutare gli aiuti degli
Stati terzi? E in che modo può reagire la Comunità Internazionale a
questo rifiuto? Ex: 2023, grave terremoto in Marocco, esso rifiuta la
maggior parte degli aiuti umanitari. Solo alcuni Stati avrebbero potuto
aiutarlo, perché riusciva a coordinare solo alcuni degli aiuti umanitari
percepiti. In realtà c’era una motivazione politica sottesa: ha accettato
solo aiuti umanitari di Stati con i quali c’era un allineamento politico.
Secondo una parte della dottrina, anche se la Carta ONU non prevede
questo caso, dal 1945 si è formato il regime di tutela dei diritti umani tale
per cui si dovrebbe riconoscere la non applicabilità del divieto dell’uso
della forza nell’ipotesi di gravi violazioni dei diritti umani. Quindi uno
Stato terzo può utilizzare la forza per difendere i diritti umani dei cittadini
= posizione teorica, dal punto di vista etico tutti possono accoglierla. Gli
Stati della Comunità Internazionale hanno una posizione non omogenea
rispetto alla legittimità di questa eccezione del divieto dell’uso della
forza. Nel 2005, al Millennium Round, l’Assemblea Generale ha delineato
la dottrina della R2P = ciascuno Stato della Comunità Internazionale
sarebbe responsabile nei confronti dei suoi cittadini che stanno subendo
gravi violazioni dei diritti umani e se non può proteggerli deve ammettere
l’intervento umanitario di Stati terzi. Nel 2011, c’è stato l’intervento in
Libia da parte di Francia e Regno Unito a sostegno della popolazione
civile libica che stava subendo gravi violazioni dei diritti umani da parte
del governo di Gheddafi. La giustificazione alla base di quell’intervento è
stata la risoluzione del Consiglio di Sicurezza = concretizzazione della
dottrina R2P. Ma le cause sottese a quell’intervento erano altre e il loro
operato andò ben oltre la protezione e l’autorizzazione del Consiglio di
Sicurezza. Quindi l’intervento durò più a lungo del necessario, con altri
fini, cioè, sovvertire il regime, che rappresenta una violazione della
sovranità politica oltre che territoriale. Limite della dottrina = dietro
l’intervento umanitario possono celarsi altre ragioni, con il rischio di
abusi. Questo slittamento dell’intervento ha fatto sì che nessuno
intervenisse in altri casi simili (ex: crisi in Siria, dove l’ex governo di
Assad ha perpetrato gravi violazioni dei diritti umani nei confronti della
sua popolazione).
2016 = progetto di articoli della Commissione di diritto internazionale
concernente la protezione delle persone in caso di disastro
Si individua un obbligo in capo allo Stato colpito di assicurare la protezione
degli individui che vivono sul suo territorio e di dare aiuti umanitari. Se non ha
capacità di assistere la sua popolazione, deve chiedere assistenza agli Stati
terzi. Se rifiutasse gli aiuti umanitari, lo Stato dovrebbe addurre una
motivazione ragionevole. Il Marocco, quando c’è stato il terremoto, si è
giustificato dicendo che sarebbe stato meglio se l’aiuto fosse venuto da pochi
Stati così era più facile coordinarli.
Sul piano giuridico l’intervento umanitario ad oggi passa sempre per il
Consiglio di Sicurezza. La base giuridica per intervenire è l’autorizzazione del
Consiglio di Sicurezza, perché è comunque l’unico detentore dell’uso della
forza. Quindi ad oggi l’intervento umanitario non può essere considerato come
eccezione al divieto dell’uso della forza.
Inizialmente la Russia ha addotto la motivazione dell’intervento umanitario nel
conflitto contro l’Ucraina = protezione della popolazione nelle due regioni
ucraine di confine che stavano subendo un genocidio (dottrina R2P).
Gli interventi armati prima della Seconda guerra mondiale erano molto
superiori a quelli attuali. Prima era la norma risolvere controversie
internazionali per via armata. Dal ‘45 in poi vi è stato di fatto un calo degli
interventi militari. Quando ci sono state violazioni, lo Stato ha sempre tentato
di giustificarle sulla base della Carta dell’ONU. Ciò vuol dire che non c’è mai
stata una volontà di sovvertire il sistema, ma anzi di riconoscere le norme della
Carta dell’ONU, seppur mis interpretandole e violandole.
Vedi sentenza CIG del 1984 del caso attività militari e paramilitari contro e in
Nicaragua.
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Par. 186: casi in cui la condotta non è in linea con la norma 8 = violazioni della
norma
Se lo Stato agisce contro una norma, ma si giustifica richiamandosi alla norma
stessa, cioè la legittima difesa, il significato della condotta dello Stato è di
consolidare più che indebolire quella norma. Se invece uno Stato compie un
atto di aggressione e non adduce la carta ONU, dal punto di vista giuridico è
più problematico, perché non si sa se considera ancora il diritto internazionale
come parametro delle sue condotte. Ex: alcune attuali dichiarazioni di Trump
non tengono conto dei principi cardine del diritto internazionale.
I tre capisaldi dell’uso della forza nel nuovo ordine mondiale:
1. Divieto dell’uso della forza
2. Legittima difesa
Fanno parte del sistema decentralizzato dell’uso della forza = gli Stati non
possono usare la forza se non in legittima difesa.
Sistema centralizzato dell’uso della forza:
3. Sistema di sicurezza collettiva: norme che attribuiscono al Consiglio
di Sicurezza il potere di uso della forza nelle relazioni internazionali per
mantenere la pace e la sicurezza internazionale.
ART. 23 CARTA ONU:
Il Consiglio di sicurezza è composto da 15 membri. Cinque sono permanenti, 10
sono eletti a rotazione biennale dall’ Assemblea Generale su base geografica
(nell’Assemblea Generale ci sono i rappresentanti di tutti gli Stati membri
dell’ONU). Ad oggi ci sono alcuni Stati che avrebbero diritto ad essere membri
permanenti perché diventati potenze economiche e politiche. Negli ultimi 20
anni si sono alternate diverse posizioni degli Stati che hanno tentato di
modificare l’art.23, nel senso di prevedere una composizione del Consiglio di
Sicurezza più corrispondente agli equilibri geopolitici odierni.
Ex: La Germania nei primi anni 2000 voleva l’allargamento dei membri
permanenti, di cui avrebbe beneficiato insieme al Giappone. La proposta è
stata bocciata a causa dell’opposizione di alcuni Stati, tra cui l’Italia, che invece
ha proposto dei membri semi permanenti (che restassero in carica per un
periodo maggiore dei due anni), tra cui Stati come Germania, Italia, Argentina,
Brasile, India e Giappone (Stati che hanno acquisito lo status di potenze
mondiali o che lo erano ma hanno perso la Seconda guerra mondiale).
Nel 2022 il Lichtenstein ha proposto di rafforzare il ruolo dell’Assemblea
Generale, a seguito dell’aggressione della Russia all’Ucraina. Questo perché c’è
stato il veto della Russia che ha bloccato i lavori del Consiglio di Sicurezza.
Ad oggi l’art. 23 è intatto, quindi c’è la formazione originaria del Consiglio di
Sicurezza.
Modalità di voto (art.27 Carta ONU):
- Questioni di natura procedurale: sufficiente il voto favorevole di nove
membri (Art. 27 par.2)
- Questioni di natura sostanziale (Art. 27 par.3): maggioranza
qualificata (voto favorevole di 9 membri, tra cui sono compresi i membri
permanenti, che hanno diritto di veto = la volontà di uno solo di essi di
non adottare un atto, fa sì che l’atto non venga adottato). Questo può
portare a un blocco dei lavori del Consiglio Di Sicurezza. Ex: nel caso
dell’aggressione della Russia all’Ucraina non ha potuto fare nulla. Anche
negli anni della guerra fredda ci sono stati anni di blocco del Consiglio Di
Sicurezza perché l’URSS e gli Stati Uniti votavano l’uno contro le
risoluzioni dell’altro.
Tre problemi posti dalla modalità di voto:
- Problema del doppio veto: chi stabilisce se una questione è
procedurale o sostanziale?
Si votava dapprima sulla natura della questione. Chi non vuole far passare la
risoluzione (un membro permanente) vota per la questione sostanziale, così
può apporre il veto nella seconda votazione. Si votava quindi ai sensi
dell’art.27 par.3. Nella prassi poi si sono definite le questioni di natura
procedurale e quelle di natura sostanziale.
- Problema dell’astensione di uno o più membri permanenti
L’art.27 sulle questioni sostanziali dice che devono esserci 9 voti favorevoli
compresi quelli dei membri permanenti.
La CIG nel 1971 ha dato un parere consultivo (non vincolante) rispetto alla
legittimità della continua presenza dell’Africa del Sud in Namibia. Ha dato
un’interpretazione estensiva dell’art.27. La risoluzione con cui il Consiglio di
Sicurezza ha deciso di porre la questione alla Corte Internazionale di Giustizia è
stata adottata senza il voto favorevole di tutti e 5 i membri permanenti. Infatti,
siccome 2 membri si sono astenuti, l’Africa del Sud non la considerava
legittima. La CIG ha affermato invece che quella risoluzione è legittima perché
anche altre risoluzioni sono state adottate con l’astensione di uno o più membri
permanenti. Quindi l’astensione non impedisce l’adozione della delibera.
24/02/2025: risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Due premesse e un solo
punto. [Link]
Prima premessa: il Consiglio di Sicurezza è in lutto per le vittime del conflitto
Russia-Ucraina.
Seconda premessa: lo scopo principale dell’ONU, così come espresso nella
Carta, è di mantenere la pace internazionale e di risolvere pacificamente le
controversie. L’organo che se ne occupa è il Consiglio di Sicurezza.
Punto: il Consiglio di Sicurezza implora una rapida fine del conflitto e sollecita
una pace duratura tra l'Ucraina e la Federazione Russa.
È la prima risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla materia dall’inizio del
conflitto perché prima la Russia poneva sempre il veto. La proposta è arrivata
dagli Stati Uniti. La risoluzione è stata adottata con 10 voti a favore, tra cui
quello della Russia. Tutti i Paesi dell’UE si sono astenuti, tra cui Francia e Regno
Unito che sono membri permanenti, ma ciò non ha inciso sull’adozione della
risoluzione; dunque, non è necessario il voto favorevole. Solo il voto
sfavorevole del membro permanente costituisce esercizio del diritto di veto.
Nel 2022 è passata una delibera del Consiglio di Sicurezza (questione
procedurale). Il giorno dopo c’è stata una sessione straordinaria d’urgenza
dell’Assemblea Generale che ha adottato una risoluzione Uniting for peace.
In partenza non si riusciva a trovare un accordo in seno al Consiglio di
Sicurezza.
Risoluzione Consiglio di Sicurezza Risoluzioni Assemblea Generale
2025
Pace duratura Pace duratura, giusta e globale
/ Impegno per l’integrità territoriale e
la sovranità dell’Ucraina
Conflitto Federazione russa – Ucraina Il conflitto è qualificato come
(non parla della causa del conflitto, invasione su larga scala dell’Ucraina
non fa distinzione tra vittima e da parte della Federazione russa.
aggressore, non richiama l’art. 2 par.
4 della carta ONU)

Questi termini hanno portato la Russia ad accettare la Risoluzione del Consiglio


di Sicurezza proposta dall’amministrazione Trump. Infatti, non c’è stato un
richiamo all’art.2 par. 4 Carta ONU, e non c’è nessuna presa di posizione da
parte del Consiglio di Sicurezza. Esso si è posto in modo equidistante.
- Assenza di un membro permanente. Ex: il rappresentante dell’URSS
non si presentava al Consiglio di Sicurezza durante la guerra fredda,
pensando che le delibere non sarebbero passate se non si fosse
presentato. In realtà il Consiglio di Sicurezza ha continuato a lavorare e
ha adottato lo stesso delle delibere. Questo è un caso in cui la prassi
supera la norma. Infatti, se leggiamo letteralmente l’art.27 c’è bisogno
del voto favorevole di tutti i membri. Però nella prassi gli Stati si sono
dati una regola differente.
Poteri del Consiglio di Sicurezza:
- Poteri conciliativi (cap. 6 carta ONU, art.24 par.1 e seguenti) = i
membri delle Nazioni Unite conferiscono al Consiglio di Sicurezza la
responsabilità del mantenimento della pace e della sicurezza
internazionale e riconoscono che esso agisce in loro nome.
I poteri conciliativi non prevedono l’uso della forza. Ex: istituzione di
commissioni d’inchiesta che valutano cosa sta succedendo in un’area
geografica. Esse invitano gli Stati in controversia a risolverla pacificamente.
In alcuni casi (11 casi, di cui l’ultimo è quello della Russia nel 2022) il Consiglio
di Sicurezza ha deferito il potere dell’uso della forza all’Assemblea Generale.
Questo vuol dire che la questione era procedurale, quindi i membri permanenti
non potevano usare il veto. L’Assemblea Generale può adottare delle
risoluzioni chiamate “Uniting for peace”.
Prima risoluzione Uniting for peace del 1950:
"Resolves that if the Security Council, because of lack of unanimity of the
permanent members, fails to exercise its primary responsibility for the
maintenance of international peace and security in any case where there
appears to be a threat to the peace, breach of the peace, or act of aggression,
the General Assembly shall consider the matter immediately with a view to
making appropriate recommendations to Members for collective measures,
including in the case of a breach of the peace or act of aggression the use of
armed force when necessary, to maintain or restore international peace and
security. If not in session at the time, the General Assembly may meet in
emergency special session within twenty-four hours of the request therefore.
Such emergency special session shall be called if requested by the Security
Council on the vote of any seven members, or by a majority of the Members of
the United Nations".
Ultima risoluzione Uniting for peace del 28 febbraio 2022, emanata durante
una sessione straordinaria d’urgenza dell’AG e riguardante il conflitto Russia-
Ucraina:
[Link]
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- Poteri coercitivi (cap.7 carta ONU, art. 39 e seguenti) = Il Consiglio di
Sicurezza accerta l'esistenza di una minaccia alla pace, di una violazione
della pace, o di un atto di aggressione, e fa raccomandazioni o decide
quali misure debbano essere prese, in conformità degli artt. 41 e 42, per
mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale.
Presupposti per applicare le disposizioni del capitolo 7:
1. Minaccia della pace
2. Violazione della pace
3. Atto di aggressione = definito nella risoluzione 3314 dell’Assemblea
Generale del 1974
Deve sussistere almeno 1 di queste condizioni.
A volte il Consiglio di Sicurezza non specificava che la risoluzione era adottata
ai sensi del capitolo 7 e non specificava quale dei 3 presupposti ci fosse.
Ultimamente il Consiglio di Sicurezza qualifica la situazione, ma quasi mai
come atto di aggressione, anche nei casi in cui sarebbe possibile farlo. Dal
punto di vista giuridico qualificare una situazione come atto di aggressione ha
due conseguenze:
- Lo Stato vittima ha diritto a esercitare la legittima difesa (diritto naturale
ai sensi dell’art. 51 Carta ONU)
- Nel Diritto Internazionale penale esiste il crimine di aggressione . L’atto di
aggressione non è solo un illecito internazionale dello Stato ma anche un
crimine internazionale. Esso comporta quindi una responsabilità
individuale delle cariche dello Stato.
Quindi per evitare queste conseguenze giuridiche, il Consiglio di Sicurezza
preferisce qualificare la situazione come minaccia della pace, tanto comunque
può intervenire in ogni caso.
Minaccia della pace
Più si amplia la definizione, più si ampliano i poteri del Consiglio di Sicurezza.
Infatti, attraverso la prassi, il Consiglio di Sicurezza ha ampliato questa
definizione nel tempo.
Ex: Nel 1987, due agenti libici fanno esplodere un volo sui cieli della Scozia. Per
il Regno Unito si è trattato di un atto terroristico, quindi gli Stati Uniti e il Regno
Unito chiedono di estradare questi due cittadini libici che hanno provocato li
disastro. La Libia rifiuta, quindi gli Stati occidentali impongono sanzioni alla
Libia. Nel 1992 la risoluzione del Consiglio Di Sicurezza impone alla Libia di
estradare i due soggetti. Il Consiglio di Sicurezza ha identificato il rifiuto della
Libia come una minaccia della pace, quindi agisce ai sensi del capitolo 7. Da un
punto di vista fattuale il rifiuto della Libia non era qualificabile come minaccia
della pace. È quindi un concetto generico, suscettibile di interpretazione. C’è
un ampio margine di discrezionalità da parte del Consiglio di Sicurezza; se
interpreta questo concetto in modo estensivo, esso avrà più poteri.
Il Consiglio di Sicurezza di solito qualifica una situazione come minaccia della
pace quando ci sono state gravi violazioni del Diritto Internazionale. In questo
modo esso fa valere la Carta dell’ONU per far cessare la violazione.
Ex: parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia sulla legalità della
dichiarazione d’indipendenza del Kosovo (2010).
Nel 2008 il Kosovo si era autoproclamato indipendente. L’Assemblea Generale
ha chiesto alla Corte Internazionale di Giustizia di esprimersi sulla conformità al
diritto internazionale della dichiarazione unilaterale d’indipendenza. La Serbia
non voleva l’indipendenza del Kosovo, quindi ha tentato di dimostrare che le
altre dichiarazioni d’indipendenza passate, senza il consenso territoriale, sono
state spesso dichiarate nulle dal Consiglio di Sicurezza. Anzi, lo stesso Consiglio
di Sicurezza aveva imposto agli altri Stati di non riconoscere quell’entità come
Stato (ex: Cipro del Nord), quindi anche la dichiarazione d’indipendenza del
Kosovo doveva essere considerata nulla. Secondo la CIG però quelle
dichiarazioni passate erano nulle perché provenivano da violazioni del Diritto
Internazionale (atto di invasione e occupazione del territorio), non perché non
c’era il consenso dello Stato territoriale, come nel caso di Cipro del Nord.
Quando il Consiglio di Sicurezza aveva imposto agli altri Stati di non
riconoscere Cipro del Nord come entità statale lo ha fatto ai sensi dell’art.41.
(=misure non implicanti l’uso della forza). E lo aveva imposto perché la
qualifica come Stato di Cipro del Nord derivava da un atto di invasione e
occupazione del territorio.
Come interpretare la minaccia della pace: la pandemia globale è una minaccia
della pace?
Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sulla propagazione dell’HIV in Africa e poi
sulla propagazione del Covid 19. Non è stato specificato se le risoluzioni prese
erano ai sensi del cap. 6 o 7 della Carta dell’ONU. La richiesta del Consiglio di
Sicurezza era una cessazione immediata delle ostilità.
Misure attivabili ai sensi del cap. 7 della Carta dell’ONU:
1. Misure provvisorie, art. 40 carta ONU – non vincolanti, solo
raccomandazioni
2. Misure non implicanti l’uso della forza, art. 41 carta ONU – vincolanti
3. Misure implicanti l’uso della forza, art. 42 carta ONU – vincolanti
Deve sussistere uno dei tre presupposti (minaccia alla pace – violazione della
pace - atto di aggressione) per poter attivare una di queste misure. Invece i
poteri conciliativi del capitolo 6 possono essere attivati anche se non sussiste
una di queste tre situazioni.
ART. 40 (misure provvisorie): Al fine di prevenire l'aggravarsi di una situazione,
il Consiglio di Sicurezza, prima di fare raccomandazioni o di decidere sulle
misure previste dall'art. 41, può invitare le parti interessate ad ottemperare a
tutte quelle misure provvisorie che esso consideri necessarie o desiderabili. Tali
misure provvisorie non devono pregiudicare i diritti, le pretese o la posizione
delle parti interessate. Il Consiglio di Sicurezza prende in debito conto il
mancato ottemperamento a tali misure provvisorie.
All’inizio c’è scritto che il Consiglio di Sicurezza “può invitare le parti”, quindi
sembrerebbero misure non vincolanti (raccomandazioni). Ma la clausola finale
della norma sembrerebbe far protendere per la natura vincolante di queste
misure. Cioè, se le parti non ottemperano a queste misure il Consiglio di
Sicurezza può eventualmente usare le altre misure.
Di solito, si tratta di raccomandazioni. Ex: il Consiglio di Sicurezza chiede alle
parti un cessate il fuoco, cioè un periodo in cui le parti sospendono le ostilità.
Oppure chiede agli Stati membri di inviare aiuti umanitari a uno Stato. Oppure
può istituire dei corridoi umanitari e chiedere ad alcuni Stati di gestirli.
ART.41 (misure non implicanti l’uso della forza): Il Consiglio di Sicurezza può
decidere quali misure, non implicanti l’impiego della forza armata, debbano
essere adottate per dare effetto alle sue decisioni e può invitare i membri delle
Nazioni Unite ad applicare tali misure. Queste possono comprendere
un’interruzione totale o parziale delle relazioni economiche e delle
comunicazioni ferroviarie, marittime, aeree, postali, telegrafiche, radio ed altre,
e la rottura delle relazioni diplomatiche.
Attraverso questo articolo, gli Stati hanno conferito al Consiglio di Sicurezza il
potere di obbligarli.
La norma parla di decisioni, quindi queste misure sono vincolanti e obbligano
gli Stati ad ottemperare. Si tratta di una lista non esaustiva di misure. Il
Consiglio di Sicurezza può comunque deciderne altre. Ex:
1. smart sanctions: misure adottate dal Consiglio di Sicurezza nei
confronti di singoli individui. Ad esempio, il Consiglio di Sicurezza
istituisce delle liste (Black List) di soggetti ritenuti particolarmente
pericolosi per la pace e la sicurezza internazionale (ex: terroristi). Esso
adotta le smart sanctions perché le misure prese contro uno Stato hanno
ripercussioni anche sulla popolazione civile. Ad esempio, il Consiglio di
Sicurezza obbliga gli Stati a congelare i beni di questi soggetti.
2. Misure peculiari adottate dal Consiglio di Sicurezza ai sensi dell’art. 41.
Anni ’90 = istituzione della commissione delle Nazioni Unite per le
riparazioni di guerra (che l’Iraq doveva ai privati cittadini che avevano
subìto danni a causa dell’invasione del Kuwait). Essa doveva valutare
caso per caso le pretese risarcitorie dei privati cittadini, che dichiaravano
di aver subìto danni a causa dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq.
Questo era un organo para giurisdizionale e nel caso in cui avesse
accertato i danni subìti dal singolo, obbligava l’Iraq al risarcimento.
Questo è un meccanismo che stabilisce quali sono le riparazioni dovute
da uno Stato per l’illecito compiuto in un altro Stato.
3. Sanzioni economiche imposte all’Iran, che si ritiene porti avanti un piano
di portata nucleare.
4. L’istituzione di tribunali penali internazionali ad hoc (ex: per l’ex
Jugoslavia e per il Ruanda). In entrambi i casi il Consiglio di Sicurezza
istituisce un organo giurisdizionale per giudicare i soggetti responsabili di
crimini di guerra e genocidio. Sono misure prese post-conflitto, quindi il
Consiglio di Sicurezza è andato oltre i poteri della Carta.
Caso Tadic: questione del fondamento giuridico del tribunale penale
internazionale per l’ex Jugoslavia. Tadic era un ex comandante di un campo di
concentramento in Bosnia e fu il primo a essere giudicato dal tribunale penale
internazionale per l’ex Jugoslavia. L’etnia colpita dal conflitto era quella
musulmana (bosniaca). Tadic solleva un’eccezione di ammissibilità della causa
penale, sostenendo che il tribunale era stato istituito sulla base di una
risoluzione che non aveva fondamento giuridico in alcuna disposizione della
carta ONU. (La carta non dice che il Consiglio di Sicurezza ha il potere di
istituire un tribunale penale internazionale).
Il tribunale risponde:
- che esso ha competenza a valutare la legittimità della sua istituzione
- che il fondamento della sua istituzione (la risoluzione) rientra nei poteri
del Consiglio di Sicurezza di cui al capitolo 7, quelli dell’art.41.
Quindi, nella prassi, il Consiglio di Sicurezza ha esteso la portata applicativa
dell’art.41, infatti è andato ben oltre le misure per ripristinare la pace e la
sicurezza internazionale, perché ha adottato delle misure che impongono delle
conseguenze penali per gli individui che hanno commesso un crimine
internazionale (misure post-conflitto).
Se non c’è stata un’opposizione degli Stati che hanno adottato la risoluzione in
seno al Consiglio di Sicurezza, queste misure hanno come base giuridica
l’art.41 della Carta.
ART.42 (misure implicanti l’uso della forza): Se il Consiglio di Sicurezza ritiene
che le misure previste dall'art. 41 siano o si siano dimostrate inadeguate, può
intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia
necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale.
Tale azione può comprendere dimostrazioni, blocchi ed altre operazioni
mediante forze aeree, navali o terrestri dei membri delle Nazioni Unite.
Il Consiglio di Sicurezza può applicare queste misure:
- quando ha già adottato misure non implicanti l’uso della forza, ma queste
sono risultate inefficaci;
- quando ritiene la situazione talmente grave da dover adottare
direttamente misure implicanti l’uso della forza.
ART. 43: Tutti i membri dell’ONU mettono a disposizione del Consiglio di
Sicurezza forze armate, assistenza e facilitazioni attraverso accordi o accordi
speciali tra membri e Consiglio di Sicurezza per una messa a disposizione
permanente delle forze armate e delineare l’assistenza e le facilitazioni.
ART.47: Questo grande esercito internazionale viene gestito dal Comitato di
Stato maggiore = organo composto dai capi di Stato maggiore degli eserciti
delle cinque potenze membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.
Il disegno previsto dagli articoli 43-47 è rimasto lettera morta: per poter
dirigere strategicamente le forze armate, i capi di stato maggiore degli eserciti
avrebbero dovuto condividere i segreti militari di ciascuno Stato di
cittadinanza.
Il Consiglio di Sicurezza nella prassi ha definito due schemi dell’uso della forza
al di fuori degli art.43-47, quindi non previsti dalla Carta ONU:
- Operazioni di peace keeping (caschi blu)
Caratteri delle operazioni di peace keeping:
- Il Consiglio di Sicurezza chiede agli Stati di mettere a disposizione
contingenti militari per una singola operazione (in modo temporaneo).
- Poi delega l’operazione al segretario generale che nomina un
comandante delle truppe.
- C’è un dipartimento speciale relativo alle peace keeping operations
(DPKO).
- I contingenti possono utilizzare la forza solo in legittima difesa o a
protezione del loro mandato.
- È necessario il consenso dello Stato in cui deve essere espletata
l’operazione di peace keeping.
- I caschi blu sono delle forze militari messi a disposizione temporanea da
parte degli Stati che aderiscono all’operazione tramite accordi specifici
col Consiglio di Sicurezza (stand-by arrangements).
Discostamento dal modello:
- Forze di peace enforcement (attuazione della pace): operazioni in cui
le forze armate hanno usato la forza oltre i limiti previsti dal peace
keeping. Ex: UNOSOM (operazione in Somalia). Mancanza di consenso da
parte dello Stato in cui si interviene.
- Post-conflict peace building: operazioni poste in essere al termine del
conflitto. Aiutare lo Stato che ha subìto un conflitto a ripristinare le
proprie strutture di governo.
Problema del fondamento giuridico di queste operazioni dato che non sono
descritte dalla Carta ONU. La prima operazione di peace keeping nel 1956
discende da una risoluzione Uniting for peace adottata dall’Assemblea
Generale (UNEF = United Nations Emergency Force) con riferimento alla
situazione israelo-palestinese nel Sinai. Volevano creare una zona cuscinetto
per evitare tensioni tra le parti. La prima operazione era quindi ancora più
anomala perché non discendeva da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza.
La seconda operazione di peace keeping è quella dell’ONUC (1960) con
riferimento alla crisi interna congolese. Per decenni c’è stata una guerra civile
in Congo e il Consiglio di Sicurezza ha istituito questa missione di peace
keeping. In questo caso la Francia e l’Unione Sovietica si rifiutano di contribuire
alle spese di queste operazioni perché quell’azione militare non aveva
fondamento giuridico, cioè non era tra le misure che può intraprendere il
Consiglio di Sicurezza previste dalla Carta dell’ONU. L’Assemblea Generale
chiede il parere alla CIG sulle conseguenze del mancato pagamento delle
spese.
Siccome la prima operazione di peace keeping è stata istituita dall’Assemblea
Generale, possono comunque rientrare nell’art.42 della Carta? La CIG rinviene
il fondamento giuridico (solo in riferimento alla prima operazione di peace
keeping) nell’art.14 della carta ONU: l’Assemblea Generale può raccomandare
misure per il regolamento pacifico di qualsiasi situazione che,
indipendentemente dalla sua origine, essa ritenga suscettibile di pregiudicare il
benessere generale o le relazioni amichevoli tra le nazioni…
Comunque, le successive misure di peace keeping sono state intraprese
attraverso risoluzioni del Consiglio di Sicurezza.
Autorizzazioni all’uso della forza
Quando il Consiglio di Sicurezza autorizza gli Stati a utilizzare la forza, la linea
di comando non fa più capo al Consiglio di Sicurezza. Nella prassi in alcuni casi
il Consiglio di Sicurezza decide di devolvere nuovamente il potere di uso della
forza agli Stati (che all’inizio avevano devoluto il potere dell’uso della forza al
Consiglio di Sicurezza).
Non c’è un controllo strategico e militare del Consiglio di Sicurezza, le decisioni
vengono prese direttamente dagli Stati intervenienti. Nei primi casi i limiti
temporali erano molto vaghi così come i criteri operativi.
1. Conflitto in Corea nel 1950 (fazione liberale filoamericana vs esponenti
filomarxisti) è stato il primo caso di autorizzazione dell’uso della forza. Il
Consiglio di Sicurezza ha autorizzato gli Stati Uniti ad usare la forza nel
conflitto interno in Corea. A seguito di questa prima autorizzazione il
rappresentante permanente dell’URSS rientra nel Consiglio di Sicurezza e
non vengono più adottate queste misure fino alla dissoluzione dell’URSS.
2. 1990, invasione del Kuwait da parte dell’Iraq. Il Consiglio di Sicurezza con
una risoluzione autorizza all’uso di tutti i mezzi necessari (=usare la
forza) per restaurare la pace e la sicurezza nell’area del golfo. Non c’era
alcun limite temporale e l’obiettivo era molto generico. Una maggiore
genericità delle finalità e dei termini temporali comporta una maggiore
libertà e un maggiore abuso da parte degli Stati intervenienti.
3. Risoluzione del 2011 sulla crisi libica: Regno Unito e Francia intervengono
in Libia dove dei ribelli combattevano contro il regime di Gheddafi. Il
Consiglio di Sicurezza autorizza all’uso di tutte le misure necessarie
(=uso della forza) per proteggere i civili e le aree popolate da civili sotto
minaccia di attacco del Governo libico, applicando così la dottrina della
responsibility to protect. Di fatto, Regno Unito e Francia volevano
rovesciare il regime di Gheddafi, agendo quindi ben oltre i poteri della
Carta. Dopo questo avvenimento, in seno al Consiglio di Sicurezza non
c’è più stata convergenza tra i membri permanenti per adottare una
simile risoluzione per autorizzare l’uso della forza (ad esempio, nel caso
della Siria e del regime di Assad, soprattutto Cina e Russia si sono
opposte alla risoluzione).
4. Risoluzione 2023: autorizza lo spiegamento di una missione
multinazionale di sostegno alla sicurezza ad Haiti per risolvere una
situazione di crisi interna. Questa missione è gestita dal Kenya.
Problema del fondamento giuridico di queste autorizzazioni (art.42, 43-47):
1. Parere 1: si può sempre richiamare l’art.42 della Carta ONU. Però la Carta
prevede un mantenimento del controllo, che in questo caso non c’è.
2. Parere 2: l’art.42 dovrebbe essere letto e interpretato alla luce degli
art.43-47, che dicono in che modo il Consiglio di Sicurezza dovrebbe
esplicare il suo potere di uso della forza nelle relazioni internazionali. Il
fondamento giuridico sarebbe quindi da rinvenire in una norma
consuetudinaria.
3. Parere 3: nella prassi le risoluzioni che autorizzano all’uso della forza
sono tutte diverse tra loro e se non sono specifiche, il fondamento
giuridico si deve rinvenire nel diritto internazionale generale (ex:
legittima difesa collettiva). Se sono specifiche si può ricondurre all’art.42.
LA RISOLUZIONE PACIFICA DELLE CONTROVERSIE INTERNAZIONALI
ART.2 PAR.3 CARTA ONU: non individua i mezzi che gli Stati possono utilizzare
per risolvere le loro controversie pacificamente.
ART.33 PAR.1 CARTA ONU: individua le soluzioni di una controversia
Mezzi diplomatici = l’accordo delle parti rispetto al mezzo è risolutivo della
controversia. Con il mezzo si risolve la controversia.
1. Negoziati: sono l’unico mezzo che non prevede la partecipazione di
soggetti terzi, sono solo tra gli Stati in controversia. Gli Stati possono
obbligarsi con un trattato a risolvere una controversia con i negoziati.
Prima di un intervento della CIG, le parti devono provare a risolvere le
controversie con un negoziato. Criteri che stabiliscono se le parti hanno
tentato i negoziati:
- Devono essere in buona fede, cioè disponibili al compromesso e
avanzare proposte ragionevoli.
2. Inchiesta (fact-finding): viene istituita una commissione d’inchiesta dal
Consiglio di Sicurezza che ha la funzione di accertare i fatti che hanno
generato la controversia. Questi verranno rendicontati in un rapporto
finale. In questo rapporto non c’è una valutazione giuridica (non è
giuridicamente vincolante), ma semplicemente descrive i fatti. Se gli
Stati aderiscono al rapporto, questo assumerà una particolare
autorevolezza nella definizione della controversia.
3. Mediazione e buoni uffici (non previsti dall’art.33): prevedono
l’intervento di un soggetto terzo. Nei buoni uffici l’intervento del soggetto
terzo è minimo, in quanto mette solo in contatto le parti in controversia.
Nella mediazione il soggetto terzo cerca anche di formulare le proposte
per un compromesso.
4. Conciliazione: il soggetto terzo è una commissione che non solo accerta
i fatti ma li valuta anche giuridicamente, cioè stabilisce quali violazioni ci
sono state nel caso di specie. Alla fine emette un accordo per proporre
una certa soluzione della controversia. L’accordo però non è vincolante, è
solo una raccomandazione.
Mezzi arbitrali = Gli Stati danno il consenso affinché un soggetto terzo
giudichi la controversia e dia una risoluzione. Il consenso delle parti è quindi
preventivo rispetto alla risoluzione. Con la sola scelta del mezzo arbitrale la
controversia non è risolta perché sarà risolta da un soggetto terzo.
1. Arbitrato: mezzo di risoluzione delle controversie già presente nel
vecchio ordine mondiale. A partire dagli inizi del ‘900 si è consolidata la
prassi di ricorrere a degli arbitri. Ad oggi si sono istituite delle strutture
che facilitano il ricorso all’arbitrato, cioè la Corte Permanente di
Arbitrato. Ha sede a L’Aja e dà una lista di arbitri a cui è possibile
ricorrere nel caso di Stati in controversia. Gli Stati scelgono da quella lista
il loro collegio arbitrale per la loro controversia. Al termine dell’arbitrato,
il collegio arbitrale dà un verdetto vincolante per le parti e si scioglie.
Nell’arbitrato sono le parti che scelgono le regole che gli arbitri devono
seguire per raggiungere il verdetto finale.
2. tribunali e corti internazionali: nel 1922 la società delle nazioni
istituisce la prima corte permanente di giustizia internazionale. Alla fine
della Seconda guerra mondiale viene dissolta e poi viene sostituita dalla
Corte Internazionale di Giustizia, istituita dalla Carta ONU. Entra in
funzione nel ‘46 con uno statuto (parte della Carta dell’ONU) che ricalca
quello della corte permanente di giustizia internazionale. È l’organo
giudiziale principale delle Nazioni Unite. Ha sede nel Palazzo della Pace
all’Aja. Le sue lingue sono inglese e francese. Tutti i membri dell’ONU
riconoscono la Corte e possono avvalersi delle sue funzioni.
Funzioni CIG:
- contenziosa = dirimere controversie tra gli Stati (non tra individui). La
Corte decide in base alle norme di diritto internazionale (art.38 Statuto
CIG). Ha una competenza generale (con riferimento a qualsiasi
questione di Diritto Internazionale) e universale (le parti della
controversia possono essere anche non membri dell’ONU). È comunque
necessario il consenso delle parti a sottoporsi alla giurisdizione della CIG.
Nella maggioranza dei casi le parti sottopongono una controversia alla
Corte in base ad un trattato internazionale (consenso preventivo). Fase
scritta in cui le parti presentano le loro argomentazioni, prove e
conclusioni e fase orale in cui la Corte può porre domande alle parti
(rappresentate da avvocati). Poi la Corte si ritira per deliberare, in media
impiega tra i 4 e i 6 mesi. Atto conclusivo vincolante per le parti:
sentenza = motivazione + dispositivo. La corte motiva le sue
risultanze, che sono nel dispositivo (parte finale della sentenza). Anche
se le sentenze non sono vincolanti per gli altri Stati, individuano delle
norme di Diritto Internazionale (funzione chiarificatoria o progressiva, per
esempio individuando delle norme di diritto consuetudinario in via di
formazione). La Corte rende conto anche delle posizioni dei giudici che
eventualmente vogliono esprimersi.
- Consultiva = fornire pareri consultivi su questioni legali ad essa
sottoposte dagli organi autorizzati dalle Nazioni Unite e dagli istituti
specializzati. Atto conclusivo non vincolante: parere consultivo. Sono il
Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea generale a chiedere pareri
consultivi, non gli Stati.
È l’unica corte che ha una competenza generale e universale (diversamente,
ad esempio, della Corte di giustizia dell’UE).
Composizione della corte: 15 giudici (di cui 5 per prassi sono cittadini degli
stati membri permanenti del Consiglio di Sicurezza) eletti per nove anni
dall’Assemblea Generale e dal Consiglio di Sicurezza. Ogni tre anni 5 seggi
sono rinnovati (i giudici sono rieleggibili). La composizione risponde a criteri
geografici e di rappresentatività. Devono essere tutti cittadini di Paesi diversi,
anche se non rappresentano il loro Stato di cittadinanza e agiscono come
magistrati indipendenti. Se per una determinata controversia la Corte non
comprende un giudice della nazionalità degli Stati coinvolti, ciascuno di essi
può nominare un giudice ad hoc, che può essere di qualunque nazionalità e ha
gli stessi diritti e doveri dei giudici eletti. Ogni tre anni la Corte elegge un
presidente e un vicepresidente. I giudici sono assistiti da un cancelliere (e non
dal Segretariato) eletto ogni 7 anni dalla Corte, rinnovabile.

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