Ripresa di Senocrate di Atene
(attivo fra 280 e 230 a.C.)
• Bisogna qui ricordare la differenza fra
aneddotica e storiografia. Senocrate, in
particolare elabora un Canone, cioè una
sequenza incatenata di artisti, dove a ciascuno è
attribuita un’innovazione o un miglioramento o
un perfezionamento dell’arte (pittura o scultura).
• Lo spunto gli viene forse dalle sequenze che
esprimevano il legame fra autori nelle scuole
filosofiche (diadochái), a garanzia dello sviluppo
crescente della ricerca e del pensiero
Canone – via e regola
• Si tratta di una modalità storiografica che non solo
ricostruisce gli eventi, ma indica anche la via del
progresso: costruisce cioè una storia normativa,
avvicinandosi indefinitamente al trattato.
• Oltre al Canone sicionio (quello di Senocrate), ne
esistettero infatti altri, che indicavano un vertice dell’arte
diverso e alternativo a quello senocrateo.
• Apollodoro di Atene (II a.C.), ad esempio, apprezzò
maggiormente il classicismo fidiaco e a lui si attribuisce il
«Canone pergameno», in realtà desunto dalle sue
Cronache, che a proposito dell’ellenismo introduce il
concetto di decadenza e ha predilezioni neoattiche e
classiciste
Canone sicionio
• La mediazione che Plinio ce ne lascia, non è di
prima mano: egli attinse forse a rielaborazioni di
età greca e ai compendi varroniani. Da
Senocrate, comunque, Plinio trae gli
importantissimi elenchi dei bronzisti e dei pittori
greci, con approfondimenti sulle figure maggiori,
cui aggiunge aneddoti (da Duride), giudizi e
ricchissime notizie sulle singole opere (forse
tratti da Pasitele, scultore del I sec.a.C.)
Un esempio: la sequenza sui
bronzisti
• E’ costruita come serie di giudizi sui
singoli, selezionati in base al progresso
personalmente indotto nell’arte.
• Ognuno è collocato sulla scala che
conduce al vertice (acmè) naturalistico e
mimetico, secondo il suo ruolo di heuretes
(scopritore) o teleiotes (colui che conduce
a fine) rispetto a un dato procedimento
rappresentativo.
• Ovviamente simile concezione sottende la
qualificazione tecnica delle arti e, nella
visione senocratea, esalta soprattutto il
valore assoluto di symmetría
(commensurabilità) e verosimiglianza…
ma anche di questa riesce a oltrepassare
il limite, giungendo alla chàris: la grazia.
Fidia (V a.C.), Particolare del fregio
del Partenone
• Fidia “aprì per primo
le porte all'arte della
scultura in bronzo”
• Pl., NH, XXXIV, 54.
- Pheidias, oltre lo Zeus Olimpico, che nessuno ha mai
tentato di emulare, fece, pure in avorio, a Atene
un'Atena, che è nel Partenone, in piedi; di bronzo poi,
oltre l'Amazone suddetta, un'Atena di tanta venustà
che fu chiamata la «Bella». Fece anche un kleidoûchos
o «portiere con le chiavi», e un'altra Atena che Paolo
Emilio dedicò nel Tempio della «Fortuna dell'oggi » ; e
parimenti due statue palliate che Catulo pose nello
stesso tempio, e un altro colosso nudo.
• Il giudizio su Pheidias bronzista si riassume
meritamente così: egli aprì per primo le porte all'arte
della scultura in bronzo, e ne mostrò la via e il
metodo.
Policleto (V secolo a. C.)
Doriforo (copia di età romana)
doriforo_di_policleto
• Se Fidia “aprì per
primo le porte all'arte
della scultura in
bronzo”, Policleto ne
condusse la scienza
al massimo splendore
• Pl. NH, XXXIV, 55-56
«Polykleitos […] fece il diadumeno mollemente giovinetto, famoso per il
prezzo di 100 talenti, e il doriforo virilmente adolescente. Fece anche quella
statua che gli artefici chiamano «canone » o regola, prendendo da essa le
misure e le linee dell'arte, come da una data legge; a lui solo tra gli artisti si
riconosce il merito di aver concretato e realizzato la sua teoria artistica in
un'opera d'arte. Fece anche l'atleta che si deterge collo strìgile
(apoxyomenos); e il giovanetto nudo che assale col dado (« astragalobólos »)
e due fanciulli parimenti nudi che giuocano ai dadi, cioè gli « astragalizontes »
e si trovano nell'atrio dell'imperatore Tito - si giudica generalmente
quest'opera - come quanto di più perfetto esista -; e ancora lo Hermes che fu
a Lisimachia; lo Herakles che è a Roma; il Condottiero che afferra le armi;
Artemone che fu detto il periphòretos. o « portato in lettiga ». Si giudica che
Polykleitos abbia portato al massimo splendore questa scienza ed abbia
perfezionato la scultura in bronzo come Pheidias la istituì. E' sua
caratteristica aver escogitato che le statue poggiassero su di una gamba;
tuttavia Varrone dice esse sono «quadrate », (cioè: armonicamente
costituite sulla corrispondenza di ogni quattro elementi) e quasi tutte simili
al modello.»
Mirone (attivo nel V a.C.),
Discobolo (copia romana del II sec. d.C.)
• Mirone movimentò le
statue “segmentando
e scomponendo la
verità”
Pl. NH, XXXIV, 57
• «Sembra che Myron sia stato il primo a
moltiplicare - segmentandola e
scomponendola - la verità, più vario di
ritmi rispetto a Polykleitos, e più
scrupoloso in fatto di simmetria; però
anch'egli, preoccupandosi eccessivamente
del corpo, non curò l'espressione dei
sentimenti dell'animo, e lasciò capelli e
pube stilizzati e schematici come si usava
in epoca arcaica.»
Pitagora (nato a Samo e vissuto in
Magna Gracia, V a.C.)
• Pitagora seppe
rendere vene, nervi e
capelli
?
Non esistono certezze in merito alle opere di
questo scultore. Tuttavia, secondo alcuni, egli
potrebbe esser l’autore dei bronzi di Riace.
Lisippo (IV a.C.), Apoxyomenos
(copia romana, Museo Pio-Clementino)
• Lisippo seppe
infondere
un’espressività nuova
ai suoi soggetti,
mutando le regole
proporzionali per
giungere a
rappresentare uomini
e animali “come
all'occhio appaiono
essere”
Pl. NH, XXXIV, 61-65
« Duride dice che Lysippos di Sicione non fu discepolo di alcuno, e
che, dapprima fabbro bronzista, prese coraggio e osò affrontare le
difficoltà dell'arte in seguito al responso del pittore Eupompo. Era stato
domandato infatti a costui chi fosse il suo modello tra i maestri
antecedenti, ed Eupompo aveva risposto, mostrando la folla, che si
doveva imitare la natura non un artista.
Fece più statue Lysippos di ogni altro, artista, come abbiamo detto di
genio fecondissimo: fra esse notevole l'Atleta che si deterge
(apoxyomenos) che Marco Agrippa dedicò davanti alle sue Terme.
Questa statua piaceva molto a Tiberio, il quale dando libero corso al
suo desiderio - egli che sapeva controllar così bene se stesso al
principio del suo regno - la fece trasportare nella sua stanza da letto,
sostituendo un'altra statua al posto di quella. Ma tanta fu l'avversione
del popolo romano da chiedere con grande clamore in pieno teatro che
fosse rimesso al suo posto l'apoxyomenos; e il principe dovette cedere,
egli pur così morbosamente geloso di quella statua.
E' famoso Lysippos per la Suonatrice di flauto ebbra, per i cani e la
caccia, ma soprattutto per la quadriga col Sole fatta per i Rodii.»
Pl. NH, XXXIV, 61-65
«Fece anche molti ritratti di Alessandro Magno cominciando da quando era
fanciullo; quest'ultima statua di Alessandro fanciullo Nerone, cui piaceva
moltissimo, la fece dorare ; ma poi, il costoso ornamento avendo cancellato
la bellezza artistica, fu di nuovo tolto l'oro, e così veniva riputata ancora più
preziosa di prima, appunto perché rimanevano visibili le cicatrici e le incisioni
che avevano servito a fare aderire l'oro.
Lisippo fece anche Efestione, amico di Alessandro Magno, statua che
attribuiscono anche a Polykleitos, mentre costui visse quasi cento anni prima
[ecc. ...]
E' fama che Lysippos abbia contribuito molto al progresso dell'arte
statuaria, dando una particolare espressione alla capigliatura;
rimpicciolendo la testa rispetto agli antichi, e riproducendo il corpo più
snello e asciutto; onde la statua sembra più alta. Non c’è una parola
latina per rendere il greco «symmetria », che egli osservò con
grandissima diligenza sostituendo un sistema di proporzioni nuovo e
mai usato alle stature « quadrate » degli antichi. E soleva dire
comunemente che essi riproducevano gli uomini come erano, ed egli
invece come all'occhio appaiono essere. Una sua caratteristica è di aver
osservato e figurato i particolari e le minuzie anche nelle cose più piccole.»
L’idea di progresso …
*quali significati può avere
rispetto alle arti?
*e sopravvive oggi?
La ‘tradizione’
• Un obbligo o una scelta?
• Significato dei revivals
Esercizio
• … mai costringere un testo al livello delle
nostre antologie….
• Vediamo qualcosa de «l’altro Plinio»
Il gusto al tempo di Plinio
• XXXV, 2.– «E per prima cosa parleremo di ciò
che resta ancora da dire sulla pittura, arte un
tempo famosa, quando era ricercata da re e da
popoli, e che rendeva famosi gli altri, quelli che
essa si degnava tramandare ai posteri; e che
ora invece è stata completamente scacciata e
sostituita dal marmo, anzi addirittura dall'oro; e
non solo in guisa che tutte le pareti ne vengan
coperte, ma anche usando marmo segmentato o
traforato, e riquadri a mosaico di vario colore in
figura di cose e di animali».
• 3. – «Non piacciono ormai più le mense, né gli spazi
che distendono le tessere scavate dai monti nelle
nostre camere da letto; abbiamo cominciato anche a
dipingere sul marmo. Quest'uso ebbe inizio sotto
Claudio; con Nerone poi si disseminarono delle
macchie che non erano nelle lastre di marmo, per
variane la uniformità; in modo che il marmo di
Numidia presentasse variazioni di colore a mo' di
uovo, e quello di Synnade fosse venato di porpora :
come cioè il nostro lusso vorrebbe che nascessero.
Così si supplisce alla deficiente eleganza del
marmo; e pare che il lusso, agendo così, voglia far
distruggere quanto più è possibile dagli incendi».
L’origine della pittura
• 15. (5) – «Sugli inizi della pittura regna grande
incertezza, e del resto la questione esula dal
compito nostro. Gli Egizi dicono che fu inventata da
loro seimila anni prima che passasse in Grecia:
vana pretesa, come è di per sé chiaro. I Greci
dicono, alcuni che fu trovata a Sicione, altri a
Corinto; tutti però concordano nel dire che nacque
dall'uso di contornare l'ombra umana con una linea.
Pertanto la prima pittura fu così; la seconda fu a
colori unici, detta poi monochromatos quando già
era in uso quella più complicata, a vari colori. La
pittura monocromatica dura tal quale anche
adesso».
Tecniche
• 49. (31) – «Tra tutti i colori amano la creta e ricusano di
esser dati a fresco sull'intonaco umido il purpurisso,
l'indico, il ceruleo, il melino, l'auripigmento, l'appiano, la
cerussa. La cera nelle pitture a fuoco - cioè a dire
nell'encausto - si tinge coi medesimi colori; è una tecnica
poco usata nelle pitture parietali, ma comune nelle navi
da guerra e anche in quelle da trasporto; poiché noi
dipingiamo anche i mezzi che ci espongono ai pericoli -
nessuno si meravigli che un bel giorno si dipingano
anche i roghi per la cremazione ! - e piace che quelli i
quali vanno a combattere fino alla morte o almeno fino al
sangue siano trasportati con fasto elegante. E per
questa visione di tanti colori in tanta varietà ci sentiamo
spinti ad ammirare gli antichi».
Vitruvio
• Marco Vitruvio Pollione visse nel I sec. a.C, cioè in un
periodo anteriore a quello in cui Plinio scrisse la sua
Historia. E anch’egli, come il naturalista, approfittò
largamente, per i suoi studi, delle fonti greche, mediate
dai manuali romani.
• Il De architectura è un trattato in senso stretto, non usa
cioè le informazioni pregresse a scopo divulgativo, ma le
ricodifica entro un nuovo sistema, che mira a fissare una
regola esemplare per l’arte del costruire.
• Si tratta di dieci libri, idealmente distribuiti in diverse
sezioni: scienza e preparazione dell’architetto (I) per la
costruzione di opere pubbliche (II-V) e private (VI-VIII);
gnomonica (cioè l’arte di costruire strumenti per
calcolare il tempo e studiare il firmamento, libro IX);
meccanica (X).
• il suo stile arcaico, tardo-repubblicano, è aspro, animato
soltanto dal lessico tecnico. Il che per noi è
particolarmente importante.
Datazione incerta (s.d.)
• Un sistema di rimandi interni permette comunque un
minimo di orientamento: Vitruvio cita spesso Giulio
Cesare; inoltre qualifica Ottaviano come Imperator, cita
il Portico di Metello (distrutto poco dopo il 27 a.C. per
far spazio al Portico d’Ottavia, ch’egli non conosce): se
ne evince che scrive in un momento in cui Ottaviano,
figlio adottivo di Giulio Cesare, ha già guadagnato il
potere su Roma, ma non ha ancora assunto il titolo di
Augustus (il che avverrà nel 27 a.C.). D’altra parte
l’architetto, in almeno un caso, menziona un Aedes
Augusti. Ciò farebbe pensare a una stesura durativa,
che abbraccia la dominazione di Ottaviano (30 a.C. – 14
d.C.), ma è in gran parte precedente al 27 a.c..
Vitruvio, De Architectura, Prefazione, I, 2-3
Architettura e potere
«Prefazione. I. –Finché la tua mente divina e il Genio tuo, o
Cesare imperatore attendevano a conseguire l'imperio del
mondo col vittorioso debellamento di tutti i nemici; e mentre tutti
i cittadini si gloriavano del tuo trionfo e della tua vittoria, e i vinti
tutti pendevano dal tuo cenno, e il popolo romano e il Senato,
liberato dal timore, eran governati dal tuo magnanimo e
ponderato consiglio, non osavo - in mezzo a tante e sì grandi
occupazioni - pubblicare i miei prolissi ed astrusi scritti
sull'architettura, nel timore di incontrare il tuo disappunto,
frastornandoti in un momento poco adatto.»
Vitruvio, De Architectura, Prefazione, I, 2-3
Architettura e potere
«2 - Ma vedendo [...] che tu hai cura non solo della vita
comune di tutti e della costituzione dello Stato, ma anche
della opportunità dei pubblici edifici, in modo che la
repubblica non solo si ingrandisca di provincie, ma che la
maestà dell'impero riceva il suo suggello da uno
straordinario incremento di edifici, stimai non dover
rimandare l'immediata pubblicazione di quell'opera
dedicata a Te; tanto più che, anzitutto io ero già noto al tuo
Genitore per i miei studi, e di lui ammiravo il valore; e in
secondo luogo, quando gli Dei lo accolsero nelle sedi
immortali e trasferirono nelle tue mani l'impero,
quell'ammirazione che ho conservato della sua memoria mi
conciliò il Tuo favore. […]»
Vitruvio, De Architectura, Prefazione, I, 2-3
Architettura e potere
«3 - Essendo quindi obbligato per tal beneficio, da non aver
timore di povertà fino al termine della vita, cominciai a
scrivere queste cose per Te, appena mi accorsi che molto
avevi edificato ed edificavi e che in futuro avresti sempre
avuto cura di edifici pubblici e privati, degni della grandezza
delle tue imprese, da tramandarsi alla memoria dei posteri.
E scrissi precetti compiuti e definiti, guardando ai quali Tu
potessi aver cognizione, da Te stesso, delle opere già fatte
e di quelle che farai, di qualunque specie esse siano;
poiché in questi libri ho esposto tutte le regole dell'arte.»
Conoscenze necessarie all’architetto
«La scienza dell'architetto si adorna di molte discipline e svariata
erudizione : egli deve essere in grado di giudicare tutte quell’opere
che le singole arti costruiscono. Nasce da due attività : la materiale
o costruzione, la intellettuale o esposizione teorica. La costruzione
consiste nel pratico esercizio continuato o consumato, per cui colle
mani la materia assume la forma di questa o quella opera che si
voglia, secondo il progetto figurato. La esposizione spiega e dà ra-
gione delle cose costruite sulla base della preparazione teorica col
computo delle proporzioni.
Pertanto gli architetti i quali badarono soltanto alla pratica manuale
senza curare gli studi non arrivarono a conseguire un'autorità
proporzionata alle loro fatiche, quelli invece che ebbero fiducia
soltanto nei ragionamenti e nelle lettere appaiono aver cercato
l'ombra non la cosa. Al contrario, quelli che impararon bene l'una e
l'altra cosa, come forniti di tutte le armi, più presto raggiunsero il
loro proposito con autorità.»
L’eredità greca spiegata ai romani
• Per rendere funzionale l’eredità greca al suo
mondo, Vitruvio dovette affrontare numerose
difficoltà:
• cercando traduzioni plausibili per alcuni
termini tecnici, talora ne fraintese il senso.
• oppure compattò in un significato univoco le
molteplici prospettive estetiche che una
parola aveva maturato, nel trascorrere dei
secoli e dei modi costruttivi.
• O, ancora, semplicemente non trovò un calco
adatto e lasciò il lemma in lingua originale.
• Ci sono così, nelle sue pagine, ripetizioni
concettuali ed errori, dovuti a una prospettiva
storica schiacciata, dove cinque secoli di
cultura ellenica passano a Roma in soluzione
unica e, ovviamente, alterata.
• Come ha scritto Silvio Ferri, egli ha
mescolato e confuso “in modo piuttosto
banale le tre fasi cronologiche del
concetto di bello architettonico presso i
Greci:
• - la fase pitagorica o aritmetica
(corrispondente in scultura a Policleto)
• - quella scenografico-ottica (Platone)
• - quella personale e morale del decor
(fase ellenistica)”
Le ‘confusioni’ di Vitruvio: esempi
• Ordinatio – taxis – symmetria
Si coprono vicendevolmente
Inoltre taxis (gr.) è sinonimo di posotes (gr.) in Latino
quantitas
Invece…
• Grazie agli studi oggi sappiamo che, nei
diversi periodi, le stesse parole
possono cambiare di senso.
• Ciò ha permesso di identificare le
confusioni e le sovrapposizioni vitruviane
• Ma soprattutto ci fa capire la natura
instabile dei significati nel lessico, in
generale, e nel lessico artistico, in
particolare.
Nel periodo arcaico Nel V secolo a.C.
• Symmetria = pura somma di • Symmetria = astrazione
moduli fisici (posotes) progressiva basata su
proporzioni aritmetiche-
numeriche
• Eurythmia = conseguente • Eurythmia = buon ritmo
presenza di ritmi ben regolato aritmeticamente
concertati
• Cosmiotes = decoro dovuto • Prepon = dignitosa grandiosità
alla minuziosa ornamentazione
calligrafica superficiale
Nel V secolo a.C. Nel IV secolo a.C.
• Symmetria = astrazione • Symmetria = calcolata su
progressiva basata su proporzioni ottiche (poiotes)
proporzioni aritmetiche-
numeriche
• Eurythmia = buon ritmo • Eurythmia = sempre su
regolato aritmeticamente proporzioni ottiche
• Prepon = dignitosa grandiosità • Prepon = decoro dipendente
dalla grazia (charis in gr.) e
piacevolezza (hedonè)
I ‘fondamentali’ dell’architettura
• Firmitas
• Utilitas
• Venustas
• La triade confermerà il proprio valore nel
tempo. Ma il punto d’equilibrio fra diversi i
termini varia…
Vitruvio e Leonardo da Vinci (1452-1519)
la composizione del tempio e l’Uomo vitruviano
«Il corpo dell'uomo infatti così la natura
compose, che il viso dal mento alla sommità
della fronte e alla radice dei capelli
presentasse la proporzione della decima
parte del corpo; egual proporzione ha la
mano aperta dall'articolazione alla punta del
dito medio; il capo dal mento al sommo del
cranio è l'ottava parte; dall'alto del petto, e
dalla base della cervice alla radice dei capelli
la sesta; dalla metà del petto al vertice del
capo la quarta. Del viso la terza parte, in
altezza, è dal mento alla base delle narici;
un'altra terza parte è il naso stesso dalla base
delle narici al punto di incontro dei
sopraccigli; di lì alla radice dei capelli l'altra
terza parte. Il piede è il sesto dell'altezza del
corpo, il cubito il quarto, il petto pure il
quarto.»
Vitruvio, De architechtura
Vitruvio e Leonardo da Vinci (1452-1519)
la composizione del tempio e l’Uomo vitruviano
«Anche le altre membra hanno le loro quote di
misura proporzionale, rispettando le quali gli antichi
pittori e statuari famosi ottennero grandi elogi.
3 Con un criterio simile le membra dei tempi
debbono avere nelle singole parti e segmenti una
stretta corrispondenza e concordanza di misure con
tutta la somma della grandezza totale. Così, il
centro del corpo è naturalmente l'ombelico; infatti
se si collocasse supino un uomo colle mani e i piedi
aperti e si mettesse il centro del compasso
nell'ombelico, descrivendosi una circonferenza si
toccherebbero tangenzialmente le dita delle mani e
dei piedi. Ma non basta: oltre lo schema del circolo,
nel corpo si troverà anche la figura del quadrato.
Infatti, se si misura dal piano di posa dei piedi al
vertice del capo, e poi si trasporterà questa misura
alle mani distese, si troverà una lunghezza uguale
all'altezza, come accade nel quadrato tirato a
squadra.» Vitruvio, De architectura
‘Fortuna’ di Vitruvio
• La figura dell’uomo inscritto nel quadrato/cerchio
(probabilmente proveniente dal mondo greco),
attraverso le parole di Vitruvio, ispirò immagini
d’armonia mistica ai religiosi medievali (Onorio
di Autun e Durando di Mende) e riflessioni
teorico-empiriche all’uomo del rinascimento. La
riconosciamo facilmente nel famoso e omonimo
disegno di Leonardo.
‘Fortuna’ di Vitruvio
• Sicuramente il trattato era noto a Isidoro di
Siviglia (VI-VII d.C.), che di architettura si
occupò nelle sue Etymologiae.
• In età carolingia venne utilizzato fra le fonti per
la rinascenza.
• Una vera e propria riscoperta si ha – secondo la
leggenda – solo nel 1414, quando viene
recuperato a Montecassino e studiato
criticamente.
• Edito a Roma nel 1486 e a Firenze nel 1496,
compare per la prima volta in edizione illustrata,
ad opera di fra Giocondo, a Venezia, nel 1511.
• La prima traduzione italiana arriva nel 1521,
grazie a Cesare Cesariano.
Il contributo dei letterati
• Cicerone e il collezionismo
• Orazio e la norma «ut pictura poësis»
Cicerone
• Di Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.), avvocato e oratore politico,
ammazzato per volere di Antonio, ci restano innumerevoli opere:
arringhe giudiziarie, riflessioni filosofiche e stilistiche, ma anche
lettere ai familiari e all’amico Attico.
• In parecchi luoghi di tale vastissima produzione baluginano
riflessioni e discorsi dedicati agli oggetti d’arte e persino alla natura
stessa della creazione artistica.
• Cicerone era un collezionista. E la situazione chiaroscurata del
collezionismo romano egli descrive nell’Actio secunda in Verrem,
cioè nella seconda orazione (stilata nel 70 a.C.), contro l’ex pretore
della Sicilia – Gaio Licinio Verre appunto – accusato di corruzione e
furto dai cittadini che aveva governato fra 73 e 71 a.C.
• La critica, a partire dal Novecento (Panofsky), ha appuntato
l’attenzione su un passo dell’Orator (trattato su formazione e profilo
dell’oratore ideale, scritto nel 46 a.C.), in cui egli rifletteva
sull’imitazione. Qui è attestato l’insorgere di un’idea interiore
(soggettivistica) dell’opera, che pur rimanendo legata alla mimesi, si
affida all’interpretazione individuale della realtà (e della bellezza).
Actio secunda in Verrem
• La passione romana per l’arte greca: una
vera colonizzazione culturale
• Il dissidio con l’etica repubblicana:
utilitas vs venustas
• Il sistema del collezionismo: procacciatori
e mediatori
La rapine romane dissimulate
Durante il processo, Cicerone accenna al destino delle
opere nei paesi conquistati e racconta come, già
nell’antichità, nell’immediatezza della vittoria, fosse
facoltà di eserciti e generali farne bottino. Senza
scalfire il mito di una Roma tanto potente quanto equa,
si limita però a raccontare dei furti cartaginesi in Sicilia
e delle restituzioni latine: ma noi sappiamo dagli storici
– dall’ellenico Polibio (II sec. a.C.) quanto dal latino
Livio (59 a.C.-17 d.C.) – che le asportazioni di guerra
vennero praticate ampiamente anche dai romani e
che, anzi, esse furono un fattore non trascurabile del
diffondersi del gusto greco nella cultura latina.
«In quell'occasione, dunque, viene restituita ai segestani
con la massima sollecitudine proprio questa statua di Diana
di cui stiamo parlando; la quale, riportata a Segesta, viene
rimessa nel posto che un tempo occupava tra le più grandi
manifestazioni di riconoscenza e di gioia dei cittadini. Essa
era collocata a Segesta su di un piedistallo assai alto, sul
quale era inciso a grosse lettere il nome dell'Africano:
seguiva un'iscrizione a ricordo di questa restituzione da lui
fatta dopo la presa di Cartagine. I cittadini la veneravano,
tutti i forestieri si recavano a vederla; quando ero là
questore, questa fu la prima cosa che da essi mi venne
mostrata. Era una statua di mole e altezza notevoli con una
veste lunga fino ai piedi, ma pur nella sua mole erano
evidenti l'età e il portamento di una giovane donna.»
«Alla spalla era appesa la faretra con le frecce, con la
sinistra teneva stretto a sé l'arco e con la destra protesa
impugnava una fiaccola. Quando questo nostro nemico e
ladro di tutto ciò che v'e di sacro e venerando la vide, come
se quella fiaccola l'avesse toccato, cominciò a bruciare di
una folle brama: ordina alle autorità cittadine di metterla giù
dal piedestallo e di donargliela: favore più grande non
avrebbero potuto fargli! E quelli giù a dire che un atto simile
sarebbe stato per loro un sacrilegio, e che a trattenerli era
non solo la devozione grandissima, ma pure un
grandissimo timore delle leggi e della giustizia. E costui già
a insistere ora con preghiere ora con minacce, a far
balenare ora speranze ora timori.»
• Valori identitari legati alle opere d’arte
asportate come bottino di guerra
• Arte e guerra: oscillazioni