DIREZIONE
Rita Lizzi Testa (Perugia), Carlo Lorenzi (Perugia),
Marialuisa Navarra (Perugia)
COMITATO SCIENTIFICO
Ulrico Agnati (Urbino), Francesco Amarelli (Napoli “Federico II”),
Francesco Arcaria (Catania), Gisella Bassanelli Sommariva (Bologna),
Mariagrazia Bianchini (Genova), Giorgio Bonamente (Perugia), Maria
Campolunghi (Perugia), Jean-Michel Carrié (Paris EHESS), Feliciantonio
Costabile (Reggio Calabria), Victor Crescenzi (Urbino), Lucio De
Giovanni (Napoli “Federico II”), Lietta De Salvo (Messina), María
Victoria Escribano Paño (Zaragoza), Lorenzo Fascione (Roma Tre),
Maurilio Felici (LUMSA Palermo), Sandro-Angelo Fusco (Macerata),
Francesca Galgano (Napoli “Federico II”), Stefano Giglio (Perugia),
Peter Gröschler (Mainz), Julia Hillner (Bonn), Carlo Lanza (Università
della Campania “Vanvitelli”), Noel Lenski (Yale), Orazio Antonio
Licandro (Catania), Detlef Liebs (Freiburg i. Br.), Andrea Lovato (Bari),
Francesco Maria Lucrezi (Salerno), Nicola Palazzolo (Perugia), Leo
Peppe (Roma Tre), Stefania Pietrini (Siena), Salvatore Puliatti (Parma),
Boudewijn Sirks (Oxford), Marco Urbano Sperandio (Roma Tre)
COMITATO EDITORIALE E DI REDAZIONE
Paola Bianchi (Roma Tor Vergata), Paola Biavaschi (Insubria), Maria Luisa
Biccari (Urbino), Paola Ombretta Cuneo (Milano Bicocca), Federica De
Iuliis (Parma), Monica De Simone (Palermo), Emily Hurt (John Cabot
University), Rossella Laurendi (Genova), Esteban Moreno Resano
(Zaragoza), Andrea Pellizzari (Torino), Peter Riedlberger (Bamberg),
Silvia Schiavo (Ferrara) – In Redazione: Francesco Bono (Parma), Francesco
Edoardo Maria Colombo (Insubria), Marco Cristini (Firenze), Linda De
Maddalena (Bern), Glenda Francioni (Perugia), Andreas Hermann
(Tübingen), Lorenzo Lanti (Milano Statale), Sabrina Lo Iacono (Milano
Statale), Silvia Margutti (Perugia), Maria Sarah Papillo (Napoli “Federico
II”), Michele Pedone (Pisa), Pierluigi Romanello (Napoli “Federico II”),
Francesca Zanetti (Parma), Manfredi Zanin (Bielefeld)
La pubblicazione dei contributi non riconducibili ad autori invitati dal Comitato
Scientifico è subordinata alla valutazione positiva espressa da due referee con il
sistema di peer review in double blind.
Jean-Michel Carrié
Dubium sapientiae initium
(R. Descartes, Meditationes de prima philosophia)
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PERUGIA
DIPARTIMENTO DI GIURISPRUDENZA
ATTI DELL’ACCADEMIA
ROMANISTICA
COSTANTINIANA
PER I CINQUANT’ANNI DELLA
“COSTANTINIANA”
XXVI
ORIENTE E OCCIDENTE
IN DIALOGO
IN ONORE DI JEAN-MICHEL CARRIÉ
Il volume è stato curato da Carlo Lorenzi e Marialuisa Navarra
Opera pubblicata con il contributo del Comune di Spello
I contributi raccolti in questo volume approfondiscono
tematiche del Convegno 2023
dell’Accademia Romanistica Costantiniana
organizzato in collaborazione con
l’Accademia Storico-Giuridica Costantiniana
auTori vari
Atti dell’Accademia Romanistica Costantiniana, XXVI
per i cinquanT’anni DeLLa “cosTanTiniana”
Oriente e Occidente in dialogo
in onore di Jean-Michel Carrié
Collana: Pubblicazioni dell’Università degli Studi di Perugia
Perugia, ali&no editrice, 2025
pp. 784; 24 cm
ISBN 978-88-6254-327-9
ISSN 1973-8293
© 2025 by Università degli Studi di Perugia
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Atti dell’Accademia Romanistica Costantiniana XXVI
ISBN 978-88-6254-327-9
pp. 371-424 (Maggio 2025)
ORAZIO LICANDRO
Università di Catania
L’OCCIDENTE CONTESO:
VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO.
UNA STORIA TRA UNITÀ E FRAMMENTAZIONE
1. Premessa
Da diversi anni si respira un’aria nuova nella ricerca storiografica
sulla Tarda Antichità. Una nuova aria che investe, in particolare, an-
che l’oggetto di questo contributo, una nuova stagione di studi nelle
relazioni tra Impero romano e popolazioni barbariche o germaniche. Il
varco aperto dal filone dell’etnogenesi1 delle popolazioni barbariche e
1
Sull’etnogenesi quale nuovo approccio delle più avvertite indagini rinvio ai
seguenti recenti scritti: H. Wolfram, Storia dei Goti, Roma 1985; P. Heather, Cas-
siodorus and the Rise of the Amals: Genealogy and The Goths under Hunnic Do-
mination, in JRS, 79, 1989, 103 ss.; Id., I Goti. Dal Baltico al Mediterraneo la storia
dei barbari che sconfissero Roma, Genova 2005; Id., La caduta dell’impero romano.
Una nuova storia, Milano 2006; Id., L’impero e i barbari. Le grandi migrazioni e
la nascita dell’Europa, Milano 2010; W. Pohl, Die Germanen, München 2000; S.
Gasparri, Prima delle nazioni. Popoli, etnie e regni fra Antichità e Medioevo, Roma
2003; K. Modzelewski, L’Europa dei barbari. Le culture tribali di fronte alla cul-
tura romano-cristiana, Torino 2008 (su cui vedi A. Barbero, L’Europa dei barbari.
Barbero legge Modzelewski, in Storica, 15.43, 2009, 433 ss.); P.J. Geary, Il mito del-
le nazioni. Le origini medievali dell’Europa (Prefazione di G. Sergi), Roma 2009;
M. Rocco, La percezione delle identità etniche barbariche tra antico e tardoantico,
in RSA, 41, 2011, 235 ss.; R. Arcuri, Etnogenesi, «entelechia barbarica» e attuali
orientamenti storiografici sulla Völkerwanderungszeit, in Koinonia, 37, 2013, 107
ss.; Ead., Poteri al confine. Filarchi giudici re tra Impero romano e Barbaricum, Bari
2023; S. Cosentino, Guardando i barbari dalle rive del Bosforo, in Potere e politica
nell’età della famiglia teodosiana (395-455). I linguaggi dell’impero, le identità dei
barbari (a cura di I. Baldini-S. Cosentino), Bari 2013, 125 ss.; S. Fascione, Gli
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372 ORAZIO LICANDRO
dei rapporti con l’Impero sta permettendo di superare la lunga e pesan-
te stratificazione storiografica – un pesante fardello, soprattutto per la
parte derivante dallo scontro interno alla grande storiografia ottocente-
sca che, per usare un’aspra espressione di Patrick J. Geary, ci ha lasciato
un ‘paesaggio avvelenato’, una sorta di discarica da bonificare2.
In questo paesaggio inquinato, in cui persiste in qualche misura an-
cora una lettura della questione germanica o barbarica nel suo rappor-
to con l’Impero romano nell’ottica delle Völkerwanderungen (cioè le
migrazioni dei popoli, espressione della storiografia tedesca classica) o
delle ‘grandi invasioni’ o ‘invasioni barbariche’ (tipica della storiografia
di lingua romanza) –, purtroppo continuiamo ancora a fare i conti con
le macerie di quelle visioni infondate e fuorvianti, oggi ideologicamente
rinvigorite dai rinascenti nazionalismi di una caotica postmodernità, in
stringente analogia con quanto accadde sotto gli infuocati dibattiti ide-
ologici e politici del nazionalismo ottocentesco.
Al contrario, la questione ‘Barbari’ e, principalmente, il tema del
loro rapporto con l’Impero romano costituiscono problemi assai com-
plessi, enormi, dalle più disparate implicazioni, forieri, come in effetti
furono, di trasformazioni profonde, di certo non inquadrabili né inter-
pretabili semplicisticamente e con geometrica simmetria in termini di
violenza, abbattimento, distruzioni, barbarie, fine della civiltà oppure
di enfatica esaltazione dell’alba radiosa di un ‘nuovo mondo’ che an-
dava stagliandosi all’orizzonte per legittimare l’idea di un’Europa dalla
matrice germanica. Recenti contributi sull’irruzione di popoli stranieri,
dai Goti ai Vandali, inquadrati da angolazioni diverse se non addirittura
‘Altri’ al potere. Romani e barbari nella Gallia di Sidonio Apollinare, Bari 2019; F.
Monteleone, “Diversi” eppure “uguali”. Identità, diversità e riconoscimento alle
origini dell’Europa, in Quaderni del Dipartimento Jonico, 13, 2020, 210 ss. Spo-
sta sul versante più squisitamente politico, usando l’espressione di ‘confederazioni
della periferia’, P. Heather-J. Rapley, La caduta degli imperi. Roma e il futuro
dell’Occidente, Milano 2024, 76 ss.
2
Riporto i toni duri di P.J. Geary, Il mito delle nazioni cit., 31 ss.: «La storia
moderna è nata nell’Ottocento. Concepita in origine come uno strumento del na-
zionalismo europeo, si è sviluppata in quanto tale. E come strumento al servizio
dell’ideologia nazionalista, non si può certo dire che la storia delle nazioni europee
e non si sia rivelata un gran successo. Sfortunatamente, però, ha anche trasformato
la nostra visione del passato in una discarica di rifiuti tossici, intrisa dei miasmi del
nazionalismo etnico, miasmi che si sono insinuati nei recessi più reconditi della co-
scienza popolare. Bonificare questa discarica è la sfida più grande con cui gli storici
devono fare i conti».
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 373
opposte, hanno invece messo in evidenza aspetti sino a qualche tempo
fa del tutto trascurati, e così, continuando a ritornare su versanti di ri-
cerca battuti, ci sospingono su altri ancora da esplorare, strettamente
connessi, ancorché distinti.
2. Fantasticherie storiografiche
L’insoddisfazione verso gli approcci tradizionali ha conseguen-
temente stimolato la nascita di un dibattito serrato e proficuo non
soltanto tra storici del diritto ma anche tra storici e archeologi, gra-
zie all’affermazione dell’archeologia comparativa e alla teorizzazione
archeologica che hanno condotto all’applicazione di modelli interpre-
tativi sorti all’esterno delle scienze antichistiche e nondimeno molto
utili (per esempio concepire l’Impero romano come un vero e proprio
world-system, oppure indagare l’economia romana secondo visione e
termini di economia-mondo).
Su queste premesse, occorre esser chiari su due aspetti, su cui insi-
stono due autentiche fantasticherie storiografiche:
a) l’esistenza di due distinti imperi (quello d’Occidente e quello
d’Oriente);
b) la concezione di un Impero privo di confini.
Sul primo, nonostante le resistenze, va sempre più facendosi largo
la presa d’atto dei documenti giuridici e delle prassi costituzionali che
attestano inconfutabilmente l’unità dell’Impero e che la presunta di-
visione era semplicemente un’articolazione amministrativa, che certo
andò sclerotizzandosi, ma questa era e non altro. Riassumo schemati-
camente:
1. L’imperatore di ciascuna pars diveniva tale attraverso una pro-
cedura consolidata, a cui partecipavano senato ed esercito, che si
perfezionava con il riconoscimento in quanto ‘collega’ dell’altro
Augusto.
2. I consoli dovevano essere nominati da entrambi gli Augusti;
quando si supera l’anno terribile di destabilizzazione, il 475 d.C.,
in cui sui due troni imperiali sedevano due usurpatori (a Occi-
dente Romolo Augustolo, e a Oriente Flavio Basilisco), e si nor-
malizzano i rapporti tra Anastasio I e Teoderico, la documenta-
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zione epigrafica attesta la ripresa del funzionamento della coppia
consolare.
3. Il comes patrimonii. Sulla base delle fonti disponibili sappiamo
che questo funzionario appare in Oriente e precisamente durante
il regno di Anastasio I, ma non può non rilevarsi la sua conte-
stuale comparsa anche in Occidente. Non abbiano notizie tanto
precise da fissarne la data, però un insieme di documenti consen-
te di formulare un’ipotesi abbastanza solida: dinanzi al silenzio
della Notitia Dignitatum, i riferimenti espliciti dei Basilica3 e del
De magistratibus di Giovanni Lido4, per Anastasio I, e numerose
Variae di Cassiodoro5 e almeno tre espistulae di Ennodio6, per
l’Occidente, inducono a ritenere contestuale la comparsa dei co-
mites patrimonii nelle due parti proprio negli anni successivi alla
distensione dei rapporti tra Teoderico e l’aristocrazia senatoria
occidentale da un lato e Anastasio I dall’altro, in un arco tempo-
rale compreso tra il 497 e il 508-509 d.C. che costituisce l’estremo
limite cronologico visto da Otto Seeck7.
Nel 439 d.C. viene emanato il primo codice ufficiale della storia eu-
ropea, il Codex Theodosianus, e tra le prime costituzioni ve n’è una del
26 marzo del 429 d.C., il cui dispositivo sanciva l’unità, oggi diremmo
l’indivisibilità, dell’Impero:
CTh. 1.1.5: Impp. Theodosius et Valentinianus AA. ad Senatum.
[…] In futurum autem si quid promulgari placuerit, ita in con
iunctissimi parte alia valebit imperii […].
3
B. 6.1.102 (Hb. 1.148; Scheltema AI, 162).
4
Lyd., De mag. 2.27.
5
Cassiod., Var. 1.16; 4.3.; 4.7; 4.11; 4.13; 4.15; 5.6-7; 5.14; 5.18-20; 6.9; 8.23;
8.25; 9.3; 9.9; 9.13; 12.4.
6
Ennod., Ep. 4.7.20; 6.10; 7.1.
7
O. Seeck, Comites nr. 87 (Comes sacri patrimonii), in PWRE IV, Stuttgart
1901, 676 s.; J. Sundwall, Abhandlungen zur Geschichte des ausgehenden Römer
tums, Helsingfors 1919, 100 ss., la colloca invece nel 505 d.C.; per R. Delmaire, Lar-
gesses sacrées et res private. L’aerarium imperial et son administration du IVe au VIe
siècle, Rome 1989, 692, invece, la cronologia oscilla tra il 494 e il 504 d.C. Vedi ora
dibattito e altra letteratura in E. Caliri, Il primo comes patrimonii in Occidente e le
norme scriniocratiche romane, in Koinonia, 30-31, 2006-2007, 241 ss.; Ead., Aspet-
tando i barbari. La Sicilia nel V secolo tra Genserico e Odoacre, Catania 2012, 234 ss.
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 375
Anche nella fase in cui, secondo il canone storiografico del 476 d.C.,
in Occidente non vi è più neppure l’Impero romano, una copiosa do-
cumentazione ci dice il contrario in tutti i sensi. Mi limito a riportare,
soltanto a scopo esemplificativo, i seguenti documenti teodericiani:
Cassiod., Var. 7.3.3: Unum vos amplectatur vivendi votum, qui-
bus unum esse constat imperium. Audiat uterque populus quod
amamus. Romani vobis sicut sunt possessionibus vicini, ita sint
et caritate coniuncti. Vos autem, Romani, magno studio Gothos
diligere debetis, qui et in pace numerosos vobis populos faciunt
et universam rem publicam per bella defendunt.
Coll. Avell. 11.1 (ed. Thiel, p. 768): Si prima semper est, impera-
tor invicte, a regentibus supplicum spectata devotio, si solo gratia
dominorum conciliatur obsequio, indubitanter agnosces, sacrae
iussionis oracula quanta senatus vestri fuerint gratulatione sus-
cepta, maxime cum ad hoc et animus domini nostri invictissimi
regis Theoderici filii vestri mandatorum vestrorum oboedentiam
praecipientis accederet et sciamus supra omnia beneficia vestra
tunc magis nos erigi, cum dignos creditis, quibus debeat imperari.
Si tratta di documenti appartenenti a raccolte di atti ufficiali, ossia
atti emanati da Teoderico, nella sua qualità di rappresentante imperiale
e di sovrano dei Goti, questione centrale su cui ritornerò. Il primo testo
appartiene alle Variae di Cassiodoro ed è noto che siano una raccolta di
documenti ufficiali assemblati dal potente ministro di Teoderico (rico-
prì, tra l’altro, le cariche di quaestor sacri palatii e di magister officiorum,
cioè le più alte della burocrazia imperiale centrale); l’altro, che si trova
nella Collectio Avellana8, ossia una raccolta di atti imperiali e di epistu-
lae di pontefici compilata in epoca tardo giustinianea, è un’interessan-
te lettera inviata nel 516 d.C. da Teoderico all’imperatore Anastasio I,
in cui l’Amalo si professa filius dell’imperatore, a questi sottomesso e
obbediente ai mandata imperiali, sfoggiando così il consolidato lessico
dell’amministrazione imperiale: i mandata erano le istruzioni conse-
gnate dall’imperatore ai suoi funzionari preposti al governo di territori
dell’Impero.
8
The Collectio Avellana and the Development of Notarial Practices in Late
Antiquity (eds. R. Lizzi Testa-G. Marconi), Thurnout 2023.
© ali&no editrice ISBN 978-88-6254-327-9
376 ORAZIO LICANDRO
Sono, dunque, molti i dati che inducono a intendere la differenzia-
zione dell’Impero in Occidentale e Orientale non come rottura dell’u-
nità statale bensì come un’articolazione amministrativa tra le due parti,
naturalmente, con un ampio grado di autonomia, cosa che non deve
turbarci più di tanto alla luce di un Impero vastissimo all’insegna del
pluralismo etnico, culturale, religioso, normativo.
Circa il secondo punto, deve, innanzitutto, dirsi che siamo di fronte
a una costruzione moderna, in cui ci si imbatte non di rado, quella cioè
di “un Impero senza confini”, probabilmente fondata sull’espressione
virgiliana dell’Eneide imperium sine fine (Aen. 1.278-279). Tuttavia,
come è stato di recente sottolineato ancora da Umberto Vincenti9, si
tratta di un colpevole fraintendimento, tendente ad attualizzare il con-
cetto di Stati senza confini a fini strumentali di nuovi assetti interna-
zionali in un quadro di globalizzazione e di strutture sovranaziona-
li, mentre Virgilio intendeva chiaramente esprimere l’ideologia di un
Impero i cui confini sono parte essenziale e fondativa, ma proprio per
questo da estendere continuamente. L’espressione regere fines è, infatti,
spia di una cultura espansionistica di fondo, che a un certo punto però
fa i conti con la storia e con una nuova piega: non più allargamento ma
difesa dei confini, per i quali inizia nella Tarda Antichità una tendenza
irreversibile all’arretramento verso Oriente.
Quindi arriviamo all’idea di frontiera e confine nell’Impero romano
che la più recente e migliore storiografia legge e indaga diversamen-
te dai metodi del passato, puntando sulla complessità della frontiera,
da intendere nelle sue funzioni culturali e sociali: «la frontiera dunque
come area di interazioni e sociali e culturali – ed in cui permangono,
e sono in ogni caso chiaramente riconoscibili, le tracce degli ἔϑνη che
sono stati o inclusi, o respinti, ai margini dello Stato egemone», ricorda
Mario Mazza10.
***
9
Per essere più precisi, «una fola»: U. Vincenti, Inclusione. La contempora-
neità dentro il diritto romano, in M. [Link]-G. Zanon, Inclusione. La
contemporaneità dentro il diritto romano, Napoli 2019, 1 ss.; si leggano pure gli altri
saggi contenuti nel volume.
10
M. Mazza, Identità etniche e culture locali sulla frontiera dell’Eufrate (II-
IV sec. d.C.). Uno studio sui contatti culturali, in Cultura guerra e diplomazia nel-
la Tarda Antichità, Catania 2005, 13 ss., saggio fondamentale per comprendere le
ragioni dell’impegno e delle strategie sviluppati nell’Oriente eufratico dalle élites
dirigenti romane fondate sulla valutazione dei fattori socieconomici e culturali.
ISBN 978-88-6254-327-9 © ali&no editrice
L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 377
Il quadro ricostruttivo che oltre un decennio fa proponevo dell’e-
sperienza teodericiana e gotica11, ossia di una sperimentazione istituzio-
nale peculiare – la coesistenza di un regno personale con l’Impero – il
cui delicato equilibrio garantiva una certa autonomia e una funzione di
protettorato militare dei territori occidentali, fu prospettato indipen-
dentemente per i Vandali da Yves Modéran12 nel 2014 e per i Visigoti da
Christine Delaplace13 nel 2015.
Insomma, per vie indipendenti e con riguardo a popoli diversi
(Ostrogoti, Vandali, Visigoti) si è giunti oggi a un interessante e con-
diviso cambiamento di prospettiva che tende sempre più a far breccia.
Ciononostante, resiste ancora la tendenza maggioritaria a sostenere una
sorta di riconoscimento dell’indipendenza e della sovranità di questi
regna, rispetto ai quali non deve perdersi di vista un elemento discri-
minante, ossia il carattere personale degli stessi e del potere dei relativi
sovrani, potere gravante sulle gentes ma non su territori, idea altrimenti
inaccettabile al governo romano, sul cui fraintendimento ruotarono di-
sastrosi conflitti.
E bisogna osservare che gli studi sugli imperi ritornati in grande
auge sotto la temperie internazionale che attraversa anche la Vecchia
Europa, ci fanno capire quanto sia difficile definire i confini di un
Impero, tanto più nell’antichità. Giustamente, è stato osservato che
«il governo imperiale era talvolta per sua natura profondamente indi-
retto, e si affidava a regimi vassalli per gestire le popolazioni soggio-
gate. Talora i centri imperiali persero il controllo effettivo di aree che
in teoria continuavano ad appartenere alla loro autorità tramite élite
locali o capi militari»14.
L’intricato e confuso mosaico di città-stato, regni, domini tribali,
ecc., credo sia il più corretto paradigma interpretativo dell’esperienza
imperiale romana, soprattutto nei secoli della Tarda Antichità: un Im-
pero va considerato formalmente unificato sino all’emersione di entità
11
O. Licandro, L’Occidente senza imperatori. Vicende politiche e costituzio-
nali nell’ultimo secolo dell’impero romano d’Occidente (455-565 d.C.), Roma 2012;
Id., L’irruzione del legislatore romano-germanico. Legge, consuetudine e giuristi
nella crisi dell’Occidente imperiale (V-VI sec. d.C.), Napoli 2015.
12
Y. Modéran, Les Vandales et l’Empire Romain, Arles 2014.
13
C. Delaplace, La fin de l’Empire romain d’Occident. Rome et les Wisigoths
de 382 à 531, Rennes 2015.
14
W. Scheidel, Fuga dall’impero. La caduta di Roma e le origini della prospe-
rità occidentale, Roma 2022, 45.
© ali&no editrice ISBN 978-88-6254-327-9
378 ORAZIO LICANDRO
statali (o regimi) indipendenti sul suo territorio. Ma poiché ciò non ac-
cadde sotto Odoacre, o Teoderico e nemmeno sotto Alarico o Gen-
serico, sebbene tutti protagonisti di stagioni ed esperienze differenti,
occorre prudenza nel parlare di caduta o, ancor meno, di successione
degli Stati15.
Questa prospettiva aiuta molto a comprendere il caso che affronterò
in maniera cursoria per i tempi disponibili, riguardante la Sicilia in una
fase segnata da squassanti turbolenze politiche, istituzionali, militari,
economiche e sociali tra V e VI secolo d.C.
3. La Sicilia tra Valentiniano III, Genserico e Odoacre
Se la Sicilia sia mai stata occupata dai Vandali è un interrogativo
sollevato dai gesuiti sin dal XVI secolo e che ciclicamente ricorre nei
nostri studi, in particolare in quelli dedicati alla decifrazione della
complessità della storia imperiale tardoantica. E studi recenti oltre a
quello, già ricordato, di Modéran, come l’importante contributo di
Mario Mazza16, quelli numerosi condotti da Elena Caliri17, e il volu-
me di Umberto Roberto18, hanno ulteriormente schiarito non pochi
aspetti controversi.
La Sicilia, era chiaro a tutti, com’è lo è ancora oggi, costituiva la
piattaforma logistico-strategica per il controllo del Mediterraneo occi-
dentale e anche per la sicurezza delle coste settentrionali africane. L’esi-
genza vandalica di una qualche forma di controllo dell’isola era più che
comprensibile, e di fatto qualche tentativo in tale direzione si era avuto
15
Ad esempio, P. Heather-J. Rapley, La caduta degli imperi cit., 105, secon-
do i quali l’impero bizantino fu «uno stato successore dell’Impero romano».
16
M. Mazza, I Vandali, la Sicilia e il Mediterraneo nella tarda antichità, in
Kokalos, 43-44, 1998, 114 ss. [ora in Id., Lente silenziose rivoluzioni. Saggi di storia
economica e sociale sulla Sicilia romana, Catania 2017, 181 ss.].
17
E. Caliri, Lilibeo tra Vandali, Goti e Bizantini, in MedAnt, 10, 2007, 1 ss.;
Ead., Aspettando i barbari cit., passim; Ead., Praecellentissimus rex. Odoacre tra
storia e storiografia, Soveria Mannelli 2017. Interessanti anche le conclusioni di G.
Purpura, Estate 440 d.C. I Vandali ad portas e la salvezza dell’Occidente, in Signa
amicitiae. Scritti offerti a G. de Bonfils (a cura di E. Dovere), Bari 2018, 205 ss.,
circa la sottovalutazione del pericolo vandalico da parte di Galla Placidia.
18
U. Roberto, Il secolo dei Vandali. Storia di un’integrazione fallita, Palermo
2020.
ISBN 978-88-6254-327-9 © ali&no editrice
L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 379
proprio nei decenni centrali del V secolo d.C., segnati da una dramma-
tica instabilità e frantumazione del potere imperiale a seguito della fine
della dinastia Teodosiana con la morte di Valentiniano III.
Quando nel 476 d.C. si consuma quell’evento interpretato da qual-
che secolo a questa parte come la fine dell’Impero romano d’Occidente,
ossia la destituzione dell’insignificante Romolo Augustolo, ma per la
verità un usurpatore mai riconosciuto da Costantinopoli, con l’irruzio-
ne di Odoacre, la Sicilia torna a essere al centro della politica e terreno
di battaglia.
E veniamo al tema delle relazioni internazionali. Alcune fonti par-
lano di un trattato tra Odoacre e Genserico esattamente nel 476 d.C.
Vict. Vit., Hist. de pers. vand. 1.4.13-14 [edd. Halm e Pet-
schenig]: Post cuius [i. e. Valentiniani] mortem [i. e. Geisericus]
totius Africae ambitum obtinuit, nec non et insulas maximas Sar-
diniam, Siciliam, Corsicam, Ebusum, Maioricam, Minoricam, vel
alias multas, superbia sibi consueta defendit. [14] Quarum unam
illam, id est Siciliam, Oduacro Italiae regi postmodum tributario
iure concessit ex qua eis Oduacer singulis quibusque tempori-
bus ut dominis tributa dependit aliquam tamen sibi reservantibus
partem.
Su questo testo, invero, assai ambiguo si fonda la tesi del dominio
vandalo sulla Sicilia. Il passo di Vittore di Vita, particolarmente tor-
mentato per la sua controversa tradizione manoscritta, ha dato luogo a
due differenti interpretazioni in ordine al significato di due espressioni:
tributario iure e aliqua pars.
a) La prima: nel 476 d.C. la Sicilia, sino ad allora sotto il dominio
vandalo, fu oggetto di una spartizione per zone d’influenza tra Genseri-
co e Odoacre, conservando il primo una sovranità nominale ut dominus
sulla parte nord-occidentale – soprattutto mantenendo la sovranità su
Lilibeo – e riservandosi una parte dei tributi.
b) La seconda: i Vandali cedettero la Sicilia, ad eccezione del pro-
montorio di Lilibeo, a Odoacre, qualificato come re d’Italia, dietro il
pagamento annuo di un tributo (tributario iure).
Scegliere l’una o l’altra opzione presuppone innanzitutto la stipu-
lazione di un trattato e, per ciò che ci riguarda, verificarne la portata.
Il vescovo africano, in realtà, non dice apertis verbis che si trattò di un
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380 ORAZIO LICANDRO
trattato, mentre una conferma in tal senso verrebbe invece dallo storio-
grafo longobardo Paolo Diacono:
Paul. Diac., Hist. rom. 15.7.213: […] annali deinceps circulo
evoluto cum rege Wandalorum Genserico foedus initum est ab
Oreste patricio,
che parla più esplicitamente di un foedus, ma tra Oreste e Genserico. La
notizia di Paolo Diacono però è francamente poco credibile e comun-
que non utilizzabile per assenza di riscontri (manca infatti ogni ulterio-
re notizia relativa a patti tra Oreste e il re vandalo), ma soprattutto deve
essere presa con le pinze per i diversi e gravi dubbi che suscita.
Un trattato tra Vandali e Romani, in effetti, era stato stipulato meno
di 2 anni prima, nel 474 d.C., dall’imperatore Zenone, mentre Oreste
non era nelle condizioni di stipulare alcun valido foedus. Le condizioni
di illegalità costituzionale in cui versavano lui e il figlio Romolo Augu-
stolo neoimperatore a seguito della destituzione di Giulio Nepote era-
no note e da Costantinopoli non giunse mai un riconoscimento; inoltre,
a Costantinopoli, sino al 476 d.C., sedette un altro usurpatore, ossia
Flavio Basilisco, ostile a Genserico, non foss’altro che per la sua disa-
strosa conduzione della spedizione navale voluta da Leone I.
E posto che i leader, chiamiamoli per comodità, germanici stipula-
vano trattati con gli imperatori romani dal valore personale (ma anche
su questo punto ritornerò), non si capisce chi avrebbe potuto rimpiaz-
zare quello con Zenone19.
Il passo del vescovo Vittore, d’altra parte, è affetto da altre gravi
imprecisioni tali da rafforzare i sospetti di corruzione che in buona so-
stanza emergono dalla tradizione manoscritta, nonostante la restituzio-
ne di Halm e Petschening. Infatti, alla tradizione testuale maggioritaria,
sulla base dei codici sopravvissuti (il più antico è il Bambergensis E III
4, del IX secolo)20, si contrappongono due varianti: una che vuole ex
19
Sulle relazioni internazionali in questa fase vedi per tutti il recente im-
portante contributo di S. Puliatti, Incontri e scontri. Sulla disciplina giuridica dei
rapporti internazionali in età tardo-antica, in Le relazioni internazionali nell’Alto
Medioevo (Spoleto, 8-12 aprile 2010), Spoleto 2011, 109 ss.
20
A questo si affiancano i seguenti codici: Vindobonensis 583, Parisinus 2015,
Bernensis 48, Bruxellensis 1974 del X secolo; Vindobonensis 408 dell’XI secolo;
Cremifanensis 36, Monacensis 2545, Admontensis 739, Abricensis 162; Berolinensis
lat. Quart. 1 del XII secolo. Per lo stemma codicum vedi B. Pace, Arte e civiltà della
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 381
qua ei Oduacer … ut domino21, e un’altra la quale recita aliquem sibi
reservans partem22.
Il che ha indotto Jean Petit e Thierry Ruinart ad avanzare la diversa
restituzione ex qua ei Oduacer … ut domino tributa dependit aliquam
tamen sibi reservans partem: in questo caso Odoacre avrebbe pagato
a Genserico un tributo come a un dominus in cambio della massima
parte della Sicilia a eccezione del promontorio di Lilibeo che sarebbe
rimasto in mano vandala. Varianti e incongruenze non hanno impedito,
tuttavia, a Biagio Pace, sulla scia di Halm e Petschening23, di contestare
questa ricostruzione, negando il dominio vandalo poiché aliqua pars
andrebbe riferita ai tributi e non a porzioni di territorio.
Dinanzi a tanta incertezza, non è una forzatura allora riconosce-
re tutt’altro che chiusa la questione relativa allo status della Sicilia: era
terra vandalica (e da quando?) e poi attribuita a Odoacre oppure resti-
tuita all’Impero grazie a Odoacre? Secondo quali titoli giuridici? Cosa
significava l’espressione tributario iure sulla Sicilia? La parte che si ri-
tiene riservatasi da Genserico, cioè Lilibeo, dalla significativa rilevanza
strategica, rimase davvero un’enclave vandala? Per rispondere bisogna
mettere bene in fila le notizie sui rapporti precedenti regolati dai gover-
ni imperiali (Valentiniano III e Zenone).
4. La posizione costituzionale di Odoacre
Cominciando dalla questione principale, cioè la vera posizione isti-
tuzionale di Odoacre nel 476 d.C., coglieva nel segno Vittore di Vita nel
qualificarlo re d’Italia? Già Ernest Stein, in un breve passaggio del suo
splendido trattato24, aveva riconosciuto quanto detto prima, precisando
che Odoacre «non vestì mai la porpora o altri segni di potenza sovrana»
Sicilia antica. IV. Barbari e Bizantini. Appendice II, 480 ss., Roma-Napoli-Città di
Castello 1949, 480 ss.
21
Bernensis 48, Bruxellensis 1974, Parisinus 2015.
22
Abricensis 162.
23
B. Pace, Arte e civiltà della Sicilia antica cit., 480 ss. Vedi dibattito in E.
Caliri, Praecellentissimus rex cit., 93 ss.
24
Ora in traduzione italiana per i tipi di Aragno: E. Stein, Storia del tardo
Impero romano. II. Tomo 1. Dalla scomparsa dell’Impero d’Occidente alla morte di
Giustiniano (476-565), Torino 2021, 53.
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382 ORAZIO LICANDRO
e che, nella monetazione in cui appare negli ultimi anni del conflitto con
Teoderico, è sempre Flavius Odovacar, raffigurato senza insegne e sen-
za il titolo di rex. A tal proposito si può subito dire che Vittore di Vita
è l’unico ad attribuire a Odoacre il titolo di re d’Italia: Gothorum Ro-
manorumque regnator (Iord., Get. 295); rex Herulorum (Iord., Rom.
344); rex gentium (Iord., Get. 243); rex Gothorum (Marcell., Chron.
ad a. 476). Persino lo stesso Odoacre nel P. Ital. I.10-11 = P. Tjäder 10-
11, contenente un atto di donazione di fundi in Sicilia, precisamente
nel contado siracusano, a Pierius, suo comes domesticorum, si qualifica
semplicemente rex25.
Il che dimostra non solo la generale estraneità di Vittore di Vita alla
dimensione giuridico-istituzionale romana, ma anche l’ignoranza del
carattere personale e non territoriale della regalità germanica. Esiste in-
vece una nota pagina di Malco di Filadelfia (frg. 10), contemporaneo
e storico di corte, che registrò con dovizia di particolari cosa avvenne
in Occidente in quell’estate del 476 d.C.26 L’ambasceria mista (senato-
25
Eppure tale idea si è radicata con una certa profondità nella critica moderna:
a mo’ d’esempio, cito le affermazioni, eccessivamente tranchant, di R. Cessi, “Re-
gnum” ed “Imperium” in Italia. Contributo alla costituzione politica d’Italia dalla
caduta alla ricostituzione dell’Impero romano d’Occidente, Bologna 1919, 103 ss.,
secondo cui con Odoacre si ebbe «la proclamazione del primo re nazionale» (sic!).
26
Malch., Byz. frg. 10: Ὅτι ὁ Αὔγουστος ὁ τοῦ ᾿Ορέστου υἱὸς (deb.: Ὅτι
Ὀδόαχος) ἀκούσας Ζήνωνα πάλιν τὴν βασιλείαν ἀνακεκτῆσθαι τῆς ἕω, τὸν βασιλίσκον
ἐλάσαντα, ἠνάγκασε τὴν βουλὴν ἀποστεῖλαι πρεσβείαν Ζήνωνι σημαίνουσαν, ὡς
ἰδίας μὲν αὐτοῖς βασιλείας οὐ δέοι, κοινὸς δὲ ἀποχρήσει μόνος ὢν αὐτοχράτωρ ἐπ᾽
ἀμφοτέροις τοῖς πέρασι. Τὸν μέντοι Ὀδόαχον ὕπ᾽ αὐτῶν προβεβλῆσθαι ἱκανὸν
ὄντα σώζειν τὰ παρ’ αὐτοῖς πράγματα, πολιτικὴν ἔχοντα σύνεσιν ὁμοῦ καὶ μάχιμον·
καὶ δεῖσθαι τοῦ Ζήνωνος πατρικίου τε αὐτῷ ἀποστεῖλαι ἀξίαν, καὶ τὴν τῶν Ἰταλῶν
τούτῳ ἐφεῖναι διοίκησιν. ᾿Αφικνοῦνται δὴ ἄνδρες τῆς βουλῆς τῆς ἐν Ῥώμῃ τούτους ἐς
Βυζάντιον κομίζοντες τοὺς λόγους, καὶ ταῖς αὐταῖς ἡμέραις ἐκ τοῦ Νέπωτος ἄγγελοι,
τῶν τε γεγενημένων συνησθησόμενοι τῷ Ζήνωνι, καὶ δεόμένοι ἅμα ταῖς ἴσαις τῷ Νέπωτι
συμφοραῖς χρησαμένῳ συσπουδάσαι προθύμως βασιλείας ἀνάκτησιν, χρήυατά τε καὶ
στρατὸν ἐπὶ ταῦτα διδόντα, καὶ τοῖς ἄλλοις, οἷς δέοι, συνεκπονοῦντα τὴν κάθοδον.
Ταῦτά τε λέξοντας ὁ Νέπως ἀπέστελλεν. Ζήνων δὲ τοῖς ἥκουσι, τοῖς μὲν ἀπὸ τῆς βουλῆς
ἀπεκρίνατο ταῦτα, ὡς δύο ἐκ τῆς ἕω βασιλέας λαβόντες τὸν μὲν ἐξηλάκασιν, ᾿Ανθέμιον
δὲ ἀπέκτειναν· καὶ νῦν τὸ ποιητέον αὐτοὺς ἔφη γινώσκειν· οὐ γὰρ ἂν βασιλέως ἔτι
ὄντος ἑτέραν ἡγήσεσθαι (εἰσηγ. Bekker) γνώμην ἢ κατιόντα προσδέχεσθαι· τοῖς δὲ ἐχ
τοῦ βαρβάρου ὅτι καλῶς πράξοι παρὰ τοῦ βασιλέως Νέπωτος τὴν ἀξίαν τοῦ πατρικίου
δεξάμενος Ὀδόαχος· ἐκπέμψειν γὰρ αὐτὸν, εἰ μὴ Νέπως ἐπεφθάκει. Ἐπαινεῖν δὲ, ὡς
ἀρχὴν ἐπιδέδεικται ταύτην τοῦ τὸν κόσμον φυλάττειν τὸν τοῖς Ῥωμαίοις προσήκοντα·
καὶ πιστεύειν ἐντεῦθεν, ὡς καὶ τὸν βασιλέα τὸν ταῦτα τιμήσαντα καταδέξοιτο θᾶττον,
εἰ ποιεῖν θέλοι τὰ δίκαια. Καὶ βασίλειον γράμμα περὶ ὧν ἠβούλετο πέμπων τῷ Ὀδόαχῳ,
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 383
ri ed emissari di Odoacre) inviata a Costantinopoli, all’indomani della
riconquista del trono da parte di Zenone contro l’usurpatore Basilisco,
portò sul tavolo del negoziato i seguenti punti: l’accordo del senato
con Odoacre, la sottomissione di questo all’imperatore romano (con la
πατρίκιον ἐν τούτῳ τῷ γράμματι ἐπωνόμασε. Ταῦτα δὲ συνεσπούδαζε τῷ Νέπωτι
ὁ Ζήνων ἐκ τῶν ἑαυτοῦ κακῶν τὰ ἐκείνου οἰκτείρων καὶ τό γε κοινὸν τῆς τύχης εἰς
ὑπόθεσιν ἔχων τῷ δυστυχοῦντι συνάχθεσθαι. Ἅμα δὲ καὶ Βηρίνα συνεπώτρυνε τοῦτον,
τῇ Νέπωτος γυναικὶ συγγενεῖ οὔσῃ συσπεύδουσα. [«Quando Augusto, figlio di Ore-
ste, seppe che Zenone era tornato sul trono d’Oriente cacciando Basilisco, costrin-
se il senato a mandare un’ambasceria per comunicare a Zenone che non avevano
bisogno di un impero separato, ma che egli, essendo il solo imperatore, sarebbe
stato sufficiente per entrambe le parti dell’impero. Odoacre, poi, lo aveva scelto il
senato: in quanto dotato di abilità politica e militare, era in grado di proteggere i
loro interessi. Chiedevano quindi a Zenone di conferirgli la dignità di patrizio e di
concedergli il governo degli Italiciani. Giunsero dunque a Bisanzio dei membri del
senato di Roma con questo messaggio e negli stessi giorni arrivarono dei messi da
parte di Nepote, per congratularsi con Zenone del successo e, insieme, anche per
chiedere che si impegnasse energicamente nella riconquista dell’impero per Nepote,
un uomo che aveva sofferto le sue stesse sventure: fornisse dunque per questa im-
presa denaro e un esercito e collaborasse alla sua restaurazione in ogni altro modo
che si rendesse necessario. Nepote li mandò per comunicare queste cose. Zeno-
ne rispose ai messi del senato, che avevano ricevuto due imperatori dall’Oriente,
ma uno lo avevano cacciato, l’altro, Antemio, ucciso. Ora, disse, sapevano bene
il da farsi: visto che c’era un imperatore, non dovevano avere altro pensiero che
di accogliere di buon grado il suo ritorno. Ai messi del barbaro disse che Odoa-
cre avrebbe fatto bene a ricevere dall’imperatore Nepote la dignità di patrizio: egli
stesso gliel’avrebbe inviata, a meno di essere preceduto da Nepote. Si compiaceva
per questa prima dimostrazione di voler conservare l’ordinamento che si conviene
ai Romani e ne traeva la speranza che, essendo disposto a comportarsi rettamente,
presto avrebbe accolto l’imperatore che gli aveva concesso questo onore. Mandò
una lettera imperiale in cui si comunicava ad Odoacre, oltre alle sue volontà, anche
la nomina a patrizio. In questo modo Zenone si impegnò in favore di Nepote, le
cui sventure commiserava in base alle proprie e alla convinzione che la comunanza
di sorte spinge a partecipare al dolore di chi soffre. Contemporaneamente anche
Verina premeva in quella direzione, preoccupata per la moglie di Nepote, di cui era
congiunta»]. Vedi per tutti O. Licandro, L’Occidente senza imperatori cit., 33 ss.;
E. Caliri, Praecellentissimus rex cit., 53 ss. A proposito del dibattito storiografico
sul 476 d.C. e delle diverse posizioni in campo, rinvio ad alcuni recenti importanti
volumi B. Lançon, La caduta dell’impero romano. Una storia infinita, Palermo
2021; A. Marcone, L’ultimo anno dell’impero. Roma: 476 d.C., Roma 2021; M.
Cristini, dei successori di Teoderico, Roma-Bristol 2023; e fresco di stampa R. Lizzi
Testa, Un Occidente rivolto a Est (455-554 d.C.), Roma-Bristol 2024.
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384 ORAZIO LICANDRO
consegna degli ornamenta palatii)27, l’assenza di richiesta della nomina
di un Augusto per l’Occidente (dunque, l’eliminazione politica, non
fisica, di Romolo Augustolo) e, infine, la richiesta di concessione del
patriziato e del governo della diocesi italiciana (τῶν Ἰταλῶν διοίκησις)
a Odoacre, patrocinata dal senato. Che Zenone accettasse il patto tra
Odoacre e il Senato era il disegno dell’establishment occidentale ed è
ciò che si ricava dalle fonti al di là di ogni inutile tentativo di ‘costrin-
gerle’ nell’alveo stretto e fallace del paradigma della caduta dell’Impero
romano d’Occidente.
Emblematico in tal senso è il tentativo di Peter Heather che, pur
nell’intento di distaccarsi dalla visione gibboniana della decadenza e
della caduta, ha interpretato il trasferimento degli ornamenta palatii a
Costantinopoli, per ordine di Odoacre, come la certificazione formale
della fine dell’Impero romano d’Occidente28, mentre, in realtà, si trattò
soltanto di un umile atto di subordinazione di Odoacre a Zenone per
fugare da sé stesso ogni sospetto di ambizione al trono imperiale. Non
solo. Ma irrobustisce la ricostruzione, che qui si propone, pure la ri-
messione al legittimo Augusto della soluzione politica occidentale visto
che Romolo Augustolo era soltanto un usurpatore mai riconosciuto da
Costantinopoli.
E, del resto, che la mossa di Odoacre e soprattutto del Senato di
Roma non avesse che questo significato, è dimostrato dal ritorno a
Roma degli stessi ornamenta palatii una volta sancito l’accordo tra Te-
oderico e Anastasio I, segno cioè della normalizzazione della situazione
in Occidente; salvo dover ammettere la stravaganza di un Impero dap-
prima morto o sospeso nel 476 d.C. e poi tornato in vita nel 493 d.C.
con Teoderico, presentato al tempo stesso come sovrano di un diverso
regno ostrogoto.
Dunque, tornando a Odoacre, la sostanza politica di quel compro-
messo fu accettata e rispettata da Zenone, come confermano le emis-
27
Anon. Vales. 2.12.64: Facta pace cum Anastasio imperatore per Festum de
praesumptione regni, et omnia ornamenta palatii, quae Odoacar Constantinopolim
transmiserat, remittit.
28
Contra P. Heather, La caduta dell’Impero romano cit., 514 ss.; Id., Roma
risorta. L’Impero dopo la caduta, Milano 2021, 14 ss. Più correttamente M. Cristini,
La politica esterna cit., 55: «[…] l’invio in Italia degli ornamenta palatii acquista uno
specifico valore simbolico e istituzionale, in quanto rappresenta il riconoscimento
imperiale dell’autorità di Teoderico, un passaggio obbligato perché il sovrano fosse
accettato dagli abitanti della penisola e dagli altri regni».
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 385
sioni monetali in nome e per conto dell’imperatore e non poche te-
stimonianze epigrafiche. Sicché se è quantomeno improprio parlare di
una sovranità territoriale di Odoacre, lo è altrettanto discutere di un re
germanico demolitore dell’Impero.
Vi è poi un dato che continua a sottovalutarsi: la regalità, per como-
dità uso l’aggettivo germanica, aveva un peso politico se riconosciuta
o attribuita dall’imperatore romano. Si tratta di una concezione che si
radicò in solida tradizione attestata, se vogliamo escludere Pompeo e
Cesare, almeno da Augusto, con il caso di Arminio, sino a Giustinia-
no29. È illuminante quanto Procopio scriva, nel trattare delle guerre
contro i Vandali, a proposito dei Mauri: «era infatti legge tra i Mauri
che nessuno poteva diventare re finché l’imperatore dei Romani non
gli avesse concesso i simboli del comando, anche se era ostile ai Roma-
ni stessi. Perciò, costoro, sebbene avessero già ricevuto le insegne dai
Vandali, non erano convinti che il loro potere fosse legittimo»30. Tant’è
che scelsero la neutralità. Ed è altrettanto degno di rilevo quanto scrive,
a proposito di Clodeoveo, Gregorio di Tours nell’Historia Francorum:
Greg. Tur., Hist. Franc. 2.38: Igitur ab Anastasio imperatore
codecillos de consolato accepit, et in basilica beati Martini tuni-
ca indutus et clamide, inponens vertice diademam. Tunc ascen-
so equite, aurum argentumque in itinere illo, quod inter portam
atrii et eclesiam civitatis est, praesentibus populis manu propria
spargens, voluntate benignissima erogavit, et ab ea die tamquam
consul aut Augustus est vocitatus.
Era, dunque, sempre l’imperatore romano l’unica autorità sovraor-
dinata e legittimo il facitore di re, a cui si concedeva l’uso delle vesti
29
Sul tema vedi O. Licandro, Forme istituzionali e politiche di inclusioni delle
élites nell’età giulio-claudia. Note su vecchi e nuovi documenti epigrafici, in Codex,
1, 2020, 11 ss.; ora anche P. Buongiorno, Osservazioni in tema di conferimenti di
cittadinanza a reges socii et amici populi Romani, in Quaderni Lupiensi, 12, 2022,
221 ss.; e R. Arcuri, La regalità presso i Vandali: prospettive storiche ed etnografi-
che, in Fra Costantino e i Vandali. Atti del Convegno Internazionale di Studi per
Enzo Aiello (1957-2013), a cura di L. De Salvo-E. Caliri-M. Casella, Bari 2016,
545 ss.; Ead., La regalità di Atanarico e i confini religiosi della Gutthiuda, in Me-
dAnt, 24, 2021, 219 ss.; Ead., Poteri al confine cit., 93 ss.; Ead., La morte del re tra
rito romano ed ethos barbarico, in Occidente/Oriente, 4, 2023, 59 ss.
30
Prok., Bell. Vand. 1.25.5-6.
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regali e del diadema, simbolo appunto della regalità secondo l’antica
tradizione delle monarchie ellenistiche31.
5. La Sicilia dominio di Genserico?
Che la Sicilia fosse caduta sotto il dominio vandalo è una conclusio-
ne a cui si arriva soltanto a leggere Vittore di Vita (Hist. de pers. vand.
1.4). E, tuttavia, è lecito dubitarne a cominciare da un dato fattuale:
troppo grande è la Sicilia con i suoi 1200 km di costa, e per quanto i
Vandali si fossero caratterizzati nelle attività marinare, non erano certo
in grado di assicurare il pieno controllo dell’isola, se non qualche ecce-
zione come nel caso di Lilibeo, strategicamente importante e su cui non
a caso era stata edificata un’importante fortezza. Inoltre, tanto vasto è
l’entroterra siciliano da richiedere una ben più massiccia presenza mi-
litare di qualche equipaggio navale, per garantire un dominio in senso
proprio, un potere sovrano.
Quella consistenza necessaria per controllare Africa e Sicilia risul-
terebbe fantasiosa anche accettando le stime più ‘generose’; ma se per
Vittore di Vita (Hist. de pers. vand. 1.2) furono circa 80.000 persone ad
attraversare lo Stretto di Gibilterra, mentre una stima più bassa è quella
di Procopio (Bell. vand. 1.5.18-19) secondo cui si trattò di 50.000 indi-
vidui, è possibile considerare guerrieri o individui atti alle armi soltanto
un terzo di essi32. Che fosse questo l’ordine della grandezza trova un’in-
diretta conferma in una preziosa testimonianza di Prisco. Sostiene Pri-
sco che Genserico non era solito aggredire le città ben munite, perché
privo della forza necessaria33. Dunque, una presenza militare del tutto
inadeguata per consentire di parlare di dominio territoriale.
Piuttosto, v’è da dire che i Vandali esercitavano abilmente la pira-
teria e pratiche di saccheggio e devastazione da decenni, certamente da
un tempo precedente al regno di Valentiniano III. E poiché le pratiche
di saccheggio si intensificarono dalla morte di Valentiniano III, sono
31
Cfr. Hincm. Rem., Vita Remigi 20: Per idem tempus ab Anastasio impe
ratore codicellos Hludowicus rex pro consulatu accepit; cum quibus codicellis etiam
illi Anastasius coronam auream cum gemmis et tunicam blatteam misit, et ab ea die
consul et augustus est appellamus.
32
Per tutti U. Roberto, Il secolo dei Vandali cit., 59;
33
Prisc., frg. 39 (ed. Blockley).
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d’accordo con Elena Caliri nel rigettare ogni tesi su un’occupazione
ininterrotta della Sicilia34, perché saremmo dinanzi a una ben strana
concezione di esercizio della signoria, distruggendo ciò che è proprio.
E ciò vale soprattutto per il periodo precedente.
Ma al di là di queste considerazioni più o meno astratte, tutta la do-
cumentazione in nostro possesso non offre alcuna prova di un dominio
effettivo e permanente dei Vandali sulla Sicilia, semmai il contrario.
a) Alcune epigrafi siciliane, una catanese e un’altra siracusana stu-
diate e datate da Santo Mazzarino nella seconda metà del V secolo d.C.,
ci dicono che due consulares – Fl. Gelasius Busiris e Merulus vir cla-
rissimus et spectabilis consularis – erano attivi35. La presenza in Sicilia
di un consularis, esito della generale riforma costantiniana che sostituì
i correctores, è confermata pure dalla Notitia Dignitatum (Occ. I.60;
II.18, ed. O. Seeck)36.
b) Fondamentali sono alcune Variae di Cassiodoro (Var. 3.28.1-
2)37, in cui vi è la notizia, in sintonia e in continuità con il contenuto
delle precedenti iscrizioni siciliane e della Notitia Dignitatum, del-
34
E. Caliri, Aspettando i barbari cit., 64, 71.
35
S. Mazzarino, Per la storia della Sicilia nel V secolo (a proposito di una
nuova epigrafe siracusana), 336 ss.; Id., Vandali in Sicilia (A proposito di una nuova
epigrafe catanese), 355 ss., entrambi i contributi sono stati ripubblicati in Id., Il
basso impero. Antico, tardoantico ed èra costantiniana, II, Bari 1980.
36
Sul fondamentale documento vedi gli studi pubblicati nell’importante vo-
lume di G. Clemente, La Notitia Dignitatum e altri saggi di Tarda Antichità, a
cura di M. Maiuro-M. Lanciotti, Bari 2022; su cui R. Lizzi Testa, Ceti dirigenti e
religione in età tardoantica: il contributo di Guido Clemente, 209 ss., e P. Porena,
Le metamorfosi della Notitia Dignitatum, 217 ss., entrambi in Occidente/Oriente,
4, 2023. Si dispone adesso di una nuova edizione della Notitia Dignitatum: La No-
titia Dignitatum. Nueva Edición crítica y comentario histórico, a cura di C. Neira
Faleiro, Madrid 2005.
37
Cassiod., Var. 1.4.14: Avus enim Cassiodorus inlustratus honore praecinctus,
qui eius generi non poterat abnegari, a Vandalorum incursione Bruttios Siciliamque
armorum defensione liberavit, ut merito primatum in illis provinciis haberet, quas a
tam saevo et repentino hoste defendit. debuit itaque virtutibus eius res publica, quod
illas provincias tam vicinas Gensiricus non invasit, quem postea truculentum Roma
sustinuit; V.A. Sirago, I Cassiodoro. Una famiglia calabrese alla direzione d’Italia
nel V e VI secolo, Soveria Mannelli 1983, 35 ss.; R. Arcuri, Rustici e rusticitas in
Italia meridionale nel VI sec. d.C. Morfologia di un paesaggio rurale tardoantico,
Soveria Mannelli 2009, 112 nt. 30; Ead., La correctura Lucaniae et Bruttiorum e i
rapporti con le aristocrazie locali, in Pignora amicitiae. Scritti di storia antica e di
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la presenza istituzionale romana, ossia dell’intensa azione difensiva
svolta dall’avus, nella veste di consularis, della Sicilia e del Bruzio dal-
le incursioni di Genserico. Alle Variae richiamate, si aggiunge quel-
la relativa al ricordo del merito del padre di aver convinto i siciliani
a schierarsi con Teoderico, rappresentante dell’imperatore, quindi a
optare per una precisa scelta lealista’, piuttosto che per l’obbedienza
a Odoacre38.
storiografia offerti a Mario Mazza, a cura di M. Cassia-C. Giuffrida-C. Molè-A.
Pinzone, III, Catania 2012, 225 ss.; circa il tempo della vicenda vedi dibattito in E.
Caliri, Aspettando i barbari cit., 49 s. nt. 16.
38
Oltre a quanto alla nt. precedente, vedi Cassiod., Var. 1.3.1-8: Quamvis
proprio fruatur honore quod est natura laudabile, nec desint probatae conscientiae
fasces, cum generat animo dignitates omnia siquidem bona suis sunt iuncta cum
fructibus, nec credi potest virtus quae sequestratur a praemio tamen iudicii nostri
culmen excelsum est: quoniam qui a nobis provehitur, praecipuis plenus meritis aes
timatur. [2] Nam si aequabilis credendus est quem iustus elegerit, si temperantia
praeditus quem moderatus ascivit, omnium profecto capax potest esse meritorum,
qui iudicem cunctarum meruit habere virtutum. Quid enim maius quaeritur quam
ibi invenisse laudum testimonia, ubi gratificatio non potest esse suspecta? Regnantis
quippe sententia iudicium de solis actibus sumit, nec blandiri dignatur animus domi-
ni potestate munitus. [3] Repetantur certe quae te nostris sensibus infuderunt, ut la-
boris tui fructum capias, cum nostris animis singula suaviter inhaesisse cognoscas. in
ipso quippe imperii nostri devotus exordio, cum adhuc fluctuantibus rebus provincia-
rum corda vagarentur et neglegi rudem dominum novitas ipsa pateretur, Siculorum
suspicacium mentes ab obstinatione praecipiti deviasti, culpam removens illis, nobis
necessitatem subtrahens ultionis. [4] Egit salubris persuasio, quod vehemens poterat
emendare districtio. Lucratus es damna provinciae, quae meruit sub devotione nes
cire: ubi sub praecinctu Martio civilia iura custodiens publica privataque commo-
da inavarus arbiter aestimabas et proprio censu neglecto sine invidia lucri morum
divitias retulisti, excludens vel querelis aditum vel derogationibus locum: et unde
vix solet reportari patientiae silentium, voces tibi militavere laudantium. Novimus
enim testante Tullio, Siculorum natura quam sit facilis ad querelas, ut solita consue-
tudine possint iudices etiam de suspicionibus accusare. [5] Sed non eo praeconiorum
fine contenti Bruttiorum et Lucaniae tibi dedimus mores regendos, ne bonum, quod
peregrina provincia meruisset, genitalis soli fortune nesciret. At tu consuetudinem
devotionis impendens eo nos obligasti munere, quo tibi nos putamus omnia reddidis-
se: inde amplificando debitum, unde credi poterat absolutum. egisti per cuncta iudi-
cem totius erroris expertem, nec invidia quempiam deprimens nec gratia blandiente
sublimans. quod cum ubique sit arduum, tum fit in patria gloriosum: ubi necesse
est aut gratiam parentela provocet aut odium longae contentiones exasperent. [6]
Oblectat igitur nos actus praefecturae recolere, totius Italiae notissimum bonum, ubi
cuncta provida ordinatione disponens ostendisti, quam leve sit stipendia sub iudicis
integritate dependere. Nullus gravanter obtulit quod sub aequitate persolvit, quia
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 389
c) Ennodio, in un passo interessantissimo (Paneg. 13.70), conferma
il quadro ricostruito, informandoci delle conseguenze della lezione mi-
litare inflitta da Teoderico ai Vandali nel 491 d.C.: si ritornò al rispetto
del foedus stipulato con Zenone ma con la cessazione dell’annua pensio
pattuita con Odoacre, perché ormai ai Vandali bastava l’amicitia dei
Goti a far cessare le depraedationes39 (vedremo meglio più avanti).
In buona sostanza, tutte queste testimonianze deporrebbero per
una inequivocabile permanente sovranità romana sulla Sicilia, che restò
sempre in orbita imperiale, indipendentemente dai protagonisti germa-
nici, di volta in volta in campo: Genserico, Odoacre e Teoderico. E tali
dati da soli controbilancerebbero il contenuto della narrazione di Vit-
tore di Vita; ma c’è ancora altro da aggiungere, ossia i dispositivi di al-
cuni provvedimenti imperiali e soprattutto dei trattati di cui si è serbata
traccia nelle fonti.
Nel giugno del 440 d.C., alla voce di imminenti massicci sbarchi
vandali in Sicilia40, Valentiniano III emanava un editto con cui invitava
la popolazione a prepararsi alla difesa armata (Nov. Val. 9 De reddito
iure armorum). In realtà, questo provvedimento si inscriveva in un pac-
chetto di interventi legislativi di strategia difensiva già avviato sin dagli
inizi del 440 d.C.
quicquid ex ordine tribuitur, dispendium non putatur. [7] Fruere nunc bonis tuis et
utilitatem propriam, quam respectu publico contempsisti, recipe duplicatam. haec est
enim vitae gloriosa commoditas dominos esse testes, cives habere laudantes. [8] His
igitur tot amplissimis laudibus incitati patriciatus tibi apicem iusta remuneratione
conferimus, ut quod aliis est praemium, tibi sit retributio meritorum. macte, summe
vir, felicitate laudabili, qui ad hanc vocem dominantis animos impulisti, ut bonorum
tuorum potius fateamur esse quod cedimus. Sint haec divina perpetua, ut, cum haec
pro remuneratione tribuimus, meliora iterum tuis meritis exigamur. Lunga e pre-
stigiosa fu la carriera del padre di Cassiodoro: comes rerum privatarum, sacrarum
largitionum e consularis Siciliae sotto il governo di Odoacre; mentre con Teoderico,
dopo aver ricoperto la carica di corrector Lucaniae et Bruttiorum, tornò nella sede
centrale ravennate come praefectus praetorio d’Italia, assai valorizzato dall’Amalo.
Vedi pure la ricostruzione nel commento alla Varia 3.28 in Cassiodoro, Variae. II.
Libri III-V (dir. A. Giardina), Roma 2014, 251 ss.
39
Cassiod., Chron. 1327: Tunc etiam Vandali pace suppliciter postulata a Sici-
liae solita depraedatione cessarunt.
40
Bisogna dire che già dal 438 d.C., la Sicilia era divenuta oggetto di azioni di
pirateria segnate dalla presenza di Vandali, come registra Prosp., Chron. 1332: Hoc
quoque anno 438 iidem piratae multas insulas, sed praecipue Siciliam vastavere.
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390 ORAZIO LICANDRO
Con Nov. Val. 4 del 24 gennaio e Nov. Val. 6.1 del 20 marzo, il go-
verno imperiale aveva già aperto una leva introducendo misure assai
severe contro i latifondisti tendenti a coprire i disertori e i renitenti;
provvedimenti che nel complesso sembrano spingere per una lettura
ben diversa da quella che vi vede il segno di una dimostrazione di debo-
lezza dell’imperatore41, e semmai di una consapevole preoccupazione e
dunque il segno di una reazione energica contro l’egoismo autarchico di
molti latifondisti, anche appartenenti all’aristocrazia romana.
A seguito della barbarica vastitas, l’imperatore, grazie alla media-
zione di Aezio42, stipulò un trattato nel 442 d.C. in cui però non si
contemplava affatto l’ingresso della Sicilia nella sfera d’influenza o di
signoria vandala. Tant’è che, stando a Procopio, fu Genserico, in qualità
di re amico e alleato, ad obbligarsi al versamento annuo di tributi esatti
in Libia, a consegnare in ostaggio il figlio Unerico e, secondo l’auspi-
cio imperiale, a restituire i beni confiscati in Africa ai cittadini romani
(Nov. Val. 12.2).
Ma non vi sono soltanto Nov. Val. 9 e il prezioso passo di Procopio a
consigliare una correzione interpretativa: lo richiedono anche le dirette
notizie di altri provvedimenti pubblici varati sempre da Valentiniano
III. Nell’anno prima del trattato (441 d.C.), con Nov. Val. 1.2 l’impe-
ratore aveva disposto una remissio tributorum per i danni arrecati ai
possessores siciliani, ossia la riduzione a 1/7 del canone tributario dell’i-
sola (cioè uno sgravio fiscale di 6/7), tanto da consentire il sarcasmo di
Prospero di Aquitania (Chron. 1344) a proposito di una Sicilia, a cui
si era aggiunto il peso economico gravosissimo dei contingenti milita-
ri inviati da Teodosio II, ridottasi magis oneri quam Africae praesidio.
Tuttavia, è giusto tener conto, avverte Mazza43, della versione di Teo-
fane che di contro ci informa su attività diplomatiche dispiegate anche
da Genserico.
Ebbene, è privo di ogni logica credere alla storicità di questo prov-
vedimento di Valentiniano III e al tempo stesso sostenere che la Sicilia
sarebbe stata una signoria dei Vandali. Il fatto che i siciliani furono sgra-
vati fiscalmente, significa inequivocabilmente che, chiusosi il conflit-
41
Contra invece F. Giunta, Genserico e la Sicilia, in Kokalos, 2, 1956, 122; M.
Mazza, I Vandali cit., 195.
42
Sul generale si rinvia all’ormai classico G. Zecchini, Aezio: l’ultima difesa
dell’Occidente romano, Roma 1983.
43
M. Mazza, I Vandali cit., 195 ntt. 57-59.
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 391
to militare nel 441 d.C., l’isola era rimasta sotto il dominio imperiale;
l’anno dopo, il 442 d.C., Valentiniano III e Genserico stipularono un
trattato con la ratifica dell’esito fattuale militare e nel nuovo quadro
diplomatico gli eserciti imperiali vennero dislocati altrove, laddove le
esigenze miliari si erano fatte più impellenti, ossia in Oriente per fron-
teggiare, insieme con i Persiani a seguito di un altro trattato, la minaccia
degli Unni44 che avevano già devastato Tracia e Illirico.
Ancora. Come spiegare tutti quei provvedimenti di favore nei con-
fronti di chi aveva subito spoliazioni emanati per territori come la Nu-
midia, la Mauretania Sitifense, la Proconsolare, la Byzacena che, secon-
do un’ottica consolidata, costituivano domini dei Vandali45? L’unica
44
Pur con le testimonianze non del tutto chiare di Marcell., Chron. a. 441.1
e Joh. Lyd., De mag. 3.52-53, è possibile ricostruire le ragioni del disimpegno ro-
mano in Occidente, evitando un’ottica unicamente unna o persiana: l’irruzione sul
fronte orientale di diverse popolazioni – Persiani, Saraceni, Tzani, Isauri e Unni,
ma soprattutto questi ultimi – aveva reso fragili le difese indebolite ulteriormente
dal dislocamento di contingenti romani in Occidente; ciò, visto dai Persiani come
violazione degli accordi in vigore, produsse la loro volta reazione con aggressioni
più che altro a scopo dimostrativo e provocatorio. Sia Z. Rubin, The Mediterranean
and the Dilemma of the Roman Empire in Late Antiquity, in MHR, 1, 1968, 13 ss.,
praecipue 36 ss., sia M. Mazza, Bisanzio e Persia nella tarda antichità. Guerra e
diplomazia da Arcadio a Zenone, in Cultura guerra e diplomazia nella Tarda An-
tichità, Catania 2005, 202 ss.; Id., I Vandali cit., 181 ss., hanno individuato nel «di-
lemma strategico-politico» la chiave di lettura delle relazioni con l’oriente persiano
e il conseguente disimpegno in Occidente, definito invece «disimpegno ostile» a
proposito di Anastasio e Giustiniano da J.B. Bury, A History of the Later Roman
Empire I-II, London 1923, 304 ss.; 95 ss. Vedi anche R.C. Blockley, East Roman
Foreign Policy, Leeds 1992, 61 s. Non possono negarsi, tuttavia, i numerosi inter-
venti e tentativi orientali di sostegno dell’Occidente: dall’invio di contingenti mili-
tari dagli esiti sfortunati a uomini come Antemio addirittura duramente osteggiati
ed eliminati. E, d’altronde, è anche vero che simmetriche accuse di segno opposto
furono mosse, cioè quelle dell’insensibilità occidentale verso i problemi delle fron-
tiere orientali, e segnatamente a proposito della seconda guerra unna del 447 d.C.,
come conservatesi in Chron. Gall. a. CCCCLII 132: cum nulla ab Occidentalibus
ferrentur auxilia. Da ultimo G. Zecchini, Gli Unni e i due imperi, Bari 2023, 100
ss., 118 ss. Altre riflessioni di ordine generale in Id., Il ruolo dell’Occidente nella
tarda antichità, in Occidente/Oriente, 4, 2023, 11 ss.
45
Vedi A. Marcone, L’ultimo anno dell’Impero cit., 123. Per profili più ge-
nerali sulla legislazione di Valentiniano III, v. F. De Marini Avonzo, La politica
legislativa di Valentiniano III e Teodosio II. Appunti della parte speciale del corso di
Storia del Diritto romano, Torino 19752; M. Bianchi Fossati Vanzetti, Le Novelle
di Valentiniano III. I. Fonti, Padova 1988.
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392 ORAZIO LICANDRO
spiegazione è ammettere che anche quello dei Vandali non era un vero
e proprio regno autonomo, ma personale, frutto di compromessi vari
e spesso confusi o contraddittori tra il governo imperiale e quelle genti
(Vandali e Alani) per l’insediamento nell’Africa settentrionale.
Allora, se si vuole lumeggiare lo status della Sicilia dopo la morte di
Aezio e di Valentiniano III diventa un errore seguire soltanto il punto
di osservazione di Vittore di Vita, che è soprattutto un pregiudizio di
estrema ostilità verso i Vandali46. Se c’è un dato empirico che ritorna
con precisa costanza – e non è una coincidenza – è proprio il fenomeno
dei raids e dei saccheggi nelle fasi di instabilità politica e istituzionale e
sempre in primavera47, quando la navigazione ritornava possibile per il
mitigarsi delle condizioni atmosferiche.
Le incursioni però, come appena detto, ripresero alla morte di Va-
lentiniano III per l’instabilità politica in Italia a seguito della lotta per
la successione tra Avito, Ricimero e Maioriano48, in cui Genserico tentò
di inserirsi. Non bisogna sottovalutare l’ingresso del re vandalo nell’or-
bita imperiale, tanto da esser diventato un familiare della dinastia a se-
guito del fidanzamento e poi del matrimonio di Unerico con Eudocia49.
46
Sulla negativa aura che avvolge i Vandali rinvio a U. Roberto, Il secolo dei
Vandali cit., 255 ss.; Id., I Vandali nella cultura dell’Europa moderna e contempo-
ranea, in Studi Storici, 2/2023, 261 ss.
47
Prisc., frg. 38-39, 340-343; Prok., Bell. Vand. 1.5.22-25.
48
Sulle convulse vicende di quegli anni, vedi F. Oppedisano, L’Impero d’Oc-
cidente negli anni di Maioriano, Roma 2013, 61 ss.
49
Importanti le testimonianze di Prok., Bell. Vand. 1.4.38-39: Καὶ ἐπειδὴ
τάχιστα ἡμέρα ἐγένετο, πέμπει ἐς Καρχηδόνα δεομένη Γιζερίχου τιμωρεῖν Βαλεντινιανῷ
ὑπ ̓ ἀνδρὸς ἀνοσίου διαφθαρέντι, αὐτοῦ τε ἀναξίως καὶ τῆς βασιλείας, καὶ αὐτὴν ῥύεσθαι
πάσχουσαν πρὸς τοῦ τυράννου ἀνόσια ἐπέσκηπτε δὲ ὡς φίλῳ τε καὶ ξυμμάχῳ ὄντι
Γιζερίχῳ καὶ τηλικοῦδε πάθους ἐς οἶκον τὸν βασιλέως ξυμβάντος τὸ μὴ οὐχὶ τιμωρῷ
γενέσθαι οὐχ ὅσιόν ἐστιν. ἐκ Βυζαντίου γὰρ τιμωρίαν οὐδεμίαν ᾤετο ἔσεσθαι, Θεοδοσίου
μὲν ἤδη ἐξ ἀνθρώπων ἀφανισθέντος, Μαρκιανοῦ δὲ τὴν βασιλείαν παραλαβόντος. («E
quando venne il giorno, [Licinia Eudossia] inviò un messo a Cartagine per chiedere
a Genserico di vendicare Valentiniano assassinato da un uomo empio, in maniera
non degna di lui e della stessa dignità imperiale, e di metterla in salvo, dal momen-
to che soffriva a causa delle azioni empie dell’usurpatore. Aggiunse pure che non
era giusto che Genserico, che era amico e alleato, non fosse anche vendicatore di
un tale doloroso fatto accaduto alla famiglia imperiale. Da Bisanzio, infatti, non
credeva che sarebbe venuta alcuna vendetta, poiché Teodosio era già morto, e Mar-
ciano aveva preso il governo dell’impero»); e di Ioh. Ant., frg. 293.1.72-79: Οὕτω
μὲν οὖν Μάξιμος ἐπὶ τὴν Ῥωμαίων ἡγεμονίαν ἦλθε. Καὶ Γιζέριχος, ὁ τῶν Βανδήλων
ἄρχων, τὴν Ἀετίου καὶ Βαλεντινιανοῦ ἀναίρεσιν ἐγνωκώς, ἐπιτίθεσθαι ταῖς Ἰταλίαις
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 393
Tutte le mosse di Genserico tendono a presentarlo come un tutore
della dinastia legittimato a giocare direttamente la partita della succes-
sione al trono imperiale con il sostegno assicurato a Flavio Anicio Oli-
brio, dei potenti Anicii (ma era soltanto un ragazzino di 11 anni)50. Ad
ogni modo, nel 461 d.C., alla morte di Maioriano, Genserico riprende
le incursioni e a tal riguardo Prisco51 offre una linea interpretativa in-
teressante: alcuni generali romani, Egidio e Marcellino, cominciarono
ad agire in piena autonomia se non in aperto contrasto con il potere
imperiale, il che provocò la rottura del patto stretto da Genserico con
Maioriano52. In definitiva, l’incrocio di questi dati, a mio avviso, fareb-
be emergere l’ambiguità di espressioni come ‘Impero vandalo’ o ‘em-
pire du blé’ coniata da Christian Courtois53, quantomeno inadeguate a
rendere la complessità della situazione.
I saccheggi tornarono a ripetersi alla destituzione di Zenone e Giu-
lio Nepote nel 475 d.C. Soprattutto l’usurpazione ai danni di Zenone
condotta da Flavio Basilisco risvegliò i timori di Genserico memore
καιρὸν ἡγησάμενος, ὡς τῆς μὲν εἰρήνης θανάτῳ τῶν σπεισαμένων λυθείσης, τοῦ δὲ
εἰς τὴν βασιλείαν παρελθόντος μὴ ἀξιόχρεων κεκτημένου δύναμιν, οἱ δέ φασι καὶ ὡς
Εὐδοξίας τῆς Βαλεντινιανοῦ γαμετῆς ὑπὸ ἀνίας διὰ τὴν τοῦ ἀνδρὸς ἀναίρεσιν καὶ τὴν
τῶν γάμων ἀνάγκην λάθρα ἐπικαλεσαμένης αὐτόν, σὺν πολλῷ στόλῳ καὶ τῷ ὑπ ̓αὐτὸν
ἔθνει ἀπὸ τῆς Ἄφρων ἐς τὴν Ῥώμην διέβαινεν. («In questo modo Massimo divenne
imperatore dei Romani. Genserico, sovrano dei Vandali, alla notizia dell’assassinio
di Aezio e Valentiniano pensò che vi fosse un’occasione opportuna per aggredire
l’Italia, quasi che il trattato di pace fosse spirato per la morte dei contraenti, e per-
ché colui che era giunto alla dignità imperiale non possedeva una forza degna di
rispetto; dicono altri, perché Eudocia, moglie di Valentiniano, lo aveva mandato in
segreto a chiamare per il dolore della morte del marito e le nozze forzate. Questi
salpò dall’Africa verso Roma con una grande flotta e con molta della sua gente»).
Sul punto da ultimo U. Roberto, Il secolo dei Vandali cit., 99 ss., 119 ss.; Id., Licinia
Eudossia, Genserico e la crisi a Roma nella primavera del 455, in Riflessi di porpora.
Declinazioni di potere femminile tra Roma, Bisanzio e l’Occidente Medievale, a
cura di M.C. Chiriatti-M. Vallejo Girvés, Spoleto 2023, 149 ss. Dunque, quello
delle alleanze declinate attraverso matrimoni, che è un tema attribuito prevalente-
mente a Teoderico l’Amalo, cosa, in effetti fondata, trovava però già le origini in
una pratica imperiale.
50
A. Momigliano, Gli Anicii e la storiografia latina del VI sec. d.C., in Secon-
do contributo alla storia degli studi classici, Roma 1960, 231 ss.
51
Prisc., frg. 38-39 (ed. Blockley).
52
Prisc., frg. 36.1-2 (ed. Blockley); F. Oppedisano, L’Impero d’Occidente cit.,
264 ss.
53
C. Courtois, Les Vandales et l’Afrique, Paris 1955, 205 ss.
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394 ORAZIO LICANDRO
sia della grande campagna militare condotta dal neoimperatore nel 467
d.C. e fallita, sia della disfatta inflittagli nel 456 d.C. da Ricimero.
Allora, non siamo più dinanzi a una semplice ipotesi: al verificarsi di
circostanze simili, al manifestarsi di una fragilità o di un cambio al verti-
ce del governo imperiale corrispondeva l’intensificarsi delle incursioni,
appunto per il carattere personale che si attribuiva a trattati o accordi di
altro genere. Sicché alla morte o destituzione dell’imperatore, i leader
germanici, i Vandali nella fattispecie, ritenendo di dover negoziare nuo-
vamente tutto, ricorrevano all’arma di pressione loro più congeniale54.
Questo significa che le incursioni vandaliche non avevano né lo sco-
po di saccheggiare di per sé, né di assicurare approvvigionamenti (la
produzione agricola dell’Africa, del resto, si attestava su quantità ben
superiori al fabbisogno). C’è chi ha parlato a tal proposito di «brigan-
dage sur mer»55, chi di pirateria, chi di «guerra di corsa»56; Francesco
Giunta invece, con un piccolo libro denso di considerazioni rilevanti,
ha invece prospettato nella politica di Genserico un obiettivo difensivo
e nient’affatto espansionistico: evitare che l’Impero tornasse a guardare
con interesse all’Africa settentrionale57. E credo che in qualche misura
pure questa sia un’angolazione da tener presente, perciò preferirei usare
una formula diversa più congrua allo spirito della politica vandala: par-
lerei cioè di ‘strategia della tensione’, quale messa in atto di una precisa
pianificazione di azioni violente al fine della creazione di caos, di incer-
tezza, di paura, causa di rilevanti danni economici provocati anche dal
corto circuito del sistema tributario, per tenere l’Impero sotto pressio-
ne, per destabilizzare e indurre i nuovi imperatori a raggiungere un più
avanzato equilibrio politico.
Allora, continuando a seguire questa chiave di lettura, le vicende
del 474-476 d.C. appaiono, almeno a me, abbastanza chiare. Prima di
subire la destituzione, nel febbraio del 474 d.C., posto il venir meno
del trattato del 442 d.C. stipulato con Valentiniano III, Zenone siglò
un nuovo importante trattato con Genserico (Vict. Vit., Hist. de pers.
54
Prosp., Chron. 1346; Sid. Apoll., Carm. 2.349; Prisc., frg. 39 (ed. Block-
ley).
55
C. Courtois, Les Vandales cit., 208; giustamente M. Mazza, I Vandali cit.,
191 nt. 42, avanza dubbi sulla fondatezza della formula, e in alternativa propone
«qualcosa di simile alla pirateria cretese […] o cilicia».
56
M. Mazza, I Vandali cit., 191 s.
57
F. Giunta, Genserico e la Sicilia, Palermo 1958.
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vand. 1.51; Prok., Bell. vand. 1.7.26-27). Procopio al riguardo è suffi-
cientemente preciso nel fornire i punti salienti del foedus: «stabilirono
tra loro un patto senza limiti di tempo, con l’impegno che i Vandali non
avrebbero mai più mosso guerra ai Romani e a loro volta non sarebbero
stati molestati da essi». Continua Procopio, «questa pace fu rispettata
da Zenone stesso e dal suo successore all’Impero, Anastasio, e rimase
in vigore anche sotto l’imperatore Giustino»58. La questione che a me
appare ancora una volta più rilevante è che nel trattato non si facesse
alcuna menzione della Sicilia. Genserico, dunque, veniva riconosciuto
come rex (socius et amicus cum foedere), il suo regno su Vandali e Alani
riceveva nuovamente il crisma della legittimità ed era lui da quel mo-
mento a ricevere un tributo dalle casse imperiali.
6. La strategia della tensione di Genserico
Non saprei dire, almeno all’inizio, con quanta lucida consapevolez-
za Genserico colpì l’Impero su due pilastri fondamentali e strettamente
connessi:
1) il primato marittimo;
2) l’esazione fiscale.
Cardine della strategia della tensione di Genserico era l’aver lucida-
mente compreso lo stato di declino di uno dei punti di forza dell’Impe-
ro, ossia il predominio nel Mediterraneo, quel controllo tanto duraturo
su tutte le sue coste assicurato dalla superba supremazia navale, e nella
capacità di assestarne un colpo decisivo. Norman Hepburn Baynes59 ha
58
Prok., Bell. vand. 1.7.26-27: Γιζέριχος δὲ τότε ἀπάτῃ τε περιελθὼν καὶ κατὰ
κράτος ἐξελάσας, ὡς πρόσθεν εἴρηται, τοὺς πολεμίους, οὐδέν τι ἧσσον, εἰ μὴ καὶ μᾶλλον,
ἢγέ τε τὰ Ῥωμαίων καὶ ἔφερε ξύμπαντα, ἕως αὐτῷ βασιλεὺς Ζήνων ἐς ὁμολογίαν
ἀφίκετο σπονδαί τε αὐτοῖς ἀπέραντοι ξυνετέθησαν, μήτε Βανδίλους πολέμιόν τι ἐς
τὸν πάντα αἰῶνα Ρωμαίους ἐργάσασθαι μήτε αὐτοῖς πρὸς ἐκείνων ξυμβῆναι. ταύτas τε
τὰς σπονδὰς Ζήνων τε αὐτὸς διεσώσατο καὶ ὃς μετ᾽ ἐκεῖνον τὴν βασιλείαν παρέλαβεν
᾿Αναστάσιος. διέμειναν δὲ καὶ ἐς Ἰουστῖνον αὐτοκράτορα. Sul punto da ultimo U.
Roberto, Il secolo dei Vandali cit., 141 ss.
59
N.H. Baynes, M. Pirenne and the Unity of the Mediterranean World, in
Byzantine Studies & Other Essays, London 1960, 309 ss., 315; cfr. M. Mazza, I
Vandali cit., 185 ss.
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396 ORAZIO LICANDRO
attribuito ai Vandali la responsabilità di aver frantumato l’unità econo-
mica del Mediterraneo, e in effetti deve riconoscersi che quel primato
marittimo fu per sempre spezzato, nonostante il successivo tentativo di
Teoderico, a cui fu chiara la rilevanza strategica della marina militare e
della Sicilia come piattaforma logistica, tanto da progettare la costitu-
zione di una sua flotta, mille dromoni dice Cassiodoro (Var. 5.16.23-
25)60. Ma, come osservato da Walter Scheidel, «una supremazia navale
tanto efficace», come quella romana, «si sarebbe rivista solo ai tempi
dell’ammiraglio Nelson, se non della Seconda Guerra Mondiale»61.
E, quindi, passiamo al significato delle espressioni ut dominus e tri-
butario iure di Vittore di Vita. Indubbiamente, sono locuzioni abba-
stanza confuse, come ho detto, di un chierico a digiuno di tecnicismo
giuridico, mentre l’incaponirsi dei moderni nell’attribuirvi precisi si-
gnificati tecnico-giuridici è operazione vana.
Soprattutto hanno un effetto distorsivo quei tentativi di inquadrare
in termini di stretto diritto la situazione della Sicilia alla luce dell’ac-
cordo Tra Odoacre e Genserico. Cito il caso di Frank M. Clover62 che,
parlando di un bluff, ha immaginato di poter applicare lo ius privatum
salvo canone63, che non era più tanto un contratto d’affitto quanto il
passaggio della terra in libera proprietà privata al concessionario che ne
deteneva il possesso con il solo obbligo di un canone annuo perpetuo.
Ora, si possono per comodità impiegare schemi e istituti, ma sul pia-
no internazionale e nella situazione in esame userei maggior prudenza
nell’applicazione di quelli privatistici, avanzando alcuni interrogativi.
1. Era Genserico davvero il dominus Siciliae?
2. Possiamo davvero considerare in senso tecnico-giuridico Gense-
rico un concedente e Odoacre un concessionario su cui si sposta-
vano gli aspetti economici di una proprietà la cui titolarità restava
ad altri (cioè a Genserico)?
3. E, più in generale, possiamo intendere la sovranità di allora come
quella forgiata dall’ottocentesca moderna teoria dello Stato?
60
S. Cosentino, Re Teoderico costruttore di flotte, in AnTard, 12, 2004, 347 ss.
61
W. Scheidel, Fuga dall’impero cit., 117.
62
F.M. Clover, A Game of Bluff: The Fate of Sicily after A.D. 476, in Histo-
ria, 48, 1999, 235 ss.
63
CTh. 5.14.30; CTh. 5.14.34; CTh. 10.3.5; C. 11.59.7 pr.; C. 11.59.9; C.
11.62.9; C. 11.62.10; C. 11.62.13; C. 11.69.2 pr.
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 397
A tutti e tre i quesiti risponderei negativamente, per dare invece una
diversa spiegazione. Tralasciando l’accordo del 460 d.C. stretto con
Maioriano (e subito violato, forse a causa di provocazioni romane) e il
foedus del 470 d.C. stipulato da Leone I, dei cui contenuti non abbiamo
informazioni dirette e significative, il focus si restringe sul foedus del
474 d.C. stipulato da Zenone.
Il presunto foedus del 476 d.C. fu in realtà un semplice accordo, che
tenderei a definire orale, tra due leader germanici, Genserico e Odoa-
cre, legittimato (non importa se prima o dopo) dalla nomina di patri-
cius e dalla concessione del governo della diocesi italiciana da parte di
Zenone, inscritto dentro la cornice del vero e generale foedus prece-
dentemente intercorso tra il re vandalo e l’imperatore Zenone nel 474
d.C.: una pace senza limiti di durata. Dunque un accordo orale, non un
trattato scritto, forma che veniva rispettata per quei foedera stipulati
dalle autorità imperiali o pienamente sovrane, come è testimoniato dai
documenti relativi ai rapporti diplomatici con l’Impero sassanide64. Per
Belisario e, conseguentemente, Procopio esisteva soltanto il trattato di
Zenone del 474 d.C., tanto che quest’ultimo non accenna a nient’al-
tro e non menziona neppure Odoacre; e non perché considerato nemi-
co dell’Impero, ma evidentemente perché si trattò di un accordo assai
meno solenne e formale, e ancor di più di mero carattere personale.
L’accordo tra Odoacre e Genserico, dunque, non modificava il trat-
tato di Zenone, l’unico vigente tra l’Impero e i Vandali, ma proprio nel
quadro di pace stabilito senza limiti di durata, prevedeva la cessazione
di scorribande e depredazioni ai danni della Sicilia con il pagamento di
un tributo in oro a favore di Genserico. Tenendo conto delle testimo-
nianze procopiane, si sciolgono anche le difficoltà filologiche di Vittore
di Vita, non essendo incongruente riferire aliqua pars ai tributi parzial-
mente devoluti da Odoacre a Genserico, quasi a titolo di dominus, scri-
veva il vescovo che non riusciva a capacitarsi dell’accordo tra Genserico
e Odoacre.
Insomma, non il «riconoscimento della persistente sovranità, per lo
meno teorica, dei Vandali»65, come ritiene Cracco Ruggini, bensì una
forma di garanzia che attribuiva ai Vandali ricchezza liquida e non ri-
64
Menandro Protettore è ricco di dettagli: Menand., frg. 11 (FHG IV, 206-217).
65
L. Cracco Ruggini, La Sicilia e la fine del mondo antico (IV-VI sec.), in La
Sicilia antica. La Sicilia romana, II.2, a cura di E. Gabba-G. Vallet, Caltanissetta
1992, 497.
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398 ORAZIO LICANDRO
serve di derrate alimentari di cui probabilmente non avevano affatto bi-
sogno dinanzi all’abbondanza produttiva del dominio africano, con cui
ancora una volta si dimostrava l’efficacia della strategia della tensione
condotta con assoluta determinazione nei momenti di grave instabilità
politica per impaurire, per ricordare la minacciosa presenza vandala e,
così, per condizionare esiti ed assetti politici.
Il retroterra politico romano, in effetti, era molto complesso. Dinan-
zi a una ritrovata unità politica e istituzionale in Occidente, in un qua-
dro di ripristino dell’autorità imperiale attraverso Odoacre, Genserico
otteneva tre risultati:
a) il rispetto del trattato stipulato in precedenza con Zenone, ritor-
nato sul trono di Costantinopoli e unico Augusto;
b) il pagamento di tributi autorizzato per far cessare rapine e sac-
cheggi;
c) lo status di Lilibeo, non tanto di enclave sotto il dominio vandalo,
quanto piuttosto di ‘porto franco’, aperto anche ai Vandali. Mi induce a
crederlo pure un’iscrizione rinvenuta presso Lilibeo CIL [Link] 7232, in
cui si legge fines inter Vandalos et Gothos, espressione ambigua che non
consente di asserire che Lilibeo appartenesse soltanto ai Goti o esclusi-
vamente ai Vandali, ma che essa stessa invece fosse un’area di confine.
L’accordo era parimenti conveniente a Odoacre, neo patricius e go-
vernatore della diocesi italiciana, che in tal modo conseguiva un triplice
risultato politico, strategico ed economico:
a. Il primo consisteva nella dimostrazione dell’affidabilità di Odoa-
cre agli occhi di Zenone sul piano politico e diplomatico oltre che mili-
tare. E ciò gli guadagnava la dignità di patricius e il governo della diocesi
Italiciana.
b. Con la cessazione della pirateria vandalica, conseguiva il secon-
do obiettivo, ossia la circolazione pacifica nel Mediterraneo e in Sicilia,
affare che stava molto a cuore agli interessi economici dell’aristocrazia
latifondista senatoria66. Che l’isola fosse terra di grandi proprietà priva-
te e imperiali è, del resto, aspetto assai noto. Come nota è l’insistenza
di interessi di importanti figure dell’aristocrazia senatoria e della buro-
66
Su posizione opposta si colloca S. Puliatti, Incontri e scontri cit., 141 nt. 67,
che ritiene Odoacre acconciatosi a ‘vassallo’ di Genserico.
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 399
crazia centrale67. Tale presenza è dimostrata da una importante docu-
mentazione, mi riferisco alla collezione dei papiri italiani, a P. Tjäder 1
in particolare relativo al cubicularius Lauricio, percettore di rendite di
possedimenti siciliani «perfettamente assimilabile ai proprietari terrieri
siciliani del IV secolo, membri dell’aristocrazia senatoria: rentier, as-
senteista, occupato dei suoi negotia che si svolgevano lontano dalla Si-
cilia, interessato solo a percepire i redditi prefissati»68. E a dare un’idea
ancora più precisa della rilevanza economica della Sicilia, erano pure
gli interessi della Chiesa, che possedeva ampi latifondi, ed è interessan-
te apprendere da Cassiodoro che Teoderico aveva accordato una tuitio
pubblica ai praediis vel hominibus della Chiesa di Milano intra Siciliam
constitutis69. L’accordo con Genserico, del resto, appare del tutto co-
erente, dandone un preciso senso, anche con il resoconto di Malco di
Filadelfia sull’ambasceria inviata a Costantinopoli con cui i vertici del
senato di Roma patrocinarono l’affidamento a Odoacre della diocesi
italiciana perché abile politicamente e militarmente, un giudizio appa-
rentemente sorprendente ma condiviso poiché lo ritroviamo nell’Au-
ctarium Havniense in cui è definito homo et aetate et sapientia gravis et
bellicis rebus instructus70: sapientia diplomatica e bellica.
67
Per tutti L. Cracco Ruggini, La Sicilia e la fine del mondo antico cit., 498,
524 nt. 101; M. Mazza, Organizzazione produttiva e forza lavoro nell’agricoltura
romana di età imperiale. Premesse economiche del colonato tardoantico, in La fa-
tica dell’uomo. Schiavi e liberi nel mondo romano, Catania 1986, 119 ss.; D. Vera,
Massa fundorum. Forme della grande proprietà e poteri della città in Italia fra Co-
stantino e Gregorio Magno, in MEFRA, 111.2, 1999, 991 ss.; E. Caliri, Aspettando
i barbari cit., praecipuae 121 ss.
68
E. Caliri, Aspettando i barbari cit., 135.
69
Cassiod., Var. 2.29.1-2: Quamvis nullos velimus gravamen aliquod sustine-
re, quos videtur pietas nostra protegere, quia regnantis est gloria subiectorum otio-
sa tranquillitas, tamen specialiter ecclesias ab omni iniuria reddi cupimus alienas,
quibus dum aequabilia praestantur, misericordia divinitatis adquiritur. [2] Et ideo
beatissimi viri Eustorgii episcopi sanctae Mediolanensis ecclesiae petitione permoti
praesentibus te affatibus ammonemus, ut praediis vel hominibus huius ecclesiae in-
tra Siciliam constitutis tuitionem studeas salva civilitate praestare, nec a quoquam
cuiuslibet nationis homine contra fas patiaris opprimi, quos decet divinitatis intuitu
sublevari: ita tamen, ut causis publicis et privatis, quae contra eos rationabiliter pro-
ponuntur, respondere non differant, quia, sicut nolumus eos ab aliquo praegravari,
ita exceptos a tramite iustitiae non patimur inveniri; v. anche L. Cracco Ruggini,
La Sicilia tra Roma e Bisanzio cit., 481.
70
Auct. Havn. Ord. prior a. 476, 2 (MGH AA 9, Chron. Min. 1, 309).
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400 ORAZIO LICANDRO
c. Il terzo risultato positivo per Odoacre si sarebbe risolto nel con-
seguimento di rilevantissimi vantaggi economici privati, che desumia-
mo ancora da P. Ital. I.10-11 = P. Tjäder 10-11, contenente un atto di
donazione di fundi in Sicilia, precisamente nel contado siracusano, a
Pierius, suo comes domesticorum.
In definitiva, le vicende, e non solo quelle del 476 d.C., possono più
coerentemente spiegarsi muovendo dal rapporto tra governo imperiale
e proprietari terrieri, un rapporto fondamentalmente basato sulla ca-
pacità del primo a sovrintendere a un sistema fiscale accettabile e alla
difesa militare degli interessi economici dei secondi. E quando si crea-
vano situazioni di shock era quasi scontato che l’aristocrazia fondiaria
cercasse nuovi accordi o ‘aggiustamenti’ con quei leader germanici che
lo stesso potere imperiale aveva ammesso dentro i confini e legittimato
con incarichi militari e politici.
7. Il fiscus barbaricus
Se così è, tornando all’impegno di Odoacre di pagare un tributo a
Genserico, appare più congruo attribuire all’espressione tributario iure
un significato più generico, pensare cioè che Vittore abbia fatto ricorso
a una metafora ad effetto per rappresentare l’idea di una Sicilia sottopo-
sta a una dura tassazione per soddisfare le richieste di quelli che vole-
vano apparire come i veri padroni in campo e ottenere la cessazione di
decenni di saccheggi e devastazioni. Sicché quell’aliqua parte, tenendo
conto dei probabili guasti del testo per errori e/o cattiva comprensione
di amanuensi o per fraintendimenti dello stesso Vittore, deve intendersi
come un riferimento a quella parte dei proventi della ripristinata tassa-
zione siciliana destinata ai Vandali di Genserico grazie alla concessione
di Odoacre (Oduacro Italiae regi postmodum tributario iure concessit
ex qua eis Oduacer singulis quibusque temporibus ut dominis tributa
dependit aliquam tamen sibi reservantibus partem).
E non v’è ragione di meraviglia, perché riconoscere tributi a popola-
zioni barbare era uno strumento politico e diplomatico assai consueto
per l’Impero. Noel Lenski ricorda le attestazioni di Eusebio di Cesarea
e di Temistio circa il versamento di tributi in denaro ai Goti prima di
Costantino e ancora nel 369 d.C.71 Di accordi simili l’Impero ne strinse
71
N. Lenski, Il fallimento dell’impero. Valente e lo Stato romano nel quarto
secolo d.C., Palermo 2019, 177 ss.
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 401
anche sul più ben complicato quadrante orientale con nemici storici
come l’Impero persiano sassanide. Per ragioni cronologiche mi limito a
richiamare il solo caso riportato nel Chronicon (8-9) dello Pseudo-Jo-
shua Stilita, ove si attesta il pagamento di un tributo da parte di Leone I
destinato a finanziare la guerra del regno persiano contro gli Unni, ver-
samento poi continuato da Zenone per garantire la pace lungo i confini
orientali dell’Impero72, in un quadro di cooperazione tra le due super-
potenze della Tarda Antichità.
Non bisogna, d’altro canto, neppure svalutare del tutto la testimo-
nianza di Vittore di Vita e semmai tendere a vedervi un implicito ri-
ferimento al fiscus barbaricus, ossia a quella speciale cassa destinata a
finanziare attività di difesa imperiale e in generale a stringere rapporti,
secondo il consueto pragmatismo romano, tra Impero e genti barbare,
una cui esplicita fonte è P. Tjäder 1 relativo alle rendite delle proprietà
terriere del cubicularius Lauricio.
Ora, l’altro pilastro imperiale scosso dai Vandali fu indubbiamente
il sistema tributario. La strategia della tensione produsse un black out
pure nel sistema dell’esazione fiscale. Con le ricche province africane,
non più sotto un diretto controllo imperiale, e la Sicilia sottoposta a
razzie, il gettito delle entrate fiscali si compresse sensibilmente tanto
da doversi alternare esenzioni e nuove tassazioni, come il siliquaticum
(444/445 d.C.), o provvedere alla difesa militare di territori strategici
troppo esposti con milizie germaniche sovvenzionate da casse specia-
li, appunto, il fiscus barbaricus, precisando subito che non vi è alcuna
certezza che tale denominazione corrispondesse all’effettiva, ufficiale
qualificazione imperiale73. Così come non abbiamo indizi solidi che
spingano a collocarne l’istituzione in un preciso momento. Francesco
Giunta ha ritenuto che l’atto istitutivo del fiscus barbaricus sia stato il
foedus del 442 d.C. da cui transitava un flusso di risorse e di derrate
alimentari a favore dei Vandali di Genserico74: ma è ipotesi da scartare
72
Sul tema vedi soprattutto M. Mazza, Bisanzio e Persia nella tarda antichità
cit., 171 ss., con ricchissima bibliografia.
73
Sul punto E. Caliri, Piam manum porrigere defessis. Sgravi fiscali sotto Va-
lentiniano III e il problema del fiscus barbaricus, in Guerrieri, mercanti e profughi
nel mare dei Vandali. Atti del Convegno Internazionale. Messina 7-8 settembre
2009, Messina 2014, 126 ss.; Ead., Aspettando i barbari cit., 138 ss.; E. Savino, An-
cora sul fiscus barbaricus: una nota sulla storia della Sicilia nel V secolo, in DHA,
43.2, 2017, 147 ss.
74
F. Giunta, Genserico e la Sicilia cit., 127 ss.
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402 ORAZIO LICANDRO
perché sulla base di Procopio, come detto qualche pagina indietro, era
il sovrano vandalo a versare tributi alle casse imperiali.
Ma detto ciò, dal cosiddetto fiscus barbaricus deve ritenersi prove-
nisse, per esempio, il gettito per il mantenimento delle truppe sarmate a
difesa di territori italici, e di cui è stata giustamente sottolineata la pre-
senza anche nel Sud Italia75, aggiungendo altresì l’ipotesi, a mio avviso
altamente probabile, che tali contingenti di Sarmati a un certo momento
furono impegnati anche a presidio della Sicilia contro le scorrerie van-
daliche. Così come ritengo sia condivisibile l’idea che successivamente
la rendita fiscale proveniente dalla Sicilia sia stata impiegata da Giusti-
niano per finanziare l’interminabile e devastante guerra gotica.
E questo costituisce un problema più generale di cui Santo Mazzari-
no, con la consueta precisione, aveva già colto il nocciolo fondamentale,
vale a dire il salto nella provincializzazione dell’Italia rispetto ad altre
diocesi per il massiccio insediamento di barbari con statuti personali
differenti: gentiles o foederati76.
Naturalmente, non costituisce nulla di nuovo dire che sin dal IV
secolo d.C. i governi imperiali si avvalevano di contingenti militari ger-
manici (Goti Tervingi, Alemanni, Franchi, ecc.); tuttavia, è interessante
quanto riporta la Notitia Dignitatum Occidentis (42.45-70), ossia che
nel cuore dell’Impero, in Italia e in Gallia ma anche nel Sud della pe-
nisola, fossero stanziate comunità di Sarmatae gentiles, uomini, con il
loro seguito familiare, nella condizione giuridica di peregrini (assimi-
lati ai laeti), sottoposti all’autorità di un praefectus, inquadrati sotto il
comando del magister militum praesentalis a parte peditum; così pure
nella Spagna Tarraconense, per la quale si menzionano praefecti laeto-
rum gentilium Svevorum, Arumbernos (Notitia Dignitatum Occidentis
42.44)77. Mentre foederati erano i Vandali78, gli Ostrogoti, i Burgundi.
Detto ciò, sulla base di P. Tjäder 1, si ritiene che il fiscus barbaricus
non fu più attivo dopo il 442 d.C., essendo stati gli eserciti imperiali
75
E. Caliri, Piam manum porrigere defessis cit., 137 s. Ma già C. Courtois,
Les Vandales cit., 192 nt. 10.
76
S. Mazzarino, L’impero romano, II, Roma-Bari 1988, 776 ss.; vedi anche
Id., Stilicone. La crisi imperiale dopo Teodosio, Milano 1990, passim.
77
U. Roberto, Presenza e integrazione dei barbari nell’Italia del V secolo: il
caso dei Sarmatae gentiles, in Presenze barbariche nel V secolo in Italia e regioni
contermini. V Incontro per l’Archeologia barbarica. Milano, Università Cattolica
(da remoto), 10 settembre 2021, Mantova 2022, 15 ss.
78
Così pure Y. Modéran, Les Vandales cit., 116.
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 403
inviati a Oriente (Prosp., Chron. 1346); mentre i contingenti sarmati
dislocati altrove. Tuttavia, sarebbe un errore intendere tale trasferimen-
to di milizie come chiusura della cassa speciale, dal momento che dob-
biamo presumerla ancora operativa per i Sarmati preposti alla difesa del
Nord-Italia e per finanziare tutte le esigenze di difesa ritenute necessa-
rie dall’Impero.
Ebbene, nei documenti di Lauricio (P. Tjäder 1), aspetto ben eviden-
ziato da Elena Caliri79, si menziona una quota tritici sive hordei quod
ante barbarico fisco praest(abatur), frase su cui insistono non lievi dif-
ficoltà interpretative, per il significato poco comprensibile a causa delle
implicazioni sottese80. Ad ogni modo, poiché sembra certo che dopo la
pace del 442 d.C. sia stato Genserico a inviare derrate e a versare tributi
annuali a Roma, mi sembra che quella notizia possa essere intesa come
un riferimento, per quanto non del tutto pacifico, a una sorta di cassa
straordinaria destinata a fronteggiare le emergenze e le azioni difensive
che, in Sicilia e per quell’arco temporale, riguardavano incursioni di pi-
rateria condotte anche dai Vandali.
Con Odoacre, pertanto, si tornava a versare un tributo ai Vandali,
la cui provenienza indurrebbe a pensare alla riattivazione di una linea
siciliana del fiscus barbaricus. In questa direzione spingerebbe anche la
scarna notizia contenuta in un frammento di Malco che a proposito di
Teoderico accenna a un non meglio identificato τὸ Γοτϑικόν (frg. 18),
ossia una presunta ‘cassa gotica’ corrispondente al fiscus barbaricus se-
condo un’ipotesi mommseniana in realtà tutt’altro che suffragata81, o
comunque destinata a sostenere le spese per tutti gli interventi in di-
fesa di uno strategico confine meridionale com’era divenuta la Sicilia.
Allora, senza riproporre quell’equazione difficile da dimostrare, resta
il fatto che Odoacre stornò un flusso di risorse, che doveva aver a che
fare anche con una cassa speciale (fiscus barbaricus), non più destinato al
compenso delle truppe Sarmate bensì a soddisfare Genserico.
In alternativa non resta che pensare che Genserico, in un quadro di
ripristinata normalità dell’esazione fiscale, abbia abilmente pattuito con
79
E. Caliri, Aspettando i barbari cit., 138 ss.
80
Non condivisibile la singolare interpretazione di G. Marini, I papiri diplo-
matici, Roma 1905, 248, 285; cfr. giustamente E. Caliri, Aspettando i barbari cit.,
139.
81
Th. Mommsen, Ostgotische Studien, in Gesammelte Schriften, VI, Berlin
1910, 440 ss.
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404 ORAZIO LICANDRO
Odoacre – nel quadro del trattato del 474 d.C. – la cessione ai Vandali di
una parte di tributi riscossi in Sicilia, non perché essi ne fossero signori,
secondo l’espressione di Vittore, ma perché cessassero i saccheggi. Ma
anche in tal caso la questione non muterebbe più di tanto nella sostanza.
8. Teoderico
Nel 489 d.C. i rapporti tra Odoacre e Zenone degenerano. Quali sia-
no state le ragioni non vi è tempo in questa sede di discutere, certo saran-
no state molteplici: avranno giocato questioni politicamente rilevanti,
alcune mosse di Odoacre assunte in piena autonomia, i contrasti religiosi
tra le due parti dell’Impero, la crescente insoddisfazione dell’aristocra-
zia senatoria, alcune operazioni militari non condivise da Zenone, come
quella contro i Rugi. C’è anche un mutamento di concezione di Odoacre
che probabilmente comincia a comportarsi come dominus di terre ap-
partenenti invece all’Impero. Si scorgono diverse tracce evidenti in tale
direzione: la Sicilia e la Dalmazia, dopo l’uccisione di Giulio Nepote,
legittimo imperatore in esilio, non sembrano ricadere più sotto la giuri-
sdizione del praefectus praetorio Occidentis, ma costituire una sorta di
dominio personale di Odoacre82. Depone in tal senso pure la donazione
a Pierius, prima accennata, di terreni nel siracusano (P. Ital. I.10-11 = P.
Tjäder 10-11). Altro indizio chiaro, Odoacre avvia emissioni monetali in
suo nome e non più in nome e per conto di Zenone.
Fatto sta che l’Anonymus Valesianus ci dice che l’imperatore con un
patto sollecita l’intervento militare di Teoderico a capo di un esercito
di Goti, che attraversa l’Adda nel 489 d.C. e ingaggia con Odoacre un
duro lungo conflitto:
Anon. Vales. 2.11.49: Zeno itaque recompensans beneficiis
Theodericum, quem fecit patricium et consulem, donans ei
multum et mittens eum ad Italiam. Cui Theodericus pactuatus
est, ut, si victus fuisset Odoacar, pro merito laborum suorum
loco eius, dum adveniret, tantum praeregnaret.
Intercorse, dunque, un patto tra Teoderico e Zenone: l’espressione
pactuatus est non lascia spazio a esegesi alternative, e tuttavia risulta di
82
In tal senso pure E. Stein, Storia del tardo Impero romano cit., II. Tomo 1,
46 ss.
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 405
contenuto abbastanza vago, perché sul verbo praeregnaret si è molto
discusso. Non vi è dubbio che Teoderico, patrizio, console, magister
militum, dunque alto funzionario imperiale, di piena formazione roma-
na, nonostante la stirpe gotica, dal 497 d.C., agì a lungo come rappresen-
tante dell’imperatore romano (dapprima di Zenone e poi di Anastasio
I), riconquistando all’Impero territori perduti, riportando i fasti di una
romana civilitas perduta, mantenendo gli apparati burocratici imperiali
centrali e periferici, applicando il diritto romano, facendosi insomma
protagonista di un’esperienza di straordinaria ibridazione istituzionale
tra la carica di rex Gothorum (su gentes dunque, non su di un territorio)
e di altissimo funzionario imperiale, rappresentante dell’imperatore ro-
mano, ormai stabilmente residente a Costantinopoli83, con una grande
visione: un nuovo ‘ordine in occidente’ realizzato attraverso una politi-
ca delle alleanze fondata sui matrimoni e declinato come nuovo ordine
mondiale perché collocato sotto l’ombrello imperiale romano84.
Il problema Sicilia, così, torna nuovamente tra le priorità di governo.
Infatti, con l’arrivo di Teoderico e la caduta in disgrazia di Odoacre,
si assiste a una ripresa intensa e frequente delle incursioni vandaliche.
Eppure, anche stavolta il dominio romano della Sicilia non passò mai in
mano vandala. Ne abbiamo accennato prima, ma vi ritorniamo a pro-
posito del ricordo del padre di Cassiodoro insignito del patriziato per
aver convinto i siciliani, nella veste di consularis nell’isola, a schierarsi
con Teoderico, rappresentante dell’imperatore, piuttosto che ubbidire
a Odoacre. Leggiamo Ennodio in un passo del Panegirico dell’Amalo:
Ennod., Paneg. 13.70: Quid castigatas Vandalorum ventis paren-
tibus eloquar depraedationes, quibus pro annua pensione satis est
amicitia tua? Evagari ultra possibilitatem nesciunt duce sapientia:
adfines esse meruerunt, quia oboedire non abnuunt.
Ennodio non accenna affatto a un dominio precedente dei Vanda-
li, ma alla loro tipica attività predatrice finalizzata ad altri obiettivi. E
anche in questo caso due sono le notizie concrete ricavabili: 1) il venir
meno dell’annua pensio, ossia il tributo in denaro pattuito da Odoacre
83
O. Licandro, L’Occidente senza imperatori cit., passim.
84
Per un quadro generale sui rapporti tra Teoderico e i re germanici stanziatisi
in Occidente, vedi M. Cristini, Teoderico e i regni romano-germanici (489-526).
Rapporti politico-diplomatici e conflitti, Spoleto 2022; Id., La politica esterna cit.,
passim.
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406 ORAZIO LICANDRO
per far cessare le depraedationes; 2) l’effetto della durissima lezione mi-
litare del 491 d.C., inflitta da Teoderico ai Vandali, ai quali ormai basta-
va l’amicitia (sancita probabilmente attraverso un patto di phylia) a far
cessare le depraedationes85. Anche in questo caso siamo dinanzi non a
un foedus ma a un pactus86.
C’è, però, un punto da chiarire. Quando nella Varia 1.3.12 si ricorda
il merito del padre di Cassiodoro di aver convinto i siciliani a parteggia-
re per Teoderico, ciò non significa che la Sicilia fosse divenuta un do-
minio di Odoacre e che successivamente sia passata sotto la signoria dei
Goti. Molto più semplicemente Cassiodoro padre, consularis Siciliae a
Siracusa, interpretò con lungimiranza lo svolgimento dei fatti, il muta-
mento dei rapporti e degli equilibri. Odoacre era ormai un ‘nemico’ per
l’Impero, ma gli ambienti politici più avvertiti avevano ben compreso
l’ambiguità dei rapporti del governo imperiale con Teoderico; ambigui-
tà che si accrebbe con la morte nel 491 d.C. di Zenone e con l’avven-
to al trono di Anastasio I, anziano silentiarius presso cui l’Amalo non
godeva di particolari simpatie. Quindi l’Italia versava da tempo in una
condizione di stasi: Teoderico militarmente vittorioso su un Odoacre,
questi rinserrato a Ravenna, sullo sfondo un’opinione pubblica frastor-
nata. Cassiodoro padre, dunque, fece una scelta che, alla luce degli svi-
luppi successivi, si rivelò fondata su un eccellente fiuto politico, perciò
ben premiato da Teoderico.
L’affaire Sicilia tornò ancora attuale con riguardo alla sorella Amala-
frida data in sposa a Trasamundo, re dei Vandali, nel 500 d.C. La notizia
degna di rilievo è che, secondo Procopio (Bell. vand. 1.8), Teoderico di-
spose Lilibeo come bene dotale della principessa gota, che portò con sé
anche una compagnia di 1.000 nobili (Teoph., Chron. 288, parla invece di
85
Tale ricostruzione si basa anche su Cassiod., Chron. a. 491: tunc etiam Van-
dali pace suppliciter postulata a Sicilia solita depraedatione cessarunt. Su cui vedi
D. Álvarez Jiménez, Las últimas piraterías vándalas, in Habis, 43, 2012, 275 ss.;
U. Roberto, Il secolo dei Vandali cit., 205; M. Cristini, Teoderico e i regni roma-
no-germanici cit., 83 ss.
86
Nelle doglianze di Teoderico verso Trasamondo che offrì ospitalità all’usur-
patore Gesalico si fa riferimento appunto ai pacis constituta; Cassiod., Var. 5.43.4:
[…] Graviter siquidem dolet iniuria, quae contigerit insperata et si inde proveniat
dolus, unde credebatur auxilium. Quaedam vero per harum portitores verbo vobis
insinuanda commisimus, ut aestimantes omnia, quid fieri in tanta causa oporteat,
providentia vestra reponat, quia non est leve prudentes viros in pacis constituta pec-
care.
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 407
2.000 nobili e per il sito usa il nome di Lysion invece di Lilybeum) e un
contingente militare di 5.000 soldati (forse destinati anche al presidio del-
la fortezza)87. Il che la dice lunga sulla condizione di Lilybeum di enclave
vandala o sulla giustezza di applicazione di idee e concetti moderni: cosa
significava, in tal caso, e a quali esigenze rispondeva un contingente di
5.000 uomini stanziato su un territorio altrui? Dalla controversia che sor-
se in ambito successorio (più avanti vedremo il profilo più squisitamente
pubblicistico con Giustiniano), parrebbe di capire che il bene entrato nel-
la dote di Amalafrida non fosse tanto il territorio giuridicamente romano
quanto la fortezza del promontorio, cioè la struttura militare.
L’ordine di Atalarico al comes patrimonii Bergantino di concedere a
Teodato, figlio di Amalafrida, masse appartenenti al patrimonio mater-
no88, significava che molto probabilmente il regime giuridico di quelle
masse era pubblico, e che il giovane Atalarico si era ormai convinto che
spettassero ai Goti, e comunque piena era l’estraneità dei Vandali.
87
Sul punto vedi il recente contributo di M. Cristini, Il seguito ostrogoto di
Amalafrida: confutazione di Procopio, Bellum Vandalicum I, 8, 12, in Klio, 99.1,
2017, 278 ss., e ivi altra letteratura. Tuttavia, credo che la lettura politica dei rap-
porti tra Teoderico e i Vandali, con l’affermazione secondo cui questi costituivano
«l’unico grande regno romano-barbarico non ancora entrato nella Bündnispolitik
teodericiana e possedevano una flotta poderosa, in grado di attaccare agevolmente
le coste dell’Italia», non tenga nel giusto conto il passo di Ennodio relativo alla
disastrosa sconfitta inflitta da Teoderico e soprattutto la rinuncia all’annua pensio.
88
Cassiod., Var. 8.23.1-4: Licet munificentiam regis cotidie deceat cum sole
relucere et iugiter aliquid facere, quo possit largitas principis apparere, hinc tamen
conscientiae debitum solvitur, quotiens parentibus sub aequitate praestatur. Lucran-
tur principes dona sua et hoc vere thesauris reponimus, quod famae commodis appli-
camus. absit enim, ut negemus affini, quod solemus custodire subiectis: quando qui
nobis sanguine coniungitur, plus meretur nec fraudari potest proprio desiderio, qui
militat sub iudice gratioso. [2] Atque ideo illustrem magnitudinem tuam praecelso
atque amplissimo viro Theodahado massas subter annexas tot solidos pensitantes ex
patrimonio quondam magnificae feminae matris ipsius praecipimus reformari, eius
feliciter dominio plenissime vindicandas, cuius successionis integrum ius in ea qua
praecipimus parte largimur. [3] De cuius fide ac sinceritate praesumimus, ut sequenti
tempore reliqua supra memorati patrimonii cum adiecta quantitate mereatur. Quid
enim tali viro negare possimus, qui etiam meliora suis obtinere possit obsequiis, vel si
non probaretur affinis? Vir quem nobilitatis suae nulla inflat elatio, modestia humi-
lis, prudentia semper aequalis quid a nobis mereatur, intendite, quando ad gloriam
nostram trahimus, quod eum proximum confitemur. [4] Quapropter aequissimae
iussioni operam navanter impendite delectisque sedis vestrae chartariis designatas
massas actoribus eius sine aliqua dilatione contradite, ut summa nobis caritate socia-
to gratia praesentis muneris reddatur acceptior.
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408 ORAZIO LICANDRO
9. Le rivendicazioni territoriali di Giustiniano
Lo scoppio del conflitto greco-gotico offre altre interessanti tesse-
re del complesso mosaico grazie ai resoconti di Procopio al seguito di
Belisario. Pur nel corso di una guerra guerreggiata, intensa fu l’attività
diplomatica tra i belligeranti, e tra i vari momenti uno riguardò ancora
la questione di Lilibeo. In una prima fase i Goti, che contestavano l’ap-
partenenza della fortezza ai Vandali, respinsero le truppe di Belisario.
Questi, prima di imprimere una maggiore spinta all’aggressione milita-
re, consegnava un ultimatum, così riportato dallo storiografo:
Prok., Bell. vand. 2.5.14-17: «“Riflettete piuttosto su un fatto:
l’amicizia può far passare sopra a molte mancanze, mentre l’ini
micizia non tollera nemmeno le più piccole ingiustizie, ma va
persino a ricercare tutti i motivi, anche i più remoti, per impedire
che gli avversari s’impossessino di qualche cosa che non appartie-
ne loro in nessun modo. Anzi, essa si batte anche per i torti che
afferma essere stati fatti agli antenati, e se nello scontro fallisce,
non lascia cadere nessuno dei propri diritti; se risulta vincitore, fa
dimenticare ai vinti l’indulgenza precedente. Voi dunque non fa-
teci più del danno, e non ne riceverete da noi; non rendete nemi-
co al popolo dei Goti il grande imperatore, che è vostro interesse
avere amico. Sappiate bene, che se ci contesterete il possesso della
fortezza, vi sarà immediatamente guerra, non solo per il Lilibeo,
ma anche per tutti gli altri territori che vi siete tenuti sebbene non
vi appartenessero per nulla”»89.
1. Belisario rivendicava la fortezza di Lilibeo, non il territorio in
quanto tale, su cui da parte imperiale non si accettavano discussioni.
89
Prok., Bell. vand., 2.5.14-17: “μὴ ὑμεῖς γε, ὦ βέλτιστοι. ἀλλ ἐνθυμεῖσθε, ὡς
φιλία μὲν αἰτίας πολλὰς καλύπτειν πέφυκεν, ἔχθρα δὲ οὐδὲ τῶν σμικροτάτων ἀδικημάτων
ἀνέχεται, ἀλλὰ διερευνᾶται μὲν ἅπαντα ἄνωθεν, οὐ περιορᾷ δὲ πλουτοῦντας τοῖς γε
οὐδὲν προσήκουσι τοὺς πολεμίους. εἶτα μάχεται ὑπὲρ ὧν τοὺς προγόνους ἠδικῆσθαί
φησι· καὶ ἢν μὲν σφαλῇ ἐν τῷ κινδύνῳ, ἀπώλεσε τῶν ὑπαρχόντων οὐδέν, εὐημερήσασα
δὲ μεταμανθάνειν ποιεῖ τοὺς ἡσσημένους τὸ σύγγνωμον. ὑμεῖς οὖν μήτε δράσητε ἡμᾶς
μηδὲν περαιτέρω κακὸν μήτε αὐτοὶ πάθητε τε πολέμιον κατεργάσησθε τῷ Γότϑων
γένει βασιλέα τὸν μέγαν, ὃν ὑμῖν ἵλεων εἶναι ἐν εὐχῇ ἐστιν. εὖ γὰρ ἴστε ὡς τοῦδε
μεταποιουμένοις ὑμῖν τοῦ φρουρίου ὁ πόλεμος ἐν ποσὶν ἔσται οὐχ ὑπὲρ τοῦ Λιλυβαίου
μόνον, ἀλλ᾽ ὑπὲρ ἁπάντων ὧν οὐδὲν προσῆκον ὑμῖν εἶτα ἀντέχεσθε”.
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 409
2. I Vandali avevano forse il controllo o il possesso della fortezza di
Lilibeo e non della Sicilia.
3. Belisario rivendicava comunque all’Impero tutti i territori in cui si
erano insediati i Goti, in quanto non di loro appartenenza; come prima
li aveva rivendicati dai Vandali.
Il generale ricevette per lettera la risposta di Amalasunta90:
Prok., Bell. vand. 2.5.18-25: «La lettera che ci hai scritto, nobi
lissimo Belisario, contiene un giusto rimprovero, che però forse
conviene per altre persone, non per noi Goti. Noi, infatti, non
abbiamo tolto nulla all’imperatore Giustiniano di ciò che posse-
diamo: non siamo davvero così folli! Proclamiamo che la Sicilia è
totalmente nostra, e la fortezza di Lilibeo è uno dei suoi promon-
tori. Se Teoderico aveva disposto che sua sorella, divenuta sposa
di un re dei Vandali, potesse servirsi di uno degli empori della
Sicilia, questo non significa nulla: non può in alcun modo offrirvi
un valido motivo per accampare pretese. Tu piuttosto, o generale,
cerca di agire rettamente nei nostri riguardi, se desideri venire
con noi ad una soluzione delle controversie non come nemico,
ma come amico. C’è questa differenza, infatti: che gli amici usano
risolvere i loro contrasti con un arbitrato, i nemici con la guerra.
Noi, dunque, affidiamo la questione all’arbitrato dell’imperatore
Giustiniano, in qualunque modo sembri a lui giusto e legale. Ci
auguriamo pertanto che tu voglia prendere una decisione più sag-
gia, anziché troppo affrettata, e che voglia attendere il parere del
tuo imperatore»91.
90
Sulla regina gota M. Vitiello, Amalasuintha. The Transformation of
Queenship in the Post-Roman World, Philadelphia 2017; M. Barbera, Donne al po-
tere in Oriente e Occidente fra Tardoantico e Medioevo, Roma 2022, 36 ss. Per una
recentissima ricostruzione non agiografica di Amalasunta si legga F. Troncarelli,
Spie di Dio. Il destino dei vinti, la memoria dei vivi. Immagini e parole perdute di
età tardoantica, Roma 2024, responsabile con il praepositus sacri cubiculi Triguilla
dell’uccisione del marito Eutarico; vedi anche Id., Il fiore e il serpente. Testimonian-
ze inedite su Amalasunta, in Codex, 5, 2024, 235 ss. Cfr. su Eutarico M. Cristini,
Eutarico Cillica, in Aevum, 92, 2018, 297 ss.; Id., La politica esterna dei successori di
Teoderico, Roma-Bristol 2023, 75 ss.
91
Prok., Bell. vand. 2.5.18-25: Γότθοι δὲ ἀνήνεγκάν τε ταῦτα ἐς τοῦ ᾿Αταλαρίχου
τὴν μητέρα καὶ πρὸς τῆς γυναικὸς ἐπιτεταγμένον σφίσιν ἀπεκρίναντο ὧδε· “Τa
γράμματα ἃγέγραφας, ἄριστε Ἐελισάριε, παραίνεσιν μὲν ἀληθῆ φέρει, ἐς ἄλλους δὲ
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410 ORAZIO LICANDRO
La replica di Amalasunta sembrerebbe contrastare la posizione ir-
riducibile di Belisario, eppure la controproposta di tutt’altro tenore
andava in altra direzione: la regina reggente rilanciava la palla nel cam-
po imperiale, rimettendo la soluzione della controversia a Giustinia-
no. Amalasunta, in altre parole, proponeva un arbitrato internazionale,
poiché l’espressione di Procopio è inequivocabile al riguardo: ἡμεῖς μὲν
οὖν Ἰουστινιανῷ βασιλεῖ περὶ τούτων διαιτᾶν ἐπιτρέψομεν, e non deve
affatto sottovalutarsi la sostanza della controproposta di Amalasunta.
Anzi, bisogna ammettere quanto sia sorprendente perché si tratta di
un documento (se Procopio ne ha riportato fedelmente tenore e con-
tenuto) da cui si traggono i seguenti elementi: in primo luogo, sembra
che le parti in conflitto fossero i Goti da una parte e Belisario dall’altra;
in secondo luogo, Belisario non appare legittimato a trattare a tutto
campo; in terzo luogo, la soluzione (l’arbitrato, appunto) viene rimessa
all’imperatore, e Belisario ne prende atto, quasi come fosse un’autorità
terza sovraordinata. Infine, a nessuno sfugge che Amalasunta abilmente
mandava al tempo stesso un messaggio politico rassicurante, ossia la
subalternità dei Goti all’imperatore romano.
Un difficile compromesso che, tuttavia, dava ad Amalasunta il mar-
gine per non contrapporsi formalmente all’imperatore e guadagnare il
tempo necessario per gestire la sua sempre più delicata posizione in-
terna per l’ostilità dell’aristocrazia gotica. Amalasunta, reggente con il
gradimento di Costantinopoli, figlia di Teoderico e madre del piccolo
Atalarico (successore del nonno), a leggere Procopio (Bell. goth. 1.2),
era al centro di un aspro scontro con il notabilato gotico sull’educazio-
ne (romana o gotica) da impartire al figlio, in realtà sulla sua politica
filoimperiale. Procopio rivela pure che Amalasunta seguiva un doppio
ἀνθρώπων τινάς, οὐκ εἰς τοὺς Πότθους ἡμᾶς ἥκουσαν. ἡμεῖς γὰρ οὐδὲν τῶν βασιλέως
᾿Ιουστινιανοῦ λαβόντες ἔχομεν, μή ποτε οὕτω μανείημεν· Σικελίαν δὲ ξύμπασαν
προσποιούμεθα ἡμετέραν οὗσαν, ἧς δὴ ἄκρα μία τὸ ἐν Λιλυβαίῳ φρούριόν ἐστιν. εἰ δὲ
Θευδέρυχος τὴν ἀδελφὴν τῷ Βανδίλων βασιλεῖ ξυνοικοῦσαν τῶν τινι Σικελίας ἐμπορίων
ἐκέλευσε χρῆσθαι, οὐδὲν τοῦτο πρᾶγμα. οὐ γὰρ ἂν τοῦτο δικαιώματος ὑμῖν ὁτουοῦν
ἀξίωσιν φέροι. σὺ μέντοι, ὦ στρατηγέ, πράττοις ἂν τὰ δίκαια πρὸς ἡμᾶς. ἤν γε τῶν ἐν
ἡμῖν ἀντιλεγομένων τὴν διάλυσιν οὐχ ὡς πολέμιος, ἀλλ᾽ ἅτε φίλος ποιεῖσθαι θέλοις.
διαφέρει δέ, ὅτι οἱ μὲν φίλοι τὰ διάφορα ἐν τῆ διαίτῃ, οἱ δὲ πολέμιοι ἐν τῇ μάχῃ διακρίνειν
πεφύκασιν. ἡμεῖς μὲν οὖν ἸΙουστινιανῷ βασιλεῖ περὶ τούτων διαιτᾶν ἐπιτρέψομεν, ὅπη
ἂν αὐτῷ δοκῇ νόμιμά τε εἶναι καὶ δίκαια. βουλόμεθα δέ σε ὡς βέλτιστα βουλεύσασθαι
μᾶλλον ἢ ὡς ταχύτατα καὶ τὴν παρὰ τοῦ σοῦ βασιλέως προσδέχεσθαι γνῶσιν”. τοσαῦτα
μὲν καὶ ἡ τῶν Γότθων γραφὴ ἐδήλου. Βελεσάριος δὲ ἀνενεγκὼν ἅπαντα ἐς βασιλέα
ἡσύχαζεν, ἕως αὐτῷ βασιλεὺς ἐπιστέλλοι ὅσα ἂν αὐτῷ βουλομένῳ εἴη.
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 411
binario: sotto le ambascerie ufficiali, si conducevano, infatti, trattative
‘coperte’ e oltre alle lettere consegnate dalla regina agli emissari goti
perché giungessero a corte, la regina e Giustiniano si scambiavano mes-
saggi segreti affidati a emissari di strettissima fiducia. Difficile afferrare,
in quel continuo gioco di specchi, le reali posizioni di Amalasunta, il
suo obiettivo di riconoscere la supremazia imperiale, di consegnare il
governo dell’Italia all’imperatore e di trasferirsi a Costantinopoli. Né
mai lo sapremo, perché la regina fu soppressa92.
Una successiva ambasceria inviata a Belisario tentò di precisare le
ragioni dei Goti:
Prok., Bell. goth. 2.6.3, 14-36: «[…] Mandarono quindi a Roma tre
ambasciatori, uno dei quali era un cittadino romano molto stimato
dai Goti; […]. Allora gli ambasciatori dei Goti cominciarono: “Voi
Romani ci avete fatto un grave torto prendendo le armi contro di
noi, vostri amici e alleati, senza alcun motivo. Ciò che abbiamo da
lamentare, siamo convinti che ognuno di voi lo sappia benissimo.
Noi Goti non abbiamo conquistato il territorio italiano strappan-
dolo con forza ai Romani, ma già Odoacre se ne era in precedenza
impadronito, detronizzando l’imperatore e mutandone il governo
in una forma di tirannia. E Zenone, che in quel tempo governava
in Oriente, non fu capace di abbattere il potere di Odoacre e perciò
convinse Teoderico, il nostro re, proprio mentre questi lo stava per
assediare in Bisanzio, a porre termine alle ostilità, in considerazione
degli onori che aveva già da lui ricevuti, essendo stato persino no-
minato patrizio e console dei Romani, e di andare a vendicare l’of-
fesa recata da Odoacre ad Augustolo, per governare poi in seguito
egli stesso l’Italia insieme ai Goti, con legittimo e regolare potere. In
questo modo abbiamo assunto il dominio dell’Italia e ne abbiamo
conservate le leggi e la forma di governo, esattamente quali erano
state sotto gli imperatori che l’avevano retta in precedenza. Non c’è
infatti nemmeno una legge, scritta o trasmessa oralmente, che sia
stata introdotta da Teoderico o da chiunque altro dei suoi successo-
ri al trono. Abbiamo anche scrupolosamente rispettate le credenze
religiose e le pratiche del culto dei Romani, tant’è vero che nessuno
92
Una recente ricostruzione in M. Cristini, La politica esterna cit., 155 ss.,
che rigetta l’orientamento volto ad attribuire la responsabilità di mandante all’im-
peratrice Teodora.
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412 ORAZIO LICANDRO
degli Italiani fino ad oggi ha abiurato la propria fede né di sua inizia-
tiva né per costrizione, e se qualcuno dei Goti si è invece convertito,
non abbiamo fatto alcuna opposizione. Anche i templi e le chiese dei
Romani hanno avuto da noi pieno riconoscimento, e nessuno che
vi abbia cercato rifugio è mai stato trattato con violenza da alcuno
dei nostri sudditi. Per di più tutte le cariche dello Stato sono sempre
state ricoperte da Romani e nessun Goto vi ha preso parte. Se c’è
qualcuno che possa dimostrare che non abbiamo detto la verità, si
faccia pure avanti a smentirci. Anzi, si può ancora aggiungere che
la dignità di console i Goti hanno sempre lasciato che ogni anno
venisse conferita ai Romani dall’imperatore d’Oriente. Così stanno
effettivamente le cose. E ora voi, che non avete mosso un dito per
aiutare l’Italia mentre era vessata da Odoacre e dai suoi barbari – e
non fu per breve tempo, ma per ben dieci anni che egli esercitò le sue
crudeltà – ora voi, che non avete alcun diritto, trattate ostilmente noi
che abbiamo acquistato legittimamente questa terra. Partite dunque
di qui, e portatevi via tutte le vostre cose e quelle che avete preso coi
saccheggi”».
Ancor più duramente esplicita fu la risposta del generale:
«Ribatté Belisario: “Sebbene la vostra proposta fosse di esporre
i fatti brevemente e con moderazione, il discorso che avete ora
tenuto è stato abbastanza lungo e non certo privo di falsità. È
vero che l’imperatore Zenone ha mandato Teoderico a far guerra
contro Odoacre, ma non perché s’impadronisse del potere in Ita-
lia: per quale motivo, infatti, avrebbe dovuto proprio l’impera-
tore prendere l’iniziativa di sostituire un usurpatore con un altro
usurpatore? L’ha invece mandato perché l’Italia tornasse libera e
ubbidiente all’imperatore. Ma Teoderico, dopo aver rettamente
agito contro l’usurpatore, non si è comportato con molta assen-
natezza. Infatti non si è mai dato pensiero di restituire il paese al
suo legittimo possessore, e a me sembra che chi s’impadronisce
di qualche cosa con la forza e chi non restituisce al prossimo ciò
che a lui è dovuto, siano da considerarsi pari. Quanto a me, non
consegnerò mai a nessun altro un territorio che appartiene all’im-
peratore. Ma se c’è qualche altra cosa che desiderate ottenere in
cambio vi prego di dirlo”».
«Allora dissero i barbari: “Nessuno di voi può negare che tutto
ciò che abbiamo detto corrisponde esattamente alla verità; ma
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 413
per non sembrare troppo esigenti, siamo disposti a cedervi la Si-
cilia, grande com’è e ricca com’è, perché sappiamo che senza di
essa non vi sarebbe possibile conservare con sicurezza la Libia”».
Belisario, senza far una piega, ribatteva che la Sicilia non era isola
gotica che si concedeva con negoziato all’Impero. Piuttosto avanzò una
controproposta, ossia la concessione della Britannia, terra anch’essa
romana, qualora i Goti avessero liberato l’Italia della loro presenza. I
Goti insistettero con l’offerta della Campania e di Napoli a cui Belisario
replicò:
«“Non abbiamo il potere di decidere gli affari dell’imperatore
senza conoscere qual è il suo parere”. I barbari: “Nemmeno se
noi ci impegnassimo a versare ogni anno all’imperatore un deter-
minato tributo in denaro?” Belisario: “Nemmeno così. Noi non
siamo autorizzati ad altro che a conservargli il territorio che gli
appartiene”. I Barbari: “Orbene, bisogna che mandiamo qualcu-
no dall’imperatore e che conduciamo con lui le trattative su tutti
questi problemi. Perciò occorre stabilire un lasso di tempo con-
veniente, durante il quale i nostri eserciti dovranno impegnarsi a
sospendere le ostilità”. Belisario: “Va bene, facciamo così. Non
sarò certo io a intralciarvi quando le vostre iniziative mirano alla
pace”. Con questa decisione ambedue le parti levarono la seduta
e gli ambasciatori dei Goti fecero ritorno al loro accampamen-
to. Nei giorni seguenti s’incontrarono ancora insieme parecchie
volte e presero definitivi accordi per l’armistizio, stabilendo che
ciascuna delle due parti consegnasse all’altra come ostaggio qual-
cuno dei personaggi più in vista»93.
93
Prok., Bell. goth. 2.6.3, 14-36: […] ἔπεμψαν οὖν πρέσβεις ἐς Ῥώμην, Ῥωμαῖον
ἄνδρα ἐν Γότθοις δόκιμον τρίτον αὐτόν, ὃς παρὰ Βελισάριον ἐλθὼν ἔλεξε τοιάδε […]
ὖθις οὖν Τότθων οἱ πρέσβεις εἶπον· “᾽Ηδικήκατε ἡμᾶς, ἄνδρες Ῥωμαῖοι, ἐπὶ φίλους τε καὶ
ξυμμάχους ὄντας ὅπλα οὐ δέον ἀράμενοι. ἐροῦμεν δὲ ἅπερ καὶ ὑμῶν ἕκαστον οἰόμεθα
ξυνεπίστασθαι. Γότθοι γὰρ οὐ βία Ῥωμαίους ἀφελόμενοι γῆν τὴν ᾿Ιταλίας ἐκτήσαντο,
ἀλλ᾽ ᾿Οδόακρός ποτε τὸν αὐτοκράτορα καθελὼν ἐς τυραννίδα τὴν τῇδε πολιτείαν
μεταβαλὼν εἶχε. Ζήνων δὲ τότε τῆς ἑῴας κρατῶν καὶ τιμωρεῖν μὲν τῷ ξυμβεβασιλευκότι
βουλόμενος καὶ τοῦ τυράννου τήνδε τὴν χώραν ἐλευθεροῦν, ᾿Οδοάκρου δὲ καταλῦσαι
τὴν δύναμιν οὐχ οἷός τε ὦν, Θευδέρειχον ἀναπείθει τὸν ἡμῶν ἄρχοντα, καΐπερ αὐτόν
τε καὶ Βυζάντιον πολιορκεῖν μέλλοντα, καταλῦσαι μὲν τὴν πρὸς αὐτὸν ἔχθραν τιμῆς
ἀναμνησθέντα πρὸς αὐτοῦ ἧς τετύχηκεν ἤδη, πατρίκιός τε καὶ Ῥωμαίων γεγονὼς
ὕπατος, ᾿Οδόακρον δὲ ἀδικίας τῆς ἐς Αὐγούστουλον τίσασθαι, καὶ τῆς χώρας αὐτόν
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414 ORAZIO LICANDRO
Anche in questo caso, si è dinanzi al serrato svolgimento di un nego-
τε καὶ Γότθους τὸ λοιπὸν κρατεῖν ὀρθῶς καὶ δικαίως. οὕτω τοίνυν παραλαβόντες
τὴν τῆς Ἰταλίας ἀρχὴν τούς τε νόμους καὶ τὴν πολιτείαν διεσωσάμεθα τῶν πώποτε
βεβασιλευκότων οὐδενὸς ἧσσον, καὶ Θευδερίχου μὲν ἢ ἄλλου ὁτουοῦν διαδεξαμένου
τὸ Γότθων κράτος νόμος τὸ παράπαν οὐδεὶς οὐκ ἐν γράμμασιν, οὐκ ἄγραφός ἐστι. τὰ
δὲ τῆς εἰς θεὸν εὐσεβείας τε καὶ πίστεως οὕτω Ῥωμαίοις ἐς τὸ ἀκριβὲς ἐφυλάξαμεν,
ὥστε Ιταλιωτῶν μὲν τὴν δόξαν οὐδεὶς οὐχ ἑκὼν οὐκ ἀκούσιος ἐς τήνδε τὴν ἡμέραν
μετέβαλε, Γότθων δὲ μεταβεβλημένων ἐπιστροφή τις οὐδαμῶς γέγονε. καὶ μὴν καὶ τὰ
Ῥωμαίων ἱερὰ τιμῆς παρ᾽ ἡμῶν τῆς ἀνωτάτω τετύχηκεν· οὐ γὰρ οὐδεὶς εἴς τι τούτων
καταφυγὼν πώποτε πρὸς οὐδενὸς ἀνϑρώπων βεβίασται, ἀλλὰ καὶ πάσας τὰς τῆς
πολιτείας ἀρχὰς αὐτοὶ μὲν διαγεγόνασιν ἔχοντες, Γότθος δὲ αὐτῶν μετέσχεν οὐδείς. ἢ
παρελθών τις ἡμᾶς ἐλεγχέτω, ἢν μὴ μετὰ τοῦ ἀληθοῦς ἡμῖν εἰρῆσθαι οἴηται. προσθείη δ᾽
ἄν τις ὡς καὶ τὸ τῶν ὑπάτων ἀξίωμα Γότθοι ξυνεχώρουν Ῥωμαίοις πρὸς τοῦ τῶν ἑῴων
βασιλέως ἐς ἕκαστον ἔτος κομίζεσθαι. ὑμεῖς δέ, τούτων τοιούτων ὄντων, Ἰταλίας μὲν οὐ
προσεποιεῖσθε κακουμένης ὑπὸ τῶν ᾿Οδοάκρου βαρβάρων, καίπερ οὐ δι’ ὀλίγου, ἀλλ᾽
ἐς δέκα ἐνιαυτοὺς τὰ δεινὰ εἰργασμένου, νῦν δὲ τοὺς δικαίως αὐτὴν κεκτημένους, οὐδὲν
ὑμῖν προσῆκον, βιάζεσθε. οὐκοῦν ἐντεῦθεν ἡμῖν ἐκποδὼν ἵστασθε, τά τε ὑμέτερα αὐτῶν
ἔχοντες καὶ ὅσα ληϊσάμενοι τετυχήκατε”. Καὶ ὁ Βελισάριος· “Ἢ μὲν ὑπόσχεσις ὑμῶν
βραχέα τε εἰρῆσθαι καὶ μέτρια προὔλεγεν, ἡ δὲ ῥῆσις μακρά τε καὶ οὐ πόρρω ἀλαζονείας
ὑμῖν γέγονε. Θευδέριχον γὰρ βασιλεὺς Ζήνων ᾽Οδοἄκρῳ πολεμήσοντα ἔπεμψεν, οὐκ
ἐφ᾽ ᾧ ᾿Ιταλίας αὐτὸς τὴν ἀρχὴν ἔχοι· τί γὰρ ἂν καὶ τύραννον τυράννου διαλλάσσειν
βασιλεῖ ἔμελεν; ἀλλ᾽ ἐφ᾽ ᾧ ἐλευθέρα τε καὶ βασιλεῖ κατήκοος ἔσται. ὁ δὲ τὰ περὶ τὸν
τύραννον εὖ διαθέμενος ἀγνωμ-σύνῃ ἐς τἄλλα οὐκ ἐν μετρίοις ἐχρήσατο· ἀποδιδόναι γὰρ
τῷ κυρίῳ τὴν γῆν οὐδαμῆ ἔγνω. οἶμαι δὲ ἔγωγε τόν τε βιασάμενον καὶ ὃς ἂν τὰ τοῦ πέλας
ἑκουσίως μὴ ἀποδιδῷ ἴσον γε εἶναι. ἐγὼ μὲν οὖν χώραν τὴν βασιλέως ἑτέρῳ τῳ οὔποτε
οὐκ ἂν παραδοίην. εἰ δέ του ἄλλου τυχεῖν βούλεσθε, λέγειν ἀφίημι”. Οἱ δὲ βάρβαροι·
“Ὡς μὲν οὖν ἀληθῆ πάντα ἡμῖν εἴρηται οὐδὲ ὑμῶν τινα λέληθεν. ἡμεῖς δὲ ὅπως ἥκιστα
φιλονεικεῖν δόξαιμεν, καὶ Σικελίας, τοσαύτης τε τὸ μέγεθος καὶ τοιαύτης τὸν πλοῦτον
οὔσης, ὑμῖν ἐξιστάμεθα, ἧς δὴ ἐκτὸς Λιβύην ὑμᾶς ἀσφαλῶς κεκτῆσθαι οὐ δυνατόν”.
Καὶ ὁ Βελισάριος· “Καὶ ἡμεῖς δὲ Γότθους Βρεττανίαν ὅλην ξυγχωροῦμεν ἔχειν, μείζω τε
παρὰ πολὺ Σικελίας οὖσαν καὶ Ῥωμαίων κατήκοον τὸ ἀνέκαθεν γεγενημένην. τοὺς γὰρ
εὐεργεσίας ἢ χάριτός τίνος ἄρξαντας τοῖς ἴσοις ἀμείβεσθαι ἄξιον”. βάρβαροι· “Οὐκοῦν, ἤν
τι καὶ περὶ Καμπανίας ὑμῖν ἢ Νεαπόλεως αὐτῆς εἴποιμεν, οὐκ ἂν δέξαισθε”;᾽Βελισάριος·
“Οὐ γάρ ἐσμεν κύριοι τὰ βασιλέως πράγματα διοικήσασθαι οὐχ ὅπη αὐτῷ βουλομένῳ
ἐστίν”. Βάρβαροι· “Ὁ ἢν χρήματα ῥητὰ φέρειν βασιλεῖ ἐφ᾽ ἕκαστον ἔτος ἡμᾶς αὐτοὺς
τάξωμεν; Βελισάριος· “Οὐ δῆτα. οὐ γάρ ἄλλου του ἡμεῖς αὐτοκράτορες ἢ ὥστε τῷ
κεκτημένῳ φυλάξαι τὴν χώραν”. Βάρβαροι· “Φέρε δή, στέλλεσθαι ἡμᾶς παρὰ βασιλέα
ἀνάγκη καὶ πρὸς ἐκεῖνον τὰς ξυνθήκας περὶ τῶν ὅλων ποιήσασθαι. δεῖ δὲ καὶ τακτόν
τινα ὁρίζεσθαι χρόνον καθ᾽ ὃν προσήκει τὰ στρατόπεδα ἐς ἐκεχειρίαν παρίστασθαι”.
Βελισάριος·Ἔστω· γινέσθω ταῦτα. οὐ γάρ ποτε ὑμῖν εἰρηναῖα βουλευομένοις ἐμποδὼν
στήσομαι”. Τοσαῦτα εἰπόντες διελύθησάν τε ἐκ τῶν λόγων ἑκάτεροι καὶ οἱ πρέσβεις τῶν
Γότθων ἐς τὸ σφέτερον στρατόπεδον ἀπεχώρησαν. ἡμέραις δὲ ταῖς ἐπιγινομέναις συχνὰ
παρ᾽ ἀλλήλους φοιτῶντες τά τε ἀμφὶ τῇ ἐκεχειρίᾳ διετίθεντο καὶ ὅπως δὴ ἐπὶ ταύτῃ τῶν
τινας ἐπισήμων ἑκάτεροι ἀλλήλοις ἐν ὁμήρων λόγῳ παρέχωνται.
ISBN 978-88-6254-327-9 © ali&no editrice
L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 415
ziato il cui esito non va oltre un rinvio alle decisioni imperiali. Natural-
mente, una volta sospesa, la trattativa non riprese effettivamente e, alla
fine, non ebbe alcun epilogo favorevole. Ora, il motivo comune nelle
due risposte di Belisario, la prima messa per iscritto ad Amalasunta, la
seconda invece riferita direttamente a voce ai Goti, è l’orgogliosa riven-
dicazione, e dunque la non negoziabilità, dei territori romani che, dal
punto di vista di Costantinopoli, mai sarebbero stati ceduti.
Una schematica sintesi allora è la seguente:
1) Quando Odoacre comincia a comportarsi da dominus (ad esem-
pio, P. Ital. I.10-11 = P. Tjäder 10-11), si scatena la reazione di Zenone
(= missione militare di Teoderico in Italia).
2) Quando i Vandali decidono di comportarsi da signori, scatta la
reazione di Giustiniano (= scoppia la guerra vandalica).
3) Quando i successori di Teoderico si ritengono signori dei territori
(principalmente l’Italia) in cui è stato consentito il loro insediamento,
non tarda la reazione di Giustiniano (= scoppiano le devastanti guerre
greco-gotiche).
In definitiva, dal punto di vista romano non esisteva e non era esisti-
to mai alcun titolo giuridico che facesse dei Vandali prima, di Odoacre
dopo e, infine, dei Goti, i legittimi signori dei territori imperiali. E fu
questo, non altro, a costituire il nodo principale delle trattative pure
con Teodato (Prok., Bell. goth. 1.6), in cui si riproponeva sempre una
precisa simmetria politica tra le parti. Quei territori che, come nel caso
della Gallia e della Spagna, in seguito sarebbero divenuti sede di nuovi
regni con Merovingi e Franchi e Visigoti, o che avrebbero voluto dive-
nire tali, come nel caso dell’Africa e dell’Italia, con Vandali e Ostrogoti,
erano regni personali (e solo ai rapporti interni alle relative gentes era
consentita l’applicazione di rozze consuetudini germaniche), mentre
sulle terre su cui, per concessione imperiale si insediavano, non cessava
la sovranità romana.
Perciò, quando le nuove classi dirigenti dei ‘regni’ germanici, abban-
donando le linee diplomatiche dei vecchi leader, pensarono di ritenersi
padroni di terre e di guidare regni territoriali scattò la reazione imperia-
le. Per quanto si tenda a sottovalutarne l’importanza della fonte, sono
ancora i Getica di Iordanes a fornire una lapidaria ma puntuale messa a
fuoco del problema:
Iord., Get. 26.137: Illa namque dies Gothorum famem Roma-
norumque securitatem ademit, coeperuntque Gothi iam non ut
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416 ORAZIO LICANDRO
advenae et peregrini, sed ut cives et domini possessoribus impe
rare totasque partes septrentrionales usque ad Danubium suo
iuri tenere.
Lo storico goto cala quel giudizio al tempo dell’ingresso dei Goti
nell’Impero, ma è evidente che è una conclusione tratta da lui, allievo
di Cassiodoro, dalla sua esperienza diretta, dall’analisi delle cause della
guerra greco-gotica dal punto di vista costantinopolitano; in ogni caso,
ciò a cui bisogna prestare attenzione è l’espressione suo iuri tenere che
costituisce il punto di contestazione di Belisario sia ai Vandali sia ai
Goti.
Dunque, per l’Impero del VI secolo d.C. i Goti, come i Vandali, si
comportavano da domini privi di ogni legittimazione giuridica, mentre
dal punto di vista romano qualunque popolazione germanica veniva
ammessa sulla base di un foedus o attraverso una deditio in fidem, atti
giuridici che, alla concessione di terre ove insediarsi94 a seguito del rico-
noscimento rispettivamente dello status di peregrini foederati o di pere-
grini dediticii e dietro la prestazione di obblighi militari95, non facevano
seguire affatto la cessazione della sovranità romana96.
È, pertanto, sul piano più squisitamente privatistico che troviamo
la più corretta chiave di lettura del senso del punto di vista romano,
mai modificatosi, alla base della granitica convinzione della violazione
delle relazioni internazionali perpetrate dai successori di Teoderico
l’Amalo, grazie ad alcuni testi imperiali sopravvissuti, come la costitu-
zione di quella di Teodosio I, Arcadio e Onorio conservata nel Codex
Iustinianus:
94
Sugli aspetti problematici dell’insediamento ostrogoto dopo la discesa in
Italia, vedi G. Porena, L’insediamento degli Ostrogoti in Italia, Roma 2012, passim.
Più in generale, invece, A. Lovato, Prima e dopo Adrianopoli. Forme e modalità
d’insediamento dei barbari nei territori imperiali, in AARC, 13, Napoli 2017, 261
ss.; G. Porena, L’influsso della prassi dell’‘hospitalitas’ sui processi di insediamento
dei barbari in Occidente nel V secolo, in Occidente/Oriente, 2, 2021, 185 ss., que-
stione diversa, però, dall’insediamento, almeno in origine.
95
Olymp., frg. 7: Ὅτι τὸ Βουκελλάριος ὄνομα ἐν ταῖς ἡμέραις Ὁνωρίου ἐφέρετο
αατὰ στρατιωτῶν οὐ μόνων Ῥωμαίων, ἀλλὰ καὶ Γότθων τινῶν· ὡς δ᾽ αὕτως καὶ τὸ
φοιδεράτων κατὰ διαφόρου καὶ συμμιγοῦς ἐφέρετο πλήθους (evidente l’accordo volto
a inquadrare militarmente i foederati come buccellarii).
96
Affronta la vicenda, relativamente ai Visigoti, L. Pellicciari, Sulla natura
giuridica dei rapporti tra Visigoti e Impero romano al tempo delle invasioni del V
secolo, Milano 1982, passim.
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 417
C. 11.52.1 pr.-2: Imppp. Theodosius, Arcadius et Honorius
AAA. Rufino pp. Per universam dioecesim Thraciarum sublato
in perpetuum humanae capitationis censu iugatio tantum terrena
solvatur. [1] Et ne forte colonis tributariae sortis nexibus abso-
lutis vagandi et quo libuerit recedendi facultas permissa videatur,
ipsi quidem originario iure teneantur, et licet condicione vide-
antur ingenui, servi tamen terrae ipsius cui nati sunt aestimentur
nec recedendi quo velint aut permutandi loca habeant facultatem,
sed possessor eorum iure utatur et patroni sollicitudine et domini
potestate. [2] Si quis vero alienum colonum suscipiendum reti-
nendumve crediderit, duas auri libras ie cogatur exsolvere, cuius
agros transfuga cultore vacuaverit, ita ut eundem cum omni pe
culio suo et agnatione restituat.
Sebbene il testo faccia riferimento alla Tracia è certo che lo schema
ebbe applicazione generale sulla base del regime concessorio nella mi-
sura del tertiae, per cui in questo primo lembo imperiale di insediamen-
to gotico, lo statuto giuridico riconosciuto fu sostanzialmente quello
di liberi coloni (servi terrae), una condizione che, come è stato ancora
ribadito, modellata «pur con molteplici varianti» sullo schema nego-
ziale di una locatio-conductio97, era incommensurabilmente lontana da
quella di domini possessionis titolo riservato ai Romani. Dispositivo che
si richiama in una successiva di Onorio e Teodosio II del 409 d.C.:
CTh. 5.6.3: Impp. Honorius et Theodosius AA. Anthemio pp.
Scyras barbaram nationem maximis [Chu]norum, quibus se con
iunxerunt, copiis fusis imperio nos[tro] subegimus. Ideoque da-
mus omnibus copiam ex praedicto ge[ner]e hominum agros pro-
prios frequentandi, ita ut omnes [scia]nt susceptos non alio iure
quam colonatus apud se futu[ros] nullique licere ex hoc genere
colonorum ab eo, cui se[mel] adtributi fuerint, vel fraude aliquem
abducere vel [fugie]ntem suscipere, poena proposita, quae reci
pientes [alien]is censibus adscriptos vel non proprios colonos in-
sequitur. Opera autem eorum terrarum domini libera [utantur]
ac nullus sub acta peraequatione vel censui...acent nullique liceat
velut donatos eos a iure census [in se]rvitutem trahere urbanisve
97
S. Puliatti, Incontri e scontri cit., 133 ss. Vedi anche P. Voci, Nuovi studi
sulla legislazione romana del tardo Impero, Padova 1989, 112 ss.
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418 ORAZIO LICANDRO
obsequiis addicere, [lice]t intra biennium suscipientibus liceat pro
rei frumen[tari]ae angustiis in quibuslibet provinciis transmari
nis [tan]tummodo eos retinere et postea in sedes perpetuas [conl]
ocare, a partibus Thraciae vel Illyrici habitatione eorum [pen]
itus prohibenda et intra quinquennium dumtaxat intra [eius]dem
provinciae fines eorum traductione, prout libue[rit], concedenda,
iuniorum quoque intra praedictos viginti an[nos p]raebitione ces-
sante. Ita ut per libellos sedem tuam ade[untibus] his qui voluerint
per transmarinas provincias eorum [distri]butio fiat.
Al contrario le mosse di Eurico il visigoto, narrate da Iordanes, con-
fermano quanto sinora ricostruito:
Iord., Get. 45.237: Euricus ergo, Vesegotharum rex, crebram
mutationem Romanorum principum cernens Gallias suo iure ni-
sus est occupare.
In violazione del precedente foedus, Eurico, re dei Visigoti, consta-
tando la polverizzazione del potere imperiale, dinanzi a un’evidente
destabilizzazione politica e a gravi vuoti di potere, pensò fosse giunto il
momento di suo iure occupare le Gallie ove la sua gente era stanziata98.
Se, dunque, era nell’ambito dello ius colonatus che andavano sostan-
zialmente inscritte (salvo diversa disposizione imperiale) le condizioni
delle genti germaniche insediate dentro l’Impero, se ha ragione Iorda-
nes a chiamare peregrini i Goti che, com’è noto, non divennero mai
cives Romani restando dei foederati99, si comprende bene la dottrina
giustinianea ribadita con fermezza negli interventi diplomatici e militari
attraverso Pietro Patrizio e Belisario, con cui il governo imperiale non
faceva altro che riaffermare l’attualità in prassi dell’antica, plurisecolare
dottrina romana sulla guerra e sulle relazioni internazionali, frutto della
98
Così pure Sid. Apoll., Ep. 7.6.41: Evarix, rex Gothorum, quod limitem re-
gni sui rupto dissolutoque foedere antiquo vel tutatur armorum iure vel promovet.
99
C. [Link] (Αὐτοκράτορες Ἰουστῖνος καὶ Ἰουστινιανός AA.): Ἔννοιαν μέντοι
λαμβάνοντες, ὅτι Γότθους πολλάκις τοῖς καθωσιωμένοις ἐγγράφομεν φοιδεράτοις, οἷς
οὔτε ἡ φύσις οὔτε ὁ φθάσας βίος τοὺς τοιούτους ἐνέθηκε λόγους συγχωρῆσαί τι τῆς
ἀκριβείας αὐτοῖς συνείδομεν καὶ γινομένων ἀνέχεσθαι φοιδεράτων καὶ τιμωμένων, ὃν
ἂν ἡμῖν παρασταίη τρόπον. [Considerantes autem, quod Gothos saepe devotis foe-
deratis adscripsimus, quibus neque indolens neque vita praeterlapsa tales animos
imposuit, de severitate nonnihil eis remittere decrevimus et foederatos eos fieri ho-
noribusque decorari permittimus, quemadmodum nobis visum fuerit].
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 419
combinazione dell’arcaica concezione sacrale feziale con quella cicero-
niana, più laica e impastata di motivi filosofici greci e stoici, codificata
nel de re publica:
Cic., de re publ. 3 frg. 9: illa iniusta bella sunt quae sunt sine cau-
sa suscepta. Nam extra ulciscendi aut propulsandorum hostium
causam bellum geri iustum nullum potest. Nullum bellum iustum
habetur nisi denuntiatum, nisi indictum, nisi de repetitis rebus.
Un’altra coerente declinazione dell’antiquitatis reverentia, per cui va-
levano assai di più o tanto quanto le ragioni della causa, cioè i motivi che
avevano condotto alla guerra, ossia la rivendicazione di beni ingiusta-
mente sottratti e non restituiti all’Impero romano (= de rebus repetitis).
Non a caso una parte centrale della Pragmatica sanctio pro petitione Vir-
gilii riguardava gli interessi economici dei grandi possessores.
Nel 537 d.C., 4 anni dopo la riconquista dell’Africa e 2 anni dopo la
morte di Amalasunta, Giustiniano, con la Novella 75 de appellationibus
Siciliae (= 104 de praetore Siciliae)100, dava un assetto diverso alla Sicilia,
che aveva ancora una volta nel 535 d.C. seguito l’opzione lealista verso il
governo imperiale schierandosi con gli eserciti di Belisario101. Un assetto
incentrato sul praetor Siciliae (sotto il controllo del quaestor sacri palatii
costantinopolitano) che soppiantava i consulares sottoposti al praefectus
pretorio Italiae, e sul comes patrimonii per Italiam. Non è vero, dunque,
che l’imperatore concesse autonomia all’isola102 per almeno tre ragioni.
La prima ragione sta nel dovere di non trascurare il carattere della
Novella, ossia una legge relativa alla disciplina dei processi103. Peraltro,
100
N. Tamassia, La Novella giustinianea “de praetore Siciliae”. (Studio storico
giuridico), in Centenario della nascita di Michele Amari, II, Palermo 1910, 304 ss.;
F. Goria, Le raccolte delle Novelle giustinianee e la Collezione Greca delle 168
Novelle, in Diritto@Storia, 6, 2007 [online].
101
Non a caso Totila reagisce duramente nei confronti dei siciliani accusati di
ingratitudine; L. Cracco Ruggini, La Sicilia e la fine del mondo antico cit., 498,
524 nt. 101.
102
Come, invece, ritiene F. Arcaria, La Sicilia nelle fonti giuridiche romane tra
realtà ‘insulare’ e finzione ‘continentale’, in Silenziose rivoluzioni. La Sicilia dalla Tar-
da Antichità al primo Medioevo, a cura di C. Giuffrida-M. Cassia, Catania 2016, 3 ss.
103
F. Goria, Le Novelle giustinianee e l’Eisagoge, in Novellae constitutiones.
L’ultima legislazione di Giustiniano tra Oriente e Occidente da Triboniano a Sa-
vigny. Atti del Convegno Internazionale, Teramo 30-31 ottobre 2009, a cura di L.
Loschiavo-G. Mancini-C. Vano, Napoli 2011, 82 s.
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420 ORAZIO LICANDRO
deve aggiungersi che molto ha giocato l’equivoca interpretazione dove
si dispone che eius [il praetor] ut gubernatione omnia privata pera-
gantur et militares expensae procurentur: al praetor in realtà fu affidata
senz’altro la funzione giurisdizionale solo di primo grado, così come
simmetricamente la giurisdizione militare venne affidata a un dux. Ma
per gli appelli contro le sentenze di entrambi il secondo grado spettava
all’imperatore che giudicava dopo un esame (more consultationis) del
quaestor sacri palatii costantinopolitano104.
La seconda ragione: con la iurisdictio il praetor Siciliae cumulava
l’annona per i militari; tuttavia, deve precisarsi che restava un controllo
diretto dell’imperatore che lo nominava, dimostrato dalla provenienza
di diversi praetores direttamente da Oriente, e illustre è il caso di El-
pidio, membro del senato costantinopolitano105, attestato anche dalla
documentazione sigillografica106.
La terza ragione, infine, rende ancor più evidente l’infondatezza di
alcune ricostruzioni: al praetor Siciliae non fu affidato l’intero governo
civile; né il regime della Nov. Iust. 75 (= 104 de praetore Siciliae) troncò
il tradizionale rapporto della Sicilia con l’Italia, almeno sotto il profilo
dell’inquadramento amministrativo, perché Giustiniano ne affidò l’am-
ministrazione finanziaria (fiscale), secondo quanto valeva per l’intera
Italia peninsulare, alla giurisdizione del comes sacri patrimonii per Ita-
liam107 esercitata attraverso il chartularius marinarum [partium]. Il che
significa che se è vero che la Sicilia veniva sottratta alla giurisdizione del
prefetto del pretorio d’Italia è altrettanto vero che quest’ultimo aveva
perduto parecchie posizioni rispetto al quaestor sacri palatii, il quale
aveva finito per assorbirne funzioni e centralità (di natura anche am-
ministrativa poiché a lui spettava la nomina, e dunque il controllo, dei
curatores e dei defensores civitatis).
104
L. Cracco Ruggini, Giustiniano e la società italica, in Il mondo del diritto
nell’epoca giustinianea. Caratteri e problematiche, a cura di G.G. Archi, Ravenna
1985, 173 ss.; S. Puliatti, Innovare cum iusta causa. Continuità e innovazione nelle
riforme amministrative e giurisdizionali di Giustiniano, Torino 2021, 252 nt. 283;
P. Garbarino, Contributo allo studio del senato in età giustinianea, Napoli 1992,
91 nt. 101.
105
Vedi S. Cosentino, Storia dell’Italia bizantina (VI-XI secolo). Da Giusti-
niano ai Normanni, Bologna 2008, 131 ss.
106
Puntuale L. Cracco Ruggini, Giustiniano e la società italica cit., 197.
107
S. Puliatti, Innovare cum iusta causa cit., 226 ss.
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L’OCCIDENTE CONTESO: VANDALI, OSTROGOTI E GIUSTINIANO 421
Le considerazioni appena svolte, sarebbero anche utili a rafforzare
l’idea, avanzata oltre quarant’anni fa da Tony Honoré dietro un’analisi
stilistica, secondo cui la redazione della novella sia frutto della mano
di Triboniano108. Per cui v’è da ammettere, da un lato, che il governo
imperiale non coglieva una particolare diversità della Sicilia per la ma-
teria finanziaria; mentre, da un altro lato, ancora una volta, si sanciva
l’interesse a un controllo centralizzato dell’isola con un’attenzione par-
ticolare verso l’esercizio della funzione giurisdizionale.
Nel 554 d.C., con la vittoria finale sui Goti, la Pragmatica Sanctio
sanciva che l’Italia e la Sicilia fossero un’unica cosa (App. Nov. 7). Si
recuperava la qualificazione ulpianea di continens (in D. 50.16.99), uno
dei quadri mentali romani relativo al valore del continuum, però non per
sottolineare una differenza geografica109, ma soltanto le ragioni di una
differente regolamentazione rispetto ad altre isole sul piano dei tempi
processuali (iudicia continentia, aedificia continentia, provinciae conti-
nentes)110. Così la Sicilia, ancorché isola, non poteva essere considerata
una realtà autonoma e a sé stante, bensì assimilata all’Italia, ossia alla
stessa stregua di questa. Ancora in App. Nov. Iust. 8 del 555 d.C. (rubri-
108
T. Honoré, Tribonian, Ithaca New York 1978, 117 ss.
109
Cfr. F. Arcaria, La Sicilia nelle fonti giuridiche romane cit., 33 ss. Non
credo che possa attribuirsi un significato ultroneo all’uso di insula da parte di Giu-
stiniano, né che ci si debba intrattenere oltremodo nel dimostrare il possesso di
elementari conoscenze geografiche dei commissari giustinianei. Nella corte costan-
tinopolitana del tempo agiva una generazione di colti e alti funzionari imperiali ap-
partenenti alla migliore élite aristocratica. Questa ristretta cerchia, di cui conosciamo
alcuni significativi esponenti (appunto Giovanni Lido, Pietro Patrizio, Paolo Silen-
ziario, Mena, Toma, Cresconio Corippo, Procopio di Cesarea, Iunillo Africano,
Menandro Protettore ecc., assieme ai tanti commissari giustinianei, soprattutto Tri-
boniano, ma anche Teofilo, Doroteo, Cratino e Anatolio), indubbiamente rappre-
sentava il nerbo di una solida burocrazia laica fatta di «funzionari colti ed esperti
di diritto, usciti da famiglie di vecchie tradizioni, imbevuti delle memorie antiche
e ad esse attaccatissimi, che videro nell’impero di Giustiniano una speranza per la
difesa della civiltà a loro cara e dei privilegi di casta» (P. Lamma, Paolo Silenziario
poeta di Santa Sofia e panegirista di Giustiniano, in Oriente e Occidente nell’Alto
Medioevo. Studi storici sulle due civiltà, Padova 1968, 138). Può dirsi, semmai, che
nei verba imperiali vi sia una tendenza a sottolineare, questo sì, la diversità mor-
fologica dell’Italia rispetto all’insularità siciliana e, tuttavia, tale da non giustificare
una differente disciplina valida per il territorio della penisola nelle materie oggetto
della costituzione imperiale.
110
Utile P. Buongiorno, Continentia aedificia. Un’elaborazione augustea, in
BIDR, 114, 2020, 221 ss.
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cata Lex quae data est pro debitoribus in Italia et Sicilia)111, si usa l’en-
diadi per universam Italiam atque Siciliam, il che serve a sorreggere una
conclusione diversa di quella generalmente professata, vale a dire l’assi-
milazione della Sicilia all’Italia, e dunque, senza alcun dubbio e più di
ogni altra isola, come la Sardegna o la Corsica, l’applicabilità a essa della
concezione imperiale di terra romana dell’Impero indivisibile dall’Italia.
Non deve, infine, trascurarsi neppure che l’ordine di perimetrazione
della giurisdizione del comes patrimonii per Italiam (residente però a
Costantinopoli) si giustificava appunto per la situazione eccezionale in
cui versava l’Italia per la guerra gotica ancora in corso112.
Non molti anni dopo, nel 568 d.C., i Longobardi, chiamati in Italia
proprio da Giustiniano, per eterogenesi dei fini si mostrarono subito
ostili al riconoscimento della superiorità dell’imperatore romano e si
fecero portatori di un’idea di indipendenza e di dominio territoriale
sovrano, sancendo il distacco della penisola, salvo alcuni lembi, dall’Im-
pero e la progressiva marginalità della Sicilia sempre più frontiera e
confine cangiante nel cuore del Mediterraneo.
Sintesi
La Sicilia, tra V e VI secolo d.C., sembra assumere le fattezze di
terra di confine nello scacchiere mediterraneo orientale e oscilla tra
Occidente e Oriente quasi come un aggiunto frammento insulare
dell’Eurasian Hinge, teatro di incontro e scontro di grandi realtà im-
periali. Con l’occupazione dei Vandali di Genserico, la Sicilia si mar-
ginalizza rispetto all’Italia e all’orbita imperiale romana, nonostante
l’intervento di Odoacre. Contesa dall’ostrogoto Teoderico l’Amalo,
nel suo visionario progetto di ripristino della civilitas romana, la
Sicilia riacquista una collocazione occidentale nella risistemazione
dell’Impero giustinianeo a seguito della campagna vandalica e del-
111
Sul provvedimento vedi W. Kaiser, Die Epitome Iuliani. Beiträge zum
römischen Recht im frühen Mittelalter und zum byzantinischen Rechtsunterricht,
Frankfurt am Main 2004, 369 s.; Id., Spätantike Rechtstexte in agrimensorischen
Sammlungen, in ZSS, 130, 2013, 343 s.
112
Ma su questo aspetto conto di ritornare in futuro con uno specifico con-
tributo.
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le guerre greco-gotiche. La Sicilia, dunque, si offre come angolo di
visuale per ritornare su una delle più intricate questioni della Tarda
Antichità, ossia i rapporti tra Impero e regna barbarici. E tre sono
i dati principali emergenti dalla documentazione disponibile: 1) l’i-
nesistenza di due imperi divisi; 2) la visione dei re barbarici volta al
loro riconoscimento da parte dell’imperatore e alla loro collocazio-
ne, pur con diversi gradi di autonomia, sotto l’ombrello imperiale; 3)
la contestazione imperiale loro rivolta circa la pretesa di un legittimo
titolo giuridico di dominio dei territori occidentali.
Parole chiave
Sicilia – Impero romano – Odoacre – Teoderico – Giustiniano.
Abstract
Sicily between the 5th and 6th centuries AD seems to take on the
features of a borderland in the Eastern Mediterranean chessboard,
oscillating between the West and the East almost like an added insu-
lar fragment of the Eurasian Hinge, a theater of meeting and conflict
between great imperial powers. With the occupation by Genseric’s
Vandals, Sicily becomes marginalized in relation to Italy and the Ro-
man imperial orbit, despite the intervention of Odoacer. Contested
by the Ostrogoth Theoderic the Amal in his visionary project to
restore Roman civilitas, Sicily regains a Western position in the reor-
ganization of the Justinianic Empire following the Vandal campaign
and the Greco-Gothic wars. Sicily, therefore, offers a vantage point
to revisit one of the most intricate issues of Late Antiquity, namely
the relationships between the Empire and the barbarian kingdoms.
Three main points emerge from the available documentation: 1) the
non-existence of two divided empires; 2) the vision of the barbarian
kings aiming for their recognition by the emperor and their posi-
tioning, albeit with varying degrees of autonomy, under the imperial
umbrella; 3) the imperial contestation against their claim to a legiti-
mate legal title over the dominion of Western territories.
Keywords
Sicily – Roman Empire – Odoacer – Theoderic – Justinian.
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Indice generale
Ulrico Agnati, Il dialogo tra Oriente e Occidente. Il caso della
legislazione sul ripudio 7
Paola Biavaschi, Quod numquam fere accidit. Considerazioni
sulla relazione tra opere gromatiche tardoantiche ed elementi
di geometria greca 41
Philippe Blaudeau, Chercher à rétablir le contact en plein schisme
acacien. Étude d’une tentative de renouement entre les sièges
d’Alexandrie et de Rome menée sous les auspices impériaux en
497 63
Filippo Bonin, La riunificazione costantiniana delle strutture am-
ministrative dell’impero: il laboratorio della penisola italica 87
Francesco Bono, Filio Iustiniano Iohannes episcupus urbis Ro-
mae. A proposito di C. 1.1.8 109
José Luis Cañizar Palacios, El discurso oficial sobre la unidad del
estado en los años 284-337: una propuesta de lectura desde la
legislación tardoimperial 127
Emilio Caroli, I progetti codificatori di Teodosio II fra Oriente e
Occidente: considerazioni preliminari 157
Marco Cristini, La figura dell’ambasciatore nelle relazioni tra le
gentes e l’impero d’Oriente nel VI secolo 171
Paola Ombretta Cuneo, Una costituzione occidentale per rein-
tegrare il vescovo Atanasio nella sede di Alessandria in Egitto 197
Davide Dainese, I concili nella Chiesa antica, la forgia di una isti-
tuzione imperiale 211
María Victoria Escribano Paño, Oriente y Occidente: el diálogo
político entre las dos partes del imperio bajo la dinastía teodo-
siana (395-455) 231
Iole Fargnoli, La fine dei giochi gladiatori tra Oriente e Occidente 265
Carlo Ferrari, Prima origo mali: Claudiano, Rufino e la partitio
del 395 285
© ali&no editrice ISBN 978-88-6254-327-9
782 INDICE GENERALE
Francesca Galgano, Verso Oriente. Riflessioni sull’identità fra
estetica e integrazione 311
Anna Maria Giomaro, Maria Luisa Biccari, Corrieri, trasporti,
relazioni pubbliche d’affari sulle strade romane 331
Giovanbattista Greco, La mobilità studentesca in CTh. 14.9.1 355
Orazio Licandro, L’Occidente conteso: Vandali, Ostrogoti e Giu-
stiniano. Una storia tra unità e frammentazione 371
Rita Lizzi Testa, Dalla divisione all’unità: un papa, un generale,
una principessa in dialogo 425
Esteban Moreno Resano, Los archivos oficiales en el Codex
Theodosianus 453
Fabrizio Oppedisano, Il senato tra la città di Romolo e la città di 471
Costantino
Michele Pedone, Le origini della manumissio in ecclesia tra
Oriente e Occidente 493
Andrea Pellizzari, Tra Antiochia e l’Italia: le relazioni di Liba-
nio con Roma e Milano attraverso alcune lettere degli anni di
Costanzo II 523
Elena Pezzato Heck, La destinazione dei lucri nuziali mortis cau-
sa secondo Nov. Val. 35.8-9 e il libro siro-romano di diritto: un
dialogo tra Occidente e Oriente? 537
Alexandra Pierré-Caps, Sacratissimus comitatus. L’entourage im-
périal dans le Code Théodosien, approche sémantique (IVe-Ve s.) 561
Salvatore Puliatti, In coniunctissimi parte alia valebit imperii.
Circolazione e conoscenza del diritto nel tardo impero 579
Davide Redaelli, Orientali in Italia e a Roma. Il contributo della
documentazione epigrafica 601
Umberto Roberto, La crisi del senato di Roma in età giustinianea
e le conseguenze sulla riflessione politica a Costantinopoli 627
Silvia Schiavo, CTh. 7.16.2: comunicazione e mobilità di persone
fra Occidente e Oriente 653
Boudewijn Sirks, Constitutional Aspects of the Division of the Ro-
man Empire between East and West 673
Marco Urbano Sperandio, La circolazione dei testi normativi tra
Oriente e Occidente nel IV sec. d.C.: disposizioni costantiniane
in tema di donazione nei Fragmenta Vaticana 697
Santo Toscano, La via dell’Oriente nel primo cristianesimo: Giro-
lamo da Roma a Betlemme 735
Atti 759
Materiali 777
Quaderni di lavoro 779
ISBN 978-88-6254-327-9 © ali&no editrice
Questo volume è stato stampato
a Città di Castello (PG)
nel mese di Maggio 2025
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