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Lucrezio Docx-1

Lucrezio, nel suo poema 'De rerum natura', esplora la natura dell'universo attraverso l'atomismo, paragonando le lettere dell'alfabeto agli atomi e descrivendo il loro movimento nel vuoto. Critica la religione, evidenziando come essa possa portare a atti empieti, come il sacrificio di Ifigenia, e propone una visione razionalistica della natura, contrapposta alla mitologia tradizionale. Infine, sottolinea l'infinità del cosmo e la durezza della condizione umana, esortando a liberarsi dalle paure irrazionali attraverso la conoscenza.

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Lucrezio Docx-1

Lucrezio, nel suo poema 'De rerum natura', esplora la natura dell'universo attraverso l'atomismo, paragonando le lettere dell'alfabeto agli atomi e descrivendo il loro movimento nel vuoto. Critica la religione, evidenziando come essa possa portare a atti empieti, come il sacrificio di Ifigenia, e propone una visione razionalistica della natura, contrapposta alla mitologia tradizionale. Infine, sottolinea l'infinità del cosmo e la durezza della condizione umana, esortando a liberarsi dalle paure irrazionali attraverso la conoscenza.

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Lucrezio

De rerum natura

Le lettere dell’alfabeto e gli atomi dell’universo


Lucrezio sostiene più volte che le lettere che compongono i suoi versi si
comportano esattamente come gli atomi che formano l’universo:
“E spesso conta molto con quali elementi
E in qual posizione si saldino i medesimi principi
E quali moti imprimano a vicenda e ricevano a vicenda:
perché son proprio i medesimi a formare cielo mare terra
fiumi sole, come messi, alberi, esseri viventi,
ma si muovono commisti ad altri e in altro modo.
Anzi, qua e là nei nostri stessi versi
Vedi molte lettere comuni a molte parole,
eppure devi ammettere che versi e parole
suonano ben diversi tra loro per senso e per suono.
Tanto potere han le lettere, anche mutandone solo l’ordine”.

La danza degli atomi “nel grande vuoto”


Lucrezio affronta il problema principe della sua epistemologia (lo studio critico
della natura e dei limiti della conoscenza) nel secondo libro, dedicato al moto
atomico. Lo spazio infinito è popolato da atomi in continuo movimento, un
fenomeno a prima vista stupefacente che si lascia però assimilare a
un’esperienza quotidiana; le linee essenziali di questa analogia erano già state
sviluppate da Democrito.
“Di questo fenomeno, ti dico, davanti ai nostri occhi
è spesso presente e si aggira un emblema e un’immagine.
Osserva infatti ogni volta che s’infiltrano i raggi
riversando la luce del sole nel buio della casa:
nel vuoto vedrai molti corpi minuti mescolarsi
in molti modi nella stessa luce dei raggi
e come in eterna contesa dare assalto, battaglia,
combattendo a squadroni, mai fare sosta,
sospinti di continuo da unioni e scissioni;
sì che puoi figurarti da questo quale sia l’eterno
tumulto dei princìpi delle cose nel grande vuoto,
per quanto può una piccola cosa di cose grandi
offrire un modello e tracce di conoscenza”.

Tantum religio potuit suadere malorum


Lucrezio espone gli errori commessi in nome della religione tramite l’esempio
del sacrificio di Ifigenia.
La dea Artemide, offesa da Agamennone, il capo dell’esercito greco, per
l’uccisione di una cerva a lei sacra, ostacolava la partenza della flotta dei Greci
verso Troia. L’indovino Calcante aveva rivelato la necessità di ingraziarsi la dea
con il sacrificio di una fanciulla per poter salpare verso Troia. Ifigenia, figlia di
Agamennone, viene chiamata al campo con il pretesto del matrimonio con
Achille e poi sacrificata per pacificare l’ira di Artemide e indurla a inviare venti
favorevoli alla partenza. Lucrezio segue la versione più cruenta del mito,
secondo cui Ifigenia venne davvero sacrificata per placare l’ira della dea, e non
sostituita all’ultimo momento con una cerva. È una doppia empietà:
commettere un delitto per obbedire ad una superstizione vana e feroce e per
portare la guerra. Il sacrificio di Ifigenia nella Grecia classica ha ispirato l’arte
drammatica (l’Agamennone di Eschilo, vv. 199-248 e l’Ifigenia in Aulide di
Euripide, vv. 1100 ss.) e le arti figurative (una famosa pittura di Timante che
raffigurava il sacrificio di Ifigenia è menzionata da Cicerone nell’Orator 74).

“Quando la vita umana – vergogna agli occhi di tutti –


giaceva a terra oppressa dal peso della religione
che dalle regioni del cielo mostrava il capo
con orribile volto, dall’alto incombendo sui mortali,
per primo un uomo greco ardì levarle contro
gli occhi mortali, per primo osò mettersi contro:
non lo schiacciarono dicerie sugli dei, né fulmini, né il cielo
con minaccioso mormorio; anzi, ancor più ne accesero
l’ardente valore dell’animo, si che volle per primo
spezzare le sbarre serrate alle porte della natura.
E dunque vinse il vivo vigore dell’animo; avanzò
lontano oltre le fiammeggianti mura del mondo
e percorse con la mente e col cuore l’universo immenso,
da cui ci riporta vittorioso che cosa può nascere,
che cosa non può e poi per quale ragione ogni cosa
ha potere definito e un confine piantato profondo.
Perciò la religione, sottomessa, è a sua volta
calpestata; (per) noi la vittoria eguaglia al cielo.
Una cosa io temo a questo punto, che tu creda magari
di iniziarti ai principi di un’empia dottrina e incamminarti
su una via scellerata. Fu invece molto spesso proprio
la religione a generare atti empi e scellerati.
Così in Aulide l’altare della vergine Trivia
insozzarono turpemente col sangue di Ifigenia
gli eletti duci dei Danai, fiore di eroi.
Appena la benda avvolta alle chiome virginee
le ricadde pari ai lati delle guance,
e sentì che mesto presso l’altare stava
suo padre e accanto a lui i sacerdoti celavano il ferro
e a vederla i cittadini versavano lacrime,
muta di terrore crollava a terra in ginocchio.
Non poteva in quel momento giovarle, infelice,
l’aver donato al re il nome di padre per prima:
fu sollevata a braccia dagli uomini e tremante condotta
all’altare, non per essere accompagnata, dopo il rito
solenne, da Imeneo col suo canto sonoro,
ma per cadere, empiamente pura nel tempo stesso
delle nozze, mesta vittima immolata dal padre,
perché fosse alla flotta fortunata partenza.
A tanto male poté indurre le religione”

L’infinità del cosmo


Nel poema di Lucrezio è presente un’esplicita allusione al fatto che “l’insieme
delle cose è illimitato”, in un’epoca in cui si riteneva che l’universo fosse una
sfera finita e chiusa.
“In queste cose devi avere una visione ampia e profonda
e scrutare lontano da tutte le parti,
per ricordarti che l’insieme è illimitato
e vedere che piccola frazione, che infinitesima parte
di tutto l’insieme sia un singolo cielo – una parte grande
neppure quanto un sol uomo rispetto alla terra intera”.

La natura matrigna
Lucrezio espone una visione razionalistica e scientifica della natura e
abbandona i riferimenti mitologici relativi alla presenza degli dei nella vita
umana. Ligio ai principi dell’atomismo di Democrito e alla dottrina di Epicuro,
presenta un poema laico volto a dissipare gli irrazionali timori instillati
nell’animo umano dalla religio, che egli ritiene empia, attraverso una
conoscenza razionale della natura. ​
Nel mondo classico greco e romano i primordi dell’umanità erano rappresentati
con la mitica concezione dell’età dell’oro voluta dagli dei, in cui predomina uno
stato di natura felice in una condizione idilliaca: gli uomini e gli altri esseri
viventi erano immersi in una perenne primavera, circondati da una natura
benevola che forniva spontaneamente tutto il necessario per il sostentamento
della vita; non servivano lavoro, leggi, guerre, fatiche, gli animi erano privi di
dolori e angosce, non si conoscevano le malattie. Questa tradizione inizia con
Esiodo, un poeta greco vissuto tra VIII e VII secolo a.C., prosegue con Platone
e poi viene ereditata dal mondo romano.

Lucrezio, in un periodo in cui la civiltà romana vive il funesto periodo della crisi
della res publica e ha bisogno di ideologie nuove e consolatorie, vuole indicare
ai Romani la via della serenità e della felicità del sapiente per liberarli da
ataviche paure che appesantiscono l’esistenza e sostituirle con conoscenze più
razionali e oggettive. Liberatosi dell’opprimente condizionamento mentale della
religio tradizionale, presenta anche un quadro estremamente realistico e
attendibile delle origini del genere umano. Il quinto libro del suo poema è
interamente dedicato alla nascita dell’universo, ovviamente originato da
un’aggregazione di atomi: prima nasce la terra, poi si formano l’aria, gli astri, il
mare, le specie vegetali e animali e infine i primi uomini, di cui ci viene esposta
la vita ferina irta di difficoltà e di pericoli, che erano stati generati dalla dura
terra.

“In primo luogo, di quanto l’immensa distesa del cielo ricopre,


un’esosa metà è dominio dei monti e delle selve
popolate da fiere; la ricoprono rupi e deserte paludi
e il mare che ampio divide le rive terrestri.
E poi quasi due terzi ne toglie ai mortali
l’ardente calore e la continua caduta di neve.
Quel che resta dei campi, lo coprirebbe comunque di rovi
la natura con la sua forza, se la forza dell’uomo non resistesse,
abituata, per sopravvivere, a gemere sul robusto bidente
e a solcare la terra premendo l’aratro.
Se voltando col vomere le zolle feconde
e soggiogando il suolo non li destiamo alla vita,
i raccolti da sé non potrebbero spuntare nell’aria serena;
e a volte comunque, ottenuti con grande fatica,
quando già nei terreni si coprono tutti di foglie e di fiori,
li brucia col calore eccessivo il sole nel cielo,
o li devastano piogge improvvise e gelide brine
e con vortice sfrenato li squassano raffiche di vento.
E poi la razza spaventosa delle fiere, nemica
del genere umano, perché la natura per terra e per mare
la nutre e la rafforza? Perché portano malanni
le stagioni? Perché si aggira la morte prematura?”

Segue l’apparizione del bambino-naufrago, emblematica della durezza della


condizione umana.

“E il bambino, come il navigante rigettato dalle onde furiose,


giace a terra nudo, senza poter parlare, bisognoso
d’ogni aiuto per poter vivere, appena la natura con sforzo
lo trae dal grembo materno alle rive della luce,
riempie lo spazio di luttuosi vagiti, com’è giusto
per uno a cui nella vita resta da varcare tanto male.
Invece crescono varie greggi, mandrie e fiere
e non hanno bisogno di sonaglietti e a nessuno di loro
serve rivolgere il balbettio suadente della dolce nutrice,
e non cercano vesti diverse a seconda del clima,
e non c’è infine bisogno d’armi, né di alte mura
per difendere la proprietà, poiché per tutti tutto
produce la terra stessa e la natura creatrice delle cose”.
Alan Kurdi, bambino siriano di 3 anni di etnia curda naufragato sulle coste dell’isola
greca di Coo il 3 settembre 2015.
Lucrezio, De rerum natura. A cura di Alessandro Schiesaro. Torino 2003.

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