Clima
Clima
Redazione: Paolo Cignini e Andrea Degl'Innocenti – Italia che Cambia. Si ringrazia per la
collaborazione Luca Lombroso, Meteorologo e divulgatore ambientale.
VISIONE 2040
Negli anni passati abbiamo abbattuto le emissioni da
Fino a qualche anno fa gli scienziati ritenevano che i cambiamenti climatici consistessero
perlopiù nell’aumento delle temperature, la fusione dei ghiacci e l’innalzamento del livello dei
mari sul lungo periodo. Oggi risulta chiaro che non è così: la questione è decisamente più
complicata e il riscaldamento globale è solo un aspetto del clima impazzito, che comprende una
serie di fenomeni complessi fra cui l’aumento dei fenomeni atmosferici estremi come alluvioni,
siccità, ondate di calore, ecc.
L’origine antropica
Vi è ormai una quasi unanimità da parte della comunità scientifica sul fatto che i mutamenti
climatici siano di origine prevalentemente antropica. L’aumento della temperatura è dovuto alla
continua crescita e concentrazione delle emissioni di gas a effetto serra come il biossido di
carbonio (o CO2), il metano e il protossido di azoto, causate a loro volta da attività umane come
l’uso di combustibili fossili e l’utilizzo dei suoli.
L’Italia si sta scaldando a una velocità doppia rispetto a quella di tutto il Pianeta, in linea con le
previsioni dell’IPCC che vede nella zona mediterranea un vero e proprio hot spot dei
cambiamenti climatici.
In questo contesto, i potenziali impatti attesi dei cambiamenti climatici e le principali vulnerabilità
per l’Italia possono essere sintetizzate come segue:
• possibile PEGGIORAMENTO delle condizioni già esistenti di forte pressione sulle risorse idriche, con
conseguente riduzione della qualità e della disponibilità di acqua, soprattutto in estate nelle regioni
meridionali e nelle piccole isole;
• possibili ALTERAZIONI del regime idro-geologico che potrebbero aumentare il rischio di frane, flussi di fango
e detriti, crolli di roccia e alluvioni lampo in alcune zone particlarmenta a rischio (la valle del fiume Po, le
aree alpine ed appenniniche);
• possibile DEGRADO del suolo e rischio più elevato di erosione e desertificazione del terreno, con una parte
significativa del Sud del Paese classificato a rischio di desertificazione e diverse regioni del Nord che
mostrano condizioni preoccupanti;
• maggior rischio di INCENDI BOSCHIVI E SICCITÀ per le foreste italiane, con la zona alpina e le regioni
insulari (Sicilia e Sardegna) che mostrano le maggiori criticità;
• maggior rischio di PERDITA di biodiversità e di ecosistemi naturali, soprattutto nelle zone alpine e negli
ecosistemi montani; maggior rischio di inondazione ed erosione delle zone costiere a causa di una maggiore
incidenza di eventi meteorologici estremi e dell’innalzamento del livello del mare (anche in associazione al
fenomeno della subsidenza, di origine sia naturale sia antropica);
• potenziale RIDUZIONE della produttività agricola soprattutto per le colture di frumento, ma anche di frutta e
verdura; la coltivazione di ulivo, agrumi, vite e grano duro potrebbe diventare possibile nel nord dell’Italia,
mentre nel Sud la coltivazione del mais potrebbe peggiorare e risentire ancor più della scarsa disponibilità di
acqua irrigua;
• sono possibili RIPERCUSSIONI sulla salute umana, specialmente per i gruppi più vulnerabili della
popolazione, per via di un possibile aumento di malattie e mortalità legate al caldo, di malattie cardio-
respiratorie da inquinamento atmosferico, di infortuni, decessi e malattie causati da inondazioni e incendi, di
disturbi allergici e cambiamenti nella comparsa e diffusione di malattie di origine infettiva, idrica ed
alimentare;
• potenziali DANNI per l’economia italiana nel suo complesso, dovuti alla possibilità di un ridotto potenziale di
produzione di energia idroelettrica, a un’offerta turistica invernale ridotta (o più costosa) e minore attrattività
turistica della stagione estiva, a un calo della produttività nel settore della pesca, ad effetti sulle infrastrutture
urbane e rurali con possibili interruzioni o inaccessibilità della rete di trasporto con danni agli insediamenti
umani e alle attività socio-economiche.
Un primo tentativo di valutare i costi economici degli impatti dei cambiamenti climatici (Carraro,
2008) in Italia mostra che se la temperatura salisse di 0,93°C, la perdita aggregata di Prodotto
Interno Lordo (PIL) indotta dai cambiamenti climatici nella prima metà del secolo (2001-2050)
potrebbe essere compresa tra lo 0,12% e lo 0,16% del PIL, corrispondente ad una perdita
dell’ordine dei 20-30 miliardi di Euro. La perdita economica potrebbe arrivare fino allo 0,20% del
PIL se la variazione di temperatura fosse di +1,2 °C nello stesso periodo. In particolare alcuni
settori, come il turismo e l’economia delle regioni alpine, potrebbero subire danni significativi.
Nella seconda metà del secolo, inoltre, gli impatti attesi sono ancora più rilevanti, con una
riduzione del PIL che nel 2100 potrebbe essere addirittura sei volte più grande che nel 2050.
Perciò oltre a politiche volte alla riduzione delle emissioni di gas serra per limitare i danni futuri,
l’Italia ha urgenza di mettere in atto strategie di adattamento rispetto alla conseguenze dei
cambiamenti del clima che sono già in corso. E occorre una mobilitazione a tutti i livelli, dai
cittadini alle muncipalità, dalle regioni al governo nazionale, per mettere in campo azioni in
risposta alla sfida dei cambiamenti climatici.
VISIONE 2040
Per quanti sforzi immaginativi possiamo fare, dobbiamo pur fare i conti con una situazione che,
almeno per quanto riguarda il clima, è già abbastanza definita: nel 2040 le conseguenze dei
cambiamenti climatici sul nostro paese saranno già evidenti e varieranno a seconda della
rapidità con cui saremo riusciti a mettere in campo misure tese a mitigarli, della efficacia delle
stesse e di altri fattori difficili da prevedere.
Innanzitutto è bene specificare che non si tratta più di evitare i cambiamenti climatici (che ormai
sono inevitabili e già in atto) quanto piuttosto, da un lato, di mitigarli, contenendoli attorno ai
+2°C, dall’altro di intervenire per adattarci ad essi ed evitarne le conseguenze più infauste. Per
quanto riguarda il primo aspetto, è evidente che l’azione di un singolo paese non sia sufficiente;
tuttavia entro il 2040 l’Italia potrà arrivare a produrre il 100% di energia rinnovabile e made-in-
italy, usare il 50% in meno di energia rispetto ad oggi ed abbattere le emissioni climalteranti del
90%.
Parallelamente il nostro Paese dovrà essersi attrezzato per assorbire i colpi dei sempre più
frequenti fenomeni climatici estremi attraverso una strategia nazionale di adattamento ai
cambiamenti climatici. Questa avrà l’obiettivo di ridurre al minimo i rischi derivanti dai
cambiamenti climatici, proteggere la salute e il benessere e i beni della popolazione e
preservare il patrimonio naturale, mantenere o migliorare la capacità di adattamento dei sistemi
naturali, sociali ed economici nonché trarre vantaggio dalle eventuali opportunità che si
potranno presentare dall’attuazione delle azioni di adattamento.
Una strategia di adattamento
Tale strategia di adattamento dovrà tener conto degli 11 principi generali elaborati a partire dalle
esperienze di altri paesi europei e di svariati rapporti e articoli tecnici dell’Agenzia Europea
dell’Ambiente:
1. Adottare un approccio basato sulla conoscenza e sulla consapevolezza.
2. Lavorare in partnership e coinvolgere gli stakeholders e i cittadini.
3. Lavorare in stretto raccordo con il mondo della ricerca e dell’innovazione.
4. Considerare le misure di adattamento come complementari rispetto alla mitigazione.
5. Agire secondo il principio di precauzione di fronte alle incertezze scientifiche.
6. Agire con un approccio flessibile.
7. Agire secondo il principio di sostenibilità.
8. Adottare un approccio integrato nella valutazione dell’adattamento (ovvero tenere in considerazione
gli effetti delle misure sugli altri settori).
9. Adottare un approccio basato sul rischio nella valutazione dell’adattamento.
10. Integrare l’adattamento nelle politiche esistenti.
11. Effettuare un regolare monitoraggio e la valutazione dei progressi verso l’adattamento.
Le risorse idriche italiane subiranno una pressione crescente nei prossimi anni con
conseguente riduzione della qualità e della disponibilità di acqua, soprattutto in estate nelle
regioni meridionali e nelle piccole isole. In questo campo, vista anche la distribuzione
disomogenea dell’acqua sul territorio nazionale, dovranno essere attuate misure diverse a
seconda del territorio d’intervento. In generale sarà necessario implementare sistemi di riciclo e
riuso dell’acqua, sistemi di dissalazione, programmare interventi strutturali per l’efficientamento
e ammodernamento delle reti idriche per la riduzione delle perdite, riqualificare i corsi d’acqua,
creare di zone tampone fra aree coltivate e corsi d’acqua, proteggere e conservare le fasce
boscate e la vegetazione costiera, ricaricare artificialmente gli acquiferi; migliorare la capacità di
ritenzione idrica dei suoli. Altrettanto importante sarà sviluppare una cultura diffusa legata al
risparmio idrico e ai cambiamenti climatici.
Da questo punti di vista è necessaria una mappatura completa delle aree a rischio
desertificazione ed entro il 2040 l’implementazione in tali zone di pratiche come la
riforestazione, la conduzione agricolture sostenibili, una gestione sostenibile delle risorse
idriche.
Per prevenire catastrofi e limitare i danni del dissesto è necessario investire nel rafforzare la
rete di monitoraggio meteo-idro-geologica, individuando al contempo le aree a più alto rischio
con lo scopo di assegnare priorità agli interventi strutturali più urgenti. E’ importante ridurre il
ricorso alle opere strutturali, da utilizzare solo per i casi dove risultino veramente essenziali e
favorire l’uso di tecniche di ingegneria naturalistica e di sistemazioni idraulico-forestali,
opportunamente progettate e concepite in riferimento alle caratteristiche peculiari del bacino
idrografico di riferimento.
Una delle conseguenze più gravi dei cambiamenti climatici è che essi contribuiscono ad
impoverire gli ecosistemi terrestri, marini e di acque interne. Gli ecosistemi italiani sono
caratterizzati da un elevato livello di biodiversità sia in termini di molteplicità di specie che
abitano un determinato ambiente sia in termini di diversificazione degli habitat. E sono a rischio.
Le zone alpine gli ecosistemi montani risultano particolarmente fragili e sensibili
all’innalzamento della temperatura.
Il Mediterraneo per le sue caratteristiche di “oceano in miniatura” è uno dei bacini maggiormente
sensibili alle problematiche connesse ai cambiamenti climatici e fenomeni connessi al
riscaldamento del bacino, in termini di impatto sulla biodiversità, sono già visibili. Nel quadro
generale degli effetti dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi marini appare di particolare
importanza il processo di progressiva diminuzione dei valori di pH del mare (altrimenti noto
come “acidificazione marina”). Anche gli ecosistemi fluviali e lacustri sono a rischio. Per
preservare gli ecosistemi a fronte del clima mutato e per ridurre l’impatto del loro impoverimento
è necessario innanzitutto studiare più a fondo la loro risposta al cambiamento climatico e
intervenire per aumentarne la resilienza, con speciale attenzione alla salvaguardia degli
ambienti particolarmente vulnerabili.
Salvaguardare la salute
E’ ormai largamente condiviso che, pur ancora in assenza di una base informativa adeguata e
di una valutazione sistematica degli impatti dei cambiamenti climatici su salute, benessere e
sicurezza della popolazione, anche in Italia si riscontrano i nuovi scenari di rischio dipendenti da
determinanti ambientali e meteo climatiche. Ai danni diretti dei cambiamenti climatici, legati a
ondate di calore ed ai sempre più frequenti eventi meteorologici avversi, vanno a sommarsi altri
rischi indiretti come la ricomparsa (o comparsa) di malattie infettive clima-sensibili, l’aumento
del rischio di malattie già riconosciute come associate a fattori di rischio ambientale (es: asma e
allergie respiratorie, malattie cardiovascolari e respiratorie, tossinfezioni alimentari e malattie
trasmesse con l’acqua), l’aumentando del rischio di esposizione a contaminanti chimici negli
alimenti e per i lavoratori addetti, la diminuzione della produzione e della qualità nutrizionale di
alimenti fondamentali. Per far fronte a tali problematiche non si potrà contare sul solo sistema
sanitario, ma andranno intraprese misure di adattamento diversificate, realizzabili nel breve,
medio e lungo periodo riguardanti tre aree di azioni principali:
1. strumenti di governance;
2. resilienza dei sistemi di prevenzione, allarme e risposta;
3. formazione degli operatori e ricerca per lo sviluppo di metodologie per la valutazione
dei nuovi rischi e vulnerabilità, di tecnologie e materiali resilienti a cambiamenti e
variabilità del clima.
I boschi e le foreste italiani hanno svolto in passato, e svolgono tuttora, un importante ruolo
multifunzionale capace di erogare, a vantaggio della collettività, benefici sia di tipo economico,
che di tipo ambientale. Oltre alla produzione di legname, le foreste svolgono infatti servizi
ecosistemici fondamentali quali la tutela idrogeologica, la regolazione del ciclo dell’acqua, la
conservazione del paesaggio e della biodiversità, la riduzione delle emissioni di gas di serra in
atmosfera. Gli effetti dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi forestali sono già oggi tali da
mettere a rischio il patrimonio forestale italiano e sono destinati ad aumentare. In particolare,
l’impatto dei cambiamenti climatici si sta traducendo in una riduzione dei tassi di crescita, in
cambiamenti nella composizione delle specie presenti e spostamenti altitudinali e latitudinali
(tendenzialmente verso nord-est) degli habitat forestali con conseguente perdita locale di
biodiversità, in aumento del rischio di incendio e di danni da insetti e patogeni, alterazione del
ciclo dell’acqua e del carbonio.
Agricoltura e pesca
L’agricoltura italiana, come quella di tutti i Paesi dell’area mediterranea, è una delle più esposte
e vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici in termini sia di quantità che di qualità.
L’agrosistema italiano sarà, nel futuro, soggetto sempre più a diminuzioni della produttività delle
principali colture, allo spostamento di determinati areali di coltivazione verso nord ed a quote più
elevate, ed alla diminuzione delle risorse idriche e della qualità del suolo. Il settore agricolo, e
conseguentemente quello agro-alimentare, andranno incontro ad un generale calo delle
capacità produttive al quale sarà strettamente legato anche una possibile diminuzione delle
caratteristiche qualitative del prodotto. Un punto di forza dell’agricoltura italiana, quale la
presenza di diverse DOP (Denominazione di Origine Protetta), IGP (Indicazione Geografica
Protetta) ed IGT (Indicazione Geografica Tipica), rischia di essere messo in difficoltà dal
cambiamento di temperature e precipitazioni.
La pesca nazionale contribuisce per un quinto circa, in valore, alla richiesta interna di prodotti
ittici e il nostro paese risulta il più produttivo del Mediterraneo. La stessa UE si è impegnata a
ridurre lo sforzo di pesca e a garantire che a partire dal 2015 le popolazioni oggetto di pesca
nelle acque marine di sua pertinenza siano sfruttate ad un livello non eccedente il MSY
(Massimo Rendimento Sostenibile, ossia il massimo livello di catture che una determinata
popolazione può fornire indefinitamente). Analisi condotte da Cheung et al. (2008, 2010 e 2012)
su basi modellistiche suggeriscono, tuttavia, che approssimandosi alla metà del secolo
l’accentuarsi dei cambiamenti climatici potrebbe determinare una riduzione della produttività di
molte popolazioni oggetto di pesca.
Cosicché appare plausibile ipotizzare che lungo le coste italiane il MSY degli stock ittici
potrebbe ridursi, in media, del 15-30% rispetto ai livelli attualmente stimati o presunti e ciò
potrebbe controbilanciare l’effetto positivo della più attenta gestione delle risorse e quindi
catture e rese di pesca saranno, presumibilmente, inferiori (o localmente simili) a quelle attuali.
Per salvaguardare gli stock e la loro resilienza rispetto all’impatto dei cambiamenti climatici
appare utile proibire, in via permanente o per lunghi periodi, alcune forme di pesca in ampi tratti
di mare (ad es. tramite Aree Marine Protette, No Take Area, Zone di Tutela Biologica, ecc.)
estendendo nel tempo e nello spazio un approccio che finora nel Mediterraneo ha interessato
aree di modeste dimensioni. Sarà necessario ridurre notevolmente la quantità di pesce pescato,
puntando sulla qualità del prodotto e su attivià integrative collegate come ilpescaturismo o
l’ittiturismo.
L’energia è uno dei settori più sensibili al cambiamento climatico per varie ragioni. Da un lato la
produzione di energia da combustibili fossili è una delle principali cause di emissioni
climalteranti, dunque è necessario un cambiamento drastico nei modelli di produzione di
energia nella direzione di un 100% di energia pulita da fonti rinnovabili entro il 2040. Dall’altro il
consmo stesso di eergia subirà notevoli variazioni in conseguenza ai cambiamenti climatici: e
acile supporre che l’aumento delle temperature produrrà una maggiore richiesta di
raffreddamento d’estate ed una minore richiesta di riscaldamento d’inverno. Uno dei settori in
cui investire maggiormente è il risparmio energetico e la coibentazione degli edifici: gli usi
energetici civili rappresentano in Italia il 50% dei consumi di energia elettrica e il 33% dei
consumi energetici totali (secondo il Ministero per lo sviluppo economco) e soltanto l’11% degli
edifici non spreca energia (dati Legambiente 2011).
Per le azioni di adattamento lungo le coste, sarà necessario proteggere la catena alimentare e
le specie la cui capacità di adattamento ai cambiamenti climatici è incerta, oltre a proteggere le
zone culturamente e turisticamente rilevanti. Infine per l’adattamento dei centri urbani costieri le
azioni suggerite comprendono un cambiamento nelle politiche di approvvigionamento idrico che
le renda più resilienti, l’introduzione di forti limiti di urbanizzazione, la previsione di nuove
tipologie edilizie resistenti alle inondazioni e la messa in sicurezza degli edifici esistenti; infine
andrebbe introdotto un sistema istituzionale di allerta meteo.
Anche il turismo, che vede l’Italia al quinto posto dei paesi più visitati al mondo e contribuisce a
quasi il 10% del PIL, risentirà dei cambiamenti climatici. Le destinazioni balneari potrebbero
risentire del clima instabile, mentre quelle invernali dell’aumento delle temperature. In tutti gli
ambiti (turismo costiero, montano, rurale, le città d'arte) saranno fondamentali e prioritarie sono
quindi le campagne di comunicazione, sensibilizzazione e di educazione ambientale, rivolte sia
agli operatori turistici, che ai turisti stessi e alla popolazione in generale. In generale sarà
necessario privilegiare le misure a basso costo sociale e a maggiore efficacia e un ampliamento
della stagione turistica o l’introduzione di attività alternative a quelle tradizionali. Inoltre saranno
necessarie alcune misure di adattamento tecniche sia in ambito costiero (conservazione e
ricostruzione delle dune, rinaturazione dei fiumi, conservazione della Posidonia Oceanica,
corretta pianificazione della pulizia delle spiagge), che montano (snow farming), che urbano
(riforestazione delle aree urbane e creazione di spazi verdi urbani, manutenzione delle reti
drenanti e dei sistemi di approvvigionamento idrico), che rurale (efficientamento del sistema
idrico, conservazione del patrimonio di colture locali).
La concentrazione di arte e cultura nel nostro paese, si sa, non ha eguali. Questa enorme
ricchezza diventa però una possibile criticità quando parliamo di cambiamenti climatici.
Difendere il nostro patrimonio artistico e culturale dalle bizze del clima mutato sarà una delle
sfide principali dei prossimi anni. Il primo intervento sarà necessariamente di tipo investigativo e
riguarda la valutazione della vulnerabilità e dei rischi cui il patrimonio culturale ed il paesaggio
sono soggetti, lo studio dei diversi materiali che costituiscono i beni diffusi sul territorio e le
forme di degrado che li interessano in relazione alle particolarità ambientali-climatiche, alle
caratteristiche del paesaggio, all’impatto antropico. L’acqua è il principale fattore di rischio. Le
istituzioni pubbliche o provate che in Italia gestiscono il patrimonio culturale dovranno
aggiungere sezioni specifiche riferite all’adattamento ai cambiamenti climatici nei piani di
gestione, oppure inserire appropriate misure in sezioni già esistenti. A tal fine la "Carta del
Rischio" realizzata dall’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, potrà essere un
importante supporto scientifico. Si tratta di un Sistema Informativo Territoriale (SIT) di banche
dati in grado di esplorare, sovrapporre ed elaborare informazioni intorno ai potenziali fattori di
rischio che investono il patrimonio culturale che consta di carte tematiche con la
georeferenziazione di circa 150.000 beni sul territorio italiano.
Gli insediamenti urbani ospitano la parte preponderante della popolazione italiana (94% al
2001) rappresentando nel contempo i maggiori responsabili e le principali vittime dei
cambiamenti climatici. In generale le esperienze europee hanno individuato il modello
istituzionale della multilevel governance, con la collaborazione di istituzioni sovranazionali,
nazionali e locali su vari livelli, come il più efficiente per rispondere alle esigenze delle strategie
di adattamento climatico. In generale sarà necessario tenere presenti i cambiamenti climatici
negli strumenti di pianificazione, stabilendo standard energetici per il costruito e per gli spazi
pubblici, contenendo o azzerando il consumo di nuovo suolo, incentivando il recupero delle aree
ed edifici dismessi o sottoutilizzati, incrementando la dotazione di verde urbano (comprensivo
degli orti urbani) e il mantenimento/ripristino di aree naturali e seminaturali all’interno delle città,
promuovendo la mobilità sostenibile.
In egual misura i cambiamenti climatici vanno presi in considerazione nella programmazione
delle opere pubbliche. Si dovrà inoltre prevenire l’incremento dei rischi idraulici e geomorfologici
e favorire la sperimentazione di modelli insediativi capaci di far fronte ai cambiamenti climatici
(sia incentivando le esperienze degli eco-quartieri e delle case clima sia quelle della
riqualificazione climatica degli edifici). Infine in questo settore come in altri è necessario da
subito promuovere lo scambio di esperienze e la diffusione delle best practices e incrementare
la consapevolezza dei cittadini in merito ai rischi derivanti dai cambiamenti climatici e
predisporre di sistemi di allerta nelle aree maggiormente a rischio.
Già oggi gli eventi meteorologici estremi causati dai cambiamenti climatici provocano danni alle
infrastrutture: a livello europeo i costi di manutenzione delle infrastrutture stradali dipendono
dagli eventi meteorologici per il 30-50% (tra 8 e 13 miliardi di Euro l’anno); il 10% di questi costi
(all’incirca 0,9 miliardi l’anno) è associato agli eventi meteorologici estremi.37 Poiché la
frequenza e l’intensità di eventi meteorologici estremi è destinata ad aumentare a causa dei
cambiamenti climatici è probabile che gli impatti sulle infrastrutture di trasporto saranno sempre
più significativi. In particolare ci si aspetta che gli impatti più significativi saranno determinati:
dall’aumento delle temperature, che comporterà da una parte una maggiore vulnerabilità delle
infrastrutture stradali (asfalto) e ferroviarie (binari), dalle modifiche nel regime delle
precipitazioni, che caratterizzato da eventi estremi più frequenti e intensi, influenzerà
negativamente la stabilità dei terreni e di conseguenza delle infrastrutture stradali e ferroviarie e
comporterà maggiori rischi di allagamento delle infrastrutture sotterranee; dall’aumento del
livello del mare, che comporterà rischi per le infrastrutture stradali e ferroviarie localizzate sui
litorali e per le infrastrutture portuali. I cambiamenti climatici potranno inoltre aumentare il rischio
di alluvioni, frane, incendi con conseguenze sulle infrastrutture di trasporto stradale e ferroviario.
Le risposte ai cambiamenti climatici devono essere date, in primo luogo, privilegiando
l’ottimizzazione delle reti esistenti rispetto alla realizzazione di nuove e grandi opere ed
effettuando una valutazione ponderata degli standard di efficienza delle infrastrutture rispetto
alla loro funzionalità; questo consente, tra l’altro, di limitare il consumo di suolo non
antropizzato.
Nello specifico, per quanto riguarda il trasporto stradale sarà necessario utilizzare (partendo
dalle aree di maggior rischio) asfalto drenante e resistente ad alte temperature, rialzare ove
necessario il sedime stradale, aumentare la manutenzione; per le infrastrutture ferroviarie
serviranno interventi di stabilizzazione del sedime ferroviario e di sostituzione dei binari con
strutture che non cedano alle variazioni di temperatura; per quelle portuali rialzare le strade e i
magazzini a rischio di allagamento, aumentare l’altezza dei muri che circondano i magazzini,
riorganizzare lo spazio del porto in modo da non localizzare i magazzini in aree vulnerabili,
dragare regolarmente il fondo delle aree portuali; per gli aeroporti è fondamentale mantenere le
piste in funzione, per questo bisogna assicurare il drenaggio delle piste a seguito di eventi di
pioggia, grandine o neve; occorrerà inoltre mantenere aree naturali (zone agricole, umide, laghi)
e/o corridoi e cinture verdi dove permettere l’esondazione dei fiumi e l’allagamento dovuto alle
piogge intense.
• INCENTIVI per prodotti a bassa intensità di uso dell’acqua e per l’uso di acqua a scadente qualità (acqua
grigia);
• PROGRAMMAZIONE di strumenti economici di gestione del rischio climatico (assicurazioni, fondi
mutualistici, ecc.);
• Sviluppo di sistemi di SUPPORTO alle decisioni (servizi di consulenza irrigua, sistemi early warning per
rischio siccità, alluvioni, frane, esondazioni, fitopatie e attacchi patogeni);
• migliorare le CONOSCENZE sui cambiamenti climatici e sui loro impatti,
• DESCRIVERE le opportunità eventualmente associate, la vulnerabilità del territorio, le opzioni di
adattamento per tutti i sistemi naturali ed i settori socio-economici rilevanti;
• Promuovere la PARTECIPAZIONE ed aumentare la CONSAPEVOLEZZA dei portatori di interesse nella
definizione di strategie e piani di adattamento attraverso un ampio processo di comunicazione e dialogo,
anche al fine di integrare l’adattamento all’interno delle politiche di settore in maniera più efficace;
• Supportare la SENSIBILIZZAZIONE e l’INFORMAZIONE sull’adattamento attraverso una capillare attività di
comunicazione sui possibili pericoli, i rischi e le opportunità derivanti dai cambiamenti climatici;
• Identificare le MIGLIORI OPZIONI per le azioni di adattamento, coordinare e definire le responsabilità per
l’attuazione, elaborare ed attuare le misure;
• Un PIANO RISCHIO FORESTE ITALIANE. Dovrebbe essere elaborato avvalendosi: - delle mappe forestali
nazionali elaborate sulla base dei più aggiornati dati disponibili (es. Corine Land Cover16); - dei dati di
inventario forestale (INFC); - delle informazioni derivanti da scenari climatici e modelli di impatto ambientale
ad alta risoluzione spaziale e temporale per la zonizzazione del territorio nazionale ed individuazione di aree
hot-spot tenendo conto, ad esempio, della ricorrenza e/o aumento dell’incidenza di eventi climatici estremi,
esposizione a attacchi patogeni, grado di infiammabilità della vegetazione forestale e ricorrenza di incendi
boschivi; - delle informazioni derivanti dal monitoraggio della produttività e degli altri servizi ecosistemici
delle foreste nelle aree hot-spot, basati su tecniche integrate di inventari e mappatura delle risorse forestali,
attraverso la combinazione di rilievi tradizionali e tecnologie di telerilevamento ottico e LIDAR (Laser
Imaging Detection and Ranging).
AZIONI
- Incentivare le esperienze degli eco-quartieri e delle case clima sia quelle della riqualificazione climatica degli
edifici, anche attraverso l’attivazione di processi partecipativi, di concorsi, di certificazioni di qualità.
- Introdurre strumenti di pianificazione quali, a livello comunale, il piano urbano della mobilità (PUM) e il piano
urbano del traffico (PUT) e ai livelli superiori gli ulteriori piani di settore (provinciale, regionale e nazionale).
ESEMPI VIRTUOSI
• Coalizione Clima: La Coalizione Clima Italiana “Parigi 2015: mobilitiamoci per il clima”,
promossa da numerose organizzazioni nazionali e locali della società civile è nata in
occasione della conferenza internazionale sul clima COP21 di Parigi, per sensibilizzare
l’opinione pubblica sul tema del cambiamento climatico e fare pressione sui leader
mondiali affinché vengano prese misure sufficienti.
• Italian Climate Network: Italian Climate Network è un’associazione di cittadini, aziende,
NGO impegnati nel risolvere la questione climatica e assicurare all’Italia un futuro
sostenibile. Il Network si occupa principalmente di comunicare e sensibilizzare sulle
tematiche legate al cambiamento climatico.
• Luca Lombroso: Luca Lombroso è un meteorologo previsore e divulgatore ambientale
italiano, noto al pubblico per aver partecipato al talk show "Che tempo che fa”. E’ autore
di numerosi saggi e libri sul clima fra cui "Apocalypse now? clima ambiente cataclismi.
Possiamo salvare il mondo. Ora", Edizioni Artestampa, 2012
• Luca Mercalli: Luca Mercalli è un climatologo e saggista torinese, noto per i suoi studi e
approfondimenti sui cambiamenti climatici e per la partecipazione alla trasmissione
televisiva di Rai 3 Che tempo che fa e per la trasmissione “Scala Mercalli”. Fra i suoi
scritti più conosciuti Filosofia delle nuvole (Rizzoli, 2008), Che tempo che farà (Rizzoli,
2009), Prepariamoci (Chiarelettere, 2011) e Clima bene comune (Mondadori, 2013).
• Transition Italia: Transition Italia è il nodo italiano del network mondiale di Transition,
conosciuto anche come movimento delle Transition Towns, un movimento nato in
Inghilterra nel 2006 nella città di Totnes dalle idee di Rob Hopkins. L’obiettivo è studiare
a applicare metodi e modalità di transizione da una società basata sul consumo smodato
di energie fossili ad una società sostenibile
RIFERIMENTI
Bibliografia
Sitografia