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Ager Publicus: I Gracchi. 133 123 122

I Gracchi, Tiberio e Gaio, sono stati due tribuni della plebe romani che hanno cercato di riformare la distribuzione delle terre pubbliche per sostenere i cittadini più poveri. Tiberio propose la Lex Sempronia Agraria, che limitava la quantità di terra pubblica che un cittadino poteva possedere e prevedeva la redistribuzione ai nullatenenti, ma fu assassinato dopo aver affrontato l'opposizione. Gaio, suo fratello, continuò le riforme, ma alla fine anche lui fu ucciso a causa delle tensioni politiche e sociali che le sue proposte avevano generato.

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Ager Publicus: I Gracchi. 133 123 122

I Gracchi, Tiberio e Gaio, sono stati due tribuni della plebe romani che hanno cercato di riformare la distribuzione delle terre pubbliche per sostenere i cittadini più poveri. Tiberio propose la Lex Sempronia Agraria, che limitava la quantità di terra pubblica che un cittadino poteva possedere e prevedeva la redistribuzione ai nullatenenti, ma fu assassinato dopo aver affrontato l'opposizione. Gaio, suo fratello, continuò le riforme, ma alla fine anche lui fu ucciso a causa delle tensioni politiche e sociali che le sue proposte avevano generato.

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I Gracchi.

I Gracchi sono stati due tribuni della plebe (erano due fratelli: Tiberio Sempronio Gracco era
il maggiore, Gaio Gracco il minore) che hanno rivestito questa carica il primo nel 133 a.C., e il secondo nel
123 e 122 a.C.1
Qual è, innanzitutto, il progetto politico di Tiberio Gracco? Ebbene, Tiberio Gracco denuncia,
sostanzialmente, il fatto che le leggi sull’ager publicus vengono sistematicamente violate dai grandi proprietari
terrieri. Ora, di queste leggi “sulla misura dei campi”, noi conosciamo soprattutto la disposizione contenuta
nelle leggi Liciniae Sextiae (367 a.C.), ma sappiamo anche che almeno un altro provvedimento successivo ne
aveva ritoccato alcuni aspetti (probabilmente aggiungendo un limite massimo al bestiame che poteva pascolare
sull’ager publicus), senza però mutarne la logica di fondo. Ebbene, Tiberio Gracco s’inserisce proprio in questa
tradizione normativa, e propone di portare a 1000 iugeri il tetto massimo di ager publicus che un cittadino
romano può legittimamente detenere. La vera novità della proposta di Tiberio, tuttavia, consiste nel fatto che
egli propone che chi possiede più di 1000 iugeri di ager publicus deve restituire l’eccedenza allo Stato, che si
occuperà poi di ridistribuirla ai cittadini più poveri in lotti di circa 30 iugeri ciascuno. Questi lotti, tuttavia,
verranno concessi a due condizioni: in primo luogo, infatti, saranno inalienabili, mentre in secondo luogo i
nuovi assegnatari dovranno pagare un canone.
Arrivati a questo punto, l’ulteriore domanda che dobbiamo porci è questa, e cioè: quali sono gli obiettivi
di Tiberio? Ebbene, se da un lato Tiberio vuole tentare di frenare l’abbandono delle terre attraverso una
distribuzione più equa di queste, permettendo così a un numero maggiore di cittadini di coltivare stabilmente
un proprio appezzamento, dall’altro lato Tiberio Gracco vuole anche arricchire questi piccoli proprietari
terrieri, consentendo loro di ottenere un reddito sufficiente a iscriversi nelle classi di censo: condizione
necessaria, questa, per prestare servizio militare. Come capiamo, dunque, la riforma di Tiberio Gracco è una
riforma che mira sì ad arricchire le classi meno abbienti, ma che allo stesso tempo vuole preservare quei
meccanismi che avevano reso possibile l’espansione di Roma. Un ruolo di primo piano lo ha poi sicuramente
giocato la prima rivolta servile, esplosa in Sicilia tra il 136 e il 132 a.C. (guidata da Euno): Tiberio capisce
infatti che affidare la produzione agricola ai piccoli proprietari romani e non alle masse di schiavi sarebbe stata
una scelta più saggia per la stabilità dello Stato.
Alla proposta di Tiberio, tuttavia, un altro tribuno della plebe, e cioè Marco Ottavio, vi pone il veto,
impedendone, di fatto, l’approvazione. A questo punto succede però qualcosa di del tutto inedito: Tiberio,
infatti, reagisce immediatamente al veto del collega proponendone la destituzione, cosa che effettivamente
avviene. Rimosso Ottavio, la legge viene quindi approvata: nasce così la Lex Sempronia Agraria.
Come funziona, concretamente, questa legge? Ebbene, innanzitutto era necessario che qualcuno gestisse
la divisione e la distribuzione dei lotti. Proprio per questo motivo fu dunque istituito un triumvirato agrario
di cui facevano parte lo stesso Tiberio, il fratello Gaio Gracco e Appio Claudio Pulcro. A questo organo venne

1
I Gracchi sono due importanti esponenti di una famiglia della nobilitas plebea imparentati con gli Scipioni. Il
padre è Tiberio Sempronio Gracco, uno dei generali che andò a combattere e contrattare in Spagna; la madre Cornelia,
figlia di Scipione l’Africano. Il matrimonio tra Cornelia e Tiberio sarà molto felice: avranno 12 figli. Scipione Emiliano
è loro cugino e cognato, sposerà infatti Sempronia, sorella dei Gracchi. I Gracchi hanno appoggi molto infuenti, come
Appio Claudio Pulcro e Gaio Porcio Catone.
poi affidato anche il compito di giudicare i ricorsi di coloro che sarebbero stati privati di terreni posseduti
illegalmente. Per avviare la riforma, tuttavia, era necessario un capitale iniziale; ebbene, non dobbiamo
dimenticare che nel 133 a.C. era nel frattempo morto Attalo III, re di Pergamo, fedele alleato di Roma, che,
non avendo eredi, aveva lasciato il proprio tesoro ai Romani. Ora, la cosa che noi dobbiamo sottolineare è che,
normalmente, la gestione delle finanze pubbliche, a Roma, spettava al senato, ma Tiberio coglie l’occasione e
propone di utilizzare l’eredità di Attalo III come capitale d’avvio per il suo progetto politico. Arrivato a questo
punto, come vediamo, Tiberio è tribuno della plebe, ha fatto destituire un collega e si è arrogato un ruolo nelle
finanze dello Stato: per i suoi avversari diventa quindi facile accusarlo di aspirare al potere personale.
Effettivamente, temendo ritorsioni a fine mandato, Tiberio decide di ricandidarsi al tribunato per l’anno
successivo: anche questa una scelta senza precedenti.
Durante le elezioni, tuttavia (che si tengono a luglio), il senato – ritenendo la candidatura illegittima –
chiede a uno dei consoli di sciogliere con la forza l’assemblea, ma a intervenire è il pontefice massimo Publio
Cornelio Scipione Nàsica, che, guidando un gruppo di uomini a lui fedeli, si dirige sul Campidoglio facendo
disperdere il comizio. Scoppiano naturalmente dei disordini, e Tiberio, rimasto solo con i suoi sostenitori, viene
ucciso, colpito – secondo la tradizione – con uno sgabello.
Alla morte di Tiberio, la Lex Sempronia Agraria non viene abrogata, e il triumvirato continua la sua
attività: dai dati censuari in nostro possesso risulta addirittura un aumento del numero dei cittadini, a conferma
del fatto che la redistribuzione delle terre sta proseguendo positivamente. Ebbene, è proprio in questo frangente
che si colloca l’azione di Publio Cornelio Scipione Emiliano (l’Africano minore).
Nel 129 a.C., infatti, l’Emiliano (che era sposato con Sempronia, sorella di Tiberio e Gaio Gracco), si
scaglia apertamente contro la Lex Sempronia Agraria, e riesce addirittura a far approvare un provvedimento
che sottraeva al triumvirato la competenza a giudicare i casi controversi trasferendola ai consoli. La domanda
sorge spontanea: perché l’Emiliano, che tra l’altro è legato ai Gracchi anche da uno strettissimo legame
familiare, si scaglia contro la legge agraria? Ebbene, la risposta è che l’Emiliano vuole difendere gli interessi
degli alleati italici. Così come i ricchi possidenti romani, infatti, anche i grandi proprietari terrieri italici
avevano seguito la prassi di occupare larghe porzioni di agro pubblico, mentre si trovavano, adesso, a doverne
restituire l’eccedenza a solo beneficio dei nullatenenti romani. La posizione dell’Emiliano riflette dunque la
loro protesta. La vicenda si conclude però tragicamente: nello stesso 129 a.C. l’Emiliano viene infatti trovato
morto nel suo letto.
Quattro anni dopo la vicenda dell’Emiliano, e quindi nel 125 a.C., il console Marco Fulvio Flacco,
vicino alle posizioni graccane, riconosce però la necessità di risarcire gli alleati per la perdita dei terreni, e
propone quindi di concedere loro la cittadinanza romana, laddove è forse inutile dire che la proposta non arriva
nemmeno alla votazione. Sintomo dell’irritazione degli alleati è la rivolta della colonia latina di Fregellae, a
cui Roma risponderà con violenza distruggendola completamente nello stesso 125 a.C. Come capiamo, quindi,
il rapporto tra Roma e alleati italici si inizia a fare sempre più complesso.
Nel 123 a.C. diventa poi tribuno della plebe Gaio Gracco, il fratello minore di Tiberio, e lo sarà per ben
due anni consecutivi (e quindi nel 123 e nel 122 a.C.). Gaio, comunque, concepisce un programma molto più
ampio rispetto a quello del fratello: in primo luogo, infatti, abolisce la legge voluta nel 129 a.C. dall’Emiliano,
restituendo al triumvirato la competenza sui casi controversi relativi all’ager publicus. Contemporaneamente,
poi, introduce nuove, ulteriori innovazioni, come, per esempio, la Lex Frumentaria, che prevedeva la vendita
di grano a prezzo calmierato per la plebe urbana, e la conseguente costruzione degli horrea Sempronia. Un
altro provvedimento importante fu quello della Lex Iudiciaria, con la quale le giurie dei tribunali permanenti
– in particolare quello istituito nel 149 a.C. per giudicare i reati di concussione dei governatori provinciali –
venivano affidate ai cavalieri invece che ai senatori. Ancora, poi, proporrà di fondare tre nuove colonie: due in
Italia (Taranto e Squillace), e una persino a Cartagine. Rimaneva però aperta la questione degli Italici. Marco
Fulvio Flacco, come sappiamo, nel 125 a.C. aveva proposto di concedere loro la cittadinanza romana, ma la
proposta era stata bocciata. Ebbene, Gaio Gracco propone allora una soluzione più moderata, e cioè concedere
la cittadinanza romana ai Latini, e quella di diritto latino agli Italici: anche questa proposta, tuttavia, viene
respinta1.
Nel frattempo, la popolarità di Gaio Gracco veniva sempre più scemando, e questo anche a causa
dell’azione di Marco Livio Druso, tribuno nel 122 a.C., che propose tutta una serie di misure demagogiche
(tra cui la fondazione di ben dodici colonie) che andarono a offuscare ulteriormente il prestigio di Gaio.
Quest’ultimo pensò infatti di ricandidarsi per il tribunato del 121 a.C., ma non fu rieletto.
A questo punto non dobbiamo dimenticare che nel frattempo la colonia di Cartagine richiedeva ancora
tutta una serie di operazioni per essere definitivamente organizzata e incardinata nel sistema romano; di
conseguenza, essendone stato lui il promotore, Gaio decide di recarsi sul posto con Marco Fulvio Flacco per
portare avanti tutte le procedure necessarie alla deduzione della colonia. Ebbene, proprio in questo frangente
accadde qualcosa che probabilmente per noi oggi è difficile da comprendere, ma che in realtà a Roma
funzionava benissimo come pretesto per eliminare eventuali avversari politici. Gli avversari di Gaio Gracco
affermarono infatti che i cippi confinari posti da Gaio Gracco e da Fulvio Flacco fossero stati abbattuti dai lupi,
episodio, questo, che venne quindi interpretato come un chiaro segno della volontà divina: gli dèi, cioè, non
avrebbero approvato la fondazione di quella colonia. Quando Gaio e Fulvio Flacco tornano quindi a Roma, un
tribuno della plebe a loro ostile propone una mozione per abolire la colonia, ma nel giorno in cui si deve
discutere e votare su questa mozione, il senato emana il senatus consultum ultimum, con l’obiettivo di

1
Gaio Gracco introduce altri importanti novità. Pensiamo, per esempio, al plebiscitum reddendorum equorum. Noi
infatti non dobbiamo dimenticare che i più ricchi della popolazione romana, quelli iscritti nelle 18 curie equestri,
ricevevano dallo Stato un cavallo e tutto ciò che era necessario per mantenerlo. Gracco vuole che i cavalieri, una volta
deciso di intraprendere la carriera politica, restituiscano questi cavalli. Un altro provvedimento andava a favore dei
publicani, esponenti del ceto equestre, e stabiliva che i publicani dovessero avere la prerogativa di andare a riscuotere la
tassa (in particolare la decima) in una nuova provincia che viene costituita dopola morte di Attalo III di Pergamo sul suo
territorio, la provincia d’Asia. Per quanto riguardava la proposta di concedere la cittadinanza agli Italici, sappiamo che
questo incontrò una fortissima resistenza. A tal proposito abbiamo un frammento di un discorso di Gaio Fannio, console
del 122 a.C., dove dichiara alla plebe urbana di Roma che se questa proposta di Gaio Gracco passerà essa (la plebe) non
avrebbe goduto più di alcun diritto.
sbarazzarsi definitivamente di Gaio Gracco 1 . Scoppiano infatti dei tumulti e Gaio Gracco si suicida,
probabilmente facendosi uccidere da uno schiavo – anche Fulvio Flacco perirà negli scontri2.

Guerra giugurtina (112-105 a.C.). Tra il 112 a.C. e il 105 a.C. Roma sarà coinvolta nella guerra
cosiddetta “giugurtina” (o “numidica”, perché combattuta in Numidia, appunto). Ora, noi già sappiamo che il
re dei Numidi, Massinissa, durante la seconda guerra punica aveva sostenuto con fedeltà Roma; Massinissa
sarà tra l’altro un personaggio molto longevo: morirà infatti nel 148 a.C., e quindi poco prima della distruzione
di Cartagine. A succedergli ci sarà il fatto Micipsa, che regnerà per circa trent’anni, e quindi, sostanzialmente,
fino al 118 a.C.
Ebbene, quando Micipsa muore, lascia più eredi: due figli legittimi, Iempsale e Aderbale, e un nipote
adottivo, Giugurta. Quest’ultimo aveva inoltre combattuto al fianco di Scipione Emiliano nell’assedio di
Numanzia, cosa che lo rende particolarmente gradito agli occhi di Roma. I tre, tuttavia, entrano
immediatamente in conflitto: Giugurta fa infatti uccidere Iempsale, mentre Aderbale si reca a Roma per
chiedere l’arbitrato del Senato. Ora, Roma decide sì di intervenire, ma con una soluzione che potremmo definire
di “compromesso”: si decide infatti per la spartizione del regno numidico in due parti, assegnando a Giugurta
la zona occidentale, e ad Aderbale quella orientale. Giugurta, però, deluso e amareggiato, attacca il territorio
di Aderbale, ne assedia la capitale (Cirta), e uccide il rivale. A Cirta, tuttavia, si trovavano in quel momento
anche numerosi commercianti italici e romani, che vengono tutti quanti uccisi durante il corso dell’assedio.
Arrivati a questo punto, è chiaro che Roma non può più ignorare la situazione: tuttavia, almeno inizialmente,
non si interviene con decisione: Roma era infatti impegnata a fronteggiare ben altre minacce, in particolare
quelle delle popolazioni germaniche, che spingevano sempre più verso le regioni del Nord Italia; tra il 111 e il
110 a.C. vengono dunque inviati dei consoli per risolvere il problema numidico, ma senza esito risolutivo.
Nel 109 a.C., infine, Roma si decide ad affidare il comando delle operazioni a Quinto Cecilio
Metello, ma nonostante le notevoli capacità militari di quest’ultimo, la guerra non giunge a una fine. Nel
frattempo a Roma la situazione si fa sempre più calda, e questo soprattutto per i cavalieri: non dobbiamo infatti
dimenticare che molti dei commercianti uccisi a Cirta appartenevano proprio a questo ceto. Gli equites
vogliono dunque un comandante che difenda con decisione i loro interessi, e proprio per questo motivo
riescono a far eleggere console, nel 107 a.C., Gaio Mario, un homo novus di origine equestre, e fanno sì che
il comando delle operazioni in Numidia passi da Metello a Mario.
Gaio Mario, eletto console nel 107 a.C., prende subito una decisione destinata ad avere degli effetti
enormi sulla storia di Roma: Mario si presenta infatti in senato per chiedere l’autorizzazione a indire una leva
militare, necessaria per raccogliere soldati in vista della campagna imminente. Il senato, naturalmente,

1
Ricorda l’intervento del console Lucio Opimio e che Caio Gracco si rifugia sull’Aventino.
2
Le riforme dei Gracchi vennero progressivamente smantellate. Intorno al 121 a.C. fu sancito per legge che i lotti
attribuiti fossero alienabili, sicché riprese la loro migrazione nelle mani dei più abbienti. Nel 119 a.C. venne posta fine
alle operazioni di recupero e rassegnazione delle terre, lasciando in concessione i possessi legittimamente occupati agli
attuali detentori, con il pagamento di un canone, e fu abolitala commissione agraria. Nel 111 a.C. con un’ulteriore legge
fu soppresso il tributo e le terre fino ad allora assegnate e quelle legalmente occupate furono trasformate in proprietà
privata.
acconsente, ma Mario introduce una novità decisiva: non organizza, infatti, una lega obbligatoria tradizionale,
bensì una leva volontaria, e soprattutto non esita ad arruolare anche i capite censi, andando di fatto contro
l’ordinamento serviano. Ebbene, questa decisione è fondamentale perché anticipa una tendenza che diventerà
poi tipica nel I secolo a.C., e cioè quando i soldati si legheranno in modo sempre più stretto ai loro generali,
dai quali dipenderanno per terra, bottino, pensione, diventando più fedeli a loro che allo Stato stesso.
Con il suo nuovo esercito, comunque, Mario si reca in Numidia, e nel 105 a.C. riesce finalmente ad avere
la meglio, e questo anche grazie all’azione diplomatica di Lucio Cornelio Silla, suo futuro avversario nelle
guerre civili, che riuscirà a convincere il re di Mauretania Bocco, suocero di Giugurta, a tradirlo.

Cimbri e Teutoni. Verso la fine del II secolo a.C., due popolazioni germaniche, i Cimbri e i Teutoni,
avevano iniziato un movimento migratorio verso sud, avvicinandosi sempre di più ai confini italiani. Questi,
infatti, scenderanno fino al Norico, e Roma li affronterà una prima volta nel 113 a.C., ma verrà sconfitta.
Successivamente, i Cimbri si sposteranno verso la Provenza, sulla costa mediterranea, dove si trova Marsiglia,
fedele alleata di Roma, ma nel 105 a.C., presso Arausio, i Romani subiranno una nuova, disastrosa sconfitta.
A questo punto sembrava quindi inevitabile che queste genti volessero entrare in Italia. I Romani,
consapevoli del rischio, ritengono a questo punto che solo Gaio Mario, reduce dal successo in Numidia, possa
essere in grado di affrontare una minaccia del genere, e difatti fu eletto console in assenza per ben cinque volte
di seguito (dal 104 al 100 a.C., e quindi finché perdurò la minaccia germanica) e gli fu affidato il comando
della guerra. Mario riuscì effettivamente a sconfiggere e i Cimbri e i Teutoni: questi ultimi nel 102 a.C. ad
Aquae Sextiae, e i primi nel 101 a.C. a Vercellae.

Eclissi politica di Mario; Saturnino e Glaucia. Mentre era costantemente impegnato sul fronte
militare, Mario aveva creduto utile appoggiarsi a Lucio Apuleio Saturnino, un nobile entrato in rotta con le
fazioni conservatrici del senato e che nel 103 a.C. aiuterà a essere eletto tribuno della plebe. In cambio,
Saturnino farà approvare una serie di provvedimenti.
Il primo di questi provvedimenti prevedeva la concessione di un premio ai soldati volontari che avevano
combattuto contro Giugurta. Poiché non era più possibile distribuire l’ager publicus in Italia, a questi veterani
vennero assegnati dei lotti di 100 iugeri in Africa.
Con un secondo provvedimento si andò poi a favorire la plebe urbana abbassando ulteriormente il prezzo
del grano, mentre con un terzo provvedimento si istituì un nuovo tribunale speciale, la qauestio de maiestate,
incaricato di giudicare i reati di altro tradimento. La definizione molto vaga di questi reati rendeva però il
tribunale uno strumento facilmente utilizzabile contro eventuali avversari politici.
Nel 100 a.C., comunque, Saturino fu rieletto di nuovo tribuno della plebe, e poiché si era già provveduto
alla sistemazione dei veterani della guerra numidica, bisognava adesso affrontare il problema di coloro che
avevano combattuto contro Cimbri e Teutoni. Proprio per questo motivo si decise dunque di fondare colonie
in Gallia Transalpina, stabilendo inoltre che potessero installarvisi anche Latini e Italici. La plebe urbana,
tuttavia, non traeva alcun vantaggio diretto da questi provvedimenti, e mal sopportava che Latini e Italici
ricevessero terre mentre a lei non veniva concesso nulla. In più, Saturnino impose ai senatori un giuramento
attraverso il quale questi si sarebbero impegnati a non opporsi alla sua legge: un atto, questo, naturalmente
percepito come gravemente offensivo e provocatorio.
La situazione politica diventa insomma esplosiva, e la crisi culmina quando Gaio Servilio Glaucia,
pretore vicino a Mario, nel 100 a.C. decide di candidarsi al consolato per l’anno successivo in aperto spregio
alla Lex Villia annalis; inoltre, poi, Glaucia uccise un suo avversario politico. Il senato non aspettava altro per
emettere il senatus consultum ultimum, e mise Mario di fronte a una scelta obbligata: o col senato, o contro il
senato con Saturnino e Glaucia. Mario, naturalmente, appoggiò il senato, ma andò così contro due personaggi
che lo avevano aiutato nella sua ascesa politica. Saturnino e Glaucia furono quindi eliminati, ma il prestigio
politico di Mario ne uscì fortemente compromesso.

La guerra sociale. Il I secolo a.C. si aprì tra forti tensioni politiche e sociali. La questione agraria era
ancora aperta; il conflitto tra cavalieri e senatori per il controllo delle giurie dei tribunali per i processi di
concussione si riaccendeva continuamente: Gaio Gracco aveva attribuito le giurie agli equites, poi i senatori
erano riusciti a riprenderne il controllo; infine, nel 100 a.C., Glaucia le aveva restituite ai cavalieri. La tensione
era insomma altissima1. Sullo sfondo rimaneva inoltre aperto il problema, mai risolto, degli alleati italici, che
chiedevano con sempre maggiore insistenza la cittadinanza romana.
Queste tensioni esplodono in tutta la loro virulenza a partire in particolare dal 95 a.C., anno della Lex
Licinia Mucia, che aveva istituito una commissione per verificare le richieste di cittadinanza romana che
venivano avanzate e per espellere da Roma ogni residente italico e latino che fosse risultato illegalmente
inserito nelle liste del censo, laddove è chiaro che ciò andò a irrigidire e a inasprire ancora di più i rapporti
tra Roma e alleati.
Ebbene, è proprio in questo clima di forte tensione che si colloca l’azione di Marco Livio Druso, tribuno
della plebe nel 91 a.C.
Marco Livio Druso propose infatti un programma riformatore che tentava di tenere insieme gli interessi
dei vari gruppi in conflitto. In primo luogo, infatti, propose di riconsegnare ai senatori i tribunali per le cause
di concussione, ma allo stesso tempo propose di portare il numero dei senatori da 300 ai 600 membri
inserendovi un buon numero di cavalieri. Ancora, poi, propose di fondare ben 12 colonie, da dedurre però sul
territorio delle comunità alleate, che sarebbero quindi state penalizzate da tale provvedimento. Allo stesso
tempo, però, propose ancora di concedere la cittadinanza romana agli alleati italici. Come vediamo, quindi, si
tratta di un tentativo di soluzione complessiva: dare qualcosa ai senatori, qualcosa ai cavalieri, qualcosa agli
alleati. Come sappiamo, però, queste riforme non riusciranno a prevenire lo scoppio della guerra sociale.

1
Non dobbiamo dimenticare la parabola di Publio Rutilio Rufo. Rufo servì come legato di Quinto Mucio
Scevolta, governatore della provincia d’Asia. Aiutando il suo superiore nei suoi sforzi di proteggere i provinciali dalle
malversazioni dei pubblicani, Rufo si guadagnò l’inimicizia dell’ordine equestre, al quale i pubblicani appunto
appartenevano. Nel 92 a.C. venne citato in giudizio con la grave accusa di estorsione ai danni di quegli stessi provinciali
che lui aveva fatto tutto il possibile per proteggere. L’accusa era naturalmente falsa.
Druso riesce infatti a far approvare dall’assemblea della plebe le prime due leggi (e quindi quelle sulla
composizione del senato e sui tribunali), ma un console a lui ostile ne ottiene poi l’annullamento. Il punto
centrale, però, riguardava quello della cittadinanza agli Italici, ed è proprio qui che la situazione si complica,
perché la terza legge non arriva nemmeno alla votazione. Prima che ciò avvenga, infatti, Marco Livio Druso
viene ucciso.
Quando gli alleati italici vedono che il loro principale referente a Roma è stato assassinato non esitano
a passare alla rivolta armata: è l’inizio della guerra sociale, che coprirà gli anni che vanno dal 91 all’88 a.C.
Gli storici, tuttavia, ritengono che tra gli alleati non ci fosse una totale unanimità di obiettivi: se le élites
dirigenti puntavano sicuramente alla cittadinanza e all’integrazione del corpo civico romano, infatti, le classi
meno abbienti, molto probabilmente, miravano addirittura all’indipendenza da Roma1.
Combattere una guerra contro gli alleati italici, comunque, non è affatto semplice: questi conoscono alla
perfezione le tecniche di combattimento romane, e ne sanno quindi individuare i punti deboli. Roma è allora
costretta a mobilitare tutte le sue forze e schiera in campo i suoi migliori generali: Silla, per esempio, ma anche
Gneo Pompeo Strabone, padre di Pompeo Magno. La guerra sarà effettivamente durissima: a cadere saranno
due consoli e numerosissimi soldati, e si concluderà solo nell’88 a.C.
Questa vittoria, tuttavia, avviene in modo un po’ paradossale: mentre combatte, di fatto, per non
concedere ai soci la cittadinanza, Roma, proprio durante la guerra, offre una serie di concessioni legislative per
andare incontro alle loro richieste.
La prima di queste leggi è del 90 a.C.: sto naturalmente parlando della Lex Iulia de civitate, che stabiliva
che gli alleati che non avevano partecipato alla rivolta o che si sarebbero comunque arresi entro un certo
termine, avrebbero ricevuto la cittadinanza romana. Per evitare uno sconvolgimento politico troppo brusco,
tuttavia, questi nuovi cittadini non sarebbero stati distribuiti indiscriminatamente tra le 35 tribù esistenti, ma
assegnati a un numero limitato di nuove tribù. In questo modo, infatti, anche se il corpo civico si sarebbe
allargato, le tribù degli ex alleati non avrebbero mai potuto costituire, da sole, la maggioranza nei comizi.
Dell’89 a.C. è poi la Lex Plautia Papiria, che estendeva la cittadinanza romana a quanti degli Italici si
fossero registrati presso il pretore di Roma entro sessanta giorni. Con la Lex Pompeia de Transpadanis, infine,
alle popolazioni a nord del Po veniva concessa la cittadinanza di diritto latino2.

1
La cosa interessante di questa guerra è l’organizzazione degli Italici, i quali partecipano in maniera molto intensa:
aderiscono a questa coalizione alleata italica gran parte delle popolazioni dell’Italia centro-appenninica con uno
sconfinamento anche in Pianura Piadana. Una cosa interessante di questa federazione di alleati italici è la struttura che si
danno per combattere contro Roma: si danno un ordinamento simile a quello romano, che prevede l’elezione di due
consoli, dodici pretori e un senato. In più, scelgono come capitale Corfinium, ubicata in Abruzzo, che chiamano “Italia”.
Inoltre coniano delle monete. Queste monete sono importanti perché sono la prima attestazione grafica di “Italia”. In più,
è la prima volta che si vede l’Italia come un’entità politica; è paradossale che non sia stata Roma a pensare ad una cosa
del genere.
2
Tutte le comunità romane e latine vengono trasformate in municipi. Questa creazione di municipi ha delle
importanti ripercussioni sull’organizzazione del territorio: da questo momento fino all’epoca di Augusto vediamo che i
territori interni, in particolare quelli della Transpadania, che avevano ancora una struttura insediativa senza presenza di
grandi centri urbani, erano oggetto ora di una vera e propria urbanizzazione. Questa Italia romana quindi vede anche un
grande processo di urbanizzazione, che trasforma l’assetto politico ed economico di queste aree.
Prima guerra mitridatica (89/88-85 a.C.); Silla. Mentre Romani e Italici si affrontavano nella guerra
sociale, una situazione sempre più allarmante era venuta a determinarsi in Oriente, dove il re del Ponto
Mitridate VI covava il progetto di cacciare i Romani dall’Asia. Roma, perfettamente consapevole del fatto
che Nicomede IV, re della Bitinia, era fortemente indebitato con i pubblicani romani, lo spinge a dichiarare
guerra a Mitridate (siamo nell’89 a.C.). La guerra va però malissimo per Nicomede: il suo esercito viene infatti
sconfitto. Nell’88 a.C. Mitridate si accorda poi segretamente con i magistrati delle città della provincia d’Asia
affinché, in un giorno prestabilito, vengano massacrati tutti i Romani e gli Italici lì presenti: è l’episodio, questo,
dei cosiddetti “vespri asiatici”, che costò la vita a migliaia di persone. Quando la notizia arriva a Roma, la
situazione si fa naturalmente caldissima, e nel frattempo Sanniti e Lucani, storici nemici di
Roma, colgono l’occasione per proporre a Mitridate un’alleanza finalizzata a liberarsi di Roma. Mitridate
accetta, ma prima vuole consolidare il suo controllo sull’Asia Minore. Nell’88 a.C. entra poi ad Atene, dove
viene accolto come un liberatore, laddove è chiaro che a questo punto Roma non può più restare inattiva, e si
decide quindi di affidare il comando delle operazioni al console Lucio Cornelio Silla, che si trovava impegnato
nell’assedio di Nola, roccaforte italica.
Mentre Silla accelerava le operazioni intorno a Nola per poter marciare al più presto contro Mitridate, il
tribuno della plebe Publio Sulpicio Rufo, a Roma, si adoperava per privarlo del comando della guerra e,
contemporaneamente, riprendeva il problema dell’inserimento dei nuovi cittadini italici nelle tribù romane.
Publio Sulpicio Rufo, alla fine, fece approvare il trasferimento del comando della guerra contro Mitridate da
Silla a Mario, che ritornava così sulla scena dopo un lungo periodo di eclissi politica. Appresa la notizia della
sua sostituzione, Silla non esitò a marciare su Roma, segnando, di fatto, l’inizio delle guerre civili.
Impadronitosi di Roma, Silla fece quindi dichiarare i suoi avversari nemici pubblici: Sulpicio fu infatti
eliminato, e Mario riuscì a stento a fuggire alla volta dell’Africa.
Silla, tuttavia, aveva comunque urgenza di partire per l’Oriente, cosa che effettivamente fece, ma durante
la sua assenza scoppiarono a Roma nuovi conflitti tra i suoi sostenitori e quelli di Mario, tra i quali spiccava
Lucio Cornelio Cinna, console dell’87 a.C. Grazie al suo intervento Mario torna infatti a Roma e viene eletto
console per la settima volta, anche se morirà dopo pochi mesi. A questo punto a prendere il sopravvento è
proprio Cinna, che viene rieletto console di anno in anno fino all’84 a.C., dando vita a un periodo che è stato
definito da Tacito come dominatio Cinniana. Cinna, comunque, verrà ucciso dalle sue stesse truppe nell’84
a.C.
Nell’86 a.C., nel frattempo, Silla aveva riconquistato Atene e ottenuto alcune importanti vittorie, ma
attento all’evolversi degli eventi a Roma, aveva fretta di chiudere le ostilità, e proprio per questo si giunse a
trattative di pace, che fu stipulata a Dardano, nella Troade, nell’85 a.C.
Nell’83 a.C. Silla sbarca dunque in Italia e affronta i mariani, ottenendo la vittoria definitiva nell’82 a.C.
con la battaglia di Porta Collina, alle porte di Roma.
Una volta padrone della situazione, Silla diede inizio a una fase di sistematica epurazione: compila infatti
le famose liste di proscrizione – le fonti parlano di liste che comprendevano migliaia di nomi (circa 4.700), e
di un numero altrettanto elevato di vittime effettive. Inoltre, poiché entrambi i consoli dell’82 a.C. erano morti
nel conflitto, il senato nominò un interrex, Lucio Valerio Flacco, il quale, invece di designare nuovi consoli,
presentò ai comizi una proposta (lex Valeria) che nominava Silla dictator legibus scribundis et rei publicae
constituendae, e cioè dittatore con l’incarico di redigere leggi e di organizzare lo Stato. È chiaro che questa
dittatura era molto diversa da quella tradizionale, a tempo determinato: quella di Silla era infatti illimitata e
non era nemmeno incompatibile con il consolato, che egli rivestì effettivamente nell’80 a.C. Forte del nuovo
provvedimento, Silla procede dunque alla nuova organizzazione dello Stato.
La prima questione da affrontare era squisitamente pratica: dove sistemare, cioè, i circa 120.000 soldati
che avevano combattuto per lui contro Mitridate e contro i mariani? Ebbene, Silla decide di collocarli in quelle
città che, durante la guerra civile, si erano schierate dalla parte di Mario, in particolare in Etruria e in Campania.
In questo modo, infatti, non solo andava a premiare i suoi veterani, ma andava anche a punire le comunità a lui
ostili.
Il senato, inoltre, fu portato da Silla a seicento membri, con l’immissione di suo numerosi partigiani; la
sua integrazione annuale venne però sottratta ai censori, e ne entravano a far parte automaticamente ogni anno
allo spirare della carica, al pari degli altri magistrati, i questori, che furono aumentati a venti. Questo nuovo
senato, numericamente rafforzato e politicamente fedele a Silla, riottenne il controllo dei tribunali che per anni
erano stati contesi tra cavalieri e senatori. Ancora, poi, furono totalmente ridimensionati i poteri dei tribuni
della plebe: chi avrebbe rivestito la carica di tribuno della plebe, infatti, non avrebbe più potuto accedere, in
seguito, ad altre magistrature; limitato fu il loro diritto di veto e praticamente annullato anche quello di proporre
leggi. Ancora, poi, vennero soppresse le distribuzioni frumentarie1.
Compiuta la riorganizzazione dello Stato, Silla abdicò dalla dittatura, e nel 79 a.C. si ritirò a vita privata
nei suoi possedimenti in Campania, dove morì l’anno successivo (78 a.C.).

Anni ’70 del I secolo a.C. Alla sua morte Silla lasciò irrisolti diversi problemi che occuperanno la
politica del decennio successivo. I principali riguardavano innanzitutto le liste di proscrizione: molti dei
proscritti erano infatti stati uccisi, altri ancora erano riusciti a fuggire. Dopo la morte di Silla ci si chiede quindi
se reintegrare questi uomini nel corpo civico romano e se sia possibile restituire i beni confiscati. La situazione,
però, è molto delicata: troppe persone si sono arricchite grazie a queste confische (pensiamo alla famiglia di
Crasso) e non hanno quindi alcuna intenzione di rinunciarvi. Un secondo problema riguardava i tribuni della
plebe, e un terzo, ancora, le giurie dei tribunali. Questi nodi, come sappiamo, verranno sciolti solo nel 70 a.C.,
anno del consolato congiunto di Pompeo e Crasso.
Già nel 78 a.C., tuttavia, il console Marco Emilio Lepido è intenzionato a smantellare l’ordinamento
sillano. Lepido mira infatti a reintrodurre le frumentazioni, a permettere il ritorno sulla scena politica di chi era
stato colpito dalle proscrizioni, e, ancora, a restituire ai tribuni della plebe i loro antichi poteri. Lepido,

1
Silla vuole depotenziare anche il potere di consoli e pretori. Di conseguenza, incide sulle età minime per riveriste
queste cariche, anche se queste modifiche non ci sono del tutto chiare. In più, pensa anche ad un’altra cosa: quando un
console è in carica non può contemporaneamente governare una provincia, o assumerebbe un potere troppo grande. Dato
che il numero delle province, a cui lui aggiunge anche la Gallia Cisalpina e la Cilicia, è 10, Silla aumenta il numero di
pretori ad otto e fa in modo che le province siano amministrate dagli otto pretori più i due consoli dell’anno precedente.
naturalmente, incontra una resistenza durissima. L’opposizione incontrata dai suoi progetti ebbe però l’effetto
di scatenare una rivolta in Etruria, e cioè lì dove erano state più pesanti le espropriazioni. Nel 77
a.C. Lepido fece quindi causa comune con i ribelli e marciò poi su Roma, ma verrà sconfitto dall’altro console
in carica Quinto Lutazio Catulo. Lepido fuggirà quindi in Sardegna, dove di lì a poco morirà.
Negli anni ’701 del I secolo a.C., inoltre, emergono due figure destinate a segnare per sempre la storia
romana: sto naturalmente parlando di Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso.
Dal punto di vista militare, comunque, negli anni Settanta non ci sono moltissime guerre, ma alcune
sono decisive. La prima di queste che dobbiamo ricordare è quella in Spagna contro il generale mariano Quinto
Sertorio, che verrà sconfitto da Pompeo.
Nel 73 a.C., poi, scoppierà la terza grande rivolta di schiavi (dopo le due siciliane del 140-132 e del 104-
100 a.C.), sto naturalmente facendo riferimento a quella che vedrà come protagonista Spartaco.
Spartaco, originario della Tracia, in gioventù era entrato nell’esercito romano, ma dopo aver disertato,
fu catturato e ridotto in schiavitù. Così come molti altri schiavi, anche Spartaco viene destinato a diventare
gladiatore, e viene quindi mandato in una scuola di gladiatori a Capua, città che possedeva il secondo anfiteatro
più grande d’Italia. Spartaco, tuttavia, riesce a fuggire con un gruppo inizialmente ridotto di compagni, ma la
loro fuga innescherà qualcosa di molto più grande: a Spartaco si uniranno infatti non soltanto altri schiavi, ma
anche contadini spossessati e persone di varia condizione, fino a formare un vero e proprio esercito. Questo
esercito che potremmo definire “improvvisato” riesce più volte a sconfiggere quello romano, ma tra i ribelli
mancava totalmente un piano preciso e unitario: Spartaco, per esempio, intendeva condurli al di là delle Alpi,
così da raggiungere il proprio paese d’origine, mentre altri, come Crisso, per esempio, preferivano
abbandonarsi al saccheggio. Nel 71 a.C., infine, Marco Licinio Crasso e Pompeo riescono però ad avere la
meglio, e la repressione sarà durissima: migliaia di prigionieri verranno infatti crocifissi lungo la via Appia.

Il consolato di Pompeo e Crasso (70 a.C.). Dopo la vittoria su Spartaco, Pompeo e Crasso diventano
gli uomini più prestigiosi di Roma, e difatti, nel 70 a.C., vengono eletti consoli, portando a compimento lo
smantellamento dell’ordinamento sillano.
Pompeo e Crasso restaurarono infatti nella loro pienezza i poteri dei tribuni della plebe; dopo un
intervallo di dieci anno furono poi di nuovo eletti i censori, che epurarono il senato di sessantaquattro membri
giudicati indegni e condussero il censimento, che fece registrare la cifra di 900.000 cittadini. Risolta infine fu
anche la questione delle giurie dei tribunali permanenti, togliendone l’esclusiva ai senatori e ripartendole in
proporzioni uguali tra senatori, cavalieri e tribuni aerarii, una categoria mal conosciuta ma il cui censo e i cui
interessi dovevano essere molto vicini a quelli dei cavalieri.

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Negli anni ’70 del I secolo a.C. viene istituita la nuova provincia di Cirene. Non dobbiamo dimenticare che si
continua a combattere contro Mitridate, il cui protagonista è adesso Lucio Licinio Lucullo, che tuttavia non riuscirà a
risolvere definitivamente la questione.
Pompeo e i pirati. Negli anni ’60 del I secolo a.C. viene affidato a Pompeo un compito di enorme
portata: risolvere, cioè, il problema dei pirati nel Mediterraneo. Questi pirati, con basi diffuse soprattutto in
Oriente, compivano continue incursioni, sequestri e saccheggi, mettendo chiaramente a rischio
l’approvvigionamento di grano verso Roma. Ebbene, già verso la fine degli anni Settanta si era deciso di
conferire un potere straordinario al padre del futuro Marco Antonio per risolvere il problema piratico, ma questi
fu sconfitto in una importante battaglia combattuta a Creta e perciò ribattezzato, in seguito, il
“Cretico”.
Fu a questo punto che si decise dunque di affidare il comando delle operazioni a Pompeo: un tribuno
della plebe, nel 67 a.C., propose infatti la Lex Gabinia de piratis, che suscitò immediatamente reazioni
contrastanti. Il senato fu infatti in gran parte contrario per timore di attribuire troppo potere a un solo uomo,
mentre due figure adesso emergenti, e cioè Gaio Giulio Cesare e Cicerone, la appoggiarono. La legge viene
alla fine approvata, e a Pompeo viene quindi conferito un imperium straordinario di durata triennale per
combattere e sconfiggere i pirati, cosa che effettivamente farà in appena tre mesi.

Pompeo in Oriente. Dopo che Pompeo ebbe sconfitto i pirati, nel 66 a.C. gli venne affidato un nuovo
incarico straordinario tramite la Lex Manilia de imperio Cn. Pompei; con questa legge Pompeo riceveva
poteri amplissimi, ma se in teoria il suo compito era “solo” quello di eliminare Mitridate, in pratica Pompeo si
spinse ben oltre.
In Oriente, infatti, Pompeo rimane dal 66 al 62 a.C., e qui (1) conquista il regno del Ponto di Mitridate,
che però riesce a fuggire in Crimea; (2) interviene in Armenia (dove costringe il re Tigrane a riconoscere la
propria sottomissione a Roma); (3) scende in Siria e la riduce a provincia romana. Si spinge poi fino a
Gerusalemme (4), dove profana il famoso tempio. In questo periodo viene poi a conoscenza del suicidio di
Mitridate, e rende province romane sia il Ponto sia la Bitinia.
Nel 62 a.C. Roma si trova così con tre nuove province orientali, frutto di iniziative che però erano andate
ben oltre il mandato originario concesso a Pompeo – che, ricordiamolo, era solo quello di sconfiggere
Mitridate.
La situazione a Roma mentre Pompeo è in Oriente. Mentre Pompeo è in Oriente, a Roma iniziano a
circolare timori: molti temono infatti che, al suo ritorno, possa ripetersi la situazione che si era già venuta a
verificare con Silla. I politici più ambiziosi cercano dunque di rafforzare la propria posizione così da poterlo
eventualmente contrastare. Tra questi personaggi c’è Marco Licinio Crasso, che tenta in particolare due mosse
– senza tuttavia avere successo. In primo luogo, infatti, propone di ridurre l’Egitto a provincia romana. Il re
d’Egitto Tolomeo XII Aulete, tuttavia, si “compra” il sostegno dei senatori più influenti per evitare che la
proposta di Crasso passi. In secondo luogo, poi, Crasso tenta di ingraziarsi le popolazioni a nord del Po
proponendo di concedere loro la piena cittadinanza romana, ma anche questa iniziativa non va in porto.
Accanto a Crasso troviamo poi Gaio Giulio Cesare, personaggio sempre più influente, che nel 65 a.C.
è edile. Cesare, come sappiamo, appartiene alla gens Iulia, una delle famiglie patrizie più antiche, ma
politicamente, potremmo dire, si muove come campione dei populares; non dobbiamo del resto dimenticare
che Cesare era nipote di Gaio Mario (Mario aveva infatti sposato Giulia, zia di Cesare). Ebbene, proprio nel
65 a.C. Cesare compie un gesto dal forte carattere simbolico: fa cioè ricollocare i trofei di Mario sul
Campidoglio. Questi trofei, eretti per la vittoria su Giugurta, erano stati rimossi da Silla dopo la vittoria nelle
guerre civili, laddove è chiaro che ripristinandoli Cesare vuole presentarsi, in un certo modo, come continuatore
della “tradizione mariana”.

63 a.C.: Cesare pontefice massimo; Catilina; consolato di Cicerone. Nel 63 a.C., anno del consolato
di Cicerone, Cesare viene eletto pontefice massimo. Sfruttando il prestigio della carica, sostiene indirettamente
una legge che prevedeva la distribuzione dell’ager publicus campano, una zona particolarmente fertile che
Roma aveva sempre esitato a distribuire, laddove la domanda che noi dobbiamo porci è questa, e cioè: perché
Cesare sostiene indirettamente questa proposta di legge? Ebbene, Cesare sostiene indirettamente questa
proposta di legge perché intuisce che Pompeo, una volta tornato dall’Oriente, vorrà chiedere delle terre per i
suoi veterani, e di conseguenza vuole avere un modo di influenzare questo tipo di decisione. La proposta,
tuttavia, viene bloccata, e questo soprattutto a causa dell’opposizione di Cicerone.
Il 63 a.C., comunque, è anche l’anno della congiura di Catilina, e cioè un patrizio sillano che si era
arricchito con le proscrizioni. Catilina tenta di candidarsi al consolato per il 63 a.C., ma viene battuto da
Cicerone. Subito dopo, viene processato per le violenze commesse nell’82 a.C. durante le proscrizioni sillane,
ma anche grazie all’intervento di Cesare viene assolto. Immediatamente dopo Catilina si candida nuovamente
per il consolato del 62 a.C., ma di nuovo viene sconfitto, e fu a questo punto che decise di passare alla rivolta
armata. La congiura di Catilina, tuttavia, viene scoperta: Cicerone ne individua infatti i principali organizzatori
(cinque), li fa arrestare e li condanna a morte. Noi non dobbiamo però dimenticare che secondo il diritto romano
Cicerone, prima di procedere con l’esecuzione, avrebbe dovuto concedere ai congiurati di appellarsi alla
provocatio ad populum, cosa che invece non farà. Catilina, che nel frattempo era fuggito in Etruria con uomini
a lui fedeli, morirà combattendo nel 62 a.C. nei pressi di Pistoia.

Il ritorno di Pompeo e il primo Triumvirato. Nel 62 a.C. Pompeo sbarca a Brindisi; la tensione si fa
altissima. Si teme infatti che marci su Roma con l’esercito. Pompeo, invece, invia al senato una lettera
rassicurante, affermando di non avere alcuna intenzione ostile e dichiarando che farà sciogliere le sue legioni.
Aveva però due richieste: (1) in primo luogo, infatti, vuole che vengano ratificati dal senato gli assetti territoriali
da lui decisi in Oriente; (2) in secondo luogo, poi, chiede delle terre per i suoi veterani. Il senato, tuttavia, non
ha alcuna intenzione di ratificare in blocco ciò Pompeo chiede, rinfacciandogli, di fatto, di averlo mandato in
Oriente solo per sconfiggere Mitridate. Sostiene inoltre di non avere terre disponibili da destinare ai suoi
soldati. Ebbene, fu a questo punto che Pompeo, profondamente deluso e amareggiato, Crasso, che non riusciva
a tutelare a pieno gli interessi propri e dei suoi sostenitori, e Cesare si avvicinarono, stringendo, nel 60 a.C., un
accordo di sostegno reciproco comunemente chiamato dai moderni «primo triumvirato». Tale definizione è
però impropriamente modellata sull’unico triumvirato che sia effettivamente esistito come magistratura della
Repubblica romana, e cioè quello ricoperto da Ottaviano, Antonio e Lepido a partire dal 43 a.C. il cosiddetto
«primo triumvirato» fu invece un accordo esclusivamente privato e segreto in base al quale Cesare, eletto
console per il 59 a.C., avrebbe goduto degli appoggi necessari per esercitare appieno il suo mandato e, inoltre,
varare una legge agraria che sistemasse i veterani di Pompeo; Crasso avrebbe ottenuto vantaggi per i cavalieri
e le compagnie di appaltatori che gli erano particolarmente legati. L’accordo diede immediatamente i suoi
frutti: nel 59 a.C. Cesare fu infatti eletto console.

Il consolato di Cesare (59 a.C.). Il consolato di Cesare del 59 a.C. non fu sicuramente gestito secondo
le regole: le misure che i triumviri avevano concordato tra di loro e che Cesare fece approvare una volta
console, furono infatti fatte approvare tramite la violenza. Stando alle fonti pare addirittura che Cesare
impedisse ai suoi avversari di prendere la parola.
Ebbene, noi sappiamo però che a Roma, una volta terminato il mandato per cui si era stati eletti,
bisognava rendere conto delle proprio azioni, e Cesare era perfettamente consapevole del fatto che, una volta
tornato un semplice privato, sarebbe stato attaccato per gli abusi commessi nel 59 a.C. Per scongiurare questo
rischio, aveva dunque bisogno di un “paracadute” politico, cosa che puntualmente avviene. A Cesare viene
infatti concesso un comando straordinario dopo la scadenza del consolato che consisteva in un comando
quinquennale che gli affidava il governo di tutta una serie di provincie, tra cui la Gallia Cisalpina, l’Illirico e
la Gallia Transalpina. A queste deliberazione si oppose, praticamente, solo Cicerone, ma a questo punto la sua
figura è già in declino: gli viene infatti rimproverato il fatto di aver condannato a morte i cinque capi della
rivolta di Catilina senza aver prima concesso loro la provocatio ad populum. Effettivamente, nel 58 a.C., il
tribuno della plebe Clodio Pulcro, con una legge ad personam, farà esiliare Cicerone proprio per questo
motivo, ma già nel 57 a.C. Cicerone tornerà a Roma, mentre, nel frattempo, Cesare era partito per la Gallia.
Cesare in Gallia. Scaduto il suo consolato, Cesare si dirige in Gallia. Ebbene, proprio qui, due
popolazioni tra loro confinanti, e cioè i Sequani e gli Edui, avevano sempre avuto un rapporto conflittuale.
Nel tentativo di risolvere questi contrasti, avevano commesso l’errore di chiedere l’aiuto di Ariovisto, re degli
Svevi, che soggioga entrambe. Nel frattempo gli Elvezi avevano tentato uno spostamento di massa che andò a
minacciare ulteriormente gli equilibri della regione. Gli Edui a questo punto chiesero dunque l’aiuto di Cesare,
che sconfigge gli Elvezi e poi Ariovisto. Dopo queste vittorie, molte popolazioni galliche passano dalla parte
di Cesare, la cui popolarità inizia quindi a crescere sempre di più. Questi successi, così come era avvenuto
poco tempo prima con Pompeo, iniziarono a mettere in allarme l’oligarchia romana: Cesare stava infatti
accumulano gloria militare, ricchezze, clienti. Inizia dunque a farsi strada l’idea di revocargli il comando
straordinario sulla Gallia, ma a questo punto Cesare, dopo aver incontrato già Crasso a Ravenna, nell’aprile
del 56 a.C. si riunì con lui e Pompeo a Lucca, dove i tra si accordarono su questo progetto: il comando di
Cesare in Gallia sarebbe stato prorogato di altri cinque anni; Pompeo e Crasso sarebbero stati eletti consoli per
il 55 a.C.; dopo il consolato questi ultimi avrebbero ricevuto come province per cinque anni Pompeo le due
Spagne e Crasso la Siria.
Tutto si svolse esattamente come i tre avevano programmato. Giunto in Siria nel 54 a.C., tuttavia, Crasso,
nel corso di una campagna contro i Parti, muore nel 53 a.C. nella disastrosa battaglia di Carre:
l’accordo a tre perdeva così uno dei suoi protagonisti.

Roma senza consoli; bande armate e Pompeo console unico. Trascorso l’anno del loro consolato
comune, mentre Crasso era partito per la Siria, Pompeo era rimasto in Italia. Tra il 54 e il 53 a.C. cominciarono
a venire meno i vincoli politici e familiari che univano Pompeo a Cesare (nel 54 a.C. era infatti morta di parto
Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo); l’anno seguente era scomparso Crasso. Ebbene, a partire da questo
momento, per ragioni in realtà difficili a cogliersi in tutte le loro sfumature, Pompeo iniziò ad accostarsi sempre
più alla fazione ottimate anticesariana.
Intanto la violenza e il caos politico dilagavano a Roma. Nel 53 a.C., tra veti e controveti, non si era
riusciti ad eleggere in tempo i consoli e fu proposto di nominare Pompeo dittatore. All’inizio del 52 a.C., poi,
l’anarchia giunse al colmo: sulla via Appia si affrontarono infatti le bande di Clodio e quelle di Milone: Clodio
fu però ucciso e i suoi fautori ne celebrarono i funerali tra tumulti indescrivibili. Il caos, insomma, era tale che
si decise di nominare Pompeo console senza collega. Cesare, nel frattempo, era ancora impegnato in Gallia:
sappiamo del resto che queste sue campagne ebbero anche un risvolto culturale: le sue esperienze qui
confluirono infatti nel De Bello Gallico. Dal punto di vista più squisitamente bellico, comunque, il momento
decisivo fu la grande rivolta guidata da Vercingetorige, che riuscì a unire diverse tribù galliche in una
coalizione antiromana. La rivolta culminò nella battaglia di Alesia: dopo uno scontro durissimo, Cesare riuscì
però a sconfiggere Vergingetorige, e l’anno successivo tutta la Gallia venne ridotta a provincia, ma fu proprio
qui che iniziarono i problemi per Cesare.

Inizio della guerra civile. Approfittando della situazione di caos, i nemici di Cesare avevano rialzato la
testa e non lasciarono intentato alcun mezzo per rimuoverlo in anticipo dalla sua carica e farlo tornare a Roma
da privato cittadino, sicuri così di poterlo mettere sotto accusa per il modo e i metodi con cui aveva condotto
la guerra (nonché in merito alla legittimità della stessa).
Cesare, come proconsole, era stato ininterrottamente assente da Roma dal 58 a.C., e il suo mandato, in
virtù delle proroghe ottenute, sarebbe scaduto, secondo Cesare (che computava dieci anni a partire dal 58 a.C.)
alla fine del 49 a.C.; secondo i suoi avversari, che calcolavano cinque anni dal momento del rinnovo della
carica fatto votare da Pompeo e Crasso nel 55 a.C., al più tardi nel 50 a.C.
A Roma si cercò di trovare un compromesso: per esempio c’era chi proponeva di permettere a Cesare di
candidarsi al consolato in absentia, ma alla fine ogni trattativa fallì. Fu a questo punto che Cesare, rompendo
ogni indugio, nel 49 a.C. varcò in armi il Rubicone, il territorio che segnava il confine tra la Gallia Cisalpina
e il territorio civico di Roma, dando così inizio alla guerra civile.
Pompeo, che in quel momento si trovava a Roma, decise di non affrontare Cesare in Italia, e questo
perché si rese conto che nella nostra penisola non godeva di un seguito importante. Quando Cesare oltrepassa
il Rubicone, infatti, le alleanze all’interno di Roma si distribuiscono tra le due parti, ma dal momento che
Pompeo, nel corso della guerra contro Mitridate, aveva sviluppato importanti rapporti di clientela in Grecia e
in Epiro, ritenne più opportuno partire alla volta dell’Oriente, per combattere, quindi, da una posizione di
vantaggio.
Cesare, effettivamente, inseguirà Pompeo, ma prima di fare ciò andrà in Spagna, dove si trovavano le
truppe pompeiane che controllavano la regione, che verranno sconfitte. Immediatamente dopo questa impresa
in Spagna Cesare raggiunge Pompeo in Grecia per affrontarlo direttamente in battaglia: a Farsalo, nel 48 a.C.,
Cesare vince, e Pompeo è costretto a fuggire in Egitto.

Pompeo in Egitto; Cesare e Cleopatra; guerra alessandrina. Quando Pompeo arriva in Egitto c’era
allora in atto una contesa dinastica tra Tolomeo XIII e Cleopatra VII. Tolomeo XIII, sapendo che Cesare era
in conflitto con Pompeo, pensa di guadagnarsi il favore di Cesare facendo uccidere il rivale. Cesare, tuttavia,
resta inorridito dal gesto: Pompeo era pur sempre un uomo romano, e appoggerà la sorella di Tolomeo XIII,
Cleopatra VII, a cui si legherà anche sentimentalmente. Nella guerra che seguirà, a uscirne vincitrice sarà
proprio Cleopatra, laddove non dobbiamo dimenticare che nel corso di questa guerra alessandrina, nel 47 a.C.,
ci sarà l’incendio della biblioteca di Alessandria.

Cesare dittatore perpetuo. Ebbene, noi sappiamo che Cesare muore nel 44 a.C.: dopo la guerra in
Egitto, dunque, non gli resta molto da vivere. La cosa per noi interessante, tuttavia, è che dal bellum
Alexandrinum fino alla morte, Cesare passa pochissimo tempo in Italia, e questo perché continuamente
impegnato in campagne militari in varie parti dell’Impero.
Cesare, infatti, affronta innanzitutto la questione orientale, dove Farnace, il figlio di Mitridate, stava
tentando di riorganizzarsi per ripristinare la situazione precedente all’intervento romano. Farnace verrà tuttavia
sconfitto a Zela. Nel 46 a.C. sarà poi in Africa, e nel 45 a.C. sarà nuovamente in Spagna, dove sconfiggerà
definitivamente le ultime resistenze pompeiane.
Ora, come capiamo, questi continui spostamenti obbligarono Cesare a delegare il potere a collaboratori
di assoluta fiducia: tra questi spiccano Marco Antonio e Marco Emilio Lepido, che saranno poi due dei tre
membri del secondo triumvirato.
Nel frattempo Cesare continua a cumulare sempre più potere. Già nel 48 a.C., mentre si trovava in
Egitto, era stato nominato dittatore; poi, prima di partire per la campagna d’Africa era stato eletto nuovamente
al consolato per il 46 a.C., e nello stesso 46 a.C. gli venne conferita la dittatura (questa volta rei publicae
constituendae, per riformare lo Stato) per dieci anni; nel 45 e nel 44 a.C. ricoprì ancora il consolato, e partire
dalla fine di febbraio del 44 a.C. cumulò il titolo di dittatore a vita, dictator perpetuus. Ad ogni modo, quello
che a noi interessa sottolineare è che anche se Cesare non fu quasi mai in Italia, ciò non significa che nel corso
della sua dittatura non portò comunque a termine importanti riforme. Tra queste possiamo sicuramente
individuarne alcune fondamentali.

Le riforme di Cesare. Uno dei problemi più urgenti che Cesare dovette affrontare era quello
concernente il problema dei debiti. Tra il 49 e il 48 a.C., infatti, e quindi in piena guerra civile, i collegamenti
economici tra la parte orientale e quella occidentale dell’Impero si erano fatti più difficoltosi, causando una
accentuata carenza di liquidità monetaria: la situazione era così grave che Cesare decise addirittura di ridurre
il numero dei beneficiari delle frumentazioni. Se quindi con Gaio Gracco per la prima volta si erano introdotte
le distribuzioni di grano a prezzo politico per circa 320.000 persone, con Cesare questo numero si abbasserà a
150.000 (per evitare che il denaro esca dall’Italia, poi, Cesare introduce dunque dei dazi sulle merci in arrivo
nella penisola).
La crisi di liquidità, comunque, incideva profondamente sul problema dei debiti, laddove Cesare proverà
a trovare una soluzione di compromesso stabilendo che i debitori debbano restituire quanto dovevano ai
creditori facendo riferimento ai valori precedenti al 48/49 a.C., e cioè prima dell’inflazione e delle alterazioni
monetarie. Le condizioni, dunque, erano più sfavorevoli, ma Cesare introduce comunque delle agevolazioni:
gli ultimi due anni di interessi vengono infatti condonati, e per chi è in arretrato con gli affitti viene condonato
l’ultimo anno.
Un secondo campo in cui Cesare è molto attivo è quello della colonizzazione: nelle province occidentali
promuove infatti un’intensa opera di fondazione e rifondazione di colonie che riguarderà numeri considerevoli:
si parla infatti di circa 80.000 coloni. Due casi simbolicamente importanti sono la rifondazione di Corinto
(distrutta, come sappiamo, nel 146 a.C.) e di Cartagine.
Cesare vuole poi allargare e rinnovare la classe dirigente, integrando nel sistema gruppi fino ad allora
marginali o penalizzati. Proprio per questo motivo aumenta dunque il numero dei senatori a 900. Ancora, poi,
in vista di una possibile suddivisione della Gallia in più province, Cesare ritiene necessario aumentare il
numero dei magistrati: i questori aumentano quindi a 40 e i pretori a 161.
Nel 44 a.C., poi, come sappiamo, Cesare era stato nominato dittatore a vita, e oltre alla dittatura si era
fatto attribuire le principali prerogative dei tribuni della plebe, pur essendo patrizio, e cioè l’intercessio e la
sacrosanctitas.
La goccia che fa traboccare il vaso è però l’episodio dei Lupercalia del 15 febbraio del 44 a.C. In
quest’occasione Marco Antonio offre infatti pubblicamente a Cesare una corona, in un gesto che appare dunque
come una proposta implicita di regalità. In realtà non è chiaro se questa scena sia stata preparata da Cesare e
dai suoi o orchestrata dai suoi nemici per compromettere la sua immagine; in ogni caso, alla reazione fredda
del popolo, Cesare rifiuta la corona. L’episodio fa tuttavia maturare l’idea che Cesare si sia ormai spinto troppo
oltre, e difatti di lì a poco ci sarà una congiura che lo eliminerà.

Le idi di Marzo. L’eccessiva concentrazione di potere, il moltiplicarsi di onori senza precedenti, il fatto
che ogni carriera politica potesse ormai svolgersi solo con l’appoggio e il consenso di Cesare, taluni
atteggiamenti suoi e di alcuni dei suoi più stretti collaboratori che parvero rivelare una inclinazione verso la
regalità (nel frattempo, tra l’altro, Cleopatra lo aveva raggiunto a Roma con il figlio), finirono per creare

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Cesare introduce anche il calendario Giuliano; si arroga il diritto di raccomandare agli elettori una parte dei
candidati alle magistrature più importanti; fa coniare monete con la sue effige e cambia il nome di un mese con il suo
nome, Luglio.
allarme non solo tra gli ex pompeiani superstiti e tra quanti tra senatori e cavalieri venivano colpiti nei loro
interessi, ma anche tra alcuni dei sostenitori di Cesare.
Nei primi mesi del 44 a.C., nel frattempo, Cesare aveva iniziato a preparare una grande campagna
militare contro i Parti coll’intenzione di ristabilire l’egemonia romana in Asia, ma a Roma venne messo in giro
ad arte un oracolo secondo il quale il regno dei Parti avrebbe potuto essere sconfitto solo da un re. Fu allora
ordita una congiura prima della sua partenza per l’impresa partica, programmata per la seconda metà di marzo:
alle idi di Marzo, dunque, e cioè il 15 marzo del 44 a.C., Cesare cadde trafitto dai pugnali dei cospiratori nella
curia di Pompeo.

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