Pamela Aikpa Gnaba
OGM
Organismi geneticamente multiculturali
Copyright © 2013, Pamela Aikpa Gnaba
Immagine di copertina di Petr Jan Juračka
Quest’opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate
3.0 Italia
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Era giunto il momento, il trasloco si faceva imminente. L’atto di
compravendita era stato firmato e la data per il rogito era fissata per il mese
seguente. Aveva poche settimane per disfarsi di tutti quei ricordi incardinati in
pezzi di arredamento ormai demodé.
Amina varcò il piccolo ingresso con una strana angoscia che le opprimeva lo
stomaco. Si affacciò in cucina, era tutto immutato. Si diresse verso il corridoio,
oltrepassò la camera e proseguì verso il salone. Il tavolo di marmo era ancora
immobile al suo posto come una pietra miliare dei numerosi pranzi familiari cui si
era concesso con tanta dedizione. La credenza era stata svuotata, tutti i ninnoli
erano scomparsi, quasi a simboleggiare la lenta dissoluzione di quel luogo ormai
disabitato. Le poltrone consumate dal calore di parenti e amici portavano i segni
evidenti dell’ospitalità che aveva animato quella casa per decenni. Entrò nella
piccola veranda, un cupo grigiore copriva il cielo di Monteverde creando
un’atmosfera che si adattava perfettamente alla malinconica rievocazione dei suoi
ricordi. Uscì dalla porta che conduceva allo studio e le fu difficile trattenere
l’emozione.
Nella sua mente si alternavano le immagini dei momenti memorabili
trascorsi a studiare e a scrivere poesie con i suoi nonni su quella scrivania di
castagno. Si sentiva di nuovo bambina e decise di lasciarsi trascinare da quei brevi
istanti di profonda intimità. Osservò la libreria e pensò che potesse impossessarsi
di qualche volume o ritrovare i vecchi quaderni di filastrocche marchiati dalla
grassa matita rossa e blu, le uniche testimonianze dei suoi primordiali tentativi di
creazione letteraria.
Sbirciava tra i libri, le enciclopedie e i diari, alla ricerca della sua piccola
eredità. Una copertina logora colse la sua attenzione, era un album di fotografie.
Lei non poté resistere all’impulso di sfogliare quelle pagine ingiallite che
sembravano aver vissuto molteplici vite. Si ritrovò catapultata in un’altra
dimensione. La sottile carta velina lasciava delicatamente scivolare volti ed
esperienze lungo il foglio, riportando alla luce vecchie dediche scritte a mano.
Era solamente l’inizio di una lunga mattinata dedicata alla riscoperta della
sua storia, in un viaggio solitario tra gli album di famiglia. Qualcuno avrebbe potuto
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considerarla una semplice rivisitazione del suo passato familiare, se la sua
dimensione identitaria non fosse stata, effettivamente, molto più complessa: figlia
mulatta di una coppia mista.
Per la prima volta nella sua vita, si chiedeva come mai le persone fossero più
interessate alle sue origini straniere, piuttosto che incuriosite dal ramo
genealogico della sua famiglia italiana che, trent’anni prima, aveva accolto un
migrante africano come un figlio, superando i pregiudizi e scardinando i luoghi
comuni. Lei stessa aveva dato spesso per scontato l’affetto e il calore della propria
famiglia materna, senza attribuire il giusto peso a una scelta che, a quei tempi,
poteva essere considerata rivoluzionaria.
In effetti, nonostante il suo lato africano costituisse per le persone un
elemento estraneo e misterioso che stimolava un’apertura verso l’altro, erano, in
realtà, le donne della sua famiglia materna a rappresentare il vero simbolo del
multiculturalismo, basato sui valori dell’accoglienza e della condivisione.
Le immagini impresse in quelle fotografie non erano soltanto una prova
tangibile delle loro scelte audaci, ma ricostruivano, attraverso la storia di tre
generazioni d’italiane, le complesse trasformazioni cui il paese era stato sottoposto
in quei decenni.
Sua nonna Maria era nata nel 1920 a Roma, dove la famiglia era emigrata nel
dopoguerra dal sud della penisola. Una vita fatta di sacrifici immensi e valori
profondi. I suoi genitori avevano un piccolo negozio di alimentari in una zona
periferica, quasi in aperta campagna, dove lei amava andare a cavallo lungo i viali
immersi nel verde. Da piccola, Amina provava spesso a immaginare come potesse
essere bello correre in libertà per le quieti strade del quartiere, era quasi come
catapultarsi in un mondo fiabesco che sembrava scomparso da secoli. Si diceva che
forse era proprio per quel motivo che si chiamava Monteverde, nonostante la sua
originaria bellezza verdeggiante fosse ormai relegata dietro le recinzioni delle
splendide ville che il territorio era riuscito a conservare.
Quando la nonna le parlava della sua infanzia durante il periodo fascista,
Amina restava affascinata dai suoi racconti e aveva l’impressione di partecipare
alla storia che leggeva nei suoi libri di scuola.
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Negli anni trenta, una foto la ritraeva di fronte alla bottega di famiglia. Era
risaputo quanto le piacesse aiutare i genitori in negozio, adorava mettersi sullo
sgabello di fronte alla cassa e dimostrare agli adulti quanto era veloce a fare i conti.
Voltando pagina, due file di ragazze in divisa scura erano in posa, serie e
composte, per la foto di classe. Sua nonna era la terza da sinistra, poco distante
dalla suora che si occupava con assoluto rigore della loro educazione. Lei aveva
capito che la libertà di una donna iniziava a germogliare attraverso la cultura,
quindi, contrastando le idee preconcette dei tempi, decise di portare avanti il suo
percorso formativo per la conquista della sua indipendenza.
L’Italia in quegli anni era ancora in possesso delle proprie colonie africane e
l’idea di ampliare la sua visione del mondo alimentò in lei un forte desiderio di
scoperta. Decise quindi di iscriversi all’Università Orientale di Napoli e iniziò a
studiare l’arabo e il francese.
Con l’avvento della guerra, il suo sogno s’infranse sotto il frastuono dei
bombardamenti. Fu costretta a lasciare gli studi e tornare a casa, pensando che la
storia avesse scritto per lei un altro destino. Non avrebbe mai potuto immaginare
che il suo futuro sarebbe stato segnato da un profondo legame con il continente
nero e che l’Africa sarebbe tornata così prepotentemente nella sua esistenza.
Il periodo del conflitto aveva creato una grande voragine e Amina non
riusciva a trovare alcuna testimonianza visiva di quegli anni. Con un balzo
temporale, la storia riprendeva in un nuovo album fotografico. Le prime pagine
erano dedicate al matrimonio con suo nonno, momento che rappresentò l’inizio di
un amore infinito che si sarebbe interrotto solo con la scomparsa di entrambi.
L’idea che Amina si era fatta di quella prima metà del secolo era come un film
in bianco e nero, dove i personaggi erano talmente distanti da sembrare irreali ma,
man mano che il corso degli eventi macinava anni di vita familiare, la distanza
sembrava ridursi lentamente.
La nascita di sua madre Sara, nel 1949, segnava una svolta, creando un nuovo
legame tangibile con il presente. Lei era la prima di tre figli, desiderata con infinito
amore, educata secondo i precetti cristiani e cresciuta nel benessere del miracolo
economico.
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Gli spazi verdi erano stati sostituiti da palazzine sempre più ingombranti, i
carretti trainati dai cavalli avevano lasciato spazio alle prime motociclette. Il
quartiere satellite si trasformava velocemente in un’area abitata che sarebbe ben
presto diventata parte integrante del crescente territorio cittadino.
Nonostante tutti quei cambiamenti, la bottega era ancora lì, come un punto
saldo per vecchi e nuovi abitanti. Una foto ritraeva sua madre seduta sulle
ginocchia di nonna Maria, con un bel sorriso soddisfatto, quasi volesse invitare i
passanti a fermarsi per un piccolo acquisto e uno scambio di battute. Amina sapeva
quanto lei amasse quel posto e, mentre osservava quell’immagine, vedeva sua
madre sgattaiolare su per le scale del villino, costruito sotto il livello della strada,
per recarsi al negozio a giocare.
Le aveva raccontato dei continui rimproveri per queste fughe da casa, perché
il suo primo dovere era la scuola. Lei faceva del suo meglio, ma era una bambina
schiva e non amava doversi esporre pubblicamente di fronte a tutta la classe,
quindi preferiva estraniarsi tra i colori pastello con i quali poteva dare libero sfogo
alla sua fantasia. Amina l’aveva sempre considerata una vera sognatrice, in grado
di immaginare per sé un futuro entusiasmante fatto di mondi sconosciuti e persone
eccentriche.
Purtroppo, era abbastanza evidente che l’indole pragmatica e autoritaria
della nonna fosse totalmente in contrasto con lo spirito idealista e creativo di sua
madre. Uno scatto rubato era persino riuscito a congelare una delle loro tante
discussioni, immortalando la nonna con il suo tipico sopracciglio inarcato, segnale
inconfondibile di totale disappunto.
Poiché la nonna era una donna moderna e liberale, sostenne comunque sua
figlia nella scelta degli studi, anche se il liceo artistico non era proprio quello che
avrebbe sperato. Ritratta mentre si dedicava ai bozzetti nella nuova cameretta, sua
madre sembrava una vera pittrice. Aveva conquistato quella stanza dopo il trasloco
nel nuovo appartamento situato al terzo piano del palazzo costruito di recente
accanto al vecchio villino. Il negozio di famiglia era stato venduto, non era rimasto
più nessuno a prendersene cura.
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La Polaroid introduceva i colori e si apriva una nuova fase nella storia del
mondo e della famiglia. Amina osservava quel gruppo di ragazze con aria divertita.
Sua madre le ricordava molto la famosissima Twiggy. Aveva i capelli corti e biondi,
gli occhi esageratamente truccati con la matita nera e indossava una minigonna
verde che sicuramente aveva fatto rabbrividire la nonna.
Le fotografie di quel periodo evidenziavano il grande distacco che si era
creato con le precedenti generazioni e lasciavano presagire il successivo
coinvolgimento di sua madre nei grandi cambiamenti che, di lì a qualche anno,
avrebbero investito tutto il paese.
Continuando a sfogliare, le tinte si facevano più appariscenti, le amicizie più
stravaganti. Le persone sembravano appena uscite dalle riprese di Starsky &
Hutch. C’era anche un tipo con una buffissima pettinatura afro, talmente tonda e
perfetta da sembrare una sfera stroboscopica. Guardando più attentamente, Amina
si rese conto che quello strano individuo aveva qualcosa di familiare. Non aveva
mai visto quella fotografia, per cui non riuscì immediatamente ad associare quel
ragazzo nero con i capelli a forma di palla all’immagine attuale che aveva di suo
padre.
In quell’istante si figurò l’espressione contratta del volto di sua nonna, con il
sopracciglio inarcato, nel momento in cui si trovò a incontrarlo per la prima volta.
Erano gli anni settanta, un periodo di grandi sconvolgimenti sociali, ma forse un
genero di colore era troppo anche per lei.
Sua madre era il ritratto di quei tempi, ragazza ribelle e anticonformista.
Coltivava il suo talento artistico alternando gli studi di architettura alle mostre di
pittura nelle gallerie. I continui contrasti con la nonna erano all’ordine del giorno
ma Amina era consapevole del fatto che in quella circostanza si fossero acuiti
drasticamente.
Anche se ormai il mondo aveva conosciuto personalità del calibro di Martin
Luther King, James Brown e Mohammed Ali, agli occhi di sua nonna, quelli erano
solo personaggi famosi, distanti anni luce dalla loro realtà romana. Lei non si
riteneva razzista e sosteneva di non avere nulla contro i neri, però, la distanza
rassicurante di uno schermo televisivo rendeva la loro presenza più accettabile.
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Nella sua gioventù aveva sognato l’Africa ma, ai suoi tempi, il contatto con le altre
culture si fondava sulla netta distinzione dei ruoli e non prevedeva alcuna
mescolanza tra colonizzati e colonizzatori.
Ovviamente i tempi erano cambiati, sua nonna ne era consapevole, eppure
doveva essere stato molto difficile per lei mettere in discussione le convinzioni
radicate in decenni e supportare sua figlia Sara in quella che sarebbe diventata una
battaglia contro banali pregiudizi e ipocrite intolleranze.
Nonostante le fotografie del matrimonio mostrassero sua nonna con
un’espressione di velato disagio, sua madre sembrava al settimo cielo per essere
riuscita a spezzare un altro odioso tabù.
Quando Amina era venuta al mondo, l’atteggiamento di forzata accettazione
manifestato da sua nonna assunse tutt’altra forma, si tramutò in amore sconfinato
per quella bambina dalla pelle scura che dava un senso rinnovato al concetto
d’integrazione.
In effetti, all’interno della sua famiglia, Amina non si era mai trovata a dover
mettere in discussione la sua italianità. Era l’unico ambiente in cui non dovesse
dimostrare la sua appartenenza a un’identità comune, perché i legami di sangue e
l’affetto non richiedevano giustificazioni.
Le reali difficoltà incontrate nel lungo percorso alla scoperta di se stessa
nacquero dai primi contatti con il mondo esterno. Negli anni ottanta era
considerata una vera perla nera, non tanto per il suo inestimabile valore, quanto
per la sua singolarità. I suoi capelli afro avevano subìto migliaia di palpate divertite
e la sua carnagione aveva generato, nei pallidi inverni lontani dal sole, l’invidia di
tutte le donne.
Con l’inizio della scuola, cominciarono i veri conflitti interiori. Ogni mattina, il
momento dell’appello rappresentava un’offesa al suo piccolo orgoglio africano.
Quel cognome straniero, l’unico d’altronde in tutto l’elenco, era proprio difficile da
pronunciare e la maestra lo sbagliava puntualmente. A lei non sembrava così
difficile, però quella k nel mezzo costituiva un ostacolo concettuale insormontabile.
Ripensava alla sua adolescenza. La sensazione di turbamento e insicurezza,
tipica di quell’età, era esplosa in lei con una forza dirompente, esasperata dalla
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fragilità che derivava dal sentirsi diversa, indefinita, distante da tutti gli schemi che
sembravano rappresentare la normalità. Non si riconosceva nell’immagine che gli
altri avevano di lei: in base agli occhi di chi la guardava, risultava troppo chiara per
essere africana o troppo scura per essere italiana. Nessuno considerava la possibile
fusione delle due diverse componenti che costituivano la sua essenza.
Dopo anni passati a rincorrere un precario equilibrio tra il desiderio di
sentirsi accettata e l’istinto di rivendicare la propria diversità, si era resa conto
dell’immenso privilegio che la sua famiglia le aveva concesso. Lei era come la linea
dell’orizzonte, in grado di congiungere due elementi contrapposti di un medesimo
universo.
Uscendo dal portone con alcuni album fotografici tra le braccia, si recò a
scuola a prendere sua figlia. Rimase incantata a osservarla. Provava un misto
d’invidia e di soddisfazione per quella variegata moltitudine di ragazzini che
giocavano spensierati senza alcuna vergogna per la loro diversità. Piccoli mondi
che si fondevano su una giostra variopinta e costituivano un punto d’incontro tra
culture tradizionali e nuove identità. Era la generazione vincente, la sintesi di
un’Italia contemporanea geneticamente multiculturale.