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Devianza

Il documento esplora il concetto di norma come regola sociale che orienta i comportamenti degli individui, evidenziando la sua variabilità nel tempo e nello spazio. Viene analizzato il processo di socializzazione e il fenomeno della devianza, sottolineando la relatività di ciò che è considerato deviante. Inoltre, si discute il ruolo delle istituzioni e della burocrazia, evidenziando le disfunzioni che possono sorgere all'interno di strutture burocratiche.

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Devianza

Il documento esplora il concetto di norma come regola sociale che orienta i comportamenti degli individui, evidenziando la sua variabilità nel tempo e nello spazio. Viene analizzato il processo di socializzazione e il fenomeno della devianza, sottolineando la relatività di ciò che è considerato deviante. Inoltre, si discute il ruolo delle istituzioni e della burocrazia, evidenziando le disfunzioni che possono sorgere all'interno di strutture burocratiche.

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NORMA

Una norma è una regola che orienta i comportamenti degli individui all’interno di una
società.
Può assumere diverse forme: legge, regola sociale, morale, etica o giuridica.
Le norme possono essere scritte, esplicite e formali, ma anche silenziose, implicite e
informali.
Esse variano nel tempo e nello spazio, perché dipendono dalla società in cui si sviluppano, e
hanno la funzione di regolare i comportamenti all’interno di istituzioni come la scuola, lo
sport, la religione o la famiglia.

Un esempio efficace per riflettere sul ruolo delle norme è offerto dal film Il fantasma della
libertà di Luis Buñuel, regista spagnolo naturalizzato in Messico.
Buñuel fu costretto all’esilio a causa del regime franchista, un governo autoritario e
dittatoriale che, dal 1939 al 1975, dominò la Spagna con l’appoggio di fascisti e nazisti.
Il regista apparteneva alla corrente del surrealismo, vicina alle teorie di Freud
sull’inconscio, i sogni e la sessualità, e in questo filone si inseriscono anche artisti come
Salvador Dalí.
Attraverso scene grottesche e paradossali, Buñuel intendeva mettere in discussione la realtà
e i suoi automatismi. Emblematiche sono la scena del “pranzo” e quella del “gabinetto”,
volutamente irriverenti e scandalose, che hanno l’obiettivo di far emergere quanto le nostre
vite siano regolate da norme, spesso implicite, che accettiamo senza rendercene conto.

➔​ Le norme sociali sono infatti regole prodotte e mantenute dalla società stessa.
Indicano agli individui i comportamenti da seguire o da evitare, possono essere scritte o
non scritte e hanno la funzione di definire le aspettative reciproche.
In questo modo regolano i rapporti tra individui o gruppi, creano ordine, senso di
appartenenza e di sicurezza, perché ciascuno si aspetta dagli altri lo stesso rispetto delle
regole condivise.

Il sociologo statunitense William Sumner (1840-1910) raccolse le norme di diversi popoli e


società, individuando tre categorie fondamentali:

●​ le norme sociali (folkways), cioè consuetudini quotidiane non caricate di


particolare valenza morale o etica, che possono variare da persona a persona;
●​ le norme giuridiche (stateways), sancite dal diritto penale, civile o amministrativo;
●​ le norme morali (mores), caratterizzate da un fortissimo valore etico e trasmesse
dalle agenzie di socializzazione, in primo luogo la famiglia.

Quando un individuo si discosta da una norma, si parla di devianza; quando invece


trasgredisce una norma giuridica, si configura una vera e propria criminalità.

Processo di socializzazione
Il processo di socializzazione è quel percorso attraverso il quale un individuo, fin dalla
nascita, impara a vivere nella società di cui fa parte. Avviene tramite la comunicazione,
l’educazione e l’esempio delle persone che lo circondano, e permette di interiorizzare valori,
regole, norme e comportamenti che definiscono cosa è considerato giusto o sbagliato,
accettabile o inaccettabile all’interno di un determinato contesto sociale.
La socializzazione si divide in due fasi principali:

●​ Socializzazione primaria: avviene nell’infanzia, soprattutto in famiglia, ed è quella


fase in cui si apprendono le competenze di base per relazionarsi con gli altri.
●​ Socializzazione secondaria: si sviluppa in età successive, attraverso contesti come
la scuola, lo sport, il gruppo dei pari, i gruppi religiosi e ricreativi, oltre ai mass
media e ai new media.​

In questo modo la persona non solo apprende a convivere con gli altri, ma costruisce anche
la propria identità sociale, adattandosi e contribuendo alla vita collettiva.

Il fenomeno della devianza


All’interno della vita sociale emerge però anche il fenomeno della devianza.
In senso comune la devianza è intesa come comportamento anomalo, patologico, illegale o
strano. Nelle scienze sociali, invece, la devianza non viene giudicata in termini morali, ma
analizzata in modo oggettivo: il compito del sociologo, come ricordava Max Weber, non è
quello di esprimere un giudizio etico, ma di raccogliere dati, elaborare schemi interpretativi
e capire dove, quando, perché e come si manifestano i comportamenti devianti, oltre a
individuare chi vi è coinvolto.
La devianza non riguarda solo azioni che violano una norma, ma può riguardare anche tratti
personali o credenze, come ad esempio il credere agli extraterrestri o avere caratteristiche
fisiche considerate “non conformi”.

La relatività della devianza


Un aspetto centrale è che la devianza non è assoluta, ma relativa: non esiste un
comportamento universalmente deviante, poiché il suo significato dipende dalle reazioni e
dalle risposte della società. Per questo si parla di concezione relativistica della devianza.
Un comportamento può essere considerato deviante in un contesto e normale in un altro
(ad esempio la poligamia), oppure essere accettato in un certo periodo storico e rifiutato in
un altro (come il delitto d’onore, oggi sostituito dal concetto di femminicidio).
La relatività dipende anche dalla situazione in cui avviene un comportamento, come nel
caso dell’espletamento di funzioni biologiche, normale in bagno ma deviante in strada.
Infine, conta il ruolo del soggetto che agisce: l’omicidio è punito come reato, ma se a
commetterlo è una forza dell’ordine durante il proprio lavoro assume un’altra valenza.
Alcuni comportamenti, tuttavia, sono considerati devianti quasi universalmente, come
l’incesto, il furto, lo stupro, il rapimento e, seppure con eccezioni storiche e culturali,
l’infanticidio.

Il concetto di istituzione
Un’istituzione è un insieme di norme coordinate tra loro, radicate nell’esperienza
quotidiana degli individui, i quali le percepiscono come strumenti capaci di regolare
determinati ambiti della vita in uno specifico contesto storico e geografico.
Secondo i sociologi, sono istituzioni il matrimonio, la famiglia, la religione, lo sport, il
sistema scolastico e quello giudiziario, ma anche entità meno tangibili come il linguaggio o
la scienza.
L’istituzione, infatti, è un’entità simbolica: non coincide direttamente con le risorse
materiali o umane di cui pure necessita per concretizzarsi, ma si manifesta attraverso di
esse.

Status e ruolo nelle istituzioni


All’interno delle istituzioni, le persone occupano posizioni diverse e svolgono compiti
specifici.
A ciascuna posizione sociale corrispondono aspettative ben precise. In sociologia, queste
posizioni vengono chiamate status, mentre il complesso delle azioni che ci si aspetta da un
individuo in virtù dello status ricoperto prende il nome di ruolo.
Ogni persona assume una pluralità di status:

➔​ Status ascritti, che dipendono da condizioni indipendenti dalla volontà e


dall’impegno dell’individuo (ad esempio nascere figlio, sorella, appartenere a un
genere o a una classe sociale).

➔​ Status acquisiti, che invece vengono raggiunti attraverso lo studio, il lavoro e la


maturazione di una specifica professionalità.​

Spesso lo status è correlativo, cioè si definisce in relazione a un altro. Alcuni esempi sono:
genitore/figlio, insegnante/alunno, medico/paziente. A questi status corrispondono ruoli
complementari: ad esempio, l’alunno si aspetta determinate azioni dall’insegnante e, allo
stesso tempo, l’insegnante ha precise aspettative riguardo al comportamento dell’allievo.

Conflitti di ruolo
La pluralità di ruoli che un individuo si trova a interpretare può portare a situazioni di
conflittualità. In sociologia si distinguono due tipi di conflitto:

➔​ Conflitto inter-ruolo, quando una stessa persona vive tensioni tra ruoli differenti
(ad esempio, essere contemporaneamente studente, lavoratore e figlio con doveri
familiari).

➔​ Conflitto intra-ruolo, quando la conflittualità nasce all’interno di un unico ruolo,


per esempio quando le aspettative collegate a quel ruolo sono molteplici e tra loro
contrastanti.

Oggettivazione delle istituzioni


Pur essendo una realtà simbolica, l’istituzione tende a oggettivarsi in realtà concrete e
visibili: persone, cose o luoghi. Essa si concretizza inoltre in strutture di ampie dimensioni
che utilizzano risorse umane e materiali con lo scopo di perseguire in maniera razionale e
coordinata determinati fini collettivi.
Queste strutture vengono definite organizzazioni: gruppi di persone che, attraverso metodi
e strumenti specifici, perseguono obiettivi sociali dividendo attività e competenze secondo
criteri stabiliti. Le organizzazioni rappresentano una realtà tipica della civiltà industriale.

La burocrazia come modello organizzativo


Le moderne organizzazioni si fondano soprattutto su una struttura di tipo burocratico.
In linguaggio sociologico, il termine burocrazia indica la forma tipica delle organizzazioni,
caratterizzata da:

1.​ Personale stipendiato e professionalizzato: i membri dell’organizzazione hanno


una specifica preparazione e vengono retribuiti dall’organizzazione stessa, e non
dagli utenti che usufruiscono dei servizi.

2.​ Divisione delle competenze: ogni settore ha giurisdizione e responsabilità solo su


un ambito specifico. Vi è quindi una rigida suddivisione dei compiti: ciascuna figura
è responsabile soltanto della propria parte del processo, che deve essere svolta
seguendo regole scritte.

3.​ Struttura gerarchica: ogni individuo occupa una precisa posizione in un


organigramma, può avere persone alle proprie dipendenze a cui dare ordini e, a sua
volta, deve obbedire a superiori.

Il principio di impersonale e le regole burocratiche


Nelle organizzazioni burocratiche, le comunicazioni tra uffici e funzionari sono
generalmente impersonali e in forma scritta, così da poter essere catalogate e archiviate.
Il principio di impersonalità si fonda su ciò che viene chiamato ethos burocratico: un
insieme di norme che regolano i comportamenti dell’organizzazione e dei suoi funzionari
nei confronti dell’utenza.
Questo sistema esige il rigoroso rispetto delle procedure come garanzia di buon
funzionamento dell’organizzazione e richiede l’annullamento di ogni componente
soggettiva nelle decisioni e nei comportamenti.

Le disfunzioni della burocrazia


Secondo Weber, la burocratizzazione della vita sociale rappresenta un processo
irreversibile, capace di rispondere con professionalità ed efficienza alle necessità di
sistemi sociali sempre più complessi. Successivamente, altri studiosi hanno però
evidenziato come la stessa struttura burocratica, nata per garantire razionalità ed
efficienza, generi in realtà effetti contrari agli obiettivi originari, portando l’azione del
burocrate a diventare improduttiva.

TESTO: Le disfunzioni della burocrazia - Robert Merton

Robert Merton* illustra una delle dinamiche più tipiche che investono il sistema
burocratico ovvero il fenomeno dell’inversione mezzi-fini, attraverso cui l’osservazione
scupolosa della regola, richiesta al burocrate perché possa svolgere in modo efficace i
compiti che gli sono richiesti, finisce per diventare l’imperativo categorico del suo agire,
irrigidendosi in uno sterile ritualismo e rendendolo incapace di fare realmente fronte alle
richieste dell’utenza.

La pressione della burocrazia:


La struttura burocratica esercita una pressione costante sull’impiegato affinché sia
metodico, prudente, responsabile e disciplinato.
La fondamentale importanza della disciplina viene inculcata nei membri del gruppo
insieme a sentimenti e atteggiamenti considerati appropriati e da ciò dipende l'efficienza
della struttura.

L’inversione mezzi-fini:
Tuttavia questi sentimenti sono spesso più intensi di quanto effettivamente sarebbe
necessario, e questa esagerazione conduce a uno spostamento dei sentimenti dalle mete
dell’organizzazione verso particolari dettagli del comportamento rispetto alle regole.
Un valore strumentale, in questo contesto diventa quindi un valore finale attraverso
processo della trasposizione delle mete, portando rigidità e incapacità di rapido
adattamento.

Il formalismo burocratico:
come il ritualismo risulta da un attaccamento puntiglioso alle regole formali, che può
addirittura interferire con il raggiungimento degli scopi dell’organizzazione. In questo caso
si parla del fenomeno del tecnicismo, o “pignoleria” dell’impiegato (“virtuoso” burocrate),
che rende l’impiegato incapace di rispondere in modo adeguato alle richieste dei suoi
clienti.

Il processo in sintesi:
1.​ Una burocrazia efficiente richiede sicurezza di rendimento e devozione ai
regolamenti
2.​ Tale devozione ai regolamenti porta alla loro trasformazione in assoluti
3.​ Questo atteggiamento interferisce con un pronto adattamento
4.​ Così proprio gli elementi che avrebbero dovuto portare all’efficienza producono
inefficienza

* ROBERT MERTON
Nasce a Philadelphia nel 1910
Consegue il dottorato ad Harvard nel 1936
Diventa professore di sociologia alla Columbia university nel 1947
Riceve dal presidente degli Stati Uniti la “medaglia nazionale della scienza”
Muore a New York nel 2003
La trasposizione delle mete e la personalità burocratica
Secondo Robert K. Merton, nelle organizzazioni burocratiche si manifesta il fenomeno
della trasposizione delle mete, ovvero una tipica disfunzione per cui i mezzi predisposti
dalla burocrazia per raggiungere determinati scopi finiscono progressivamente per
sovrapporsi a tali scopi, fino a sostituirsi ad essi. In questo modo, il rispetto rigoroso delle
procedure, che in origine doveva garantire efficienza e imparzialità, diventa l’obiettivo
principale dell’agire del burocrate. Tale atteggiamento, tuttavia, finisce per ostacolare il
corretto svolgimento del suo lavoro, distogliendolo dal perseguimento dei fini reali
dell’organizzazione.

Un’ulteriore disfunzione della burocrazia risiede nel comportamento del burocrate stesso,
che, vincolato dall’obbligo di un rigido rispetto delle norme e delle procedure, perde la
flessibilità necessaria per adattarsi ai mutamenti sociali e per affrontare situazioni
impreviste o non contemplate dai regolamenti. Si può così parlare di personalità
burocratica, un vero e proprio habitus mentale acquisito nel corso dello svolgimento delle
mansioni, caratterizzato da conformismo, rigidità e incapacità di adattamento.
Questo atteggiamento non coinvolge solo il burocrate, ma anche l’utente, che tende a
percepirsi come un semplice numero, un fascicolo o una scheda tra tante. Tale
spersonalizzazione genera nell’individuo un profondo senso di frustrazione e di sfiducia nei
confronti della capacità della società di rispondere in modo efficace e umano alle sue
necessità.

La devianza
Ogni comportamento non conforme ai canoni di liceità e normalità di una certa società in
un determinato contesto storico

L’approccio biologico alla devianza

Cesare Lombroso e la nascita della criminologia moderna


Cesare Lombroso, vissuto tra il 1835 e il 1909, è stato medico, antropologo, filosofo e
criminologo. È considerato uno dei fondatori della criminologia moderna. Il suo studio del
comportamento deviante si basava sull’idea che le cause della criminalità non fossero
sociali o morali, ma biologiche, cioè inscritte nella natura stessa dell’individuo.

Le influenze teoriche
Il pensiero di Lombroso fu influenzato da tre correnti principali:
1.​ Il darwinismo sociale, una teoria socio-politica sviluppatasi alla fine
dell’Ottocento, che applicava i principi della selezione naturale e della lotta per la
sopravvivenza alle società umane. Da questa visione derivavano conseguenze come
il razzismo, il colonialismo, l’eugenetica e il rafforzamento delle disuguaglianze
sociali.​
Secondo questa prospettiva, i più forti e i più capaci avevano il diritto di prevalere
sui più deboli.
2.​ La fisiognomica, una pseudoscienza che sosteneva di poter dedurre il carattere e la
personalità di una persona osservandone i tratti fisici, soprattutto quelli del viso.
Oggi sappiamo che non esiste alcuna correlazione scientifica tra l’aspetto fisico e la
personalità.
3.​ La frenologia, anch’essa una pseudoscienza ottocentesca, sviluppata dal medico
tedesco Franz Gall, che riteneva possibile individuare le qualità psichiche di un
individuo osservando la conformazione del cranio, in particolare linee, depressioni e
bozze.

Il criminale per nascita


Secondo Lombroso, il criminale nasce tale. La devianza, quindi, sarebbe determinata da
caratteristiche anatomiche innate. L’individuo deviante presenta tratti fisici diversi rispetto
all’uomo “normale” e tali differenze deriverebbero da anomalie e atavismi, ossia tratti
primitivi ereditati da antenati evolutivamente arretrati.
Tra questi segni Lombroso indicava, ad esempio, mascelle prominenti, asimmetrie facciali o
orecchie molto grandi. Tutti questi elementi venivano interpretati come segni di
regressione evolutiva, che predisponevano al comportamento criminale.

L’approccio sociologico alla devianza

La Scuola di Chicago(1892)
Alla fine dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, il centro di ricerca sociologica
della Scuola di Chicago – con studiosi come Robert Park, William I. Thomas e Florian
Znaniecki – elaborò un approccio completamente diverso.
L’attenzione non era più rivolta ai fattori biologici, ma alle variabili di natura sociale che
influenzano il comportamento umano. L’obiettivo era comprendere il legame tra le scelte
individuali e il contesto sociale e urbano in cui le persone vivono.

Il teorema di Thomas e gli studi empirici


Uno dei contributi più importanti fu il teorema di Thomas, secondo cui:
“Se gli uomini definiscono come reale una situazione, essa sarà reale nelle sue
conseguenze.”
Questo significa che ciò che le persone percepiscono come vero o reale può effettivamente
produrre conseguenze concrete nei loro comportamenti.
Tra le ricerche più note vi è “Il contadino polacco in Europa e in America” (1918–1920) di
Thomas e Znaniecki, considerato uno dei primi studi qualitativi in sociologia.
Gli studiosi analizzarono anche gruppi marginali come vagabondi, bande giovanili e ladri,
mostrando come la cultura deviante nascesse come prodotto di subculture particolari.
Inoltre, studiarono la distribuzione spaziale dei fenomeni devianti all’interno della città:
notarono che le attività criminali tendevano a concentrarsi in alcune aree dove la
disorganizzazione sociale era più alta e l’influenza delle norme convenzionali più debole (es.
periferie).

Teoria della tensione di Merton


La teoria della tensione nasce negli anni 30 del Novecento grazie a Robert K. Merton
(1910–2003).
Merton si ispira a Émile Durkheim, che aveva introdotto il concetto di anomia, cioè la
mancanza o l’indebolimento delle norme sociali in grado di regolare il comportamento
umano.
Per Durkheim, quando le norme vengono meno, le persone non sanno più distinguere ciò
che è giusto da ciò che è sbagliato, e questo genera comportamenti devianti.

Merton riprende e rielabora questa idea sostenendo che la devianza non deriva dall’assenza
di norme, ma dal conflitto tra le mete culturali e i mezzi socialmente disponibili per
raggiungerle.
La società, infatti, definisce certi obiettivi (come il successo economico o la realizzazione
personale) e indica anche i mezzi legittimi per raggiungerli (studio, lavoro, onestà).
Tuttavia, non tutti hanno le stesse opportunità di accedere a questi mezzi, a causa delle
disuguaglianze sociali.

Quando la struttura culturale (che stabilisce le mete) si scontra con la struttura sociale
(che regola le opportunità reali), si crea una situazione di tensione e anomia.
Negli Stati Uniti, ad esempio, il successo economico è considerato un valore fondamentale,
ma chi appartiene agli strati sociali più bassi ha spesso meno possibilità di raggiungerlo
attraverso vie legittime. Di conseguenza, alcune persone possono ricorrere a mezzi illegali
per raggiungere le mete imposte dalla società.

Le cinque forme di adattamento


Merton individua cinque possibili modi di adattamento alla tensione tra mete e mezzi:
1.​ Conformismo → accettazione sia delle mete culturali sia dei mezzi legittimi per
raggiungerle. È l’unico comportamento non deviante.
2.​ Ritualismo → abbandono delle mete ma rispetto rigoroso delle regole. È tipico di chi
“va sul sicuro” e si accontenta di ciò che ha.
3.​ Rinuncia → rifiuto sia delle mete che dei mezzi, come nel caso di mendicanti,
tossicodipendenti o alcolisti.
4.​ Ribellione → rifiuto e sostituzione sia delle mete che dei mezzi con nuovi valori e
nuove regole, come accade in certi movimenti rivoluzionari o comunità alternative.
5.​ Innovazione (o devianza vera e propria) → accettazione delle mete, ma rifiuto dei
mezzi legittimi. È il caso di chi persegue il successo attraverso il furto, la frode o
l’inganno.​

Questa teoria venne ripresa, nella seconda metà degli anni Cinquanta del Novecento, da
altri studiosi che la applicarono allo studio della delinquenza e delle bande giovanili.

Albert cohen
Albert Cohen, ad esempio, concorda con Merton nell’affermare che la devianza nasce da
una tensione strutturale. Tuttavia, a differenza di Merton, ritiene che per i giovani
appartenenti alle classi sociali più basse questa tensione non derivi tanto dal desiderio di
ottenere successo economico, quanto piuttosto dal bisogno di conquistare uno status, cioè
la stima e il riconoscimento sociale.
Secondo Cohen, questi giovani vengono educati in famiglia a essere aggressivi, violenti e
con scarse aspirazioni per il futuro. La scuola, invece, trasmette i valori tipici della classe
media (come l’ambizione, l’autocontrollo e il rispetto della proprietà) e tende a disprezzare
ciò che i ragazzi delle classi più basse hanno appreso nel loro ambiente familiare.
Di conseguenza, questi giovani, non trovando a scuola il riconoscimento che cercano, lo
ricercano all’esterno, tra coetanei che vivono le stesse difficoltà. Nascono così le bande
criminali, che rifiutano i valori della classe media e si dedicano alla violenza, alla
distruzione della proprietà altrui e ad altri comportamenti devianti.

Richard Cloward e Lloyd Ohlin


Richard Cloward e Lloyd Ohlin condividono l’idea di Merton secondo cui la principale
tensione vissuta dai giovani delle classi più basse deriva dalle difficoltà nel raggiungere il
successo economico. Tuttavia, a differenza di Merton, sostengono che non tutti i ragazzi
che lo desiderano hanno la possibilità di intraprendere attività criminali, poiché anche le
opportunità di accesso a queste forme di devianza sono distribuite in modo diseguale.
Da questo punto di vista, individuano tre situazioni principali: la prima è quella dei
quartieri in cui esiste una subcultura criminale, dove operano gangster professionisti
conosciuti e rispettati. In questi contesti, i giovani più ambiziosi e coraggiosi possono
entrare a far parte delle gang e imparare a commettere reati come furti e rapine.
La seconda situazione si verifica nei quartieri in cui mancano tali opportunità, ma si
sviluppa una subcultura del conflitto: bande che non insegnano attività criminali
remunerative, ma si dedicano ad azioni violente, come il vandalismo contro beni pubblici e
privati, offrendo comunque ai membri un certo riconoscimento sociale.
Infine, quando neppure questa seconda possibilità è presente, si forma una subcultura
della rinuncia. In questo caso, i giovani che non riescono né a emergere nel mondo
criminale né a ottenere prestigio attraverso la violenza tendono a isolarsi in gruppi che
rinunciano a qualsiasi ambizione di successo economico o sociale, dedicandosi
esclusivamente al consumo di sostanze stupefacenti e al sogno di una realtà diversa.

La Labeling Theory
Negli Stati Uniti, negli anni 60 del Novecento, nasce la Labeling Theory, o teoria
dell’etichettamento, elaborata da studiosi come Edwin Lemert, Erving Goffman e
Howard Becker. Questa teoria si inserisce nel contesto della scuola dell’interazionismo
simbolico, sviluppatasi a partire dagli anni 30 del Novecento.
Il principale fondatore di questa corrente è George Herbert Mead, che fa parte delle
cosiddette sociologie comprensive (un termine introdotto da Max Weber, volte a
comprendere le motivazioni che spingono gli individui ad agire e i significati che essi
attribuiscono alle proprie azioni).
L’interazionismo simbolico si distingue per il suo approccio microsociologico, in quanto si
concentra sulle dinamiche quotidiane, sui rapporti interpersonali e sulle interazioni sociali
dei singoli, in contrapposizione alla macrosociologia, che invece analizza le grandi strutture
sociali.

I principi dell’interazionismo simbolico


Secondo questa scuola di pensiero, gli esseri umani si comportano in base ai significati che
le cose e gli eventi assumono per loro. Tali significati non sono fissi o oggettivi, ma si
costruiscono e si modificano nel tempo attraverso la comunicazione e l’esperienza
quotidiana.
In altre parole, la realtà sociale è il risultato di un processo continuo di interazione: è nel
dialogo e nel confronto che le persone definiscono ciò che è “normale” o “deviante”.
La Labeling Theory rappresenta, appunto, l’applicazione di questa prospettiva
interazionista all’analisi del comportamento deviante, ponendo attenzione alle variabili
ambientali e sociali che influenzano tale processo.

La devianza come costruzione sociale


Il nucleo centrale della Labeling Theory è che la devianza non è una qualità intrinseca di
alcuni individui o gruppi, ma una condizione sociale che nasce da specifici meccanismi di
attribuzione e definizione costruiti nel corso dell’interazione sociale.
La definizione sociale della devianza opera su più livelli:
1.​ Stabilisce ciò che è considerato lecito o normale, fornendo dei riferimenti condivisi
all’interno di una comunità;
2.​ Delimita la situazione deviante, ossia ciò che accade quando una norma
socialmente riconosciuta viene infranta;
3.​ Attiva il meccanismo di etichettamento, per cui un comportamento, e di
conseguenza la persona che lo compie,viene definito come “deviante”.​

Una volta applicata, l’etichetta di deviante porta alla stigmatizzazione del soggetto, che
finisce per interiorizzare tale giudizio esterno, ristrutturando la propria identità sociale e
percependosi egli stesso come deviante.

La carriera deviante e le forme di devianza


Secondo Howard Becker, questo processo conduce a quella che egli definisce “carriera
deviante”: l’individuo, una volta etichettato, tende a essere escluso e evitato dalle persone
considerate “perbene”, trovando accoglienza solo in gruppi che condividono e confermano
i suoi comportamenti devianti.
Edwin Lemert distingue tra due forme di devianza:
➔​ la devianza primaria, che riguarda la violazione iniziale della norma;
➔​ la devianza secondaria, che si sviluppa dopo l’etichettamento sociale, quando
l’individuo adotta pienamente il ruolo di deviante.​

In questa prospettiva, la trasgressione della norma corrisponde alla devianza primaria,


mentre il successivo processo di etichettamento e la costruzione di nuove abitudini e
motivazioni portano alla devianza secondaria.
Il meccanismo della profezia che si autoavvera
La spirale che si innesca con l’etichettamento sociale può essere ricondotta al meccanismo
della “profezia che si autoavvera”, cioè alla tendenza dei giudizi sociali a plasmare la realtà
fino a renderla conforme alle aspettative iniziali.
Nel campo della devianza, questo significa che chi viene trattato come deviante finirà per
diventarlo davvero, perché interiorizza il ruolo che gli è stato assegnato.

Critiche e limiti della teoria


A questa prospettiva è stata mossa una critica significativa: la Labeling Theory non spiega
le cause iniziali della devianza primaria. In altre parole, non chiarisce perché un individuo
inizi a trasgredire una norma. Tuttavia, per i teorici dell’etichettamento, questa lacuna è
secondaria rispetto al loro oggetto di studio.
Essi sottolineano infatti che le spinte verso comportamenti trasgressivi non sono proprie
solo di alcuni individui, ma rappresentano un’esperienza comune alla maggior parte delle
persone.
Inoltre, l’analisi delle carriere devianti mostra che le vere motivazioni alla devianza si
sviluppano solo dopo che il comportamento deviante si è consolidato.
Un esempio emblematico è quello del tossicodipendente: egli sviluppa una reale
motivazione all’uso di sostanze stupefacenti solo quando la droga diventa un’abitudine, un
punto di riferimento e una giustificazione della propria condotta.
Il controllo sociale:
Il controllo sociale è l’insieme dei meccanismi attraverso i quali una società cerca di
mantenere l’ordine, far rispettare le regole e scoraggiare ogni forma di trasgressione o
devianza.
Oltre a garantire il rispetto delle norme, esso ha altre importanti finalità:
➔​ Coesione sociale: favorisce l’integrazione e la convivenza armoniosa tra gli
individui, rafforzando il senso di appartenenza alla comunità.
➔​ Azione di prevenzione: mira a far interiorizzare le norme e i comportamenti
socialmente accettati, per prevenire azioni devianti e promuovere il rispetto
spontaneo delle regole.​

Il controllo sociale può presentare delle criticità, specialmente quando è esercitato in modo
eccessivo.
In questi casi, può trasformarsi in uno strumento di manipolazione nelle mani di chi
detiene il potere, utilizzato per influenzare, uniformare e strumentalizzare la popolazione al
fine di raggiungere determinati obiettivi politici o ideologici.
Questo rischio è particolarmente evidente nei paesi autoritari, dove il controllo non serve
più a tutelare la collettività, ma a mantenere il potere di pochi attraverso forme coercitive.

Gli strumenti del controllo sociale


Il controllo sociale si realizza attraverso meccanismi orientati all’interiorizzazione delle
norme.
Questi meccanismi si attuano principalmente tramite le istituzioni, cioè realtà che
adottano strumenti specifici per garantire il rispetto delle regole.
Le istituzioni esercitano due tipi di funzioni:
➔​ Funzioni manifeste, cioè esplicite e dichiarate (come l’educazione o la sicurezza);
➔​ Funzioni latenti, cioè implicite, spesso inconsapevoli, attraverso le quali si
trasmettono valori, modelli e comportamenti conformi alle aspettative sociali.​

Molto spesso il controllo sociale agisce proprio attraverso queste funzioni latenti, che
condizionano i comportamenti senza che le persone se ne accorgano.

Le sanzioni: formali e informali


Il controllo sociale viene esercitato mediante sanzioni, cioè conseguenze applicate a chi
rispetta o trasgredisce una norma. Le sanzioni possono essere di due tipi:
➔​ Sanzioni formali:
◆​ Sono scritte e note in anticipo;
◆​ Hanno valore pubblico;
◆​ Sono applicate da autorità riconosciute e competenti (come lo Stato, la
scuola, o la polizia).​

➔​ Sanzioni informali:
◆​ Non sono scritte né ufficiali;
◆​ Vengono esercitate da soggetti esterni, come amici, colleghi o membri della
comunità;
◆​ Esempi tipici sono l’esclusione, la critica, il pettegolezzo, la stigmatizzazione
o la derisione.​

L’approccio drammaturgico di Goffman


Il sociologo Erving Goffman ha proposto una lettura originale dei comportamenti sociali,
chiamata approccio drammaturgico.
Secondo Goffman, ogni individuo nella vita quotidiana indossa diverse maschere,
assumendo ruoli differenti a seconda del contesto in cui si trova. Le situazioni sociali ci
impongono determinate reazioni e comportamenti, che fanno parte di noi ma emergono
solo in specifici contesti.
Il problema nasce quando si verifica un forte conflitto tra ciò che una persona è realmente e
la maschera che è costretta a indossare: questa tensione può provocare disagio, stress e
sofferenza interiore.

Le istituzioni totali
Un aspetto centrale del pensiero di Goffman riguarda le cosiddette istituzioni totali,
concetto elaborato tra gli anni 50 e 60.
Si tratta di realtà nelle quali l’individuo viene isolato completamente dalla società per un
lungo periodo, condividendo con altri una condizione di vita comune.
Esempi di istituzioni totali sono carceri, manicomi, caserme, conventi, orfanotrofi,
comunità e case di riposo.
In queste strutture, l’obiettivo principale è la spersonalizzazione dell’individuo, per
esercitare un controllo totale su ogni aspetto della sua vita: tempo, spazio,
comportamento e relazioni.
Il potere dell’istituzione tende quindi a dominare sull’autonomia personale, annullando
l’identità del singolo.

Lo studio di Goffman negli ospedali psichiatrici


Goffman studiò da vicino la realtà di un ospedale psichiatrico, dove si fece assumere per
osservare dall’interno le dinamiche di potere.
Scoprì che molte delle regole e dei metodi utilizzati non erano pensati per il benessere dei
pazienti, ma per garantire la stabilità e il funzionamento dell’istituzione.
Ad esempio, pratiche come l’elettroshock venivano spesso impiegate non a fini terapeutici,
ma per sedare i pazienti difficili da gestire, facilitando così il lavoro degli inservienti.
Anche la somministrazione dei farmaci aveva lo scopo di tranquillizzare i ricoverati più che
curarli.
Gli individui, inoltre, erano tutti spersonalizzati, privati della propria identità e trattati in
modo uniforme.
La legge Basaglia e la chiusura dei manicomi
La situazione di degrado e disumanizzazione degli istituti psichiatrici portò alla riforma
introdotta con la legge Basaglia (1978).
Lo psichiatra Franco Basaglia si batté per una nuova concezione del malato mentale,
fondata sul rispetto della persona e sulla chiusura dei manicomi, che vennero sostituiti da
servizi territoriali di assistenza e riabilitazione.

Le istituzioni penitenziarie e l’evoluzione delle carceri


Tra le principali forme di controllo sociale esterno rientrano le istituzioni penitenziarie,
cioè le carceri, che rappresentano lo strumento con cui la società regola l’espiazione delle
colpe.
Un tempo, però, esisteva una distinzione tra prigione e carcere:
●​ La prigione era un luogo di custodia temporanea, dove il trasgressore attendeva di
subire la vera pena, che consisteva in torture o esecuzioni pubbliche (come
l’impiccagione o la ghigliottina). La pena, dunque, non era la reclusione, ma la
sofferenza fisica e pubblica, inflitta come monito per gli altri.​

Dal supplizio alla pena moderna: Beccaria e Foucault


Con l’Illuminismo, cambia profondamente il modo di concepire la punizione.
Pensatori come Cesare Beccaria, nella sua opera “Dei delitti e delle pene”, si oppongono
alla violenza, alla tortura e alla pena di morte, promuovendo una nuova sensibilità basata
sul rispetto della dignità umana.
Il filosofo Michel Foucault, nel suo saggio “Sorvegliare e punire”, analizza proprio questa
evoluzione: i supplizi pubblici vengono progressivamente abbandonati e la punizione si
sposta in luoghi nascosti, come le carceri.
Non si punta più a mostrare la violenza, ma a diffondere il timore della pena, cioè la
certezza che chi trasgredisce sarà comunque punito, anche se lontano dagli occhi del
pubblico.

Le prime strutture penitenziarie moderne


Alla fine del Settecento, in America, nascono le prime vere strutture penitenziarie.
Le prime furono fondate dai quaccheri, una setta religiosa protestante che concepiva la
pena come momento di riflessione interiore.
I detenuti erano rinchiusi in piccole celle, obbligati al lavoro e alla preghiera, in un percorso
che coinvolgeva non solo il corpo ma anche l’anima.
La punizione, quindi, assume un valore anche morale e spirituale, non più solo fisico.

Il modello del Panopticon di Bentham


In questo contesto si inserisce il progetto del Panopticon, ideato nel 1791 dal filosofo e
giurista Jeremy Bentham.
Si trattava di un modello teorico di carcere ideale, mai realizzato completamente,
concepito per consentire un controllo totale dei detenuti.
Il Panopticon è una costruzione circolare con una torre al centro e celle disposte tutto
intorno.
Dalla torre, un solo sorvegliante può vedere tutti i detenuti, mentre loro non possono
vedere lui né comunicare tra loro.
Lo scopo è quello di controllare costantemente ogni individuo, mantenere l’ordine e far sì
che le persone si comportino correttamente anche solo per la paura di essere osservate.
Il potere doveva essere visibile perché il detenuto deve sempre vedere la torre e sapere che
può essere osservato.
Allo stesso tempo doveva essere inverificabile, perché non deve mai sapere se in quel
momento qualcuno lo sta davvero guardando.
In questo modo, chi è controllato si autocontrolla, e il potere continua a funzionare anche
senza una sorveglianza continua.

La funzione sociale del carcere


La funzione sociale del carcere è una questione complessa, spesso al centro di dibattiti e
opinioni contrastanti.
A prima vista, sembrerebbe ovvio che le persone vengano messe in prigione per essere
punite o per evitare che commettano nuovi reati. Tuttavia, riflettendo più a fondo, ci
accorgiamo che le finalità del carcere non sono così semplici e univoche.
L’opinione pubblica, infatti, manifesta spesso posizioni contraddittorie:
da un lato, c’è chi accusa la giustizia di essere troppo indulgente, dall’altro, molti ritengono
che il carcere sia inutile o dannoso, perché «chi esce di prigione è peggio di prima».
Le critiche si estendono anche alle condizioni carcerarie: alcuni denunciano il
sovraffollamento e il degrado delle prigioni, mentre altri sostengono che il regime
carcerario sia troppo permissivo per chi deve scontare una pena.
Per comprendere il vero significato e la funzione del carcere, è necessario interrogarsi sullo
scopo e sul significato della pena, un tema affrontato fin dall’antichità da giuristi, filosofi e
studiosi del diritto.

Schematicamente, si possono individuare due principali concezioni del significato e della


funzione della pena:
1.​ le teorie retributive
2.​ le teorie utilitaristiche

Le teorie retributive
Le teorie retributive considerano la pena come una giusta retribuzione per il male
commesso.
In questa prospettiva, chi ha infranto la legge deve ricevere una punizione proporzionata
alla gravità del reato, come forma di ripristino dell’ordine violato.
Un importante sostenitore di questa visione è il filosofo tedesco Friedrich Hegel
(1770–1831).
Secondo Hegel, la pena non è una semplice vendetta, ma rappresenta il ripristino del diritto
infranto: punendo il colpevole, la società riafferma la validità della legge violata.
In questa prospettiva, si richiama idealmente la “legge del taglione”, cioè il principio del
“danno equivalente” (occhio per occhio, dente per dente).
La punizione, quindi, ha valore morale e simbolico, perché ristabilisce l’equilibrio e la
giustizia.
Le teorie utilitaristiche
Le teorie utilitaristiche, invece, considerano la pena giustificabile solo in base alla sua
utilità sociale, cioè agli effetti positivi che produce per la collettività.
Secondo questa visione, la pena ha tre possibili finalità:
1.​ Neutralizzazione del reo: serve a impedire che il colpevole possa nuocere ancora
alla società, isolandolo temporaneamente.
2.​ Prevenzione generale: ha una funzione deterrente, scoraggiando gli altri cittadini
dal commettere reati per timore della punizione.
3.​ Rieducazione e recupero del condannato: mira al reinserimento sociale del reo,
aiutandolo a comprendere la gravità delle proprie azioni e a cambiare
comportamento.​

Cesare Beccaria e la prospettiva utilitaristica


Un esempio fondamentale di approccio utilitaristico è rappresentato da Cesare Beccaria
(1738–1794), uno dei più grandi riformatori del pensiero giuridico moderno.
Nella sua celebre opera “Dei delitti e delle pene”, Beccaria si oppone con forza alla pena di
morte, sostenendo che essa non ha alcuna utilità sociale.
Secondo Beccaria, lo scopo della pena non è la vendetta, ma quello di:
“impedire al reo di far nuovi danni ai suoi concittadini e di rimuovere gli altri dal farne degli
eguali”.
Per questo, egli afferma che l’efficacia della pena non dipende dalla sua crudeltà, ma dalla
certezza che venga effettivamente applicata.
In altre parole, una pena moderata ma sicura è più utile alla società di una pena severa ma
incerta.
LA CONTRADDIZIONE DELLA GIUSTIZIA RIPARATIVA
Il concetto di giustizia, nel senso tradizionale, ha sempre avuto un significato molto
preciso: si basa sull’idea che ciascuno debba ricevere ciò che gli spetta in base alle leggi e
alle norme sociali.
In altre parole, “fare giustizia” significa ristabilire un equilibrio che è stato rotto,
applicando una punizione proporzionata al reato commesso.
In questo modello, il centro dell’attenzione è il reato, non la persona. Quando diciamo
“voglio giustizia”, intendiamo che chi ha sbagliato deve essere punito per ciò che ha fatto,
secondo le regole stabilite dallo Stato. Il compito di determinare la pena spetta al giudice,
che rappresenta lo Stato e interviene come figura neutrale per ristabilire l’ordine e garantire
l’equilibrio tra la vittima e il colpevole.
Questo tipo di giustizia, quindi, si fonda sull’applicazione della legge e sulla proporzionalità
della pena rispetto al reato: il focus è sul comportamento illecito e sulla necessità di
punirlo.
La giustizia riparativa, invece, propone un punto di vista completamente diverso.
Sposta il focus dal reato alle persone coinvolte, dal castigo alla riparazione del danno. Non
è più lo Stato a essere protagonista, ma coloro che hanno vissuto direttamente la
situazione: il colpevole, la vittima e, in alcuni casi, anche la comunità.
Un mediatore aiuta queste persone a confrontarsi, a dialogare e a riconoscere ciò che è
accaduto. Il danno non viene negato né giustificato, ma riconosciuto apertamente.
L’obiettivo non è punire, ma riparare e, quando possibile, arrivare a una forma di
riconciliazione.
In questo processo, al colpevole viene chiesto di assumersi la responsabilità delle proprie
azioni, di comprendere il danno che ha provocato e di cercare un modo per rimediare, sia
concretamente (attraverso azioni di risarcimento o lavori utili), sia simbolicamente
(attraverso scuse o gesti di riconciliazione).
La giustizia, così, diventa non solo un fatto legale, ma anche umano e relazionale, capace di
ricostruire i legami sociali spezzati.

Aspetto Giustizia tradizionale Giustizia riparativa

Focus Il reato Le persone coinvolte

Chi interviene Lo Stato (giudice) Reo, vittima, comunità,


mediatore

Obiettivo Punizione proporzionale Riparazione e


riconciliazione

Tipo di giustizia Retributiva Relazionale


Rapporto con il danno Il danno viene punito Il danno viene riconosciuto
e riparato

Si comincia a parlare di giustizia riparativa in modo sistematico negli anni 70, soprattutto
negli Stati Uniti, quando alcuni studiosi e operatori sociali iniziano a cercare forme
alternative alla giustizia tradizionale, incentrata esclusivamente sulla punizione.
Tuttavia, l’idea alla base della giustizia riparativa non è affatto nuova.
Già nelle civiltà classiche e latine, di fronte a un reato o a un conflitto, la comunità si
riuniva per discutere insieme e cercare il modo più giusto per ristabilire l’equilibrio violato.
In queste riunioni si cercava anche di comprendere come il colpevole potesse assumersi la
responsabilità del proprio gesto e riparare il danno causato.
Ancora oggi, in alcune culture tradizionali, si conservano pratiche molto simili alla giustizia
riparativa.
È il caso, ad esempio, dei Navajo del Nord America, dei Maori della Nuova Zelanda e di
alcune comunità africane, che mantengono la tradizione dei cosiddetti “peace making
circles”: cerchi di pace in cui le persone coinvolte in un conflitto si siedono in cerchio,
dialogano e cercano insieme una soluzione per ristabilire la serenità del gruppo.

Nella società moderna, la giustizia riparativa viene applicata soprattutto nei casi che
coinvolgono minori, oppure in reati di lieve entità, come atti di vandalismo o
danneggiamenti.
In queste situazioni, al posto della pena tradizionale si propongono percorsi di
responsabilizzazione e riparazione, ad esempio attraverso lo svolgimento di lavori
socialmente utili o attività volte a restituire qualcosa di positivo alla comunità.
In questo modo, la giustizia non si limita a punire, ma diventa un percorso di
consapevolezza, in cui il colpevole comprende il valore delle proprie azioni e la vittima
trova riconoscimento e ascolto, permettendo alla comunità di ricostruire l’armonia.

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