La Vita Di San Benedetto
La Vita Di San Benedetto
Testo integrale
Traduzione del testo latino in Patrologia Latina, LXVI, 125 ss. a cura dei PP.
Benedettini di Subiaco.
Pubblicato nella collana "Spiritualità nei secoli" di Città Nuova Editrice - 2000.
Indice
1. Il primo miracolo
2. Tentazione e vittoria
8. Il pane avvelenato
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14. La simulazione del re Totila
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38. La pazza risanata nello Speco
Se l'avesse voluto avrebbe potuto largamente godere gli svaghi del mondo,
ma egli li disprezzò come fiori seccati e svaniti.
Era nato da nobile famiglia nella regione di Norcia. Pensarono di farlo studiare
e lo mandarono a Roma dove era più facile attendere agli studi letterari. Lo
attendeva però una grande delusione: non vi trovò altro, purtroppo, che giovani
sbandati, rovinati per le strade del vizio.
Era ancora in tempo. Aveva appena posto un piede sulla soglia del mondo: lo
ritrasse immediatamente indietro. Aveva capito che anche una parte di quella
scienza mondana sarebbe stata sufficiente a precipitarlo intero negli abissi.
Abbandonò quindi con disprezzo gli studi, abbandonò la casa e i beni paterni
e partì, alla ricerca di un abito che lo designasse consacrato al Signore. Gli ardeva
nel cuore un'unica ansia: quella di piacere soltanto a Lui. Si allontanò quindi così:
aveva scelto consapevolmente di essere incolto, ma aveva imparato
sapientemente la scienza di Dio.
Certamente io non posso conoscere tutti i fatti della sua vita. Quel poco che
sto per narrare, l'ho saputo dalla relazione di quattro suoi discepoli: il
reverendissimo Costantino, suo successore nel governo del monastero;
Valentiniano, che fu per molti anni superiore del monastero presso il Laterano;
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Simplicio, che per terzo governò la sua comunità; e infine Onorato, che ancora
dirige il monastero in cui egli abitò nel primo periodo di vita religiosa.
1. Il primo miracolo
Giunti alla località chiamata Enfide, quasi costretti dalla carità di molte
generose persone, dovettero interrompere il viaggio; presero così dimora presso
la chiesa di S. Pietro.
La cosa però fu risaputa da tutto il paese e suscitò tanta ammirazione che gli
abitanti vollero sospendere il vaglio all'ingresso della chiesa: doveva far
conoscere ai presenti e ai posteri con quanto grado di grazia Benedetto, ancor
giovane, aveva incominciato il cammino della perfezione.
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Il vaglio restò lì per molti anni, a vista di tutti, e fino al tempo recente dei
Longobardi, è rimasto appeso sopra la porta della chiesa.
Benedetto però non amava affatto le lodi del mondo: bramava piuttosto
sottoporsi a disagi e fatiche per amore di Dio, che non farsi grande negli onori di
questa vita. Proprio per questo prese la decisione di abbandonare anche la sua
nutrice e nascostamente fuggì. Si diresse verso una località solitaria e deserta
chiamata Subiaco, distante da Roma circa 40 miglia, località ricca di fresche e
abbondantissime acque, che prima si raccolgono in un ampio lago e poi si
trasformano in fiume.
Conosciuta la sua risoluzione, gli offrì volentieri il suo aiuto. Lo rivestì quindi
dell'abito santo, segno della consacrazione a Dio, lo fornì del poco necessario
secondo le sue possibilità e gli rinnovò la promessa di non dire il segreto a
nessuno.
Dal monastero di Romano però non era possibile camminare fino allo speco,
perché sopra di questo si stagliava un'altissima rupe. Romano quindi dall'alto di
questa rupe, calava abilmente il pane con una lunghissima fune, a cui aveva
agganciato un campanello: l'uomo di Dio sentiva, usciva fuori e lo prendeva.
Il bene però non piace mai allo spirito maligno: sentiva rabbia della carità
dell'uno e della refezione dell'altro. Un giorno, osservando che veniva calato il
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pane, scagliò un sasso e ruppe il campanello. Romano però continuò lo stesso,
come meglio poteva, a prestare questo generoso servizio.
Dio però, che tutto dispone, volle che Romano sospendesse la sua laboriosa
carità e più ancora volle che la vita di Benedetto diventasse luminoso modello agli
uomini: questa splendente lucerna, posta sopra il candelabro, doveva ormai
irradiare la sua luce a tutti quelli che sono nella casa di Dio.
"Ora - disse poi il sacerdote - prendiamo anche un po' di cibo, perché oggi è
Pasqua". "Oh, sì, - rispose Benedetto - oggi è proprio Pasqua per me, perché ho
avuto la grazia di vedere te". Così lontano dagli uomini il servo di Dio ignorava
persino che quel giorno fosse la solennità di Pasqua.
E così, con la lode di Dio sulle labbra, desinarono. Finita poi la refezione e
scambiata qualche altra buona parola, il sacerdote fece ritorno alla sua chiesa.
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Poco tempo dopo anche alcuni pastori scoprirono Benedetto nascosto dentro
lo speco. Avendolo intravisto in mezzo alla boscaglia, coperto com'era di pelli,
credettero sulle prime che si trattasse di una bestia selvatica. Ma riconosciutolo
poi come un vero servo di Dio, molti di essi, che veramente eran pari alle bestie,
mutati dalla grazia, si diedero a santa vita.
In seguito a questi fatti la fama di lui si diffuse in tutti i paesi vicini. E le visite
sempre più diventarono frequenti: gli portavano cibi per sostenere il suo corpo e
ripartivano col cuore ripieno di sante parole, alimento di vita per l'anima loro.
2. Tentazione e vittoria
Un giorno mentre era solo, ecco presentarsi il tentatore. Era sotto forma di un
uccello piccolo e nero, un merlo; svolazzava intorno al suo corpo e insistente e
importuno gli sbatteva le ali sul viso, tanto che se l'avesse voluto l'avrebbe potuto
afferrar colle mani. Fece un segno di croce e l'uccello si allontanò.
Si rotolò a lungo là in mezzo e quando ne uscì era lacerato per tutto il corpo;
ma con gli strappi della pelle aveva scacciato dal cuore la ferita dell'anima, al
piacere aveva sostituito il dolore; quel bruciore esterno imposto volutamente per
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pena, aveva estinto la fiamma che ardeva all'interno, e così, mutando l'incendio,
aveva vinto l'insidia del peccato.
Dopo ciò, molti abbandonando la vanità del mondo, accorrevano gioiosi sotto
la sua disciplina e giustamente, libero ormai dall'insidia della tentazione, egli
poteva farsi per gli altri maestro di sante virtù. Del resto anche Mosé aveva avuto
da Dio questo comando: che i leviti dai venticinque anni in su prestino i servizi nel
tempio e dopo i cinquanta diventino custodi dei vasi sacri dell'altare.
Pietro: non capisco bene il significato del passo che hai ricordato: vorrei che
me lo spiegassi un po' meglio.
Gli eletti quindi, finché sono ancora nel periodo delle tentazioni, è meglio che
stiano in sott'ordine, che prestino i servizi e si affatichino nell'obbedienza e nel
lavoro; quando poi nell'età più matura il calore della tentazione scompare, allora
essi diventano custodi dei vasi sacri, diventano cioè guide e maestri delle anime.
Si resero conto che sotto la sua direzione le cose illecite non erano
assolutamente permesse e d'altra parte le inveterate abitudini non se la sentivano
davvero di abbandonarle: è tanto difficile voler impegnare per forza a nuovi sistemi
anime di incallita mentalità!
E cosa purtroppo notoria che chi si comporta male trova sempre fastidio nella
vita dei buoni; e così quei malvagi si accordarono di cercar qualche mezzo per
togliergli addirittura la vita. Ci furono vari pareri e infine decisero di mescolare
veleno nel vino, e a mensa, secondo una loro usanza, presentarono all'abate per
la benedizione il recipiente di vetro che conteneva la mortale bevanda.
Il recipiente era sorretto in mano ad una certa distanza: il santo segno ridusse
in frantumi quel vaso di morte, come se al posto di una benedizione vi fosse stata
scagliata una pietra. Comprese subito l'uomo di Dio che quel vaso non poteva
contenere che una bevanda di morte, perché non aveva potuto resistere al segno
che dona la vita.
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Si alzò sull'istante, senza alterare minimamente la mitezza del volto e la
tranquillità della mente, fece radunare i fratelli e disse semplicemente così: "Io
chiedo al Signore che voglia perdonarvi, fratelli cari: ma come mai vi è venuto in
mente di macchinare questa trama contro di me? Vi avevo detto che i nostri
costumi non si potevano accordare: vedete se è vero? Adesso dunque basta così;
cercatevi pure un superiore che stia bene con la vostra mentalità, perché io, dopo
questo fatto, non me la sento più di rimanere con voi".
E se ne tornò alla grotta solitaria che tanto amava, ed abitava lì, solo solo con
se stesso, sotto gli occhi di Colui che dall'alto vede ogni cosa.
Pietro: non capisco bene l'espressione che hai detto: "abitava solo solo con
se stesso".
Gregorio: ti spiego meglio. Se il santo uomo avesse voluto tenere per forza
lungo tempo sotto il suo governo quei monaci che erano unanimi contro di lui ed
avevano abitudini tanto diverse dalle sue, forse sarebbe stato spinto a sospendere
la sua austerità e a perdere la sua costante tranquillità, distogliendo l'occhio della
mente dalla radiosa contemplazione. Forse, esaurito dalle quotidiane riprensioni
e castighi che era necessario dare, avrebbe atteso con minore slancio al suo
perfezionamento, e forse avrebbe finito col perdere di vista la propria anima,
senza riuscire a guadagnare quella degli altri.
Certo, ogni volta che siamo fuori di noi stessi a causa di ansiose
preoccupazioni, siamo con noi e non siamo con noi, perché non vedendo più bene
noi stessi, ci andiamo svagando in altre vanità.
Si può dire, per esempio, che era in se stesso quel tale che emigrò in lontana
regione, sciupò l'eredità ricevuta, si mise a servizio di un cittadino, fu relegato a
pascere porci e mentre questi mangiavano le ghiande, lui disgraziato soffriva di
fame? In seguito, però, quando lo invase il ricordo dei beni perduti, di lui è scritto
così: "Tornato in sé, disse: quanti mercenari in casa di mio padre abbondano di
pane!". Vuol dire che prima era uscito da sé, altrimenti da dove avrebbe fatto
ritorno a sé?
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Mi è piaciuto dunque, parlando di questo venerabile uomo, usare l'espressione
"abitò con se stesso", perché sempre vigilante nel custodirsi, sempre sotto gli
occhi del Creatore, esaminando e considerando unicamente se stesso, non
divagò mai fuori di sé l'occhio dell'anima sua.
Pietro: e allora come si spiega quello che è scritto di Pietro Apostolo che,
liberato dal carcere, "tornò in sé e disse: ora capisco che il Signore ha mandato il
suo angelo e mi ha salvato dalle mani di Erode e di tutta la gente giudaica che era
in attesa"?
Gregorio: Caro Pietro, in due maniere noi possiamo uscire da noi stessi: o
precipitando sotto di noi per il peccato di pensiero o innalzandoci al di sopra di noi
per la grazia della contemplazione. Colui, per esempio, che invidiò i porci, cadde
al di sotto di sé, a causa della sua mente svagata ed immonda. Pietro invece che
dall'angelo fu sciolto dalle catene, e fu rapito nell'estasi, anche lui, certo, uscì da
se stesso, ma fu innalzato al di sopra di sé. Ambedue poi ritornarono in se stessi,
l'uno quando dalla sua condotta colpevole riprese padronanza del suo cuore,
l'altro quando dalla sublimità della contemplazione riacquistò la comune
coscienza come l'aveva prima.
E' dunque esatto dire che il venerabile Benedetto in quella solitudine abitò con
se stesso, perché tenne in custodia se stesso entro i limiti della propria coscienza.
Quando invece lo slancio della contemplazione lo rapì in alto, allora certamente
lasciò se stesso, ma al di sotto di sé.
Pietro: è proprio interessante quello che dici. Ora però vorrei forti un'altra
domanda. Vorrei che mi dicessi se ha fatto bene a lasciare i fratelli, dopo aver
accettato di governarli.
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si fa per i cattivi, specialmente poi se vi siano a portata vicina altre attività che
giovino maggiormente alla gloria di Dio.
Su chi sarebbe rimasto a vigilare il santo, quando vedeva che tutti senza
eccezione eran d'accordo a perseguitarlo? E poi dobbiamo anche tener presente
questo: che spesso i santi, quando si accorgono che ove sono lavorano
inutilmente, maturano nell'anima la deliberazione di andarsene altrove, in luogo
più fecondo alle fatiche dell'apostolato. Persino Paolo, quel nobilissimo
predicatore che bramò di morire per vivere con Cristo, per il quale la vita era Cristo
e la morte un guadagno, il quale non solo bramò la sofferenza e la lotta per sé,
ma ne infervorò anche gli altri, ebbene anche lui, perseguitato in Damasco, per
poter evadere dalle mura cercò una fune e una sporta e di nascosto volle esser
calato fuori. Avremmo il coraggio di sostenere che Paolo abbia avuto paura della
morte, mentre lo sentiamo affermare di desiderarla per amore di Cristo?
Certamente no. Fu invece così, che, prevedendo in quel luogo ben poco frutto con
grandi fatiche, volle conservare la vita per altro luogo con fatiche più fruttuose.
Quel forte campione di Dio sdegnò rimanere chiuso di dentro le mura e andò in
cerca del campo di battaglia all'aperto.
Pietro: vedo bene che è proprio così come dici: hai fatto dei ragionamenti molto
logici e li hai anche convalidati con appropriata testimonianza biblica.
Adesso allora riprendiamo, ti prego, il racconto della vita di così grande Padre.
In uno di quei monasteri che aveva costruito nei dintorni c'era un monaco che
non era mai capace di stare alla preghiera: tutte le volte che i fratelli si radunavano
per fare orazione quello prendeva la via dell'uscita e con la mente svagata si
occupava in faccenduole materiali di nessuna importanza. Il suo abate l'aveva già
richiamato diverse volte: alla fine lo condusse dall'uomo di Dio, il quale pure lo
rimproverò assai aspramente di tanta leggerezza. Ritornò al monastero, ma
l'ammonizione fece presa su di lui a mala pena per un paio di giorni; il terzo giorno,
ritornato alle vecchie abitudini, ripigliò nuovamente a gironzolare durante il tempo
della preghiera. L'abate riferì nuovamente la cosa al servo di Dio. Questi rispose:
"Adesso vengo, e ci penserò io stesso a mettergli giudizio".
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vada dietro". Dopo due giorni di preghiera il monaco Mauro lo vide, Pompeiano
invece non vide niente.
Da quel giorno in poi non fu mai più influenzato dalla suggestione del piccolo
negro, ma perseverò fermo e raccolto nell'orazione. E l'antico nemico non osò più
influenzare sul suo pensiero, come se quelle frustate le avesse subite
personalmente lui.
Tra i monasteri che aveva costruiti ce n'erano tre situati in alto tra le rupi dei
monti e per i poveri fratelli era molto faticoso dover discendere tutti i giorni al lago
per attingere l'acqua; tanto più che essendo il fianco della montagna tagliato a
precipizio, C'era da aspettarsi prima o dopo qualche grave pericolo per chi
discendeva. Si misero dunque d'accordo i monaci dei tre monasteri e si
presentarono al servo di Dio. "Noi - dissero - dobbiamo scendere tutti i giorni fino
al lago per prender l'acqua e questo lavoro sta diventando un po' troppo
difficoltoso: noi saremmo del parere che i nostri tre monasteri siano trasferiti
altrove". Egli li consolò con dolcezza e con un sorriso li congedò.
Nella stessa notte, preso con sé quel piccolo Placido, di cui ho già parlato più
sopra, salì su quei rapidi monti, e si fermò lungamente a pregare.
Terminata la preghiera collocò in quel punto tre pietre, come segno e senza
che nessuno si accorgesse di nulla, fece ritorno al suo monastero.
In uno dei giorni seguenti i monaci tornarono da lui per sentire cosa avesse
deciso sulla necessità dell'acqua. Rispose: "Andate qua sopra, su questi monti, e
dove troverete tre pietre poste una sull'altra, lì scavate un poco. A Dio Onnipotente
non manca la possibilità di far scaturire acqua anche sulla cima di questa
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montagna, degnandosi di liberarvi dalla fatica di un viaggio tanto pericoloso.
Andate".
Partirono e trovarono la rupe del monte che Benedetto aveva descritta: era già
tutta trasudante acqua. Vi scavarono una buca che subito rigurgitò di acqua e
questa scaturì così abbondante che fino ad oggi copiosamente scorre lungo le
pendici, scendendo fino alla valle.
Un giorno il santo gli fece dare un arnese di ferro che per la somiglianza ad
una falce viene chiamato falcastro, perché liberasse dai rovi un pezzo di terra che
intendeva poi coltivare ad orto. Il terreno che il Goto si accinse immediatamente a
sgomberare si stendeva proprio sopra la ripa del lago. Quello lavorava
vigorosamente, tagliando con tutte le forze cespugli densissimi di rovi, quando ad
un tratto il ferro sfuggì via dal manico e andò a piombare nel lago, proprio in un
punto dove l'acqua era così profonda da non lasciare alcuna speranza di poterlo
ripescare.
Tutto tremante per la perdita dell'utensile, il Goto corse dal monaco Mauro, gli
rivelò il danno che aveva fatto e chiese di essere punito per questa colpa. Mauro
ebbe premura di far conoscere l'incidente al servo di Dio e Benedetto si recò
immediatamente sul posto, tolse dalle mani del Goto il manico e lo immerse nelle
acque. Sull'istante il ferro dal profondo del lago ritornò a galla e da se stesso si
andò ad innestare nel manico. Rimise quindi lo strumento nelle mani del Goto,
dicendogli: "Ecco qui, seguita pure il tuo lavoro e stattene contento!".
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7. Mauro cammina sull'acqua
Avvenne allora un prodigio meraviglioso, che dopo Pietro apostolo non era
successo mai più. Chiesta e ricevuta la benedizione, Mauro si precipitò volando
ad eseguire il comando che il Padre gli aveva espresso e convinto di camminare
ancora sulla terra, corse sulle acque fin là dove si trovava il fanciullo, trascinato
dall'onda, lo acciuffò pei capelli e poi, a corsa veloce, ritornò indietro. Non appena
toccata terra, rientrato in sé, si volse, vide e capi di aver camminato sull'acqua.
Sbalordito di aver fatto una cosa che non avrebbe mai presunto di poter fare, fu
preso da spavento e si affrettò a raccontare ogni cosa al Padre. Benedetto attribuì
subito il prodigio alla pronta obbedienza di lui, Mauro invece insisteva che tutto
era potuto accadere soltanto per il comando di lui, e che egli non era affatto
responsabile di quel miracolo in cui era stato protagonista senza neanche
accorgersi. In questa amichevole gara di umiltà si frappose arbitro il fanciullo che
era stato salvato: "Mentre venivo salvato dall'acqua - disse - io vedevo sopra il
mio capo il mantello dell'abate e sentivo che era proprio lui stesso che mi tirava
fuori".
Pietro: sono veramente meraviglioso í fatti che racconti e son sicuro che
gioveranno all'edificazione di tanti. Io per conto mio più sorbisco i miracoli di
questo uomo tanto buono e più me ne cresce la sete.
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8. Il pane avvelenato
In tutte le zone circostanti alla dimora del Santo si era andato sviluppando un
grande fervore religioso verso il Signore Gesù Cristo, nostro Dio; e molti
abbandonavano la vita del secolo per curvare la superbia del cuore sotto il giogo
leggero del Redentore.
Purtroppo però c'è stato sempre il tristo costume dei cattivi di urtarsi della virtù
che altri hanno e che essi non si curano minimamente di avere.
Per questo si rodeva sempre più per l'invidia e diventava ognor più cattivo,
anche perché avrebbe voluto anche lui le lodi per una condotta lodevole, senza
però vivere una vita lodevole.
L'uomo di Dio lo accettò con vivi ringraziamenti, ma non gli rimase nascosta
la pestifera insidia che il pane celava.
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Venne anche quel giorno; e l'uomo di Dio gli gettò innanzi il pane che aveva
ricevuto in dono dal sacerdote e gli comandò: "In nome del Signore Gesù Cristo,
prendi questo pane e buttalo in un luogo dove nessun uomo lo possa trovare".
Tornò circa tre ore dopo, senza più il pane, e allora come sempre prese il suo
cibo dalla mano dell'uomo di Dio.
Intanto però Fiorenzo, visto che non era riuscito ad uccidere il Maestro nel
corpo, macchinò di rovinare nell'anima i suoi discepoli. A tale scopo fece entrare
nell'orto del Monastero sette fanciulle nude che, tenendosi per mano e danzando
a lungo sotto i loro occhi, dovevano accendere nel loro animo impuri desideri. Si
accorse di questo il santo e temette seriamente che i discepoli, ancor teneri nello
spirito, avessero a cadere. Capì benissimo però che tutto questo era diretto a
perseguitare lui solo. E allora credette più opportuno cedere alla gelosia altrui:
sistemò ben bene l'ordinamento dei monasteri che aveva costruiti, costituendo i
superiori e aggiungendo altri fratelli; poi, portando con sé solo alcuni monaci, parti,
per andare ad abitare altrove.
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restava in piedi, il terrazzo dov'era lui precipitò, stritolando tra le macerie il nemico
di Benedetto. Il discepolo Mauro credette opportuno comunicare la notizia al
venerabile Padre, che forse non era ancora lontano più di dieci miglia di strada.
Gli mandò dunque a dire: "Torna indietro, Padre, perché il prete che ti
perseguitava è morto".
Udendo la notizia l'uomo di Dio scoppiò in direttissimo pianto, sia perché era
morto il nemico, sia perché il discepolo se ne era rallegrato.
Anzi allo stesso discepolo impose poi una bella penitenza, perché nel
mandargli questo annunzio aveva osato essere troppo lieto per la scomparsa del
suo nemico.
Gregorio: vedi, Pietro, questo uomo di Dio ebbe un unico spirito: quello di Colui
che mediante la grazia della redenzione, riempì i cuori di tutti gli eletti. Di lui dice
Giovanni: "Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo". Di lui
anche è I scritto: "Dalla pienezza di lui, noi tutti abbiamo ricevuto".I santi di Dio
hanno potuto ricevere da Dio questi poteri, ma non poterono trasmetterli ad altri.
L'unico che concesse ai discepoli il potere di far miracoli fu Colui che promise ai
suoi nemici di dare se stesso come segno di Giona: e di fatto si degnò di morire
sotto lo sguardo dei superbi e risorgere sotto lo sguardo degli umili, affinché quelli
vi vedessero una cosa spregevole, questi invece un oggetto di venerazione e di
amore. Per questa misteriosa economia avviene che mentre i superbi vedono in
lui solo l'umiliazione della morte, gli umili invece contemplano la sua gloriosa
potestà sulla morte.
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Pietro: vorrei adesso sapere ancora due cose: dove andò a finire il santo uomo
e se diede ancora segni del suo miracoloso potere.
Appena l'uomo di Dio vi giunse, fece a pezzi l'idolo, rovesciò l'altare, sradicò i
boschetti e dove era il tempio di Apollo eresse un Oratorio in onore di S. Martino
e dove era l'altare sostituì una cappella che dedicò a S. Giovanni Battista.
Si rivolse poi alla gente che abitava lì intorno e con assidua predicazione la
andava invitando alla fede.
L'antico nemico, però, non poté tollerare questa attività e non più occultamente
o in sogno, ma con palesi apparizioni prese a disturbare la tranquillità del Padre.
Con alte grida si lamentava della violenza che subiva e i suoi urli giungevano fino
alle orecchie dei fratelli, pur senza vederne la figura.
Egli stesso poi, il venerando Padre, raccontava ai suoi discepoli che l'antico
nemico gli appariva davanti agli occhi orridissimo e furibondo, e con bocca ed
occhi di fuoco faceva mossa di lanciarglisi contro. Quello poi che diceva, qualche
volta poterono udirlo tutti: prima lo chiamava per nome e siccome il santo non
dava risposta, si sfogava allora con furiose contumelie. Urlava a gran voce:
"Benedetto! Benedetto!", ma aspettando invano una risposta, subito soggiungeva:
"Maledetto, non Benedetto! Si può sapere che hai con me? Si può sapere perché
mi perseguiti?".
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Ma di queste lotte del nemico contro il servo di Dio ne dovremo ancora vedere
parecchie altre. Esso gli scatenò contro con tutte le forze una spietatissima guerra,
senza accorgersi che, suo malgrado, gli prestò l'occasione di altrettante vittorie.
Visto ormai vano ogni tentativo, si pensò di mandare uno dal servo di Dio
pregandolo che venisse a scacciare con una preghiera il nemico e dar così la
possibilità di sollevare il macigno. Accorse subito, fece orazione, diede una
benedizione e il sasso fu sollevato con tanta facilità come se non avesse avuto
alcun peso.
Subito dopo l'uomo di Dio ordinò che in quello stesso punto scavassero la
terra. Penetrando molto in profondità, i fratelli vi scoprirono un idolo di bronzo, lo
gettarono per il momento in cucina e si rimisero al lavoro. All'improvviso fu vista
uscire dalla cucina una fiammata, sotto gli occhi di tutti i monaci; sembrava che
bruciasse l'intero edificio. Con alte grida di spavento cominciarono a gettare
acqua, tentando di spegnere il fuoco. Colpito da quel frastuono, il servo di Dio
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accorse sollecito. "Ma quale fuoco vedete? - sclamò - esiste soltanto nei vostri
occhi: io non vedo proprio niente!". Chinò poi il capo e pregò. Invitò poi i monaci
illusi da quel fuoco immaginario che guardassero un po' meglio: i muri della cucina
erano intatti e solidi e le fiamme illusorie dell'antico nemico non si vedevano più.
Colla massima celerità l'uomo di Dio mandò di corsa uno dei suoi ad avvisare
i monaci: "Fate attenzione, fratelli: sta arrivando proprio adesso il maligno!".Il
messo non aveva neanche finito di parlare che il maligno spirito, rovesciando la
parete in costruzione, aveva seppellito e schiacciato sotto le macerie un piccolo
monaco, figlio di un impiegato di curia. Pieni tutti di grave costernazione e
tristezza, non per la parete crollata ma per il monacello schiacciato, si affrettarono
a dare con lagrime di profondo dolore la notizia al venerando Padre Benedetto.
Ed ecco il miracolo! Entro la stessa ora egli rimandò al lavoro il fanciullo sano
e robusto come prima, perché insieme agli altri monaci terminasse la costruzione
della parete.
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Con la morte di questo fanciullo l'antico nemico si era illuso di prendersi beffa
di Benedetto!
Fu in questo tempo che il Signore si degnò di insignire il suo servo col dono
della profezia: prediceva avvenimenti futuri ed annunciava ai presenti cose e
persone anche lontane.
Era una consuetudine del suo monastero che quando i fratelli uscivano di casa
per qualche commissione non dovevano prendere assolutamente nulla, né cibo
né bevande: usanza regolare che veniva osservata col massimo rigore.
Accadde un giorno che alcuni monaci, usciti per commissioni, furon costretti a
rimaner fuori fino ad ora molto più tarda del previsto. Conoscevano la casa
ospitale di una pia donna: entrarono dunque nell'abitazione di quella e vi presero
cibo. Tornarono al monastero piuttosto tardi e, com'è d'uso, andarono a chiedere
la benedizione del Padre. Appena li vide domandò subito premurosamente: "Dove
avete mangiato?". Risposero: "In nessun posto". Egli allora disse: "Come? Su, su,
non mi dite bugie! Non siete entrati forse in casa della tale signora? E avete
accettato tali e tali vivande? E avete bevuto tanti e tanti bicchieri?".
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Ho fatto più sopra il nome di Valentiniano. Questo monaco aveva un fratello
che viveva nel mondo ma era tanto timorato di Dio. Ogni anno partiva digiuno da
casa sua e si recava a piedi al monastero per ricevere la benedizione del santo e
allo stesso tempo fare una visitina al fratello.
Ma la via era sempre più lunga, l'ora già tarda e camminando si sentivano
veramente stanchi. Ad una curva della strada si offri ai loro occhi un bel prato e
una fontanella d'acqua, proprio quello che ci voleva di meglio per riposare
finalmente le membra. E compagno esclamò: "Oh, guarda, guarda; qui c'è acqua,
c'è un bel prato: è proprio il posto ideale per mangiar qualche cosa e riposarci un
pochino. Dopo, ristorati, potremo riprender cammino". -
Quelle parole erano proprio lusinga all'orecchio, come il luogo lo era per gli
occhi: si lasciò quindi persuadere da questo terzo invito e acconsenti a mangiare.
Gregorio: è bene, Pietro, che tu per adesso non m'interrompa, perché tu possa
conoscere prodigi ancor più rilevanti.
Al tempo dei Goti, il loro re Totila, avendo sentito dire che il santo era dotato
di spirito di profezia, si diresse al suo monastero. Si fermò a poca distanza e
mandò ad avvisare che sarebbe tra poco arrivato. Gli fu risposto dai monaci che
senz'altro poteva venire.
Insincero però com'era, volle far prova se l'uomo del Signore fosse veramente
un profeta. Egli aveva con sé come scudiero un certo Riggo: gli fece infilare le sue
calzature, lo fece rivestire di indumenti regali e gli comandò di andare dall'uomo
di Dio, presentandosi come fosse il re in persona. Come seguito gli assegnò tre
conti tra i più fedeli e devoti: Vul, Ruderico e Blidino, i quali, in presenza del servo
di Dio, dovevano camminare ai suoi fianchi, simulando di seguire veramente il re
Totila. A questi aggiunse anche altri segni onorifici ed altri scudieri, in modo che,
sia per gli ossequi di costoro, sia per i vestiti di porpora, fosse giudicato veramente
il re.
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Appena Riggo entrò nel monastero, ornato di quei magnifici indumenti, e
circondato dagli onori del seguito, l'uomo di Dio era seduto in un piano superiore.
Vedendolo venire avanti, appena fu giunto a portata di voce, gridò forte verso di
lui: "Deponi, figliolo, deponi quel che porti addosso: non è roba tua!". Impaurito
per aver presunto di ingannare un tal uomo, Riggo si precipitò immediatamente
per terra e, come lui, tutti quelli che l'avevan seguito in questa gloriosa impresa.
Totila allora si avviò in persona verso l'uomo di Dio. Quando da lontano lo vide
seduto, non ebbe l'ardire di avvicinarsi: si prosternò a terra. Il servo di Dio per due
volte gli gridò: "Alzati!", ma quello non osava rialzarsi davanti a lui. Benedetto
allora, questo servo del Signore Gesù Cristo, spontaneamente si degnò
avvicinarsi al re e lui stesso lo sollevò da terra. Dopo però lo rimproverò della sua
cattiva condotta e in poche parole gli predisse quanto gli sarebbe accaduto. "Tu
hai fatto molto male - gli disse - e molto- ne vai facendo ancora; sarebbe ora che
una buona volta mettessi fine alle tue malvagità. Tu adesso entrerai in Roma,
passerai il mare, regnerai nove anni, al decimo morirai". Lo atterrirono
profondamente queste parole, chiese al santo che pregasse per lui, poi partì. Da
quel giorno diminuì di molto la sua crudeltà.
Non molto tempo dopo andò a Roma, poi ritornò verso la Sicilia; nel decimo
anno del suo regno, per volontà del Dio onnipotente, perdette il regno e la vita.
Questa profezia me l'ha riferita il suo discepolo Onorato: egli però attestava di
non averla mai udita dalla sua bocca ma era stata riferita a lui dai fratelli che
l'avevano ascoltato parlare così.
Però subito dopo avergli resa la guarigione il santo gli diede questa
ammonizione. "Adesso torna pure a casa; d'ora innanzi però non mangiare mai
carne e non ardire di accedere agli ordini sacri perché nello stesso giorno sarai
dato di nuovo in balia del demonio".
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erano ritornati al Signore e i chierici più giovani gli andavano avanti nella carriera
ecclesiastica, non tenne più conto delle parole dell'uomo di Dio, quasi dimenticate
per il lungo tempo, e si presentò a ricevere l'ordine sacro. Ma il diavolo che lo
aveva lasciato, subito ne riprese possesso e non cessò di tormentarlo fino a
togliergli persino la vita.
Pietro: Se Benedetto poté vedere che quel chierico era stato dato in balìa del
diavolo perché non osasse accedere agli ordini sacri, vuol dire che questo uomo
di Dio riusciva a penetrare anche nei divini segreti?
Pietro: Ma allora, se chi è unito al Signore forma un unico spirito con lui, come
mai l'esimio banditore del Vangelo dice: "Chi ha conosciuto il pensiero del Signore
e chi fu suo consigliere?". Mi pare che non sia molto logico che uno ignori il
pensiero di colui col quale forma un unico spirito.
Gregorio.- Ai santi, nella misura che sono un solo spirito col Signore, non è
ignoto il pensiero di lui. Infatti lo stesso apostolo dice: "Chi, fra gli uomini, conosce
le cose dell'uomo, se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così anche nessuno
conosce le cose di Dio se non lo spirito di Dio".E per dimostrare che egli
conosceva le cose di Dio, aggiunse: "Noi non abbiamo ricevuto lo spirito di questo
mondo, ma lo spirito che viene da Dio". E poco dopo aggiunge: "Occhio non vide,
orecchio non udì, né entrò mai nel cuore dell'uomo ciò che Dio ha preparato per
quelli che l'amano. A noi Dio l'ha rivelato per mezzo dello spirito suo".
Pietro: Se dunque all'Apostolo furono rivelate le cose di Dio, come mai poco
prima aveva esclamato: "O sublime ricchezza della sapienza e della scienza di
Dio! quanto incomprensibili sono i suoi pensieri e imperscrutabili le sue vie!"? Ma
mentre dico questo, un'altra questione mi sorge alla mente. Il Profeta David dice
al Signore: "Con le mie labbra esalto tutti i giudizi della tua bocca!". Certamente il
poter anche esprimere è più che il solo conoscere: e allora perché Paolo afferma
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che i giudizi di Dio sono incomprensibili, mentre Davide attesta che non solo li
conosce, ma di averli anche proclamati con la sua bocca?
Per questo, quando Davide dice: "Con le mie labbra ho espresso tutti i
pensieri" vi aggiunge subito: "della tua bocca".Vuole dire chiaramente così: "lo ho
potuto conoscere e proclamare i tuoi giudizi, ma solo quelli che tu apertamente mi
hai rivelati; perché quelli che tu non rivela vuol dire che li vuoi tener nascosti alla
nostra conoscenza".
Pietro: Ti ho fatto queste obiezioni perché avevo qualche piccolo dubbio: ora
la questione è perfettamente chiarita. E adesso, ti rimane ancora qualche altra
cosa da dire sulle virtù del nostro santo? Continua pure.
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17. Predice la distruzione del suo monastero
In seguito ai consigli del Padre Benedetto, era venuto alla vita monastica un
nobile di nome Teoprobo, e il santo aveva con lui una confidente familiarità,
perché era uomo di integerrimi costumi. Entrò un giorno nella stanzetta del
Maestro e lo trovò che spargeva amarissime lacrime. Attese a lungo in silenzio,
ma le lacrime non accennavano a finire. Appena però si accorse che l'uomo di Dio
non piangeva per fervore di orazione, come spesso gli succedeva, ma per un
grave dolore, si avvicinò e gli chiese il motivo di tanto cordoglio.
Ti ricorderai certamente di quel certo Esilarato, che visse qui tra noi come
monaco. Egli un giorno fu mandato dal suo padrone al monastero a portare
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all'uomo di Dio due recipienti di legno, chiamati volgarmente fiasconi, pieni di vino.
Durante il viaggio ne nascose uno lungo la via e l'altro lo presentò al Padre.
L'uomo di Dio, a cui i fatti anche lontani non eran nascosti, accettò ringraziando
quel solo bariletto; mentre però il servo stava per riprender la via del ritorno, gli
diede questo avviso: "Stai attento, figlio, a non bere a quel fiascone che hai
nascosto; inclinalo invece con cautela e vedrai cosa c'è dentro".
Sulla via di ritorno volle accertarsi sugli avvisi del santo: inclinò il recipiente e
subito ne scivolò fuori una serpe. Spaventato e impressionato da quella brutta
sorpresa, si pensi per il sotterfugio che aveva commesso.
Non molto lontano dal monastero era una contrada, ove, per la predicazione
di Benedetto, un notevole numero di gente si era convertita dal culto degli idoli
alla fede di Dio. C'era lì un gruppetto di donne consacrate e il servo di Dio aveva
cura di mandarvi spesso i suoi monaci per assistere spiritualmente quelle anime.
Un giorno il venerabile Padre, già sull'ora del vespro, prendeva un po' di cibo
e un suo monaco, figlio di un avvocato, gli reggeva la lucerna davanti alla tavola.
Mentre l'uomo di Dio mangiava e quello se ne stava lì in piedi a servirlo facendogli
lume, chiuso nella taciturnità, cominciò a ruminare nell'animo pensieri di superbia,
dicendo in cuor suo: "E chi è costui che io lo debba assistere mentre mangia,
reggergli la lucerna e prestargli servizio? Sono proprio uno che deve fare il
servo?".
In seguito, interrogato dai fratelli che cosa avesse avuto nel cuore, il monaco
raccontò umilmente tutto quello che, in silenzio, aveva formulato contro il servo di
Dio.
Una grande carestia era sopravvenuta in quei tempi nelle regioni della
Campania e la grande penuria di alimenti metteva un po' tutti in strettezze.
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Anche nel monastero di Benedetto il grano era finito: i pani erano già stati
quasi tutti consumata, tanto che un giorno allora della refezione non più di cinque
ne furon trovati.
Il venerabile Padre osservò i volti non troppo sereni e volle correggere con
dolce rimprovero il loro scoraggiamento e in più, a loro sollievo, aggiunse una
promessa: "Ma perché ve la state a prendere tanto per la scarsezza del pane?
Oggi, è vero, ce n'è poco: ma domani vedrete quanta abbondanza ne avremo!".
I fratelli resero infinite grazie al Signore e dopo quella prova impararono a non
dubitare mai più della Provvidenza neanche nei tempi di strettezze.
Pietro: ti faccio una domanda: dobbiamo pensare che il servo di Dio aveva di
continuo il dono della profezia, oppure veniva illuminato solo ad intervalli di
tempo?
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Pietro: Le tue ragioni mi convincono che deve essere proprio così.
Riprendiamo di nuovo i racconti del Padre Benedetto, se ancora ne hai in mente
qualche altro.
Acconsentì volentieri: scelse dei monaci, e nominò chi doveva essere l'Abate
e chi il secondo dopo di lui. Al momento della partenza prese questo impegno:
"Adesso voi partite subito: il tal giorno verrò io pure e vi indicherò dove dovrete
edificare la cappella, dove il refettorio, dove la foresteria per gli ospiti e dove gli
altri ambienti necessari". Quelli, ricevuta la benedizione, si misero in cammino.
Intanto nell'attesa impaziente del giorno stabilito, cominciarono a preparare tutte
quelle cose che sembravano loro necessarie per coloro che avrebbero
accompagnato il venerato Padre.
Ma nella stessa notte in cui cominciava il giorno della promessa, l'uomo di Dio
apparve in sogno al santo uomo da lui designato come Abate e al suo Priore e
tracciò loro, con le più minuziose indicazioni, le singole posizioni che conveniva
dare a ciascun ambiente.
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costruzioni. Com'è?". Ed egli a loro: "Perché, fratelli, parlate così? 'E proprio vero
che non sono venuto, secondo la promessa?".
"Ma non vi ricordate che tutti e due mi avete visto durante il sonno e vi ho
tracciato la posizione dei singoli locali? Su, su, tornate, e costruite pure ogni
reparto del monastero proprio come avete veduto nella visione...". Figuriamoci la
loro meraviglia! Tornarono con gioia al detto podere e costruirono le singole parti
del monastero come la rivelazione aveva loro indicato.
Pietro: Io ho qualche dubbio. Vorrei sapere in che modo egli poté andare
lontano ad istruire persone che dormivano e queste udirlo in visione e
riconoscerlo.
Pietro: la tua risposta ha cancellato, direi quasi con la mano, tutti i miei dubbi.
Vorrei adesso sapere quale era il suo modo di parlare ordinario.
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Gregorio: Era difficile, Pietro, che anche il parlare ordinario del santo non fosse
pieno di prodigiosa efficacia, perché il suo cuore era elevato a cose alte e quindi
non c'era parola della sua bocca che cadesse invano. Anche quando gli capitò di
pronunciare qualcosa anche di non decisivo ma di semplice minaccia, anche
allora la sua parola aveva tanta forza, come se l'avesse pronunziata non con
animo esitante o condizionato, ma come una vera espressione di volontà.
Non lontano dal suo monastero, due religiose, appartenenti a famiglie nobili,
vivevano l'osservanza religiosa nella loro casa; per le cose necessarie all'esterno
prestava loro servizio un buon uomo, molto religioso e zelante.
Purtroppo capita spesso che la nobiltà dei natali provochi in alcuni una specie
di volgarità d'animo, forse perché ripensando che sono stati un po' più degli altri,
più difficilmente disprezzano se stessi in questo mondo.
Queste due religiose insomma non ancora avevano stretto bene i freni alla
propria lingua, anche portando l'abito monastico, e spesso con le loro sgarbate
parole provocavano ad ira quel pio uomo che le serviva. Questi per un bel pezzo
riuscì a tollerarle, ma alla fine si presentò all'uomo di Dio e gli raccontò le molte
insolenze che doveva subire. L'uomo di Dio porse bene l'orecchio a quanto gli
veniva narrato e immediatamente mandò a dire a quelle così: "Tenete un po' più
a freno la vostra lingua, perché, se non vi emenderete vi tolgo la comunione".
Certo non intendeva con queste parole di lanciare la scomunica, ma soltanto di
minacciarla.
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Dio aveva loro mandato, mentre vivevano, e cioè che le avrebbe private della
comunione se non si fossero emendate nei modi e nelle parole.
Informò allora addolorata il servo di Dio, il quale, proprio di sua mano le diede
un'offerta dicendo: "Andate e fate offrire per loro al Signore questa oblazione e
saranno sciolte dalla scomunica". Difatti, dopo che fu sacrificata per loro l'offerta,
quando il diacono intimava agli scomunicati di uscir fuori, quelle non furon viste
uscirsene mai più.
Gregorio: Pietro caro, e non era in questa vita colui che si sentì dire: "Tutto ciò
che legherai sulla terra sarà legato in cielo, e quel che scioglierai sopra la terra,
sarà sciolto anche nel cielo"? In questo ufficio di legare e sciogliere gli succedono
ora coloro che degnamente e con fede sono costituiti nel sacro governo. Ma
perché l'uomo terrestre potesse avere tanta potestà, il Creatore del cielo e della
terra è disceso dal cielo in terra e fattosi uomo per gli uomini - egli che era Dio - si
è degnato concedere all'uomo composto di carne la facoltà di giudicare anche
sulle cose dello spirito. Nel momento stesso in cui la potenza di Dio scendeva fino
a farsi debolezza, proprio in quel momento la nostra debolezza veniva elevata al
di sopra di sé.
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Gregorio: tra i suoi monaci Benedetto ne aveva uno, ancora giovanotto, che
passava un po' troppo i limiti nell'affetto verso i genitori. Un giorno senza chiedere
affatto la benedizione, uscì dal monastero e se ne andò a casa. Ma il giorno
stesso, poco dopo arrivato, fu colto da malore e morì.
Lo seppellirono; ma il giorno dopo trovarono che il suo corpo era stato rigettato
fuori della terra. Fu sepolto di nuovo, ma il giorno seguente ecco di nuovo lo stesso
fenomeno: respinto fuori e insepolto come prima.
Adesso, Pietro, tu puoi misurare bene quanto merito avesse agli occhi del
Signore Gesù Cristo un uomo così santo: persino la terra si rifiutava di accogliere
uno che non era nelle grazie di Benedetto.
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Era appena uscito dalla porta del monastero, quand'ecco pararglisi incontro,
lungo la strada, un dragone colle fauci spalancate, che voleva ad ogni costo
divorarlo. Terrorizzato e tremante si diede ad urlare a gran voce: "Aiuto, aiuto! C'è
un dragone che mi vuol divorare!".
C'è un altro fatto che credo bene non lasciare sotto silenzio. Mi fu raccontato
dall'illustre e nobile Antonio. Mi diceva, dunque, che un garzone di suo padre fu
trovato infetto da elefantiasi e già per la caduta dei peli, per il gonfiore della pelle
e per la materia purulenta, non poteva più nascondere il suo male. Il padre lo fece
portare dall'uomo di Dio e sull'istante fu restituito alla primitiva sanità.
Voglio raccontare ancora un altro fatto, riferito molto spesso dal suo discepolo
Pellegrino. Eccolo.
Vi andò difatti, trovò il servo di Dio e gli confidò che per dodici soldi era
aspramente vessato dal creditore.
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Il venerabile Padre gli fece presente che purtroppo neanche lui aveva quei
dodici soldi; gli fece però coraggio con buone parole a non avvilirsi per la sua
povertà, e licenziandolo gli disse: "Per adesso vai a casa; ritorna però fra un paio
di giorni, perché quello che chiedi per oggi non l'abbiamo".
Mi pare che sia opportuno inserire qui alcuni di quei fatti che, come ti ho
accennato all'inizio di questo colloquio, mi furono riferiti dai suoi quattro discepoli.
Eccone uno.
Condotto dall'uomo di Dio, non appena questi lo toccò, scomparve subito ogni
chiazza dalla sua pelle e ben presto riacquistò la completa sanità.
L'uomo di Dio, che si era proposto di dare via tutto sulla terra per tutto
depositare nei tesori del cielo, ordinò che senz'altro gli fosse consegnato quel
poco ch'era rimasto.
Allora comandò con energica severità che fosse immediatamente gettata dalla
finestra l'ampolla di vetro con l'olio, perché nella dispensa nulla rimanesse per
disobbedienza; e fu fatto così.
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A quella vista Benedetto terminò la preghiera e nello stesso istante finì di fluire
anche l'olio. Approfittò di questo per ammonire, con più persuasivi argomenti, il
monaco disobbediente, perché imparasse ad avere più fiducia ed umiltà.
Saliva un giorno all'oratorio del Beato Giovanni, situato sulla cima di un monte,
quando gli si fece incontro l'antico nemico in sembianze nientemeno che di
veterinario, con in mano la cassetta dei medicinali e una corda. Benedetto gli
domandò: "Dove vai?". Rispose: "Sto andando dai monaci, a dare una piccola
purga". Il venerabile Padre proseguì lo stesso verso l'oratorio e terminata la
preghiera, prese in gran fretta la via di ritorno.
Il cattivo spirito intanto si era incontrato con un vecchio monaco che attingeva
acqua, in un lampo era entrato in lui, lo aveva gettato a terra, e lo strapazzava con
feroce crudeltà.
Pietro: io vorrei sapere una cosa: questi miracoli li operava sempre in forza
della sua preghiera, oppure qualche volta li operava anche col solo atto della
volontà?
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Gregorio: coloro che aderiscono a Dio con piena dedizione d'anima, se la
necessità lo richiede, sanno operar miracoli nell'una e nell'altra maniera, talvolta
in virtù dell'orazione e altre volte per proprio potere. Dice Giovanni: "A quanti lo
accolsero, diede potere di diventare figli di Dio". E quindi non fa proprio nessuna
meraviglia che chi è figlio di Dio per il potere concessogli, abbia il potere di fare
miracoli.
Che poi i santi possano operar miracoli in ambedue i modi ne diede una prova
Pietro che risuscitò con la preghiera la morta Tabita e invece con un rimprovero
destinò alla morte i due mentitori Anania e Saffira: non si legge che abbia pregato
perché morissero, ma semplicemente li rimproverò duramente della colpa che
avevan commessa.
E chiaro quindi che operano prodigi talvolta con l'autorità propria e talvolta per
averlo chiesto a Dio: a questi Pietro con una riprensione tolse la vita, a quella, con
una preghiera, la restituì.
E adesso, a comprova di quanto ho detto, voglio riferirti altri due fatti del servo
di Dio Benedetto, in uno dei quali appare con chiarezza che operò per potere
comunicatogli da Dio, nell'altro invece che ottenne in forza dell'orazione.
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Benedetto; sperava così che il carnefice, credendogli, avrebbe smesso per un
momento la sua crudeltà, concedendogli, così ancora qualche istante di vita.
Zalla infatti cessò per allora di torturarlo, ma legategli le braccia con una
grossa fune, se lo spinse davanti al proprio cavallo, perché gli facesse strada a
quel Benedetto che aveva in consegna le sue ricchezze. Con le braccia legate in
quel modo il contadino andò innanzi fino al monastero dove era il santo, e lo trovò
solo solo, davanti alla porta, intento alla lettura.
Si rivolse allora al feroce Zalla e: "Eccolo - disse - è questo qui quel Padre
Benedetto di cui t'ho parlato". Questi, furioso, con folle e perversa intenzione,
prima lo squadrò da capo a piedi, poi pensando di incutergli quello spavento che
usava cogli altri, cominciò ad urlare a gran voce: "Su, su, senza tante storie,
alzati in piedi e tira fuori la roba di questo villano, che hai in consegna!".
A quelle grida, l'uomo di Dio alzò subito con calma gli occhi dalla lettura, volse
uno sguardo al goto e poi girò l'occhio anche sul povero contadino legato. Proprio
nell'istante in cui volgeva gli occhi sulle braccia di lui, avvenne un prodigio!... Le
funi cominciarono a sciogliersi con tanta sveltezza come nessun uomo vi sarebbe
riuscito.
Alla vista del contadino che, prima legato, all'improvviso gli stava lì davanti
libero dai legami, Zalla si spaventò per tanta potenza; precipitò a terra e piegando
fino ai piedi del santo la dura e crudele cervice, si raccomandò alle sue orazioni.
Il santo non si levò dalla lettura, ma chiamati alcuni monaci, comandò di farlo
accomodare dentro e di imbandirgli la tavola benedetta. Quando lo ricondussero
fuori, lo ammonì che la smettesse con tante crudeltà. Ed egli se ne andò via
umiliato e non osò chiedere mai più nulla a quel poveretto che l'uomo di Dio, non
colle armi, ma col solo sguardo, aveva liberato.
Ecco qui quello che ti avevo detto, Pietro: quelli che con la massima fedeltà
servono Dio onnipotente, qualche volta possono operar miracoli per il potere dato
loro da Dio. Il santo, infatti, che, stando a sedere, represse la ferocia del terribile
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goto e con lo sguardo spezzò le funi annodate che incatenavano braccia
innocenti, con l'istantaneità del miracolo vuole chiaramente indicare che per
potere ricevuto gli era stato concesso di fare così.
Adesso invece narrerò un altro grande miracolo che egli ottenne con la
preghiera.
Un giorno il Padre era uscito con i fratelli per il lavoro dei campi, quando arrivò
al Monastero un contadino che, piangendo a caldissime lagrime, reggeva sulle
braccia il corpo del figliolo defunto e chiedeva ansiosamente del Padre Benedetto.
Quando gli fu risposto che stava con i fratelli al lavoro nei campi, senza
attendere un istante, depose davanti la porta il cadavere del figliolo e, sconvolto
dal dolore, si lanciò a precipitosa corsa in cerca del venerando Padre.
In quella stessa ora l'uomo di Dio era già di ritorno dal lavoro. Appena il
contadino lo vide, cominciò a gridare: "Rendimi mio figlio, rendimi mio figlio!".
L'uomo di Dio si arrestò un momento e chiese: "Ma quando mai ti ho preso il tuo
figlio?". E l'altro: "E' morto: vieni e ridagli la vita". A queste parole il servo di Dio si
rattristò assai e rivolto ai circostanti che insistevano: "Non insistete, fratelli! - disse
- non insistete! Queste azioni spettano ai santi Apostoli, non alle nostre povere
forze. Perché volete imporci un peso che non siamo capaci di portare?".
Il buon uomo però, stretto da immenso dolore, insisteva nella sua richiesta,
giurando che non sarebbe partito di lì, se non gli avesse risuscitato il figliolo.
Allora d servo di Dio gli domandò: "Dov'è?" Rispose: "Il suo corpo giace sulla
soglia del monastero ... ".
Appena l'uomo di Dio vi giunse seguito dai fratelli, piegò le ginocchia per terra
e si prostrò sopra il corpicino del fanciullo.
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Poi sollevandosi tese le braccia al cielo e pregò: "Signore, non guardare i miei
peccati, ma la fede di quest'uomo che domanda la risurrezione del suo figlio e
restituisci a questo piccolo corpo l'anima che hai tolta".
Aveva appena finito di pronunciare queste parole, che il piccolo corpo del
fanciullo, per il ritorno dell'anima, incominciò a sussultare e sotto gli occhi di tutti i
presenti fu visto fremere e palpitare con miracoloso scuotimento. Il santo lo prese
per mano e vivo e sano lo restituì a suo padre.
Qui è chiaro, Pietro, che questo miracolo non l'operò per potere posseduto,
perché per poterlo compiere, dovette chiederlo prostrato per terra.
Pietro: non c'è dubbio che è proprio come dici tu: la tua dottrina è provata
pienamente coi fatti.
Vorrei adesso che mi spiegassi se i santi possono compiere tutto quello che
vogliono e se ottengono tutto quello che desiderano.
Gregorio: Credi, Pietro, che al mondo ci sia stato uno più degno di Paolo?
Eppure egli supplicò tre volte il Signore per essere liberato dallo stimolo della
carne, e non riuscì ad ottenere quanto voleva.
Egli aveva una sorella di nome Scolastica, che fin dall'infanzia si era anche lei
consacrata al Signore. Essa aveva l'abitudine di venirgli a fare visita, una volta
all'anno, e l'uomo di Dio le scendeva incontro, non molto fuori della porta, in un
possedimento del Monastero.
Ad un certo punto la pia sorella gli rivolse questa preghiera: "Ti chiedo proprio
per favore: non lasciarmi per questa notte, ma fermiamoci fino al mattino, a
pregustare, con le nostre conversazioni, le gioie del cielo... ". Ma egli le rispose:
"Ma cosa dici mai, sorella? Non posso assolutamente pernottare fuori del
monastero".
La serenità del cielo era totale: non si vedeva all'orizzonte neanche una nube.
Alla risposta negativa del fratello, la religiosa poggiò sul tavolo le mano a dita
conserte, vi poggiò sopra il capo, e si immerse in profonda orazione. Quando
sollevò il capo dalla tavola si scatenò una tempesta di lampi e tuoni insieme con
un diluvio d'acqua, in tale quantità che né il venerabile Benedetto, né i monaci
ch'eran con lui, poterono metter piedi fuori dell'abitazione.
La santa donna, reclinando il capo tra le mani, aveva sparso sul tavolo un
fiume di lagrime, per le quali l'azzurro del cielo si era trasformato in pioggia.
Neppure ad intervallo di un istante il temporale seguì alla preghiera: ma fu tanta
la simultaneità tra la preghiera e la pioggia, che ella sollevò il capo dalla mensa
insieme ai primi tuoni: fu un solo e identico momento sollevare il capo e precipitare
la pioggia.
L'uomo di Dio capì subito che in mezzo a quei lampi, tuoni, e spaventoso
nubifragio era impossibile far ritorno al monastero e allora, un po' rattristato,
cominciò a lamentarsi con la sorella: "Che Dio onnipotente ti perdoni, sorella
benedetta; ma che hai fatto?". Rispose lei: "Vedi, ho pregato te e non mi hai voluto
dare retta; ho pregato il mio Signore e lui mi ha ascoltato. Adesso esci pure, se
gliela fai: e me lasciami qui e torna al tuo monastero".
Ormai era impossibile proprio uscire all'aperto e lui che di sua iniziativa non
l'avrebbe voluto, fu costretto a rimaner lì contro la sua volontà. E così trascorsero
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tutti la notte vegliando e si riempirono l'anima di sacri discorsi, scambiandosi a
vicenda esperienze di vita spirituale.
E non c'è per niente da meravigliarsi che una donna, desiderosa di trattenersi
più a lungo col fratello, in quella occasione abbia avuto più potere di lui perché,
secondo la dottrina di Giovanni: "Dio è amore"; fu quindi giustissimo che potesse
di più colei che amava di più!
Tre giorni dopo Benedetto era in camera a pregare. Alzando gli occhi al cielo,
vide l'anima di sua sorella che, uscita dal corpo, si dirigeva in figura di colomba,
verso le misteriose profondità dei cieli.
Ripieno di gioia, per averla vista così gloriosa, rese grazie a Dio onnipotente
con inni e canti di lode, poi andò a partecipare ai fratelli la sua dipartita. Ne mandò
poi subito alcuni, perché trasportassero il suo corpo nel monastero e lo
seppellissero nel sepolcro che egli aveva già preparato per sé.
Avvenne così che neppure la tomba poté separare quelle due anime, la cui
mente era stata un'anima sola in Dio.
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35. La visione del mondo e dell'anima di Germano
Una volta si trattennero tanto, che era già l'ora di andare al riposo. Benedetto
si era ritirato a riposare nel piano superiore di quella torre che si elevava a
dominare tutto l'abitato, Servando nei locali inferiori: i due piani però erano in
comunicazione per mezzo di una comoda scala. Di fronte poi alla torre si
estendeva un fabbricato più grande, ove presero riposo i discepoli dell'uno e
dell'altro.
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completava il racconto di quanto aveva veduto, suscitando in lui profondo stupore
per il grande miracolo.
Ma cosa vuol dire che fu presentato davanti agli occhi di lui tutto il mondo,
come raccolto in un raggio di sole?
Gregorio: Pietro, tieni bene in mente questo che ti dico: all'anima che
contempla il Creatore, ogni creatura è ben piccola cosa. Quando essa vede un
bagliore del Creatore, per piccolo che sia, esigua gli diventa ogni cosa creata. Per
la luce stessa che contempla interiormente, si dilata la capacità dell'intelligenza,
e tanto si espande in Dio da ritrovarsi al di sopra del mondo. Anzi l'anima del
contemplativo si eleva anche al di sopra di se stessa. Rapita nella luce di Dio, si
espande interiormente sopra se stessa e quando sollevata in alto riguarda al di
sotto di sé, comprende quanto piccolo sia quel che non aveva potuto contemplare
dal basso.
L'uomo di Dio, dunque, che fissava il globo di fuoco e gli angeli che tornavano
in cielo, non poteva contemplare queste cose se non nella luce di Dio. Non reca
dunque meraviglia se vide raccolto innanzi a sé tutto il mondo, perché, innalzato
al cielo nella luce intellettuale, era fuori del creato.
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Tutto il mondo si dice raccolto davanti a lui, non perché il cielo e la terra si
fossero impiccoliti, ma perché lo spirito del veggente si era dilatato, sicché, rapito
in Dio, poté senza difficoltà contemplare quel che si trova al di sotto di Dio.
Perciò in quella luce che brillò ai suoi occhi corporei, era simboleggiata la luce
interiore della mente, la quale nel rapimento dell'anima, gli mostrò quanto piccole
fossero tutte le cose di quaggiù.
Pietro: mi accorgo che è stato un bene per me non aver capito prima quel che
avevi detto. La mia ottusità ha occasionato queste tue esposizioni veramente
sublimi.
C'è una cosa però interessante, che non devi ignorare, cioè che l'uomo di Dio,
oltre ai tanti miracoli che lo resero così conosciuto nel mondo, rifulse anche per
una eccezionale esposizione di dottrina. Scrisse infatti anche una regola per i
monaci, regola caratterizzata da una singolare discrezione ed esposta in
chiarissima forma.
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37. Il passaggio all'eternità
Nell'anno stesso in cui doveva morire, annunziò il giorno del suo beatissimo
transito ai suoi discepoli, alcuni dei quali vivevano con lui ed altri che stavano
lontani. Ai presenti ordinò di custodire in silenzio questa notizia, ai lontani indicò
esattamente quale segno li avrebbe avvisati che la sua anima si staccava dal
corpo.
Sei giorni prima della morte, si fece aprire la tomba. Assalito poi dalla febbre,
cominciò ad essere prostrato da ardentissimo calore. Poiché di giorno in giorno lo
sfinimento diventava sempre più grave, il sesto dì si fece trasportare dai discepoli
nell'oratorio, ove si fortificò per il grande passaggio ricevendo il Corpo e il Sangue
del Signore.
Sostenendo le sue membra, prive di forze, tra le braccia dei discepoli, in piedi,
colle mani levate al cielo, tra le parole della preghiera, esalò l'ultimo respiro.
In quel medesimo giorno, a due fratelli, uno dei quali stava in monastero, l'altro
fuori, apparve una identica visione.
Fu sepolto nell'oratorio del Beato Giovanni Battista, oratorio che egli aveva
edificato, dopo aver distrutto il tempio di Apollo. E fino ai nostri giorni, se la fede
degli oranti lo esige, egli risplende per miracoli anche in quello Speco di Subiaco,
dove egli abitò nei primi tempi della sua vita religiosa.
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38. La pazza risanata nello Speco
Una donna che per malattia mentale aveva perduto completamente la ragione,
si aggirava per i monti e le valli lungo i boschi e attraverso i campi, sia di giorno
che di notte, e si fermava soltanto quando la stanchezza la costringeva.
Un giorno in questo suo pazzo errare vagabondo, capitò nello Speco del
beatissimo Padre Benedetto ed entrata così, all'insaputa, si fermò lì, dentro e vi
trascorse tutta la notte.
Al sorgere del giorno ne uscì fuori, ma con la ragione in così perfetto equilibrio,
come se non avesse mai sofferto di malattia mentale. In seguito, finché visse, non
perdette mai più la riacquistata sanità.
Pietro: non riesco a comprendere bene quello che tante volte si dice, che cioè
si ricevono più benefizi per mezzo delle reliquie dei martiri, che non negli stessi
santuari dei martiri dove è il loro corpo. Si va dicendo cioè che operino maggiori
benefizi dove non si trova il loro sepolcro.
Gregorio: non c'è dubbio, Pietro, che nei luoghi dove i santi martiri riposano
coi loro corpi, moltissimi sono i miracoli operati per loro intercessione: a chi prega
con rettitudine d'animo distribuiscono grazie senza numero. Però agli uomini di
poca fede può facilmente sorgere il dubbio se i santi siano presenti dove si sa che
non riposano coi loro corpi. Allora ecco la necessità che essi mostrino prodigi più
grandi proprio là dove le anime deboli hanno motivo a dubitare della loro
presenza. Coloro invece che hanno la mente ferma in Dio, acquistano tanto
maggior merito nella fede, quanto più credono di essere esauditi là dove i martiri
non hanno il sepolcro. Si comprende ora perché la stessa Verità, per accrescere
nei discepoli la fede, ebbe a dire: "Se io non andrò via, il Paraclito non verrà a
voi". In verità il Paraclito procede sempre dal Padre e dal Figlio: e allora perché il
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Figlio dice che si allontanerà per far venire Colui che dal Figlio non è mai
separato? Appunto perché i discepoli, che vedevano il Signore corporalmente,
bramavano di vederlo sempre corporalmente, proprio per questo è stato detto
loro: "Se io non andrò, il Paraclito non verrà", quasi volesse apertamente
insegnare: "Se io non allontano il corpo non potrò mostrare chi sia lo Spirito che
è Amore; e se non cessate di guardarmi con l'occhio del corpo, non imparerete
mai ad amarmi in modo spirituale".
Gregorio: Ora sarà bene, Pietro, sospendere per un po' i nostri colloqui. Nel
frattempo, in attesa di ricominciare fra poco il racconto dei miracoli di altri santi,
ristoriamo, con un po' di silenzio, le nostre energie.
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