| 2.
Gianfranco Contini | La critica | Dante personaggio-poeta | 1
Dante Gianfranco Contini (1912-1990) è stato un filologo, storico della letteratura e
insigne esponente della critica stilistica. Specialista della letteratura medie-
personaggio- vale, ha lavorato molto anche sul Novecento italiano (Montale e Gadda in
poeta particolare), esercitando uno sguardo filologico estremamente sensibile ai
tecnicismi linguistici e formali, sempre interpretati in relazione allo stile
Gianfranco dell’autore.
La critica di Contini è definita critica delle varianti, perché fondata su un’ana-
Contini lisi che include gli stadi di correzione dei manoscritti, volta a ricostruire
scientificamente la genesi creativa del testo letterario partendo dalle varian-
ti rigettate.
Tutti i suoi saggi danteschi sono stati raccolti nel volume Un’idea di Dante,
edito da Einaudi nel 1970.
Nel capitolo Dante come personaggio-poeta, Contini sviluppa un’analisi lunga
e puntuale che – muovendo dal riscontro dei gradi di empatia di Dante nei
confronti di alcune anime incontrate percorrendo i gironi dell’Inferno e le
cornici del Purgatorio – chiarisce aspetti complessi di quella particolare me-
ditazione su amore e forma poetica che si snoda a partire dal Canto V dell’In-
ferno, con l’incontro con Francesca, per sciogliersi sulla settima cornice del
Purgatorio (Canto XXVI), dove si purificano le anime di Guido Guinizzelli e
Arnaut Daniel [Valerio Magrelli incontra p. 398].
Se è vero che «l’Inferno (e il Purgatorio) di Dante è anche il luogo dei suoi
peccati vinti, delle sue tentazioni superate», le oscillazioni tra partecipazio-
ne simpatetica e distanza spirituale definiscono l’intensità umana del per-
corso di catarsi di Dante, l’itinerario dall’eros infernale al divino, passando
attraverso quello purgatoriale. E anche la poesia, purificata al fuoco proven-
zale di Arnaut – «il miglior fabbro del parlar materno» –, abbandona i residui
di amorosa terrestrità per prepararsi ad esprimere la parola di Dio. Guido
Guinizzelli, maestro del dolce poetare, è invece superato nel momento spiri-
tuale, non in quello poetico: la sua lussuria – che si è espressa nell’aver posto
l’amore, cantandolo, più in alto di Dio – è la stessa lussuria di Dante stilnovi-
sta che Dante personaggio-poeta ora, sulla soglia del Paradiso, dismette per
sempre, riservando al maestro uno sguardo commosso e ammirato.
tratto da L’Inferno (e il Purgatorio) di Dante è anche il luogo dei suoi peccati vinti, la
G. Contini
Un’idea di Dante. Saggi sede delle sue tentazioni superate. Francesca, ci se ne scorda qualche volta, è
danteschi, Einaudi, il primo dannato che conversa con Dante; la lussuria, il primo vizio ch’egli
Torino 1976
pp. 47-62 stacca da sé, guarda e giudica. Che Dante superi Paolo, e che Beatrice superi
5 Francesca (dopo tutto, platonismo a parte, né Dante né Beatrice avrebbero
potuto esibire un certificato di stato libero), vuol dire che è oltrepassato lo
stadio dell’amor cortese, della mera «probitas», dell’etica mondana, che per-
dura nello Stil Novo e si prolunga nella Vita Nuova. La sublimazione di Beatri-
ce è attuata mediante l’analogia. (...)
10 Francesca è insomma una tappa, una tappa inferiore, simpatica (voglio
dire simpatetica1) e respinta dell’itinerario dantesco, tappa della quale e su-
perfluo cercar di distinguere se sia più letteraria o vitale. (...)
Vediamolo, allora, in faccia, o perlomeno nello specchio dantesco, il pre-
1. simpatetica: in accordo sunto fondatore (altri meglio dice «precursore») dello Stil Novo. Questo, fi-
con le emozioni, il sentire
di Dante.
15 nalmente, lo ritroviamo fra i lussuriosi, con Arnaut Daniel: Dante, che già
2. tradizione occitanica: scontò in Francesca l’eros infernale dell’etica cortese, ora espia l’eros purgato-
relativa alla Francia
meridionale e alla lingua riale della suprema tradizione occitanica2 e anche del «cor gentil» (di cui s’è
d‘oc.
3. anfizionia: lega
visto quanto avesse contribuito alla rovina della stessa Francesca). Questa,
di interessi comuni. proprio, è un’anfizionia3 di rimatori. (...) Tornando, comunque, al Guinizzel-
2 | sezione 2 | Tra Firenze e l’Italia: Dante Alighieri e Giovanni Boccaccio |
4. sentina: ricettacolo
di brutture.
20 li, non so se la sua lussuria a Dante risultasse in via documentaria. Per noi,
5. tenzone con Forese: certo, nonché i suoi trascorsi, la stessa personalità anagrafica del Guinizzelli
Donati Focus p. 394.
6. lepido: arguto, spiritoso.
«non liquet»: fra i due candidati archivistici all’identificazione temo che la
7. superna: superiore, scelta finale sarebbe ancora intempestiva; e le scarse risultanze politiche e
che sta in cielo.
genealogiche, anche se suggestive (...), risultano viziate da questa stessa con-
25 getturalità. (...) Quanto a Daniel, tacendo in merito le Vidas (il verso da cui la
prosopopea della Commedia toglie l’avvio, «Ieu sui Arnautz qu’amas l’aura», si
può leggerlo anche nella biografia provenzale), quel modo d’interpretazione
è certo: Dante ha desunto dal delirio verbale-fantastico attorno alla «cambra»
e al desiderio di vicinanza nella sestina di Arnaut. Ma, s’intende, l’aspetto sa-
30 liente del superamento è di natura non morale bensì stilistico-morale. Nel
fuoco di Arnaut (fuoco che affina, come per corrente provenzalismo fa il fuo-
co d’amore) Dante brucia le rime petrose, cioè, se non proprio lo stile fine a se
stesso e che inventa e materializza il proprio ostacolo, la carnalità dello stile,
la lingua spedalizzata nell’espressività (com’era, ancor più specificata perché
35 tinta nella sentina4, quella della tenzone con Forese)5, prima di essere assunta
e corretta nella sintesi ed enciclopedia degli stili: appunto la Commedia. (...)
Questione meno ovvia, anche se probabilmente non più così ingombra, è
quella che pone il superamento del Guinizzelli. Fonte radicale, quando pure
non sistematica, di molti atteggiamenti fra i considerati stilnovistici, il Gui-
40 nizzelli può esser recuperato da Dante anche come fonte singola: se le «nove
rime» sono tratte con Donne ch’avete, proprio il suo dialogo in cielo non sareb-
be concepibile senza quello, ammetto senz’altro più epigrammatico e quasi
lepido6, che conchiude Al cor gentil. Soprattutto, si è visto, egli è «dolce», cioè
maestro tonale. Dunque, patrono dell’«uso moderno»; e «padre», ai migliori
45 di Dante (l’altro Guido, Cino) non meno che a Dante. Il superamento è tutto
enunciato nel fatto che una donna superna7 è bandita salute di Dante entro il
girone stesso dei lussuriosi («donna è di sopra che m’acquista grazia»), e l’em-
pireo (cielo «ch’è pien d’amore») è augurato imminente albergo. Non femmi-
na ma angelo; di più: non metafora ma realtà: scatto analogico: ecco abba-
50 stanza passaggi per dichiarare, sia pure sulla medesima linea, il progresso del
Cavalcanti e di Dante; e non tacciamo che, oscuramente, astutamente (con
l’interpretazione di Primavera e la sua declassazione), il progresso sul Caval-
canti è adombrato nella stessa Vita Nuova. Resta il fatto che, immediatamen-
te, gli inizî di Dante fra paura e spiriti sono cavalcantiani. Il Dolce Stile, se per
55 abuso si può parlare di scuola, è la variante toscana, anzi fiorentina, dell’«uso
moderno». Tratteniamo nella memoria questa ‘variante fiorentina’, mentre a
buon conto bisogna pur premettere che proprio il Guinizzelli, non certo per
verisimiglianza di convenevole conversativo, proclama Arnaut «miglior fab-
bro del parlar materno». Fabbro: artefice, artigiano. Contro gli eventuali na-
60 zionalisti o municipalisti, quelli per cui la Pietramala del De vulgari è l’univer-
so intero, Dante, cui il mondo è patria «velut piscibus aequor», prima afferma
la grandezza d’un non toscano, poi, lui abbeverato non ai rivi secondari ma
alle sorgenti primarie del saber occitanico, addirittura d’un non italiano. Dan-
te tiene fede alla sua cronologia letterale e ideale. È andato oltre le petrose, ma
65 quella tappa dura e di malagevole commercio è inevitabile; perfezionatrice
l’analogia, ma non disgiunta dal laboratorio. (…)
A ogni modo, il Guinizzelli e Arnaut Daniel sono gli ultimi spiriti purganti
con cui Dante sarà stato a colloquio: gli ultimi, come Francesca il primo dan-
nato, sotto la medesima epigrafe. Guido aveva potuto dolersi efficacemente
70 «prima ch’a lo stremo»; Francesca era stata sorpresa dalla morte violenta
| 2. Gianfranco Contini | La critica | Dante personaggio-poeta | 3
(perciò «e il modo ancor m’offende», la modalità della fine repentina non le
ha consentito di salvarsi). Il circolo si chiude: i versi di Brunetto, «sai che sen
tenuti / un poco mondanetti», sembrano un motto opportuno per siffatti in-
telletuali.
75 Il giro di peccatori, reietti o redenti, nei quali l’«io» che è noi obbiettiva e
riscatta le sue possibilità di colpa, di lì comincia e lì finisce. Ciò si può chiosa-
re con l’etica stessa di Dante:
Quinci comprender puoi ch’esser convene
80 amor sementa in voi d’ogni virtute
e d’ogne operazion che merta pene.
Ormai il pellegrino può ascendere dove amore è tutto «nel primo ben diret-
to». Ma il viaggio compete all’«io» storico di Dante, all’«io» che è io, poeta: e
85 tutta la poesia, l’abbiamo udito nella confessione a Bonagiunta, è poesia d’a-
more. Ogni tappa e sosta del suo viaggio oltreterreno è una modalità del suo
«io» antico vittoriosamente attraversata; quei suoi interlocutori sono loro,
storici, e sono altro, simbolo e funzione. Anche in loro dunque si attua la du-
plicità di piano che qualifica Dante, e a suo specchio Beatrice. Se un’analisi
90 strutturale è corretta, essa si riflette al macrocosmo al microcosmo. La sua
validità, verificata ora nel particolare, è una preziosa «prova del nove» all’in-
terpretazione generale.