Il Con P
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Il conte di Carmagnola
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QUESTO E-BOOK:
DIRITTI D'AUTORE: no
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REVISIONE:
Giuseppe D'Emilio, [Link]@[Link]
2
Alessandro Manzoni
IL CONTE DI CARMAGNOLA
TRAGEDIA
AL SIGNOR
CARLO CLAUDIO FAURIEL
IN ATTESTATO
DI CORDIALE E RIVERENTE AMICIZIA
L’AUTORE
PREFAZIONE
3
dell’arte, né connaturali all’indole del poema drammatico; ma sono venute da una autorità non
bene intesa, e da princìpi arbitrari: ciò risulta evidente a chi osservi la genesi di esse. L’unità di
luogo è nata dal fatto che la più parte delle tragedie greche imitano un’azione la quale si compie
in un sol luogo, e dalla idea che il teatro greco sia un esemplare perpetuo ed esclusivo di
perfezione drammatica. L’unità di tempo ebbe origine da un passo di Aristotele,(1) il quale, come
benissimo osserva il signor Schlegel,(2) non contiene un precetto, ma la semplice notizia di un
fatto; cioè della pratica più generale del teatro greco. Che se Aristotele avesse realmente inteso di
stabilire un canone dell’arte, questa sua frase avrebbe il doppio inconveniente di non esprimere
un’idea precisa, e di non essere accompagnata da alcun ragionamento.
Quando poi vennero quelli che, non badando all’autorità, domandarono la ragione di queste
regole, i fautori di esse non seppero trovarne che una, ed è: che, assistendo lo spettatore realmente
alla rappresentazione d’un’azione, diventa per lui inverisimile che le diverse parti di questa
avvengano in diversi luoghi, e che essa duri per un lungo tempo, mentre lui sa di non essersi
mosso di luogo, e d’avere impiegate solo poche ore ad osservarla. Questa ragione è
evidentemente fondata su un falso supposto, cioè che lo spettatore sia lì come parte dell’azione;
quando è, per così dire, una mente estrinseca che la contempla. La verosimiglianza non deve
nascere in lui dalle relazioni dell’azione col suo modo attuale di essere, ma da quelle che le varie
parti dell’azione hanno tra di loro. Quando si considera che lo spettatore è fuori dell’azione,
l’argomento in favore delle unità svanisce.
II. Queste regole non sono in analogia con gli altri princìpi dell’arte ricevuti da quegli stessi
che le credono necessarie. Infatti s’ammettono nella tragedia come verisimili molte cose che non
lo sarebbero se ad esse s’applicasse il principio sul quale si stabilisce la necessità delle due unità;
il principio, cioè, che nel dramma rappresentato siano verosimili que’ fatti soli che s’accordano
con la presenza dello spettatore, dimanieraché possano parergli fatti reali. Se uno dicesse, per
esempio: que’ due personaggi che parlano tra loro di cose segretissime, come se credessero
d’esser soli, distruggono ogni illusione, perché io sento d’esser loro visibilmente presente, e li
veggo esposti agli occhi d’una moltitudine; gli farebbe precisamente la stessa obiezione che i
critici fanno alle tragedie dove sono trascurate le due unità. A quest’uomo non si può dare che
una risposta: la platea non entra nel dramma: e questa risposta vale anche per le due unità. Chi
cercasse il motivo per cui non si sia esteso il falso principio anche a questi casi, e non si sia
imposto all’arte anche questo giogo, io credo che non ne troverebbe altro, se non che per questi
casi non ci era un periodo d’Aristotele.
III. Se poi queste regole si confrontano con l’esperienza, la gran prova che non sono
necessarie alla illusione è, che il popolo si trova nello stato d’illusione voluta dall’arte, assistendo
ogni giorno e in tutti i paesi a rappresentazioni dove esse non sono osservate; e il popolo in
questa materia è il miglior testimonio. Poiché non conoscendo esso la distinzione dei diversi
generi d’illusione, e non avendo alcuna idea teorica del verosimile dell’arte definito da alcuni
critici pensatori; niuna idea astratta, niun precedente giudizio potrebbe fargli ricevere
un’impressione di verosimiglianza da cose che non fossero naturalmente atte a produrla. Se i
cangiamenti di scena distruggessero l’illusione, essa dovrebbe certamente essere più presto
distrutta nel popolo che nelle persone colte, le quali piegano più facilmente la loro fantasia a
secondar l’intenzioni dell’artista.
(1)
Sono differenti in questo (l’Epopea e la Tragedia), che quella ha il verso misurato semplice, ed è raccontativa, e
formata di lunghezza; e questa si sforza, quanto può il più, di stare sotto un giro del sole, o di mutarne poco; ma
l’Epopea è smoderata per tempo, ed in ciò è differente dalla Tragedia. Traduzione del Castelvetro.
(2)
Corso di Letteratura drammatica, Lezione x.
4
Se dai teatri popolari passiamo ad esaminare qual caso si sia fatto di queste regole ne’ teatri
colti delle diverse nazioni, troviamo che nel greco non sono mai state stabilite per principio, e che
s’è fatto contro ciò che esse prescrivono, ogni volta che l’argomento lo ha richiesto; che i poeti
drammatici inglesi e spagnoli più celebri, quelli che sono riguardati come i poeti nazionali, non le
hanno conosciute, o non se ne sono curati; che i tedeschi le rifiutano per riflessione. Nel teatro
francese vennero introdotte a stento; e l’unità di luogo in ispecie incontrò ostacoli da parte de’
comici stessi, quando vi fu messa in pratica da Mairet con la sua Sofonisba, che si dice la prima
tragedia regolare francese: quasi fosse un destino che la regolarità deva sempre cominciare da
una Sofonisba noiosa. In Italia queste regole sono state seguite come leggi, e senza discussione,
che io sappia, e quindi probabilmente senza esame.
IV. Per colmo poi di bizzarria, è accaduto che quegli stessi che le hanno ricevute non le
osservano esattamente in fatto. Perché, senza parlare di qualche violazione dell’unità di luogo che
si trova in alcune tragedie italiane e francesi, di quelle chiamate esclusivamente regolari, è noto
che l’unità di tempo non è osservata né pretesa nel suo stretto senso, cioè nell’uguaglianza del
tempo fittizio attribuito all’azione col tempo reale che essa occupa nella rappresentazione.
Appena in tutto il teatro francese si citano tre o quattro tragedie che adempiscano questa
condizione. Comme il est très-rare (dice un critico francese) de trouver des sujets qui puissent
être resserrés dans des bornes si étroites, on a élargi la règle, et on l’a étendue jusqu’à vingt-
quatre heures.(3) Con una tale transazione i trattatisti non hanno fatto altro che riconoscere
l’irragionevolezza della regola, e si sono messi in un campo dove non possono sostenersi in
nessuna maniera. Giacché si potrà ben discutere con chi è di parere che l’azione non deva
oltrepassare il tempo materiale della rappresentazione; ma chi ha abbandonato questo punto, con
qual ragione pretenderà che uno si tenga in un limite fissato così arbitrariamente? Cosa si può
mai dire a un critico, il quale crede che si possano allargare le regole? Accade qui, come in molte
altre cose, che sia più ragionevole chiedere il molto che il poco. Ci sono ragioni più che
sufficienti per esimersi da queste regole; ma non se ne può trovare una per ottenere una
facilitazione a chi le voglia seguire. Il serait donc à souhaiter (dice un altro critico) que la durée
fictive de l’action pût se borner au temps du spectacle; mais c’est être ennemi des arts, et du
plaisir qu’ils causent, que de leur imposer des lois qu’ils ne peuvent suivre, sans se priver de
leurs ressources les plus fécondes, et de leurs plus rares beautés. Il est des licences heureuses,
dont le Public convient tacitement avec les poètes, à condition qu’ils les employent à lui plaire, et
à le toucher; et de ce nombre est l’extension feinte et supposée du temps réel de l’action
théâtrale.(4) Ma le licenze felici sono parole senza senso in letteratura; sono di quelle molte
espressioni che rappresentano un’idea chiara nel loro significato proprio e comune, e che usate
qui metaforicamente rinchiudono una contradizione. Si chiama ordinariamente licenza ciò che si
fa contro le regole prescritte dagli uomini; e si danno in questo senso licenze felici, perché tali
regole possono essere, e sono spesso, più generali di quello che la natura delle cose richieda. Si è
trasportata questa espressione nella grammatica, e vi sta bene; perché le regole grammaticali
essendo di convenzione, e per conseguenza alterabili, può uno scrittore, violando alcuna di
queste, spiegarsi meglio; ma nelle regole intrinseche alle arti del bello la cosa sta altrimenti. Esse
devono essere fondate sulla natura, necessarie, immutabili, indipendenti dalla volontà de’ critici,
trovate, non fatte; e quindi la trasgressione di esse non può esser altro che infelice. — Ma perché
queste riflessioni su due parole? Perché nelle due parole appunto sta l’errore. Quando s’abbraccia
un’opinione storta, si usa per lo più spiegarla con frasi metaforiche e ambigue, vere in un senso e
(3)
Batteux, Principes de la littérature, Traité V, chap. 4.
(4)
Marmontel, Éléments de littérature, art. Unité.
5
false in un altro; perché la frase chiara svelerebbe la contradizione. E a voler mettere in chiaro
l’erroneità della opinione, bisogna indicare dove sta l’equivoco.
V. Finalmente queste regole impediscono molte bellezze, e producono molti inconvenienti.
Non discenderò a dimostrare con esempi la prima parte di questa proposizione: ciò è stato
fatto egregiamente più di una volta. E la cosa resulta tanto evidentemente dalla più leggiera
osservazione d’alcune tragedie inglesi e tedesche, che i sostenitori stessi delle regole sono
costretti a riconoscerla. Confessano essi che il non astringersi ai limiti reali di tempo e di luogo
lascia il campo a una imitazione ben altrimenti varia e forte: non negano le bellezze ottenute a
scapito delle regole; ma affermano che bisogna rinunziare a quelle bellezze, giacché per ottenerle
bisogna cadere nell’inverosimile. Ora, ammettendo l’obiezione, è chiaro che l’inverosimiglianza
tanto temuta non si farebbe sentire che alla rappresentazione scenica; e però la tragedia da
recitarsi sarebbe di sua natura incapace di quel grado di perfezione, a cui può arrivare la tragedia,
quando non si consideri che come un poema in dialogo, fatto soltanto per la lettura, del pari che il
narrativo. In tal caso, chi vuol cavare dalla poesia ciò che essa può dare, dovrebbe preferire
sempre questo secondo genere di tragedia: e nell’alternativa di sacrificare o la rappresentazione
materiale, o ciò che forma l’essenza del bello poetico, chi potrebbe mai stare in dubbio? Certo,
meno d’ogni altro quei critici i quali sono sempre di parere che le tragedie greche non siano mai
state superate dai moderni, e che producano il sommo effetto poetico, quantunque non servano
più che alla lettura. Non ho inteso con ciò di concedere che i drammi senza le unità riescano
inverosimili alla recita: ma da una conseguenza ho voluto far sentire il valore del principio.
Gl’inconvenienti che nascono dall’astringersi alle due unità, e specialmente a quella di luogo,
sono ugualmente confessati dai critici. Anzi non par credibile che le inverosimiglianze esistenti
nei drammi orditi secondo queste regole, siano così tranquillamente tollerate da coloro che
vogliono le regole a solo fine d’ottenere la verosimiglianza. Cito un solo esempio di questa loro
rassegnazione: Dans Cinna il faut que la conjuration se fasse dans le cabinet d’Emilie, et
qu’Auguste vienne dans ce mêne cabinet confondre Cinna, et lui pardonner: cela est peu naturel.
La sconvenienza è assai bene sentita, e sinceramente confessata. Ma la giustificazione è
singolare. Eccola: Cependant il le faut.(5)
Forse si è qui eccessivamente ciarlato su una questione già così bene sciolta, e che a molti può
parer troppo frivola. Rammenterò a questi ciò che disse molto sensatamente in un caso consimile
un noto scrittore: Il n’y a pas grand mal à se tromper en tout cela: mais il vaut encore mieux ne
s’y point tromper, s’il est possible.(6) E del rimanente, credo che una tale questione abbia il suo
lato importante. L’errore solo è frivolo in ogni senso. Tutto ciò che ha relazione con l’arti della
parola, e coi diversi modi d’influire sulle idee e sugli affetti degli uomini, è legato di sua natura
con oggetti gravissimi. L’arte drammatica si trova presso tutti i popoli civilizzati: essa è
considerata da alcuni come un mezzo potente di miglioramento, da altri come un mezzo potente
di corruttela, da nessuno come una cosa indifferente. Ed è certo che tutto ciò che tende a
ravvicinarla o ad allontanarla dal suo tipo di verità e di perfezione, deve alterare, dirigere,
aumentare, o diminuire la sua influenza.
Quest’ultime riflessioni conducono a una questione più volte discussa, ora quasi dimenticata,
ma che io credo tutt’altro che sciolta; ed è: se la poesia drammatica sia utile o dannosa. So che ai
nostri giorni sembra pedanteria il conservare alcun dubbio sopra di ciò, dacché il Pubblico di tutte
le nazioni colte ha sentenziato col fatto in favore del teatro. Mi sembra però che ci voglia molto
coraggio per sottoscriversi senza esame a una sentenza contro la quale sussistono le proteste di
(5)
Batteux, l. c.
(6)
Fleury, Mœurs des Israélites, X.
6
Nicole, di Bossuet, e di G. G. Rousseau, il di cui nome unito a questi viene qui ad avere una
autorità singolare. Essi hanno unanimemente inteso di stabilire due punti: uno che i drammi da
loro conosciuti ed esaminati sono immorali: l’altro che ogni dramma deva esserlo, sotto pena di
riuscire freddo, e quindi vizioso secondo l’arte; e che in conseguenza la poesia drammatica sia
una di quelle cose che si devono abbandonare, quantunque producano dei piaceri, perché
essenzialmente dannose. Convenendo interamente sui vizi del sistema drammatico giudicato
dagli scrittori nominati qui sopra, oso credere illegittima la conseguenza che ne hanno dedotta
contro la poesia drammatica in generale. Mi pare che siano stati tratti in errore dal non aver
supposto possibile altro sistema che quello seguito in Francia. Se ne può dare, e se ne dà un altro
suscettibile del più alto grado d’interesse e immune dagl’inconvenienti di quello: un sistema
conducente allo scopo morale, ben lungi dall’essergli contrario. Al presente saggio di
componimento drammatico, m’ero proposto d’unire un discorso su tale argomento. Ma costretto
da alcune circostanze a rimettere questo lavoro ad altro tempo, mi fo lecito d’annunziarlo; perché
mi pare cosa sconveniente il manifestare una opinione contraria all’opinione ragionata d’uomini
di prim’ordine, senza addurre le proprie ragioni, o senza prometterle almeno(7).
Mi rimane a render conto del Coro introdotto una volta in questa tragedia, il quale, per non
essere nominati personaggi che lo compongano, può parere un capriccio, o un enimma. Non
posso meglio spiegarne l’intenzione, che riportando in parte ciò che il signor Schlegel ha detto
dei Cori greci: Il Coro è da riguardarsi come la personificazione de’ pensieri morali che l’azione
ispira, come l’organo de’ sentimenti del poeta che parla in nome dell’intera umanità. E poco
sotto: Vollero i greci che in ogni dramma il Coro... fosse prima di tutto il rappresentante del
genio nazionale, e poi il difensore della causa dell’umanità: il Coro era insomma lo spettatore
ideale; esso temperava l’impressioni violente e dolorose d’un azione qualche volta troppo vicina
al vero; e riverberando, per così dire, allo spettatore reale le sue proprie emozioni, gliele
rimandava raddolcite dalla vaghezza d’un’espressione lirica e armonica, e lo conduceva così nel
campo più tranquillo della contemplazione.(8) Ora m’è parso che, se i Cori dei greci non sono
combinabili col sistema tragico moderno, si possa però ottenere in parte il loro fine, e rinnovarne
lo spirito, inserendo degli squarci lirici composti sull’idea di que’ Cori. Se l’essere questi
indipendenti dall’azione e non applicati a personaggi li priva d’una gran parte dell’effetto che
producevano quelli, può però, a mio credere, renderli suscettibili d’uno slancio più lirico, più
variato e più fantastico. Hanno inoltre sugli antichi il vantaggio d’essere senza inconvenienti: non
essendo legati con l’orditura dell’azione, non saranno mai cagione che questa si alteri e si
scomponga per farceli stare. Hanno finalmente un altro vantaggio per l’arte, in quanto, riserbando
al poeta un cantuccio dove egli possa parlare in persona propria, gli diminuiranno la tentazione
d’introdursi nell’azione, e di prestare ai personaggi i suoi propri sentimenti: difetto dei più notati
negli scrittori drammatici. Senza indagare se questi Cori potessero mai essere in qualche modo
adattati alla recita, io propongo soltanto che siano destinati alla lettura: e prego il lettore
d’esaminare questo progetto indipendentemente dal saggio che qui se ne presenta; perché il
(7)
Altre circostanze non hanno permesso all’autore di mantenere questa promessa. E lo dice senza riguardo, sapendo
bene che sono mancanze le quali, lungi dal far perdere a un autore il titolo di galantuomo, gli acquistano spesso
quello di benemerito. Del rimanente, questo punto è stato toccato in parte nella Lettre à M.r Ch... sur l’unité de temps
et de lieu dans la tragédie. E forse, per ciò che riguarda la questione generale, basta osservare che tutta
l’argomentazione di quegli scrittori è fondata sulla supposizione, che il dramma non possa interessare, se non in
quanto comunichi allo spettatore o al lettore le passioni rappresentate in esso. Supposizione venuta dall’aver preso
per condizione universale e naturale del dramma ciò ch’era un fatto speciale de’ drammi esaminati da loro, e della
quale la più parte de’ drammi immortali di Shakespeare sono una confutazione tanto evidente quanto magnifica.
(8)
Corso di Letteratura drammatica, Lezione III.
7
progetto mi sembra potere essere atto a dare all’arte più importanza e perfezionamento,
somministrandole un mezzo più diretto, più certo e più determinato d’influenza morale.
Premetto alla tragedia alcune notizie storiche sul personaggio e sui fatti che sono l’argomento
di essa, pensando che chiunque si risolve a leggere un componimento misto d’invenzione e di
verità storica, ami di potere, senza lunghe ricerche, discernere ciò che vi è conservato di
avvenimenti reali.
NOTIZIE STORICHE
(9)
Filippo la fece decapitare come rea d’adulterio con Michele Orombelli. Il più degli storici la credono innocente.
8
chiamato ancora del Broletto.
L’alta fama dell’esimio condottiero, l’entusiasmo de’ soldati per lui, il suo carattere fermo e
altiero, la grandezza forse de suoi servizi, gli alienarono l’animo del Duca. I nemici del Conte, tra
i quali il Bigli, storico contemporaneo, cita Zanino Riccio e Oldrado Lampugnano, fomentarono i
sospetti e l’avversione del loro signore. Il Conte fu spedito governatore a Genova, e levato così
dalla direzione della milizia. Aveva conservato il comando di trecento cavalli; il Duca gli chiese
per lettere che lo rinunziasse. Il Carmagnola rispose pregandolo che non volesse spogliare
dell’armi un uomo nutrito tra l’armi: e ben s’accorse, dice il Bigli,(10) che questo era un consiglio
de’ suoi nemici, i quali confidavano di poter tutto osare, quando lo avessero ridotto a condizione
privata. Non ottenendo risposta né alle lagnanze, né alla domanda espressa d’essere licenziato dal
servizio, il Conte si risolvette di recarsi in persona a parlare col principe. Questo dimorava in
Abbiategrasso. Quando il Carmagnola si presentò per entrare nel castello, si sentì con sorpresa
dire che aspettasse. Fattosi annunziare al Duca, ebbe in risposta ch’era impedito, e che parlasse
con Riccio. Insistette, dicendo d’aver poche cose e da comunicarsi al Duca stesso; e gli fu
replicata la prima risposta. Allora rivolto a Filippo, che lo guardava da una balestriera, gli
rimproverò la sua ingratitudine, e la sua perfidia, e giurò che presto si farebbe desiderare da chi
non voleva allora ascoltarlo: diede volta al cavallo, e partì coi pochi compagni che aveva condotti
con sé, inseguito invano da Oldrado, il quale, al dir del Bigli, credette meglio di non arrivarlo.
Andò il Carmagnola in Piemonte, dove abboccatosi con Amedeo duca di Savoia suo natural
principe, fece di tutto per inimicarlo a Filippo; poi attraversando la Savoia, la Svizzera e il Tirolo,
si portò a Treviso. Filippo confiscò i beni assai ragguardevoli che il Carmagnola aveva nel
Milanese.(11)
Giunto il Carmagnola a Venezia il giorno 23 di febbraio del 1425, vi fu accolto con
distinzione, gli fu dato alloggio dal pubblico nel Patriarcato, e concessa licenza di portar armi a
lui e al suo seguito. Due giorni dopo, fu preso al servizio della repubblica con 300 lance.(12)
I Fiorentini, impegnati allora in una guerra infelice contro il Duca Filippo, chiedevano
l’alleanza dei Veneziani: il Duca instava presso di essi perché volessero rimanere in pace con lui.
In questo frattempo un Giovanni Liprando, fuoruscito milanese, pattuì col Duca d’ammazzare il
Carmagnola, purché gli fosse concesso di ritornare a casa. La trama fu sventata, e levò ai
Veneziani ogni dubbio che il Conte fosse mai più per riconciliarsi col suo antico principe. Il Bigli
attribuisce in gran parte a questa scoperta la risoluzione dei Veneziani per la guerra. Il doge
propose in senato che si consultasse il Carmagnola: questo consigliò la guerra: il doge opinò pure
caldamente per essa: e fu risoluta. La lega coi Fiorentini e con altri Stati d’Italia fu proclamata in
Venezia il giorno 27 gennaio del 1426. Il giorno 11 del mese seguente il Carmagnola fu creato
capitano generale delle genti di terra della repubblica; e il 15 gli fu dato dal doge il bastone e lo
stendardo di capitano, all’altare di san Marco.
Trascorrerò più rapidamente che mi sarà possibile sugli avvenimenti di questa guerra, la quale
fu interrotta da due paci, fermandomi solo sui fatti che hanno somministrato materiali alla
tragedia.
«Ridussesi la guerra in Lombardia, dove fu governata dal Carmagnola virtuosamente, ed in
pochi mesi tolse molte terre al Duca insieme con la città di Brescia; la quale espugnazione in
quelli tempi, e secondo quelle guerre, fu tenuta mirabile.»(13) Papa Martino V s’intromise; e sul
(10)
Hist. lib. 4; Rer. Ital. Script., T. XIX, col. 72.
(11)
Tutto questo racconto è cavato dal Bigli.
(12)
Sanuto, Vite dei duchi di Venezia; Rer. Ital., XXII, 978.
(13)
Machiavelli, Ist. Fior., Lib. 4.
9
finire dello stesso anno fu conclusa la pace, nella quale Filippo cedette ai Veneziani Brescia col
suo territorio.
Nella seconda guerra (1427) il Carmagnola mise per la prima volta in uso un suo ritrovato di
fortificare il campo con un doppio recinto di carri, sopra ognuno de’ quali stavano tre balestrieri.
Dopo molti piccoli fatti, e dopo la presa d’alcune terre, s’accampò sotto il castello di Maclodio,
ch’era difeso da una guarnigione duchesca.
Comandavano nel campo del Duca quattro insigni condottieri, Angelo della Pergola, Guido
Torello, Francesco Sforza, e Nicolò Piccinino.(14) Essendo nata discordia tra di loro, il giovine
Filippo vi mandò con pieni poteri Carlo Malatesti pesarese, di nobilissima famiglia; ma, dice il
Bigli, alla nobiltà mancava l’ingegno. Questo storico osserva che il supremo comando dato al
Malatesti non bastò a levar di mezzo la rivalità de’ condottieri; mentre nel campo veneto a
nessuno repugnava d’ubbidire al Carmagnola, benché avesse sotto di sé condottieri celebri, e
principi, come Giovanfrancesco Gonzaga, signore di Mantova, Antonio Manfredi, di Faenza, e
Giovanni Varano, di Camerino.
Il Carmagnola seppe conoscere il carattere del generale nemico, e cavarne profitto. Attaccò
Maclodio, in vicinanza del quale era il campo duchesco. I due eserciti si trovarono divisi da un
terreno paludoso, in mezzo al quale passava una strada elevata a guisa d’argine: e tra le paludi
s’alzavano qua e là delle macchie poste su un terreno più sodo: il Conte mise in queste degli
agguati, e si diede a provocare il nemico. Nel campo duchesco i pareri erano vari: i racconti degli
storici lo sono poco meno. Ma l’opinione che pare più comune, è che il Pergola e il Torello,
sospettando d’agguati, opinassero di non dar battaglia: che lo Sforza e il Piccinino la volessero a
ogni costo. Carlo fu del parere degli ultimi; la diede, e fu pienamente sconfitto. Appena il suo
esercito ebbe affrontato il nemico, fu assalito a destra e a sinistra dall’imboscate, e gli furono
fatti, secondo alcuni, cinque, secondo altri, otto mila prigionieri. Il comandante fu preso anche
lui; gli altri quattro, chi in una maniera, chi nell’altra, si sottrassero.
Un figlio del Pergola si trovò tra i prigionieri.
La notte dopo la battaglia, i soldati vittoriosi lasciarono in libertà quasi tutti i prigionieri. I
commissari veneti, che seguivano l’esercito, ne fecero delle lagnanze col Conte; il quale
domandò a qualcheduno de’ suoi cosa fosse avvenuto de’ prigionieri; ed essendogli risposto che
tutti erano stati messi in libertà, meno un quattrocento, ordinò che anche questi fossero rilasciati,
secondo l’uso.(15)
Uno storico che non solo scriveva in que’ tempi, ma aveva militato in quelle guerre, Andrea
Redusio, è il solo, per quanto io sappia, che abbia indicata la vera ragione di quest’uso militare
d’allora. Egli l’attribuisce al timore che i soldati avevano di veder presto finite le guerre, e di
sentirsi gridare dai popoli: alla zappa i soldati.(16)
I Signori veneti furono punti e insospettiti dal procedere del Conte; ma senza giusta ragione.
Infatti, prendendo al soldo un condottiero, dovevano aspettarsi che farebbe la guerra secondo le
leggi della guerra comunemente seguite; e non potevano senza indiscrezione pretendere che
prendesse il rischioso impegno d’opporsi a un’usanza così utile e cara ai soldati, esponendosi a
venire in odio a tutta la milizia, e a privarsi d’ogni appoggio. Avevano bensì ragione di pretender
da lui la fedeltà e lo zelo, ma non una devozione illimitata: questa s’accorda solamente a una
causa che si abbraccia per entusiasmo o per dovere. Non trovo però che dopo le prime
(14)
Per servire alla dignità del verso, il nome di quest’ultimo personaggio nella tragedia venne cambiato con quello di
Fortebraccio. La storia stessa ha suggerito questo cambiamento; giacché il Piccinino era nipote di Braccio
Fortebracci, e dopo la morte dello zio fu capo de’ soldati della fazione Braccesca.
(15)
Istos quoque jubeo solita lege dimitti. Bigli, lib. 6.
(16)
Ad ligonem stipendiarii. Chron. Tarv.; Rer. It., XIX, 864.
10
osservazioni de’ commissari, la Signoria abbia fatte col Carmagnola altre lagnanze su questo
fatto: non si parla anzi che d’onori e di ricompense.
Nell’aprile del 1428 fu conclusa tra i Veneziani e il Duca un’altra di quelle solite paci.
La guerra, risorta nel 1431, non ebbe per il Conte così prosperi cominciamenti come le due
passate. Il castellano che comandava in Soncino per il Duca, si finse disposto a cedere per
tradimento quel castello al Carmagnola. Questo ci andò con una parte dell’esercito, e cadde in un
agguato, dove lasciò prigionieri, secondo il Bigli, secento cavalli e molti fanti, salvandosi lui a
stento.
Pochi giorni dopo, Nicola Trevisani, capitano dell’armata veneta sul Po, venne alle prese coi
galeoni del Duca. Il Piccinino e lo Sforza, facendo le viste di voler attaccare il Carmagnola, lo
rattennero dal venire in aiuto all’armata veneta, e intanto imbarcarono gran parte delle loro genti
di terra sulle navi del Duca. Quando il Carmagnola s’avvide dell’inganno, e corse per sostenere i
suoi, la battaglia era vicino all’altra riva. L’armata veneta fu sconfitta, e il capitano di essa fuggì
in una barchetta.
Gli storici veneti accusano qui il Carmagnola di tradimento. Gli storici che non hanno preso il
tristo assunto di giustificare i suoi uccisori, non gli danno altra taccia che d’essersi lasciato
ingannare da uno stratagemma. Par certo che la condotta del Trevisani fosse imprudente da
principio, e irresoluta nella battaglia.(17) Fu bandito, e gli furono confiscati i beni; «e al capitano
generale (Carmagnola), per imputazione di non aver dato favore all’armata, con lettere del Senato
fu scritta una lieve riprensione».(18)
Il giorno 18 d’ottobre, il Carmagnola diede ordine al Cavalcabò, uno de’ suoi condottieri, di
sorprender Cremona. Questo riuscì ad occuparne una parte; ma essendosi i cittadini levati a
stormo, dovette abbandonare l’impresa, e ritornare al campo.
Il Carmagnola non credette a proposito d’andar col grosso dell’esercito a sostenere
quest’impresa; e mi par cosa strana che ciò gli sia stato imputato a tradimento dalla Signoria. La
resistenza, probabilmente inaspettata, del popolo spiega benissimo perché il generale non si sia
ostinato a combattere una città che sperava d’occupare tranquillamente per sorpresa: il tradimento
non ispiega nulla; giacché non si sa vedere perché il Carmagnola avrebbe ordinata la spedizione,
il cattivo esito della quale non fu d’alcun vantaggio per il nemico.
Ma la Signoria, risoluta, secondo l’espressione del Navagero, di liberarsi del Carmagnola,
cercò in qual maniera potesse averlo nelle mani disarmato; e non ne trovò una più pronta né più
sicura, che d’invitarlo a Venezia col pretesto di consultarlo sulla pace. Ci andò senza sospetto, e
in tutto il viaggio furono fatti onori straordinari a lui, e al Gonzaga che l’accompagnava. Tutti gli
storici, anche veneziani, sono d’accordo in questo; pare anzi che raccontino con un sentimento di
compiacenza questo procedere, come un bel tratto di ciò che altre volte si chiamava prudenza e
virtù politica. Arrivato a Venezia, «gli furono mandati incontro otto gentiluomini, avanti ch’egli
smontasse a casa sua, che l’accompagnarono a San Marco».(19) Entrato che fu nel palazzo ducale,
si rimandarono le sue genti, dicendo loro che il Conte si fermerebbe a lungo col doge. Fu
arrestato nel palazzo, e condotto in prigione. Fu esaminato da una Giunta, alla quale il Navagero
dà nome di Collegio secreto; e condannato a morte, fu, il giorno 5 di maggio del 1432, condotto
(17)
Ai 13 di luglio, essendo stato proclamato Nicolò Trevisano, che fu capitano nel Po, ed essendosi egli assentato,
gli Avogadori di Comune andarono al consiglio de’ Pregadi, e messero di procedere contro di lui, per essere stato
rotto in Po da’ galeoni del Duca di Milano ai 21 di giugno passato, in vitupero del Dominio, e per non aver fatto il
suo dovere, immo vilissime essersi portato; immo perché andò pregando gli altri che fuggissero via. Sanuto, Rer.
Ital., XXII, 1017.
(18)
Navagero, Stor. Ven.; Rer. Ital., XXIII, 1096.
(19)
Sanuto: Rer. It., XXII, 1028.
11
con le sbarre alla bocca tra le due colonne della Piazzetta, e decapitato. La moglie e una figlia del
Conte (o due figlie, secondo alcuni) si trovavano allora in Venezia.
Nulla d’autentico si ha sull’innocenza o sulla reità di questo grand’uomo. Era da aspettarsi che
gli storici veneziani, che volevano scrivere e viver tranquilli, l’avrebbero trovato colpevole. Essi
esprimono quest’opinione come una cosa di fatto, e con quella negligenza che è naturale a chi
parla in favore della forza. Senza perdersi in congetture, asseriscono che il Carmagnola fu
convinto coi tormenti, coi testimoni e con le sue proprie lettere. Di questi tre mezzi di prova il
solo che si sappia di certo essere stato adoprato è l’infamissimo primo, quello che non prova
nulla.
Ma oltre la mancanza assoluta di testimonianze dirette storiche, che confermino la reità del
Carmagnola, molte riflessioni la fanno parere improbabile. Né i Veneziani hanno rivelato mai
quali fossero le condizioni del tradimento pattuito; né da altra parte s’è saputo mai nulla d’un tale
trattato. Quest’accusa è isolata nella storia, e non si appoggia a nulla, se non a qualche svantaggio
di guerra, il quale anche si spiega senza ricorrere a questa supposizione: e sarebbe una legge
stravagante non meno che atroce quella che volesse imputato a perfidia del generale ogni evento
infelice. Si badi inoltre all’essere il Conte andato a Venezia senza esitazione, senza riguardi e
senza precauzioni: si badi all’aver sempre la Signoria fatto un mistero di questo fatto, malgrado la
taccia d’ingratitudine e d’ingiustizia che gli si dava in Italia; si badi alla crudele precauzione di
mandare il Conte al supplizio con le sbarre alla bocca, precauzione tanto più da notarsi, in quanto
s’adoprava con uno che non era veneziano, e non poteva aver partigiani nel popolo; si badi
finalmente al carattere noto del Carmagnola e del Duca di Milano, e si vedrà che l’uno e l’altro
ripugnano alla supposizione d’un trattato di questa sorte tra di loro. Una riconciliazione segreta
con un uomo che gli era stato orribilmente ingrato, e che aveva tentato di farlo ammazzare; un
patto di far la guerra da stracco, anzi di lasciarsi battere, non s’accordano con l’animo impetuoso,
attivo, avido di gloria del Carmagnola. Il Duca non era perdonatore; e il Carmagnola che lo
conosceva meglio d’ogni altro, non avrebbe mai potuto credere a una riconciliazione stabile e
sicura con lui. Il disegno di ritornare con Filippo offeso non poteva mai venire in mente a
quell’uomo che aveva esperimentate le retribuzioni di Filippo beneficato.
Ho cercato se negli storici contemporanei si trovasse qualche traccia d’un’opinione pubblica,
diversa da quella che la Signoria veneta ha voluto far prevalere; ed ecco ciò che n’ho potuto
raccogliere.
Un cronista di Bologna, dopo aver raccontata la fine del Carmagnola, soggiunge: «Dissesi che
questo hanno fatto perché egli non faceva lealmente per loro la guerra contra il Duca di Milano,
come egli doveva, e che s’intendeva col Duca. Altri dicono che, come vedevano tutto lo Stato
loro posto nelle mani del Conte, capitano d’un tanto esercito, parendo loro di stare a gran
pericolo, e non sapendo con qual miglior modo potessero deporlo, han trovato cagione di
tradimento contra di lui. Iddio voglia che abbiano fatto saviamente; perché par pure, che per
questo la Signoria abbia molto diminuita la sua possanza, ed esaltata quella del Duca di
Milano.»(20)
E il Poggio: «Certuni dicono che non abbia meritata la morte con delitto di sorte veruna; ma
che ne fosse cagione la sua superbia, insultante verso i cittadini veneti, e odiosa a tutti.»(21)
Il Corio poi, scrittore non contemporaneo, ma di poco posteriore, dice così: «Gli tolsero il
valsente di più di trecento migliaia di ducati, i quali furono piuttosto cagione della sua morte che
altro.»
(20)
Cronica di Bologna: Rer. It., XVIII 645.
(21)
Poggii, Hist. lib. VI.
12
Senza dar molto peso a quest’ultima congettura, mi pare che le prime due, cioè il timore e le
vendette private dell’amor proprio, bastino, per que’ tempi, a dare di questo avvenimento una
spiegazione probabile, e certo più probabile di un tradimento contrario all’indole e all’interesse
dell’uomo a cui fu imputato.
Tra quegli storici moderni, che non adottando ciecamente le tradizioni antiche, le hanno
esaminate con un libero giudizio, uno solo, ch’io sappia, si mostrò persuaso affatto che il
Carmagnola sia stato colpito da una giusta sentenza. Questo è il Conte Verri; ma basta leggere il
passo della sua Storia, che si riferisce a questo avvenimento, per esser subito convinti che la sua
opinione è venuta dal non aver lui voluto informarsi esattamente de’ fatti sui quali andava
stabilita. Ecco le sue parole: «O foss’egli allontanato, per una ripugnanza dell’animo, dal portare
così la distruzione ad un Principe, dal quale aveva un tempo ottenuto gli onori, e sotto del quale
aveva acquistata la celebrità; ovvero foss’egli ancora nella fiducia, che umiliato il Duca venisse a
fargli proposizioni di accomodamento, e gli sacrificasse i meschini nemici, che avevano ardito di
nuocergli, cioè i vilissimi cortigiani suoi; o qualunque ne fosse il motivo, il Conte Francesco
Carmagnola, malgrado il dissenso dei Procuratori veneti, e malgrado la decisa loro opposizione,
volle rimandare disarmati bensì, ma liberi al Duca tutti i generali ed i soldati numerosissimi, che
aveva fatti prigionieri nella vittoria del giorno 11 di ottobre 1427... Il seguito delle sue imprese
fece sempre più palese il suo animo; poiché trascurò tutte le occasioni, e lentamente progredendo
lasciò sempre tempo ai ducali di sostenersi. In somma giunse a tale evidenza la cattiva fede del
Conte Francesco Carmagnola, che, venne, dopo formale processo, decapitato in Venezia... come
reo di alto tradimento.» Fa stupore il vedere addotto in prova della reità d’un uomo in giudizio
segreto di que’ tempi, da uno storico che ne ha tanto conosciuta l’iniquità, e che tanto si studia di
farla conoscere a’ suoi lettori. In quanto al fatto de’ prigionieri, ognuno vede gli errori della
relazione che ho trascritta. Il Conte di Carmagnola non rimandò liberi tutti i soldati, ma
quattrocento soli; non rimandò i generali, perché di questi non fu preso che il Malatesti, e fu
ritenuto; non è esatto il dire che i soldati fossero rimandati al Duca: furono semplicemente messi
in libertà. Non vedo poi perché si entri in congetture per ispiegare la condotta del Carmagnola in
questa occasione, quando la storia ne dà per motivo un’usanza comune.
La sorte del Carmagnola fece un gran rumore in tutta l’Italia; e pare che in particolare i
Piemontesi la sentissero più acerbamente, e ne serbassero memoria, come lo indica il seguente
aneddoto raccontato dal Denina.
Il primo sospetto che i Veneziani ebbero del segreto della lega di Cambrai venne dalle
relazioni d’un loro agente di Milano, il quale era venuto a sapere «che un Carlo Giuffredo
Piemontese che si trovava fra i Segretarj di Stato del Governo di Milano ai servigi del Re Luigi,
andava fra i suoi famigliari dicendo essere venuto il tempo in cui sarebbesi abbondantemente
vendicata la morte del Conte Francesco Carmagnola suo compatriotto».(22)
Non ho citato questo tratto per applaudire a un sentimento di vendetta, e di patriottismo
municipale, ma come un indizio del caso che si faceva di questo gran capitano in quella nobile e
bellicosa parte d’Italia, che lo considerava più specialmente come suo.
A quegli avvenimenti che si sono scelti per farne il materiale della presente Tragedia, s’è
conservato il loro ordine cronologico, e le loro circostanze essenziali; se se ne eccettui l’aver
supposto accaduto in Venezia l’attentato contra la vita del Carmagnola, quando in vece accadde
in Treviso.
(22)
Rivoluzioni d’Italia, lib. XX, cap. 1.
13
IL CONTE DI CARMAGNOLA
TRAGEDIA
PERSONAGGI STORICI
IL CONTE DI CARMAGNOLA.
ANTONIETTA VISCONTI, sua moglie.
UNA LORO FIGLIA, a cui nella tragedia si è attribuito il nome di MATILDE.
FRANCESCO FOSCARI, Doge di Venezia.
PERSONAGGI IDEALI
14
ATTO PRIMO
SCENA I
IL DOGE
15
forse non è, delle sue forze istrutto 35
come dell’arti sue; questo che il lato
saprà tosto trovargli ove più certa,
e più mortal sia la ferita. Ei volle
spezzar quest’arme in nostra mano; e noi
adoperiamla, e tosto. Onde possiamo 40
un più fedele e saggio avviso in questo,
che dal Conte aspettarci? Io l’invitai;
piacevi udirlo?
(segni di adesione)
S’introduca il Conte.
SCENA II
IL CONTE, e detti.
IL DOGE
IL CONTE
16
IL DOGE
IL CONTE
E senno e braccio
e quanto io sono è cosa vostra: e certo
se mai fu caso in cui sperar m’attenti
che a voi pur giovi un mio consiglio, è questo. 75
E lo darò: ma pria mi sia concesso
di me parlarvi in breve, e un core aprirvi,
un cor che agogna sol d’esser ben noto.
IL DOGE
IL CONTE
17
di riportar, forza è pur dirlo, il brutto
nome d’ingrato, l’insoffribil nome
di traditor. So che de’ grandi è l’uso
valersi d’opra ch’essi stiman rea,
e profondere a quel che l’ha compita 105
premi e disprezzo, il so; ma io non sono
nato a questo; e il maggior, premio che bramo,
il solo, egli è la vostra stima, e quella
d’ogni cortese; e, arditamente il dico,
sento di meritarla. Attesto il vostro 110
sapiente giudizio, o Senatori,
che d’ogni obbligo sciolto inverso il Duca
mi tengo, e il sono. Se volesse alcuno
de’ benefizi che tra noi son corsi
pareggiar le ragioni, è noto al mondo 115
qual rimarrebbe il debitor dei due.
Ma di ciò nulla: io fui fedele al Duca
fin che fui seco, e nol lasciai che quando
ei mi v’astrinse. Ei mi balzò dal grado
col mio sangue acquistato: invan tentai 120
al mio signor lagnarmi. I miei nemici
fatto avean siepe intorno al trono: allora
m’accorsi alfin che la mia vita anch’essa
stava in periglio: a ciò non gli diei tempo.
Ché la mia vita io voglio dar, ma in campo, 125
per nobil causa, e con onor, non preso
nella rete de’ vili. Io lo lasciai,
e a voi chiesi un asilo; e in questo ancora
ei mi tese un agguato. Ora a costui
più nulla io deggio; di nemico aperto 130
nemico aperto io sono. All’util vostro
io servirò, ma franco e in mio proposto
deliberato, come quei ch’è certo
che giusta cosa imprende.
IL DOGE
E tal vi tiene
questo Senato: già tra il Duca e voi 135
ha giudicato irrevocabilmente
Italia tutta. Egli la vostra fede
ha liberata, a voi l’ha resa intatta,
qual gliela deste il primo giorno. È nostra
or questa fede; e noi saprem tenerne 140
ben altro conto. Or d’essa un primo pegno
il vostro schietto consigliar ci sia.
18
IL CONTE
19
IL DOGE
Conte, su questo fedel vostro avviso
tosto il Senato prenderà partito;
ma il segua, o no, v’è grato; e vede in esso,
non men che il senno, il vostro amor per noi. 190
(parte il Conte)
SCENA III
IL DOGE, e SENATORI
IL DOGE
MARINO
20
mi rendo certo, che nessun di questi
l’ama più della patria; e per me, quando 220
di lei si tratti, ogni rispetto è nulla.
Io dico, e duolmi che di fronte io deggia,
serenissimo Doge, oppormi a voi,
non è il duce costui quale il richiede
la gravità, l’onor di questo Stato. 225
Non cercherò perché lasciasse il Duca.
Ei fu l’offeso; e sia pur ver: l’offesa
è tal che accordo non può darsi; e questo
consento: io giuro nelle sue parole.
Ma queste sue parole importa assai 230
considerarle, perché tutto in esse
ei s’è dipinto; e governar sì ombroso,
sì delicato e violento orgoglio,
o Senatori, non mi par che sia
minor pensier della guerra istessa. 235
Finor fu nostra cura il mantenerci
la riverenza de’ soggetti; or altro
studio far si dovria, come costui
riverir degnamente. E quando egli abbia
la man nell’elsa della nostra spada, 240
potrem noi dir d’aver creato un servo?
Dovrà por cura di piacergli ognuno
di noi? Se nasce un disparer, fia degno
che nell’arti di guerra il voler nostro
a quel d’un tanto condottier prevalga? 245
S’egli erra, e nostra è dell’error la pena,
ché invincibil nol credo, io vi domando
se fia concesso il farne lagno; e dove
si riscotan per questo onte e dispregi,
che far? soffrirli? Non v’aggrada, io stimo, 250
questo partito; risentirci? e dargli
occasion che, in mezzo all’opra, e nelle
più difficili strette ei ci abbandoni
sdegnato, e al primo altro signor che il voglia,
forse al nemico, offra il suo braccio, e sveli 255
quanto di noi pur sa, magnificando
la nostra sconoscenza, e i suoi gran merti?
IL DOGE
21
il buon consiglio tor della paura,
nasconderla nel core, e starsi all’erta;
ma che il colpo accennò pria di scagliarlo: 265
tale è il signor che inimicossi il Conte.
Ma, lode al ciel, nulla in Venezia io vedo
che gli somigli. Se destrier, correndo,
scosse una volta un furibondo e stolto
fuor dell’arcione, e lo gettò nel fango; 270
non fia per questo che salirlo ancora
un cauto e franco cavalier non voglia.
MARINO
IL DOGE
MARCO
22
che in così giusta e grave causa, un tanto
dono ci manda Iddio; con quella fronte,
e con quel cor che si riceve un dono,
sia da noi ricevuto.
MOLTI SENATORI
Ai voti, ai voti!
IL DOGE
SCENA IV
IL CONTE
23
tiranni io la strappai, ch’io la riposi 330
su quella fronte, ed or null’altro agogno
che ritorla all’ingrato, e farne un dono
a chi saprà del braccio mio valersi?
SCENA V
MARCO, e IL CONTE
IL CONTE
MARCO
IL CONTE
MARCO
IL CONTE
Io? come?
MARCO
Al par di tutti
i generosi, che giovando altrui
24
nocquer sempre a sé stessi, e superate
tutte le vie delle più dure imprese, 350
caddero a un passo poi, che facilmente
l’ultimo de’ mortali avria varcato.
Credi ad un uom che t’ama: i più de’ nostri
ti sono amici; ma non tutti il sono.
Di più non dico, né mi lice; e forse 355
troppo già dissi. Ma la mia parola
nel fido orecchio dell’amico stia,
come nel tempio del mio cor, rinchiusa.
IL CONTE
MARCO
E sai 360
chi te gli ha fatti? In pria l’esser tu tanto
maggior di loro, indi lo sprezzo aperto
che tu ne festi in ogni incontro. Alcuno
non ti nocque finor; ma chi non puote
nocer col tempo? Tu non pensi ad essi, 365
se non allor che in tuo cammin li trovi;
ma pensan essi a te, più che non credi.
Spregia il grande, ed obblia; ma il vil si gode
nell’odio. Or tu non irritarlo: cerca
di spegnerlo; tu il puoi forse. Consiglio 370
di vili arti ch’io stesso a sdegno avrei,
io non ti do, né tal da me l’aspetti.
Ma tra la noncuranza e la servile
cautela avvi una via; v’ha una prudenza
anche pei cor più nobili e più schivi; 375
v’ha un’arte d’acquistar l’alme volgari,
senza discender fino ad esse: e questa
nel senno tuo, quando tu vuoi, la trovi.
IL CONTE
25
tra me fermai che, s’egli è mio destino
ch’io sia sempre in tai nodi avviluppato
che mestier faccia a distrigarli appunto
quella virtù che più mi manca, s’ella
è pur virtù; se è mio destin che un giorno 390
io sia colto in tai nodi, e vi perisca;
meglio è senza riguardi andargli incontro.
Io ne appello a te stesso: i buoni mai
non fur senza nemici, e tu ne hai dunque.
E giurerei che un sol non è tra loro 395
cui tu degni, non dico accarezzarlo,
ma non dargli a veder che lo dispregi.
Rispondi.
MARCO
26
signor di sé che non pensava in prima.
IL CONTE
MARCO
ATTO SECONDO
SCENA I
MALATESTI e PERGOLA
PERGOLA
27
non diam battaglia.
MALATESTI
PERGOLA
A pochi è dato,
a pochi egregi il dubitar di novo,
quando han già detto: ell’è così. S’io parlo 15
è che tale vi tengo. Italia forse
mai da’ barbari in poi non vide a fronte
due sì possenti eserciti: ma il nostro
l’ultimo sforzo è di Filippo. In ogni
fatto di guerra entra fortuna, e sempre 20
vuol la sua parte: chi nol sa? Ma quando
ne va il tutto, o Signore, allor non vuolsi
dargliene più ch’ella non chiede; e questo
esercito con cui tutto possiamo
salvar, ma che perduto in una volta 25
mai più rifar non si potria, non dèssi
come un dado gittarlo ad occhi chiusi,
avventurarlo in un sì piccol campo,
e in un campo mal noto, e quel che è peggio
noto al nemico. Ei qui ci trasse: un torto 30
argin divide le due schiere: a destra
e a sinistra paludi, in esse sparsi
i suoi drappelli; e noi fuori de’ nostri
alloggiamenti non teniamo un palmo
pur di terren. Credete ad un che l’arti 35
conosce di costui, che ha combattuto
al fianco suo: qui c’è un’insidia. Forse
la miglior via di guerreggiar quest’uomo
saria tenerlo a bada, aspettar tempo,
tanto che alcun dei duci ai quali è sopra 40
prendesse a noia il suo superbo impero;
e il fascio ch’egli or nella mano ha stretto
si rallentasse alfin. Pur, se a giornata
28
venir si deve, non è questo il loco:
usciam di qui, scegliamo un campo noi, 45
tiriam quivi il nemico: ivi in un giorno,
senza svantaggio almanco, si decida.
MALATESTI
SCENA II
MALATESTI
Ditelo, o Sforza,
e Fortebraccio; voi giungete in tempo: 60
ditelo voi, come trovaste il campo?
Che possiamo sperarne?
SFORZA
FORTEBRACCIO
29
E tai son tutti: allor ch’io venni a’ miei,
tutti mi furo intorno. Un mi dicea:
quando udremo le trombe? Altri: noi siamo
stanchi d’esser beffati; e tutti ad una
la battaglia chiedean, come già certi 75
dell’ottenerla, e dubbi sol del quando.
Ebben, compagni, io rispondea, se il segno
presto s’udrà, mi date voi parola
di vincere con me? Gli elmi levati
sull’aste, un grido universal d’assenso 80
fu la risposta, ond’io gioisco ancora.
E a tai soldati ci venia proposto
d’intimar la ritratta? e che alle mani,
che già posate sulle spade aspettano
l’ordin di sguainarle e di ferire, 85
si comandasse di levar le tende?
Chi fronte avria di presentarsi ad essi
con tal ordine ormai?
PERGOLA
FORTEBRACCIO
O Pergola, i soldati
a cui capo son io, fur da quel Braccio
disciplinati, che per tutto ancora
con maraviglia e con terror si noma;
e non son usi a sostener gli scherni 95
dell’inimico.
PERGOLA
Ed io conduco genti
da me, qual ch’io mi sia, disciplinate;
e sono avvezze ad aspettar la voce
del condottiero, ed a fidarsi in lui.
MALATESTI
30
per le gare private?
SCENA III
TORELLO, e detti.
SFORZA
Ebben, Torello,
siete mutato di parer? Vedeste
l’animo ardente de’ soldati?
TORELLO
Il vidi;
udii le grida del furor, le grida 105
della fiducia e del coraggio; e il viso
rivolsi altrove, onde nessun dei prodi
vi leggesse il pensier che mal mio grado
vi si pingeva: era il pensier che false
son quelle gioie e brevi; era il pensiero 110
del valor che si perde. Io cavalcai
lungo tutta la fronte: io tesi il guardo,
quanto lunge potei; rividi quelle
macchie che sorgon qua e là dal suolo
uliginoso che la via fiancheggia: 115
là son gli agguati, il giurerei. Rividi
quel doppio cinto di muniti carri,
onde assiepato è del nemico il campo.
Se l’urto primo ei sostener non puote,
ha una ritratta ove sfuggirlo e uscirne 120
preparato al secondo. Un novo è questo
trovato di costui, per torre ai suoi
il pensier primo che s’affaccia ai vinti,
il pensier della fuga. Ad atterrarlo
due colpi è d’uopo: ei con un sol ne atterra. 125
Perché, non giova chiuder gli occhi al vero,
non son più quelle guerre, in cui pe’ figli
e per le donne e per la patria terra
e per le leggi che la fan sì cara,
combatteva il soldato; in cui pensava 130
il capitano a statuirgli un posto,
egli a morirvi. A mercenarie genti
noi comandiamo, in cui più di leggieri
31
trovi il furor che la costanza: e’ corrono
volonterosi alla vittoria incontro; 135
ma s’ella tarda, se son posti a lungo
tra la fuga e la morte, ah! dubbia è troppo
la scelta di costoro. E questo evento
più che tutt’altro antiveder ci è forza.
Vil tempo in cui tanto al comando cresce 140
difficoltà, quanto la gloria scema!
Io lo ripeto, non è questo un campo
di battaglia per noi.
MALATESTI
Dunque?
TORELLO
Si muti.
Non siam pari al nemico; andiamo in luogo
dove lo siam.
MALATESTI
TORELLO
SFORZA
32
superbisce il nemico, e ai nostri indugi
sfacciato insulta.
TORELLO
SFORZA
PERGOLA
FORTEBRACCIO
SFORZA
Torello,
voi temete d’agguati? Anch’io dirovvi: 180
non son più quelle guerre, in cui minuti
drappelletti movean, con l’occhio teso
ogni macchia guatando, ogni rivolta.
Un’oste intera sopra un’oste intera
oggi rovescerassi: un tanto stuolo 185
si vince sì, ma non s’accerchia; ei spazza
innanzi a sé gl’intoppi, e fin ch’è unito,
33
dovunque sia, sul suo terreno è sempre.
FORTEBRACCIO
(a Pergola e Torello)
Siete convinti?
TORELLO
Sofferite...
MALATESTI
Io il sono.
Omai vano è più dir. Certo io mi tengo 190
che tutti andrete in operar d’accordo
più che non foste in divisar disgiunti.
Poi che un partito e l’altro ha il suo periglio,
scegliamo almen quel che più gloria ha seco.
Noi darem la battaglia: alla frontiera 195
io mi pongo coi miei; Sforza vien dietro
e chiude la vanguardia; il mezzo tenga
della battaglia Fortebraccio: e il nostro
ufizio sia con impeto serrarci
addosso al campo del nemico, aprirlo, 200
e spingerci a Maclodio. Voi, Torello,
e voi, Pergola, a cui sì dubbia sembra
questa giornata, io pongo in vostra mano
l’assicurarla: voi, discosti alquanto,
il retroguardo avrete. O la fortuna, 205
pur come suol, seconda i valorosi,
e rompiamo il nemico; e voi piombate
sopra i dispersi. Ma s’ei dura incontro
l’impeto nostro, e ci vedete entrati
donde uscir soli non possiam; venite 210
a noi, reggete i periglianti amici;
ché, per cosa che avvenga, io vi prometto,
retrocedere a voi non ci vedrete.
FORTEBRACCIO
SFORZA
Siatene certi.
34
FORTEBRACCIO
PERGOLA
FORTEBRACCIO
PERGOLA
Ebben, dite.
FORTEBRACCIO
Paura;
poi che volete ad ogni modo udirlo.
MALATESTI
Fortebraccio!
PERGOLA
MALATESTI
Da quel lato,
presso Maclodio è posto il Carmagnola.
Quegli fra noi che avere oggi pensasse 230
altro nemico che costui, sarebbe
un traditor: pensatamente il dico.
PERGOLA
35
Ritratto il voto che dapprima io diedi;
e il do per la battaglia: ella fia quale
predissi allor; ma non importa. Allora 235
potea schifarsi; or la domando io primo:
io son per la battaglia.
MALATESTI
Accetto il voto
ma non l’augurio: lo distorni il cielo
sul capo del nemico.
PERGOLA
O Fortebraccio,
tu m’hai offeso.
MALATESTI
Or via...
FORTEBRACCIO
MALATESTI
(in atto di partire)
PERGOLA
Io vi prometto 245
che oggi darem battaglia, e che di noi
non mancheravvi alcuno. O Fortebraccio,
non giunger onta ad onta; io ti ripeto,
tu m’hai offeso. Ascolta, io t’offro il modo
che tu mi renda l’onor mio, serbando 250
intatto il tuo.
FORTEBRACCIO
36
Che vuoi?
PERGOLA
FORTEBRACCIO
Io son contento.
Prendi quel posto; poi che il brami, è tuo.
O forte, or m’odi: ora m’è dolce il dirti
ch’io non t’offesi, no: per la fortuna
del signor nostro tu soverchio temi: 260
questo dir volli. Ma il timor che nasce
in cor di quel che ama la vita, e l’ama
più dell’onor, ma che nel cor del prode
muore al primo periglio ch’egli affronta,
e mai più non risorge, o valoroso, 265
pensavi tu?...
PERGOLA
MALATESTI
Io ci consento;
e son ben lieto di veder tant’ira
tutta cader sovra il nemico.
TORELLO
(allo Sforza)
Io stava 270
col Pergola da prima; ingiusto, io spero,
non vi parrà...
37
SFORZA
MALATESTI
SCENA IV
Campo veneziano. Tenda del Conte.
IL CONTE, un SOLDATO
SOLDATO
IL CONTE
SOLDATO
Qui tutti
fuor della tenda i principali; e stanno
gli ordin vostri aspettando.
IL CONTE
SCENA V
IL CONTE
38
ch’ei non mi volle udir, che invan pregai,
che ogni adito era chiuso, e che deriso,
solo, io partiva, e non sapea per dove,
oggi con gioia io lo rammento alfine. 285
Ti pentirai, dicea, mi rivedrai,
ma condottier de’ tuoi nemici, ingrato!
Io lo dicea; ma allor pareva un sogno,
un sogno della rabbia; ed ora è vero.
Gli sono a fronte: ecco mi balza il core: 290
io sento il dì della battaglia... E s’io...
No: la vittoria è mia.
SCENA VI
IL CONTE, GONZAGA, ORSINI, TOLENTINO,
altri CONDOTTIERI
IL CONTE
Compagni, udiste
la lieta nova: l’inimico ha fatto
ciò ch’io volea; così voi pur farete.
E il sol che sorge, a ognun di noi, lo giuro, 295
il più bel dì di nostra vita apporta.
Non è tra voi chi una battaglia aspetti
per farsi un nome, il so; ma questa sera
l’avrem più glorioso; e la parola
che al nostro orecchio sonerà più grata, 300
omai fia quella di Maclodio. Orsini,
son pronti i tuoi?
ORSINI
Sì.
IL CONTE
Corri all’imboscate
sulla destra dell’argine; raggiungi
quei che vi stanno, e prendine il comando.
E tu a sinistra, o Tolentino. E quindi 305
non vi movete, che non sia lo scontro
incominciato; quando ei fia, correte
alle spalle al nemico. Udite entrambi.
39
Se dell’insidie egli s’avvede, e tenta
ritrarsi, appena avrà voltato il dorso, 310
siategli addosso uniti: io son con voi.
Provochi, o fugga, oggi dev’esser vinto.
ORSINI
E lo sarà.
(parte)
TOLENTINO
T’ubbidirem, vedrai.
(parte)
IL CONTE
(agli altri)
CORO
40
lo straniero: il comune lignaggio
a ognun d’essi dal volto traspar. 20
Questa terra fu a tutti nudrice,
questa terra di sangue ora intrisa,
che natura dall’altre ha divisa,
e ricinta con l’alpe e col mar.
41
Ma negli ordini manchi e divisi
mal si regge, già cede una schiera;
già nel volgo che vincer dispera,
della vita rinasce l’amor.
42
e voglioso a quei campi v’attende
dove il vostro fratello perì.
ATTO TERZO
SCENA I
Tenda del Conte.
43
IL CONTE e IL PRIMO COMMISSARIO
IL CONTE
Siete contenti?
PRIMO COMMISSARIO
IL CONTE
Io già lo tengo.
Venezia è salva; ho liberata in parte
una grande promessa; ho fatto alfine
risovvenir di me tal che m’avea
dimenticato; ho vinto.
PRIMO COMMISSARIO
Ed or si vuole 20
assicurar della vittoria il frutto.
IL CONTE
PRIMO COMMISSARIO
44
voi la farete, né starem fin tanto
che non si giunga del nemico al trono. 25
IL CONTE
PRIMO COMMISSARIO
IL CONTE
PRIMO COMMISSARIO
IL CONTE
Vi siete
troppo affrettati.
PRIMO COMMISSARIO
IL CONTE
PRIMO COMMISSARIO
IL CONTE
Ve l’avrei detto 35
più volentier pochi momenti or sono;
pur convien ch’io vel dica. Io non mi voglio
45
allontanar di qui pria ch’espugnate
non sian le rocche che ci stan d’intorno.
Voglio un solo nemico, e quello in faccia. 40
PRIMO COMMISSARIO
IL CONTE
I vostri voti
più arditi son del brando mio, più rapidi
de’ miei cavalli;... ed io... la prima volta
è che mi sento dir pur ch’io m’affretti.
PRIMO COMMISSARIO
Ma pensaste abbastanza?
IL CONTE
E che! Sì nova 45
mi giunge una vittoria? E vi par egli
che questa gioia mi confonda il core
tanto che il primo mio pensier non sia
per ciò che resta a far?
SCENA II
IL SECONDO COMMISSARIO, e detti.
SECONDO COMMISSARIO
(al Conte)
Signor, se tosto
non correte al riparo, una sfacciata 50
perfidia s’affatica a render vana
sì gran vittoria; e già l’ha fatto in parte.
IL CONTE
Come?
SECONDO COMMISSARIO
46
I prigioni escon del campo a torme;
i condottieri ed i soldati a gara
li mandan sciolti, né tener li puote 55
fuor che un vostro comando.
IL CONTE
Un mio comando?
SECONDO COMMISSARIO
Esitereste a darlo?
IL CONTE
È questo un uso
della guerra, il sapete. È così dolce
il perdonar quando si vince! e l’ira
presto si cambia in amistà ne’ cori 60
che batton sotto il ferro. Ah! non vogliate
invidiar sì nobil premio a quelli
che hanno per voi posta la vita, ed oggi
son generosi, perché ier fur prodi.
SECONDO COMMISSARIO
IL CONTE
PRIMO COMMISSARIO
È questa
dunque una giostra di piacer? Non vince
per conservar, Venezia? E vana al tutto
fia la vittoria?
47
IL CONTE
PRIMO COMMISSARIO
SECONDO COMMISSARIO
IL CONTE
48
SECONDO COMMISSARIO
IL CONTE
SECONDO COMMISSARIO
IL CONTE
Io dissi
ch’io non potea: meglio or dirò: nol voglio.
Non più parole; con gli amici è questo
il mio costume antico, ai giusti preghi 120
soddisfar tosto e lietamente, e gli altri
apertamente rifiutar. Soldati!
SECONDO COMMISSARIO
IL CONTE
Or lo vedrete.
(a un Soldato che entra)
Quanti prigion restano ancora?
IL SOLDATO
Io credo
quattrocento, signor.
IL CONTE
49
Io ’l potrei certo... Ov’io
dessi un tal cenno, non s’udria nel campo
una repulsa; ma i miei figli, i miei
compagni del periglio e della gioia, 130
quei che fidano in me, che un capitano
credon seguir sempre a difender pronto
l’onor della milizia ed il vantaggio,
io tradirli così! Farla più serva,
più vil, più trista che non è!... Signori, 135
fidente io son, come i soldati il sono;
ma se cosa or da me chiedete a forza,
che mi tolga l’amor de’ miei compagni,
se mi volete separar da quelli,
e a tal ridurmi ch’io non abbia appoggio 140
altro che il vostro, mio malgrado il dico,
m’astringerete a dubitar...
SECONDO COMMISSARIO
Che dite!
SCENA III
IL CONTE
(ai Prigionieri)
UN PRIGIONIERE
IL CONTE
50
IL PRIGIONIERE
Noi fummo
gli ultimi a render l’armi. In fuga o preso
già tutto il resto, ancor per pochi istanti
fu sospesa per noi l’empia fortuna 155
della giornata; alfin voi feste il cenno
d’accerchiarci, o signor: soli, non vinti,
ma reliquie de’ vinti, al drappel vostro...
IL CONTE
IL PRIGIONIERE
Ed ora
ci fia sventura il non aver ceduto 165
che a voi, signore? E quelli a cui toccato
men glorioso è il vincitor, l’avranno
trovato più cortese? Indarno ai vostri
la libertà chiedemmo; alcun non osa
dispor di noi senza l’assenso vostro; 170
ma cel promiser tutti. Oh! se potete
mostrarvi al Conte, ci dicean: non egli
certo dei vinti aggraverà la sorte;
non fia certo per lui tolta un’antica
cortesia della guerra,... ei che sapria 175
esser piuttosto ad inventarla il primo.
IL CONTE
(ai Commissari)
51
ebben, ci rivedremo.
O giovinetto,
tu del volgo non sei; l’abito, e il volto
ancor più chiaro il dice; e ti confondi 185
con gli altri, e taci?
PERGOLA FIGLIO
O capitano, i vinti
non han nulla da dir.
IL CONTE
La tua fortuna
porti così, che ben ti mostri degno
d’una miglior. Quale è il tuo nome?
PERGOLA FIGLIO
Un nome
cui crescer pregio assai difficil fia, 190
che un grande obbligo impone a chi lo porta:
Pergola è il nome mio.
IL CONTE
PERGOLA FIGLIO
Il son.
IL CONTE
Vieni ed abbraccia
l’antico amico di tuo padre. Io era
quale or tu sei, quando il conobbi in prima. 195
Tu mi rammenti i lieti giorni, i giorni
delle speranze. E tu fa cor: fortuna
più giocondi princìpi a me concesse;
ma le promesse sue sono pei prodi;
e o presto o tardi essa le adempie. Il padre 200
52
per me saluta, o giovinetto, e digli
ch’io non tel chiesi, ma che certo io sono
ch’ei non volea questa battaglia.
PERGOLA FIGLIO
Ah! certo,
non la volea; ma fur parole al vento.
IL CONTE
SCENA IV
I due COMMISSARI
SECONDO COMMISSARIO
(dopo qualche silenzio)
PRIMO COMMISSARIO
53
C’è di più. Gli dissi
che a noi premea che s’inseguisse il vinto:
ei ricusò.
SECONDO COMMISSARIO
Ma che rispose?
PRIMO COMMISSARIO
Ei vuole
assicurarsi delle rocche... ei teme...
SECONDO COMMISSARIO
PRIMO COMMISSARIO
La parola a stento
gli uscia di bocca: ella parea risposta
all’indiscreto che t’assedia, e vuole
il tuo segreto che per nulla il tocca.
SECONDO COMMISSARIO
PRIMO COMMISSARIO
SECONDO COMMISSARIO
E s’egli
al suo signore antico, al primo ond’ebbe
onor supremi, all’alta creatura
della sua spada, più terror che danno
volesse far? fargli pensar soltanto 240
quel ch’egli era per lui, quel che gli è contro?
Tal nemico mostrarglisi, ch’ei brami
54
d’averlo amico ancor? S’ei non potesse
tutto staccare il suo pensier da un trono
ch’egli alzò dalla polve; ov’ebbe il primo 245
grado dopo colui che v’è seduto?
Se un duca ardente di conquiste, e inetto
a sopportar d’una corazza il peso,
che d’una mano ha d’uopo e d’un consiglio,
e al condottier lo chiede, e gli comanda 250
ciò ch’ei medesmo gl’inspirò, più grato
signor, più dolce al condottier paresse,
che molti, e vigilanti, e più bramosi
di conservar che d’acquistar, cui preme
sovr’ogni cosa il comandar davvero? 255
PRIMO COMMISSARIO
SECONDO COMMISSARIO
Teniamo
questo sospetto: il suo contegno, i nostri
accorgimenti il faran chiaro in breve,
o ad altro almen ci guideranno. Ei trama
certo. Colui che trama, e del successo 260
si pasce già, come se il tenga, ardito
parla ancor che nol voglia; e quei che sprezza
in faccia il suo signor, già in cor ne ha scelto
un altro, o pensa a diventarlo ei stesso.
No: da Filippo ei non è sciolto in tutto. 265
A quella stirpe onde la sposa egli ebbe
non è stranier: troppo gli è caro il nodo
che ad essa un dì lo strinse. In quella figlia,
che ha tanta parte in suo pensier, non scorre
col suo confuso de’ Visconti il sangue? 270
PRIMO COMMISSARIO
55
abbracciamenti! Oh! ciò durar non puote. 280
Che avviso è il vostro?
SECONDO COMMISSARIO
PRIMO COMMISSARIO
SECONDO COMMISSARIO
PRIMO COMMISSARIO
SECONDO COMMISSARIO
56
Il siamo.
PRIMO COMMISSARIO
Sta bene.
Riesca, o no, questo partito è il solo.
ATTO QUARTO
SCENA I
MARCO
MARINO
Io parlo in nome
di tutti lor. Vi si destina un grave
57
incarco, fuor di qui: se un argomento
di confidenza questo sia... la vostra 5
coscienza il diravvi.
MARCO
Essa mi dice
che scarsa al merto ed all’ingegno mio
dee la patria concederla, ma intera
alla fede ed al cor.
MARINO
La patria! È un nome
dolce a chi l’ama oltre ogni cosa, e sente 10
di vivere per lei; ma proferirlo
senza tremar non dee chi resta amico
de’ suoi nemici.
MARCO
Ed io...
MARINO
MARCO
MARINO
58
se nol sapete, se mostrar vi giova
di non saperlo, uditelo. Per ora
d’oggi si parli; non vogliam di tutta
la vostra vita interrogar che un giorno. 30
MARCO
MARINO
È nota
più a noi che a voi. Dalla memoria vostra
forse assai cose ha cancellato il tempo:
il nostro libro non obblia.
MARCO
Di tutto 35
ragion darò.
MARINO
59
odio privato, è invidia, è basso orgoglio
che non perdona al sommo, a chi tacendo 60
grida co’ fatti: io son maggior di voi.
Certo inaudito è un tal linguaggio: i Padri
nel lor Senato oggi l’udiro; e muti
si volsero a guardar donde tal voce
venìa, se uno straniero oggi, un nemico 65
premere un seggio nel Senato ardia.
Chiarito è il Conte un traditor; si vuole
torgli ogni via di nocere. Ma l’arte
tanta e l’audacia è di costui, che reso
ei s’è tremendo a’ suoi signori; è forte 70
di quella forza che gli abbiam fidata;
egli ha il cor de’ soldati; e l’armi nostre,
quando voglia, son sue; contro di noi
volger le puote, e il vuol. Certo è follia
aspettar che lo tenti; ognun risolve 75
ch’ei si prevenga, e tosto. A forza aperta
è impresa piena di perigli. E noi
starem per questo? E il suo maggior delitto
sarà cagion perché impunito ei vada?
Sola una strada alla giustizia è schiusa, 80
l’arte con cui l’ingannator s’inganna.
Ei ci astrinse a tenerla; ebben, si tenga:
questo è il voto comun. Che fece allora
l’amico di costui? Ve ne rammenta?
Io vel dirò; ché men tranquillo al certo 85
era in quel punto il vostro cor, dell’occhio
che imperturbato vi seguia. Perdeste
ogni ritegno, oltrepassaste il largo
confin che un resto di prudenza avea
prescritto al vostro ardor, dimenticaste 90
ciò che promesso v’eravate, intero
ai men veggenti vi svelaste, a quelli
cui parea novo ciò che a noi non l’era.
Ognuno allor pensò che oggi in Senato
c’era un uom di soverchio, e che bisogna 95
porre il segreto dello Stato in salvo.
MARCO
60
a me non men che altrui.
MARINO
Volete alfine
saper chi siete qui? Voi siete un uomo
di cui si teme, un che lo Stato guarda 105
come un inciampo alla sua via. Mostrate
che nol sarete; il darvene agio ancora
è gran clemenza.
MARCO
61
non può tener Venezia e il Carmagnola,
chi ci vieta disciorlo? Un’amistade
sì nobilmente stretta, or non potria
nobilmente finir? Come! anche in questo 145
un periglio si scorge! Il genio ardito
del condottier; la fama sua si teme,
de’ soldati l’amor! Se render piena
testimonianza al ver, colpa si stima;
se a tal trista temenza oppor non lice 150
la lealtà del Conte; il senso almeno
del nostro onor la scacci. Abbiam di noi
un più degno concetto; e non si creda
che a tal Venezia giunta sia, che possa
porla in periglio un uom. Lasciam codeste 155
cure ai tiranni: ivi il valor si tema
ove lo scettro è in una mano, e basta
a strapparlo un guerrier che dica: io sono
più degno di tenerlo; e a’ suoi compagni
il persuada. Ei che tentar potria? 160
Al Duca ritornar, dicesi, e seco
le schiere trar nel tradimento. Al Duca?
All’uom che un’onta non perdona mai,
né un gran servigio, ritornar colui
che gli compose e che gli scosse il trono? 165
Chi non poté restargli amico in tempo
che pugnava per lui, ridivenirlo
dopo averlo sconfitto! Avvicinarsi
a quella man che in questo asilo istesso 170
comprò un pugnal per trapassargli il petto!
L’odio solo, o signor, creder lo puote.
Ah! qual sia la cagion che innanzi a questo
temuto seggio fa trovarmi, un’alta
grazia mi fia, se fare intender posso
anco una volta il ver: qualche lusinga 175
io nutro ancor che non fia forse invano.
Sì, l’odio cieco, l’odio sol potea
far che fosse in Senato un tal sospetto
proposto, inteso, tollerato. Ha molti
fra noi nemici il Conte: or non ricerco 180
perché lo siano: il son. Quando nascoste
all’ombra della pubblica vendetta,
le nimistà private io disvelai;
quando chiedea che a provveder s’avesse
l’util soltanto dello Stato, e il giusto; 185
allora ufizio io non facea d’amico,
ma di fedel patrizio. Io già non scuso
il mio parlar: quando proporre intesi
62
che sotto il vel di consultarlo ei sia
richiamato a Venezia, e gli si faccia 190
onor più dell’usato, e tutto questo
per tirarlo nel laccio... allor, nol nego...
MARINO
MARCO
Allora,
dissimular nol vo’, tutte sentii
le potenze dell’alma sollevarsi 195
contro un consiglio... ah fu seguito!... Un solo
pensier non fu; fu della patria mia
l’onor ch’io vedo vilipeso, il grido
de’ nemici e de’ posteri; fu il primo
senso d’orror che un tradimento inspira 200
all’uom che dee stornarlo, o starne a parte.
E se pietà d’un prode a tanti affetti
pur si mischiò, dovea, poteva io forse
farla tacer? Son reo d’aver creduto
che util puote a Venezia esser soltanto 205
ciò che l’onora, e che si può salvarla
senza farsi...
MARINO
63
sovra quest’uomo è del Senato il voto;
compir si dee; voi, che farete intanto? 225
MARCO
MARINO
MARCO
Che importa
ciò ch’io brami, allo Stato? A prova ormai
sa che dell’opre mie non è misura 230
il desiderio, ma il dover.
MARINO
Qual pegno
abbiam da voi che lo farete? In nome
del Tribunale un ve ne chiedo: e questo,
se lo negate, un traditor vi tiene.
Quel che si serba ai traditor, v’è noto. 235
MARCO
MARINO
Riconoscete
che patria è questa a cui bastovvi il core
di preferire uno stranier. Sui figli
a stento e tardi essa la mano aggrava;
e a perderne soltanto ella consente 240
quei che salvar non puote. Ogni error vostro
è pronta ad obbliar; v’apre ella stessa
la strada al pentimento.
MARCO
Al pentimento!
Ebben, che strada?
64
MARINO
Il Mussulman disegna
d’assalir Tessalonica: voi siete 245
colà mandato. A quale ufizio, quivi
noto vi fia: pronta è la nave; ed oggi
voi partirete.
MARCO
Ubbidirò.
MARINO
Ma un’arra
si vuol di vostra fé: giurar dovete
per quanto è sacro, che in parole o in cenni 250
nulla per voi traspirerà di quanto
oggi s’è fisso. Il giuramento è questo:
(gli presenta un foglio)
sottoscrivete.
MARCO
(legge)
MARINO
MARCO
Io scrivo.
(prende il foglio e lo sottoscrive)
65
MARINO
SCENA II
MARCO
66
ch’egli medesmo accusa, e che gli preme
di trovar reo. Clemenza all’innocente!
Oh! il vil son io che gli credetti, o volli
credergli; ei la nomò perché comprese
che bastante a corrompermi non era 305
il rio timor che a goccia a goccia ei fea
scender sull’alma mia: vide che d’uopo
m’era un nobil pretesto; e me lo diede.
Gli astuti! i traditor! Come le parti
distribuite hanno tra lor costoro! 310
Uno il sorriso, uno il pugnal, quest’altro
le minacce... e la mia?... voller che fosse
debolezza ed inganno... ed io l’ho presa!
Io li spregiava; e son da men di loro!
Ei non gli sono amici!... Io non doveva 315
essergli amico: io la cercai; fui preso
dall’alta indole sua, dal suo gran nome.
Perché dapprima non pensai che incarco
è l’amistà d’un uom che agli altri è sopra?
Perché allor correr solo io nol lasciai 320
la sua splendida via, s’io non potea
seguire i passi suoi? La man gli stesi;
il cortese la strinse; ed or ch’ei dorme,
e il nemico gli è sopra, io la ritiro:
ei si desta, e mi cerca; io son fuggito! 325
Ei mi dispregia, e more! Io non sostengo
questo pensier... Che feci!... Ebben, che feci?
Nulla finora: ho sottoscritto un foglio,
e nulla più. Se fu delitto il giuro,
non fia virtù l’infrangerlo? Non sono 330
che all’orlo ancor del precipizio; il vedo,
e ritrarmi poss’io... Non posso un mezzo
trovar?... Ma s’io l’uccido? Oh! forse il disse
per atterrirmi... E se davvero il disse?
Oh empi, in quale abbominevol rete 335
stretto m’avete! Un nobile consiglio
per me non c’è; qualunque io scelga, è colpa.
Oh dubbio atroce!... Io li ringrazio; ei m’hanno
statuito un destino; ei m’hanno spinto
per una via; vi corro: almen mi giova 340
ch’io non la scelsi: io nulla scelgo; e tutto
ch’io faccio è forza e volontà d’altrui.
Terra ov’io nacqui, addio per sempre: io spero
ché ti morrò lontano, e pria che nulla
sappia di te: lo spero: in fra i perigli 345
certo per sua pietade il ciel m’invia.
Ma non morrò per te. Che tu sii grande
67
e gloriosa, che m’importa? Anch’io
due gran tesori avea, la mia virtude,
ed un amico; e tu m’hai tolto entrambi. 350
(parte)
SCENA III
IL CONTE e GONZAGA
IL CONTE
GONZAGA
Io favellai,
come imponesti, ai Commissari; e chiaro
mostrai che tutta delle vinte navi
riman la colpa e la vergogna a lui
che non le seppe comandar; che infausta 355
la giornata gli fu perché la imprese
senza di te; che tu da lui chiamato
tardi in soccorso, romper non dovevi
i tuoi disegni per servir gli altrui;
che l’armi lor, tanto in tua man felici, 360
sempre il sarian, se questa guerra fosse
commessa al senno ed al voler d’un solo.
IL CONTE
GONZAGA
Si mostrar convinti
ai detti miei: dissero in pria, che nulla
dissimular volean; che amaro al certo 365
de’ perduti navigli era il pensiero,
e di Cremona la fallita impresa;
ma che son lieti di saper che il fallo
di te non fu; che di chiunque ei sia,
68
da te l’ammenda aspettano.
IL CONTE
Tu il vedi, 370
o mio Gonzaga; se dai fede al volgo,
sommo riguardo, arte profonda è d’uopo
con questi uomin di Stato. Io fui con essi
quel ch’esser soglio; rigettai l’ingiuste
pretese lor, scender li feci alquanto 375
dall’alto seggio ove si pon chi avvezzo
non è a vedersi altri che schiavi intorno;
io mostrai lor fino a che segno io voglio
che altri signor mi sia: d’allora in poi
mai non l’hanno passato; io li provai 380
saggi sempre e cortesi.
GONZAGA
E non pertanto
dar consiglio ad alcuno io non vorrei
di tener, questa via. Te da gran tempo
la gloria segue e la fortuna; ad essi
util tu sei, tu necessario e caro, 385
terribil forse: e tu la prova hai vinta;
se pur può dirsi che sia vinta ancora.
IL CONTE
GONZAGA
IL CONTE
69
finger, tacere, antiveder, di cui
tanto li loda e li condanna il mondo
è meno assai di quel che al mondo appare. 400
GONZAGA
IL CONTE
No: tu li vedi
con l’occhio altrui: quando col tuo li veda,
tu cangerai pensiero. Havvene assai
di schietti e buoni; havvene tal che un’alta 405
anima chiude, a cui pensier non osa
avvicinarsi che gentil non sia:
anima dolce e disdegnosa, in cui
legger non puoi, che tu non sia compreso
d’amor, di riverenza, e di desio 410
di somigliarle. Non temer; non sono
di me scontenti; e quando il fosser mai,
io lo saprei ben tosto.
GONZAGA
IL CONTE
70
SOLDATO
Un foglio
di Venezia.
(gli porge il foglio, e parte)
IL CONTE
Vediam.
(legge)
Non tel diss’io?
mai non gli ebbi più amici: a loro il Duca
chiede la pace, e conferir con meco
braman di ciò. Vuoi tu seguirmi?
GONZAGA
Io vengo. 430
IL CONTE
GONZAGA
Ad un soldato
tu lo domandi?
IL CONTE
ATTO QUINTO
71
SCENA I
IL DOGE
(al Conte)
IL CONTE
IL DOGE
Il parlar vostro 20
accenna assai, ma poco spiega: un chiaro
parer vi si domanda.
IL CONTE
Uditel dunque.
Scegliete un duce, e confidate in lui:
72
tutto ei possa tentar; nulla si tenti
senza di lui: largo poter gli date; 25
stretto conto ei ne renda. Io non vi chiedo
ch’io sia l’eletto: dico sol che molto
sperar non lice da chi tal non sia.
MARINO
IL CONTE
Avrei
fatto di più: sotto alle mie bandiere
venian quei prodi; e di Filippo il soglio 35
voto or sarebbe, o sederiavi un altro.
IL DOGE
IL CONTE
E l’adempirli
sta in voi: se ancor nol son, n’è cagion sola
che la man che il dovea sciolta non era.
MARINO
IL CONTE
73
MARINO
Sventura è vostra
che a tal riferto il vostro oprar s’accordi,
che il rio linguaggio lo confermi, e il vinca. 50
IL CONTE
IL DOGE
IL CONTE
E qual?
IL DOGE
L’udiste.
IL CONTE
IL DOGE
IL CONTE
IL DOGE
74
IL CONTE
E m’invitaste a questo?
E taceste finor?
IL DOGE
IL CONTE
Io traditor! Comincio
a comprendervi alfin: pur troppo altrui 65
creder non volli. Io traditor! Ma questo
titolo infame infimo a me non giunge:
ei non è mio; chi l’ha mertato il tenga.
Ditemi stolto: il soffrirò, che il merto:
tale è il mio posto qui; ma con null’altro 70
lo cambierei, ch’egli è il più degno ancora.
Io guardo, io torno col pensier sul tempo
che fui vostro soldato: ella è una via
sparsa di fior. Segnate il giorno in cui
vi parvi un traditor! Ditemi un giorno 75
che di grazie e di lodi e di promesse
colmo non sia! Che più? Qui siedo; e quando
io venni a questo che alto onor parea,
quando più forte nel mio cor parlava
fiducia, amor, riconoscenza, e zelo... 80
Fiducia no: pensa a fidarsi forse
quei che invitato tra gli amici arriva?
Io veniva all’inganno! Ebben, ci caddi;
ella è così. Ma via; poiché gettato
è il finto volto del sorriso ormai, 85
sia lode al ciel; siamo in un campo almeno
che anch’io conosco. A voi parlare or tocca;
e difendermi a me: dite, quai sono
i tradimenti miei?
IL DOGE
IL CONTE
Io lo ricuso. 90
75
Ciò che feci per voi, tutto lo feci
alla luce del sol; renderne conto
tra insidiose tenebre non voglio.
Giudice del guerrier, solo è il guerriero.
Voglio scolparmi a chi m’intenda; voglio 95
che il mondo ascolti le difese, e veda...
IL DOGE
IL CONTE
Qui dunque
mi si fa forza? Le mie guardie!
(alzando la voce, si move per uscire)
IL DOGE
Sono
lunge di qui. Soldati!
(entrano genti armate)
Eccovi ormai
le vostre guardie.
IL CONTE
Io son tradito!
IL DOGE
Un saggio 100
pensier fu dunque il rimandarle: a torto
non si pensò che, in suo tramar sorpreso,
farsi ribelle un traditor potria.
IL CONTE
IL DOGE
76
IL CONTE
Un breve istante
udite in pria. Voi risolveste, il vedo,
la morte mia; ma risolvete insieme
la vostra infamia eterna. Oltre l’antico
confin l’insegna del Leon si spiega 110
su quelle torri, ove all’Europa è noto
ch’io la piantai. Qui tacerassi, è vero;
ma intorno a voi, dove non giunge il muto
terror del vostro impero, ivi librato,
ivi in note indelebili fia scritto 115
il benefizio e la mercé. Pensate
ai vostri annali, all’avvenir. Tra poco
il dì verrà che d’un guerriero ancora
uopo vi sia: chi vorrà farsi il vostro?
Voi provocate la milizia. Or sono 120
in vostra forza, è ver; ma vi sovvenga
ch’io non ci nacqui, che tra gente io nacqui
belligera, concorde: usa gran tempo
a guardar come sua questa qualunque
gloria d’un suo concittadin, non fia 125
che straniera all’oltraggio ella si tenga.
Qui c’è un inganno: a ciò vi trasse un qualche
vostro nemico e mio: voi non credete
ch’io vi tradissi. È tempo ancora.
IL DOGE
È tardi.
Quando il delitto meditaste, e baldo 130
affrontavate chi dovea punirlo,
tempo era allor d’antiveggenza.
IL CONTE
Indegno!
Tu mi rendi a me stesso. Tu credesti
ch’io chiedessi pietà, ch’io ti pregassi:
tu forse osasti di pensar che un prode 135
pe’ giorni suoi tremava. Ah! tu vedrai
come si mor. Va; quando l’ultim’ora
ti coglierà sul vil tuo letto, incontro
non le starai con quella fronte al certo,
che a questa infame, a cui mi traggi, io reco. 140
(parte il Conte tra i Soldati)
77
SCENA II
ANTONIETTA, e MATILDE
MATILDE
ANTONIETTA
MATILDE
O madre,
anch’io lo spero. Assai di notti in pianto,
e di giorni in sospetto abbiam passati.
È tempo ormai che, ad ogni istante, ad ogni 155
novella, ad ogni susurrar del volgo
più non si tremi, e all’alma combattuta
quell’orrendo pensier più non ritorni:
forse colui che sospirate, or more.
ANTONIETTA
78
MATILDE
Oh giorno!
ANTONIETTA
MATILDE
Felici istanti!
ANTONIETTA
MATILDE
ANTONIETTA
SCENA III
GONZAGA, e dette.
79
ANTONIETTA
GONZAGA
MATILDE
A chi sventura?
GONZAGA
O donne!
Perché un incarco sì crudel m’è imposto?
ANTONIETTA
GONZAGA
Il cielo 190
vi dia la forza d’ascoltarmi. Il Conte...
MATILDE
GONZAGA
ANTONIETTA
GONZAGA
80
ANTONIETTA
Ei traditore?
MATILDE
Oh padre! 195
ANTONIETTA
GONZAGA
ANTONIETTA
GONZAGA
Ei vive;
ma la sentenza è proferita.
ANTONIETTA
Ei vive?
Non pianger, figlia, or che d’oprare è il tempo. 200
Gonzaga, per pietà, non vi stancate
della nostra sventura; il ciel v’affida
due derelitte: ei v’era amico: andiamo,
siateci scorta ai giudici. Vien meco,
poverella innocente: oh! vieni: in terra 205
c’è ancor pietà: son sposi e padri anch’essi.
Mentre scrivean l’empia sentenza, in mente
non venne lor ch’egli era sposo e padre.
Quando vedran di che dolor cagione
è una parola di lor bocca uscita, 210
ne fremeranno anch’essi; ah! non potranno
non rivocarla: del dolor l’aspetto
è terribile all’uom. Forse scusarsi
quel prode non degnò, rammentar loro
quanto per essi oprò; noi rammentarlo 215
sapremo. Ah! certo ei non pregò; ma noi,
81
noi pregheremo.
(in atto di partire)
GONZAGA
MATILDE
ANTONIETTA
Oh figlia!
(partono)
SCENA IV
Prigione.
IL CONTE
82
E Marco, anch’ei m’avria tradito! Oh vile 240
sospetto! oh dubbio! oh potess’io deporlo
pria di morir! Ma no: che val di novo
affacciarsi alla vita, e indietro ancora
volgere il guardo ove non lice il passo?
E tu, Filippo, ne godrai! Che importa? 245
Io le provai quest’empie gioie anch’io:
quel che vagliano or so. Ma rivederle!
ma i lor gemiti udir! l’ultimo addio
da quelle voci udir! tra quelle braccia
ritrovarmi... e staccarmene per sempre! 250
Eccole! O Dio, manda dal ciel sovr’esse
un guardo di pietà.
SCENA V
ANTONIETTA
Mio sposo!...
MATILDE
Oh padre!
ANTONIETTA
IL CONTE
O misere, sa il cielo
che per voi sole ei m’è tremendo. Avvezzo 255
io son da lungo a contemplar la morte,
e ad aspettarla. Ah! sol per voi bisogno
ho di coraggio; e voi, voi non vorrete
tormelo, è vero? Allor che Dio sui boni
fa cader la sventura, ei dona ancora 260
il cor di sostenerla. Ah! pari il vostro
alla sventura or sia. Godiam di questo
abbracciamento: è un don del cielo anch’esso.
Figlia, tu piangi! e tu, consorte!... Ah! quando
83
ti feci mia, sereni i giorni tuoi 265
scorreano in pace; io ti chiamai compagna
del mio tristo destin: questo pensiero
m’avvelena il morir. Deh ch’io non veda
quanto per me sei sventurata!
ANTONIETTA
O sposo
de’ miei bei dì, tu che li festi; il core 270
vedimi; io moio di dolor; ma pure
bramar non posso di non esser tua.
IL CONTE
MATILDE
Oh gli omicidi!
IL CONTE
84
ire di Stato avversi fean gran tempo
de’ Carmagnola e de’ Visconti il nome.
Ma tu riedi infelice; il tristo oggetto
dell’odio è tolto: è un gran pacier la morte. 300
E tu, tenero fior, tu che tra l’armi
a rallegrare il mio pensier venivi,
tu chini il capo: oh! la tempesta rugge
sopra di te! tu tremi, ed al singulto
più non regge il tuo sen; sento sul petto 305
le tue infocate lagrime cadermi;
e tergerle non posso: a me tu sembri
chieder pietà, Matilde: ah! nulla il padre
può far per te; ma pei diserti in cielo
c è un Padre, il sai. Confida in esso, e vivi 310
a dì tranquilli se non lieti: Ei certo
te li prepara. Ah! perché mai versato
tutto il torrente dell’angoscia avria
sul tuo mattin, se non serbasse al resto
tutta la sua pietà? Vivi, e consola 315
questa dolente madre. Oh ch’ella un giorno
a un degno sposo ti conduca in braccio!
Gonzaga, io t’offro questa man che spesso
stringesti il dì della battaglia, e quando
dubbi eravam di rivederci a sera. 320
Vuoi tu stringerla ancora, e la tua fede
darmi che scorta e difensor sarai
di queste donne, fin che sian rendute
ai lor congiunti?
GONZAGA
Io tel prometto.
IL CONTE
Or sono
contento. E quindi, se tu riedi al campo, 325
saluta i miei fratelli, e dì lor ch’io
moio innocente: testimon tu fosti
dell’opre mie, de’ miei pensieri, e il sai.
Dì lor che il brando io non macchiai con l’onta
d’un tradimento: io nol macchiai: son io 330
tradito. E quando squilleran le trombe,
quando l’insegne agiteransi al vento,
dona un pensiero al tuo compagno antico.
E il dì che segue la battaglia, quando
sul campo della strage il sacerdote, 335
85
tra il suon lugubre, alzi le palme, offrendo
il sacrifizio per gli estinti al cielo,
ricordivi di me, che anch’io credea
morir sul campo.
ANTONIETTA
IL CONTE
MATILDE
No, padre...
IL CONTE
Ancora
una volta venite a questo seno;
e per pietà partite.
ANTONIETTA
Ah no! dovranno
staccarci a forza.
(si sente uno strepito d’armati)
MATILDE
Oh qual fragor!
ANTONIETTA
Gran Dio!
(s’apre la porta di mezzo, e s’affacciano genti armate; il capo di esse s’avanza verso il Conte: le
due donne cadono svenute)
IL CONTE
86
FINE DELLA TRAGEDIA
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