LATINO
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PROPERZIO - Per i poeti elegiaci, come ben sappiamo, l’amore aveva una visione
negativa: il poeta amava e, se veniva corrisposto, la donna amata manteneva un
atteggiamento di superiorità; il rapporto era quindi impari. Si parla di servitium, in cui l’uomo
faceva di tutto per la donna, mentre la donna era solo causa di sofferenza. Lui era servus
amoris, lei invece la domina. Il paraclausitron era un modo per scrivere poesie d’amore in
cui il poeta si lamentava dei capricci della donna che si rifiutava di aprire la porta al suo
amato. Rispetto a Ovidio, si può osservare che l’amore viene visto in maniera diversa.
LA VITA - Nasce ad Assisi, dopo la morte del padre va a Roma, dove inizia a farsi
conoscere sempre di più e diviene amico di Mecenate, il quale riconosce le sue qualità
poetiche e farà di tutto affinché Properzio potesse entrare nel suo circolo, fortemente
condizionato dalla politica. Di Properzio abbiamo quattro libri di elegie: i primi due parlano
dell’amore nei confronti di una certa Cinzia, mentre nel terzo la presenza di Cinzia inizia a
scemare e nel quarto scompare del tutto. I primi due libri parlano quindi di un amore sofferto
per una donna che lo ricambia, ma che lo fa soffrire, essendo capricciosa; alla fine del
secondo libro, infatti, c’è un’elegia in cui saluta la sua Cinzia, quasi come se volesse
separare la sua vita da lei e dalla poesia, senza che sia chiaro se Cinzia sia esistita
realmente o sia solo un artificio poetico, conforme al modello dell’elegia d’amore del tempo.
In questa poesia, Properzio dichiara di non voler più soffrire. Infatti, nel terzo libro le poesie
d’amore diventano poche, prevalendo quelle eziologiche, che vanno alla ricerca della causa
delle cose. Properzio subì l’influenza della poesia alessandrina di Callimaco e l’influenza
politica del circolo di Mecenate, che si occupa dei costumi e della tradizione antica, del mos
maiorum, cioè dei costumi romani, tematiche coerenti con il programma di Augusto. Nel
quarto libro, l’unica elegia dedicata a Cinzia la mostra ormai come un’anima/fantasma:
compare come morta e rimprovera il poeta proprio perché lui non parla più d’amore né di lei.
Si potrebbe interpretare che, attraverso la politica, il poeta si sia guarito dalle pene d’amore.
Confrontando Properzio con Gallo e Tibullo, tutti e tre cantano le pene d’amore e soffrono,
cercando di alleviarle: Gallo si rifugia nel mito per condividere la sua situazione amorosa,
Tibullo si rifugia nel locus amoenus, nella vita di campagna, allontanandosi dalla frenesia
della città, e nello stesso tempo si dedica all’eziologia. L’uomo era al servitium della donna.
OPERE CHE ABBIAMO FATTO - Cinzia e la sofferenza d’amore (Pag. 647). Properzio
chiama la prima elegia Monobiblos. Il primo libro mostra le stesse caratteristiche dei libri
degli altri elegiaci, parlando anche di magia, amicizia e viaggio come rimedio alla sofferenza.
Properzio, inseguendo ragazze capricciose, conduce una vita disperata. Il fantasma di
Cinzia (Pag. 651). Anche Properzio come Tibullo si dedicherà al labor limae. E con il
fantasma di Cinzia viene ripreso un topo classico della letteratura di tutti i tempi, l’amore che
supera la morte.
OVIDIO - Ovidio nacque nel 43 a.C. a Sulmona, nello stesso periodo in cui si instaurò il
secondo triumvirato tra Marco Antonio, Ottaviano e Lepido. In quell’epoca furono stilate
anche le liste di proscrizione, a seguito delle quali morì Cicerone. Proveniva da una famiglia
equestre che gli permise di approfondire gli studi di retorica e filosofia. Iniziò gli studi di
retorica, ma ben presto si rese conto che la sua strada fosse invece la scrittura. Entrò nel
circolo di Messalla Corvino e vi compose la silloge “Amores”, incentrata sull’amore del
poeta per una donna chiamata Corinna. L’opera appartiene all’elegia erotico-soggettiva,
genere a cui Ovidio si dedicò in giovane età, riscuotendo successo. I tre libri dell’opera
contengono le caratteristiche tipiche degli elegiaci, cioè un amore che porta sofferenza.
Utilizza il distico elegiaco.
Con il tempo, le tematiche delle sue opere cambiarono: l’amore cominciò a essere visto
come gioco leggero, e la fine di un rapporto non avrebbe più causato eccessiva sofferenza.
Questa concezione si sviluppò in un periodo di pace a Roma, dopo la chiusura delle porte di
Giano, quando la città non era più in guerra. La società viveva un benessere diffuso e,
secondo Ovidio, questo portò gli uomini a perdere alcuni valori e a diventare più freddi.
L’amore era quindi visto come leggero e passeggero, al punto da poter corteggiare anche le
donne altrui.
Ovidio si distingue dagli altri elegiaci sia perché parla di un amore diverso, sia perché si
allontana dai valori del mos maiorum, facendo capire che i tempi erano cambiati e che tali
valori erano stati superati. Quando salì al potere Augusto, Roma aveva bisogno di un
momento di pace; perciò, Augusto cercò di far tornare i valori del mos maiorum, e il popolo
comprendeva che, seguendo questi valori, Roma avrebbe potuto ritrovare la stessa stabilità
del passato e ripristinare le condizioni politiche in cui la città prosperava. Tuttavia, dopo anni
e anni di pace, l’uomo si abitua a questa situazione, e abbonda la ricchezza e la sicurezza
economica e politica. Di conseguenza, chi vive in questo periodo diventa più materialista;
nelle opere dell’ultimo scorcio dell’età augustea si nota chiaramente come la mentalità fosse
cambiata.
Tra le altre opere didascaliche vi sono i “Remedia Amoris”, in cui consiglia a chi soffre per
amore di viaggiare e non ritrovarsi nei luoghi dove si era stati felici, per non abbandonarsi
alla malinconia e i “Medicamina faciei femineae”, che trattano della cura personale delle
donne, sottolineando che per piacere a un uomo non bisogna trascurarsi, una donna prima
di piacere ad un uomo deve piacere a se stessa, inoltre dice che si deve truccare ma non in
modo eccessivo, non deve essere troppo appariscente, alle donne piccoline consigli di
sdraiarsi sul triclino così che potesse sembrare più alta, dice che deve curarsi e fu un’opera
molto efficace perchè venne scritta da un uomo quindi venne presa molto sul serio.
Tra le opere maggiori vi sono anche le “Metamorfosi”, ma nel 8 d.C. Ovidio fu costretto a
lasciare Roma e fu relegato (relegatio) a Tomi, l’attuale Costanza. La relegatio differiva
dall’esilio perché non comportava la confisca dei beni. Ovidio attribuì la sua sorte a “duo
carmina, Carmen et error”: due colpe, una poesia e un errore, causate dall’Ars Amatoria.
Inoltre, egli commise un atto considerato immorale: la sua opera coinvolse la nipote di
Augusto, Giulia minore, che tradì il marito e fu anch’essa relegata. Ovidio sosteneva che non
ci fosse nulla di male nel dare consigli spudorati a donne prive di pudore, considerandolo
una libertà.
L’ultima opera scritta prima della morte furono i “Fasti”, raccolta di elegie di carattere
eziologico, che spiegano le origini mitologiche o storiche di usanze, tradizioni ed eventi.
L’opera appartiene al genere della poesia celebrativa/eziologica. Dovevano essere 12 libri,
uno per ciascun mese, ma Ovidio ne scrisse solo 6. Durante l’esilio compose anche i
“Tristia”, in cui descrive il malessere legato alla lontananza da Roma, gli mancavano le
feste, i sollazzi che poteva avare nella città imperiali e le “Epistulae ex Ponto”, lettere
indirizzate a personaggi vicini ad Augusto con la speranza di poter tornare a Roma, scrisse
anche delle lettere alla terza moglie e sono lettere dove vediamo un Ovidio completamente
diverso. Morì nel 18 d.C. a Tomi. Anche dopo la sua morte, Augusto inviò messaggi a Tiberio
per favorirne il ritorno, ma Tiberio non gli concesse il permesso.
METAMORFOSI - Questa è l’ultima opera che Ovidio riesce a completare prima di essere
mandato in esilio a Tomi. Appartiene al genere epico-mitologico: ormai l’epos non è più
legato agli eroi, ma ai personaggi dei miti. L’opera prende il nome di Metamorfosi perché è
una raccolta di 15 libri contenenti oltre 250 racconti, tutti accomunati dal fatto che la storia si
conclude sempre con la trasformazione (metamorfosi) di uno o più personaggi.
Ovidio cerca di rispettare un certo ordine cronologico: parte dai miti cosmogonici (sull’origine
del mondo), come il diluvio universale; passa poi ai miti dell’età eroica, cioè quelli precedenti
alla guerra di Troia, come la saga degli Argonauti, il mito di Medea innamorata di Giasone,
quello di Minosse e del Minotauro, fino a Teseo e Arianna. Seguono i miti legati alla guerra di
Troia, che appartengono alla civiltà micenea (nata dopo la civiltà minoica, entrambe civiltà
greche), e infine quelli relativi alla nascita di Roma. Questa impostazione cronologica
rappresenta una grande novità.
Ovidio utilizza il metodo delle cerniere: ogni racconto è autonomo, ma si lega al successivo.
Questo avviene tramite parentele fra i personaggi o perché un mito diventa cornice del
seguente. Ad esempio: nella storia di Eco e Narciso, Eco si consuma d’amore fino a
diventare solo voce; subito dopo inizia il racconto di Narciso che, specchiandosi nelle acque,
si innamora di se stesso e, non potendo vivere quell’amore impossibile, muore e si trasforma
nel fiore del narciso. Così il racconto stesso subisce una metamorfosi, diventando cornice di
un altro mito.
Ovidio era affascinato dal tema della metamorfosi anche perché legato alla dottrina della
metempsicosi di Pitagora: “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, per cui ogni
essere vivente subisce trasformazioni.
Tra i racconti spicca la vicenda di Piramo e Tisbe: due giovani innamorati ostacolati dalle
famiglie. Credendo erroneamente che Tisbe fosse morta, Piramo si uccide; vedendo il corpo
dell’amato, Tisbe si toglie a sua volta la vita.
Nel periodo di Ovidio era diffusa la filosofia epicurea, secondo cui dopo la morte non esiste
nulla: corpo e anima si dissolvono, poiché anche l’anima è composta da atomi che, dopo la
morte, si separano per dare vita a nuovi individui. Tuttavia, già agli inizi del I secolo d.C.
questa concezione iniziava a non soddisfare più.
● Lucrezio ribadiva con forza che dopo la morte non resta nulla.
● Catullo sosteneva che bisognasse godere dei momenti belli della vita, perché dopo la
morte non c’è ritorno.
● Orazio, pur epicureo, iniziò a dubitare di questa visione e in un’ode affermò che non
sarebbe morto del tutto: la poesia lo avrebbe reso immortale.
Nelle Metamorfosi ritorna continuamente il tema dell’amore: ogni mito, in fondo, ne parla.
Non si tratta più di un ludus, di un gioco, ma di un amore vero, spesso tragico, che porta i
protagonisti alla morte. È probabilmente la maturità di Ovidio a spingerlo a concepire l’amore
in modo più serio. L’amore diventa la forza capace di dare senso alla vita e, in un certo
modo, di sopravvivere alla morte.
Un altro esempio è il mito di Artemide e Orione: la dea si innamora del cacciatore, ma suo
fratello Apollo non approva questo amore perché voleva che la sorella restasse vergine. Un
giorno, mentre Orione era in mare, Apollo ingannò Artemide spingendola a colpire un
bersaglio che in realtà era Orione stesso. Artemide, disperata, lo trasformò in una
costellazione visibile da novembre a gennaio, durante la stagione delle piogge: il cielo,
simbolicamente, piange ancora la morte di Orione.
Nelle metamorfosi l’amore è percipito come sofferenza ma in maniera diversa rispetto tibullo
e properzio, perché nelle loro a soffrire è solo l’uomo, nelle metamorfosi sono entrambi a
soffrire ed è corrisposto, nelle metamorfosi termina proprio come una tragedia. Ci sono
sempre dei fattori esterni che non permetteno agli innamorati di vivere il loro amore.
ETÀ GIULIO-CLAUDIA - Dopo la morte di Ottaviano Augusto, che si era distinto per il suo
periodo di pace e aveva garantito una convivenza pacifica tra le vecchie e le nuove
istituzioni grazie al rapporto con il senato, Roma si trovò di fronte a un delicato problema di
successione. Augusto rappresentava le nuove istituzioni, mentre il senato rappresentava la
vecchia aristocrazia; per questo motivo egli preferì farsi chiamare princeps senatus, il “primo
tra i senatori”, piuttosto che imperatore.
Alla sua morte, i successori cominciarono a rendersi conto dell’enorme potere nelle mani
dell’imperatore, e alcuni si allontanarono dal senato, interrompendo il rapporto pacifico
instaurato da Augusto. Il primo problema da affrontare fu la successione: Augusto aveva una
sola figlia, un nipote, Marcello, e altri parenti, ma nessuno dei suoi nipoti sopravvisse a lui.
Fu quindi costretto a scegliere come successore Tiberio, figlio del primo letto della moglie,
che adottò. Con Tiberio ebbe inizio la dinastia Giulio-Claudia. Da Tiberio a Nerone si
alterneranno membri della famiglia Claudia e della famiglia Giulia: Tiberio (14-37, Claudia),
Caligola (37-41, Giulia), Claudio (42-54, Claudia) e Nerone (54-68, Giulia).
Il confronto tra Tiberio e Augusto era inevitabile, e Tiberio non poté reggerlo pienamente.
Alla fine del suo impero, cercò di delegare il governo a Roma al prefetto del pretorio, le
guardie del corpo dell’imperatore, il cui capo era Seiano. Tiberio, fidandosi di lui, lasciò la
città nelle sue mani e si trasferì a Capri. Seiano si rivelò crudele e ambizioso, facendo
eliminare potenziali successori per favorire i suoi interessi. Alla fine, però, fu scoperto,
imprigionato e morì come i precedenti pretendenti al potere.
Il successore designato dovette essere scelto dalla gens Iulia: fu Caligola, che manifestò
subito la sua indole folle, sconsiderata e perversa. Ridusse al minimo il ruolo del senato e
governò da solo, comportandosi come un tiranno e compiendo gesti simbolici contro
l’istituzione, come nominare senatore il suo cavallo, a dimostrazione che il senato non
contava più nulla. Il suo principato durò poco: nel 42 fu ucciso in una congiura di palazzo. Il
soprannome “Caligola” deriva dal diminutivo della parola caliga, la piccola calzatura militare
che indossava da bambino.
Dopo di lui salì al potere lo zio Claudio, escluso come successore da Tiberio. Claudio fu un
imperatore più equilibrato, cercò di risanare le finanze dello Stato indebolito dalle spese folli
di Caligola, ma commise l’errore di affidarsi ai liberti anziché ai membri del senato,
suscitando il risentimento degli aristocratici. Claudio è ricordato come colui che tentò di
creare un buon governo, ma la sua attenzione eccessiva al governo lo allontanò dagli affetti
familiari, non accorgendosi della condotta immorale della prima moglie, Messalina. Secondo
Tacito, era una donna dedita alla vita mondana, che si rifugiava nei lupanari per darsi a
uomini come una prostituta, usando parrucche rosse per non farsi riconoscere. Le prostitute
erano chiamate lupe perché incarnavano la lussuria; da questo termine deriva anche la
novella di Verga, La Lupa. Quando Claudio scoprì le infedeltà di Messalina, la condannò per
adulterio e lesa maestà. Dopo la sua morte, sposò in seconde nozze sua nipote Agrippina,
donna calcolatrice e ambiziosa, che sposò Claudio principalmente per assicurare al figlio
Nerone la successione. Molti successori di Claudio morirono prematuramente,
presumibilmente per mano di Agrippina, che guidava dietro le quinte il giovane Nerone, con
l’aiuto di Seneca e del prefetto del pretorio.
All’inizio del suo regno, Nerone governò in modo giudizioso, mantenendo buoni rapporti con
il Senato e facendo sperare che potesse essere un principe come Augusto. Tuttavia, dopo
circa cinque anni, acquisì piena consapevolezza del suo potere e iniziò a liberarsi
progressivamente di tutte le figure che potevano limitarlo: la madre Agrippina, il maestro
Seneca e il prefetto del pretorio Burro, tutti saggi consiglieri che lo avevano guidato con
equilibrio nella gestione dell’Impero.
Tra questi, Agrippina rappresentava una figura particolare: donna ambiziosa e calcolatrice,
era consapevole che la moglie di un imperatore non poteva succedergli, e per questo aveva
deciso di esercitare il potere indirettamente, manovrando il figlio come voleva. Quando
Nerone salì al potere, aveva solo diciassette anni e, resosi conto dell’enorme autorità che
deteneva, decise di eliminare fisicamente chi poteva ostacolarlo. Dopo la morte di Burro,
fece uccidere la madre, orchestrando un piano per far apparire la sua fine come un
incidente.
Secondo il racconto di Tacito, Nerone fece in modo che la nave su cui viaggiava Agrippina
affondasse, ma la donna si salvò e riuscì a raggiungere la riva. Quando Nerone seppe che il
piano era fallito, inviò dei sicari per completare l’opera. Agrippina, rimasta sola in casa e
insospettita dal silenzio e dall’assenza della servitù, vide due uomini avvicinarsi. Capì allora
che era stato il figlio a mandarli e che il naufragio era stato solo una messinscena. Prima di
morire, rivolse ai sicari le sue ultime parole: “Mirate al ventre”, da dove era nato colui che ora
la condannava a morte.
Succede poi che Seneca, vedendo la fine di chi era vicino a Nerone, decide di ritirarsi a vita
privata perché capisce che il prossimo sarebbe stato lui. Nel 64 d.C. accade un grande
incendio che distrusse mezza Roma e che, secondo Tacito, fu voluto da Nerone stesso per
poter ricostruire la città. Egli si sentiva come Omero, abile come lui, e voleva provare ciò che
Omero aveva provato mentre Troia bruciava. Nerone doveva però dare una spiegazione a
questo incendio e allora, volutamente, addossò la colpa ai cristiani, per giustificare la
persecuzione contro di loro.
I cristiani vennero perseguitati perché, nonostante Roma avesse conquistato molti popoli
con culture diverse e avesse insegnato ad accogliere credi differenti, la loro religione
monoteista era incompatibile con il culto imperiale. Infatti, alla morte dell’imperatore, questi
veniva venerato come una divinità — “Divinus Augustus” — con la divinizzazione di tutti gli
imperatori, eccetto Caligola e Nerone. Il monoteismo cristiano impediva ai fedeli di venerare
l’imperatore come un dio, e questo contrasto religioso fu una delle cause che, in seguito,
contribuirono alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, poiché il cristianesimo venne poi
appoggiato dagli stessi imperatori, indebolendo l’autorità imperiale.
Durante la persecuzione vennero condannati a morte San Pietro e San Paolo. Pietro cercò
di fuggire, ma gli apparve Gesù, e Pietro gli chiese “Quo vadis?”. Quando Gesù rispose
“Vado a morire di nuovo al posto tuo”, Pietro si pentì, tornò a Roma e venne condannato a
morte, chiedendo di essere crocifisso a testa in giù per soffrire più di Cristo. Paolo, che in
precedenza aveva perseguitato i cristiani indicando dove si trovavano, fu decapitato
successivamente.
Perciò era plausibile attribuire ai cristiani la colpa dell’incendio. Dopo questo evento, Nerone
fece costruire la sua Domus Aurea. Nel 65 d.C. venne poi organizzata una congiura di
palazzo contro di lui — la congiura dei Pisoni — con lo scopo di eliminarlo, poiché era ormai
considerato un pazzo depravato. Nerone venne però avvisato in tempo, e tutti i congiurati
furono uccisi. Tra loro vi erano Lucano, Petronio e anche Seneca. Quest’ultimo quasi
certamente non partecipò direttamente alla congiura, ma probabilmente ne era a
conoscenza, e per questo fu condannato per aver taciuto. Nerone gli concesse il privilegio di
darsi la morte da solo. Anche se Seneca si era ritirato a vita privata, Nerone volle comunque
eliminarlo, escogitando la scusa della congiura per giustificarne la morte.
Dopo la morte di Seneca, Nerone divenne sempre più crudele e diffidente, lasciando libero
sfogo alla sua natura perversa. Tre anni dopo la congiura dei Pisoni ne venne organizzata
un’altra dai suoi stessi uomini, i Gregoriani. Nerone, consapevole della situazione e ormai
disperato, decise di uccidersi, come aveva fatto Caligola. Con la sua morte terminò la
dinastia Giulio-Claudia.
Il disprezzo verso Nerone fu tale che questo periodo prese il nome di damnatio memoriae,
cioè la condanna della memoria. Si doveva distruggere tutto ciò che ricordasse Nerone:
anche la Domus Aurea venne smantellata. La damnatio memoriae non fu un’invenzione dei
Romani, ma un’usanza presa dagli Egizi, che cancellavano ogni traccia di chi disonorava la
tradizione, anche dai geroglifici. Lo stesso accadde con Akhenaton, l’unico faraone che
aveva introdotto il culto di un unico dio, quello del Sole. Gli Egizi non accettarono questa
innovazione e decisero di cancellare ogni traccia del suo regno.
FEDRO - Fedro (in latino Phaedrus) fu un autore latino del I secolo d.C., originario della
Macedonia o della Tracia, quindi probabilmente non romano di nascita, ma poi liberto di
Augusto.
Scrisse in versi senari giambici (il metro del parlato e della satira) e fu il primo a tradurre e
rielaborare in latino le favole di Esopo, aggiungendo talvolta riflessioni morali o riferimenti al
suo tempo.
Vive sotto Tiberio, Caligola e Nerone. Durante il principato di Tiberio, pare che sia stato
perseguitato dal potente prefetto Seiano, perché nelle sue favole si intravedevano critiche al
potere e alla corruzione dei potenti.
Lo ricordiamo come favolista. Le sue favole, molto simili a quelle di Esopo, risalgono al I
secolo d.C. e si ispirano a quelle di Esopo, vissuto nel VI secolo a.C. Le favole di Fedro
sono in versi, quelle di Esopo in prosa. Tra le più note: La volpe e l’uva, Il topo di campagna
e il topo di città, La cicala e la formica. Quando si parla di favole, i protagonisti sono animali
con caratteristiche umane: parlano, esprimono sentimenti e si conclude sempre con una
morale, anche se nelle favole di Fedro questa è spesso implicita.
Fedro non inventò il genere della favola, ma lo riprese da Esopo per muoversi nella scia di
una tradizione quasi caduta in disuso. Lo scelse perché gli permetteva di esprimere le
proprie opinioni in modo indiretto, celandosi dietro gli animali, che rappresentavano diverse
categorie di uomini. Così poteva commentare la politica del tempo e criticare gli imperatori.
La sua favola più famosa, Il lupo e l’agnello, è una chiara allegoria del potere: il lupo cerca
scuse per divorare l’agnello, proprio come i politici che giustificano i loro soprusi.
La volpe e la maschera - Una volpe, camminando, trova per terra una maschera
teatrale usata dagli attori. La prende in mano, la osserva e rimane colpita dalla sua bellezza:
lineamenti perfetti, espressione nobile. Poi però si accorge che dentro è vuota e dice:
Significato:
Fedro vuole far capire che le apparenze non bastano. L’intelligenza e il valore sono più
importanti della bellezza o della fama. È una frecciata contro gli uomini potenti o vanitosi,
che sembrano grandi ma sono privi di saggezza.
La volpe e l’uva - In un giorno d’estate, una volpe affamata vede un bel grappolo d’uva
matura appeso a una vite alta. Salta più volte per prenderlo, ma non ci arriva. Dopo molti
tentativi, si arrende e, per non ammettere la sconfitta, dice a sé stessa:
e se ne va.
Significato:
Chi non riesce a ottenere ciò che desidera si consola disprezzandolo. È la tipica reazione di
chi nasconde l’invidia o la delusione dietro il disprezzo. Fedro ironizza sull’uomo che mente
a sé stesso pur di non apparire sconfitto.
Allora il lupo lo accusa di averlo insultato mesi prima; l’agnello replica che allora non era
neppure nato.
Il lupo, irritato, dice: “Allora è stato tuo padre!” e, senza più scuse, lo sbrana.
Significato: I potenti trovano sempre una giustificazione per opprimere i deboli. È una
denuncia della violenza e dell’arbitrio del potere. Fedro la usa per parlare di chi esercita la
forza ignorando la ragione e la giustizia.
SENECA - Seneca nasce a Corduba (attuale Cordova), città della Spagna, nel 4 a.C..
Appartiene a una famiglia equestre, la gens Annaea. I suoi familiari erano legati alla retorica,
come il padre Seneca il Vecchio e il nipote Lucano, che si distinsero in questo campo.
Seneca, facendo parte di una famiglia equestre italiana, poté dedicarsi alla retorica, e il
padre stesso, che era un retore, lo avviò anche allo studio della filosofia.
Fu però malvisto dai vari imperatori, come Caligola, che cercò di assassinarlo: non ci riuscì
perché una donna vicina all’imperatore lo convinse che Seneca, per motivi di salute,
sarebbe morto presto. Con Claudio venne accusato di avere una relazione clandestina con
Giulia Livilla, sorella di Caligola, e per questo fu mandato in esilio in Corsica nel 41 d.C..
Durante l’esilio scrisse opere dedicate a Claudio, sperando di poter tornare a Roma.
Quando Claudio sposò Agrippina, fu proprio lei ad aiutare Seneca, poiché desiderava che
divenisse precettore del figlio Nerone.
Quando Nerone divenne imperatore, Seneca assunse questo ruolo e fu una figura molto
importante nei primi anni di governo, insieme ad Agrippina e a Burro. I primi cinque anni del
regno di Nerone furono ricordati come un periodo di prosperità, durante i quali, essendo
Nerone appena diciassettenne, si lasciava guidare da loro.
Quando però Nerone prese coscienza del proprio potere, capì che sopra di lui non c’era
nessuno, e iniziò a considerare il potere assoluto come qualcosa che gli permetteva di
gestire l’impero da solo. Decise così di eliminare le tre figure che gli erano d’intralcio: nel 59
d.C. fece uccidere la madre Agrippina, e nel 62 d.C. morì anche Burro. Al suo posto venne
nominato Tigellino, una figura sinistra paragonata a Seiano. Vedendo scomparire prima
Agrippina e poi Burro, Seneca decise di ritirarsi a vita privata, perché da solo non era in
grado di gestire Nerone e perché quest’ultimo ormai considerava i suoi consiglieri come
persone di cui liberarsi.
Ritiratosi, si dedicò completamente all’attività letteraria, che già aveva coltivato in passato, e
condusse una vita contemplativa. Pur non avendo mai rivestito cariche pubbliche, aveva
comunque occupato un ruolo molto vicino al potere come precettore dell’imperatore.
Nel 65 d.C. si verificò la congiura dei Pisoni, e Seneca fu coinvolto ingiustamente, anche se
non vi aveva partecipato (a Pompei è nota la villa dei Pisoni).
La congiura fallì perché Nerone venne informato in tempo. Coloro che vi parteciparono
furono accusati di lesa maestà (reato tuttora esistente per il Presidente della Repubblica).
Nerone approfittò dell’occasione per liberarsi anche di Seneca, che forse aveva saputo della
congiura ma non aveva denunciato. Perciò, nel 65 d.C., Seneca ricevette come unico sconto
di pena la possibilità di darsi la morte. La morte di Seneca è raccontata da Tacito, che
descriveva le morti celebri; tra queste figura quella del filosofo.
Secondo Tacito, al momento della morte, Seneca confortò i suoi parenti e amici, si immerse
in una vasca di acqua tiepida e si tagliò le vene. Essendo anziano e debole, il sangue
scorreva lentamente; per questo, sempre secondo Tacito, si tagliò anche braccia, gambe e
polsi per accelerare la fine.
Durante l’agonia tenne un discorso ai presenti, e la moglie, non sopportando di separarsi dal
marito, si tagliò le vene per morire con lui. Tuttavia, Nerone ordinò che le venisse impedito di
morire, e le furono fasciati i polsi. Non sappiamo quanta veridicità storica ci sia nel racconto
di Tacito: Seneca si tagliò davvero le vene, ma non è certo che abbia pronunciato un
discorso né che la moglie avesse davvero tentato di morire con lui.
La morte di Seneca, così come narrata da Tacito, ricorda una parodia della morte di Socrate
descritta da Platone. Nell’Apologia di Socrate, infatti, si parla del processo subito da Socrate,
che pronunciò un’arringa in sua difesa.
Gli imputati, all’epoca, potevano presentare due discorsi: uno iniziale e un secondo se
venivano dichiarati colpevoli. Se anche il secondo non convinceva, venivano condannati a
morte. Nel Critone e nel Fedone, Platone racconta Socrate in carcere: nel Critone tenta di
convincerlo a fuggire, mentre nel Fedone si descrivono i suoi ultimi momenti di vita.
Socrate rassicura i discepoli prima di bere la cicuta, non teme la morte perché la considera
utile e non come la fine della vita. Tacito, dunque, sembra esagerare nella descrizione della
morte di Seneca, rendendola teatrale, anche per l’episodio della moglie. Inoltre, Seneca fu
incoerente, perché predicava il distacco dai beni materiali, ma durante il periodo in cui fu
precettore di Nerone si arricchì molto.
Opere di Seneca - Seneca scrisse una raccolta di opere dette “Dialoghi”, in tutto dieci.
Nove di queste si compongono di un solo libro, mentre una (il De ira) è divisa in tre libri.
Questi testi si chiamano “dialoghi” perché, pur essendo opere filosofiche, trattano questioni
morali e quotidiane in forma di discorso argomentativo.
Seneca si ispira alle scuole filosofiche allora più note, come lo stoicismo, l’epicureismo e in
parte il pitagorismo.
A differenza dei dialoghi di Platone o Cicerone, in cui dialogavano personaggi reali, nei
dialoghi di Seneca il discorso è monologico: l’autore parla in prima persona, rivolgendosi a
un destinatario fittizio e silenzioso, di cui anticipa le possibili obiezioni.
Seneca studiò retorica e si distinse come grande oratore, ma fu ricordato soprattutto come
filosofo.
Questi testi si ispirano alle laudationes funebres, in cui si lodava il defunto e si ricordavano le
sue virtù.
Le consolationes servono invece a consolare i vivi, elogiando i morti per alleviare il dolore
dei superstiti.
Consolatio ad Marciam matrem (37 d.C.): è una consolazione filosofica scritta per una
madre dell’alta società romana che ha perso il figlio Metilico. Seneca la consola dicendo che
la morte è la fine di ogni dolore e che la vita continua dopo la morte. Il figlio, dunque, vive
ancora felice.
Consolatio ad Helviam matrem (42–43 d.C.): è indirizzata a sua madre, che si dispera per
l’esilio del figlio, come se fosse morto. Seneca la rassicura dicendo che non è morto, ma
vive altrove, e la invita a nutrire la speranza del suo ritorno.
Riprende i temi della prima consolatio, ma il vero scopo è ottenere la benevolenza di Claudio
per poter tornare a Roma. Si tratta quindi di una captatio benevolentiae, un testo politico
oltre che filosofico.
Dialoghi-trattati
Questi testi trattano argomenti filosofici come la morte, il tempo, le debolezze umane e le
passioni. Seneca vi dà risposte morali e razionali agli interrogativi dell’essere umano,
affrontando la filosofia come un oratore che argomenta una tesi.
Il De ira - del 41 d.C. è l’unica opera divisa in tre libri. Nonostante il titolo, nei primi due libri
si parla in generale delle emozioni e delle fragilità umane (ingordigia, superbia, lussuria,
ecc.) e di come dominarle.
Solo nel terzo libro si tratta davvero dell’ira, considerata la più difficile da controllare.
Seneca, da buon stoico, insegna che l’ira non ha rimedio: una volta esplosa, non si può
fermare, quindi l’unico modo è evitare che nasca.
L’ira, se non controllata, può portare a uccidere o anche a suicidarsi. Il saggio stoico, invece,
mantiene un distacco sereno da tutto ciò che è terreno, poiché nulla ci appartiene, né i beni
materiali né gli affetti.
Anche nella Consolatio ad Helviam, Seneca ricorda che neppure i figli ci appartengono, e
dobbiamo essere pronti a lasciarli andare. Invita quindi a distaccarsi da queste cose già
durante la vita, perché prima o poi dovremo perderle. Seneca, dunque, invita alla riflessione
filosofica, anche se la sua vita personale non sempre rispecchia ciò che insegna.
De brevitate vitae - del 49 d.C. Il filosofo dice che gli uomini sbagliano a lamentarsi della
brevitas del tempo. Dice che se il tempo è ben gestito non solo basta ma addirittura avanza,
e sottolinea che bisogna impegnare il tempo in attività che contano davvero e non in quelle
inutili. Fa la differenza tra gli occupati e i saggi: gli occupati svolgono attività inutili, perciò si
lamentano di avere poco tempo, come per esempio andare dietro al potere e all’accumulo di
ricchezze, e ad attività che possono essere eliminate, perché svolgere queste attività o
meno non è utile alla vita dell’uomo, secondo le risposte di un saggio stoico. Egli dice che il
bene più prezioso che l’uomo ha è il tempo e lo paragona al denaro: “il tempo è denaro”,
perché è prezioso, anzi, anche più prezioso, e bisogna saperlo usare senza sprecarlo in
attività futili. Egli aggiunge che il dono più prezioso che possiamo fare a una persona cara è
dedicarle il tempo, perché quel tempo non torna più indietro. Il tempo speso bene è quello
dedicato allo studio, al lavoro, alla vita contemplativa. Il tempo speso in chiacchiere è tempo
perso.
Il De vita beata (la felicità) - sembra essere stato scritto per difendersi dalle accuse di
incoerenza con quanto predicato. Nel De brevitate vitae sembra un uomo lontano dai beni
materiali, facendo capire che era saggio chi non si interessava ai beni ma solo alle cose
necessarie (ma lui era lo stesso che si arricchì facendo il precettore ai tempi di Nerone),
quindi l’opera nasce proprio per far capire quella che è la felicità vera e per poi difendersi.
Nel De vita beata risponde alla maniera dello stoico: per lui la felicità consiste nel vivere
secondo ragione ed esercitare la propria virtù. Per lo stoico, raggiungere la felicità significa
essere onesti, in pace con se stessi; nel momento in cui si trova questa pace interiore si
raggiunge la felicità. Il saggio stoico è anche colui che, una volta raggiunta, accetta
un’ingiustizia da parte di qualcuno che potrebbe turbarlo e allontanarlo dalla felicità; lo stoico
accetta anche il dolore provocato da altri. Il vero stoico assume un sereno distacco da tutto
ciò che è contingente: il sopruso e il male provocherebbero sofferenza e impedirebbero al
saggio di raggiungere la felicità.
Dopo aver spiegato come si raggiunge la felicità alla maniera degli stoici, Seneca si difende
dall’accusa di incoerenza ricevuta dagli uomini. Il titolo di saggio stoico non poteva
rappresentarlo pienamente, dal momento che si arricchì con il compito di precettore. Un
uomo che si arricchisce solitamente scende a compromessi non sempre corretti; quindi, se
predica il distacco dai beni materiali ma poi riveste un ruolo politico importante e accumula
ricchezze, può apparire incoerente. L’accusa di incoerenza rimane. Seneca, anche in fin di
vita, si professa saggio. Verrà ricordato come incoerente, ma tenta di giustificarsi: non ha
mai detto che il saggio debba essere povero, l’importante è che le ricchezze siano sotto il
controllo dell’uomo che le possiede; la ricchezza deve essere uno strumento e non un fine.
Con le sue abilità oratorie, Seneca si difende dalle accuse; sembra quasi un’orazione in cui
si giustifica.
Il De otio - Al periodo subito antecedente o successivo al ritiro è forse databile il De otio (“La
vita contemplativa”), pervenutoci in forma molto lacunosa. Seneca si rivolge ancora ad
Anneo Sereno, affrontando espressamente il problema dell’impegno e del disimpegno, ossia
della superiorità della vita attiva o di quella contemplativa, e chiedendosi se il sapiente
debba o no partecipare alla politica attiva. Il filosofo sostiene la validità della scelta
dell’otium: egli osserva che la posizione stoica, secondo cui il sapiente deve impegnarsi
politicamente, a meno che le circostanze glielo impediscano, finisce per coincidere con
quella epicurea, secondo cui il sapiente non deve impegnarsi, a meno che le circostanze
glielo impongano. È infatti praticamente impossibile, dice Seneca, trovare uno Stato in cui il
filosofo sia in condizione di agire in modo del tutto coerente con i suoi principi.
Ciò fa capire che le posizioni politiche di Seneca sono agli antipodi di quelle di Machiavelli,
che sosteneva che era meglio che il principe fosse temuto, così da evitare ribellioni.
Machiavelli diceva che solo un principe temuto sarebbe stato rispettato.
Seneca dà questo suggerimento a Nerone affinché spicchi la clemenza tra le virtù, dato che
Nerone ormai aveva fatto capire di poter fare a meno dei consiglieri, perché aveva tutto il
potere nelle mani, e pensava di non dover rendere conto a nessuno. Seneca vuole far capire
al principe che, anche se al di sopra di lui non c’era nessuno, doveva rendere conto alla
propria coscienza. Quindi, se un principe coltiva buone virtù ed è clemente, vuol dire che
possiede una coscienza attiva e retta.
Essere clemente significava avere pietà. Se non fosse stato clemente, allora davvero non
aveva una coscienza a cui rendere conto. L’incremento della ricchezza non doveva essere
sinonimo di mancanza di coscienza: se sei cosciente e benevolo, sai di avere il potere ma
riconosci il giusto modo in cui agire. Era necessario che mantenesse il senso della giustizia
e della rettitudine.
Seneca dedica l’opera a Nerone per placare quell’indole folle che stava emergendo. Vuole
arginare la vera indole del suo allievo, un Nerone tirannico, e spera che quest’opera possa
essere letta e i suoi consigli accolti.
Seneca, rendendosi conto del fallimento di quest’opera, scrive un’altra. Nerone forse non
lesse mai il De clementia, e se lo lesse, non mise mai in pratica questi consigli, dando libero
sfogo alla sua natura crudele e folle.
De beneficis - Si rivolge a tutti i cittadini, soggetti a un imperatore che non li tutela. Li invita
ad essere almeno solidali tra loro, a scambiarsi benefici anche sotto un cattivo imperatore.
Una volta ricevuto un beneficio, bisognava ricambiarlo, manifestare gratitudine e aiutarsi
reciprocamente. Qualora qualcuno facesse del bene che non veniva ricambiato, non ci
sarebbe più stato lo scambio di benefici tra i cittadini.
Questa solidarietà richiama Leopardi, il quale sosteneva che, essendo gli uomini infelici,
dovevano almeno aiutarsi tra loro.
Invita quindi al rispetto della natura: in ciò è presente molta attualità. Il processo scientifico
dei tempi di Seneca è ovviamente diverso dal nostro, ma egli già allora si poneva il problema
che il progresso tecnologico potesse nuocere alla natura e all’uomo stesso.
Nelle Epistulae ad Lucilium affronta temi che erano già stati trattati nei dialoghi precedenti:
parla del tempo, della morte, di cosa possa esistere o meno dopo la morte, della sofferenza,
non lasciarsi cullare delle emozioni, come avevamo detto nel de irae, a questi aggiunge
nuovi argomenti, come ad esempio quello riguardante l’uguaglianza tra gli uomini. Per
Seneca l’uguaglianza non significa solo che i cittadini romani, in quanto liberi, fossero uguali
tra loro — cosa scontata — ma egli estende questo concetto anche agli schiavi, includendoli
idealmente tra i cittadini liberi.
Viene quindi trattato il tema della schiavitù, ed è celebre la sua frase riguardo ad essa:
“Servi sunt immo homines” (“Sono schiavi, ma uomini”). La schiavitù reggeva l’economia del
tempo, poiché era uso dei Romani, dopo la sconfitta dei nemici, fare razzia dei prigionieri,
portarli a Roma e usarli come manodopera. Gli schiavi erano considerati delle res, cioè delle
cose, e dunque il pensiero di Seneca rappresenta una vera e propria rivoluzione. Seneca
sappiamo che morirà nel periodo della congiura dei Pisoni, nel 65 d.C., qualche anno prima
della sua morte ci fu l’incendio di Roma, dove Nerone attribuì la colpa ai cristiani, nel periodo
in cui vive Seneca è il periodo in cui ci fu il cristianesimo, Gesù muore nel 33 d.C. o nel 37
d.C., e tra questi moriranno S. Pietro e S. Paolo, il pensiero portato avanti dal cristianesimo
era quello che gesù diceva che siamo tutti figli di Dio, Gesù cristo portava avanti l’
uguaglianza tra gli uomini, perciò questo suo pensiero si sviluppa tra gli uomini, se i cristiani
venivano già perseguitati vuol dire che già si era sviluppato tra gli uomini il cristianesimo e le
dottrine portate avanti da questo. Si parlò di carteggio tra S. Paolo e Cristo, ma non fu
realmente accaduto. Quindi il pensiero di Seneca combacia con quello di cristo, lui
sosteneva che i servi avessero una sensibiità pari a quella degli uomini liberi, ma soprattutto
meritavano una dignità anche se privati della libertà, i propri padroni quasi che si divertivano
ad umiliarlo e mortificarli. Fino a quel momento la libertà di un uomo camminava a braccetto
con la dignità e viceversa. Quindi un uomo privo di libertà non poteva godere di dignità.
le lettere che Seneca scrive sembrano la risposta delle lettere scritte in precedenza da
Seneca e dopo una risposta di lucilio, Lucilio a cui Seneca indirizza le sue lettere si pesan
che sia davvero esistito per altr invece era un personaggio non esistito un interlocutore
virtuale inoltre seguendo una modalità di scrittura già collaudata, basti pensare che nei
dialoghi l’interlocutore che sembra anche appunto rispondergli, dal momento che Seneca
sembra controbattere alle sue risposte, ma sappiamo che nei dialoghi gli interlocutori sono
fittizi. Nelle lettere a Lucilio, dato che si capisce che quelle di Seneca siano risposte a lucilio,
si è in dubbio se il carteggio tra i due fosse reale o fittizio.
Queste risultano diverse dai dialoghi, in un’armonia tempo in entrambi si vuole parlare della
filosofia stoica, anche nelle lettere vengono riproposti le stesse tematiche dei dialoghi,perche
le tematiche vengono trattate in chiave filosofica si danno delle risposte filosofiche, e anche
nelle lettera a lucilio vengono, date imposte inchiave stoica.
La differenza tra i due sta sicuramente nella forma, li uni sono dialoghi anche se monologhi
le lettere invece sono delle vere e proprie lettere che rivolge a questo giovane allievo -
amico. In queste lettere voleva esporre il pensiero filosofico stoico per intero, però non
scrivendo un trattato di filosofia ma parlando di filosofia in modo epistolare, perché la lettera
risultava come modo migliore per approcciarsi alla filosofia stoica.
Lui non è propriamente un filosofo perchè riprende il pensiero di atri, non da vita ad un suo
pensiero filosofico, quindi il suo intento era quello di insegnare la filosofia stoica riprendendo
il pensiero di altri. Quindi non ricorre al trattato filosofico come avrebbe fatto un filosofo ma si
rifà al trattato epistolare, perché vuole fare in modo che lucilio si avvicini alla filosofia stoica
cosi che potesse comprenderla bene e utilizzarla come filosofia di vita.
Il fatto che Seneca dia lezioni di filosofia a Lucilio su come fare propria la filosofia stoica, lo
capiamo dal fatto che le prime lettere sono lettere in cui il pensiero filosofico viene trattato in
maniera semplice, le lezioni diventano più complesse piano piano, e si serve delle epistole.
Quindi i dialoghi sono effettivamente dei dialoghi che affrontano tematiche di carattere
esistenziale, e vengono affrontati con una spiegazione chiara e stoica, le lettere affrontano le
stesse tematiche affrontate in chiave stoica, prò in queste l’intento di Seneca è quello di
istruire l’uomo ala filosofia stoica, fare del pensiero stoico una filosofia di vita, quindi non da
solo un insegnamento a Lucilio ma a tutti gli uomini, quindi proprio per questo si pensa che
questo sia un personaggio fittizio.
Poi poco dopo la morte di Claudio, ai suoi funerali nel 54 d.C., L’Apokolokyntosis,
zucchificazione, elevazione a zucco. Quando un imperatore moriva si celebravano i suoi
funerali si pronunciavano dei discorsi per la deificazione dell’imperatore, l’ elevazione al cielo
dell’imperatore che una volta morto potesse raggiungere l’Olimpo e diviene al par delle
divinità già esistenti.
Tra Claudio e Seneca non scorse mai buon sangue, e infatti Claudio mandò Seneca in esilio
per la relazione con la sorella di Caligola, quando torna a Roma Seneca divenuto precettore
e poi consigliere di Nerone, quando gli viene attribuito il compito di scrivere una deificazione
di Claudio, decide di prendersi gioco di Claudio.
La satira è più pungente rispetto alla semplice ironia, perché ci si prende gioco di qualcuno
parlando male di questo, e meninpea perchè l’iniziatore di questo genere letterario e
menippo di ganara che affrontava questioni sere in modo scherzoso. Inoltre la satira
menippea è caratterizzata dall’unione di prosa e poesia e comparivano differenti registri
linguistici, stessa cosa abbiamo visto nella vita nova di Dante. Quindi la satira menippea si
serve di registri linguistici diversi, uno era quello per la prosa e uno era quello per i versi.
Con Seneca si assiste quindi a una vera e propria rivoluzione anche nel sistema economico
e sociale del tempo, che si basava sulla manodopera servile. Lo schiavo non viene più visto
come una cosa, ma come una persona: definire gli schiavi homines significa paragonarli agli
uomini liberi romani.
Non sappiamo con certezza se sia propriamente questo il discorso pronunciato per la morte
di Claudio, avrà sicuramente pronunciato un discorso ma non questo.
Seneca sostiene che la morte si trova dietro di noi, il tempo passa ed è tempo oramai morto.
Però attraverso il ricordo mantienilo in noi quel tempo oramai passato
T5 - Il brano che hai riportato è tratto da De brevitate vitae di Seneca (capitoli 12 e 13),
un’opera in cui il filosofo riflette sulla brevità della vita e sull’importanza di usarla bene. In
questo passo, Seneca critica le persone che sprecano il loro tempo in occupazioni inutili.
Non parla solo di chi lavora senza mai concedersi un momento di riflessione, ma anche di
chi dedica il tempo libero a cose futili o insulse.
Seneca usa l’espressione desidiosa occupatio, che significa “un ozioso affaccendarsi”, per
descrivere chi sembra impegnato, ma in realtà non fa nulla di veramente significativo.
Racconta con ironia e sarcasmo di chi passa ore davanti allo specchio o dal barbiere,
curando ossessivamente l’aspetto dei capelli più che il bene dello Stato, o di chi si perde in
studi letterari o discussioni su dettagli storici o letterari completamente inutili. Anche chi si
interessa agli eventi o agli eroi romani, secondo Seneca, spesso si occupa di fatti che non
portano vera saggezza né utilità pratica.
Il tono del testo alterna critica severa e amara a momenti di comicità: Seneca mette in luce
quanto certe ossessioni della società romana possano apparire ridicole, ma al tempo stesso
invita il lettore a riflettere su come sta usando il proprio tempo. L’idea centrale è che la vita è
breve e preziosa, e sprecarla in occupazioni vuote significa non viverla affatto.
T7 - Il testo proviene dalle Epistulae ad Lucilium di Seneca, le famose lettere che il filosofo
romano scrisse al suo amico Lucilio. In questa lettera, Seneca affronta il tema del tempo e
del suo corretto utilizzo, invitando Lucilio a “riprendersi” il possesso di sé e della propria vita.
Il filosofo sottolinea che molto del tempo a nostra disposizione viene perso: a volte ce lo
portano via gli altri, a volte lo perdiamo senza accorgercene, e spesso lo lasciamo scorrere
inutilmente per negligenza personale. La perdita più grave, secondo Seneca, è proprio
quella causata dal non fare nulla o dal dedicarsi ad attività che non contano. La vita,
insomma, scorre via mentre noi rimandiamo tutto al futuro.
Seneca utilizza uno stile colloquiale e concreto, fatto di esempi tratti dalla vita quotidiana e di
sentenze brevi che evidenziano i concetti chiave. Mostra anche una grande onestà
personale: confessa di dover tener conto dei propri sprechi di tempo, come farebbe uno
spendaccione che annota ogni centesimo, mostrando di essere al contempo maestro e
compagno di Lucilio nella pratica filosofica.
Il messaggio centrale è che il tempo è l’unico bene veramente nostro, prezioso e irripetibile,
e che occorre afferrarlo e custodirlo fin da subito, senza rimandare: solo così si può vivere
davvero. Tutto il resto appartiene agli altri, ma il tempo ci è stato affidato dalla natura e
nessuno può restituircelo.
T10 - Perché agli uomini buoni capitano tante disgrazie? Il testo proviene da De
providentia di Seneca (capitoli 2, 1-2), un’opera in cui il filosofo affronta il problema del
perché gli uomini buoni spesso soffrano o subiscano ingiustizie, mentre i malvagi sembrano
trionfare. Seneca parte da una constatazione che molti trovano sconcertante: nella vita, la
sorte sembra premiare i cattivi e punire i buoni. Tuttavia, il filosofo propone una lettura
profondamente diversa, ispirata alla concezione stoica e agonistica della vita.
Per Seneca, le difficoltà non sono ingiustizie, ma strumenti attraverso cui il saggio rafforza la
propria virtù. Egli paragona il sapiente a un atleta: così come gli sportivi si sottopongono a
esercizi sempre più duri per prepararsi alle gare, così l’uomo buono affronta le avversità
come allenamenti dell’animo. La sententia “sine adversario virtus marcescit” (“la virtù, senza
un avversario, appassisce”) riassume il pensiero centrale: se la virtù non è continuamente
messa alla prova, perde forza e resistenza.
Seneca sottolinea che le difficoltà non cambiano la natura dell’uomo virtuoso. Egli resta
forte, calmo e padroni di sé, e qualsiasi evento esterno non può alterare il suo animo, così
come l’odore del mare non cambia per l’afflusso dei fiumi o delle piogge. Le avversità,
quindi, non sono punizioni, ma occasioni per esercitare la virtù e dimostrare la propria forza
morale, trasformando ogni prova in un bene, non per il fatto che accada, ma per come viene
affrontata.
In breve, il brano insegna che la vita degli uomini buoni è fatta di sfide e difficoltà, ma queste
non devono essere viste come sfortune, bensì come opportunità per crescere interiormente
e diventare un esempio di virtù per gli altri.
T13 - Il testo proviene dalle Epistulae ad Lucilium di Seneca (lettera 47) e affronta il tema
della schiavitù e del rapporto etico tra padroni e schiavi. Seneca parte da un episodio
concreto: l’amico Lucilio tratta i suoi schiavi con familiarità e rispetto. Da qui, il filosofo
sviluppa una riflessione più ampia basata sui principi dello stoicismo.
Secondo Seneca, tutti gli esseri umani condividono la ragione, che permea l’universo, e
perciò sono uguali per dignità e valore morale. Anche gli schiavi, dunque, devono essere
considerati uomini, non animali o semplici oggetti di proprietà. Essi sono compagni di vita,
soggetti agli stessi capricci della sorte, e meritano rispetto.
Seneca denuncia le crudeltà e le abitudini disumane dei padroni che trattano gli schiavi
come servitori passivi, obbligandoli a stare immobili, in silenzio, senza poter esprimere la
propria voce o opinione, anche durante i pasti o la notte. Al contrario, chi rispetta gli schiavi
e li tratta come persone capaci di ragionamento e di lealtà costruisce un rapporto di fiducia e
affetto reciproco: quegli schiavi, pur essendo subordinati, diventano pronti a rischiare per il
loro padrone, mostrando valore e fedeltà.
In sintesi, Seneca utilizza questo testo per sottolineare che la condizione sociale non
determina la dignità morale e che il comportamento etico del padrone può trasformare il
rapporto di schiavitù in una convivenza basata su rispetto e umanità. La sua filosofia
insegna che tutti gli uomini sono partecipi della ragione, e quindi anche gli schiavi meritano
di essere trattati come esseri umani.
La morte di Lucano fa parte delle morti celebri narrate da Tacito, insieme a quelle di Seneca
e Petronio.
Lucano morirà giovane, ma in breve tempo riuscirà a mettere in evidenza le sue qualità. La
sua fama è legata esclusivamente a un’opera letteraria: la “Pharsalia”, poema epico-storico
incentrato sulle vicende della battaglia di Farsalo. Essa narra la guerra civile tra Cesare e
Pompeo, che si concluderà appunto con la battaglia di Farsalo nel 48 a.C.
Perché, essendo ancora legato agli ideali repubblicani e provando nostalgia per quell’epoca,
vuole esprimere tutto il suo disaccordo nei confronti dell’età imperiale. Egli sostiene che
Cesare sia stato il capostipite che ha posto le basi per la transizione di Roma dalla
repubblica alla monarchia, diventando così la causa della rovina di Roma.
Storicamente, la figura di Cesare è sempre apparsa positiva: non si può non riconoscerne la
grande clemenza verso i nemici, ai quali permise di tornare a Roma e di rivestire le stesse
cariche pubbliche già ricoperte prima della guerra.
Lucano scrive un poema epico-storico, ma, volendo riallacciarsi alla tradizione letteraria,
prende come modello l’Eneide di Virgilio, trasformando però la sua opera in una
“anti-Eneide”. Virgilio, infatti, aveva scritto l’Eneide per spiegare le origini divine di Roma e
per esaltare la grandezza della città, celebrando anche le origini divine della gens Julia, a cui
apparteneva Augusto.
Lucano, al contrario, nella Pharsalia afferma esattamente l’opposto: secondo lui, quella
stessa famiglia aveva condotto Roma al suo declino. Roma, dopo l’età repubblicana, non
sarebbe mai più tornata grande.
La Pharsalia, come l’Eneide, doveva essere composta da 12 libri, ma a causa della morte
prematura di Lucano se ne completarono solo 10. Nel sesto libro dell’Eneide si trova la
katabasis (discesa agli inferi), in cui Enea incontra il padre Anchise, che gli predice il futuro
glorioso di Roma, mostrandogli le anime destinate a diventare grandi personaggi della
storia.
Nella Pharsalia, invece, nel sesto libro si ha l’anabasi (salita dall’oltretomba): l’anima di un
morto risale sulla terra per predire il futuro distruttivo di Roma.
Lucano narra questo episodio, pur trattandosi di eventi avvenuti quasi un secolo prima, per
tracciare un parallelo con la decadenza del suo tempo.
Egli afferma che, mentre nei Campi Elisi si trovano le anime dei giusti che dovrebbero
essere felici, in realtà queste piangono per il futuro funesto di Roma. Al contrario, le anime
dei dannati negli inferi gioiscono, perché in vita avevano desiderato la rovina di Roma e ora
vedono che Cesare le darà il colpo di grazia. Il destino dell’aldilà si ribalta: le anime beate
soffrono, e i dannati esultano.
Cesare è l’anti-Enea: mentre Enea, seguendo la volontà degli dèi, raggiunge le coste del
Lazio per fondare la sua città, Cesare si oppone agli dèi, diventando un eroe sacrilego.
All’eroe pio, Enea, si contrappone il sacrilego Cesare.
Nel De Bello Civili, Cesare ricostruisce la guerra contro Pompeo, descrivendo anche
l’episodio dell’attraversamento del Rubicone. Lucano lo rappresenta in modo personale,
mostrando l’esitazione di Cesare prima di attraversare il fiume, consapevole che da quel
gesto sarebbe scoppiata una vera guerra civile. Cesare cercò di evitarla, inviando più volte
ultimatum a Roma: voleva candidarsi al consolato senza dover lasciare la Gallia, ma Roma
rifiutò. Di fronte al rifiuto, decise di attraversare il Rubicone.
Lucano racconta questo evento in maniera soggettiva, ma presenta Cesare come un uomo
assetato di potere, il cui unico obiettivo era dichiarare guerra a Roma stessa.
Pompeo, invece, viene descritto come un uomo debole, incapace di difendere Roma e la res
publica. Non avendo avuto la forza di opporsi a Cesare, non può essere considerato un vero
eroe positivo. L’unico personaggio positivo del poema è Catone l’Uticense, già apparso
nell’Antipurgatorio dantesco. Egli passa alla storia per essersi suicidato dopo la morte di
Cesare, nella battaglia di Utica. Si uccide per la libertà, ed è l’unico eroe che comprende che
Cesare avrebbe condotto Roma alla rovina, privandola della libertà.
Già Seneca aveva lamentato la mancanza di libertà e il malessere sociale che si viveva
sotto gli imperatori.
Nel De Beneficiis egli offriva consigli ai cittadini su come vivere bene anche sotto un tiranno.
Lucano, invece, cerca di risalire alle origini del male presente nel suo tempo.
La maga Eritto: una funesta profezia (Pag. 831) - Per conoscere l’esito dell’oscurità
contro cui si combatte si ricorre alla magia e non alle divinità; i Greci erano soliti rifarsi
all’oracolo di Delfi. Ricorrendo alla magia, anziché compiere un sacrificio, si stava
compiendo un sacrilegio: si vede il divario tra sacro ed empio; anziché evocare una divinità,
si invocano gli spiriti.
Nelle Georgiche di Virgilio avevamo visto che Orfeo, tentando di riportare in vita Euridice,
stava trasgredendo alle leggi della natura, che prevedono che quando una persona muore
non possa tornare in vita. Invece la maga Eritto compie un sacrilegio poiché, tramite i suoi
sortilegi e l’uso della magia, fu in grado di far tornare in vita l’anima di un defunto. Lo riporta
in vita nel vero senso della parola, perché di nuovo scorre il sangue nelle sue vene, e questo
addirittura riprende il colore dell’incarnato; la descrizione presenta un carattere macabro.
Questo soldato nemmeno mise piede nell’Acheronte, poiché venne richiamato sulla terra.
Le anime dei Campi Elisi si disperano perché sanno che sta per compiersi la disfatta di
Roma, ed elenca i Deci, padre e figlio, Camillo e i Curii che piangevano, e Silla si crucciava.
Noi sappiamo che Roma, con le liste di proscrizioni, rese Roma un teatro di distruzione; Silla
si trova nei Campi Elisi perché apparteneva agli optimates, che li popoleranno. I Campi Elisi,
invece, mentre i populares abitavano gli Inferi, e tra questi si trova Cesare stesso. Pompeo
apparteneva agli optimates, quindi tutto finisce per essere un semplice discorso di carattere
politico.
Tra i populares ci furono i Gracchi, Caio e Tiberio, e i Drusi. I Gracchi perché erano
populares e furono tribuni della plebe, e malgrado questi avvantaggiarono il popolo con la
loro riforma popolare, si inimicarono così gli aristocratici, perché con le loro riforme
redistribuirono le terre al popolo, togliendole però all’aristocrazia. Dovevano essere 500
iugeri per coloro che non avevano figli e 1000 per chi ne aveva, e chi ne aveva di più doveva
restituirli.
Adesso sono le anime dannate quelle ad essere felici e reclamano i Campi Elisi, ed è giusto
che le anime beate, che piangono, debbano andare a occupare gli Inferi, e i dannati gioiosi
debbano abitare i Campi Elisi. L’anima del soldato predicerà la morte di Pompeo, ma per
rasserenare il figlio gli spiega che per Pompeo e la sua stirpe è presente un posto nei Campi
Elisi; quindi predice la morte di questo e dei suoi figli.
Dice che non ci saranno né vinti né vincitori, tutti saranno vittime di giudizio, e invita gli
uomini ad affrettarsi a morire perché per loro c’è un posto nei Campi Elisi. Dice che non si sa
dove seppellirli, se lungo la sponda del Nilo o del Tevere, dal momento che questi moriranno
in Egitto, e non si sa dove allestire i funerali, se lì dove è propriamente morto Pompeo o se
riportarlo in patria.
Dice al figlio che il destino gli farà tornare e che avrà la stessa sorte di suo padre.
Pompeo stesso dice che non sa dove fuggire, perché i pompeiani verranno attaccati da ogni
fronte, verranno inseguiti ovunque: bisognava temere l’Europa, la Libia e l’Asia.
PETRONIO - Di Petronio e della sua opera, il Satyricon, sappiamo ben poco, e quel poco
che sappiamo non siamo neppure certi che sia corretto: non sappiamo se davvero sia stato
lui a scriverlo. Tacito è l’unico autore a parlarci di Petronio, ma non sappiamo se il Petronio
di cui parla Tacito sia lo stesso Petronio autore del Satyricon di cui parla la tradizione
letteraria. Il Petronio di cui parla Tacito visse nel I secolo d.C., sotto l’impero di Nerone.
Quindi noi brancoliamo nel buio, ma deduciamo che i due Petroni possano essere la stessa
persona. La tradizione letteraria, infatti, non ci dà informazioni sicure su quel Petronio di cui
parla la tradizione stessa.
Tacito parla di Petronio negli Annales, nella sezione dedicata alle “morti celebri”, cioè alla
morte di coloro che morirono nella congiura dei Pisoni nel 65 d.C. Per parlare di questo,
Tacito si dilunga parecchio e spiega perché Petronio venne coinvolto nella congiura. Ce lo
presenta come arbiter elegantiae: egli si distingueva per la sua eleganza e raffinatezza, che
si manifestavano nel modo di esprimersi, di scrivere, di comportarsi e di vestire. Nei suoi
gusti raffinati Petronio venne preso a modello dallo stesso Nerone, che volle che facesse
parte della sua corte. Nerone lo prese così tanto a modello da seguirne lo stile e accettarne i
consigli: era estasiato dall’eleganza di Petronio e cercava di imitarlo.
Perché Petronio venne coinvolto nella congiura? Di Lucano sappiamo che venne
estromesso dalla corte di Nerone poiché l’imperatore invidiava la sua bravura poetica e
probabilmente anche le sue idee repubblicane, il suo affetto nostalgico per l’età
repubblicana: Cesare era considerato il capostipite stesso della famiglia da cui discendeva
Nerone.
Petronio invece non fu vittima dell’invidia di Nerone, bensì dell’ostilità di coloro che
frequentavano la corte, i quali non tolleravano che Nerone pendesse dalle labbra di
Petronio. Egli venne coinvolto nella congiura pur non c’entrando nulla: era amico di uno dei
congiurati e, a causa di questa amicizia, finì per essere incriminato. Coloro che volevano
eliminare Petronio sfruttarono tale amicizia per coinvolgerlo.
A raccontarci tutto ciò è Tacito. Oltre a parlarci della sua eleganza, ci dice che Petronio
esercitò un forte ascendente positivo su Nerone, ma allo stesso tempo era un uomo sui
generis, fuori dalle righe: partecipava volentieri a banchetti sontuosi, amava la vita mondana,
si attardava fino a notte fonda e al mattino si svegliava tardi perché viveva di notte. Quando
ricoprì cariche importanti seppe però svolgere il suo ruolo in maniera molto seria,
mostrandosi responsabile e attento riguardo al suo lavoro. Era un uomo di compagnia,
giocoso ma allo stesso tempo responsabile: responsabilis animae.
Nessun autore dell’antichità fece coincidere la propria vita con l’opera che scrisse. Solo nel
’900 si cercherà di far coincidere vita e opere: D’Annunzio, ad esempio, riprese dalle sue
esperienze personali i temi delle sue opere.
Se leggiamo il Satyricon, sembra sia stato scritto da un uomo come il Petronio di Tacito:
elegante, estroso ma anche responsabile. Tutte queste caratteristiche si ritrovano nel
Satyricon, per cui è facile pensare che si tratti della stessa persona.
Tacito parla anche della sua morte, che fu sui generis: come nella vita, si prende gioco di
tutti anche nel momento finale. Petronio, costretto a darsi la morte, si taglia le vene, poi
fascia le ferite, poi le riapre: è indeciso, ma questa indecisione non è dovuta
all’attaccamento alla vita né alla paura della morte; egli vuole scherzare anche con la morte.
Nel momento di morire, tiene un discorso che vuole essere la parodia del discorso filosofico
di Seneca: mentre Seneca rincuora coloro che piangono per la sua morte, Petronio invita gli
astanti a gioire della sua dipartita.
Lascia anche un testamento in cui dona ai suoi servi oggetti di poco valore facendoli
passare per preziosissimi, gli lascia i suoi debiti e il 5% dei suoi possedimenti e lascia loro
perfino bastonate: tutto è recitato in modo comico. Da questo comportamento si capisce il
carattere di Petronio, che scherza anche sulla sua morte. Quindi il suo testamento appare
opposto a quello che lascerà Trimalchione.
Tacito racconta che Petronio scrisse anche una lettera da farsi aprire da Nerone solo dopo la
sua morte. Nerone pensava che Petronio volesse salutarlo nel modo più elegante possibile,
per evitare che si vendicasse sugli eredi. Invece Petronio nella lettera descrive tutte le
nefandezze che aveva visto a corte, definendo Nerone un uomo orrido e pervertito,
citandone anche le perversioni. Petronio, morendo ingiustamente, non poteva che salutarlo
in quel modo.
Petronio arriva addirittura a dire che il legame tra Agrippina e Nerone era talmente stretto da
apparire perverso, tanto da far credere che tra i due vi fosse stata una relazione amorosa,
dato che il loro rapporto appariva sospetto.
Il Satyricon - Del Satyricon sappiamo ben poco sul genere letterario cui potesse
appartenere e sul suo contenuto: conserviamo metà del XIV libro, tutto il XV e metà del XVI,
e non sappiamo se il XVI fosse l’ultimo libro. Qualunque fosse l’estensione originale, era
un’opera immane.
Per capire il genere, si può partire dal titolo, che richiama la satira. Rispetto alla satira
romana, si è discusso molto dell’etimologia: potrebbe rimandare al satyros, personaggio
mitologico dall’aspetto caprino, furbo e provocatorio, che faceva parte del corteo di Dioniso e
prendeva in giro lo stesso dio. Il satyros aveva un linguaggio sboccato e irriverente:
caratteristiche che ritroviamo nel Satyricon, che si prende gioco di tutto e di tutti.
Tra i generi ipotizzati, si è parlato della satira menippea, anche perché contemporanea a
Petronio fu l’Apokolokyntosis di Seneca. Ma non sappiamo se l’opera venne scritta al tempo
di Nerone. Gli elementi della satira menippea ci sono: si scherza su tutto, anche sulla morte;
e c’è la mescolanza di registri linguistici differenti. Tuttavia, la satira menippea è molto breve,
mentre il Satyricon era un’opera molto lunga.
Di conseguenza, alcuni studiosi hanno ipotizzato che appartenesse al genere del romanzo.
È una teoria recente. Il romanzo greco nasce secoli prima ed esplode nel II secolo d.C.: ciò
indica che il Satyricon potrebbe essere posteriore a Nerone, quindi scritto da un Petronio
diverso da quello di Tacito.
Il romanzo greco racconta di un amore eterosessuale tra due giovani che si amano
profondamente ma vengono separati da circostanze esterne; durante i viaggi la fedeltà è
messa alla prova; alla fine i due si ricongiungono e si sposano. (Esempio: I Promessi Sposi,
per analogia strutturale.) Non è invece un buon esempio l’Odissea, perché Ulisse tradisce
Penelope con la ninfa Calipso, anche se alla fine rinuncia all’immortalità per tornare da lei.
Lucia e Renzo resistono alla tentazione solo perché Lucia fa voto di castità.
La trama del Satyricon - Nella seconda metà del XIV libro la narrazione comincia in
medias res, senza proemio. Il giovane Encolpio dialoga con il suo maestro di retorica
Agamennone sulla decadenza dell’eloquenza, tema molto discusso nel I secolo d.C., dal
momento che non esistevano più grandi oratori come quelli dell’età repubblicana ex.
Cicerone. Encolpio attribuisce la colpa alle scuole di retorica che raccontavano storie fittizie
lontane dalla realtà, come l’epicedio del passero, perché c’era l’impero al tempo quindi non
c’era più la libertà di espressione; Agamennone ai genitori che costringono i figli a sostenere
processi senza adeguata formazione.
*Seneca, in una lettera a Lucilio, affermò che i grandi oratori erano mossi da valori morali
elevati, mentre l’epoca in cui viveva era ormai una società corrotta, che non poteva che
generare cattivi oratori, mossi da fini non onesti. Una società corrotta porta a un’oratoria
altrettanto corrotta: la degenerazione della società del suo tempo si rifletteva anche nella
decadenza della retorica.
Isocrate sosteneva che non potesse esistere retorica senza il supporto di giusti valori morali,
poiché la parola è un’arma che potrebbe finire nelle mani di persone sbagliate.
Catone il Censore diceva: “vir bonus dicesti feritus”, ma il concetto era già presente con
Isocrate, il quale per primo aveva sottolineato l’importanza della virtù nel discorso pubblico.
Dopo il dialogo, Encolpio vive numerose avventure con altri due giovani, Ascilto e Gitone.
Qui scopriamo un amore omosessuale e addirittura una triangolazione amorosa: parodia
dell’amore eterosessuale del romanzo greco. La fedeltà, elemento chiave del romanzo
greco, qui manca totalmente: Gitone passa da uno all’altro, nascono gelosie e piccole
vendette.
I tre incontrano la matrona Quartilla, che, fingendosi sacerdotessa del dio Priapo, tenta di
sedurli; poi sono invitati alla famosa Cena di Trimalchione, liberto arricchito che ostenta
ricchezza attraverso pietanze sfarzose, argenterie lavorate, ricche scenografie. Trimalchione
arriva in ritardo per farsi ammirare e sfoggia un abbigliamento eccessivamente lussuoso,
con anelli su ogni dito.
Il livello culturale dei convitati è basso: gli ex schiavi parlano con linguaggio quotidiano,
mentre Encolpio e Agamennone usano un registro elevato.
Durante la cena si discute di lupi mannari e di riti nei cimiteri; uno racconta di aver visto un
uomo trasformarsi in lupo. Trimalchione infine parla della morte e mette in scena un finto
funerale, facendo entrare una bara con uno scheletro: scena macabra e di cattivo gusto.
Sembra un offesa pure per il cistianesimo, nello specifico ai cristiani, facendo credere loro
che quel Gesù cristo da loro conosciuto era stato solo trafugato, quindi ci fu un vero e
proprio sbeffeggiamento della croce, legato allo spostamento dei cadaveri.
Gesù cristo fu fatto calare dal croce e i soldati facevano da guardia al sepolcro non alla
croce, invece qui il soldato fa da guardia alla croce.
Dopo il racconto il litigio continua, il padrone cade in mare e muore, la nave naufraga sulle
coste della Calabria, probabilmente a Crotone. I tre sopravvivono e scoprono che la città è
abitata da cacciatori di dote, che offrono massima ospitalità sperando in eredità future.
Essendo i tre senza un soldo, Eumolpo finge di essere un ricco possidente naufragato,
mentre Encolpio e Gitone fungono da servi-testimoni. Gli abitanti li ospitano generosamente,
ma a un certo punto sospettano la truffa. Eumolpo allora lascia un testamento in cui
promette i suoi beni agli ospiti solo se mangeranno il suo corpo una volta morto. Essi
accettano e, improvvisamente, Eumolpo scompare. Non sappiamo come proseguisse la
storia perché il XVI libro si interrompe qui.
Scopriamo così che i cacciatori di dote erano pronti a tutto pur di ottenere un’eredità.
I punti di contatto con il romanzo greco si ritrovano nel viaggio, perché anche questi
personaggi andranno incontro a varie avventure: prima Encolpio parla con il maestro di
retorica, poi si parla degli amanti amanti, poi della matrona, poi di Trimalchione e infine
prendono la nave.
“Il lupo mannaro” Pag. 854 - Durante una cena a casa di Trimalchione, un uomo chiamato
Nicerote racconta un episodio spaventoso successo quando era schiavo. Una notte di luna
piena stava andando dalla sua amante insieme a un soldato. Arrivati vicino a un cimitero, il
soldato si spoglia, fa un gesto strano attorno ai vestiti e all’improvviso si trasforma in un lupo.
Nicerote, terrorizzato, scappa dall’amante. Lì scopre che proprio quella notte un lupo ha
sbranato delle pecore, ma è stato ferito al collo. Il giorno dopo, tornando a casa, vede il
soldato a letto con una ferita al collo curata da un medico e capisce che il soldato e il lupo
sono la stessa persona: era un lupo mannaro.
Il racconto serve a spaventare e a mostrare che già nell’antichità si credeva ai lupi mannari,
usando elementi tipici delle storie horror: la luna piena, il cimitero, la trasformazione
improvvisa e la paura.
“Trimalchione entra in scena”: pag. 846 (preambolo) - Lì dove Petronio descrive una
realtà bassa e oscena, lo fa per prendere le distanze da essa. Anche se parla in termini
scurrili di questa realtà, la descrive in modo tale da far trapelare il suo disprezzo e il suo
distacco. Infatti, ancora una volta, da Seneca e Lucano in poi, dobbiamo cogliere una
condanna nei confronti di una realtà e di costumi ormai corrotti. Seneca scrive il De
beneficiis perché, se non è stato in grado di correggere l’imperatore, voleva almeno evitare
una degenerazione dei costumi e fare in modo che quei pochi che facevano benefici ad altri
ricevessero gratitudine.
Il liberto non era semplicemente il povero arricchito, ma anche l’ignorante che, grazie ai suoi
soldi, detiene un potere economico notevole pur senza istruzione: è proprio questo che,
secondo Petronio, ha causato la degenerazione dei costumi. Quando l’ignoranza va di pari
passo con la ricchezza, si va incontro a una degenerazione dei costumi, perché la ricchezza
viene investita nella maniera più dissoluta possibile.
Durante la cena, Trimalchione continua a stupire gli invitati con piatti elaborati e ingannevoli,
come la gallina di legno che contiene uova di pavone, le quali a loro volta racchiudono cibi
raffinati. Il cibo diventa così uno strumento di esibizione, più che di piacere.
In questo episodio Petronio mette in ridicolo il nuovo ricco, che possiede denaro ma non
gusto, cultura o misura, mostrando la decadenza morale e culturale della società romana.
“Il testamento di Trimalchione”: Pag. 852 - Il momento culminante della cena è la lettura
del testamento di Trimalchione. Egli proclama con enfasi la propria generosità verso gli
schiavi, che affrancherà alla sua morte, presentandosi come un padrone umano e benevolo.
Le sue parole sembrano richiamare l’idea stoica dell’uguaglianza tra gli uomini, ma in realtà
risultano retoriche e parodiche.
Subito dopo, Trimalchione descrive nei minimi dettagli il proprio monumento funebre,
enorme e sfarzoso, pieno di decorazioni, iscrizioni e simboli che dovranno celebrare la sua
grandezza anche dopo la morte. Vuole assicurarsi fama eterna e riconoscimento sociale,
compensando l’emarginazione subita in vita.
Detta l’epitaffio che vuole farsi scrivere dove mescola toni solenni e affermazioni ridicole,
come il vanto di non aver mai ascoltato filosofi, rivelando tutta la sua volgarità.
Un soldato, incaricato di sorvegliare dei crocifissi nelle vicinanze, scopre la donna e cerca di
consolarla. Prima la convince a mangiare e bere, poi, con l’aiuto dell’ancella, riesce anche a
sedurla. La matrona abbandona rapidamente il suo lutto e diventa amante del soldato.
Quando uno dei crocifissi scompare e il soldato rischia la condanna a morte, la donna
escogita una soluzione estrema: fa crocifiggere il cadavere del marito al posto di quello
rubato, salvando l’amante.
Addirittura, tra i primi generi a cui si pensava potesse appartenere il Satyricon, si riteneva
che potesse essere una fabula milesia, un racconto di origine orientale legato alla città di
Mileto, che è una città greca ma si affaccia sulle coste orientali. Oggi Mileto apparterebbe
alla Turchia, che fa appunto parte dell’Asia.
La caratteristica della fabula milesia era quella di raccontare storie piuttosto spinte, che si
soffermavano su particolari piuttosto squallidi, e la vicenda della matrona di Efeso riprende
proprio tali caratteristiche. Petronio, infatti, non prenderà in giro solo la fedeltà coniugale, ma
anche il tema della morte.
DINASTIA FLAVIA – All’età giulio-claudia subentrerà una nuova dinastia, la Flavia, che
vedrà al potere Vespasiano, Tito e Domiziano. Prima di tale dinastia ci sarà un anno di
anarchia militare nel 69 d.C.
Vespasiano non era originario di Roma e, quando verrà riconosciuto da tutti come
imperatore, dovrà risanare le casse dello Stato. Nerone, infatti, per assecondare i propri
capricci, affrontò spese molto costose, arrivando a svuotare le casse statali. Per attirare il
consenso del popolo era solito organizzare feste, opere pubbliche e giochi di gladiatori,
spendendo tutto ciò che era contenuto nelle casse dello Stato.
Nel momento in cui si instaura una nuova dinastia e sale al potere un uomo completamente
diverso dal predecessore, sappiamo che nei confronti di Nerone, dopo la sua morte, nacque
la damnatio memoriae, ovvero il disprezzo del ricordo. Si provò un tale disprezzo nei suoi
confronti da cercare di cancellare tutto ciò che lo ricordava: vennero eliminate tutte le opere
pubbliche che aveva fatto costruire, a cominciare dalla Domus Aurea, che si tentò di far
scomparire costruendoci sopra, motivo per cui oggi appare scavata e sotterranea.
Vespasiano, dopo questa politica, volle ripagare i sudditi per l’obbedienza dimostrata al
regime di austerità da lui imposto, costruendo un nuovo anfiteatro affinché potessero
svolgersi quei giochi pubblici ai quali, fino a quel momento, i sudditi non avevano potuto
assistere. Si tratta del famoso Anfiteatro Flavio, che diventerà il Colosseo, la cui costruzione
si concluse in realtà nell’80/81 sotto Tito.
Questo edificio prese il nome di Colosseo perché, volendo cancellare tutto ciò che era
appartenuto a Nerone, si abbatté la gigantesca statua che lo ritraeva, il famoso Colosso,
raffigurato con una raggiera dietro la testa, come il dio Sole. Al suo posto si costruì il nuovo
anfiteatro e, per richiamare le dimensioni imponenti del Colosso, l’edificio venne realizzato
con proporzioni gigantesche, tanto che ancora oggi rappresenta il più grande al mondo.
Anche in questo i Romani presero spunto dai Greci: il teatro greco è semicircolare,
dall’orchestra fino alla cavea; i Romani, caratterizzati da una certa mania di grandezza,
costruirono invece un edificio che fosse il doppio del teatro greco.
L’anfiteatro, infatti, è formato da due teatri uniti insieme, con una forma ellittica.
All’interno del Colosseo avvenivano combattimenti, giochi con le belve, corse dei carri e
anche le naumachie. Vi erano animali come tigri provenienti dai paesi asiatici. La naumachia
consisteva nel collocare teli impermeabili che impedivano all’acqua di filtrare, permettendo
così lo svolgimento di battaglie navali. Avvenivano anche esecuzioni capitali contro i
cristiani: quei giochi che i gladiatori facevano con le belve venivano svolti anche contro
cristiani privi di armi, spesso legati a un palo e lasciati in pasto agli animali feroci. Dovevano
scappare finché potevano, e l’esecuzione dei cristiani divenne una sorta di spettacolo.
Negli anni difficili per Roma, come durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., che colpì
Pompei ed Ercolano, Tito si attivò per inviare il maggior numero possibile di aiuti alle città
colpite. Durante il suo governo vi fu anche lo scoppio della peste a Roma, e anche in questa
occasione egli fornì aiuti di ogni tipo ai sudditi, non solo ai cittadini romani.
Con Tito terminò anche la guerra giudaica, iniziata sotto Vespasiano, che si concluse con la
distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. I Giudei, fin dalla sottomissione, erano
un popolo che non tollerava la dominazione romana, anche perché Gesù Cristo non venne
riconosciuto come Messia. Con la caduta del Tempio la guerra giunse al termine e iniziò la
famosa diaspora degli Ebrei, che abbandonarono la Giudea; questa diaspora terminerà con
la nascita dello Stato di Israele nel 1948.
QUINTILIANO - Visse durante l’impero dei Flavi, sotto Vespasiano, Tito e Domiziano, e
Quintiliano nacque a Calagurris (attuale Calahorra), tra il 30 e il 40 d.C.. Era spagnolo, come
Seneca e Lucano, e giovanissimo si dedicò agli studi giuridici e svolse l’attività di avvocato
per più di vent’anni.
L’oratoria avrebbe potuto essere la migliore possibile solo se vi fosse stata libertà di
espressione. È strano che questa scuola fosse stata aperta e pensata da un imperatore
accentrato nei poteri: l’oratoria era ormai qualcosa di gestito dallo Stato, quindi lo Stato
indirettamente si appropriava dell’ultima forma di libertà di parola rimasta ai cittadini romani,
che si servivano dell’oratoria per parlare liberamente.
Quintiliano divenne maestro di retorica e, quando andò in pensione, scrisse due opere: De
causis corruptae eloquentiae, di cui conosciamo solo il titolo, e la più importante, Institutio
oratoria, che rappresenta un vero e proprio manuale di retorica, un’opera che insegna come
si possa diventare buoni oratori.
Quest’opera venne scritta tra il 90 e il 96 d.C. e fu terminata poco prima della sua morte,
avvenuta nel 96 d.C.. È un’opera composta da 12 libri e, analizzandone il contenuto, si
capisce che non è solo un manuale di retorica, ma anche altro.
Decise di scrivere quest’opera perché, quando non era ancora andato in pensione,
circolavano tra gli alunni i suoi appunti e, per paura che potessero essere modificati, decise
di scrivere un’opera che fosse ufficiale e certificata.
Quando decide di scrivere quest’opera, vuole spiegare come diventare oratori perfetti. Dice
che è necessario che l’educazione di un giovane inizi fin da piccolissimo e nei primi due libri
affronta il discorso dell’istruzione da somministrare a partire dai tre anni. I primi due libri
sono quindi una vera e propria opera di pedagogia, la prima della storia, che spiega qual è il
modo migliore di insegnare.
Dice che, da piccolissimo, il bambino, ancor prima di imparare a scrivere, è opportuno che
abbia una balia di origine greca, perché il latino lo avrebbe imparato dagli educatori, mentre
il greco dalla balia. Quintiliano riconosceva infatti la grandezza degli oratori greci, quindi i
bambini dovevano imparare subito la lingua greca, così che, una volta raggiunti i sedici anni,
non avrebbero avuto difficoltà a leggere quei testi. Inoltre, sapeva che quando si è piccoli si
apprende più facilmente e che un bambino può imparare entrambe le lingue.
Dai tre anni il bambino inizia ad avere i primi approcci con lo studio, imparando a leggere e
scrivere, e si pone il problema di come permettere al bambino di avvicinarsi allo studio nel
modo migliore. Affinché fin da subito il bambino ami lo studio e non lo consideri una
costrizione, Quintiliano propone di presentarlo come qualcosa di interessante, servendosi
del gioco.
Con il passare del tempo lo studio diventa più complesso, ma con il giusto approccio non se
ne sentirà il peso. Quintiliano affronta anche un altro tema: al suo tempo, anche nei confronti
dei bambini, si ricorreva spesso alle punizioni corporali, e il maestro era autorizzato a usarle,
solitamente colpendo con le verghe. Quintiliano sosteneva che picchiando il bambino si
otteneva l’effetto opposto, perché non solo non avrebbe imparato dall’errore, ma avrebbe
sviluppato un odio per lo studio.
Nel secondo libro si parla del passaggio dalla scuola di grammatica a quella di retorica e
dell’oratore ideale.
Dal terzo libro, partendo dall’orazione in sé, Quintiliano parla delle fasi dell’orazione:
inventio, dispositio, elocutio, memoria e actio.
L’inventio era la fase in cui si raccoglievano le informazioni sulla causa; la dispositio era la
fase in cui le informazioni venivano organizzate; l’elocutio era la formulazione stilistica
dell’orazione; la memoria era fondamentale per ricordare lunghi testi; l’actio riguardava l’uso
del corpo, dei gesti e della voce durante l’esposizione. Il bravo oratore doveva saper
accompagnare le parole con il linguaggio del corpo, perché si comunica anche attraverso i
gesti.
Dal terzo al nono libro si discutono le varie fasi dell’orazione e vengono ripresi i tre compiti
dell’oratoria: docere, movere e delectare. L’orazione doveva informare, commuovere e
interessare, perché un discorso noioso non avrebbe potuto emozionare.
Il decimo libro è quasi un libro a parte ed è il primo esempio di critica letteraria latina.
Quintiliano passa in rassegna tutti i generi letterari, partendo dagli autori greci, come Omero,
Demostene, fino ad arrivare agli autori latini come Virgilio, esprimendo giudizi critici sui vari
scrittori. Parla di questi generi perché ogni genere letterario concorreva a formare il buon
oratore.
Quando tratta dell’oratoria, arriva fino a Cicerone, che considera il modello perfetto. Lo stile
ciceroniano, basato sull’ipotassi, non fu mai superato. Dopo Cicerone, Quintiliano giudica
negativamente gli oratori successivi e critica in particolare Seneca, accusandolo di uno stile
corrotto e paratattico, sostenendo che fosse proprio il suo stile a contribuire alla decadenza
dell’eloquenza. E cicerone si serviva della concinnitas che rendeva i suoi testi ancora più
eleganti, e rappresentava la simmetria e l’eleganza.
Nel dodicesimo libro riprende la definizione di Catone il Censore (vir bonus dicendi peritus)
però sia Catone che cicerone interpretavano tale massima come per dire che l’uomo in
primis doveva essere bravo ed onesto, vista la corruzione di quell’epoca. Mentre Quintiliano
affronta il rapporto tra l’oratore e l’imperatore. Il vir bonus è un uomo dai buoni valori, che
deve adattarsi al potere: le virtù dell’oratore devono rispecchiare i valori dell’Impero. Per
Quintiliano l’uomo di cultura non deve opporsi all’imperatore.
Infine affronta il tema della decadenza dell’eloquenza, attribuendone la colpa alle scuole di
retorica del suo tempo, che facevano esercitare gli allievi su temi troppo fittizi e lontani dalla
realtà.
Ma si avvicinò così tanto al Vesuvio che finì per morire, secondo alcuni per asfissia, per altri
semplicemente per collasso cardiaco o apoplessia (attualità Crans-Montana). Plinio il
Giovane nella lettera descriverà proprio il fenomeno dell’eruzione, che viene descritto come
potrebbe essere descritta una bomba atomica (storia della Seconda guerra mondiale).
Una volta sceso sulla Terra si sofferma a parlare di tutti gli esseri viventi che popolano il
pianeta: la vegetazione, la fauna e soprattutto, inevitabilmente, anche dell’uomo.
Cosmologia, Uccelli = ornitologia; per la flora = botanica; per gli animali = zoologia; e poi,
quando parla dell’uomo, lo analizza in tutti i suoi aspetti = anatomia. Analizza anche le varie
malattie che possono colpire l’uomo e le erbe medicinali per poterlo curare. Poi si sofferma a
parlare anche di ciò che succede sotto terra: parla dei minerali che non compaiono alla luce
ma che esistono nelle caverne, nelle viscere delle caverne = mineralogia.
In passato il metodo scientifico utilizzato era opposto a quello di Galilei: infatti si parla di
metodo scientifico aristotelico. Questo metodo procedeva dall’universale al particolare,
partendo da principi generali per arrivare ai singoli casi.
Un esempio è Plinio il Vecchio, che nella sua opera parte dall’universo e dal cosmo, per poi
soffermarsi sulla Terra, sull’atmosfera e infine sulla mineralogia.
Plinio tratta inoltre in modo enciclopedico tutte le piante, tutte le specie animali e tutti i
caratteri dell’uomo, arrivando a descrivere persino gli organi, l’apparato escretore e le
diverse malattie che colpiscono gli esseri umani.
Ricorre a perifrasi e locuzioni, risultando a volte anche poco chiaro, e passa alla storia per
essere stato colui che scrisse peggio di tutti, quando in realtà risultava poco chiaro nel suo
dissertare perché, non avendo i termini adatti per poter definire nella maniera più semplice
possibile un evento, ricorreva a parole difficili e locuzioni, poiché non trovava il termine
giusto per spiegare un determinato fenomeno.
Tra tutte queste discipline che a mano a mano analizza, si occupa anche dell’astrologia, si
occupa delle stelle.
Quest’opera attesta il suo grande amore per la natura e per le scienze: quando analizza i
fenomeni naturali, si ritrova a riportare una serie di nozioni e informazioni e rappresenta un
informatore scientifico, dando una serie di nozioni in relazione ai fenomeni naturali, così da
informare, senza fare ricerca scientifica, poiché era pur sempre un letterato. Questo ci parla
di informazioni a noi sconosciute, poiché non ci sono pervenute.
Quindi questo non è uno scienziato: tende a riferire informazioni da lui apprese. Rispetto al
rapporto con la natura, ci fa capire purtroppo la conclusione a cui è giunto riguardo al
rapporto tra uomo e natura e dice che gli uomini del suo tempo avevano perso il contatto e il
rispetto nei confronti della natura. Quindi già un uomo del I secolo è capace di sviluppare
tale pensiero, il primo che denuncia il suo simile, poiché l’uomo maltratta la natura.
Rispetto ai metalli dice che l’uomo, per appropriarsi dell’oro e dell’argento, sventra le
montagne e Plinio il Vecchio denunciava proprio il fatto che non si può rovinare la natura per
un metallo prezioso. Diceva che, se la natura nasconde tali preziosità e non le fa emergere
alla luce del sole, probabilmente un motivo c’era.
La natura cela dentro di sé dei veleni letali per l’uomo, ma soprattutto l’uomo stesso è il
creatore degli stessi veleni a lui nocivi. Parlava già di tossicità ai suoi tempi, quella che noi
chiamiamo inquinamento atmosferico.
L’uomo era antiprogressista e vedeva questo come una minaccia per la natura.
Pagina (878): ci troviamo proprio agli antipodi rispetto a Leopardi, dal momento che qui si
parla di una natura dal carattere benigno.
Le notizie sulla vita di Marco Valerio Marziale si ricavano quasi tutte dalla sua opera. Nacque
a Bilbilis, nella Spagna Tarragonese, intorno al 40 d.C. Verso il 64 si trasferì a Roma, dove
visse esercitando l’attività poetica e cercando la protezione e il sostegno economico di
patroni e mecenati. Nella sua opera si presenta più volte nella condizione di cliens (Le
parole della civiltà latina, p. 924), del resto normale per un letterato di posizione sociale non
elevata.
La composizione del Liber de spectaculis - I testi più antichi che di lui ci rimangono
risalgono all’80 d.C., quando pubblicò una raccolta di epigrammi (indicata dai moderni come
Liber de spectaculis o Liber spectaculorum) per l’inaugurazione dell’Anfiteatro Flavio, cioè
del Colosseo.
La vecchiaia a Bilbilis - Nel 98 il poeta lasciò definitivamente Roma per tornare in Spagna
con l’aiuto di Plinio il Giovane, che gli fornì il denaro necessario per il viaggio. Nella natia
Bilbilis una ricca signora, Marcella, gli fece dono di una casa e di un podere: lì egli visse i
suoi ultimi anni, finalmente al riparo dalle preoccupazioni e dai disagi della vita cittadina, pur
provando nostalgia per Roma, come confessa a un amico nell’epistola dedicatoria del libro
XII. A Bilbilis morì tra il 102 e il 104 d.C.
La cronologia degli epigrammi - L’opera di Marziale comprende complessivamente
quindici libri, composti secondo quest’ordine cronologico:
● 84-85 d.C.: Xenia e Apophorēta (pubblicati poi come libri XIII e XIV degli
Epigrammata);
Con Marziale si parlerà di letteratura scoptica: si parla di un insieme di opere che hanno
come funzione quella di essere scritti scoptici. È un tipo di letteratura e non un genere
letterario; si parla di un tipo di letteratura diverso, che si serve dell’epigramma, non del metro
della satira. La letteratura scoptica si serve di metri vari, non ce n’è uno prefissato. Questa
letteratura comprende scritti che tendono a colpire, con un senso molto ironico e, delle volte,
anche autoironico; nascono per colpire, senza per forza arrivare a offendere. Si parla di una
letteratura invettiva tipica di giambografi come Ipponatte, Archiloco, Simonide. La differenza
tra questi e Marziale sta nel fatto che quest’ultimo, per certi aspetti, riesce con l’ironia a fare
in modo che l’invettiva sembri più elegante che volgare, anche se in più scritti cade in
un’eccessiva volgarità. Questo sembra più vicino a un Ipponatte che ad un Archiloco.
La particolarità dei suoi epigrammi è sicuramente il fulmen in clausula, la frase finale con cui
concludeva i suoi epigrammi: questo tocco originale li inizia come delle normali poesie per
poi far capire che l’argomento di cui ha parlato è stato trattato solamente per riderci sopra,
per prendere in giro. In un epigramma prende in giro un uomo molto ricco ma che veniva
tradito: dice che questo si vantava delle tante ricchezze che aveva e che tutto era suo,
voltando gli occhi su ogni campo che vedeva, e termina dicendo che tutto era suo tranne
sua moglie, che era di tutti. Oppure un altro epigramma era famoso, in cui parla di un tale
che inizialmente faceva il becchino e poi divenne medico, e dice che tra i due nulla
cambiava, dal momento che entrambi avevano a che fare con gente morta, dato che il
medico li uccideva.
Ci sono epigrammi in cui parla male della professione dei medici. Al tempo di Marziale, sotto
i Flavi, i medici erano particolarmente temuti, e la medicina nacque sotto Ippocrate; dato che
a Roma i medici erano solo greci, tra i Romani nacque la paura che i medici, anziché curare
la salute dei Romani, si prestassero a ucciderli. Perché ricorrere agli epigrammi? Per la loro
brevità: colpivano in modo deciso, diretto e immediato, ed erano più efficaci.