Gotico
Gotico
la piccola Maria, vedete le aureole, poi c’è un altro bambino portato in un altro
ambiente, una sorta di sala d’aspetto, dove c’è Gioacchino. Altri elementi: scene
collocate all’interno di una struttura architettonica, raffigurazione di elementi
quotidiani; la sequenza dei riquadri ci dà il senso della prospettiva. Pietro ha voluto
arricchire creando uno spazio supplementare, estremamente articolato, in cui vediamo
l’ambiente ed attraverso l’ambiente vediamo altri spazi, una vera e propria sequenza,
si incastrano l’uno nell’altro.
Orafo parigino, Immagine votiva di Carlo VI ai piedi della Madonna
detta Il cavallino dorato (Goldens rössl), 1404 circa, Altötting
(Germania), chiesa parrocchiale
Uno degli oggetti più emblematici su questo punto di vista è quest’opera che
raffigura il Re di Francia Carlo VI inginocchiato ai piedi della madonna, collocata in
questa sorta di intreccio di pietre preziose, smalti, rami vegetali fatti in oro. In
quest’immagine c’è un grande palco architettonico: l’arco qui raffigurato viene
detto arco a sesto ribassato, cioè con una curvatura bassa; abbiamo, inoltre, delle
rampe di accesso, in basso c’è uno scudiero che ha il mantello con lo stemma delle
armi di Francia e con il cavallo, infatti, questo viene detto Golden Ressnes, che
significa "Cavallino d’oro “. Quindi, c’è l’architettura, poi c’è anche la tecnica della
scultura, perché queste figure sono modellate in cera e poi trasformate in smalto;
molto forte è anche l’aspetto cromatico che si raggiunge mettendo insieme questi
elementi preziosi.
Gentile da Fabriano
Tra i principali artisti che hanno lavorato nei primi decenni del 400, c’è Gentile da
Fabriano. Egli nasce nelle Marche, ha un’attività molto intensa in varie città
italiane, lavora dapprima in area lombardo-veneta, poi opera verso l'Italia centrale
in particolare a Firenze, infine termina la carriera a Roma alla fine degli anni 20. La
formazione di questo pittore è ancora misteriosa per cui ci sono varie ipotesi al
riguardo. c’è chi dice che si è formato in Italia centrale e chi dice che si è formato
Un altro grande artista del tardo gotico è un pittore e medaglista che si chiama “il
Pisanello”, Antonio Pisano detto Pisanello: pittore che, come dice il suo cognome, è
originario di Pisa nato nel 1395. Pisanello si formò a Verona e successivamente
divenne un collaboratore di Gentile da Fabriano che in Veneto aveva lavorato anche
nel palazzo ducale di Venezia e aveva eseguito l’affresco insieme a Pisanello. Continua
a lavorare tra Verona e Mantova. Dobbiamo tener presente che l’area veneta,
nonostante abbia conosciuto l’arrivo di diversi artisti che provengono dalla Toscana
legati allo stile rinascimentale mantiene, conserva la referenza per lo stile tardo-gotico
fino almeno alla metà del ‘400, quando arriva Donatello in Veneto. Quindi dobbiamo
considerare l'area veneto-veneziana come un'area che vive questa dialettica del tardo
Gotico-Rinascimento. Quest'area è molto importante anche perché Venezia è il
“Veneto Lagunare”, è una un'area collegata a diversi ambiti territoriali e culturali: da
una parte l'ambito dell'Europa settentrionale e dall'altro, anche l'ambito del
Mediterraneo meridionale cioè della parte che include i territori balcanici e arriva fino
ai territori dell’Asia Minore (Libano, Israele) e in tutta quell'area, Venezia ha una sua
posizione territoriale e politica, è una Repubblica ma che ha una estensione territoriale
che tocca tutto il bacino dell'alto, medio e basso Mediterraneo. Quindi è un'area di
fortissimi incroci, per cui per certi versi rimangono anche rapporti con l'area bizantina
e proprio appunto, legami con l'Europa settentrionale e legami con l’Italia centrale.
o Pisanello, Maestro della Madonna di Chieri, Nanni di Bartolo,
Monumento sepolcrale di Niccolò Brenzoni, 1422-1426, Verona,
chiesa di San Fermo Maggiore
Questo affresco raffigura un episodio molto caro alla cultura del tardo Gotico,
dove incontriamo spesso le storie di questi santi cavalieri, perché il Santo
Cavaliere consente tutta una serie di divagazioni sul tema della battaglia, del
cavallo, ecc. . L'affresco venne commissionato a Pisanello dalla famiglia
Pellegrini. a data dell'esecuzione è incerta: in genere viene collocata tra il
ritorno da Roma nel 1433 e la partenza per Ferrara del 1438. Questo episodio
raffigura la partenza di San Giorgio per la lotta con il Drago, cioè uno degli
episodi legati alla biografia di questo Santo e racconta di una principessa
imprigionata, tenuta sotto sequestro da un drago cattivo e San Giorgio si mette
in viaggio per liberarla. L'affresco era composto da due parti, quella destra, con
il commiato di san Giorgio dalla principessa, che ci è pervenuta in condizioni
buone, è una raffigurazione che ci pone un po’ come Gentile da Fabriano, cioè
tutta una serie di elementi molto preziosi e ricchi ma la cosa notevole è che ci
troviamo di fronte ad una pittura di grandi dimensioni e raffresco, cioè dipinta
direttamente sul muro, e anche con questa tecnica, Pisanello riesce a realizzare
quegli effetti di ricchezza, di preziosità, di varietà anche nei soggetti, e quella
sinistra, con il drago al di là del mare, che è quasi totalmente perduta. Qui
abbiamo come soggetto il San Giorgio che si mette in viaggio per combattere e
intorno a questo, ci sono tutta una serie di divagazioni molto particolari che
servono ad arricchire il racconto: Per esempio, questa figura femminile sulla
destra che porta la nostra attenzione (diversamente dagli ideali estetici del
Gotico internazionale) a quell’ambientazione molto ricca, fiorita all'interno della
natura, poi la preziosità straordinaria della moda.; questo taglio di capelli con la
testa sferica, perché c'era l’uso di rasarsi i capelli per lasciare la fronte libera,
raccogliendo i capelli in questo grande tuppo tutto serrato. Gli effetti di
preziosità si sono mantenuti solo in alcune parti perché queste rifiniture
venivano prefatte a secco. Qui vediamo delle strisce vive della decorazione
superficiale e anche per quanto riguarda l’abito, quindi l'attenzione molto forte
alla moda, all'abbigliamento. C'è anche l’attenzione agli elementi naturalistici e
la rappresentazione della realtà che include gli animali e nel dettaglio, il cavallo
che è il grande protagonista di quest’epoca e si evince anche dal disegno di un
cavallo fatto da Pisanello stesso che consideriamo anche uno straordinario
disegnatore.
Lorenzo Ghiberti nasce a Firenze nel 1378 e svolge la maggior parte della sua attività
nella città natale dove muore nel 1455. La sua formazione avviene presso la bottega
orafa del padre.
Ghiberti realizza la seconda porta (Porta Nord) del Battistero di S. Giovanni quando
l’Arte dei Mercanti, una delle più ricche e potenti di Firenze, nel 1401 bandisce un
concorso per la realizzazione di tale opera . La prima porta è stata realizzata da Andrea
Pisano nel 1300 raffigurando le storie della vita di cristo . Qui si vede molto bene la
connessione tra gotico e tardo gotico. La prima porta è stata fatta nel 300 nell’età
gotica mentre la seconda agli inizi del 400. Ci sono delle piccole variazioni però lo
schema di Ghiberti riprende lo stile di Pisano, quindi si vede il sopravvivere delle forme
della tradizioni e Ghiberti esegue poi i suoi soggetti all’interno di forme e di cornici
miste che alterna gli angoli a sesto acuto e le forme circolari. Al concorso prendono
parte numerosi artisti tra cui anche Filippo Brunelleschi. Tale concorso consisteva nella
realizzazione di una formella in bronzo dorato raffigurante la scena del Sacrificio di
Isacco.
Solo le formelle di Ghiberti e Brunelleschi sono giunte fino a noi e sono oggi
conservate nel Museo Nazionale del Bargello. Tali formelle dovevano uniformarsi alla
Porta Sud, realizzata da Andrea Pisano tra il 1330 e il 1336. Alla fine la vittoria venne
affidata a Ghiberti. (vedere descrizione sul libro).
Dopo ventuno anni di lavoro, la porta è formata da 28 formelle con cornice quadriloba
mistilinea rappresentanti scene della Vita e della Passione di Cristo. Ghiberti lavora
secondo una concezione tipica del 300 ossia la scena e fatta di figure singole che
vengono applicate a un fondale, non c’è una visione spaziale unitaria, ci sono degli
accenni di tridimensionalità (la base su cui poggia l’elemento architettonico e la figura
della vergine).
che sta sulla terra ed è stabile sulla pedana architettonica, l’angelo che viene dall’ alto
si porta sotto i piedi dalle nuvolette per dare l’idea che viene dal cielo, quindi l’angelo
è collocato in un mondo celeste diverso rispetto a quello della madonna. La figura
molto evoluta è quella dell’eterno padre che ha delle braccia molto accentuate. La
peculiarità è che si tratta di pezzi che sono pensati per combinarsi ma non per creare
una rappresentazione unitaria, possiamo notare inoltre che la cornice detta le regole
della rappresentazione.
o “San Giovanni battista, Lorenzo Ghiberti, Chiesa e Museo di
Orsanmichele, 1412-1416
Quando Ghiberti lavorava alla Porta del Battistero aveva un rapporto esclusivo con la
committenza che era affidata ad una delle arti chiamate “arti e mestieri”.
Nella Firenze dell’epoca hanno un ruolo molto importanti le corporazioni dei mestieri
che sono delle forme associative che gestiscono dei capitali e l’aspetto della
rappresentazione sacra, a Firenze questa corporazione prendeva il nome di “l’arte di
calimala” che si occupava di trasformare tessuti grezzi in tessuti preziosi;
l’associazione, estremamente facoltosa, aveva un santo protettore chiamato San
Giovanni Battista. La statua “San Giovanni Battista” è il primo grande bronzo del
quattrocento fiorentino, “gettato” secondo la tecnica antica della fusione a cera persa.
Con la statua di San Giovanni Battista da un punto di vista formale ci troviamo davanti
un artista ancora pienamente in un contesto tardo gotico mentre da un punto di vista
di genere artistico nel quale si cimenta Ghiberti ci troviamo difronte una sfida tra
l’antichità e rinascimento, ossia Ghiberti si cimenta con una statua in bronzo di
dimensioni superiori al naturale. Grande importanza nella figura hanno le pieghe del
mantello, impostato su ampie falcate ritmiche che che sono una chiara adesione al
gusto gotico internazionale. Le sculture in bronzo non erano molto conosciute al
tempo, però si sapeva dalle fonti classiche che erano esistite delle importanti opere
bronzee e gli uomini del rinascimento si confronteranno con questo modello. In
particolare esisteva un’altra opera molto importante che prende il nome della “Statua
Equestre” che si trova a Roma. è una delle poche testimonianze della fusione del
bronzo.
o Chiesa di Orsanmichele, Firenze”
Si tratta di un crocifisso di legno intagliato che si trova nella chiesa di Santa Maria
Novella. L’attribuzione di quest’opera non è mai stata messa in discussione ma è stata
oggetto di controversie da datazione, sulla base di quelli che sono gli studi più recenti
e convincenti, ma possiamo dire che il finale del primo decennio del 400 è la datazione
di quest’opera. È un crocifisso che si ricollega ad una tipologia molto precisa che
aveva le sue radici sempre in Giotto, il quale alla fine del 200, aveva realizzato questo
crocifisso su tavola dipinta che si trova nella medesima chiesa nella quale si trova il
crocifisso di Brunelleschi.
Il crocifisso di Giotto aveva rappresentato la svolta fondamentale nella
rappresentazione del crocifisso nell’arte occidentale perché il mondo pagano non
aveva conosciuto Cristo, non aveva trattato questo soggetto quindi non abbiamo punti
di riferimento nell’arte classica per questo soggetto. Per quanto riguarda l’arte
medievale, nelle epoche immediatamente precedenti a Giotto, Cristo era
rappresentato come una figura simbolica, astratta, come un’icona piuttosto che una
figura reale mentre Giotto modifica quest’impostazione e coerentemente con la sua
visione naturalistica, realistica, spaziale, pone in croce un essere, un corpo fortemente
connotato per quanto riguarda il peso e la sua massa che cade in avanti e con un
trattamento molto puntuale dell’anatomia, della corporatura , del sistema muscolare,
della cassa toracica e così via. Brunelleschi ha rielaborato il modello del Cristo piegato
sulla Croce di Giotto. C’è un elemento che qualifica la struttura di Brunelleschi, ossia il
fatto che il Cristo non ha il drappo che solitamente ha intorno ai fianchi, in realtà nel
momento in cui l’opera venne esposta esso esisteva, era un drappo mobile, di stoffa
che una volta rimosso non è stato più collocato quindi anche se lo vediamo
integralmente nudo, se facciamo caso le parti genitali sono tagliate ma non per
pudore (ci sono crocifissi di Michelangelo in cui Cristo è raffigurato con la
rappresentazione degli organi genitali in vista) ma perché questa parte doveva essere
cinta da un drappo. Il fatto che il velo non sia stato intagliato tutto in un blocco con la
figura vuol dire che Brunelleschi ha pensato a ritrarre un corpo nella sua interezza, lo
ha studiato come un corpo unitario e lo ha studiato con grande attenzione per quanto
riguarda la modellazione anatomica. È una scultura in taglio ligneo che ci fa vedere
molto bene il modellato del corpo e l’ossatura, la muscolatura… . Giotto è il patriarca
della tradizione naturalistica e realistica fiorentina quindi, molto spesso si torna a lui.
All’inizio Brunelleschi non era tanto preso da questi aspetti di naturalismo e di
realismo, dobbiamo pensare che questo ritorno a Giotto sia stato sollecitato dal nuovo
rapporto con l’antico.
L’altra opera celeberrima è la cupola della cattedrale di Santa Maria del Fiore a
Firenze o duomo di Firenze. Quest’opera rappresenta la rivincita di Brunelleschi,
perché dopo aver perso con Ghiberti, adesso vince con la cupola del duomo di Firenze
soprattutto perché sulla base degli studi che aveva condotto sull’architettura classica,
presenta un modello basato sulla tecnica architettonica molto innovativa, la cui
innovazione affondava nell’architettura dell’età classica. In quegli anni la cattedrale
era ancora senza copertura nella zona del coro e l’immane spazio ottagonale su cui
era prevista la cupola era di grandissime dimensioni e ciò ha creato problemi a chi
doveva realizzare la cupola. Per alleggerire il peso di questa cupola, egli pensa ad una
calotta ricoperta da un’altra calotta (cupola autoportante), perché in questo modo non
c’è un muro enorme ma ci sono due muri più piccoli con un’intercapedine senza
richiedere l’aiuto quindi delle armature in legno. La costruzione di questa enorme
cupola è stata possibile grazie anche all’impiego della muratura a spina di pesce che è
una tecnica che consiste nel disporre dei ricorsi di mattoni verticalmente ed
orizzontalmente. In questo modo Brunelleschi riesce a risolvere questo problema e a
dare alla cattedrale di Firenze una copertura che anche simbolicamente rappresenta la
centralità della città di Firenze nell’ambito italiano ma quantomeno della Toscana.
Brunelleschi ha portato a compimento altre chiese come la Chiesa di S. Lorenzo, la
Chiesa di Santo Spirito, ha realizzato edifici come la Cappella Pazzi per la famiglia
Pazzi. Lo stile rinascimentale basato sul classico ma che non è neoclassico, è una
reinterpretazione che conduce a degli esiti originali.
Secondo la tradizione, Brunelleschi è colui che ha elaborato una visione
tridimensionale dello spazio che possiamo chiamare prospettiva. La prospettiva è un
insieme di proiezioni di oggetti su un piano che permette di rappresentare gli oggetti
tridimensionali sul piano bidimensionale. Essa si fonda su criteri matematici e
geometrici estremamente rigorosi ma non dobbiamo pensare che gli artisti, nel
realizzare un dipinto basato su criteri prospettici, si mettessero a fare calcoli. Gli artisti
non sono esperti o dei teorici ma artisti cioè persone che attraverso un sapere tecnico,
cercano di esprimere dei contenuti religiosi, estetici e così via. La prospettiva si basa
su 2 principi fondamentali: le linee della visione convergono in maniera coerente verso
Masaccio, Trinità con il committente Berto di Bartolomeo e la moglie Sandra, 1427 circa Firenze, Chiesa i Santa Maria Novella.
Questo è un dipinto che racchiude la facciata verso la fine del XVI secolo, e vedete che
non era ancora abbastanza conclusa, essa verrà poi terminata tra l’Ottocento ed il
Novecento. Confrontando la facciata di fine ‘800, noi vediamo queste quattro nicchie
che sono dei luoghi che contengono delle opere di grande interesse perché
contengono le statue dei quattro evangelisti, alcune di natura tardo-gotica. Il
passaggio dal tardo-gotico si vede anche dalle statue perché acquisiscono
naturalezza.
o Donatello (1386-1466)
Leggere dal libro (p. 442).
o S. Giovanni Evangelista, Donatello, 1408-1415, Museo dell’Opera
del Duomo, Firenze
Paragone: Da una parte abbiamo Ghiberti con il tardo gotico, dall’altra troviamo
San Giorgio, dello stile rinascimentale.
Il S. Giorgio venne commissionato a Donatello nel 1416 dall’Arte dei Corazzai e
Spadai. S. Giorgio ci appare solido e ben piantato al suolo, con le gambe
leggermente divaricate e il grande scudo a forma di rombo che funge da
ulteriore appoggio. Alla fermezza fisica corrisponde la fermezza morale
espressa da un volto apparentemente sereno ma in realtà Donatello conferisce
a S. Giorgio dei tratti pensosi, con le sopracciglia contratte e la fronte
aggrottata. Anche in questo caso per comprendere pienamente l’impostazione
della statua, il suo valore spaziale e il suo rapporto con lo spettatore dobbiamo
tener presente che la statua aveva in origine nella mano destra, in cui
attualmente c’è lo spazio vuoto, una spada fatta non di marmo ma di un altro
materiale, che poi è andata perduta e non è stata sostituita. Questa spada così
protesa in avanti verso lo spettatore evidentemente sottolineava ancora di più
questo mettersi in relazione con colui che guarda. Uno potrebbe chiedersi il
perché di uno scudo così grande: perché quello scudo non ha soltanto un valore
di realismo, non è soltanto la rappresentazione realistica di un oggetto, ma è un
elemento che nell’economia generale dell’opera serve anche a dare come un
elemento di spazialità molto accentuato, se noi guardiamo il rapporto che c’è
tra lo scudo, la figura e il fondale, abbiamo quasi l’impressione che l’opera sia
all’interno di uno spazio circolare molto ben delineato e delimitato, quello scudo
se ce lo immaginiamo più esteso è quasi come se fosse una sorta di parapetto,
come se la figura si affacciasse ad un parapetto. Se noi guardiamo più nel
dettaglio la testa, notiamo che Donatello ha voluto dare una sorta di
allineazione a questo elemento. Dove vediamo l’allineazione? La vediamo nei
tendini del collo che sono tirati. Questa statua piazzata nella polis sta anche a
significare che la severità morale è anche un monito per i cittadini ed è
un’esultazione alla pratica della virtù, perché la pratica della virtù giova non
soltanto a chi la esercita ma giova alla collettività. Una città moralmente salda,
nel pensiero politico umanistico è anche una città che ha quella tensione
morale in grado di preservare la sua autonomia.
Gli originali di Orsanmichele sono stati portati al terzo piano della chiesa, ad
eccezione del San Giorgio di Donatello che già nell’Ottocento era stato
trasferito come una sorta di simbolo, una delle icone della città di Firenze ed è
stata portata al Museo del Bargello. Qui la statua e la predella sono originali, il
tabernacolo invece è una copia.
In Brunelleschi non c'è ancora una visione spaziale coerente perché non è possibile
che il mantello poggi sull'albero che sta molto più lontano. Mentre invece Donatello
ha risolto il problema: ciò che sporge di più sembra più vicino di ciò che già c'è sul
piano. Il mantello che è fatto più sporgente, anche sulla base di una posizione più
corretta, si vede subito che c'è il mantello in primo piano e il paesaggio sullo
sfondo. L'albero di Brunelleschi non è naturalistico, è una specie di grande fronda
poggiata sulla roccia e non ha neanche le radici, vedete invece gli alberi di
Donatello.
Qui invece la cosa pazzesca perché non solo ci sono gli alberi, ma noi cogliamo
anche una sequenza di rocce sullo sfondo, e questa è un'opera capitale, è una delle
opere più importanti della produzione figurativa della civiltà occidentale perché
realizza un qualcosa che non avevano realizzato neanche gli antichi.
Importante è la data del 1443 quando si trasferisce da Firenze a Padova. Il momento
decisivo sarà quando Donatello approda a Padova e svolge delle opere che gli danno
grande importanza e gli permettono il passaggio dal tardo-gotico al Rinascimento.
(tratto naturalistico).
Noi sappiamo che Napoleone era molto basso, ma in questa opera lo vediamo in
enormi proporzioni e in questa bellezza idealizzata del corpo. Napoleone è
rappresentato come Marte pacificatore. Non è un “napoleone svestito”, ma un
Napoleone idealizzato nella sua eroicità.
Originariamente la statua del David di Donatello si trovava nel cortile del palazzo
Medici a Firenze, situata su una colonna, ed è una figura che si vede da tutte quante le
sue angolazioni, da ogni punto di vista. È una statua libera nello spazio, modifica e
modernizza il concetto di statua. Qui siamo proprio in prossimità del trasferimento di
I quattro santi furono 4 martiri del tempio di Diocleziano ed erano degli scultori. I Santi
erano gli eroi dell’antichità. Mostrano un recupero della scultura classica, più diretto
rispetto a Donatello, un recupero più filologico. In Donatello invece c’era più una
rappresentazione dell’antico. Quindi da una parte un recupero filologico dell’antichità,
ma vediamo anche grande modernità per quanto riguarda la disposizione delle figure.
Nanni di Banco colloca i 4 personaggi all’interno della nicchia, con un andamento che
dà un forte senso di spazialità. Disposizione non allineata, ma secondo un senso di
profondità. Per mettere questi 4 personaggi tutte insieme trova uno stratagemma,
ovvero unisce due figure in una, riducendole quindi a 3 figure, le due sulla sinistra
sono singole, mentre il blocco a destra è tutt’uno.
Un’altra opera importante è il rilievo Tabernacolo dell'arte dei maestri di pietra e
legname dove esegue un rilievo in cui fa vedere come si lavorava nella bottega degli
scultori (loro sono i protettori degli scultori). Per quanto riguarda il rilievo però è
rimasto alla mentalità del 300. Le immagini sono rimaste “attaccate” ad un fondale e
la storia si legge da sinistra verso destra. Gli manca l’impostazione tridimensionale e
la concentrazione nel punto di fuga di tutta la scena. Donatello invece converge tutto
nel punto di fuga, al centro, che è anche l’apice della scena, il significato lo si coglie
dal primo sguardo.
La pittura rinascimentale
A Firenze lo stile tardo gotico perdura e ha una sua forte diffusione anche agli inizi del
400. A Firenze ci sono artisti autoctoni che testimoniano la diffusione di questo stile.
Uno degli artisti più originali e fedeli alla peculiarità del tardogotico, è Lorenzo
Monaco.
o Sant’Anna Metterza
A sinistra, quello di Masolino che rappresenta la presa delle mani della Madonna molto delicata,
quasi si appoggiano sul corpo del bambino, che è raffigurato molto morbido; Masaccio invece
rappresenta la Madonna come se stesse trattenendo il bambino, un altro aspetto interessante che
fa capire questa mentalità spaziale della madonna con il bambino e la dimensione spaziale della
madonna con questo collo molto geometrizzante insieme alla testa all'interno del velo come se
fosse una nicchia, questo aspetto è un tratto tipico del quattrocento fiorentino che appunto ha il
suo massimo rappresentante che è Piero delle Francesca.
o Cappella Brancacci
La collaborazione tra i due artisti e il ciclo basilare della pittura del primo
rinascimento a Firenze continua con il ciclo che decora la cappella della
famiglia Brancacci all'interno della chiesa del Carmine di Firenze. Qui Masaccio
si rifà a Giotto, in collaborazione con Masolino. Il tema è la vita di S. Pietro al
quale si aggiungono anche scene tratte dalla Genesi. Negli sviluppi della tradizione
cristiana San Pietro approda a Roma e sarà il primo vescovo e il primo Papa della chiesa cattolica
Romana. La decorazione della cappella è il frutto di vari secoli che arrivano fino al
700 che in questo periodo venne danneggiata da un incendio e venne poi
rifatta in alcune parti, la parte settecentesca riguarda gli affreschi della volta
con l'aggiunta di questo altare e anche della grande finestra invece rimonta a
una fase più antica della cappella la madonna con il bambino che viene
venerata sull'altare che è un opera e un icona del 200 quindi precedente alla
decorazione rinascimentale di Masolino e Masaccio.
In questo dipinto fatto da Masolino da una parte abbiamo la tentazione del serpente
cioè il male che si insinua che vuole sovvertire l'ordine naturale delle cose e non
ritiene che il suo stato di creatura determini una soggiacere alla volontà del creatore e
Adamo ed Eva che quasi sembrano due amanti/innamorati del 400 per come sono
posizionati i loro copri e questo ci riporta alla mentalità di Masolino che era un artista
del tardo gotico e continua a emulare lo stile di vita dei nobili e cavallieri (lo notiamo
nella postura e nella testa del serpente che ha l'acconciatura del tardo gotico). Invece
per quanto riguarda la pittura di Masaccio e appunto l'espulsione in tutta quanta la sua
violenza, gli angeli di Masaccio come erano stati quelli di Giotto e poi saranno quelli di
Michelangelo non hanno alcun paragone con l'angelo di Gabriele dell'annunciazione
qui in basso che è una figura allungata e sinuosa. Si capisce la differenza con quello di
Masaccio dove l'angelo che incombe tutta la sua corporeità e notiamo la complessità
tridimensionale della figure che va in avanti però rimane in cielo e con un fare
imperioso manda via Adamo ed Eva. Adamo singhiozza disperato, coprendosi il volto
dalla vergogna; Eva, che solo dopo il peccato originale si accorge della propria nudità,
cerca di coprirsi. Il suo volto, sfigurato con la bocca spalancata in un urlo, rappresenta
uno dei vertici più alti e drammatici della pittura masaccesca. Con la sua posa, Eva
richiama la Venere pudica, conservata nella collezione della famiglia Medici. Qui il
paesaggio al di fuori dell’Eden si riduce ad una roccia, e dietro a essa, un cielo
profondo e senza nuvole, quasi irreale. Masaccio quindi dimostra che il mondo è brullo,
arido, senza acqua, in contrapposizione con la bellezza del Paradiso terrestre. Notiamo
l'uso della luce è molto interessante e i corpi che hanno la loro grande fisicità e
proiettano delle ombre molto forti sul terreno, per capire anche la temperatura
espressiva e artistica di Masaccio bisogna osservare il corpo di Adamo: è molto
risentito da un punto di vista fisico come il bambino di Sant’Anna di Firenze. L’ultimo
restauro ha eliminato le foglie che nella seconda metà del XVII secolo erano state
aggiunte per mascherare il sesso dei personaggi. Nella fase quattrocentesca il
completamento della decorazione dell'affresco venne condotta diversi decenni dopo
l'attivita di Masaccio e Masolino da un pittore che si chiama Filippino Lippi. Il ciclo di
Masolino e Masaccio si interrompe poichè Masaccio muore e Masolino va a lavorare in
Ungheria, il ciclo verrà portato al compimento nel 400 da Filippino Lippi.
o S. Pietro risana gli infermi con la sua ombra (Masaccio)
I miracoli non vengono compiuti solo da Gesù ma anche dai santi, nei miracoli
dove si parla negli atti degli apostoli c'è questa scena che troviamo in alto,
troviamo San pietro e dietro di lui San Giovanni evangelista riconoscibili
dall'aureola. Il testo evangelico ricorda come alcuni cittadini di Gerusalemme
erano soliti portare i propri infermi nelle piazze, mettendoli su giacigli e barelle in
posizione tale da venire almeno sfiorati dall'ombra di Pietro in passaggio. Tutti
venivano guariti. questi personaggi del cristianesimo hanno questo aspetto di
eroicità che si traspone nelle vesti all'antica. Notiamo la sequenza degli edifici
dove il palazzo è fatto con paravento di mattoni sporgenti quindi non liscio e in
fondo si vede un edificio ecclesiastico con una colonna all'antica, anche in
questo caso l'architettura contemporanea recupera l'antico come faceva
Brunelleschi.
o Il Tributo
Masaccio illustra un episodio del Vangelo secondo Matteo nel quale è descritto
l’ingresso di Cristo e dei suoi apostoli nella città di Cafarnao. Il gabelliere
pretende da loro un tributo per il tempio di Gerusalemme. Una volta ricevuta
questa richiesta Gesù ordina a Pietro di andare a prendere il danaro per pagare
il tributo dalla bocca di un pesce che si trova in questo corso d’acqua e poi,
Pietro stesso (a destra) paga il tributo. É una scena in cui si vuole sottolineare il
fatto che innanzitutto Gesù e i suoi discepoli non si ritengono sciolti
dall’osservanza della legge bensì essi sottostanno alla legge. É una scena che
vuole tra l’altro ribadire il fatto che, come si può vedere molto bene dai gesti, la
Gli apostoli sono rappresentati come una figura classica e il cappelliere secondo
la moda del tempo perché non è un personaggio sacro. La natura di Masaccio è
una natura folle, ci stacchiamo dunque dalla natura intesa come giardino fiorito
che avremo nel tardo Gotico. Infatti l’ambiente appare brullo e desolato.
o Crocifissione (1426, Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli)
Per quanto riguarda la pittura su tavola, l’opera più complessa è un polittico
che si trovava originariamente nella Chiesa del Carmine a Pisa, poi stato
smembrato. I pezzi sono disseminati in vari musei nel mondo tra cui un pezzo si
trova a Capodimonte.
Una delle ultime opere di Masaccio, l’affresco presenta una struttura narrativa
prospetticamente ripartita su diversi piani. Masaccio rappresenta la cappella
funeraria dove sulla predella aggettante rispetto alla parete raffigura le due
figure inginocchiate dei committenti: a sinistra Verto di Bartolomeo, un
borghese che si occupa di costruzioni e sua moglie Sandra. Con le pennellate
scure intorno agli occhi del personaggi Masaccio designa l’età del personaggio.
Il cappello rosso tipico dell’epoca. Questo dipinto è un caso di rappresentazione
dei committenti borghesi che vengono rappresentati come tali e non come
nobili come accade nel Tardo Gotico. Il personaggio è scarno, non ha vestiti
elaborati; l’essenzialità si presenta come la caratteristica principale della
pittura di Masaccio. I personaggi si vedono ad altezza d’occhio. In primo piano
in basso c’è un sarcofago con sopra uno scheletro. La scritta allude
simbolicamente alla transitorietà delle cose terrene, indicando allo stesso
tempo la via della preghiera e della fede che è l’unica in grado di condurre alla
vita eterna. Ai piedi della croce troviamo la Vergine (a sinistra) che rivolge
verso di noi uno sguardo serio, indicandoci il figlio, e S. Giovanni con le mani
giunte. Infine Cristo è simbolicamente sorretto alle sue spalle da Dio Padre che
si colloca in terzo piano, al vertice della piramide compositiva. Tra il volto di Dio
e di Cristo, Masaccio inserisce anche la colomba dello Spirito Santo.
Contesto storico: Bisogna allargare lo sguardo a ciò che accade in un’area
che è fondamentale per la cultura artistica europea, cioè quella borgognona-
fiamminga. Uno dei temi portanti del ‘400 anche italiano è quello del rapporto
Un tratto tipico del portale che è anche legato a una forte esigenza di realismo
è il fatto che non troviamo elementi che alludano alla ricerca sullo spazio di
carattere prospettico come avviene in Italia ma certamente notiamo in questa
produzione artistica un’attenzione alla corporeità delle figure, al realismo e al
rapporto tra figura umana e ambiente architettonico. Le figure sono connotate
da un forte realismo, certamente ci sono ancora delle ricchezze ornamentali
tardo gotico però quello che segna veramente la svolta è l’attenzione al
carattere, alla realtà, alla natura, ciò significa anche un’attenzione agli oggetti,
alle cose, all’osservazione del mondo che c’è intorno a noi. Gli artefici di questo
complesso sono due scultori, Jean de Marville e Claus Sluter. Jean de
Marville in un primo momento è in rapporto con il Duca di Borgogna, Claus
Sluter proviene da territori dell’Olanda, da una città che si chiama Haarlem. Egli
si sposta dall’Olanda al Ducato di Borgogna e segna una svolta importantissima
dell’arte europea, egli segna il passaggio dal mondo tardo gotico a un mondo in
cui diventa centrale la rappresentazione della realtà, in modi e forme diverse
dal 400’ italiano ma sulla base di un’istanza molto simile. Questo è un tratto
caratteristico, infatti, non c’è mai la volontà di confrontarsi con l’architettura
antica. Lo possiamo notare nei tabernacoli, parallelo nordico del tabernacolo di
Orsanmichele di figure, al centro la statua della Madonna come immagine
principale, in questi tabernacoli oltre ad avere un impianto ornamentale
particolare hanno una loro tridimensionalità, sono tabernacoli schiacciati sulla
parete ma allo stesso tempo hanno anche un grande senso del volume. Non c’è
una ricerca sulla prospettiva ma c’è però un enorme attenzione della spazialità,
dei volumi, del rapporto tra spazio e figura.
o Pozzo di Mosè
servizio del successore, Filippo il Buono (Filippo III di Borgogna). Per quanto riguarda la
formazione di Jan van Eyck abbiamo pochissime notizie e possiamo dire
sostanzialmente che la sua formazione ci resta misteriosa. Certamente però noi
possiamo trovare fin dalle prime opere alcuni aspetti che lo legano anche a tratti alla
cultura figurativa del primo ‘300, e per certi versi abbiamo trovato anche nel contesto
italiano.
In questa fase, la fase II della grande fioritura dell’arte borgognona e fiamminga,
l’epicentro si sposta da Digione –dalla Francia– a Bruxelles. Jan van Eyck è attivo
presso la corte, come avveniva al tempo, non solo per le sue qualità artistiche, ma è
impiegato anche come uomo di fiducia, e anche ambasciatore del Duca. Possiamo dire
che questo artista è tanto grande perché pone all'attenzione della cultura figurativa
europea un aspetto nell'osservazione e nella descrizione della realtà che è
assolutamente peculiare, un aspetto della rappresentazione dell'osservazione della
realtà, che anche in questo caso era stato affrontato dagli antichi, di cui troviamo dei
precedenti nell'arte classica, e che nel corso del medioevo era stato abbandonato.
Tra le bellissime opere di quest'artista si è conservata una parte di un libro, cosiddetto
Libro d'ore di Torino-Milano perché un pezzo si trova a Torino, un altro pezzo si
trova a Milano, che contiene una serie di immagini.
Lui coglie l'aspetto che non è stato mai osservato prima, che ha dei precedenti
nell'arte classica ma che non abbiamo ancora incontrato nell'ambito delle novità del
‘400. Il vetro specchiato è il materiale che più riflette in maniera nitida la realtà, tant'è
vero che è come se fosse una seconda realtà. Questa è la peculiarità della pittura di
Jan van Eyck: ha capito che io posso descrivere e rappresentare la realtà con una
verosimiglianza impressionante, che in alcuni casi potremmo dire più vero del vero,
attraverso l'osservazione della luce riflessa. Questa capacità di descrizione della realtà
si basa su un principio: collocare dei punti di bianco, di chiarore, in posizioni
strategiche, di modo che questo bianco mi dia precisamente il senso di riflesso.
Attraverso questa particolare tecnica che deriva dall'antichità –era già presente
nell'arte classica– che si chiama dei bianchetti, Jan van Eyck riesce a darci il senso
della consistenza materiale della realtà.
o Confronto: Pagamento del tributo (Masaccio) vs. Battesimo di
Cristo (Eyck)
sono entrambi dei corsi d'acqua, ma - Masaccio ci vuole dare soltanto il senso
volumetrico e quel senso crudo, spoglio della realtà, ma noi non cogliamo chiaramente
di cosa è fatto questo pozzo d’acqua, potrebbe essere fango, qualsiasi cosa. - van Eyck
considera il fiume sostanzialmente come una superficie riflettente. noi vediamo
chiaramente il riflesso del castello nel fiume; vedete i bianchetti, questi colpetti ci
danno il senso del movimento e della spuma.
Questa è la grandezza del pittore, in un certo senso lo potremmo chiamare una sorta
di Rinascimento, Jan van Eyck compì questo rinascimento nella rappresentazione della
realtà, fatta di superfici riflettenti. in questa gradazione di riflessi lo specchio è la
punta massima perché riesce a riflettere la luce in maniera talmente corrispondente
alla realtà che è quasi una seconda natura. C'è una fonte antica che poi ci interessa
perché è l'opera di un umanista di origine genovese che è stato presso la corte
aragonese del regno di Napoli, che si chiama Bartolomeo Facio. Scrisse un'opera
“De viris illustribus” cioè sugli uomini illustri, molto importante perché tra questi
uomini illustri, lui inserisce anche gli artisti. Parlando di van Eyck, Bartolomeo Facio
elogia questa capacità mimetica nella rappresentazione della realtà e parla di un
quadro –purtroppo perduto– in cui era raffigurata una Venere al bagno e Facio
rimaneva colpito dal fatto che questa Venere si vedeva anche in uno specchio che ne
rifletteva l'immagine.
Jan van Eyck sarà il punto di riferimento anche per Pieter Claesz, nel ‘600, specialista
di nature morte. Claesz, ricollegandosi alla tradizione fiamminga di Jan van Eyck, nelle
sue nature morte ha dei tratti quasi virtuosistici nella rappresentazione della luce
riflessa; anche lui utilizza ancora la tecnica dei bianchetti. Quindi questa è una
tradizione che poi perdura nell'arte delle fiandre, nell'arte olandese, ma possiamo dire
in tutta quanta l'area occidentale.
Polittico aperto
Polittico chiuso
L’opera è da un punto di vista tipologico e strutturale un polittico apribile, simile ad un
altare che ha una parte centrale e poi delle ante, c omposto da dodici pannelli di legno di
quercia. Questo Polittico dell'Agnello si trova nella città di Gand, la città delle Fiandre
molto vicina a Bruxelles. Venne commissionato da Josse Vijd, che era un dignitario, un
personaggio che ricopriva delle cariche importanti nell'ambito della città di Gand. Ad
ante chiuse ha una serie di immagini che rappresentano l’annunciazione; i
committenti, i profeti quindi anche tematicamente e liturgicamente siamo nel tempo
che precede la nascita di Gesù, il tempo dell'avvento. Nel momento in cui si apre il
Polittico, ad ante aperte, abbiamo una serie di immagini e tipologie che insistono
piuttosto sul momento della adorazione dell'agnello, quindi sul momento della morte,
della passione. Quindi mentre il Polittico ad ante chiuse rappresenta la fase della
nascita di Gesù, il Polittico ad ante aperte insiste sul momento della passione e della
morte. Da un punto di vista della complessità e anche delle dimensioni è un'opera di
carattere monumentale, ad ante aperte ha una larghezza di 375 cm, quindi quasi 4 m,
l'altezza 258 cm. Possiamo dire che per importanza è un po’ parallelo alla Cappella
Brancacci per l'importanza dell'oggetto, dimensione, e complessità.
Questo polittico era destinato alla cappella privata di questo personaggio che si
chiama Josse Vijd. Il polittico è stato cominciato nel 1428 e terminato nel 1432.
L'epigrafe dedicatoria di questo polittico chiama in causa anche un fratello maggiore
di Jan van Eyck, Hubert van Eyck, figura totalmente avvolta nel mistero più fitto. Si
crede che queste parti siano la stesura originaria di Hubert, che poi è stata modificata
da Jan van Eyck. Possiamo dire che nonostante l'epigrafe dedicatoria chiami in causa il
fratello di Jan van Eyck, l'opera da un punto di vista stilistico e nella sua struttura
finale è un'opera omogenea, che è tutta quanta riconducibile a Jan van Eyck.
Dal punto di vista narrativo, della storia sacra, il polittico comincia con le ante chiuse,
che hanno la battuta sulla tavola centrale, nel momento in cui le ante si chiudono
vanno a coprire questa parte centrale; quando le ante si chiudono noi vediamo il retro
delle ante, dove vediamo tutte queste figurazioni. Considerandole nel suo insieme e
loro insieme ci pongono aspetti iconografici e anche aspetti religiosi, teologici, che
abbiamo già incontrato: il momento dell'annunciazione, che è il momento in cui si dice
che nascerà il messia, viene preceduto dalle immagini dei profeti –sono le figure
dell'antico testamento che preannunciano la venuta del messia–; poi in questo
polittico ci sono anche delle sibille, personaggi del mondo classico che hanno la stessa
funzione dei profeti, le sibille hanno preannunciato che sarebbe nato un bambino che
avrebbe portato un’età di pace e nella visione cristiana questo bambino viene
interpretato come Gesù. È anche molto singolare questo accostamento tra Antico
Testamento, ebraismo e paganesimo, tutto quanto si riassume in una storia possiamo
dire globale dell'umanità, che ha il suo culmine nella nascita di questo. Qui siamo
ancora dal punto di vista della mentalità e della interpretazione dei personaggi sacri in
un clima pienamente tardogotico. Poi vediamo al centro, nel registro mediano, c'è la
rappresentazione della stanza dell’annunciazione. La concezione generale della
composizione: si va all'interno di una stanza possiamo dire borghese, molto semplice –
anche da un punto di vista proporzionale Jan van Eyck è ancora legato AI simbolismi
medievali e tardo-medievali, le figure proporzionalmente hanno una scala
dimensionale che è molto maggiore rispetto all'ambiente; non si possono neanche
alzare in piedi perché urtano, soprattutto l'angelo urta con la testa sul soffitto della
stanza. questi enormi strascichi –tipici di Jan van Eyck e della pittura fiamminga– che
no non hanno più quell’andamento morbido, sinuoso, ma hanno un andamento quasi
un po’ segmentato, scheggiato.
Per quanto riguarda la stanza dobbiamo fare delle osservazioni non solo sulla
dimensione spaziale, ma anche sulla concezione della luce e dell'illuminazione. Il
pittore osserva e descrive la realtà sulla base della luce riflessa, la questione di come
si illumina la scena diventa importantissima –questa vicenda è una costante dell'arte
occidentale fino al ‘900.
Jan van Eyck lavora sostanzialmente con due o più fonti luminose:
o una proviene dal davanti dell'opera, in primo piano l'ombra che si riflette sul
pavimento è l'ombra proiettata dalla cornice, quindi vuol dire che Jan van Eyck
concepisce la cornice come un elemento spaziale che non è una linea di
contorno, è un qualcosa che allude a dei vari piani di profondità, e dentro non
c'è la prospettiva, ma c'è un forte senso di tridimensionalità. Questi elementi
sulla luce trapassano anche nell'area italiana per esempio fino a Leonardo.
o una fonte luminosa viene dal retro, solitamente attraverso l'uso di finestre. Poi
ci possono essere le luci accessorie laterali, come in questo caso, che
completano. La luce che proviene dal retro illumina gli elementi architettonici, e
per esempio questa bellissima bottiglia di cristallo trasparente in cui si vede un
liquido è già la nascita della natura morta di stampo fiammingo-olandese che
abbiamo visto fino al ‘600. Però la finestra ci consente anche di vedere quello
che c'è all'esterno, una città, che da un punto di vista concettuale e religioso
significa che l'annunciazione avviene all'interno di una tradizione borghese e
domestica, di una semplicità quotidiana, senza andare nel
soprannaturale/simbolico. In un certo senso è una diverso modo di rendere la
storia sacra secondo la concezione laica, borghese, che abbiamo visto per
esempio nella pittura di Caravaggio; noi non vediamo i personaggi sacri per
strada, li vediamo nella stanza. In sintesi la città vive delle sue molteplici
attività e all'interno di una stanza di quella città avviene questo evento che
segna una svolta della storia dell'umanità.
È come se fosse una sorta di edificio a tre piani: -
nella soffitta ci stanno i profeti e le sibille;
- poi c'è la stanza principale, dove avviene l'annunciazione;
- nel portico/parte bassa, in cui noi vediamo questi bellissimi tabernacoli. questi li
dobbiamo considerare in parallelo con i tabernacoli per esempio in cui ci sono le
figure vissute: come nella facciata della Certosa di Champmol ci sono i Santi e ci
sono i committenti, mentre lì erano tutte figure di pietra, sculture, in Jan van Eyck
diversifica e le figure dei Santi le fa come se fossero delle statue in pietra, le figure
dei committenti le fa invece in carne ed ossa. Jan van Eyck con questa
stupefacente capacità imitativa riesce a rendere veramente la molteplicità del
reale. In realtà che cosa ci sta dicendo? Che non c'è neanche più bisogno delle
statue vere, perché van Eyck è talmente bravo in questa capacità imitativa che
può rappresentare delle statue che ci sembrano degli oggetti in pietra. Quindi la
capacità dell'artista è talmente elevata che riesce a superare anche l'aspetto della
materialità, che abbiamo visto nell'arte gotica e tardogotica. Alla materia si
sostituisce quello che si chiama, nella terminologia del tempo, l'artificio. L'abilità
dell'artista prende il sopravvento rispetto alla materia di impatto.
Nel registro inferiore del polittico chiuso ci sono le statue deiI due santi, la Chiesa
perché originariamente lo spazio sacro nel quale si trovava l'opera era dedicato a
San Giovanni, quindi abbiamo l'indagine di San Giovanni Battista. Vi ricordo la
differenza tra San Giovanni Battista che è il precursore che nella mentalità
religiosa del tempo veniva considerato come l'ultimo dei profeti, che era arrivato
così vicino a Gesù, tant'è vero che lo aveva battezzato, quindi non è
semplicemente il profeta che dice verrà un uomo ma Giovanni Battista dice che
quell’uomo è già presente, tant'è vero che si presenta in carne ed ossa e va
incontro al battesimo. Questo è San Giovanni Battista (a sinistra). Poi c'è San
Giovanni Evangelista (a destra), che invece fa parte del gruppo degli apostoli ed
è colui che aspetta appunto il vangelo e poi anche l'apocalisse, che è l'ultimo libro
del nuovo testamento.
Concentriamoci sul committente, inginocchiato, insieme alla donna (sua moglie). È
una rappresentazione a figura intera e non possiamo dire tanto in senso stretto,
però alcuni aspetti del ritratto che poi trapasseranno anche nel ritratto a
mezzobusto. per capire la straordinaria novità di questi ritratti dobbiamo
mentalmente ricordarci per esempio del ritratto di Roberto d'Angiò di Simone
Martini, della Gonzaga ritratta da Pisanello, una figura di profilo, tutta quanti un po’
geometrica, astratta; qua invece veramente c'è un cambiamento radicale cioè
sostanzialmente nella sua immensità dobbiamo dire che Jan van Eyck è colui che
ha inventato il genere del ritratto moderno.
Da un punto di vista spaziale, tridimensionale, Jan van Eyck deriva
dall’impostazione di Sluter, le figure dei personaggi a figura intera all'interno dei
tabernacoli. Jan van Eyck non conosce la prospettiva, però ha un po’ di senso di
spazialità, quindi il tabernacolo spazioso, la figura massiccia, corposa, vedete con
l'attenzione ai tratti fisionomici, ma anche agli oggetti, alla realtà, ai dettagli
dell'abbigliamento, resi con un forte senso di realismo e questo lo fa assomigliare a
Sluter. Andiamo un po’ più dentro al tabernacolo, che prende splendidamente
anche la consistenza cioè, quando guardiamo questa pittura, vediamo
immediatamente che questo è fatto di pietra intagliata, e ha tutta la maniera
dell'architettura tardogotica. Per quanto riguarda il ritratto, La testa è fatta di tante
superfici riflettenti e per dare l'effetto del riflesso del cristallino gli piazza il solito
bianchetto. Vedete anche la pelle, che in alcuni punti è più grassa, come sul naso,
che è più luccicante. Un altro pezzo che si ritrova molto spesso nella ritrattistica
rinascimentale sono le mani: dopo la testa, le mani sono la parte più espressiva
dell'essere umano. Lo vediamo anche in Leonardo. Leonardo parla di questi aspetti
in un'opera, che era destinata a diventare un trattato sulla pittura che però
Leonardo non portò mai a una versione compiuta, non venne mai pubblicata:
Leonardo dice espressamente che la testa e le mani sono le parti che più rendono
l'interiorità della figura. Secondo Leonardo ci deve essere un parallelo tra la
sensazione interiore e il movimento della figura.
Una critica, che poi ha determinato anche una interpretazione critica che in parte
ha modificato la visione di van Eyck. Ancora una volta è la figura di Leonardo che
Il corpus delle opere di Eyck non è enorme, all’interno di questo corpus occupano una
posizione di preminenza i ritratti; Eyck ha apportato dei cambiamenti importantissimi
nella storia della ritrattistica moderna, che rispetto a Pisanello, modifica quella
impostazione sulla base della sua visione naturalistica, che è totale e non ammette
deroghe. Ciò comporta il fatto che tutto quello che si rappresenta deve rientrare in
questa concezione di rappresentazione/osservazione della natura. Quindi , il ritratto
non può essere astratto o fatto alla maniera degli antichi, lo si fa tenendo conto della
complessità della natura umana e del rapporto con la luce. Jan van Eyck predilige
spesso il fondo scuro per far risaltare il soggetto, identificando bene la fonte luminosa.
Si presuppone che possa essere un autoritratto. il ritratto guarda dritto negli occhi lo
spettatore, e il suo occhio è un dettaglio straordinario. Per quanto riguarda le
dimensioni, si tratta di un ritratto con 25 centimetri di altezza per 19 di larghezza, è
molto piccolo. Eyck certamente dipingeva con lenti di ingrandimento e pennelli
sottilissimi. Da notare anche la questione della cornice: in questo ritratto egli utilizza
una cornice che fa parte integrante dell’opera; è una cornice dipinta da Eyck stesso
che reca la scritta in latino “Johannes dei fui hic, anno 1433, 21 di Ottobre”, firma in
latino ma con caratteri tipici dell’Europa Settentrionale. Interessante la scritta che c’è
in alto, che è una scritta in fiammingo che somiglia all’inglese “als ich kann” (come
posso). indica uno stato di modestia: le sue possibilità. Dall’altro lato, “come posso”
vuol dire anche sulla base delle condizioni date; è anche quello che gli è consentito
fare dalle condizioni esterne, delle condizioni naturali. questo aspetto ha determinato
critica per la pittura fiamminga, perché si basa sul riflesso della luce riflessa; quindi, il
soggetto deve essere assolutamente immobile o cambia la posizione dei riflessi di
luce. Questo dà un effetto di staticità, di natura morta, ma la vivacità e la carica degli
occhi ci trasmette un’idea di pienezza che di staticità. egli insiste molto sul gioco
linearistico del turbante, ma sembra una pietra, influenzato dalla scultura di Sluter.
Il ritratto dei coniugi Arnolfini è importante per la questione della committenza: egli
era mercante e finanziere di Lucca, Giovanni Arnolfini, che testimonia i rapporti
commerciali e finanziari, ma anche artistici, tra Italia e Fiandre. Le relazioni tra Italia e
Asia, Africa Settentrionale ecc, ci sono sempre state, come costante del nostro mondo
occidentale. Tuttavia, in un certo momento dell’evoluzione storica, sostanzialmente
nel secondo dopoguerra, questi rapporti si sono congelati perché in quella fase storica
abbiamo due blocchi (URSS e USA). Quindi, rapporti di trasferimenti di masse di
persone cospicue dall’Africa all’Europa e viceversa sono state una costante della
nostra storia. Questo ritratto è stato interpretato anche come omaggio, ex voto, per il
fatto che Giovanna Celami (la consorte) aspettasse un figlio, perché ha il ventre
pronunciato. Tuttavia, è probabilmente il rigonfiamento dell’abito che si sta tirando su.
Quello che notiamo è sicuramente un ritratto di carattere nuziale, questo ce lo dicono
delle allusioni chiarissime, tipiche della tradizione medievale:
⁃ Cane, simbolo della fedeltà.
⁃ il lume metallico, che reca solo una candela, perché è la candela dell’amore che
non si spegne mai.
Questi sono una chiara allusione matrimoniale, come la stanza dove si trovano i
personaggi: nelle case nordiche dentro ci si toglie le scarpe.
Per quanto riguarda l’abbigliamento, essi fanno parte della contemporaneità, la moda
è un filone di studio per interpretare i fenomeni artistici. Qui la moda entra nella
rappresentazione di questo dipinto, con questo vestito straordinario di lei e con questo
cappottino di visone indossato da lui.
Un altro esponente di questo filone figurativo è Rogier van der Weyden, sommo
artista di cui sappiamo poco, non sappiamo se fosse un allievo di van Eyck, ma a
differenza di van Eyck sappiamo di un soggiorno in Italia in occasione del giubileo del
1450, in quanto egli transitò attraverso varie corti europee eseguendo opere anche
per i Medici. Nel suo caso, quindi, possiamo parlare di un artista che ha avuto contatti
diretti con la nostra penisola; per quanto riguarda la sua cultura specifica, ci sono
evidenti somiglianze con Eyck, ma una componente dell’arte fiamminga in Weyden è
tipica e perdura fino al ‘500: forte coinvolgimento passionale/emotivo per quanto
riguarda i temi della storia sacra.
Uno dei centri in cui è più immediatamente riconoscibile, diciamo quasi palpabile
questo rapporto tra l'Italia e il mondo dell'Europa settentrionale è proprio Napoli, la
capitale di un regno che si è andato costituendo come appunto il regno di Napoli in età
angioina, cioè a partire dalla seconda metà del 200, ed è il più grande Stato che c'è in
Italia. Il regno di Napoli è la compagine statuale più grande d'Italia e ha visto una serie
di dominazioni che hanno periodicamente posto il rapporto con aree dell'Europa
perché, senza risalire all'alto medioevo quando Napoli era un ducato bizantino, Napoli
ha avuto la prima dominazione dei Normanni nel X, XII e XII secolo, poi quella degli
svevi nella prima metà del XIII secolo e poi appunto a partire dalla seconda metà del
XIII secolo, cioè del 200, quella angiolina. Il regno angioino perdura fino ai primi
decenni del 400, si apre poi una guerra di successione che vede contrapposti appunto
gli angioini con Renato d'Angiò che accampava appunto diritti sul regno di Napoli (lui
era conte di Provenza) e poi l'antagonista Alfonso d'Aragona e appunto vivono un
momento di forte contrapposizione tra il 1438 e il 1442, contrapposizione che poi si
conclude con la vittoria di Alfonso d'Aragona che entra poi trionfalmente in Napoli nel
1443. L'insediamento di Alfonso d'Aragona sul regno di Napoli è molto importante
perché Alfonso V re di Aragona, primo re di Napoli, dà l'avvio a un regno autonomo
staccato dalla confederazione aragonese, quindi Napoli è capitale di questo grande
regno e sede della corte. Sotto l’età aragonese, che poi perdura fino al 1503, Napoli
conosce una grande fioritura artistica, culturale e politica. È ovviamente una delle
grandi potenze dell'Italia del tempo: regno di Napoli, Stato della Chiesa, Repubblica di
Venezia, sono queste le maggiori potenze politiche e militari del tempo. Possiamo
prendere come edificio simbolo di questa presenza aragonese in Napoli il celeberrimo
Castel Nuovo o, come viene talvolta detto, il Maschio Angioino. Nel momento in cui
Alfonso d'Aragona diventa il primo re del regno di Napoli, lui ha come sede il Castel
Nuovo ( il Palazzo Reale non esisteva, è stato costruito intorno agli anni 40 del 500):
sede della corte, sede del sovrano, perché Castel Nuovo? Per distinguerlo dal primo
castello che aveva la città di Napoli costruito in età normanna che è quello che si
chiama Castel Capuano, è stato per lungo tempo prima residenza dei re normanni, poi
quando gli Angioini hanno finito questo Castel Nuovo perché Castel Capuano venne
ritenuto troppo piccolo, si fonda questo nuovo castello. Poi ha avuto a partire dal 500
una funzione di sede dei tribunali del regno di Napoli, questa funzione è durata fino a
un decennio circa fa quando tutti i tribunali si sono spostati al centro direzionale.
Quindi dobbiamo tener conto che il Castel Nuovo in senso stretto è una fondazione di
età angioina avviata tra la fine del 200 e il 300. Alfonso d'Aragona la eredita degli
Angioini e provvede ad alcuni interventi decorativi: ce ne sono diversi, il principale di
questi interventi decorativi riguarda l'arco di marmo che noi vediamo all'ingresso
dell'edificio.
Tra le due torri che difendono l'ingresso (torri "di Mezzo" e "di Guardia") venne eretto
un arco di trionfo in marmo (1445), destinato a celebrare il ricordo dell'ingresso di re
Alfonso nella capitale. Si uniscono le due componenti di questo edificio: una
componente chiaramente ancora di eredità medievale e gotica, le due grandi torri, e
all'interno di queste due torri c'è poi un arco in marmo ispirato agli archi di trionfo
dell'antichità classica (archi di trionfo romani), però questo arco si sviluppa molto in
altezza e questo è il retaggio di una concezione architettonica ancora di radice
medievale.
Sull'attico vi è il rilievo raffigurante il Trionfo di Alfonso. Nel corso del tempo per quella
che si chiama damnatio memoriae gli hanno cancellato la faccia, però vedete che lui
entra al di sopra di questo carro trionfale alla maniera dei condottieri e degli
imperatori antichi e regge in mano il blocco che è il segno del governo dell'impero, lo
sappiamo anche dalle fonti di questo interesso trionfale all'interno della città di Napoli.
Questo rilievo, che è stato realizzato intorno alla metà degli anni 50, vede la presenza
di elementi ispirati al Rinascimento nella parte del fondale, architettura classica,
timpani. Dobbiamo dire che in realtà quella che noi osserviamo è la stesura finale
dell'arco, ci rimane un disegno che si trova a Rotterdam, un disegno solitamente
attribuito a Pisanello.
questa testa eseguita da Donatello che è l’unica parte che l’artista ha realizzato del
grande monumento equestre che doveva andare nell’arco che è rimasto vuoto.
Ritornando alla vicenda della corte aragonese di Napoli, dobbiamo dire che come
accadeva in altri centri della penisola, la corte di Napoli è una cultura che riflette molto
bene questo momento in cui l’eredità tardo gotica si mescola con quella
rinascimentale e testimonia anche molto bene la presenza, il gusto, l'assorbimento e
la grande attenzione dell'ambiente della corte per la pittura e per l'arte fiamminga.
Anzi possiamo dire che dal punto di vista della proiezione pittorica intorno alla metà
del Quattrocento Napoli e il Regno di Napoli sono il centro dove più si assorbono gli
aspetti della pittura fiamminga. Abbiamo visto dal punto di vista dell'architettura e
della scultura Napoli precocemente si sintonizza con il Rinascimento toscano. Nella
pittura invece il primo segno di una mutazione rispetto al tardo gotico è dato proprio
dal rapporto con la cultura fiamminga, in particolare attraverso l'opera di questo
pittore che si chiama Colantonio, un personaggio estremamente misterioso, di cui
abbiamo sostanzialmente una sola testimonianza, una sola fonte: la lettera di un
umanista napoletano, Pietro Summonte, scrive nel 1524 una lettera in cui parla
dell'attività di questo artista Colantonio e descrive una serie di opere tra cui una pala
d'altare che aveva seguito per la chiesa di San Lorenzo Maggiore.
Si tratta del pezzo inferiore di questa palla d'altare di San Lorenzo. La scena mostra, su
fondo oro, S. Francesco d’Assisi, in piedi al centro, dalla figura longilinea, che offre
la Regola francescana ai confratelli inginocchiati attorno a lui: gli uomini a sinistra e le
donne a destra, con santa Chiara. La disposizione delle figure ricorda molto quella
dell’Adorazione dell’agnello mistico. È veramente interessante quest'aspetto della
figura all'interno della mostra con quei giochi della luce chiaroscuro, la fonte di luce
che proviene in alto da destra. Perchè è importantissimo la testimonianza di
Summonte riguardo Colantonio? Perché Summonte oltre a descrivere alcune opere di
Colantonio dice una cosa di enorme importanza per la cultura artistica europea cioè ci
dice che Colantonio è stato anche uno dei massimi pittori europei il quale si distingue
proprio per lo strettissimo rapporto che ha con la pittura fiamminga. Anche in questo
caso, l'impianto dall'alto che consente di farci vedere molto bene il pavimento, perché
se noi rappresentassimo la scena con un carattere prospettico all’italiana, noi quel
pavimento lo vedremmo di scorcio. Invece questo punto di vista rialzato, che è tipico
del modo di rappresentare dei fiamminghi, consente di vedere questo pavimento così
ricco, sono le mattonelle con lo stemma del re d’Aragona, chi ha commissionato
l’opera ha voluto anche sottolineare i rapporti con la Casa Reale, però l'aspetto che ci
impressiona è in particolare il modo di sistemarsi delle figure e questi panneggi che
sono una ripresa diretta del mondo fiammingo.
San Girolamo è un santo intellettuale, è anche colui che ha tradotto la Bibbia in latino.
Vive nello studio immerso nei suoi libri, però è anche un santo che ha trascorso dei
periodi di solitudine nel deserto, dove ha incontrato un leone e lo ha guarito
togliendogli la spina dalla zampa, per questo poi il leone invece di mangiarselo a
bocconi è diventato una specie di cagnolino, per cui spesso noi troviamo San Girolamo
rappresentato insieme al leone. . È stato anche un cardinale, infatti vedete questo
cappello rosso con le nappe che scendono, è appunto un elemento di vestiario dei
cardinali. All'interno di questa tavola, c’è questo spazio volumetrico ma compresso,
effetti appunto di interno che ci rimandano molto al mondo fiammingo, Colantonio si
confronta con quegli effetti di riflesso, di trasparenza delle materie. Noi sappiamo da
questa fonte di Sommonte che Colantonio si era specializzato proprio come grande
interprete della pittura fiamminga, egli aveva addirittura copiato opere di Jan Van Eyck
che era apparso come una figura che eccelleva proprio in questi aspetti di
naturalismo. La fama di Jan Van Eyck è una fama europea molto precoce, e sappiamo
che Alfonso d'Aragona possedeva anche opere di Jan Van Eyck, e possedeva una serie
di arazzi di Rogier van der Weyden.
[È difficile dare una definizione univoca a questo momento artistico napoletano perché
il dramma dello storico è che deve trovare delle definizioni. Se rimaniamo nell'ambito
dell'etichetta Rinascimento, vediamo che il Rinascimento a Napoli alla corte di Alfonso
d'Aragona è qualcosa di estremamente ricco. La differenza rispetto a Firenze è che
Firenze aveva una tradizione artistica nella quale identificarsi che partiva con Giotto.
Napoli, che è la capitale di un grande regno, è anche una città di incroci, di arrivi e
partenze, una città anche molto ricettiva, ma che soltanto in alcuni periodi della sua
storia ha costituito delle continuità nel corso dei decenni che noi possiamo riconoscere
come scuola napoletana. Per esempio, nella scultura del primo Cinquecento, nella
pittura del Seicento e del Settecento. Questi sono alcuni dei momenti in cui Napoli può
dire di avere una tradizione continua, ma in altri periodi Napoli è una città ricettiva in
cui si creano delle opere di grande originalità, ma spesso dovute agli artisti di
provenienza esterna alla città di Napoli che certamente, a contatto con Napoli, creano
delle opere molto originali ma che non determinano la continuità che noi possiamo
chiamare scuola. Per esempio, una città enorme dove avviene qualcosa di simile è
Roma, sappiamo tutti quanti che cosa rappresenta, ma proprio per questo a Roma
vengono straordinari artisti che provengono dall'esterno della città. La fioritura
artistica di Firenze, che ne fa una grande capitale, è una fioritura che riguarda
sostanzialmente l’arco cronologico dalla fine del Duecento al Cinquecento. Nel
Seicento Firenze non esisteva, cioè la scuola fiorentina sì, ma non è particolarmente
rilevante. Per esempio Giovanni Villani, che è un storico, scrive una storia di Firenze in
cui si accorge immediatamente dell’importanza di Giotto, questo ha determinato poi
una sorta di primato.]
Per quanto riguarda la personalità di Colantonio, certamente egli dimostra dei rapporti
con la cultura delle Fiandre, in particolare proprio con l'opera di Jan Van Eyck. I rapporti
tra Napoli e la cultura fiamminga non si limitano però soltanto alla operosità e alla
circolazione di opere di Jan Van Eyck, ma si incentrano su un'altra personalità
abbastanza misteriosa alla quale si deve questo trittico che si trovava originariamente
nella chiesa della Maddalena di Aix-en-Provence, poi questo trittico è andato
smembrato e si conserva nella chiesa soltanto la tavola centrale dell'Annunciazione,
gli altri due santi si trovano in musei europei.
L’opera si deve ad una personalità misteriosa che non siamo ancora in grado di dire
con esattezza come si chiama, infatti attraverso il nome convenzionale “ maestro
dell’Annunciazione di Aix”. Qualcuno l'ha identificato con un pittore che si chiama
Barthélemy d'Eyck, probabilmente parente di Jan Van Eyck. È stata fatta
quest’attribuzione perché nell'area di Aix-en-Provence ci sono documenti che parlano
dell'operosità di questo Barthélemy d'Eyck, ma nessuna attestazione precisa lo lega a
questo trittico. Questo personaggio forse ancora di più di Jan Van Eyckl mostra di
essere in rapporto con Colantonio, sono stati fatti dei confronti in particolare
abbastanza impressionanti perché è quasi identico. Nei pannelli laterali spicca
soprattutto la resa straordinariamente realistica delle nature morte sugli scaffali nella
parte superiore, al di sopra dei due profeti: la natura morta di libri al di sopra di Isaia e
la natura morta nello studio di San Girolamo. C'è stata una fase di studi in cui si è
creduto che il trittico di Aix-en-Provence fosse di Colantonio stesso, poi dopo si è visto
che non era propriamente così, la convergenza è abbastanza impressionante.
Questo è un caso abbastanza impressionante, ci fa vedere molto chiaramente le
relazioni strettissime che ci sono per quanto riguarda la pittura tra Napoli e l'ambito
europeo. Ricordiamoci anche della vicenda del Ducato di Borgogna che ha quel pezzo
sopra le Fiandre e quel pezzo al centro della Francia, appunto Digione, e quindi una
sorta di spina dorsale che attraversa l'Europa settentrionale e mette anche in
comunicazione il mar del nord con il Mediterraneo. Questo spiega anche la facilità
delle relazioni tra Napoli e il mondo dell'Europa settentrionale. Dobbiamo adesso
soffermarci e ritornare sull'area centrale, in particolare anche su Firenze stessa perché,
diversamente da quanto si potrebbe credere e da quanto assolutamente si crede,
anche Firenze entra in contatto con il mondo fiammingo. Lo fa attraverso due
personalità in particolare: una si chiama Domenico Veneziano e l'altra è stato
precocemente collaboratore di Domenico Veneziano che si chiama Piero della
Tra le primissime opere che si attribuiscono all'artista c'è questo tondo che si trova nel
museo di Berlino. È un tondo che raffigura l'Adorazione dei Magi, un'opera di estrema
importanza e anche di grandissimo fascino perché ci fa vedere tutte quante le
componenti di questo grandissimo artista. Certamente sopravvive in lui, almeno in
questa fase iniziale, un gusto per l'aspetto ornamentale. Lo vediamo molto bene in
questi personaggi, con le acconciature, vestiti sofisticatissimi, c'è questo manicone a
due uscite, per cui il braccio può uscire da questo spacco. Contemporaneamente però
vedete che Domenico Veneziano per come assembla le figure mostra di aver già avuto
frequentazioni rilevanti con la cultura prospettica italiana, però a tutto questo
aggiunge un gusto per il paesaggio, per la luminosità, per la chiarezza dell'aria e
anche per il punto di osservazione che è rialzato rispetto al piano della scena, che ci
riporta appunto all'osservazione naturalistica del paesaggio che c'è nel mondo
fiammingo. Questo aspetto di eredità tardogotica che ancora troviamo in quest'opera
poi tende ad attenuarsi, se non a scomparire del tutto, quando egli si trasferisce da
Perugia a Firenze. E questo lo sappiamo per certo, lui è documentato a Firenze nel
1439. Il documento e la data sono importantissimi perché in questo documento si dice
anche che Domenico Veneziano lavora insieme a Piero della Francesca.
Questa pala che si trova tutt’ora a Firenze, agli Uffizi, proviene da una chiesa dedicata
a santa Lucia dei Magnoli. I santi sono san Francesco d’Assisi, san Giovanni Battista
(protettore di Firenze), la Madonna con il bambino, San Zanobi di cui spicca l'abito
vescovile di san Zanobi, in stoffa vellutata sulla quale sono incastonate perle, pietre
preziose, placchette d'oro e smalti. (vescovo anche lui protettore di Firenze) e santa
Lucia. L’impianto prospettico della scena è rigorosissimo, ad altezza d’occhio. Quello
che ci colpisce rispetto a Masaccio è l’attenzione alla luce ed al colore, che è nuova.
Vediamo dei colori estremamente aperti e chiari, il chiaroscuro di Masaccio è cupo,
drammatico, sintetico. Notiamo anche che nelle parti in ombra i colori non sono cupi,
chiusi o buio pesto, ma anche nelle zone in ombra noi percepiamo la ricchezza
cromatica usata dal pittore. Il raggio di luce taglia in due la composizione, una luce
alta e tersa.
L’opera fa parte delle Storie della Vera Croce nella cappella maggiore della basilica di
S. Francesco. L'affresco fu probabilmente dipinto nella seconda parte dei lavori, dopo i
contatti con la cultura fiamminga e Roma, dalla quale Piero sviluppò un ancora più
forte senso della luce. Vediamo in alto l’angelo in volo, che tiene una piccola croce
luminosa, che porta a Costantino il sogno all’alba con la rivelazione che, il giorno dopo,
avrebbe vinto la battaglia contro Massenzio se avesse apposto sugli scudi dei soldati la
croce di Cristo. in seguito all'evento prodigioso, secondo la tradizione, Costantino poi
concesse la libertà di culto ai cristiani (editto di Milano, 313). La luce emanata dalla
croce rende luminosissime e candide le piume dell’ala destra dell’angelo. Essa illumina
la tenda da campo entro la quale, vegliato da un servitore, dorme l’imperatore. Fuori
due armati proteggono il sonno di Costantino. Vera protagonista della scena è la luce,
che sembra emanare dalla croce stessa, accendendo la tenda e il giaciglio imperiale,
lasciando invece in ombra i soldati e lo sfondo. Si tratta di una luce "mistica", come si
trova in altre opere di Piero.
è considerata come una delle opere più controverse del Rinascimento. Il dipinto fu
quasi certamente eseguito a Urbino, dove il pittore si era trasferito dalla fine degli
anni Cinquanta e dove visse, a più riprese, per un lungo periodo. Committente del
quadro potrebbe essere stato Federico da Montefeltro, duca di Urbino e suo grande
ammiratore. La Flagellazione riunisce due scene distinte eppure connesse fra di
loro: a destra, in primo piano, tre uomini sembrano colloquiare insieme, in una strada
affiancata da edifici antichi e rinascimentali. A sinistra, Cristo legato alla colonna è
flagellato al cospetto di Pilato, che osserva la scena seduto sul trono.
Nella Flagellazione, i due gruppi di figure, benché apparentemente estranei fra di loro,
sono idealmente unificati da una costruzione prospettica assai complessa, che è
poi la vera protagonista della tavola. Tale prospettiva sembra voler indicare che il
quadro non va letto da sinistra a destra, come vorrebbe la logica, ma da destra a
sinistra. Numerose sono state le interpretazioni del dipinto di Piero sui personaggi del
dipinto: è possibile che i 3 uomini (da sinistra verso destra) siano il cardinale
Bessarione, Buonconte da Montefeltro e Giovanni Bacci. In particolare il giovane
Buonconte da Montefeltro viene rappresentato con un forte pallore come se fosse già
morto. Difatti il ragazzo era morto di peste nel 1458 a soli 17 anni.
Nel 1452 Piero viene incaricato dalla famiglia Bacci di continuare gli affreschi
riguardanti le Storie della Croce che Bicci di Lorenzo aveva iniziato nel Coro della
Chiesa di S. Francesco ad Arezzo. Piero compone 10 scene distribuendole in due
lunette e otto riquadri. In particolare ricordiamo La Regina di Saba venera il legno
della Croce. Incontro di Salomone:
Do
ppio ritratto dei duchi d’Urbino, 1465-1472, Galleria degli Uffizi
Nel dittico compaiono i ritratti di Federico e della consorte Battista Sforza. Le due
tavole un tempo erano unite da una cerniera e si aprivano a libretto. Le due tavole
sono dipinte sul retro con i trionfi allegorici di Federico e della moglie Battista. Nel
trionfo Federico è su di un carro trainato da stalloni bianchi (simboli di potenza),
appare incoronato dalla Fama ed è accompagnato dalle virtù cardinali (Prudenza,
Fortezza, Giustizia e Temperanza). Battista invece è trainata da unicorni (simboli di
castità) ed è accompagnata dalle sue virtù: Carità, Fede, Castità e Modestia.
o Donatello (architettura e scultura)
Sono state fatte varie ricostruzioni di questa pala, una tra queste è quella fatta dallo
studioso Janson che ha scritto una delle più importanti monografie su Donatello e che
ci dà l’idea di come molto probabilmente era questo disegno. La novità di questa
composizione è che noi vediamo un tema compositivo classico del Rinascimento: la
cosiddetta Sacra Conversazione (la Madonna in trono con il bambino e i Santi), non
interpretata da figure dipinte come avveniva solitamente, ma da figure in bronzo a
tutto tondo. La scultura in bronzo è, per quanto riguarda la ricchezza del materiale, la
forma più ricca con cui realizzare un’opera. Secondo questa ricostruzione le figure si
trovavano in uno spazio, un porticato aperto che in qualche modo ci ricorda i porticati
che abbiamo visto nel ciclo di affreschi di Masaccio nella Cappella Brancacci, in cui le
scene vengono viste come aldilà di un porticato. Non dobbiamo più pensare, quindi,
alla pala d’altare come addossata alla parete, ma come a un gruppo di personaggi che
sono collocati all’interno del porticato, intorno al quale si può circolare in modo da
vedere le figure da molteplici punti di vista. Ovviamente questo è un aspetto
particolarmente interessante perché sotto l’altare sono conservate le reliquie di
Sant’Antonio, quindi, chi arriva in prossimità di esso poteva vederle (insieme alle
figure) da dietro, ottenendo, quindi, una concezione realistica, naturalistica del modo
di impostare la devozione, il culto dei fedeli nei confronti delle reliquie del Santo.
Il pannello più importante è la Deposizione di Cristo, che forse doveva essere collocato
al centro del lato posteriore. È l’unico rilievo non in bronzo, ma in pietra calcarea in
parte brunita, con inserti policromi. Quattro pannelli maggiori raffigurano i Miracoli di
Sant’Antonio, sotto le sculture a tutto tondo. Vi sono poi una formella quadrata con il
Cristo morto e quattro formelle quadrate con i simboli degli evangelisti e figure di
angeli.
Qui Donatello passa ad una concezione più sintetica, eccentrica, espressiva che
connota questa sua produzione tarda che non piace tanto ai contemporanei che lo
rivedono al ritorno da Padova. Donatello con questa concitazione, movimentazione
molto marcata anticipa aspetti che poi verranno ripresi nella fase matura del
Rinascimento. Donatello, quindi, comincia a staccarsi dalla prima fase dello stile
Rinascimentale. Il percorso di Donatello che è molto lungo, è un percorso straordinario
perché ha contribuito al definirsi dello stile Rinascimentale, è anche colui che lo mette
un po’ in discussione, per cui la componente emotiva, passionale prende il
sopravvento sulla perfezione della forma (questo non significa la perdita della
rappresentazione dello spazio, che anzi resta fondamentale per questo artista). È
importante anche il modo di collocare i personaggi che si appoggiano alle strutture
architettoniche e creano questo grande movimento di massa. Per quanto riguarda
l’iconografia abbastanza singolare di questa scena, essa rappresenta Sant’Antonio che
mostra il contenitore con l’ostia e la mula si inginocchia. Questo allude alla questione
che accompagna tutta quanta la storia della chiesa, ossia se l’ostia durante
l’eucarestia rappresenti realmente il corpo di Cristo o soltanto un simbolo.
L’inginocchiarsi della mula sta simboleggiando che persino lei riconosce l’ostia come
vero corpo di Cristo.
o GLI ESITI DELLA CULTURA FIGURATIVA DI DONATELLO IN AMBITO PADOVANO
o Andrea Mantegna (1431-1506)
Mantegna nasce nei pressi di Padova nel 1431. Nel 1460 egli si trasferisce a Mantova,
invitato dal marchese Ludovico II Gonzaga. Egli è colui che più immediatamente si
colloca sul sentiero tracciato da Donatello e che, ancora prima di Giovanni Bellini,
segna il passaggio verso lo stile Rinascimentale. Mantegna comincia a lavorare negli
anni 50 del ‘400 e, tra il ’57 e il ’60, vi è l’esecuzione di questa importantissima pala
d’altare che si trova nella chiesa di San Zeno a Verona.
La “Pala di San Zeno” è uno dei capolavori più riconosciuti di Andrea Mantegna,
realizzata tra il 1457 e il 1460. Questa opera è un polittico commissionato per l’altar
maggiore della Basilica di San Zeno a Verona. Questa pala è molto importante perché
ha una grande complessità spaziale e ci pone all’attenzione un aspetto compositivo di
enorme interesse, ossia la cornice di legno non è pensata come un semplice contorno,
ma come un elemento architettonico che è strettamente congiunto alle parti dipinte.
L’artista ha voluto darci l’idea di un frontone di un tempio classico, aldilà del quale noi
vediamo aprirsi un porticato. Cogliamo appieno questo effetto se ci soffermiamo sul
dettaglio dei festoni, che servono a dare unità a tutte quante le parti (possiamo dire
che questo è uno pseudo-trittico, ci dà quest’impressione di una superfice divisa in
tre), che vengono coperti nei punti dove ci sono le colonne della cornice lignea. Nella
concezione prospettica dell’insieme, vengono prima le colonne (pronao, parte
anteriore di un tempo), c’è poi uno spazio nel quale passano i festoni ed infine si apre
un porticato, all’interno del quale c’è la Sacra Conversazione. La pala d’altare è
composta da svariate tavole che formano una complessa composizione narrativa. Al
centro domina la raffigurazione della Madonna con il Bambino, circondata da angeli
adoranti. La disposizione delle figure è attentamente studiata, con una prospettiva
lineare che dà profondità alla scena. Un elemento distintivo della “Pala di San Zeno” è
la rappresentazione di San Zeno, il patrono della basilica. Il santo è raffigurato in una
nicchia gotica, con un’aureola luminosa e un libro aperto in mano.
Mantegna è uno dei pittori che maggiormente si interessano all’arte classica e che
quasi riproducono all’interno dei propri quadri una sorta di mondo antico (con i pilastri,
le strutture architettoniche che creano tutta una serie di decorazioni che imitano i
marmi dell’antichità, gli stucchi e tutta una serie di elementi figurativi, narrativi che
derivano dall’antico). Mantegna ha ricevuto l’impronta molto forte anche dal mondo
fiammingo. Abbiamo una serie di elementi tipici dell’ambientazione dei pittori
fiamminghi, ad esempio il tappeto rosso al disotto della Madonna e il dettaglio della
splendida lampada di vetro e gli effetti di luce riflessa. La “Pala di San Zeno” è una
testimonianza della capacità di Mantegna di unire la tradizione gotica con gli ideali
rinascimentali emergenti.
Questa è una scena di vita di corte presso i Gonzaga, sulla parete Nord, rappresentata
con una straordinaria ricchezza dell’ornamentazione, con gli stucchi ed anche con una
complessità compositiva e spaziale. Il pittore vuole darci l’impressione che guardiamo
la scena come se fosse l’apertura di un sipario, con il velo che viene aperto e noi
scorgiamo quello che accade all’interno della corte. Vediamo questi paggi che si
sovrappongono alla struttura architettonica (come avevamo visto in Donatello) ed è
quasi come se fuoriuscissero verso di noi e poi rientrassero nella composizione.
Mantegna sfrutta, per creare quest’effetto, anche la cornice della porta; dà
l’impressione come se i paggi venissero davanti, camminassero sulla cornice della
porta e poi rientrassero dentro.
Attenzione alla natura che tocca il suo apice proprio nella volta della stanza. Questo
passaggio è epocale nella storia della pittura Occidentale in età moderna perché è il
momento in cui ci si rende conto che si può costruire un insieme decorativo, che non si
limita alle pareti, ma include anche la volta.
Nella volta Mantegna prosegue l’impianto decorativo all’antica con il fondo dorato e i
tondi con mezze figure a imitazione degli stucchi antichi; però quello che per noi è di
enorme importanza è l’idea dello sfondato prospettico, ossia questa volta non
completamente chiusa, ma aperta all’interno della quale vediamo una serie di
personaggi e al disopra questo cielo azzurro. Vi si affacciano un pavone, cinque figure
femminili e dieci putti alati. Questo è un momento veramente fondamentale che
apre a un genere che in età Barocca raggiunge i suoi esiti più complessi e articolati, un
genere che finisce con l’essere anche specialistico con questi sfondati architettonici
che si chiamano ‘quadrature’. Un genere della finta architettura (il cui sviluppo
particolare è tra 6/700) che si chiama ‘inquadraturismo’ e che spesso troviamo nelle
decorazioni anche dell’800 e in cui collaborano specialisti dell’architettura, che si
chiamavano ‘quadraturisti’, e i pittori che realizzavano le figure all’interno di essa. A
partire da Mantegna, quindi, si apre tutto un grande filone figurativo che troverà degli
enormi sviluppi.
o Giovanni Bellini (1435-1516) e l’esordio della pittura tonale
veneziana
Giovanni Bellini nasce a Venezia nel 1435 e fu l’innovatore della pittura veneziana che
per molti anni si era tenuta lontana dalle novità rinascimentali. Allievo di Gentile da
Fabriano, risente moltissimo dell’attività di Donatello. Egli è anche un grande creatore
di immagini devozionali, in questo lui ha avuto certamente dei rapporti con l’arte
L'opera mostra il Cristo che si leva dal sepolcro scoperchiato, sorretto da due angioletti
ai lati e impostato sullo sfondo di un paesaggio che in lontananza mostra una strada
attraversata da cavalieri e una città murata e turrita. Osserviamo la composizione
spaziale con il sepolcro che funge da inquadratura prospettica e con il cui coperchio ci
porta verso la profondità della composizione; e dietro un bellissimo paesaggio che ci fa
vedere la Gerusalemme ideale all’interno delle mura con questi effetti di luce nel cielo,
che cominciano a parlarci di un’attenzione spiccata dell’ambiente veneto alla
dimensione naturalistica. La cura del paesaggio non è stata inventata dai veneti,
l’abbiamo già vista nel Rinascimento a partire da Masaccio stesso e poi con Piero della
Francesca. Giovanni Bellini si ricollega a questa tradizione e le dà un forte impulso,
dando grandissima importanza alla dimensione del colore inteso come macchia,
grumo. In Piero della Francesca il colore è una campitura, grandi riquadri cromatici che
si innestano tra di loro. In Giovanni Bellini il colore comincia ad essere macchia,
striatura. Questo modo di dipingere trova la sua massima espressione nell’opera di
Tiziano tardo. Questo è l’aspetto un po’ peculiare del colore veneto, che non è più
terso, chiaro come facevano i fiamminghi a velatura o come la concezione di intarsio
cromatico di Piero della Francesca. Qui, però, siamo ancora all’inizio dell’attività di
Giovanni Bellini, dove notiamo questo aspetto fortemente linearistico delle figure e
dell’anatomia molto essiccata (si scorgono le vene) e questi elementi li deriva da
Donatello.
Il dipinto raffigura Gesù inginocchiato in preghiera su uno sperone rialzato del monte
degli Ulivi, che assomiglia a un altare, mentre sotto di lui stanno tre discepoli
addormentati (Pietro, Giacomo e Giovanni). Si vede in lontananza un angelo che si sta
avvicinando con un calice, strumento della Passione. In questo splendido azzurro del
cielo con le nubi grigiastre che si stanno per illuminare e con questa sparata luce in
basso (che allude al momento di transizione tra la notte e l’alba) i soldati romani,
guidati da Giuda, si stanno avvicinando per il momento della cattura di Cristo. Con
Giovanni Bellini, si assiste all’impiego della prospettiva cromatica, cioè perseguita solo
con l’uso dei colori. L’artista dispone in primo piano i colori caldi, nell’ultimo quelli
freddi e nelle posizioni intermedie i colori che costituiscono il graduale passaggio
dall’uno all’altro (inizio della pittura tonale, in cui il paesaggio e la costruzione
naturalistica del paesaggio prende il sopravvento rispetto alla dimensione
prospettica).
Cristo si manifesta in una sorta di premonizione di quello che sarà il momento del
Paradiso e della vita eterna, il momento in cui “noi” contempleremo Dio Padre e Cristo
in tutta la loro magnificenza in questo che significa nella visione cristiana il momento
del recupero dell’armonia perduta con il peccato originale. Questa scena nei Vangeli si
chiama, appunto, Trasfigurazione. Gesù profeticamente appare come nel momento
della Risurrezione della vita eterna paradisiaca e si palesa con Mosè ed Elia, mentre i
tre apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo lo contemplano e colti in questo momento
splendido si bloccano in modo da renderlo eterno. Gesù sostiene che devono intuire
durante questa Trasfigurazione ciò che sarà la vita eterna e che non può fermarsi
perché altrimenti non ci sarà il compimento della sua venuta sulla terra, che prevede il
momento della Passione e della Morte. C’è il punto di vista rialzato e si può notare
l’influenza di Donatello nella staccionata che continua al di fuori della cornice. Questa
concezione della natura che prende sempre più posto, arriva ad un esito molto
importante anche nella formazione di Giorgione, che a differenza di Bellini presuppone
anche l’arrivo in Italia settentrionale di Leonardo Da Vinci. Donatello arriva nel 1443 e
segna il passaggio dal tardo gotico al Rinascimento, mentre Leonardo arriva a Milano
dal 1482 e segna il passaggio dal Primo Rinascimento al Rinascimento maturo e su
questa linea parte anche Giorgione
Antonello da Messina (1430-1479)
[vedere dal libro]
Il nome della pala deriva dalla chiesa veneziana di San Cassiano a cui era originariamente destinata.
Venne commissionata dall'armatore veneziano Pietro Bon. Della grande pala d'altare, una Sacra
conversazione, restano oggi solo la Vergine sul trono rialzato e quattro santi a mezzo busto: san Nicola
di Bari, santa Maria Maddalena, sant'Orsola e san Domenico.[2] In origine ve ne erano quattro per parte,
tra cui san Giorgio e san Sebastiano.
L’impianto strutturale e architettonico rimanda alla Pala di Brera di Piero della Francesca. La Pala di
San Giobbe di Giovanni Bellini è una sorta di risposta all’opera di Antonello di Messina.
La scena del dipinto, ambienta l'evento della nascita di Gesù nella prima luce
del giorno, è divisa in due parti: a destra, la grotta scura con all’interno Gesù
bambino, San Giuseppe e la Madonna. Due pastori sono i primi a riconoscere la
divinità di Gesù e s'inginocchiano anch'essi in atteggiamento di adorazione
del Bambino; questi, con abiti e atteggiamenti simili a quelli dei pellegrini, sono
soltanto due, senza greggi. A sinistra, si vede un ampio paesaggio, con alcune
scene di vita quotidiana ed elementi che lo caratterizzano: il ruscello d'acqua, la
torre di un piccolo borgo, la strada che serpeggia nella campagna, le montagne,
ecc. . La luce rimane impressa sulle vesti lucenti, in particolare quella di san
Giuseppe, ora tenue e soffusa. Tipicamente giorgionesca è la predominanza del
colore, che determina il volume delle figure, steso in strati sovrapposti senza il
confine netto dato dal contorno, che tendono così a fondere soggetti e
paesaggio: si tratta degli effetti del tonalismo.
I tre filosofi è senza dubbio una delle opere più colte di Giorgione, in quanto presenta
tre uomini, di tre età differenti, le cui figure si stagliano contro il paesaggio, dominato
a sinistra da una profonda e inquietante caverna. Qualche critico vi ha riconosciuto i
tre Re Magi, dunque l’unione delle conoscenze scientifiche orientali e occidentali. Altri
studiosi considerano invece l’opera come l’allegoria delle tre età dell’uomo.
Nell'opera sono ritratti due giovani, uno in primo piano, l'altro è retrocesso, entrambi
rivolti verso lo spettatore. Lo sguardo del giovane alle spalle è indagatore, quello del
ragazzo in primo piano è languido e pensieroso. L'attimo di desolata riflessione dei
personaggi è sottolineato dalle tinte scure e dalle vesti nere. Il ragazzo di fronte
poggia la testa reclinata sulla mano destra, mentre con la sinistra regge un frutto, cioè
un'arancia selvatica dal sapore acre, che simboleggiava il temperamento dolce-amaro
del melanconico.
Firenze, a partire dagli anni 70 del ‘400, vive un altro momento fortemente innovativo
che vede come protagonista la figura di Leonardo Da Vinci.
Leonardo da Vinci (1452-1519)
Leonardo da Vinci nasce a Vinci, Firenze nel 1452. Leonardo comincia a lavorare tra la
fine degli anni 60 e i primi anni 70 nella bottega di Andrea del Verrocchio (specialista
della fusione in bronzo, dell’oreficeria, si dedica anche alla scultura in marmo e alla
pittura. a formazione di Leonardo avviene nel corso degli anni 70 del ‘400 quando si
trova dapprima a bottega del Verrocchio, poi comincia ad operare alla fine degli anni
70 come artista autonomo e nel 1481/82 egli si trasferisce a Milano presso la corte
degli Sforza. Leonardo fu il primo a studiare l’anatomia direttamente sui cadaveri.
[Per Leonardo, la pittura è una scienza, basata sulla prospettiva matematica e sullo
studio della natura e dunque l’opera dell’artista deve riprodurre la natura nel
modo più fedele possibile, senza aspirare a superarla e senza idealizzarla. L’artista
aveva osservato, ad esempio, che l’atmosfera non è perfettamente trasparente ma ha
una densità che altera i colori delle cose: per questo egli introdusse la tecnica dello
sfumato pittorico: ammorbidendo i contorni con dolci trapassi cromatici, Leonardo
fece apparire le sue figure sfumate. Nella sua prospettiva aerea, Leonardo fece
decrescere gli oggetti accompagnandoli ad una variazione cromatica progressiva: ciò
che risulta più lontano appare anche molto più sfumato e di colore più azzurro.]
Nel momento iniziale della sua attività, una delle opere più emblematiche è costituita
da questo dipinto che raffigura la Madonna col bambino, chiamata ‘Madonna del
Garofano’. In questo quadro la Vergine, in piedi ma mostrata a mezzo busto, offre un
garofano a Gesù Bambino. È un dipinto importantissimo perché ci fa vedere il
rapporto di Leonardo con la tradizione, ma anche la sigla, il tratto che Leonardo
persegue all’interno di questo rapporto. Per quanto riguarda l’impostazione della figura
e la tipologia del volto, Leonardo è ancora molto legato ai prototipi del Verrocchio. Per
la luce, invece, Leonardo è un pittore quasi un po’ fiammingo perché
nell’ambientazione di questa Madonna noi troviamo uno spazio architettonico, una
stanza in cui ci sono effetti luminosi, molto sofisticati che ci riportano al mondo
fiammingo: come la luce che viene da davanti, che illumina la composizione, ed una
luce accessoria che viene dallo sfondo. Abbiamo anche una serie di effetti luminosi
sulle superfici luccicanti che con la tecnica dei bianchetti fanno vedere molto
l’attenzione che Leonardo ha avuto per questo mondo fiammingo. Leonardo ci fa
vedere in questo dipinto un tratto che è veramente specifico della sua pittura
figurativa e che lo differenzia rispetto al mondo fiammingo: quando abbiamo parlato
del mondo fiammingo abbiamo detto ‘figure che sembrano quasi una natura morta’,
figure assolutamente immobili, prive di una componente di emotività. Leonardo,
invece, da subito vuole sottolineare l’aspetto del movimento. Quest’aspetto è molto
evidente nella figura del bambino, che ha una complessità del movimento che deriva
proprio dal gesto che compie la Madonna. La Madonna avvicina questo fiore e il
bambino ha un momento di ipercinesia che ci dà questa nota di forte emotività. Non è
più un bambino statico, un santo come in Piero della Francesca, ma un bambino che
acquista la sua umanità e consistenza corporea (che Vasari chiamava ‘carnosità’).
Questi dipinti, sotto l’apparente normalità e quotidianità della scena, hanno un forte
contenuto simbolico perché sono una sorta di prefigurazione della Passione di Cristo.
In ambito fiorentino vediamo apparire un sacco di elementi rossi: il garofano, il
papavero, il corallo oppure elementi di altra natura come spine, cardellini. Il rosso
allude al sangue, la spina allude alla corona di spine = prefigurazione della Passione. È
per questo che il bambino ha questo andamento così movimentato e complesso alla
visione del garofano ed ha un atteggiamento ambivalente: da una parte ne è attratto,
dall’altro si vuole tirare indietro. Leonardo, seppur presenta degli studi naturalistici dei
fiamminghi, modifica sensibilmente l’uso della luce soprattutto per quanto riguarda il
chiaro scuro. Noi qui vediamo soprattutto gli elementi specchianti (gioiello, brocca),
mentre per quanto riguarda la figura, Leonardo ritorna a un chiaro-scuro fiorentino, ma
molto più tenue e graduato. Se Piero della Francesca dipingeva con il sole a
Mezzogiorno e dopo un temporale che butta a terra tutta l’umidità, Leonardo predilige
dipingere con una luce da tramonto. Il rapporto con la tradizione presenta una serie di
elementi che accompagneranno Leonardo nel corso di tutta la sua attività e che
segnano una svolta anche nell’arte del Rinascimento e il passaggio da una prima fase
ad una seconda che si chiama ‘Alto Rinascimento’, che Vasari chiama ‘la maniera
moderna’, cioè lo stile che hanno i pittori moderni suoi contemporanei (tra cui
Leonardo).
Possiamo fare un primo confronto con un altro dipinto di Piero della Francesca: la
Madonna col bambino e angeli (Madonna di Senigallia), un dipinto che risale all’ultima
fase di Piero della Francesca.
Guardando i due dipinti dobbiamo innanzitutto tenere conto che i due dipinti da un
punto di vista cronologico sono molto vicini, sono tutti e due degli anni ‘70 del 400.
Questo però segna un passaggio molto importante: la Madonna col bambino in braccio
di Piero della Francesca è ferma, immobile e statuaria, mentre invece in Leonardo si
calca molto sull'aspetto dell’emotività, della reazione emotiva che suscita il gesto.
o I disegni
Per quanto riguarda la questione del disegno dobbiamo sapere che era molto
importante nella bottega del Verrocchio, fondamento delle molteplicità delle arti
praticate nella bottega c’era la pratica del disegno. Questo è proprio il momento in cui
il senso del lavoro di bottega, inteso anche come appartenenza ad una tradizione
figurativa determinata da un’artista, è molto forte. Nella bottega di Verrocchio
transitano artisti che poi saranno i protagonisti di questa fase del tardo ‘400.
Prendiamo ad esempio il disegno di Andrea del Verrocchio. Testa femminile (1470-1475
circa) Parigi, Louvre, Département des Arts graphiques.
il disegno di Verrocchio. Però Leonardo comincia già da subito a fare delle sue peculiari
osservazioni sulla natura. Elemento che Leonardo ha sicuramente preso dalla pittura
fiamminga. Andando a guardare lo sfondo del paesaggio che si vede dalla finestra
notiamo degli effetti di luce dell’architettura.
Se prendiamo il paesaggio del Dittico del duca Federico da Montefeltro di Piero della
Francesca si nota bene il passaggio dal primo ‘400 al secondo ‘400. Piero della
Francesca, molto fiammingo, prende questa veduta dall’alto dove ogni più piccolo
elemento è ben delineato, dalle casette alle barchette. Mentre invece nel paesaggio di
Leonardo diventa tutto più sfumato, immerso nell'atmosfera dei piani di profondità le
cose della natura perdono di un contorno netto e definito.
Leonardo ha ovviamente colto la questione della lontananza e degli ultimi piani, però
ha colto anche questo aspetto della perdita di nitidezza di profondità, anche per darci
questa idea di una natura sempre in movimento. Una natura dal dettaglio preciso è
una natura statica mentre l’effetto sfumato mostra una natura che in qualche modo è
in movimento e soprattutto si fonde con l’atmosfera. qui Leonardo è vicinissimo alla
pittura veneziana (Giovanni Bellini, Giorgione). Solitamente si fa una distinzione tra la
scuola fiorentina e quella veneta: la prima si basa sul disegno mentre la seconda si
basa sul colore, ma in realtà le cose non sono così drasticamente separate.
studiato, che in qualche modo è una luce che Leonardo usa per accompagnare il
movimento. Se noi guardiamo i panneggi del Cristo molto secchi e quasi schiacciati
per quanto riguarda la luce e poi invece andiamo sulla figura di Leonardo, si vede che
c’è una consistenza nella stoffa, una struttura più ricca e articolata, delle pieghe che
catturano la luce e questa si poggia quasi a modellare la forma.
Leonardo usava molto questa tecnica del bianco per rinforzare le parti sporgenti e
dare questo senso di luminosità e plasticismo. Oltre la sua posizione complessa con la
realizzazione di questi effetti di luce e la realizzazione dell’angelo con questa finezza
nel viso e nei boccoli, è da attribuire a Leonardo anche il paesaggio che si trova al di
sopra.
Mettendo a confronto le due sezioni del paesaggio: la sezione di Leonardo a destra e la
sezione di Verrocchio a sinistra. Vasari riporta che Leonardo aveva eseguito l’angelo
biondo, poi c'è stato un grande storico dell'arte di Leonardo: Kenneth Clark il quale ha
osservato che non solo l’angelo biondo ma anche la porzione di paesaggio ad esso
sovrapposto sono da imputarsi a Leonardo. La cosa è decisamente convincente proprio
se la osserviamo rispetto alla parte di paesaggio verrocchiesca. Verrocchio ha
un'impostazione alla fiamminga con una definizione della natura molto dettagliata,
mentre invece il paesaggio di fianco è totalmente diverso. Notiamo il concetto dello
sfumato, della perdita di contorno caratteristici di Leonardo.
Leonardo non è più nella bottega di Verrocchio, non lavora più soltanto su opere
gestite e intraprese da Verrocchio, ma lavora ormai in proprio: riceve commissioni di
carattere pubblico, e questa è una commissione pubblica molto importante che riceve
dai monaci del convento di San Salvi (monastero dell'ordine degli agostiniani, situato
subito fuori la città di Firenze). Raffigura l'adorazione dei magi eseguita su tavola.
Dipinto che non è stato portato a compimento perché Leonardo si trasferì proprio
intorno all’82 da Firenze a Milano e lasciò incompleto il quadro. Alcune parti sono
semplicemente disegnate come quelle sullo sfondo, e ci sono poi delle altre parti che
Leonardo aveva cominciato a colorire. Contrariamente a quanto altri pittori avevano
fatto occupandosi dello stesso soggetto, Leonardo colloca la scena all’aperto. La
vergine al centro della composizione attorniata dai pastori, dai Magi e dagli angeli,
mentre la capanna della natività è in secondo piano. Vi sono molti disegni legati
all’adorazione dei magi, ma questo di sotto è uno dei più importanti e significativi.
Studio prospettico
[vedere libro]
Possiamo notare elementi verrocchieschi come ad esempio echi della Madonna del
Garofano, però comunque si tratta di un dipinto di straordinaria importanza perché è
un’opera che nell'ambiente settentrionale segna il passaggio dal primo al secondo
Rinascimento. Possiamo dire che come Donatello ha determinato, con il suo soggiorno
padovano, il passaggio dal tardogotico al Rinascimento, così Leonardo determina il
passaggio dal primo al secondo Rinascimento. Il dipinto della Vergine delle rocce è
importantissimo perché fa vedere in ambienti milanesi quelle che sono le idee
compositive di Leonardo, anche in rapporto alla natura. La composizione è
semplicissima, però studiatissima, e si basa proprio sul rapporto delle figure tra di loro
e del rapporto tra le figure e l’osservatore. Leonardo predilige questo schema
compositivo piramidale e porta le figure in primo piano.
La questione della datazione della Vergine delle rocce è molto complessa anche
perché di questo soggetto Leonardo ha realizzato anche una seconda versione.
Composizione simile ma non identica, perché se prima era protagonista l'acqua invece
qui sono protagonisti i fiori bianchi in primo piano, che molto probabilmente alludono
al candore e alla verginità della Madonna. Questi dettagli rendono probabile
l’identificazione del dipinto che probabilmente Leonardo ha realizzato per la
confraternita della santissima concezione di Napoli. La sua datazione più probabile è
quella del 1490 circa (quindi comunque all’interno del percorso milanese di Leonardo).
La dama con l’ermellino è uno dei ritratti più significativi del periodo milanese ed è
identificato come il ritratto di Cecilia Gallerani, la quale era l'amante di Ludovico il
Moro. In quest’opera Leonardo utilizza un sistema molto simile a quello dei pittori
L’opera non ci è sopravvissuta, sono stati fatti anche vari tentativi di identificazione,
delle proposte per identificare almeno il modello ma in realtà le riformulazioni fatti non
risultano buone. Quello che possiamo recuperare di Leonardo lo possiamo fare dai
disegni, dalla grande massa di dipinti che Leonardo ha realizzato per quest’opera che
si è protratta per tutto il soggiorno milanese di Leonardo, cioè dal 1472-1489. Egli
come al solito voleva introdurre dei metodi personali e sperimentali anche per quanto
riguarda le tecniche artistiche. Egli realizza alcuni schizzi che ci fanno vedere come la
pensava Leonardo riguardo al monumento equestre, lo pensava come un cavallo in
movimento in azione bellica, Francesco Sforza sta a cavallo e sotto c’è il soldato che
viene colpito da uno zoccolo. Quest'opera non mai stata portata a compimento. La
cosa interessante è che è chiaro il riferimento a Gattamelata e nel momento in cui
Leonardo si trova a Milano e deve realizzare il monumento equestre va a Padova a
vedere il monumento di Gattamelata. Leonardo ha varie tecniche di disegno, egli
cambia la tecnica del disegno, passa dalla concezione di disegno come una linea pura
e precisa a un’idea di bozza, schizzo del disegno che serve per studiare l'aspetto del
movimento. Leonardo fa una serie di prove ( guardiamo le zampe o la testa del
cavallo)ci sono varie gradazioni del movimento e alla fine ha ricalcato quello che
secondo lui è più idoneo rispetto all'idea di movimento che lui ha. È un passaggio
importantissimo, supera il disegno fiorentino e noi possiamo sintetizzare questo quello
che ci dice vasari sulla O perfetta di Giotto. Giotto per far vedere la sua capacità
grafica disegna una O che è un cerchio perfetto, qui abbiamo l'idea del disegno come
circoscrizione pura dello spazio assoluta e perfetta. Qui l'idea cambia completamente,
scardina questa mentalità e percepisce il disegno come schizzo, bozza, come studio
della figura in movimento.
Nel cenacolo di Ghirlandaio si usa l'idea della scatola prospettica in cui si colloca
l'opera e il pavimento a quadroni che rappresenta la via di accesso cioè c'è diaframma
spaziale tra l'osservatore e l'opera rappresentata. I personaggi sono portati sui piani di
profondità rispetto al primo piano prospettico chiamato via di accesso che è la strada
sulla quale l'osservatore si mette. Rispetto a quest'imposizione nell'ultima cena di
Leonardo i personaggi sono collocati in primo piano e la dimensione prospettica la
mette sul fondale. In Leonardo non c'è più la necessità della scatola spaziale ma è
come se i personaggi andassero direttamente sullo spettatore. c’è questa espansione
eroica dei personaggi che poi noi vediamo anche in tanti passaggi questo alto
rinascimento (per l'espansione eroica ricordiamo il David marmoreo di Michelangelo),
quindi questa espansione eroica è un tratto caratteristico dell’alto rinascimento, prova
nel cenacolo di Leonardo la prima manifestazione.
Donato Bramante (1444-1514)
[vedere dal libro] riprende la prospettiva del classicismo, la volumetria degli ambienti
e porta questa cultura a Milano.
Bramante è come se avesse creato uno spazio illusivo continuato nella sala con
un’alternanza di spazi piani a a nicchie, queste nicchie trasmettono un senso di
profondità. Il personaggio si trova in una nicchia, al di sopra dell'architrave ci sono gli
oculi della volta di copertura della nicchia che determina l'espansione eroica.
Si pue datare intorno al 1490 circa, parallelo a quella fase di Leonardo plastico vista
con la seconda versione della vergine delle rocce. Qui possiamo parlare di un
Bramante leonardesco perché vediamo l'eroicità del personaggio, la colonna è un
pilastro molto solito, splendida rappresentazione del corpo, finestra in cui entra luce,
paesaggi secondo la prospettiva aerea, corpo eroico modulato dalla luce sofisticata
della pittura di Leonardo, c'è una parte illuminata e l'altra più scura.
Per quanto riguarda Bramante architetto vediamo lui nel convento di Santa Maria delle
Grazie a Milano. Qui viene introdotto l'abside, ha una enorme base quadrangolare in
cui si innesta questo corpo poligonale. Complessità di disegno, espansione volumetrica
se andiamo all'interno spazi enormi in cui c'è la navata in proporzioni più contenute.
C'è una spazio legato all'architettura classica, volumetria ampia e spazi profondi 1499
Leonardo torna a Milano e Bramante si trasferisce a Roma con l'invasione dei francesi.
Quando torna a Roma diventa neoclassico, diventa più essenziale, ha sempre più
Essa fu realizzata in occasione della cerimonia della posa della prima pietra della nuova fabbrica
della basilica di San Pietro in Vaticano, avvenuta il 18 aprile 1506, il cui progetto era stato
approntato da Bramante. Bramante qui ci ripropone quello che abbiamo visto nella chiesa
di santa Maria, un grande corpo quadrangolare in cui si innesta qualcosa
centralmente.
Michelangelo Buonarroti (1475-1564)
[vedere dal libro p. 586]
La lastra, inquadrata da una fascia irregolare, mostra una massa di figure impegnate
in una confusa lotta. Al centro spicca un giovane con il braccio alzato. Attorno a lui si
sviluppa un groviglio di corpi che, nelle figure più sporgenti, crea una sorta di piramide
visiva che ha il vertice proprio nella sua testa. Le figure si confondono le une con le
altre, talvolta emergendo con forza dallo sfondo, talvolta appena sporgenti, con una
straordinaria abilità nello sfruttare le potenzialità del marmo per creare diversi piani
spaziali. A parte l'ispirazione mitologico-letteraria è chiaro che all'artista interessava
soprattutto esplorare il tema del nudo umano, analizzato in pose diverse e in differenti
situazioni di tensione muscolare, che divenne in seguito uno dei temi più peculiari
della sua arte.
Si tratta di una scultura lignea dove Cristo è rappresentato in Croce nella totale nudità,
in posizione sofferente, col capo reclinato verso sinistra e le gambe con le ginocchia
piegate e unite, leggermente direzionate a destra, generando un'innovativa rotazione
a serpentina e una netta spinta verso l'alto. La Croce lignea non è originale. Se la
guardiamo rispetto a un altro archetipo importantissimo quale il Crocifisso giovanile di
Donatello per la Chiesa di Santa Croce, vedremo che rispetto alla forte carica
drammatica, naturalistica e quasi un po’ impressionistica che è tipica dello stile di
Donatello, Michelangelo porta questa sorta di compostezza e di regolarità più
classicistica rispetto a questo modello della tradizione.
Michelangelo poi affronterà anche più volte nel corso della sua attività il tema del
crocifisso, soprattutto attraverso l’opera grafica: ci restano tanti disegni, soprattutto
nella fase avanzata dell’artista, in cui egli tratta questo tema e sempre con questa
idea di movimento impresso alla figura.
Ora, proseguendo nell’attività di Michelangelo, dobbiamo tener presente che c’è una
cesura molto forte nel percorso dell’artista che è l’anno 1494, in cui c’è la caduta di
casa Medici. Ciò significa il venir meno della principale forma di committenza di cui
aveva goduto Michelangelo. Quindi Michelangelo lascia questo ambiente, ha
un’attività bolognese, poi ha un rientro a Firenze ma subito dopo ha uno spostamento
fondamentale per la sua maturazione che lo porta a Roma. Michelangelo arriva in un
contesto figurativo ancora fortemente legato alla tradizione 400esca e viene chiamato
da un importante committente, il cardinale Raffaele Riario. L’artista aveva già avuto
Si tratta di una statua commissionata, voluta dal cardinale Riario e questo fa capire la
libertà e anche il gusto orientato in senso classico di questi committenti. È una statua
che chiaramente è esemplata su modelli di età greca, soprattutto della fase ellenistica.
È un’opera che, oltre a farci vedere il rapporto di Michelangelo con l’arte classica,
segna un passaggio fondamentale anche per quanto riguarda proprio la concezione di
stato. È una statua che ovviamente dobbiamo pensare destinata non alla nicchia, ma a
essere vista da più punti di vista in quanto lavorata pienamente anche sul retro (come
abbiamo guardato il David bronzeo di Donatello). Non è però questa la novità: il
passaggio importante che c’è in questa statua è che bisogna guardarla da più punti di
vista altrimenti non si coglie la complessità dell’opera. In verità la definizione “statua”
diventa riduttiva perché soltanto spostandoci di lato, e quindi presupponendo una
veduta che non è quella frontale, possiamo capire che questa statua in realtà è un
gruppo scultoreo perché mette in connessione tra di loro due rappresentazioni: la
figura di Bacco e quella del piccolo satiro che sta per strappare dalla mano del dio il
grappolo d’uva (attributo di questa divinità). Però c’è qualcosa che sta accadendo in
questo gruppo, c’è un’azione che noi percepiamo soltanto se ci muoviamo intorno alla
statua. Se ricordiamo il David bronzeo di Donatello, anche quello può essere visto da
più punti di vista, però noi percepiamo la figura ferma del David e della testa di Golia
sottostante, dunque non un’azione in corso. Se poi la guardiamo anche nella sua posa,
vediamo che Michelangelo ha realizzato anche un effetto naturalistico molto raffinato,
ossia quello di rappresentare una figura apparentemente statica ma se guardiamo
bene è una figura che esprime uno stato d’animo che è un po’ quello dell'ebbrezza. è
una figura un pochino barcollante, caracollante, in qualche modo esprime l’effetto di
instabilità che viene dato dallo stato di ebbrezza del personaggio. Vedete c’è il piede
sollevato, anche questo andamento un po’ sinuoso e un po’ scivolante e, più nel
dettaglio, c’è anche questo atteggiamento quasi un po’ di bramosia nei confronti del
vino: Bacco guarda con grande intensità la coppa di vino.
Quindi questi sono tutta una serie di elementi che portano ad una fase nuova per
quanto riguarda la concezione della scultura e della statua, a questo si aggiunge una
modellazione molto ammorbidita. La statua del Bacco, per ragioni non note, non
rimase nelle collezioni del cardinale Riario, ma venne acquisita da un altro
personaggio, Iacopo Gallo, che è stato un antiquario, impresario e finanziatore di
opere d’arte che ha avuto un ruolo molto importante in questo soggiorno romano di
Michelangelo. Nella raccolta del giardino di Iacopo Gallo il Bacco di Michelangelo
troneggia in mezzo a resti dell’antichità. Martin Van Heemskerck era un pittore di
origine fiamminga che si trasferisce all’inizio del 500 a Roma e studia le opere
dell’antichità e di Michelangelo. Questo diventa un passaggio imprescindibile: Roma, a
partire dal 500, diventa un luogo dove gli artisti vanno alla ricerca di committenze ma
anche per studiare questi modelli. Questo fenomeno si intensifica poi soprattutto nel
corso del 600 quando si verranno a costituire le Accademie. Qui c’è un po’ un
passaggio, non è l’artista che autonomamente si mette in viaggio, ma usufruisce di un
canale istituzionale per recarsi a Roma. Tutto questo è testimonianza della centralità di
Roma e della centralità che assumono Raffaello e Michelangelo. Molto interessante è
che Van Heemskerck, il quale ha capito molto bene la complessità della statua di
Michelangelo, raffigura il Bacco in posizione laterale e non frontale perché vuol
rappresentare proprio quell'aspetto di composizione che abbiamo detto in precedenza.