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Il documento è un testo accademico di fisica teorica che copre vari argomenti, dalla meccanica analitica classica alla meccanica quantistica, includendo applicazioni e metodi di approssimazione. Contiene numerosi capitoli che trattano concetti fondamentali come il formalismo hamiltoniano, il momento angolare, e la teoria dell'urto. Inoltre, il testo include appendici con complementi e ausili matematici per supportare lo studio della fisica teorica.

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Il documento è un testo accademico di fisica teorica che copre vari argomenti, dalla meccanica analitica classica alla meccanica quantistica, includendo applicazioni e metodi di approssimazione. Contiene numerosi capitoli che trattano concetti fondamentali come il formalismo hamiltoniano, il momento angolare, e la teoria dell'urto. Inoltre, il testo include appendici con complementi e ausili matematici per supportare lo studio della fisica teorica.

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ISTITUZIONI DI FISICA TEORICA

Enrico Onofri
Claudio Destri
(E.O.) Dipartimento di Fisica, Università di Parma
Email address: [Link]@[Link]

(C.D.) Dipartimento di Fisica, Università di Milano


Email address: [Link]@[Link]
Ad Alessio, Chiara2, Giulia,
Lella e Liliana.

Il nostro ringraziamento a D. Knuth (TEX), L. Lamport (LATEX), R.


Stallman (gnu emacs) e all’INFN che hanno reso possibile quest’opera.
Il testo è stato preparato con il sistema AMS-LATEX. Per i problemi che
hanno richiesto calcolo numerico ci siamo avvalsi del linguaggio matlab.

iii
Indice

Prologo xiii
Notazioni xvi
Nuova struttura del testo xvi

Parte 1. Richiami di meccanica analitica classica 1


Capitolo 1. Meccanica del punto materiale 3
1.1. Le equazioni di Lagrange 3
1.2. Simmetrie e leggi di conservazione 6
1.3. Principi variazionali 8
1.3.1. Principio di Eulero-Lagrange 9
1.3.2. Principio di Maupertuis 11
Capitolo 2. Il formalismo hamiltoniano 15
2.1. Funzioni convesse e trasformata di Legendre 15
2.2. Equazioni di Hamilton 16
2.3. Trasformazioni canoniche 20
2.3.1. Trasformazioni canoniche infinitesimali 22
2.3.2. Trasformazioni canoniche dipendenti dal tempo 23
2.3.3. L’equazione di Hamilton-Jacobi 24
Capitolo 3. Applicazioni 31
3.1. Invarianti adiabatici 31
3.1.1. Variabili d’azione 35
3.2. Linearizzazione delle equazioni del moto 37
3.2.1. Equazioni di Jacobi 38
3.2.2. Risonanza parametrica 39
3.3. Particella carica in campo elettromagnetico 40
3.3.1. Moto in campo magnetico uniforme 41
3.4. Il problema dei due corpi 43
3.4.1. Separazione del moto del baricentro 43
3.4.2. Urti tra particelle 45
3.4.3. Leggi di Keplero 47
Capitolo 4. Elementi di fisica dei mezzi continui 51
v
4.1. La fisica matematica delle oscillazioni elastiche 51
4.1.1. L’equazione d’onda 51
4.1.2. Vibrazione di membrane 54
4.1.3. Armoniche sferiche 57
4.2. Principi variazionali in teoria dei mezzi continui 60
4.3. Il quadro generale 62

Parte 2. Meccanica quantistica 65


Capitolo 5. Quanti e onde 67
5.1. La vecchia teoria dei quanti 67
5.1.1. Il corpo nero 68
5.1.2. Effetto fotoelettrico 70
5.1.3. Diffusione Compton 71
5.1.4. Gli stati di polarizzazione del fotone 72
5.1.5. La teoria di Bohr 75
5.1.6. L’esperimento di Stern-Gerlach 79
5.2. L’equazione di Schroedinger 81
5.2.1. Onde materiali 81
5.2.2. Pacchetti d’onda 82
5.2.3. L’equazione d’onda 85
5.2.4. Onde di probabilità 92
5.2.5. Proprietà matematiche dell’equazione 95
5.2.6. Corrente di probabilità 99
5.2.7. Soluzioni stazionarie 100
5.2.8. La rappresentazione dei momenti 106
5.3. La funzione di Green 107
5.4. Valori di aspettazione e osservabili fisiche 109
5.4.1. Relazioni di indeterminazione 111
Capitolo 6. Applicazioni elementari 115
6.1. Sistemi a un grado di libertà 115
6.1.1. Proprietà generali delle soluzioni 115
6.1.2. Potenziali costanti a tratti 116
6.1.3. Il caso di una forza costante 122
6.2. L’oscillatore armonico 124
6.2.1. Operatori di creazione e di annichilazione 125
6.2.2. Fattorizzazione dell’Hamiltoniano 132
6.2.3. Stati coerenti 134
6.2.4. Ordinamento normale alla Wick 136
6.3. Spettro continuo 138
6.3.1. Barriere di potenziale ed effetto tunnel 138
6.3.2. Formulazione integrale dell’equazione d’onda 141
vi
6.3.3. Proprietà di analiticità 146
6.3.4. Densità degli stati 148
6.4. Potenziali periodici 152
6.5. Campo di forze centrali 155
6.5.1. Separazione delle variabili in coordinate polari 155
6.6. L’atomo di idrogeno 158

Capitolo 7. Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 167


7.1. Sistemi fisici, stati e osservabili 167
7.1.1. Insiemi completi di osservabili compatibili (I) 175
7.2. Il principio di sovrapposizione lineare 177
7.2.1. Sistemi composti 182
7.3. Osservabili ed esperimenti in meccanica quantistica 184
7.3.1. Valori medi ed indeterminazioni 192
7.3.2. Commutatori ed osservabili compatibili 193
7.3.3. Relazioni di intederminazione 196
7.3.4. Insiemi completi di osservabili compatibili (II) 197
7.4. Il formalismo delle matrici di densità 200
7.4.1. Il teorema di Gleason 205
7.5. Regole di superselezione 207
7.6. Rappresentazioni e trasformazioni 209
7.6.1. Funzioni d’onda 209
7.6.2. Cambiamenti di base 210
7.6.3. Rappresentazioni della posizione e del momento 214
7.7. Evoluzione temporale 228
7.7.1. Stati stazionari e costanti del moto 235
7.7.2. Relazione di indeterminazione tra tempo ed energia 236
7.7.3. Processi stazionari 237
7.8. Quantizzazione canonica 240
7.8.1. Equazioni di Heisenberg-Hamilton 243
7.9. Preparazioni e misure 243
7.9.1. L’esperimento delle due fenditure 248
7.9.2. Diseguaglianze di Bell 254

Capitolo 8. Momento angolare 259


8.1. Momento angolare orbitale 259
8.2. Rotazioni e momento angolare 264
8.2.1. Momento angolare interno 269
8.2.2. Momento angolare intrinseco: spin 270
8.2.3. Momento angolare totale 273
8.2.4. Rotazioni e gruppo SU(2) 274
8.2.5. Rappresentazioni irriducibili 275
8.2.6. Spettro del momento angolare orbitale 280
vii
8.2.7. Spin ed elicità delle particelle 282
8.2.8. Relazioni di ortogonalità 283
8.2.9. Rotazioni di 2π 283
8.2.10. Operatori tensoriali irriducibili 285
8.3. Addizione di momenti angolari 287
8.3.1. Coefficienti di Clebsh-Gordan 289
8.3.2. Il teorema di Wigner-Eckart 291
8.3.3. Simboli 3-j 295

Capitolo 9. Simmetria e invarianza 297


9.1. Trasformazioni di simmetria 298
9.1.1. Il teorema di Wigner 301
9.1.2. Legge di trasformazione delle osservabili 302
9.1.3. Trasformazioni infinitesimali e generatori 306
9.1.4. Sistemi composti 308
9.2. Invarianze e leggi di conservazione 311
9.2.1. Trasformazioni dipendenti dal tempo 313
9.3. Gruppi di simmetria e di invarianza 315
9.3.1. Traslazioni spaziali 319
9.3.2. Traslazioni temporali 321
9.3.3. Traslazioni spazio-temporali 323
9.3.4. Rotazioni 325
9.3.5. Il gruppo euclideo 327
9.3.6. Trasformazioni galileiane 329
9.3.7. Regola di superselezione di Bargmann 335
9.3.8. Particelle elementari 335
9.3.9. Simmetrie interne 338
9.3.10. Interazioni minimali 339
9.4. Trasformazioni di gauge 343
9.5. Simmetrie spazio-temporali discrete 345
9.5.1. Inversione spaziale 345
9.5.2. Violazione della parità 350
9.5.3. Inversione temporale 352
9.5.4. Il principio di microreversibilità 356

Capitolo 10. Metodi di approssimazione 359


10.1. Teoria delle perturbazioni 359
10.1.1. Perturbazioni stazionarie 360
10.1.2. Il teorema di Feynman-Helmann 365
10.1.3. Teoria delle perturbazioni per livelli degeneri. 366
10.1.4. Perturbazioni dipendenti dal tempo 368
10.2. Approssimazione semi-classica 379
10.3. Metodo variazionale 383
viii
10.3.1. Il metodo di Ritz 383
10.3.2. Disuguaglianza di BBL 386
10.4. Approssimazione adiabatica 387
10.4.1. La fase di Berry 390

Capitolo 11. Particelle identiche 391


11.1. Il principio di indistinguibilità 391
11.2. Bosoni e fermioni 395
11.2.1. Interazione di scambio 399

Capitolo 12. Teoria dell’urto 403


12.1. L’equazione integrale della diffusione 403
12.1.1. Sezione d’urto differenziale 405
12.1.2. Serie di Born 407
12.2. Diffusione da un campo centrale 409
12.3. Seconda quantizzazione 413
12.3.1. Lo spazio di Fock 413
12.3.2. Operatori di creazione e distruzione 415
12.3.3. Rappresentazione “numero-di-occupazione” 417
12.3.4. Operatori di campo 419
12.3.5. La corda vibrante quantistica 426
12.3.6. Il campo elettromagnetico 428
12.3.7. Polarizzazione dei fotoni 430

Capitolo 13. L’interazione elettromagnetica 433


13.1. L’accoppiamento minimale 433
13.2. Campo magnetico costante 434
13.3. Effetto Zeeman 435
13.4. Livelli di Landau 438
13.4.1. L’effetto Hall quantizzato 440
13.5. L’effetto Aharonov-Bohm 441

Parte 3. Appendici 445

Appendice A. Complementi 447


A.1. La meccanica quantistica secondo Feynman 447
A.1.1. Integrali sui cammini 447
A.1.2. Formulazione a tempo immaginario 451
A.1.3. La meccanica stocastica 453
A.2. Teorie di gauge in meccanica quantistica 455
A.2.1. Approssimazione adiabatica e campi di gauge 455
A.2.2. Il campo di monopolo della molecola biatomica 463
A.3. Un esperimento con i fotoni 470
ix
Appendice B. Ausili matematici 475
B.1. Elementi di teoria dei gruppi 475
B.1.1. Gruppi astratti 475
B.1.2. Rappresentazioni 476
B.1.3. Gruppi continui, algebre di Lie 480
B.1.4. Gruppo delle rotazioni e gruppo SU(2) 483
B.1.5. Rappresentazioni lineari 484
B.1.6. Analisi armonica su gruppi continui 486
B.1.7. Integrazione invariante su SU(2) 486
B.1.8. Formula di Baker-Hausdorff 488
B.2. Metodi asintotici 489
B.2.1. Il metodo di Laplace 491
B.2.2. La formula di Stirling 492
B.2.3. Principio della fase stazionaria 495
B.2.4. Trasformata di Borel 495
B.2.5. Sviluppo di Eulero-McLaurin 496
B.2.6. Sviluppi asintotici dallo sviluppo di Taylor 498
B.2.7. Due importanti funzioni speciali 500
B.3. Sistemi di coordinate ortogonali 505
B.4. Integrazione formale delle equazioni di Hamilton 507
B.5. La funzione δ(x) di Dirac 508
B.6. Metodo di Laplace 510
B.6.1. Ipergeometrica confluente 511
B.6.2. Funzioni di Bessel 512
B.6.3. Sviluppo dell’onda piana in onde sferiche 514
B.7. Integrali multidimensionali 514
B.7.1. Integrali gaussiani 514
B.7.2. La formula di integrazione di Feynman 515
B.8. Regole di corrispondenza 516
B.9. Decomposizione spettrale 516
Costanti fisiche 519

Appendice C. Rotazioni e momento angolare 521


C.1. Rotazioni finite 522
C.2. Relazioni di commutazione 523
C.3. Spettro del momento angolare 524
C.3.1. Normalizzazione 528
C.3.2. Armoniche sferiche 528
C.3.3. Perché “armoniche”? 529
C.4. Spin 530
C.5. Somma di momenti angolari 532
C.5.1. Clebsch-Gordan 534
x
C.5.2. 1/2 ⊗ 1/2 =0⊕1 535

Parte 4. Problemi 537


Appendice. Bibliografia 545
Indice analitico 551
Appendice. Indice analitico 553
Elenco delle figure 563
Elenco delle tabelle 565

xi
Prologo

I rapporti che intercorrono tra fisica teorica e fisica sperimentale hanno


subito una profonda evoluzione con l’estendersi del campo di indagine a
scale di energia, tempi e lunghezze totalmente al di fuori della diretta
percezione sensoriale. Ogni esperimento di fisica delle particelle oppure di
astrofisica cosmica è cosı̀ profondamente dipendente dal modello teorico da
rendere probabilmente vuota di significato un’espressione quale “alla luce
dei puri dati sperimentali risulta che ... ”. La distinzione tra fisica teorica
e sperimentale è quindi da considerare essenzialmente una divisione di
compiti ma non di obiettivi, che rimangono, almeno per la ricerca “pura”,
quelli che cosı̀ descrive Einstein nel 1940 [Ein88]:
La scienza rappresenta il tentativo di far corrispondere la
varietà caotica della nostra esperienza sensibile a un siste-
ma di pensiero logicamente uniforme. In questo sistema
le singole esperienze vanno correlate alla struttura teorica
in maniera tale che la coordinazione risultante sia unica e
convincente.
...
Ciò che noi chiamiamo fisica comprende quel gruppo di
scienze naturali che fondano i loro concetti nelle misure e i
cui concetti e proposizioni si prestano a una formulazione
matematica. Il suo dominio è di conseguenza definito come
quella parte del complesso delle nostre conoscenze che è
suscettibile di venire espressa in termini matematici.

Einstein prosegue identificando lo scopo della fisica teorica nella ricerca


di basi comuni e nella unificazione delle leggi dei vari fenomeni naturali:
si pensi alla conquista di Newton – le leggi della meccanica celeste so-
no le stesse leggi della meccanica dei gravi – oppure all’unificazione tra
elettrologia e magnetismo, ora proseguita nell’unificazione con le intera-
zioni deboli. Newton cercò basi unificate tra meccanica e ottica, ma il
tentativo era prematuro. Vedremo come nell’ambito della nuova mecca-
nica quantistica l’idea di Newton torna attuale. Si può allora dire che
obiettivo della fisica teorica è quello di realizzare la massima economia di
xiii
0.0 Prologo 0.0

pensiero nel descrivere il più vasto campo disponibile di fenomeni natu-


rali. Il campo di fenomeni che si prestano a una descrizione quantitativa
in termini matematici è in continua evoluzione; la matematica stessa lo
è, anche sotto lo stimolo della ricerca fisica. Sembra non esserci limi-
te alla applicabilità di schemi matematici anche i più astratti – Wigner
parla di una irragionevole capacità della matematica nel modellizzare la
realtà fisica. Quello che accade continuamente nello sviluppo parallelo di
matematica e fisica è che dalla fisica sorgono esigenze di calcolo e di for-
malizzazione che stimolano progresso in tutte le discipline matematiche.
Una moderna teoria quale la cromodinamica quantistica richiede tecniche
matematiche mutuate dall’analisi funzionale, dalla teoria dei gruppi, dalla
teoria dei processi stocastici, dalle equazioni integrali e infine sempre più
diffusamente dall’analisi numerica più raffinata.
La fisica di questo secolo ha affrontato problemi di grandissimo im-
pegno: si sono comprese le basi della struttura intima della materia e
si sono esplorati i confini del cosmo di cui si ha un modello globale che
è oggetto di verifiche sperimentali. Teoria ed esperimento sono sempre
più inestricabilmente legati, anche se l’apparenza è al contrario quella di
una dicotomia tra l’attività del fisico sperimentale e del teorico. Ciò è
solo un’apparente contraddizione: la complessità degli esperimenti e del
quadro teorico ha portato ad una forte parcellizzazione del lavoro, ma l’o-
biettivo è rimasto unico, essenzialmente quello che è descritto dalle parole
di Einstein.
Il nostro cammino di avvicinamento alla fisica teorica procederà per
gradi. Innanzitutto rivedremo insieme le basi della meccanica nella sua
formulazione più avanzata dovuta all’opera di Euler, Lagrange, Jacobi,
Hamilton. Il fondamento euristico – il principio guida universale – di
questa disciplina è quello dei principi variazionali. Vedremo come tutta la
meccanica e la teoria dei campi classici siano descrivibili in modo semplice
dalla condizione di stazionarietà

δ ∫ L(q, q̇) dt = 0

rispetto a variazioni q(t) → q(t) + δq(t) della traiettoria. Questo prin-


cipio, lungamente considerato alla stregua di un fondamento metafisi-
co, troverà una giustificazione adeguata solo nell’ambito della meccanica
quantistica.
Passeremo poi a sviluppare le basi elementari di quella che è tutt’ora la
formulazione accettata della meccanica quantistica, in grado di descrivere
quantitativamente la fisica degli atomi, delle molecole, dei solidi e, nei suoi
sviluppi più recenti, la fisica delle interazioni fondamentali tra particelle
elementari.

- xiv -
0.0

La meccanica quantistica come e più della meccanica classica richiede


solide basi matematiche. Nella sua prima formulazione (meccanica on-
dulatoria) si presenta come una teoria di campo; gli strumenti basilari
sono allora quelli delle equazioni differenziali alle derivate parziali, del-
l’analisi complessa e delle trasformate integrali. Nella sua formulazione
generale richiede una conoscenza di base della analisi funzionale (algebra
lineare in spazi a infinite dimensioni), della teoria dei gruppi e, a secon-
da della complessità dei sistemi in studio, anche degli strumenti della
analisi numerica. Al momento opportuno saranno indicate le necessarie
fonti bibliografiche ovvero si svilupperanno, limitatamente alle necessità
del corso, alcuni strumenti matematici, raggruppati nelle varie appendici.
Questo libro non è un trattato di meccanica quantistica; in lettera-
tura sono presenti testi di riferimento autorevoli [Dir59, Per36, LL76,
Mer61, Mes62, Sch63, Got66, CCP84, Sak90] a cui faremo riferi-
mento nel corso dell’opera. Abbiamo voluto invece mettere a disposizione
dei colleghi un agile strumento didattico pensato per il corso di Istituzioni
di fisica teorica del nuovo ordinamento del corso di laurea in Fisica. Il
suo scopo è, secondo una tradizione ormai pluridecennale, quello di dota-
re tutti gli studenti di Fisica, indipendentemente dall’indirizzo di laurea,
di una solida base di fisica teorica privilegiando l’aspetto del metodo.
Non è pensabile oggi configurare il corso come in passato con obiettivi
di completezza, includendo elettrodinamica, teoria della relatività, mec-
canica statistica, o altro. Si è invece preferito limitare gli argomenti a
quelli fondamentali della meccanica analitica classica e della meccanica
quantistica elementare, in quanto esemplari dello stile della fisica teorica
e portatori di tecniche di indagine e di calcolo esportabili ad altri contesti
teorici. Il nostro desiderio è ad esempio che lo studente che apprende le
tecniche spettrali per l’equazione di Schroedinger sappia poi riconoscere
che le stesse tecniche possono venire utili nello studio di guide d’onda per
luce coerente, oppure che le idee matematiche alla base delle bande di
energia nei solidi cristallini sono identiche a quelle che sovrintendono alla
dinamica classica in presenza di risonanza parametrica.
Per una solida preparazione di base in meccanica quantistica ritenia-
mo comunque indispensabile accompagnare queste lezioni allo studio dei
“classici”, quali [Dir59, Bor60, Per36, LL76] per un approfondimento
degli aspetti fisici. Nel corso dell’opera saranno via via indicate le sorgenti
rilevanti, anche nella letteratura originale. È opportuno che lo studente
affronti già a questo stadio la consultazione di opere originali, che poi
diverranno il materiale di lavoro su cui guidare la ricerca.
Si è messa una certa cura nella parte di esercizi, di cui una buona
parte sono originati dalla pratica di insegnamento degli anni recenti (rin-
graziamo il collega ed amico Carlo Alabiso per averci messo a disposizione

- xv -
0.0 Prologo 0.0

parte di questo materiale).


Ringraziamenti: oltre alla dedica, che, come si sarà capito, ha un
carattere eminentemente “tecnico”, ci è gradito ricordare in questa sede
tutti i colleghi che hanno avuto una parte nella preparazione di questa ope-
ra, in particolare Marcello Ciafaloni, Hector DeVega, Fiorenzo Duimio,
Vladimir Fateev, Francesco Guerra, John Klauder, Giuseppe Marchesini,
Pietro Menotti, Massimo Pauri, Ettore Remiddi, Gian Piero Tecchiolli,
Marco Toller e Miguel Virasoro per quanto ci hanno insegnato in varie
occasioni di felice collaborazione scientifica; un ringraziamento partico-
lare per Paolo Maraner che ha contribuito la parte del testo relativa a
nuovi sviluppi nelle applicazioni della geometria differenziale alla mecca-
nica quantistica (App. A.2). Nella preparazione del testo ha avuto una
parte rilevante il supporto tecnico da parte del Laboratorio di Calcolo
del Dipartimento di Fisica dell’Università di Parma; desideriamo perciò
ringraziarne il Direttore, Dr. Roberto Alfieri e tutto il personale.

Notazioni
Infine un cenno alle notazioni impiegate. I problemi contengono mate-
riale importante. La loro numerazione è legata al capitolo e alla sezione
nella forma Problema x.y-n, dove x è il numero del capitolo, y quello
della sezione e n è un numero progressivo. Le soluzioni sono indicate con
Soluzione. . . . . .∎.
I riferimenti bibliografici sono in ordine alfabetico ed hanno carattere
mnemonico (es. [LL76] indica il testo di Landau e Lifshiz del 1976).
I vettori sono denotati da lettere in grassetto (ad es. x, E ). L’insieme
dei numeri naturali, interi, reali e complessi sono indicati con N, Z, R, C.
Parte reale e immaginaria del numero complesso z sono indicate con Re z,
Im z; il complesso coniugato è indicato da z̄. Il simbolo ∇ rappresen-
ta l’operatore vettoriale di componenti (∂/∂x, ∂/∂y, ∂/∂z), per cui ∇ ⋅ V
è la divergenza di V, ∇ ∧ A è il rotore di A e ∇ ϕ è il gradiente di
ϕ. L’operatore di Laplace ∇2 è rappresentato dall’usuale △ . Per vet-
tori nello spazio di Minkowski (quadrivettori) si usa preferibilmente la
notazione in coordinate pµ , (µ = 0, 1, 2, 3) e la lunghezza è definita da
p2 = p20 − p21 − p22 − p23 ≡ p20 − p2 .

Nuova struttura del testo


Il testo originale è stato concepito per il corso universitario di Isti-
tuzioni di Fisica Teorica, inquadrato nel vecchio ordinamento degli studi
di Fisica nelle Università italiane. Oggi gli argomenti presenti nel testo

- xvi -
0.0 Nuova struttura del testo

  sono solo in parte adatti per un corso introduttivo di Meccanica Quanti-


Track 1 
stica. Abbiamo indicato con un segnale a margine “Track 1” gli argo-
menti che riteniamo possano essere inclusi in un primo corso da tenersi in
una laurea di primo livello. Gli altri argomenti sono segnalati invece con  
“Track 2”. Allo stesso modo sono evidenziati i problemi suddivisi per Track 2 
livello di difficoltà.

- xvii -
Parte 1

Richiami di meccanica analitica


classica
CAPITOLO 1

Meccanica del punto materiale

1.1. Le equazioni di Lagrange


 
La meccanica di Newton, basata sulla legge del moto F = ma , si può Track
 1 
formulare in qualunque sistema di coordinate che si voglia adottare per
descrivere il moto. Per il moto di un punto materiale soggetto a forza con-
servativa F = −∇V possiamo adottare coordinate cartesiane {xi , i = 1, 2, 3}
oppure coordinate generali, ad esempio coordinate polari {r, ϑ, φ}, legate
alle cartesiane da trasformazioni differenziabili {x = r sin ϑ cos φ, y =
r sin ϑ sin φ, z = r cos ϑ} (si veda l’App. B.3 e per un’informazione
più completa [MS61]). Le equazioni del moto assumono allora forme
differenti, del tutto equivalenti dal punto di vista fisico:
∂V
mẍi = − (i = 1, 2, 3)
∂xi
oppure
⎧ ∂V



⎪m r̈ = − + m r ϑ̇2 + m r sin2 ϑ φ̇2
⎪ ∂r
⎨m ϑ̈ = . . .




⎩m φ̈ = . . .

(completare per esercizio le rimanenti equazioni del moto – si apprezzerà
maggiormente il metodo lagrangiano che svilupperemo nel seguito).
L’adozione di coordinate generali è conveniente per semplificare le
equazioni del moto (ad esempio per un campo di forze centrali non com-
paiono termini del tipo ∂V/∂ϑ né ∂V/∂φ), ma il lavoro necessario per
esplicitare le equazioni può diventare rilevante. Per semplificare questo
compito conviene utilizzare il formalismo di Lagrange. Le equazioni del
moto si possono porre nella forma generale
d ∂L(q, q̇) ∂L(q, q̇)
(1.1) = ,
dt ∂q̇i ∂qi
dove le variabili {qi , i = 1, 2, 3} costituiscono una scelta qualunque di coor-
dinate generali e la funzione L(q, q̇), detta la Lagrangiana del problema,
è definita dalla differenza tra energia cinetica ed energia potenziale
L=T −V .
3
1.1 Meccanica del punto materiale 1.1

Nell’uso di coordinate curvilinee è necessario distinguere tra componenti


controvarianti identificate con un indice in alto (come qi ) e componenti
covarianti identificate invece con indice basso (pi ); sotto un cambiamento
di coordinate si intende che le componenti covarianti si trasformano in
modo che ∑i pi dqi rimane invariante. In base ad una convenzione uni-
versalmente adottata (da Einstein in poi), si ometteranno i simboli di
somma su indici ripetuti. Se ci si limita alle coordinate cartesiane e a
trasformazioni ortogonali non vi è differenza tra indici alti e bassi, ma in
generale è necessario tenere conto della differenza.
L’energia cinetica, che in coordinate cartesiane è data semplicemente
da
3
T = ∑ 21 mẋ2i ≡ 12 mẋi ẋi ,
i=1
è facilmente riespressa in coordinate generali qi dove assume la forma
T = 12 m gij (q)q̇i q̇j .
La forma quadratica T è caratterizzata dalla matrice gij (q), detta la
matrice metrica (o semplicemente la metrica), definita da
∂xk ∂xk
(1.2) gij (q) = .
∂qi ∂qj
In generale per un sistema di n particelle interagenti con forze conservative
definite dall’energia potenziale V(q1α , ..., qnα ) la Lagrangiana sarà definita
da
n 3
1 i j
L(q, q̇) = 2 ∑ ∑ mα gij (qα )q̇α q̇α − V(q) .
α=1 i,j=1
Le equazioni del moto sono date dalla estensione a n gradi di libertà della
(1.1), e cioè
d ∂L(q, q̇) ∂L(q, q̇)
(1.3) = , (i = 1, 2, 3; α = 1, ..., n) .
dt ∂q̇iα ∂qiα
La validità delle equazioni di Lagrange è molto più ampia di quanto espo-
sto finora. La forma (1.3) si applica anche in presenza di vincoli olonomi ,
esprimibili cioè da relazioni del tipo
Φr (q) = 0 (r = 1, ..., p)
a patto di introdurre coordinate generali q1 , ..., q3n−p che tengano conto
esplicitamente dei vincoli, oppure ancora con il metodo dei moltiplicatori
di Lagrange, come è noto dalla meccanica razionale. Il vantaggio della for-
mulazione lagrangiana delle equazioni del moto si può dunque riassumere
nel fatto che la forma (1.3) si applica a qualunque scelta delle coordinate
generali, il che permette di sorvolare sul problema di identificare le forze

-4-
1.1 Le equazioni di Lagrange

di inerzia e le reazioni vincolari . Non dimostreremo ora quanto affermato,


assumendone la conoscenza dalla meccanica razionale; ne daremo tuttavia
in seguito (§1.3) una derivazione a partire dal principio variazionale. Ci
interessa sottolineare l’ulteriore estensione della applicabilità delle equa-
zioni di Lagrange a forze derivabili da potenziali dipendenti dalla velocità.
Ciò permette di rappresentare nel formalismo di Lagrange anche le forze
elettromagnetiche (vedi il §3.3).
problema 1.1-1 []Dimostrare che, in base alla definizione di gij , la quan-
tità gij dqi dqj risulta invariante rispetto a trasformazioni generali di coor-
dinate qi → Qi = fi (q).
problema 1.1-2 [] Ricavare la matrice metrica per i sistemi di coordi-
nate
i) sferiche (r, ϑ φ)
ii) paraboliche


⎪ x = 12 (ξ2 − η2 ) cos φ


⎨y = 12 (ξ2 − η2 ) sin φ



⎩z = ξη

iii) ellissoidali

⎪x = ρ cosh τ cos φ



⎨y = ρ cosh τ sin φ



⎩z = ρ sinh τ

soluzione []
i)
⎛1 0 0 ⎞
gij = ⎜0 r2 0 ⎟
⎝0 0 r2 sin2 ϑ⎠
ii)
2 2
⎛ξ + η 0 0 ⎞
gij = ⎜ 0 ξ + η2
2
0 ⎟
⎝ 0 1 2 2 2⎠
0 4
(ξ − η )
iii)
⎛cosh2 ξ + sinh2 τ 0 0 ⎞
gij = ⎜
⎜ 0 ρ2 (cosh2 ξ + sinh2 τ) 0 ⎟

2 2
⎝ 0 0 ρ cosh τ⎠
problema 1.1-3 [] Scrivere le equazioni del moto per una particella
vincolata a scivolare senza attrito su una superficie sferica sotto l’azione
della forza di gravità.
problema 1.1-4 []Consideriamo un sistema meccanico costituito da due
masse puntiformi identiche connesse da un filo inestendibile e di massa

-5-
1.2 Meccanica del punto materiale 1.2

trascurabile. La prima particella si muove senza attrito su di un piano


orizzontale; il filo passa attraverso un foro nel piano e la seconda mas-
sa si muove verticalmente sotto l’azione della gravità. Studiare il moto
del sistema, nell’ipotesi che il moto della seconda massa sia ristretto alla
direzione verticale.

1.2. Simmetrie e leggi di conservazione


Sebbene il formalismo di Lagrange non contenga alcun ingrediente fisico
aggiuntivo rispetto alle leggi del moto di Newton, esso si presta a mettere
più facilmente in evidenza eventuali leggi di conservazione. Il fatto
fondamentale che illustreremo qui di seguito è costituito dalla stretta re-
lazione esistente tra simmetrie del sistema meccanico e integrali primi del
moto, relazione che nella sua forma generale va sotto il nome di teorema
di Noether e che si incontrerà con qualche modifica nella formulazione di
Hamilton e in meccanica quantistica. Procedendo attraverso un esempio,
assumiamo di effettuare una trasformazione di coordinate
(1.4) x → x′ = x + a
su una Lagrangiana L(x, ẋ). In generale la funzione L ′ , definita da
L ′ (x ′ , ẋ ′ ) ≡ L(x, ẋ)
sarà diversa dalla originale L, come funzione dei suoi argomenti. Ad esem-
pio, se L = 12 m (ẋ2 −x2 ) segue L ′ = 12 m (ẋ ′ −(x ′ −a)2 ) che a differenza dalla
2

L contiene termini lineari in x ′ . Immaginiamo invece che L ′ e L siano la


stessa funzione dei rispettivi argomenti: si dirà allora che la Lagrangiana
è invariante sotto la trasformazione (1.4). Come immediata conseguenza,
assumendo a infinitesimale e sviluppando in serie di Taylor, otteniamo
∂L
0 = L(x − a, ẋ) − L(x, ẋ) = ∑ ai i + O(a2 )
i ∂x
e dalla arbitrarietà di a si conclude perciò che
∂L
≡0
∂xi
In base alle equazioni di Lagrange abbiamo allora
d ∂L
≡0
dt ∂ẋi
il che esprime formalmente il fatto che tutte le componenti del vettore p
∂L
pi = i
∂ẋ
sono costanti del moto. Si è constatato perciò che l’invarianza della La-
grangiana sotto traslazioni implica la conservazione del momento lineare

-6-
1.2 Simmetrie e leggi di conservazione

p. Ciò si verifica in particolare nel caso di un sistema costituito da n


particelle interagenti con forze a due corpi con Lagrangiana del tipo
n n
1 2
L= 2 ∑ mα ẋα − ∑ V(xα − xβ )
α=1 α,β=1

che risulta ovviamente invariante sotto traslazione; il corrispondente inte-


grale primo del moto (momento lineare totale) è dato da
∂L
Pi = ∑
α ∂ẋiα
Più in generale, assumiamo che la Lagrangiana, funzione delle n variabili
generali {q1 , . . . , qn }, sia invariante sotto un gruppo di trasformazioni del
tipo
qi → q ′ = qi + ε ai (q)
i

dove ε è un parametro infinitesimale. Sviluppando in serie di Taylor


avremo che la variazione di L al primo ordine in ε è data da
∂L i ∂L d
δL = ε ( i
a (q) + i ai (q)) .
∂q ∂q̇ dt
Sfruttando le equazioni del moto si arriva allora alla seguente relazione,
che identifica l’esistenza di un integrale primo del moto:
d ∂L i
δL = 0 → ( a (q)) = 0 .
dt ∂q̇i
Si noti che le costanti del moto ottenute per questa via sono sempre
costituite da funzioni lineari nelle quantità
∂L
pi ≡ .
∂qi
A queste grandezze si dà il nome di momenti coniugati alle variabili La-
grangiane qi . Costanti del moto più generali possono ovviamente esistere
ma non sono legate a simmetrie del tipo considerato finora. Vedremo che
la connessione tra simmetrie e costanti del moto si può ulteriormente gene-
ralizzare nel formalismo di Hamilton, dove l’insieme delle trasformazioni
di coordinate verrà sostanzialmente allargato.
problema 1.2-5 []Considerare una Lagrangiana invariante sotto una ro-
tazione infinitesimale x → x + εω ∧ x; dimostrare che il corrispondente
integrale primo del moto è dato dal momento angolare x ∧ p dove p è il
momento lineare (pi = mẋi ).
problema 1.2-6 []Dimostrare che per un sistema isolato costituito da n
particelle interagenti con forze a due corpi derivabili da un potenziale V =
∑α,β V(∣xα − xβ ∣) la Lagrangiana è invariante per traslazioni xα → xα + ε a

-7-
1.3 Meccanica del punto materiale 1.3

e rotazioni xα → xα + ε ω ∧ xα . Dedurne la legge di conservazione per il


momento lineare totale e per il momento angolare totale del sistema.
Un caso speciale di trasformazione è costituita dalla seguente
qi (t) → q ′ (t) = qi (t + τ)
i

dove t è il tempo e τ un parametro reale. Se il potenziale V che compare


nella Lagrangiana non dipende esplicitamente dal tempo, la precedente
equazione definisce una simmetria della Lagrangiana cui corrisponde una
grandezza conservata. Infatti, considerando τ infinitesimale e omettendo
per semplicità tutti gli indici, si ha
∂L ∂L
L(q(t + τ), q̇(t + τ)) − L(q, q̇) = τ ( q̇ + q̈) + O(τ2 )
∂q ∂q̇
d ∂L
= τ ( q̇) + O(τ2 ) .
dt ∂q̇
Ne segue che
d ∂L
(L − q̇ )=0.
dt ∂q̇
La quantità tra parentesi è un integrale primo del moto identificabile
con l’energia del sistema. Si noti che in questo caso la trasformazione
q → q + τq̇ non lascia strettamente invariante la Lagrangiana; tuttavia
la variazione di L è data da una derivata totale di una funzione di q, q̇.
Questa circostanza corrisponde a una generalizzazione delle trasformazio-
ni di simmetria per un sistema lagrangiano. È immediato verificare infatti
che l’aggiunta a L di una derivata totale rispetto al tempo non altera le
equazioni del moto e si può perciò ammettere nella definizione di tra-
sformazione di simmetria. Questa proprietà delle equazioni di Lagrange
risulterà evidente nella formulazione variazionale del prossimo paragrafo.

1.3. Principi variazionali


Il fatto che le equazioni del moto nella forma di Lagrange siano indipen-
denti dalla scelta delle coordinate rende plausibile che esista una loro inter-
pretazione di tipo intrinseco. Per iniziare da un caso semplice, sappiamo
che equazioni del tipo
∂F
=0
∂xi
mantengono la loro forma sotto cambiamento di coordinate; se infatti
poniamo yi = fi (x) e indichiamo con G la funzione composta G = F ○ f−1
(di modo che G(y) ≡ F(x(y))), le equazioni diventano
∂G
=0
∂yi

-8-
1.3 Principi variazionali

ma questa proprietà di invarianza è del tutto naturale appena riconoscia-


mo che le equazioni rappresentano le condizioni necessarie per l’esistenza
di un punto di stazionarietà della funzione F, e questo fatto costituisce
una caratteristica intrinseca della funzione, indipendente dai parametri
che scegliamo per descriverla. Vedremo nel seguito come le leggi del moto
si possano esprimere sinteticamente in termini di un principio di staziona-
rietà. Le ragioni profonde di questo fatto assai generale si devono peraltro
ricercare al di fuori della meccanica classica; se ne darà un cenno nella
App. A.1.

1.3.1. Principio di Eulero-Lagrange. Ora vogliamo mostrare


che le equazioni di Lagrange esprimono proprio una condizione di sta-
zionarietà per una “funzione” S[q(t)], nota come l’azione del sistema
meccanico. Consideriamo una qualunque traiettoria virtuale qi (t) del si-
stema; con ciò intendiamo una qualunque funzione continua e differenzia-
bile t → (q1 (t), . . . , qn (t)) non necessariamente soluzione delle equazioni
del moto, ma che rispetti gli eventuali vincoli presenti nel sistema (in ge-
nere questi vengono automaticamente tenuti in considerazione mediante
la scelta di coordinate generali). Allora l’azione è definita da
t2
S[q(t), t1 , t2 ] = ∫ L(q(t), q̇(t)) dt .
t1

Il valore di S dipende dagli infiniti valori assunti dalle funzioni qi (t)


nell’intervallo (t1 , t2 ) e dunque non si tratta di una ordinaria funzione
di più variabili; per questo tipo di “funzione” si impiega il termine di
funzionale. Precisiamo ora che cosa si intenda per variazione di q(t) (l’a-
nalogo per traiettorie del concetto di differenziale dx): consideriamo per
una data scelta q(t) una traiettoria virtuale q(t) + δq(t) dove δq(t) è
nulla al di fuori di un intervallo (τ1 , τ2 ) interamente contenuto in (t1 , t2 ),
ossia t1 < τ1 < τ2 < t2 . Limitandoci a piccole variazioni, e sviluppando la
Lagrangiana in serie di Taylor, otteniamo
δS = S[q(t) + δq(t)] − S[q(t)]
t2 ∂L ∂L
=∫ dt ( i δqi (t) + i δq̇i (t)) + O(δq)2 .
t1 ∂q ∂q̇
d i
Ora, δq̇i = δq e perciò un’integrazione per parti ci dà
dt
t2 ∂L d ∂L
δS = ∫ dt δqi ( i − ) + O(δq)2
t1 ∂q dt ∂q̇i
senza termini al contorno nell’integrazione per parti, in quanto per nostra
assunzione δq(t) è identicamente nulla al di fuori di (τ1 , τ2 ). Constatia-
mo perciò che le soluzioni delle equazioni del moto corrispondono a quella

-9-
1.3 Meccanica del punto materiale 1.3

(o quelle) traiettorie virtuali intorno a cui l’azione S[q] si mantiene sta-


zionaria, nel senso che la variazione δS è infinitesima del secondo ordine
rispetto alla variazione δq. Questo fatto esprime il cosiddetto “princi-
pio di minima azione” di Eulero e Lagrange e rende evidente la natura
intrinseca della formulazione lagrangiana delle equazioni del moto.
problema 1.3-7 []Determinare la curva piana congiungente due punti
assegnati tale che la superficie ottenuta per rotazione della curva attorno
ad un asse abbia area minima (si assume che l’asse sia complanare con i
due punti e che questi giacciano nel medesimo semipiano rispetto all’asse).
soluzione []Se la curva è descritta da y(x), essendo x la coordinata lun-
go l’asse di rotazione, dalla geometria elementare sappiamo che l’area della
superficie di rotazione è data da

A = 2π ∫ y(x) ds(x) = 2π ∫ y(x) 1 + y ′ (x)2 dx

Applichiamo perciò le equazioni di Eulero-Lagrange alla Lagrangiana



L(y, y ′ ) = y 1 + y ′ 2 .
Dato però che x non compare esplicitamente nella Lagrangiana, esiste un inte-
grale primo (equivalente all’energia nel caso della dinamica) rappresentato da

∂L
′ yy 2 √
E=y − L = √ − y 1 + y ′ 2 = costante .
∂y ′ 1 + y′2
Dopo semplificazioni elementari si ottiene
dy
√ = dx
(y/E)2 − 1
che ha per soluzione la catenaria y = E cosh((x − x0 )/E). Si discuta l’esistenza
della soluzione in dipendenza dei parametri del problema (le posizioni dei due
punti rispetto all’asse). Si troverà che non sempre il problema ammette soluzione
(il che si può mettere in evidenza sperimentalmente con filo di ferro e acqua
saponata).
problema 1.3-8 []Determinare la forma che assume, sotto l’azione del-
la gravità, un cavo flessibile e inestendibile avente spessore e densità
uniformi, appeso alle due estremità.
soluzione []Il problema è simile al precedente, ma la condizione di lunghez-
za fissata pone un vincolo alla soluzione. Si tratta di minimizzare l’energia
potenziale del cavo espressa dal funzionale

U[y] = mgρ ∫ y(x) 1 + y ′ (x)2 dx

sotto la condizione che la lunghezza



l[y] = ∫ 1 + y ′ (x)2 dx

- 10 -
1.3 Principi variazionali

sia fissata. Il metodo da applicare è quello dei moltiplicatori di Lagrange.


Si cerca di minimizzare il funzionale U[y] − λl[y] e si determina a posteriori il
parametro λ in modo
√ da soddisfare il vincolo. L’integrale primo risulta in questo
caso (mgρy − λ)/ 1 + y ′ (x)2 , identico, a parte una traslazione della y, a quello
del problema precedente. La soluzione sarà dunque ancora una catenaria. Si
discuta anche in questo caso l’esistenza di una soluzione che rispetti i vincoli.
Si sarà osservato che non si è affrontato il problema di determina-
re il carattere della soluzione estremale: decidere se una soluzione delle
equazioni alle variazioni costituisca un minimo o un massimo o un punto
di semplice stazionarietà può essere cruciale per problemi di ottimizza-
zione. Questa problematica (il calcolo delle variazioni) ha radici antiche
(Eulero, Bernoulli, Jacobi) e se ne può trovare un’esposizione in alcune
monografie [For60, Gou64, Lan66]. Per i nostri scopi c’è da osservare
questo: nelle applicazioni alla meccanica che consideriamo in questo libro
non è rilevante determinare il carattere della soluzione; in secondo luogo
qualunque problema reale di ottimizzazione soggetto a vincoli costituisce
un problema in genere non affrontabile per via analitica, mentre esistono
potenti strumenti di analisi numerica per determinare una soluzione (vedi
ad es. [PFTV86]).

1.3.2. Principio di Maupertuis. Esistono varianti interessanti al


principio di Lagrange (si vedano, per maggiori dettagli [Gol50, Lan66]
e per una visione storica [Mac77]). Ne illustriamo in particolare uno che
presenta interessanti analogie con l’ottica. Supponiamo di considerare,
per una data soluzione dell’equazione del moto1 qcl (t), una qualunque
traiettoria virtuale q(t) che soddisfi la stessa condizione iniziale q(t1 ) =
qcl (t1 ) ≡ q1 , sia vincolata a passare per il punto q2 ≡ qcl (t2 ) e in più
rispetti la conservazione dell’energia. Si noti che a energia fissata il tempo
di percorrenza diviene una variabile dipendente calcolabile come
√ q2
m ds
τ[q] = ∫ √
2 q1 E − V(q)

dove ds è l’elemento di lunghezza definito nelle coordinate q attraverso


la matrice metrica:
ds2 = gij (q) dqi dqj

1
Il suffisso cl sta per “classica” e indica ordinariamente in meccanica quantistica
nella formulazione di Feynman una traiettoria che sia soluzione delle equazioni classiche
del moto.

- 11 -
1.3 Meccanica del punto materiale 1.3

Pertanto, per un qualunque cammino virtuale a energia fissata il tempo


di arrivo in q2 sarà in generale differente da t2 . Si avrà allora
t2 τ[q]
S[q] − S[qcl ] = ∫ (L(q, q̇) − L(qcl , q̇cl )) dt + ∫ L(q, q̇) dt
t1 t2
t2 ∂L d ∂L ∂L
≃∫ ( − ) δq(t) dt + δq ∣t=t2 +L(qcl (t2 ), q̇cl (t2 ))δt ,
t1 ∂qcl dt ∂q̇cl ∂q̇cl
dove δt = τ[q] − t2 ; ma δq(t2 ) = q(t2 ) − qcl (t2 ) = q(t2 ) − q(t2 + δt) ≃
−q̇(t2 )δt e perciò
∂L
δS[q] = δt (L − q̇ ) = −Eδt
∂q̇
dove abbiamo indicato con E l’energia della traiettoria qcl (t). Notiamo
che allora che il funzionale
W[q, E] = S[q] + Eτ[q]
che viene anche chiamato l’azione ridotta, risulta stazionario sulle soluzio-
ni delle equazioni del moto rispetto a variazioni che rispettino la conser-
vazione dell’energia2 . Il principio variazionale assume ora la forma (detta
di Maupertuis)

δ(S + Eτ) = δ ∫ (L + E) dt = δ ∫ 2T dt = 0
essendo T l’energia cinetica. Se a questo punto scegliamo l’ascissa curvi-
linea √
s=∫ gij (q)dqi dqj
come parametro lungo la traiettoria, il principio di Maupertuis assume la
forma √
0 = δ ∫ T (q(t)) dt = δ ∫ T (q) ds
ovvero

δ∫ E − V(q) ds = 0

Notiamo che in questa forma il principio variazionale permette di studiare


direttamente le traiettorie indipendentemente dalla loro percorrenza ora-
ria. In questa formulazione, le equazioni del moto sono assimilate a quelle
di un moto di particella libera che avviene lungo le geodetiche, cioè le
curve di minima distanza, per una geometria che non è quella fissata dal-
la configurazione
√ del sistema (la gij ), bensı̀ quella definita dalla distanza
elementare E − Vds. Si noterà l’analogia con l’ottica geometrica: per un
2
Il passaggio da S a W è un caso particolare di trasformata di Legendre (si veda il
§2.1) ed infatti le relazioni ∂S/∂τ = −E, ∂W/∂E = τ sono previste dallo schema generale;
le incontreremo di nuovo nello schema di Hamilton-Jacobi.

- 12 -
1.3 Principi variazionali

mezzo trasparente con indice di rifrazione n(ω) dipendente dalla frequen-


za i raggi luminosi descrivono le traiettorie di cammino ottico minimo (o
meglio stazionario), secondo il principio di Fermat

δ ∫ n(ω) ds = 0 .

Questa analogia era ben nota ad Hamilton e costituirà la base formale


per la costruzione della meccanica ondulatoria (per una trattazione det-
tagliata dell’ottica dal punto di vista fisico-matematico si vedano [Pau64,
Per60, Tor53]).
problema 1.3-9 []Una particella si muove senza attrito su di una super-
ficie caratterizzata dalle equazioni parametriche

x = ϕ1 (u, v), y = ϕ2 (u, v), z = ϕ3 (u, v).

Scrivere la Lagrangiana del sistema. Come si può caratterizzare il moto


dal punto di vista geometrico nel caso di totale assenza di forze esterne?
soluzione []In assenza di forze (V(x) = costante) la dinamica è interamente
dettata dalla geometria: le traiettorie sono le geodetiche nello spazio delle confi-
gurazioni, che sono individuate indifferentemente dai due principi variazionali,
di Lagrange o di Maupertuis:

t2 P2 √
δ∫ gij q̇i q̇j dt = 0 , δ∫ gij dqi dqj = 0 .
t1 P1

Si tratta dunque di studiare la geometria indotta sulla superficie da quella euclidea


dello spazio R3 , partendo dalla identificazione della metrica ds2 che si ottiene
esprimendo dxi dxi in termini dei parametri (u, v). Un caso del tutto elementare
è costituito dalle superfici sviluppabili; in tal caso la geometria è quella euclidea
del piano e le traiettorie sono rette sulla superficie sviluppata (si descrive cosı̀ ad
esempio il moto libero sulla superficie di un cono).

problema 1.3-10 []Consideriamo una massa puntiforme che si muove


su di un piano senza attrito. L’energia potenziale assume due valori, ri-
spettivamente V1 e V2 , nei due semipiani x < 0 e x > 0. Facendo uso del
principio di Maupertuis, determinare la generica traiettoria della particel-
la e dimostrare che soddisfa a una “legge di rifrazione” identica a quella
dell’ottica geometrica, a patto di mettere in relazione opportunamente
l’indice di rifrazione con l’energia cinetica della particella.
problema 1.3-11 [] Dimostrare l’equazione di Newton a partire dal prin-
cipio di Maupertuis.

- 13 -
1.3 Meccanica del punto materiale 1.3

soluzione []Dalla definizione ds = dxi dxi si ha
√ √ δV(x)
1
δ∫ E − V(x) ds = ∫ E − V(x)δ ds − 2 ∫ √ ds
E − V(x)
√ dxi ∂V δxi ds
= ∫ E − V(x) dδxi − 1
2 ∫ √
ds ∂xi E − V(x)
√ √
Ponendo ds = 2/m E − V(x) dt ed uguagliando a zero la variazione per δxi
arbitrario, si ottiene l’equazione del moto.
problema 1.3-12 [] Si ricavi l’equazione esplicita delle curve geodetiche
su una superficie di matrice metrica gij assegnata.
soluzione []Utilizziamo il principio di Maupertuis ed esprimiamo le coordi-
nate q come funzioni della ascissa curvilinea s:
√ dqi dqj ∂gij dqi dqj
δ∫ gij (q) dqi dqj = ∫ (gij δ ds + 12 k δqk ds)
ds ds ∂q ds ds
d
= ∫ (− (gij q̇i ) δqj + 21 gij,k q̇i q̇j δqk ) ds
ds
= ∫ (−gij q̈i − gij,k q̇i q̇k + 12 gik,j q̇i q̇k ) δqj ds = 0

dove per semplicità si è indicato con gij,k la derivata parziale ∂gij /∂qk . L’equa-
zione si può allora riscrivere nel modo più simmetrico
gij q̈j + 1
2
(gik,j + gij,k − gjk,i ) q̇j q̇i = 0
Secondo la convenzione del calcolo tensoriale l’equazione delle geodetiche si ri-
scrive allora in termini dei simboli di Christoffel
k
Γijk ≡ 21 (gik,j + gjk,i − gij,k ) , Γij = gkl Γijl
nella forma
q̈i + Γjk
i
q̇j q̇k = 0.
Per gli elementi di calcolo tensoriale si veda [Pau58].

- 14 -
CAPITOLO 2

Il formalismo hamiltoniano

La meccanica di Newton ha assunto, nella formulazione di Lagran-


ge, una forma estremamente semplice: le traiettorie di qualunque sistema
dinamico sono individuate come curve di stazionarietà di un funzionale,
l’azione del sistema. Ciò comporta la massima libertà nella scelta delle
coordinate con cui si desidera descrivere la configurazione del sistema, in
particolare ciò permette di adattarne la scelta alle particolari simmetrie
presenti nel problema. Un ulteriore passo avanti in questa direzione si ot-
tiene con la formulazione di Hamilton, in cui si riescono a mettere in gioco,
nella scelta delle coordinate, anche le velocità generalizzate. Lo schema è
fondamentale per gli sviluppi della dinamica celeste e, limitatamente agli
scopi di queste lezioni, costituisce il modello astratto che si ripeterà con
poche modifiche nell’ambito della meccanica quantistica. Vale la pena ri-
badire che nel passaggio dalla meccanica di Newton a quella di Lagrange e
infine di Hamilton la fisica di base è del tutto inalterata. Ciò non di meno
la diversa impostazione formale del problema del moto fornisce al ricerca-
tore nuovi punti di vista da cui sviluppare metodi di calcolo efficienti (ad
esempio la teoria delle perturbazioni). Premettiamo una definizione ge-
nerale di trasformata di Legendre che sta a fondamento matematico della
transizione dalla meccanica lagrangiana a quella hamiltoniana.

2.1. Funzioni convesse e trasformata di Legendre


Data una funzione convessa f(x) su un intervallo reale (a, b) si definisce
la sua trasformata di Legendre g = L[f] nel modo seguente [Arn78]:
g(y) = sup (xy − f(x))
x

Per funzioni differenziabili si ha ovviamente1


g(y) = (xy − f(x)) ∣f ′ (x)=y
f(x) = (xy − g(y)) ∣g ′ (y)=x

1
Il simbolo supx indica l’estremo superiore dell’insieme di valori tra parentesi; la
definizione non richiede a priori la differenziabilità (si veda il problema 2.1-2).
15
2.2 Il formalismo hamiltoniano 2.2

La seconda relazione, di facile verifica, significa che la trasformazione di


Legendre g = L[f] è idempotente, ossia L[g] = f. La trasformata è im-
piegata in quei casi in cui si intende usare la variabile y come variabile
indipendente al posto di x, essendo y = f ′ (x). Dalla definizione discende
la diseguaglianza (di Young)
(2.1) xy ≤ f(x) + g(y)
valida se g = L[f].
La trasformata di Legendre è applicata in termodinamica allorquando
si sostituisce alla coppia di variabili indipendenti volume ed entropia (V, S)
la coppia volume e temperatura (V, T ) secondo le relazioni
dE = −p dV + T dS → dF = −p dV − S dT
dove l’energia interna e l’energia libera sono legate dalla trasformata di
Legendre F(V, T ) = −L[E(V, S)]. E infatti il lettore sarà familiare con le
relazioni
∂E(V, S) ∂E(V, S)
p=− , T=
∂V ∂S
∂F(V, T ) ∂F(V, T )
p=− , S=−
∂T ∂T
In questo caso la trasformata di Legendre agisce sulla coppia di variabili
(S, T ), nel caso della meccanica vedremo invece coinvolta la coppia (q̇, p).
problema 2.1-1 []Dimostrare la disuguaglianza
xα yβ 1 1
+ ≥ xy , + = 1
α β α β
problema 2.1-2 [] Si determini la trasformata di Legendre delle seguenti
funzioni:
f1 (x) = ∣x∣

f2 (x) = x2 + 1 − 1
f3 (x) = max(∣x∣ − 1, 0)

soluzione []L[f1 ](y) = 0, L[f2 ](y) = 1 − 1 − y2 , L[f3 ](y) = ∣y∣ per ∣y∣ < 1,
L[fi ](y) = +∞ altrove.

2.2. Equazioni di Hamilton


Applichiamo la trasformata di Legendre alla funzione Lagrangiana L(q, q̇)
limitatamente alle variabili q̇i . Indicando con H la funzione trasformata
si ha
n
H(q1 , . . . , qn , p1 , . . . , pn ) = sup (∑ pi q̇i − L) .
q̇ i=1

- 16 -
2.2 Equazioni di Hamilton

Dato che la Lagrangiana è differenziabile la condizione di sup è verificata


per pi = ∂L/∂q̇i . La variabile pi è denominata il momento coniugato
della variabile lagrangiana qi e H(q, p) è detta la funzione Hamiltoniana
(o semplicemente l’Hamiltoniana) del sistema meccanico. Affinché sia
possibile adottare i momenti coniugati per descrivere il moto del sistema
è necessario che la relazione tra p e q̇ sia invertibile, e cioè il determinante
Jacobiano
∂2 L
det ∥ i j ∥
∂q̇ ∂q̇
deve essere diverso da zero nella regione che interessa descrivere. Nel caso
in cui il determinante sia identicamente nullo, come avverrebbe per una
Lagrangiana lineare nelle velocità, la Lagrangiana viene detta singolare.
problema 2.2-3 [] Determinare la funzione Hamiltoniana corrisponden-
te alla Lagrangiana data da

a) L = 12 mẋ2 − V(x)
¿
Á
Á
À ẋ 2
b) L = −mc2 1 − ( )
c
(quest’ultima rappresenta la Lagrangiana per una particella libera secondo
la Relatività ristretta).
soluzione []
1 2 √
a) H= p + V(x) , b) H = c p 2 + m 2 c2 .
2m
problema 2.2-4 []Determinare la funzione Hamiltoniana corrispondente
alla Lagrangiana data da

2 1
L = −mc g00 − 2 gij ẋi ẋj ,
c
e studiarne il limite per c → ∞, ammettendo che g00 = 1 + 2ϕ(x)/c2 e
gij = δij + O(1/c2 ). Che significato si può attribuire al campo ϕ(x)?
Dalle proprietà generali della trasformazione di Legendre si ha dunque
∂H/∂pi = q̇i e d’altra parte se valutiamo il differenziale totale dH otte-
niamo
dH(q, p) = d (∑ pi q̇i − L)
= ∑(q̇i dpi + pi dq̇i − ṗi dqi − pi dq̇i )
= ∑(q̇i dpi − ṗi dqi )

- 17 -
2.2 Il formalismo hamiltoniano 2.2

Si ottengono pertanto le equazioni del moto in una forma particolarmente


simmetrica nelle coordinate (q, p)
∂H
q̇i =
∂pi
∂H
ṗi = −
∂qi
che vengono dette equazioni canoniche di Hamilton, mentre le (q, p) ven-
gono dette variabili canoniche. La variazione nel tempo di una qualunque
funzione f(q, p) è data da una relazione molto semplice che troverà una
generalizzazione alla meccanica quantistica:
d ∂f(q, p) i ∂f(q, p)
f(q, p) = ∑ ( q̇ + ṗi )
dt i ∂qi ∂pi
∂f ∂H ∂f ∂H
= ∑( i − )
i ∂q ∂pi ∂pi ∂qi
≡ {f, H}
Quest’ultima espressione è denominata parentesi di Poisson di f e H e
per essa si è introdotto il simbolo convenzionale { , } (si vedano i problemi
di questo capitolo per una serie di proprietà notevoli). Come abbiamo
già sottolineato, il contenuto fisico delle equazioni di Hamilton, come per
le equazioni di Lagrange, non è superiore a quello delle equazioni di New-
ton da cui siamo partiti. Tuttavia le differenti formulazioni delle leggi
del moto permettono di individuare proprietà fisiche delle soluzioni che
sarebbe alquanto arduo evidenziare nella formulazione originale. La virtù
principale delle equazioni di Hamilton è quella di ammettere un gruppo
di trasformazioni di coordinate molto più vasto di quello che abbiamo
considerato nel caso lagrangiano. Per sviluppare questo aspetto fonda-
mentale della dinamica Hamiltoniana fissiamo la necessaria terminologia.
Si definisce spazio delle configurazioni la varietà2 dei punti individuati
dalle coordinate q. Si dice inoltre spazio delle fasi la varietà i cui punti
sono parametrizzati dalle variabili (q, p). In generale un solo sistema di
coordinate non è sufficiente: cosı̀ come si usa un atlante di carte loca-
li per descrivere adeguatamente la superficie terrestre, cosı̀ può risultare
necessario introdurre più carte locali opportunamente coordinate tra loro
per descrivere adeguatamente il moto di un sistema meccanico complesso.
Assegnato un punto nello spazio delle fasi, esiste una ed una sola soluzione
delle equazioni del moto che passa per quel punto ad un tempo prefissato;

2
Non assumeremo conoscenze specifiche di geometria differenziale, ma talvolta ne
faremo uso implicitamente.

- 18 -
2.2 Equazioni di Hamilton

le equazioni di Hamilton sono infatti del primo ordine e quanto afferma-


to segue dal teorema fondamentale delle equazioni differenziali. Il fatto
che per ogni punto iniziale nello spazio delle fasi si ha una unica traiet-
toria rende possibile raffigurarsi il complesso di tutte le traiettorie come
il moto di un fluido: ad ogni punto iniziale assegniamo una particella del
fluido e possiamo seguire il moto di una particolare porzione del fluido
inizialmente racchiuso in una regione S. Un primo risultato interessante
che discende dalle equazioni di Hamilton è il seguente teorema di Liou-
ville: il volume di S è indipendente dal tempo. La dimostrazione non è
difficile: il volume è dato da
∂(q(t), p(t))
V(t) = ∫ dq dp = ∫ dq dp J ( ),
∂(q(0), p(0))
(q,p)∈S(t) (q,p)∈S(0)

dove S(t) è la regione individuata da tutti i punti dello spazio delle fasi
ottenuti risolvendo le equazioni di Hamilton fino al tempo t con la condi-
zione iniziale (q(0), p(0)) ∈ S. Si tratta perciò di valutare il determinante
Jacobiano
i i
⎛ ∂q (t) ∂q (t) ⎞
⎜ ∂qj (0) ∂pj (0) ⎟
J = det ⎜
⎜ ∂p (t) ∂p (t) ⎟

⎜ i i ⎟
⎝ ∂qj (0) ∂pj (0) ⎠
e dimostrare che J ≡ 1. A questo scopo è sufficiente studiare un intervallo
di tempo infinitesimale: si ha in tal caso
∂ ∂H ∂ ∂H

j
(qi + dt ) (qi + dt )⎞
⎜ ∂q ∂pi ∂pj ∂pi ⎟
J = det ⎜ ⎟
⎜ ∂ ∂H ∂ ∂H ⎟
⎝ ∂qj (pj − dt ∂qi ) ∂pj
(pj − dt i )⎠
∂q
2
⎛δ + dt ∂ H ∂2 H ⎞
dt
⎜ ij ∂qj ∂pi ∂pj ∂pi ⎟
= det ⎜


⎜ ∂2 H ∂2 H ⎟

⎝ − dt δij − dt i
∂qi ∂qj ∂q ∂pj ⎠
Si ha in generale
det(1 + εX) = 1 + εTr X + O(ε2 )
e nel caso di J( dt) la traccia si annulla e quindi dJ(t)/dt = 0 per t = 0.
Ma l’argomento si può ripetere per ogni altro istante successivo e quindi J
è indipendente dal tempo e pertanto vale J(t) = J(0) = 1. La dinamica di
Hamilton si può assimilare pertanto al moto di un fluido incomprimibile.

- 19 -
2.3 Il formalismo hamiltoniano 2.3

problema 2.2-5 []Si consideri il moto di un punto materiale libero (H =


1 2
2 p ) inizialmente in q = 0 con velocità p0 . Posizione e velocità sono noti
con precisione rispettivamente ∆q e ∆p. Qual è la precisione con cui si
può prevedere la posizione al tempo t? Studiare l’evoluzione della regione
dello spazio delle fasi definita da ∣q∣ < ∆q, ∣p − p0 ∣ < ∆p e verificare la
validità del teorema di Liouville.
problema 2.2-6 []Sia ⟨f(q, p)⟩ il valore medio di f sulla soluzione delle
equazioni del moto, ossia
1 T
⟨f(q, p)⟩ ≡ lim ∫ dt f(q(t), p(t)) .
T →∞ T 0

La definizione ha senso per moti limitati, come ad esempio le orbite


ellittiche del problema di Keplero. Dimostrare che vale in generale la
relazione
∂H ∂H
(2.2) ⟨ ∑ qi i
⟩ = ⟨∑ pi ⟩,
i ∂q i ∂pi
2
che si riduce, per H = p /2m + V(q) alla
⟨q V ′ (q)⟩ = 2 ⟨p2 /2m⟩ .
Dedurne il risultato secondo cui nel moto di Keplero l’energia cinetica
media ⟨T ⟩ soddisfa ⟨T ⟩ = − 12 ⟨V⟩ = −E.
soluzione []Si consideri il valor medio di (d/dt) ∑i qi pi . Il risultato di-
scende dal fatto che, nell’ipotesi che il moto sia limitato, il valor medio di una
derivata totale deve annullarsi. La relazione è nota come teorema del viriale

2.3. Trasformazioni canoniche


La questione che affrontiamo ora è la seguente: quali sono le trasfor-
mazioni di coordinate (q, p) → (q ′ , p ′ ) che lasciano inalterata la forma
delle equazioni di Hamilton? È facile constatare che il gruppo di tali tra-
sformazioni (detto gruppo delle trasformazioni canoniche) contiene come
sottogruppo quello già considerato per le equazioni di Lagrange: se la
trasformazione si esprime con qi → q ′ = fi (q) si avrà
i

∂fi j
L(q, q̇) ≡ L ′ (q ′ , q̇ ′ ) ≡ L ′ (fi (q), q̇ )
∂qj
e perciò
∂ ′ i ∂fi j i
′ ∂f (q)
(2.3) pi = L (f (q), q̇ ) = pj
∂q̇i ∂qj ∂qj

- 20 -
2.3 Trasformazioni canoniche

La trasformazione è dunque lineare per quanto riguarda i momenti coniu-


gati e si esprime nel modo più succinto con la condizione
pi dqi = pi′ dq ′
i

equivalente alla (2.3). Questo tipo di trasformazioni è però una sem-


plice estensione allo spazio delle fasi delle trasformazioni definite sullo
spazio base delle configurazioni. Trasformazioni più generali del tipo
q → f(q, p), p → g(q, p) costituiscono invece la vera novità del forma-
lismo Hamiltoniano. La caratterizzazione delle trasformazioni canoniche
è sorprendentemente semplice: in sostituzione della Eq. (2.3) si deve avere
pi dqi = pi′ dq ′ + dF(q, q ′ )
i
(2.4)
dove F(q, q ′ ) è detta la funzione generatrice (f.g) della trasformazione
canonica. La trasformazione si rende esplicita sviluppando il differenziale;
si ottiene cosı̀ :
∂F ∂F
pi = , pi′ = −
∂q i
∂q ′ i
La chiave per comprendere questo risultato è da ricercare ancora nel prin-
cipio variazionale. Una volta riespresso in termini di coordinate canoniche,
il principio di Eulero-Lagrange diviene
t2 t2
δS ≡ δ ∫ L dt ≡ δ ∫ (pq̇ − H(q, p)) dt
t1 t1

dove ora dobbiamo ammettere variazioni indipendenti di q(t) e p(t).


Sotto una variazione di q(t) si ha
∂H ∂H ∂H
δS = ∫ (p δq̇ − δq) dt = ∫ (−ṗ − ) δq(t) dt Ô⇒ ṗ = −
∂q ∂q ∂q
mentre sotto una variazione di p(t)
∂H ∂H ∂H
δS = ∫ (δp q̇ − δp) dt = ∫ (q̇ − ) δp(t) dt Ô⇒ q̇ =
∂p ∂p ∂p
Ora, sotto una generica trasformazione q = f(q ′ , p ′ ) si generano termi-
ni proporzionali a ṗ nell’espressione dell’azione che cambiano la forma
delle equazioni del moto, a meno che non sia possibile, integrando per
parti, eliminare questi termini indesiderati. Ciò è ovviamente possibile
se si può esprimere la forma differenziale ∑i pi dqi come ∑ pi′ dq ′ + dF,
i

in quanto il differenziale esatto contribuisce all’azione solo con termini al


contorno che non entrano nelle variazioni. Le trasformazioni considera-
te in precedenza (pure trasformazioni di coordinate che non coinvolgono i
momenti) costituiscono un caso particolare ovvero, in termini matematici,
un sottogruppo, del gruppo delle trasformazioni canoniche, caratterizzato
da F(q, q ′ ) ≡ 0.

- 21 -
2.3 Il formalismo hamiltoniano 2.3

Abbiamo caratterizzato le trasformazioni canoniche attraverso la pro-


prietà di lasciare invarianti in forma le equazioni di Hamilton; d’altra
parte le stesse equazioni sono del tipo ḟ = {f, H}. Per consistenza anche le
Parentesi di Poisson (P.d.P.) devono essere in tutta generalità invarianti
per trasformazioni canoniche (vedi Probl. 2.3-8). In particolare le P.d.P.
fondamentali

(2.5) {qi , qj } = {pi , pj } = 0


(2.6) {qi , pj } = δij

sono soddisfatte da qualunque insieme di variabili canoniche.

2.3.1. Trasformazioni canoniche infinitesimali. La forma costi-


tuita dall’Eq. (2.4) non è l’unica possibile e neppure la più conveniente.
Ad esempio la trasformazione identità {p ′ = p, q ′ = q} non è esprimi-
bile in questa forma! La trasformata di Legendre ci suggerisce qualche
variante. A partire dalla Eq. (2.4), possiamo decidere di passare ad una
formulazione in cui siano (q, p ′ ) le variabili indipendenti:

G(q, p ′ ) = ∑ q ′ pi′ + F(q, q ′ )∣


i
(2.7)
pi′ = −∂F/∂q ′
i
i
∂G ∂G
q′ =
i
(2.8) ′
, pi =
∂pi ∂qi

A questo punto è possibile rappresentare la trasformazione identità at-


traverso la f.g. G(q, p ′ ) = ∑ qi pi′ ; ciò è più importante di quanto possa
sembrare a prima vista: segue infatti che una trasformazione canonica che
differisca di poco dall’identità sarà rappresentabile nella forma

G(q, p ′ ) = ∑ qi pi′ + εg(q, p ′ )


i

avendo indicato con ε un parametro che si possa considerare piccolo in


qualche scala di riferimento. Si parla in questo caso di “trasformazioni ca-
noniche infinitesime”. Nel limite ε → 0 si può esplicitare la trasformazione
come segue:

∂G ∂g(q, p ′ ) ∂g(q, p)
q′ =
i i

= q + ε ′
= qi + ε + O(ε2 )
∂pi ∂pi ∂pi
∂G ′ ∂g(q, p ′ ) ∂g(q, p)
pi = = pi + ε = pi′ + ε + O(ε2 ) .
∂qi ∂qi ∂qi

- 22 -
2.3 Trasformazioni canoniche

Si ha perciò che una trasformazione canonica infinitesimale è caratteriz-


zata da una funzione generatrice g(q, p) attraverso le relazioni
∂g(q, p)
δqi = q ′ − qi = ε
i
+ O(ε2 )
∂pi
∂g(q, p)
δpi = pi′ − pi = −ε i
+ O(ε2 )
∂q
e in generale
∂f i ∂f
δf(q, p) = δq + δpi = ε{f, g}.
∂qi ∂pi
Osservazione []Se identifichiamo la f.g. g(q, p) con la funzione Hamil-
toniana H(q, p) e il parametro ε con un intervallo infinitesimo di tempo,
possiamo concludere che l’evoluzione temporale del sistema Hamiltoniano,
cosı̀ come segue dalle equazioni di Hamilton,
∂H
q(t + dt) = q(t) + dt
∂p
∂H
p(t + dt) = p(t) − dt
∂q
costituisce una trasformazione canonica infinitesimale generata dalla Ha-
miltoniana. D’altra parte è altrettanto chiaro che due trasformazioni ca-
noniche eseguite in successione sono equivalenti ad una singola trasfor-
mazione canonica, detta il prodotto delle prime due. Le trasformazioni
canoniche costituiscono cioè un gruppo. L’evoluzione temporale si può
perciò sempre pensare come l’effetto di infinite trasformazioni canoniche
infinitesimali e costituisce perciò un gruppo di trasformazioni canoniche.

2.3.2. Trasformazioni canoniche dipendenti dal tempo. Se am-


mettiamo che la trasformazione (q, p) → (q ′ , p ′ ) coinvolga esplicitamente
il tempo, le formule di trasformazione devono essere leggermente modi-
ficate; l’effetto più rilevante è costituito dal fatto che la Hamiltoniana
riceve un contributo additivo proporzionale alla derivata rispetto al tem-
po della funzione generatrice . Ciò si ricava facilmente dal principio va-
riazionale, tenendo conto che il termine H(q, p) dt entra in gioco nella
trasformazione. Dall’equazione

pi dqi − H(q, p) dt = pi′ dq ′ − K(q ′ , p ′ ) dt + dG(q, p ′ , t)


i

si ricavano, oltre alle equazioni già note (2.7), la seguente


∂G
H(q, p) = K(q ′ , p ′ ) − .
∂t

- 23 -
2.3 Il formalismo hamiltoniano 2.3

2.3.3. L’equazione di Hamilton-Jacobi. Immaginiamo ora di sa-


per determinare una f.g. G(q, p ′ , t) tale che la nuova Hamiltoniana risulti
identicamente nulla: K = 0. Le corrispondenti variabili canoniche (q ′ , p ′ )
soddisfano a equazioni del moto del tutto banali q̇ ′ = ṗ ′ = 0, ossia esse sono
tutte costanti del moto. In effetti possiamo organizzare la trasformazione
in modo che q ′ = qi (0), pi′ = pi (0) e la trasformazione canonica prende
i

la forma
∂G
pi =
∂qi
∂G
q′ =
i
∂pi′
∂G
K(q ′ , p ′ ) = 0 = H(p, q) + .
∂t
Si procede come segue: indicando con (q ′ , pi′ ) = (αi , βi ) i valori costanti
i

delle nuove variabili canoniche, si avrà


∂G(q, β, t) i ∂G(q, β, t)
H( i
,q ) + =0
∂q ∂t
Una volta determinata una soluzione particolare dell’equazione che con-
tenga n costanti indipendenti da identificare con le variabili β, la trasfor-
mazione canonica è completata dalla
∂G(q, β, t)
αi =
∂βi
Questo schema, noto come equazione di Hamilton-Jacobi , costituisce un
vero e proprio metodo di soluzione delle equazioni del moto, in cui si è
sostituita una singola equazione differenziale alle derivate parziali in luogo
delle 2n equazioni differenziali ordinarie del primo ordine (nella forma di
Hamilton). Nell’affrontare la soluzione di un problema concreto questo
schema sarà efficace se, ad esempio, risulterà possibile adottare la separa-
zione delle variabili , come vedremo più avanti; oppure potrà prestarsi ad
impostare qualche calcolo approssimato a partire dalla soluzione nota di
un sistema facilmente integrabile. In generale invece, ove si debba ricorrere
al metodo numerico come unica risorsa di calcolo, è molto più vantaggioso
impostare il problema in termini di equazioni del moto ordinarie.
Il problema inverso, costruire cioè la soluzione G(q, β, t) nota la so-
luzione qi (t) delle equazioni del moto, si risolve ricorrendo al principio
variazionale. Si ha infatti (si veda il Probl. 2.3-11 a p. 30)
t
(2.9) F(q, q0 , t) = ∫ L(qcl (τ), q̇cl (τ))dτ
0

- 24 -
2.3 Trasformazioni canoniche

dove abbiamo indicato con qcl la soluzione nota delle equazioni del moto
caratterizzata dalle condizioni qcl (0) = q0 , qcl (t) = q. Si trova quindi che
la soluzione dell’equazione di Hamilton-Jacobi è data dal valore estrema-
le del funzionale di azione, il valore cioè che esso assume sulla soluzione
classica. Effettuando poi una trasformazione di Legendre si può ottenere
la soluzione nella forma G(q, p ′ ). Si noti che queste considerazioni val-
gono in generale solo per un intervallo limitato t ∈ (0, T ), nel quale esiste
un’unica soluzione classica che soddisfi alle condizioni al contorno. Ciò
non è mai vero per quei sistemi che in seguito alla imposizione di vincoli
sono caratterizzati da uno spazio delle configurazioni non semplicemente
connesso. In questo caso infatti, tutte le traiettorie virtuali con assegnati
punto iniziale e finale si suddividono in classi di omotopia (due traiettorie
appartengono alla stessa classe se sono deformabili con continuità l’una
nell’altra). In ognuna delle classi di omotopia l’azione assume in generale
un valore minimo che rappresenta perciò una soluzione classica (si veda a
questo proposito il Probl. 2.3-12 a p. 30). Considerazioni di questo tipo,
che tengono conto della geometria non banale dello spazio delle configu-
razioni, sono necessarie per affrontare problemi globali di dinamica; per i
recenti progressi ottenuti in dinamica classica, che esulano dagli scopi di
queste lezioni, si consultino ad es. [AM79, Arn78, Gal83, Wei73].

L’equazione di Hamilton-Jacobi stazionaria. Una variante allo schema


precedente è ottenuta nel caso che la Hamiltoniana non dipenda esplici-
tamente dal tempo, come è il caso per un sistema isolato. Si potrà allora
porre come ansatz G(q, β, t) = W(q, β) − βn t (che si può assimilare alla
trasformazione già considerata al §1.3.2) il che porta alla equazione di
Hamilton-Jacobi stazionaria
∂W
H ( i , qi ) = βn
∂q
In questo schema la trasformazione generata da W è indipendente dal
tempo e l’Hamiltoniana coincide con la variabile canonica pn′ ; le variabili
(q ′ , pi′ ) con i < n sono costanti del moto e fissano la traiettoria come
i

curva geometrica nello spazio delle fasi, mentre la percorrenza oraria del
punto sulla traiettoria è fissata dall’ultima equazione
∂W
αn = − t.
∂βn
Illustriamo ora un metodo di soluzione dell’equazione di Hamilton-Jacobi,
basato su un’idea che trova applicazioni alquanto generali3 . Diremo che
3
Per una trattazione estesa di tecniche di soluzione di equazioni alle derivate
parziali del primo ordine si veda [Gou59].

- 25 -
2.3 Il formalismo hamiltoniano 2.3

l’equazione è separabile se esiste una soluzione della forma


W(q1 , . . . , qn ) = f(q1 ) + f(q2 ) + . . . + f(qn ) .
Si riconosce facilmente che l’equazione può risultare separabile in un si-
stema di coordinate canoniche ma non in altre. L’intuizione deve guidare
perciò nella ricerca di un sistema di coordinate adatto. L’esempio più
semplice è costituito dall’Hamiltoniana
p2
H= + V1 (x1 ) + V2 (x2 ) + V3 (x3 ) ,
2m
che rappresenta una particella di massa m che si muove in tre dimensioni
sotto l’influenza di un campo di forze di energia potenziale ∑ Vi (xi ). È
chiaro che questo problema dinamico si risolve agevolmente direttamente
dalle equazioni del moto, tuttavia ci serve per vedere all’opera il mecca-
nismo di separazione delle variabili: poniamo W = f(x1 ) + f(x2 ) + f(x3 ),
ne segue
3
1 dfi 2
∑[ ( ) + V(xi )] = E .
i=1 2m dxi
Dal momento che le tre coordinate xi sono indipendenti questa identità
può essere soddisfatta solo se valgono separatamente le relazioni
1 dfi 2
( ) + V(xi ) = Ei
2m dxi
con E1 , E2 , E3 costanti opportune, la cui somma è E. Siamo allora in pre-
senza di equazioni differenziali ordinarie che si risolvono immediatamente
per quadrature:

fi (xi ) = ∫ dxi 2m(Ei − V(xi ))
ed infine
3 √
W(xi , Ei ) = ∑ ∫ dxi 2m(Ei − V(xi )) .
i=1
Le variabili Qi coniugate alle Ei si ottengono secondo le formule che
definiscono la trasformazione canonica (xi , pi ) → (Qi , Ei )

∂W m dxi
Qi = = ∫ √ .
∂Ei 2 Ei − Vi (xi )
Dato che H = E1 + E2 + E3 , l’evoluzione temporale delle variabili Q è molto
semplice
∂H
Q̇i = =1
∂Ei
ossia Q = ∂W/∂E = t come anticipato nel paragrafo 1.3.2. Gli esempi
interessanti di separazione di variabili si hanno per sistemi esprimibili

- 26 -
2.3 Trasformazioni canoniche

semplicemente in coordinate curvilinee. Per il caso di coordinate polari


(r, ϑ, φ) si ha
m 2 2 2 2
L= (ṙ + r ϑ̇ + r sin2 ϑ φ̇2 ) − V(r, ϑ, φ) .
2
Applicando la trasformata di Legendre si ottiene
1 p2 p2φ
H= (p2r + 2ϑ + ) + V(r, ϑ, φ) .
2m r r2 sin2 ϑ
Si noti che la energia cinetica può essere scritta come (p2r +ℓ2 /r2 )/(2m), es-
sendo ℓ2 il modulo quadrato del momento angolare ∣r∧p∣2 . Se il potenziale
è della forma speciale
U(ϑ) Z(φ)
V(r, ϑ, φ) = V(r) + +
r 2
r sin2 ϑ
2

l’equazione di Hamilton-Jacobi ammette soluzione di tipo separato nelle


variabili. Si ha infatti, ponendo W = R(r) + Θ(ϑ) + Φ(φ)
1 1
R ′ (r)2 + [Θ ′ (ϑ)2 + 2mU(ϑ)] + [Φ ′ (φ)2 + 2mZ(φ)] = 2mE .
r 2
r sin2 ϑ
2

Possiamo allora ridistribuire i termini fino ad ottenere


r2 [R ′ (r)2 + 2mV(r) − E] =
(2.10) 1
−[Θ ′ (ϑ)2 +2mU(ϑ)] + 2
[Φ ′ (φ)2 + 2mZ(φ)] .
sin ϑ
Si nota ora che il membro di sinistra della precedente equazione dipen-
de solo dalla variabile r, mentre quello di destra dipende dal resto delle
coordinate. Essendo r, ϑ, φ variabili indipendenti, si deve concludere che
entrambi i membri della Eq. (2.10) devono essere uguali ad una costante,
identificabile con −ℓ2 . Si ottiene allora
R ′ (r)2 + 2mV(r) + ℓ2 /r2 = 2mE
e analogamente per separazione delle variabili angolari
Φ ′ (φ)2 + 2mZ(φ) = µ2
Θ ′ (ϑ)2 + 2mU(ϑ) + µ2 / sin2 ϑ = ℓ2 .
Il caso dei potenziali a simmetria sferica, detti potenziali centrali , è par-
ticolarmente semplice; si ha in questo caso
Φ ′ (φ) = µ

Θ ′ (ϑ) = ℓ2 − µ2 / sin2 ϑ

- 27 -
2.3 Il formalismo hamiltoniano 2.3

da cui si ricava la soluzione per quadrature



W(r, ϑ, φ; E, ℓ, µ) = µφ + ∫ dϑ ℓ2 − µ2 / sin2 ϑ

+ ∫ dr 2m(E − V(r)) − ℓ2 /r2

Le variabili coniugate a (E, ℓ, µ) si ottengono completando la trasforma-


zione canonica secondo l’Eq. (2.7):
∂W ∂W ∂W
QE = , Qℓ = , Qµ = .
∂E ∂ℓ ∂µ
Per la soluzione esplicita del moto in campo centrale è tuttavia convenien-
te restringersi fin dall’inizio al piano in cui avviene il movimento, il piano
1
ortogonale al momento angolare che corrisponde a ϑ = π. La conserva-
2
zione del momento angolare implica che il moto giace su questo piano e
non c’è nessuna limitazione di generalità a discutere il problema del moto
direttamente in due gradi di libertà4 . Si ottiene in tal modo

W = ℓφ + ∫ dr 2m(E − V(r)) − ℓ2 /r2
∂W dr
(2.11) Qℓ = = φ−ℓ ∫ √
∂ℓ r2 2m (E − V(r)) − ℓ2 /r2
La traiettoria è descritta dalla semplice equazione Qℓ (t) = Qℓ (0), mentre
la percorrenza oraria dell’orbita è data dalla equazione
dr
QE = m ∫ √ = t − t0 .
2m (E − V(r)) − ℓ2 /r2
Per il moto piano in campo centrale V(r) si ha perciò la soluzione gene-
rale (a meno di quadrature); la traiettoria è convenientemente espressa in
termini della variabile reciproca ρ = 1/r:
r−1 −1/2
φ − φ0 = −ℓ ∫ dρ (2m(E − V(ρ−1 )) − ℓ2 ρ2 ) .

In base alle particolari simmetrie del campo di forze può risultare conve-
niente introdurre altri sistemi di coordinate curvilinee. In genere i sistemi
che permettono la separazione delle variabili nell’equazione di Hamilton-
Jacobi sono basati su fasci di coniche o di quadriche confocali (si veda ad
esempio [MS61]).

4
Si noti che ciò non vale in meccanica quantistica (vedi il cap.6.5).

- 28 -
2.3 Trasformazioni canoniche

problema 2.3-7 [] Verificare le seguenti proprietà delle parentesi di


Poisson:
1. {f1 , f2 } = −{f2 , f1 }
2. {f1 + f2 , f3 } = {f1 , f3 } + {f2 , f3 }
3. {c f1 , f2 } = c{f1 , f2 }
4. {f1 f2 , f3 } = f1 {f2 , f3 } + f2 {f1 , f3 }
5. {{f1 , f2 }, f3 } + {{f2 , f3 }, f1 } + {{f3 , f1 }, f2 } = 0.
soluzione []Le prime quattro proprietà sono conseguenze immediate della de-
finizione. La verifica dell’ultima (identità di Jacobi) è facilitata dalla considera-
zione seguente: il termine {{f1 , f2 }, f3 } è un polinomio omogeneo nelle derivate
parziali seconde di f1 , f2 . Nel calcolare gli altri due termini possiamo allora con-
siderare le derivate prime di f1 come costanti, e questo permette di eliminare
la metà dei termini e raggiungere più rapidamente il risultato. Notiamo che
l’identità assume una forma peculiare se introduciamo la notazione
Xf (g) ≡ {f, g} .
Xf è un operatore differenziale lineare; l’identità di Jacobi si può allora inter-
pretare nel modo seguente
Xf1 Xf2 (f3 ) − Xf2 Xf1 (f3 ) = X{f1 ,f2 } (f3 ) .
L’espressione Xf1 Xf2 −Xf2 Xf1 ≡ [Xf1 , Xf2 ] è detta il commutatore dei due opera-
tori differenziali; l’identità di Jacobi afferma che il commutatore è a sua volta un
operatore differenziale lineare associato alla parentesi di Poisson di f1 , f2 . Una
struttura formalmente molto simile si incontrerà quando tratteremo gli operato-
ri lineari che costituiscono gli oggetti fondamentali (osservabili) della meccanica
quantistica.
problema 2.3-8 [] Dimostrare che le parentesi di Poisson sono invarianti
sotto trasformazioni canoniche infinitesimali.
soluzione []Le P.d.P. sono invarianti per trasformazioni canoniche e in par-
ticolare sotto trasformazioni infinitesimali. Per verificarlo esplicitamente, si
consideri una trasformazione canonica infinitesimale generata da f; si avrà:
δh(q, p) = ε{h, f}
δg(q, p) = ε{g, f}
δ{h, g} = ε{{h, g}, f}
= −ε [{{f, h}, g} + {{g, f}, h}]
= [{ε{h, f}, g} + {h, ε{g, f}}]
= {δh, g} + {h, δg}
Si è fatto uso delle proprietà delle P.d.P., in particolare dell’identità di Jacobi.
In sostanza si ha che posta k = {h, g}, e indicata con h̃ la funzione h trasformata,
si avrà {h̃, g̃} = k̃.

- 29 -
2.3 Il formalismo hamiltoniano 2.3

problema 2.3-9 [] Dimostrare che se f e g sono costanti del moto, lo è


anche {f, g}. Conseguenza immediata dell’identità di Jacobi.
problema 2.3-10 [] Calcolare la parentesi di Poisson tra le componenti
del momento angolare M = q ∧ p.
soluzione []{M1 , M2 } = M3 , e in generale {Mi , Mj } = εijk Mk , dove εijk
è il simbolo di Ricci definito da

⎪ 0 se due o più indici coincidono



εijk = ⎨ 1 se (ijk) è una permutazione pari di (123)



⎩−1 altrimenti

problema 2.3-11 [] Dimostrare che la funzione F(q, q0 , t) data in (2.9)


risolve l’equazione di Hamilton-Jacobi.
soluzione []Si consideri un incremento δq(t) del punto estremo della tra-
iettoria: si avrà che la nuova traiettoria su cui calcolare l’integrale è data da
qcl (τ) + δq(τ) e quindi
t ∂L ∂L
δF(q, q0 , t) = ∫ ( δq(τ) + δq̇(τ)) dτ
0 ∂qcl ∂q̇cl
e per le equazioni del moto questo risulta uguale a p(t)δq(t), ossia
∂F(q, q0 , t)
=p
∂q
D’altra parte, per un incremento t → t + δt con q(t) fissato,
t ∂L ∂L
δF(q, q0 , t) = ∫ ( δq(τ) + δq̇(τ)) dτ + L(q(t), q̇(t)) δt
0 ∂qcl ∂q̇cl
= pcl δq(t) + L δt
Ma si deve avere δq(t) = −q̇cl (t) dt e perciò
δF = (L − pcl q̇cl (t)) δt = −H(pcl (t), qcl (t)) δt
e di conseguenza l’equazione di Hamilton-Jacobi è soddisfatta.
problema 2.3-12 [] Si consideri un pendolo semplice di massa m e lun-
ghezza l. Dimostrare che esistono infinite soluzioni classiche ϑ(t) che
soddisfano alle condizioni al contorno ϑ(0) = ϑ0 , ϑ(t) = ϑ1 . Interpretare
questo fatto in termini intuitivi.

problema 2.3-13 []Considerare il moto in campo centrale V(r) = −k/r


(moto di Keplero). Dimostrare le tre leggi di Keplero: a) la velocità
areolare è costante; b) le traiettorie chiuse sono ellissi con il sole in uno
dei fuochi; c) il periodo dell’orbita T e l’asse dell’ellisse 2a soddisfano la
relazione T 2 /a3 = costante (indipendente cioè dal pianeta). Si discutano
i limiti di validità delle leggi di Keplero.

- 30 -
CAPITOLO 3

Applicazioni

3.1. Invarianti adiabatici


Consideriamo un sistema meccanico caratterizzato da alcuni parametri fi-
sici variabili nel tempo. Un tipico esempio è dato da un pendolo semplice
la cui lunghezza l(t) varia nel tempo; un altro esempio è quello di una
massa puntiforme che si muove all’interno di un volume con pareti per-
fettamente elastiche la cui distanza venga modificata a piacere nel tempo
(un cilindro con un pistone mobile). Se la velocità di variazione nel tempo
di questi parametri è percentualmente molto piccola sulla scala temporale
tipica del sistema (ad esempio nel caso del pendolo ∣l̇(t)/l(t)∣ ≪ ω(t), es-
sendo quest’ultima la frequenza di oscillazione), esistono grandezze fisiche
la cui variazione nel tempo può essere resa piccola a piacere, in un senso
che sarà precisato meglio in seguito. Queste grandezze vengono chiamate
invarianti adiabatici e rivestono una notevole importanza nello sviluppo
della meccanica quantistica (oltre che avere tutt’oggi un certo peso nel-
la moderna dinamica non-lineare). Consideriamo l’esempio elementare
seguente. Una massa puntiforme m rimbalza in modo perfettamente ela-
stico tra due pareti la cui distanza aumenta nel tempo secondo la legge
l(t) = l0 + γt. La velocità iniziale della particella v0 è molto maggiore di
γ. Se al tempo T si ha l(T ) = 2l(0) ≡ 2l0 , e inoltre andiamo al limite
per T → ∞ (γ → 0), è facile dimostrare che la velocità finale v(T ) tende
al valore v0 /2. Ciò si può comprendere intuitivamente come effetto del-
l’assorbimento di energia da parte della parete. Il risultato precedente
suggerisce che in sostituzione dell’integrale primo dell’energia sia presen-
te un’altra grandezza conservata e cioè il prodotto l(t)v(t); si dimostra
infatti (cfr. Probl. 3.1-1) che questa grandezza è approssimativamente
una costante del moto con tanto maggiore precisione quanto più lento è
il moto della parete in confronto a v(t). L’osservazione cruciale a questo
punto è che se consideriamo le pareti fisse, il prodotto 2lv rappresenta l’a-
rea della porzione dello spazio delle fasi racchiuso dalla traiettoria. Viene
spontaneo formulare la congettura che sia proprio questa area a mantener-
si costante in generale per deformazioni lente dei parametri del sistema.

31
3.1 Applicazioni 3.1

Figura 3-1. La traiettoria nello spazio delle fasi per la


particella che rimbalza elasticamente tra due pareti di cui
una è in movimento.

L’espressione generale dell’invariante adiabatico sarebbe dunque

(3.1) J= ∬ dp dq = ∮ p(q, E)dq


H(q,p)<E

Nel caso di un pendolo a lunghezza l(t) variabile nel tempo, l’equazione


del moto per le piccole oscillazioni si ottiene dalla Lagrangiana
L = 12 m l(t)2 ϑ̇2 − 12 mg l(t)ϑ2
L’area individuata dalla traiettoria
√ nello spazio
√ delle fasi (ϑ, pϑ ) è in que-
sto caso un’ellisse di semiassi ( 2mEl(t) , 2E/mgl(t)). Se la conget-
tura riguardo all’area individuata dalla traiettoria è giusta, la quantità

J(t) = 2πE(t) l(t)
si deve mantenere approssimativamente costante, ossia, come è facile vede-
re, l’ampiezza delle oscillazioni del pendolo deve dipendere da l(t) secondo
la relazione
(3.2) ϑmax ∝ l(t)−3/4

- 32 -
3.1 Invarianti adiabatici

Tenendo conto delle relazioni ω ∝ g/l(t) per la frequenza e E ∝ l(t) ϑ2max
per l’energia, l’ipotesi avanzata prima equivale a
E(t)/ω(t) ∼ costante .
Questa relazione è verificata anche nel caso della parete mobile di moto
uniforme ma non costituisce un risultato valido in generale. Il teorema
adiabatico, per il quale riferiamo al libro di Arnold [Arn78], afferma che
sono proprio le quantità definite dall’Eq. (3.1), dette variabili d’azione,
a costituire le grandezze quasi conservate, ossia gli invarianti adiabatici .
Per sistemi a più gradi di libertà l’individuazione di questi invarianti non
è sempre agevole. L’unico caso semplice è quello dei sistemi separabili, in
cui è possibile definire relazioni del tipo
pi = pi (qi , E, β1 , . . . , βn−1 )
in base alle quali si pone
Ji = ∮ pi dqi
problema 3.1-1 [] Dimostrare la relazione v(t)l(t) ∼ costante per una
massa puntiforme che rimbalza in assenza di attrito tra pareti perfet-
tamente elastiche che si allontanano con velocità γ molto inferiore a
v(t).
soluzione []Indichiamo con . . . , tn−1 , tn , tn+1 , . . . gli istanti a cui la particella
urta la parete mobile. Sia vn la velocità costante nell’intervallo (tn , tn+1 ); sia
ln = l(tn ) = l0 +γtn ; si ha ovviamente tn+1 −tn = (ln+1 +ln )/vn . Dall’uniformità
del moto della parete segue
ln+1 − ln = γ(tn+1 − tn )
mentre dalle leggi dell’urto si ha
vn+1 = vn − 2γ .
Segue allora
vn (ln+1 − ln ) = γ(ln+1 + ln )
ovvero
(vn+1 + γ)ln+1 = (vn + γ)ln
che rappresenta una legge di conservazione esatta. equivalente a
ln vn = l0 v0 − γ2 (tn − t0 ) .
Fintanto che v(t) ≫ γ si può approssimare la legge di conservazione con v(t)l(t) ∼
costante. Il risultato si può anche riassumere con d(l(t)v(t))/dt = −γ2 , che
mostra come la derivata di lv sia un infinitesimo di ordine superiore rispetto a
dl(t)/dt = γ.
problema 3.1-2 []Risolvere l’equazione del moto per le piccole oscilla-
zioni di un pendolo con lunghezza l(t) = l0 exp(γt) e verificare l’Eq. (3.2).

- 33 -
3.1 Applicazioni 3.1

problema 3.1-3 []Considerare il moto di un punto materiale vincolato


a scorrere senza attrito lungo un profilo piano chiuso Γt definito parame-
tricamente dalle equazioni x = X(s, t), y = Y(s, t) essendo s ∈ (0, 1) un
parametro lungo la curva e t il tempo. Scrivere la funzione Hamiltoniana
e studiare le caratteristiche del moto nel caso di deformazione lenta del
profilo Γt .
soluzione []Differenziando rispetto a t troviamo
L = 21 (X2t + Yt2 )ṡ2 + (Xt Xs + Yt Ys )ṡ + 12 (X2t + Yt2 )
∂X
avendo posto m = 1, Xt ≡ etc. Conviene introdurre le grandezze ausiliarie
∂t
G = X2s + Ys2
A = Xs Xt + Ys Yt
V = 21 (X2t + Yt2 )
in termini delle quali il momento lineare è dato da
∂L
p= = (X2t + Yt2 )ṡ + Xt Xs + Yt Ys ≡ Gṡ + A
∂ṡ
e infine
(p − A)2
H= −V
2G
Se la dipendenza da t è molto lenta, possiamo applicare l’approssimazione adia-
batica secondo cui l’integrale d’azione J = ∮ pdq si mantiene costante nel tempo.
Dato che sia V che A contengono derivate rispetto al tempo, troviamo in prima
approssimazione
√ √
J = ∮ ( 2G(E + V) + A)ds ∼ ∮ 2GEds

e quindi E(t) ∼ (∮ Gds)−2 = 1/L(t)2 , dove L(t) è la lunghezza della curva.
problema 3.1-4 []Risolvere le equazioni del moto per un pendolo sem-
plice di lunghezza l(t) = l(0) + γt nel limite di piccole oscillazioni.
soluzione []Per un pendolo semplice di lunghezza variabile l(t) l’equazione
del moto, come si deduce dalla Lagrangiana (valida per piccole oscillazioni)
L = 12 ml2 φ̇2 − 12 mgl(t)φ2
è la seguente
l̇ g
φ̈ + 2 φ̇ + φ = 0
l l
La derivata logaritmica di l(t) compare come un fattore di smorzamento (se
positiva), il che fa prevedere che le oscillazioni tendano ad attenuarsi per l(t)
crescente. Assumendo per l(t) la forma richiesta l(t) = l0 + γt l’equazione si
risolve agevolmente con il metodo di Laplace (vedi l’App. B.6). Posto
φ(t) = ∫ ezt F(z)dz
Γ

- 34 -
3.1 Invarianti adiabatici

si trova infatti
l0 g
F(z) = exp {z− }
γ γz
mentre per Γ si può scegliere un contorno chiuso intorno a z = 0. La soluzione è
pertanto
l(t)z g
φ(t) ∝ ∮ exp { − } dz
γ γz
che si può esprimere in termini di funzioni di Bessel. Il limite per γ → 0 si può
stimare con il metodo del punto sella (vedi l’App. B.2):
∂ √
(lz − g/z) = 0 → z = ±i g/l
∂z
da cui si ottiene √
φ(t) ∝ l(t)−3/4 cos(2 l(t)g/γ).

Si verifica facilmente che l’invarianza adiabatica (E(t) ∝ l(t)/g) fornisce lo
stesso risultato per ampiezza di oscillazione1 .

3.1.1. Variabili d’azione. Sia dato un sistema separabile per il


quale si sia valutata la funzione d’azione
W(q1 , . . . , qn ; β1 , . . . , βn ) = ∑ ∫ pi (q; β) dqi .
i
i
Se il moto è limitato, le variabili q avranno ciascuna un intervallo di
oscillazione (qimin , qimax ) che rappresenta un taglio per la funzione analitica
pi (qi ; β). Per continuazione analitica al piano complesso qi si possono
definire gli integrali
1 i i
(3.3) Ji = ∮ pi (q ; β) dq

che rappresentano, per ciascun valore di i, l’incremento della funzione W
sotto un ciclo completo della variabile qi . Le quantità Ji vengono definite
variabili d’azione del sistema Hamiltoniano. Le variabili Ji , sempreché
risultino indipendenti, possono assumersi come nuove variabili canoniche
in luogo delle βi ; ottenuta poi la funzione generatrice W = W(q; J), si
definiscono le variabili coniugate wi = ∂W/∂Ji . Queste ultime godono
della notevole proprietà di subire un incremento fisso di 2π sotto ogni
ciclo di oscillazione delle qi (formalmente ∆i W = 2πJi → ∆i ∂W/∂Jj =
∂(∆i W)/∂Jj = 2πδij ). Le variabili wi hanno perciò la natura geometrica
di angoli, da cui segue la denominazione di variabili d’azione-angolo per
il sistema di coordinate canoniche (J, w). Una trattazione minimamente
rigorosa di questo argomento richiede l’uso del linguaggio della geometria
1
E. A. Poe descrive un caso del genere in [Poe45]. Ovviamente il fatto che nel
racconto sia la lunghezza del pendolo sia l’ampiezza delle oscillazioni fossero crescenti
nel tempo dimostra che il moto era controllato dall’esterno (gli agenti dell’Inquisizione).

- 35 -
3.1 Applicazioni 3.1

differenziale [Arn78]. Limitiamoci perciò ad un esempio concreto. Per


il moto di Keplero separato in coordinate polari si ha (ℓ, m variabili di
separazione, µ è la massa ridotta):
√ √
m 2 2µk ℓ2
W = mφ + ∫ dϑ ℓ2 − + ∫ dr 2µE + − 2
sin2 ϑ r r
L’angolo φ compie un intero ciclo (0, 2π) e il suo momento coniugato è
una costante uguale a m, dunque
Jφ = ∣m∣
(per valore negativo del momento l’intervallo di integrazione cambia verso
di percorrenza). L’angolo ϑ invece oscilla tra un valore minimo e uno
massimo, dati dalle soluzioni dell’equazione sin ϑ = ∣m∣/ℓ; ne segue

1 2
Jϑ = ∮ dϑ ℓ2 − m2 / sin ϑ = ℓ − ∣m∣

come si ottiene ad esempio differenziando rispetto ad ℓ:
∂Jϑ 1 sin ϑdϑ
= ∮ √ 2 =1
∂ℓ 2π sin ϑ − m2 /ℓ2
da cui Jϑ = ℓ+F(∣m∣). Ma l’integrale è nullo per ℓ = m, da cui F(m) ≡ −∣m∣.
Si noti che il fatto che ℓ ≡ Jϑ + Jφ è una conseguenza della natura
centrale del problema, in quanto la forma esplicita del potenziale non è
ancora entrata in gioco. Infine
1 √ √
Jr = ∮ dr 2µE + 2µk/r − ℓ2 /r2 = µk/ −2µE − ℓ

come segue dal calcolo dei residui. Si trova in definitiva
µk
(3.4) √ = Jr + Jϑ + Jφ
−2µE
Avendo determinato la dipendenza funzionale dell’energia dalle variabili
d’azione, le equazioni del moto sono date da
∂H(J)
ẇi = ≡ ωi (J) → wi (t) = ωi (J)t + wi (0)
∂Ji
La dipendenza delle variabili canoniche (q, p) dalle (J, W) si ottiene in-
vertendo la trasformazione canonica. Ogni variabile (q, p) che sia a un
sol valore sullo spazio delle fasi sarà funzione periodica di periodo 2π nelle
variabili angolari ed ammette perciò la rappresentazione
x(t) = ∑ λ1λ,...,λ
i ∈Z
n
cλ1 ,...,λn ∑ exp{∑ λj ωj (J) t} .
j

Le ωi (J) sono le frequenze fondamentali del sistema. Il moto non è in


generale periodico, in quanto le varie frequenze fondamentali non sono

- 36 -
3.2 Linearizzazione delle equazioni del moto

necessariamente commensurabili, ossia non stanno in rapporti razionali.


Un sistema separabile è pertanto simile ad un sistema lineare, con la diffe-
renza sostanziale che in quest’ultimo caso le frequenze fondamentali sono
costanti rispetto alle variabili d’azione. Anche nel caso di frequenze incom-
mensurabili si dimostra tuttavia, con un argomento dovuto a Weinstein
[Wei73], che per ogni valore dell’energia esistono soluzioni periodiche in
numero pari ai gradi di libertà; il teorema, che fa uso di argomenti di tipo
topologico, si applica ad ogni sistema, anche non separabile, per il quale
la superficie dell’energia, cioè la superficie definita nello spazio delle fasi
da H(q, p) = E, sia regolare e compatta. Nel caso che le frequenze fonda-
mentali siano in rapporti razionali per ogni valore delle variabili d’azione
il moto è sempre periodico (si parla di degenerazione del moto); è questo
il caso per il moto di Keplero, essendo
µk2
H(J) = −
2(Jr + Jϑ + Jφ )2
il che comporta che tutte le frequenze fondamentali sono uguali.

Tori invarianti. Una definizione matematicamente accurata delle va-


riabili d’azione è quella basata sulla geometria dello spazio delle fasi per
sistemi separabili [Arn78]. Assumiano che esistano n integrali primi del
moto I1 , . . . , In , tali che {Ii , Ij } = 0 per ogni coppia (i, j); se i vettori
normali alla superficie Ii = costante
∂Ii ∂Ii
ξi = ( , )
∂qk ∂pk
sono linearmente indipendenti, allora esiste un aperto nello spazio delle
fasi che ha una struttura di prodotto diretto Tn × U, essendo U un aperto
di Rn e Tn è il toro a n-dimensioni. Detti γi i cicli fondamentali del toro
Tn , le quantità
1 k
Ji = ∮ ∑ pk dq
2π γi k
definiscono delle coordinate per l’aperto U mentre le variabili wi coniugate
alle Ji costituiscono coordinate angolari ben definite sul toro.

3.2. Linearizzazione delle equazioni del moto


Un metodo di soluzione ricorrente in molti contesti differenti è quello
che consiste nella ricerca di una soluzione approssimata delle equazioni
del moto che differisca di poco da una soluzione nota. Ciò permette di
discutere la stabilità delle soluzioni. Un caso particolare è quello dello
studio di moti intorno a punti di equilibrio (piccole oscillazioni).

- 37 -
3.2 Applicazioni 3.2

3.2.1. Equazioni di Jacobi. Assumiamo che x(t) sia una soluzione


periodica delle equazioni del moto non-lineari
d2
x = −∇V(x)
dt2
Cerchiamo un’altra soluzione nella forma
x ′ (t) = x(t) + ξ(t).
Nell’ipotesi che ∣ξ∣ si mantenga piccolo per un opportuno intervallo di
tempo, si avrà
ẍi + ξ̈i = −∂i V(x(t) + ξ(t))
(3.5) = −∂i V(x(t)) − ∂i ∂j V(x(t)) ξj + O(ξ2 )
ossia, detta K la matrice Jacobiana di V,
ξ̈i = −Kij (x(t)) ξj
Si dirà che le equazioni cosı̀ ottenute costituiscono la linearizzazione delle
equazioni del moto, o equazioni di Jacobi relative alla traiettoria scelta.
Dal momento che x(t) è periodica, le equazioni linearizzate sono a coeffi-
cienti periodici nel tempo. Equazioni di questo genere sono state studiate
in grande dettaglio per la loro importanza in astronomia – la teoria genera-
le è nota come teoria di Floquet [Hoc71]. Il caso statico (x(t) = costante)
consiste nello studio dei modi normali di oscillazione intorno a un punto
di equilibrio. Se il punto di equilibrio è stabile, il che corrisponde a una
matrice K positiva definita, esiste una rotazione ξi = Rij ξj indipendente
dal tempo grazie alla quale l’equazione si separa in n-equazioni
ξ̈i′ = −ω2i ξi′
essendo ω2i gli autovalori di K. In questo modo si determinano i modi
normali di un qualunque sistema meccanico.
problema 3.2-5 []Determinare i modi normali di vibrazione di una ca-
tena lineare di particelle aventi tutte dalla la stessa massa e accoppiate
da forze elastiche agenti tra particelle contigue e caratterizzate tutte dalla
stessa costante elastica; le masse all’estremità della catena siano tenute
fisse.
soluzione []Si consideri prima il caso di due o tre masse libere di oscillare
e si tenti la generalizzazione al caso di n masse. La matrice K è tridiagonale
con elementi di matrice costanti lungo le diagonali. Le soluzioni sono del tipo
ξj ∝ exp(ikj) . Imponendo che x0 = xn+1 = 0 si determina lo spettro delle
frequenze dei modi normali. Si veda ad es. [?].
problema 3.2-6 []Stesso problema precedente, ma le particelle sono al-
ternativamente di due masse m1 e m2 .

- 38 -
3.2 Linearizzazione delle equazioni del moto

3.2.2. Risonanza parametrica. Il caso della linearizzazione intor-


no ad un’orbita periodica (x(t + T ) = x(t)) è assai più complesso e la
determinazione dei regimi di stabilità e instabilità richiede un’analisi det-
tagliata, raramente ottenibile per via puramente analitica. Limitiamoci al
caso di un solo grado di libertà. Si avrà da risolvere un’equazione del tipo
ξ̈(t) = k(t) ξ(t), con k(t + T ) = k(t). È chiaro che se ξ(t) è soluzione tale
risulta anche ξ(t + T ), che però in generale non coincide con ξ(t), cioè la
soluzione non è in generale periodica. Consideriamo due soluzioni linear-
mente indipendenti u(t) e v(t) caratterizzate da una scelta convenzionale
delle condizioni iniziali:
u(0) = 1, u̇(0) = 0
(3.6)
v(0) = 0, v̇(0) = 1
Per la linearità dell’equazione, la soluzione generale sarà data da
ξ(t) = α u(t) + β v(t)
con α e β costanti arbitrarie. Dal momento che u(t + T ) e v(t + T ) sono
soluzioni, dovranno essere esprimibili nella forma
u(t + T ) = a u(t) + b v(t)
v(t + T ) = c u(t) + d v(t)
I coefficienti (a, b, c, d) si determinano subito ponendo t = 0 e imponendo
le condizioni iniziali (3.6). Si trova cosı̀ la matrice
a b u(T ) u̇(T )
Ω=( )=( )
c d v(T ) v̇(T )
che permette di estendere qualunque soluzione nota in [0, T ) a tutto l’asse
reale. Infatti si avrà
ξ(t + T ) = α u(t + T ) + β v(t + T )
= (aα + cβ)u(t) + (bα + dβ)v(t)
Una traslazione in avanti in t pari a T è rappresentata perciò dall’appli-
cazione
(α, β) → (α, β)Ω
e in generale la soluzione nell’intervallo (t + nT, t + (n + 1)T ) è ottenuta
applicando Ωn alla coppia di coefficienti (α, β). La potenza Ωn si calcola
agevolmente nella base in cui Ω è diagonale. Gli autovalori di Ω sono dati
dalle soluzioni dell’equazione
ω2 − ω (u(T ) + v̇(T )) + det(Ω) = 0
Ma per il teorema di Wronski si ha che det Ω = 1 e perciò il singolo
parametro ∆ = u(T ) + v̇(T ) determina le proprietà della soluzione. Se
∆ > 2 otteniamo due radici ω1 , ω2 reali e distinte con prodotto uguale a

- 39 -
3.3 Applicazioni 3.3

uno, il che implica che una di queste (diciamo ω2 ) è in modulo maggiore


di uno. Ne segue che in questo caso la soluzione è instabile, dal momento
che contiene un coefficiente ωn2 che diverge per n → ∞, il che comporta
che per tempi grandi l’approssimazione lineare cade in difetto.
Se ∆ < 2 le radici sono complesse di modulo uno e il moto si mantiene
limitato – è questo il regime di stabilità. Lo stesso tipo di analisi si
applica al caso di sistemi lineari con parametri dipendenti dal tempo e,
in tutt’altro contesto, è alla base della teoria delle bande elettroniche in
meccanica quantistica (si veda il §6.4).
problema 3.2-7 [] Risolvere le equazioni alle variazioni per il moto di
un satellite in orbita circolare.
problema 3.2-8 []Discutere le condizioni di stabilità per le piccole o-
scillazioni di un pendolo semplice la cui lunghezza l(t) dipende periodi-
camente dal tempo secondo la legge

⎪l1 per 0 < t < 21 T

l(t + T ) = l(t) = ⎨

⎪l per 12 T < t < T
⎩2

3.3. Particella carica in campo elettromagnetico


La Lagrangiana
e
(3.7) L = 12 mẋ2 + A(x) ⋅ ẋ − eϕ(x)
c
descrive una particella di carica e interagente con un campo elettroma-
gnetico caratterizzato dai campi E = −∇ϕ, B = ∇ ∧ A. Infatti le equazioni
di Lagrange danno immediatamente le equazioni del moto corrette
e ∂ϕ
mẍi = (ẋ ∧ B)i − e
c ∂xi
Il formalismo canonico si ottiene attraverso la trasformata di Legendre:
∂L e
pi = = mẋi + Ai
∂ẋi c
1 e 2
H= (p − A) + eϕ(x)
2m c
Nel formalismo canonico entrano dunque in considerazione i potenziali
(A, ϕ) come oggetti primari. Si tenga presente che la definizione dei
potenziali è sempre assoggettabile ad una trasformazione di gauge che
non cambia i campi fisici E, B. Il caso più generale è quello di potenziali
e campi dipendenti dal tempo, che conviene descrivere nel formalismo
tetradimensionale. Si indica allora con Aµ l’insieme dei potenziali (A0 =

- 40 -
3.3 Particella carica in campo elettromagnetico

ϕ, (A1 , A2 , A3 ) = A), e i campi sono definiti dal sistema di equazioni


∂Aµ ∂Aν
Fµν = −
∂xν ∂xµ
Il tensore Fµν condensa in una stessa entità campo elettrico e magnetico,
secondo lo schema
0 1 2 3
0⎛ 0 E1 E2 E3 ⎞
1 ⎜ −E 0 B3 −B2 ⎟
F= ⎜ 1 ⎟
2 ⎜ −E2 −B3 0 B1 ⎟
3 ⎝ −E3 B2 −B1 0 ⎠
La trasformazione di gauge
A → A ′ = A + ∇χ
(3.8) 1 ∂χ
ϕ → ψ′ = ϕ −
c ∂t

(o più sinteticamente Aµ = Aµ + ∂µ χ) lascia il campo elettromagnetico
immutato. Nella descrizione canonica delle interazioni elettromagnetiche,
il momento coniugato pi = ẋi + eAi /c è dipendente dalla scelta di gauge,
il che avrà implicazioni importanti in teoria quantistica.
problema 3.3-9 [] Dimostrare che per un campo magnetico uniforme e
z), l’Hamiltoniana si può
costante diretto nella direzione dell’asse z (B = B^
mettere nella forma
p2 eB
H= − Mz + O(B2 )
2m 2mc
dove Mz è la componente z del momento angolare.
soluzione []Si scelga il potenziale vettore nella forma A = 12 B ∧ x .

3.3.1. Moto in campo magnetico uniforme. Il problema della


dinamica della particella carica in un campo magnetico costante B pone
un quesito interessante: come si concilia la evidente simmetria di tra-
slazione di cui sono dotate le leggi del moto di Newton con l’apparente
mancanza di simmetria della Hamiltoniana? Qualunque sia la scelta del
potenziale A(x), l’Hamiltoniana non può essere invariante per traslazione
se con questo si intende l’ordinaria trasformazione x → x+a . Tuttavia dal
momento che A(x + a) deve corrispondere allo stesso campo magnetico
costante B deve esistere una trasformazione di gauge tale che
A(x + a) − A(x) = ∇χ(x, a).
Ciò comporta che la rottura di simmetria sotto traslazioni può essere
corretta da una trasformazione di gauge in modo tale che la trasformazione

- 41 -
3.3 Applicazioni 3.3

risultante
x→x+a
e
p → p + ∇χ(x, a)
c
lasci invariante l’Hamiltoniana. È questa dunque la definizione più conve-
niente di traslazione per una particella in campo magnetico costante, se
non altro perché, da un punto di vista utilitaristico, ci offre immediata-
mente delle costanti del moto e precisamente le funzioni generatrici delle
traslazioni infinitesimali che risultano semplicemente
e
Ga (x, p) = a ⋅ p − χ(x, a).
c
Se scegliamo la gauge A = 21 B ∧ x , si ha in particolare
e
Ga (x, p) = a ⋅ (p − x ∧ B) ,
c
e le costanti del moto sono le seguenti
eB eB
(3.9) P1 = p1 − y, P2 = p2 + x, P3 = p3
2c 2c
che si verifica immediatamente avere parentesi di Poisson nulla con
1 eB 2 eB 2
H(x, p) = [(p1 + y) + (p2 − x) + p23 ] .
2m 2c 2c
Qual è il significato di queste costanti del moto? Applicando le equazioni
del moto troviamo subito
eB
P1 = mẋ − y
c
eB
P2 = mẏ + x,
c
da cui segue
d c 2 c 2
[(x − P2 ) + (y + P1 ) ] = 0,
dt eB eB
ossia la proiezione delle orbite sul piano xy è sempre circolare e le costanti
del moto c/(eB) (P1 , P2 ) ne rappresentano il centro. È immediato verifi-
care che le variabili X = cP2 /eB, Y = −cP1 /eB hanno la seguente parentesi
di Poisson
c
{X, Y} = − .
eB
Si può pertanto introdurre un nuovo insieme di coordinate canoniche di
cui fanno parte P1 = X e Q1 = eBY/c. Come esercizio si determini la coppia
Q2 , P2 che completa l’insieme di variabili canoniche.

- 42 -
3.4 Il problema dei due corpi

problema 3.3-10 []Discutere la simmetria di traslazione nel caso della


scelta di gauge A = (0, Bx, 0), ricavare le costanti del moto relative e
verificare che il loro significato fisico è lo stesso individuato in precedenza.

3.4. Il problema dei due corpi


La dinamica di un sistema isolato costituito da due masse puntiformi
m1 , m2 interagenti attraverso un potenziale statico V, che sia funzione
solo della mutua distanza, è noto come il problema dei due corpi . Il
problema, interamente solubile per via analitica, è nato nella descrizione
newtoniana del moto dei pianeti e si applica nella descrizione del modello
di atomo di Rutherford. Il problema ammette soluzioni limitate in cui i
due corpi rimangono per sempre legati a distanza finita, e moti non-legati,
che descrivono eventi di urto. Vedremo come si studiano entrambi i casi.

3.4.1. Separazione del moto del baricentro. La Hamiltoniana


del sistema si scrive
1 2 1 2
H(x1 , x2 , p1 , p2 ) = p1 + p + V(∣x1 − x2 ∣)
2m1 2m2 2
Dalla invarianza della Hamiltoniana sotto traslazioni segue che il momen-
to lineare totale del sistema P = p1 +p2 è una costante del moto. Conviene
allora scegliere le componenti Pi come coordinate canoniche. La trasfor-
mazione canonica si determina facilmente come segue: indichiamo con Q
le componenti delle variabili coniugate a P, e con (p, x) le rimanenti va-
riabili da aggiungere alle (P, Q) per completare il quadro delle coordinate
canoniche. Assumendo che la trasformazione sia lineare2 , porremo
P = p1 + p2 , Q = α1 x1 + α2 x2
p = β1 p1 + β2 p2 , x = γ1 x1 + γ2 x2 .
Si può imporre che la trasformazione sia canonica attraverso le relazioni
fondamentali (2.5). Si ottiene:
{Qi , Pj } = (α1 + α2 ) δij = δij
{xi , Pj } = (γ1 + γ2 ) δij =0
i
{Q , pj } = (α1 β1 + α2 β2 ) δij = 0
{xi , pj } = (γ1 β1 + γ2 β2 ) δij = δij
Dalla seconda equazione possiamo porre β1 = −λα2 , β2 = λα1 , per una
nuova costante λ. Sostituendo nelle rimanenti equazioni si ottiene γ1 =
2
Il gruppo delle trasformazioni canoniche lineari viene denominato gruppo
simplettico.

- 43 -
3.4 Applicazioni 3.4

−γ2 = −1/λ; la soluzione generale comporta quindi due costanti arbitrarie


λ e α1 e si scrive
⎛P⎞ ⎛ 1 0 1 0 ⎞ ⎛p1 ⎞
⎜Q⎟ ⎜ 0 α1 0 1 − α1 ⎟ ⎜ x1 ⎟
(3.10) ⎜ ⎟=⎜ ⎟⎜ ⎟
⎜ p ⎟ ⎜−λ(1 − α1 ) 0 λα1 0 ⎟ ⎜p2 ⎟
⎝x⎠ ⎝ 0 −1/λ 0 1/λ ⎠ ⎝ x2 ⎠
Tra tutte le infinite soluzioni la più interessante è quella che fa coin-
cidere Q con il baricentro delle due masse; ciò corrisponde a fissare
α1 = m1 /(m1 + m2 ), mentre l’altro parametro λ si può porre uguale a
uno, senza perdita di generalità. Si ha in definitiva il quadro seguente
m1 x1 + m2 x2
P = p1 + p2 , Q=
m1 + m 2
(3.11) m1 p 2 − m 2 p 1
p= , x = x2 − x1 .
m1 + m 2
L’Hamiltoniana nelle nuove coordinate canoniche si trova facilmente essere
P2 p2
(3.12) H= + + V(r)
2M 2µ
dove r = ∣x∣ e si sono introdotte la massa totale M = m1 +m2 e la cosiddetta
massa ridotta µ = m1 m2 /(m1 +m2 ). Il problema risulta pertanto separato
nel moto del baricentro e nel moto relativo. La dinamica del baricentro
è banale (moto rettilineo uniforme), mentre il moto relativo è quello di
una particella di massa µ in un campo centrale V. Abbiamo sfruttato la
simmetria di traslazione e ridotto il numero di gradi di libertà a quelli del
moto relativo. C’è ora un’altra simmetria che può essere utilizzata per
ridurre ulteriormente i gradi di libertà, la simmetria di rotazione. In base
a questa simmetria il momento angolare totale del sistema x ∧ p + Q ∧ P si
conserva (vedi Probl. 3.4-11). Nel sistema del baricentro la Hamiltoniana
risulta invariante rispetto a rotazioni indipendenti delle coordinate Q e
x, il che comporta che anche M = x ∧ p è costante del moto. Il moto
relativo avviene pertanto nel piano ortogonale al vettore costante M e si
riduce quindi a un problema a due gradi di libertà. In coordinate polari
nel piano si ha allora l’Hamiltoniana ridotta
1 p2
h= (p2r + φ ) + V(r)
2µ r2
Il residuo di simmetria centrale si manifesta nel fatto che la coordinata φ
non compare esplicitamente e quindi il suo momento coniugato è costante
del moto (pφ = costante = ℓ = ∣M∣). Il moto è perciò effettivamente
ridotto allo studio di un sistema monodimensionale con potenziale efficace
Veff (r, ℓ) = V(r) + ℓ2 /2µr2 .

- 44 -
3.4 Il problema dei due corpi

problema 3.4-11 [] Dimostrare che nel problema dei due corpi il mo-
mento angolare totale è dato da
Mtot = x1 ∧ p1 + x2 ∧ p2 = Q ∧ P + r ∧ p .

3.4.2. Urti tra particelle. La soluzione dell’equazione di Hamil-


ton-Jacobi nel caso di campo centrale, Eq. (2.11), permette di risolvere
immediatamente il problema dell’urto di due masse. L’angolo di defles-
sione ϑ nel sistema di baricentro si ottiene ponendo r → ∞ e scegliendo
r0 = r0 (E, ℓ) uguale alla minima distanza possibile:
ϑ = π − 2∆φ
ℓ ∞ dr/r2
= π − 2√ ∫ √
2µ r0 E − Veff (r, ℓ)
Per il potenziale coulombiano che agisce tra un nucleo di carica Ze e una
particella α si ha V(r) = 2 Z e2 /r; il calcolo dell’integrale è elementare e
offre il risultato
⎛ 1/r − µk/ℓ2 ⎞
φ = cos−1 √
2
⎝ 2µE/ℓ + (µk/ℓ ) ⎠ 2 2

dove k = 2 Z e2 . Ponendo
¿
ℓ2 Á
À1 + 2Eℓ
2
(3.13) η= , ε=Á
µk µk2
si ottiene l’equazione
η
(3.14) = 1 + ε cos φ
r
che rappresenta una conica di eccentricità ε, ed infine l’angolo di defles-
sione
(3.15) ϑ = π − 2 cos−1 (1/ε) ,

o, più semplicemente, sin 21 ϑ = ε−1 . Ora, i parametri naturali per descrivere


l’urto sono la velocità iniziale v∞ e il parametro d’impatto b, definiti come
segue: in assenza di interazione l’energia è tutta cinetica E = µv2∞ /2 e la
traiettoria è rettilinea: sia b la distanza di questa traiettoria “libera” dal
centro di interazione. È chiaro che il parametro d’impatto è esprimibile
in termini del momento angolare, e precisamente ℓ = µv∞ b. Sostituendo
a (E, ℓ) le nuove variabili (v∞ , b) si ottiene

(3.16) ε = 1 + µ2 b2 v4∞ /k2 .

- 45 -
3.4 Applicazioni 3.4

Il calcolo della sezione d’urto differenziale richiede la conoscenza di b in


funzione di ϑ, e precisamente
dσ bdb
=∣ ∣.
dΩ d(cos ϑ)
Combinando l’Eq. (3.15) con la (3.16) si ha allora
2Ze2 ϑ
b= 2
cot
µv∞ 2
(3.17)
dσ Ze2 −4
= ( 2 ) (sin 12 ϑ)
dΩ µv∞
Questa formula rappresenta la sezione d’urto differenziale per diffusione di
particelle α da parte di nuclei atomici (Rutherford, 1911). La formula,
basata interamente sulla meccanica classica, coincide accidentalmente3
con quella che ricaveremo in base alla meccanica quantistica.
problema 3.4-12 []Dimostrare che la sezione d’urto (3.17) si può met-
tere nella forma

= ∣A∣2
dΩ
con
4Ze2 µ
A=
∣pin − pout ∣2
essendo pin e pout il momento lineare iniziale e quello finale.
problema 3.4-13 [] Dimostrare che nel limite E → ∞ l’angolo di defles-
sione si può porre nella forma semplificata
2k
ϑ≈ .
µbv∞
Verificare che in una descrizione corpuscolare della luce questa formula
darebbe una deflessione dei raggi luminosi da parte del Sole nella misura
di
2GN M⊙
ϑ≈ ,
R⊙ c2
(in questo caso si ha k = GN µM⊙ ) e confrontare questo risultato con il
valore previsto dalla Relatività Generale (vedi Probl. 3.4-17).
problema 3.4-14 [] Considerare una coppia di particelle cariche (con
carica totale zero) immerse in un campo magnetico uniforme e costante
nel tempo B. Si determini la Hamiltoniana in termini delle coordinate del
baricentro e delle coordinate relative.
3
Si tratta di una coincidenza che ha contribuito favorevolmente allo sviluppo della
fisica atomica!

- 46 -
3.4 Il problema dei due corpi

soluzione []Il problema si affronta più agevolmente a partire dalla Lagran-


giana ed effettuando la trasformata di Legendre direttamente sulle coordinate
adattate al sistema del centro di massa. La Lagrangiana è data da
2
e1 e2
L(x1 , ẋ1 , x2 , ẋ2 ) = ∑ 12 mi ẋ2i −
i=1 ∣x1 − x2 ∣
2
ei
+∑ ẋi ⋅ A(xi )
i=1 c

Il potenziale A si può scegliere come A(x) = 12 B ∧ x. Se inseriamo le formule


(3.11)
m2 m1
x1 = X − x, x2 = X + x, e1 = −e2 = e
M M
otteniamo la nuova Lagrangiana
M 2 µ 2
L(X, Ẋ, x, ẋ) = Ẋ + ẋ
2 2
e m2 − m 1 e
+ B ⋅ x ∧ ẋ − B ⋅ xẊ
2c M c
dove µ è la massa ridotta e un termine pari a d/dt (B ⋅ X ∧ x) è stato eliminato
in quanto non contribuisce alle equazioni del moto. La trasformata di Legendre
porta all’Hamiltoniana
2 2
1 e 1 e∗ e2
H= (P + B ∧ x) + (p − B ∧ x) −
2M c 2µ 2c r
dove e∗ è una carica efficace pari a
m1 − m 2
e∗ = e
m1 + m 2
Dal momento che P è una costante del moto, la dinamica relativa si può studiare
nel riferimento in cui P = 0; l’Hamiltoniana ridotta risulta essere
1 2 e∗ 1 e 2 e2
h(p, x) = p − B⋅x∧p+ ( ) (B ∧ x)2 − .
2µ 2µc 8µ c r
La correzione all’accoppiamento magnetico dovuta alla presenza di e∗ è sempre
piccola per un atomo, dove il rapporto m2 /m1 è ≤ 5 × 10−4 (vedi [BS57]), ma ov-
viamente è assai rilevante per un atomo mesico (protone + muone). È da rilevare
che in quest’ultimo caso si dovrebbe però applicare la dinamica relativistica.

3.4.3. Leggi di Keplero. Completiamo la trattazione del moto in


campo centrale, in particolare nel caso del potenziale Newtoniano generato
dal Sole considerato come una distribuzione di massa sfericamente simme-
trica: V(r) = −k/r = −GN M⊙ m/r . Abbiamo già determinato l’equazione
dell’orbita (vedi l’Eq. (3.14); nel Probl. 3.4-15 si troverà un metodo al-
ternativo). La trasformazione canonica allo schema di Hamilton-Jacobi si

- 47 -
3.4 Applicazioni 3.4

completa con il calcolo della variabile coniugata all’energia, che evolve nel
tempo secondo l’equazione
∂W
τ= = t − t0
∂E

µ dr
= ∫ √
2 E − Veff (r, ℓ)
Per il caso Kepleriano (orbita ellittica, E < 0) il calcolo è elementare, e
permette di seguire il moto sull’orbita in funzione del tempo. Per ottenere
la terza legge di Keplero si determina il periodo dell’orbita come segue:
indicando con rmin , rmax rispettivamente l’afelio e il perielio, il periodo è
dato da
rmax −1/2
T = 2µ ∫ r dr (2µEr2 + 2µkr − ℓ2 )
rmin
L’integrale si valuta in campo complesso deformando il cammino in una
circonferenza di raggio R → ∞ e dà il risultato

µ dJ(E)
(3.18) T =π k(−E)−3/2 = 2π
2 dE
dove J(E) è l’integrale d’azione. Dall’Eq. 3.14 a p. 45 si ottiene poi
rmin + rmax = 2a = 2ℓ2 /[µk(1 − ε2 )] = −k/E
da cui, combinando il risultato con l’Eq. 3.18, si ottiene
T 2 /a3 = (2π)2 /GN (M⊙ + m)
Questo mostra che il rapporto T 2 /a3 è lo stesso per tutti i pianeti a patto
di trascurare la massa del pianeta rispetto a quella del Sole.
problema 3.4-15 [] Determinare la costante β in modo che il vettore4
r
(3.19) N=p∧M−β
r
risulti costante del moto per il moto in campo newtoniano V = −k/r.
Dimostrare che il vettore N giace sul piano dell’orbita ed è legato in
modo molto diretto all’eccentricità.
soluzione []In base alle equazioni del moto, si trova facilmente che N risulta
costante per il particolare valore β = µk. È chiaro che N, essendo ortogonale a
M, giace nel piano dell’orbita. Se prendiamo il prodotto scalare con il vettore di
posizione r, e indichiamo con φ l’angolo tra quest’ultimo e N, troviamo
r
r∣N∣ cos φ = r ⋅ (p ∧ M − µk )
r
2
= ℓ − µkr

4
Noto come vettore di Runge–Lenz, ma in realtà già ben noto a Laplace.

- 48 -
3.4 Il problema dei due corpi

da cui otteniamo immediatamente l’equazione dell’orbita


ℓ2 ∣N∣
=1+ cos φ
µkr µk
il che mostra come la lunghezza di N è direttamente proporzionale all’eccentri-
cità.
problema 3.4-16 []Ricavare la III legge di Keplero attraverso un puro
argomento dimensionale.
problema 3.4-17 [] Secondo la Relatività Generale, la traiettoria di una
particella soggetta a un campo gravitazionale è data da una geodetica nello
spazio-tempo nella geometria definita da una metrica gµν soluzione delle
equazioni di Einstein; la metrica che corrisponde ad una distribuzione di
massa a simmetria sferica (metrica di Schwarzschild) è data da
ds2 = e−ν c2 dt2 − eν dr2 − r2 (dϑ2 + sin2 ϑ dφ2 )
dove e−ν = 1 − ρS /r , ρS = 2GN M/c2 (raggio di Schwarzschild), GN è
la costante gravitazionale e M è la massa totale5 . Dimostrare che l’e-
quazione della geodetica nel piano ϑ = 21 π è equivalente alle equazioni di
Eulero-Lagrange deducibili dalla Lagrangiana

L = −mc e−ν c2 − eν ṙ2 − r2 ϑ̇2 .
Si ricavi la Hamiltoniana e da questa si determini l’equazione dell’orbita
attraverso il metodo di Hamilton-Jacobi. Si mostri che le traiettorie nel
piano r, ϑ sono indipendenti dalla massa m. Si ricavi la formula di Einstein
per la precessione del perielio (m ≠ 0) e la deflessione dei raggi
luminosi (m = 0).
soluzione []L’equazione della geodetica è δ ∫ ds = 0. Introducendo t co-
me parametro è immediato identificare la Lagrangiana a meno di un fat-
tore di proporzionalità che viene fissato nel limite c → ∞ dalla condizione
di riottenere la meccanica Newtoniana. Si trova poi l’Hamiltoniana

1 p2
H = ce− 2 ν m2 c2 + p2r e−ν + 2ϑ
r
e si ottiene perciò l’equazione di Hamilton-Jacobi nella forma
∂W 2 −2 ∂W 2 E 2
e−ν ( ) +r ( ) = ( ) eν − m2 c2 .
∂r ∂ϑ c
Le sostituzioni
p → λp , H → λH , m → λm ,
5
Si vedano [LL60, Pau58, Reg80, Piz93] per una introduzione alla Relati-
vità Generale, [Edd24], cap. III, per i calcoli dettagliati relativi alle prime verifiche
sperimentali, [Pau95] per una visione moderna dei concetti fondamentali di spazio e
tempo.

- 49 -
3.4 Applicazioni 3.4

lasciano invarianti le equazioni del moto e perciò le traiettorie si posso-


no studiare nei due casi essenzialmente differenti m > 0 e m = 0. La
separazione delle variabili porta a
¿
Á E 2
W = ℓ ϑ + ∫ dr eν ( ) − (m2 c2 + ℓ2 /r2 ) e−ν .
Á
À
(3.20)
c
L’equazione dell’orbita si determina imponendo che ∂W/∂ϑ =costante.
a) m > 0: si pone E = mc2 + E ′ e si ottiene
dr/r2
ϑ ≈ ϑ0 + ℓ ∫ √ .
2mE ′ + 2GN Mm2 /r − (1 − ρS /r) ℓ2 /r2
L’integrale si può valutare per via approssimata tenendo solo il primo
termine in c−2 e dà per lo spostamento del perielio la formula di Einstein
a2 ρS
∆ϑ = 24π3 = 3π ,
c2 T 2 (1 − ϵ2 ) a (1 − ϵ2 )
dove a è il semiasse maggiore dell’ellisse, ϵ è l’eccentricità e T è il periodo;
numericamente si trova ∆ϑ ≈ 5.70"/a per ogni orbita, se il semiasse è
espresso in milioni di km (si vedano [LCA74, Pau58]).
b) m = 0: si pone E/c = ℓ/b, introducendo il parametro d’impatto b, e
si ottiene l’equazione analoga alla (3.4-17). Differenziando si trova (u =
1/r):
du 2
( ) + u2 = b−2 + ρS u3 .

Ponendo bu = sin ϑ + δu si trova in prima approssimazione
ρS
δu = (1 + cos2 ϑ) .
2b
La deflessione corrisponde al doppio del valore di ϑ per cui u = 0 e quindi
si ottiene ∆ϑ = 2ρS /b (se b = R⊙ si trova ∆ϑ ≈ 1.76 ′′ ). Si confronti
questo risultato con quello che si potrebbe ottenere da un’applicazione della
dinamica newtoniana a una particella di velocità c (vedi Probl. 3.4-13).
problema 3.4-18 []Secondo il risultato del problema precedente, la cor-
rezione relativistica al moto di Keplero è equivalente a un termine adddi-
zionale alla energia potenziale
ρS ℓ2
∆V = − .
2m r3
Determinare la variazione del vettore di Runge-Lenz dovuta a ∆V e valu-
tare per questa via lo spostamento del perielio.

- 50 -
CAPITOLO 4

Elementi di fisica dei mezzi continui

4.1. La fisica matematica delle oscillazioni elastiche


L’apparato matematico elementare della meccanica ondulatoria è eredita-
to interamente dalla fisica matematica dei mezzi continui, più precisamen-
te dalla fisica che descrive la propagazione di onde in mezzi elastici o la
diffusione del calore. Come preparazione agli sviluppi futuri, e per il loro
interesse intrinseco, consideriamo alcuni semplici problemi di vibrazioni
elastiche.

4.1.1. L’equazione d’onda. Una corda elastica fissa agli estremi


si descrive con un’equazione alle derivate parziali nota come equazione
delle onde:
∂2 η 1 ∂2 η
= ,
∂x2 v2 ∂t2
dove η(x, t) è lo spostamento dalla posizione di equilibrio e v è un parame-
tro esprimibile in√ termini della densità ρ (costante) della corda e della
tensione τ: v = τ/ρ. L’equazione ammette come soluzione generale
η(x, t) = f(x − vt) + g(x + vt) ,
come si può facilmente ricavare introducendo nuove variabili x+ = x +
vt, x− = x − vt, in termini delle quali l’equazione diviene semplicemente
∂2 η
=0.
∂x+ ∂x−
Questo tipo di soluzione non è tuttavia applicabile all’equazione d’onda
in dimensione superiore a due e perciò è più importante considerare un
altro schema di soluzione molto più generale. Cerchiamo soluzioni della
forma fattorizzata η(x, t) = X(x) T (t). Sostituendo nell’equazione d’onda
si ottiene
d2 X 1 d2 T
T (t) 2 = 2 2 X ,
dx v dt
da cui, dividendo ambo i membri per XT , si trova
X ′′ 1 T̈
= 2 .
X v T
51
4.1 Elementi di fisica dei mezzi continui 4.1

Dato che il membro di sinistra dell’equazione dipende solo da x mentre


quello di destra dipende solo da t, ne segue che ambo i membri devono
essere uguali ad una costante, diciamo −λ2 , in genere denominata costante
di separazione:
X ′′ (x) + λ2 X(x) = 0
(4.1) T̈ (t) + λ2 v2 T (t) = 0 .
La soluzione generale è ovviamente
X(x) = A sin λx + B cos λx
(4.2) T (t) = B cos(λv(t − t0 )) .
Se la corda è fissa agli estremi x = 0, x = L, dovremo imporre condizioni
al contorno1 X(0) = X(L) = 0; mentre la prima condizione è soddisfatta
semplicemente fissando B = 0, la seconda ci dà
A sin λL = 0 .
Non può essere A = 0, che porta ad una soluzione banale, bensı̀ sarà
λL = nπ ,
per qualche intero positivo n. Le soluzioni possibili sono date perciò (a
meno di una costante moltiplicativa) dalla parte reale di
nπx nπv
(4.3) ηn (x, t) = sin ( ) exp {−i t} .
L L
Se esaminiamo l’altra possibilità, cioè soluzioni con costante di separazione
positiva, troviamo immediatamente che non ci è possibile soddisfare le
condizioni al contorno.
Osserviamo che queste soluzioni rappresentano movimenti periodici
della corda con frequenze tutte multiple della frequenza fondamentale
ω = π/L. Questi movimenti sono denominati “modi normali” della corda.
Abbiamo perciò determinato la forma più generale delle soluzioni di tipo
periodico. Dal momento che l’equazione d’onda è lineare omogenea
possiamo subito costruire una soluzione molto più generale attraverso una
combinazione lineare delle ηn definite dalla Eq. (4.3).


(4.4) η(x, t) = ∑ An ηn (x, t) ,
n=−∞
dove le infinite costanti arbitrarie An assumono valori complessi, in mo-
do da permettere uno sfasamento arbitrario tra i vari modi normali, ma
soddisfano la condizione A−n = −Ān per assicurare il carattere reale della
soluzione.
1
Si dice che si adottano “condizioni di Dirichlet”.

- 52 -
4.1 La fisica matematica delle oscillazioni elastiche

La questione più importante da decidere a questo punto è la se-


guente: la soluzione (4.4) è davvero la più generale possibile? La ri-
sposta può essere data secondo il seguente criterio: la soluzione gene-
rale deve essere in grado di riprodurre un’arbitraria condizione iniziale
η(x, 0) = f(x), ∂η/∂t = u(x). Ciò conduce alle equazioni

∑ An sin(nπx/L) = f(x)
n=−∞

nπv
−i ∑ An sin(nπx/L) = u(x) ,
n=−∞ L
2
che diviene , tenendo conto delle condizioni cui devono soddisfare i coef-
ficienti An

2 ∑ Re An sin(nπx/L) = f(x)
n=1

nπv
2 ∑ Im An sin(nπx/L) = u(x) .
n=1 L
Se dunque le condizioni iniziali f(x) e u(x) sono sviluppabili in serie di
Fourier abbiamo costruito attraverso le formule precedenti la soluzione
cercata. Le costanti An si determinano grazie alle formule di integrazione
(relazioni di ortogonalità)
L nπx mπx 1
∫ dx sin sin = 2 L δnm .
0 L L
La successione di funzioni

2 nπx
en (x) = sin , (n = 1, 2, . . .)
L L
forma un sistema di vettori ortogonali e di lunghezza unitaria nello spa-
zio delle funzioni a quadrato integrabile L2 ([0, L]); diremo che il sistema
forma una base ortonormale, rispetto al prodotto scalare
L
⟨f∣ g⟩ = ∫ f(x) g(x)dx .
0

È importante familiarizzarci in questo esempio, il più semplice possibile,


con questo concetto: le soluzioni di una equazione alle derivate parziali
lineare omogenea formano uno spazio lineare (a infinite dimensioni); il
metodo della fattorizzazione può fornirci una base di vettori in questo
spazio in modo che una qualunque soluzione può essere espressa come
combinazione lineare di vettori della base.
2
Ricordiamo la convenzione adottata in tutto il testo: Re z indica la parte reale
del numero complesso z e Im z la sua parte immaginaria.

- 53 -
4.1 Elementi di fisica dei mezzi continui 4.1

problema 4.1-1 []Esprimere l’energia della corda vibrante in termini dei


coefficienti dello sviluppo in modi normali.
soluzione []Si ricordi che l’energia della corda si esprime come

1
L ∂η 2 ∂η 2
E[η] = 2 ∫ dx {ρ ( ) + τ( ) }
0 ∂x ∂t
e si applichi la relazione di ortogonalità.

4.1.2. Vibrazione di membrane. Passiamo ora allo studio di una


membrana elastica, quale quella di un tamburo: il problema delle vibra-
zioni si affronta risolvendo l’equazione d’onda in due variabili spaziali con
opportune condizioni al contorno. Qualunque sia la forma della membrana
è chiaro che esistono modi normali di vibrazione che si possono individuare
sperimentalmente utilizzando una luce stroboscopica a frequenza regolabi-
le. Dal punto di vista matematico, se non ci si vuole ricondurre a qualche
metodo numerico, si potranno studiare analiticamente solo membrane do-
tate di particolare simmetria. Il caso di una membrana rettangolare è del
tutto banale. L’equazione
∂2 η ∂2 η 1 ∂2 η
+ =
∂x2 ∂y2 v2 ∂t2
per [0 < x < L1 , 0 < y < L2 ] si separa agevolemente ponendo η(x, y, t) =
X(x) Y(y) T (t) ; si trovano cosı̀ i modi normali nella forma
n1 πx n2 πy
ηn1 n2 = sin sin cos(ωn1 n2 (t − t0 ))
L1 L2

con ωn1 n2 = n21 + n22 , n1 , n2 interi positivi.
Lasciamo al lettore il compito di sviluppare i dettagli, basati ancora
sulla trasformata di Fourier. Il caso di una membrana circolare verrà
svolto più a fondo, in quanto richiede l’introduzione di elementi di analisi
che risulteranno utili in seguito. Per una membrana circolare di raggio r0
conviene introdurre coordinate polari (r, φ) e scrivere l’equazione d’onda
nella forma (si veda l’App. B.3)
1 ∂ ∂η 1 ∂2 η ω 2
(r ) + 2 = − ( ) η,
r ∂r ∂r r ∂φ2 v
avendo già selezionato soluzioni periodiche di frequenza ω. La separazio-
ne delle variabili η = R(r) Φ(φ) offre il seguente schema (indichiamo per
semplicità con un apice la derivata rispetto all’unico argomento)
1 1 ω 2
(rR ′ ) ′ Φ + 2 RΦ ′′ + ( ) R Φ = 0 .
r r v

- 54 -
4.1 La fisica matematica delle oscillazioni elastiche

Dividiamo per RΦ, poniamo ω/v = k e otteniamo

1 1
(rR ′ ) ′ + 2 Φ ′′ + k2 = 0 ,
rR r Φ
ovvero, isolando il termine che dipende dall’angolo,

Φ ′′ 1
− = r2 ( (rR ′ ) ′ + k2 ) .
Φ rR
Dato che r e φ sono indipendenti i due membri di questa equazione
devono essere uguali ad una medesima costante, chiamiamola −m2 . Ne
ricaviamo perciò due equazioni ordinarie

(4.5) Φ ′′ + m2 Φ = 0
1 m2
(4.6) (rR ′ ) ′ + (k2 − 2 ) R = 0 .
rR r

La prima è ovviamente risolta da Φ(φ) = exp(imφ); dato che per la


continuità della funzione η dobbiamo richiedere che Φ sia periodica di
periodo 2π in φ, la costante m è costretta ad assumere valori interi.
L’equazione in R è ben nota fin dal secolo scorso come equazione di
Bessel. Ne studiamo la soluzione con il (vedi l’App. B.6). Innanzitutto
si ponga R(r) = rλ u(r) per ricondursi ad una equazione in cui compaiano
coefficienti più semplici; la scelta λ = ∣m∣ porta alla seguente

ru ′′ + (2∣m∣ + 1)u ′ + k2 ru = 0

che è risolubile con il metodo di Laplace: sostituendo la rappresentazione


integrale

u(r) = ∫ ezr F(z)dz


Γ

nell’equazione differenziale e integrando per parti otteniamo


γ2
0 = (z2 + k2 )ezr F(z)∣ +
γ1
d
∫ {(2∣m∣ + 1)zF(z) − [(z2 + k2 )F(z)] }ezr dz ,
Γ dz
1
che è risolta da F(z) = (z2 +k2 )∣m∣− 2 a patto di fissare la curva di integrazio-
ne Γ in modo che i contributi finiti dell’integrazione per parti svaniscano.
Ciò si realizza scegliendo per Γ il segmento che congiunge −ik a ik. Si

- 55 -
4.1 Elementi di fisica dei mezzi continui 4.1

n m=0 m=1 m=2 m=3


1 2.40483 3.83171 5.13562 6.38016
2 5.52008 7.01559 8.41724 9.76102
3 8.65373 10.1735 11.6198 13.0152
4 11.7915 13.3237 14.7960 16.2235
5 14.9309 16.4706 17.9598 19.4094
6 18.0711 19.6159 21.1170 22.5827
7 21.2116 22.7601 24.2701 25.7482
8 24.3525 25.9037 27.4206 28.9084
9 27.4935 29.0468 30.5692 32.0649
10 30.6346 32.1897 33.7165 35.2187
Tabella 4-1. Zeri delle funzioni di Bessel Jm (x).

ottiene cosı̀
ik 1
Rm (r) = r∣m∣ ∫ ezr (z2 + k2 )∣m∣− 2 dz
−ik
1 1
∝ (kr)∣m∣ ∫ exp(ikrξ)(1 − ξ2 )∣m∣− 2 dξ
−1
≡ Jm (kr) .

La condizione al contorno di annullamento sul bordo circolare η(r0 ) = 0


seleziona i valori ammessi di k e quindi della frequenza, determinando cosı̀
il timbro della membrana. L’equazione

Jm (kr0 ) = 0

ammette infinite soluzioni


(1) (2) (n)
k = km < km < . . . < km < . . .

che corrispondono a modi di vibrazione con un numero di linee nodali


(radiali) pari all’indice superiore diminuito di uno. Da un calcolo nume-
rico si ottiene la Tab. 4-1. È facile ottenere l’andamento asintotico delle
(n)
frequenze ωm per grandi valori di n in quanto le funzioni Jm sono bene
approssimate per grandi valori dell’argomento dalla formula

2
Jm (x) ∼ sin(x − 21 (m − 12 )π) ,
πx
(n)
da cui si deduce km r0 ∼ nπ + (m − 12 ) π2 .

- 56 -
4.1 La fisica matematica delle oscillazioni elastiche

Le proprietà delle funzioni di Bessel (vedi ad esempio [AS65, Hoc71])


si possono facilmente studiare riconducendosi alla J0 (x) in base alla rela-
zione di ricorrenza
d
Jm+1 (x) ∝ xm x−m Jm (x)
dx
che segue direttamente dalla rappresentazione integrale. Per la J0 (x) si
ha poi
1 2π
J0 (x) = ∫ eix cos ϑ dϑ
2π 0
e l’espressione asintotica precedente si ottiene con il “metodo di punto a
sella” [BRS93].
problema 4.1-2 []Determinare i modi propri di oscillazione per la pres-
sione di un gas perfetto in una cavità sferica.
problema 4.1-3 []Determinare la frequenza fondamentale di vibrazione
per una lamina elastica avente la forma di un triangolo rettangolo isoscele.
Abbiamo cosı̀ ottenuto le frequenze proprie di vibrazione di una lamina
elastica circolare. La frequenza fondamentale è data da ω10 = 2.40483 v/r0
e tutte le altre si leggono dalla Tab. 4-1. Il timbro di un tamburo sarà poi
determinato anche dalle frequenze proprie della cavità risonante e quindi
il problema risulta in realtà molto più complesso.
4.1.3. Armoniche sferiche. Consideriamo ora un problema la cui
soluzione trova applicazione ad un’intera classe di problemi con simmetria
sferica e in particolare ci servirà in meccanica quantistica per calcolare gli
spettri atomici.
Si consideri l’equazione d’onda per un mezzo elastico omogeneo all’in-
terno di una sfera di raggio a:
∂2 ϕ
◻ϕ(t, x) ≡ − △ϕ(t, x) = 0 ,
∂t2
dove il simbolo ◻ è noto come operatore di D’Alembert, mentre il
simbolo △ indica l’operatore di Laplace
∂2 ϕ ∂2 ϕ ∂2 ϕ
△ϕ = + + .
∂x2 ∂y2 ∂z2
Le condizioni al contorno sulla superficie possono essere fissate in mo-
do diverso a seconda della fisica del problema e non sono rilevanti, per
il momento. La simmetria sferica suggerisce di risolvere il problema in-
troducendo coordinate polari (r, ϑ, φ). Per onde di frequenza ω, ϕ =
exp{iωt} u(x) , l’equazione si scrive nella forma seguente (equazione di
Helmholtz):
1 ∂2 1 ∂ ∂u 1 ∂2 u
(4.7) (ru) + sin ϑ + + k2 u = 0 .
r ∂r2 r2 sin ϑ ∂ϑ ∂ϑ r2 sin2 ϑ ∂φ2

- 57 -
4.1 Elementi di fisica dei mezzi continui 4.1

Scrivendo u = R(r)Y(ϑ, φ) l’equazione si fattorizza nelle due equazioni


1 ∂ ∂Y 1 ∂2 Y
sin ϑ + = λY
(4.8) r2 sin ϑ ∂ϑ ∂ϑ r2 sin2 ϑ ∂φ2
1 λ
(rR(r)) ′′ + 2 R(r) + k2 R(r) = 0 .
r r
Si nota che l’equazione per la parte che dipende dagli angoli è indipenden-
te dalle condizioni al contorno, ma addirittura è indipendente dal valore
del numero d’onda. Ne segue che possiamo cercare la soluzione per Y
nel caso più semplice, k = 0, che corrisponde all’equazione di Laplace
(△u = 0). In questo caso possiamo fare ricorso ad un’ulteriore simmetria
dell’equazione, e cioè la simmetria per dilatazione: se △u(x, y, z) = 0 al-
lora anche △u(ρx, ρy, ρz) = 0 per qualunque costante positiva ρ. D’altro
canto l’equazione di Laplace ammette soluzione in termini di polinomi
nelle variabili cartesiane; siamo dunque ricondotti a cercare una soluzione
in termini di polinomi omogenei . Si trova che l’introduzione della coordi-
nata complessa η = x+iy permette di semplificare notevolmente il calcolo.
Indicando con l il grado del polinomio, si avrà
u(x, y, z) = ∑ cpq ηp η̄q zl−p−q
p,q

e l’equazione di Laplace sarà ricondotta ad una relazione algebrica sui


coefficienti {cpq }. Si ha
∂ ∂ ∂2
△=4 + 2
∂η ∂η̄ ∂z
e pertanto

△u = ∑ cpq (4 p q ηp−1 η̄q−1 zl−p−q +


p,q

(l − p − q)(l − p − q − 1) ηp η̄q zl−p−q−2 ) = 0

che si trasforma nella relazione di ricorrenza


4 (p + 1)(q + 1) cp+1 q+1 + (l − p − q)(l − p − q − 1) cpq = 0 .
Tutte le soluzioni si trovano allora facilmente tenendo conto che bisogna
soddisfare i vincoli
p ≥ 0, q ≥ 0, p + q ≤ l .
Assegnato un valore arbitrario a cp 0 con 0 ≤ p ≤ l e a c0 q con 1 ≤ q ≤ l ,
l’equazione di ricorrenza ci permette di calcolare tutti gli altri coefficienti.
Indichiamo con Yll il polinomio che corrisponde ad avere fissato tutti i
coefficienti cp 0 = c0 q = 0, tranne cl 0 = 1. Indichiamo poi con Yll−1 il poli-
nomio che corrisponde a cl−1 0 = 1, fino ad arrivare a Yl0 che corrisponde a

- 58 -
4.1 La fisica matematica delle oscillazioni elastiche

c0 0 = 1. Indicheremo poi con un indice negativo le soluzioni che corrispon-


dono a c0 q = 1 ⇒ Yl−q . A questo punto abbiamo costruito 2l + 1 soluzioni
linearmente indipendenti dell’equazione di Laplace in forma di polinomi
omogenei nelle variabili cartesiane. Per loro natura questi polinomi sono
della forma (per m < 0 si scambiano i ruoli di η e η̄):
rl Ylm = ∑ cm+k,k ηm+k η̄k zl−m−2k
k
l imφ 2k l−k−2k
=re ∑ cm+k,k sin ϑ cos ϑ.
k

Ogni soluzione Ylm è perciò esprimibile come il prodotto di eimφ per un


polinomio in cos ϑ e sin ϑ, noto come funzione associata di Legendre.
Queste funzioni sono denominate armoniche sferiche3 e saranno utiliz-
zate anche nella soluzione di problemi di meccanica quantistica dotati di
simmetria centrale. Di esse è importante ricordare la seguente proprietà,
detta relazione di ortogonalità
π 2π ′
(4.9) ∫ sin ϑ dϑ ∫ dφ Ylm (ϑ, φ) Ylm′ (ϑ, φ) = δll ′ δmm ′ .
0 0
Inoltre vale uno sviluppo che generalizza la serie di Fourier per le funzioni
definite sulla sfera
f(ϑ, φ) = ∑ flm Ylm (ϑ, φ)
lm
che può essere risolto per i coefficienti flm proprio grazie alle relazioni di
ortogonalità.
Il punto cruciale è ora il seguente: dall’equazione △rl Ylm = 0 si ha
subito
1 ∂ ∂Y 1 ∂2 Y 1 d2 l
rl sin ϑ + = − r r Y = −l(l + 1)rl−2 Y ,
r2 sin ϑ ∂ϑ ∂ϑ r2 sin2 ϑ ∂φ2 r dr2
ossia λ ≡ −l(l + 1).
problema 4.1-4 []Si determini lo spettro delle frequenze acustiche di
una cavità sferica.
soluzione []Avendo risolto in generale l’equazione che dipende dalle variabili
angolari, resta solo da discutere la soluzione dell’equazione radiale
1 l(l + 1)
(rR(r)) ′′ + (k2 − ) R(r) = 0 .
r r2

3
Le funzioni Ylm sono espresse in termini di funzioni di Legendre nella forma
¿
Á 2l + 1 (l − ∣m∣)! ∣m∣
Yl = Á
m À P (cos ϑ) exp{imφ}
4π (l + ∣m∣)! l
.

- 59 -
4.2 Elementi di fisica dei mezzi continui 4.2

n j0 j1 j2 j3 j4
1 3.141593 4.493409 5.763459 6.987932 8.182561
2 6.283185 7.725252 9.095011 10.41712 11.70490
3 9.424778 10.90412 12.32294 13.69802 15.03966
4 12.56637 14.06619 15.51460 16.92362 18.30125
5 15.70796 17.22076 18.68904 20.12181 21.52541
6 18.84956 20.37130 21.85387 23.30425 24.72756
7 21.99115 23.51945 25.01280 26.47676 27.91557
8 25.13274 26.66605 28.16783 29.64260 31.09393
9 28.27433 29.81160 31.32014 32.80373 34.26539
10 31.41593 32.95639 34.47049 35.96141 37.43173
11 34.55752 36.10062 37.61937 39.11647 40.59418
12 37.69911 39.24443 40.76712 42.26951 43.75360
Tabella 4-2. Zeri delle funzioni di Bessel sferiche jl (x).

Conviene introdurre la funzione ϕl (kr) ≡ r−l R(r) che soddisfa all’equazione


ξϕl (ξ) ′′ + 2(l + 1)ϕl (ξ) ′ + ϕl (ξ) = 0, con ξ = kr ,
che è del tipo di Laplace. La soluzione si esprime in termini di combinazioni di
potenze e di funzioni trigonometriche ed è legata alle funzioni di Bessel sferiche
ϕ = ξ−l jl (ξ) (vedi l’App. B.6.2). Per determinare le possibili frequenze di vi-
brazione (lo spettro acustico) si tratta di imporre la condizione di annullamento
sulla superficie della cavità. Detto a il raggio si avrà jl (ka) = 0. Si noti che
per le onde a simmetria sferica (l = 0) si ha semplicemente j0 (x) = sin(x)/x e
perciò lo spettro dei modi simmetrici è dato da k0,n = nπ/a. Per l ≠ 0 si co-
nosce l’andamento asintotico degli zeri, ma i modi più “bassi” sono da calcolare
numericamente. La Tab. 4-2 riporta i primi valori per l ≤ 4.

4.2. Principi variazionali in teoria dei mezzi continui


Principi variazionali simili a quello di Eulero-Lagrange vengono adottati in
molti campi della fisica e permettono di esprimere in modo conciso le leggi
del moto anche per sistemi a infiniti gradi di libertà. L’equazione d’onda
che descrive la propagazione di piccole oscillazioni in un mezzo elastico,
le equazioni di Maxwell dell’elettromagnetismo, le equazioni del campo
gravitazionale di Einstein, tutte ammettono una formulazione di tipo la-
grangiano e sono perciò esprimibili attraverso un principio variazionale.
Ad esempio l’equazione d’onda
1 ∂2 ψ
△ψ =
c2 ∂t2

- 60 -
4.2 Principi variazionali

è equivalente al principio variazionale

δS[ψ] = δ ∫ gµν ∂µ ψ ∂ν ψ d4 x = 0 ,

dove µ assume i valori 0, 1, 2, 3, la metrica g è quella di Minkowski (g00 =


1, g11 = g22 = g33 = −1, gij = 0 per i ≠ j), la coordinata x0 si identifica
con ct e l’elemento di volume dx0 dx1 dx2 dx3 è indicato succintamente
con d4 x. Per semplicità, abbiamo abbreviato ∂ψ/∂xµ in ∂µ ψ.
Invece di dimostrare la validità del principio variazionale in questo
caso particolare è più conveniente affrontare un caso più generale, per
una teoria caratterizzata dall’azione

S[ψ] = ∫ L(ψ(x), ∂µ ψ(x)) d4 x .

Sotto una piccola variazione ψ → ψ + δψ, con δψ nulla al di fuori di una


regione compatta dello spazio-tempo, si avrà, integrando per parti
∂L ∂L
δS = ∫ [ δψ + δ∂µ ψ] d4 x
∂ψ ∂(∂µ ψ)
∂L ∂L
=∫ [ δψ − ∂µ δψ] d4 x
∂ψ ∂(∂µ ψ)
∂L ∂L
=∫ [ − ∂µ ] δψ d4 x .
∂ψ ∂(∂µ ψ)
Imponendo che l’azione sia stazionaria per δψ arbitraria (ad esempio δψ
può essere scelta diversa da zero dappertutto tranne che in una regione
arbitrariamente piccola centrata intorno a un punto qualunque xµ ), si
ottengono le equazioni del campo ψ in forma lagrangiana:
∂L ∂L
= ∑ ∂µ ( ).
∂ψ µ ∂(∂µ ψ)

Notare che l’espressione ∂L/∂(∂µ ψ) è da interpretare in modo analogo


alla ∂L/∂ẋ nel caso del punto materiale. Nell’effettuare le derivazioni
parziali, cioè, la ψ e tutte le sue derivate parziali ∂µ ψ sono da considerare
variabili indipendenti.
problema 4.2-5 []Ricavare l’equazione d’onda di una corda elastica con
densità ρ sottoposta ad una tensione τ; mostrare che la Lagrangiana si
può scrivere
1 ∂η 2 1 ∂η 2
L= ρ − τ
2 ∂t 2 ∂x
dove η rappresenta lo scostamento dalla posizione di equilibrio.

- 61 -
4.3 Elementi di fisica dei mezzi continui 4.3

problema 4.2-6 []Il campo elettromagnetico (E, B) si può esprimere in


temini di potenziali (ϕ, A) come segue: E = −∇ϕ + ∂A/∂x0 , B = ∇ × A.
Dimostrare che dall’azione
S = ∫ (E2 − B2 + ρϕ − j ⋅ A) d4 x

si ricavano le equazioni di Maxwell che contengono la densità di cari-


ca e di corrente; spiegare inoltre l’origine delle rimanenti equazioni che
contengono il rotore di E e la divergenza di B.
problema 4.2-7 []Dimostrare che l’operatore di Laplace assume la for-
ma seguente quando venga espresso in un sistema di coordinate qualunque
1 ∂ √ ij ∂φ
(4.10) △φ = √ gg ,
g ∂xi ∂xj
applicando il principio variazionale secondo cui l’equazione △φ = 0 si
ottiene come equazione di Eulero-Lagrange a partire dall’azione
√ 3 ij ∂φ ∂φ
A=∫ gd xg ,
∂xi ∂xj
dove gij è la matrice metrica (vedi l’Eq. (1.2)), g ≡ detgij ed infine gij è
la matrice inversa della matrice metrica.
soluzione []Dall’equazione variazionale segue subito
∂ √ ij ∂φ
gg =0,
∂xi ∂xj
da cui individuiamo l’operatore di Laplace come il membro di sinistra di quest’ul-
tima equazione, a meno di un fattore moltiplicativo arbitrario (dipendente dalle

coordinate). Dal momento che ∫ △φ g d3 x ≡ 0 per ogni φ a supporto compatto,

si conclude che il fattore moltiplicativo deve essere proporzionale a 1/ g, e la
costante che rimane ancora da determinare è fissata al valore uno semplicemente
valutando il caso banale delle coordinate cartesiane.

4.3. Il quadro generale


Facendo astrazione dai particolari accidentali dei problemi che abbiamo in-
contrato finora, possiamo riassumere gli aspetti matematici fondamentali
di questo genere di problemi fisici4 come segue:
a) si tratta di risolvere un’equazione differenziale lineare alle derivate
parziali Lη = 0, dove L è un qualche operatore differenziale lineare (di
tipo iperbolico).

4
Per tutto l’apparato matematico relativo a questa struttura di spazi e operatori
lineari si veda ad es.[BRS93].

- 62 -
4.3 Il quadro generale

b) Lo specifico problema fisico detta alcune condizioni al contorno sulla


incognita η, tipicamente l’annullamento di η su una superficie preasse-
gnata ovvero l’annullamneto della sua derivata normale o più in generale
di una combinazione lineare delle due.
c) È individuabile un funzionale E[η, ∂η] che rappresenta l’energia del
mezzo e che si conserva nella evoluzione temporale.
d) È in genere definibile un secondo funzionale bilineare, indicato ad esem-
pio con ⟨η1 , η2 ⟩ che gode delle proprietà tipiche di un prodotto scalare
( ⟨η, η⟩ ≥ 0, ⟨η1 , η2 ⟩ = ⟨η2 , η1 ⟩) e che fornisce allo spazio delle configurazioni
una struttura di spazio metrico. Tipicamente si avrà
⟨η1 , η2 ⟩ = ∫ η1 (x, t)η2 (x, t) dx ,
ma altre scelte sono dettate dalla forma particolare dell’operatore L.
e) L’operatore L nel caso delle onde elastiche ha la forma5
∂2
L= − X,
∂t2
e i modi normali sono individuati dalle soluzioni dell’equazione
(4.11) Xη = −ω2 η
che rispettano le condizioni al contorno. L’operatore X si assume rispet-
tare la condizione di simmetria
⟨η1 , Xη2 ⟩ = ⟨Xη1 , η2 ⟩ .
Sotto condizioni molto generali allora le soluzioni della Eq. (4.11), dette
autofunzioni del problema, formano una base per lo spazio delle configu-
razioni e cioè lo sviluppo
η = ∑ cω ηω
ω
si comporta essenzialmente come la trasformata di Fourier. Come per
quest’ultima è possibile invertire lo sviluppo semplicemente con
cω = ⟨ηω , η⟩ .
Ciò discende dalla proprietà di ortogonalità
⟨ηω1 , ηω2 ⟩ = δω1 ω2 .
Lo schema andrebbe precisato ulteriormente nei suoi dettagli matemati-
ci, ma i suoi aspetti essenziali sono stati delimitati. Vedremo che questo
schema, applicabile a problemi tanto semplici come quelli che abbiamo
illustrato o cosı̀ complessi come l’acustica di una grande sala di audizioni,
5
I familiari fenomeni di propagazione ondosa che si osservano più facilmente in
natura non rientrano necessariamente in questa descrizione: tipicamente le onde sulla
superficie di un liquido richiedono una descrizione ben più elaborata.

- 63 -
4.3 Elementi di fisica dei mezzi continui 4.3

si applicherà con minime variazioni alla nuova meccanica quantistica, no-


nostante che i principi fisici su cui quest’ultima si basa siano totalmente
differenti da quelli della meccanica dei mezzi continui. In particolare la
linearità dell’equazione fondamentale (l’equazione di Schroedinger) non è
frutto di approssimazioni (“piccole oscillazioni”) bensı̀ rappresenta una
proprietà fondamentale della fisica alla scala atomica6 .

6
Su questo punto l’ultima parola non è forse ancora stata detta (si veda ad
es.[Wei89]).

- 64 -
Parte 2

Meccanica quantistica
CAPITOLO 5

Quanti e onde

5.1. La vecchia teoria dei quanti


 
Nei precedenti capitoli abbiamo illustrato i fondamenti teorici su cui si Track
 1 
basa la descrizione classica del mondo fisico. Essa consiste in due tipi ben
distinti di rappresentazioni meccaniche: da un lato c’è la materia, com-
posta di molecole, atomi o comunque di parti microscopiche più o meno
elementari, numerabili e dotate di massa, che potremmo genericamente
chiamare “particelle”; dall’altro ci sono i mezzi continui. Non possiamo
considerare questi ultimi solo come una conveniente approssimazione di
sistemi composti da molte particelle, dato che esistono mezzi continui
senza alcun substrato materiale, i “campi”, come il campo elettromagne-
tico e quello gravitazionale. In ogni caso, secondo la fisica classica, sia le
particelle che i campi ubbidiscono a leggi deterministiche del moto, siano
esse in forma di equazioni differenziali ordinarie o alle derivate parziali,
che coinvolgono variabili dinamiche misurabili, in linea di principio, con
precisione grande a piacere. Questa visione classica della natura era stata
completata, eccezion fatta per quanto riguarda il campo gravitazionale,
già prima della fine del secolo scorso. Essa si fondava sulle equazioni di
Hamilton, o di Hamilton-Jacobi, per le particelle e sulle equazioni di Max-
well per il campo elettromagnetico. Ma già agli inizi del nuovo secolo la
fisica classica era profondamente in crisi. Come vedremo dall’esame degli
esempi più rilevanti (esame fatto senza pretese di completezza né di ordine
storico-cronologico), la contraddizione fondamentale della meccanica clas-
sica risiede proprio nella separazione concettuale tra particelle, dotate di
un numero finito di gradi di libertà, e campi, dotati di un numero infinito
di gradi di libertà. Questa profonda disparità della descrizione classica
rende problematica, se non del tutto impossibile, la stabilità della ma-
teria di fronte alla radiazione. Inoltre l’evidenza sperimentale impone di
riconoscere alla materia stessa sorprendenti proprietà ondulatorie ed alla
radiazione una natura anche corpuscolare. In questo capitolo illustreremo
questi aspetti apparentemente contraddittori e la loro riconciliazione in
uno schema teorico nuovo, tutto sommato abbastanza semplice e molto

67
5.1 Quanti e onde 5.1

convincente1 .

5.1.1. Il corpo nero. La fisica classica incontra subito una grave


difficoltà nella descrizione del corpo nero, cioè di un oggetto materiale
in grado di assorbire tutta la radiazione elettromagnetica incidente su di
esso. L’esempio tipico è rappresentato dall’interno di una cavità risonan-
te, le cui pareti, mantenute ad una temperatura T , emettono ed assorbono
di continuo radiazione elettromagnetica per rispettare l’equilibrio termo-
dinamico. La grandezza fisica rilevante è la densità di energia per unità
di volume e frequenza, u(ν, T ), contenuta nel campo elettromagnetico.
Alla fine del secolo scorso erano note due espressioni teoriche per
u(ν, T ). La cosiddetta legge di Wien,
u(ν, T ) = aν3 e−bν/T ,
con a e b costanti universali, era in accordo con gli esperimenti per fre-
quenze abbastanza grandi, ma era nettamente violata a basse frequenze.
Al contrario, la formula di Rayleigh-Jeans,
8πν2
(5.1) u(ν, T ) = kB T ,
c3
era in ottimo accordo con ls regione infrarossa dello spettro di emissione
del corpo nero, ma perdeva significato nel regime ultravioletto, prevedendo
una divergenza dell’energia contenuta dal campo elettromagnetico in un
volume finito. In effetti questo era proprio dovuto all’ipotesi che gli infiniti
modi normali del campo potessero interagire classicamente con le molecole
delle pareti, finendo per ubbidire alla legge di equipartizione dell’energia.
Un oscillatore armonico soggetto alla statistica di Boltzmann ha l’energia
media a temperatura T

∫0 dE E exp(−E/kB T )
⟨E⟩classica = ∞ = kB T ,
∫0 dE exp(−E/kB T )
mentre in ogni intervallo di frequenza tra ν e ν+dν vi sono 2(4π/c3 )ν2 dν
modi normali per unità di volume. Il fattore 2 è dovuto ai due stati
di polarizzazione della radiazione elettromagnetica, mentre il resto segue
dalla leggi di dispersione 2πν = c∣k∣ tra la frequenza ed il vettore numero
d’onda k.
1
In effetti qui ci sofferemeremo poco sulla fisica dei “corpuscoli” della radiazione
elettromagnetica, i cosiddetti fotoni. L’attenzione sarà piuttosto rivolta alle cosiddette
“onde materiali”. La ragione è che la corretta trattazione dei fotoni, che sono privi
di massa, richiede il formalismo della “seconda quantizzazione” (vedi il §12.3 per una
breve introduzione), integrato dai principi di simmetria della relatività ristretta. Risulta
invece possibile trattare in modo consistente una singola particella massiva in regime
nonrelativistico.

- 68 -
5.1 La vecchia teoria dei quanti

All’inizio del 1900 Planck propose la seguente interpolazione tra le due


formule precedenti

0.8
Intensita‘

0.6

T=2.726K

0.4

0.2

0
0 2 4 6 8 10 12 14 16 18 20
onde/cm

Figura 5-1. La formula di Planck a T = 2.726 K. Sono


riportate in tratto fine e a tratteggio le formule di Wien
e di Rayleigh-Jeans. Lo spettro della radiazione di fondo
cosmica secondo le rilevazioni di cobe è indistinguibile, su
questa scala del diagramma, dalla formula di Planck.

8πν2 hν
(5.2) u(ν, T ) = 3
c exp(hν/kB T ) − 1
dove h è nota appunto come costante di Planck (vedi la tabella a p. 519).
Dopo l’accurata verifica sperimentale della Eq. (5.2)2 , Planck dimostrò
come essa discenda dall’assunzione rivoluzionaria che l’energia di un dato
modo normale del campo elettromagnetico non è una variabile continua,
ma può assumere solo i valori discreti
(5.3) En = n h ν , n ∈ N (intero nonnegativo).
2
Attualmente l’evidenza più forte della validità della legge di Planck viene dai
dati relativi alla “radiazione fossile” del fondo cosmico – si veda [M+ 90] oppure, per
informazioni aggiornate, si consulti l’indirizzo [Link]
su Internet.

- 69 -
5.1 Quanti e onde 5.1

In tal caso infatti si ottiene il valor medio per l’energia a temperatura T


∑∞
n=0 En exp(−En /kB T ) hν
⟨E⟩Planck = ∞ = ,
∑n=0 exp(−En /kB T ) exp(hν/kB T ) − 1
che subito riproduce la (5.2) una volta moltiplicata per la densità di modi
normali, (8π/c3 )ν2 .
L’interpretazione di questo risultato è che la radiazione elettromagne-
tica si manifesta sotto forma di quanti indivisibili di energia (i fotoni
nella terminologia corrente). L’interazione con le molecole delle pareti
causa solo variazioni del numero di quanti presenti in ciascun modo nor-
male, dovute all’assorbimento e all’emissione di interi fotoni da parte della
materia.
Osservazione []È opportuno soffermarsi un attimo sugli aspetti quan-
titativi della questione: una lampadina emette luce incoerente e non mo-
nocromatica, ma possiamo lo stesso stimare facilmente il numero N di
fotoni emessi per secondo, supponendo che siano tutti emessi uniforme-
mente nel visibile. Data la piccolezza della costante di Planck si trova che
100 Watt corrispondono a circa 1020 fotoni al secondo ad una frequenza
di 7 × 1014 Hz.
5.1.2. Effetto fotoelettrico. Questo effetto fornisce una conferma
assai stringente dell’ipotesi “quantistica” per la radiazione elettromagne-
tica. Gli esperimenti relativi erano ben noti ancor prima del lavoro di
Planck. Essi stabilivano con grande precisione le seguenti leggi empiriche
sull’emissione di raggi catodici (cioè di elettroni) da parte di una lastra
metallica illuminata:
a) Il numero di elettroni emessi è proporzionale all’intensità della radia-
zione incidente.
b) Esiste una frequenza di soglia ν0 , propria del metallo in esame, sotto
la quale non vi è alcuna emissione.
c) La massima energia cinetica di un dato elettrone emesso è proporzionale
alla differenza ν − ν0 e non dipende affatto dall’intensità della radiazione
incidente.
I risultati (b) e (c) non sono spiegabili classicamente. Al contrario, l’in-
terpretazione fornita da Einstein3 , che si basa sull’idea dei fotoni, è assai
semplice: la radiazione incidente, che assumiamo monocromatica, è com-
posta da fotoni identici, tutti con energia hν; un fotone incidente viene
assorbito (per intero!) da un elettrone che si trova legato nel metallo in
uno stato di energia negativa −V0 (V0 è detto anche potenziale di estra-
zione e dipende sia dal metallo che dallo stato dell’elettrone). L’energia
3
Per questo risultato Einstein fu insignito del premio Nobel nel 1922. Si veda
[Pai95] per i retroscena di questo riconoscimento piuttosto tardivo.

- 70 -
5.1 La vecchia teoria dei quanti

dell’elettrone diventa hν − V0 , e se questa risulta positiva l’elettrone vie-


ne emesso. Per maggiori informazioni su questo argomento si veda ad
esempio [Per36, Bor62].

5.1.3. Diffusione Compton. La diffusione della luce da elettroni


liberi mostra un altro punto di conflitto tra l’esperimento e la teoria elet-
tromagnetica classica. Il fenomeno, messo in luce per la prima volta da
A. H. Compton nel 1920, consiste nel fatto che raggi-X diffusi da elettroni
mostrano una variazione di frequenza dipendente dall’angolo di diffusio-
ne. Secondo la teoria classica l’onda diffusa deve avere la stessa frequenza
dell’onda da cui origina, trattandosi in sostanza di un fenomeno di oscil-
lazioni forzate. L’effetto, noto come effetto Compton è invece del tut-
to comprensibile alla luce della teoria quantistica. Secondo quest’ultima
l’onda luminosa è costituita da un grande numero di fotoni, aventi energia
Eγ = hν e il cui momento lineare q soddisfa alla relazione di dispersio-
ne propria delle onde elettromagnetiche nel vuoto4 , cioè ∣q∣ = q0 ≡ Eγ /c.
Nel formalismo relativistico, energia e impulso formano un quadrivettore
(q, q0 ) covariante e la condizione precedente equivale all’affermazione che
il quadrivettore che rappresenta il momento lineare del fotone ha lunghez-
za nulla (si dice che qµ sta sul cono di luce), intendendo ovviamente la
lunghezza propria dello spazio di Minkowski q2 ≡ q20 − ∣q∣2 . Per una parti-
cella materiale come l’elettrone si avrà p2 ≡ p20 −∣p∣2 = (E/c)2 −∣p∣2 = m2 c2 ,
dove m è la massa a riposo della particella. Ora, se consideriamo un ur-
to elastico tra un elettrone e un fotone, potremo imporre la conservazione
del quadrimomento e ottenere
q0 + p0 = q0′ + p0′
q + p = q′ + p′ .
Assumendo l’elettrone in quiete prima dell’urto, si ha p ′ = q−q ′ e quindi

q0 + mc2 = q0′ + c m2 c2 + (q − q ′ )2
da cui segue facilmente
mc2 (q0 − q0′ ) = q0 q0′ (1 − cos θ) ,
essendo θ l’angolo formato da q e q ′ . Tenendo conto della relazione di
Einstein che lega energia e frequenza, si trova
h
λ′ − λ = (1 − cos θ)
mc

4
Il valore del momento lineare per i fotoni è in accordo con il valore della pressione
di radiazione prevista dalla teoria elettromagnetica classica.

- 71 -
5.1 Quanti e onde 5.1

che corrisponde perfettamente a quanto osservato. Il rapporto h/mc è


noto come lunghezza d’onda Compton dell’elettrone.
In definitiva, la novità essenziale che viene alla luce con la legge di
Planck, con l’effetto Compton e con l’effetto fotoelettrico consiste nel fat-
to che il campo di radiazione elettromagnetica, che si manifesta ordina-
riamente sotto forma di onde elettromagnetiche descritte dalle equazioni
di Maxwell, può in altre circostanze comportarsi invece come un gas di
particelle che obbediscono alla cinematica relativistica. Tra le grandezze
particellari proprie di un singolo fotone e le grandezze ondulatorie sussiste
il legame di Einstein:
(5.4) Eγ = hν , q = hν/c = h/λ .
Nel seguito vedremo come questo duplice aspetto della radiazione, che
richiede un ripensamento radicale dell’elettrodinamica, si debba esten-
dere alle particelle materiali, di modo che il quadro complessivo risulta,
se non immediatamente coerente, almeno più simmetrico. La descrizione
consistente del campo elettromagnetico quantizzato (QED:Quantum Elec-
troDynamics) richiede gli strumenti della seconda quantizzazione (cui si
darà un cenno nel §12.3) ed è affrontato nei corsi superiori di fisica teorica
[Sch64, BD64, IZ80, Wei95]. Per gli elementi di dinamica relativistica
si vedano [LL60, Pau58].

5.1.4. Gli stati di polarizzazione del fotone. Un aspetto che ri-


sulta opportuno approfondire già in questa sede concerne l’interpretazione
secondo la teoria dei quanti degli stati di polarizzazione della radiazione
elettromagnetica. Ricordiamo allora che un’onda elettromagnetica mo-
nocromatica è caratterizzata, oltre che da un numero d’onda k e dalla
relativa pulsazione ω = 2πν = c∣k∣, anche da un vettore di polarizzazione
ε, il quale descrive in che modo e con quale ampiezza il campo elettrico ed
il campo magnetico oscillano nelle due direzioni ortogonali alla direzione
di propagazione fissata dal versore k^ = ck/ω . In particolare il vettore del
campo elettrico si scrive
E(x, t) = Re (ε exp{ik ⋅ x − iωt}) ,
dove ε è complesso e ortogonale a k . Allora l’intensità della radiazione
è proporzionale a ∣ε∣2 = ε ⋅ ε , mentre le fasi di ε determinano la traiet-
toria della punta del vettore E nel piano ortogonale a k ^ . Fissando una
direzione n in questo piano, possiamo porre
^∧n
ε = ε1 n + ε2 k
dove le componenti ε1 e ε2 si possono scrivere
(5.5) ε1 = ∣ε∣ cos α e−iϕ1 , ε2 = ∣ε∣ sin α e−iϕ2 .

- 72 -
5.1 La vecchia teoria dei quanti

Quindi abbiamo
E(x, t) = ∣ε∣ [n cos α cos(k ⋅ x − ωt − ϕ1 ) +
^ ∧ n sin α cos(k ⋅ x − ωt − ϕ2 )] ,
k
per cui, in ogni punto del raggio, al variare di t il vettore E(t) descrive
un’ellisse nel piano ortogonale alla direzione di propagazione. Si dice al-
lora che la polarizzazione è ellittica. Nel caso particolare in cui ϕ1 = ϕ2 ,
l’ellisse degenera in un segmento di retta e si parla di polarizzazione li-
neare. Ci poniamo ora il problema di interpretare ε dal punto di vista
dei fotoni che compongono l’onda elettromagnetica. Il modulo quadro
∣ε∣2 è collegato, attraverso l’intensità della radiazione, al numero medio di
fotoni. D’altra parte, possiamo individuare nel vettore complesso norma-
lizzato ε/∣ε∣ una grandezza fisica propria di ogni singolo fotone. Si tratta
della stessa grandezza per tutti i fotoni qualora la radiazione, oltre che
polarizzata, sia anche coerente, mentre essa varia da fotone a fotone, ma
soltanto per quanto riguarda la fase complessiva, nel caso di luce pola-
rizzata incoerente. Il significato della polarizzazione di un singolo fotone
appare evidente dagli esperimenti con i filtri polarizzatori.
Un filtro polarizzatore (lineare) è un dispositivo ottico capace di
lasciar passare solo la luce polarizzata linearmente in una particolare di-
rezione, detta asse del polarizzatore, che tipicamente coincide con la dire-
zione lungo la quale sono orientati certi microcristalli che compongono il
filtro stesso. In generale un polarizzatore non è perfettamente efficiente.
Tuttavia, nelle prossime considerazioni l’eventuale parziale inefficienza di
un certo filtro polarizzatore P non è significativa, per cui possiamo fin
d’ora assumere che P lasci passare tutta la luce polarizzata linearmente
lungo il proprio asse, che siamo liberi di identificare con n , e che assorba
completamente tutta la luce polarizzata nella direzione ortogonale a n (si
intende che il raggio luminoso in questione incide verticalmente su P ).
Inoltre, in un buon filtro polarizzatore e per fasci luminosi non troppo in-
tensi, il campo elettromagnetico soddisfa ancora alle equazioni lineari di
Maxwell proprie dei mezzi continui. La linearità di tali equazioni ci per-
mette di considerare l’azione di P separatamente sulle due componenti
di E , cioè quella parallela a n , E1 = (E ⋅ n)n , e quella ortogonale ad esso,
E2 = E − E1 . Quindi la componente parallela E1 passa indenne il filtro,
mentre E2 viene interamente assorbita. Di conseguenza, in un punto al
di là di P il campo elettrico vale
E(θ) = E1 cos ωt ,
ed è polarizzato lungo n . Essendo l’intensità della radiazione luminosa
proporzionale al modulo quadro del vettore elettrico, il fascio polarizzato
che emerge da P ha un’intensità ridotta rispetto al fascio incidente di un

- 73 -
5.1 Quanti e onde 5.1

fattore
∣E1 ∣2 ∣E1 ∣2
(5.6) = = cos2 α ,
∣E1 ∣2 + ∣E2 ∣2 E20
essendo α l’angolo formato dalla direzione di polarizzazione del raggio
incidente con l’asse del polarizzatore n .
Secondo la descrizione quantomeccanica il raggio luminoso monocro-
matico è costituito da fotoni identici, tutti con energia hν e con vettore
di polarizzazione ε 5 . L’intensità del raggio è proporzionale al numero
medio di fotoni. Nell’attraversamento del filtro polarizzatore un certo nu-
mero di fotoni viene assorbito, provocando una diminuzione dell’intensità
luminosa. Dalla relazione (5.6) deduciamo quindi che una frazione pari a
sin2 α di fotoni viene assorbita, mentre una frazione cos2 α passa indenne.
Non solo, tutti i fotoni che passano devono essere polarizzati lungo n .
Questa descrizione si applica anche per intensità incidenti cosı̀ basse
da obbligarci a considerare che ciascun fotone del raggio interagisca con il
materiale del filtro P indipendentemente dagli altri fotoni. Quindi ciascun
fotone o passa attraverso P o viene assorbito da esso (un quanto è per
ipotesi indivisibile). E se passa, una volta passato è senz’altro polarizzato
lungo n . Questa affermazione è perfettamente verificabile ponendo dopo
P un altro filtro polarizzatore P ′ uguale a P e ugualmente orientato.
La luce lo attraversa senza alcuna riduzione di intensità, ovvero ciascun
fotone certamente attraversa indenne P ′ .
Mediante il vettore di polarizzazione ε possiamo descrivere l’espe-
rimento con il filtro polarizzatore P nel seguente modo: il rapporto
∣ε1 ∣2 /∣ε∣2 , che vale esattamente cos2 α , rappresenta la probabilità che il
fotone attraversi P . Per un singolo fotone non possiamo fare alcuna
previsione certa sull’esito dell’esperimento. Immaginando che i fotoni in-
cidano su P uno alla volta, se α è diverso da 0 e da π/2 un rivelatore
posto al di là di P a volte “scatta” e a volte no. D’altra parte, per un
grande numero di fotoni possiamo verificare la correttezza della nostra
interpretazione: tenendo conto che i fotoni del raggio incidente sono tutti
identici, se cos2 α è la probabilità che ciascun fotone passi e l’evento che
effettivamente si verifica non influenza in alcun modo gli altri fotoni, allo-
ra il numero di fotoni che passano, e con esso l’intensità della radiazione
emergente, sarà mediamente proporzionale a cos2 α .
Dunque un fotone, con numero d’onda k fissato, possiede ulteriori
gradi di libertà descritti dal vettore di polarizzazione ε , che è ortogonale
a k ed assume valori generalmente complessi. Il modulo quadro ∣ε∣2 non
rappresenta una caratteristica di singolo fotone, fornendo piuttosto una
5 ̵
Si usa ormai molto più comunemente E = hω, ̵ ≡ h/2π è la costante di
dove h
Planck ridotta.

- 74 -
5.1 La vecchia teoria dei quanti

misura del numero di fotoni di un certo tipo presenti. Il tipo di fotoni


dipende dal vettore normalizzato ε/∣ε∣ .
Neppure la fase complessiva di ε ha un significato fisico per il singolo
fotone. Infatti, per una collezione di N fotoni identici, essa determina sol-
tanto la fase dell’oscillazione del campo elettrico (cioè l’istante di tempo
nel quale la punta del vettore elettrico E passa attraverso un determinato
punto dell’ellisse di polarizzazione). Si verifica sperimentalmente che più è
bassa l’intensità della radiazione, più difficile è la misurazione del campo
elettrico in un dato punto spazio-temporale e quindi più indeterminata
è la sua fase. In altri termini esiste un principio di indeterminazio-
ne tra la fase della radiazione luminosa ed il numero di fotoni che essa
contiene, ovvero la sua intensità. Dunque nel caso di un singolo foto-
ne l’indeterminazione sulla fase del campo elettromagnetico è massima,
rendendo fisicamente irrilevante la fase complessiva di ε .
Gli stati di polarizzazione di un singolo fotone sono quindi descritti
da vettori bidimensionali complessi, normalizzati ed identificati qualora
differiscano solo per un fattore di fase complessivo. Si tratta di due gradi
di libertà reali. Di questi uno, e cioè il modulo quadro di una delle due
componenti ε1 e ε2 , risulta misurabile direttamente mediante l’esperi-
mento con il filtro polarizzatore descritto sopra. L’altro grado di libertà
è la fase relativa tra ε1 e ε2 , in pratica ϕ1 − ϕ2 (vedi Eq. (5.5)). Essa
determina la forma dell’ellisse di polarizzazione ed è misurabile mediante
esperimenti di interferenza ottica con altri fasci di polarizzazione nota.
Al giorno d’oggi è possibile effettuare esperimenti raffinatissimi sui fo-
toni, sfruttando la grande coerenza e monocromaticità dei raggi laser . Un
esempio di tal genere è illustrato, dal punto di vista teorico, nell’App. A.3.

5.1.5. La teoria di Bohr. La meccanica di Newton-Lagrange-Hamil-


ton si rivela inadeguata a descrivere la fisica dell’atomo. All’inizio di que-
sto secolo, l’imponente mole di dati sperimentali riguardante gli spettri di
emissione e di assorbimento dei vari elementi da sola sembra imporre la
necessità di un superamento della fisica classica. In particolare la natura
degli spettri a righe degli elementi allo stato gassoso pone interrogativi
che sembrano irrisolubili nell’ambito della visione classica della natura.
Con questo non si vuole implicare che la teoria classica fallisca su tutti
i problemi fisici alla scala atomica, ma che essa, nell’ottica di Einstein
ricordata nell’introduzione, non sia di fatto in grado di fornire una descri-
zione unificata e consistente per tutti i fenomeni osservati. Si tratterebbe
ad esempio di giustificare uno stato di equilibrio dinamico tra particelle
cariche (i costituenti dell’atomo) che nessun modello basato sulla elettro-
dinamica riesce a riprodurre; cariche in interazione elettromagnetica in
moto quasiperiodico intorno al loro centro di massa sono soggette infatti

- 75 -
5.1 Quanti e onde 5.1

a continue accelerazioni e in base alla elettrodinamica devono irraggiare


energia sotto forma di onde elettromagnetiche. Ciò è in palese contrasto
con l’esistenza stessa di atomi stabili. Si noti tuttavia che non esiste un
soluzione esatta neanche per il problema di due cariche in mutua inte-
razione elettromagnetica, se si tengono in considerazione tutti i gradi di
libertà del campo; quindi potrebbe restare aperta la possibilità che effet-
ti ancora non compresi nel comportamento di cariche in moto accelerato
possano portare a orbite stabili senza irraggiamento. Resta il fatto che
la fisica classica, nell’ambito delle approssimazioni praticabili , non riesce
a rendere conto dell’esistenza di stati stazionari per sistemi di particelle
cariche (si veda l’ampia trattazione su [LL60, Jac75]).6 Illustriamo ora
rapidamente il tentativo effettuato da Bohr di aggirare questa difficoltà.
Bohr assume il modello di atomo introdotto da Rutherford, secondo cui
l’atomo è costituito da un nucleo positivo in cui è concentrata la maggior
parte della massa, e da elettroni legati al nucleo dalla forza di attrazio-
ne elettrostatica, un modello simile a quello del sistema solare. L’ipotesi
di Bohr consiste nell’assumere che vi sia a livello atomico una regola di
selezione che permette alle particelle di seguire solo alcune determinate
traiettorie tra tutte quelle previste dalla meccanica classica; la regola di
selezione scoperta da Bohr è formulata in termini delle variabili d’azione
che abbiamo considerato al §3.1.1 e precisamente si assume che
a) le uniche traiettorie permesse siano quelle che corrispondono a valori
interi delle variabili d’azione in unità della costante di Planck, ovvero

Ji = ∮ pi dqi = ni h , (i = 1, . . . , n)

6
Esiste un argomento di “naturalezza” secondo cui la meccanica classica non può
giustificare la struttura stabile deli atomi: qualunque sia il meccanismo dettagliato che
per qualche effetto sconosciuto portasse ad es. due cariche opposte a orbitare stabil-
mente solo su valori di energia discreti En , sarebbe necessario individuare questi livelli
esclusivamente sulla base delle costanti fondamentali disponibili, e cioè masse, cari-
ca elettrica e velocità della luce. Ebbene l’unica combinazione di queste ultime con
dimensione corretta risulta mc2 , ma questa scala di energia, oltre a non dipendere dal-
la carica, il che è quanto meno sospetto, risulta molti ordini di grandezza superiore
(O(MeV)= milioni di eV) alla scala delle energie di legame atomiche (O(eV)). D’altro
canto l’energia di ionizzazione dell’Elio ionizzato, con carica doppia di quela dell’idro-
geno, risulta circa quattro volte superiore all’energia di ionizzazione dell’idrogeno, il
che implica che la carica elettrica ha un ruolo importante nel determinare i livelli di
energia, e questo contrasta con quanto detto prima. Analogamente si trova che l’u-
nica scala di lunghezze disponibile in meccanica classica è data da e2 /mc2 che risulta
circa 20000 volte troppo piccola rispetto alle dimensioni atomiche. Naturalmente la
nuova fisica quantistica, avendo a disposizione una nuova costante fondamentale avente
le dimensioni di Energia×Tempo non è vincolata come la Fisica Classica da argomenti
dimensionali - si veda a pag.78.

- 76 -
5.1 La vecchia teoria dei quanti

b) gli elettroni possono rimanere stabilmente sulle orbite permesse sen-


za irraggiare, oppure effettuare un salto ad un’altra traiettoria permessa
emettendo (o assorbendo) un quanto di radiazione con frequenza νif =
(Ei − Ef )/h (avendo indicato con Ei l’energia dell’orbita iniziale e con Ef
quella finale).
La selezione di orbite con valori interi di J/h viene chiamata quantizza-
zione dei livelli energetici. Non vi sono condizioni specifiche per quelle
traiettorie a energia positiva che corrispondono a moti aperiodici. Lo
schema di Bohr è giustificato solo a posteriori dal successo che incontra
nel prevedere lo spettro di emissione dell’atomo di idrogeno, ma è palese-
mente inadeguato da un punto di vista teorico. Appare molto restrittiva
la limitazione connessa alla separabilità del moto classico, unico caso in
cui si possono definire le variabili d’azione7 . Esiste in effetti una base
intuitiva alla condizione di quantizzazione, suggerita da Ehrenfest nel
1914 (si veda [Bor62]). Secondo questo punto di vista, se ci devono es-
sere grandezze quantizzate che subiscono variazioni discontinue solo sotto
l’azione di forze impulsive, quali l’urto tra due atomi o tra un atomo e
un fotone, tali grandezze devono avere la proprietà di rimanere costanti
del moto sotto variazioni molto lente dei parametri del sistema e questo
restringe la scelta agli invarianti adiabatici . Secondo questo principio per-
ciò le condizioni di Bohr sono del tutto naturali. Non è tuttavia possibile
sanare in questo modo il contrasto con l’elettrodinamica.
La teoria di Bohr è nota come “vecchia teoria dei quanti” ed è com-
pletamente superata dalla nuova meccanica quantistica, di cui costituisce
un’approssimazione in regime “quasi-classico” (vedi il §10.2). Per una
trattazione adeguata della spettroscopia atomica rimandiamo al corso di
Struttura della Materia [FR95]. Per tutta la “vecchia” teoria dei quanti
vedere il testo [Bor62] che è stato studiato da intere generazioni di fisici
e conserva ancor oggi tutto il suo valore.
problema 5.1-1 []Determinare i livelli energetici permessi dalla condi-
zione di quantizzazione di Bohr nel caso dell’atomo di idrogeno.
soluzione []Dalla Eq. (3.4) ricaviamo la dipendenza dell’energia dalle varia-
̵ = h/2π e k = e2 troviamo
bili d’azione e perciò, ponendo h

me4
(5.7) En = − ̵ 2 2
2h n

7
In realtà questa è una limitazione pratica, più che di principio; in effetti è pos-
sibile applicare con successo le condizioni di quantizzazione a sistemi non separabili
imponendo la condizione di Bohr direttamente sulle orbite periodiche che esistono in
generale in numero pari al numero di gradi di libertà secondo un teorema di Weinstein
[Wei73]; ciò è tuttavia praticabile solo con l’analisi numerica e non era proponibile ai
tempi di Bohr.

- 77 -
5.1 Quanti e onde 5.1

dove il numero intero positivo n rappresenta la somma dei tre numeri quantici
nr , nϑ , nφ (indichiamo con m la massa dell’elettrone, sorvolando sul fatto che
in questa formula dovremmo per maggiore precisione inserire la massa ridotta).
Le frequenze di Bohr νnn ′ = (En − En ′ )/h sono allora date dalla formula di
Balmer
−2
νnn ′ = cR∞ (n ′ − n−2 ) ,
dove R∞ è nota come costante di Rydberg ed ha le dimensioni dell’inverso di
una lunghezza (R−1 3
∞ ≈ 10 Å), ed è legata all’energia di ionizzazione dell’idrogeno,
cioè
−E1 = hcR∞ ≈ 13.605eV .
Dal legame tra energia e raggio dell’orbita si ha poi che quest’ultimo è dato da
h̵2
an = n2 .
me2
̵ 2 /me2 ≈ 0.529Å.
La scala di lunghezza naturale è perciò il raggio di Bohr a = h
problema 5.1-2 []Quali combinazioni di costanti fondamentali e, c, h, ̵ m
hanno la dimensione di una lunghezza, e quali la dimensione di un’energia?
soluzione []C’è innanzitutto da osservare che la combinazione α = e2 /(hc)
̵ ≈
1/137 è adimensionale (vedi il §13.3), e quindi possiamo costruire una lunghezza
usando solo tre delle quattro costanti. Si trova facilmente che se escludiamo h ̵
l’unica possibilità è data da
e2
ρ= ≈ 2.818 10−15 m = 2.818 fm ,
mc2
che rappresenta la distanza alla quale l’energia elettrostatica tra due elettroni
coincide con mc2 ; si trovano poi, dividendo successivamente per α , la lunghezza
di Compton ed il raggio di Bohr
̵
h
λ = ρ/α = ≈ 3.861 10−13 m
mc
h̵2
a = ρ/α2 = .
me2
Come si vede l’unità naturale di lunghezza alla scala atomica è quattro ordi-
ni di grandezza più grande dell’unità che si può costruire senza fare uso della
costante di Planck. Quanto all’energia, dato che e2 /ℓ è un’energia se ℓ è una
lunghezza, da ogni scala di lunghezze si ottiene subito una scala di energie: ad
es. e2 /a = m e4 /h
̵ 2 nel caso del raggio di Bohr, ed è l’unica combinazione avente
la dimensione di lunghezza che non dipende da c.

problema 5.1-3 []Secondo il principio di Pauli in un atomo a molti


elettroni due elettroni non possono condividere lo stesso livello quantico.
Qual è il raggio dell’orbita più esterna per un atomo con numero atomico
Z?

- 78 -
5.1 La vecchia teoria dei quanti

soluzione []Al numero quantico n corrispondono n2 orbite stabili, che sono


date dalle partizioni possibili n = nr +l+1, con nr ≥ 0 e quindi l = nφ +nϑ < n; ad
̵ φ;
ogni valore di l corrispondono poi 2l + 1 valori della costante del moto pφ = hn
3
ciò implica che il numero totale di stati disponibili cresce come 2n /3, tenendo
conto del raddoppiamento di stati che si ha ammettendo che l’elettrone abbia un
momento angolare intrinseco (l’ipotesi di Goudsmit e Uhlenbeck). Quindi
per un atomo di numero atomico Z l’elettrone più esterno avrà numero quantico
n ≳ (3Z/2)1/3 Il raggio aZ dell’atomo sarà dato dalla relazione E = −Ze2 /2aZ =
−mZ2 e4 /2h ̵ 2 n2 ossia aZ = h̵ 2 n2 /me2 Z ∝ Z−1/3 . Questa previsione non tiene
conto della repulsione elettrostatica tra gli elettroni, che essenzialmente tende a
schermare la carica del nucleo e infatti si trovano sperimentalmente dimensioni
crescenti con il numero atomico (da 0.5Å a 2.5Å, si veda ad es.[FR95]).
Osservazione []Le condizioni di quantizzazione di Bohr equivalgono al
principio secondo cui ogni stato permesso occupa una cella di volume hn
nello spazio delle fasi. Nel caso separabile possiamo ragionare in ogni
sottospazio di coppie canoniche (p, q). La condizione J = nh ci dice che
l’area della porzione di piano A che ha per contorno la proiezione dell’or-
bita ha area multipla intera di h, come discende dalla formula integrale di
Gauss
∫ dp dq = ∮ p dq .
A ∂A
In meccanica quantistica questo risultato si esprime nel principio di Hei-
senberg, secondo cui la misura simultanea di posizione e momento lineare
è soggetta ad una limitazione intrinseca di precisione: il prodotto ∆q ∆p
̵ (vedi il §7.3.3).
non può essere inferiore a 12 h
Notiamo che la condizione di quantizzazione per Jφ implica che la
componente del momento angolare in direzione z che si identifica con
la costante del moto pφ = Jφ /2π può assumere soltanto valori interi in
̵ Per la simmetria di rotazione si sarebbe indotti a concludere
unità h.
che la componente del momento angolare in qualunque direzione deve
essere quantizzata allo stesso modo, il che risulta palesemente impossibile
da realizzarsi. Dunque o si ha una rottura di simmetria di rotazione
o la quantizzazione alla Bohr deve essere modificata. Vedremo che la
meccanica quantistica dà una soluzione del tutto originale al problema
(vedi il cap. 8).

5.1.6. L’esperimento di Stern-Gerlach. La necessità di spiegare


teoricamente la quantizzazione del momento angolare in qualunque di-
rezione viene imposta, più che dal tentativo di Bohr appena illustrato,
dai risultati dal famoso ed ormai paradigmatico esperimento di Stern-
Gerlach. Un fascio di atomi dotati di momento magnetico µ viene fatto
passare nella regione di spazio in cui due magneti di forma opportuna

- 79 -
5.1 Quanti e onde 5.1

determinano un campo magnetico B non uniforme. Gli atomi si muovano


originariamente nella direzione x, mentre B è diretto lungo z e pratica-
mente costante nel piano xy. Esso varia invece in direzione z. Essendo
−µ ⋅ B l’energia potenziale di accoppiamento, ogni atomo è soggetto alla
forza
∂Bz
(5.8) F = −∇(−µ ⋅ B) = µz ez .
∂z
Se assumiamo come naturale che µ ⋅ B sia l’unico termine della Hamil-
toniana che rompe la simmetria rotazionale, abbiamo che la componente
µz del momento magnetico è una costante del moto, per cui atomi con
diverso µz sono soggetti a forze diverse e vengono separati nella direzione
z. In un modello atomico fatto di elettroni orbitanti in modo definito
attorno ad un nucleo molto più pesante, il momento magnetico è propor-
zionale al momento angolare J del sistema elettronico rispetto al nucleo
stesso. In un fascio di atomi uguali questi momenti saranno distribuiti in
un certo modo, che dipende da come il fascio stesso è stato preparato. In
assenza di ragioni per il contrario, è naturale assumere una distribuzione
più o meno isotropica, per cui il fascio iniziale, per ipotesi ben collimato,
dovrebbe “aprirsi” in modo più o meno uniforme.
Il risultato tipico che si osserva è la separazione del fascio in un nu-
mero finito, generalmente piccolo, di sottofasci equispaziati ed ancora ben
collimati. Questo vuol dire che Jz assume solo un numero discreto di va-
lori equidistanti negli atomi del fascio iniziale. La cosa sorprendente è
che questo avviene per ogni scelta dell’asse z nel piano ortogonale alla
direzione originaria del fascio, cioè per ogni orientazione dei magneti in
quel piano.
Supponiamo ora di utilizzare questo esperimento per “filtrare” gli ato-
mi del fascio, decidendo di utilizzare per un esperimento successivo solo
uno dei sottofasci in cui è stato separato, diciamo quello corrispondente
al valore di Jz più grande. Sembrerebbe naturale assumere che tutti gli
atomi del nuovo fascio abbiano lo stesso ben definito valore di Jz e quindi
di µz , per cui dovrebbero comportarsi nello stesso modo attraversando
una seconda coppia di magneti di Stern-Gerlach. Si trova che questo è
vero solo se i nuovi magneti sono orientati come i precedenti. Se invece
essi sono ruotati, ad esempio ad angolo retto, rispetto ai precedenti, lo
stesso fenomeno del primo esperimento si ripete: anche il nuovo fascio si
suddivide nello stesso numero di sottofasci ben collimati.
Le lezioni che si traggono sono due:
a) Il fenomemo sembra riguardare i singoli atomi, nel senso che il com-
portamento di un dato atomo con un Jz fissato non è univocamente de-
terminato.

- 80 -
5.2 L’equazione di Schroedinger

b) Il momento angolare degli elettroni rispetto ad un asse arbitrario può


assumere solo un numero discreto di valori.
Ritorneremo in seguito sull’esperimento di Stern-Gerlach alla luce della
teoria quantistica del momento angolare.

5.2. L’equazione di Schroedinger


 
5.2.1. Onde materiali. L’idea centrale che sta alla base della mec- Track
 1 
canica ondulatoria origina dalla tesi di De Broglie secondo cui ad ogni
particella materiale è associata un’onda la cui lunghezza d’onda λ è legata
al momento lineare dalla relazione
h
λ= .
p
L’idea permette di unificare la trattazione della radiazione secondo la
teoria dei quanti sviluppata da Einstein con la dinamica delle particelle
materiali. Per i quanti di luce vale infatti la relazione 5.4 a p. 72 da cui
segue, secondo la relazione relativistica per il fotone E = pc e il legame tra
lunghezza d’onda e frequenza, la stessa relazione di De Broglie. L’ipotesi
è perciò che la stessa dualità onda corpuscolo che si manifesta nella luce (i
fotoni si comportano come onde nei fenomeni di diffrazione e interferenza
e come particelle nell’effetto fotoelettrico e nell’effetto Compton) sia più
generale e si applichi anche alle particelle materiali. Consideriamo l’ordine
di grandezza della lunghezza d’onda di un elettrone avente giusto l’energia
di legame dell’atomo di idrogeno:
̵
h ̵2
h
λ/2π = √ =
2m∣E∣ me2
che coincide con il raggio di Bohr . Come si vede l’ordine di grandezza è
quello giusto, il che ci conferma di essere nella direzione corretta. Per elet-
troni non relativistici , ossia con energia molto piccola rispetto a 12 MeV ,
la formula di De Broglie si può scrivere
12.3Å
(5.9) λ≈ √ , E0 = 1 eV
E/E0
Si noti che la relazione λ = h/p ha invece validità anche per elettroni a
energia paragonabile a mc2 , ossia elettroni relativistici. Esperimenti con-
dotti nel 1927 da Davisson e Germer mostrano chiaramente che gli
elettroni subiscono diffrazione esattamente come previsto dall’ipotesi di
De Broglie (che risale al 1924). Si apre con questi esperimenti una bran-
ca della fisica (l’ottica elettronica) che costituisce ancora oggi (insieme
con l’ottica neutronica e con l’ottica a luce coerente) un fondamentale
strumento per l’indagine della struttura della materia. Se un pennello

- 81 -
5.2 Quanti e onde 5.2

elettronico viene fatto incidere su di uno schermo con due fenditure se-
parate da una distanza d dello stesso ordine di grandezza della lunghezza
d’onda di De Broglie, e va poi a impressionare una lastra fotografica posta
dietro lo schermo, quello che si osserva è del tutto analogo alle figure di
interferenza che si osservano con luce monocromatica. La distanza tra
le frange di diffrazione, nota l’energia del fascio elettronico, permette di
verificare la relazione di De Broglie. Si noti che questa proprietà degli
elettroni è in netto contrasto con il modello corpuscolare. Ipotizziamo
infatti che la diffrazione elettronica sia dovuta a qualche perturbazione
della traiettoria dovuta all’urto contro i bordi delle fenditure, con conse-
guente variazione casuale della velocità: dovremmo allora aspettarci che
la figura che viene a formarsi sulla lastra fotografica sia la stessa anche
qualora lasciassimo aperta una sola fenditura per metà del tempo e la
seconda fenditura per un tempo uguale. Si riscontra invece che in questo
caso nella figura di diffrazione non si osservano frange di interferenza. La
natura del fenomeno è perciò del tutto simile a quella dell’interferenza di
onde luminose monocromatiche.
Quantunque la fisica classica ci renda intuitivo il concetto di onda,
dobbiamo sottolineare che sia per i fotoni che per le particelle materiali il
modello ondulatorio non può che contenere una parte della realtà fisica.
L’apparente conflitto tra la natura corpuscolare e quella ondulatoria resta
irrisolto nei lavori precedenti la meccanica quantistica, e secondo alcuni
fisici costituisce una difficoltà anche per quest’ultima. Rimandiamo al
cap. 7 per un accenno a questa problematica.
5.2.2. Pacchetti d’onda. Sviluppiamo ora gli strumenti matemati-
ci necessari per descrivere adeguatamente la propagazione di onde in un
mezzo dispersivo e rendere quantitative le idee introdotte finora riguardo
alle onde di De Broglie. Un qualunque fenomeno ondulatorio lineare è de-
scrivibile in termini di una funzione d’onda ottenuta come sovrapposizione
lineare di onde piane
(5.10) exp{ik ⋅ x − iω(k) t} .
Il vettore d’onda k individua la direzione di propagazione dell’onda piana;
i piani ortogonali ad esso sono piani di fase costante. La fase assume lo
stesso valore sui piani che distano per multipli della quantità λ = 2π/∣k∣,
che viene perciò chiamata lunghezza d’onda. La quantità vf = ω(k)/∣k∣ si
dice velocità di fase. Il suo significato è molto semplice: se immaginassimo
di spostarci in direzione k con velocità vf osserveremmo una fase costante.
La funzione ω(k) caratterizza la dispersione delle onde piane. Per le
onde luminose in un mezzo omogeneo e isotropo di indice di rifrazione n
indipendente dalla lunghezza d’onda si ha ω = c∣k∣/n, vf = c/n, e quindi
non si ha dispersione. Nel caso generale in cui ω sia una funzione non

- 82 -
5.2 L’equazione di Schroedinger

lineare di ∣k∣, si osserva invece il fenomeno della dispersione, importante


in ottica e, come vedremo, di fondamentale importanza per la meccanica
ondulatoria.
È chiaro che le onde piane sono solo una idealizzazione matematica.
Ogni onda reale avrà un’estensione finita nello spazio e dovrà perciò descri-
versi attraverso una sovrapposizione di onde piane: chiameremo pacchetto
d’onde un’espressione del tipo

(5.11) ψ(x, t) = ∫ c(k) exp{ik ⋅ x − iω(k)t} d 3 k

dove l’ampiezza c(k) sarà tipicamente una funzione concentrata intorno


ad un valore medio ⟨k⟩ = k0 . Le considerazioni che svilupperemo nel segui-
to non dipendono dai dettagli della funzione, ma è più economico lavorare
su una funzione data in forma esplicita. Per fissare le idee consideriamo
perciò una funzione gaussiana c(k) ∼ exp{−(k − k0 /α2 )2 }.
Vogliamo mostrare che un pacchetto d’onda evolve nel tempo in modo
tale che il suo centro si muove con una velocità vg detta “velocità di
gruppo” pari a ∣∇k ω(k)∣. Nella formula che definisce il pacchetto d’onda
approssimiamo l’esponente con il suo sviluppo di Taylor intorno a k0 .
Conviene a questo scopo sostituire la variabile di integrazione k ponendo
k = k0 + αξ. Otteniamo cosı̀ :

ψ(x) ∝ ∫ d 3 ξ exp {−ξ2 + ik0 ⋅ x + iαξ ⋅ x − iω(k0 + αξ)t}


∂ω
∼ exp {ik0 ⋅ x − iω(k0 )t} ∫ d 3 ξ exp {−ξ2 + iαξ ⋅ (x − t)} .
∂k0
Come si vede il pacchetto d’onde si può approssimare con un’onda pia-
na di vettore d’onda k0 modulata da una gaussiana centrata nel punto
x = t∂ω/∂k0 il che è quanto volevamo dimostrare. Notiamo che la velocità
di gruppo coincide con la velocità di fase solo nel caso in cui la frequenza
dipenda linearmente dal vettore d’onda, mentre in generale non vi è re-
lazione tra le due. In taluni casi si può anche avere vf > c (ma vg < c) il
che indica che la velocità di fase non è in generale osservabile (si veda il
Probl. 5.2-4 a p. 91.) Quanto alla identificazione della velocità di gruppo
con la velocità di propagazione del segnale portato dall’onda, la cosa non
è cosı̀ semplice (si veda [Bri60]); a noi interessa tuttavia il fatto che la
velocità di gruppo descrive in modo preciso la velocità di propagazione
del baricentro del pacchetto d’onde.
Torniamo ora all’idea di De Broglie che consiste nell’associare ad ogni
particella elementare un’onda secondo la relazione λ ∼ h/mv. Seguendo
un argomento che risale a Fermi, chiediamoci in quale modo un pacchetto
d’onda possa seguire una traiettoria che appaia ubbidire alla legge del
moto di Newton nel limite di piccole lunghezze d’onda. Sappiamo che nel

- 83 -
5.2 Quanti e onde 5.2

caso di propagazione di onde luminose in questo limite si può applicare


l’approssimazione dell’ottica geometrica che descrive la luce in termini di
raggi soggetti al principio variazionale di Fermat (vedi il §1.3.2)
ds
(5.12) δ∫ =0
vf (ω, x)
La velocità di fase vf = c/n dipende in generale dalla frequenza (dispersio-
ne) e dalla posizione nello spazio (nel caso generale di un mezzo trasparen-
te non omogeneo). Ci si deve chiedere allora in quali circostanze questo
principio diventi equivalente a quello (di Maupertuis) che corrisponde alla
meccanica classica

(5.13) δ∫ E − V(x) ds = 0
A questo scopo sarà sufficiente richiedere che risulti
1 √
= f(ω) E − V(x)
vf (ω, x)
per qualche funzione f(ω), da determinarsi; affinché l’uguaglianza val-
ga in generale, e non soltanto per qualche valore particolare dell’energia,
dovremo inoltre ammettere che esista un legame tra energia e frequen-
za, E = E(ω), anche questa da determinarsi. Richiederemo allora che la
velocità di gruppo del pacchetto d’onda coincida con la velocità della par-
ticella vp legata al valore dell’energia secondo la meccanica classica. Dalla
definizione si trova
dω −1 d ω
v−1
g = ∣ ∣ = ( )
dk dω vf
e perciò
√ √
d 1 1 m 1
(ωf(ω) E(ω) − V(x)) ≡ = ≡ √ ,
dω vg vp 2 E(ω) − V(x)
da cui segue


√ ωf(ω E ′ (ω)) m/2
[f(ω) + ωf (ω)] E(ω) − V(x) + √ =√
2 E(ω) − V(x) E(ω) − V(x)
e infine √
′ m/2 − 21 ωf(ω)E ′ (ω)
f(ω) + ωf (ω) = .
E(ω) − V(x)
Derivando rispetto a xi troviamo che ambo i membri dell’equazione de-
vono annullarsi e perciò
f ′ (ω)/f(ω) = −1/ω

ωf(ω)E ′ (ω) = 2m .

- 84 -
5.2 L’equazione di Schroedinger

che si risolve facilmente nella forma


K
f(ω) =
ω

2m
E(ω) = ω + E(0)
K
A questo punto siamo in grado di esprimere anche la velocità di fase in
termini delle grandezze meccaniche: risulta

√ 2π 2m
(5.14) vf = ωK E − V(x) → λ =
Kp
essendo p il momento lineare. Questa√non è altro che la relazione di
De Broglie, sempre che si identifichi K ≡ 2m/h; ̵ nel contempo otteniamo
̵
anche la relazione di Einstein E = hω + E(0). Questo argomento mostra
che la meccanica del punto materiale regolata dall’equazione di Newton è
equivalente alla descrizione del moto in termini di un pacchetto d’onda
che si propaga in un mezzo avente indice di rifrazione variabile da punto
a punto se la velocità di fase è legata alla energia meccanica secondo la
relazione di De Broglie. Si noti che l’analogia tra ottica e meccanica, nei
suoi aspetti formali, era già ben nota a Hamilton, ma le sue implicazio-
ni fisiche sono maturate solo con le idee di De Broglie e Schroedinger e
naturalmente con le osservazioni sperimentali delle proprietà ondulatorie
delle particelle materiali.

5.2.3. L’equazione d’onda. La conclusione cui siamo giunti nelle


pagine precedenti si può riformulare affermando che il vuoto si comporta
per le onde di De Broglie come un mezzo dispersivo con indice di rifrazione
pari a

2m √ ̵
(5.15) n/c = 1vf = ̵ hω − V(x) .

Se ricordiamo a questo punto che il principio di Fermat dell’ottica geome-
trica è ottenuto nel limite di piccole lunghezze d’onda dall’equazione di
Helmholtz (vedi [Tor53])
ω
(5.16) △u + k2 u = 0, k= ,
vf
risulta del tutto naturale invocare un’equazione d’onda per le onde mate-
riali nella forma
2m ̵
(5.17) △u + ̵ 2 (hω − V(x)) u = 0
h

- 85 -
5.2 Quanti e onde 5.2

che riscriviamo nella forma definitiva


h̵2
(5.18) − △ u + V(x)u = Eu
2m
che è nota come “equazione di Schroedinger per gli stati stazionari”8 . L’e-
quazione in questa forma contiene il parametro E legato alla frequenza;
un’equazione che valga per un qualunque pacchetto d’onde si ottiene as-
sumendo una dipendenza periodica dal tempo del tipo exp(−iωt), il che
comporta
∂u
(5.19) ωu ∼ i
.
∂t
Siamo cosı̀ condotti all’equazione di Schroedinger

∂ψ(x, t) h̵2
(5.20) ̵
ih =− △ ψ(x, t) + V(x)ψ(x, t)
∂t 2m
Le due equazioni sono equivalenti per ψ(x, t) = exp(−iEt/h) ̵ u(x). Ci
si chiederà quale valore abbia l’argomento che ci ha condotto a ricavare
la forma dell’equazione. Posto che le proprietà ondulatorie della materia
hanno una solida base sperimentale, il problema consiste nel risalire ad
una equazione d’onda a partire dal comportamento dei pacchetti d’onda
nel limite di piccole lunghezze d’onda, dettato dalla meccanica classica.
A priori esiste una certa arbitrarietà in questa ricostruzione, ad esempio
si potrebbe immaginare di aggiungere al potenziale V(x) dei termini irri-
levanti nel limite classico. Tuttavia per costruire termini che coinvolgano
la costante fondamentale h ̵ è necessario disporre di una grandezza di di-
−2
mensione lunghezza . In ogni problema specifico si potrà disporre di una
simile grandezza, ma non in generale. La questione cambia aspetto se
ammettiamo che le onde si propaghino in uno spazio dotato di curvatu-
ra intrinseca: in tal caso infatti è la geometria dello spazio a fornire la
grandezza desiderata, lo scalare Riemanniano R, ed è pertanto ipotizzabile
una correzione al potenziale proporzionale a h ̵ 2 R/m che ha le dimensioni
fisiche corrette (vedi ad es. [DeW57, DMO94]).
L’equazione di Schroedinger sarà assunta ora come ipotesi di lavoro e
si lavorerà in termini analitici per dedurne le conseguenze più importan-
ti. Si noti il peculiare carattere complesso della funzione d’onda ψ che
rende l’equazione radicalmente differente dalla equazione d’onda dell’ot-
tica, in cui i campi si possono sempre assumere reali. La differenza tra

8
I principi fondamentali della meccanica ondulatoria sono enunciati da Schroedin-
ger in una serie di quattro lavori apparsi tutti nei primi mesi del 1926 su Annalen der
Physik [Sch26]. Si veda [Sch77] per la traduzione in inglese.

- 86 -
5.2 L’equazione di Schroedinger

i due casi (onde materiali e ottica) risiede nella relazione di dispersione


rispettivamente
a) ω(k) = kc (ottica)
b) ω(k) = hk ̵ 2 /2m (onde materiali).
Il termine k2 dell’equazione stazionaria si può pertanto identificare nei
due casi con
a) k2 ∝ ω2
b) k2 ∝ ω .
Ciò conduce a un’equazione del secondo ordine nel tempo per l’ottica e
del primo ordine per le onde materiali, il che implica notevoli differenze
sulle proprietà delle soluzioni. Ad esempio, mentre in ottica ondulatoria
è necessaria la conoscenza ad un certo istante t0 sia dell’ampiezza del-
l’onda che della sua derivata temporale, per l’equazione di Schroedinger
il dato iniziale sufficiente per costruire la soluzione ad ogni istante suc-
cessivo si riduce alla conoscenza della sola ψ(x, t0 ). In ciò l’equazione di
Schroedinger mostra una stretta analogia con l’equazione di diffusione
∂ρ 1
(5.21) = D△ρ
∂t 2
ma se ne differenzia qualitativamente proprio per il carattere complesso
delle soluzioni che ha origine nella unità immaginaria presente nel ter-
mine di derivata temporale. Non si tratta di una differenza puramente
formale, ma investe le proprietà fisiche delle soluzioni delle due equazioni.
L’equazione di diffusione rappresenta un processo irreversibile, come ad
esempio la diffusione di calore in un mezzo conduttore. Ciò comporta
una netta distinzione tra passato e futuro, ossia la ”freccia di direzione
temporale” è fissata. Al contrario sappiamo che la meccanica classica è
descritta da equazioni reversibili nel tempo: per ogni moto di un sistema
esiste una condizione iniziale che corrisponde al moto percorso in senso
inverso temporale (si pensi ad esempio al moto dei pianeti in cui si imma-
gini di invertire esattamente tutte le velocità9 ). Ciò induce a pensare che
anche l’equazione di Schroedinger sia dotata della proprietà di reversibi-
lità o, come si dice in gergo, di invarianza per riflessione temporale. In
effetti si può facilmente constatare che la funzione

Tψ(x, t) = ψ(x, −t)


soddisfa alla stessa equazione cui soddisfa ψ(x, t). Una discussione più
precisa di questa importante proprietà dell’equazione di Schroedinger sarà
fornita nel cap. 9.

9
La presenza di campi magnetici potrà richiedere qualcosa di più che questa
semplice operazione.

- 87 -
5.2 Quanti e onde 5.2

Conviene fissare alcune denominazioni di uso comune che impieghe-


remo frequentemente nel seguito. L’equazione di Schroedinger si scrive
formalmente
(5.22) ̵ ∂ψ = Hψ
ih
∂t
̵ 2
dove H ≡ −h △ /2m + V(x). H è un operatore lineare detto operatore
Hamiltoniano o semplicemente l’Hamiltoniano. La funzione ψ che com-
pare nell’equazione di Schroedinger viene denominata funzione d’onda
o, in un contesto un po’ più generale, vettore di stato. Si noti che
applicando H ad un’onda piana uk = exp(ik ⋅ x) si trova
̵ 2 k2
h
(5.23) Huk = ( + V(x)) uk
2m
̵ coincide con il momento
ma per la relazione di De Broglie il vettore hk
lineare p e perciò
p2
(5.24) Huk = ( + V(x)) uk
2m
dove si riconosce la forma della Hamiltoniana classica. Questo fatto
suggerisce un metodo rapido per ottenere l’Hamiltoniano a partire dal-
la corrispondente funzione classica H(pi , qi ): sarà sufficiente definire H
come l’operatore lineare che si ottiene sostituendo ad ogni componente pi
l’operatore differenziale
̵ ∂
pi = −ih
∂qi
e cioè

(5.25) H(pi , qi ) → H(pi , qi ) = H (−i , qi )
∂qi
L’operatore qi , definito come
(5.26) qi ψ(x) = xi ψ(x)
è apparentemente banale, ma conviene introdurlo per omogeneità (come
vedremo più avanti ad ogni grandezza fisica osservabile sarà associato un
operatore lineare). Questa “regola di corrispondenza” è valida se si impie-
gano coordinate cartesiane {q1 , . . . , qn }, ma è inapplicabile a coordinate
curvilinee. Si trova ad esempio che per coordinate polari si deve porre
1 ∂
̵
(5.27) pr → −ih r.
r ∂r
Anche in coordinate cartesiane tuttavia la regola di sostituzione è in ge-
nerale ambigua: che cosa si deve intendere corrispondere alla funzione

- 88 -
5.2 L’equazione di Schroedinger

classica qp, che potrebbe comparire come termine additivo alla Hamilto-
niana di un sistema con accoppiamenti magnetici? A livello di meccanica
classica qp e pq sono ovviamente indistinguibili, non cosı̀ gli operatori qp
e pq, che anzi soddisfano la regola di commutazione di Heisenberg 10
(5.28) ̵l
q p − p q = ih1
che costituisce la base della formulazione algebrica della meccanica quan-
tistica di Heisenberg, Born, Jordan e Dirac 11 . Una prescrizione am-
piamente adottata è quella di simmetrizzare l’espressione della funzione
classica prima di applicare la regola di corrispondenza, ma esistono altre
prescrizioni altrettanto legittime (si veda l’App. B.8). In realtà questo
non costituisce un serio problema. È del tutto naturale che vi sia una
fondamentale ambiguità nel risalire all’Hamiltoniano quantistico a parti-
re da un suo corrispondente classico, cosı̀ come non ci si può aspettare
che l’ottica geometrica contenga codificata in sé tutta la fisica della pro-
pagazione delle onde. C’è da aspettarsi che la meccanica quantistica sia
intrinsecamente più ricca di quella classica, che però ci serve come valido
punto di partenza.
Gli operatori p, q assumono un’importanza fondamentale in meccanica
quantistica, e vengono denominati operatori canonici. Una proprietà
importante di essi è espressa dal
Teorema di Wintner []Gli operatori canonici non possono essere en-
trambi operatori limitati.
Ciò implica che lo spettro di almeno uno degli operatori deve costituire
un insieme illimitato di punti. Per la dimostrazione, sorprendentemente
semplice se si utilizzano gli strumenti elementari dell’analisi funzionale,
si vedano ad es. [Put67, Ono09]. L’unica proprietà che entra nella
dimostrazione è data dal fatto che p, q sono operatori autoaggiunti che
soddisfano le regole di commutazione di Heisenberg. L’altra proprietà cui
soddisfano gli operatori canonici è costituita dal seguente12
Teorema di Von Neumann []Se due coppie di operatori autoaggiun-
ti (p, q) e (p ′ , q ′ ) in L2 (Rn ) soddisfano le regole di commutazione di
Heisenberg, esiste una trasformazione unitaria
(5.29) q ′ = U q U † , p ′ = U p U† .

10
Il simbolo 1l sta ad indicare l’operatore unità, tale cioè che 1lψ ≡ ψ per ogni ψ.
11
Le regole di commutazione canoniche in questa forma simbolica sono dovute a
Dirac [Dir25] ed a Heisenberg, Born e Jordan [BHJ25] (vedi [MR82], vol. 3, cap. i e
vol. 4, cap. iv.)
12
In realtà ci sono alcune condizioni tecniche da introdurre dell’enunciato del teore-
ma. Si veda più avanti a pag. 241 e la dimostrazione completa, non priva di sottigliezze,
in [Put67].

- 89 -
5.2 Quanti e onde 5.2

Osservazione []Al fine di alleggerire la notazione, ove non ci sia pe-


ricolo di ambiguità, impiegheremo d’ora innanzi lettere latine q e p per
indicare gli operatori canonici.
Un’applicazione immediata si ha al problema della invarianza di gauge
in meccanica quantistica. Dalla meccanica classica sappiamo che l’in-
terazione di una carica con il campo elettromagnetico si descrive nel
formalismo canonico attraverso la cosiddetta sostituzione minimale
e
(5.30) p Ð→ p − A.
c
Anche nell’equazione di Schroedinger è naturale effettuare la medesima
sostituzione sugli operatori canonici. L’Hamiltoniano per un sistema di
particelle di massa mα e carica eα sarà dato da
1 eα 2
(5.31) ∑ (pα − A(qα )) + V(qα ) .
α 2mα c
D’altronde è ben noto che il potenziale A contiene gradi di libertà so-
vrabbondanti, in quanto lo stato fisico del campo elettromagnetico è
determinato soltanto dai campi E, B: è possibile infatti effettuare una
trasformazione sul potenziale
(5.32) A(x) → A ′ (x) = A(x) + ∇χ(x)
senza che cambi la fisica del problema. Dimostreremo allora il seguente
Teorema 5.2.1 []Gli operatori Hamiltoniani H[A] e H[A ′ ] sono uni-
tariamente equivalenti, ossia esiste una trasformazione unitaria U tale
che
H[A ′ ] = U H[A] U† .
(Come sarà chiaro dalla formulazione generale della meccanica quantisti-
ca, due Hamiltoniani legati da una trasformazione unitaria descrivono la
stessa fisica, ed è questo il risultato enunciato dal teorema.)
Dimostrazione. Si considerino gli operatori p − eA/c , p − eA ′ /c che com-
paiono nei due operatori Hamiltoniani. È chiaro che si potrà scrivere
p − eA ′ /c = p − e∇χ/c − eA/c = p ′ − eA/c ⇒ p ′ = p − e∇χ/c .
Gli operatori p ′ e q ′ (≡ q) formano un insieme di operatori canonici: per questo
è essenziale che il termine aggiuntivo ∇χ sia un gradiente, come è richiesto dalla
regola di commutazione canonica [pi′ , pj′ ] = 0; si applica perciò il teorema di Von
Neumann. Esplicitamente poi è immediato costruire la trasformazione unitaria
U:
e e
(5.33) p ′ = exp (i ̵ χ) p exp (−i ̵ χ) ,
hc hc
come si verifica applicando la formula (B.12) a p. 489 (nel caso di più particelle
la trasformazione di gauge comporta una somma ∑α eα χ(qα )). ∎

- 90 -
5.2 L’equazione di Schroedinger

L’interazione delle particelle cariche con il campo elettromagnetico costi-


tuisce l’esempio più semplice di interazione di gauge; se ne troverà una
trattazione più approfondita nel cap. 13.
̵
problema 5.2-4 [] Applicare √ la sostituzione p → −ih∇ all’Hamiltoniana
2 2 2
classica relativistica H = c p + m c e ricavarne l’equazione di Schroe-
dinger corrispondente.
soluzione []L’equazione che si ottiene meccanicamente attraverso la sostitu-
zione comporta una radice quadrata di un operatore differenziale; a questo si dà
facilmente un significato in termini di trasformata di Fourier:

̵ ∂t ψ = c −h
ih ̵ 2 ∇2 + m2 c2 ψ
̵ −3/2 ∫ d 3 p ϕ(p, t) exp(ip ⋅ x/h)
ψ = (2πh) ̵

da cui segue

̵ ∂t ϕ(p, t) = c p2 + m2 c2 ϕ
ih
Tuttavia quest’equazione, per quanto ben definita dal punto di vista matematico,
presenta proprietà fisiche insoddisfacenti (vedi [Sch64]). Si preferisce conside-
rare l’equazione che si ottiene derivando una seconda volta rispetto al tempo
−h̵ 2 ∂2 ψ = −c2 h
̵ 2 ∇2 ψ + m2 c4 ψ
t

che si può mettere nella forma manifestamente invariante di Lorentz


1 2 mc 2
(5.34) ◻ψ ≡ ( ∂t − △) ψ + ( ̵ ) ψ = 0.
c2 h
Si trova cosı̀ un’equazione che si riduce all’equazione d’onda per m → 0 e che
prende il nome di equazione di Klein-Gordon. L’equazione contiene una co-
̵
stante con le dimensioni di una lunghezza, h/mc, che è proprio la lunghezza
d’onda Compton della particella. Nel caso dell’elettrone questa vale approssi-
mativamente
h̵ ̵
hc
= ∼ 400 fm = 4 × 10−13 m ,
mc mc2
dunque circa quattrocento volte le dimensioni caratteristiche di un nucleo, che
corrispondono invece esattamente alla lunghezza d’onda Compton dei mesoni π,
la cui esistenza fu ipotizzata da Yukawa proprio sulla base di questa equazione
d’onda13 .
Le regole di commutazione canoniche (5.28) assumono un significato fi-
sico alla luce del teorema generale che illustreremo più avanti (vedi il
§7.3.3). Da esse discende infatti che, come anticipato nel §5.1.5, esiste
un limite assoluto alla precisione con cui è possibile misurare contempo-
raneamente posizione e momento lineare di una particella (principio di
indeterminazione di Heisenberg, si veda il successivo §??).
13 ̵ . Si veda la tabella a pag. 519
200 MeV fm è un’ottima approssimazione per hc
̵ e mc2 .
per i valori più precisi di hc

- 91 -
5.2 Quanti e onde 5.2

problema 5.2-5 [] Verificare che le due matrici infinite Q e P definite


da

⎛√0 1 0
√ 0 0 ... . . .⎞
√ ⎜ 1 0
√ 2 0
√ 0 ... . . .⎟
̵ ⎜
h ⎜ 0 2 0 3 0 ...

. . .⎟
Q= ⎜ ⎟
2ω ⎜
⎜ ⋮ ⋱ √ ⋱ ⋱ ⋮ ⎟⎟
⎜ √ ⎟
⎜ 0 ... ... n−1 0 n . . .⎟
⎝ ⋮ ⋱ ⋱ ⋱⎠

⎛√0 − 1 √0 0 0 . . . . . .⎞
√ ⎜ 1 √0 − 2 0
√ 0 . . . . . .⎟
̵ ⎜
hω ⎜ 0 2 0 − 3 0

. . . . . .⎟
P=i ⎜ ⎟
2 ⎜
⎜ ⋮ ⋱ √⋱ ⋱ ⋮ ⎟⎟
⎜ √ ⎟
⎜ 0 ... ... n−1 0 − n . . .⎟
⎝ ⋮ ⋱ ⋱ ⋱⎠
soddisfano le regole di commutazione di Heisenberg; secondo il teorema
di Von Neumann deve perciò esistere una trasformazione unitaria che lega
(Q, P) agli operatori canonici (q, p). Dimostrare inoltre che la matrice
(P2 + ω2 Q2 ) è una matrice diagonale con autovalori (2n + 1)hω.̵
Osservazione []Il problema precedente illustra una via alternativa al-
lo sviluppo della nuova meccanica. Abbiamo finora seguito il metodo di
Schroedinger, la meccanica ondulatoria; un’altro metodo, più astratto, è
quello della meccanica delle matrici, sviluppato da Heisenberg, Born
e Jordan in [BHJ25] (vedi [Hei63, Kem37, MR82]). In essa si parte
dall’assunto che le osservabili fisiche sono descritte da matrici e, in par-
ticolare, le variabili di posizione e impulso devono essere rappresentate da
matrici “canoniche”, quali (Q, P). Si deve allo stesso Schroedinger (vedi
[Sch77]) la dimostrazione del fatto fondamentale che le due formulazioni
sono equivalenti: le matrici di Heisenberg–Born–Jordan sono precisamen-
te le “matrici–rappresentative” degli operatori differenziali (q, p) nella ba-
se delle autofunzioni dell’Hamiltoniano, secondo un linguaggio che intro-
durremo gradualmente nel seguito (vedi §5.2.5, §5.2.7 e per la trattazione
generale il cap. 7). La formulazione generale della meccanica quantistica
è opera essenzialmente di P. A. M. Dirac.
5.2.4. Onde di probabilità. L’idea fisica alla base della meccani-
ca ondulatoria di Schroedinger è dunque molto semplice. L’origine della
quantizzazione dei livelli atomici è da ricercare nel carattere ondulato-
rio delle particelle materiali che fa sı̀ che gli stati stazionari di un atomo
siano assimilabili ad onde stazionarie di vibrazione elastica di un mezzo
continuo. Resta a questo punto però da chiarire se questa è solo un’utile
analogia o se al contrario esista concretamente un mezzo elastico a livello
microscopico. Quest’ultimo punto di vista è chiaramente inaccettabile per

- 92 -
5.2 L’equazione di Schroedinger

vari motivi: l’idea che una particella carica come l’elettrone possa essere
estesa su distanze della scala dell’Ångström o addirittura del micron è in
netto contrasto con il fatto che l’elettrone si manifesta sempre come parti-
cella puntiforme, senza struttura interna. Nei fenomeni di interferenza che
si osservano con elettroni lenti, il fatto cruciale consiste nella circostanza
secondo cui le frange di diffrazione sono formate dall’accumularsi di un
grande numero di elettroni sulla lastra fotografica e ci si trova perciò di
fronte al problema di rendere conto dei fatti seguenti:
a) ogni elettrone dà origine a un singolo punto sullo schermo
b) l’accumularsi di un grande numero di elettroni ricostruisce la figura di
diffrazione, e infine
c) l’interferenza non può essere dovuta a interazione tra gli elettroni , in
quanto è possibile dosare il fascio elettronico a un flusso tanto debole da
potere considerare che ogni elettrone arrivi del tutto isolatamente sullo
schermo14 . Se la carica dell’elettrone fosse davvero distribuita in un atomo
su distanze dell’ordine del raggio di Bohr resterebbe da spiegare il motivo
per cui le varie componenti cariche di questo fluido non interagiscono tra di
loro; si dovrebbe cioè tenere conto di una forza repulsiva di autointerazio-
ne. Al contrario il successo dell’equazione di Schroedinger nel calcolare i
livelli atomici con notevole precisione esclude un’autointerazione di questo
genere.
Ci troviamo ora di fronte a quello che può essere considerato il pro-
blema centrale nella comprensione della meccanica ondulatoria: nell’espe-
rienza delle due fenditure dobbiamo allo stesso tempo attribuire all’elettro-
ne la natura di particella puntiforme e quella di onda estesa nello spazio.
La nuova meccanica deve conciliare questi due concetti in modo consisten-
te. Dobbiamo osservare a questo punto che i modelli concettuali (quello di
onda e quello di particella) sono ovviamente legati alla nostra esperienza
del mondo macroscopico; non dovremmo sorprenderci che addentrandoci
nel mondo atomico (e cioè scendendo di dieci ordini di grandezza nella
scala delle lunghezze e ancor di più nella scala delle masse) questi mo-
delli possano risultare inadeguati. L’evidenza fisica ci costringe allora a
introdurre un nuovo concetto di particella quantistica (il quantone, come
viene definito nell’opera di Lévy-Leblond e Balibar [LLB90]) dotato di
proprietà non riconducibili a una modellistica macroscopica.
Accettata l’idea che la descrizione della fisica alla scala atomica richieda
un nuovo modello, resta da individuare quale significato attribuire alla
funzione d’onda. Già pochi mesi dopo la pubblicazione del primo lavoro

14
La figura 5-2 è ottenuta attraverso una simulazione numerica; si veda [MMP76]
per la descrizione dell’esperimento reale. Si veda anche [K+ 84] per una ricca pre-
sentazione di fotografie di interferometria elettronica. Per una trattazione teorica
dell’esperimento si veda il §7.9.1

- 93 -
5.2 Quanti e onde 5.2

a b

d
c

Figura 5-2. La formazione di frange di interferenza ori-


ginate o dall’accumularsi di elettroni su una lastra fotogra-
fica simulata numericamente; a) 100 particelle, b) 500 , c)
1000, d) 5000.

di Schroedinger tuttavia Max Born [Bor60] avanzò l’ipotesi secondo cui


la natura ondulatoria delle particelle atomiche fosse da interpretare in un
modo del tutto rivoluzionario: la funzione d’onda di Schroedinger è da
intendere in senso probabilistico, essa cioè contiene informazioni statisti-
che sullo stato del sistema microscopico. Più precisamente, la funzione
ρ(x, t) = ∣ψ(x, t)∣2 costituisce la densità di probabilità relativa alla
posizione della particella; in altre parole, la probabilità che la particella
sia rivelata in un volume V è data dall’integrale della ρ esteso a V. La
funzione ψ è detta perciò l’ampiezza di probabilità. In questa inter-
pretazione del significato fisico della funzione d’onda sta tutto il carattere
rivoluzionario della nuova meccanica. Ad un esame più approfondito ci si
rende conto infatti che la natura lineare dell’equazione di Schroedinger per
l’ampiezza di probabilità rende la teoria radicalmente differente da una
teoria di dinamica classica in presenza di una componente “stocastica” o
“aleatoria”, quali ad esempio le teorie che descrivono il moto browniano.
Vi sono stati numerosi tentativi, anche recenti (vedi ad es.[Nel67]) per
ricuperare un’interpretazione della meccanica ondulatoria in termini più

- 94 -
5.2 L’equazione di Schroedinger

tradizionali — la necessità di una descrizione statistica delle particelle


elementari sarebbe dovuta ad un campo subatomico non osservabile che
perturba il movimento delle particelle in modo del tutto casuale — ma
questo tipo di interpretazioni, oltre a non offrire una descrizione più sem-
plice, nel migliore dei casi riproducono gli stessi risultati della meccanica
ondulatoria al prezzo di introdurre elementi non osservabili e con carat-
teristiche del tutto peculiari (in un certo senso simili a quelle dell’etere,
introdotto quale supporto delle onde elettromagnetiche e poi dimostrato
del tutto eliminabile dalla teoria). L’interpretazione probabilistica della
funzione d’onda supera di un colpo solo le difficoltà legate alla carica este-
sa e rende conto della natura delle frange di interferenza elettronica cui
abbiamo accennato in precedenza. Nel seguito entreremo gradualmente
in contatto con le conseguenze di questa impostazione della meccanica
ondulatoria, non prive di aspetti talora apparentemente in contrasto con
l’intuizione. Lo sforzo che si richiede ad un primo avvicinarsi alla nuova
teoria è duplice, sia concettuale che tecnico, legato all’acquisizione degli
strumenti matematici necessari per sviluppare la teoria.

5.2.5. Proprietà matematiche dell’equazione. Prima di appro-


fondire gli aspetti teorici legati all’interpretazione fisica dell’equazione di
Schroedinger e della funzione d’onda (Cap. 7), esploreremo le principali
proprietà dell’equazione dal punto di vista matematico. L’equazione è
innanzitutto lineare, omogenea e del primo ordine del tempo. La linea-
rità comporta che date due soluzioni ψ1 (x, t) e ψ2 (x, t) anche una loro
arbitraria combinazione lineare α1 ψ1 + α2 ψ2 rappresenta una soluzione,
per qualunque scelta dei parametri complessi αi . Lo spazio di tutte le
soluzioni è perciò uno spazio lineare ed ogni soluzione è identificabile con
un vettore in tale spazio; si può facilmente constatare che la dimensio-
ne di questo spazio è infinita, il che costituisce una inevitabile sorgente
di difficoltà che saranno da affrontare armati della matematica adeguata
(analisi funzionale). Per ogni coppia di vettori nello spazio verrà definito
un prodotto scalare

(5.35) ⟨ψ1 ∣ψ2 ⟩ ≡ ∫ d 3 x ψ1 ψ2

che conferisce allo spazio delle soluzioni dell’equazione di Schroedinger


una struttura di spazio metrico. Gli spazi funzionali che si conside-
rano nelle applicazioni di meccanica quantistica sono caratterizzati dalla
ulteriore proprietà di costituire spazi di Hilbert separabili : si tratta di
spazi in cui vale il criterio di convergenza di Cauchy e che ammettono
una base numerabile. Per gli elementi di analisi lineare che costituiscono
requisito fondamentale per tutta la meccanica quantistica, rimandiamo a

- 95 -
5.2 Quanti e onde 5.2

[BRS93, Ono09]. Ricordiamo almeno a questo punto, però, la notazio-


ne di Dirac per indicare i vettori in uno spazio di Hilbert. Un qualunque
vettore sarà rappresentato dal simbolo ∣ ⟩ , detto ket. Vettori differenti
saranno distinti inserendo nel simbolo tutto quanto necessario allo scopo,
ad es. ∣En ⟩ può rappresentare una soluzione con energia En , oppure ∣k⟩
un’onda piana di numero d’onde k . La comodità della convenzione si ap-
prezzerà nel seguito (si veda ad es. il cap. 8). Ad ogni vettore è associato
(per il noto teorema di Riesz) un funzionale lineare: questo è indicato con
il simbolo ⟨ ∣, detto bra. Il valore del funzionale lineare ⟨1∣ sul vettore
∣2⟩ si indica mettendo uno di fianco all’altro i due simboli ⟨1∣ ∣2⟩ o più
convenientemente ⟨1∣ 2⟩, che suggerisce perciò l’interpretazione di ⟨ ∣ come
il coniugato di ∣ ⟩ e in modo naturale ⟨1∣ 2⟩ rappresenta il prodotto sca-
lare tra i due vettori. Altre combinazioni di bra e ket sono ammissibili;
ad es. l’accostamento ∣1⟩ ⟨2∣ ha un significato immediatamente visibile;
applicando questo oggetto a qualunque vettore ∣3⟩ si ottiene ∣1⟩ ⟨2∣ 3⟩ che
rappresenta un vettore parallelo a ∣1⟩ per qualunque ∣3⟩; si tratta perciò
di un operatore lineare di proiezione.
Per una base di vettori ortonormale {∣n⟩ ∣n = 1, 2, . . .} le relazioni di
completezza e di ortogonalità assumono una forma molto semplice nel
formalismo di Dirac
∑ ∣n⟩ ⟨n∣ = 1l , ⟨n∣ k⟩ = δnk .
n
Si trova ad esempio, sfruttando la relazione di completezza, come il pro-
dotto scalare di due vettori si esprime in termini delle componenti
⟨ϕ∣ ψ⟩ = ∑ ⟨ϕ∣ n⟩ ⟨n∣ ψ⟩ = ∑ ϕn ψn .
n n

Ricordiamo infine che valgono le identità ⟨1∣ 2⟩ = ⟨2∣ 1⟩ e


⟨1∣ A ∣2⟩ = ⟨2∣ A† ∣1⟩
essendo A† il coniugato Hermitiano dell’operatore lineare A. D’ora
in poi indicheremo con ψ(x) la funzione d’onda e con ∣ψ⟩ il vettore che
le corrisponde nella visione più astratta in termini di spazi lineari, e se-
condo necessità passeremo dall’una all’altra notazione senza preavviso.
L’equazione di Schroedinger stazionaria si scrive allora simbolicamente
(5.36) H ∣E⟩ = E ∣E⟩ ;
il vettore ∣E⟩ si dice un autovettore dell’energia appartenente all’auto-
valore E (la corrispondente funzione d’onda ψ(x) si dice invece un’auto-
funzione dell’energia). Un determinato autovalore dell’energia si dice non-
degenere se la corrispondente autofunzione è determinata univocamente,
a meno s’intende di una costante di proporzionalità. L’autovalore dell’e-
nergia si dirà invece n-volte degenere allorché ad esso appartengono n

- 96 -
5.2 L’equazione di Schroedinger

autovettori linearmente indipendenti. Impareremo a collegare questa pro-


prietà alle proprietà di simmetria del sistema fisico.
Utilizzando la relazione di completezza si esprime facilmente l’azione
di un qualunque operatore lineare A in una data base nel modo seguente:
A ∣n⟩ = ∑ ∣m⟩ ⟨m∣ A ∣n⟩
m
≡ ∑ Am n ∣m⟩ ,
m
dove Am n = ⟨m∣ A ∣n⟩ costituisce una matrice infinito–dimensionale che
viene denominata la matrice rappresentativa dell’operatore A. Si verifica
facilmente in base alla definizione che ad un prodotto di operatori A B
viene associata la matrice rappresentativa ottenuta mediante il prodotto
righe per colonne delle due matrici rappresentative dei due operatori. Si
noti che la matrice rappresentativa dell’Hamiltoniano nella base dei suoi
autovettori è una matrice diagonale
⟨E ′ ∣ H ∣E ′′ ⟩ = E ′ δE ′ E ′′ ,
e in base a questa proprietà la determinazione delle autofunzioni dell’e-
quazione di Schroedinger è equivalente alla diagonalizzazione dell’Hamil-
toniano. Secondo il risultato del Probl. 5.2-5 possiamo concludere che gli
autovalori dell’Hamiltoniano che descrive un oscillatore armonico 12 (P2 +
ω2 Q2 ) sono dati da En = (n + 12 )hω,
̵ un risultato che ritroveremo nel §6.2
in modo più sistematico.
Torniamo ora all’equazione di Schroedinger; dal momento che, come
già accennato in precedenza, una soluzione è individuata univocamente
dall’assegnazione della funzione d’onda ad un determinato istante di tem-
po, lo spazio delle soluzioni sarà identificabile con lo spazio delle possibili
condizioni iniziali {ψ(x, t0 )}. Quali condizioni dobbiamo imporre alla fun-
zione d’onda affinché sia fisicamente accettabile? Non avendone ancora
discusso l’interpretazione fisica, sembrerebbe prematuro porre condizioni
sulle ψ, e tuttavia è necessario almeno circoscrivere l’insieme di possibili
stati iniziali: assumeremo che ogni stato iniziale sia caratterizzato da una
funzione differenziabile (C∞ ) e tale che esista l’integrale
⟨ψ∣ ψ⟩ ≡ ∫ d 3 x ψ(x) ψ(x)
Una tale funzione d’onda si dice liscia e a quadrato sommabile. Più in
generale si deve ammettere di estendere l’equazione di Schroedinger a
uno spazio costituito da tutte le (classi di equivalenza di) successioni di
Cauchy (ψ1 , ψ2 , ...ψn , ...). Si ottiene in tal modo uno spazio di Hilbert
individuato con il simbolo L2 (R3 ). Tuttavia nel considerare l’applica-
zione di un operatore lineare come H dovremo in genere limitarci ad un
sottospazio opportuno dello spazio di Hilbert, il dominio dell’operatore.

- 97 -
5.2 Quanti e onde 5.2

Nel caso dell’operatore che definisce l’equazione di Schroedinger dovremo


assumere che le funzioni d’onda siano differenziabili con derivate parziali
assolutamente continue ed infine si richiederà che la funzione Hψ sia a sua
volta a quadrato sommabile. Non avremo necessità di entrare in questi
dettagli matematici troppo di frequente; tuttavia è il caso di sottolineare
che talune proprietà elementari dell’equazione di Schroedinger dipendo-
no in modo cruciale dall’appartenenza della funzione d’onda al corretto
dominio dell’operatore Hamiltoniano.
Teorema 5.2.2 [] Il prodotto scalare di due soluzioni dell’equazione di
Schroedinger non dipende dal tempo.
Dimostrazione. La dimostrazione è del tutto diretta:
d d d
⟨ψ1 ∣ψ2 ⟩ = ⟨ ψ1 ∣ψ2 ⟩ + ⟨ψ1 ∣ ψ2 ⟩
dt dt dt
1
= ̵ (−⟨Hψ1 ∣ψ2 ⟩ + ⟨ψ1 ∣Hψ2 ⟩) .
ih
(Si noti il cambiamento di segno dovuto al fatto che il prodotto scalare ⟨ψ∣ ϕ⟩ è
lineare in ϕ e antilineare in ψ). Si tratta di mostrare perciò che per l’Hamilto-
niano vale la proprietà
(5.37) ⟨Hψ1 ∣ψ2 ⟩ = ⟨ψ1 ∣Hψ2 ⟩
ossia l’Hamiltoniano deve essere Hermitiano15 . Per dimostrare questa identità
introduciamo in via preliminare un volume finito Ω avente superficie di bordo
B = ∂Ω. Il risultato sarà ottenuto nel limite in cui Ω riempie tutto lo spazio
(possiamo pensare a Ω in termini di una sfera di raggio R e il limite considerato
sarà R → ∞). La proprietà discende da una semplice applicazione del teorema di
Gauss nella forma
3 2
(5.38) ∫ (u △ v − v △ u) d x = ∮ (u∂n v − v∂n u) d σ
Ω ∂Ω

avendo indicato con ∂n la derivata normale e con d 2 σ l’elemento d’area sulla


superficie di contorno. Si ha perciò, tenendo conto della cancellazione dei due
termini contenenti il potenziale,
̵2
h 3
⟨Hψ1 ∣ψ2 ⟩ − ⟨ψ1 ∣Hψ2 ⟩ = ∭ (ψ1 △ ψ2 − ψ2 △ ψ1 ) d x
2m

= ∬ (ψ1 ∂n ψ2 − ψ2 ∂n ψ1 ) d 2 σ
∂Ω

e nel limite in cui Ω riempie tutto lo spazio l’integrale di superficie deve tendere a
zero. Ciò non è in generale vero per ogni coppia di funzioni a quadrato sommabile
ma si dimostra valere per le funzioni che appartengono al dominio dell’Hamilto-
niano. ∎
15
Sorvoliamo a questo livello sulle differenze, seppure sostanziali, esistenti tra
operatori simmetrici e autoaggiunti.

- 98 -
5.2 L’equazione di Schroedinger

5.2.6. Corrente di probabilità. Dal teorema 5.2.2 appena dimo-


strato segue come caso particolare (ψ1 = ψ2 ≡ ψ), che la norma della
funzione d’onda definita da

(5.39) ∥ψ∥ ≡ ⟨ψ∣ψ⟩
è indipendente dal tempo e alla luce della interpretazione probabilistica
della funzione d’onda potremo sempre porre ∥ψ∥ = 1 (diremo allora che
la funzione d’onda è normalizzata). La quantità ρ ≡ ∣ψ∣2 è pertanto
una densità conservata nel tempo: in effetti se valutiamo la derivata
temporale della funzione ρ scopriamo che è possibile identificarla con la
divergenza di un campo vettoriale che assume pertanto il ruolo di cor-
rente (più precisamente densità di corrente). Si ha infatti, inserendo
quanto ci è offerto dall’equazione di Schroedinger,
∂ρ ∂ψ ∂ψ
=ψ + ψ
∂t ∂t ∂t
1 ̵2
−h ̵2
−h
= ̵ (ψ ( △ ψ + V(x)ψ) − ( △ ψ + V(x)ψ) ψ)
(5.40) ih 2m 2m
̵
ih
= (ψ △ ψ − ψ △ ψ)
2m
̵
ih
= div(ψ ∇ψ − ψ ∇ψ) ≡ −div j(x, t)
2m
avendo applicato una formula elementare di analisi vettoriale secondo cui
(5.41) div(f1 ∇f2 ) = ∇f1 ⋅ ∇f2 + f1 △ f2 .
L’espressione che abbiamo ricavato per la corrente assume una forma
intuitiva se sostituiamo alla funzione d’onda la forma

(5.42) ψ(x) = ρ(x) exp{iW(x)/h} ̵
Si ottiene infatti
p ̵
h
(5.43) j(x) = Re {ψ ψ} = Im {ψ∇ψ}
m m
e con un semplice calcolo si trova
(5.44) j(x) = ρ∇W/m
Questa è d’altronde l’espressione che dobbiamo aspettarci tenendo conto
che ∇W coincide con il momento lineare (identificando W con la funzio-
ne di Hamilton introdotta nel §2.3.3) e dunque la corrente equivale al
prodotto della densità per la velocità. Si noti che qualunque soluzione
dell’equazione di Schroedinger che sia reale, o più in generale con una fase
indipendente da x, avrà densità di corrente nulla. Il campo vettoriale j(x)
rappresenta la (densità di) corrente relativa alla densità di probabilità ρ:
j rappresenta quindi la corrente di probabilità. .

- 99 -
5.2 Quanti e onde 5.2

Un’equazione lineare per la densità. La densità ρ nel caso stazionario


soddisfa ad un’equazione lineare che può essere utilmente applicata al
calcolo di certi integrali. Derivando successivamente rispetto a x si ottiene
infatti (assumendo ψ reale, ma anche questa condizione si può eliminare)

= 2 ψψ ′
dx
d2 ρ 4m ′

2
= ̵ 2 (V(x) − E) ρ + 2ψ 2
dx h
3
d ρ 8m 4m
= ̵ 2 (V(x) − E) ρ ′ + ̵ 2 V ′ (x) ρ
dx3 h h
e quindi
̵2
h
(5.45) ρ ′′′ = (V(x) − E) ρ ′ + 21 V ′ (x) ρ .
8m
Ora, del tutto in generale, se una densità soddisfa un’equazione differen-
ziale lineare, da questa si può ricavare una relazione di ricorrenza sui
momenti ⟨xk ⟩ ≡ ∫ xk ρ dx . È sufficiente integrare per parti più volte per
ottenere
̵2
h
(5.46) 12 ⟨V ′ (x) xk ⟩ + k ⟨(V(x) − E) xk−1 ⟩ = k(k − 1)(k − 2) ⟨xk−3 ⟩ ,
8m
avendo assunto l’annullamento di ogni contributo al contorno, come è
il caso per un problema definito su R. Questa relazione generalizza il
teorema del viriale che corrisponde a k = 1:
(5.47) 1
2
⟨x V ′ (x)⟩ = ⟨E − V(x)⟩ .
Vedremo un’applicazione di questa formula nel Probl. 6.6-35 a p. 164.
problema 5.2-6 []Considerare il problema precedente nel caso di una
particella vincolata alla semiretta reale positiva. Dimostrare che in questo
caso ci sono contributi al contorno e che vale la relazione
h̵2
(5.48) ⟨V ′ (x)⟩ = ∣ψ ′ (0)∣2 .
2m
problema 5.2-7 []Dimostrare che l’equazione (5.45) è equivalente alla
seguente
h̵2 √ d √
(5.49) ρ ′′′ + E − V(x) ( E − V(x) ρ) = 0 .
8m dx
5.2.7. Soluzioni stazionarie. La soluzione dell’equazione di Schroe-
dinger si può mettere simbolicamente nella forma
(5.50) ̵ ψ(x, 0)
ψ(x, t) = exp (−i H t/h)

- 100 -
5.2 L’equazione di Schroedinger

se ammettiamo che la funzione esponenziale sia stata definita per gli


operatori lineari in modo da mantenerne le proprietà formali di cui go-
de in campo complesso. L’analisi funzionale [Tay58, Nai68, BRS93,
Ono09] fornisce gli strumenti adatti per tradurre l’espressione formale
exp(−iHt/h)̵ in una costruzione matematicamente ben definita. Questo
strumento è quello dello sviluppo spettrale dell’operatore H. Per ogni
operatore autoaggiunto esiste una rappresentazione del tipo


H = ∫ λdE
(5.51) ^λ + ∫ ^λ
= ∑ λP λ dE
λ∈σd (H) λ∈σc (H)

^ λ costituiscono una famiglia spettrale (vedi l’App. B.9)


dove gli operatori E
e conviene mettere in evidenza le due componenti dello spettro: l’insieme
dei numeri reali σ(H) = σd (H) ∪ σc (H) costituisce lo spettro dell’opera-
tore H, σd ne è la parte discreta e σc quella continua. I proiettori Pλ
^ λ nei punti dello
sono definiti dalla discontinuità della famiglia spettrale E
spettro discreto. Determinare lo spettro e la famiglia spettrale dell’Hamil-
toniano costituisce il problema centrale nelle applicazioni della meccanica
quantistica. Vedremo nel seguito quali tecniche sono state sviluppate per
risolvere questo problema. Al di fuori di casi molto semplici è necessa-
rio ricorrere a metodi di approssimazione (vedi cap. 10). Nella pratica,
anziché la forma astratta di E ^ λ , se ne considera la rappresentazione in
termini di autovettori propri e generalizzati:

Pλ = ∑ ∣λ, α⟩ ⟨λ, α∣ , ^ λ = ∑ ∣λ, α⟩ dλ ⟨λ, α∣


dE
α α

dove l’indice α è in generale necessario per i livelli energetici degene-


ri. Anziché approfondire ora in generale il significato di queste formule
procederemo attraverso esempi espliciti.

Spettro discreto. Consideriamo innanzitutto il problema di determinare lo


spettro discreto. Si tratta di determinare tutti i valori reali E (utilizziamo
d’ora in poi il simbolo E per gli autovalori dell’energia) per i quali esistono
soluzioni a quadrato sommabile dell’equazione

(5.52) H ∣ψ⟩ = E ∣ψ⟩

I valori di E si chiamano autovalori dell’energia e le corrispondenti so-


luzioni vengono denominate autofunzioni dell’energia. Un determinato
autovalore dell’energia si dice non-degenere se la corrispondente autofun-
zione è determinata univocamente, a meno s’intende di una costante di

- 101 -
5.2 Quanti e onde 5.2

proporzionalità. L’autovalore dell’energia si dirà invece n-volte degene-


re allorché esistono n soluzioni linearmente indipendenti. Impareremo a
collegare questa proprietà alle proprietà di simmetria del sistema fisico.
Il problema della determinazione dello spettro d’energia non è molto
diverso, dal punto di vista matematico, da quello che abbiamo incontra-
to nello studio della dinamica lineare dei mezzi continui. In quel caso
lo spettro è l’insieme delle frequenze dei modi normali. L’esistenza dei
livelli energetici discreti negli atomi suggerı̀ appunto l’idea che ci sia un
fenomeno ondulatorio al fondamento della fisica atomica. La differen-
za che riscontriamo immediatamente tra l’equazione di Schroedinger e le
equazioni classiche che descrivono mezzi elastici è data dalla mancanza di
condizioni al contorno. L’equazione di Schroedinger è definita in tutto lo
spazio R3 e ciò comporta che non tutti i potenziali V(x) danno luogo ad
uno spettro discreto di energia; d’altra parte la fisica atomica mostra che
i sistemi atomici presentano sia livelli discreti di energia sia un continuo
di valori che corrispondono agli stati di ionizzazione. Il successo della
nuova meccanica basata sull’equazione di Schroedinger sta proprio della
capacità di descrivere in un formalismo unificato entrambe le componenti
dello spettro.
Si tenga presente che con una nomenclatura derivata dalla fisica ato-
mica, lo stato di energia più bassa di un qualunque sistema fisico viene
denominato stato fondamentale, mentre gli stati a energia più alta sono
detti genericamente stati eccitati. Ciò allude al fatto che un atomo, che
si trova ordinariamente nel suo stato fondamentale, può essere “eccitato”
ad un livello più alto in seguito ad una interazione con altri atomi, con
radiazione elettromagnetica ecc. (si veda [FR95]).
problema 5.2-8 []Dimostrare che gli autovalori dell’energia sono reali e
le corrispondenti autofunzioni sono ortogonali
⟨E1 ∣ E2 ⟩ = 0 (se E1 ≠ E2 )
soluzione []Il carattere reale degli autovalori discende immediatamente dalla
proprietà H = H† che permette di scrivere
⟨ϕ∣ H ∣ψ⟩ ≡ ⟨ψ∣ H ∣ϕ⟩
e pertanto
⟨ψ∣ H ∣ψ⟩ = E ⟨ψ∣ ψ⟩ , ⟨ψ∣ H ∣ψ⟩ = E ⟨ψ∣ ψ⟩ ,
il che implica che E deve essere reale. Partendo ora dalle due equazioni
H ∣ψ1 ⟩ = E1 ∣ψ1 ⟩ , H ∣ψ2 ⟩ = E2 ∣ψ2 ⟩ ,
si prende il prodotto scalare di entrambi i membri rispettivamente con il secondo
e il primo vettore in modo da ottenere
⟨ψ2 ∣ H ∣ψ1 ⟩ = E1 ⟨ψ2 ∣ ψ1 ⟩
⟨ψ1 ∣ H ∣ψ2 ⟩ = E2 ⟨ψ1 ∣ ψ2 ⟩ .

- 102 -
5.2 L’equazione di Schroedinger

Si prende infine la differenza membro a membro tra la prima equazione e la


coniugata complessa della seconda, ottenendo:
0 = (E1 − E2 ) ⟨ψ2 ∣ ψ1 ⟩

il che, unitamente a E1 ≠ E2 , implica ⟨ψ2 ∣ ψ1 ⟩ = 0.


Autofunzioni appartenenti allo stesso autovalore dell’energia (stati cosid-
detti degeneri ) non sono necessariamente ortogonali. Tuttavia da una
qualunque base di autofunzioni degeneri possiamo sempre costruire (in
infiniti modi possibili) una base ortogonale applicando il procedimento di
Schmid. In ogni caso perciò esiste una base ortogonale di autofunzioni,
che possiamo anche assumere di lunghezza unitaria. Si dice allora che si
è introdotta una base ortonormale di autofunzioni.

Spettro continuo. Si avrà in generale anche una componente continua del-


lo spettro, che non corrisponde ad autofunzioni in senso stretto. Se E ^ λ è la
famiglia spettrale dell’Hamiltoniano, la componente continua dello spet-
tro corrisponde all’insieme di punti in cui la funzione ∥E ^ λ ψ∥ è continua
e strettamente non-costante per qualche vettore ψ. Una definizione sem-
plificata di autofunzione dello spettro continuo, che ha il pregio di essere
abbastanza intuitiva, è la seguente.
Definizione 5.2.1 []Si dice che E è un autovalore dell’energia nello
spettro continuo se
a) Hψ = Eψ non ammette soluzioni a quadrato sommabile;
b) esiste una successione di vettori {ψn } di norma unitaria tali che
lim ∥(H − E)ψn ∥ = 0 .
n→∞

La successione ψn può essere identificata con N (E ^ λ+1/2n2 − E


^ λ−1/2n2 )Ψ
per qualche Ψ opportunamente scelto e con N fissato dalla condizione di
normalizzazione. La definizione si applica in generale per ogni operatore
lineare nello spazio di Hilbert. Ad esempio per gli operatori canonici
troviamo che lo spettro discreto è vuoto e tutto lo spettro è costituito
dalla componente continua.
problema 5.2-9 [] Dimostrare che lo spettro dell’operatore q è costituito
da tutto l’asse reale.
soluzione []L’equazione qψ(x) = λψ(x) implica (x−λ)ψ(x) = 0 il che significa
che la funzione d’onda è nulla quasi dappertutto (e perciò è il vettore nullo). Non
esistono quindi autofunzioni dello spettro discreto per q. D’altra parte per ogni
reale λ si consideri la successione di funzioni

per ∣x − λ∣ > 12 n−2



⎪0

ψn (x) = ⎨ , (n = 1, 2, . . .).

⎪n per ∣x − λ∣ < 12 n−2

- 103 -
5.2 Quanti e onde 5.2

Si trova immediatamente (ponendo y = x − λ)


1 −2
n
2 2
∥ψn ∥ = ∫ 1 −2 n2 dy = 1
− n
2
1 −2
n
n2 y2 dy = 41 n−4
2
∥(q − λ)ψn ∥2 = ∫ 1
− n−2
2

e dunque λ ∈ σc . L’intuizione dice che la successione di funzioni rappresenta


degli stati in cui il valore della posizione sull’asse reale è sempre più concentrato
intorno a λ.

problema 5.2-10 []Dimostrare che lo spettro dell’operatore p è costitui-


to da tutto l’asse reale.
soluzione []Valgono considerazioni identiche a quelle applicate per l’operatore
q; conviene ovviamente lavorare nello spazio di Fourier. Consideriamo perciò
una successione di funzioni d’onda la cui trasformata di Fourier sia data da

per ∣p − λ∣ > 12 n−2



⎪0

ϕn (p) = ⎨ , (n = 1, 2, . . .).

⎪n per ∣p − λ∣ < 12 n−2

Dato che l’espressione ∥ϕn ∥2 assume la stessa forma come nel problema prece-
dente nella coordinata momento, si otterranno le medesime conclusioni. Una
funzione d’onda la cui trasformata di Fourier è del tipo ϕn , cioè a supporto
finito, costituisce un’approssimazione fisicamente ragionevole ad un’onda piana.
Anziché utilizzare le successioni di funzioni a quadrato sommabile (dette
anche ”auto-pacchetti-d’onda”), risulta più agevole introdurre delle au-
tofunzioni generalizzate; questi oggetti non sono vettori nello spazio di
Hilbert ma permettono manipolazioni formali molto simili a quelle che si
operano sui vettori di una base ortonormale. La loro applicazione sistema-
tica risale a Dirac [Dir59]. Supponiamo di normalizzare le funzioni della
successione definita nella soluzione del Probl. 5.2-9 in modo differente:

⎪0 per ∣x − λ∣ > 21 n−1




(5.53) ψn (x, λ) = ⎨

⎪n per ∣x − λ∣ < 12 n−1

e chiameremo la “funzione” definita dal limite n → ∞ un’autofunzione
generalizzata di q. Qual è il prodotto scalare tra due autofunzioni gene-
ralizzate? Il prodotto scalare ⟨n, λ∣ n, µ⟩ si calcola facilmente nel limite
n → ∞: infatti se λ ≠ µ per n sufficientemente grande le due autofunzioni
sono diverse da zero in due intervalli disgiunti e pertanto il loro prodotto
scalare si annulla. Dunque si ha

(5.54) ⟨λ∣ µ⟩ = 0, per λ ≠ µ

- 104 -
5.2 L’equazione di Schroedinger

D’altra parte possiamo facilmente calcolare l’integrale (omettendo i limiti


in quanto si tratta di tutte integrazioni estese all’intero asse reale)

2 1 1
∫ dλ ⟨n, λ∣ n, µ⟩ = ∫ dλ ∫ dx n θ (∣x − λ∣ < 2n θ
) (∣x − µ∣ < 2n
) .

Invertendo l’ordine di integrazione si ottiene ∫ dλ ⟨n, λ∣ n, µ⟩ = 1 . Trovia-


mo perciò che il prodotto scalare ⟨λ∣ µ⟩ possiede giusto le caratteristiche
della distribuzione di Dirac δ(λ − µ) (vedi l’App. B.5). Procederemo dun-
que nell’assunzione che questa proprietà delle autofunzioni generalizzate
dell’operatore q si possa estendere anche al caso dello spettro continuo di
tutti gli altri operatori autoaggiunti. Il caso dell’operatore momento p ci
porta a definire, come in precedenza,

(5.55) ̵
pup (x) = pup (x), up (x) = N exp(ipx/h),

in corrispondenza ad ogni p reale. Ovviamente le onde piane non ap-


partengono allo spazio di Hilbert. La normalizzazione corretta si trova
considerando la nota relazione
1 ixy
(5.56) ∫ e dx = δ(y)

il che impone N = (2πh)̵ −1/2 . Schematizzando si può asserire che le for-
mule di algebra vettoriale utilizzate nella descrizione di vettori in termini
di una base ortonormale si trasferiscono allo spettro continuo in termini
delle basi di autovettori generalizzati sostituendo la δ di Dirac alla δ di
Kronecker.
problema 5.2-11 []Si determini lo spettro e le autofunzioni dell’opera-
tore autoaggiunto D = 12 (pq + qp).
soluzione []Innanzitutto D conserva la parità delle funzioni d’onda, cioè se
ψ(−x) = ±ψ(x) allora anche Dψ(−x) = ±Dψ(x). Possiamo perciò restringere D
allo spazio delle funzioni a parità definita. Consideriamo innanzitutto le funzioni
pari, tali cioè che ψ(−x) = ψ(x) . Se introduciamo la coordinata ρ = log ∣x∣
scopriamo che
∞ ∞
∫ ∣ψ(x)∣2 dx = ∫ ∣ψ(eρ )∣2 eρ dρ
0 −∞

e conviene perciò stabilire la corrispondenza

τ ∶ ψ(x) = ϕ(ρ) exp{− 21 ρ}

che permette di mettere in relazione D con l’operatore p. Risulta infatti:

∥ψ∥2 = ∫ ∣ψ(x)∣2 dx = ∫ ∣ϕ(ρ)∣2 dρ

- 105 -
5.2 Quanti e onde 5.2

e l’azione dell’operatore è esattamente la stessa:


d d
ψ ÐÐÐÐ→ −i 21 h(q
̵ + q)ψ
D dq dq
× ×
τ×
× τ×
×
Ö Ö
̵ d
ϕ ÐÐÐÐ→ −ih ϕ
p dρ
Ne segue che lo spettro di D è continuo e le sue autofunzioni generalizzate sono
date da
1
eiλρ ∣x∣iλ− 2
uλ (x) = ̵ = √
2πhx 2πh̵
Cosı̀ come le autofunzioni generalizzate di p forniscono una base per rappresenta-
re funzioni di L2 in termini di integrale di Fourier, le autofunzioni generalizzate
di D offrono una rappresentazione del tipo
1
ψ(x) = ∫ dλ σ(λ) ∣x∣iλ− 2

che viene detta trasformata di Mellin (vedi [BRS93, Hoc71]). Il caso antisim-
metrico si tratta in modo analogo.

5.2.8. La rappresentazione dei momenti. Abbiamo già fatto uso


della trasformata di Fourier per risolvere alcuni problemi. In effetti l’e-
quazione di Schroedinger si può interamente riformulare in termini della
funzione ϕ(p) definita da

̵ −3/2 ∫ d 3 x e−ix⋅p/h ψ(x). ̵


(5.57) ϕ(p) = (2πh)

Dal punto di vista della meccanica quantistica, che svilupperemo nel


cap. 7, questa descrizione equivale a cambiare sistema di riferimento nello
spazio degli stati fisici e adottare la base degli autovettori del momento
lineare. Si noti che a rigore l’integrale di Fourier è ben definito solo per
funzioni che siano oltre che a quadrato sommabile anche a modulo som-
mabile (cioè ψ ∈ L1 ∩ L2 ). Tuttavia dato che la trasformata di Fourier
definisce un operatore isometrico, dunque limitato, essa risulta estendibile
per continuità a tutto L2 .
Impiegheremo nel seguito il simbolo ϕ = F(ψ). L’operatore F pre-
senta notevoli proprietà di cui faremo spesso uso:
a) ∥F ψ∥ = ∥ψ∥ (identità di Parseval, F è un operatore unitario).
b) F 2 = P, essendo P l’operatore di parità, definito da Pψ(x) = ψ(−x).
c) F 4 = 1.

- 106 -
5.3 Funzione di Green

La seconda proprietà implica che la formula di inversione è data dalla


stessa formula integrale a meno di un cambiamento di segno nell’esponen-
te:
(5.58) ̵ −3/2 ∫ d 3 p eix⋅p/h̵ ϕ(p) .
ψ(x) = (2πh)

L’ultima identità ci informa che l’operatore F ha uno spettro che consiste


nei soli quattro punti {1, i, −1, −i}, le radici quarte dell’unità.
La rappresentazione dei momenti risulta talvolta conveniente; biso-
gna tenere presente che si deve trasformare l’Hamiltoniano inserendo gli
operatori canonici16

̵ d ϕ(p)


⎪qϕ(p) = ih

(5.59) ⎨ dp



⎩pϕ(p) = pϕ(p)
e perciò l’equazione che si ottiene potrà essere di difficile interpretazione
nel caso in cui il potenziale non sia un polinomio nella coordinata q. In
generale infatti si avrà che l’equazione di Schroedinger assume la forma
di un’equazione integrale
p2
(5.60) ϕ(p) + ∫ d 3 p V(p − p ′ ) ϕ(p ′ ) = Eϕ(p)
2m
dove il nucleo integrale V è definito da
1 3 ̵
iξ⋅x/h
V(ξ) = ̵ 3 ∫ d qe V(x)
(2πh)
Vedremo che questa formulazione è molto conveniente nella trattazione
dei processi di urto tra particelle.

5.3. La funzione di Green


 
La soluzione del problema spettrale, la determinazione cioè delle autofun- Track 2 
zioni e degli autovalori dell’Hamiltoniano, permette di risolvere in modo
generale l’equazione di Schroedinger dipendente dal tempo. Consideriamo
per semplicità il caso di spettro interamente discreto. Nota la funzione
d’onda ad un istante iniziale t = 0, si potrà scrivere
̵
ψ(x, t) = ∑ cn un (x) e−iEn t/h
n
ψ(x, 0) = ∑ cn un (x) .
n

16
Si noti che siamo in presenza di un caso particolare del teorema di Von Neumann,
la trasformazione unitaria essendo realizzata da F.

- 107 -
5.3 Quanti e onde 5.3

Dalle relazioni di ortogonalità si ottiene d’altronde


3 3
∫ d x um (x) ψ(x, 0) = ∑ cn ∫ d x um (x) un (x)
n
= ∑ δnm cn = cm
n
e pertanto
̵
ψ(x, t) = ∑ ∫ d 3 x ′ un (x ′ ) ψ(x ′ , 0) un (x) e−iEn t/h .
n
Invertendo l’operazione di integrazione con la somma della serie si può
allora esprimere la soluzione nella forma compatta
(5.61) ψ(x, t) = ∫ d 3 x ′ G(x, x ′ , t) ψ(x ′ , 0) ,
con
̵
(5.62) G(x, x ′ , t) = ∑ un (x)un (x ′ ) e−iEn t/h .
n
La funzione G è nota come funzione di Green. Nel caso generale si
deve includere un termine di integrale sullo spettro continuo. Data cioè
la decomposizione spettrale dell’Hamiltoniano (5.51) si avrà
̵
(5.63) G(x, x ′ , t) = ∫ dE
^ λ (x, x ′ ) e−iλt/h

^ λ (x, x ′ ) il nucleo integrale che rappresenta l’operatore di proie-


essendo E
^λ:
zione E
^ λ ψ(x) = ∫ d 3 x ′ E
E ^ λ (x, x ′ ) ψ(x ′ ) .
problema 5.3-12 []Dimostrare che la funzione di Green soddisfa l’equa-
zione di Schroedinger (rispetto al primo argomento) con la condizione
iniziale G(x, x ′ , 0) = δ(x − x ′ ).
Green
Alla funzione di Green G(x, x ′ , t) possiamo riconoscere il seguente signi-
ficato fisico: assumiamo che la funzione d’onda al tempo t = 0 sia concen-
trata in una regione attorno al punto x = x0 . Allora la funzione d’onda
al tempo t, e quindi l’ampiezza di probabilità di rivelare la particella in
x al tempo t è data da G(x, x0 , t). Da qui l’altro termine “propagatore”,
talora assegnato alla funzione G. Si verifica facilmente che la funzione di
Green soddisfa del tutto in generale un’identità che assume un evidente
significato proprio alla luce di quanto appena detto:
3 ′′ ′′ ′′ ′ ′
(5.64) ∫ d x G(x, x , t1 ) G(x , x , t2 ) = G(x, x , t1 + t2 ) ,
che si interpreta nel senso che l’ampiezza di probabilità della propagazione
da x ′ a x si ottiene moltiplicando l’ampiezza di probabilità di propaga-
zione da x ′ ad un punto intermedio x ′′ per l’ampiezza da x ′′ al punto

- 108 -
5.4 Valori di aspettazione e osservabili

finale x e integrando su tutti i valori di x ′′ . Se consideriamo un fenomeno


dinamico aleatorio, quale il moto browniano, la stessa legge di compo-
sizione è soddisfatta dalla densità di probabilità di transizione (si veda
[PR69]). In questo fatto risiede la radicale differenza tra la dinamica
descritta dall’equazione di Schroedinger e quella dei cosiddetti proces-
si stocastici (diffusivi). Avremo occasione di utilizzare la funzione G in
connessione con la formulazione di Feynman della meccanica quantistica.
problema 5.3-13 [] Determinare la funzione di Green per l’equazione di
Schroedinger della particella libera.
soluzione []Dalla definizione si ha
G(x, x ′ , t) = (2πh)
̵ −3 ∫ d 3 p exp {ip ⋅ (x − x ′ )/h
̵ − ip2 t/2mh}
̵ .

L’integrale si valuta con la formula di Gauss (vedi l’App. B.7.1) e dà


m 3/2 (x − x ′ )2
(5.65) G(x, x ′ , t) = ( ̵ ) exp {im ̵ }.
2πiht 2ht

5.4. Valori di aspettazione e osservabili fisiche


 
Se ρ = ∣ψ∣2 ci offre la densità di probabilità per la posizione della parti- Track
 1 
cella, possiamo valutare il valore medio a priori della misura di qualunque
funzione f(q) della posizione

⟨f(q)⟩ = ∫ d 3 x f(x) ∣ψ(x)∣2 ,

avendo assunto che la funzione d’onda sia normalizzata. In generale si


dovranno considerare anche grandezze osservabili che dipendono dal mo-
mento lineare (energia, momento lineare e angolare). Adotteremo l’ipotesi
di lavoro secondo cui la funzione d’onda contiene già tutte le informazioni
necessarie per una descrizione statistica di tutte le osservabili. Si tratta
di determinare perciò la forma che assume la distribuzione di probabilità
per ogni data osservabile. Consideriamo innanzitutto il momento lineare.
Sappiamo dalla relazione di De Broglie che ad un’onda piana è associato
un valore preciso del momento lineare; ad una generica funzione d’onda,
esprimibile come sovrapposizione di onde piane secondo l’Eq. (5.58), non
corrisponderà invece un valore definito del momento; potremo tuttavia
identificare nella trasformata di Fourier ϕ(p) l’ampiezza di probabilità
relativa al momento lineare: assumeremo cioè che la probabilità di deter-
minare un valore del momento lineare in un volume elementare d 3 p sia
data da ∣ϕ(p)∣2 d 3 p . Questa idea risulta del tutto naturale alla luce dei
fatti seguenti:
i) se ψ è normalizzata tale risulta anche ϕ, grazie alle proprietà della
trasformata di Fourier.

- 109 -
5.4 Quanti e onde 5.4

ii) Il valore medio del momento risulta

⟨p⟩ = ∫ d 3 p ∣ϕ(p)∣2 p = ∫ d 3 xψ(x)(−ih∇)ψ(x)


̵

e dunque è esprimibile direttamente in termini della funzione d’onda e


dell’operatore che abbiamo associato al momento lineare (si veda l’Eq.
(5.25)).
iii) La distribuzione di probabilità ∣ϕ∣2 è suggerita dalla stessa equazione
di Schroedinger in base ad una descrizione dettagliata della misura del
momento (si veda il Probl. 5.4-14 a p. 111).
Una generalizzazione di questo schema si può formulare come sugge-
rito da Dirac e costituisce la base assiomatica della nuova meccanica (tra
parentesi il caso del momento lineare) :
a) ad ogni grandezza fisica O si associa un operatore lineare autoaggiunto
̵
(p → −ih∇);
b) la funzione d’onda è esprimibile come sovrapposizione lineare di auto-
funzioni di O
ψ(x) = ∫ dλ ϕλ χλ (x)
definite dall’equazione Oχλ = λχλ (onde piane e integrale di Fourier);
c) gli autovalori λ costituiscono i possibili valori che risultano da una
misura di O e la relativa distribuzione di probabilità è data dal modulo
quadro della ampiezza ϕλ ;
d) il valore medio di O è dato dalle due espressioni equivalenti

⟨O⟩ = ∫ dλ λ ∣ϕλ ∣2 = ∫ d 3 x ψ(x) Oψ(x)

Quest’ultima proprietà si dimostra tenendo conto che per operatori au-


toaggiunti le autofunzioni sono ortogonali:
3 ′
∫ d x χλ χλ ′ = δ(λ − λ ) .
Si ha infatti
3 3 ′
∫ d x ψ(x) O ψ(x) = ∫ d x ∫ dλ ϕλ χλ (x)O ∫ dλ ϕλ ′ χλ ′ (x)

= ∬ dλ dλ ′ λ ′ ϕλ ′ ϕλ δ(λ − λ ′ )

= ∫ dλ λ ∣ϕλ ∣2

Si noti che in queste formule il parametro λ che rappresenta l’autovalore di


O potrà in generale assumere valori in un insieme parzialmente continuo o
discreto e quindi il simbolo di integrale sottintende un’eventuale somma-
toria sullo spettro discreto. Questo schema verrà sviluppato in dettaglio
nel cap. 7.

- 110 -
5.4 Valori di aspettazione e osservabili

problema 5.4-14 [] Valutare il momento lineare di una particella in ter-


mini di tempo di volo tra due traguardi e dedurre la relativa distribuzione
di probabilità.
soluzione []Sia ψ(x, t) la soluzione dell’equazione di Schroedinger. Assume-
remo di disporre di rivelatori di particelle da sistemare nella posizione desiderata.
Per misurare il momento lineare la particella deve essere isolata da campi di forza
esterni. Quindi la soluzione è quella della particella libera (ci riduciamo al caso
di una dimensione per semplicità di notazione, ma l’argomento si può ripetere
più in generale)
1
̵ − 2 ∫ dp ϕ(p) exp{ixp/h
ψ(x, t) = (2πh) ̵ − ip2 t/2mh}
̵ .

Se misuriamo il tempo necessario per percorrere un tratto L assegneremo alla


particella una velocità L/t. La funzione d’onda al tempo t nel punto x = vt si
può stimare con il metodo della fase stazionaria (si veda l’App. B.2) e si ottiene

1 2πimh ̵
ψ(vt, t) ≈ √ ϕ(mv) exp{imv2 t/2h} ̵
̵
2πh t
e dunque ∣ψ(vt, t)∣2 ≈ m∣ϕ(mv)∣2 /t. Dato che la probabilità di trovare un mo-
mento compreso tra p = mv e p = mv + dp è data dalla probabilità di trovare
la particella tra x = vt e x = (v + dp/m)t, il fattore m/t viene riassorbito e il
risultato è proprio ∣ϕ(p)∣2 .

5.4.1. Relazioni di indeterminazione. Abbiamo già osservato che


le condizioni di quantizzazione di Bohr corrispondono all’idea che ad ogni
stato fisico per un sistema a n gradi di libertà corrisponda un volume
minimo nello spazio delle fasi pari a hn . Questo fatto è stato interpreta-
to da Heisenberg in termini di una limitazione intrinseca alla precisione
con cui è possibile misurare contemporaneamente posizione e impulso17 .
Mostriamo ora come lo schema interpretativo introdotto nelle pagine pre-
cedenti contenga implicitamente questo principio, noto come principio
di Heisenberg o principio di indeterminazione. Detta al solito ψ(x)
la funzione d’onda (normalizzata), la deviazione standard della misura di
posizione è data da
∆2 q = ⟨q2 ⟩ − ⟨q⟩2 = ∫ dx x2 ∣ψ(x)∣2 − ⟨q⟩2
mentre la deviazione standard del momento lineare sarà data da
2
∆2 p = ∫ dx ψ(x) (−h ̵ 2 d ) ψ(x) − ⟨p⟩2 = ∫ dx h
̵ 2 ∣ψ ′ (x)∣2 − ⟨p⟩2 .
dx 2

17
Senza mancare di rispetto a un grande maestro, può essere divertente ricorda-
re che solo nel 1923 Heisenberg si rese conto dell’importanza da annettere all’analisi
degli errori sperimentali; durante il suo esame di dottorato rischiò infatti una solenne
bocciatura non sapendo rispondere alle domande che Wien gli pose riguardo il potere
risolutivo di un microscopio (vedi [MR82], vol. 2, cap. i.8.)

- 111 -
5.4 Quanti e onde 5.4

Possiamo limitarci, senza perdita di generalità, al caso in cui ⟨q⟩ = ⟨p⟩ = 0,


in quanto questa situazione può essere sempre realizzata traslando l’asse
delle coordinate e dei momenti. Si consideri ora la disuguaglianza
̵ ′ (x)∣2 dx
0 ≤ ∫ ∣xψ(x) + αhψ

= ∆2 q + ∣α∣2 ∆2 p + 2 Re ∫ αhxψ
̵ ψ ′ dx
RRR √ ̵ RRR2 ̵2 2
R
R 2
h ′ R 2 h ′
= RRRα ∆ p + √ ∫ xψ ψ dxRRRR + ∆ q − 2 ∣∫ xψψ dx∣ .
RRR ∆2 p RRR ∆ p
Scegliendo α si può azzerare il primo termine quadratico e ottenere
2
̵ 2 ∣∫ xψψ ′ dx∣ .
∆2 q ∆2 p ≥ h

̵ 2 (Re ∫ xψψ ′ dx)2 ossia


La grandezza di destra è senza’altro maggiore di h
2
̵ 2 (∫ (xψψ ′ + xψ ′ ψ) dx) = 1 h
∆2 q ∆2 p ≥ 41 h ̵2 ,
4

avendo integrato per parti. Segue la disuguaglianza di Heisenberg

(5.66) ∆q ∆p ≥ 12 h
̵

Una trattazione dettagliata dei principi fisici su cui si fonda questo risul-
tato si trova in [Hei63].
problema 5.4-15 []Determinare gli stati (detti pacchetti d’onda mini-
mali ) per i quali si realizza il minimo valore del prodotto delle indetermi-
nazioni ∆q ∆p = 12 h.
̵
problema 5.4-16 []Dimostrare per operatori canonici qi , pi , (i = 1, 2,
. . . , n) vale la disuguaglianza
n2 ̵ 2
⟨∑ q2i ⟩ ⟨∑ p2i ⟩ ≥
h
4
problema 5.4-17 [] Trovare il difetto logico del seguente argomento, tal-
volta invocato per suggerire che l’atomo di idrogeno è stabile grazie al
principio di Heisenberg:
Dalle relazioni di indeterminazione segue ⟨p2 ⟩ ⟨x2 ⟩ ≥ 94 h
̵ 2 ; e quindi

4 me4
H = p2 /2m − e2 /r ≥ ⟨p2 ⟩ /2m − e2 /∆r ≥ −
̵2
9 2h

come si trova determinando il minimo rispetto a ∆r ≡ ⟨x2 ⟩. In effetti
l’energia dello stato fondamentale è riprodotta a meno del fattore 4/9.
Dove sta il passaggio scorretto?

- 112 -
5.4 Valori di aspettazione e osservabili

soluzione []L’argomento applica una disuguaglianza che in realtà non sus-


siste; infatti si fa uso di ∆(1/r) ≤ 1/∆r, mentre la disuguaglianza di Jensen
afferma giusto il contrario! Si veda [Lie76] per una forma più forte del principio
di Heisenberg che supera la difficoltà. Vedi anche il Probl. 10.3-12

- 113 -
CAPITOLO 6

Applicazioni elementari

Lo studio dell’equazione di Schroedinger per sistemi fisici realistici,


quali un atomo a più elettroni o anche la molecola più semplice, non si
presta ad una soluzione in forma analitica. Tuttavia, al fine di applicare
metodi di soluzione approssimata, è spesso necessario basare la tratta-
zione su un modello semplificato esattamente solubile. Risulta pertanto
utile studiare sistemi ultra-semplificati quali blocchi costituenti di sistemi
più complessi. Attraverso la separazione delle variabili ci si può spesso
ricondurre al caso di un singolo grado di libertà, che ora studieremo in
qualche dettaglio.

6.1. Sistemi a un grado di libertà


 
6.1.1. Proprietà generali delle soluzioni. L’equazione staziona- Track
 1 
ria in un grado di libertà
h̵ 2 d2 ψ(x)
− + V(x) ψ(x) = E ψ(x)
2m dx2
gode di alcune proprietà notevoli per il fatto di essere un’equazione diffe-
renziale lineare omogenea del secondo ordine. Innanzitutto, sotto ipotesi
alquanto generali sulla funzione V(x), esiste la soluzione generale nella
forma
ψ(x) = Au(x, E) + Bv(x, E) ,
u e v essendo una coppia di soluzioni linearmente indipendenti. Ad
esempio si può scegliere

⎪u(0, E) = 1 , u ′ (0, E) = 0




⎪v(0, E) = 0 , v ′ (0, E) = 1 .

Si tratta poi di determinare A, B ed E in modo da soddisfare opportune
condizioni al contorno e la sommabilità di ∣ψ∣2 per il caso degli stati le-
gati. Una proprietà importante è rappresentata dal teorema di Wronski,
che si traduce nel fatto che la quantità u ′ (x, E) v(x, E) − u(x, E) v ′ (x, E) ,
detta “il Wronskiano di u e v”, è costante rispetto ad x. Ciò ha come
immediate conseguenze che i ) se due soluzioni si annullano nello stesso
115
6.1 Applicazioni elementari 6.1

punto esse sono linearmente dipendenti, ii ) è sufficiente conoscere una so-


luzione per costruirne un’altra linearmente indipendente con una semplice
quadratura:
x dy
(6.1) u v ′ − u ′ v = 1 Ð→ v(x) = u(x) ∫ .
0 u(y)2
Alcune proprietà qualitative delle soluzioni sono immediatamente evidenti
dalla equazione stessa. Da
ψ ′′ 2m
= ̵ 2 (V(x) − E)
ψ h
segue che una soluzione reale ha carattere oscillatorio nella regione in cui
V(x) < E, in quanto la funzione e la sua derivata seconda hanno segno
opposto. Si può anzi mostrare [Tri70] che, indicato con Tmax il massimo
valore di E − V(x) in un’arbitraria regione (a, b), e con Tmin il minimo,
la distanza δ tra due zeri successivi della funzione d’onda soddisfa la
diseguaglianza
2πh̵ ̵
2πh
(6.2) √ ≤ 2δ ≤ √ .
2mTmax 2mTmin
Questo teorema matematico estende la relazione di De Broglie alle onde
stazionarie.
problema 6.1-1 []Dimostrare che le autofunzioni dello spettro discreto
per un sistema ad un grado di libertà sono non-degeneri (si assuma che il
potenziale V(x) sia continuo a tratti e limitato).
soluzione []Sia W = u v ′ − u ′ v il Wronskiano delle due autofunzioni a qua-
drato sommabile. È noto che W è costante e dunque possiamo valutarlo per
x → ∞ dove sappiamo che entrambe le autofunzioni devono tendere a zero. Sarà
perciò W = 0 e pertanto u e v sono linearmente dipendenti. Una dimostrazio-
ne più esplicita è la seguente: data una soluzione a quadrato sommabile u(x)
una qualunque altra soluzione v(x) deve soddisfare la relazione del Wronskia-
no u v ′ − u ′ v = C, con C costante. Sia x0 il più grande valore di x per cui
E = V(x) (punto di inversione del moto classico). Si ha perciò, indicando con A
una costante arbitraria,
x dy x u(x)2
−1
v(x) = Au(x) + Cu(x) ∫ = Au(x) + Cu(x) ∫ dy ,
x0 u(y)2 x0 u(y)2

ma l’integrale cresce più rapidamente di (x−x0 ) in quanto u(x) risulta monotona


decrescente per x > x0 , il che implica che v(x) diverge per x → ∞, a meno che
sia C = 0 e dunque v ∝ u.

6.1.2. Potenziali costanti a tratti. I casi più semplici in cui si


risolvono i problemi di ottica geometrica sono quelli in cui l’indice di ri-
frazione è costante a tratti, varia cioè solo sulle superfici di separazione

- 116 -
6.1 Sistemi a un grado di libertà

tra un mezzo trasparente e l’altro. In modo analogo i problemi più sem-


plici in meccanica ondulatoria sono quelli in cui il potenziale è costante a
tratti, schematizzando cosı̀ una situazione in cui il campo di forze è nullo
tranne che sulle superfici di separazione tra le varie regioni di potenziale
costante. Per sistemi a un grado di libertà l’equazione di Schroedinger
diventa semplicemente
h̵2
− ψ ′′ (x) + Vi (x)ψi (x) = Eψi (x), (i = 1, 2, . . .)
2m i
dove si è supposto che il potenziale assuma il valore costante Vi negli
intervalli (xi < x < xi+1 ) . Cominciamo a studiare un caso tra i più semplici

⎪0
⎪ ∣x∣ > L/2
V(x) = ⎨ ,

⎪ V ∣x∣ < L/2
⎩ 1
cui ci riferiremo come a una buca di potenziale se V1 < 0 ovvero come a
una barriera di potenziale nel caso opposto. L’equazione di Schroedinger
si riduce a
̵2
h
− ψ ′′ (x) = Eψ(x), ∣x∣ > L/2
2m
h̵2
− ψ ′′ (x) + V1 ψ(x) = Eψ(x), ∣x∣ < L/2
2m
e la soluzione si trova allora con calcoli del tutto elementari (si tratta di
equazioni lineari a coefficienti costanti). Il vero problema consiste nell’i-
dentificare le corrette condizioni di raccordo della soluzione tra un inter-
vallo e l’altro. Sono possibili varie condizioni che corrispondono a una
corretta definizione matematica dell’equazione, ma è la fisica a dettare
quali condizioni al contorno siano quelle corrette. Se infatti consideriamo
la discontinuità del potenziale come la schematizzazione di un potenziale
a rapida variazione in un intervallo (L/2 − δ, L/2 + δ), la stessa equazione
ci suggerisce che
L/2+δ
ψ ′ (L/2 + δ) − ψ ′ (L/2 − δ) = ∫ ψ ′′ dx
L/2−δ
2m L/2+δ
= ̵2 ∫ (E − V(x)) ψ(x)dx ,
h L/2−δ
il che mostra che se V(x) si mantiene limitato, al limite δ → 0 la de-
rivata della funzione d’onda deve essere continua (vedremo più avanti
l’esempio di un salto di potenziale infinito cui corrisponde una ψ ′ discon-
tinua). Imporremo perciò in tutti i punti di discontinuità del potenziale
un raccordo liscio per la funzione d’onda (ψ e ψ ′ continue). Dobbiamo ora
discutere i vari intervalli possibili per E. Se E < min{V(x)} non si hanno
soluzioni, per ragioni del tutto generali; in questo caso infatti l’operatore

- 117 -
6.1 Applicazioni elementari 6.1

p2 /2m+V(q)−E è positivo definito, quindi invertibile e E appartiene all’in-


sieme risolvente1 di H. Consideriamo perciò il caso V1 < E < 0. In que-
sto regime la meccanica classica prevede un moto periodico (la particella
rimbalza elasticamente tra due pareti). Risolvendo l’equazione troviamo

⎪ A exp(κx) , x < −L/2



ψ(x) = ⎨B cos kx + C sin kx , −L/2 < x < L/2



⎩D exp(−κx) ,
⎪ x > L/2
√ √
dove k = 2m(E − V1 )/h, ̵ κ = −2mE/h. ̵ Abbiamo già imposto che
la funzione d’onda non sia divergente a grandi distanze (una soluzione
exp(κx), x > L/2, seppure matematicamente possibile, non avrebbe senso
dal punto di vista fisico, in quanto corrisponderebbe ad una funzione d’on-
da concentrata a distanza infinita dall’origine). Le condizioni di continuità
su ψ e ψ ′ danno in totale quattro equazioni lineari a cui assoggettare i
coefficienti arbitrari A, B, C, D. Ciò porta ad un’equazione algebrica sod-
disfatta solo per certi valori di E. Troviamo perciò una componente di
spettro discreto. Prima di avventurarci nel calcolo, sfruttiamo al meglio
le proprietà di simmetria del problema: dal momento che il potenziale
è simmetrico (V(−x) = V(x)), è chiaro che da una qualunque soluzione
ψ(x) possiamo ottenere un’altra soluzione dell’equazione per riflessione
ψ(−x). Ma essendo l’equazione lineare, anche le funzioni
ψs (x) = 12 (ψ(x) + ψ(−x))
ψa (x) = 12 (ψ(x) − ψ(−x))
saranno soluzioni e per di più di parità definita, cioè rispettivamente sim-
metrica e antisimmetrica. Nel nostro problema ciò significa che possia-
mo, senza perdere in generalità, considerare separatamente le soluzioni
simmetriche da quelle antisimmetriche (in altri termini, l’Hamiltoniano e
l’operatore di parità P ammettono una base di autofunzioni in comune).
Questo fatto semplifica notevolmente il calcolo. Infatti si ha
caso simmetrico caso antisimmetrico
A cos kx A sin kx ∣x∣ < L/2
.
ψ(x) = C exp(−κx) C exp(−κx) x > L/2
C exp(κx) −C exp(κx) x < −L/2
L’unica condizione da imporre per determinare lo spettro discreto è per-
tanto la continuità in x = L/2, o, equivalentemente, la continuità della

1
Dalla diseguaglianza ∥(H − E)ψ∥ > (min{V} − E)∥ψ∥ segue che il risolvente (H −
E)−1 esiste come operatore limitato, e dunque E non appartiene allo spettro (si veda
[BRS93]).

- 118 -
6.1 Sistemi a un grado di libertà

derivata logaritmica ψ ′ /ψ in quel punto. Otteniamo in questo modo



⎪k tan(kL/2) = κ caso simmetrico



⎪k cot(kL/2) = −κ caso antisimmetrico

cui deve aggiungersi la relazione che proviene dalla definizione di k, κ:
k2 + κ2 = −2mV1 /h
̵2 .
Si vede dunque che dette ξ = kL/2, η = κL/2, il sistema si riduce a

2 ⎪ξ tan ξ = η caso simmetrico
2 2

̵
ξ + η = 2m∣V1 ∣(L/2h) , ⎨ .

⎪ξ cot ξ = −η caso antisimmetrico

La soluzione è evidente dal punto di vista grafico, essendo data dalla
intersezione della curva η = ξ tan ξ (η = −ξ cot ξ) con cerchi di raggio
dipendente da ∣V1 ∣. La Fig. 6-1 mostra chiaramente che per ∣V1 ∣ molto
piccolo esiste
√ una sola soluzione che risulta essere simmetrica. Allorché la
̵ 1
quantità 2m∣V1 ∣/2 L/2h raggiunge il valore 2 π compare una soluzione
antisimmetrica; all’aumentare della profondità della “buca di potenziale”
il numero di livelli energetici con energia negativa (stati legati) aumenta
in corrispondenza ai valori di soglia2

(6.3) ̵ = nπ/2 .
2m∣V1 ∣ L/2h
Per ∣V1 ∣ molto grande il valore della ξ alle intersezioni tende ad assumere
il valore nπ/2 che corrisponde ai livelli di energia
n2 π2 h
̵2
En = V1 + .
2mL2
che coincidono con quelli previsti dalla vecchia teoria dei quanti.
Osserviamo che nel limite di profondità infinita le autofunzioni tendo-
no uniformemente a zero al di fuori dell’intervallo ∣x∣ < L/2. Infatti dalla
condizione di continuità in x = L/2 si ottiene immediatamente (nel caso
simmetrico)

C = AeκL/2 / 1 + (κ/k)2

e perciò la funzione d’onda nella regione x ≥ L/2 è data da



ψ(x) = Ae−κ(x−L/2) / 1 + (κ/k)2 .

Ma nel limite V1 → −∞, con E − V1 fissato, si ha κ/k → ∞ e pertanto


la funzione d’onda tende a zero dappertutto, tranne che all’interno della
buca di potenziale. Teniamo presente perciò che nel caso di una barriera
2
Esistono stime generali relative al numero di stati legati in un potenziale. Si veda
[LSW76] per una rassegna di risultati di questo tipo.

- 119 -
6.1 Applicazioni elementari 6.1

di potenziale infinitamente alta si dovranno applicare le condizioni al con-


torno ψ(x) = 0 nel punto di discontinuità, mentre la derivata prima della
funzione d’onda non è soggetta ad alcuna condizione.

3.5

2.5
d//

1.5

0.5

0
0 0.5 1 1.5 2 2.5 3 3.5
j//

Figura 6-1. Soluzione grafica dell’equazione agli autova-


lori per la buca di potenziale.

problema 6.1-2 []Determinare autostati e autofunzioni dell’equazione


di Schroedinger per un potenziale della forma

⎪+∞ per ∣x∣ > a



V(x) = ⎨0 per b < ∣x∣ < a



⎪V
⎩ 0 per ∣x∣ < b
con a, b, V0 costanti positive.
soluzione []L’interesse di questo esempio consiste nel fatto che in questo caso
le soluzioni deviano sostanzialmente dalle aspettative basate sulla semplice analisi
classica della dinamica della particella. Considerazioni alla Bohr danno per 0 <
V0 < E due possibilità. La particella si può trovare alla destra o alla sinistra
√ della
barriera centrale e l’invariante d’azione vale J = ∮ pdx = 2(a − b) 2mE. Ciò
farebbe prevedere stati di energia
1 ̵ 2
1 (n + 2 )hπ
En ∼ ( )
2m a−b

- 120 -
6.1 Sistemi a un grado di libertà

con due autofunzioni linearmente indipendenti corrispondenti ai due moti classici


possibili. Procediamo ora alla soluzione dell’equazione di Schroedinger, facendo
buon uso della simmetria che ci permette di cercare soluzioni simmetriche oppure
antisimmetriche. Siano
√ √
k = 2mE/h, ̵ κ = 2m(V0 − E)/h ̵.

Si avrà

⎪A sin(k(x − a)) per b < x < a



ψ(x) = ⎨B cosh κx per x < b, caso simmetrico



⎩B sinh κx
⎪ per x < b, caso antisimmetrico,

dove abbiamo utilizzato anche la condizione al contorno ψ(±a) = 0. La condizione


di raccordo in x = b ci dà poi

⎪κ tanh(κb) caso simmetrico

−k cot(k(a − b)) = ⎨ .

⎪κ coth(κb) caso antisimmetrico

Dato
√ che k2 + κ2 = 2mV0 /h̵ 2 conviene semplificare le formule introducendo τ =
̵
2mV0 (a − b)/h e una variabile ω in modo che risulti
(a − b)k = τ sin ω, (a − b)κ = τ cos ω .
Si ottiene alla fine l’equazione che determina lo spettro
bτ cos ω
(6.4) − tan ω cot(τ sin ω) = F ( ),
a−b
dove F è rispettivamente tanh o coth nei due casi. L’equazione deve essere
risolta numericamente. Tuttavia in alcuni casi limite si può studiare analitica-
mente. Consideriamo il caso b → ∞ con a − b = L fissato. Al limite le due
equazioni degenerano in una sola tan ω cot(τ sin ω) = −1 e vi saranno due stati
(uno simmetrico e uno antisimmetrico) asintoticamente con la stessa energia.
Si parla in questi casi di degenerazione asintotica. Per b grande ma finito
ci sono ovviamente delle correzioni che si possono facilmente valutare. Sia ϖ
una soluzione valida per b = ∞ e cerchiamo una soluzione approssimata del tipo
ω = ϖ + ε. Inserendo nell’equazione (6.4) e tenendo conto solo del termine più
importante per b → ∞ si trova:

tanh(bτ cos ω/L) ∼ 1 − 2e−2bτϖ/L ≡ 1 − 2Θ


coth(bτ cos ω/L) ∼ 1 + 2e−2bτϖ/L ≡ 1 + 2Θ .
Si ha dunque
1 ∓ 2Θ ∼ − tan(ϖ + ε) cot(τ sin(ϖ + ε))
e sviluppando al primo ordine in ε si trova infine
Θ sin(2ϖ)
ε=∓ .
1 + τ cos ϖ

- 121 -
6.1 Applicazioni elementari 6.1

Si trova perciò che l’autofunzione simmetrica corrisponde ad un’energia più bassa


di quella antisimmetrica e la differenza di energia (in gergo, il “gap” di energia)
vale approssimativamente
δE 2δk
= = 2ε cot ϖ
E k
= 4Θ cos2 ϖ/(1 + κL)
V0 − E
=4 exp(−2bκ) ,
V0 (1 + κL)
dove il valore di E che compare nell’equazione è quello corrispondente a b = ∞.
Si noti che l’esponente 2bκ si può identificare con la quantità
b√ b
S=∫ 2m(V0 − E)dx ≡ ∫ ∣p(E, x)∣ dx
−b −b
che rappresenta l’azione di una traiettoria a valori immaginari. Questo è forse
l’esempio più semplice di un fenomeno molto generale studiato a fondo in tem-
pi relativamente recenti (teoria degli istantoni). Si vedano a questo proposito
[Col78, OSC79, CD88].
problema 6.1-3 []Determinare l’equazione degli autovalori dell’energia
per il potenziale

⎪ 0 per ∣x∣ < b



V(x) = ⎨−V0 per b < ∣x∣ < a ,



⎩0
⎪ per a < ∣x∣
con a, b, V0 costanti positive, e dimostrare che anche in questo caso il
gap di energia tra lo stato fondamentale e il primo livello eccitato è pro-
porzionale a exp{−S}, dove la funzione S è stata definita nel problema
precedente.
problema 6.1-4 []Si consideri una particella confinata ad una regione
−a < x < a non soggetta a forze. Determinare autovalori ed autofunzioni
dell’energia; si applichi poi la relazione di ricorrenza (5.45) per ottenere
i valori di aspettazione ⟨En ∣ qk ∣En ⟩ , k intero (tenere conto dei termini al
contorno nell’integrazione per parti!).
6.1.3. Il caso di una forza costante. Consideriamo ora il proble-
ma di determinare le autofunzioni dell’equazione di Schroedinger per una
particella soggetta ad un campo di forze costante e uniforme nello spazio
(la trattazione matematica è la stessa sia che si tratti del campo di gravità
o di un campo elettrico). Studieremo pertanto l’equazione di Schroedinger
con V(q) = mgq. Dato che il potenziale è lineare in q risulta convenien-
te adottare la rappresentazione del momento lineare con la sostituzione
̵
H(q, p) → H(ih∂/∂p, p); l’equazione si scrive allora:
p2 ̵ ′ (p) = Eϕ(p) .
ϕ(p) + mg ⋅ ihϕ
2m

- 122 -
6.1 Sistemi a un grado di libertà

L’equazione è del primo ordine e si risolve per separazione delle variabili:


ϕ ′ 2mE − p2
ϕ
= ̵ 2g ,
2ihm
da cui si ottiene
E i
ϕ(p) = N exp {−i ̵ p+ 2 ̵ p3 } .
mgh 6m gh
Se desideriamo studiare la funzione d’onda nello spazio delle coordina-
te bisogna valutare la trasformata di Fourier; introducendo il parametro
adimensionale ξ = p/(2m2 gh)̵ 1/3 si ottiene
mgx − E
ψ(x) = N ∫ dξ exp {i 13 ξ3 + iξ ̵ 2 )1/3 } .
(2mg2 h
Questa funzione è nota come funzione di Airy (si veda la Fig. 6-2 a
p. 124). Si noti come a differenti valori dell’energia corrisponda sempre la
stessa forma della soluzione a meno di una traslazione: detta cioè Φ(x)
la funzione di riferimento
1 1 3
Φ(x) = ∫ dξ exp {ixξ + i 3 ξ } ,

l’autofunzione è rappresentata da
(6.5) ψE (x) = N Φ ((m2 g/2h
̵ 2 )1/3 (x − E/mg)) .

Il comportamento asintotico per x → ∞ risulta essere



⎪ 1



⎪ √ 1/4 exp{− 23 x3/2 } per x → +∞
⎪2 π x
(6.6) Φ(x) ∼ ⎨
⎪ 1



⎪ √ 1/4
sin [ 23 (−x)3/2 + π4 ] per x → −∞.

⎩ π ∣x∣
Si vedano [Pau58, Som64, Hoc71] per una trattazione completa oppure
si tentino di applicare le tecniche dell’App. B.2. Si noterà che nella regione
x > E/mg che secondo la meccanica classica è irraggiungibile per la par-
ticella, la funzione d’onda è monotona decrescente, e tende rapidamente
a zero. Nell’altra zona, quella accessibile secondo la meccanica classica
(x < E/mg), la funzione d’onda ha carattere oscillante con una distanza
tra zeri successivi in accordo con la relazione di De Broglie.
problema 6.1-5 []Si consideri il problema del potenziale lineare in cui
però si abbia una barriera repulsiva infinitamente alta in x = 0.
soluzione []Adottando le notazioni del problema precedente, la soluzione dell’e-
quazione di Schroedinger data dalla Eq. (6.5) deve soddisfare la condizione ψE (0) =
0, ovvero
Φ (−E/(mg2 h ̵ 2 /2)1/3 ) = 0 .

- 123 -
6.2 Applicazioni elementari 6.2

0.8

0.6

0.4

0.2
Ai

-0.2

-0.4

-0.6

-0.8
-20 -15 -10 -5 0 5
x

Figura 6-2. La funzione di Airy.

Se indichiamo con −x1 , −x2 , . . . gli infiniti zeri reali negativi della funzione di
Airy, i livelli di energia saranno dati dalla successione En = (mg2 h ̵ 2 /2)1/3 xn .
Una buona approssimazione agli zeri si ottiene applicando la rappresentazione
asintotica (6.6) che ci dà
2
xn ∼ (3(n − 1/4)π/2) 3 .

Si può verificare facilmente che la quantizzazione alla Bohr riproduce lo stesso


risultato, a meno della correzione finita −1/4 che richiede un’analisi più raffinata
(per maggiori dettagli si veda [Sak90]).

6.2. L’oscillatore armonico


 
Track 1 
Consideriamo ora la soluzione dell’equazione di Schroedinger per un po-
tenziale quadratico V ∝ q2 , che rappresenta in meccanica classica l’ap-
prossimazione di bassa energia per oscillazioni stabili. Il sistema è detto
“oscillatore armonico” e, nonostante non corrisponda ad alcun sistema
reale, è alla base di gran parte delle applicazioni sia come approssimazio-
ne di potenziali più realistici sia come base per la trattazione di sistemi
a molte particelle. È perciò della massima importanza familiarizzarsi con
le tecniche matematiche necessarie per il suo studio dettagliato.

- 124 -
6.2 L’oscillatore armonico

L’equazione di Schroedinger si scrive, chiamando ω la frequenza


h̵2
− ψ ′′ (x) + 12 mω2 x2 ψ(x) = Eψ(x) .
2m
Introduciamo √una coordinata adimensionale sfruttando il fatto che la
combinazione h/mω̵ ha le dimensioni di una lunghezza:

̵
h
x= ξ.

Sostituendo nell’equazione si ottiene
(6.7) − 21 ψ ′′ (ξ) + 12 ξ2 ψ(ξ) = εψξ ,
avendo indicato con ε il rapporto E/hω, ̵ che dovrà risultare positivo in
quanto lo spettro dell’energia, del tutto in generale, è limitato dal di sot-
to dal minimo valore del potenziale. Tentiamo una soluzione di forma
gaussiana
ψ(ξ) = N exp{−αξ2 } .
Per sostituzione troviamo
1 ′′
+ 12 ξ2 ψ = N (−2α2 ξ2 + 12 ξ2 + α) e−αξ
2

= εN e−αξ .
2

L’equazione è soddisfatta per α = ε = 21 . L’autofunzione è diversa da zero


dappertutto e questo indica che si tratta del modo fondamentale (energia
minima) in modo del tutto analogo a quanto avviene per le vibrazioni
di una corda elastica in cui il modo normale di frequenza più bassa è
privo di “nodi”3 . Per ottenere tutte le altre soluzioni e per dimostrare che
abbiamo trovato proprio lo stato fondamentale procederemo in modo più
sistematico.

6.2.1. Operatori di creazione e di annichilazione. Si definisca


l’operatore lineare
√ d
a = 12 ( + ξ) ,

che ha come operatore coniugato Hermitiano
√ d
a† = 12 (− + ξ) .

3
Il numero di zeri (necessariamente semplici) per le autofunzioni dell’energia in un
sistema a un grado di libertà si può identificare con il numero quantico della quantiz-
zazione di Bohr. In particolare lo stato fondamentale è rappresentato da una funzione
reale priva di zeri per tutti i sistemi con Hamiltoniano H = −△+V(x) – si veda [RS78a],
§ XIII.12.

- 125 -
6.2 Applicazioni elementari 6.2

Da un semplice calcolo risulta


d d
a† aψ = 12 (− + ξ) ( + ξ) ψ
dξ dξ
d 2 d
= 12 (− ( ) + [ξ, ] + ξ2 ) ψ
dξ dξ
= − 12 ψ ′′ + 12 (ξ2 − 1)ψ
(abbiamo indicato con [A, B] ≡ AB − BA il commutatore di due opera-
tori). Dunque l’equazione agli autovalori si può scrivere nella forma
a† aψ = (ε − 21 )ψ .
Osserviamo però che l’operatore a† a è positivo (semi-)definito: infatti il
suo valore d’aspettazione su un arbitrario vettore è dato da
⟨ψ∣ a† a ∣ψ⟩ = ⟨aψ∣ aψ⟩ ≡ ∥aψ∥2 ≥ 0 ,
e inoltre il limite inferiore zero è raggiunto solo se
aψ = 0 Ô⇒ ψ ≡ ψ0 = N exp{− 12 ξ2 } .
Ciò implica che lo stato fondamentale è proprio dato dalla gaussiana già
considerata in precedenza e ε = 21 è l’autovalore più basso. Questo significa
che il livello fondamentale dell’oscillatore armonico corrisponde ad un’e-
nergia E = 12 hω,
̵ che viene denominata energia di punto zero.
Osservazione []Il fondamento fisico che sta alla base di questa energia
intrinseca dell’oscillatore sta nel principio di Heisenberg. Si ha infatti
che per un qualunque stato ∣ψ⟩ (in unità m = ω = 1)
⟨ψ∣ H ∣ψ⟩ = 21 ⟨ψ∣ p2 ∣ψ⟩ + 12 ⟨ψ∣ q2 ∣ψ⟩
= 21 (∆2 p + ∆2 q + ⟨ψ∣ p ∣ψ⟩2 + ⟨ψ∣ q ∣ψ⟩2 )
≥ 1 (∆2 p + ∆2 q) ≥ 1 (∆2 p + 1 h
2 2
̵ 2 /∆2 p) .
4
Il minimo di quest’ultima espressione si valuta immediatamente conside-
rando l’indeterminazione di p come variabile indipendente e coincide con

2 h.
Gli operatori a, a† soddisfano regole di commutazione proprie di un’al-
gebra di Lie (vedi l’App. B.1). Troviamo infatti:
d d
[a , a† ] = 12 [ − + ξ, + ξ] = 1l
dξ dξ
[a† a , a† ] = a† [a , a† ] = a†
[a† a , a] = [a† , a]a = −a .

- 126 -
6.2 L’oscillatore armonico

Si noti che abbiamo fatto uso di una semplice identità che viene spesso in
soccorso nel calcolo di commutatori:
[AB , C] ≡ A[B , C] + [A , C]B .
Vediamo ora come a partire dallo stato fondamentale, soluzione dell’equa-
zione aψ0 = 0, possiamo costruire tutto lo spettro sfruttando la struttura
algebrica. Consideriamo il vettore ψ1 = a† ψ0 ; si avrà
a† aψ1 = a† aa† ψ0
= a† (a† a + 1)ψ0
= a† ψ0 ≡ ψ1 .
Abbiamo allora costruito un altro autovettore che soddisfa l’equazione
Hψ1 = 23 hωψ
̵ 1 .

Applicando più volte l’operatore a† troviamo poi una successione di au-


tovettori appartenenti ad autovalori via via più alti, la separazione tra i
̵
livelli essendo sempre hω, come previsto dalla vecchia teoria dei quanti.
Si può infatti procedere per ricorrenza nel modo seguente:
a) Hψ0 = 12 hωψ
̵ 0
b) se Hψn = En ψn allora Ha† ψn = (En + hω)a
̵ †
ψn ,
da cui concludiamo che lo spettro dell’Hamiltoniano contiene l’insieme
̵
En = hω(n + 12 ), (n = 0, 1, 2, . . .) .
Al fine di alleggerire la notazione da ogni elemento superfluo, si usa
indicare con ∣n⟩ l’autovettore normalizzato ψn .
problema 6.2-6 []Determinare per ogni n la costante Nn tale che
∣n⟩ = Nn a†n ∣0⟩
sia normalizzato.
soluzione []Si applicano ancora le regole di commutazione all’espressione
1 = ⟨n∣ n⟩ = ∣Nn ∣2 ⟨0∣ an a†n ∣0⟩
= ∣Nn ∣2 ⟨0∣ an−1 aa† a†n−1 ∣0⟩
= ∣Nn ∣2 ⟨0∣ an−1 (a† a + 1)a†n−1 ∣0⟩
ma l’operatore (a† a + 1) è applicato ad un suo autovettore con autovalore n e
pertanto
1 = n∣Nn ∣2 ⟨0∣ an−1 a†n−1 ∣0⟩ = n∣Nn ∣2 /∣Nn−1 ∣2 .
Si ha perciò
√ 1
∣Nn ∣ = ∣Nn−1 ∣/ n = (per ricorrenza) = √ ,
n!

- 127 -
6.2 Applicazioni elementari 6.2

e l’azione di (a, a† ) nella base degli autovettori dell’energia assume la forma


particolarmente semplice

a ∣n⟩ = n ∣n − 1⟩
(6.8) √
a† ∣n⟩ = n + 1 ∣n + 1⟩ .

Gli operatori (a† , a) assumono un’importanza notevole negli sviluppi della


meccanica quantistica; sotto opportune generalizzazioni un’algebra quale
quella generata da {H, a, a† , 1l} è alla base della fisica dei molti corpi e
della teoria dei campi (vedi il §12.3). Si è coniato un nome particolare
per questi operatori, a† è detto un operatore di creazione (o creatore)
mentre a è detto un operatore di annichilazione4 (o annichilatore).
La ragione è ovviamente che l’applicazione di a† ad un autovettore dell’e-
nergia aumenta di un quanto hω ̵ l’energia mentre a la diminuisce di un

quanto. L’operatore N = a a , in termini del quale l’Hamiltoniano si
̵
scrive H = hω(N + 12 ) , è noto quale “operatore numero”, per il fatto
ovvio che soddisfa l’equazione N ∣n⟩ = n ∣n⟩ e quindi “conta” il numero
di quanti di uno stato. In termini degli operatori canonici (q, p) si ha
(reinserendo le costanti fisiche appropriate)
i
a= √ (p − imωq)
2mhω̵
−i
a† = √ (p + imωq) .
2mhω̵
problema 6.2-7 []Determinare le matrici rappresentative degli opera-
tori canonici nella base degli autostati dell’energia ∣n⟩ e verificare che
coincidono con le matrici infinite introdotte nel Probl. 5.2-5.
problema 6.2-8 []Determinare la rappresentazione degli stati ∣n⟩ in ter-
mini di funzione d’onda.
soluzione []Se anziché applicare il metodo algebrico studiamo direttamente
l’equazione di Schroedinger dobbiamo ottenere gli autovettori come funzioni di q.
Ricordiamo la forma adimensionale (6.7). Attraverso la sostituzione
ψ = exp(−αξ2 )ϕ(ξ)
l’equazione si trasforma in
−[ϕ ′′ − 4αξϕ ′ + (4α2 ξ2 − 2α)ϕ] + ξ2 ϕ = 2εϕ .
Per α = 12 si cancellano i termini quadratici in ξ e l’equazione diventa del tipo
solubile con il metodo di Laplace:
−ϕ ′′ + 2ξϕ ′ = (2ε − 1)ϕ .

4
Si impiega anche equivalentemente il termine distruttore.

- 128 -
6.2 L’oscillatore armonico

Secondo il metodo generale, si pone

ϕ(ξ) = ∫ ezξ F(z)dz


C

e si ottiene, dopo un’integrazione per parti,


γ2
zξ d
∫ e { (2zF) + (z2 + 2ε − 1)F} dz − 2zezξ F(z)∣ = 0 .
dz γ1
C

Si intende che C è un cammino nel campo complesso, con estremi γ1 , γ2 . L’e-


quazione è soddisfatta se
d z2 + 2ε − 1
log(2zF) = −
dz 2z
e inoltre il contributo agli estremi di C si annulla. Dall’equazione si ottiene
facilmente
1
F(z) = z−ε− 2 exp(− 14 z2 ) ,
e si dovrà rispettare il vincolo
γ2
1
z 2 −ε exp(− 14 z2 + zξ)∣ =0.
γ1

Si distinguono due casi.


i) ε − 12 = n = intero. In questo caso possiamo scegliere un cammino chiuso
semplice che contiene l’origine al suo interno e la soluzione si può esplicitare
attraverso la formula integrale di Cauchy:
dz
ϕn (ξ) = ∮ exp(− 14 z2 + zξ)
zn+1
∂ n
∝ ( ) exp(−t2 + 2ξt)∣
∂t t=0
2 ∂ n
= eξ ( ) exp(−(t − ξ)2 )∣
∂t t=0
2 ∂
n
e−ξ .
2
= (−)n eξ
∂ξn
Le funzioni ϕn sono per costruzione dei polinomi, noti come polinomi di
Hermite e usualmente indicati con il simbolo Hn (ξ). Dalla formula possiamo
normalizzare questi polinomi in modo che

Hn (ξ) n
(6.9) Φ(ξ, t) = exp(−t2 + 2ξt) = ∑ t .
n=0 n!
La funzione Φ è detta la funzione generatrice dei polinomi di Hermite e si
può convenientemente utilizzare per trattare in modo sintetico tutta la base dei
polinomi, ad es. per dimostrare esplicitamente l’ortogonalità delle funzioni
ψn (ξ) = exp(− 21 ξ2 )Hn (ξ)

- 129 -
6.2 Applicazioni elementari 6.2

(vedi il Probl. 6.2-9). Abbiamo cosı̀ ottenuto le funzioni d’onda corrispondenti ai


vettori ∣n⟩. Si potrebbe anche sfruttare in modo semplice l’algebra degli operatori
a, a† per raggiungere rapidamente lo stesso scopo (vedi il Probl. 6.2-10 a p. 130).
1
ii) Se ε − 21 ∈/ Z, allora la funzione zε− 2 è polidroma e per annullare il contributo
al contorno del cammino C siamo costretti a spingere γ1 e γ2 all’infinito dove
exp(−z2 /4) si annulla. Se poniamo il taglio della funzione polidroma sulla semi-
retta positiva il cammino abbraccia il taglio in senso orario da ∞ − iδ a ∞ + iδ.
Attraverso una traslazione z → z + 2ξ si trasforma l’integrale nel seguente (Cξ è
il nuovo cammino che circonda il punto di diramazione in z = −2ξ)
2 exp(−z2 /4)
ϕ(ξ) = eξ ∫ 1
dz ,
Cξ (z + 2ξ)ε+ 2
1
che si può valutare asintoticamente per ξ → ∞, e cioè ϕ ∼ exp(ξ2 )/(2ξ)ε+ 2 il che
rende la ψ divergente come exp( 12 ξ2 ) e quindi non accettabile come autofunzione.

problema 6.2-9 [] Dimostrare la relazione di ortogonalità



dξ Hn (ξ)Hm (ξ) e−ξ = 0, per n ≠ m .
2

−∞

soluzione []Si considera l’integrale



G(t, s) ≡ ∫ dξ Φ(ξ, t) Φ(ξ, s) ,
−∞

dove la Φ è stata determinata nel problema precedente. Sviluppando in serie si


ha
1 −ξ2 n m
G(t, s) = ∑ ∑ ∫ dξ Hn (ξ)Hm (ξ) e t s
n m n!m!
= ∫ dξ exp{−t2 − s2 + 2ξ(t + s) − ξ2 }

= e2ts ∫ dξ exp{−(ξ − t − s)2 } = πe2ts .

dove si è fatto uso dell’Eq. (6.9). A questo punto abbiamo due sviluppi in serie di
G(t, s), uno fornito dalla serie di Taylor di e2ts , l’altro in termini degli integrali
2 n m
∫ Hn Hm exp(−ξ ). Confrontando le singole potenze t s si ottiene
∞ √
dξ Hn (ξ)Hm (ξ) e−ξ = π 2n n! δnm .
2

−∞

problema 6.2-10 [] Costruire le autofunzioni ψn (ξ) dell’oscillatore


√ ar-
†n
monico a partire dalla rappresentazione ⟨ξ∣ n⟩ = ⟨ξ∣ a ∣0⟩ / n! .
soluzione []Le autofunzioni sono ottenibili applicando l’operatore di creazio-
ne allo stato fondamentale secondo la (6.8). Tuttavia il calcolo diretto di
n
d
(− + ξ) exp(− 21 ξ2 )

- 130 -
6.2 L’oscillatore armonico

non è immediato. Conviene fare ricorso ad una identità che permette di espri-
mere un operatore della forma “derivata + funzione(x)” in termini più semplici:
d d F(x) dF
(6.10) + f(x) = e−F(x) e , f(x) ≡ .
dx dx dx
Ciò permette infatti di calcolare semplicemente una potenza qualunque nella
forma
n
d d n
( + f(x)) = exp{−F(x)} ( ) exp{F(x)}
dx dx
in quanto tutti i fattori contigui eF e e−F si cancellano a due a due. Troviamo
cosı̀
√ 1 1 2 d n
ψn (ξ) = (2n n! π)− 2 e 2 ξ ( ) e−ξ
2

(6.11) dξ
n
√ − 1 − 1 ξ2
= (2 n! π) 2 e 2 Hn (ξ) .
La Fig. 6-3 mostra le prime autofunzioni dell’oscillatore armonico in unità natu-
̵ = m = ω = 1). mentre la Fig. 6-4 mostra la densità di probabilità per uno
rali (h
stato con numero quantico elevato. La curva di inviluppo è data semplicemente
da
1

ρn (x) = (π(2n + 1 − x2 )) 2

La spiegazione di questa semplice approssimazione si avrà attraverso la tecnica


“WKB” (vedi il §10.2).

problema 6.2-11 []Considerare l’Hamiltoniano

H = a†1 a1 + a†2 a2 + γa†1 a2 + γa†2 a1 .


Individuare l’insieme di valori di γ per cui H è positivo e determinarne lo
spettro.
problema 6.2-12 []Calcolare lo spettro della Hamiltoniana
̵ ∑ Ωmn a† an ,
H=h m
mn

dove Ω è una matrice hermitiana a spettro positivo e an (n = 1, 2, ..., N)


sono operatori di annichilazione mutuamente commutanti.
soluzione []Attraverso una trasformazione unitaria An = Snm am si può ri-
condurre H alla somma di N oscillatori armonici disaccoppiati. Se ω1 , ..., ωN so-
no gli autovalori positivi di Ω si avrà (senza necessità di effettuare alcun calcolo)
la seguente espressione per gli autovalori di H:
̵ j ωj .
En1 ,...,nN = ∑ hn
j

- 131 -
6.2 Applicazioni elementari 6.2

n=0 n=1
1 1

0.5 0

0 −1
−10 −5 0 5 10 −10 −5 0 5 10

n=2 n=3
1 1

0 0

−1 −1
−10 −5 0 5 10 −10 −5 0 5 10

n=4 n=5
1 1

0.5
0
0

−0.5 −1
−10 −5 0 5 10 −10 −5 0 5 10

Figura 6-3. Le autofunzioni dell’energia di ordine più


basso per l’oscillatore armonico.

6.2.2. Fattorizzazione dell’Hamiltoniano. Il metodo algebrico che


ha permesso di studiare in modo cosı̀ semplice lo spettro dell’oscillatore
armonico è essenzialmente equivalente alla proprietà puramente analitica
dell’operatore differenziale −d2 /dx2 + x2 di ammettere una fattorizzazione
in termini di operatori del primo ordine x ± d/dx. Tale fattorizzazione si
può incontrare in vari altri casi che permettono una soluzione analitica
dell’equazione di Schroedinger. C’è tuttavia un aspetto del problema che
non va sottovalutato, pena l’insorgere di imbarazzanti paradossi, come mo-
strato da Klauder (lezioni di Schladming, 1969). Si consideri l’operatore
differenziale
∂ ∂
D = ϕ(x) ϕ(x)−1 = − ϕ ′ /ϕ ,
∂x ∂x
con ϕ ∈ L2 . Lavorando in via del tutto formale, si trova

∂ ∂
D† = −ϕ(x)−1 ϕ(x) = − − ϕ ′ /ϕ ,
∂x ∂x

- 132 -
6.2 L’oscillatore armonico

n=30
0.4

0.35

0.3

0.25

0.2

0.15

0.1

0.05

0
ï10 ï8 ï6 ï4 ï2 0 2 4 6 8 10
x

Figura 6-4. La densità ρn = ∣ψn (x)∣2 per uno stato alta-


mente eccitato dell’oscillatore armonico; è riportata anche
la distribuzione di probabilità classica ρcl ∝ 1/∣p(E, x)∣.

e quindi
∂2
K ∶= D† D = − + ϕ ′′ /ϕ
∂x2
È evidente che K ammette ϕ come autovettore appartenente all’autovalore
zero. Inoltre il fatto che K è fattorizzabile come D† D in modo analogo
all’Hamiltoniano dell’oscillatore armonico può indurci a concludere che ϕ
rappresenti proprio lo stato fondamentale (da ⟨ψ∣ D† D ∣ψ⟩ = ∣Dψ∣2 ≥ 0).
Attenzione però. Se ϕ ′ /ϕ è singolare quanto affermato potrebbe essere
falso. Si consideri ad es. ϕ = x exp{−x2 /2}; si trova facilmente ϕ ′′ /ϕ =
x2 − 3 e lo stato fondamentale non è 0 ma −2 ! Il punto è che D è definito
in un dominio che richiede una condizione al contorno di annullamento in
x = 0. In tale dominio K è fattorizzato e positivo definito ma non è un
operatore autoaggiunto. Tuttavia K ammette un’estensione autoaggiunta;
per l’estensione non vale la fattorizzazione e cade la conclusione sulla
natura positiva dello spettro. La lezione è che manipolazioni formali di
operatori singolari sono potenzialmente sorgenti di errori. L’apparire di
operatori singolari in un modello fisico può essere il segnale che il problema

- 133 -
6.2 Applicazioni elementari 6.2

è mal posto, oppure che si è operata un’eccessiva schematizzazione (ad es.


  cariche puntiformi).
Track 2 

6.2.3. Stati coerenti. Per l’oscillatore armonico è possibile intro-


durre una base di vettori nello spazio di Hilbert, detti stati coerenti , che
gode della notevole proprietà seguente [Sch77]: ogni vettore è individua-
to da un punto nello spazio delle fasi classico e la sua evoluzione secondo
l’equazione di Schroedinger è descritta esattamente dalla orbita classica,
e cioè:
̵
(p, q) ↦ ∣p, q⟩ , e−iHt/h ∣p, q⟩ ∝ ∣p(t), q(t)⟩ .

Si conoscono pochi sistemi che condividono questa proprietà dell’oscilla-


tore armonico, e si tratta di sistemi elementari caratterizzati in termini
algebrici (una qualche algebra di Lie prende il ruolo dell’algebra degli
operatori canonici). Per una trattazione generale si veda [KS85, Per86].
Il modo più semplice per costruire la base degli stati coerenti è la seguente:
si consideri uno stato ottenuto dallo stato fondamentale per traslazione
(una gaussiana centrata in x = q)

2
ψq (x) = N exp{− mω
̵ (x − q) } ,
2h

̵
ovvero in termini più simbolici ∣q⟩ = eiqp/h ∣0⟩. L’evoluzione temporale
sarà data da
̵ ̵
∣q⟩t = e−iHt/h eiqp/h ∣0⟩
̵ ̵ ̵
= e−iHt/h eiqp/h eiHt/h ∣0⟩
1
= e− 2 ωt exp{iq cos(ωt)p − imωq sin(ωt)q} ∣0⟩ .

Se si definisce allora più in generale

(6.12) ∣q, p⟩ = exp{iqp + ipq} ∣0⟩ ,

si trova che l’evoluzione temporale è data semplicemente dalla legge del


moto classica.
Si preferisce spesso utilizzare direttamente gli operatori di creazione e
annichilazione e definire gli stati
† −za
∣z⟩ = eza ∣0⟩ .

- 134 -
6.2 L’oscillatore armonico

Applichiamo la formula di Baker-Hausdorff e otteniamo


1 †
∣z⟩ = e− 2 ∣z∣ eza eza ∣0⟩
2

1 ∞
= e− 2 ∣z∣ ∑ (za† )n ∣0⟩ /n!
2

(6.13)
n=0
1 2 ∞ zn
= e− 2 ∣z∣ ∑ √ ∣n⟩ .
n=0 n!
La corrispondenza tra le due
√ definizioni (6.12) e (6.13) è data semplice-
mente da z = (p + imωq)/ 2mωh. ̵
problema 6.2-13 []Dimostrare che l’insieme degli stati coerenti forma
una base nello spazio di Hilbert nel senso che ogni vettore può essere
espresso come combinazione lineare di stati coerenti.
soluzione []Dalla definizione, per integrazione su tutto il piano complesso, si
trova facilmente la relazione5
1
2πi ∫ dz dz ∣z⟩⟨z∣ = 1l ,
che mostra come ogni vettore sia esprimibile come sovrapposizione di stati coe-
renti
1
∣ψ⟩ = 2πi ∫ dz dz ∣z⟩ ⟨z∣ ψ⟩ .
Si tratta tuttavia di una base non-ortogonale. Infatti si verifica facilmente che
∣ ⟨z∣ ζ⟩ ∣ = exp{− 21 ∣z − ζ∣2 }.
La rappresentazione
∣ψ⟩ ↦ ψ(z) ≡ ⟨z∣ ψ⟩
è nota come rappresentazione di Bargmann. Si noti che la funzione
ψ(z) è della forma
1
ψ(z) = e− 2 ∣z∣ f(z)
2

con f(z) analitica regolare in ogni regione limitata del piano complesso
(una funzione intera). Infatti il resto N-esimo della serie di Taylor

zn
f(z) = ∑ √ ⟨n∣ ψ⟩
0 n!
è maggiorato secondo la disuguaglianza di Cauchy da
1 1
∞ ∞ 2 ∞
zn 2
∣∑ √ ⟨n∣ ψ⟩∣ ≤ [∑ ∣ ⟨n∣ ψ⟩ ∣2 ] [∑ ∣z∣2n /n!] .
N n! N N
Ora si ha che il primo fattore è minore della norma di ∣ψ⟩ mentre il secondo
rappresenta il resto della serie esponenziale, che pertanto si può rendere
5
L’elemento d’area dz dz equivale a 2i dx dy, nel senso del calcolo differenziale
esterno di Cartan, essendo z = x + iy.

- 135 -
6.2 Applicazioni elementari 6.2

piccolo a piacere scegliendo N sufficientemente grande. Le funzioni intere


che costituiscono lo “spazio di Bargmann” sono caratterizzate da una
crescita all’infinito di tipo esponenziale:
1 1
∣f(z)∣ = e 2 ∣z∣ ∣ ⟨z∣ ψ⟩ ∣ ≤ e 2 ∣z∣ ∥ψ∥ .
2 2
(6.14)

Una seconda caratterizzazione, del tutto equivalente, degli stati coerenti


è la seguente:
Teorema 6.2.1 []I vettori ∣z⟩ sono autovettori dell’operatore di annichi-
lazione
a ∣z⟩ = z ∣z⟩ .
La dimostrazione è immediata a partire dalla definizione (6.13).
problema 6.2-14 []Dimostrare che gli operatori di creazione e anni-
chilazione sono rappresentati nel modo seguente nella base degli stati
coerenti
df(z)
a f(z) =
dz

a f(z) = zf(z) .

 
Track
 2 
6.2.4. Ordinamento normale alla Wick. In numerose applicazio-
ni risulta utile esprimere un operatore in termini di prodotti ordinati di a e
a† , in quanto ciò facilita il calcolo di elementi di matrice. Un monomio del
tipo (a† )n am è detto ordinato normalmente o Wick-ordinato . Se in un
prodotto O di operatori a, a† si portano tutti i fattori a alla destra di a†
senza tenere conto dei commutatori si dice che si considera l’ordinamento
di Wick dell’operatore, indicato con il simbolo ∶ O ∶ . Per convenzione si
pone per l’operatore identità ∶ 1l ∶= 0 . (Ad es. ∶ p2 + q2 ∶ = 2a† a). Per
semplicità di notazione nel seguito adottiamo unità in cui h ̵ = m = ω = 1.
problema 6.2-15 []Dimostrare che se

⟨z∣ O(a† , a) ∣z⟩ = ∑ cnm zn zm


nm

si ha
O = ∑ cnm a† n am
nm

che rappresenta lo sviluppo di O in monomi Wick-ordinati.


problema 6.2-16 []Dimostrare che vale l’identità

qn = (2i)−n ∶Hn ((a† − a)/ 2)∶ ≡ (2i)−n ∶Hn (iq)∶ .

- 136 -
6.2 L’oscillatore armonico

soluzione []Calcoliamo la funzione generatrice



⟨z∣ exp{2iαq} ∣z⟩ = ⟨z∣ exp{ 2α(a† − a)} ∣z⟩
√ √
2αa† − 2αa
(per la Baker-Hausdorff ) = e−α ⟨z∣ e
2
e
∣z⟩
2

= exp{−α + 2α(z − z)/ 2} .
Si sviluppa ora in serie di potenze di α e si applica il risultato precedente. Ad
esempio si ha
q2 =∶q2 ∶ + 21 1l
q3 =∶q3 ∶ + 23 ∶q∶
q4 =∶q4 ∶ + 3 ∶q2 ∶ + 43 1l .

problema 6.2-17 []Calcolare l’elemento di matrice ⟨n∣ qK ∣n⟩ utilizzando


lo sviluppo in monomi Wick-ordinati.
problema 6.2-18 []Applicare l’equazione (5.45) al caso dell’oscillatore
armonico e dedurne la seguente relazione di ricorrenza per gli elementi di
matrice diagonali di q2k :
(k + 1) Jk+1 = (2k + 1)(n + 21 ) Jk + k(k2 − 41 ) Jk−1
essendo Jk gli elementi di matrice in unità naturali per l’oscillatore
mω k
Jk ≡ ( ̵ ) ⟨n∣ q2k ∣n⟩
h
e dedurne i valori seguenti
1
J1 = n + 2
J2 = 43 (1 + 2n + 2n2 )
(6.15) J3 = 58 (3 + 8n + 6n2 + 4n3 )
2 3 4
J4 = 35
16 (3 + 8n + 10n + 4n + 2n )
...
problema 6.2-19 [] Determinare la funzione di Green dell’oscillatore
armonico
1 1
G(x, x ′ , t) = ∑ √ n Hn (x) Hn (x ′ ) exp{− 12 (x2 + x 2 )} e−i(n+ 2 )t .

n π2 n!
soluzione []Il calcolo della serie si può ricondurre a proprietà dei polinomi di
Hermite (si veda [Pau62]). Tuttavia è più semplice procedere per via formale. La
funzione di Green è data dalla evoluzione temporale di una funzione localizzata
all’istante iniziale:
(q − x ′ ) δ(x − x ′ ) = 0 .
Si avrà perciò
e−iHt (q − x ′ ) δ(x − x ′ ) = e−iHt (q − x ′ )eiHt e−iHt δ(x − x ′ ) = 0 .

- 137 -
6.3 Applicazioni elementari 6.3

Si trova poi
e−iHt (q − x ′ ) eiHt = q cos t − x ′ − p sin t
e quindi la funzione G(x, x ′ , t) è soluzione dell’equazione

(x cos t − x ′ + i sin t ) G(x, x ′ , t) = 0 ,
∂x
ossia
x2 cos t − 2xx ′
log G(x, x ′ , t) = i + ϕ(x ′ , t) .
2 sin t
La funzione ϕ è fissata dal fatto che G è simmetrica in x, x ′ e quindi ϕ =

ix 2 cot t + ρ(t). Per determinare ρ(t) è infine sufficiente imporre che G sia
soluzione dell’equazione di Schroedinger e limitarsi a x = x ′ = 0, dove risulta più
agevole il calcolo. Si trova cosı̀:
(x2 + x 2 ) cos t − 2xx ′

1
(6.16) G(x, x ′ , t) = √ exp {i }.
2πi sin t 2 sin t
Osservare che in corrispondenza ai valori t = 21 π (modπ) il nucleo integrale
coincide con quello di Fourier, il che si comprende facilmente in base al fatto che
l’evoluzione dell’oscillatore a un quarto di periodo corrisponde ad una rotazione
in senso orario nel piano (p, q) che realizza la trasformazione canonica q ′ =
p, p ′ = −q e questo fatto si trasporta inalterato in meccanica quantistica.

6.3. Spettro continuo


 
Track
 1 
6.3.1. Barriere di potenziale ed effetto tunnel. Consideriamo
ora l’equazione di Schroedinger per quanto riguarda le proprietà dinami-
che dello spettro continuo. Il problema che affronteremo è quello del moto
con energia positiva di una particella in presenza di un potenziale V(x)
localizzato nello spazio (nullo al di fuori di un intervallo limitato o più
brevemente a supporto compatto):

⎪ 0 per x < −a (regione I)




⎪ h̵ 2
V(x) = ⎨ 2m U(x) per ∣x∣ < a (regione II)





⎩ 0
⎪ per x > a (regione III)
La meccanica classica prevede due classi di movimenti possibili: se l’ener-
gia è maggiore del massimo valore del potenziale, la particella, inizialmente
in moto con velocitaà positiva nella regione I, prosegue nella sua corsa e
si troverà nella regione III dopo un certo tempo di volo. In caso contrario
la particella rimbalza sulla barriera di potenziale e ritorna nella regione
I. Nel caso limite in cui E ≡ max(V) la particella raggiunge il massimo
del potenziale in un tempo infinito: si tratta di un’orbita instabile, in

- 138 -
6.3 Spettro continuo

quanto una variazione arbitrariamente piccola della velocità iniziale porta


a grandi differenze nella posizione finale. La descrizione quantistica, come
vedremo ora, è radicalmente differente.
Pensiamo ad esempio ad un pacchetto d’onda che si propaga libera-
mente nella regione I con momento medio positivo. Il pacchetto entra in
interazione con il potenziale e ogni sua componente di Fourier ne viene
sfasata in modo differente,
√ il che porta alla parziale riflessione del pac-
̵
chetto. Detto k = 2mE/h, la soluzione è data da porzioni di onda piana
nelle regioni I e III, raccordate con continuità alla soluzione ψ(x) = uII (x)
nella regione II :


⎪ Aeikx + B e−ikx (regione I)


(6.17) ψk (x) = ⎨uII (x) (regione II)


⎪ ikx −ikx
⎩F e + G e
⎪ (regione III)
Le condizioni di raccordo (continuità della funzione e della sua derivata
prima in x = −a e in x = a) permettono di esprimere univocamente le
costanti (F, G) in termini di (A, B) attraverso una relazione lineare che
indicheremo con
F A
( ) = W( )
G B
e chiameremo W la matrice di trasferimento. La soluzione nella regione II
potrà essere determinata analiticamente o numericamente, ma al momento
la cosa non è rilevante. Chiameremo ψin k (x) la soluzione corrispondente a
A = 1, G = 0 e con ψin −k (x) la soluzione corrispondente a A = 0, G = 1:
⎪eikx + ρ(k) e−ikx , x < −a


ψin
k = ⎨

⎪ τ(k) eikx , x>a

⎪τ(−k) e−ikx ,

in
⎪ x < −a
ψ−k = ⎨ −ikx ikx

⎪ e + ρ(−k) e , x > a

Per sovrapposizione lineare di soluzioni di questo tipo potremo costruire
il più generale pacchetto d’onde.
−ihk ̵ 2 t/2m
ψ(x, t) = ∫ ϕ(k) ψin
k (x) e dk .
Vogliamo mostrare che se limitiamo l’integrale a k positivi la soluzione
rappresenta un pacchetto d’onde che per t molto grande negativo si trova
nella regione I in moto verso destra, mentre per t grande positivo il pac-
chetto d’onde si decompone in due componenti principali, una trasmessa
a destra della barriera e una riflessa che ritorna verso la regione I . Per
questo facciamo ricorso al metodo della fase stazionaria. Dal momento
che il pacchetto deve essere in movimento dobbiamo valutare l’integrale
per x ∝ t per individuare la posizione del massimo del pacchetto. Sia

- 139 -
6.3 Applicazioni elementari 6.3

dunque x = vt; sostituendo nell’integrale e prendendo il limite per t → −∞


siamo condotti a ricercare i punti in cui la fase dell’onda ha derivata nulla
rispetto a k. Si trova cosı̀:
A B C D
̵ 2t
hk
x = vt < 0 exp {−i + ikvt} ̵
k = +mv/h t < 0, v > 0
2m
̵ 2t
hk
x = vt < 0 ρ(k) exp {−i ̵
− ikvt} k = −mv/h t > 0, v < 0
2m
̵ 2t
hk
x = vt > 0 τ(k) exp {−i ̵
+ ikvt} k = +mv/h t > 0, v > 0
2m

dove nella colonna C è riportato il valore di k per cui la fase risulta


stazionaria, e nella D i valori per cui il termine in B interferisce costrutti-
vamente. Si trova cioè che i termini proporzionali a τ e ρ non rispettano
la condizione di fase stazionaria per t ≪ 0, mentre costituiscono il termine
dominante all’integrale per t ≫ 0. Si trova in definitiva

2πim imx2
ψ(x, t) ∼ ̵ exp ( ̵ )×
ht 2ht

⎪ϕ( mx
⎪ ̵ ) per t → −∞
⎨ thmx mx mx mx

⎪ϕ(− th̵ ) ρ(− th̵ ) + ϕ( th̵ ) τ( th̵ ) per t → +∞

Risulta chiaro ora il significato dei coefficienti ρ e τ. Per un flusso di
particelle di momento k che incidono sulla barriera una percentuale pari
a R = ∣ρ(k)∣2 viene riflessa e una percentuale T = ∣τ(k)∣2 supera la barrie-
ra. È naturale perciò definire τ(k) ampiezza di trasmissione e ρ(k)
ampiezza di riflessione.
problema 6.3-20 []Dimostrare l’identità T + R = 1.
soluzione []Si calcoli la densità di corrente per la soluzione ψin
k e si tenga
conto della equazione di continuità.

Osservazione []Il pacchetto d’onde riflesso e quello trasmesso si muo-


vono in genere con velocità differenti! Infatti la posizione del massimo
dei due pacchetti è determinata dai prodotti ϕρ e ϕτ; se ad esempio ϕ
è concentrata su un valore di k = k0 in cui ∣ρ(k)∣ è crescente il massimo
di ∣ϕρ∣2 si troverà ad un valore kr0 > k0 , e quello di ∣ϕτ∣2 ad un valore
kt0 < k0 . Ciò non è in contraddizione con la conservazione dell’energia: si
ponga attenzione al fatto che l’energia cinetica media del pacchetto non
è direttamente legata alla velocità di propagazione del pacchetto d’onde.
Ad esempio un pacchetto d’onde del tipo ψ ∝ exp(−αx2 ) (reale) evolve
nel tempo mantendendo il massimo in x = 0, ma nondimeno la sua energia
cinetica media non è affatto nulla.

- 140 -
6.3 Spettro continuo

Il fatto cruciale che caratterizza la meccanica ondulatoria consiste in


questo: il coefficiente di trasmissione è in genere diverso da zero anche
per valori dell’energia minori del massimo dell’energia potenziale, una
situazione in cui secondo la meccanica classica la particella sarebbe sem-
pre riflessa. Questo fenomeno tipicamente quantistico viene denominato
effetto tunnel ed è ampiamente sfruttato nei moderni dispositivi mi-
croelettronici. Si noti peraltro che si ha anche il fenomeno reciproco,
secondo cui il coefficiente di riflessione non si annulla necessariamente per
energia superiore al massimo della barriera di potenziale.

6.3.2. Formulazione integrale dell’equazione d’onda. Mostre-


remo ora come si può impostare un calcolo approssimato in forma di serie
di potenze; questo metodo sarà utilizzato, con solo lievi modifiche, nella
teoria quantistica dei processi d’urto.
Scriviamo l’equazione di Schroedinger nella forma
d2
( + k2 ) ψ(x) = χ(x)
dx2
2mV(x)
χ(x) = ̵ 2 ψ(x)
h
e risolviamo la prima equazione in modo simile all’equazione di Pois-
son: trattandosi di un’equazione lineare inomogenea, si tratta di deter-
minare una soluzione particolare e combinarla linearmente con la soluzio-
ne generale dell’equazione omogenea. Tenendo conto dell’identità (vedi
l’App. B.5)
d2 ∣x∣ dϵ(x)
= = 2δ(x)
dx2 dx
si verifica che la soluzione particolare ha la forma

ψ(x) = (2ik)−1 ∫ eik∣x−x ∣ ϕ(x ′ ) dx ′

−∞

e quindi l’equazione di Schroedinger per gli stati ψin


k è equivalente alla
seguente
∞ 2m
ψ(x) = eikx + (2ik)−1 ∫ V(x ′ ) eik∣x−x ∣ ψ(x ′ ) dx ′ .

(6.18) ̵ 2
−∞ h
Se il potenziale ha supporto compatto (diciamo nell’intervallo (−a, a)) si
trova allora
⎪eikx + (m ∫−a eikx V(x ′ ) ψin ′ ′ ̵ 2 −ikx x < −a
⎧ a
k (x ) dx /ikh ) e
in

ψk (x) ∼ ⎨ ikx a −ikx

⎪ e (1 + m ∫−a e V(x ′ ) ψin ′ ′
k (x ) dx /ikh )
̵2 x > a.

da cui si identificano le due ampiezze τ e ρ in termini impliciti attraver-
so la soluzione. L’equazione integrale (6.18) si può risolvere come ogni

- 141 -
6.3 Applicazioni elementari 6.3

equazione della forma


ψ = ψ0 + K ψ
con il metodo della serie di Neumann: formalmente infatti si può procedere
come segue:
(6.19) (1l − K)ψ = ψ0
(6.20) ψ = (1l + K + K2 + . . .) ψ0 ,
che converge alla soluzione se ∥K∥ < 1. Ciò ci fornisce una formula
approssimata per l’ampiezza di trasmissione:
m a
τ = 1 − i ̵ 2 ∫ V(x) dx
kh −a
m 2 a a
− ( ̵ 2 ) ∫ ∫ V(x)V(y) dx dy exp{ik(y + ∣x − y∣ − x)} + . . .
kh −a −a

La serie cosı̀ ottenuta è nota come serie di Born. Troncata al primo


termine essa costituisce l’approssimazione di Born. Per un calcolo espli-
cito risulta conveniente riformulare la serie direttamente nello spazio dei
momenti; ciò porta ad una formulazione che si estende senza modifiche al
caso tridimensionale. Partendo dall’equazione

(p20 − p2 ) ∣ψ⟩ = 2mV(q) ∣ψ⟩ , p0 = 2mE ≡ hk̵ ,

e proiettando sulla base delle onde piane, otteniamo


⟨p∣ (p20 − p2 ) ∣ψ⟩ = 2m ⟨p∣ V(q) ∣ψ⟩
(p20 − p2 ) ⟨p∣ ψ⟩ = 2m ∫ dp ′ ⟨p∣ V(q) ∣p ′ ⟩ ⟨p ′ ∣ ψ⟩ .

Si ha poi
dx ix(p−p ′ )
V(p − p ′ ) ≡ ⟨p∣ V(q) ∣p ′ ⟩ = ∫ ̵e V(q) ,
2πh
il che ci dà infine
(p20 − p2 ) ψ(p) = 2m ∫ V(p − p ′ )ψ(p ′ ) dp ′ .

Per ottenere l’equazione analoga alla (6.18) si divide per (p20 − p2 ) e si


tiene conto dell’identità x δ(x) ≡ 0, che permette di aggiungere un con-
tributo proporzionale a δ(p − p0 ), che rappresenta la particella incidente.
Si noti che la divisione per (p20 − p2 ) presenta un’ambiguità, in quanto p0
appartiene allo spettro continuo di p. Dalla teoria spettrale si sa che il
risolvente presenta un taglio nel piano complesso in corrispondenza dello
spettro continuo. Se scegliamo la determinazione in cui p0 viene ottenuto

- 142 -
6.3 Spettro continuo

come limite sull’asse reale per parte immaginaria positiva otteniamo la


definizione corretta che corrisponde agli stati ψin dell’equazione (6.18):
√ 2m ′ ′
(6.21) ψink (p) =
̵ δ(p − p0 ) +
2πh in
∫ V(p − p ) ψk (p ) .
(p0 + iε)2 − p2
Il nucleo integrale ((p0 + iε)2 − p2 )−1 corrisponde a (2ip0 )−1 exp(ip0 ∣x −
y∣) nella rappresentazione delle coordinate6 , ed è noto in generale come
propagatore.
problema 6.3-21 []Dimostrare che l’equazione (6.21) è equivalente alla
(6.18) e ricavare l’espressione dell’ampiezza di trasmissione in termini di
ψin
k (p).
soluzione []Integriamo ambo i membri dell’equazione in modo da ottenere
̵ ̵ 2m ′ ′ ′
ψin
k (x) = e
ip0 x/h
+ ∫ dpeipx/h ∫ dp V(p − p ) ψk (p ) .
in
(p0 + iε)2 − p2
L’integrazione in p si esegue agevolmente con il teorema dei residui; per x > 0
il cammino è costituito dall’intervallo reale (−L, L) chiuso con una semicirconfe-
renza di raggio L nel semipiano superiore, mentre per x < 0 si deve chiudere il
cammino nel semipiano inferiore. Il risultato è perciò


⎪ 2π m ip x/h ̵ ′ ′ in ′
in ̵
ip0 x/h ⎪√ h̵ ip0 e 0
⎪ ∫ dp V(p0 − p ) ψk (p ) x>0
ψk (x) = e +⎨ ̵
⎪ 2π m −ip0 x/h ′ ′ in ′
⎪ e ∫ dp V(−p0 − p ) ψk (p ) x < 0
⎩ h̵ ip0

da cui, di passaggio, otteniamo una formula per l’ampiezza di trasmissione

2π m ′ ′ in ′
τ(p0 ) = 1 + ̵ ip0 ∫ dp V(p0 − p ) ψk (p ).
h
Sostituendo poi la definizione di V(p) si riottiene la (6.18).
problema 6.3-22 []Calcolare l’ampiezza di trasmissione nel caso di un
potenziale a corto raggio d’azione (a → 0).
soluzione []Nel limite di raggio d’azione zero l’integrale nell’equazione (6.18)
si può approssimare con il teorema della media:
m
ψ(x) ∼ eikx + ̵ 2 2aV ψ(0) eik∣x∣ .
ikh
Introducendo la quantità σ = 2maV/h ̵ 2 e ponendo x = 0 si ottiene il valore di
ψ(0) e infine
iσ ik∣x∣
(6.22) ψ(x) ∼ eikx − e
k + iσ
da cui si trova
k ka
τ= = .
k + iσ ka + i 2mVa2 /h ̵2

6
Si usa lo stesso termine di propagatore/funzione di Green anche per il nucleo
integrale dell’operatore di evoluzione, vedi il §5.3.

- 143 -
6.3 Applicazioni elementari 6.3

problema 6.3-23 [] Calcolare l’ampiezza di trasmissione τ per un po-


tenziale costituito da due barriere di potenziale poste a distanza L, ognuna
a corto raggio d’azione.
soluzione []L’equazione integrale ci dà in questo caso
ψ(x) = eikx − iσ1 ψ(0) eik∣x∣ − iσ2 ψ(L) eik∣x−L∣ ,
dove le quantità σi sono definite per ciascuna barriera come nel problema prece-
dente. L’equazione, una volta valutata a x = 0 e x = L, si riduce ad un sistema
lineare nelle due incognite ψ(0) e ψ(L). L’ampiezza cercata risulta infine
τ(k) = 1 − iσ1 ψ(0) − iσ2 ψ(L) e−ikL
(6.23) −1
= ((1 + iσ1 )(1 + iσ2 ) + σ1 σ2 e2ikL ) .

problema 6.3-24 []Dimostrare che una doppia barriera simmetrica può


risultare “trasparente” ad una data energia a patto di calibrare accura-
tamente la distanza L. (Si valuti l’ampiezza di riflessione nel problema
precedente con σ1 = σ2 ).
problema 6.3-25 []Risolvere i problemi precedenti direttamente dall’e-
quazione di Schroedinger in forma differenziale, utilizzando il potenziale
singolare V(x) = λδ(x) e tenendo conto che in tal caso la condizione di
raccordo in x = 0 è data da
2mλ
(6.24) ψ ′ (ε) − ψ ′ (−ε) = ̵ 2 ψ(0) ,
h
come si verifica facilmente integrando membro a membro l’equazione. La
costante λ è legata alla σ dei problemi precedenti da λ = h ̵ 2 σ/m.
problema 6.3-26 []Per una barriera di potenziale V(x) sono note le am-
piezze di riflessione e di trasmissione (ρ(k), τ(k)). Discutere l’effetto tun-
nel per una barriera costituita da due barriere V(x) poste a distanza
L.
soluzione []Si tratta della generalizzazione dei problemi precedenti. Dalla
conoscenza della soluzione
⎪eikx + ρe−ikx , x → −∞


ψin
k = ⎨ ikx

⎪τe , x → +∞

si può costruire una base di soluzioni come segue
ψ = αψin in
k + βψk .

(Si verifica che in effetti ψin in


k e ψ k sono linearmente indipendenti per τ ≠ 0,
il che è la condizione generica per potenziali non-singolari). Passando alla base
delle onde piane si può allora costruire la soluzione generale nella forma
+ B e−ikx ,
⎧ ikx
⎪A e

⎪ x → −∞
ψ0 = ⎨ A − Bρ ikx B − Aρ −ikx .


⎪ e + e , x → +∞
⎩ τ τ

- 144 -
6.3 Spettro continuo

Esprimeremo più convenientemente questa relazione introducendo la matrice di


trasferimento W che in questo caso è data da
1/τ −ρ/τ
W=( )
−ρ/τ 1/τ
che ci permette di esprimere la funzione d’onda alla destra della barriera Feikx +
Ge−ikx in termini della funzione alla sinistra semplicemente attraverso la rela-
F ) = W ( A ) . Per la barriera posta in x = L si avrà la stessa relazione in
zione ( G B
termini di onde piane sfasate F eik(x−L) + G e−ik(x−L) . Posta
eikL 0
VL = ( )
0 e−ikL
la soluzione del caso generale di un numero qualunque di barriere di potenziale
dislocate in x = 0, L, 2L, . . . è rappresentabile nella forma7 :
τ(n) 1
(6.25) ( ) = W V L W V L . . . W V L W ( (n) )
0 ρ
Per il caso n = 2 troviamo facilmente
τ2
τ(2) =
1 + τ2 ∣ρ/τ∣2 e2ikL
τ + τ e2ikL
ρ(2) = ρ .
τ + τ∣ρ∣2 e2ikL
Notiamo che calibrando L in modo che exp(2ikL) = −τ/τ si ottiene ρ(2) = 0. La
matrice W è del tipo particolare
ξ η
W=( ) , det W = 1 .
η ξ
Matrici di questa forma costituiscono un gruppo denominato SU(1, 1). An-
che V L appartiene al gruppo, il che conferma che l’equazione (6.25) fornisce
una risposta consistente: la combinazione di più barriere di potenziale si ottie-
ne moltiplicando le rispettive matrici di trasferimento intercalate con le matrici
di sfasamento dipendenti dalla distanza. Un’altra matrice caratteristica per una
barriera di potenziale è quella che esprime i coefficienti delle onde uscenti (F, B)
in termini delle onde entranti (A, G). Si trova in generale
−1 −1
F A W22 W12 W22
(6.26) ( ) = S( ), S = ( −1 −1 )
B G −W21 W22 W22
Si verifica immediatamente che gli elementi di matrice di S sono direttamente le-
gati alle ampiezze di trasmissione e riflessione (S11 = τ(k), S21 = ρ(k)), e inoltre
la matrice S risulta unitaria. Queste proprietà della matrice S si generalizzano
alla teoria dell’urto.

7
Il formalismo è ovviamente generalizzabile a barriere disposte a distanze arbitrarie
e anche differenti tra loro.

- 145 -
6.3 Applicazioni elementari 6.3
 
Track 2 
6.3.3. Proprietà di analiticità. Consideriamo l’esempio della bar-
riera a corto raggio d’azione. Le ampiezze (ρ, τ) presentano una carat-
teristica peculiare: entrambe sono estendibili a funzioni analitiche del
parametro complesso k e presentano una singolarità (un polo semplice)
in corrispondenza al valore k = ik0 = −i 2mVa/h ̵ 2 . Se consideriamo la
soluzione (6.22) per k in prossimità di ik0 troviamo:
ikk0 ik∣x∣
ψ(x) ∼ e−k0 x + e .
k − ik0
Al limite per k → ik0 il primo termine è trascurabile e la funzione diventa
proporzionale a ψ ∼ exp{−k0 ∣x∣}, che risulta quindi una soluzione a qua-
drato sommabile, dunque uno stato legato, se k0 > 0; l’energia è data da
E=h ̵ 2 k2 /2m = −h
̵ 2 k2 /2m, il che si può verificare con un calcolo diretto
0
(la condizione k0 > 0 equivale a V < 0, cioè V(x) deve essere attrattivo).
L’esempio suggerisce perciò che esista una precisa relazione tra gli stati
dello spettro continuo e quelli legati, e porta alla congettura che le sin-
golarità polari degli elementi della “matrice S” nel semipiano superiore
Im {k} > 0 individuino gli stati legati. Per una trattazione generale di
questo argomento si vedano [AR65, New66].
problema 6.3-27 [] Considerare la doppia barriera simmetrica del pro-
blema 6.3-23 a p. 144. Studiare le singolarità nel piano complesso k delle
ampiezze (ρ, τ).
soluzione []Dalla Eq. (6.23), inserendo la definizione di k0 , troviamo
k2
τ=
(k − ik0 )2 + k20 exp{2ikL}
le cui singolarità sono da cercare nelle radici del denominatore (la radice κ = 0
è cancellata dall’azzerarsi del numeratore). Ponendo k = iκ, troviamo le due
equazioni, che abbiamo posto in termini di variabili adimensionali:
κL = k0 L (1 ± e−κL ) .
Si vede facilmente che per k0 L > 1 esistono due radici, mentre per k0 L ≤ 1 solo
l’equazione con il segno positivo ammette una soluzione. Inoltre per k0 L molto
grande le radici sono bene approssimate da
κ ∼ k0 (1 ± e−k0 L ) .
Questa situazione è fisicamente molto intuitiva: grandi valori di L corrispondono
a due buche di potenziale attrattivo separate da una grande distanza. In questo
caso ci aspettiamo che la particella venga legata in una delle due buche con un’e-
nergia di legame uguale a quella che avrebbe in assenza dell’altra buca. Tuttavia
la particella, per effetto tunnel, non può essere confinata stabilmente in una
delle due buche. Uno stato stazionario può essere ottenuto distribuendo con
eguale probabilità la particella nelle due buche; si ottengono in generale due stati
combinando in modo simmetrico e in modo antisimmetrico le due funzioni d’onda

- 146 -
6.3 Spettro continuo

localizzate e il termine exp(−k0 L) che rappresenta la differenza di energia tra i


due livelli quasi degeneri è palesemente legato all’ampiezza di trasmissione della
barriera che separa le due buche, in base alla formula approssimata che troveremo
nel cap. 10.2.
problema 6.3-28 []Calcolare il coefficiente di trasmissione per una bar-
riera di potenziale del tipo “barriera rettangolare”

⎪0
⎪ ∣x∣ > a
V(x) = ⎨

⎪V > 0 ∣x∣ ≤ a
⎩ 0
soluzione []Consideriamo innanzitutto la soluzione per E < V0 : la funzione
ψin
k ha la forma


⎪eikx + ρe−ikx x < −a

⎪ χx
ψin
k (x) = ⎨Ae + Be−χx ∣x∣ < a


⎪ ikx
⎩τe
⎪ x>a
√ √
dove k = 2mE/h ̵ e χ = 2m(V0 − E)/h. ̵ Le condizioni di raccordo in x = ±a ci
danno
⎪e−ika + ρeika = Ae−χa + Beχa

⎪ ⎪Aeχa + Be−χa = τeika


⎨ , ⎨

⎪ ik(e−ika − ρeika ) = χ(Ae−χa − Beχa ) ⎪
⎪χ(Aeχa − Be−χa ) = ikτeika .
⎩ ⎩
Si ricavano A e B dal secondo sistema e si inseriscono nel primo ad ottenere un
sistema lineare nelle due incognite ρ e τ. Con semplice algebra si ottiene
(χ2 + k2 ) S e−2ika
ρ=
2iχk C + (k2 − χ2 ) S
2iχke−2ika
τ=
2iχk C + (k2 − χ2 ) S
dove C = cosh(2ka), S = sinh(2ka) .
Per il coefficiente di trasmissione si trova in particolare
4k2 χ2
T = ∣τ∣2 = .
4k2 χ2 + (k2 + χ2 )2 S2
Si noti che quando E tende al valore V0 si trova semplicemente T = (1+(ka)2 )−1 =
(1 + 2mV0 a2 /h̵ 2 )−1 . Per E > V0 si ottiene il risultato per semplice continuazione
analitica. Il parametro adimensionale η = 2mV0 a2 /h ̵ 2 è quello che determina
la fisica del problema; è evidente che l’effetto tunnel è molto marcato per η ≈ 1
mentre per η ≫ 1 ci si riconduce alla meccanica classica (vedi la Fig. 6-5 a
p. 148).
problema 6.3-29 []Si studi l’ampiezza di trasmissione del problema pre-
cedente per E > V0 e V0 < 0. Si verifichi che le singolarità nel piano
complesso k, corrispondono con gli stati legati trovati all’inizio del §6.1.2.

- 147 -
6.3 Applicazioni elementari 6.3

1 1

0.8 0.8

0.6 0.6

T
0.4 0.4

0.2 0.2

0 0
0 1 2 3 0 2 4 6
ka ka

1 1

0.8 0.8

0.6 0.6
T

T
0.4 0.4

0.2 0.2

0 0
0 5 10 15 0 10 20 30
ka ka

Figura 6-5. Il coefficiente di trasmissione per la barriera


rettangolare nei vari casi 2mV0 a2 /h
̵ 2 = 1, 2, 5, 10.

 
Track
 2 
6.3.4. Densità degli stati. Vogliamo ora determinare gli effetti del-
la barriera di potenziale sulla parte continua dello spettro dell’energia. A
prima vista non ci sono variazioni rispetto al caso libero in cui V = 0: lo
spettro continuo si estende su tutti i valori non negativi dell’energia E.
Per osservare degli effetti sui livelli energetici è necessario poterli risol-
vere, cioè “discretizzarli”. Questo si ottiene considerando il moto della
particella ristretto ad una porzione finita, anche se molto più grande di
tutte le altre scale di lunghezza in questione, della retta reale. Il modo
più semplice consiste nell’imporre la seguente condizione di periodicità
ψ(x + L) = ψ(x)
con l’opportuna ridefinizione della norma
L/2
(6.27) ∥ψ∥2 = ∫ ∣ψ(x)∣2 .
−L/2

Le autofunzioni del momento p = −ihd/dx ̵ sono le onde piane di periodo


L:
−ih ̵ n eikn x , kn = 2π n n ∈ Z .
̵ d eikn x = hk
dx L
Nella nuova norma (6.27) esse hanno norma finita pari a L.
Consideriamo ora un intervallo ∆k grande rispetto alla spaziatura
2π/L dei livelli. Il numero ∆n di livelli in ∆k vale evidentemente ∆kL/(2π).

- 148 -
6.3 Spettro continuo

Nel limite L → ∞ possiamo restringere arbitrariamente ∆k mantenendo


questo numero finito e definire la densità degli stati
dn L
σ(k) = ≃ .
dk 2π
Si intende che la grandezza veramente finita è la densità per unità di
lunghezza, che vale 1/(2π). Nel caso libero la Hamiltoniana vale H =
p2 /2m, per cui possiamo riscrivere la densità degli stati relativamente
all’energia, σ̃(E), come (si noti che ci sono due livelli di momento per ogni
livello di energia)
d∣k∣ √ L
σ̃(E) = 2σ(k) = 2m/E ̵
dE 2πh
In presenza della barriera di potenziale le autofunzioni di H non sono più
autofunzioni di p, ma possiamo ancora assumere la relazione E = h̵ 2 k2 /2m,
dove k ≥ 0 è il numero d’onda che caratterizza una data autofunzione nelle
regioni I e III (vedi l’Eq. (6.17)). Ovviamente consideriamo L molto più
grande di a, il raggio di azione del potenziale. Quindi imponiamo ancora
la periodicità
ψk (x + L) = ψk (x) , x < −a , x + L > a ,
ovvero
F, eikx+ikL + G e−ikx−ikL = A eikx + B e−ikx .
Tenendo conto della definizione della matrice S (Eq. (6.26)) si ottiene
allora la relazione
A F A
( ) = eikL ( ) = eikL S ( ) .
G B G
L’interpretazione fisica è immediata: con le condizioni di periodicità la
particella si muove effettivamente su un cerchio di circonferenza L; in un
giro attorno al cerchio la funzione d’onda raccoglie il fattore di fase eikL
ed in più subisce lo scattering dalla barriera di potenziale; i due effetti
combinati assieme riproducono la stessa funzione d’onda iniziale dato che
un giro intero sul cerchio equivale allo spostamento nullo. Otteniamo cosı̀
una semplice equazione agli autovalori per la coppia A, G, nella quale e−ikL
gioca il ruolo di autovalore. Siano eiξ+ (k) e eiξ− (k) i due autovalori di S (si
ricordi che tale matrice è unitaria). Allora abbiamo due distinte regole di
quantizzazione per k (che per costruzione è non negativo)
kL + ξ± (k) = 2πn± ,
dove gli interi n± sono vincolati solo dalla richiesta k ≥ 0. Ad esempio,
se S12 = S21 , allora gli autovettori hanno G = ±A. Quindi nel limite di
potenziale nullo (ξ± (k) → 0) riotteniamo la quantizzazione libera con n+ =
0, 1, 2 . . . e n− = 1, 2 . . ., mentre le corrispondenti autofunzioni sono cos kx

- 149 -
6.3 Applicazioni elementari 6.3

e sin kx. Si tratta semplicemente di una base diversa rispetto alle onde
e±ikx ; il fatto che tale base (o un’altra ancora se S12 ≠ S21 ) sia selezionata
nel limite di interazione nulla è un esempio caratteristico della teoria delle
perturbazioni di stati degeneri (e±ikx in questo caso; vedi §10.1.3).
problema 6.3-30 [] Si risolva l’Eq. (6.3.4) nel caso del potenziale sin-
golare V(x) = λδ(x). Si osservino gli spostamenti dei livelli rispetto λ = 0,
nei due casi λ > 0 e λ < 0.
Nel limite l → ∞ l’Eq. (6.3.4) ci fornisce la densità degli stati nei due
canali ± che diagonalizzano lo scattering
dn± L
σ± (k) = = + ∆σ± (k)
(6.28) dk 2π
1 d
∆σ± (k) = ξ± (k) .
2π dk
L’effetto del potenziale è evidentemente di ordine 1/L rispetto alla densità
nel caso libero ed è quindi trascurabile esattamente a L = ∞, come previ-
sto. D’altra parte ∆σ± (k) contiene tutte le informazioni sullo scattering.
In particolare la variazione della densità degli stati serve a mantenere in-
variato il numero totale degli stati (anche se infinito). Per dimostrarlo,
determiniamo innanzitutto una relazione tra tale somma e l’operatore ri-
solvente (H − E)−1 a L = ∞, cioè sull’intera retta reale. Per costruzione
l’Hamitoniana H possiede la semiretta E > 0 come spettro continuo, per
cui (H − E)−1 ha tale semiretta come taglio sul piano complesso E. La
discontinuità attraverso il taglio vale allora
1 1
− = 2πiδ(H − E) ,
H − E − iϵ H − E + iϵ
grazie alle note formule di Plemely
1 1
= P ( ) ∓ iδ(x) .
x ± iϵ x
La traccia di δ(H − E) sull’intero spazio di Hilbert rappresenta eviden-
temente la definizione naturale di densità degli stati relativamente al-
l’energia. Si tratta di una definizione puramente formale però, dato
che la densità degli stati relativa sia al numero d’onda k che all’ener-
̵ 2 k2 /(2m) diverge come L (vedi Eq. (6.28)). Ciò che esiste finita
gia E = h
anche al limite l → ∞ è la variazione
dk
(6.29) ∆σ(E) = [∆σ+ (k) + ∆σ− (k)] .
dE
Deve quindi valere la relazione, per E reale e positivo,
1
∆σ(E) = Tr [∆G(E + iϵ) − ∆G(E − iϵ)] ,
2πi

- 150 -
6.3 Spettro continuo

dove ∆G(E) è la variazione dell’operatore risolvente rispetto alla particella


libera (H0 = p2 /(2m))
1 1
∆G(E) = − .
H − E H0 − E
Per calcolare la traccia potremmo per esempio fare uso del propagatore
G(x, y∣E) = ⟨x∣ (H − E)−1 ∣y⟩ che soddisfa l’equazione inomegenea
h̵ 2 d2
[− + V(x) − E] G(x, y∣E) = δ(x − y) .
2m dx2
Quindi abbiamo
+∞
Tr ∆G(E) = ∫ dx [G(x, x∣E) − G0 (x, x∣E)] .
−∞
Si noti che la discontinuità in E degli elementi di matrice diagonali del
propagatore G(x, x∣E) fornisce 2πi volte la densità degli stati per unità
di lunghezza, che è una quantità finita nel limite L → ∞. Si noti anche
che tutte queste considerazioni si estendono senza reali modifiche dal caso
della particella in una dimensione a contesti molto più generali.
Consideriamo ora l’integrale di ∆σ(E) da 0 a ∞. Esso coincide eviden-
temente con l’integrale di ∆G(E) attorno al taglio in E > 0; ma dato che
∆G(E) è una funzione analitica di E che tende abbastanza rapidamente
a zero per ∣E∣ → ∞, possiamo deformare il cammino di integrazione fino
a ridurlo ad un contorno chiuso, percorso in senso orario, che racchiude
tutti gli eventuali poli di (H − E)−1 sulla semiretta reale negativa. Tali
poli corrispondono proprio agli stati legati di H ed il teorema dei residui
ci fornisce immediatamente il risultato

(6.30) ∫ dE ∆σ(E) = −ν ,
0
dove ν è appunto il numero complessivo di stati legati (includendo le
eventuali degenerazioni, che, come sappiamo, non sono possibili in una
dimensione, ma potrebbero esserci in più dimensioni). La relazione (6.30)
afferma la conservazione del numero complessivo degli stati, anche se in-
finito, nel passaggio dalla propagazione libera a quella nel potenziale V
capace di formare ν stati legati.
Ricordando la relazione (6.28) tra densità degli stati e gli sfasamenti
di scattering ξ± (k), otteniamo l’affermazione del teorema di Levinson
ν = ν+ + ν− , ν± = ξ± (k = 0) − ξ± (k = ∞) .
Nel caso di potenziali pari, V(x) = V(−x), i due canali di scattering ±
corispondono alle autofunzioni pari e dispari, ψ(x) = ±ψ(±x). Allora ν+
e ν− sono anch’essi interi e rappresentano il numero di stati legati pari e
dispari, rispettivamente. L’estesione del teorema di Levinson ai problemi

- 151 -
6.4 Applicazioni elementari 6.4

di scattering con simmetria centrale in tre dimensioni non presenta diffi-


coltà; in tal caso i canali di scattering corrispondono alla decomposizione
in onde sferiche parziali (vedi §12.2). Per una dimostrazione esplicita,
che utilizza le proprietà analitiche degli sfasamenti e l’integrazione per
contorni in campo complesso, si veda ad esempio [GP90].
problema 6.3-31 []Si determini la forma esplicita della variazione ∆G
del propagatore nel caso del potenziale singolare V(x) = λδ(x), verificando
sia la relazione (6.29) con la densità degli stati calcolata a partire dallo
sfasamento di scattering (vedi Probl. 6.3-30 a p. 150) che il teorema di
Levinson.

6.4. Potenziali periodici


 
Track 1 
Una delle applicazioni più importanti della meccanica ondulatoria riguar-
da la fisica dei solidi; è proprio nello studio delle proprietà magnetiche,
vibrazionali e di conduzione che la nuova meccanica permette di descri-
vere tutta una serie di fenomeni che non trovano nella meccanica classica
neppure un linguaggio adeguato. Il problema più semplice da cui si può
iniziare lo studio delle proprietà elettroniche nei solidi cristallini è quello
schematizzzato in termini di una particella che sia soggetta a un potenziale
periodico. Si tratta di una idealizzazione matematica, se non altro perché
ogni campione cristallino ha lunghezza finita, tuttavia è un modello più
facilmente affrontabile analiticamente che non, poniamo, un potenziale
che presenti un numero finito di buche di potenziale regolarmente distan-
ziate. Supponiamo dunque che il potenziale V(x) soddisfi la condizione
V(x + L) = V(x). Ne segue che, dette u(x), v(x) due soluzioni linearmente
indipendenti dell’equazione di Schroedinger, con u(0) = 1, u ′ (0) = 0 e
v(0) = 0, v ′ (0) = 1 , si dovrà avere

⎪u(x + L) = au(x) + bv(x)



⎪v(x + L) = cu(x) + dv(x)

a b
e la matrice Ω = ( ) ha determinante uguale a uno per il teore-
c d
ma di Wronski. Si noterà a questo punto che la natura del problema
matematico è esattamente la stessa di quella considerata nel §3.2.2. Sulla
scorta dei risultati ottenuti allora possiamo concludere che se il parametro
∆ = u(L) + v ′ (L) è in modulo inferiore a 2, il caso di stabilità nel proble-
ma meccanico, le soluzioni saranno quasi-periodiche: potremo individuare
cioè due soluzioni ϕ± tali che

ϕ± (x + L) = e±ikL ϕ± (x)

- 152 -
6.4 Potenziali periodici

con k reale; la condizione ∣∆∣ < 2 equivale infatti a richiedere che la matrice
Ω abbia autovalori complessi di modulo unitario. Se al contrario ∣∆∣ > 2,
le soluzioni sono esponenzialmente crescenti (il caso della risonanza para-
metrica) e quindi non corrispondono a stati quantistici. Ora, la matrice
Ω e quindi il parametro ∆ contengono E e pertanto la disuguaglianza in-
dividua intervalli di energia permessi e intervalli proibiti. Si dice che lo
spettro presenta bande di energia. Il risultato che abbiamo ottenuto
è noto ai matematici come “teorema di Floquet” (si veda [Hoc71] per
gli aspetti elementari e [MW66] per la teoria generale) e ai fisici come
teorema di Bloch. È possibile rendersi conto intuitivamente della for-
mazione delle bande d’energia rifacendoci a un problema già considerato
in precedenza (vedi Probl. 6.3-27 a p. 146). Se abbiamo due buche di po-
tenziale separate da una distanza L lo stato fondamentale tende a essere
degenere per L molto grande; si forma un doppietto di livelli energetici
separati da un gap di cui è responsabile l’effetto tunnel. Ora se le buche
di potenziale sono N a distanza L, 2L, 3L, . . . gli stati si dispongono in
multipletti di N livelli che sarebbero degeneri a L → ∞. Per N → ∞ questi
multipletti tendono ad addensarsi e formano bande continue di energia.
Osservazione []Il gruppo di simmetria di un potenziale periodico è dato
dal gruppo discreto infinito T = {T n ∣n ∈ Z} formato dalle traslazioni di
multipli di L. Il gruppo è abeliano e quindi le sue rappresentazioni unitarie
irriducibili sono monodimensionali, ossia T → exp{iϕ}. Deve pertanto
essere possibile costruire una base di autovettori (generalizzati) dell’ener-
gia tali che per ogni autovettore si abbia

T ∣ψ⟩ = eiϕ ∣ψ⟩ .

Detto allora k = ϕ/L, la funzione ψ(x) exp{−ikx} risulta essere periodica,


il che costituisce l’usuale formulazione del teorema di Bloch: le autofun-
zioni generalizzate dell’equazione di Schroedinger in campo periodico sono
date da

ψk (x) = exp{ikx}uk (x) ,

dove uk (x + L) = uk (x).
problema 6.4-32 []Determinare le bande di energia per un potenziale
periodico della forma


V(x) = λ ∑ δ (x − (n + 12 )L) .
n=−∞

- 153 -
6.4 Applicazioni elementari 6.4

soluzione []Si tratta di valutare la matrice Ω risolvendo l’equazione di Sch-


roedinger nell’intervallo fondamentale (0, L). Le soluzioni u, v sono date da

⎪cos(kx)
⎪ per 0 < x < L/2
u(x) = ⎨

⎪A cos(kx) + B sin(kx)/k per L/2 < x < L


⎪sin(kx)/k
⎪ per 0 < x < L/2
v(x) = ⎨

⎪C cos(kx) + D sin(kx)/k per L/2 < x < L


dove k = 2mE/h. ̵ Le costanti A, B, C, D si determinano imponendo le condizioni
di raccordo in x = L/2 (ricordare l’Eq. (6.24)), e infine si calcola ∆ = u(L)+v ′ (L) =
2 cos(kL) + 2mλ/kh ̵ 2 sin(kL). Le bande di energia sono allora individuate dagli
intervalli in cui

∣ cos(kL) + ̵ 2 sin(kL)∣ < 1 .
kh
Un calcolo più rapido si può impostare nel modo seguente: l’obiettivo è quello
di determinare soluzioni quasi periodiche, tali cioè che ψ(x + L) = ωψ(L) con
∣ω∣ = 1. Conviene effettuare una traslazione di L/2 in modo che le barriere siano
nei punti nL; si può allora porre

⎪A cos kx + B sin kx
⎪ per 0 < x < L
ψ(x) = ⎨

⎪ ω (A cos k(x − L) + B sin k(x − L)) per L < x < 2L

su cui imponiamo le condizioni di raccordo in x = L; con calcoli immediati si
trova
2mλ
kω2 − (2k cos KL + ̵ 2 sin KL) ω + k = 0
h
che porta alla medesima conclusione.
problema 6.4-33 [] Determinare le bande di energia per un potenziale
periodico della forma

⎪−V0 per 0 < x < a

V(x) = ⎨ = V(x + L) .

⎪0 per a < x < L

soluzione []Le bande di energia per E < 0 sono date dalla disequazione ∣∆∣ <
2 , con
1
2
∆= cos ka cosh κ(L − a) + 21 (κ/k − k/κ) sin ka sinh κ(L − a) ,
√ √
̵ = −2mE, hk
dove hκ ̵ = 2m(E + V0 ). La soluzione è mostrata graficamente in
Fig. 6-6. Per le applicazioni, si veda [FR95], cap. 3.5.

- 154 -
6.5 Campo di forze centrali

1.5

0.5

6/2 0

-0.5

-1

-1.5

-2
0 5 10 15 20
E

Figura 6-6. Le bande di energia per il modello più sem-


plice di potenziale periodico.

6.5. Campo di forze centrali


 
6.5.1. Separazione delle variabili in coordinate polari. L’e- Track 1 
quazione di Schroedinger nel caso di campo di forze centrali si risolve
agevolmente in coordinate polari, in modo analogo alle altre equazioni
alle derivate parziali della fisica matematica. Sia V(r) l’energia potenzia-
le. Allora l’equazione si scrive (ricordando l’espressione dell’operatore di
Laplace (4.7))

1 ∂2 1 1 ∂ ∂ 1 ∂2 2m
(r Ψ) + ( sin ϑ + ) Ψ + ̵ 2 (E − V(r)) Ψ = 0 .
r ∂r2 r2 sin ϑ ∂ϑ ∂ϑ sin2 ϑ ∂φ2 h

Le autofunzioni si ottengono separando le variabili, cioè ponendo Ψ(r, ϑ, φ)


= R(r)Y(ϑ, φ); l’equazione per la parte angolare è identica alla prima del-
le equazioni (4.8), e quindi la soluzione è data dalle armoniche sferiche
Ylm (ϑ, φ) introdotte nel §4.1.3. Ricordiamo che, opportunamente norma-
lizzate, le Ylm formano un insieme ortonormale completo per le funzioni
definite sulla superficie della sfera (si veda l’Eq. (4.9)). L’equazione radiale
assume la forma
1 l(l + 1) 2m
(rR(r)) ′′ − 2
R(r) + ̵ 2 (V(r) − E) R(r) = 0 .
r r h

- 155 -
6.5 Applicazioni elementari 6.5

Il problema si riconduce pertanto a quello di una particella in un solo


grado di libertà soggetta ad un potenziale efficace
̵ 2 l(l + 1)
h
Veff (r, l) = V(r) + ,
2mr2
e con funzione d’onda u(r) = rR(r). Si noti l’analogia con il caso classico
del §3.4; il significato della correzione centrifuga al potenziale radiale ri-
mane identico in meccanica quantistica: il termine h ̵ 2 l(l+1) che prende il
2
posto di ℓ coincide con l’autovalore del (quadrato del) momento angolare.
La soluzione dell’equazione radiale

h̵ 2 d2 u(r)
+ (E − Veff (r, l)) u(r) = 0
2m dr2
si affronta con le stesse tecniche introdotte nei capitoli precedenti. In
particolare se V(r) risulta costante a tratti la soluzione sarà ottenibile in
ogni regione di potenziale costante in termini di funzioni di Bessel sferi-
che. Il problema matematico non differisce da quello incontrato al cap. 4;
tuttavia è da tenere presente che si deve considerare la soluzione generale
R(r) = Al jl (kr) + Bl nl (kr) tranne che nell’intervallo che ha estremo in
r = 0 dove nl è singolare (jl (x) ∼ xl , nl (x) ∼ x−l−1 ). Si noti che anche
nel caso l = 0, in cui non c’è il termine centrifugo, siamo nondimeno te-
nuti a porre la condizione al contorno u(0) = 0 che è indispensabile per
mantenere il carattere autoaggiunto8 dell’operatore (d/dr)2 ristretto alla
semiretta r > 0.
problema 6.5-34 [] Discutere il problema agli autovalori per una par-
ticella nel campo di potenziale centrale V(r) = −V0 < 0 per r < R e V ≡ 0
altrove.
soluzione []La soluzione è qualitativamente differente nei due casi E < 0 e
E > 0. √
a) E < 0: per r < R si hanno le soluzioni già note jl (kr), k = 2m(E + V0 )/h,̵
mentre per r > R la soluzione è esprimibile in termini di funzioni di Bessel con
argomento immaginario: la soluzione si trova con il metodo di Laplace ed è la
seguente (§B.6.2)

∂l ezkr √
ψ(r) ∝ (kr)−l l
( l+1
)∣ ̵.
, κ = −2mE/h
∂z (z − 1) z=−1

8
L’operatore −ir−1 (∂/∂r) r che rappresenta il momento radiale non è definibile come
operatore autoaggiunto; ciò è dimostrabile con il metodo degli indici di difetto [Nai68],
ma è più direttamente conseguenza del fatto che non esiste una traslazione unitaria
r → r + a. Al contrario il momento radiale al quadrato è un operatore autoggiunto, se
si impone la condizione di annullamento in r = 0.

- 156 -
6.5 Campo di forze centrali

Ad es. per l = 0 e l = 1 si ha semplicemente



⎪sin(kr)/kr , r < R

ψl=0 = ⎨

⎪ exp(−κr) , r > R.


⎪ sin kr − kr cos kr

⎪ , r<R
ψl=1 = ⎨ (kr)2 .

⎪ −1

⎩(1 + (κr) ) exp(−κr) , r > R
La condizione di raccordo in r = R fornisce l’equazione che determina gli autova-
lori:
kR cot kR − 1 = −κR, (per l = 0),
2
κ R 2 k R cos(k R) − 2 sin(k R) + k2 R2 sin(k R)
− = (per l = 1) .
1 + κR − (k R2 cos(k R)) + R sin(k R)
Si noti che il caso l = 0 è equivalente al caso monodimensionale trattato nel
§6.1.2, ristretto alle autofunzioni antisimmetriche: ciò implica che esiste un va-
lore di soglia per V0 al di sotto del quale il potenziale non ammette stati legati.
Dimostrare che per l > 0 il valore di soglia è ancora maggiore.
b) E > 0: questa è la componente dello spettro continuo. Le soluzioni sono date
da

⎪jl (kr),
⎪ r<R
ψl (r) = ⎨

⎪ A j (κr) + B n (κr), r >R
√ ⎩ l l l l

dove ora κ = 2mE/h. ̵ Le soluzioni che si ottengono imponendo il raccordo in


r = R rappresentano l’effetto del potenziale sul moto di una particella che può
allontanarsi indefinitivamente dal centro. Si tratta propriamente di un processo
d’urto, che studieremo nel cap. 12. Si noti che per 0 < E < h ̵ 2 l(l + 1)/2mR2
il potenziale efficace agisce come una barriera di potenziale che divide la zona
vicino all’origine da quella in cui la particella è essenzialmente libera. In questa
situazione se la particella è inizialmente nella regione interna può filtrare all’e-
sterno attraverso l’effetto tunnel e questo richiede un certo tempo. Si parla di
stati metastabili (o risonanze) per quei valori di energia in corrispondenza ai
quali questo tempo di fuga risulta massimo. Vedi la Fig. 6-7 dove si può osserva-
re che in corrispondenza a un’energia positiva la funzione d’onda è concentrata
in una regione vicino all’origine, ma non si tratta oviamente di uno stato legato,
in quanto lo stato non è normalizzabile.

- 157 -
6.6 Applicazioni elementari 6.6

10
5
0
ï5 E=0.2

0 2 4 6 8 10 12 14 16 18 20
r

15
10
5
0
ï5 E=0.2325
0 2 4 6 8 10 12 14 16 18 20
r

10
5
0
ï5 E=0.265

0 2 4 6 8 10 12 14 16 18 20
r

Figura 6-7. Densità radiali per la “buca sferica” del Pro-


̵ = 1, l = 3, V0 = 10, R =
bl. 6.5-34. Dati del problema: m = h
2.
 
Track 1 

6.6. L’atomo di idrogeno


L’equazione di Schroedinger per un sistema costituito da due particelle
(protone ed elettrone) si ricava a partire dalla Hamiltoniana classica che
descrive il problema dei due corpi
p2n p2 e2
(6.31) H= + e − ,
2mn 2me ∣xn − xe ∣
dove i suffissi n, e si riferiscono a nucleo ed elettrone. Si tratta di una
prima schematizzazione della fisica degli atomi idrogenoidi; anche per lo
stesso atomo di idrogeno vi sono altre interazioni più deboli di quella elet-
trostatica che si potranno in seguito considerare come piccole correzioni.
La funzione d’onda Ψ sarà funzione delle sei variabili xn , xe , e quindi
l’equazione differenziale che ne deriva sostituendo
̵ n , pe → −ih∇
pn → −ih∇ ̵ e
risulterebbe di ardua soluzione, se non fosse che, come in meccanica clas-
sica, si può sfruttare tutta la simmetria del problema per ridursi, come

- 158 -
6.6 L’atomo di idrogeno

per qualunque campo centrale, ad un problema in un solo grado di libertà.


Si tratta innanzitutto di separare il moto del centro di gravità, passando
agli operatori canonici (come nel §3.4)

P = pn + pe
me xe + mn xn
X=
me + m n
mn p e − m e p n
π=
mn + m e
r = xe − xn .

In termini di questi l’Hamiltoniano diviene semplicemente

P2 π2 e2
H= + −
2M 2µ r

dove M = me + mn è la massa totale, µ−1 = m−1 −1


e + mn la massa ridotta,
e r ≡ ∣r∣ è la distanza tra le due particelle. L’equazione di Schroedinger
risulta ora separabile, ossia possiamo porre

Ψ(X, r) = Ξ(X)ψ(r) ,

il che porta a due equazioni disaccoppiate. Possiamo però procedere più


speditamente riconoscendo il fatto che i gradi di libertà del centro di massa
rappresentano una particella libera che sarà descrivibile con onde piane e a
cui corrisponde un contributo positivo all’energia pari alla energia cinetica
P2 /2M. Gli altri gradi di libertà che rappresentano il moto relativo di
elettrone e nucleo costituiscono la dinamica interessante. Scegliamo perciò
di metterci nel sistema di riferimento in cui il centro di massa è in quiete:
l’equazione da risolvere è quella di Schroedinger in campo centrale

̵2
h e2
− △ ψ(r) − ψ(r) = Eψ(r)
2µ r

che si riduce, dopo avere separato la parte angolare ponendo

ψ = Ylm (θ, ϕ)u(r)/r

ad un’equazione ordinaria

̵ 2 d2 u
h e2 h̵ 2 l(l + 1)
− + (− + ) u = Eu .
2µ dr2 r 2µr2

- 159 -
6.6 Applicazioni elementari 6.6

Cercheremo le soluzioni corrispondenti a stati legati (E < 0). Introduciamo


innanzitutto variabili adimensionali attraverso le sostituzioni 9
̵2
h µe2
r = aξ , a = 2 , n = ̵ √
µe h −2µE
che ci offre l’equazione formalmente più semplice
u ′′ (ξ) + (−1/n2 + 2/ξ − l(l + 1)/ξ2 ) u(ξ) = 0 ,
L’ulteriore trasformazione ξ Ð→ n ξ semplifica ulteriormente l’equazione
alla sua forma più adatta per procedere alla soluzione:
(6.32) u ′′ (ξ) + (−1 + 2 n/ξ − l(l + 1)/ξ2 ) u(ξ) = 0 ,
(registriamo che ora la definizione di ξ è data da r = n a ξ). Osserviamo
che a è correttamente delle dimensioni di una lunghezza e rappresenta
la scala di dimensioni atomiche. Viene denominato raggio di Bohr e
vale numericamente circa mezzo Å (vedi a p. 519 per il valore preciso).
Il parametro n, che nella quantizzazione alla Bohr assume valori interi,
al momento è a priori un numero reale positivo arbitrario. La soluzione
generale dell’equazione è ottenuta facilmente in termini della funzione
ipergeometrica confluente, come mostreremo più avanti. Un metodo
diretto basato sul metodo di Laplace funziona senza difficoltà nel caso
l = 0:
ξu ′′ (ξ) + (2n − ξ)u(ξ) = 0
d
u(ξ) = ∫ exp(zξ)F(z) dz Ô⇒ − ((z2 − 1) F) + nF = 0
dz
C

che ha come soluzione


F(z) = (1 − z)n−1 (1 + z)−n−1
da cui, tenendo conto che n è positivo e che accettiamo solo soluzioni che
tendono a zero abbastanza rapidamente per ξ → ∞, otteniamo la soluzione
nella forma
(1 − z)n−1
u(ξ) = ∫ ezξ dz
(1 + z)n+1
C
e il cammino è da scegliere come indicato in Fig. 6-8 (un laccetto che
avvolge il taglio [−∞ . . . − 1]). La soluzione tende a zero per ξ → ∞
almeno come e−ξ . Rimane però da soddisfare la condizione al contorno di
9
Le sostituzioni possono apparire misteriose, ma sono suggerite dalle formule di
Bohr della vecchia teoria dei quanti, e quindi sono automaticamente corrette dal punto
di vista dimensionale.

- 160 -
6.6 L’atomo di idrogeno

-1

Figura 6-8. Il cammino di integrazione per il calcolo di u(ξ).

annullamento in ξ = 0, comune a tutte le equazioni separate in coordinate


polari. Questo ci offre la condizione
(1 − z)n−1
∫ dz = 0 .
(1 + z)n+1
C

L’integrale è calcolabile in modo elementare attraverso la trasformazione


conforme
1−z
w=
1+z
che mappa il cammino C in un laccetto attorno all’origine:
(1 − z)n−1 sin nπ
∫ n+1
dz ∝ ∫ wn−1 dw ∝ .
(1 + z) n
C C

Se ne conclude che le uniche soluzioni che soddisfano la condizione di


annullamento corrispondono a n = 1, 2, 3, . . . ∈ N, come previsto dalla
vecchia teoria dei quanti. Lo spettro discreto per l = 0 coincide con quello
di Bohr, dunque. Le corrispondenti autofunzioni sono date da una formula
esplicita, in quanto per n intero l’integrale si riduce attraverso la formula
integrale di Cauchy a una derivata di ordine n:
(1 − z)n−1 ∂ n zξ
u(ξ) = ∮ ezξ = ( ) [e (1 − z)n−1 ] ∣z=−1 .
(1 + z)n+1 ∂z

È chiaro che la u(ξ) sarà della forma

un (ξ) = Ln (ξ)e−ξ
dove Ln è un polinomio di grado n. Tornando ora al caso generale (l ≥ 0),
questo può essere ricondotto ad una forma solubile attraverso il meto-
do di Laplace attraverso la sostituzione suggerita dallo schema generale
dell’App. B.6.1.
u(ξ) = ξl+1 e−ξ f(ζ), ζ = 2ξ .
Ne risulta l’equazione
ζf ′′ + (2(l + 1) − ζ)f ′ + (n − l − 1)f = 0 .

- 161 -
6.6 Applicazioni elementari 6.6

Si conclude che la soluzione generale dell’equazione radiale per il campo


Coulombiano è data da
u(ξ) = ξl+1 e−ξ (c1 1 F1 (l + 1 − n, 2(l + 1); 2ξ)
+ c2 ξ−1−2l 1 F1 (−n − l, −2l; 2ξ)) .
Dovremo subito porre c2 = 0, per la condizione di annullamento in r = 0,
mentre la forma asintotica della 1 F1 (si veda l’Eq. (B.3)) ci impone di
cancellare il coefficiente del contributo principale che darebbe una crescita
esponenziale alla funzione d’onda. Si trova allora
Γ (2(l + 1))
=0.
Γ (l + 1 − n)
Ricordando che 1/Γ (z) è una funzione intera con zeri semplici nei punti
z = 0, −1, −2, . . . ∈ −N, se ne conclude che
n = l + 1, l + 2, l + 3, . . . .
Troviamo perciò che lo spettro degli stati legati dell’atomo d’idrogeno è
dato dalla formula di Balmer
µe4
En = − ̵ 2 2
2h n
che coincide fortuitamente con la formula che si ottiene applicando la
regola di Bohr nella sua formula più elementare10 . Si noti che per ogni
valore di n (detto il numero quantico principale) esistono n2 stati
linearmente indipendenti con la medesima energia; infatti nella formula
di Balmer non entra il numero quantico l che può assumere tutti i valori
l = 0, 1, . . . , n − 1 e per ogni valore di l esistono 2l + 1 stati corrispondenti
al numero quantico m che individua la funzione Ylm (θ, ϕ); la somma dei
primi n − 1 numeri dispari dà appunto n2 . Questa grossa degenerazione
dello spettro dell’atomo di idrogeno è tipica del potenziale Coulombiano
e viene rimossa da contributi aggiuntivi al potenziale, come vedremo11 .
Quanto alle autofunzioni, dato che l’ipergeometrica confluente si riduce a
un polinomio se il primo parametro è intero non positivo, la loro forma
è particolarmente semplice. Applicando il metodo di Laplace si trova
facilmente
d n−l−1 ζz
f(ζ) = ( ) (e (1 − z)l+n ) ∣z=0 .
dz
10
Un’altra coincidenza che, come quella della formula di Rutherford, ha facilitato
il compito dei fisici.
11
Pauli e Fock hanno mostrato che questa degenerazione non è affatto accidentale,
ma è legata ad una particolare simmetria dell’Hamiltoniano, descritta dal gruppo delle
rotazioni in quattro dimensioni (vedi [Foc35, BI66, OP72, Ono75]); come nel corri-
spondente problema di meccanica classica questa simmetria è associata all’esistenza di
costanti del moto tipiche del potenziale di Coulomb – vedi l’(3.19)

- 162 -
6.6 L’atomo di idrogeno

u10 = 2 r e−r
√1
u20 = 2
r e−r/2 (1 − 12 r) u21 = 1

2 6
r2 e−r/2

u30 = 2

3 3
r e−r/3 (1 − 23 r + 2 2
27
r ) u31 = 8√
27 6
r2 e−r/3 (1 − 1
6
r)

u40 = 41 r e−r/4 (1 − 34 r + 18 r2 − 1 3 5/3 2 −r/4 1 1 2
192
r ) u41 = 16
r e (1 − 4
r + 80 r )

Tabella 6-1. La parte radiale delle autofunzioni dei li-


velli più bassi dell’atomo di idrogeno unl .

numero quantico l 0 1 2 3 4 5 . . .
serie spettroscopica s p d f g h . . .

Tabella 6-2. Denominazione dei livelli idrogenoidi.

Questi polinomi sono identificabili con polinomi di Laguerre, e preci-


samente
unl (ξ) = Nnl ξl+1 e−ξ L2l+1
n+l (2ξ)
¿
Á (n − l − 1)!
Nnl = ÁÀ
an2 [(n + l)!]3
(vedi [Hoc71, CS64]12 ). La Tab. 6-1 riporta le autofunzioni per gli
stati legati per piccoli valori di n. La Tab. 6-2 riporta la tradizionale
convenzione degli spettroscopi che associano gli stati di momento angolare
l a una lettera secondo la successione13 s, p, d, f, .... Ad esempio lo stato
1 S corrisponde n = 1, l = 0, 2 P a n = 2, l = 1, etc.
Le autofunzioni unl (r) sono convenientemente rappresentate in Ma-
thematica14 da
CoulombU[x_,n_,l_]:=Sqrt[Gamma[n-l]/(n^2*Gamma[n+l+1])]*
Exp[-x/n]*(2 x/n)^(l+1)*LaguerreL[n-l-1,2*l+1,2*x/n].

12
Si presti attenzione al fatto che esistono convenzioni differenti sulla definizione
n (x) = ( n )1 F1 (−n, α + 1, x),
n+α
di Lα
n. Quella del Gradshteyn [GR65] corrisponde a Lα
mentre la convenzione adottata in molti libri di testo, incluso il presente, corrisponde
n (x) = n!(α)1 F1 (−n + α, α + 1, x).
n
a Lα
13
Per chi avesse curiosità riguardo all’origine dei simboli s, p, . . . ricordiamo che que-
sti provengono dalla denominazione sharp, principal, diffuse, fundamental,... assegnata
alle serie di righe spettrali.
14
©Wolfram Research [Wol92].

- 163 -
6.6 Applicazioni elementari 6.6

0.6

0.5 u10

0.4

0.3

0.2 u20

u30
0.1

0
0 5 10 15 20 25 30
r

Figura 6-9. Le densità radiali u2nl per le prime autofun-


zioni dell’atomo di idrogeno (onda s).

problema 6.6-35 [] Calcolare i valori di aspettazione ⟨unl ∣ r−n ∣unl ⟩.


soluzione []Il calcolo diretto coinvolge integrali non del tutto elementari (si
vedano [CS64, BS57]). Si può procedere invece per via ricorsiva. Dalla relazione
(5.45), indicando Ik ≡ ⟨rk ⟩ , si ottiene per V = −e2 /r + h
̵ 2 l(l + 1)/2mr2

̵2
h
−k En Ik−1 + e2 ( 12 − k) Ik−2 = (k − 1)[k(k − 2)/4 − l(l + 1)]Ik−3 .

Conviene introdurre unità atomiche, per cui nel seguito nella espressione per
⟨r−k ⟩ è sottinteso un fattore a−k , dove a è il raggio di Bohr. La relazione di
ricorrenza è quindi semplicemente
k−1
k [l(l + 1) − (k2 − 1)/4] I−k−2 = (2k − 1) I−k−1 − I−k .
n2
Per innescare la relazione di ricorrenza si tiene conto del teorema del viriale
secondo cui ⟨r−1 ⟩ = 2E = n−2 . Facciamo poi ricorso al teorema di Feynman-
Helmann (vedi §10.1.2), applicato al problema radiale: tenendo fisso il numero

- 164 -
6.6 L’atomo di idrogeno

0.2

0.18 u21

0.16

0.14

0.12
u31
0.1

0.08
u41
0.06

0.04

0.02

0
0 5 10 15 20 25 30 35 40 45 50
r

Figura 6-10. Le densità radiali u2nl per le prime autofun-


zioni dell’atomo di idrogeno (onda p).

quantico radiale nr , l’autovalore è dato da E = −1/2 (nr + l + 1)−2 e perciò


∂E 1 ∂H 2l + 1 −2
= =⟨ ⟩= ⟨r ⟩ .
∂l (nr + l + 1)3 ∂l 2
Si ha dunque
1
⟨r−2 ⟩ = .
(l + 21 ) n3
Dalla relazione di ricorrenza si ha poi, partendo da k = 0,
I−2 1
I−3 = =
l(l + 1) n3 l(l + 12 )(l + 1)
3n2 − l(l + 1)
I−4 = .
2n5 (l − 21 )l(l + 12 )(l + 1)(l + 23 )
Si noti che ⟨r−k ⟩ è definito solo se k < 2l + 3 .
problema 6.6-36 []Determinare i valori di aspettazione ⟨rk ⟩ per k > 0
applicando il metodo del problema precedente.

- 165 -
0.12

u32
0.1

0.08

u42

0.06

0.04
u52

0.02

0
0 10 20 30 40 50 60
r

Figura 6-11. Le densità radiali u2nl per le prime autofun-


zioni dell’atomo di idrogeno (onda d).
CAPITOLO 7

Lo sviluppo formale della meccanica quantistica


 
I fenomeni fisici e la relativa descrizione matematica presentati nei Track
 2 
capitoli precedenti impongono una revisione radicale di buona parte dei
principi fondamentali della fisica. In questo capitolo ci occuperemo pro-
prio di questo, cercando di presentare la struttura formale della meccanica
quantistica come risultato di un approccio di tipo operativo sostenuto da
alcuni postulati teorici fondamentali. Si tratta cioè di un approccio as-
siomatico minimale, dove il riferimento a preconcetti teorici è ridotto al
minimo e, laddove inevitabile, è esplicitamente dichiarato sotto forma,
appunto, di postulati di base. Il risultato è un impianto teorico molto ge-
nerale della meccanica quantistica, per nulla vincolato a priori al mondo
dei fenomeni microscopici. In effetti per tutto il capitolo faremo riferimen-
to ad un generico sistema fisico S , senza specificarne a priori le dimensioni
e le caratteristiche. La motivazione per questo è duplice: da un lato si
tratta di appagare la naturale esigenza di semplicità e universalità dei
fondamenti teorici della fisica, dall’altro va ricordato che la piccolezza del
quanto d’azione, la costante di Planck h ̵ , non restringe per forza l’osserva-
bilità degli effetti propriamente quantistici al dominio del mondo atomico
e subatomico. Fenomeni macroscopici classicamente inspiegabili, come la
superfluidità, la superconduttività e l’effetto Hall discreto, hanno ricevuto
negli ultimi decenni una spiegazione di tipo puramente quantomeccanico,
fornendo un importante esempio di come i principi fondamentali della
meccanica quantistica possano superare indenni il passaggio dal microco-
smo alle scale dell’esperienza quotidiana. Ciò non toglie che proprio questo
passaggio ancor oggi costituisca il momento più difficile della meccanica
quantistica riguardo la sua accettazione come teoria fisica universalmente
valida.

7.1. Sistemi fisici, stati e osservabili


La nozione di sistema fisico non può essere formulata in termini rigorosi,
dovendo risultare adattabile alle più svariate situazioni. Noi definiremo
comunque un sistema fisico S come una porzione dell’universo isolata
o soggetta a ben controllabili influenze esterne, sulla quale è possibile
compiere esperimenti quantitativi. I risultati di tali esperimenti sono le
167
7.1 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.1

osservazioni, o misure, la cui precisione dipende ovviamente dal grado


di raffinatezza degli apparati sperimentali. Per definizione, l’oggetto delle
misurazioni sone le osservabili, ovvero le grandezze fisiche le cui pro-
prietà e valori caratterizzano il sistema S 1 . Più precisamente, esiste una
nozione operativa di osservabile, che potremmo al limite identificare come
una classe di equivalenza di esperimenti, ed una nozione matematica, la
quale deve fornire una rappresentazione degli eventi che possono verificar-
si come risultati di quegli esperimenti. In questo paragrafo consideriamo
le osservabili innanzitutto in senso operativo.
Ogni elemento oggettivo d’informazione sul sistema fisico S discende
esclusivamente dalle suddette osservazioni ed il complesso dei risultati spe-
rimentali disponibili sulle osservabili di S definisce lo stato fisico, o stato
tout court, di S . Tipicamente, tra le osservabili si possono distinguere al-
cune osservabili “fondamentali”, la cui natura e proprietà sono sufficienti
a caratterizzare il sistema in esame, nel senso di fissare interamente l’in-
sieme degli stati possibili di S (una precisazione su cosa effettivamente
si intende per osservabili fondamentali verrà fornita in seguito, per ora
il significato letterale è sufficiente). D’altra parte, in uno specifico stato,
non tutte le osservabili di S , e neppure tutte quelle fondamentali, assu-
mono valori determinati. Una prima, ovvia ragione è che spesso il numero
delle osservabili fondamentali di S è troppo grande, ed in uno stato speri-
mentalmente accessibile soltanto una parte di esse viene direttamente od
indirettamente misurata. Una seconda ragione è dovuta al potere risolu-
tivo degli apparati di misura, che è necessariamente finito e, come tale,
non permette di determinare il valore esatto di osservabili che possono
assumere valori distinti arbitrariamente vicini. Si pensi alla distribuzione
di valori che può assumere la posizione del baricentro di un oggetto ma-
teriale: allo stato attuale delle nostre conoscenze, possiamo assumere che
sia continua. Infine vi possono essere veri e propri impedimenti di princi-
pio verso la determinazione dei valori assunti contemporaneamente da più
osservabili. Quest’ultimo è proprio il caso dei fenomeni quantomeccanici
e determina la principale deviazione dal modo di pensare proprio della
fisica pre-quantistica, convenzionalmente indicata come “fisica classica”.
Dunque lo stato fisico rappresenta una più o meno concentrata distri-
buzione di probabilità sullo spazio dei valori che ciascuna osservabile può
sperimentalmente assumere: la ripetizione N volte dei medesimi esperi-
menti sul sistema S ripreparato ogni volta in condizioni identiche (per
quanto riguarda quelle sperimentalmente rilevanti), fornisce una sequenza
di risultati diversi per le osservabili sotto esame, con una frequenza rela-
tiva che riproduce, nel limite N → ∞ , la distribuzione di probabilità che
1
Si noterà una certa, inevitabile circolarità dell’argomento: un sistema fisico è di
fatto definito dalle osservabili che gli risultano sperimentalmente pertinenti.

- 168 -
7.1 Sistemi fisici, stati e osservabili

corrisponde allo stato del sistema. È in questo senso probabilistico che


assegniamo un valore descrittivo e predittivo all’affermazione: “il sistema
fisico S si trova nello stato ξ ”. D’altra parte, non va dimenticato che, se
consideriamo un singolo esperimento atto a misurare una certa osservabile
A , esso fornirà un ben preciso risultato a (la posizione di un indicato-
re, un numero su un contatore digitale, il verificarsi o no di un “click”
in un contatore Geiger, etc.). L’insieme di tutti i possibili risultati delle
osservazioni di A forma il cosiddetto spettro di A e le distribuzioni di
probabilità di cui sopra sono evidentemente concentrate sugli spettri delle
osservabili.
In termini matematicamente precisi quanto appena detto si riassume
nella seguente affermazione: se ξ è lo stato di S , b un arbitrario sot-
toinsieme di Borel della retta reale ed A un’arbitraria osservabile, allora
PrA (b∣ ξ) è la probabilità che il risultato della misurazione di A appar-
tenga a b . Come già detto, l’interpretazione fisica di questa affermazione
è che, ripetendo N volte il medesimo esperimento atto a misurare A ,
empiricamente si osserva
N(b)
PrA (b∣ ξ) = lim ,
N→∞ N

dove N(b) rappresenta il numero di volte che si verifica un risultato ap-


partenente al sottoinsieme b . In questo senso appare evidente che lo
stato ξ non è altro che una conveniente abbreviazione per indicare l’in-
sieme di tutte le condizioni rilevanti dell’esperimento. Ovviamente per le
probabilità PrA (b∣ ξ) deve valere:
(7.1) 0 ≤ PrA (b∣ ξ) ≤ 1 , PrA (∅∣ ξ) = 0 , PrA (R∣ ξ) = 1
e, non appena due sottoinsiemi boreliani b1 e b2 sono disgiunti,
(7.2) PrA (b1 ∪ b2 ∣ ξ) = PrA (b1 ∣ ξ) + PrA (b2 ∣ ξ) .
È convenzione diffusa introdurre una densità di probabilità pA (a∣ ξ) , a ∈
R al posto della più precisa notazione in termini di sottoinsiemi boreliani,
scrivendo
PrA (b∣ ξ) = ∫ da pA (a∣ ξ) .
b
In sostanza pA (a∣ ξ) da è la probabilità che il risultato dell’esperimento
appartenga all’intervallo infinitesimo (a, a + da) . Come funzione di a ,
pA (a∣ ξ) va allora intesa in senso generalizzato, cioè come distribuzione.
Ad esempio, se ogni ripetizione dell’esperimento dà sempre il medesimo
risultato aξ , allora pA (a∣ ξ) = δ(a − aξ ) , dove δ(x) è la delta di Dirac
(vedi App. B.5).
Come è noto, una prima caratterizzazione empirica di queste distri-
buzioni di probabilità si ottiene calcolando, a partire dalla successione

- 169 -
7.1 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.1

a(1) , a(2) , . . . , a(N) dei risultati sperimentali per l’osservabile A (con N


che tende idealmente all’infinito), il valor medio o valore di aspetta-
zione di A
1 N (j) +∞
⟨A⟩ = lim ∑a = ∫ da a pA (a)
N→∞ N j=1 −∞

e la deviazione standard o dispersione o indeterminazione


1/2
∆A = [⟨A2 ⟩ − ⟨A⟩2 ]

1 N (j) 2
(7.3) = lim ∑ (a − ⟨A⟩)
N→∞ N j=1
+∞ 1/2
= [∫ da (a − ⟨A⟩)2 pA (a)] ,
−∞

dove si è fatto uso della regola generale valida per un funzione f(A)
+∞
⟨f(A)⟩ = ∫ da f(a) pA (a) .
−∞

In queste ultime espressioni la dipendenza dallo stato ξ è sottintesa, cioè


⟨⋅⟩ = ⟨⋅⟩ξ e ∆ = ∆ξ .
Un caso particolarmente rilevante si ottiene quando identicamente ∆A =
0 , cioè quando ogni ripetizione dell’esperimento dà il medesimo risultato
a . Si dice allora che lo stato ξ del sistema è un autostato dell’osservabile
A e a è il corrispondente autovalore. Questo fatto può verificarsi ov-
viamente solo se l’autovalore a in questione risulta essere, per ragioni di
principio o per evidenza sperimentale, discreto, cioè separato dal resto del-
lo spettro di A . Non si tratta comunque di una limitazione significativa,
dato che, per via del potere risolutivo limitato degli apparati di misu-
ra, la descrizione operativa di una qualunque osservabile comporta che lo
spettro sia sempre interamente discreto: in effetti A è approssimabile ar-
bitrariamente bene in termini di opportune collezioni finite di osservabili
dicotomiche, che assumono il valore 1 oppure 0 (e sono quindi discrete
e limitate) e sono misurate mediante opportuni esperimenti di tipo “si o
no” (tipicamente “si” → 1 e “no” → 0 ). Si pensi, ad esempio, alle misure
di posizione mediante una collezione di rivelatori spazialmente ordinati, o
agli esperimenti sul passaggio di fotoni attraverso filtri polarizzatori, etc..
Generalmente, le osservabili che sono oggetto degli esperimenti tipo “si
o no” sono delle funzioni caratteristiche di altre osservabili: EA (b)
è la funzione caratteristica dell’osservabile A che vale 1 non appena A
assume un valore compreso nel sottoinsieme boreliano b e vale 0 altri-
menti. Si noti che, per definizione stessa di funzione caratteristica, per un

- 170 -
7.1 Sistemi fisici, stati e osservabili

qualunque stato ξ del sistema deve valere

(7.4) PrA (b∣ ξ) = ⟨EA (b)⟩ξ .

In definitiva le osservabili, nel senso operativo del termine, sono sempre


dotate di spettro discreto (questo risulta evidente se pensiamo a come l’in-
formazione sui risultati di un esperimento è memorizzata in un computer).
Le osservabili “continue” rappresentano idealmente un processo di limite
in cui la suddetta collezione di osservabili dicotomiche diventa infinita.
Parimenti, l’informazione sperimentale richiesta diventa infinita, e quindi
fisicamente inaccessibile. D’altro lato è chiaro che la discretizzazione di
osservabili idealmente continue contiene un inevitabile fattore di arbitra-
rietà, che generalmente varia da una situazione sperimentale all’altra. Il
suddetto processo di limite serve quindi allo scopo di uniformare la nozio-
ne matematica di osservabile, e risulta spesso indispensabile per definire
in modo univoco e concettualmente economico i modelli teorici. Basti
pensare alla grande semplicità, universalità ed eleganza dei principi di
simmetria ed invarianza basati sui gruppi dei movimenti spazio-temporali
(si veda al capitolo 9): la loro stessa formulazione richiede che certe osser-
vabili, strettamente legate all’azione di tali gruppi sullo spazio degli stati,
abbiano spettro continuo.
La meccanica classica, cosı̀ come brevemente riassunta nella parte I,
fornisce una precisa rappresentazione matematica per le osservabili e gli
stati di un generico sistema fisico S . Ad ogni S viene fatto corrispondere
un opportuno spazio delle fasi FS , 2n-dimensionale, dove n è il numero
dei gradi di libertà di S . Le osservabili sono rappresentate dalle funzioni
a volori reali su FS , il quale è per definizione dotato di una struttura ca-
nonica, che consiste nell’assegnazione delle parentesi di Poisson per ogni
coppia di osservabili (vedi §2.2), mentre gli stati sono identificati con le
distribuzioni di probabilità su FS , ovvero le funzioni positive-definite e
normalizzate. Fra le osservabili, giocano un ruolo fondamentale le coordi-
nate canoniche, ovvero le {q } e le {p} , che tipicamente rappresentano
le posizioni ed i momenti del sistema S e/o delle sue parti, ed in termini
delle quali tutte le altre osservabili possono venir espresse. Esse sono evi-
dentemente delle osservabili “fondamentali”, nel senso indicato più sopra.
Il formalismo della meccanica classica ci permette ora di evidenziarne una
proprietà caratteristica: (q1 , . . . , qn , p1 , . . . .pn ) costituisce un insieme
irriducibile di osservabili, nel senso che ogni funzione su FS che ha
parentesi di Poisson nulle con tutte le {q } e le {p} è necessariamente
una costante. Quindi tutte le osservabili non banali sono esprimibili come
funzioni delle {q} e delle {p} .
Dunque, secondo la meccanica classica, ad ogni osservabile A cor-
risponde una funzione a valori reali A(q, p) (l’uso dello stesso simbolo

- 171 -
7.1 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.1

sottolinea il fatto che le osservabili sono di fatto identificate con le fun-


zioni su FS ), mentre ad ogni stato ξ corrisponde una distribuzione di
probabilità ρξ (q, p) , che per definizione soddisfa a

ρξ (q, p) ≥ 0 , ∫ dn q dn p ρξ (q, p) = 1 .
FS

Infine il valor medio di A nello stato ξ si scrive

⟨A⟩ξ = ∫ dn q dn p ρξ (q, p)A(q, p) ,


FS

mentre la probabilità PrA (b∣ ξ) segue dalla relazione generale (7.4) uti-
lizzando la funzione caratteristica EA (b) , che vale 1 su tutti i punti di
FS sui quali A assume un valore appartenente a b e vale 0 altrimenti.
Nel caso di sistemi fisici “semplici”, cioè dotati di un numero piccolo di
osservabili fondamentali (poche coppie (q, p) secondo la meccanica clas-
sica), sembrerebbe ragionevole poter concepire ed effettuare (entro ovvi
limiti tecnologici) un insieme completo di esperimenti atti a determinare
il valore di tutte le osservabili con precisione grande a piacere. In altri
termini, ∀ϵ > 0 , deve esistere uno stato sperimentale ξ tale che ∆A < ϵ
per qualunque osservabile A . Questo è il punto di vista implicito nella
descrizione dei sistemi fisici basata sulla meccanica classica, per la quale
gli stati con le suddette caratteristiche sono gli stati puri del sistema
fisico S. Nel limite ideale di precisione infinita gli stati puri sono delle
distribuzioni di probabilità concentrate in un singolo punto dello spazio
delle fasi e sono quindi in corrispondenza biunivoca con i punti di FS .
Risulta poi naturale estendere questa visione classica della natura anche
a sistemi complessi, per i quali solo stati ξ non puri, detti anche mi-
scele statistiche sono sperimentalmente accessibili. In ogni caso, pur
ammettendo l’inevitabile incompletezza dell’informazione raccolta in uno
stato ξ fisicamente realizzabile, il principio sottostante la visione classica
del mondo è che ogni sistema fisico, per quanto complesso, ad ogni istan-
te deve trovarsi in uno stato puro ben preciso, nel quale tutte le {q } e
le {p} (e quindi tutte le osservabili), posseggono un ben preciso valore;
solo la nostra ignoranza dei dettagli ci obbliga a introdurre il concetto
di probabilità. Una conseguenza immediata di questa descrizione è che
l’atto di “osservare” S , ovvero fare su di esso esperimenti, lo pertur-
ba in modo trascurabile o comunque controllabile all’interno della stessa
rappresentazione classica delle osservabili e degli stati.
D’altra parte, indipendentemente dalla modellizzazione matematica
che possiamo assumere per descrivere il sistema S , esiste un concetto
strettamente operativo di stato puro: S si troverà in uno stato puro tut-
te le volte che l’informazione raccolta in esso è massimale, ovvero quando

- 172 -
7.1 Sistemi fisici, stati e osservabili

non risulta possibile determinare sperimentalmente il valore di una ul-


teriore osservabile del sistema senza necessariamente perdere il controllo
sul valore di una o più delle osservabili precedentemente misurate. L’as-
sunzione fondamentale della meccanica classica, suggerita dall’evidenza
sperimentale del modo macroscopico “ordinario”, è che il processo di raf-
finamento dello stato di S , mediante la misurazione sempre più precisa di
un numero sempre maggiore di osservabili, si possa portare avanti, almeno
in linea di principio, fino alla determinazione dei valori assunti da tutte
le osservabili del sistema. Lo stato viene cosı̀ ridotto ad uno stato puro
della meccanica classica, cioè ad un intorno piccolo a piacere di un singolo
punto di FS .
Abbiamo visto nei capitoli precedenti come l’evidenza sperimentale
su scale microscopiche sia in netto contrasto con questa visione classica.
Le relazioni di indeterminazione tra momento e posizione implicano che è
impossibile, per ragioni di principio, determinare con una certa precisione
la posizione di un elettrone senza al contempo perdere informazione sul
momento, o viceversa. Più in generale, l’interazione tra S e l’apparato
di misura perturba il sistema stesso in un modo non completamente con-
trollabile, per cui la misurazione di una data osservabile, oltre a causare
l’indeterminazione di altre osservabili, può fornire dei valori che non sono
attribuibili al solo sistema e/o non sono in alcuna relazione con i valo-
ri della medesima osservabile subito dopo la misurazione. Dunque è un
fatto sperimentalmente accertato che esistono sistemi fisici per i quali il
processo di raffinamento dello stato si deve ritenere concluso ed il livello
di stato puro raggiunto, per ragioni di principio, ben prima che i valori di
tutte le osservabili risultino determinati.
A questo punto risulta opportuno fare una distinzione di fondo tra due
diversi tipi di osservazione, che chiameremo di prima e seconda specie, ri-
spettivamente, ed introdurre i concetti operativi di osservabili compatibili
e di preparazione completa degli stati del sistema fisico S 2 .
In un esperimento di prima specie, o preparazione, si intende misura-
re, con la maggior accuratezza praticamente possibile, una o più osservabi-
li del sistema S , con la ragionevole certezza che gli stessi valori verrebbero
osservati in una ripetizione immediata della misura stessa (mediante il me-
desimo apparato sperimentale od un altro ad esso equivalente). Possiamo
allora affermare che S viene preparato cosı̀ in uno stato caratterizzato dai
quei precisi valori delle osservabili in questione. Viceversa, in un esperi-
mento di seconda specie, una o più osservabili vengono misurate mediante
operazioni che necessariamente comportano la perdita parziale o totale
2
Quello che segue è soltanto un brevissimo acconto di una trattazione generale degli
stati e delle osservabili basata su concetti puramente operativi. Versioni più complete
e rigorose si trovano in [Jau68, Lud83]

- 173 -
7.1 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.1

dell’informazione sul valore assunto dalle stesse osservabili, subito dopo il


completamento dell’osservazione.
Consideriamo un semplice esempio. Una sorgente radioattiva emet-
te particelle α di energia definita. Il momento di una data particella, e
quindi la sua energia, viene determinato osservando la parte iniziale della
traccia lasciata in una camera a bolle, in presenza di un campo magne-
tico costante. La particella poi, rilasciando gradualmente la sua energia
cinetica al fluido della camera, finisce per essere assorbita dallo stesso.
In tal caso, scomparsa ogni traccia relativa all’osservabile direttamente
misurata, l’osservabile posizione della particella, possiamo affermare che
il sistema S viene alla fine distrutto. È evidente che l’osservazione ap-
pena descritta costituisce un esperimento di seconda specie, almeno per
quanto riguarda il sistema fisico S costituito da una fissata particella α .
Supponiamo ora di disporre di opportuni apparati di focalizzazione nelle
vicinanze della sorgente, per produrre un fascio ben collimato di parti-
celle. Essendo nota l’energia dalla precedente esperienza con la camera
a bolle, ciascuna particella del fascio si trova preparata in uno stato di
momento ben definito (più correttamente, in uno stato in cui è noto il
valor medio ⟨pj ⟩ di ciascuna componente del momento e la dispersione
relativa ∆pj / ⟨pj ⟩ è molto piccola e comunque ulteriormente riducibile, in
linea di principio, operando opportunamente sulle condizioni sperimenta-
li). Abbiamo cosı̀ ottenuto una preparazione. Si noti che non si tratta
di una conclusione desunta da un singolo esperimento compiuto su una
singola copia del sistema S . Infatti, abbiamo dovuto fare tacitamente
ricorso ad ipotesi fondamentali come l’identità tra le successive particelle
α , e l’invarianza del processo di decadimento dal modo di osservazione
dello stesso. Questa è la situazione usuale, più che una eccezione: nel pro-
cesso di preparazione di un determinato stato interviene generalmente un
complesso di principi generali, esperienze sperimentali, nozioni teoriche (e
regole di buon senso).
Consideriamo un secondo esempio: un’onda elettromagnetica (quasi)
monocromatica viaggia lungo una sottile guida d’onda (ad esempio una
fibra ottica, per frequenze di un opportuno intervallo). Ciascun fotone
costituente della radiazione possiede un ben definito momento nella dire-
zione (diciamo z) della guida, ed è anche ben localizzato, come posizione,
nelle due direzioni trasverse. Risulta dunque preparato in uno stato ca-
ratterizzato da ben definiti valori di x , y e pz . Inoltre, interponendo
opportunamente nella guida un polarizzatore lineare orientato lungo l’as-
se x , si otterranno fotoni superstiti dotati di ben definiti valori di x ,
y e pz e della polarizzazione sx lungo l’asse x (in particolare sx = 1 ).
Sappiamo dall’esperienza che non è possibile misurare un’ulteriore osser-
vabile, ad esempio la componente z della posizione, senza perturbare in

- 174 -
7.1 Sistemi fisici, stati e osservabili

modo definitivo il sistema stesso, perdendo la monocromaticità od addi-


rittura distruggendo i fotoni rivelati all’altezza z mediante un’opportuna
lastra semitrasparente e fotosensibile. Un fotone con ben definiti valori
di x , y , pz e sx è dunque completamente preparato. Le caratteristiche
salienti dell’insieme di osservabili {x, y, pz , sx } sono due: esse sono tutte
mutuamente compatibili (vedi sotto) e non esiste alcuna altra osservabile
compatibile con esse che non sia da esse dipendente (cioè univocamente
fissata in valore non appena le altre lo sono).
7.1.1. Insiemi completi di osservabili compatibili (I). In ge-
nerale, due osservabili A e B di un generico sistema fisico S si dicono
compatibili qualora la misurazione di prima specie di A non comporti
necessariamente alcun aumento dell’indeterminazione sul valore assunto
da B , e viceversa. Possiamo dire che ∆A e ∆B risultano statisticamente
scorrelati nella ripetizione di tante serie di esperimenti identici. Questo
concetto di compatibilità è puramente operativo: esso fa riferimento a
precise apparecchiature sperimentali. Di fatto, sono le stesse apparec-
chiature, atte per ipotesi alla misurazione di A e B , ad essere, o non
essere, compatibili. La determinazione della polarizzazione lineare di un
fotone non ostacola in alcun modo la misurazione del momento del fotone
stesso, e viceversa. Naturalmente le due osservabili A e B possono essere
compatibili in modo banale, cioè semplicemente perché tra loro dipenden-
ti (vale a dire una funzione dell’altra). In questo caso esse possono venir
misurate in un unico esperimento mediante lo stesso apparato sperimen-
tale, per cui nessun problema di incompatibilità può manifestarsi. Il caso
non banale è quando A e B sono compatibili pur essendo indipendenti,
e questo è quanto qui assumiamo. Si noti inoltre che i concetti di compa-
tibilità e indipendenza ci permettono di precisare la nozione di osserva-
bili “fondamentali”, fissandone delle caratteristiche salienti: le osservabili
fondamentali sono tutte tra loro indipendenti e formano un insieme irri-
ducibile di osservabili, nel senso che ogni altra osservabile compatibile
con ognuna di esse è necessariamente un’osservabile banale, che assume
cioè lo stesso valore indipendentemente dallo stato del sistema.
Supponiamo ora che esista un’altra osservabile C di S , indipendente
da A e B , e compatibile con entrambe ( A e B sono per ipotesi indi-
pendenti e compatibili tra loro3 ). Per misurare anche C assieme ad A
e B sarà necessario complicare ulteriormente l’apparato sperimentale. E
cosı̀ pure nel caso che si voglia misurare un’eventuale altra osservabile D ,
compatibile con le tre precedenti e da esse indipendente. Questo processo
3
Si osservi che la compatibilità ci permette di dare un significato operativo preciso
alla nozione di un’osservabile dipendente, cioè funzione di varie altre osservabili: se
A e B sono compatibili, la relazione funzionale C = f(A, B) è suscettibile di verifica
sperimentale.

- 175 -
7.1 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.1

di accrescimento del complesso delle apparecchiature sperimentali ha ne-


cessariamente un termine: secondo la meccanica classica il limite è unico
e fissato dall’insieme delle osservabili fondamentali, le {q} e {p} ; secon-
do l’esperienza attuale esso dipende invece dalle osservabili sotto esame e
viene raggiunto non appena l’insieme delle osservabili compatibili risulta
completo, nel senso che non risulta possibile individuare altre osservabili
compatibili con le precedenti e da esse indipendenti. In altri termini, l’in-
sieme di osservabili compatibili è completo se un qualunque esperimento di
prima specie, atto a misurare un’ulteriore osservabile indipendente, com-
porta per necessità un aumento dell’indeterminazione sul valore assunto
da una o più delle osservabili originarie. Si noti che questa definizione
operativa di completezza non è assoluta: nuovi risultati sperimentali pos-
sono sempre richiedere l’introduzione di nuove osservabili compatibili con
le precedenti.
Dunque una preparazione completa corrisponde alla misurazione
di prima specie di un insieme completo di osservabili compatibi-
li, e costituisce il raggiungimento del massimo dell’informazione possibile
sul sistema S . In altre parole, una preparazione completa lascia il siste-
ma in uno stato puro. Quindi, ad ogni insieme completo di osservabili
compatibili {A, B, C, . . .} risulta associato un sottoinsieme di stati pu-
ri biunivocamente individuati dai valori distinti assunti dalle osservabili
A, B, C, . . . . Viceversa, per ogni stato puro ξ esiste almeno un insieme
completo di osservabili compatibili che assumono quei precisi valori se e
solo se il sistema si trova nello stato ξ . La novità essenziale rispetto
alla visione classica consiste nel fatto che in natura esistono osservabili
incompatibili, e, di conseguenza, esistono molteplici insiemi completi, tra
loro incompatibili, di osservabili compatibili. A ciascuno di questi insiemi
corrisponde un particolare sottoinsieme di stati puri nei quali certe os-
servabili di altri insiemi necessariamente non posseggono valori definiti.
È l’unione di tutti questi sottoinsiemi che costituisce lo spazio degli stati
puri destinato a sostituire lo spazio delle fasi FS di classica memoria.
Ricordiamo infine che, essendo le osservabili sempre discrete, alme-
no dal punto di vista operativo su cui si basa evidentemente il concetto
di preparazione del sistema fisico S , l’insieme degli stati puri ottenibili
come preparazioni misurando un fissato insieme completo di osservabili
compatibili, è necessariamente numerabile. Tale numero può, in linea di
principio, essere infinito, anche se ovviamente solo una frazione finita è
fisicamente realizzabile.
Fin qui la trattazione è stata del tutto generale e, come tale, pura-
mente descrittiva. Per costruire una teoria, occorre stabilire una precisa
rappresentazione matematica per stati, stati puri ed osservabili, nonché
regole che permettano di calcolare i possibili risultati degli esperimenti

- 176 -
7.2 Il principio di sovrapposizione lineare

e le relative frequenze, ovvero di fare delle previsioni quantitative sul si-


stema fisico in esame. Nei prossimi paragrafi vedremo come, alla luce
del fondamentale principio di sovrapposizione lineare la meccanica
quantistica fornisca una risposta incredibilmente efficace ed esauriente a
questa domanda pratica4 .

7.2. Il principio di sovrapposizione lineare


Nella formulazione standard della meccanica quantistica, il primo passo
consiste nella caratterizzazione matematica dello spazio degli stati puri.
Si tratta in sostanza di astrarre una definizione generale, consistente con
la discussione generale appena fatta, a partire dagli esempi ampiamente
descritti nel capitolo precedente.
Conviene qui richiamare gli aspetti salienti della descrizione quanto-
meccanica di due classi particolari di fenomeni, connessi rispettivamente
agli stati di polarizzazione dei fotoni ed al comportamento ondulatorio
della materia (si ricordino ad esempio gli esperimenti sulla diffrazione ed
interferenza degli elettroni). In entrambi i casi la descrizione matematica
si basa sul concetto di vettore di stato, sia esso il vettore di polarizzazio-
ne ε di un fotone o la funzione d’onda ψ(x ) di un elettrone. Questi sono
elementi di uno spazio lineare, cioè possono essere linearmente sovrappo-
sti, ottenendo ancora un vettore di stato. Inoltre essi sono normalizzabili,
il che ovviamente richiede che sullo spazio lineare in questione sia definita
una norma.
La possibilità di sovrapporre linearmente due vettori di stato, con
coefficienti generalmente complessi, è di fondamentale importanza e di
fatto caratterizza i fenomeni prettamente quantomeccanici, a causa degli
effetti di interferenza. L’affermazione che tale sovrapposizione è sempre
possibile costituisce il principio di sovrapposizione lineare e risulta
strettamente connessa all’interpretazione probabilistica di oggetti non di-
rettamente osservabili come i vettori di polarizzazione e le funzioni d’onda:
se ε1 e ε2 sono due vettori di polarizzazione ortonormali corrisponden-
ti a due orientazioni ortogonali di un polarizzatore, allora è sufficiente
ruotare il polarizzatore di un angolo θ , per preparare fotoni polarizzati
nella direzione intermedia ε = ε1 cos θ + ε2 sin θ (con probababilità cos2 θ
o sin2 θ a partire da fotoni rispettivamente polarizzati lungo ε1 o ε2 ).
Analogamente, se ψ1 (x) e ψ2 (x) rappresentano le funzioni d’onda di un
elettrone localizzato rispettivamente nelle due regioni disgiunte V1 e V2 ,
allora c1 ψ1 + c2 ψ2 descrive uno stato nel quale lo stesso elettrone può
4
D’altro canto, la meccanica quantistica introduce concetti astratti cosı̀ lontani dal-
l’esperienza comune, senza al contempo rispondere ad alcune domande di principio, da
lasciare molti insoddisfatti, come dimostrano i settant’anni di tentativi (evidentemente
tutti falliti) per un superamento della stessa.

- 177 -
7.2 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.2

venir osservato sia in V1 (con probabilità ∣c1 ∣2 ) che in V2 (con probabi-


lità ∣c2 ∣2 = 1 − ∣c1 ∣2 ). È a questo punto che risulta necessario dotare di un
opportuno prodotto scalare lo spazio lineare dei vettori di stato, allo sco-
po di caratterizzare come tra loro ortogonali i vettori corrispondenti alle
situazioni alternative appena descritte. Si tratta di fornire una rappre-
sentazione matematica per l’osservazione empirica, che è anche esigenza
logica, secondo la quale un fotone polarizzato lungo ε1 non passa mai at-
traverso un polarizzatore orientato lungo ε2 oppure un singolo elettrone
non viene localizzato simultaneamente in V1 e in V2 .
Va tuttavia sottolineato che gli esempi appena citati non implicano di
per se stessi il principio di sovrapposizione lineare, né tantomeno la natura
complessa dei coefficienti (in effetti, nel caso particolare dei vettori di
polarizzazione, è sembrato naturale considerare una combinazione lineare
con coefficienti reali). Dato che l’interpretazione probabilistica richiede,
nella verifica sperimentale, di considerare grandi insiemi statistici di copie
identiche del sistema in esame (ovvero ripetizioni numerose del medesimo
esperimento), le due situazioni di cui sopra risultano spiegabili in termini
di statistica puramente classica, senza necessità di combinare linearmente
dei vettori di stato. Ciò è dovuto proprio alla caratteristica di ortogonalità
dei due vettori di polarizzazione ε1 e ε2 e al fatto che le due funzioni
d’onda ψ1 e ψ2 hanno supporto disgiunto, V1 ∩ V2 = ∅.
Ma due vettori di polarizzazione possono non essere ortogonali (ad
esempio ε e ε1 ). Quindi, mediante opportuni esperimenti di separazione
e ricombinazione di fasci di luce (vedi ad esempio l’App. A.3), possiamo
ottenere dei fotoni il cui stato di polarizzazione è descritto dal vettore

ε ′ = αε + βε1 = (α cos θ + β)ε1 + α sin θε2 ,

dove α e β sono numeri complessi. Questi fotoni attraverseranno il


polarizzatore corrispondente a ε1 con una probabilità ∣α cos θ + β∣2 che
dipende dalla fase relativa di α e β . Come sappiamo, questa dipenden-
za rappresenta la spiegazione quantomeccanica dei ben noti fenomeni di
interferenza della radiazione luminosa.
Analogamente, è perfettamente possibile che, durante l’evoluzione tem-
porale, le due funzioni d’onda ψ1 e ψ2 sviluppino una sovrapposizione
non nulla, pur restando tra loro ortogonali. Allora lo stato descritto dalla
combinazione lineare ψ = c1 ψ1 + c2 ψ2 dà luogo ai ben noti fenomeni di
interferenza, assolutamente inspiegabili in termini di statistica classica e
dove la natura complessa di c1 e c2 gioca un ruolo fondamentale. La
densità di probabilità di trovare l’elettrone nel punto x vale

∣ψ(x)∣2 = ∣c1 ∣2 ∣ψ1 (x)∣2 + ∣c2 ∣2 ∣ψ2 (x)∣2 + 2Re c̄1 c2 ψ1 (x)ψ2 (x)

- 178 -
7.2 Il principio di sovrapposizione lineare

e dipende dalla fase relativa tra c1 ψ1 e c2 ψ2 se e solo se c’è sovrapposi-


zione: ψ1 (x)ψ2 (x) ≠ 0 . Nel caso contrario in cui i supporti di ψ1 e ψ2
restino disgiunti, non è fisicamente possibile distinguere una collezione di
N elettroni ( N → ∞ ), tutti con funzione ψ = c1 ψ1 + c2 ψ2 , da un’altra in
cui N∣c1 ∣2 elettroni sono descritti da ψ1 e N∣c2 ∣2 da ψ2 .
Da quanto finora visto, risulta evidente che la fase globale della funzio-
ne d’onda, o del vettore di polarizzazione, non descrive alcuna proprietà
osservabile. Non sono quindi i vettori di stato, anche una volta normaliz-
zati, a trovarsi in corrispondenza biunivoca con gli stati puri del sistema
fisico S , ma le classi di equivalenza dei vettori normalizzati che differisco-
no solo per un fattore di fase. Queste classi costituiscono i cosiddetti raggi
dello spazio vettoriale in questione. In pratica, un raggio si ottiene identi-
ficando tutti i vettori che differiscono per un arbitrario fattore complesso
(non nullo) di moltiplicazione: il modulo di questo fattore viene fissato
imponendo la corretta normalizzazione, mentre la fase resta comunque
libera ed inosservabile. Un raggio coincide quindi con un sottospazio mo-
nodimensionale dello spazio vettoriale V in questione, e l’insieme di tutti
i raggi di V costituisce lo spazio proiettivo P = V/C ∗ , dove C ∗ è il
gruppo dei numeri complessi diversi da zero (avendo inteso V definito sul
campo dei numeri complessi C ).
I vettori di polarizzazione di un fotone formano uno spazio isomorfo
allo spazio lineare bidimensionale C 2 , con prodotto scalare (ε, ε ′ ) = ε⋅ε ′ .
C 2 è un esempio elementare di spazio di Hilbert [BRS93]. Le funzioni
d’onda di un elettrone, soggette alla sola condizione di normalizzabilità
3 2
∫ d x ∣ψ(x)∣ < ∞
(con l’integrazione nel senso di Lebesgue), formano anch’esse uno spazio
di Hilbert, usualmente denotato L2 (R3 ) , con prodotto scalare

(ϕ, ψ) = ∫ d3 x ϕ(x)ψ(x) .

L2 (R3 ) è uno spazio lineare di dimensione infinita ed è completo (nel


senso che contiene i vettori limite di ogni successione di Cauchy), come
richiesto dall’applicazione incondizionata del principio di sovrapposizione
lineare. In sostanza, esso è lo spazio di Hilbert più piccolo contenente le
funzioni d’onda di singola particella cosı̀ come introdotte nel cap. 5.
Nel caso del generico sistema fisico S , lo spazio di Hilbert dei vettori
di stato viene identificato operativamente a partire da un fissato insieme
completo di osservabili compatibili. A ciascuna preparazione distinta otte-
nuta misurando tali osservabili in esperimenti di prima specie, corrisponde
uno stato puro di S , al quale viene associato un raggio di uno spazio vet-
toriale complesso HS . HS viene dotato di prodotto scalare tramite la

- 179 -
7.2 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.2

regola che vettori di raggi corrispondenti a preparazioni distinte sono orto-


gonali. In assenza di restrizioni sperimentalmente fondate, il principio di
sovrapposizione lineare va applicato in modo incondizionato, affermando
che qualunque combinazione lineare di vettori (idealmente anche infinita,
purché le somme parziali definiscano una successione di Cauchy) appar-
tiene a HS . Questo significa che tale combinazione è anch’essa un vettore
di stato, cioè appartiene ad un raggio di HS che corrisponde ad uno sta-
to puro fisicamente preparabile mediante opportuni esperimenti di prima
specie. HS risulta perciò completo ed è uno spazio di Hilbert. Si ricor-
di che la richiesta di preparabilità per uno stato puro, almeno in linea
di principio, è implicita nella sua definizione stessa, che è operativa: es-
sa equivale a richiedere che per ogni stato puro esiste almeno un insieme
completo di osservabili compatibili che hanno quello stato come autostato.
Siamo finalmente in posizione per formulare il postulato I della mec-
canica quantistica, cioè quello che specifica dal punto di vista matematico
la natura dello spazio degli stati puri di un generico sistema fisico S :

Postulato I
Gli stati puri di un sistema fisico S sono in corrispon-
denza biunivoca con i raggi di uno spazio di Hilbert,
HS , complesso e separabile. Lo spazio degli stati puri è
quindi identificabile con HS /C ∗ .

In base alle considerazioni fatte finora, la richiesta di separabilità per


HS si spiega come segue. Uno spazio di Hilbert è separabile se e solo
se ammette una base numerabile [BRS93] (quindi uno spazio di Hilbert
finito-dimensionale, come C 2 , è banalmente separabile). D’altra parte, i
raggi corrispondenti ai diversi stati puri ottenuti come preparazioni basate
su un fissato insieme completo di osservabili compatibili sono per ipotesi
ortogonali in HS . Se teniamo quindi conto che tali preparazioni sono
numerabili (vedi la discussione al §7.1), numerabili devono anche essere
i raggi ortogonali di HS , che è perciò separabile. Uno spazio di Hilbert
non separabile contiene degli insiemi non numerabili di vettori ortogonali,
i quali descrivono stati puri che non possono essere risolti, cioè distinti
gli uni dagli altri, con preparazioni finite (cioè che coinvolgono un nume-
ro finito di operazioni), dato che le preparazioni finite sono numerabili.
Dunque un HS non separabile non è sperimentalmente ricostruibile e non
può far parte di una descrizione oggettiva del sistema fisico S .
In sostanza, richiedere la separabilità di HS è equivalente a dichiarare
l’impossibilità fisica di fissare esattamente il valore di osservabili presu-
mibilmente dotate di spettro continuo. La procedura ideale di limite di

- 180 -
7.2 Il principio di sovrapposizione lineare

infinita precisione (ottenibile determinando i valori assunti da una colle-


zione infinita di funzioni caratteristiche relative all’osservabile continua in
questione) deve portare a stati puri fisicamente non realizzabili e quindi
non rappresentabili all’interno di HS . In caso contrario l’insieme degli
stati puri cosı̀ preparati, che è manifestamente non numerabile, richie-
derebbe per la sua descrizione un insieme non numerabile di vettori di
stato ortogonali, cioè un HS non separabile. Tuttavia l’inclusione nel
formalismo della meccanica quantistica di certi autovettori di osservabili
continue (i quali non appartengono veramente allo spazio di Hilbert degli
stati fisici) offre, come presto vedremo, indiscutibili vantaggi dal punto di
vista delle applicazioni pratiche ed è ormai d’uso comune. L’importante
è non dimenticare che tali vettori non corrispondono a stati fisicamente
realizzabili.
A questo punto conviene anche uniformare la notazione, ricordando i
cosiddetti ket e bra di Dirac [Dir59] già introdotti al cap. 5. Denoteremo
quindi con ∣ψ⟩ un generico vettore, o ket, di HS . La scelta della lettera
ψ ricorda la funzione d’onda della meccanica ondulatoria, ma possiede qui
un valore puramente simbolico: un altro vettore di HS sarà indicato con
∣ψ ′ ⟩ o ∣ϕ⟩ o ∣xyz..⟩ , purché all’interno di ∣ ⟩ sia contenuto un simbolo
diverso. Il prodotto scalare tra due vettori ∣ψ⟩ e ∣ϕ⟩ si scrive ⟨ψ∣ ϕ⟩ e
gode delle ben note proprietà

⟨ψ∣ c1 ϕ1 + c2 ϕ2 ⟩ = c1 ⟨ψ∣ ϕ1 ⟩ + c2 ⟨ψ∣ ϕ2 ⟩ ,

dove c1 e c2 sono arbitrari numeri complessi, e

⟨ϕ∣ ψ⟩ = ⟨ψ∣ ϕ⟩ .

La norma di ∣ψ⟩ vale quindi



∥ψ∥ = ⟨ψ∣ ψ⟩ .

Ad ogni ket ∣ψ⟩ è associato un vettore duale, o bra ⟨ψ∣ , che agisce come
funzionale lineare continuo su HS attraverso il prodotto scalare:

⟨ψ∣ ∶ HS Ð→ R , ⟨ψ∣ ∶ ∣ϕ⟩ z→ ⟨ψ∣ ϕ⟩ , ∀ ∣ϕ⟩ ∈ HS .

L’applicazione antilineare ∣ψ⟩ ↦ ⟨ψ∣ esiste ben definita grazie al teorema


di Riesz [BRS93]. Il formalismo dei bra e dei ket sarà esteso anche ai
vettori di stato idealizzati che, corrispondendo ad un valore esatto di
osservabili continue, si trovano al di fuori di HS .
problema 7.2-1 []Si verifichi che i raggi di uno spazio di Hilbert bidi-
mensionale, quale quello dei vettori di polarizzazione di un fotone, sono
in corrispondenza uno-a-uno con i punti della sfera S2 .

- 181 -
7.2 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.2

soluzione []Data una base ∣1⟩ e ∣2⟩ di vettori linearmente indipendenti, per
definizione ogni altro vettore ∣ψ⟩ si può scrivere
∣ψ⟩ = z1 ∣1⟩ + z2 ∣2⟩ ,
con z1 e z2 numeri complessi. Se z1 ≠ 0 , allora ∣ψ⟩ e
z2
∣ψ1 ⟩ = ∣1⟩ + z ∣2⟩ , z =
z1
appartengono ad un unico raggio, univocamente identificato dal numero comples-
so z . Per coprire anche il caso z1 = 0 , assumiamo z2 ≠ 0 (il caso in cui sia z1
che z2 si annullano corrisponde al vettore nullo e va escluso) e considerariamo
il vettore
z1
∣ψ2 ⟩ = w ∣1⟩ + ∣2⟩ , w = .
z2
Evidentemente ∣ψ⟩ = z2 ∣ψ2 ⟩ , per cui ∣ψ2 ⟩ appartiene allo stesso raggio di ∣ψ⟩ .
Se w ≠ 0 , allora ∣ψ⟩ , ∣ψ1 ⟩ e ∣ψ2 ⟩ stanno tutti e tre nello stesso raggio, univoca-
mente identificato da w = z−1 . Dunque lo spazio dei raggi coincide con il piano
complesso proiettivo, la cosiddetta “sfera di Riemann”, che viene usualmente de-
notato con CP1 ( 1-dimensional Complex Projective space). La relazione con
la sfera S2 , identificata con il luogo dei punti in R3 equidistanti dall’origine
( x21 + x22 + x23 = 1 ), si ottiene attraverso le proiezioni stereografiche, ad esempio
quella dal polo nord (0, 0, 1)
1
(x1 , x2 , x3 ) = (2 Re z, 2 Im z, 1 − ∣z∣2 ) .
1 + ∣z∣2

7.2.1. Sistemi composti. Due distinti sistemi fisici S e S ′ pos-


sono essere combinati insieme per formare un nuovo sistema fisico più
complesso, che denoteremo con S ∪ S ′ . Questa notazione sottolinea il
fatto che si tratta innanzitutto di una operazione logica, analoga all’unio-
ne di due insiemi astratti. Dal punto di vista delle osservabili, il sistema
composto S ∪ S ′ è univocamente caratterizzato nel seguente modo: ogni
osservabile A di S è un’osservabile anche di S ∪ S ′ e lo stesso vale per
ogni osservabile A ′ di S ′ ; inoltre, come osservabili del sistema compo-
sto, A e A ′ sono compatibili. In particolare, la semplice unione di due
insiemi completi di osservabili compatibili per S e S ′ fornisce un insieme
completo di osservabili compatibili per S ∪ S ′ . Quindi, secondo quanto
detto al §7.2, una collezione completa di stati puri di S ∪ S ′ si ottiene
facendo il prodotto cartesiano di analoghe collezioni di stati puri di S e
S ′ . In termini di vettori di stato questo si traduce nell’affermazione che
se {∣ψn ⟩ , n = 1, 2, . . .} e {∣ψn′ ⟩ , n = 1, 2, . . .} sono due basi ortonormali
rispettivamente di HS e HS ′ , allora {∣ψm ⟩ ∣ψn′ ⟩ , m, n = 1, 2, . . .} è una
base dello spazio di Hilbert complessivo HS∪S ′ . Infine, assumendo di po-
ter applicare incondizionatamente il principio di sovrapposizione lineare,
un generico vettore di stato fisicamente preparabile del sistema composto

- 182 -
7.3 Il principio di sovrapposizione lineare

si scrive come combinazione lineare della suddetta base

∣Ψ⟩ = ∑ Ψmn ∣ψm ⟩ ∣ψn′ ⟩ .


mn

Lo spazio di Hilbert HS∪S ′ cosı̀ ricostruito coincide perciò con il prodot-


to tensoriale HS ⊗ HS ′ dei due spazi iniziali.
L’operazione di composizione di due sistemi fisici può essere ripetuta
più volte, risultando in sistemi molto complessi a partire da sistemi “sem-
plici”, cioè dotati di poche osservabili fondamentali. Viceversa, dato un
sistema fisico più o meno complesso, ma comunque caratterizzato da una
certa individualità, risulta naturale cercare di “decomporlo” in sistemi
più semplici, facilitando cosı̀ enormemente la determinazione di opportu-
ni insiemi completi di osservabili compatibili, ovvero la ricostruzione del
corretto spazio di Hilbert degli stati puri. La fisica “fondamentale” si
occupa proprio del problema di ridurre ogni sistema fisico alle sue compo-
nenti più semplici possibili: dai sistemi macroscopici alle molecole, quindi
agli atomi, poi alle particelle atomiche, a quelle nucleari e infine a quelle
subnucleari, in una rincorsa che al giorno d’oggi sembra essersi conclusa
nel cosiddetto modello standard, almeno per quanto riguarda i riscontri
sperimentali. È tuttavia curioso notare come, lungo questa strada “ridu-
zionista”, la necessità di integrare nella meccanica quantistica i principi
della relatività ristretta di Einstein abbia determinato una crisi proprio
della visione “a particelle” (anche se soggette alla meccanica ondulatoria)
della materia, a favore di una visione unificata in termini di campi quan-
tizzati sia per la materia che per la radiazione. Da questo punto di vista
il processo riduzionista finisce per non ridurre affatto, dato che un campo
(quantizzato e non) possiede comunque un numero enorme (praticamente
infinito) di gradi di libertà e di conseguenza un numero enorme di osser-
vabili fondamentali. Queste considerazioni ci portano tuttavia ben al di là
dello scopo di questo libro, per cui non le approfondiremo ulteriormente.
D’altra parte, all’interno della fisica non relativistica risulta quasi sempre
sufficiente l’approccio riduzionista più diretto, in base al quale il generico
sistema fisico S è composto da sistemi elementari, genericamente chia-
mati particelle, per i quali osservabili fondamentali sono il momento, la
posizione e al più poche altre osservabili discrete e limitate, quali lo spin
e l’isospin (si veda ai capp. 8 e 9). Di conseguenza lo spazio di Hilbert di
una singola particella è isomorfo a L2 (R3 ) o al massimo a L2 (R3 ) ⊗ C n ,
con n numero intero piuttosto piccolo, per cui HS risulta isomorfo al
prodotto tensoriale di varie copie di L2 (R3 ) e di uno spazio di Hilbert
finito-dimensionale.

- 183 -
7.3 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.3

7.3. Osservabili ed esperimenti in meccanica quantistica


Consideriamo un esperimento di prima specie, atto a misurare una cer-
ta osservabile A . Onde evitare ulteriori complicazioni, assumiamo che
A sia una osservabile discreta, ovvero tale che il suo spettro di possi-
bili valori sperimentali sia discreto. La discretizzazione di alcune osser-
vabili fondamentali, dotate classicamente di spettro continuo, è proprio
una caratteristica saliente dei fenomeni microscopici che hanno imposto la
transizione alla meccanica quantistica. Come sappiamo, la nostra scelta
non comporta comunque alcuna reale perdita di generalità: se inizialmen-
te prendiamo in esame una osservabile continua, o presunta tale, come
la componente x della posizione di una particella, possiamo identifica-
re l’osservabile discreta A nella funzione caratteristica Ex (b) , che vale
1 se x appartiene al sottoinsieme boreliano b ⊂ R e 0 altrimenti. La
grandezza x può quindi essere approssimata dalla collezione di osservabi-
li dicotomiche {Aj = Ex (bj )} , dove i sottoinsiemi bj , la cui unione ricopre
R , sono tutti disgiunti. Va sempre ricordato che tali collezioni di funzio-
ni caratteristiche corrispondono più accuratamente agli effettivi apparati
sperimentali con cui si intendono misurare osservabili continue.
Si supponga inoltre che il sistema S si trovi in uno stato tale che il
risultato dell’esperimento possa essere predetto con certezza: l’osserva-
bile A assume senz’altro il valore sperimentale a , ovvero ∆A = 0 . (Ad
esempio, supponiamo che, in base all’evidenza sperimentrale pregressa, un
certo oggetto O si trovi senz’altro all’interno di una determinata regione
R dello spazio. Questo significa che l’esperimento di tipo “si o no” de-
nominato “rivelazione di O nella regione R ” fornisce sempre “si” come
risultato, assegnando perciò il valore 1 all’opportuna funzione caratteri-
stica.) Come già anticipato al §7.1, in questo caso si dice che il sistema
si trova nell’autostato dell’osservabile A corrispondente all’autovalore a .
Analogamente, un vettore di stato che decrive un autostato di A si di-
ce autovettore di A . In generale molteplici autostati corrispondono al
medesimo autovalore. Per esempio, nel caso in cui A = Ex (b) , esistono
infinite funzioni d’onda ortonormali con supporto contenuto in b (auto-
valore 1) o con supporto disgiunto da b (autovalore 0). Esistono molti
altri esempi meno “patologici”, come gli spettri atomici di assorbimento
ed emissione: un determinato livello energetico corrisponde ad un nume-
ro finito di stati puri della specie atomica sotto esame. Nel caso che un
solo autostato ξa sia associato all’autovalore a di A , si dice che a è
non degenere. In tal caso è evidente che lo stato risulta completamente
identificato dall’autovalore a , per cui adotteremo la notazione ∣a⟩ per
indicare un qualunque autovettore rappresentativo di ξa .
Sia dunque a un autovalore non degenere dell’osservabile A e ∣a⟩

- 184 -
7.3 Osservabili ed esperimenti in meccanica quantistica

un corrispondente vettore di stato. Supponiamo inoltre che il sistema S


si trovi ad un certo istante in uno stato ξ descritto dal generico vettore
∣ψ⟩ . Misurando ripetutamente A , ogni volta con S preparato in ξ , si
otterranno in generale diversi risultati, tra i quali il valore a di cui sopra.
Dal punto di vista operativo, la frequenza relativa pa di a caratterizza
interamente la relazione esistente tra ∣ψ⟩ e ∣a⟩ . Secondo la meccanica
quantistica, tale relazione si scrive
∣ ⟨a∣ ψ⟩ ∣2
(7.5) pa = .
⟨a∣ a⟩ ⟨ψ∣ ψ⟩
Si noti che pa ≥ 0 per costruzione, mentre pa ≤ 1 grazie alla diseguaglian-
za di Schwarz. La relazione (7.5) costituisce un vero e proprio postulato
della meccanica quantistica. Non abbiamo voluto presentarla con lo stesso
rilievo del Postulato I per ragioni di generalità, da un lato, e minimalità,
dall’altro, che diverranno chiare solamente nel prosieguo.
La generalizzazione della formula (7.5) al caso di autovalori degeneri
non comporta difficoltà. Se n ≥ 1 vettori di stato ∣a, j⟩ , j = 1, 2, . . . , n ,
tra loro linearmente indipendenti, tutti descrivono stati del sistema fisico
nei quali l’osservabile A vale certamente a , allora per il principio di
sovrapposizione lineare anche una qualunque combinazione lineare degli
stessi descrive un autostato di A corrispondente all’autovalore a . In altri
termini, ad a risulta associato un intero sottospazio n-dimensionale Va
dello spazio di Hilbert HS , e l’intero n prende il nome di molteplicità
dell’autovalore a . Per costruzione, ogni vettore ∣ψ⟩ di HS ammette
un’unica decomposizione
∣ψ⟩ = ∣ψ∥ ⟩ + ∣ψ– ⟩ ,

dove la componente parallela ∣ψ∥ ⟩ è una combinazione lineare dei vettori


∣a, j⟩ , mentre la componente ∣ψ– ⟩ è ortogonale ad essi: ⟨ψ– ∣ a, j⟩ = 0 . Sia
^a il proiettore ortogonale su Va , ovvero l’operatore lineare definito dalla
P
relazione
^a ∣ψ⟩ = ∣ψ∥ ⟩ , ∀ ∣ψ⟩ ∈ HS .
P
^a2 = P
Ovviamente P ^a . In termini dei vettori ∣a, j⟩ il proiettore si scrive
n n
^a = ∑ ∑ ∣a, j⟩ (M−1 ) ⟨a, k∣ ,
P jk
j=1 k=1

dove Mjk = ⟨a, j∣ a, k⟩ (per ipotesi M è invertibile). Anche a partire da


questa espressione è immediato verificare la relazione P^a2 = P
^a . Inoltre,
poiché Mjk è una matrice hermitiana, Mjk = Mkj , risulta evidente che
^a è un operatore autoaggiunto, P
P ^a† = P
^a . La versione dell’espressione

- 185 -
7.3 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.3

(7.5) generalizzata al caso di degenerazione finita si scrive quindi


^a ∣ψ⟩
⟨ψ∣ P
(7.6) pa = .
⟨ψ∣ ψ⟩
Va sottolineato che questa formula, dovendo rappresentare una probabi-
lità, che è un numero reale per ogni ∣ψ⟩ ∈ HS , richiede espressamente che
^a sia autoaggiunto. Qualora i vettori ∣a, j⟩ siano stati opportunamente
P
ortonormalizzati, Mjk = δjk , la stessa probabilità diventa
n
∣ ⟨a, j∣ ψ⟩ ∣2
pa = ∑ ,
j=1 ⟨ψ∣ ψ⟩

espressione che generalizza in modo immediato la (7.5). Si noti inoltre


che, in uno spazio di Hilbert separabile, non esiste alcun problema per
estendere le suddette espressioni al caso in cui n → ∞ . Questa è proprio
la situazione, come abbiamo già notato, nelle misurazioni delle funzioni
caratteristiche associate ad osservabili continue.
La domanda che sorge naturalmente è quale sia lo stato del sistema,
originariamente descritto da ∣ψ⟩ , subito dopo un esperimento di prima
specie in cui è stato osservato il valore a dell’osservabile A . Secondo
Dirac [Dir59] è necessario invocare un principio di continuità fisica, se-
condo il quale una ripetizione immediata della stessa misura non può che
dare il medesimo risultato a . Quindi, essendo ora noto con certezza il
risultato dell’esperimento, il sistema deve trovarsi in uno stato descritto
da una combinazione lineare dei vettori ∣a, j⟩ . In altri termini, l’effetto
della prima misurazione è stato quello di “ridurre” o “precipitare” lo
stato del sistema da quello originale, descritto da ∣ψ⟩ , ad un autostato di
A descritto da un vettore di Va (non necessariamente ∣ψ∥ ⟩ , a meno che
Va sia monodimensionale). Non è facile (e forse non è neanche possibile)
dare una caratterizzazione in termini fisici concreti di questa “precipi-
tazione”, per svariati motivi. Ad esempio, quanto dura veramente una
osservazione? E, conseguentemente, cosa vuol dire “immediatamente do-
po”? Torneremo brevemente in seguito su questa spinosa e controversa
questione.
Consideriamo ora due autovalori distinti, a e a ′ , della medesima os-
servabile discreta A , ed i corrispondenti proiettori P^a e P^a ′ . La regola
fondamentale (7.6) e la richiesta che un esperimento di prima specie atto
a determinare il valore di A dia sempre risultati non ambigui (un fat-
to peraltro sperimentalmente accertato5 ) implicano allora che P ^a e P
^a ′ ,

5
È sottinteso che l’esperimento in questione deve possedere, dal punto di vista
prettamente operativo, un sufficiente potere risolutivo per distinguere a da a ′ ; questo

- 186 -
7.3 Osservabili ed esperimenti in meccanica quantistica

ovvero Va e Va ′ , sono ortogonali:


P ^a ′ = P
^a P ^a ′ P
^a = 0 ⇐⇒ ⟨ψ∣ ϕ⟩ = 0 , ∀ ∣ψ⟩ ∈ Va , ∀ ∣ϕ⟩ ∈ Va ′ .
Infatti, se il sistema si trova in uno stato descritto da un qualunque vet-
tore ∣ψ⟩ di Va , l’osservazione di A deve dare il risultato a , per cui la
probabilità di osservare il valore a ′ deve essere nulla:
^a ′ ψ∥2 ,
^a ′ ∣ψ⟩ = ∥P
0 = ⟨ψ∣ P
^a ′ ∣ψ⟩ = 0 , ∀ ∣ψ⟩ ∈ Va . Lo stesso ovviamente vale scambiando
vale a dire P
i ruoli di a e a ′ .
Siano ora a1 , a2 , . . . tutti i possibili autovalori di A , i quali forma-
no quindi lo spettro σ(A) di A (che per ora abbiamo assunto essere
discreto). Siano inoltre P ^ a1 , P
^a2 , . . . i corrispettivi proiettori. Poiché

(7.7) ^ aj P
P ^ ak = P
^ ak P
^aj = δjk P
^ aj ,

otteniamo subito che, ∀ ∣ψ⟩ ∈ HS , il vettore


∣ψ ′ ⟩ = ∣ψ⟩ − ∑ P
^aj ∣ψ⟩
j

^aj ∣ψ ′ ⟩ = 0 , ∀j . Dalla relazione (7.6)


è annichilato da tutti i proiettori: P

segue allora che ∣ψ ⟩ descrive uno stato del sistema tale che la proba-
bilità di osservare qualunque valore di A vale zero. Ma un esperimento
atto ad osservare A deve sempre dare un risultato non ambiguo, per cui
necessariamente ∣ψ ′ ⟩ = 0 , ovvero
(7.8) ^aj = 1l .
∑P
j

In altri termini, ogni vettore di HS può essere sviluppato in autovettori


di A , i quali formano perciò un sottoinsieme completo di HS . Le due
relazioni (7.7) e (7.8) caratterizzano l’insieme {P ^a , a ∈ σ(A)} come un
insieme ortogonale completo di operatori di proiezione. Conviene qui
precisare il significato matematico dell’identità operatoriale (7.8), soprat-
tutto perché la sommatoria è in generale infinita: ∀ϵ > 0 e ∀ ∣ψ⟩ ∈ HS ,
esiste un intero N abbastanza grande per cui ∥(E ^ N − 1l)ψ∥ < ϵ , dove

è banalmente vero nel caso delle funzioni caratteristiche, ovvero delle proiezioni ortogo-
nali: ad esempio, una particella o viene localizzata in un certo dominio o non viene loca-
lizzata nello stesso, un fotone o passa o non passa attraverso un polarizzatore. Nel caso
di sistemi molto complessi, possono tuttavia esistere osservabili fondamentali discrete,
il cui spettro non è praticamente risolvibile, nel senso di una determinazione operativa
della corrispondente famiglia spettrale. Conviene allora restringere la nostra analisi a
sistemi sufficientemente semplici, recuperando quelli complessi come combinazione di
tanti sistemi semplici. Detto in altri termini, appare estremamente arduo riuscire a
formulare in termini puramente operazionalisti la descrizione dei sistemi macroscopici.

- 187 -
7.3 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.3

^ N = ∑N
E ^
j=1 Paj è anch’esso un proiettore (grazie alla relazione di ortogo-
nalità (7.7)). Al variare di N si ottiene la cosiddetta famiglia spettra-
le {E^ N , N = 0, 1, 2, . . .} dell’osservabile A , caratterizzata dalle relazioni,
equivalenti alle Eq. (7.7) e (7.8)
(7.9) E^NE ^N′ = E^N′ E ^ N , ∀N ≤ N ′
^N = E
e
(7.10) ^0 = 0 ,
E ^N = 1 .
lim E
N→∞
A questo punto possiamo facilmente costruire un operatore lineare che
rappresenti l’osservabile A . Si tratta di correlare matematicamente le
due affermazioni “il sistema si trova in uno stato descritto da un vettore
di Va ” e “l’osservabile A assume il valore a ”. Infatti, l’operatore lineare
(7.11) ^ = ∑ aj P
A ^ aj = ∑ a P ^a
j a∈σ(A)

possiede come autovettore in senso matematico ogni autovettore ∣a⟩ di


A , inteso come vettore di HS rappresentativo di un autostato di A :
^ ∣a⟩ = a ∣a⟩ , a ∈ σ(A) .
A
^a , abbiamo
In termini dei proiettori P
^P
A ^a = ∑ bP ^b P
^a = ∑ bδab P
^b = aP
^a .
b∈σ(A) b∈σ(A)

Come nel caso della (7.8), anche l’Eq. (7.11) va propriamente intesa: per
la completezza della famiglia spettrale, un qualunque vettore ∣ψ⟩ è il
limite per N → ∞ della sequenza di Cauchy {E ^ N ∣ψ⟩} ; quindi la (7.11)
N ^
va intesa nel senso che se la successione ∑j=1 aj Paj ∣ψ⟩ converge, A ∣ψ⟩ ne
è il limite e ∣ψ⟩ appartiene al dominio D(A) ^ dell’operatore A ^.
Essendo una combinazione di operatori autoaggiunti con coefficien-
ti reali, A ^ è un operatore autoaggiunto. Dunque ad ogni osservabile
(discreta) A del sistema fisico in esame risulta associato un operatore
autoaggiunto A ^ . Il primo esempio di questa corrispondenza è quello ba-
nale: le osservabili il cui valore non dipende dallo stato del sistema sono
rappresentate in HS da multipli dell’operatore identità 1l.
Il caso di osservabili dotate di uno spettro interamente o parzialmente
continuo, non richiede, almeno al livello formale, una trattazione molto
più elaborata. Supponiamo che A possieda uno spettro puramente con-
tinuo, che denotiamo σc (A) . Ad ogni parametro reale a ∈ σc (A) risulta
associata la funzione caratteristica E(a) che vale 1 se A assume un va-
lore minore di a e 0 altrimenti. Dato che E(a) è un’osservabile discreta,
ad essa corrisponde, per quanto visto sopra, un operatore autoaggiunto
^
E(a) con autovalori 0 ed 1, che possiede tutti i requisiti di un proiettore.

- 188 -
7.3 Osservabili ed esperimenti in meccanica quantistica

^
La continuità dello spettro si traduce nella continuità di E(a) , nel senso
^
che ⟨ϕ∣ E(a) ∣ψ⟩ è una funzione continua di a per ogni ∣ϕ⟩ e ∣ψ⟩ in HS .
Inoltre, per costruzione, se a ≤ a ′ , abbiamo
^
E(a) ^ ′ ) = E(a
E(a ^ ′ ) E(a)
^ ^
= E(a) ,
mentre necessariamente
^
lim E(a) =0, ^
lim E(a) =1.
a→−∞ a→∞
Queste relazioni rappresentano la versione continua delle (7.9) e (7.10), per
^
cui {E(a), a ∈ R} costituisce una famiglia spettrale completa, continua,
^
di proiettori ortogonali. Ovviamente, se inf σc (A) è finito, allora E(a) =
0 per a < inf σc (A) , mentre E(a)^ = 1 per tutti i a maggiori di un
sup σc (A) eventualmente finito.
Possiamo includere nel formalismo anche un’eventuale parte discreta,
dello spettro, che denotiamo σd (A) (per cui σ(A) coincide con l’unione
disgiunta di σc (A) e σd (A) ), richiedendo la sola continuità a destra della
famiglia spettrale
^ + ϵ) = E(a)
lim E(a ^ , ∀a ∈ R ,
ϵ→0
mentre
^ − ϵ) = E(a)
lim E(a ^ ^a ,
−P ∀a ∈ σd (A) ,
ϵ→0
dove P^a è il proiettore sull’autosottospazio Va associato all’autovalore
^
a . In termini della famiglia spettrale {E(a), a ∈ R} , la ricostruzione
dell’operatore A^ corrispondente all’osservabile A si scrive ora
+∞
(7.12) ^ =∫
A ^
a dE(a) = ∑ ^a +
aP ∫ ^
a dE(a) ,
−∞ a∈σd (A) a∈σc (A)

dove l’integrazione con la misura a valori operatoriali dE(a) ^ può


essere rigorosamente definita [BRS93] (vedi anche l’App. B.9). L’espres-
sione (7.12) definisce allora un operatore autoaggiunto. Tramite la misura
^
dE(a) , la nozione di famiglia spettrale può essere estesa all’insieme B
dei sottoinsiemi boreliani della retta reale: ad ogni b ∈ B corrisponde
l’operatore di proiezione ortogonale
^ A (b) = ∫ dE(a)
E ^ ,
b
il quale fornisce la rappresentazione matematica dell’osservabile EA (b) ,
ovvero della funzione caratteristica dell’osservabile A che vale 1 non
appena A assume un valore compreso in b (si veda al §7.1).
Siamo finalmente in posizione per formulare in modo del tutto generale
gli altri due fondamentali postulati della meccanica quantistica, vale a dire

- 189 -
7.3 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.3

Postulato II
Ogni osservabile A di S è rappresentata da un operatore
^ su HS .
lineare autoaggiunto A

Postulato III
Se ∣ψ⟩ è un vettore di HS rappresentativo del raggio
corrispondente allo stato puro ξ in cui si trova il siste-
ma S al momento della misurazione dell’osservabile A ,
allora la probabilità di ottenere un valore compreso nel
sottoinsieme boreliano b è data da
^ A (b) ∣ψ⟩
⟨ψ∣ E
(7.13) PrA (b∣ ξ) = ,
⟨ψ∣ ψ⟩
^ A (b)} costituisce la famiglia spettrale di A
dove {E ^.

Quest’ultima formula generalizza l’espressione (7.6) al caso in cui l’os-


servabile A possieda una parte continua σc (A) dello spettro. Laddove
b∩σc (A) = ∅ , essa si riduce alla (7.6), poiché al di fuori di σc (A) la misura
^
dE(a) si concentra sui punti dello spettro discreto: dE(a) ^ = ∑j δ(a −
^
aj ) Paj da , a ∉ σc (A) . In ogni caso appare evidente che le grandezze
fisiche (cioè quelle confrontabili con gli esperimenti) del formalismo della
meccanica quantistica sono, al livello fondamentale, i moduli quadri dei
prodotti scalari tra vettori di stato normalizzabili.
Si osserverà che l’ordine logico di questi due postulati procede in modo
opposto rispetto alla discussione che li ha introdotti. Tale discussione ha
fatto uso di una nozione puramente operativa di autovalori ed austostati
di una osservabile, ed è partita da una versione particolare, Eq. (7.5), del
Postulato III, per arrivare prima alle famiglie spettrali e poi agli operatori
autoaggiunti. Dal punto di vista assiomatico (nonché all’atto pratico)
il Postulato II deve ovviamente precedere il terzo. Il postulato I fissa
la rappresentazione matematica degli stati puri, il secondo quella delle
osservabili, mentre il terzo esprime le regole per calcolare il risultato degli
esperimenti, ovvero la distribuzione di probabilità per i valori sperimentali
di ciascuna osservabile. Tuttavia la possibilità di dedurre la rappresenta-
zione delle osservabili in termini di operatori autoaggiunti, a partire dalla
forma (7.5) del postulato III, suggerisce che i tre postulati fondamentali
della meccanica quantistica non siano veramente indipendenti. In effetti,
questa è la conseguenza di un teorema rigoroso, il teorema di Gleason,
che illustreremo più avanti.
Si noti che il postulato III si applica a tutti gli esperimenti, sia di prima
che di seconda specie; una distinzione tra queste due classi di esperimenti
è tuttavia indispensabile per stabilire quale è effettivamente lo stato del

- 190 -
7.3 Osservabili ed esperimenti in meccanica quantistica

sistema al momento di effettuare una osservazione, ovvero quale vettore


di stato ∣ψ⟩ rappresenta la preparazione del sistema e va inserito nella
formula delle probabilità (7.13).
Dal punto di vista pratico, il potere predittivo della meccanica quanti-
stica dipende dal poter identificare a priori l’operatore autoaggiunto cor-
rispondente ad una data osservabile (si veda per esempio il §7.8). In tal
caso, il senso della relazione (7.12) va rovesciato: dato l’operatore autoag-
giunto A ^ su HS , che per ipotesi rappresenta l’osservabile A , il problema
consiste nel determinare la sua decomposizione spettrale, ovvero la
^
famiglia {E(a), a ∈ R} per la quale vale la (7.12). L’esistenza e l’unicità
di tale famiglia per ogni operatore autoaggiunto è garantita dal cosiddetto
teorema spettrale [Neu55, Sto32]. Dal postulato III segue allora che
i valori sperimentalmente osservabili coincidono con lo spettro in senso
matematico dell’operatore A ^ , ovvero con il supporto della misura a va-
^
lori operatoriali dE(a) . In particolare, se tale supporto è parzialmente o
interamente discreto, cosı̀ deve essere lo spettro dell’osservabile dal pun-
to di vista sperimentale, spesso in contrasto con la natura classicamente
continua dell’osservabile stessa. Abbiamo già incontrato vari esempi di
questo tipo al cap. 5, nei quali l’osservabile in questione è l’energia del
sistema S. Ne esamineremo altri nel seguito (vedi cap. 8).
Il postulato II afferma che ad ogni osservabile del sistema S corri-
sponde un operatore autoaggiunto su HS . È naturale ora domandarsi
se vale anche il viceversa, cioè se qualunque operatore autoaggiunto rap-
presenti una vera e propria osservabile del sistema, nel senso operativo
del termine. Nel §7.5 discuteremo le limitazioni di principio ad una tale
possibilità dovute alla presenza eventuale di regole di superselezione sullo
spazio degli stati puri. Ancor prima però esistono delle severe limitazioni
pratiche sulla possibilità di individuare l’osservabile, nella nozione opera-
tiva della stessa in cui vanno specificate le apparecchiature e le procedure
sperimentali, che corrisponde ad un arbitrario operatore autoaggiunto. In
tutte le situazioni concrete le osservabili veramente sotto controllo, al li-
vello sperimentale, sono poche e coincidono con quelle “fondamentali”,
come posizioni, momenti, momenti angolari ed energie, e relative famiglie
spettrali.
D’altra parte, l’applicazione incondizionata del principio di sovrappo-
sizione lineare, affermando che ogni vettore ∣ψ⟩ di HS descrive uno stato
puro di S fisicamente realizzabile, comporta che l’operatore autoaggiun-
to ∣ψ⟩⟨ψ∣ corrisponde ad una osservabile di S , anche se molto difficile,
in generale, da identificare esplicitamente in termini operativi. Se ∣ψ⟩ è
normalizzato, allora ∣ψ⟩⟨ψ∣ è un proiettore e corrisponde ad una partico-
lare funzione caratteristica (di una o più osservabili, purché compatibili),
misurabile mediante una specifica classe di esperimenti di tipo “si o no”.

- 191 -
7.3 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.3

La distribuzione di probabilità per i risultati di questi esperimenti viene


fissata dal postulato III: se ∣ψ⟩ , è il vettore di stato normalizzato che de-
scrive lo stato puro ξ in cui è stato precedentemente preparato il sistema
S , allora la probabilità di osservare il sistema nello stato ξ ′ descritto dal
vettore ∣ψ ′ ⟩ , pure normalizzato, vale
(7.14) Pr(ξ → ξ ′ ) = ∣ ⟨ψ ′ ∣ ψ⟩ ∣2 .
A questa espressione viene comunemente dato il nome di probabilità
di transizione dallo stato descritto da ∣ψ⟩ a quello descritto da ∣ψ ′ ⟩ .
Va ricordato però che essa fa riferimento soltanto al possibile risultato di
un esperimento in cui si misura quell’osservabile che possiede ∣ψ ′ ⟩ come
autovettore con autovalore 1 , ed il complemento ortogonale di ∣ψ ′ ⟩ come
autospazio con autovalore 0 .
Al variare dei raggi che contengono ∣ψ⟩ e ∣ψ ′ ⟩ in tutto lo spazio
proiettivo HS /C ∗ , le probabilità (7.14) rappresentano la totalità del con-
tenuto fisico, cioè sperimentalmente verificabile, dello spazio di Hilbert dei
vettori di stato. Il contenuto fisico della meccanica quantistica sta dunque
nella struttura metrica dello spazio dei raggi HS /C ∗ . La nozione di di-
stanza d(r1 , r2 ) tra due punti r1 e r2 di HS /C ∗ discende naturalmente
dall’Eq. (7.14), ad esempio nella forma
1/2
∣ ⟨ψ1 ∣ ψ2 ⟩ ∣2
d(r1 , r2 ) = [1 − ] ,
⟨ψ1 ∣ ψ1 ⟩ ⟨ψ2 ∣ ψ2 ⟩
dove ∣ψ1 ⟩ e ∣ψ2 ⟩ sono due arbitrari vettori (non-nulli) appartenenti a r1
e r2 , rispettivamente.
problema 7.3-2 []Si verifichi che d(r1 , r2 ) soddisfa alle tre proprietà
definitorie di una funzione distanza, vale a dire d(x, y) = 0 se e solo se
x = y , d(x, y) = d(y, x) e d(x, z) ≤ d(x, y) + d(y, z) .

problema 7.3-3 []Nel caso di CP1 , lo spazio dei raggi di C 2 , la funzione


d(r1 .r2 ) definisce una distanza sulla sfera S2 . Qual è la relazione con la
metrica indotta su S2 dall’usuale immersione x2 + y2 + z2 = 1 nello spazio
Euclideo R3 ?
In definitiva, dunque, ciò che viene misurato negli esperimenti è proprio
la distanza fra i raggi di HS , la quale quantifica la diversità dei vari stati
puri di S .

7.3.1. Valori medi ed indeterminazioni. La probabilità PrA (b∣ ξ)


di osservare un valore di A compreso in b coincide con il valor medio della
corrispondente funzione caratteristica EA (b) (Eq. (7.4))
PrA (b∣ ξ) = ⟨EA (b)⟩ξ .

- 192 -
7.3 Osservabili ed esperimenti in meccanica quantistica

Confrontata con il postulato III, questa relazione diventa


^ A (b) ∣ψ⟩
⟨ψ∣ E
(7.15) ⟨EA (b)⟩ξ =
⟨ψ∣ ψ⟩
dove per ipotesi ∣ψ⟩ descrive lo stato puro ξ . Data la decomposizione
spettrale (7.12) dell’operatore autoaggiunto A ^ corrispondente all’osserva-
bile A , dalla (7.15) otteniamo infine la rappresentazione quantomeccanica
dei valori medi per una qualunque osservabile, cioè
⟨ψ∣ A^ ∣ψ⟩
(7.16) ⟨A⟩ξ = .
⟨ψ∣ ψ⟩
Va sottolineato che affermare la validità di questa espressione per ogni
osservabile equivale esattamente all’affermazione del postulato III.
La dispersione dei risultati sperimentali attorno al valor medio è ca-
ratterizzata dalla deviazione standard, o indeterminazione (vedi (7.3))
√ √
∆A = ⟨(A − ⟨A⟩)2 ⟩ = ⟨A2 ⟩ − ⟨A⟩2 ,
^ e ∣ψ⟩ ,
ovvero, in termini di A
1/2
^ ∣ψ⟩2 ]
^ 2 ∣ψ⟩ − ⟨ψ∣ A
∆A = [⟨ψ∣ A
dove per brevità si è assunto che ∣ψ⟩ è normalizzato, ⟨ψ∣ ψ⟩ = 1 . Si
^ autoaggiunto, ∆A coincide con la norma del vettore
noti che, essendo A
^
(A − ⟨A⟩) ∣ψ⟩
1/2
^ − ⟨A⟩)2 ∣ψ⟩]
∆A = [⟨ψ∣ (A ^ − ⟨A⟩)ψ∥ ,
= ∥(A
per cui ∆A = 0 se e solo se ∣ψ⟩ è un autovettore di A ^ , nel qual caso il
valor medio coincide con il corrispondente autovalore, che è il risultato
certo dell’esperimento, in accordo con la discussione del §7.1.
7.3.2. Commutatori ed osservabili compatibili. Consideriamo
ora due osservabili A e B pertinenti al sistema fisico S , e supponiamo
che esse siano compatibili, nel senso discusso al §7.1.1. Questo significa
che deve essere possibile preparare il sistema S in uno stato puro in cui
sia A che B assumono certamente un ben preciso valore, rispettivamente
a e b (per semplificare la trattazione, consideriamo inizialmente il caso
di due osservabili discrete e limitate). In altri termini, ∆A = ∆B = 0 e
lo stato in questione deve essere descritto da un autovettore simultaneo
di A^ e B^ , che indicheremo con ∣a, b, τ⟩ , dove l’ulteriore indice τ serve a
risolvere l’eventuale degenerazione della coppia di autovalori (a, b) . Per
l’ipotesi di compatibilità questo discorso vale per ogni coppia (a, b) dello
spettro congiunto delle due osservabili. D’altronde, come sappiamo, sia
gli autovettori di A ^ che quelli di B^ formano una base ortogonale dello

- 193 -
7.3 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.3

spazio di Hilbert HS . Quindi A ^ e B^ ammettono un insieme completo di


autovettori comuni, cioè sono diagonalizzabili simultaneamente:
(7.17) A^ ∣a, b, τ⟩ = a ∣a, b, τ⟩ , ^ ∣a, b, τ⟩ = b ∣a, b, τ⟩ .
B
Risulta evidente da queste relazioni che
^B
(A ^ −B^ A)
^ ∣a, b, τ⟩ = 0
Dovendo valere per un insieme completo di vettori, questo implica che il
commutatore
[A^ , B]
^ ≡A
^B^ −B^A
^
si annulla identicamente.
Viceversa, supponiamo che due osservabili discrete A e B siano rap-
^ B]
presentate da due operatori autoaggiunti e limitati che commutano, [A, ^
^
= 0 . Allora, se ∣a⟩ è un autovettore di A corrispondente all’autovalore
a , anche il vettore B ∣a⟩ lo è:
^B
A ^ ∣a⟩ = B
^A^ ∣a⟩ = aB
^ ∣a⟩ .
Questo implica, nel caso in cui a sia un autovalore non degenere, che
∣a⟩ e B ^ ∣a⟩ sono proporzionali, ovvero ∣a⟩ è anche autostato di B ^ . Più
in generale, supponiamo che ∣a⟩ appartenga ad un autospazio Va di di-
mensione n ≥ 1 , con ∣a, τ⟩ , τ = 1, 2, . . . , n come vettori di base. In
quanto autovettore di A ^ , ogni B ^ ∣a, τ⟩ deve appartenere ancora a Va ed
essere esprimibile come combinazione lineare degli stessi vettori ∣a, τ⟩ ,
τ = 1, 2, . . . , n . In altre parole, l’operatore B ^ agisce all’interno di ciascun
autospazio Va , a ∈ σ(A) , senza connettere fra loro autospazi corrispon-
denti ad autovalori distinti. Quest’ultimo fatto si esprime dicendo che
^ possiede elementi di matrice nulli tra vettori di Va e Va′ , qualora
B
a ≠ a′
⟨a ′ , τ ′ ∣ B
^ ∣a, τ⟩ = 0 .
La diagonalizzazione di B ^ non comporta quindi alcun mescolamento di
autovettori di A ^ corrispondenti ad autovalori diversi, e si riduce ad una
riduzione della degenerazione indicizzata da τ , cioè alla relazione (7.17).
Ma allora ∆A = ∆B = 0 per qualunque coppia di valori degli spettri delle
due osservabili, che sono perciò compatibili. In definitiva, abbiamo verifi-
cato che due osservabili (discrete e limitate) sono compatibili se e solo se
i corrispondenti operatori autoaggiunti commutano. L’estensione di que-
sta fondamentale proprietà ad osservabili illimitate e/o dotate di spettro
continuo richiede solo un minimo di cautela. Il discorso appena fatto è
chiaramente ripetibile per le rispettive funzioni caratteristiche EA (a) e
EB (b) e relative famiglie spettrali E ^ A (a) e E^ B (b) , che sono per costruzio-
ne operatori limitati e con spettro discreto. D’altronde la compatibilità,
nel senso operativo del termine, di A e B è sinonimo della compatibilità di

- 194 -
7.3 Osservabili ed esperimenti in meccanica quantistica

EA (a) e EB (b) , per cui concludiamo che A e B sono compatibili se e solo


se le corrispondenti famiglie spettrali commutano, [E ^ A (a) , E
^ B (b)] = 0 . Si
^ ^
noti che questo implica senz’altro che [A , B] si annulla su di un insieme
di vettori denso nello spazio di Hilbert HS , mentre il viceversa non è
sempre vero. In ogni caso, l’annullarsi di [E^ A (a) , E
^ B (b)] , imposto dalla
^
compatibilità, è sufficiente per dimostrare che A e B ^ ammettono una
base comune di autovettori ortogonali (da intendersi, se necessario, nel
senso generalizzato del termine).
Osservazione []A questo punto possiamo far cadere la differenza di no-
tazione tra la generica osservabile A e l’operatore autoaggiunto A ^ che
la rappresenta, omettendo il cappuccio ^. Lo stesso termine, osservabi-
le, verrà usato per entrambi. Talvolta poi adotteremo l’uso corrente, che
non fa distinzione, dal punto di vista linguistico, tra stati puri (raggi dello
spazio di Hilbert) e vettori di stato che li rappresentano. Con la scrittura
“dato uno stato ∣ψ⟩ etc.” verrà perciò inteso “dato un vettore di stato
∣ψ⟩ rappresentativo di un definito stato puro etc.”.

Osservabili nei sistemi composti. In base alla discussione del §7.2.1, sap-
piamo che gli stati puri del sistema composto S1 ∪ S2 sono in corrispon-
denza biunivoca con i raggi dello spazio di Hilbert H1 ⊗ H2 (per brevità
poniamo Hj ≡ HSj ) . Ci poniamo ora il problema di determinare la rap-
presentazione matematica delle osservabili di S1 ∪ S2 a partire da quella
delle osservabili di S1 e di S2 . Per definizione un’osservabile A solo di
S1 è anche un’osservabile del sistema composto compatibile con tutte le
osservabili di S2 . Quindi A, come operatore su H1 ⊗ H2 , deve commuta-
re con tutti gli operatori autoaggiunti che rappresentano osservabili solo
di S2 . Assumendo che questi ultimi formino un insieme irriducibile di
operatori su H2 , se ne deduce che A deve agire come l’identità su H2 .
Simbolicamente questo si scrive

A(1) ∶= A∣ = A∣ ⊗ 1l = A ⊗ 1l .
H1 ⊗H2 H1

Analogamente, per una osservabile B solo di S2 si avrà

B(2) ∶= B∣ = 1l ⊗ B∣ = 1l ⊗ B .
H1 ⊗H2 H2

Dato che
A(1) B(2) = B(2) A(1) = A ⊗ B ,
possiamo affermare che il prodotto in senso operativo delle due osservabili
compatibili A(1) e B(2) corrisponde al prodotto diretto o tensoriale
A ⊗ B dei relativi operatori.

- 195 -
7.3 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.3

7.3.3. Relazioni di intederminazione. Nel caso di due osservabili


A e B , tra loro non commutanti, è possibile fornire un limite inferiore
al prodotto delle due indeterminazioni ∆A ∆B , se il sistema è stato pre-
parato nello stato descritto da ∣ψ⟩ . Infatti, assumendo che ∣ψ⟩ , A ∣ψ⟩ e
B ∣ψ⟩ appartengano a D(A) ∩ D(B) , si dimostra che

(7.18) ∆A ∆B ≥ 21 ∣⟨ψ∣ [A , B] ∣ψ⟩∣ .


La diseguaglianza (7.18) è nota come relazione di indeterminazione
(generalizzata) e rappresenta l’espressione matematica del principio di
Heisenberg. Per dimostrarla, si considerino gli operatori autoaggiunti
à = A − ⟨A⟩ e B̃ = B − ⟨B⟩ e la famiglia ad un parametro à + iλB̃ , λ reale.
Per la positività della norma si ottiene
0 ≤ ∥(Ã + iλB̃)ψ∥2 = ⟨ψ∣ (Ã − iλB̃)(Ã + iλB̃) ∣ψ⟩
= ⟨ψ∣ Ã2 ∣ψ⟩ + iλ ⟨ψ∣ [Ã , B̃] ∣ψ⟩ + λ2 ⟨ψ∣ Ã2 ∣ψ⟩
= (∆A)2 + iλ ⟨ψ∣ [A , B] ∣ψ⟩ + λ2 (∆B)2 .
Si noti che l’operatore i[A , B] è simmetrico, per cui la forma quadratica
in λ ha coefficienti reali. Poiché essa è nonnegativa, il suo discriminante
deve essere nonpositivo,
⟨ψ∣ i[A , B] ∣ψ⟩2 − 4(∆A)2 (∆B)2 ≤ 0
e la relazione di indeterminazione (7.18) segue immediatamente. Si noti
inoltre che entrambi i termini della suddetta disequaglianza si annullano
qualora ∣ψ⟩ sia un autostato di una delle due osservabili. Supponiamo
che B ∣ψ⟩ = b ∣ψ⟩ . Allora per definizione ∆B = 0 , mentre ⟨ψ∣ [A , B] ∣ψ⟩ =
b(⟨A⟩ − ⟨A⟩) = 0 .
Osservazione []È importante ricordare che quanto detto vale se ∣ψ⟩
è un autovettore B in senso stretto, non in senso generalizzato, e che
comunque per affermare la relazione (7.18) è necessario che A ∣ψ⟩ ap-
partenga al dominio di definizione di B e viceversa. In caso contrario,
è facile credere di poter trovare dei controesempi. Nel caso delle coppia
di osservabili canonicamente coniugate, la posizione ed il momemto, su
L2 (R) , abbiamo i[p , q] = 1 , (h̵ = 1) , ma né l’una né l’altra possiedono
autovettori in senso stretto. Se invece vogliamo considerare tale coppia
sullo spazio delle funzioni a quadrato sommabile sul cerchio, L2 (S1 ) , nel-
la rappresentazione usuale dove p = −id/dx , q = x e x ∈ [0, 2π) denota
l’angolo, allora xψ(x) non appartiene al dominio di definizione di p qua-
lora ψ(x) = einx sia autofunzione di p . Quindi il commutatore [p , q]
non risulta definito sulle autofunzioni di p e non si ottiene alcuna con-
traddizione con l’osservazione che per tali autofunzioni ∆p = 0 , mentre
∆q è finito per definizione.

- 196 -
7.3 Osservabili ed esperimenti in meccanica quantistica

Osservazione []Un altro aspetto che conviene sottolineare a proposito


delle relazioni di indeterminazione (7.18) riguarda il loro preciso signifi-
cato operativo. Le grandezze ∆A e ∆B fanno riferimento alla dispersione
sui valori misurati di A e di B in sequenze di esperimenti identici e indi-
pendenti. In ognuno di questi esperimenti il sistema viene preparato nello
stesso stato, descritto dal vettore ∣ψ⟩ , e quindi sottoposto alla misurazione
o di A o di B o di i[A , B] (comunque non di A e B simultaneamente).
Quindi ∆A e ∆B non vanno confusi con le imprecisioni proprie di un
esperimento in cui si cerchi di misurare allo stesso tempo A e B . D’altra
parte, in certi casi particolari risulta effettivamente possibile mettere in
relazione il limite inferiore di tali imprecisioni con ∆A∆B . Si pensi ad
esempio alle argomentazioni addotte originariamente dallo stesso Heisen-
berg per dedurre il principio di indeterminazione tra posizione e momento
[Hei63].

7.3.4. Insiemi completi di osservabili compatibili (II). Abbia-


mo appena visto come un’osservabile B compatibile con un’altra data
osservabile A serva a ridurre l’eventuale degenerazione degli autovalori
di quest’ultima. Si intende che A e B sono osservabili indipendenti, nel
senso che un preciso valore assunto da una non fissa necessariamente il
valore dell’altra. In caso contrario B sarebbe una funzione di A , e la
sua conoscenza non aggiungerebbe alcuna informazione sullo stato del si-
stema. Il processo di riduzione della degenerazione può evidentemente
continuare, prendendo in considerazione un’ulteriore osservabile C com-
patibile sia con A che con B ed indipendente da esse, e via di seguito.
Abbiamo già discusso questa situazione al paragrafo 7.1.1 e potremmo
ripetere la trattazione parola per parola: ora per osservabili compatibili
intendiamo operatori autoaggiunti e commutanti, mentre la richiesta di
indipendenza significa che nessuna delle osservabili può venire espressa co-
me funzione delle altre (funzioni di operatori commutanti non soffrono di
alcuna ambiguità di ordinamento e quindi corrispondono esattamente alla
nozione intuitiva di relazione funzionale tra diversi risultati numerici di
esperimenti). Anche la nozione di completezza di un dato insieme di osser-
vabili compatibili riceve ora una precisa caratterizzazione matematica. Il
processo di raffinamento della nostra informazione sullo stato del sistema
termina quando la degenerazione degli autovalori viene completamente ri-
mossa: un insieme A1 , A2 , . . . , An di osservabili compatibili è completo se
e solo se ad un fissata n-upla di autovalori (a1 , a2 , . . . , an ) corrisponde un
sottospazio monodimensionale di autovettori. Se ora consideriamo un’ul-
teriore osservabile An+1 che commuta con tutte le precedenti, essa deve
essere diagonale sulla base degli autostati simultanei di A1 , A2 , . . . , An .

- 197 -
7.3 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.3

Nel caso estremo essa può avere autovalori an+1 tutti distinti, ma tutte di-
stinte sono per costruzione anche le n-uple di autovalori (a1 , a2 , . . . , an ) ,
per cui deve necessariamente esistere una relazione funzionale all’interno
della (n + 1)-upla (a1 , a2 , . . . , an+1 ) . In altri termini, An+1 è una fun-
zione di A1 , A2 , . . . , An . Viceversa, se i valori sperimentalmente osservati
di An+1 non sono calcolabili con certezza, pur sapendo che il sistema è
stato preparato nell’unico stato corrispondente a (a1 , a2 , . . . , an ) , allora
∆An+1 > 0 , tale stato non è autostato di An+1 e quindi An+1 non può
commutare con tutte le osservabili precedenti, contrariamente all’ipotesi.
Una volta stabilito quale è lo spazio di Hilbert HS adatto per la
descrizione di un dato sistema fisico S , risultano definiti anche tutti i
possibili insiemi completi di osservabili compatibili, nel senso matematico
del termine. In generale però, soltanto un numero piuttosto ristretto di
tali insiemi possiede una interpretazione operativa reale. Basti pensare
che, almeno in linea di principio, esistono molteplici insiemi di osserva-
bili compatibili composti da una sola osservabile. In effetti, essendo per
ipotesi HS separabile, si possono costruire infiniti operatori autoaggiunti
dotati di uno spettro discreto composto da autovalori non degeneri: è suf-
ficiente scegliere una base ortonormale arbitraria, gli autovettori, e fissare
in modo altrettanto arbitrario una sequenza di numeri reali tutti distin-
ti, da identificare con gli autovalori. Tuttavia, eccezion fatta per sistemi
idealizzati particolarmente semplici, si tratta di osservabili solo in senso
matematico, poiché risulta praticamente impossibile individuare le corri-
spondenti osservabili nel senso operativo del termine. Lo stesso vale anche
per la maggior parte degli insiemi completi di operatori autoaggiunti.
In generale, il numero di osservabili operativamente identificate di un
insieme completo e compatibile dipende, oltre che dalla natura del sistema
fisico in esame, anche dalle disponibilità sperimentali. Un esempio tipi-
co è quello dell’elettrone: nei primi anni della meccanica quantistica era
convinzione che si trattasse del prototipo del punto materiale quantomec-
canico, per il quale le tre componenti della posizione formassero un insie-
me completo di osservabili compatibili. Tuttavia l’evidenza sperimentale
successiva (effetto Zeeman, struttura fine etc.) ha ampiamente dimostra-
to che il sottospazio corrispondente ad un dato valore di (x, y, z) non è
monodimensionale, ma bidimensionale (tale sottospazio va inteso in sen-
so generalizzato, essendo lo spettro della posizione continuo). Per ridurre
del tutto la degenerazione è quindi necessaria una ulteriore osservabile, ad
esempio la terza componente Sz dell’operatore di spin S , che non pos-
siede analogo classico. Come vedremo in seguito, gli autovalori di Sz sono
̵ , e la quadrupla (x, y, z, sz ) individua, in senso generalizza-
due sz = ±h/2
to, un unico stato puro (almeno allo stato attuale della nostra conoscenza
sperimentale). Va ricordato, in ogni caso, che lo spazio di Hilbert HS

- 198 -
7.3 Osservabili ed esperimenti in meccanica quantistica

si intende ricostruito operativamente, proprio a partire da quello che si


ritiene essere, in base all’informazione sperimentale disponibile, un insie-
me completo di osservabili compatibili (vedi §7.1). Secondo il postulato I
questo spazio è unico, sicché ogni altro stato puro preparato mediante un
diverso insieme di osservabili compatibili deve essere rappresentato da una
combinazione lineare dei precedenti vettori. Davanti ad un esperimento
i cui risultati non siano esprimibili attraverso l’identificazione dell’oppor-
tuno operatore autoaggiunto sullo spazio HS cosı̀ costruito, nonché della
regola fondamentale espressa dal postulato III, risulta necessario allargare
HS attraverso una o più nuove osservabili compatibili.

Osservazioni congiunte ed algebra delle osservabili. Secondo la descrizio-


ne classica, le osservabili di un sistema fisico, in quanto funzioni a valori
reali sul corrispondente spazio delle fasi, formano un’algebra commutati-
va: se A = A(q, p) e B = B(q, p) , allora A + B e AB sono definite nel
modo naturale, come moltiplicazioni di numeri reali. In effetti, secondo la
meccanica classica tutte le osservabili sono compatibili, e per osservabili
compatibili non vi sono problemi nel sommare e moltiplicare fra loro i
risultati di diversi esperimenti, mantenendo s’intende la consistenza di-
mensionale rispetto alle unità di misura scelte. Al contrario, non è per
nulla chiaro come definire operativamente le osservabili somma e prodot-
to di due osservabili A e B tra loro non compatibili: per definizione il
sistema S non può mai trovarsi in uno stato in cui sia A che B assumo-
no ben definiti valori, a e b , che possano essere sommati e moltiplicati
per ottenere i valori a + b e ab da assegnare alle osservabili somma e
prodotto. Più in generale, non c’è una definizione operativa univoca, in
termini di frequenza relativa dei risultati sperimentali, per la distribuzione
di probabilità congiunta per due osservabili non compatibili.
D’altra parte, una volta definita tramite il postulato II la rappresen-
tazione matematica delle osservabili in termini di operatori autoaggiunti,
risulta possibile manipolare algebricamente gli stessi per ottenere nuovi
operatori autoaggiunti. Ad esempio, anche se A e B non commutano,
A + B è senz’altro un operatore simmetrico e spesso perfino autoaggiunto,
e lo stesso dicasi per C = f(A) + g(B) per opportune funzioni f e g a
valori reali. È però evidente che la risoluzione spettrale di C in generale
non ha nulla a che vedere con quella di A e di B , se questi non commuta-
no, per cui l’interpretazione probabilistica del postulato III non permette
di collegare operativamente l’osservabile rappresentata da C con le os-
servabili A e B . D’altronde, gli esperimenti atti alla misurazione di C
sono in generale completamente diversi da quelli mediante i quali A e/o
B vengono misurati.
Dunque la novità sostanziale della rappresentazione matematica delle

- 199 -
7.4 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.4

osservabili in meccanica quantistica, rispetto alla loro controparte classica,


sta nel fatto che esse non formano più un algebra commutativa. Poiché,
in generale, gli operatori sullo spazio di Hilbert HS non commutano (cioè
AB ≠ BA ), è chiaro che le relazioni algebriche esistenti tra svariate osser-
vabili al livello classico vanno ora reinterpretate. Abbiamo già incontrato
questo problema, nel capitolo precedente, per le generiche funzioni delle
coordinate q e dei momenti p . Appare ora chiaro che questo è un feno-
meno del tutto generale, proprio della struttura formale della meccanica
quantistica.

7.4. Il formalismo delle matrici di densità


Secondo il postulato I, ad ogni stato puro ξ del sistema fisico S corri-
sponde un raggio dello spazio di Hilbert HS , ovvero un insieme di vettori
normalizzati che differiscono solo per un irrilevante fattore di fase. A sua
volta un raggio identifica un preciso sottospazio monodimensionale di HS ,
ovvero una proiezione ortogonale monodimensionale su HS (cioè tale che
all’autovalore 1 corrisponde un sottospazio monodimensionale). Dunque
ogni stato puro ξ è rappresentato dal proiettore
(7.19) ρξ ≡ ∣ψ⟩⟨ψ∣ ,
dove ∣ψ⟩ è un vettore normalizzato che appartiene al sottospazio monodi-
mensionale corrispondente a ξ . Si dice che ∣ψ⟩ è un vettore rappresenta-
tivo del raggio ρξ . Va comunque sottolineato che l’espressione (7.19) non
dipende dalla fase di ∣ψ⟩ . A questo punto è chiaro che possiamo far cade-
re la distinzione tra stati puri in senso operativo e loro rappresentazione
matematica, per cui spesso ometteremo il suffisso ξ : gli stati puri del si-
stema sono i raggi di HS , ovvero i proiettori ortogonali monodimensionali
su HS .
Anche il postulato III può essere riformulato in termini di proiettori,
introducendo l’operazione di traccia sugli operatori lineari su HS . Se X
è un operatore e {∣n⟩ , n = 1, 2, . . .} una base ortonormale di HS , allora
gli elementi di matrice di X si scrivono
Xmn = ⟨m∣ X ∣n⟩
e la traccia Tr X consiste nella somma degli elementi diagonali
(7.20) Tr X = ∑ Xnn = ∑ ⟨n∣ X ∣n⟩ .
n n

Si tratta ovviamente di espressioni formali, dato che generalmente la som-


ma contiene infiniti termini e l’esistenza degli stessi elementi di matrice
dipende dal dominio di definizione di X e dalla base scelta. Se Tr X esi-
ste finito, allora X si dice di classe traccia e Tr X non dipende dalla base

- 200 -
7.4 Il formalismo delle matrici di densità

usata nella definizione (7.20). Inoltre, dati due operatori X e Y , se X Y


e YX sono di classe traccia, allora

Tr X Y = Tr YX .

È evidente che tutti gli stati puri ρ , e più in generale tutti i proiettori
finito-dimensionali, sono di classe traccia. Inoltre, se ∣ψ⟩ ∈ D(X) , allora

Tr ρX = Tr ∣ψ⟩ ⟨ψ∣ X = ⟨ψ∣ X ∣ψ⟩ .

Nel linguaggio delle tracce e dei proiettori, il postulato III afferma che, se
ρξ è lo stato puro del sistema S , allora la probabilità di ottenere, come
risultato della misurazione dell’osservabile A , un risultato compreso nel
sottoinsieme boreliano b vale

(7.21) ^ A (b) .
PrA (b∣ ξ) = Tr ρξ E

In particolare la probabilità di transizione (7.14) tra due stati puri ρ1 e


ρ2 si scrive ora

Pr(ρ1 → ρ2 ) = Tr ρ1 ρ2 = ∣ ⟨ψ1 ∣ ψ2 ⟩ ∣2

dove l’ultima espressione vale una volta scelti due vettori rappresentativi
degli stati puri ρ1 e ρ2 .
Dobbiamo ora osservare che gli stati puri, in quanto stati sperimentali
che raccolgono il massimo di informazione possibile sul sistema, non sono
in pratica facilmente preparabili. La situazione più generale è quella in
cui l’informazione ottenuta non è massimale, per cui diversi stati puri
sono compatibili con i risultati di una data combinazione di esperimenti
di prima specie. In questo caso dobbiamo fare ricorso ad una descrizione
statistica del sistema, in modo analogo a come in meccanica classica si
introduce una distribuzione di probabilità sullo spazio delle fasi. Si parla
allora di miscele statistiche al posto degli stati puri.
Questa circostanza richiede una modifica minima nel formalismo ap-
pena introdotto. Si supponga che, in base all’informazione raccolta, lo
stato del sistema possa essere descritto alternativamente dal vettore ∣ψ1 ⟩
con probabilità w1 , oppure da ∣ψ2 ⟩ con probabilità w2 , da ∣ψ3 ⟩ con
probabilità w3 , e via dicendo. I vettori {∣ψj ⟩ , j = 1, 2, . . .} si intendono
linearmente indipendenti, normalizzati, non necessariamente ortogonali e
possibilmente infiniti in numero. Inoltre, per definizione di probabilità,
avremo che
0 ≤ wj ≤ 1 , ∑ wj = 1 .
j

- 201 -
7.4 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.4

Possiamo affermare che il sistema si trova con probabilità wj nello stato


puro ρj = ∣ψj ⟩⟨ψj ∣ . Allora lo stato del sistema è descritto dalla combina-
zione lineare convessa
(7.22) ρ = ∑ wj ρj = ∑ ∣ψj ⟩ wj ⟨ψj ∣ ,
j j

che viene solitamente chiamata matrice statistica o matrice di den-


sità. Si noti che questa combinazione lineare, con coefficienti nonnegativi,
è fatta al livello degli stati ρj e non dei vettori di stato ∣ψ⟩j . D’altro
lato il principio di sovrapposizione lineare afferma che (modulo eventua-
li regole di superselezione: vedi §7.5) esiste uno stato puro del sistema
corrispondente ad una qualunque combinazione lineare
(7.23) ∣ψ⟩ = ∑ cj ∣ψj ⟩ ,
j

dove i coefficienti cj , generalmente complessi, sono ristretti solo dalla


condizione che ∣ψ⟩ sia propriamente normalizzato. Questo stato puro si
esprime come
ρ̃ = ∣ψ⟩⟨ψ∣ = ∑ ∣ψi ⟩ c̄i cj ⟨ψj ∣
ij

= ∑ ∣cj ∣2 ρj + ∑ ∣ψi ⟩ c̄i cj ⟨ψj ∣


j i≠j

e certamente non descrive una situazione in cui il sistema si trova in un


determinato stato ρj con probabilità proporzionale a ∣cj ∣2 , anche qualora
l’eventuale ortogonalità dei vettori ∣ψi ⟩ renda i ∣cj ∣2 propriamente nor-
malizzati e quindi uguali alla probabilità quantomeccanica di osservare il
sistema nello stato ρj . Infatti, a causa dei termini misti con i ≠ j , che
dipendono da tutte le fasi relative fra i vettori ∣ψi ⟩ , è sempre possibile
osservare degli effetti di interferenza in opportuni esperimenti. È proprio
la dipendenza dalle fasi relative, completamente assente in (7.22), che se-
gnala la coerenza quantistica dello stato puro ρ̃ . Per questa ragione si
dice che la combinazione al livello dei vettori di stato (7.23) rappresenta
una sovrapposizione coerente , mentre la combinazione convessa al livello
degli stati (7.22) rappresenta una sovrapposizione incoerente.
In ogni caso, sia che il sistema si trovi in uno stato puro oppure in
una miscela statistica di stati puri, l’enunciato del postulato III resta
invariato (basta omettere la specificazione “puro”) e la formula centrale
della meccanica quantistica, Eq. (7.21), vale comunque. In particolare, il
valore medio dell’osservabile A si scrive
(7.24) ⟨A⟩ = Tr ρA ,

- 202 -
7.4 Il formalismo delle matrici di densità

ovvero
⟨A⟩ = ∑ wj ⟨A⟩j = ∑ wj ⟨ψj ∣ A ∣ψj ⟩ .
j j

Si noti che l’espressione (7.24) è del tutto generale; infatti, se A coinci-


de con la funzione caratteristica di un’altra osservabile A ′ su un certo
sottoinsieme boreliano, vale a dire con la corrispondente proiezione orto-
gonale, la (7.24) si riduce alla definizione della probabilità di osservare un
valore di A ′ compreso in quell’intervallo.
Per quanto riguarda la deviazione standard di A nello stato ρ , ab-
biamo ora
(∆A)2 = Tr ρ(A
^ − ⟨A⟩)2 = (∆q A)2 + (∆cl A)2 ,

dove
(∆q A)2 = ∑ wj (∆A)2j
j

= ∑ wj ⟨ψj ∣ (A − ⟨A⟩j )2 ∣ψj ⟩


j

è la media delle deviazioni quadratiche di origine puramente quanto-


meccanica, e quindi rappresenta una misura delle fluttuazioni coerenti
dell’osservabile A , mentre
(∆cl A)2 = ∑ wj (⟨A⟩j − ⟨A⟩)2
j

è la deviazione quadratica dei valori medi ⟨A⟩j , che discende dalla stati-
stica puramente classica e caratterizza perciò le fluttuazioni incoerenti di
A.
Cosı̀ come definita, la matrice di densità gode di tre proprietà fonda-
mentali, che sono

(7.25) ρ† = ρ , ρ≥0, Tr ρ = 1 .
La prima segue dal fatto che ρ è una combinazione lineare con coefficienti
reali degli operatori autoaggiunti ρj . L’unica sottigliezza sta nel fatto che
la somma in (7.22) può contenere infiniti termini. Tuttavia, per qualunque
vettore ∣ϕ⟩ ∈ HS , applicando la diseguaglianza di Schwarz si ottiene subito
∥ρϕ∥2 = ∑ wi wj ⟨ϕ∣ ψi ⟩ ⟨ψi ∣ ψj ⟩ ⟨ψj ∣ ϕ⟩ ≤ ∑ wi wj ∥ϕ∥2 = ∥ϕ∥2 ,
ij ij

il che dimostra che ρ è un operatore limitato (con norma ∥ρ∥ ≤ 1 ) e


quindi rigorosamente autoaggiunto.
La seconda delle proprietà (7.25), e cioè la semipositività di ρ , si
verifica immediatamente: il valor medio di ρ in qualunque stato ∣ϕ⟩ è

- 203 -
7.4 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.4

una somma di termini nonnegativi,


⟨ϕ∣ ρ ∣ϕ⟩ = ∑ wj ∥ ⟨ϕ∣ ψj ⟩ ∥2
j

Infine la terza proprietà, che afferma la corretta normalizzazione della


matrice di densità, si ottiene direttamente dalla formula generale (7.24)
ponendo A ^ = 1l .
Essendo autoaggiunto e limitato, l’operatore ρ possiede una base or-
tonormale di autovettori, ρ ∣un ⟩ = pn ∣un ⟩ , dove, a causa delle proprietà
(ii) e (iii) deve essere pn ≥ 0 e ∑n pn = 1 . In una base di suoi autovettori
ρ si scrive in modo formalmente analogo alla definizione originale (7.22)
ρ = ∑ ∣un ⟩ pn ⟨un ∣ .
n

I proiettori ∣un ⟩⟨un ∣ sono però mutuamente ortogonali, per cui


ρ2 = ∑ ∣nn ⟩ p2n ⟨un ∣
n

da cui appare evidente, essendo pn compreso fra 0 e 1 , che ρ ≥ ρ2 , con


il segno di equaglianza valido se e solo se uno dei numeri pn vale 1 e
tutti gli altri 0 , ovvero se e solo se ρ è uno stato puro.
Un modo fisicamente intuitivo di produrre miscele statistiche è il se-
guente. Supponiamo che il sistema in esame S si trovi in interazio-
ne con un altro sistema S ′ , per cui lo spazio di Hilbert appropriato
per la descrizione del sistema composto S ∪ S ′ è il prodotto tensoriale
HS∪S ′ = HS ⊗ HS ′ , in accordo con la discussione del §7.1.1. Possiamo
anche supporre che lo stato complessivo sia uno stato puro, ∣Ψ⟩⟨Ψ∣ , sep-
pure non noto nella sua interezza. La situazione è analoga a quella che si
incontra nella descrizione classica: in assenza di sufficienti informazioni,
dobbiamo far ricorso ad un approccio statistico basato su una distribu-
zione di probabilità sullo spazio delle fasi F , ma ciò non toglie che lo
specifico sistema fisico in esame occupi un ben preciso punto di F , con
ben precisi valori per le {q} e le {p} . Date due basi ortonormali {∣ϕj ⟩}
e {∣ϕj′ ⟩} , rispettivamente su HS e HS ′ , possiamo sempre porre
(7.26) ∣Ψ⟩ = ∑ cij ∣ϕi ⟩ ∣ϕj′ ⟩ .
ij

D’altro lato otteniamo per il valor medio di un’arbitraria osservabile A


di S
⟨A⟩ = ⟨Ψ∣ A ∣Ψ⟩ = ∑ ⟨ϕi ∣ A ∣ϕj ⟩ ∑ c̄ik cjk ,
ij k

dato che A agisce come l’identità su HS ′ e la base {∣ϕj′ ⟩} è per ipotesi


ortonormale. Questo risultato si può riscrivere come in (7.24), ⟨A⟩ =

- 204 -
7.4 Il formalismo delle matrici di densità

Tr ρA , identificando come matrice statistica su HS


(7.27) ρ = ∑ ∣ϕi ⟩ pij ⟨ϕj ∣ ,
ij

dove
pij = ∑ c̄jk cik .
k
problema 7.4-4 [] Si verifichi che, cosı̀ come definito, questo operatore
ρ soddisfa le tre propietà (7.25).
Osserviamo dunque che, fintanto che siamo interessati soltanto alle osser-
vabili di S , lo stato puro ∣Ψ⟩⟨Ψ∣ del sistema composto è equivalente alla
miscela statistica ρ per S . Questo effetto è dovuto alla nostra ignoranza,
completa e dichiarata, riguardo alla parte S ′ , sul cui spazio di Hilbert
dobbiamo perciò prendere la traccia. Si tratta di una traccia parziale
Tr S ′ per quanto riguarda lo spazio di Hilbert complessivo HS∪S ′ :
ρ = Tr S ′ ∣Ψ⟩⟨Ψ∣ ≡ ∑⟨ϕj′ ∣Ψ⟩⟨Ψ∣ϕj′ ⟩ .
j

In generale questa operazione non elimina completamente la coerenza


quantistica dello stato puro ∣Ψ⟩⟨Ψ∣ , che si manifesta attraverso la pre-
senza di termini misti, con i ≠ j , nell’espressione (7.27). Questo è ovvia-
mente dovuto al fatto che la base {∣ϕj ⟩} non è in generale una base di
autovettori di ρ . Né si può pensare di poterla scegliere tale a priori, cioè
prima di prendere la traccia parziale su HS ′ . Prima infatti non esiste
alcuno stato, puro o misto che sia, relativo al solo sistema S , ma solo
uno stato puro ∣Ψ⟩ del sistema complessivo S ∪ S ′ . Naturalmente, una
volta presa la traccia parziale su HS ′ ed ottenuta la matrice di densità
ρ su HS , è sempre possibile diagonalizzarla e porla nella forma (7.22).
I coefficienti pjj dei termini diagonali in (7.27), che sono per costruzione
nonnegativi e propriamente normalizzati, ∑j pjj = ∑ij ∣cij ∣2 = 1 , prendono
il nome di popolazioni degli stati puri ∣ϕj ⟩⟨ϕj ∣ , mentre i coefficienti pij ,
i ≠ j , dei termini misti prendono il nome di coerenze residue. Si noti
che la diseguaglianza di Schwarz implica che ∣pij ∣2 ≤ pii pjj , per cui pii = 0
implica pij = 0 per tutti i j , cioè stati non popolati non possono dar luogo
a fenomeni di interferenza con alcun altro stato. Un esempio su questa
materia verrà discusso nel §7.7.3.

7.4.1. Il teorema di Gleason. A questo punto risulta naturale do-


mandarsi se le matrici di densità su HS forniscono la rappresentazione
matematica più generale possibile della nozione di stato cosı̀ come di-
scussa dal punto di vista operativo al §7.1. La risposta risulta essere
affermativa, grazie all’importante teorema di Gleason, che ora illustrere-
mo (senza dimostrazione). Innanzitutto occorre ricordare la definizione

- 205 -
7.5 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.5

di stato presentata al §7.1: uno stato ξ del sistema fisico S consiste


nell’assegnazione, per ciascuna osservabile A del sistema, di una misura
di probabilità PrA (b∣ ξ) sulla retta reale R , misura che per definizione
deve soddisfare ai requisiti (7.1) e (7.2). Questa definizione può essere
riformulata in modo equivalente in termini delle funzioni caratteristiche
EA (b) dei sottoinsiemi boreliani di R : ξ associa ad ogni E = EA (b) un
numero reale ⟨E⟩ξ con le proprietà (si noti che EA (∅) = 0 e EA (R) = 1 ,
∀A )

(7.28) 0 ≤ ⟨E⟩ξ ≤ 1 , ⟨0⟩ξ = 0 , ⟨1⟩ξ = 1

e, non appena E e E ′ hanno supporto disgiunto,

(7.29) ⟨E + E ′ ⟩ = ⟨E⟩ + ⟨E ′ ⟩ .

Ricordiamo ora che, secondo il postulato II, le osservabili sono rappre-


sentate da operatori autoaggiunti su HS , ovvero che ad ogni funzione
caratteristica E = EA (b) (cioè ad ogni esperimento di tipo “si o no”) cor-
risponde una proiezione spettrale6 E ^ su un qualche sottospazio di HS .
Dunque la rappresentazione matematica di uno stato ξ deve essere un
funzionale a valori reali ⟨⋅⟩ξ sull’insieme di tutte le proiezioni ortogonali
su HS con le proprietà equivalenti alle (7.28) e (7.30), vale a dire

(7.30) ^ ξ≤1,
0 ≤ ⟨E⟩ ⟨0⟩ξ = 0 , ⟨1l⟩ξ = 1
^ ′ sono ortogonali,
^ e E
e, non appena E

(7.31) ⟨E ^ ′ ⟩ = ⟨E⟩
^+E ^ ′⟩ .
^ + ⟨E

Il teorema di Gleason afferma che, se dim HS > 2 , allora esiste una ed


una sola matrice di densità ρξ , con le proprietà (7.25) tale che
^ ξ = Tr ρξ E
⟨E⟩ ^

per qualunque proiezione ortogonale E ^ in HS . In sostanza, se si tiene


conto che gli stati puri sono particolari matrici di densità, questo teorema
dimostra che la struttura logica della meccanica quantistica è piuttosto
rigida: una volta assunti i postulati I e II, l’unico modo per estrarre
dalla teoria le probabilità da confrontare con gli esperimenti è tramite il
postulato III. Possiamo dunque affermare che i postulati I, II e III non
sono logicamente indipendenti.

6
Per maggior chiarezza conviene momentaneamente reintrodurre la notazione che
^ dall’osservabile A che esso
distingue mediante il cappuccio l’operatore autoaggiunto A
rappresenta.

- 206 -
7.5 Regole di superselezione

7.5. Regole di superselezione


Nell’introduzione al postulato I abbiamo osservato che il principio di so-
vrapposizione lineare va incondizionatamente applicato in assenza di evi-
denza sperimentale in senso contrario. Questa precisazione è necessaria
dato che in natura sono effettivamente osservate delle restrizioni al princi-
pio di sovrapposizione, che prendono il nome di regole di superselezio-
ne. Esse corrispondono all’accertata impossibilità (almeno sino ad ora) di
identificare le osservabili la cui misurazione di prima specie permetta di
preparare determinati tipi di stati puri. Ad esempio, non è attualmente
noto come preparare stati puri descritti da combinazioni lineari di vettori
di stato con diversi autovalori della carica elettrica. Quindi, se è vero
che un insieme completo di osservabili compatibili permette, attraverso il
principio di sovrapposizione lineare, di ricostruire lo spazio di Hilbert HS ,
non è sempre vero che il corrispondente spazio dei raggi HS /C ∗ rappre-
senti esattamente l’insieme di tutti gli stati puri di S . Per essere vero, è
necessario che per qualunque raggio di HS si possa identificare un insieme
completo di osservabili compatibili misurando le quali sia possibile prepa-
rare il corrispondente stato puro di S . L’esperienza sperimentale indica
invece che esistono determinate osservabili Q1 , Q2 , . . . , dotate di spettro
discreto, che sono compatibili con tutte le osservabili di S e quindi fanno
parte di tutti gli insiemi completi di osservabili compatibili fisicamente
realizzabili. In altri termini ogni stato puro di S è un autostato di que-
ste osservabili, che prendono il nome di cariche di superselezione, e non
esistono stati puri in cui esse non abbiano un valore definito. Ne segue
che combinazioni lineari di vettori corrispondenti ad autovalori differenti
di Q1 , Q2 , . . . non descrivono stati puri di S , dato che la loro prepara-
zione sarebbe possibile solo tramite osservabili che non commutano con le
cariche di superselezione.
La struttura fisicamente corretta dello spazio di Hilbert HS risul-
ta allora essere la seguente: HS è suddiviso in settori di superselezio-
(q ,q ,...)
ne HS 1 2 caratterizzati dai diversi autovalori q1 , q2 , . . . delle cariche
Q1 , Q2 , . . . . Mentre all’interno di ciascun settore il principio di sovrap-
posizione lineare vale in maniera incondizionata, esso non vale tra diffe-
renti settori: se ∣ψ1 ⟩ e ∣ψ2 ⟩ appartengono a due diversi settori, allora
∣ψ⟩ = c1 ∣ψ⟩ + c2 ∣ψ2 ⟩ non descrive alcun nuovo stato puro del sistema S .
Infatti i settori di superselezione non sono tra loro comunicanti, nel senso
che non esistono osservabili con elementi di matrice non-nulli tra differenti
settori: ⟨ψ1 ∣ A ∣ψ2 ⟩ = 0 , per qualsiasi osservabile A (ovviamente esistono
molteplici operatori autoaggiunti con tali elementi di matrice non-nulli,
ma essi non corrispondono ad alcuna osservabile nel senso operativo del
termine). Quindi il valor medio di A , nell’ipotetico stato puro descritto

- 207 -
7.5 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.5

da ∣ψ⟩ = c1 ∣ψ⟩ + c2 ∣ψ2 ⟩ , vale (si assumano i vettori normalizzati)


⟨ψ∣ A ∣ψ⟩ = ∣c1 ∣2 ⟨ψ1 ∣ A ∣ψ2 ⟩ + ∣c2 ∣2 ⟨ψ2 ∣ A ∣ψ2 ⟩ ,
cioè lo stesso che nello stato misto ρ = ∣c1 ∣2 ∣ψ1 ⟩⟨ψ1 ∣+∣c1 ∣2 ∣ψ2 ⟩⟨ψ2 ∣ . Quindi
∣ψ⟩⟨ψ∣ non è fisicamente distinguibile da ρ e non corrisponde ad un nuovo
stato puro di S . In base a questa osservazione, concludiamo che diversi
settori di superselezione possono essere combinati solo incoerentemente,
ovvero secondo i principi della statistica classica. Per contro, all’interno di
(q ,q ,...)
ciascun settore di superselezione HS 1 2 il principio di sovrapposizione
lineare continua a valere in modo incondizionato, determinando la tipica
coerenza quantomeccanica degli stati puri.

- 208 -
7.6 Rappresentazioni e trasformazioni

7.6. Rappresentazioni e trasformazioni


7.6.1. Funzioni d’onda. Abbiamo precedentemente visto come, da-
to un insieme completo di osservabili compatibili, A1 , A2 , . . . , An , i cor-
rispondenti autovalori a1 , a2 , . . . , an servano come indici per una base
ortonormale dello spazio di Hilbert HS (eventualmente intesa in senso
generalizzato). Per abbreviare la notazione, indichiamo sinteticamente
con l’indice generalizzato α l’intera collezione a1 , a2 , . . . , an , e corrispon-
dentemente con ∣α⟩ un generico vettore della suddetta base ortonormale.
L’ortonormalità della base {∣α⟩} si scrive allora
⟨α∣ α ′ ⟩ = δα α ′ ,
dove il simbolo δα α ′ può contenere anche δ di Dirac. La completezza di
{∣α⟩} si esprime attraverso la cosiddetta risoluzione completa dell’i-
dentità associata alle osservabili A1 , A2 , . . . , An :
1l = ∑ ∣α⟩⟨α∣ ,
α
dove le sommatorie vanno intese, se necessario, anche come integrali.
Un generico vettore ∣ψ⟩ di HS viene ora espresso come una combi-
nazione lineare dei vettori (vettori generalizzati) ∣α⟩ ,
∣ψ⟩ = ∑ ∣α⟩⟨α∣ ψ .
α
I coefficienti ⟨α∣ ψ⟩ di questo sviluppo costituiscono la funzione d’onda
ψ(α) dello stato puro descritto da ∣ψ⟩ nella rappresentazione di HS
basata sull’insieme completo A1 , A2 , . . . , An . Esplicitamente
ψ(α) = ψ(a1 , a2 , . . . , an ) = ⟨α∣ ψ⟩ .
Si noti che le funzioni d’onda risultano univocamente definite solo se le
fasi relative dei vettori ∣α⟩ sono state fissate una volta per tutte. In
particolare, se soltanto l’insieme A1 , A2 , . . . , An è sotto osservazione, la
scelta delle fasi relative è del tutto arbitraria: una ridefinizione del tipo
∣α⟩ Ð→ eiθα ∣α⟩
determina evidentemente la trasformazione
(7.32) ψ(α) Ð→ e−iθα ψ(α)
per le funzioni d’onda.
Secondo il postulato III, assumendo ∣ψ⟩ propriamente normalizzato,
∣ ⟨α∣ ψ⟩ ∣2 rappresenta la probabilità che, trovandosi il sistema S in uno
stato puro descritto da ∣ψ⟩ , la misurazione contemporanea delle osserva-
bili A1 , A2 , . . . , An dia a1 , a2 , . . . , an come risultato (naturalmente questa
probabilità va intesa come densità di probabilità nel caso di spettri con-
tinui). Dunque ψ(α) rappresenta una ampiezza di probabilità, ovvero un

- 209 -
7.6 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.6

numero complesso il cui modulo quadrato è una (densità di) probabilità.


In particolare la corretta normalizzazione richiede che
2
∑ ∣ψ(α)∣ = 1 .
α

Nell’uso pratico i concetti di vettori di stato e funzioni d’onda sono inter-


cambiabili. Non va dimenticato tuttavia che mentre quella di vettore di
stato è una nozione astratta, quella di funzione d’onda richiede una concre-
ta rappresentazione dello spazio di Hilbert HS basata su un determinato
insieme completo di osservabili compatibili.
Data una tale rappresentazione, possiamo realizzare esplicitamente
anche tutti gli operatori lineari su HS , e quindi tutte le osservabili. In
effetti, un generico operatore X risulta univocamente determinato dai
suoi elementi di matrice in una qualunque base. Nel caso della base orto-
normale {∣α⟩} questi si scrivono ⟨α∣ X ∣α ′ ⟩ e l’azione di X sulle funzioni
d’onda è data da
(Xψ)(α) ≡ ⟨α∣ X ∣ψ⟩ = ∑ ⟨α∣ X ∣α ′ ⟩ ⟨α ′ ∣ ψ⟩
α′
= ∑ ⟨α∣ X ∣α ′ ⟩ ψ(α ′ ) .
α′

In particolare, l’azione di una qualunque funzione delle osservabili A1 , A2 ,


. . . , An che definiscono la rappresentazione risulta essere puramente mol-
tiplicativa, cioè
(f(A1 , A2 , . . . , An )ψ)(α) = f(α)ψ(α)
Per l’ipotesi di completezza dell’insieme { A1 , A2 , . . . , An }, le funzioni
f(A1 , A2 , . . . , An ) sono le sole osservabili diagonali (cioè con azione pura-
mente moltiplicativa) nella rappresentazione {∣α⟩} .

7.6.2. Cambiamenti di base. Supponiamo ora che gli operatori


B1 , B2 , . . . , Bm , per ipotesi non tutti esprimibili come funzioni di A1 , A2 ,
. . . , An , formino un altro insieme completo di osservabili compatibili. In
corrispondenza ad essi possiamo quindi considerare un’altra rappresenta-
zione dello spazio di Hilbert HS , ovvero un’altra base ortonormale {∣β⟩} =
{∣b1 , b2 , . . . , bm ⟩ , bj ∈ σ(Bj )} di autovettori, con le relative espressioni per
l’ortogonalità e la completezza
⟨β∣ β ′ ⟩ = δβ β ′ , ∑ ∣β⟩ ⟨β∣ = 1l .
β

Sviluppando un generico vettore nella nuova base


∣ψ⟩ = ∑ ∣β⟩ ⟨β∣ ψ⟩
β

- 210 -
7.6 Rappresentazioni e trasformazioni

ed utilizzando la completezza della prima base {∣α⟩} , otteniamo


(7.33) ⟨β∣ ψ⟩ = ∑ ⟨β∣ α⟩ ⟨α∣ ψ⟩ ,
α

cioè la legge di trasformazione fra le funzioni d’onda ψ̃(β) = ⟨β∣ ψ⟩ e


ψ(α) = ⟨α∣ ψ⟩ delle due rappresentazioni. Si noti che mentre il vet-
tore ∣ψ⟩ è lo stesso, le forme funzionali delle due funzioni d’onda sono
generalmente diverse e vanno perciò indicate con simboli diversi. I pro-
dotti scalari ⟨β∣ α⟩ si possono identificare come gli elementi di una ma-
trice U = {Uβα } che per costruzione è unitaria, UU† = U† U = 1 , (dove
(U† )βα = Ūαβ = ⟨β∣ α⟩ ) dato che
′ ′
∑ ⟨β∣ α⟩ ⟨α∣ β ⟩ = ⟨β∣ β ⟩ = δβ β ′
α
′ ′
∑ ⟨α∣ β⟩ ⟨β∣ α ⟩ = ⟨α∣ α ⟩ = δα α ′ .
β

Viceversa, dato un operatore U unitario su HS (cioè un operatore lineare


che conserva il prodotto scalare: ⟨Uψ∣ Uϕ⟩ = ⟨ψ∣ ϕ⟩ , ∀ψ, ϕ ∈ HS ), ad esso
corrisponde un cambiamento di base, da una base ortonormale {∣α⟩} alla
base, pure ortonormale, {U ∣α⟩} . Si noti che se {∣α⟩} è una base in senso
generalizzato, l’operazione ∣α⟩ → U ∣α⟩ va opportunamente definita. Il
risultato, in ogni caso, è ancora una base generalizzata. Se invece {∣α⟩}
è una base in senso stretto, e quindi per definizione numerabile, allora
anche la nuova base {U ∣α⟩} lo è. Tra le due basi, comunque, esiste
una corrispondenza biunivoca, per cui la trasformazione generata da U
ammette sia una interpretazione attiva che una passiva. Secondo la visione
attiva cambia il vettore mentre le componenti, che definiscono la funzione
d’onda, restano invariate:
∣ψ⟩ = ∑ ∣α⟩⟨α∣ ψ Ð→ U ∣ψ⟩ = ∑ U ∣α⟩⟨α∣ ψ .
α α

Secondo quella passiva il vettore resta inalterato e cambia la funzione


d’onda al cambiare della base
ψ(α) = ⟨α∣ ψ⟩ Ð→ ⟨α∣ U† ∣ψ⟩ = (U−1 ψ)(α) .
D’altra parte, la funzione d’onda del vettore attivamente trasformato vale
⟨α∣ U ∣ψ⟩ = (Uψ)(α) ,
per cui le due visioni comportano un’azione opposta (o controgradiente
l’una dell’altra) al livello di funzioni d’onda. Il formalismo dei bra e dei ket
risulta particolarmente efficace nell’evidenziare questa distinzione, poiché
se ∣ψ⟩ → U ∣ψ⟩ allora ⟨ψ∣ → ⟨ψ∣ U† .

- 211 -
7.6 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.6

La domanda che sorge spontanea è se tutte le trasformazioni che am-


mettono entrambe le interpretazioni, sia attiva che passiva, siano rap-
presentate da un operatore unitario. Ciò che conta, affinché entrambe
le interpretazioni siano possibili, è che tra le due basi {∣α⟩} e {∣β⟩} sia
possibile stabilire una corrispondenza uno-a-uno. In tal caso, ad ogni ∣α⟩
possiamo far corrispondere un particolare elemento ∣βα ⟩ della nuova base
{∣β⟩} , e quindi definire un operatore lineare U mediante la relazione
(7.34) ∣βα ⟩ = U ∣α⟩ .
Tale operatore manda vettori ortonormali in vettori ortonormali e, una
volta esteso per linearità a tutto HS , risulta unitario. Tuttavia questa
conclusione non è la più generale possibile, dato che la linearità di U
non è una condizione manifestamente necessaria. Dopo tutto, ciò che è
veramente misurabile è soltanto il modulo quadrato ∣ ⟨α∣ β⟩ ∣2 del prodotto
scalare tra gli elementi delle due basi ortonormali. Quindi l’operatore U
avrebbe elementi di matrice nella base {∣α⟩} , Uαα ′ = ⟨βα ∣ α ′ ⟩ , dei quali
soltanto il modulo, e non la fase, è effettivamente osservabile. Il principio
di sovrapposizione lineare risulta perciò preservato dal cambio di rappre-
sentazione, tra quella generata da A1 , A2 , . . . , An e quella generata da
B1 , B2 , . . . , Bm , estendendo all’intero HS la corrispondenza ∣α⟩ → ∣βα ⟩ ,
sia linearmente che antilinearmente. Nel primo caso abbiamo
∑ ∣α⟩⟨α∣ ψ Ð→ ∑ ∣βα ⟩ ⟨α∣ ψ⟩ ,
α α

mentre nel secondo vale


(7.35) ∑ ∣α⟩⟨α∣ ψ Ð→ ∑ ∣βα ⟩ ⟨ψ∣ α⟩ .
α α

Nel primo caso risulta definito dalla (7.34) un operatore unitario U , men-
tre nel secondo U è antiunitario. È facile convincersi che un operatore
antiunitario U si può sempre scrivere come prodotto VK di un operatore
unitario V per un fissato operatore antiunitario K : ad esempio, dalla re-
lazione (7.35) risulta evidente che K può essere individuato nell’operatore
di coniugazione complessa relativo alla base {∣α⟩} :
K ∣ψ⟩ = K ∑ ∣α⟩⟨α∣ ψ = ∑ ∣α⟩ ⟨α∣ ψ⟩ .
α α

Secondo un importante teorema, dovuto a Wigner, le due possibilità ap-


pena citate sono esaurienti. Anticipiamo qui la formulazione più generale,
che è fatta in termini di trasformazioni di simmetria, e sarà ampiamente
trattata nel cap. 9:
(a) Definizione: una trasformazione di simmetria T è una cor-
rispondenza biunivoca dello spazio proiettivo dei raggi di HS in

- 212 -
7.6 Rappresentazioni e trasformazioni

se stesso che rispetta le eventuali regole di superselezione e pre-


serva i moduli dei prodotti scalari, ovvero la struttura metrica di
HS /C ∗ .
(b) Teorema (Wigner): Ogni trasformazione di simmetria T è rap-
presentabile mediante un operatore unitario o antiunitario UT
sullo spazio di Hilbert HS . UT risulta univocamente definito a
meno di un fattore di fase.
Si noti che in questa formulazione generale non viene fatto esplicito ri-
ferimento a cambiamenti di rappresentazione. In pratica, però, tutte le
trasformazioni di simmetria fisicamente rilevanti sono associate a corri-
spondenze biunivoche, operativamente realizzabili, tra le osservabili di S :
dato un insieme completo di osservabili compatibili A1 , A2 , . . . , An esiste
una precisa legge (intesa innanzitutto come sequenza di operazioni realiz-
zabili in laboratorio), che permette di costruire a partire da esso un nuo-
vo insieme A1′ , A2′ , . . . , An′ , con la suddetta trasformazione di simmetria
fissata dall’interpretazione attiva del corrispondente cambio di rappresen-
tazione. Tipicamente, le leggi in questione sono definite dalle simmetrie
fondamentali della natura, quali la simmetria per traslazione, per rota-
zione, per inversione spaziale etc. Di esse ci occuperemo in dettaglio nel
cap. 9.
Quanto detto sinora per i vettori di stato può essere ripetuto per gli
operatori: per stabilire la legge di trasformazione di un operatore X è
sufficiente inserire, negli elementi di matrice di X nella nuova base {∣β⟩} ,
due completezze scritte in termini della vecchia base {∣α⟩}
(7.36) ⟨β∣ X ∣β ′ ⟩ = ∑ ∑ ⟨β∣ α⟩ ⟨α∣ X ∣α ′ ⟩ ⟨α ′ ∣ β ′ ⟩ .
α α′

È bene sottolineare che, a questo livello, si tratta soltanto di un cambia-


mento di rappresentazione: l’operatore X resta invariato e cambiano solo
i suoi elementi di matrice, cioè la trasformazione è intesa in senso passivo.
Naturalmente, nel caso in cui esista una corrispondenza biunivoca tra i
vettori delle due basi {∣α⟩} e {∣β⟩} , anche l’interpretazione attiva è pos-
sibile e, come abbiamo appena visto, sullo spazio di Hilbert HS risulta
definita una trasformazione di simmetria, implementata da un operatore
unitario o antiunitario U . In tal caso anche gli operatori possono essere
attivamente trasformati secondo la regola
X Ð→ X ′ = U† XU .
Per costruzione X ′ è quell’operatore che possiede nella vecchia base {∣α⟩}
gli stessi elementi di matrice (per U unitario), o i coniugati complessi degli
elementi di matrice (per U antiunitario) che possiede X nella nuova base
{∣β⟩} = {U ∣α⟩} .

- 213 -
7.6 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.6

7.6.3. Rappresentazioni della posizione e del momento. Gra-


zie alla nozione di rappresentazione, possiamo ora riprodurre, all’interno
della struttura generale della meccanica quantistica, il formalismo della
meccanica ondulatoria presentato nel precedente capitolo. Consideriamo
inizialmente, per semplicità, il caso di un punto materiale quantomecca-
nico (o “particella”) costretto a muoversi in una dimensione. Si tratta
dunque del sistema fisico S interamente specificato da una singola os-
servabile, la posizione q , la quale possiede per ipotesi l’intera retta reale
R come spettro. Evidentemente q è una osservabile continua, per cui è
necessaria una certa cautela nel parlare dei corrispondenti autovalori ed
autostati. Come già più volte sottolineato, possiamo considerare q come
idealmente ottenuta nel limite infinito di procedure sperimentali neces-
sariamente finite, e quindi in grado di fornire solo risultati discreti. Un
modo fisicamente molto intuitivo di procedere è quello di considerare una
partizione della retta reale in intervalli contigui, di ampiezza costante o
variabile, ma comunque non nulla, ed approssimare q con la posizione
discreta, il cui spettro coincide con gli interi che indicizzano i suddetti in-
tervalli. Per essere concreti, consideriamo intervalli di ampiezza costante
a , per cui R viene approssimato dal reticolo ordinato monodimensionale
di intervalli (na − a/2, na + a/2) , con n appartenente all’insieme Z degli
interi relativi. Lo stato ∣n⟩⟨n∣ descrive la situazione in cui la particella è
stata localizzata nell’intervallo n-esimo, ed è un autostato della versione
discreta dell’osservabile q che rappresenta la posizione nel reticolo. Il
corrispondente operatore autoaggiunto si scrive quindi


q = ∑ ∣n⟩ na ⟨n∣ .
n=−∞

Secondo i principi della meccanica quantistica, al variare di n l’insieme


dei vettori ∣n⟩ forma una base ortonormale dello spazio di Hilbert dei
vettori di stato

(7.37) ⟨n∣ n⟩ ′ = δn n ′ , ∑ ∣n⟩⟨n∣ = 1l ,
n=−∞

con le fasi relative tra i vettori ∣n⟩ fissate secondo una determinata regola
da specificarsi (ogni cambiamento di queste fasi lascia evidentemente in-
variato l’operatore fondamentale q , ma definisce una nuova rappresenta-
zione, collegata alla precedente da una trasformazione unitaria diagonale:
le fasi relative vanno fissate per precisare completamente la rappresen-
tazione). Si noti che in questo caso HS viene ricostruito direttamente
nella rappresentazione della posizione. Ogni vettore ∣ψ⟩ si esprime come

- 214 -
7.6 Rappresentazioni e trasformazioni

sovrapposizione lineare dei vettori ∣n⟩ ,



∣ψ⟩ = ∑ ∣n⟩ ⟨n∣ ψ⟩ ,
n=−∞
dove ψn ≡ ⟨n∣ ψ⟩ è la corrispondente funzione d’onda. La condizione di
normalizzabilità

2
∑ ∣ψn ∣ < ∞
n=−∞
ed il prodotto scalare

⟨ϕ∣ ψ⟩ = ∑ ϕ̄n ψn
n=−∞
mostrano che HS coincide con ℓ2 , lo spazio di Hilbert delle serie a
quadrato sommabile.
Per recuperare la descrizione della particella sulla retta reale, dob-
biamo considerare il cosiddetto “limite continuo”, nel quale a → 0 . Per
esempio, possiamo considerare una successione di reticoli congruenti ot-
tenuti per dimezzamento ripetuto del passo reticolare: a → a/2 , per cui
dopo s dimezzamenti avremo a = 2−s a0 , con a0 il passo reticolare inizia-
le. Nelle misure di lunghezza di ogni giorno la base è 10 anziché 2 , ma il
concetto è lo stesso. Il limite s → ∞ costituisce in ogni caso una idealiz-
zazione, dato il potere risolutivo necessariamente finito di ogni strumento
di misura. D’altro lato tale limite rende possibile una descrizione “uni-
versale” del moto quantomeccanico della particella, cioè una descrizione
svincolata dalla particolare discretizzazione scelta, e quindi anche dalle
apparecchiature sperimentali effettivamente a disposizione.
Nel limite continuo la posizione q acquista uno spettro continuo dato
che, ponendo x = na , ogni fissato valore di x viene approssimato arbi-
trariamente bene se a → 0 e n → ∞ . Per quanto riguarda il limite dello
spazio di Hilbert, si consideri il prodotto scalare:

⟨ϕ∣ ψ⟩ = ∑ a(a−1/2 ϕn )(a−1/2 ψn ) .
n=−∞
Con le sostituzioni (piuttosto formali ma intuitivamente ovvie)
∞ +∞
∑ a . . . Ð→ ∫ dx . . . , a−1/2 ψn Ð→ ψ(x) ≡ ⟨x∣ ψ⟩ ,
n=−∞ −∞

otteniamo +∞
⟨ϕ∣ ψ⟩ = ∫ ϕ(x)ψ(x)
−∞
e cioè l’espressione del prodotto scalare in L2 (R) . Per concludere rigoro-
samente che L2 (R) è proprio il limite continuo di ℓ2 dovremmo verificare
che la misura sulla retta reale ottenuta quando a → 0 è proprio quella
di Lebesgue. Questo esula però dai nostri scopi, per cui ci limiteremo

- 215 -
7.6 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.6

a considerazioni formali. In ogni caso, l’affermazione che ℓ2 → L2 (R)


equivale ad affermare che il generico vettore normalizzabile ∣ψ⟩ possiede
un limite per a → 0 , senza bisogno di moltiplicarlo per potenze di a .
In altri termini, ∣ψ⟩ è adimensionale. Ma poiché abbiamo appena visto
che la funzione d’onda richiede un fattore dimensionale a−1/2 , dobbiamo
concludere che tale fattore va assegnato agli autovettori della posizione:
a−1/2 ψn = (a−1/2 ⟨n∣) ∣ψ⟩ Ð→ ⟨x∣ ψ⟩ ,
ovvero
a−1/2 ∣n⟩ Ð→ ∣x⟩ .
Questo spiega perché ∣x⟩ non è normalizzabile. Ad esempio, dalla rela-
zione di ortogonalità della base {∣n⟩} , ponendo x = na e x ′ = n ′ a , si
ottiene
⟨x∣ x ′ ⟩ ≃ a−1 ⟨n∣ n ′ ⟩ = a−1 δn n ′ Ð→ δ(x − x ′ ) ,
dove possiamo riguardare l’ultimo passaggio come una definizione formale
della delta di Dirac.
È immediato estendere questa trattazione al caso di una particella li-
bera di muoversi in D dimensioni. Le osservabili di posizione sono le D
componenti q1 , q2 , . . . , qn del vettore di posizione q , che possiede quindi
come spettro lo spazio RD . Quest’ultimo viene inizialmente sostituito
dal reticolo cubico D-dimensionale aZD formato da celle di lato a . Ogni
cella è individuata da una D-upla n = (n1 , n2 , . . . , nD ) ∈ ZD di interi
relativi, cui corrisponde un vettore ∣n⟩ che descrive lo stato nel quale
la particella è localizzata nella suddetta cella7 . Con la notazione vetto-
riale che abbiamo adottato, la versione D-dimensionale delle relazioni di
ortonormalità e completezza (7.37) si scrive in modo quasi identico
(D)
⟨n∣ n ′ ⟩ = δn n ′ , ∑ ∣n⟩⟨n∣ = 1l ,
n∈ZD
(D)
dove δn n ′ = ∏Dj=1 δnj nj′ . Le versioni D-dimensionali delle altre relazioni
sono ovvie per cui eviteremo di riportarle, eccetto che per la relazione
tra le funzioni d’onda ψn sul reticolo e quelle del continuo, ψ(x) e la
relazione di ortonormalità della base generalizzata {∣x⟩} . L’osservazione
7
Una realizzazione fisica in D = 3 di questa modellizzazione matematica è fornita
da una camera a filo. Per tale esempio il limite continuo descrive la situazione fisica-
mente impossibile di una camera a filo infinitamente fitta. Ma non è per una camera a
filo reale che dobbiamo considerare il limite continuo, bensı̀ per una camera a filo im-
maginaria da riguardare come modellizzazione astratta (ed oltre certi limiti arbitraria)
dello spazio fisico. Ovviamente un’apparecchiatura immaginaria non ci permette di fare
delle osservazioni reali. D’altro canto, le osservazioni reali delle piccolissime distanze,
condotte con l’ausilio degli acceleratori di particelle (ed interpretate alla luce della teo-
ria quantistica dei campi), dimostrano che se lo spazio è un reticolo ipercubico, il passo
reticolare a è molto più piccolo delle scale atomiche e subatomiche. Quindi, per la
descrizione quantomeccanica di singole particelle, il limite a → 0 è più che ragionevole.

- 216 -
7.6 Rappresentazioni e trasformazioni

fondamentale è la seguente: ∣ψ(x)∣2 rappresenta una densità di proba-


bilità, per cui ψ(x) deve avere le stesse dimensioni di x−D/2 . Quindi
avremo
a−D/2 ψn Ð→ ψ(x)
e, corrispondentemente,
(D)
(7.38) ⟨x∣ x ′ ⟩ ≃ a−D ⟨n∣ n ′ ⟩ = a−D δn n ′ Ð→ δ(D) (x − x ′ ) .
Osserviamo ora che lo spettro della posizione continua q , ovvero RD ,
possiede un’evidente simmetria sotto traslazioni. Queste ultime sono le
trasformazioni di RD in se stesso definite da
(7.39) T (u) ∶ x Ð→ x + u , u ∈ RD .
Il reticolo aZD non è invariante sotto una generica traslazione T (u) ,
a meno che u non sia esso stesso un vettore di aZD , ovvero u = ra ,
r ∈ ZD . In tal caso
(7.40) T (ra) ∶ n Ð→ n + r , r ∈ ZD .
Le traslazioni TD = {T (u), u ∈ RD } formano un gruppo abeliano (vedi
l’App. B.1) con legge di composizione
(7.41) T (u) T (u ′ ) = T (u + u ′ ) .
Lo stesso dicasi per il sottogruppo TD
a delle traslazioni discrete {T (ra),
r ∈ ZD }
(7.42) T (ra) T (r ′ a) = T ((r + r ′ )a) .
La notazione TD o TD a rende conto del fatto che, una volta espresso il vet-
tore u come combinazione lineare dei versori coordinati e1 = (1, 0, . . . , 0) ,
e2 = (0, 1, . . . , 0), . . . eD = (0, 0, . . . , 1) , vale a dire u = ∑D
j=1 uj ej , ogni
traslazione si scrive come prodotto di traslazioni lungo gli assi coordinati
T (u) = T (u1 e1 ) T (u2 e2 ) . . . T (uD eD ) .
È inoltre evidente che TD come insieme coincide con lo spazio originale
RD : la notazione TD rende solo esplicita la struttura gruppale delle D-
uple di numeri reali sotto addizione. Lo stesso discorso vale per TD a e le
D-uple di interi relativi. In particolare si noti che ogni traslazione discreta
T (ra) in una qualsiasi delle direzioni coordinate si ottiene come potenza
r-esima della traslazione di un passo reticolare a in quella direzione: se
r = (r, 0, . . . , 0) , allora T (ra) = [T (ae1 )]r . Il caso più semplice è quello
monodimensionale D = 1 , per il quale la notazione vettoriale è sovrab-
bondante: per ogni r ∈ Z , T (ra) = T (a)r , dove T (a) è la traslazione di
un passo reticolare verso destra.

- 217 -
7.6 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.6

L’azione di TD su RD o di TD a su aZ
D
si estende naturalmente ad
un’azione sulle osservabili di posizione q
(7.43) T (u) ∶ q Ð→ q + u
e l’equivalenza tra le osservabili originarie e quelle trasformate si traduce
in una relazione di simmetria per i rispettivi spazi di Hilbert. Ad esempio
T (ra) agisce in modo ovvio su uno stato localizzato nella cella n-esima:
(7.44) T (ra) ∶ ∣n⟩⟨n∣ Ð→ ∣T (ra)n⟩⟨T (ra)n∣ = ∣n + r⟩⟨n + r∣
e lascia senz’altro invariate le relazioni di ortonormalità della base {∣n⟩} :
(D) (D)
⟨T (ra)n∣ T (ra)n ′ ⟩ = ⟨n + r∣ n ′ + r⟩ = δn+r n ′ +r = δn n ′ = ⟨n∣ n ′ ⟩ .
Analoghe relazioni esistono nella versione continua, con gli stati idealizzati
∣x⟩ ⟨x∣ e le traslazioni continue T (u) .
In accordo con il teorema di Wigner, T (u) è rappresentata da un
operatore unitario T^ (u) (il caso antiunitario è escluso perché le traslazioni
di RD sono connesse in modo continuo alla trasformazione identica T0 , cui
possiamo sempre associare l’operatore 1l , che è unitario). Dalla relazione
(7.44) e dal fatto che sia ∣x⟩ che T^ (u) sono comunque individuati solo a
meno di un fattore di fase, ricaviamo
(7.45) ∣T (u)x⟩ = T^ (u) ∣x⟩ = ζ(x, u) ∣x + u⟩ ,
dove ∣ζ(x, u)∣ = 1 (l’azione di T^ (u) si estende poi a tutto HS per linea-
rità). Analogamente, la legge di composizione delle traslazioni, Eq. (7.41)
si traduce per gli operatori T^ (u) nella relazione
(7.46) T^ (u) T^ (u ′ ) = ω(u, u ′ )T^ (u + u ′ ) ,
dove ω(u, u ′ ) è un altro fattore di fase. Si dice che T ^ D = {T^ (u), u ∈ RD }
costituisce una rappresentazione per raggi o rappresentazione pro-
iettiva del gruppo di simmetria TD caratterizzata dai fattori ω(u, u ′ )
(vedi cap. 9 e App. B.1). Per quanto riguarda la fase globale degli opera-
tori T^u , essa è fissata dalla naturale richiesta T^0 = 1l . Si noti che nessun
problema di fasi esiste nell’azione di T^ (u) sulle osservabili: alla relazione
(7.43) corrisponde la relazione operatoriale
(7.47) T^ (u)† q T^ (u) = q + u ,
come si deduce facilmente dalla richiesta che le osservabili trasformate
abbiano valori medi opportunamente traslati in stati non trasformati.
Nel cap. 9 tratteremo in generale il problema delle rappresentazioni
proiettive di gruppi di simmetria in meccanica quantistica, ed in particola-
re del gruppo delle traslazioni. Per il momento ci limitiamo a considerare

- 218 -
7.6 Rappresentazioni e trasformazioni

la più semplice realizzazione degli operatori T^ (u) , definita costruttiva-


mente dalla loro azione sulla base {∣x⟩}

(7.48) T^ (u) ∣x⟩ = ∣x + u⟩

Questo implica immediatamente

T^ (u)T^ (u ′ ) = T^ (u + u ′ ) .

Dunque gli operatori T^ (u) soddisfano alla stessa legge di composizione


delle traslazioni astratte e forniscono perciò una rappresentazione vet-
toriale o rappresentazione in senso stretto delle stesse. Si intende
che analoghe relazioni esistono per le traslazioni discrete T (ra) e per i
vettori di stato ∣n⟩ . D’ora in poi per brevità indicheremo una traslazione
e l’operatore che la rappresenta con lo stesso simbolo T (u) (con u = ra
per traslazioni discrete).
Come già affermato, una volta definita sugli elementi di base, l’azione
di T (u) si estende per linearità a tutto HS . In particolare possiamo
facilmente calcolare come T (u) agisce su una arbitraria funzione d’onda
ψ(x) : dato che T (u)† = T (u)−1 = T (−u) , abbiamo
T (u) ∶ ψ(x) Ð→ (T (u)ψ)(x) = ⟨x∣ T (u) ∣ψ⟩
(7.49) = ⟨T (−u)x∣ ψ⟩
= ψ(x − u) .

Ritornando momentaneamente sul reticolo monodimensionale aZ , osser-


viamo che l’operatore T (a) è facilmente diagonalizzabile. Infatti, per
ogni numero complesso k i vettori

∣k⟩ ∝ ∑ exp(ikna) ∣n⟩


n∈Z

sono formalmente autovettori di T (a) , con autovalore eika , e quindi di


tutti i T (ra) , con autovalore eikra . Tuttavia ∣k⟩ esplode esponenzial-
mente in una delle due direzioni a meno che k non sia reale, nel qual caso
∣ ⟨n∣ k⟩ ∣ è costante. Gli stati ∣k⟩ con k reale sono detti onde piane, ed
evidentemente non sono normalizzabili. Essi vanno intesi come vettori di
stato in senso generalizzato. Si osservi anche che k e k + 2πq/a definisco-
no lo stesso vettore per ogni q ∈ Z , per cui possiamo restringere il numero
d’onda k alla cosiddetta prima zona di Brillouin, vale a dire

(7.50) k ∈ (−π/a, π/a] .

La scelta fatta è convenzionale: ad esempio [0, 2π/a) o (k0 , 2π/a + k0 ]


vanno altrettanto bene.

- 219 -
7.6 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.6

L’estensione al caso D-dimensionale è immediata: grazie alla defini-


zione (7.48), gli operatori T (ra) commutano e sono diagonali simultanea-
mente sulle onde piane

(7.51) T (ra) ∣k⟩ = exp(ik ⋅ ra) ∣k⟩ , ∣k⟩ ∝ ∑ exp(ik ⋅ na) ∣n⟩ ,
n∈ZD

dove k ⋅ n ≡ ∑D j=1 kj nj . Esse sono indicizzate dai numeri d’onda k =


(k1 , k2 , . . . , kD ) che restringiamo convenzionalmente alla prima zona di
Brillouin: kj ∈ (−π/a, π/a] .
La non normalizzabilità delle onde piane ∣k⟩ è ancora una volta do-
vuta ad un processo di limite. In nessun esperimento reale è possibile
tenere sotto osservazione, alla ricerca della particella, una porzione infini-
ta di spazio. Una qualunque apparecchiatura sperimentale possiede una
estensione necessariamente finita, per cui possiamo immaginarla immersa
in una regione Λ grande, ma finita dello spazio, imponendo che la parti-
cella si trovi senz’altro da qualche parte in Λ . Se le dimensioni di questa
regione sono abbastaza grandi, non potremo mai effettuare esperimenti in
grado di distinguere questa situazione da quella in cui lo spazio accessibile
alla particella è a priori infinito. Questo ci permette anche di scegliere la
forma di Λ e le condizioni al contorno nel modo più conveniente. La scel-
ta tipica è quella di un ipercubo di lato L , con condizioni periodiche al
contorno, per cui lati opposti dell’ipercubo sono identificati. Il vantaggio
di questa scelta sta nel mantenimento della simmetria per traslazione. Il
processo di limite sopracitato consiste nel considerare L → ∞ e prende co-
munemente il nome di limite infrarosso (il limite continuo viene chiamato
anche limite ultravioletto), per ragioni che saranno presto chiare.
Se a è diverso da zero, ovvero prima del limite continuo, la regio-
ne Λ è ancora suddivisa in celle, per cui lo spazio fisico risulta di fatto
identificato con un reticolo ipercubico D-dimensionale, finito e periodico.
Assumendo che L sia un multiplo dispari di a , L = (2N+1)a , restringere-
mo ogni componente nj di n di modo che −N ≤ nj ≤ N . Il numero totale
di celle è evidentemente (2N + 1)D = (L/a)D : questo è il numero dei vet-
tori della base ortonormale {∣n⟩} e coincide quindi con la dimensionalità
dello spazio di Hilbert. Dunque in presenza del cutoff ultravioletto a e
del cutoff infrarosso L , HS è finito-dimensionale ed isomorfo a C(2N+1) .
D

Le traslazioni discrete T (ra) trasformano ancora il reticolo Λ in se


stesso, ma necessariamente

(7.52) T (rL) = 1l , ∀r ∈ ZD ,

visto che una traslazione di L/a passi reticolari in una qualunque dire-
zione coordinata riporta ogni cella in se stessa. Ad esempio, nel caso

- 220 -
7.6 Rappresentazioni e trasformazioni

monodimensionale D = 1 , dove la relazione T (ra) = T (a)r rende suf-


ficiente considerare l’azione di T (a) , su stati localizzati non sul bordo
destro avremo
(7.53) T (a) ∣n⟩ = ∣n + 1⟩ , −N ≤ n ≤ N − 1 ,
mentre per lo stato localizzato sul bordo destro dovrà valere
(7.54) T (a) ∣N⟩ = ∣−N⟩ .
Questa ultima relazione potrebbe sembrare non abbastanza generale, te-
nendo conto della natura intrinsecamente proiettiva delle rappresenta-
zioni in meccanica quantistica: l’Eq. (7.52) vale per le traslazioni del
reticolo periodico, mentre per gli operatori unitari che le rappresentano
nello spazio di Hilbert varrà in generale la forma proiettiva della stessa,
che per D = 1 si scrive T (rL) = ω1l , ∣ω∣ = 1 . Di conseguenza l’Eq. (7.54)
va modificata nella
(7.55) T (a) ∣N⟩ = ω ∣−N⟩ .
Analoghe relazioni varranno per ciascuno dei D sottogruppi di TD cor-
rispondenti alle traslazioni nelle direzioni coordinate, per cui nella ver-
sione proiettiva dell’Eq. (7.52) compaiono D fattori di fase ωj = eiλj ,
0 ≤ λj < 2π :
(7.56) T (rL) = exp(iλ ⋅ r)1l
Rimandando ai prossimi capitoli la trattazione di esempi rilevanti di rap-
presentazioni proiettive delle traslazioni su varietà non semplicemente
connesse, come è il dominio periodico Λ , consideriamo qui solo il caso
proiettivamente banale ωj = 1 . Questa scelta rientra nella nostra libertà
di approssimare nel modo più semplice possibile lo spazio fisico infinito con
una regione Λ finita. In particolare, la relazione T (rL) = 1l implica per
l’azione degli operatori di traslazione sui vettori ∣n⟩ e sulle componenti
qj della posizione
T (ra) ∣n⟩ = ∣n ′ ⟩ , nj′ = nj + rj mod 2N + 1
T (ra) qj T (ra) = qj + ra mod L .
Infine la relazione (7.52) per gli operatori T (ra) si traduce nel seguente
vincolo per i loro autovalori
exp(iLk ⋅ r) = 1 ,
il che forza k ad essere reale e della forma

k= ν,
L
dove i νj , j = 1, 2, . . . , D sono interi, che possiamo sempre scegliere
secondo la regola simmetrica −N ≤ νj ≤ N .

- 221 -
7.6 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.6

Le onde piane, cioè gli autovettori di T (ra) , sono normalizzate dal


fattore (2N + 1)−D/2 = (a/L)D/2
∣k⟩ = (a/L)D/2 ∑ exp(ik ⋅ na) ∣n⟩ .
n∈Λ
Esse formano una base ortonormale
(D)
(7.57) ⟨k∣ k ′ ⟩ = δk k ′ ,
per via della ben nota proprietà delle radici ennesime dell’unità:
N
2iπνn
∑ exp = (2N + 1)δν 0 .
n=−N 2N + 1
Nella relazione (7.57) appare una delta di Kronecker in termini dei numeri
discreti ma non interi kj piuttosto che degli interi νj , ma il significato è
lo stesso: essa vale 1 se kj = kj′ e 0 altrimenti.
Dunque la diagonalizzazione delle traslazioni ci fornisce una nuova
base {∣k⟩} ortonormale, ovvero definisce un cambio di rappresentazio-
ne, che prende il nome di trasformazione di Fourier discreta. La nuova
base {∣ν⟩} descrive evidentemente stati completamente delocalizzati, nei
quali la particella si trova con la stessa probabilità (a/L)D/2 in qualunque
cella. L’ortogonalità tra due diversi stati di questo tipo è dovuta alle
diverse fasi dell’ampiezza di probabilità di osservare la particella in una
data cella. Tale ampiezza coincide con la matrice unitaria che definisce
la trasformazione, vale a dire con la funzione d’onda di un’onda piana:
⟨n∣ k⟩ = (a/L)D/2 exp(ik ⋅ na) .
La relazione tra le funzioni d’onda nelle due rappresentazioni si scrive,
in accordo con la regola generale (7.33)
(7.58) ψ̃k = (a/L)D/2 ∑ exp(−ik ⋅ na)ψn .
n∈Λ

Com’è noto, ψ̃k prende il nome di trasformata di Fourier di ψn . La


relazione inversa (che esprime l’antitrasformata di Fourier ψn in termini
di ψ̃k ) si scriverà quindi
(7.59) ψn = (a/L)D/2 ∑ exp(ik ⋅ na)ψ̃k
k∈Λ̃

dove Λ̃ rappresenta il reticolo duale di Λ , ovvero la prima zona di Bril-


louin: nel nostro caso, cioè quello di un reticolo ipercubico, abbiamo sem-
plicemente Λ̃ = (2π/L)Λ 8 . Infine, data l’unitarietà della trasformazione
8
La trasformazione di Fourier discreta è definita in generale per ogni reticolo
ordinato, dato che si basa sull’esistenza di un gruppo transitivo di simmetria (non
necessariamente un gruppo abeliano di traslazioni, vedi l’App. B.1).

- 222 -
7.6 Rappresentazioni e trasformazioni

di Fourier, abbiamo
⟨ψ∣ ψ⟩ = ∑ ⟨ψ∣ n⟩ ⟨n∣ ψ⟩ = ∑ ⟨ψ∣ k⟩ ⟨k∣ ψ⟩ ,
n∈Λ k∈Λ̃

per cui vale la relazione di Plancherel tra ψn e ψ̃k ,


2 2
(7.60) ∑ ∣ψn ∣ = ∑ ∣ψ̃k ∣ .
n∈Λ k∈Λ̃
Nel limite infrarosso L → ∞ (con a fissato), per ottenere un risultato
diverso da zero è necessario moltiplicare ∣k⟩ per LD/2 , ovvero ridefinire
∣k⟩ :
(7.61) ∣k⟩ Ð→ L−D/2 ∣k⟩ ,
per cui (si confronti con la versione non normalizzata (7.51))
∣k⟩ = aD/2 ∑ exp(ik ⋅ na) ∣n⟩ .
n∈ZD
Il riscalamento (7.61) evidenzia il fatto che le onde piane non sono norma-
lizzabili su un reticolo infinito. Nel limite L → ∞ il reticolo duale Λ̃ diven-
ta infinitamente fitto e viene a coincidere con il dominio precedentemente
introdotto {(−π/a, π/a]}D (vedi Eq. (7.50)).
I vettori {∣k⟩} continuano comunque a formare una base ortonormale
in senso generalizzato:
(D)
⟨k∣ k ′ ⟩ ≃ (L/a)D δk k ′ Ð→ (2π)D δ(D) (k − k ′ ) .
La delta di Dirac δ(D) (k − k ′ ) cosı̀ (formalmente) definita risulta corret-
tamente normalizzata dato che
D ′ D ′
∫ d k ⟨k∣ k ⟩ = ∫ d k ∑ ⟨k∣ n⟩ ⟨n∣ k ⟩
Λ̃ Λ̃
n∈ZD

⋅na −ik⋅na
(7.62) = aD ∑ eik D
∫ d ke
Λ̃
n∈ZD

⋅na 2π D (D)
= aD ∑ eik ( ) δn 0 = (2π)D .
n∈ZD
a
Esaminiamo ora gli effetti del limite infrarosso sulla trasformazione di Fou-
rier: in accordo con la ridefinizione (7.61), poniamo ψ̃k = (a/L)D/2 ψ̃(k) ,
ottenendo cosı̀ per l’antitrasformata di Fourier (vedi Eq. (7.59))
aD/2 2π D
ψn = ∑ ( ) exp(ik ⋅ na)ψ̃(k)
(2π)D k∈Λ̃ L
(7.63)
dD k
Ð→ aD/2 ∫ exp(ik ⋅ na)ψ̃(k) ,
Λ̃ (2π)D

- 223 -
7.6 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.6

con la naturale identificazione di 2π/L , la distanza tra due valori contigui


di kj , con l’elemento infinitesimo dkj . Analogamente, per la trasformata
di Fourier abbiamo ora
(7.64) ψ̃(k) = aD/2 ∑ exp(−ik ⋅ na)ψn ,
n∈ZD

cioè lo sviluppo della funzione ψ̃(k) in serie multipla di Fourier. Infine


la relazione di Plancherel (7.60) diventa
2 dD k
(7.65) ∑ ∣ψn ∣ = ∫ ∣ψ̃(k)∣2 ,
n∈ZD
Λ̃ (2π)D
dove si ricordi che Λ̃ = {(−π/a, π/a]}D . Quest’ultima relazione evidenzia
l’isomorfismo tra ℓ2 (ZD ) , lo spazio delle serie con D indici a modulo
quadro sommabile e L2 (Λ̃) , lo spazio delle funzioni a modulo quadro
integrabile su {(−π/a, π/a]}D (a loro volta, questi due spazi di Hilbert
sono isomorfi rispettivamente a ℓ2 (Z)⊗D e L2 (R)⊗D ). Dal punto di vista
fisico stiamo parlando dello stesso spazio di Hilbert HS : i due spazi di
cui sopra corrispondono a due diverse rappresentazioni di HS .
Ritorniamo ora sul reticolo finito Λ e consideriamo il limite continuo
a → 0 con L fissato. In questo limite è Λ stesso che diventa infinitamente
fitto e la variabile x = na diventa continua, ovvero Λ → (−L/2, L/2]D .
Anche le traslazioni sono ora continue, ma non va dimenticato che la
periodicità di Λ implica che esse agiscono mod L sugli stati localizzati e
sulle componenti della posizione. D’altro lato, le traslazioni sono diagonali
T (u) ∣k⟩ = exp(ik ⋅ u) ∣k⟩
sulle onde piane, che descrivono stati completamente delocalizzati.
Con la regola precedentemente trovata, ψn = aD/2 ψ(x) , dalle relazioni
(7.58), (7.59) e (7.60) proprie della trasformazione di Fourier discreta,
otteniamo
1
(7.66) ψ̃k = D/2 ∫ dD x exp(−ik ⋅ x) ψ(x) ,
L Λ
1
mentre, tenuto conto che N = 2 (L/a−1) → ∞ , per cui deve valere ( x ∈ R ),
1
(7.67) ψ(x) = ∑ exp(ik ⋅ x) ψ̃k .
LD/2 k∈(2π/L)ZD

Infine
D 2 2
(7.68) ∫ d x ∣ψ(x)∣ = ∑ ∣ψ̃k ∣ .
Λ
k∈Λ̃
La dualità tra queste ultime relazioni e le relazioni (7.66), (7.67) e (7.68)
è manifesta. Nel limite infrarosso L → ∞ con a fissato, lo spazio delle

- 224 -
7.6 Rappresentazioni e trasformazioni

configurazioni (inteso come spettro delle osservabili di posizione q ) di-


venta illimitato ma resta discreto, mentre lo spazio dei numeri d’onda
k diventa continuo ma resta limitato. Quindi possiamo considerare onde
piane con lunghezze d’onda arbitrariamente grandi, tutte multiple però di
una lunghezza d’onda minima pari a 2a . Nel limite ultravioletto a → 0
con L finito, vale esattamente il contrario: esistono lunghezze d’onda co-
munque piccole, ottenute dividendo la lunghezza d’onda massima pari a
L (il caso dell’onda piana con k = 0 , ovvero la funzione d’onda costante,
va considerato a parte). Evidentemente questo spiega le due denomina-
zioni, infrarosso ed ultravioletto, comunemente adottate per i due limiti.
In entrambi i casi comunque, nella rappresentazione definita da una base
discreta lo spazio di Hilbert è realizzato come ℓ2 , mentre nella rappre-
sentazione con base (generalizzata) continua esso è realizzato come un
L2 (D) , dove D è uno dei due ipercubi Λ o Λ̃ su cui sono definite le
funzioni d’onda ψ(x) o ψ̃(k) .
Come già precedentemente affermato, le traslazioni formano un grup-
po abeliano a D parametri, con legge di composizione T (u) T (u ′ ) =
T (u + u ′ ) . In particolare, per ogni fissato vettore non-nullo u , possiamo
considerare il sottogruppo ad un parametro formato dagli elementi della
forma g(s) = T (su) , con s arbitrario numero reale. Ad esempio, se u è
un versore, u2 ≡ ∑j u2j = 1 , g(s) individua una traslazione di una distan-
za ∣s∣ nella direzione us/∣s∣ . Evidentemente g(s) + g(s ′ ) = g(s + s ′ ) e
g(−s) = g(s)−1 = g(s)† , per cui G = {g(s), s ∈ R} costituisce un gruppo ad
un parametro di operatori unitari sullo spazio di Hilbert HS . Si tratta di
un gruppo di operatori continuo in senso forte (cioè, per ogni s , ∣ψ⟩ ∈ HS
e ϵ > 0 , esiste un intorno I di s tale che ∥(U(s ′ ) − U(s))ψ∥ < ϵ per ogni
s ′ ∈ I ). Un importante teorema, dovuto a Stone [BRS93], afferma in
questo caso che l’operatore X definito da

i
(7.69) X ∣ψ⟩ = lim [g(s) − 1] ∣ψ⟩
s→0 s

su ogni vettore ∣ψ⟩ per il quale il suddetto limite esiste in senso forte, è
autoaggiunto e genera il gruppo G , cioè g(s) = exp(−isX) . Quest’ultima
relazione risulta evidente se si pensa alla continuità di G , alla sua legge di
composizione e alla definizione (7.69) con ∣ψ⟩ rimpiazzato da g(s ′ ) ∣ψ⟩ .
Infine, tenendo conto della dipendenza delle traslazioni g(s) = T (su) dal
vettore u e della legge di composizione generale T (u) T (u ′ ) = T (u + u ′ ) ,
è immediato concludere che l’operatore X dipende linearmente da u (ba-
sta scegliere successivamente come u i versori coordinati). Possiamo
quindi porre X = u ⋅ p/h ̵ , dove i D operatori p = (p1 , p2 , . . . , pD ) so-
no autoaggiunti, hanno le dimensioni del momento lineare e generano le

- 225 -
7.6 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.6

traslazioni:
(7.70) ̵ .
T (u) = exp(−iu ⋅ p/h)
In meccanica classica il momento lineare è la funzione generatrice delle
traslazioni, intese come trasformazioni canoniche. Risulta allora naturale
identificare p con (l’operatore autoaggiunto che rappresenta) il vettore
momento lineare della particella. Componendo le relazioni (7.47) e (7.70)
si ottiene, tenendo conto della periodicità di Λ ,
̵ ̵
(7.71) e−iu⋅p/h qj eiu⋅p/h = qj + uj mod L
che per u infinitesimo (nel qual caso la limitazione mod L non si applica)
si scrive
̵ qj (1 − iu ⋅ p/h)
(1 + iu ⋅ p/h) ̵ = qj + uj ,
ovvero
(7.72) ̵ j j′ ,
[qj , pj ′ ] = ihδ
che sono le regole di commutazione canoniche tra posizione e momento. Si
noti che queste relazioni esprimono un risultato locale, indipendente dalle
condizioni al contorno di periodicità. Queste si fanno sentire soltanto al
momento di esponenziarle per passare dall’Eq. (7.72) all’Eq. (7.71). Se
tale esponenziazione è definita tramite serie di potenze, si ottiene a pri-
ma vista una contraddizione con la (7.71), dato che nessuna limitazione
mod L sembra apparire. In realtà la definizione di T (u) = exp(−iu ⋅ p/h) ̵
per serie di potenze è ovviamente limitata ai vettori di stato analitici, men-
tre proprio su tali vettori il commutatore [qj , pj ′ ] non è affatto definito.
Per convincersene basta considerare l’espressione esplicita di q e p nel-
la rappresentazione della posizione. Per costruzione (qj ψ)(x) = xj ψ(x) ,
mentre per ottenere la rappresentazione di p basta considerare l’analoga
relazione (7.49) per T (u) . Confrontandola con la definizione (7.69) si
ottiene
1 i
̵ u ⋅ (pψ)(x) = lim [ψ(x − su) − ψ(x)] ,
h s→0 s
vale a dire
̵ ∂ψ ,
pj ψ = −ih
∂xj
che è l’identificazione fondamentale della meccanica ondulatoria. Il do-
minio di definizione di p consiste evidentemente in tutte le funzioni su
Λ che ammettono derivate parziali in L2 (Λ) . Si noti che la periodicità
di Λ non va assolutamente dimenticata; Λ non ha alcun bordo e tutti
i suoi punti sono equivalenti. Ad esempio, nel caso D = 1 , la scrittura
esplicita Λ = (−L/2, L/2] è da considerarsi equivalente alla Λ = (x0 , x0 +L]
o Λ = [x0 , x0 + L) , dove x0 è un numero arbitrario. In D = 1 Λ può es-
sere visualizzato come un cerchio di raggio L/2π , in D dimensioni, come

- 226 -
7.6 Rappresentazioni e trasformazioni

prodotto cartesiano di D copie dello stesso. La derivate parziali sono le


componenti del gradiente su tale spazio, il quale tratta tutti i punti allo
stesso modo. Ne segue che se ψ è analitica in x , essa appartiene al domi-
nio di definizione delle serie di potenze di pj , ma xj ψ in generale non vi
appartiene e quindi il commutatore [pj , xj ] non risulta definito su tutto
il dominio di funzioni d’onda sul quale vale l’esponenziazione del momen-
to per serie di potenze. Questa sottigliezza naturalmente viene meno nel
limite infrarosso L → ∞ .
Nella rappresentazione in cui T (u) è diagonale anche p è diagonale,
per cui
̵ ∣k⟩ , (pψ̃)(k) = hk
p ∣k⟩ = hk ̵ ψ̃(k) .
Quindi, in presenza del cutoff infrarosso L , lo spettro del momento coinci-
de con (2π/L)ZD . In definitiva, possiamo identificare il momento lineare
p con l’insieme completo di osservabili compatibili che definisce la rap-
presentazione in cui le traslazioni sono diagonali. Tale rappresentazione
prende quindi il nome di rappresentazione del momento. Questa
terminologia viene comunemente adottata anche sul reticolo (finito od in-
finito che sia), cioè in presenza del cutoff ultravioletto a . In tal caso
possiamo definire p mediante la relazione
(7.73) ̵
T (ra) = exp(−iar ⋅ p/h)
e la regola che lo spettro di p/h ̵ coincida con la prima zona di Brillouin
Λ̃ (per la quale la scelta più opportuna, in vista del limite continuo, è
proprio quella simmetrica fin qui adottata, cioè Λ̃ = {(−π/a, π/a]}D ).
La differenza fondamentale rispetto al caso continuo è che l’operatore
autoaggiunto p cosı̀ definito non è locale nella rappresentazione della
posizione. Infatti, mentre nel caso continuo pj ha elementi di matrice
locali
̵ ∂ δ(D) (x − x ′ ) ,
⟨x∣ pj ∣x ′ ⟩ = −ih
∂xj
sul reticolo finito Λ abbiamo (l’esercizio è lasciato al lettore)
̵ D
h
⟨n∣ pj ∣n ′ ⟩ = ′ ′
∑ kj exp[ik ⋅ (n − n )a] = p(nj − nj ) ∏ δnm nm
′ ,
2N + 1 k∈Λ̃ m=1
m≠j

dove p(0) = 0 mentre, per n ≠ 0 ,


(−1)n πh
̵
p(n) = .
iL sin(πna/L)
Nel caso monodimensionale abbiamo, ad esempio
N
(pψ)n = ∑ p(n − n ′ )ψn ′
n ′ =−N

- 227 -
7.7 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.7

e tutti i punti del reticolo concorrono alla formazione della nuova funzione
d’onda pψ .
L’ultimo passo che ci resta di fare è rimuovere il cutoff rimasto, quello
infrarosso L del dominio cubico (−L/2, L/2]D ⊂ RD , oppure quello ultra-
violetto a del reticolo infinito ZD . Con le regole sopracitate circa le pro-
prietà di scala delle funzioni d’onda, dalle relazioni (7.64) e (7.63) oppure
dalle (7.66) e (7.67) si ottengono allora le formule della trasformazione di
Fourier per L2 (RD )
⟨x∣ k⟩ = eik⋅x
dD k dD k
⟨x∣ ψ⟩ = ψ(x) = ∫ ⟨x∣ k⟩ ⟨k∣ ψ⟩ = ∫ ψ̃(k) eik⋅x
(2π)D 2πD
⟨k∣ ψ⟩ = ψ̃(k) = ∫ dD x ⟨k∣ x⟩ ⟨x∣ ψ⟩ = ∫ dD x ψ(x) e−ik⋅x ,

dove gli integrali s’intendono estesi a tutto RD . Lo stesso risultato si


esprime formalmente attraverso le relazioni di ortogonalità e completezza
delle basi generalizzate {∣x⟩ , x ∈ RD } e {∣k⟩ , k ∈ RD } :

⟨x∣ x ′ ⟩ = δ(D) (x − x ′ ) , D
∫ d x ∣x⟩⟨x∣ = 1l
dD k
⟨k∣ k ′ ⟩ = (2π)D δ(D) (x − x ′ ) , ∫ ∣k⟩⟨k∣ = 1l .
(2π)D
La diversa normalizzazione per posizioni e momenti segue dalla scelta
⟨x∣ k⟩ = eik⋅x al posto della più simmetrica ⟨x∣ k⟩ = (2π)−D/2 eik⋅x . Essa
corrisponde a normalizzare ad una particella il flusso uniforme di par-
ticelle descritto da un’onda piana. Infatti la densità di probabilità ρ e
la corrente di probabilità j (vedi §5.2.6) associate alla funzione d’onda
ψk (x) = ⟨x∣ k⟩ valgono esattamente

ρ(x) = ∣ψk (x)∣2 = 1 , j(x) = Im [ψ̄k (x)∇ψk (x)] = v ,
m
̵
dove v = p/m = hk/m è proprio la velocità della particella.

7.7. Evoluzione temporale


La nozione di trasformazione di simmetria gioca un ruolo fondamentale
nel completamento dell’impianto formale della meccanica quantistica, lad-
dove la descrizione “dinamica” del sistema fisico S si aggiunge a quella
sostanzialmente “cinematica” o “statica” definita dai postulati I, II e III.
Si supponga di aver preparato S in un determinato stato ρ mediante
gli opportuni esperimenti di prima specie. Prima di effettuare una ul-
teriore misurazione passa in generale un certo lasso di tempo, in cui il

- 228 -
7.7 Evoluzione temporale

sistema evolve indisturbato. Con questo si intende che S non interagi-


sce con altri sistemi (nel qual caso parleremo di evoluzione libera) oppure
subisce l’influenza di determinate forze esterne le cui sorgenti per ipotesi
non reagiscono in modo osservabile all’interazione con S . Si noti che,
al contrario, una misurazione corrisponde per definizione al caso in cui
tale reazione non può venir trascurata, in quanto definisce l’osservazione
stessa. Sia dunque t0 la coordinata temporale assegnata all’inizio del-
la suddetta evoluzione indisturbata di S e t > t0 quella che specifica il
momento in cui una nuova osservazione viene effettuata. Ora, secondo
la meccanica quantistica tutti i possibili stati puri sono rappresentati dai
raggi di un unico spazio di Hilbert HS , ricostruito a partire da osservazio-
ni pregresse comunque terminate all’istante t0 . Quindi HS è senz’altro
stabile sotto l’evoluzione temporale successiva. Inoltre, nella stessa logica,
anche le osservabili di S , nel senso operativo del termine, sono determi-
nate indipendentemente dall’evoluzione temporale del sistema: esse fanno
riferimento a precisi arrangiamenti e procedure sperimentali che resta-
no generalmente immutate tra un’osservazione e l’altra. Naturalmente è
possibile introdurre una dipendenza temporale esplicita anche nelle osser-
vabili, considerando arrangiamenti variabili nel tempo, ma comunque non
connessi all’evoluzione temporale di S .
Deve dunque essere possibile rappresentare l’evoluzione temporale in-
disturbata di S come un’applicazione di HS in se stesso, ovvero

(7.74) ∣ψ⟩ ≡ ∣ψ(t0 )⟩ Ð→ ∣ψ(t)⟩ ∈ HS ,

per ogni ∣ψ⟩ di HS . In particolare, per lo stato ρ = ∑j wj ∣ψj ⟩ ⟨ψj ∣ avremo

ρ ≡ ρ(t0 ) Ð→ ρ(t) = ∑ wj ∣ψj (t)⟩ ⟨ψj (t)∣ ,


j

dove le probabilità wj restano costanti nel tempo, dato che l’informazione


raccolta sullo stato del sistema non cambia se il sistema evolve indistur-
bato. D’altro lato questa informazione si esprime concretamente attraver-
so la possibilità di formulare previsioni su future osservazioni secondo il
postulato III, per cui la conservazione dell’informazione, una volta este-
sa anche agli stati puri, deve tradursi in una conservazione dei moduli
quadri dei prodotti scalari. Queste considerazioni servono a giustificare
il seguente fondamentale postulato IV, la cui validità risiede comunque
nelle innumerevoli conseguenze sperimentalmente verificate:

Postulato IV
L’evoluzione temporale indisturbata del sistema fisico
S dall’istante iniziale t0 a quello finale t è realizzata

- 229 -
7.7 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.7

mediante una trasformazione di simmetria T (t, t0 ) su


HS .

Dato che T (t0 , t0 ) coincide con la trasformazione identica, la naturale


richiesta di continuità obbliga l’operatore U(t, t0 ) , che secondo il teo-
rema di Wigner rappresenta T (t, t0 ) , ad essere unitario piuttosto che
antiunitario. Dunque abbiamo
(7.75) ∣ψ(t)⟩ = U(t, t0 ) ∣ψ(t0 )⟩
per i vettori di stato e
(7.76) ρ(t) = U(t, t0 )ρ(t0 )U(t, t0 )†
per gli stati in generale, dove
U(t, t0 )U(t, t0 )† = U(t, t0 )† U(t, t0 ) = 1l
e U(t0 , t0 ) = 1l .
Spezzando l’intervallo temporale (t0 , t) al tempo intermedio t1 e ri-
petendo l’analisi per gli intervalli (t0 , ti ) e (t1 , t) si ottiene la legge di
composizione degli operatori di evoluzione temporale
U(t, t1 ) U(t1 , t0 ) = eiχ(t,t1 ,t0 ) U(t, t0 ) ,
dove a priori dobbiamo ammettere un fattore di fase dipendente da en-
trambi gli intervalli temporali. In altri termini, la famiglia {U(t, t0 )∣t, t0 ∈
R, t ≥ t0 } fornisce una rappresentazione proiettiva delle trasformazioni di
simmetria T (t, t0 ) . La naturale richiesta di associatività per la compo-
sizione di tre operatori di evoluzione comporta però che χ(t, t1 , t0 ) deve
avere la forma (l’esercizio è lasciato al lettore)
χ(t, t1 , t0 ) = χ̃(t, t1 ) + χ̃(t1 , t0 ) − χ̃(t, t0 ) .
Quindi, sfruttando il fatto che T (t, t0 ) determina U(t, t0 ) solo a meno di
un fattore di fase, possiamo ridefinire U(t, t0 )
U(t, t0 ) Ð→ eiχ̃(t,t0 ) U(t, t0 ) ,
per cui la legge di composizione diventa semplicemente
(7.77) U(t, t1 ) U(t1 , t0 ) = U(t, t0 ) .
Risulta ora naturale estendere questa relazione a t < t1 ed in particolare
ottenere, ponendo t = t0
U(t0 , t) = U(t, t0 )−1 = U(t, t0 )† .
In moltissime situazioni concrete la dinamica cui S è soggetto risulta
invariante per traslazioni temporali , nel senso che né le forze (interne

- 230 -
7.7 Evoluzione temporale

ed esterne) agenti su S né i parametri cinematici propri di S dipendono


esplicitamente dal tempo. In tal caso deve valere
U(t, t0 ) = U(t + τ, t0 + τ)
per un arbitrario intervallo temporale τ , e quindi U(t, t0 ) deve dipendere
solo dalla differenza t−t0 dei suoi argomenti. Denotando allora l’operatore
di evoluzione con U(t − t0 ), la legge di composizione si riscrive
U(t1 )U(t2 ) = U(t1 + t2 ) .
Quest’ultima relazione, insieme alla ovvia U(0) = 1l , definisce la famiglia
{U(t), t ∈ R} come gruppo abeliano ad un parametro. Se questo gruppo
è continuo in senso forte (vedi paragrafo precedente) il teorema di Stone
afferma che
̵
(7.78) U(t, t0 ) = e−i(t−t0 )H/h
dove H è l’operatore autoaggiunto che genera {U(t), t ∈ R} , ovvero l’o-
peratore Hamiltoniano. Poiché H genera l’evoluzione temporale, il suo
spettro viene identificato con lo spettro energetico del sistema S : in altri
temini, H è l’osservabile energia.
Differenziando rispetto a t la relazione ∣ψ(t)⟩ = U(t, t0 ) ∣ψ(t0 )⟩ si
ottiene ora l’equazione di Schroedinger

(7.79) ̵ d ∣ψ(t)⟩ = H ∣ψ(t)⟩ ,


ih
dt
valida per tutti i vettori di stato che appartengono D(H) , il dominio di
definizione di H . Si noti che poiché H e U(t) commutano, è sufficiente
che ∣ψ⟩ appartenga a D(H) ad un certo istante affinché vi appartenga
per sempre. L’equazione di Schroedinger (7.79) è scritta in forma astrat-
ta, senza riferimento alcuno alla specifica rappresentazione di HS . Per
stabilire il contatto con l’equazione di Schroedinger introdotta e studiata
nel precedente capitolo dedicato allo meccanica ondulatoria, è sufficiente
considerare come sistema fisico S una singola particella e come rappresen-
tazione quella della posizione. Proiettando quindi l’Eq. (7.79) sui vettori
∣x⟩ degli stati perfettamente localizzati, si ottiene
d d ∂
⟨x∣ i ∣ψ(t)⟩ = i ⟨x∣ ψ(t)⟩ = i ψ(x, t)
dt dt ∂t
da una parte e
⟨x∣ H ∣ψ(t)⟩ = (Hψ)(x, t) = ∫ dy ⟨x∣ H ∣y⟩ ⟨y∣ ψ(t)⟩
dall’altra. Il problema sta ora nello stabilire la forma esplicita del nucleo
integrale ⟨x∣ H ∣y⟩ . Il principio di corrispondenza suggerisce che H
abbia la stessa forma, come funzione delle osservabili canoniche (posizio-
ni {q} e momenti {p} ), che possiede in meccanica classica la funzione

- 231 -
7.7 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.7

Hamiltoniana (che è la generatrice canonica delle traslazioni temporali).


Poiché gli operatori q e p che rappresentano una data coppia canonica
non commutano, vi sono in generale dei problemi di ordinamento (vedi
al cap. 5 e all’App. B.8). Questi sono comunque assenti per Hamiltonia-
ne della forma tipica H = p2 /2 + V(q) (in opportune unità di misura).
̵ ′ (x − y) si osserva che l’operatore Hamil-
Ricordando che ⟨x∣ p ∣y⟩ = −ihδ
toniano diventa un operatore differenziale sulla funzione d’onda ψ(x) e
l’equazione di Schroedinger viene riprodotta nella sua forma originale.
L’operatore Hamiltoniano può essere introdotto anche quando l’evo-
luzione temporale non è invariante per traslazioni dell’origine dei tempi,
cioè quando U(t, t0 ) non dipende solo dalla differenza t − t0 . Procedendo
al livello formale, abbiamo identicamente

̵ d
(7.80) ih U(t, t0 ) = H(t)U(t, t0 ) ,
dt
dove l’operatore Hamiltoniano H(t) si scrive
d
(7.81) ̵[
H(t) = ih U(t, t0 )] U(t, t0 )−1 .
dt
H(t) è formalmente autoaggiunto grazie all’unitarietà di U(t, t0 ) ( UU† =
1l ⇒ d/dt(UU† ) = dU/dt U† + U† dU/dt = 0 ) e non dipende da t0 poiché
U(t, t0′ ) = U(t, t0 )U(t0 , t0′ ) , con il secondo fattore t-indipendente e quindi
destinato a cancellarsi nella (7.81).
Componendo le relazioni (7.80) e (7.75) si ottiene la forma più generale
dell’equazione di Schroedinger

̵ d
(7.82) ih ∣ψ(t)⟩ = H(t) ∣ψ(t)⟩ ,
dt
che comprende il caso di un Hamiltoniano dipendente dal tempo. Nel
caso di stati non necessariamente puri, si ottiene invece, differenziando la
relazione (7.76) ed usando ancora la (7.80)

̵ d
ih ρ(t) = [H(t) , ρ(t)] .
dt
Infine l’equazione (7.80) e la condizione al contorno U(t0 , t0 ) = 1l si
riassumono nella forma integrale
i t
U(t, t0 ) = 1l − ̵ ∫ dt ′ U(t ′ , t0 )H(t ′ ) ,
h t0
la quale viene (sempre formalmente) risolta per iterazione

U(t, t0 ) = lim U(n) (t, t0 )


n→∞

- 232 -
7.7 Evoluzione temporale

partendo da U(0) (t, t0 ) = 1l e ponendo. per n ≥ 1 ,


i t
U(n) (t, t0 ) = 1l − ̵ ∫ dt ′ U(n−1) (t ′ , t0 )H(t ′ ) .
h t0
Si genera in tal modo la serie infinita
(7.83)

−i n t t1 tn−1
U(t, t0 ) = ∑ ( ̵ ) ∫ dt1 ∫ dt2 . . . ∫ dtn H(t1 )H(t2 ) . . . H(tn ) .
n=1 h t0 t0 t0

Si definisce il prodotto cronologicamente ordinato (o prodotto T-ordinato)


di operatori
T H(t1 )H(t2 ) . . . H(tn )
= ∑ θ(tP1 , tP2 , . . . , tPn )H(tP1 )H(tP2 ) . . . H(tPn ) ,
P∈SN

dove θ(t1 , t2 , . . . , tn ) denota la generalizzazione a molteplici argomenti


della funzione a gradino θ(t) = 12 (1 + t/∣t∣) , cioè

⎪1 se t1 > t2 > . . . > tn

θ(t1 , t2 , . . . , tn ) = ⎨ .

⎪0 altrimenti

Il termine n-esimo della serie (7.83) si scrive
−i n 1 t t t
(̵) ∫ dt1 ∫ dt2 . . . ∫ dtn T H(t1 )H(t2 ) . . . H(tn )
h n! t0 t0 t0
n
1 −i t
= T [ ̵ ∫ dt ′ H(t ′ )] .
n! h t0
Otteniamo cosı̀ per t ≥ t0 , la forma compatta del cosiddetto esponen-
ziale T-ordinato
−i t
(7.84) U(t, t0 ) = T exp [ ̵ ∫ dt ′ H(t ′ )] .
h t0
Qualora H(t) commuti con H(t ′ ) , per ogni scelta di t e t ′ nell’inter-
vallo [t0 , t] , l’ordinamento temporale è irrilevante ed il simbolo T può
essere omesso. In particolare, se l’operatore Hamiltoniano non dipende
dal tempo, dH(t)/dt = 0 , l’espressione (7.84) si riduce immediatamente
alla (7.78).
Abbiamo dunque visto come l’evoluzione temporale nello spazio di
Hilbert dei vettori di stato sia governata dall’equazione di Schroedinger
(7.79) o (7.82). All’atto pratico HS è inizialmente ricostruito in una speci-
fica rappresentazione, cioè a partire dallo spettro congiunto di un insieme
completo di osservabili compatibili {A} = A1 , A2 , . . . , An . I corrispon-
denti autovettori {∣α⟩} forniscono un sistema di riferimento ortogonale
in HS , rispetto al quale il generico vettore di stato ∣ψ(t)⟩ risulta istante

- 233 -
7.7 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.7

per istante individuato dalla funzione d’onda ψ(α, t) = ⟨α∣ ψ(t)⟩ . Il siste-
ma di riferimento resta costante nel tempo, ovvero resta fissato una volta
per tutte l’insieme {A} utilizzato per ricostruire HS . Da questo punto
di vista, essendo di fatto {A} arbitrario, possiamo considerare tutte le
osservabili di S fissate. Le osservabili vanno qui intese in senso opera-
tivo, come ben definite procedure sperimentali che, in quanto tali, sono
naturalmente definite a priori. Quindi il “moto” di ∣ψ(t)⟩ avviene relati-
vamente alle osservabili. Questa visione dell’evoluzione temporale prende
il nome di rappresentazione di Schroedinger.
È possibile interpretare l’evoluzione temporale nel modo opposto, vale
a dire mantenendo fissi i vettori di stato e facendo “muovere” le osserva-
bili. Dal punto di vista concettuale, questo significa spostare sugli stati la
valenza operativa, per cui gli stati sono puramente “stati sperimentali”,
ovvero fissate collezioni di distribuzioni di probabilità sui risultati degli
esperimenti, mentre le osservabili riacquistano un ruolo di variabili dina-
miche analogo a quello proprio della meccanica classica. Dal punto di vista
del formalismo della meccanica quantistica, questo passaggio è davvero
elementare: all’istante t0 , tutte le informazioni sullo stato ρ(t0 ) = ρ del
sistema S sono contenute nell’insieme dei valori medi ⟨A⟩ρ = Tr ρ(t0 )A al
variare dell’osservabile A . Ad esempio, considerando come A la famiglia
spettrale EB (b) di un’altra osservabile, il valor medio ⟨EB (b)⟩ diventa
la distribuzione di probabilità per B . Queste informazioni cambiano nel
tempo, durante l’evoluzione indisturbata di S , secondo l’equazione (7.76)
⟨A⟩ρ Ð→ ⟨A⟩ρ(t) = Tr ρ(t)A = Tr U(t, t0 )ρ(t0 )U(t, t0 )† A
Ma sfruttando l’invarianza ciclica delle traccia, si ottiene
⟨A⟩ρ(t) = Tr ρ(t0 )U(t, t0 )† A U(t, t0 ) = Tr ρ(t0 )A(t)H = ⟨A(t)H ⟩ρ
dove A(t)H rappresenta l’evoluta temporale di A ≡ A(t0 )H
(7.85) A(t)H = U(t, t0 )† A U(t, t0 )
Lo stesso risultato si ottiene nel caso di uno stato puro descritto dal vettore
normalizzato ∣ψ⟩
⟨ψ(t)∣ A ∣ψ(t)⟩ = ⟨ψ(t0 )∣ U(t, t0 )† A U(t, t0 ) ∣ψ(t0 )⟩
= ⟨ψ(t0 )∣ A(t)H ∣ψ(t0 )⟩
Questa descrizione dell’evoluzione temporale, caratterizzata da traiettorie
del moto per le osservabili sullo sfondo di stati che restano fissi, prende
il nome di rappresentazione di Heisenberg. La versione differenziale della
relazione (7.85) si scrive
̵ d
ih A(t)H = [A(t)H , H(t)H ] ,
dt

- 234 -
7.7 Evoluzione temporale

dove H(t)H = U(t, t0 )† H(t)U(t, t0 ) = iU(t, t0 )† dU(t, t0 )/dt . Ovviamen-


te H(t) = H(t)H = H nel caso di invarianza per traslazioni temporali.
Possiamo generalizzare questa equazione del moto includendo il caso in
cui A = A(t) abbia una dipendenza esplicita dal tempo (cioè indipen-
dente dalla dinamica di S e dovuta ad una definizione operativa di A
effettivamente variabile nel tempo). In tal caso
(7.86) A(t)H = U(t, t0 )† A(t)U(t, t0 ) ,
con la versione differenziale
̵ d A(t)H = [A(t)H , H(t)H ] + ih
ih ̵ ∂ A(t)H ,
dt ∂t
in cui
∂ ∂A(t)
(7.87) A(t)H ≡ U(t, t0 )† U(t, t0 ) .
∂t ∂t
Nel caso di osservabili senza alcuna dipendenza esplicita dal tempo si
tende comunemente a tralasciare il suffisso H in A(t)H .

7.7.1. Stati stazionari e costanti del moto. In meccanica classi-


ca un sistema S si dice conservativo qualora la funzione Hamiltoniana
non dipenda esplicitamente dal tempo. In tal caso l’energia di S è co-
stante nel tempo e coincide con il valore assunto dall’Hamiltoniana in
un qualunque punto della traiettoria del moto. L’analoga situazione in
meccanica quantistica si ottiene quando l’operatore Hamiltoniano H non
̵
dipende dal tempo, per cui U(t) = e−iHt/h . Allora la distribuzione di
probabilità dell’energia risulta costante in un generico stato ρ , dato che
[EH (b) , U(t)] = 0 . In particolare, se l’energia era esattamente nota ad un
certo istante, cioè ∆H = 0 , il suo valore resta esattamente noto e costan-
te per tutto il tempo successivo. Come sappiamo, nel caso di stati puri
ρ = ∣ψ⟩⟨ψ∣ , la condizione ∆H = 0 equivale alla richiesta che ∣ψ⟩ sia un
autovettore di H
H ∣ψ⟩ = E ∣ψ⟩ .
Evidentemente allora
̵
U(t) ∣ψ⟩ = e−iEt/h ∣ψ⟩
e lo stato ρ è stazionario: dρ/dt = 0 . Lo stesso risultato si ottiene evi-
dentemente nel caso di miscele statistiche di autostati dell’energia, ovvero
quando [H, ρ] = 0 , in accordo con l’equazione del moto (7.82). Si noti che
in un sistema conservativo la distribuzione di probabilità dell’energia è co-
stante indipendentemente dal fatto che lo stato ρ sia stazionario o meno.
Ciò che caratterizza gli stati stazionari è che la distribuzione di probabi-
lità di qualunque osservabile (che non dipende esplicitamente dal tempo) è
pure costante, dato che ρ(t) = ρ(t0 ) implica subito che ⟨A(t)⟩ = ⟨A(t0 )⟩ .

- 235 -
7.7 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.7

Viceversa, possiamo chiederci quando una determinata osservabile A


possiede una distribuzione di probabilità costante nel tempo indipenden-
temente dallo stato del sistema. Assumendo che A non dipenda esplicita-
mente da t e che il sistema sia conservativo, dall’equazione di Heisenberg
(7.85) otteniamo subito la condizione
[H , A] = 0
In tal caso A si dice essere una costante del moto. Si noti che costanti
del moto possono esistere in linea di principio anche per sistemi non-
conservativi: è necessario e sufficiente che A commuti con H(t) per ogni
valore di t . Restando nell’ambito dei sistemi conservativi, osserviamo
che l’insieme di tutte le osservabili che sono costanti del moto formano
un’algebra di Lie reale: se A e B commutano con H allora anche αA+βB
(α e β reali) è un’osservabile e commuta con H e cosı̀ pure per i[A, B] ,
grazie all’identità di Jacobi [A, [B, H]] + [B, [H, A]] + [H, [A, B]] = 0 .
7.7.2. Relazione di indeterminazione tra tempo ed energia.
Consideriamo ora un sistema S conservativo, un’osservabile A che non
dipende esplicitamente dal tempo ed uno stato puro descritto dal vettore
normalizzato ∣ψ⟩ . La relazione di indeterminazione tra le deviazioni stan-
̵ ̵
dard di A(t) = eiHt/h A e−iHt/h e dell’energia E (ovvero dell’Hamiltoniana
H ) si scrive (vedi §7.3.3)
∆A(t) ∆E ≥ 12 ∣ ⟨ψ∣ [A(t), H(t)] ∣ψ⟩ ∣ .
Facendo uso dell’equazione di Heisenberg questo diventa
̵ d
h
(7.88) ∆A(t) ∆E ≥ ∣ ⟨A(t)⟩∣ ,
2 dt
dove ⟨A(t)⟩ ≡ ⟨ψ∣ A(t) ∣ψ⟩ . Come sappiamo, ∆A(t) è l’indeterminazione
della misura di A(t) nello stato ∣ψ⟩ , ovvero di A nello stato ∣ψ(t)⟩ .
D’altro lato d ⟨A(t)⟩ /dt è la velocità con cui si sposta il valore medio di
A(t) , per cui la quantità
∆A(t)
(7.89) τ(A(t)) = d
∣ dt⟨A(t)⟩∣
è un tempo caratteristico dell’evoluzione dell’osservabile A , che fornisce
una stima dell’intervallo di tempo necessario affinché il valore medio di
A(t) si sposti della quantità ∆A(t) . Più grande è τ(A(t)) , più lenta
è l’evoluzione della distribuzione di probabilità di A(t) definita dallo
stato ∣ψ⟩⟨ψ∣ . In particolare, se A è una costante del moto, qualunque
sia ∣ψ⟩ il denominatore in (7.89) si annulla e τ(A(t)) = ∞ . Lo stesso
vale se A è generica ma ∣ψ⟩ è un vettore di stato stazionario. Infine
se ∣ψ⟩ è un autovettore di A , sia il numeratore che il denominatore in

- 236 -
7.7 Evoluzione temporale

(7.89) si annullano, ma l’interpretazione di τ(A(t)) impone ancora che


τ(A(t)) = ∞ .
Dal punto di vista sperimentale, l’evoluzione temporale indisturbata
di un sistema fisico S , inizialmente preparato in uno stato puro ∣ψ⟩⟨ψ∣ ,
sarà tanto più finemente risolubile mediante la misurazione dell’osservabi-
le A quanto più piccolo è τ(A(t)) . Supponendo di aver preparato tante
copie di S nel medesimo stato iniziale e di misurare A su un certo nu-
mero di copie all’istante t e su un altro numero di copie all’istante t ′ > t ,
verranno osservate differenze significative nelle due distribuzioni di proba-
bilità (nel senso sperimentale di frequenze relative dei differenti risultati)
solo se t ′ − t è più grande di τ(A(t)) . Quindi i due istanti temporali
t ′ e t possono essere tanto meglio risolti quanto più piccolo è τ(A(t))
(naturalmente la misurazione di un’osservabile non è un’operazione istan-
tanea, per cui un limite inferiore alla risolubilità temporale è comunque
dato dalla effettiva durata dell’interazione tra il sistema S e l’apparato
di misura). Se indichiamo con ∆t il limite inferiore di τ(A(t)) al variare
di A tra tutte le osservabili di S che non dipendono esplicitamente dal
tempo, vale a dire
∆t = min τ(A(t))
A
(si ricordi che ∆t dipende ancora dallo stato ∣ψ⟩⟨ψ∣ e dal tempo t ), dalla
relazione (7.88) otteniamo
̵
h
(7.90) ∆t∆E ≥
2
che costituisce la relazione di indeterminazione tra tempo ed energia. È
opportuno sottolineare che questa relazione, sebbene formalmente identica
a quella esistente tra posizione e momento (dovuta alle regole di commuta-
zione canoniche), non è ad essa assimilabile: il tempo non è un’osservabile
del sistema fisico S in considerazione, né esiste in generale un operato-
re autoaggiunto canonicamente coniugato con l’operatore Hamiltoniano il
cui spettro sia interpretabile come la collezione di tutti gli istanti tem-
porali. Tuttavia, specialmente per via della simmetria relativistica tra
spazio e tempo da una parte, e momento lineare ed energia dall’altra (per
una singola particella, q e t da una parte, e p ed E dall’altra formano
dei quadrivettori di Lorentz), la relazione (7.90) viene spesso considerata
sullo stesso piano di quella tra posizione e momento.

7.7.3. Processi stazionari. La relazione di indeterminazione tra


tempo ed energia serve a caratterizzare più precisamente i processi sta-
zionari, nei quali energia e/o materia vengono trasportate su distanze
macroscopiche ad un ritmo costante nel tempo. Un esempio concreto di
tale processo è costituito dalla produzione e diffusione, o scattering, di un

- 237 -
7.7 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.7

fascio di particelle e dalla successiva rivelazione delle stesse. Lontano dalla


fase di accensione e spegnimento, le particelle sono emesse dalla sorgente,
diffuse da bersagli o altre apparecchiature ed infine rivelate da appositi
strumenti con un flusso costante nel tempo. La durata complessiva T
di questa fase stabile è molto più grande dei tempi caratteristici di emis-
sione, di volo e di assorbimento di una singola particella, ed è comunque
indipendente dagli stessi. Per fasci di particelle massive o per radiazione
elettromagnetica incoerente e/o di debole intensità, possiamo considerare
il processo come la ripetizione di un gran numero di volte dello stesso
esperimento su una singola particella. Risulta quindi naturale descrivere
lo stato di una singola particella mediante autovettori ∣E⟩ della Hamil-
toniana corrispondenti allo spettro continuo. La relazione (7.90) afferma
allora che l’indeterminazione ∆E dell’autovalore E è comunque dell’ordi-
̵ , dato che l’intero intervallo T rappresenta l’indeterminazione
ne di h/T
temporale sull’evento microscopico iniziale, quello di emissione.
Per un generico processo conviene porre E = hω ̵ , assumendo ω > 0 , e
denotare con ∣ω, τ⟩ gli autovettori dell’energia, dove τ rappresenta tutti
gli altri numeri quantici conservati (che possiamo assumere discreti; come
esempio si veda lo sviluppo in onde parziali dei processi di diffusione al
§12.2). La presenza di un tempo di durata T , grande ma finito, fa sı̀
che la grandezza 2π/T giochi il ruolo di limite inferiore sulla risoluzione
delle frequenze ω , come evidenziato dalla relazione di ortogonalità dello
spettro continuo
T /2 dt i(ω−ω ′ )t
⟨ω, τ∣ ω ′ , τ ′ ⟩ = δττ ′ δ(ω − ω ′ ) = δττ ′ lim ∫ e .
T →∞−T /2 2π
Dunque per T finito gli autostati dell’energia, intesi nel senso operativo
del termine, hanno norma finita
T
(7.91) ⟨ω, τ∣ ω, τ⟩ ≃
.

Ora, dovendo rappresentare un processo stazionario, la matrice di densità
ρ deve commutare con la Hamiltoniana H ed essere quindi diagonale sui
vettori ∣ω, τ⟩ , ovvero

(7.92) ρ = ∑ ∫ dω ∣ω, τ⟩ wττ ′ (ω) ⟨ω, τ ′ ∣ .


ττ ′

La funzione nonnegativa wττ (ω) rappresenta la dispersione in energia del


processo nel canale τ , e possiede l’interpretazione classica di probabilità
che il sistema fisico S in esame (una particella del fascio, ad esempio)
si trovi nello stato puro ∣ω, τ⟩⟨ω, τ∣ . I termini fuori diagonale wττ ′ (ω) ,
τ ≠ τ ′ , non hanno un’interpretazione cosı̀ diretta: essi costituiscono, come
vedremo, un esempio di coerenze residue (vedi §7.4). Si noti che ρ non

- 238 -
7.7 Evoluzione temporale

è propriamente normalizzata, dato che la sua traccia vale (vedi Eq. (7.91))
T T
Tr ρ = ∑ ∫ dω wττ (ω) =
2π τ 2π
e diverge nel limite T → ∞ . Va inoltre ricordato che gli autostati del-
l’energia sono tipicamente del tutto delocalizzati nello spazio (si pensi ad
una particella libera descritta da un’onda piana).
È importante sottolineare che, a parte le eventuali coerenze residue
relative agli altri numeri quantici, ρ descrive il processo in termini di una
somma incoerente di autostati dell’energia, spazialmente delocalizzati e
popolati con probabilità wττ (ω) . A prima vista questa descrizione sem-
bra in contrasto con l’idea stessa di S come sistema fisico a sé stante: se S
è una delle particelle di un fascio la descrizione più naturale sembrerebbe
dover fare uso di un pacchetto d’onda ∣ψ⟩ ben localizzato, caratteristico
della sorgente in questione, con la dispersione della frequenza nel canale
τ data dalla probabilità quantomeccanica ∣ ⟨ω, τ∣ ψ⟩ ∣2 .
In realtà le due descrizioni sono di fatto equivalenti, proprio a causa
della relazione di indeterminazione tra tempo ed energia. Usando sempre
il fascio di particelle come esempio, nella descrizione in termini di pacchetti
d’onda le particelle sono emesse dalla sorgente tutte nello stesso stato puro
∣ψ⟩⟨ψ∣ , ciascuna in un arbitrario istante t0 dell’intervallo T . Si tratta di
uno stato temporalmente delocalizzato. Da un punto di vista formale, al
tempo t > t0 avremmo ancora lo stato puro U(t−t0 ) ∣ψ⟩⟨ψ∣ U(t−t0 )† , ma
il vero stato ρ ′ del sistema, quello che raccoglie l’informazione realmente
accessibile, si ottiene mediando sull’istante di emissione t0 :
1 T /2
ρ′ = ∫ dt0 U(t − t0 ) ∣ψ⟩⟨ψ∣ U(t − t0 )† = ∑ ∫ dω ∣ω, τ⟩ ⟨ω, τ∣ ψ⟩ ×
T −T /2 τ
T /2
′ ′ ′ ′ ′ −i(ω−ω )t 1
dt0 ei(ω−ω )t0 .
′ ′
∑ ∫ dω ⟨ψ∣ ω , τ ⟩ ⟨ω , τ ∣ e ∫
τ′ T −T /2

Nel limite T → ∞ l’integrazione su t0 produce 2π δ(ω − ω ′ ) , per cui si


verifica che
T ′
ρ≃ ρ ,

con l’identificazione

wττ ′ (ω) = ⟨ω, τ∣ ψ⟩ ⟨ψ∣ ω, τ ′ ⟩ .

In particolare la probabilità classica wττ (ω) che una data particella del
̵ nel canale τ coincide con l’espressione quan-
fascio abbia l’energia hω
tomeccanica e sono assenti i termini misti con ω ≠ ω ′ , che sono propri

- 239 -
7.8 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.8

della coerenza quantomeccanica. Le uniche eventuali coerenze residue


riguardano gli altri numeri quantici, non più l’energia9 .
Nel caso di punti materiali liberi di muoversi in una sola dimensione,
il risultato appena ottenuto pone le basi per l’interpretazione operativa
delle soluzioni stazionarie e delocalizzate dell’equazione di Schroedinger in
presenza di barriere di potenziale, già studiate al §6.3: esse effettivamente
descrivono la frazione di particelle trasmesse e riflesse in un fascio stazio-
nario. Le stesse considerazioni valgono per gli esperimenti di diffusione in
tre dimensioni che saranno trattati al cap.12.

7.8. Quantizzazione canonica


Il postulato II afferma che ogni osservabile A del sistema fisico S è rap-
presentata da un operatore autoaggiunto su HS , ma non dice nulla su
come identificare tale operatore a priori, in una data rappresentazione di
HS , senza dover passare attraverso la ricostruzione operativa esplicita ot-
tenuta misurando opportune probabilità di transizione. Anche se in linea
di principio la ricostruzione operativa è sufficiente ai fini delle predizioni
su successivi esperimenti che coinvolgano l’osservabile A (questa osserva-
zione riassume l’idea originale di Heisenberg della cosiddetta “meccanica
delle matrici” [Hei63]), dal punto di vista sia pratico che concettuale è
molto importante poter disporre di regole per calcolare la forma operato-
riale esplicita delle osservabili più rilevanti. Nel caso di osservabili dotate
di analogo classico, tali regole sono riassunte nella cosiddetta quantiz-
zazione canonica. Le osservabili costituite dalle coordinate cartesiane
q1 , q2 , . . . , qn e dai relativi momenti coniugati p1 , p2 , . . . , pn di un si-
stema fisico S sono rappresentate in meccanica quantistica da operatori
autoaggiunti q1 , q2 , . . . , qn e p1 , p2 , . . . , pn che soddisfano alle regole di
commutazione canoniche
(7.93) ̵ jk .
[qj , qk ] = 0 , [pj , pk ] = 0 , [qj , pk ] = ihδ

Ad ogni osservabile classica A(q1 , . . . , qn , p1 , . . . , pn ) corrispondono tut-


^ 1 , . . . , qn , p1 , . . . , pn ) tali che A
ti gli operatori autoaggiunti A(q ^ = A nel
̵
limite formale h → 0 in cui tutte le variabili canoniche commutano.
Varie osservazioni sono necessarie. Innanzitutto, ricordiamo che le
parentesi di Poisson proprie delle qj e pj si scrivono
(7.94) {qj , qk } = 0 , {pj , pk } = 0 , {qj , pk } = δjk ,
e per definizione fissano le p.d.P. di tutte le osservabili classiche. Analo-
gamente, almeno al livello formale, le regole di commutazione canoniche
9
Queste coerenze residue sono importanti, ad esempio, per la descrizione dello
scattering di fasci polarizzati.

- 240 -
7.8 Quantizzazione canonica

(7.93) determinano le parentesi di commutazione di ogni coppia di ope-


ratori A e B che siano funzioni analitiche simultaneamente di tutte le
qj e pj (con ordinamento fissato!). Ci basta infatti verificare come il
commutatore possieda le stesse proprietà algebriche delle p.d.P., vale a
dire
[A , B] = −[B , A]
[αA + βB , C] = α[A , C] + β[B , C]
[AB , C] = A[B , C] + [A , C]B
[A , [B , C]] + [B , [C , A]] + [C , [A , B]] = 0 .
Abbiamo quindi la corrispondenza formale tra meccanica classica e mec-
canica quantistica
(7.95) ̵ −1 [A , B]
{A, B} Ð→ (ih)
Per quanto riguarda il significato preciso della relazione di commutatore
tra posizioni e momenti, è opportuno richiamare il teorema di Wint-
ner già enunciato nel §5.2.3, il quale afferma che gli operatori canonici
q, p non possono essere entrambi limitati. (Il fatto che essi non possano
essere entrambi rappresentabili da matrici finite r × r è ovvio, in quanto
̵ 1l = ihr
si avrebbe subito la contraddizione 0 = Tr [q , p] = ihTr ̵ ). Quindi
̵ l va propriamente intesa come valida solo in un
la relazione [q, , p] = ih1
sottoinsieme denso di uno spazio di Hilbert infinito-dimensionale. In tal
caso esistono molteplici realizzazioni di coppie canoniche che non sono
semplici riscalamenti q → λq, p → p/λ le une delle altre (si veda l’esempio
discusso in §7.6.3). Il teorema di Von Neumann (vedi ancora al §5.2.3) ci
assicura che se lo spazio delle configurazioni, vale a dire lo spettro delle
osservabili di posizione q, , coincide con Rn , allora ogni rappresentazione
irriducibile delle regole di commutazione canoniche è equivalente a quella
cosiddetta di Schroedinger, vale a dire
qj = moltiplicazione per qj
̵ ∂ ,
pj = −ih
∂qj
definita sulle funzioni d’onda ψ(q1 , . . . , qn ) .
Una formulazione più precisa di questo risultato, nella quale si evitano
le sottigliezze legate alla natura illimitata di q e p , è quella proposta da
Weyl. Possiamo limitarci al caso di una sola coppia q, p e sostituire
̵ l con le regole di commutazione canoniche alla Weyl:
[q , p] = ih1
T (a) T (a ′ ) = T (a ′ ) T (a) , V(b) V(b ′ ) = V(b ′ ) V(b)
(7.96) ̵
T (a) V(b) = e−iab/h V(b) T (a) .

- 241 -
7.8 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.8

Per ipotesi T (a) e V(b) sono operatori unitari per ogni a, b ∈ R e le


regole (7.96) valgono su tutto lo spazio di Hilbert. Si dimostra allora che
tutte le rappresentazioni irriducibili delle (7.96) sono equivalenti a quella
in cui lo spazio di Hilbert è L2 (Rn ) e
̵
(T (a)ψ)(x) = ψ(x − a) , (V(b)ψ)(x) = e−ibx/h ψ(x) .
Gli operatori q e p sono quindi recuperati come generatori (vedi §7.6.3
e soprattutto §9.1.3) di V(b) e T (a) , rispettivamente. q risulta ben
definito su tutti i vettori ∣ψ⟩ tali che il limite
̵
ih
(7.97) lim [V(b) − 1l] ∣ψ⟩ ∶= q ∣ψ⟩
b→0 b

esiste in senso forte. Analogamente il dominio di p è costituito dai vettori


∣ϕ⟩ tali che esiste in senso forte il limite
̵
ih
(7.98) lim [T (a) − 1l] ∣ψ⟩ ∶= q ∣ψ⟩ .
a→0 a

Com’è noto, questo ci permette di identificare T (a) e V(b) con gli espo-
̵ ̵
nenziali e−iap/h e e−iaq/h , rispettivamente. Le regole di commutazione
canoniche per q e p seguono dalle (7.96) nel limite di a e b infinitesimi.
Dobbiamo infine osservare che la portata effettiva delle regole della
quantizzazione canonica sulla costruzione dell’operatore che rappresenta
una generica osservabile classica è in realtà molto limitata. La meccanica
quantistica è una generalizzazione della meccanica classica, per cui pos-
sono esistere molteplici osservabili quantomeccaniche che si riducono alla
stessa osservabile classica nel limite formale h̵ → 0 . La quantizzazione ca-
nonica è non ambigua solo per quanto riguarda le ossevabili di base, cioè
le coordinate cartesiane ed i momenti ad esse coniugati. Già per quanto
riguarda la “quantizzazione” di un sistema classico in coordinate lagran-
giane generiche non vi sono regole a priori generalmente valide. Lo stesso
dicasi per una generica osservabile classica A(q1 , . . . , qn , p1 , . . . , pn ) : vi
sono svariate procedure, tutte a priori egualmente valide, per risolvere il
problema dell’ordinamento dovuto al fatto che le qj non commutano
più con le pj , introducendo un’ambiguità di base su termini di ordine h. ̵
Nell’App. B.8 sono illustrate alcune di queste regole di corrispondenza. La
lezione finale è che non esiste in generale un’unica legge di quantizzazione
per tutte le osservabili. Per certe osservabili di fondamentale importan-
za però, come l’energia ed il momento angolare, vi sono argomentazioni
basate su principi di simmetria che risultano molto stringenti (vedi al
cap. 9). Dato che questi principi sopravvivono indenni il passaggio dalla
meccanica classica alla meccanica quantistica, essi forniscono un punto di
riferimento determinante per la quantizzazione.

- 242 -
7.9 Preparazioni e misure

Osservazione []Grazie al teorema di Von Neumann possiamo a buon


diritto lasciar definitivamente cadere la notazione qj e pj specifica della
meccanica quantistica: d’ora in poi indicheremo con qj e pj indistinta-
mente le variabili classiche e gli operatori quantomeccanici. In particolare,
questo si applica anche ai vettori posizione xj ed ai vettori momento pj
di una collezione di N particelle.
7.8.1. Equazioni di Heisenberg-Hamilton. Facendo riferimento
alle equazioni di Heisenberg (7.85) ed alla corrisponenza formale (7.95), si
ottengono le seguenti equazioni del moto di Heisenberg-Hamilton per un
sistema con coordinate canoniche (qj , pj ) ed Hamiltoniana H = H(q, p) ,

(7.99) ̵ −1 [qj , H] = ∂H ,
q̇j = (ih) ̵ −1 [pj , H] = − ∂H .
ṗj = (ih)
∂pj ∂qj
Non bisogna tuttavia dimenticare che si tratta di equazioni operatoriali,
di fatto equivalenti all’equazione di Schroedinger, e che riassumono perciò
tutte le caratteristiche della meccanica quantistica.
In certi casi particolari è possibile approssimare le (7.99) con equazioni
ordinarie per i valori medi delle variabili canoniche. Ad esempio, per
una particella con Hamiltoniana tipica H = p2 /2m + V(x) , dalle (7.99)
otteniamo subito il cosiddetto Teorema di Ehrenfest
1
⟨ẋ⟩ = ⟨p⟩ , ⟨ṗ⟩ = ⟨F(x)⟩ .
m
dove F = −∇V è la forza che agisce sulla particella e ⟨⋅⟩ rappresenta il valor
medio in un certo stato ∣ψ⟩ . Queste equazioni non ci permettono ancora
di affermare che i valori medi del momento e della posizioni ubbidiscano
alle leggi classiche del moto, in quanto, in generale ⟨F(x)⟩ ≠ F(⟨x⟩) . Si noti
che la particella libera, la particella in un campo costante e l’oscillatore
armonico sono gli unici esempi dove vale invece l’equaglianza per ogni
∣ψ⟩ . Negli altri casi, l’approssimazione
ṗ ≃ F(⟨x⟩)
sarà tanto migliore quanto più le anarmonicità del potenziale sono piccole
nella regione di spazio in cui la funzione d’onda ⟨x∣ ψ⟩ è non trascurabile.

7.9. Preparazioni e misure


I postulati I, II, III e IV definiscono la struttura minimale della meccanica
quantistica, nella quale il problema della descrizione e degli effetti del pro-
cedimento di misurazione è volutamente ignorato. In effetti, nella versione
minimale della meccanica quantistica sono contemplate due categorie ben
distinte di oggetti: i sistemi fisici su cui si effettuano gli esperimenti, che
abbiamo indicato sin qui con il generico simbolo S , e gli apparati spe-
rimentali con cui si effettuano le osservazioni, che indicheremo qui col

- 243 -
7.9 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.9

generico simbolo A . I primi sono descritti dalla meccanica quantistica


minimale, in accordo con i suddetti postulati. I secondi sono oggetti per
definizione classici, le cui transizioni tra stati macroscopici distinti e ben
definiti costituiscono il risultato degli esperimenti. A questi stati macro-
scopici non vengono applicate le regole della meccanica quantistica: l’ago
di un indicatore si trova per ipotesi in uno stato con posizione e momento
ben definiti, i “click” di un contatore Geiger o si sentono o non si sentono,
in una camera a bolle si osservano tracce ben precise, non macchie casuali.
In modo del tutto generale, dal punto di vista della funzione logica di
A , possiamo descrivere lo stato di un apparato A in termini dell’occupa-
zione o meno delle celle di memoria di un computer, usato per memorizzare
ed analizzare i risultati di un esperimento: gli stati di questa memoria non
sono linearmente sovrapponibili, al contrario di quelli del sistema fisico,
le cui misurazioni hanno tuttavia dato origine a particolari transizioni
nella memoria del computer. Dato che l’apparato A è comunque esso
stesso un sistema fisico, cosı̀ come la combinazione S ∪ A rilevante per
descrivere il processo di misura, è chiaro che la versione minimale della
meccanica quantistica non offre una rappresentazione del tutto soddisfa-
cente del mondo fisico. La stessa distinzione tra S ed A , in un determi-
nato esperimento, non è generalmente univoca e cambia radicalmente da
un esperimento all’altro. Si tratta di una distinzione logica, ancor più che
operativa, che resta inevitabilmente al di fuori della meccanica quantistica
minimale. D’altronde è la stesso postulato III, cosı̀ come sopra formulato,
che presuppone l’esistenza di apparati di misura come oggetti classici, con
stati sempre ben definiti ed oggettivamente riconoscibili.
Da questo punto di vista la meccanica quantistica minimale è anche
epistemologicamente incompleta: essa ha bisogno della meccanica clas-
sica per la sua stessa definizione. Inoltre, al contrario della meccanica
classica, la meccanica quantistica fa uso di oggetti matematici, come i
vettori di stato, che non rappresentano quantità direttamente osservabili.
Per questa ragione, ogni tentativo di completare la meccanica quantistica,
e/o di formularla su basi indipendenti, deve innanzitutto dare una inter-
pretazione di questa parte non direttamente osservabile; si tratta della
vecchia e tormentata questione: “che cos’è, dal punto vista fisico oggetti-
vo, la funzione d’onda?”. Si noti che tale questione è del tutto irrilevante
secondo la meccanica quantistica minimale. Quest’ultima infatti non fa
riferimento a singoli oggetti reali, ma soltanto ai risultati, statisticamente
descritti, di esperimenti eseguiti secondo precise modalità: gli oggetti di
tali esperimenti (atomi, elettroni, etc.) sono solo implicitamente definiti
dalle relative osservabili, intese nel senso operativo del termine10 .
10
Spingendo al limite questa argomentazione, si arriva piuttosto paradossalmente
a negare l’esistenza stessa degli oggetti microscopici: l’uso di concetti quali “molecole”,

- 244 -
7.9 Preparazioni e misure

Al contrario, una interpretazione di tipo realistico della meccanica


quantistica richiede che il formalismo matematico della teoria faccia rife-
rimento a sistemi fisici oggettivi, considerati singolarmente. Questo signi-
fica che anche la funzione d’onda, sebbene non direttamente osservabile,
deve costituire una proprietà oggettiva del sistema fisico in esame. Come
tale essa risulta costantemente associata al sistema ed è quindi necessario
descriverne l’evoluzione anche durante il processo di misurazione. Questo
costituisce il problema della teoria della misura in meccanica quantistica,
a tutt’oggi fondamentalmente irrisolto. Va comunque ribadito che si trat-
ta di un problema solo per una interpretazione realistica della meccanica
quantistica: all’interno della descrizione minimale esso semplicemente non
esiste.
Supponiamo allora che il sistema S , al momento della misura della
generica osservabile A mediante l’apparato sperimentale A , si trovi nel-
lo stato puro ρ = ∣ψ⟩⟨ψ∣ ( ⟨ψ∣ ψ⟩ = 1 ) e che ∣ψ⟩ non sia un autovettore
di A . Se l’esperimento è di prima specie ed a è il risultato osservato
(si assuma per il momento che σ(A) sia discreto e a non degenere),
risulta naturale assumere che lo stato del sistema, immediatamente do-
po la misurazione, sia l’autostato di A corrispondente all’autovalore a ,
cioè ρa = ∣a⟩ ⟨a∣ 11 . Dopo tutto quanto appena descritto non è altro che
una preparazione completa (si veda il §7.1). In un ulteriore esperimen-
to, atto a misurare un’altra generica osservabile B , dovremo applicare le
regole della meccanica quantistica, in particolare il postulato III, facen-
do riferimento allo stato ρa cosı̀ preparato. Quindi l’effetto della prima
osservazione è stato quello di cambiare lo stato ρ nello stato ρa . Tale
processo prende comunemente il nome di precipitazione o riduzione del
pacchetto d’onda e secondo le interpretazioni realistiche del formalismo
della meccanica quantistica esso costituisce un fenomeno fisico oggettivo,
da ascrivere all’interazione tra il sistema fisico S e l’apparato di misura
A . È proprio questo il punto in cui si manifesta l’indeterminismo della
descrizione quantomeccanica dei fenomeni fisici: mentre l’evoluzione di
Schroedinger è perfettamente deterministica, la riduzione del pacchetto
d’onda è intrinsecamente acausale: la conoscenza dello stato iniziale ρ
del sistema S non fissa univocamente quale autovalore a verrà osserva-
to, per cui ripetizioni dello stesso esperimento forniscono risultati diversi,
indipendentemente dall’accuratezza sperimentale.
“atomi” ed in genere “particelle”, sarebbe solo una scorciatoia terminologica per indi-
care più o meno complesse caratteristiche degli apparati e delle procedure sperimentali,
nonché delle relative rappresentazioni e manipolazioni matematiche, facendo comunque
riferimento solo a stati classicamente descritti.
11
Secondo Dirac questo è un inevitabile principio di continuità fisica: se lo stesso
esperimento venisse ripetuto subito dopo, il risultato sarebbe certamente a . Queste
considerazioni risultano particolarmente pregnanti se A è una costante del moto.

- 245 -
7.9 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.9

A questo punto le versioni realistiche della meccanica quantistica si


diversificano, a seconda della descrizione dinamica assunta per l’apparato
macroscopico A e la sua interazione con il sistema S . Non è questo il
luogo per addentrarsi in una tematica complessa e spinosa come quella del
passaggio, all’interno della meccanica quantistica, dal mondo microscopico
a quello macroscopico (si vedano ad esempio [D’E71, WZ83, Omn94]).
Qui ci limitiamo a distinguere tra due linee fondamentalmente distinte.
Nella prima si assume che la meccanica quantistica fornisca una descri-
zione completa del mondo fisico, inclusi gli oggetti macroscopici, che sono
da considerare “semplicemente” come sistemi composti da moltissimi og-
getti microscopici. Secondo questa linea di pensiero l’apparato di misura
A è completamente descritto da un opportuno spazio di Hilbert HA e
la sua dinamica è governata da un’opportuna, sebbene complicatissima,
Hamiltoniana HA , con relativa equazione di Schroedinger, proprio come
il sistema S sotto esame. La misurazione di una osservabile A di S
mediante A costituisce un particolare tipo di interazione tra S e A ,
descritta da una Hamiltoniana HAS che agisce nel prodotto diretto dei
due spazi di Hilbert HAS = HA ⊗ HS . I risultati dell’esperimento sono
leggibili da cambiamenti macroscopici dello stato di A indotti da tale
interazione. Il fatto che questi siano oggettivamente ben definiti (inac-
curatezze sperimentali a parte), senza più alcuna traccia apparente della
coerenza quantomeccanica propria dei sistemi microscopici, va attribui-
to alle particolari caratteristiche della dinamica dei sistemi macroscopici.
Questo schema concettuale è senz’altro molto attraente, ma va detto che,
nonostante molteplici tentativi più o meno validi, non ne esiste ancora
una formulazione del tutto convincente. Si noti anche che in questa ottica
non è lecito considerare una misurazione come un processo istantaneo, né
assumere che due misurazioni possono essere arbitrariamente vicine nel
tempo. Secondo l’altra linea di pensiero, la meccanica quantistica, al-
meno cosı̀ come presentata sinora, sarebbe fondamentalmete incompleta,
vuoi perché essa trascurerebbe certi gradi di libertà dei sistemi fisici (le
cosiddette variabili nascoste) la cui completa conoscenza eliminerebbe
ogni fattore di indeterminazione, vuoi perché l’equazione di Schroedin-
ger sarebbe solo un’approssimazione lineare di equazioni del moto più
complesse, capaci di interpolare in modo continuo tra il comportamento
quantomeccanico degli oggetti microscopici e quello classico dei sistemi
macroscopici. Nel seguito torneremo sulla tematica delle variabili nasco-
ste, in relazione alle fondamentali diseguaglianze di Bell. Per il momento,
facendo ricorso alle matrici densità ed alle famiglie spettrali, possiamo
facilmente estendere il formalismo della riduzione del pacchetto d’onda al
caso generale di un arbitrario stato iniziale ρ (puro o misto che sia) e
di un’arbitraria osservabile A . Se ρ è lo stato del sistema all’istante t0

- 246 -
7.9 Preparazioni e misure

della misurazione di A mediante un esperimento di prima specie, e viene


osservato un risultato compreso nel sottoinsieme boreliano b , lo stato del
sistema “immediatamente dopo” vale
EA (b)ρEA (b)
ρ′ = .
Tr ρEA (b)
Questa espressione appare ovvia, se riguardiamo lo stato ρ ′ come stato
iniziale di un successivo esperimento, preparato dalla misurazione di A :
lo stato ρ viene filtrato in base a quanto si è effettivamente verificato.
Infatti ρ ′ è per costruzione una somma convessa di autostati di A ed
è propriamente normalizzata grazie al denominatore, che coincide con la
probabilità PrA (b) di osservare un valore di A compreso nel sottoinsieme
b (si noti che se PrA (b) non può annullarsi, poiché per ipotesi viene
effettivamente osservato un valore di A compreso in b ). Se nel successivo
esperimento viene misurata l’osservabile B all’istante t , la probabilità di
osservarne un valore compreso in b ′ si scrive, in base ai postulati III e
IV:
Tr U(t, t0 )EA (b)ρEA (b)U(t, t0 )† EB (b ′ )
PrB (b ′ ) = Tr ρ ′ (t)EB (b ′ ) = .
Tr ρEA (b)
Ovvero, sfruttando la ciclicità della traccia,


Tr ρEA (b)EB(t) (b ′ )EA (b)
(7.100) PrB (b ) = ,
Tr ρEA (b)

dove B(t) = U(t, t0 )† BU(t, t0 )† rappresenta l’osservabile B nella descri-


zione di Heisenberg. La struttura di questa espressione è quella tipica di
una probabilità condizionata, nella quale il numeratore va identificato con
la probabilità congiunta PrAB (b, t0 ; b ′ , t) che nell’esperimento com-
plessivo, costituito dalla preparazione dello stato ρ (che in questo esempio
consideriamo terminata all’istante t0 ), dalla misurazione di prima specie
dell’osservabile A allo stesso tempo t0 , dall’evoluzione indisturbata da
t0 a t ed infine dalla misurazione dell’osservabile B , i risultati per A e
per B siano compresi rispettivamente nei sottoinsiemi boreliani b e b ′ .
Quali che siano le implicazioni epistemologiche che si vogliano dare
alla fondamentale formula (7.100), essa risulta sperimentalmente verifica-
ta. Possiamo quindi riguardare la meccanica quantistica minimale, con
i suoi quattro fondamentali postulati, come un paradigma computativo
capace di fare previsioni sorprendentemente accurate su esperimenti clas-
sicamente incomprensibili. Per coloro che si accontentano di questo, che
non è poco, non ci sono problemi con la meccanica quantistica minimale,
almeno fino ad oggi.

- 247 -
7.9 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.9

7.9.1. L’esperimento delle due fenditure. Nel §5.2.1 abbiamo


accennato all’esperimento delle due fenditure. Vogliamo ora analizzar-
lo più accuratamente dal punto di vista dei fondamenti della meccanica
quantistica esposti in questo capitolo. Lo scopo è quello di illustrare alcuni
aspetti fondamentali della rappresentazione matematica delle operazioni
di preparazione e misura.
L’esperimento si divide in tre momenti precisi. La prima fase, che
sembra naturale definire di preparazione, consiste nella produzione di un
fascio di particelle massive, ad esempio elettroni; questo fascio è per ipote-
si stabile, ben collimato, quasi monocromatico ed orientato nella direzione
z > 0 . Nella seconda fase le particelle incidono su uno schermo posto in
z = 0 e dotato di due fenditure f+ e f− , orientate lungo y e situate in
x = ±d/2 . Infine nella terza fase le particelle vengono rivelate, tramite un
particolare tipo di interazione, da una lastra fotografica posta in z = L o da
uno strumento analogo. Questa suddivisione è innanzitutto di tipo logico:
noi possiamo considerare un esperimento costituito dalla sola produzio-
ne, uno costituito dalla produzione e rivelazione sulla lastra fotografica
ed infine l’esperimento completo, nel quale lo schermo viene interposto
fra la sorgente e la lastra. Appare naturale collegare questa suddivisione
logica con quella temporale: le particelle sono prima emesse dalla sorgen-
te, quindi interagiscono con lo schermo ed infine vengono rivelate sulla
lastra. Inoltre è chiaro che la nostra informazione sulla fase di preparazio-
ne discende da rivelazioni successive (la stessa rivelazione fotografica e/o
rivelazioni di altro tipo). Sono proprio queste ultime ad insegnarci che il
fascio è composto da particelle, ciascuna delle quali determina una singola
macchia sulla lastra. Si noti infine che, nel suo complesso, l’esperimento
è di seconda specie (vedi §7.1): esso si conclude con la “distruzione” delle
particelle rivelate tramite le macchie sulla lastra.
La grandezza fisica misurata nell’esperimento è la distribuzione delle
macchie sulla lastra fotografica, definita come la frazione delle macchie
in una piccola area centrata nel punto (x, y) . Più precisamente, dato
che il processo in questione è di tipo stazionario, nel senso descritto al
§7.7.3, la grandezza misurata è il flusso di particelle attraverso l’areola
centrata in (x, y) . Il rapporto tra quest’ultimo ed il flusso totale, cioè la
densità di flusso F(x, y) , coincide con la probabilità per unità di tempo di
rivelare in (x, y) una data, singola particella, a patto di considerare l’espe-
rimento nel suo complesso come la ripetizione di un identico esperimento
“elementare” che coinvolge una sola particella alla volta. Questa inter-
pretazione risulta naturale se consideriamo fasci di debolissima intensità
e, in particolar modo, se teniamo conto che la stessa figura di interferenza
si ottiene ricomponendo i risultati di esperimenti parziali condotti, nelle
stesse condizioni, in tempi e luoghi diversi.

- 248 -
7.9 Preparazioni e misure

La meccanica quantistica, attraverso il postulato III, ci fornisce un


modo per calcolare F(x, y) come valor medio di un’opportuna osservabile
J(x, y) in un opportuno stato ρ che si suppone descrivere una particella
del fascio:

(7.101) F(x, y) = Tr ρ J(y, z) .

Il primo problema è quindi quello di rappresentare J(x, y) come operatore


autoaggiunto nello spazio di Hilbert della particella. Abbiamo J(x, y) =
Jz (x, y, L) dove
J(x) = 12 (v ∣x⟩⟨x∣ + ∣x⟩⟨x∣ v) ,
e v = p/m è l’operatore velocità. Si tratta della traduzione quantomec-
canica diretta della nozione classica di corrente per una particella: essa
è concentrata nella posizione della particella ed ivi coincide con la ve-
locità. Possiamo verificare subito che, per uno stato puro ∣ψ⟩⟨ψ∣ , nella
rappresentazione della posizione si ottiene
̵
h
(7.102) Tr ∣ψ⟩⟨ψ∣ J(x) = Im [ψ(x)∇ψk (x)] ≡ j(x) ,
m
che è proprio la corrente di probabilità introdotta in §5.2.6.
Il secondo passo consiste ora nella determinazione di ρ .
Osservazione []Considerando la fase di preparazione, nel senso preciso
specificato in §7.1, terminata con l’ottenimento del fascio incidente sul-
lo schermo, stiamo in pratica trattando l’esperimento delle due fenditure
come un problema di scattering (vedi cap. 12), con lo schermo facente le
funzioni di potenziale. Potremmo allora riassumere l’interazione di una
particella con lo schermo affermando che la porzione di spazio material-
mente occupata dallo stesso risulta più o meno preclusa alla particella,
mentre nella parte di spazio complementare essa si muove in assenza di
forze secondo l’equazione libera di Schroedinger. Per la precisione do-
vremmo specificare se le particelle sono assorbite o riflesse dallo schermo
(o se entrambe le eventualità possono verificarsi e con quale ampiezza di
probabilità relativa). In funzione di questa precisazione potremmo allo-
ra modellizzare la forma del potenziale corrispondente allo schermo; ad
esempio un potenziale infinitamente repulsivo corrisponde alle condizioni
di riflessione perfetta, mentre un potenziale con una parte immaginaria
può simulare l’assorbimento delle particelle. Questi aspetti sono rilevanti
se vogliamo studiare la probabilità di trasmissione, riflessione ed assor-
bimento, ma riguardano assai poco la questione che qui ci interessa, che
consiste nel fenomeno di interferenza osservato sulla lastra fotografica.
Evidentemente le particelle che contano sono quelle che hanno superato

- 249 -
7.9 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.9

lo schermo attraversando le fenditure12 , per cui possiamo considerare ter-


minata la fase di preparazione solo per queste ultime e riferire ad esse lo
stato quantomeccanico ρ .
Il processo complessivo, essendo stazionario, è descritto da una matrice
di densità del tipo (7.92). Per quanto vogliamo qui illustrare possiamo
trascurare i numeri quantici τ (il che equivale ad assumere che ρ sia una
somma incoerente anche su τ , senza coerenze residue). In assenza dello
schermo le autofunzioni ⟨x∣ ω⟩ dell’energia sono proporzionali alle onde
piane eikz , con k > 0 e ω = hk̵ 2 /2m . La presenza dello schermo cambia
la dipendenza da z ed introduce una dipendenza da x e y , ma resta
valida la relazione tra ω e k .
In definitiva, dobbiamo risolvere l’equazione libera di Schroedinger agli
̵ 2 k2 /2m , ovvero l’equazione di Helmholtz
stati stazionari con energia E = h

(△ + k2 )ψ = 0 .

Si tratta di un problema di diffrazione tipico dell’ottica ondulatoria: cal-


colare l’ampiezza ψ nella porzione di spazio tra lo schermo e la lastra,
sapendo che un’onda piana monocromatica incide a sinistra sullo scher-
mo. Le condizioni al contorno vanno assegnate sul piano z = 0 (possiamo
assumere che lo schermo sia in pratica illimitato), nonché “all’infinito”.
Sulla porzione di piano fisicamente occupata dallo schermo assumiamo
condizioni di Neumann, cioè ∂ψ/∂z = 0 , mentre sulla porzione di pia-
no corrispondente alle fenditure poniamo ∂ψ/∂z = ik , che è il valore ivi
assunto dall’onda piana incidente (si tratta di una buona approssima-
zione per calcolare ψ lontano dallo schermo). “All’infinito” abbiamo la
condizione di radiazione, la quale richiede che ψ decada almeno come
r−1 .
Il teorema di Helmholtz-Kirchhoff-Green dell’ottica ondulatoria fa il
resto: la funzione d’onda vale

ψ = ψ+ + ψ− ,

dove
ψ± (x, y, z) = −i k ∫ dx ′ dy ′ G(x, y, z; x ′ , y ′ , 0)

12
Non ci si lasci confondere dal linguaggio adottato, che fa liberamente uso di ter-
mini come quello stesso di “particella”, o di espressioni come “muoversi” e “passare
attraverso”. Esso inevitabilmente suggerisce l’idea di traiettoria, e quindi di un pas-
saggio che avviene attraverso l’una o l’altra delle fenditure. Ma in assenza di rivelatori
in grado di segnalarci la presenza di una particella in prossimità di una fenditura in un
certo intervallo di tempo, questa conclusione è priva di fondamento: per ipotesi, noi
abbiamo rinunciato a rivelare le particelle se non con la lastra fotografica.

- 250 -
7.9 Preparazioni e misure

e G è la funzione di Green che soddisfa alle condizioni di Neumann su


tutto il piano z = 0 . Con il consueto metodo delle immagini si ottiene
−ia k b/2 ′ eikR±
ψ± (x, y, L) ≃ ∫ dy ,
2π −b/2 R±
dove R2± = (x ∓ d/2)2 + (y − y ′ )2 + L2 ed a è la larghezza delle fenditure,
che possiamo assumere molto più piccola delle altre lunghezze in gioco.
Si noti che ψ± non è normalizzabile rispetto alle variabili x e y , dato
che in un processo stazionario l’integrale di ∣ψ± ∣2 rappresenta comunque
il risultato di un esperimento di durata infinita. Al contrario la densità
di flusso è normalizzabile, dato che il flusso complessivo attraverso le due
fenditure è finito. Introduciamo allora dei vettori di stato “solo rispetto
a (y, z) ”
⟨x, y∣ ψ± ⟩ = C0 ψ± (x, y, L) ,
dove C0 è la costante di normalizzazione (la stessa per entrambi gli stati)
del flusso totale
J = ∫ dxdy J(x, y)
+∞ ∂
F = ⟨ψ± ∣ J ∣ψ± ⟩ = C20 ∫ dx dy Im [ψ± (x, y, L)
ψ± (x, y, L)] = 1 .
−∞ ∂z
Ritornando ora alla determinazione dello stato ρ , assumiamo per sempli-
cità il limite di un fascio strettamente monocromatico; la situazione reale
corrisponde ad una somma incoerente di situazioni ideali di questo tipo,
ma non introduce modifiche sostanziali: se F(x, y; ω) è la densità di flusso
per un fascio monocromatico di frequenza ω = hk ̵ 2 /2m , allora

F(x, y) = ∫ dω w(ω) F(x, y; ω)

(somma incoerente! Vedi Eq. (7.92)) è la densità di flusso per un fascio


con dispersione w(ω) . Si noti comunque che la dispersione in energia
tende a offuscare il fenomeno di interferenza.
Supponiamo inizialmente che solo una delle due fenditure sia aperta.
Allora il sistema, inteso come una singola particella incidente sulla lastra
fotografica, è descritto dallo stato puro ∣ψ± ⟩⟨ψ± ∣ e la densità di flusso
F± (x, y) si calcola come in (7.102). Se entrambe le fenditure sono aperte,
lo stato è ancora puro
(7.103) ρ = ∣ψ⟩⟨ψ∣ , ∣ψ⟩ = 12 ∣ψ+ ⟩ + 12 ∣ψ− ⟩ ,
e dobbiamo sempre applicare la (7.102). Il fattore 1/2 in Eq. (7.103) serve
a mantenere la normalizzazione Tr ρJ = 1 : si noti che anche i termini misti,
contenenti sia ∣ψ+ ⟩ che ∣ψ− ⟩ , contribuiscono al flusso totale, dato che
Re ⟨ψ+ ∣ J ∣ψ− ⟩ = ⟨ψ± ∣ J ∣ψ± ⟩ .

- 251 -
7.9 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.9

Il modo più rapido per verificare questa relazione sfrutta il fatto che, per
la conservazione del flusso, l’integrale di F(x, y) non può dipendere da b
e può quindi essere valutato nel limite b → 0 , ovvero ψ+ → ψ− (in realtà
il limite inferiore di b è la larghezza delle fenditure a, ma nella nostra
approssimazione a → 0 ).
La densità di flusso F(x, 0) presenta (per x non troppo grandi e kd
di ordine 1 ) la classica figura di interferenza dovuta alla sovrapposizione
coerente di ∣ψ+ ⟩ e ∣ψ− ⟩ , cosı̀ come qualitativamente descritto nel §5.2.1.
Per L ≫ x, d, b possiamo approssimare ulteriormente ψ± (x, 0, L) come
2
−ia b k exp{ik [L + (x ∓ d/2) /2L]}
(7.104) ψ± (x, 0, L) ≃ ,
2πL 1 + (x ∓ d/2)2 /2L2
per cui, all’ordine più basso che mantiene l’integrabilità in y ,
⎡ 1 + 18 (d/L)2 ⎤3/2 x
⎢ ⎥
F(x, 0) ≃ F(0, 0) ⎢ ⎥ cos2 (kd ) .
⎢ 1 + (x/L)2 + 1 (d/L)2 ⎥ 2L
⎣ 8 ⎦
Supponiamo ora di avere a disposizione un tipo particolare di rivelatore
R , in grado di segnalare il passaggio di una particella in una data regione
dello spazio senza assorbirla né perturbarne il moto in modo apprezzabi-
le. Queste qualità possono essere verificate interponendo R tra sorgente
e lastra, senza lo schermo con le fenditure, e confrontando i risultati (nu-
mero complessivo e distribuzione delle macchie) con la situazione in cui
il rivelatore è assente. Posizioniamo quindi il rivelatore a ridosso di una
delle fenditure, diciamo f+ , tra schermo e lastra, e ripetiamo l’esperimen-
to (si tratta di una situazione ideale nel caso degli elettroni, dato che la
distanza tra le due fenditure, dell’ordine della lunghezza di De Broglie, è
generalmente troppo piccola per un rivelatore reale; tuttavia esperimen-
ti concettualmente equivalenti sono possibili con geometrie ed apparati
diversi e con particolari specie di particelle).
Se R è efficiente, esso “scatta” circa metà delle volte, nel senso che si
verifica una correlazione tra i “clicks” del contatore e metà delle macchie.
D’altra parte, si osserva che la figura d’interferenza scompare.
La distribuzione delle macchie sulla lastra assume ora la forma
1
F(x, y) = 2 [F+ (x, y) + F− (x, y)]
ed è ancora correttamente normalizzata in quanto descrive sia le macchie
correlate con i “clicks” sia quelle anti-correlate. Nella zona di nostro
interesse vale l’approssimazione
F(x, 0) ≃ 21 F(0, 0) [1 + 18 (d/L)2 ] ×
⎧ −3/2 −3/2 ⎫

⎪ (x − d/2)2 (x + d/2)2 ⎪

⎨[1 + 2
] + [1 + 2
] ⎬,

⎪ L L ⎪

⎩ ⎭

- 252 -
7.9 Preparazioni e misure

da confrontarsi con la (7.104). La meccanica quantistica minimale “spie-


ga” il fenomeno nel seguente modo. Con l’introduzione del rivelatore
l’esperimento è cambiato e dobbiamo quindi determinare nuovamente lo
stato ρ che utilizzeremo per calcolare F(x, y) . Il rivelatore funziona esat-
tamente come in un esperimento di prima specie: esso prepara il sistema
(una data particella) in uno dei due stati puri ∣ψ± ⟩⟨ψ± ∣ , “filtrando” l’in-
sieme statistico descritto da ∣ψ⟩⟨ψ∣ . Nel linguaggio corrente si dice che
esso “riduce” o “precipita” lo stato puro ∣ψ⟩⟨ψ∣ in una miscela statistica

∣ψ⟩⟨ψ∣ Ð→ 12 ∣ψ+ ⟩⟨ψ+ ∣ + 12 ∣ψ− ⟩⟨ψ− ∣ .


Essa descrive due situazioni mutuamente esclusive: la particella o passa
attraverso f+ , con probabilità 1/2 , o passa attraverso f− , sempre con
probabilità 1/2 .
La più diretta interpretazione realistica della meccanica quantistica
vorrebbe riguardare questa riduzione come un fenomeno fisico vero e pro-
prio che si verifica al momento del passaggio di una data particella at-
traverso il rivelatore R . Esso sarebbe causato dalle particolari proprietà
del rivelatore stesso (che quando scatta subisce una transizione di sta-
to macroscopica ed irreversibile) e della sua interazione con la particella.
Questa interpretazione ha però svariati difetti. Innanzitutto, lo stesso fe-
nomeno fisico dovrebbe verificarsi anche quando, in circa metà degli eventi
“elementari”, R non scatta e quindi non avviene alcuna transizione ma-
croscopica ed irreversibile. In secondo luogo, considerando la riduzione
come una proiezione del vettore di stato da ∣ψ⟩ alla sua componente lun-
go ∣ψ+ ⟩ o ∣ψ− ⟩ , avremmo a che fare con una transizione non unitaria e
quindi non descrivibile all’interno della meccanica quantistica. Si noti in
particolare che questa visione contrasta con l’osservazione sperimentale
che il flusso totale delle particelle è lo stesso con o senza il rivelatore.
Esiste una spiegazione a prima vista elementare della questione, ca-
pace di conciliare da un lato il radicale effetto dell’introduzione di R e
dall’altro l’esigenza che esso vada considerato alla stregua di un qualsiasi
sistema fisico, descrivibile in linea di principio all’interno della meccanica
quantistica. L’idea è la seguente.
La caratteristica fondamentale di R è di interagire con la particella
S in modo tale da transire certamente da uno stato ∣0⟩⟨0∣ ad uno stato
∣1⟩⟨1∣ , osservabilmente distinto da ∣0⟩⟨0∣ e quindi ad esso ortogonale. Ora,
se la fenditura f− è chiusa, lo stato complessivo del sistema composto
S ∪ R , rilevante per le misurazioni di ∣y⟩⟨y∣ sulla lastra fotografica, vale
senz’altro ∣ψ+ ⟩⟨ψ+ ∣⊗∣1⟩⟨1∣ . Se f+ è chiusa, allora lo stato complessivo vale
senz’altro ∣ψ+ ⟩⟨ψ+ ∣ ⊗ ∣0⟩⟨0∣ (abbiamo tacitamente assunto ⟨0∣ 0⟩ = ⟨1∣ 1⟩ =
1 ). In entrambi i casi il rivelatore non ha alcun effetto sulle osservazioni
di J(x, y) , che è un’osservabile del solo sistema S.

- 253 -
7.9 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.9

Se entrambe le fenditure sono aperte, lo stato di S ∪ R deve essere,


per via del principio di sovrapposizione lineare
1
ρ = √ (∣ψ+ ⟩ ⊗ ∣1⟩ + ∣ψ− ⟩ ⊗ ∣0⟩) (⟨ψ+ ∣ ⊗ ⟨1∣ + ⟨ψ− ∣ ⊗ ⟨1∣) .
2
Si tratta ancora di uno stato puro, nel quale però esiste una ben precisa
correlazione tra il vettore di stato del rivelatore e quello della particella.
La diversa normalizzazione rispetto all’Eq. (7.103) è dovuta al fatto che
∣ψ+ ⟩ ⊗ ∣1⟩ è ortogonale a ∣ψ− ⟩ ⊗ ∣0⟩ . È proprio l’ortogonalità di ∣0⟩ e
∣1⟩ a determinare la “riduzione”: infatti, dato che J(x, y) agisce come
l’identità rispetto a R , abbiamo
F(x, y) = Tr ρJ(x, y) = 12 (⟨ψ+ ∣ J(x, y) ∣ψ+ ⟩ ⟨1∣ 1⟩ + ⟨ψ− ∣ J(x, y) ∣ψ− ⟩ ⟨0∣ 0⟩
+ ⟨ψ− ∣ J(x, y) ∣ψ+ ⟩ ⟨0∣ 1⟩ + ⟨ψ+ ∣ J(x, y) ∣ψ− ⟩ ⟨1∣ 0⟩)
= 12 F+ (y, 0) + 21 F− (y, 0)
= Tr ( 12 ∣ψ+ ⟩⟨ψ+ ∣ + 21 ∣ψ− ⟩⟨ψ− ∣) J(x, y) .
Alcune osservazioni sono necessarie per evitare di considerare troppo ba-
nale questo risultato. Innanzitutto, anche se equivalente alla miscela sta-
tistica propria della riduzione per quanto riguarda le osservabili del solo
S , lo stato ρ è ancora uno stato puro: esso continua a contenere tutte
le coerenze quantomeccaniche che darebbero luogo a fenomeni di interfe-
renza nella misurazione di opportune osservabili non banali anche su R .
In secondo luogo, non è affatto facile dimostrare che la transizione che
avviene nel rivelatore sia una conseguenza dell’evoluzione quantomecca-
nica unitaria governata dalla Hamiltoniana complessiva, che tenga conto
dell’interazione tra R e S e delle caratteristiche interne di R .
Non è comunque questo il luogo per addentrarci oltre in una tematica
difficile e spinosa, dove spesso la fisica viene persa di vista a favore della fi-
losofia (per approfondimenti si veda per esempio [WZ83]). Conviene solo
notare come la “spiegazione” appena fornita del meccanismo di riduzione
porti ad una visione della natura piuttosto curiosa, dove le interazioni
passate con oggetti lontani nel tempo e nello spazio vanno sempre incluse
nella descrizione degli eventi attuali: lo schermo ed il rivelatore potrebbero
essere molto lontani dalla lastra fotografica, rendendo piuttosto misterioso
l’utilizzo dello stato complessivo di S ∪ R per calcolare una probabilità
relativa al solo sistema S . Nel prossimo paragrafo esamineremo un’altra
straordinaria istanza di questo aspetto intrinsicamente “non-locale” della
meccanica quantistica.

7.9.2. Diseguaglianze di Bell. Consideriamo un sistema fisico S


composto da due sottosistemi S1 e S2 , ed una coppia di strumenti in

- 254 -
7.9 Preparazioni e misure

grado di misurare separatamente osservabili dell’uno o dell’altro sottosi-


stema. Per gli scopi della presentazione non è necessario fare riferimento
a sistemi fisici concreti, ma tale scelta rende più immediata l’esposizione.
Parleremo quindi di particelle dotate di spin 1/2 (vedi al §8.2.2) e di appa-
rati di Stern-Gerlach vedi al §5.1.6). Si noti comunque che non abbiamo
affatto bisogno della teoria quantomeccanica del momento angolare per
definire operativamente una particella di spin 1/2. Una tale particella è
semplicemente il corpuscolo, per ipotesi dotato di un momento magnetico,
di un fascio che viene suddiviso in due da un apparato di Stern-Gerlach;
l’osservabile spin (opportunamente normalizzata) vale +1 per tutti i cor-
puscoli di un sottofascio e −1 per quelli dell’altro. Per misurare lo spin
di una data particella, dobbiamo prepararla in modo che passi attraverso
un apparato di Stern-Gerlach e quindi rivelarla su una o l’altra delle due
direzioni. Inoltre, come sappiamo, la stessa situazione si ripropone per
ogni orientazione dell’apparato, per cui esiste un’osservabile spin per ogni
orientazione.
Torniamo ora al sistema composto, e denotiamo con a e b , ri-
spettivamente, i versori che individuano le orientazioni dei due appara-
ti. Sia inoltre A l’osservabile “spin di S1 relativa all’orientazione a ”
ed analogamente B quella di S2 . Si noti che esse sono reciprocamente
compatibili.
L’esperimento in questione consiste nella preparazione ripetuta di S
in un certo stato, da una fase di evoluzione indisturbata e di durata va-
riabile e quindi da una misurazione di A e B in regioni di spazio arbitra-
riamente lontane. Evidentemente la dinamica e le condizioni sperimentali
sono tali per cui la particella S1 attraversa un apparato e la particella S2
attraversa l’altro in almeno alcune delle ripetizioni. Noi siamo interessati
in questi casi soltanto e vogliamo studiare le correlazioni tra l’osservazione
di un certo valore per A da una parte e di B dall’altra al variare delle
orientazioni a e b .
Supponiamo ora che i valori misurati di A e B dipendano, oltre che
dalle orientazioni a e b dei magneti, anche da un insieme di parame-
tri, che raccogliamo in un unico simbolo λ , e che rappresentano tutte
le condizioni rilevanti ma ignote dell’esperimento. L’ipotesi fondamen-
tale che vogliamo mettere alla prova è se possono esistere delle funzioni
A(a, λ) = ±1 e B(b, λ) = ±1 che rappresentano le osservabili A e B .
Si tratta cioè di tentare una descrizione classica, deterministica e loca-
le dell’esperimento. In una descrizione non locale dovremmo ammettere
anche funzioni della forma A(a, b, λ) e B(a, b, λ) : esse implicherebbe-
ro una dipendenza di quanto osservato da una parte dalle scelte fatte
dall’altra parte, che potrebbe essere distante anni-luce.

- 255 -
7.9 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.9

Poiché non sappiamo nulla sui valori assunti dalle variabili nasco-
ste λ, che possono cambiare da una osservazione all’altra, dobbiamo fare
una media su di essi. Sia f(λ) la distribuzione di probabilità, comunque
ignota, di λ . Allora, per fissate orientazioni, la correlazione tra A e B si
scrive
(7.105) C(a, b) = ∫ dλ f(λ) A(a, λ)B(b, λ) .

Ora consideriamo altre due orientazioni a ′ , b ′ e calcoliamo


C(a, b) − C(a, b ′ ) = ∫ dλ f(λ) [A(a, λ)B(b, λ) − A(a, λ)B(b ′ , λ)]

= ∫ dλ f(λ)A(a, λ)B(b, λ) [1 ± A(a ′ , λ)B(b ′ , λ)]

− ∫ dλ f(λ)A(a, λ)B(b ′ , λ) [1 ± A(a ′ , λ)B(b, λ)] .


Dato che ∣A(a, λ)∣ = 1 = ∣B(b, λ)∣ e f(λ) è per definizione nonnegativa e
normalizzata, otteniamo ora
∣C(a, b) − C(a, b ′ )∣ ≤ ∫ dλ f(λ) [1 ± A(a ′ , λ)B(b ′ , λ)]

+ ∫ dλ f(λ) [1 ± A(a ′ , λ)B(b, λ)]


= 2 ± [C(a ′ , b ′ ) + C(a ′ , b)] ,
ovvero
∣C(a, b) − C(a, b ′ )∣ + ∣C(a ′ , b) + C(a ′ , b ′ )∣ ≤ 2 .
Queste sono note come diseguaglianze di Bell. Dato che queste dise-
guaglianze sono state derivate senza fare alcun riferimento alla meccanica
quantistica, non è affatto detto che la meccanica quantistica le rispetti.
Supponiamo che il sistema S sia una particella di spin 0 , nel senso che non
venga deflessa dall’apparato di Stern-Gerlach, per qualunque orientazione
dei magneti. Supponiamo inoltre che S possa “decadere” nella coppia
S1 , S2 di particelle di spin 1/2. Questo è proprio il processo descritto
sopra. Nel cap. 8 vedremo che lo stato di spin 0 ottenuto componendo
due sistemi di spin 1/2 ha la precisa espressione
1
∣0, 0⟩ = √ (∣+⟩ ⊗ ∣−⟩ − ∣−⟩ ⊗ ∣+⟩) ,
2
in termini degli stati ∣±⟩ delle due particelle S1 e S2 . ∣+⟩ è lo stato delle
particelle che vengono deflesse da una parte, e ∣−⟩ quello delle particelle
deflesse dall’altra, da un apparato di Stern-Gerlach orientato in un certo
modo. L’orientazione precisa non conta, dato che ∣0, 0⟩ descrive uno stato
invariante per rotazioni (vedi cap. 8).
Calcoliamo ora esplicitamente il correlatore C(a, b) secondo le regole
della meccanica quantistica. Le osservabili A e B sono rappresentate

- 256 -
7.9 Preparazioni e misure

rispettivamente dagli operatori a ⋅ σ e b ⋅ σ , dove σ = (σx , σy , σz ) è la


terna delle matrici di Pauli che agiscono come
(7.106) σx ∣±⟩ = ∣∓⟩ , σy ∣±⟩ = ±i ∣∓⟩ e σz ∣±⟩ = ± ∣±⟩
sugli stati delle particelle S1 e S2 . L’asse z è per definizione quello
definito da uno dei due apparati di Stern-Gerlach. La scelta è irrilevante
poiché a ⋅ σ e b ⋅ σ sono operatori scalari, invarianti per rotazione. Con
le regole (7.106) otteniamo subito
C(a, b) = ⟨0, 0∣ a ⋅ σ ⊗ a ⋅ σ ∣0, 0⟩ = −a ⋅ b .
Ponendo a ⋅ b = cos θ e scegliendo a ′ = b e b ′ = 2(a ⋅ b)b − a , per
cui a ′ ⋅ b = 1 , a ⋅ b ′ = cos 2θ e a ′ ⋅ b ′ = cos θ , le diseguaglianze di Bell
imporrebbero
∣ cos θ − cos 2θ∣ + ∣ cos θ + 1∣ ≤ 2 ,
ovvero
2 cos θ − cos 2θ ≤ 1 .
per qualunque valore di θ compreso tra 0 e π/2 . Ma questo è palese-
mente falso per un intero intervallo centrato in θ = π/3 .
Dunque le diseguaglianze di Bell sono violate dalla meccanica quanti-
stica e l’evidenza sperimentale punta decisamente dalla parte della mec-
canica quantistica [ADR82].
Si noti che le ipotesi sotto le quali le diseguaglianze sono state derivate
possono essere ulteriormente “alleggerite”. Infatti possiamo anche evitare
di assumere il determinismo esatto secondo il quale le osservabili A e B
assumono un valore definito non appena a , b e λ sono fissate. Suppo-
niamo allora che esistano due algoritmi indipendenti di arbitraria natura
per calcolare i valori medi ⟨A⟩ = Ā(a, λ) e ⟨B⟩ = B̄(b, λ) a partire da una
data rappresentazione matematica delle osservabili A e B . Ad esempio,
in una descrizione di tipo classico, potremmo separare dall’insieme di tut-
te le variabili nascoste quelle pertinenti alla sola osservazione di A , che
denotiamo brevemente con λ1 , e quelle pertinenti alla sola osservazione
di B , denotate con λ2 ; potremmo quindi introdurre due distribuzioni di
probabilità indipendenti f1 (a, λ1 ) e f2 (b, λ2 ) per il verificarsi di A = +1
o A = −1 e di B = +1 o B = −1 , per cui avremmo

Ā(a, λ) = ∫ dλ1 f1 (a, λ1 )A(a, λ1 , λ) ,

con un’espressione analoga per B . In una descrizione di tipo quantomec-


canico avremmo regole diverse per calcolare i valori medi, ma in generale
la nozione più intuitiva di località richiede comunque che ⟨A⟩ non possa
dipendere da b e viceversa.

- 257 -
7.9 Lo sviluppo formale della meccanica quantistica 7.9

Dunque l’espressione (7.105) per il correlatore si generalizza subito


alla
(7.107) C(a, b) = ∫ dλ f(λ) Ā(a, λ) B̄(b, λ) .
Ma dato che i valori osservati di A e B sono ±1 , i rispettivi valori medi
sono numeri con modulo minore o al più eguale ad uno e la dimostrazione
precedente continua a valere senza necessità di modifiche.
In conclusione, la nozione di località che sottende alla (7.107) è in con-
trasto con la meccanica quantistica: il fatto che i due sistemi fisici S1 e
S2 fossero un tempo strettamente legati in un sistema composto S conti-
nua a far sentire i propri effetti anche quando S1 e S2 sono spazialmente
separati a distanze arbitrarie.

- 258 -
CAPITOLO 8

Momento angolare
 
Track
 2 
Osservazione []Una trattazione più elementare si può trovare in
Appendice C
.
La trattazione del momento angolare riveste un ruolo particolarmente
importante nel formalismo della meccanica quantistica. In primo luogo
essa presenta un ulteriore notevolissimo esempio di due fenomeni tipici del-
la meccanica quantistica: la non compatibilità di osservabili fondamentali
classicamente compatibili, e la discretizzazione del loro spettro, classica-
mente continuo. In secondo luogo certe caratteristiche salienti della mec-
canica quantistica trovano esempi paradigmatici proprio nelle proprietà
del momento angolare, grazie alla semplificazione fornita dalla natura di-
screta, o addirittura finita, dello spettro di ciascuna componente. Infine,
anche se non certo per importanza, lo studio del momento angolare, specie
in relazione con le rotazioni dello spazio fisico R3 , costituisce un esem-
pio fondamentale dello straordinario ruolo svolto in meccanica quantistica
dalla teoria dei gruppi e delle loro rappresentazioni. Questo aspetto verrà
trattato in modo generale nel prossimo capitolo, cui rimandiamo anche
per ulteriori approfondimenti sulle rotazioni e sul momento angolare.

8.1. Momento angolare orbitale


Secondo la meccanica classica, un punto materiale localizzato in x con
momento lineare p possiede un momento angolare orbitale
(8.1) L=x∧p.
In effetti, per un punto materiale L coincide con il momento angolare
totale J , inteso come funzione generatrice delle trasformazioni canoniche
corrispondenti alle rotazioni dello spazio fisico R3 . Per una collezione
di punti materiali possiamo invece distinguere tra il momento angolare
orbitale dell’intera collezione, L = X ∧ P , dove X è la posizione del centro
di massa e P il momento totale, e il momento angolare interno
(8.2) M = ∑(xn − X) ∧ pn .
n
259
8.1 Momento angolare 8.1

M coincide con la somma dei momenti angolari orbitali di ciascuna parti-


cella misurati relativamente al centro di massa del sistema. Per costruzio-
ne L + M = J . Com’è noto, considerazioni analoghe valgono nel caso dei
mezzi continui e dei campi, quali quello elettromagnetico e gravitazionale.
Consideriamo ora la descrizione quantomeccanica di un singolo pun-
to materiale. Come sappiamo, essa consiste nel promuovere xµ e pµ ,
µ = (1, 2, 3) = (x, y, z) , ad operatori autoaggiunti nello spazio di Hil-
̵ δµν .
bert degli stati, con regole di commutazione canoniche [xµ , pν ] = ih
Sappiamo anche che alle osservabili classiche, cioè alle funzioni a volo-
ri reali A(x, p) vengono a corrispondere, in generale, diversi operatori
autoaggiunti, e quindi diverse osservabili quantomeccaniche. Questo co-
stituisce il problema dell’ordinamento già discusso nel §5.2.3 e §7.8. Le
tre componenti del momento angolare orbitale
(8.3) Lµ = ϵµνρ xν pρ
ovvero
Lx = ypz − zpy , Ly = zpx − xpz , Lz = xpy − ypx ,
non soffrono di alcun problema di ordinamento, per cui risulta naturale
(principio di corrispondenza) identificare in L anche il momento ango-
lare orbitale quantomeccanico. Come vedremo nei prossimi paragrafi, si
tratta di una identificazione naturale in base al ruolo di generatore delle
rotazioni rivestito dal momento angolare.
Una conseguenza immediata della relazione (8.1) è un nuovo principio
di indeterminazione: non è più possibile attribuire simultaneamente un
valore esatto a più di una componente di L . Infatti le tre componenti
Lx , Ly e Lz non sono osservabili compatibili, ma soddisfano alle regole
di commutazione
̵ Lz ,
[Lx , Ly ] = ih ̵ Ly ,
[Lz , Lx ] = ih ̵ Lx ,
[Ly , Lz ] = ih
che possiamo riassumere concisamente nella
(8.4) ̵ ϵµνρ Lρ ,
[Lµ , Lν ] = ih
o, equivalentemente,
̵ (a ∧ b) ⋅ L ,
[a ⋅ L , b ⋅ L] = ih
dove a e b sono arbitrari vettori “c-numero”1 . D’altra parte, è facile
verificare che il modulo quadro di L , vale a dire
L2 = L ⋅ L = L2x + L2y + L2z ,

1
Con c-numero si intende un numero classico, cioè un multiplo dell’operatore
identità. Al contrario un “q-numero” è un operatore non banale sullo spazio di Hilbert.

- 260 -
8.1 Momento angolare orbitale

commuta con ciascuna componente


[L2 , Lx ] = [L2 , Ly ] = [L2 , Lz ] = 0 ,
ovvero, più in breve
[L2 , L] = 0 .
Di conseguenza L2 ed una delle tra componenti, diciamo Lz (questa è la
scelta standard, ma una qualsiasi combinazione lineare di Lx , Ly e Lz
andrebbe altrettanto bene), possono essere diagonalizzati simultaneamen-
te.
Osservazione []Conviene ora adottare le unità di misura in cui h ̵ = 1.
̵ ×[lunghezze]−1 ,
In altri termini, misuriamo i momenti lineari in unità di h
̵
i momenti angolari in unità di h e le energie in unità di h̵ ×[tempi] −1 .
Altre regole di commutazione rilevanti sono quelle tra L e la coppia
canonica x , p :
[Lµ , xν ] = iϵµνρ xρ , [Lµ , pν ] = iϵµνρ pρ .
Esse implicano fra l’altro che r2 = x ⋅ x e p2 = p ⋅ p commutano con
L . Quindi aggiungendo una funzione di p2 e/o di r alla coppia L2 , Lz
otteniamo un insieme completo di osservabili compatibili per il singolo
punto materiale. Si pensi ad esempio alla Hamiltoniana corrispondente
ad un campo centrale studiata nel cap. 6.5. Esplicitamente abbiamo,
adottando la convenzione della somma sugli indici ripetuti,
L2 = ϵµνρ ϵµλσ xν pρ xλ pσ
= (δνλ δρσ − δνσ δρλ ) xν pρ xλ pσ
= xµ pν (xµ pν − xν pµ )
= r2 p2 − (x ⋅ p)2 + ix ⋅ p .
Possiamo quindi porre, nella rappresentazione della posizione,
1 2
(8.5) p2 = p2r + L ,
r2
dove, come si calcola agevolmente in coordinate sferiche, p2r è il quadrato
dell’operatore differenziale simmetrico
1 ∂
pr = −i r
r ∂r
(vedi Eq. (4.7)).
problema 8.1-1 []Sempre nella rappresentazione della posizione, in coor-
dinate sferiche, si verifichi che L± ≡ Lx ± iLy e Lz diventano gli operatori

- 261 -
8.1 Momento angolare 8.1

differenziali
∂ ∂
L± = e±iφ (± + i cot ϑ )
(8.6) ∂ϑ ∂φ

Lz = −i .
∂φ
Quindi abbiamo
1 ∂ 2 ∂2
(8.7) L2 = − [(sin ϑ ) + ].
sin2 ϑ ∂ϑ ∂φ2
L2 e Lz contengono solo gli angoli sferici e non la coordinata radiale r .
Al contrario pr non coinvolge ϑ e φ ma solo r , per cui commuta con
L2 e Lz senza essere una funzione degli stessi. La relazione (8.5) realizza
in definitiva la separazione del problema agli autovalori per la particella
in un campo centrale.
problema 8.1-2 []Si considerino le coordinate proiettive (w, w̄) sulla
sfera S2 , legate agli angoli sferici ϑ e φ dalla relazione w = eiφ cot ϑ ,
w̄ = coniugata complessa di w . Si verifichi che L± e Lz assumono la
forma
L+ = −∂¯ − w2 ∂ , L− = ∂ + w̄2 ∂
¯ , Lz = w∂ − w̄∂
¯
dove ∂ = ∂w e ∂ ¯ = ∂w̄ . Si verifichino inoltre le regole di commutazione
(8.4), nonché la relazione L− = L†+ (N.B.: la misura per l’integrazione di
Lebesgue su S2 non è semplicemente dw dw̄ , come sarebbe sul piano
R2 .)
Come già sappiamo da §4.1.3 e §6.5.1, gli operatori differenziali L2 e Lz
sono diagonali sulle armoniche sferiche Ylm (ϑ, φ) ,
L2 Ylm = l(l + 1)Ylm , Lz Ylm = mYlm ,
con l = 0, 1, 2, . . . e m = l, −l + 1, . . . , l − 1, l . Questa particolare quantiz-
zazione degli autovalori l(l + 1) e m è dovuta alle condizioni al contorno
che sembra naturale imporre su Ylm (ϑ, φ) per via della natura angolare
dei suoi argomenti. Esse sono: regolarità in ϑ = 0 e ϑ = π e periodicità
in φ , Ylm (ϑ, φ + 2π) = Ylm (ϑ, φ) . Tuttavia queste due richieste sono ve-
ramente naturali per campi classici, come quello elettromagnetico e quelli
che descrivono i mezzi materiali continui, che sono per ipotesi grandezze
fisiche osservabili. Non è cosı̀ per la funzione d’onda quantomeccanica ψ ,
la quale, al contrario del suo modulo quadro, non possiede una interpre-
tazione fisica diretta. Ora ∣ψ∣2 può benissimo essere regolare in ϑ = 0 e
ϑ = π e periodica in φ (ovvero monodroma in R3 ), senza che la ψ stessa
lo sia. Ad esempio le condizioni di periodicità a meno di un fattore di
fase (o condizioni di quasiperiodicità), ψ(r, ϑ, φ + 2π) = e2iπα ψ(r, ϑ, φ) ,
garantiscono la periodicità di ∣ψ∣2 , soddisfano alla naturale richiesta che

- 262 -
8.2 Momento angolare orbitale

−i∂/∂φ sia autoaggiunto e non sono in conflitto con la regolarità in ϑ = 0


e ϑ = π dello stesso ∣ψ∣2 . Ma con tali condizioni al contorno lo spettro di
−i∂/∂φ non coincide più con gli interi relativi.
problema 8.1-3 []Si verifichi che se si ammettessero autofunzioni qua-
siperiodiche lo spettro di −i∂/∂φ sarebbe della forma {n + α ∣ n ∈ Z} (si
osservi che eiα φ trasforma funzioni d’onda periodiche in funzioni d’onda
quasiperiodiche ed agisce come una traslazione su −i∂/∂φ ).
Tuttavia autofunzioni quasiperiodiche non sono ammissibili in quanto non
possono essere simultaneamente autofunzioni di L2 : queste ultime sono
infatti date da restrizioni alla superficie della sfera S2 di funzioni che
devono essere differenziabili in R3 , dato che appartenengono al dominio
dell’operatore di Laplace. Le autofunzioni Ylm di Lz e L2 sono dunque
differenziabili sulla sfera S2 . Questa circostanza risulta meglio evidenziata
dalla notazione Ylm = Ylm (^ x) , x
^ = x/∣x∣ , che d’ora in poi adotteremo. Si
osservi che S2 è una varietà semplicemente connessa: ogni curva chiusa
su S2 è contraibile in modo continuo ad un singolo punto. Una funzione
quasiperiodica in φ , cosı̀ come ogni altra funzione polidroma lungo una
curva chiusa, deve necessariamente avere delle singolarità tali da porla al
di fuori del dominio di definizione simultaneo di Lz e L2 . L’analisi in
coordinate “singolari” come quelle sferiche risulta quindi più intricata del
dovuto.
In effetti, per verificare che Lz può avere solo autovalori interi, pos-
siamo procedere in modo puramente algebrico, senza far ricorso ad una
rappresentazione specifica. Introduciamo gli operatori
a1 = 12 [x + py − i(y − px )]
a2 = 21 [x − py + i(y + px )]

e i relativi coniugati hermitiani a†1 e a†2 . Essi soddisfano alle usuali regole
di commutazione di creazione-annichilazione (vedi al §6.2),
[aj , ak ] = 0 = [a†j , a†k ]
[aj , a†k ] = δjk ,
dove j, k = 1, 2 . Si verifica quindi facilmente che
Lz = a†1 a1 − a†2 a2 ,
ovvero che Lz si può scrivere come differenza di due operatori-numero
indipendenti (vedi ancora al §6.2 sull’oscillatore armonico). Se ne deduce
subito che lo spettro di Lz ha la forma m = n1 − n2 , con n1 e n2 interi
non negativi. Quindi m può assumere tutti e soli i valori interi, con
degenerazione contabilmente infinita.

- 263 -
8.2 Momento angolare 8.2

8.2. Rotazioni e momento angolare


Lo spazio di Hilbert di un punto materiale sostiene in modo del tutto natu-
rale una rappresentazione del gruppo delle rotazioni (per la nozione gene-
rale di gruppo e di rappresentazione vedi App. B.1). Questa affermazione
si spiega nel modo seguente.
Una rotazione R è una trasformazione x → x ′ dello spazio fisico R3
in se stesso che
a) lascia invariate le distanze tra ogni coppia di punti;
b) non sposta l’origine delle coordinate cartesiane;
c) preserva l’orientazione relativa degli assi.
La proprietà a) implica a fortiori che (continua a valere la convenzione
indici ripetuti = indici sommati)
∂x ′ µ ∂xµ′
dx ′ µ dx ′ µ = dxλ dxν = dxµ dxµ ,
∂xλ ∂xν
ovvero che Rµν ≡ ∂xµ′ /∂xν sono gli elementi di una matrice ortogonale
R : RRT = 1 . Nel caso di una trasformazione infinitesima (possibile in
quanto l’orientazione relativa degli assi viene conservata), possiamo quindi
scrivere
xµ′ ≃ xµ + ξµ , Rµν ≃ δµν + ∂ν ξµ ,
dove ξµ è una funzione infinitesima di x e ∂µ è una abbreviazione di
∂/∂xµ . La condizione di ortogonalità diventa quindi
δµν = Rλµ Rλν ≃ (δλµ + ∂λ ξµ )(δλν + ∂λ ξν )
= δµν + ∂µ ξν + ∂ν ξµ + O(ξ2 ) ,
cioè ∂µ ξν = −∂ν ξµ . Ma allora
∂λ ∂µ ξν = −∂λ ∂ν ξµ = −∂ν ∂λ ξµ
= +∂ν ∂µ ξλ = +∂µ ∂ν ξλ
= −∂µ ∂λ ξν = −∂λ ∂µ ξν ,
cioè ∂λ ∂µ ξν = 0 , per cui ∂µ ξν e quindi Rµν sono delle costanti. In
definitiva abbiamo dimostrato che le rotazioni hanno la forma analitica
x Ð→ Rx , (Rx)µ = Rµν xν
con R matrice ortogonale che preserva l’orientazione relativa degli assi,
vale a dire det R = 1 . Dato che la composizione di due rotazioni si traduce
nella moltiplicazione delle due matrici corrispondenti, si deduce infine
che il gruppo delle rotazioni è isomorfo a SO(3) , il gruppo delle matrici
ortogonali con determinante unitario.
Ogni trasformazione di R3 induce una trasformazione sulle funzioni
definite su R3 . In particolare, il modulo quadro della funzione d’onda ψ

- 264 -
8.2 Rotazioni e momento angolare

del punto materiale, che come sappiamo rappresenta la densità di probabi-


lità di trovare la particella, è una grandezza scalare, nel senso che assume
nel punto trasformato lo stesso valore che aveva nel punto originale:
x → x ′ Ô⇒ ψ → ψ ′ , ∣ψ ′ (x ′ )∣2 = ∣ψ(x)∣2 .
Questa proprietà risulta ovvia quando la trasformazione in questione vie-
ne considerata nel senso passivo, cioè come un cambiamento di coordinate
che lascia i punti di R3 immobili ma ne cambia la parametrizzazione.
(Viceversa, nella visione attiva il sistema di riferimento resta fisso men-
tre i punti di R3 ruotano attorno ad un determinato asse). Ora, per
definizione, un punto materiale non ha alcuna struttura interna e risulta
interamente caratterizzato dall’insieme completo di osservabili compatibi-
li costituito dalle tre componenti della posizione. Nel caso delle rotazioni
otteniamo perciò
∣ψ ′ (Rx)∣2 = ∣ψ(x)∣2 .
Tuttavia questa relazione non è sufficiente per definire la nuova funzione
d’onda ψ ′ , dato che non ne fissa la fase. In linea di principio potremmo
porre
(8.8) ψ ′ (Rx) = eiζ(x,R,ψ) ψ(x) ,
dove la grandezza reale ζ potrebbe dipendere dal punto, dalla rotazione e
dalla particolare funzione d’onda. Dobbiamo però tenere conto che, oltre
alla densità di probabilità, la funzione d’onda definisce anche la corrente
di probabilità j = Im [ψ̄∇ψ] (si veda il §5.2.6 e si ricordi che h
̵ = 1 nelle
unità attuali). Risulta naturale richiedere che j si trasformi come un
vettore sotto rotazioni, cioè come x :
(8.9) jµ′ (x ′ ) = Rµν jµ (x) ,
dove evidentemente j ′ è la corrente definita da ψ ′ . Se ψ si trasformasse
con il fattore di fase come nella (8.8), allora
1
j ′ µ (x ′ ) = Im [ψ̄ ′ (x ′ )∂ ′ µ ψ(x ′ )]
m
1
= Im [e−iζ ψ̄(x) Rµν ∂ν {e−iζ ψ(x)}]
m
1
= Rµν jν (x) + Rµν Re [ ∣ψ(x)∣2 ∂ν ζ ] .
m
L’accordo con la richiesta (8.9) impone quindi che ζ non dipenda dal
punto: ∂µ ζ = 0 . In sostanza, dato che stiamo lavorando nella rappresen-
tazione della posizione in cui pµ = −i∂µ , la condizione appena trovata ci
permette di applicare la regola della derivata composta per calcolare la

- 265 -
8.2 Momento angolare 8.2

legge di trasformazione del momento, che risulta essere quella propria dei
vettori
∂x ′
(8.10) ∂µ = ν ∂ν′ Ô⇒ pµ′ = Rµν pν .
∂xµ
Tuttavia ζ potrebbe ancora dipendere sia da R che da ψ . Non è questa
la sede per discutere oltre tali possibilità, per cui rimandiamo la que-
stione al prossimo capitolo, che è dedicato alla trattazione generale delle
simmetrie in meccanica quantistica. Grazie al teorema di Wigner (vedi al
§9.1.1) sulla realizzazione delle trasformazioni di simmetria in meccanica
quantistica, si dimostra allora che risulta sempre possibile ridefinire le fasi
globali delle funzioni d’onda in modo tale che ζ(R, ψ) = 0 per qualunque
rotazione R e funzione d’onda ψ . Il fatto che le funzioni d’onda si tra-
sformino secondo una legge universale, uguale per tutte, garantisce che le
rotazioni agiscono linearmente sullo spazio di Hilbert,
c1 ψ1 + c2 ψ2 Ð→ c1 ψ1′ + c2 ψ2′
e conservano i prodotti scalari

⟨ψ ′ ∣ ϕ ′ ⟩ = ∫ d3 x ′ ψ ′ (x ′ )ϕ ′ (x ′ )

= ∫ d3 x ψ(x)ϕ(x)
= ⟨ψ∣ ϕ⟩ .
Si tratta cioè di trasformazioni unitarie. In definitiva, siamo arrivati al
seguente fondamentale risultato: ad ogni rotazione R corrisponde la tra-
sformazione ψ → ψ ′ ≡ U(R)ψ , dove l’azione dell’operatore unitario U(R)
risulta definita dalla (8.8) con ζ = 0 , vale a dire
(8.11) (U(R)ψ)(x) = ψ(R−1 x) .
Questa corrispondenza R → U(R) costituisce la rappresentazione sca-
lare del gruppo SO(3) delle rotazioni.
Per verificare che la (8.11) definisce effettivamente una rappresenta-
zione di SO(3) ci basta comporre due trasformazioni:
(U(R1 )U(R2 )ψ)(x) = (U(R2 )ψ)(R−1
1 x)

= ψ(R−1 −1
2 R1 x)

= ψ((R1 R2 )−1 x)
= (U(R1 R2 )ψ)(x) ,
ovvero, dato che ψ è arbitraria,
U(R1 ) U(R2 ) = U(R1 R2 ) ,

- 266 -
8.2 Rotazioni e momento angolare

che è quanto richiesto. La denominazione scalare specifica che si tratta


di quella naturalmente sostenuta da oggetti scalari. In effetti, avremmo
potuto fin dall’inizio assumere la legge di trasformazione (8.11) per le
funzioni d’onda del punto materiale, semplicemente richiedendo che la ψ
stessa, e non solo il suo modulo quadro, sia una funzione scalare sotto
rotazioni. Un modo molto rapido di procedere consiste nel fare uso dei
vettori generalizzati ∣x⟩ che descrivono gli stati di localizzazione ideal-
mente esatta. Risulta allora naturale definire U(R) tramite l’azione su di
essi

(8.12) U(R) ∣x⟩ = ∣R x⟩ .

Un fattore di fase davanti al membro di sinistra, in linea di principio


sempre possibile, non potrebbe comunque dipendere da x , in base alla
richiesta che l’operatore momento p si trasformi come un vettore (ve-
di Eq. (8.10)). Potrebbe quindi dipendere solo da R ed essere perciò
eliminabile da una ridefinizione di U(R) . Otteniamo cosı̀

(U(R)ψ)(x) ≡ ⟨x∣ U(R) ∣ψ⟩ = ⟨R−1 x∣ ψ⟩ = ψ(R−1 x)

che è proprio la regola (8.11). In apparenza abbiamo evitato tutto il


discorso precedente sulla universalità della legge di trasformazione. Di
fatto non è cosı̀: la definizione (8.12) di per sé non basta per affermare che
U(R) è un operatore lineare sullo spazio di Hilbert, dobbiamo richiederlo
esplicitamente

U(R) ∣ψ⟩ ≡ ∫ d3 x ψ(x) U(R) ∣x⟩ .

Questa procedura è senza dubbio consistente, il problema è l’unicità, a


meno di fattori di fase banali, del risultato (8.11). Il teorema di Wigner,
assieme a certe proprietà delle rotazioni che discuteremo al §9.3.4, ci as-
sicura proprio che qualunque altra realizzazione delle rotazioni sui raggi
dello spazio di Hilbert (si ricordi che solo i raggi hanno un significato fisico
diretto) è equivalente alla (8.11).
Esaminiamo ora la connessione tra rotazioni e momento angolare or-
bitale. Una rotazione infinitesima per definizione differisce poco dalla
trasformazione identica, ovvero si scrive

(8.13) R ≃ 1 + δα M

dove δα è un parametro infinitesimo e M è una matrice antisimmetrica,


MT = −M . Gli elementi di tale matrice sono quindi della forma Mµν =
ϵµνσ λσ , con λµ le componenti del trivettore λ . Allora, al primo ordine

- 267 -
8.2 Momento angolare 8.2

in δα , di ottiene
(U(R)ψ)(x) ≃ ψ(x + δα Mx)
≃ ψ(x) + δα Mµν xν ∂µ ψ(x)
= [1l − iδα λµ Lµ ]ψ(x) ,
dove Lµ = −i ϵµνσ xν ∂σ sono proprio le componenti cartesiane del momento
angolare orbitale. Quindi, data l’arbitrarietà di ψ , deve valere
(8.14) U(R) ≃ 1l − iδα λ ⋅ L .
Si noti che anche R in (8.13) si può riscrivere in una forma analoga,
R ≃ 1 − iδα λ ⋅ ℓ ,
in termini della terna ℓ di matrici hermitiane con elementi
(8.15) (ℓµ )νσ = −iϵµνσ .
È facile calcolare le regole di commutazione
(8.16) [ℓµ , ℓν ] = iϵµνρ ℓρ ,
che sono strutturalmente identiche a quelle soddisfatte da L, Eq. (8.4).
Componendo infinite volte la stessa rotazione infinitesima si ottiene una
rotazione finita (possiamo identificare δα con N−1 nel limite N → ∞ ):
λ⋅ℓ N
R(λ) ≡ lim [1 − i ] = exp(−iλ ⋅ ℓ) .
N→∞ N
Per stabilire in modo geometricamente chiaro quale sia la rotazione effet-
tivamente descritta da R(λ) , introduciamo il versore n = λ/∣λ∣ e l’angolo
α = ∣λ∣ . Si trova allora (il calcolo è lasciato come esercizio):
(8.17) R(λ) x = x cos α + n ∧ x sin α + (1 − cos α)(n ⋅ x) n .
Si tratta quindi di una rotazione antioraria di un angolo (per definizio-
ne positivo) α attorno all’asse individuato dal versore n (rotazioni con
angoli negativi sono riprodotte come rotazioni antiorarie attorno all’asse
−n ). L’espressione
(8.18) R(λ) ≡ R(n, α) = exp(−iα n ⋅ ℓ)
definisce n ⋅ ℓ come il generatore delle rotazioni attorno all’asse n . Pos-
siamo ora ripetere la stessa analisi per l’operatore U(n, α) ≡ U(R(λ)) che
rappresenta R(λ) sullo spazio di Hilbert2 . Otteniamo
(8.19) U(n, α) = exp(−iα n ⋅ L)
2
Dato che lo spazio di Hilbert in questione è infinito-dimensionale, bisogna spe-
cificare il dominio su cui valgono veramente oggetti come [1l − iδα λ ⋅ L/N]N per N
arbitrariamente grandi. Si dimostra comunque che tale dominio è denso nello spazio di
Hilbert, per cui il limite N → ∞ definisce un unico operatore unitario.

- 268 -
8.2 Rotazioni e momento angolare

che identifica in n⋅L , cioè nella componente del momento angolare orbitale
lungo l’asse individuato da n , il generatore delle trasformazioni unitarie
sullo spazio di Hilbert di un punto materiale corrispondenti alle rotazioni
attorno allo stesso asse. In breve, il vettore L genera le rotazioni di un
punto materiale quantomeccanico.
Abbiamo dunque verificato che R e U(R) hanno la stessa forma espo-
nenziale, l’una in funzione delle matrici hermitiane ℓ e l’altro degli opera-
tori autoaggiunti L . I generatori ℓ ed i loro rappresentanti sullo spazio di
Hilbert, L , soddisfano alle stesse regole di commutazione, (8.16) e (8.4),
rispettivamente. Per calcolare tali regole abbiamo fatto uso della forma
esplicita di ℓ (Eq. (8.15)) e di L (Eq. (8.3)), ma dovrebbe ormai esse-
re chiaro che esse sono univocamente fissate dalla struttura gruppale di
SO(3) (vedi l’App. B.1). Per verificarlo esplicitamente, consideriamo il
cosiddetto commutatore finito
C(R1 , R2 ) = R1 R2 R−1 −1
1 R2

dove R1 = R(n1 , α1 ) e R2 = R(n2 , α2 ) . Sviluppando fino al secondo ordine


i vari esponenziali si trova
C(R1 , R2 ) ≃ 1 − α1 α2 [n1 ⋅ ℓ , n2 ⋅ ℓ] .
D’altro lato possiamo calcolare esplicitamente C(R1 , R2 ) dalla formula
(8.17) e trovare, allo stesso ordine in α1 α2 :
C(R1 , R2 ) ≃ 1 − iα1 α2 (n1 ∧ n2 ) ⋅ ℓ .
Le regole di commutazione (8.16) seguono immediatamente. Dunque alla
legge di composizione del gruppo SO(3) corrisponde una precisa struttura
algebrica nello spazio lineare dei generatori (le matrici hermitiane pura-
mente immaginarie che si ottengono combinando linearmente le tre ℓµ )
caratterizzata da determinate regole di commutazione che si chiudono sui
generatori stessi. Si tratta di una cosiddetta algebra di Lie. Data una
rappresentazione unitaria R → U(R) del gruppo SO(3) , si ottiene quindi
automaticamente una rappresentazione autoaggiunta della sua algebra di
Lie, poiché
C(U(R1 ), U(R2 )) = U(C(R1 , R2 )) .
Come vedremo, il viceversa non è sempre vero.

8.2.1. Momento angolare interno. Consideriamo ora l’estensio-


ne della rappresentazione scalare (8.11) ad una collezione di punti ma-
teriali, caratterizzati dalle coppie canoniche (xj , pj ) , j = 1, 2, . . . , N . I
singoli momenti angolari orbitali, Lj = xj ∧ pj , soddisfano alle regole di
commutazione
[a ⋅ Lj , b ⋅ Lk ] = i δjk (a ∧ b) ⋅ Lj .

- 269 -
8.2 Momento angolare 8.2

Dunque Lj genera gli operatori Uj (R) che ruotano soltanto l’argomento


xj della funzione d’onda ψ(x1 , x2 , . . . , xN ) :
(Uj (R)ψ)(x1 , . . . , xn ) = ψ(x1 , . . . R−1 xj , . . . , xn ) .
Si tratta sempre di una rappresentazione unitaria delle rotazioni, ma cer-
tamente non di quella corrispondente alle rotazioni dello spazio fisico in
cui si muovono le particelle. Queste ultime devono ammettere sia una
interpretazione attiva che una passiva ed agire quindi simultaneamente su
tutti gli argomenti della funzione d’onda, vale a dire
(8.20) (U(R)ψ)(x1 , x2 , . . . , xn ) = ψ(R−1 x1 , R−1 x2 , . . . , R−1 xn ) .
La rappresentazione R → U(R) è chiaramente fattorizzata nel prodotto
diretto delle rappresentazioni sostenute da ciascuna particella:
U(R) = U1 (R) U2 (R) . . . UN (R)
ed è generata dal momento angolare totale
N
J = ∑ Lj .
j=1

Possiamo anche ripetere le considerazioni fatte all’inizio del §8.1, e suddi-


videre la collezione {Lj j = 1, 2, . . . N} nel momento angolare orbitale L
dell’intero sistema visto come un singolo oggetto, e nel momento angolare
interno M (vedi Eq. (8.2)). Per costruzione [L, M] = 0 , L genera le
rotazioni del sistema come se tutte le particelle fossero concentrate nel
centro di massa e M genera le rotazioni attorno al centro di massa. In
ogni caso J = L + M e
U(R) = UL (R)UM (R) , UL (R) = e−iλ⋅L , UM (R) = e−iλ⋅M .
8.2.2. Momento angolare intrinseco: spin. Nel precedente pa-
ragrafo abbiamo considerato la classe più ovvia di rappresentazioni quan-
tomeccaniche delle rotazioni, partendo dal singolo punto materiale ed
estendendo la stessa logica a più particelle scalari, cioè punti materiali
descritti da funzioni d’onda scalari sotto rotazioni. Ripensando però alla
formulazione generale della meccanica quantistica, a lungo descritta nel
cap. 7, risulta naturale prendere in considerazione possibilità più generali.
Si tratta comunque di generalizzazioni imposte dall’evidenza sperimen-
tale: esistono sistemi fisici assimilabili al punto materiale per i quali le
componenti della posizione non formano tuttavia un insieme completo di
osservabili compatibili. Vi sono cioè dei gradi di libertà “interni” e si pone
il problema di stabilire se e come le rotazioni agiscano su di essi.
Osservazione []L’evidenza sperimentale a cui facciamo riferimento si
ottiene agevolmente con un apparato di Stern-Gerlach (vedi al §5.1.6).

- 270 -
8.2 Rotazioni e momento angolare

Poiché il momento angolare interno M di un atomo, inteso come mo-


mento angolare orbitale relativo al suo centro di massa, è quantizzato per
̵ la sua proiezione lungo un asse arbitrario possiede
multipli interi di h,
comunque un numero dispari di autovalori. Di conseguenza un fascio
di atomi dotati di momento magnetico dovrebbe essere sempre suddivi-
so in un numero dispari di sottofasci da un apparato di Stern-Gerlach.
Si trovano invece specie atomiche che danno luogo ad un numero pari di
suddivisioni, segnalando stati di momento angolare semintero. Dobbiamo
quindi riconoscere l’esistenza di gradi di libertà “interni”, sensibili alle
rotazioni, in almeno una delle particelle che costituiscono gli atomi.
Supponiamo che questi gradi di libertà interni siano discreti, cioè che
esistano una o più osservabili, con spettro formato da un insieme finito
di valori, che insieme alla posizione costituiscano un insieme completo di
osservabili compatibili. Come sappiamo, lo spazio di Hilbert HS di un
tale sistema è isomorfo al prodotto diretto L2 (R3 ) ⊗ V , con V uno spazio
lineare n -dimensionale. In altre parole la funzione d’onda ψ è un vettore
colonna di n funzioni di L2 (R3 ) . Se ciascuna di queste componenti fosse
un oggetto scalare, ψj′ (x ′ ) = ψj (x) , j = 1, 2, . . . , n , allora ψ si trasfor-
merebbe sotto rotazioni secondo la legge scalare (8.11). Per la precisione,
la rappresentazione R → U(R) si ridurrebbe semplicemente alla somma
diretta di n copie della rappresentazione scalare. In questo caso i gradi di
libertà interni sarebbero invarianti sotto rotazione e non ci sarebbe alcuna
novità rispetto alla trattazione del paragrafo precedente. Per il momento
raccogliamo genericamente sotto il termine di isospin tutti gli eventuali
gradi di libertà interni invarianti sotto rotazione, rimandando al cap. 9
per ulteriori precisazioni.
Il caso più interessante si ha quando il vettore colonna ψ subisce una
trasformazione lineare sotto la rotazione R , vale a dire

(8.21) ψ ′ (x ′ ) = D(R)ψ(x) , x ′ = Rx ,

dove D(R) è una matrice n × n . Esplicitando le componenti


n
ψj′ (x ′ ) = ∑ Djk (R)ψk (x) .
k=1

La richiesta che le rotazioni siano trasformazioni di simmetria implica che


D(R) sia una matrice unitaria (vedi al cap. 9 per un’analisi più dettaglia-
ta). In ogni caso, se D(R) è unitaria, allora i prodotti scalari sono con-
servati dalla trasformazione (8.21). Ponendo ora ψ ′ = U(R)ψ , otteniamo
la legge di trasformazione complessiva

(8.22) (U(R)ψ)(x) = D(R) ψ(R−1 x) ,

- 271 -
8.2 Momento angolare 8.2

Dalla composizione di due rotazioni,


(U(R1 )U(R2 )ψ)(x) = D(R1 ) (U(R2 )ψ)(R−1
1 x)

= D(R1 )D(R2 ) ψ(R−1 −1


2 R1 x)

= D(R1 )D(R2 ) ψ((R1 R2 )−1 x)


otteniamo U(R1 R2 ) = U(R1 R2 ) purché R → D(R) sia essa stessa una
rappresentazione
D(R1 )D(R2 ) = D(R1 R2 ) .
Tuttavia questa non è la possibilità più generale, dato che una rappre-
sentazione proiettiva, , cioè una rappresentazione a meno di un fattore
di fase
(8.23) D(R1 )D(R2 ) = ω(R1 , R2 )D(R1 R2 ) , ∣ω(R1 , R2 )∣ = 1 ,
non è in contrasto con alcun principio della meccanica quantistica, non
essendo ω(R1 , R2 ) direttamente misurabile. Nel caso del gruppo SO(3)
delle rotazioni si dimostra che ω(R1 , R2 ) = ±1 (vedi §8.2.4, §8.2.5 e §9.3.4).
Introduciamo ora i generatori Sx , Sy e Sz di R → D(R) :
D(n, α) ≡ D(R(n, α)) = exp(−iα n ⋅ S) .
Dalla legge di composizione (8.23) si ottengono le regole di commutazione
̵ ϵµνρ Sρ .
[Sµ , Sν ] = ih
Infatti, per continuità con il valore ω(1, 1) = 1 , il fattore di fase ω(R1 , R2 )
resta uguale a 1 per tutte le R1 e R2 vicine all’identità, per cui continua
a valere l’eguaglianza tra
C(D(R1 ), D(R2 )) ≃ 1 − α1 α2 [n1 ⋅ S , n1 ⋅ S]
da un lato e
D(C(R1 , R2 )) ≃ 1 − iα1 α2 (n1 ∧ n2 ) ⋅ S
dall’altro.
Per quanto riguarda la rappresentazione complessiva (8.22) abbiamo
la legge di composizione
U(R1 )U(R2 ) = ω(R1 , R2 )U(R1 R2 ) , ω(R1 , R2 )2 = 1
e la forma esponenziale
U(n, α) = exp(−iα n ⋅ J) .
dove
J=L+S
è evidentemente il momento angolare totale del sistema. Per contro, il
momento angolare S viene denoninato momento angolare intrinseco
o spin del sistema (è preferibile riservare la denominazione “momento

- 272 -
8.2 Rotazioni e momento angolare

angolare interno” al momento angolare orbitale attorno al proprio centro


di massa di un sistema composto). Qualora la posizione x ed una delle tre
componenti di S formino un insieme completo di osservabili compatibili,
il sistema in questione fornisce un esempio di particella dotata di spin.
Vedremo più avanti (§8.2.5 e §9.3.8) come caratterizzare formalmente tali
sistemi in base a principi primi.
Per il momento si deve tenere ben presente che in meccanica quan-
tistica lo spin S ed il momento angolare interno M sono concetti di-
stinti. Innanzitutto M2 ha uno spettro illimitato, mentre S2 per ipotesi
no. Inoltre, ogni componente di M ha autovalori interi, mentre, co-
me vedremo in dettaglio più avanti, le componenti di S possono avere
autovalori seminteri. Questo corrisponde al fatto che M genera comun-
que una rappresentazione di tipo scalare, con fattori di fase ω(R1 , R2 )
identicamente uguali a 1 , mentre S può generare anche rappresentazioni
proiettivamente non banali. Lo spin è una novità propria della meccanica
quantistica.

8.2.3. Momento angolare totale. Dagli esempi riportati nei prece-


denti paragrafi, si deduce la seguente generalizzazione: ogni sistema fisico
S è necessariamente immerso nello spazio fisico R3 , per cui, in modo più
o meno significativo, le rotazioni agiscono su di esso come trasformazioni
di simmetria (vedi il prossimo capitolo per la trattazione generale). Allora
su HS risulta definita (teorema di Wigner) una rappresentazione unitaria
di SO(3) , R → U(R) . Gli operatori U(R) soddifano alla stessa legge di
composizione delle matrici di SO(3) , al più modificata dal fattore di fase
ω(R1 , R2 ) = ±1 :
U(R1 ) U(R2 ) = ω(R1 , R2 )U(R1 R2 ).
Questo è sufficiente per introdurre la terna di generatori J = (J1 , J2 , J3 ) =
(Jx , Jy , Jz ) tramite la formula generale
R(λ) = exp(−iλ ⋅ ℓ) Ô⇒ U(R(λ)) = exp(−iλ ⋅ J) ,
dove i parametri (λ1 , λ2 , λ3 ) sono un set di coordinate normali (vedi il
§8.2.8 e l’App. B.1) di SO(3) . Si dimostra (teorema di Stone) che i Jµ
sono operatori autoaggiunti. L’osservabile momento angolare totale
del sistema S viene per definizione identificata con il generatore J delle
rotazioni. Quindi J deve ubbidire alle regole di commutazione proprie
dell’algebra di Lie di SO(3) , vale a dire
(8.24) [Jµ , Jν ] = iϵµνρ Jρ .
Esse sono equivalenti all’affermazione che J genera una rappresentazio-
ne delle rotazioni. L’ulteriore specifica di momento angolare totale va
riservata al generatore della rappresentazione U(R) , che per ipotesi tiene

- 273 -
8.2 Momento angolare 8.2

conto di tutti i gradi di libertà di S sensibili alle rotazioni dello spazio


fisico R3 .

8.2.4. Rotazioni e gruppo SU(2). La legge di composizione delle


rotazioni fissa univocamente la struttura dell’algebra di Lie dei generatori
di una qualunque rappresentazione, ma il viceversa non è vero, dato che la
struttura dell’algebra di Lie rispecchia solo le proprietà locali e non quelle
globali del gruppo. Due gruppi di Lie omomorfi ma distinti hanno la stessa
algebra. Queste considerazioni si applicano proprio al caso di SO(3) , che
non è semplicemente connesso. Esiste perciò un altro gruppo, indicato
con SO(3) e denominato ricoprimento universale di SO(3) , che per
l’appunto è omomorfo a SO(3) e, essendo per definizione semplicemente
connesso, non coincidere con esso. La parametrizzazione sopra introdotta
in termini dell’angolo α = ∣λ∣ e del versore n = λ/∣λ∣ è particolarmente
adatta per spiegare queste affermazioni.
Dato che una rotazione attorno a n con angolo α ≥ π coincide con
la rotazione di angolo 2π − α ≤ π attorno a −n , lo spazio dei parametri
(la cosiddetta varietà del gruppo) coincide con la sfera piena ∣λ∣ ≤ π nella
quale i punti antipodali sulla superficie sono identificati. Su tale varietà
vi sono due classi di omotopia di curve chiuse: la classe banale, formata
dalle curve contraibili in modo continuo ad un solo punto; e la classe delle
curve non contraibili che si chiudono solo grazie all’identificazione anti-
podale. Il ricoprimento universale SO(3) è definito come il più piccolo
gruppo semplicemente connesso che è omomorfo a SO(3) . Dato che le
classi di omotopia sulla varietà di SO(3) sono solo due, si tratta di un
omomorfismo due ad uno: in SO(3) vi sono due elementi distinti che cor-
rispondono alla medesima rotazione. In particolare, l’identificazione delle
rotazioni di un angolo α = π attorno a n e −n viene rimossa. Questo
equivale ad affermare che in SO(3) le rotazioni di un angolo α = 2π non
coincidono con l’identità. Dato che componendo due curve omotopica-
mente non banali se ne ottiene una banale, si conclude che una rotazione
con angolo α = 4π coincide con l’identità anche in SO(3) . La varietà di
SO(3) consiste perciò in due sfere piene di raggio π le cui superfici vanno
identificate. Si tratta evidentemente di una varietà omeomorfa alla sfera
tridimensionale S3 .
Si può inoltre mostrare che SO(3) , il ricoprimento universale di SO(3) ,
è isomorfo al gruppo SU(2) delle matrici 2 × 2 unitarie e unimodulari.
Per verificarlo, sfruttiamo il fatto che l’algebra di Lie di SU(2) è forma-
ta da tutte le matrici 2 × 2 hermitiane e scriviamo quindi un generico
elemento u ∈ SU(2) nella forma

u = exp(−iλ ⋅ σ/2) ,

- 274 -
8.2 Rotazioni e momento angolare

dove σ = (σ1 , σ2 , σ3 ) = (σx , σy , σz ) sono le tre matrici di Pauli (vedi


l’App. B.1.4). Le matrici σ/2 soddisfano alle regole di commutazione del
momento angolare, grazie all’algebra soddisfatta dalle matrici di Pauli
(8.25) σµ σν = δµν − iϵµνλ σλ
e costituiscono quindi una rappresentazione 2 × 2 delle (8.24). Ora, tra-
mite le relazioni (8.25), possiamo calcolare ( α = ∣λ∣ e n = λ/∣λ∣ come
sopra)
u = cos( 12 α) − i sin( 21 α) n ⋅ σ
e analogamente
u† σµ u = σµ cos α + (n ∧ s)µ sin α + nµ (n ⋅ x)(1 − cos α)
(8.26)
= Rµν (α, n) σν ,
il che dimostra che SU(2) è una rappresentazione a due valori di
SO(3) , con u e −u che generano la stessa rotazione sul vettore σ (si
veda anche l’App. B.1.4, per ulteriori dettagli). Viceversa, la seconda
delle relazioni (8.26) afferma anche che SO(3) è la rappresentazione
aggiunta di SU(2) , cioè il gruppo delle trasformazioni lineari indotte
dall’azione aggiunta X → u−1 Xu di SU(2) sulla propria algebra di Lie.
Si noti che una rappresentazione a due valori come la R → u(R) soddisfa
alla legge di composizione delle rotazioni solo a meno di un fattore ±1
u(R1 )u(R2 ) = ±u(R1 R2 )
In effetti, avendo individuato in SU(2) il gruppo di ricoprimento uni-
versale di SO(3) , sarebbe più appropriato parlare di rappresentazioni di
SU(2) , annoverarando tra queste la rappresentazione aggiunta SO(3) ,
piuttosto che il viceversa.
Per assicurarci che SU(2) sia effettivamente SO(3) dobbiamo però
verificare che SU(2) sia semplicemente connesso: dato che ogni matrice
di SU(2) si scrive in modo unico nella forma
α β
u = u0 + iu ⋅ σ = ( )
−β̄ ᾱ
α = u0 − iu3 , β = u2 + iu1 , ∣α∣2 + ∣β∣2 = 1 ,
la varietà di SU(2) è omeomorfa a S3 che è effettivamente una varietà
semplicemente connessa.
8.2.5. Rappresentazioni irriducibili. La rappresentazione R →
U(R) sul generico spazio di Hilbert HS è generalmente riducibile. Questo
significa che esiste un sottospazio V di HS che è invariante sotto rotazio-
ni, cioè sotto l’azione dell’insieme di operatori {U(R), R ∈ SO(3)} . Tale
sottospazio sostiene perciò una rappresentazione non banale R → V(R)

- 275 -
8.2 Momento angolare 8.2

“più piccola” di quella originale. Inoltre, ogni rappresentazione unitaria


riducibile è completamente riducibile, nel senso che anche il complemento
ortogonale di V , V⊥ , è invariante e sostiene una rappresentazione au-
tonoma delle rotazioni (vedi l’App. B.1). In altri termini, deve esistere
una base in HS nella quale la rappresentazione originale R → U(R) è
diagonale a blocchi: U(R) = V(R) ⊕ V⊥ (R) per ogni R ∈ SO(3) .
A loro volta le due sottorappresentazioni R → V(R) e R → V⊥ (R) po-
trebbero essere ancora ridotte a somme dirette di rappresentazioni ancora
più piccole. Il processo termina quando si arriva alle componenti irri-
ducibili della rappresentazione originale R → U(R) . Si tratta di un passo
assai rilevante, poiché semplifica enormemente il problema della determi-
nazione dello spettro del momento angolare stesso e delle osservabili che
si trasformano in modo definito sotto rotazioni (vedi il §8.2.10). Risulta
quindi di fondamentale importanza classificare tutte le rappresentazioni
unitarie irriducibili delle rotazioni. In altri termini si tratta di deter-
minare tutte le rappresentazioni irriducibili delle regole di commutazione
(8.24) mediante terne (J1 , J2 , J3 ) di operatori autoaggiunti.
Osserviamo ora che le regole di commutazione (8.24) implicano che
J2 = J ⋅ J commuta con J e quindi con ogni elemento dell’algebra di Lie.
Di conseguenza J2 è un operatore invariante sotto rotazioni e, per il lemma
di Schur, deve ridursi ad un multiplo dell’identità in ciascuna rappresen-
tazione irriducibile. Funzioni dei generatori di una generica algebra di Lie
dotati di questa proprietà sono detti operatori di Casimir. Nel caso
dell’algebra di Lie di SO(3) si verifica facilmente che J2 è l’unico opera-
tore di Casimir, a meno di funzioni di J2 stesso. Dunque gli autovalori di
J2 servono per classificare le rappresentazioni irriducibili. Inoltre, le rego-
le di commutazione (8.24) sono tali per cui una qualunque combinazione
lineare a coefficienti reali di Jx , Jy e Jz costituisce da sola un insieme
completo di osservabili compatibili all’interno di ciascuna rappresentazio-
ne unitaria irriducibile. Noi adotteremo la scelta convenzionale, legata ad
un dato sistema di riferimento in R3 , di diagonalizzare Jz .
Il problema di determinare lo spettro simultaneo di J2 e Jz viene
risolto in modo puramente algebrico, facendo uso solo delle (8.24) e della
proprietà J†µ = Jµ . A tale scopo, riscriviamo le regole di commutazione
nella forma equivalente
(8.27) [Jz , J± ] = ±J± , [J+ , J− ] = 2Jz
dove J± = Jx ± iJy . Quindi consideriamo un insieme ortonormale di
autovettori simultanei di J2 e Jz :
J2 ∣k, m⟩ = k ∣k, m⟩
Jz ∣k, m⟩ = m ∣k, m⟩

- 276 -
8.2 Rotazioni e momento angolare

ed osserviamo che J+ agisce come innalzatore dell’autovalore m di Jz :


(8.28) Jz J+ ∣k, m⟩ = J+ (Jz + 1) ∣k, m⟩ = (m + 1)J+ ∣k, m⟩ .
Analogamente si verifica che J+ agisce come abbassatore di Jz :
(8.29) Jz J− ∣k, m⟩ = J+ (Jz − 1) ∣k, m⟩ = (m − 1)J+ ∣k, m⟩ .
Evidentemente Jz , J+ e J− = J†+ giocano un ruolo equivalente agli operato-
ri N , a e a† introdotti nella diagonalizzazione dell’oscillatore armonico
(vedi cap. 6.2.1). Rispetto a quel problema, però, nel caso attuale ab-
biamo una diversa regola di commutazione tra innalzatore (operatore di
creazione) ed abbassatore (operatore di distruzione). Inoltre abbiamo per
ipotesi a disposizione un’ulteriore relazione quadratica tra Jz , J+ e J− .
Infatti vale l’identità
J2 = 12 (J+ J− + J− J+ ) + J2z
(8.30) = J− J+ + Jz + J2z
= J+ J− − Jz + J2z
per cui, in particolare,
k = ⟨k, m∣ J2 ∣k, m⟩ = 12 ∣∣J− ∣k, m⟩ ∣∣2 + 12 ∣∣J+ ∣k, m⟩ ∣∣2 + m2 .
Quindi k ≥ m2 e devono esistere, per ogni fissato k , due autovalori m<
e m> tali che m< ≤ m ≤ m> . Allora necessariamente
(8.31) J− ∣k, m< ⟩ = 0 , J+ ∣k, m> ⟩ = 0
altrimenti la diseguaglianza appena stabilita verrebbe subito violata. Dal-
la seconda e dalla terza forma della relazione quadratica (8.30) si ottiene
ora
J2 ∣k, m> ⟩ = m> (m> + 1) ∣k, m> ⟩
J2 ∣k, m< ⟩ = m< (m< − 1) ∣k, m< ⟩
vale a dire
k = m> (m> + 1) = m< (m< − 1)
cioè
m> = −m< ≡ j , k = j(j + 1)
con j un numero non negativo. Infine, per via delle relazioni di innalza-
mento ed abbassamento (8.28) e (8.29), deve necessariamente esistere un
intero non negativo n tale che
Jn+ ∣k, −j⟩ ∝ ∣k, j⟩
ovvero
−j + n = j Ô⇒ j = n/2 .

- 277 -
8.2 Momento angolare 8.2

Abbiamo cosı̀ ottenuto una rappresentazione di (Jx , Jy , Jz ) in termini di


matrici hermitiane (2j + 1) × (2j + 1) per ogni j fissato. Infatti dalle
relazioni (8.28),(8.29) e (8.31) abbiamo che
J± ∣j, m⟩ ∝ ∣j, m ± 1⟩
(8.32)
J+ ∣j, j⟩ = 0 = J− ∣j, −j⟩
dove abbiamo introdotto la nuova notazione ∣j, m⟩ , al posto di quella
iniziale ∣j(j + 1), m⟩ , per gli autovettori di J2 e Jz . I fattori di proporzio-
nalità in (8.32) vengono fissati, a meno di una fase, calcolando la norma
di J± ∣j, m⟩ con l’aiuto delle relazioni quadratiche (8.30):
∣∣J± ∣j, m⟩ ∣∣2 = ⟨j, m∣ J∓ J± ∣j, m⟩ = j(j + 1) − m(m ± 1) .
La scelta convenzionale è quella più semplice che ci permette di scrivere
(8.33) J± ∣j, m⟩ = [j(j + 1) − m(m ± 1)]1/2 ∣j, m ± 1⟩ .
Si noti che j(j + 1) − m(m ± 1) = (j ∓ m)(j ± m + 1) correttamente si annulla
per m = ±j . Gli elementi di matrice
(j)
⟨j, m ′ ∣ J± ∣j, m⟩ = [j(j + 1) − m(m ± 1)]1/2 δm ′ m±1 ≡ Dmm ′ (J± )
(8.34) (j)
⟨j, m ′ ∣ Jz ∣j, m⟩ = mδm ′ m ≡ Dmm ′ (Jz )
definiscono la rappresentazione (2j + 1) -dimensionale sopracitata, detta
di peso o spin j , che denotiamo genericamente con il simbolo D(j) .
Risulta evidente che si tratta di una rappresentazione irriducibile, dato
che lo spazio lineare (2j + 1) -dimensionale Vj formato da tutte le combi-
nazioni lineari dei vettori {∣j, m⟩ ; m = −j, −j + 1, . . . , j − 1, j} non contiene
alcun sottospazio invariante sotto l’azione di J± e Jz . Viceversa, una
rappresentazione della terna (Jx , Jy , Jz ) in cui J2 non assume un valore
definito j(j + 1) è necessariamente riducibile, in quanto né Jz né J± , com-
mutando con J2 , possono interpolare stati con autovalori di J2 diversi.
In definitiva, valgono le seguenti affermazioni generali:
a) I possibili autovalori dell’operatore di Casimir J2 sono i numeri razio-
nali della forma j(j + 1) , con j intero o semintero non negativo, ovvero
j = 0, 1/2, 1, 3/2, . . . .
b) Per ogni j tale che j(j+1) appartiene allo spettro di J2 , gli autovalori
di Jz sono i 2j + 1 numeri m = −j, −j + 1, . . . , j − 1, j .
c) Ogni rappresentazione irriducibile delle regole di commutazione (8.24)
in termini di matrici hermitiane risulta univocamente caratterizzata dal
numero j , intero o semintero non negativo, ed è equivalente alla rappre-
sentazione (2j + 1) -dimensionale definita dalle relazioni (8.34). Passando
dalle matrici hermitiane D(j) (Jµ ) che rappresentano Jµ , µ = 1, 2, 3 , ai
loro esponenziali, si ottiene la rappresentazione unitaria irriducibile di
peso j di SO(3) o, più precisamente, del suo ricoprimento universale

- 278 -
8.2 Rotazioni e momento angolare

SU(2) . Denoteremo tale rappresentazione con lo stesso simbolo, vale a


dire u → D(j) (u) , u ∈ SU(2) :
u = exp(−iα n ⋅ σ/2) , D(j) (u) = exp[−iα n ⋅ D(j) (J)] .
In particolare D(0) (u) = 1l è la rappresentazione banale, mentre abbiamo
D(1/2) (u) = u , D(1) (u) = WR(u)W † ,
dove W è la matrice unitaria 3 × 3 che trasforma i generatori ℓ di SO(3)
nella terna D(1) (J) :
(1)
Dmm ′ (J) = Wmµ ℓµν W m ′ ν .

problema 8.2-4 []Si calcoli la forma esplicita delle matrici D(1) (J) e
W.
Nel caso di una rotazione attorno all’asse z , cioè per R = R(λ) , λ =
(0, 0, α) , avremo

eiα/2 0 ⎛cos α − sin α 0⎞


u=( ), R = ⎜ sin α cos α 0⎟
0 e−iα/2 ⎝ 0 0 1⎠
per quanto riguarda SU(2) e SO(3) , mentre, sfruttando il fatto che
D(j) (Jz ) è diagonale,
(j)
Dmm ′ (u) = eimα δmm ′ m, m ′ non sommati .
Quindi, se α → α + 2π ,
u → −u , R→R, D(j) (u) → (−)2j D(j) (u) ,
ovvero
D(j) (−u) = (−)2j D(j) (u) .
Questa relazione vale in generale, per qualunque u ∈ SU(2) , dato che le ro-
tazioni attorno ad un asse arbitrario n sono trasformazioni coniugate
rispetto a quelle attorno all’asse z :
u(α, n) = v u(α, ez ) v−1 ,
dove v ∈ SU(2) corrisponde ad una rotazione che porta ez , il versore
dell’asse z , nel generico versore n ; ad esempio v = u(n ∧ ez , ϑ) se n =
(sin ϑ cos φ, sin ϑ sin φ, cos ϑ) .
Dunque se j è un intero D(j) costituisce una rappresentazione in
senso stretto di SO(3) , mentre se j è un semintero D(j) è una rap-
presentazione in senso stretto di SU(2) ed una rappresentazione a due
valori di SO(3) . Con questa precisazione in mente, possiamo adottare la

- 279 -
8.2 Momento angolare 8.2

notazione R → D(j) (R) anche per j semintero. Come conseguenza, però,


se per u → D(j) (u) possiamo sempre scrivere
D(j) (u1 )D(j) (u2 ) = D(j) (u1 u2 ) ,
per R → D(j) (R) dovremo scrivere
(8.35) D(j) (R1 )D(j) (R2 ) = ω(R1 , R2 )D(j) (R1 R2 ) ,
con ω(R1 , R2 ) = (±1)2j . La natura proiettiva, rispetto a SO(3) , delle
rappresentazioni con spin semintero è interamente dovuta al fatto che
SO(3) non è semplicemente connesso. I fattori di fase ω(R1 , R2 ) spari-
scono passando a SU(2) , per il quale si dimostra che tutte le rappresen-
tazioni sono equivalenti a rappresentazioni strettamente vettoriali, cioè
senza fattori di fase proiettivi (vedi §9.3.4).
Data la classificazione delle rappresentazioni irriducibili di SO(3) , in
un sistema fisico concreto caratterizzato da uno spazio di Hilbert HS
e da una rappresentazione R → U(R) definite a priori, si pone ora il
fondamentale problema di determinare la decomposizione di U(R) in rap-
presentazioni irriducibili. Si tratta cioè di individuare tutti gli stati di peso
massimo ∣j, m = j, τ⟩ annichilati da J+ , con τ come collezione di tutti gli
altri numeri quantici necessari per la completa identificazione dello stato.
Fatto questo, e ricostruiti i multipletti irriducibili mediante J− , avremo il
risultato generale
j
(j)
(8.36) U(R) ∣j, m, τ⟩ = ∑ ∣j, m ′ , τ⟩ Dm ′ m (R) .
m ′ =−j

8.2.6. Spettro del momento angolare orbitale. Un esempio im-


mediato di quanto appena detto è fornito proprio dal punto materiale,
nel qual caso la rappresentazione unitaria R → U(R) è quella definita su
L2 (R3 ) dalla relazione (8.11). In essa L2 è l’operatore di Casimir, per
cui i suoi autovalori devono essere della forma j(j + 1) , con j = n/2 e n
intero non negativo. Dato che sappiamo già (vedi §8.1) che Lz ha tutti
gli interi come spettro, il caso di j semintero va escluso.
Dobbiamo inoltre osservare che L agisce soltanto sul sottospazio di
L2 (R3 ) che si ottiene ignorando la variabile radiale r = ∣x∣ . Esso agisce
cioè su L2 (S2 ) lo spazio di Hilbert delle funzioni a modulo quadro som-
mabile sulla sfera S2 (con la misura invariante per rotazione ereditata
dall’immersione di S2 nello spazio R3 con metrica euclidea). In altre pa-
role possiamo scrivere L2 (R3 ) ∼ L2 (R+ ; r2 dr)⊗L2 (S2 ) , dove L2 (R+ ; r2 dr)
è lo spazio di Hilbert delle funzioni a modulo quadro sommabile sulla semi-
retta positiva, con misura dµ(r) = r2 dr (si ricordi lo Jacobiano nel passag-
gio dalle coordinate cartesiane a quelle sferiche). Evidentemente la decom-
posizione in rappresentazioni irriducibili delle rotazioni riguarda soltanto

- 280 -
8.2 Rotazioni e momento angolare

L2 (S2 ) , mentre il numero quantico radiale, relativo a L2 (R+ ; r2 dr) , è un


esempio di numero quantico di tipo τ . Si noti che L2 e Lz costituiscono
un insieme completo di osservabili compatibili per L2 (S2 ) .
Infine, dalla soluzione dell’equazione differenziale agli autovalori per
L2 , scritto nella forma (8.7), concludiamo che tutti i valori interi non ne-
gativi dello spin j compaiono nella decomposizione di L2 (S2 ) . Abbiamo
perciò

L2 (S2 ) ∼ ⊕ Vl ,
l=1
dove Vl è il sottospazio che ha per base le 2j + 1 armoniche sferiche di
x) , e che sostiene la rappresentazione irriducibile D(l)
peso l , Ylm = Ylm (^
delle rotazioni. Possiamo cioè porre
(l)
x) = ⟨^
Ylm (^ x∣ l, m⟩ , ⟨l, m∣ U(R) ∣l ′ , m ′ ⟩ = δll ′ Dmm ′ (R) ,
da cui segue
(U(R)Ylm )(^ x∣ U(R) ∣l, m⟩ = Ylm (R−1 x
x) = ⟨^ ^)
l
x∣ l, m ′ ⟩ ⟨l, m ′ ∣ U(R) ∣l, m⟩
= ∑ ⟨^
(8.37) m ′ =−l
l
(l)
x)Dm ′ m (R) .
= ∑ Ylm ′ (^
m ′ =−l

problema 8.2-5 []Calcolare la relazione esistente tra gli elementi di ma-


(l)
trice Dm ′ m (R) delle rappresentazioni irriducibili e le armoniche sferiche
x) .
Ylm (^
soluzione []Parametrizziamo come di consueto il generico punto x^ della sfera
S2 in termini degli angoli sferici, vale a dire x ^ = (sin ϑ cos φ, sin ϑ sin φ, cos ϑ) .
Quindi consideriamo la rotazione Rx = R(^ x ∧ ez , ϑ) che porta x ^ nel versore ez
dell’asse z , ovvero R−1
x e z = x
^ . Infine specializziamo la legge di trasformazione
(8.37) al caso particolare
l
(l)
x) = Ylm (R−1
Ylm (^ x ez ) = ∑ Ylm ′ (ez )Dm ′ m (Rx ) .
m ′ =−l

Ora Ylm (ez ) non può dipendere dall’angolo φ e deve quindi essere della for-
ma cl δm 0 , dove la costante cl è fissata dalla normalizzazione al valore [(2l +
1)/4π]1/2 . Si ottiene allora
2l + 1 1/2 (l)
x) = [
Ylm (^ ] D0 m (Rx ) ,

che è la relazione cercata. Si noti che il termine a destra è correttamente inva-
riante sotto la modifica Rx → R(ez , α)Rx che non cambia la proprietà di ruotare
x
^ in ez .

- 281 -
8.2 Momento angolare 8.2

8.2.7. Spin ed elicità delle particelle. Abbiamo definito in pre-


cedenza come particella dotata di spin un sistema fisico per il quale la
quadrupla (x, y, z, Sz ) costituisce un insieme completo di osservabili com-
patibili. Evidentemente, il solo Sz è sufficiente per individuare lo sta-
to interno della particella se e solo se la rappresentazione interna finito-
dimensionale D(R) è irriducibile, cioè D(R) = D(j) (R) per un certo peso
j . In questo caso, al posto di j viene usualmente adoperato il simbolo s ,
detto spin della particella. Esso può essere intero o semintero. In natura
si osservano particelle elementari con spin s = 0 3 , s = 1/2 , s = 1 e s = 2
e non oltre (una “spiegazione teorica” di questa limitazione esiste, anche
se richiede nozioni che vanno ben oltre lo scopo di questo libro). D’altra
parte, riducendo la nostra attenzione a determinate osservabili, possiamo
sempre considerare elementari anche particelle composte come i barioni
(formati da tre quarks di spin 1/2 e quindi con stati di spin fino a 3/2), o i
nuclei o gli stessi atomi, nel qual caso il valore dello spin può essere anche
maggiore di 2. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che non si tratta più
veramente solo dello spin ma di una somma di diversi spin e di momento
angolare interno (ad esempio il momento angolare orbitale degli elettroni
attorno al nucleo).
L’esempio primo di particella elementare con spin 1/2 è l’elettrone,
anche se lo spin di un elettrone libero non è realmente osservabile: non
risulta significativo, ad esempio, un esperimento di tipo Stern-Gerlach
con fasci elettronici. L’evidenza sperimentale dello spin dell’elettrone, una
volta opportunamente mediata dalla teoria, è comunque fuori discussione.
Particelle elementari con spin 1 e 2 sono rispettivamente il fotone ed
il gravitone, cioè i quanti della radiazione elettromagnetica e della gravi-
tazione. Per i gravitoni però è lecito nutrire dubbi, dato che la situazione,
sia sperimentale che teorica, è tutt’altro che ben definita.
Inoltre, strettamente parlando, l’espressione “spin 1 del fotone” non
è del tutto corretta. Ad esempio, essa potrebbe far credere che lo spazio
degli stati interni di un fotone sia tridimensionale, mentre sappiamo bene
che un’onda elettromagnetica si può trovare in solo due stati ortogonali
di polarizzazione. Il fatto è che il fotone è una particella di massa nulla,
che si muove quindi sempre alla velocità della luce e per la quale non è

3
In realtà tutte le particelle relativistiche scalari sinora osservate sono sistemi com-
posti, o stati legati, di altre particelle dotate di spin s = 1/2 . Ad esempio il pione è
formato da un quark e da un antiquark, che sono fermioni (vedi al Cap. 11) di spin
1/2 . Il fatto che queste particelle scalari si dicano egualmente elementari non è solo
un retaggio storico risalente a quando erano ritenute “indivisibili”: i loro costituenti
interagiscono cosı̀ fortemente da non essere osservabili allo stato libero; in altri termini,
non sembra possibile materialmente dividere un pione in quark ed antiquark cosı̀ come
si divide un atomo di idrogeno in protone ed elettrone o un nucleo pesante in nuclei più
leggeri nel processo di fissione.

- 282 -
8.2 Rotazioni e momento angolare

pensabile un’approssimazione non relativistica. La corretta trattazione


dello spin del fotone richiede la teoria delle rappresentazioni del gruppo
dei movimenti della relatività ristretta (il gruppo di Poincaré) ed esula dai
nostri scopi attuali. Qui ci limiteremo ad introdurre la nozione di elicità
S⋅p
E= ,
∣p∣
che per una generica particella dotata di spin corrisponde alla componente
di S lungo la direzione del moto, cioè del momento p. Come tale l’elicità
possiede uno spettro quantizzato in multipli interi o seminteri di h ̵ . Se
la particella è massiva, allora esiste una corrispondenza biunivoca tra gli
autostati di E e quelli, ad esempio, di Sz , per cui E assume 2s + 1 valori.
Se la massa è nulla, invece, lo spin lungo un asse arbitrario non è definito
e si dimostra che lo spettro di E si riduce alle due possibilità estreme
̵ , corrispondenti a S parallelo o antiparallelo a p .
±hs
(j)
8.2.8. Relazioni di ortogonalità. Gli elementi di matrice Dmm ′ (u)
soddisfano a relazioni di ortogonalità analoghe a quelle valide per le ar-
moniche sferiche (4.9). Queste ultime costituiscono un insieme ortogonale
completo sullo spazio di Hilbert L2 (S2 ) delle funzioni a quadrato som-
mabile sulla sfera. Nel caso di SU(2) è necessario prima di tutto definire
il prodotto scalare per funzioni definite sul gruppo:

⟨ψ1 ∣ ψ2 ⟩ = ∫ dµ(u)ψ1 (u)ψ2 (u) .

La misura di integrazione dµ deve essere invariante per rispettare l’evi-


dente omogeneità del gruppo, per cui tutti i punti dello stesso sono equi-
valenti e vanno “pesati” allo stesso modo. Non possiamo addentrarci oltre
in questo argomento, che richiede un’introduzione alla teoria dei gruppi
ben più completa e dettagliata di quanto offerto in questo e nel pros-
simo capitolo. Per una succinta trattazione dell’argomento rimandiamo
all’App. B.1.7.
La relazione di ortogonalità si scrive allora

1 (j ) 2 (j ) 8π2
(8.38) ∫ dµ(u) Dm1 m1′ (u) Dm2 m2′ (u) = δj j δm m δm ′ m ′
2j1 + 1 1 2 1 2 1 2

8.2.9. Rotazioni di 2π . Una rotazione R(n, 2π) di un angolo giro


attorno ad un asse arbitrario n lascia invariato il sistema fisico sotto
esame S , qualunque esso sia. Quindi tale rotazione non può avere alcun
effetto osservabile e deve indurre una trasformazione unitaria U(2π) che
lascia invariate tutte le osservabili di S :
(8.39) U(2π)A U(2π)† = A , ∀A .

- 283 -
8.2 Momento angolare 8.2

D’altra parte, su stati ∣j, m, τ⟩ con momento angolare definito, dalla


formula generale (8.36) si trova

U(2π) ∣j, m, τ⟩ = (−)2j ∣j, m, τ⟩

dato che u(n, 2π) = −1 e D(j) (−u) = (−)2j D(j) (−u) . Quindi U(2π) non
si riduce all’identità se lo spazio di Hilbert HS contiene rappresentazioni
irriducibili sia di peso intero che di peso semintero.
Dato che u(4π, n) = 1 , una rotazione di due angoli giro deve invece
senz’altro corrispondere all’identità:
U(4π) = U(2π)2 = 1l .
Introducendo i proiettori
Q± = 12 [1l ± U(2π)] , Q+ + Q− = 1l , Q+ Q− = Q− Q+ = 0
dalla (8.39) abbiamo allora
Q+ A Q− = Q− A Q+ = 0 , ∀A .
Quindi nessuna osservabile può connettere stati con spin intero a stati
con spin semintero o viceversa. Questa è la situazione caratteristica della
presenza di una regola di superselezione (vedi al §7.5): nel nostro caso essa
afferma che alla sovrapposizione lineare di vettori di HS con spin sia intero
che semintero non corrisponde alcuno stato puro fisicamente realizzabile.
Infatti, se anche ∣ψ⟩ è tale che sia ∣ψ+ ⟩ = Q+ ∣ψ⟩ che ∣ψ− ⟩ = Q− ∣ψ⟩ sono
nunnulli, il presunto stato puro ∣ψ⟩⟨ψ∣ non è in alcun modo distinguibile
dalla miscela statistica ∣ψ+ ⟩⟨ψ+ ∣ + ∣ψ− ⟩⟨ψ− ∣ , dato che per ogni osservabile
A si trova
⟨ψ∣ A ∣ψ⟩ = ⟨ψ+ ∣ A ∣ψ+ ⟩ + ⟨ψ− ∣ A ∣ψ− ⟩ .
Dunque solo all’interno di ciascuno dei due sottospazi coerenti Q+ HS e
Q− HS vale veramente il principio di sovrapposizione lineare.
È facile riformulare questa analisi nel linguaggio più generale delle
matrici densità. Se ρ è un arbitrario stato di S (nel senso che ρ = ρ† ,
ρ ≥ 0 e Tr ρ = 1 , vedi (7.22)), allora i “blocchi misti” ρ+− = Q+ ρ Q− e
ρ−+ = Q− ρ Q+ non contengono alcuna informazione fisica, visto che
Tr ρ+− A = Tr ρ−+ A = 0 , ∀A .
Possiamo perciò fare la scelta più conveniente, ρ+− = ρ−+ = 0 , ovvero
ρ = ρ++ + ρ−− . Si noti che questa scelta, fatta ad un certo istante iniziale
t0 , resta valida per tutti gli altri tempi, dato che la Hamiltoniana, il gene-
ratore dell’evoluzione temporale, è essa stessa una osservabile e commuta
perciò con U(2π) .

- 284 -
8.2 Rotazioni e momento angolare

8.2.10. Operatori tensoriali irriducibili. La posizione, il momen-


to lineare ed il momento angolare orbitale di una particella, cosı̀ come il
momento angolare totale di un generico sistema S , inteso come genera-
tore delle rotazioni, sono esempi di operatori vettoriali. Un operatore
vettoriale A = (V1 , V2 , V3 ) = (Vx , Vy , Vz ) , per definizione si trasforma
sotto rotazioni come il vettore coordinato x , vale a dire

(8.40) U(R)† Vµ U(R) = Rµν Vν ,


dove R → U(R) è la rappresentazione delle rotazioni nello spazio di
Hilbert su cui agisce Vµ . Considerando rotazioni infinitesime R ≃ 1 −
iδα λ ⋅ ℓ , U(R) ≃ 1l − iδα λ ⋅ J , dalla (8.40) si ottengono subito le regole di
commutazione di V con il momento angolare totale J :
(8.41) [Jµ , Vν ] = −(ℓµ )νσ Vσ = iϵµνσ Vσ ,
problema 8.2-6 []Si verifichi le relazione (8.40) a partire dalla (8.41)
facendo uso dello sviluppo in serie della funzione esponenziale, dalla quale
si desume la regola generale

eA Be−A = ∑ Cn (A, B) .
n=0

dove Cn (A, B) è il commutatore multiplo:


Cn+1 (A, B) = [a, Cn (A, B)] , C0 (A, B) = B .
(si veda anche l’App. B.1.8).
Se passiamo dalle componenti √ cartesiane Vx , Vy , Vz a quelle cosiddette
sferiche V±1 = ∓(Vx ± iVy )/ 2 , V0 = Vz , possiamo riscrivere le relazioni
(8.40) e (8.41) nella forma equivalente
(1)
U(R) Vm U(R)† = ∑ Vm ′ Dm ′ m (R)
m ′ =−1,0,1
(1)
[Jµ , Vm ] = ∑ Vm ′ Dm ′ m (Jµ ) .
m ′ =−1,0,1

Generalizzando queste relazioni da D(1) alla rappresentazione irriducibile


di peso arbitrario j si ottiene la seguente definizione: un insieme lineare
(j)
di operatori T (j) , con componenti sferiche Tm ; m = −j, −j + 1, . . . , j , si
dice tensoriale irriducibile di peso j se vale la legge di trasformazione
sotto rotazione
j
(j) (j) (j)
(8.42) U(R) Tm U(R)† = ∑ Tm ′ Dm ′ m (R) ,
m ′ =−j

- 285 -
8.2 Momento angolare 8.2

o, equivalentemente, sono verificate le regole di commutazione con il mo-


mento angolare totale
j
(j) (j) (j)
(8.43) [Jµ , Tm ] = ∑ Tm ′ Dm ′ m (Jµ ) .
m ′ =−j

Dalle espressioni (8.34) per gli elementi di matrice di D(j) (J) , si ricava
una versione più esplicita della relazione (8.43):
(j) (j)
[J± , Tm ] = [(j ∓ m)(j ± m + 1)]1/2 Tm±1
(j) (j)
[Jz , Tm ] = m Tm .
In particolare per j = 0 si ottiene un operatore scalare, che resta
invariato sotto una qualunque rotazione:
(8.44) U(R) T (0) U(R)† = T (0) ,
mentre per j = 1 si ottiene un operatore vettoriale.
Esempi di operatori tensoriali irriducibili di peso arbitrariamente gran-
de si ottengono facilmente a partire da operatori vettoriali le cui compo-
nenti siano mutualmente compatibili, come la posizione o come il momento
di una particella: ponendo
(l)
Tm = Slm (V) ,
dove le Slm (x) = ∣x∣l Ylm (^
x) sono le cosiddette armoniche solide (si noti
che Slm (x) è un polinomio omogeneo di grado l nelle tre componenti di
x ), si trova
(j)
U(R) Tm U(R)† = Slm (U(R) V U(R)† )
l
(j)
= Slm (R−1 V) = ∑ Slm ′ (V)Dm ′ m (R) ,
m ′ =−l

grazie alle proprietà di trasformazione delle armoniche sferiche. È chiaro


che in questo modo si ottengono solo operatori tensoriali di peso intero.
D’altronde si tratta di una limitazione del tutto generale se gli operatori
(l)
Tm sono le componenti sferiche di un insieme tensoriale di osservabili,
per le quali deve innanzitutto valere
(l) † (l)
(Tm ) = (−1)j−m T−m
(si confronti questa relazione con quella analoga per la coniugazione com-
plessa delle armoniche sferiche). Infatti sappiamo che ogni osservabile è
invariante sotto rotazioni di 2π , vale a dire
(j) (j)
U(2π) Tm U(2π)† = Tm ,

- 286 -
8.3 Addizione di momenti angolari

che è compatibile con la definizione (8.42) solo se D(j) (R(n, 2π) = 1 ,


ovvero per j intero.

8.3. Addizione di momenti angolari


Siano J1 e J2 due operatori di momento angolare mutualmente compati-
bili, cioè
(8.45) [J1 , J2 ] = 0 .
Ad esempio possiamo considerare i momenti angolari orbitali di due punti
materiali distinti, oppure il momento angolare totale e lo spin di una
particella dotata di spin.
Grazie alla (8.45), l’operatore somma J = J1 + J2 è anch’esso un ope-
ratore di momento angolare, cioè soddisfa alle regole di commutazione
(8.24). Quindi J genera una rappresentazione delle rotazioni. Come
già sappiamo, si tratta del prodotto diretto delle due rappresentazioni
generate rispettivamente da J1 e J2 : U(R) = U1 (R)U2 (R) . Senza perdi-
ta di generalità possiamo assumere che U1 (R) e U2 (R) definiscano due
rappresentazioni irriducibili D(j1 ) e D(j2 ) rispettivamente, vale a dire
U1 (R) = D(j1 ) (R) ⊗ 1l , U2 (R) = 1l ⊗ D(j2 ) (R) ,
dato che in caso contrario possiamo sempre decomporle prima in com-
ponenti irriducibili e considerare poi i prodotti diretti componente per
componente (vedi oltre). Dunque per ipotesi J2a vale ja (ja + 1) , a = 1, 2 .
La rappresentazione R → U(R) = D(j1 ) (R) ⊗ D(j2 ) (R) è riducibile e si
pone in generale il problema di decomporla in rappresentazioni irriducibi-
li. Tale problema è equivalente alla determinazione dei possibili autovalori
J(J + 1) e dei corrispondenti autovettori del quadrato del momento ango-
lare totale J2 . Gli operatori U(R) agiscono sullo spazio (2j1 +1)(2j2 +1) -
dimensionale linearmente generato dagli autovettori simultanei di J1 z e
J2 z , cioè ∣j1 , m1 ⟩ ⊗ ∣j2 , m2 ⟩ ≡ ∣m1 , m2 ⟩ (essendo j1 e j2 fissati ab initio
possiamo evitare di esplicitarli). Jz = J1 z + J1 z è ovviamente diagonale
in questa base, con autovalori M = m1 + m2 . Se rappresentiamo i vet-
tori ortonormali ∣m1 , m2 ⟩ come punti di un reticolo quadrato, otteniamo
lo schema della figura 8-1. Si vede chiaramente che ciascun autovalore
M ha una certa degenerazione: in particolare, solo l’autovettore ∣j1 , j2 ⟩
ha l’autovalore M = j1 + j2 , mentre vi sono due autostati con autovalore
M = j1 + j2 − 1 , tre con autovalore M = j1 + j2 − 2 e cosı̀ di seguito fino a
M = ∣j1 − j2 ∣ , cui corrispondono 2 min(j1 , j2 ) autovettori. Questa degene-
razione massima resta costante mentre M decresce fino a M = −∣j1 − j2 ∣ ,
dopo di che essa diminuisce come M sinché M = −j1 − j2 , che è l’autova-
lore più piccolo, e non degenere, di Jz . Evidentemente la degenerazione

- 287 -
8.3 Momento angolare 8.3

m2

j 1= 2

j 2 = 7/2

M
m1
j 1+ j 2
j 1+ j 2 -1
.
.
.
| j1 - j 2|
.
.
.

Figura 8-1. Addizione di momenti angolari quantistici.

degli autovalori di Jz corrisponde ai distinti autovalori di J2 . Denotia-


mo con WJ il sottospazio linearmente generato dai vettori ∣m1 , m2 ⟩ con
m1 + m2 = J . Esso contiene tutti gli autovettori di Jz con autovalore
M = J . L’operatore di innalzamento J+ = J1 + + J1 + per costruzione appli-
ca WJ in WJ+1 . Dato che dim WJ+1 = dim WJ − 1 per ∣j1 − j2 ∣ ≤ J ≤ j1 + j2 ,
deve necessariamente esistere un vettore ∣ψ⟩ di WJ annichilato da J+ ,
J+ ∣ψ⟩ = 0 . Usando la solita relazione quadratica J− J+ = J2 − Jz (Jz − 1)
otteniamo subito che ∣ψ⟩ è un autovettore di J2 con autovalore J(J + 1) .
Quindi, in base all’analisi generale del §8.2.5, ∣ψ⟩ è l’autovettore di peso

- 288 -
8.3 Addizione di momenti angolari

massimo di un multipletto di 2J + 1 autovettori tutti con lo stesso autova-


lore J(J+1) di J2 e con autovalore M di Jz che varia da −J a J . Poniamo
allora ∣ψ⟩ = ∣J, J⟩ , dove il primo J si riferisce all’autovalore J(J + 1) di J2
ed il secondo all’autovalore M = J di Jz . Gli altri vettori del multiplet-
to saranno quindi ∣J, M⟩ , −J ≤ M ≤ J − 1 ed insieme a ∣J, J⟩ generano
linearmente il sottospazio VJ , ∣j1 − j2 ∣ ≤ J ≤ j1 + j2 , che sostiene la rap-
presentazione irriducibile D(J) di SU(2) . Abbiamo dunque dimostrato
che
j1 +j2
D(j1 ) ⊗ D(j1 ) ∼ (J)
⊕ D .
J=∣j1 −j2 ∣
Come anticipato, possiamo utilizzare questo risultato per decomporre il
prodotto diretto di rappresentazioni riducibili, dato che la somma diretta
è distributiva rispetto al prodotto diretto. Cosı̀, se al posto di D(j1 )
avessimo la somma D(j1 ) ⊕ D(j1 ) , otterremmo

([j1 ] ⊕ [j1′ ]) ⊗ [j2 ] ∼ ([j1 ] ⊗ [j2 ]) ⊕ ([j1′ ] ⊗ [j2 ])]


⎛ j1 +j2 ⎞ ⎛ j1 +j2 ⎞
∼ ⊕ [J] ⊕ ⊕ [J] ,
⎝J=∣j1 −j2 ∣ ⎠ ⎝J=∣j ′ −j2 ∣ ⎠
1

dove abbiamo introdotto la notazione alternativa [j] ≡ D(j) . Un caso di


questo tipo si incontra nella decomposizione del prodotto diretto di tre
rappresentazioni irriducibili,
[j1 ] ⊗ [j2 ] ⊗ [j3 ] ∼ ([j1 ] ⊗ [j2 ]) ⊗ [j3 ]
(8.46) j1 +j2 ⎛ J+j3 ′ ⎞
∼ ⊕ ⊕ [J ] ,
J=∣j1 −j2 ∣ ⎝J ′ =∣J−j3 ∣ ⎠
che è rilevante nell’addizione di tre momenti angolari indipendenti. Si noti
che nella doppia sommatoria diretta in Eq. (8.46), una stessa rappresenta-
zione irriducibile [J̄] può comparire più volte, segnalando la degenerazione
della coppia di autovalori (J̄, M) di J2 e Jz .
problema 8.3-7 []Si sviluppino in rappresentazioni irriducibili i tripli
prodotti [ 21 ]⊗3 ≡ [ 21 ] ⊗ [ 12 ] ⊗ [ 12 ] e [1]⊗3 .

8.3.1. Coefficienti di Clebsh-Gordan. I vettori ∣m1 , m2 ⟩ forma-


no per costruzione una base ortonormale in D(j1 ) ⊗ D(j1 ) . Anche i vettori
∣J, M⟩ , una volta normalizzati, formano una base ortonormale nello stesso
spazio. Le due basi devono quindi essere collegate da una trasformazione
unitaria:
(8.47) ∣J, M⟩ = ∑ ∣m1 , m2 ⟩ ⟨m1 , m2 ∣ J, M⟩ .
m1 ,m2

- 289 -
8.3 Momento angolare 8.3

I prodotti scalari ⟨m1 , m2 ∣ J, M⟩ che caratterizzano questa trasformazione


si dicono coefficienti di Clebsch-Gordan. La notazione più appropria-
ta è quella completa, ⟨j1 , m1 ; j2 , m2 ∣ J, M⟩ (o addirittura la più pedante
⟨j1 , m1 ; j2 , m2 ∣ j1 , j2 ; J, M⟩ ) dato che essi variano al variare di j1 e j2 . Si
noti che, per definizione, i coefficienti di Clebsch-Gordan sono diversi da
zero solo se m1 + m2 = M , ∣j1 − j2 ∣ ≤ J ≤ ∣j1 + j2 ∣ e la somma j1 + j2 + J è un
intero.
Si osservi inoltre che le fasi dei vettori ∣J, M⟩ , che sono definiti so-
lamente come autovettori di certi operatori, non sono a priori fissate.
Per quanto riguarda le fasi all’interno di ciascun multipletto irriducibile
(cioè J fissato e solo M variabile), possiamo far ricorso alla convenzione
standard delle rappresentazioni irriducibili (vedi Eq. (8.33)), mentre re-
stano indeterminate le fasi per M fissato e J variabile. Per fissare anche
queste ultime in modo conveniente, ad esempio per ottenere coefficienti
di Clebsch-Gordan tutti reali, applichiamo J+ = J1+ + J2+ alla relazione
(8.47) e contraiamo il risultato con ⟨m1 , m2 ∣ . Si ottengono cosı̀ le regole
di ricorrenza
[J(J + 1) − M(M + 1)]1/2 ⟨j1 , m1 ; j2 , m2 ∣ J, M + 1⟩
(8.48) = [j1 (j1 + 1) − m1 (m1 − 1)]1/2 ⟨j1 , m1 − 1; j2 , m2 ∣ J, M⟩
+ [j2 (j2 + 1) − m2 (m2 − 1)]1/2 ⟨j1 , m1 ; j2 , m2 − 1∣ J, M⟩ .
Analogamente, utilizzando J− = J1− + J2− , ri ricava
[J(J + 1) − M(M − 1)]1/2 ⟨j1 , m1 ; j2 , m2 ∣ J, M − 1⟩
(8.49) = [j1 (j1 + 1) − m1 (m1 + 1)]1/2 ⟨j1 , m1 + 1; j2 , m2 ∣ J, M⟩
+ [j2 (j2 + 1) − m2 (m2 + 1)]1/2 ⟨j1 , m1 ; j2 , m2 + 1∣ J, M⟩ .
Quando M = J , le relazioni (8.48) permettono di calcolare per itera-
zione tutti i coefficienti della forma ⟨j1 , m1 ; j2 , J − m1 ∣ J, J⟩ , a partire da
⟨j1 , j1 ; j2 , J − j1 ∣ J, J⟩ . Quindi applicando l’Eq. (8.49), a cominciare da ⟨j1 , m1 ; j2 , J − m1 ∣ J, J⟩ ,
si ottengono tutti gli altri coefficienti. Essi risultano tutti reali non appe-
na ⟨j1 , j1 ; j2 , J − j1 ∣ J, J⟩ è scelto reale per ogni valore di J . Per convenzione
esso viene anche assunto positivo.
Come applicazione particolare delle regole di ricorrenza (8.49) consi-
deriamo il caso j1 = l e j2 = 1/2 , che per l intero è rilevante nello studio
dell’interazione spin-orbita (vedi §13.3). Ponendo J = l + 1/2 (l’altro
caso possibile è J = l − 1/2 ) e m2 = 1/2 , nelle (8.49), si ottiene la regola
di ricorrenza in M
⎡l + M + 1 ⎤1/2
1 1 1 ⎢ 2⎥
⟨l, M − 2 ; 2 , 2 J, M⟩
∣ =⎢ 3⎥
⎥ ⟨l, M + 12 ; 12 , 21 ∣ J, M + 1⟩ ,
⎢l + M +
⎣ 2⎦

- 290 -
8.3 Addizione di momenti angolari

che una volta iterata fino a raggiungere il massimo valore di M , implica


(si notino le semplificazioni telescopiche tra numeratori e denominatori)
⟨l, M − 12 ; 12 , 12 ∣ l + 21 , M⟩
⎡ l + M + 1 ⎤1/2
⎢ 2⎥
=⎢ ⎥ ⟨l, M + 32 ; 12 , 21 ∣ l + 12 , M + 2⟩
⎢l + M + 5 ⎥
⎣ 2⎦
(8.50) ⎡ l + M + 1 ⎤1/2
⎢ 2⎥
=⎢ ⎥ ⟨l, l; 12 , 21 ∣ l + 12 , l + 12 ⟩
⎢ 2l + 1 ⎥
⎣ ⎦
⎡ l + M + ⎤1/2
1
⎢ 2⎥
=⎢ ⎥ .
⎢ 2l + 1 ⎥
⎣ ⎦
problema 8.3-8 []Si verifichi che i coefficienti di Clebsch-Gordan relativi
ai casi rimanenti (ovvero J = l + 1/2 , m2 = −1/2 e J = l − 1/2 , m2 = ∓1/2 )
valgono rispettivamente
⎡ l − M + 1 ⎤1/2
1 1 1 1 ⎢ 2⎥
⟨l, M + 2 ; 2 , 2 l + 2 , M⟩
∣ =⎢ ⎥
⎢ 2l + 1 ⎥
(8.51) ⎣ ⎦
⎡ l ± M + 1 ⎤1/2
⎢ 2⎥
⟨l, M ± 12 ; 12 , 21 ∣ l − 12 , M⟩ = ± ⎢ ⎥ .
⎢ 2l + 1 ⎥
⎣ ⎦
Si noti che i quattro coefficienti in questione formano una matrice orto-
gonale 2 × 2 per ogni M . Per definizione essi definiscono una matrice
unitaria; la riduzione a una matrice reale ortogonale è conseguenza della
convenzione adottata per le fasi. Si tratta di un risultato generale, valido
per ogni j1 e j2 . Nel caso in esame, j1 = l e j2 = 1/2 , questo permette di
ottenere le (8.51) direttamente dalla (8.50), senza fare più uso delle regole
di ricorrenza.
Nel caso più semplice le relazioni (8.50) e (8.51) descrivono la composizione
di due spin 1/2 . Adottando la notazione abbreviata ∣ 12 , ± 12 ⟩ = ∣±⟩ per
indicare i due vettori di stato di un singolo spin, otteniamo le espressioni
per il cosiddetto tripletto con spin totale J = 1
1
∣1, 1⟩ = ∣++⟩ ∣1, 0⟩ = √ (∣+−⟩ + ∣−+⟩) , ∣1, −1⟩ = ∣−−⟩
2
e per il singoletto con spin totale nullo
1
∣0, 0⟩ = √ (∣+−⟩ − ∣−+⟩) .
2
8.3.2. Il teorema di Wigner-Eckart. I coefficienti di Clebsch-Gor-
dan possono essere facilmente messi in relazione con il prodotto diretto di

- 291 -
8.3 Momento angolare 8.3

rappresentazioni unitarie irriducibili. Infatti abbiamo, per ogni rotazione


R,
J
(J)
U(R) ∣J, M⟩ = ∑ ∣J, M ′ ⟩ DM ′ M (R)
M ′ =−J
da un lato, e
(j ) (j )
U(R) ∣j1 , m1 ; j2 , m2 ⟩ = ∑ ∣j1 , m1′ ; j2 , m2′ ⟩ Dm1′ m (R)Dm2′ m (R)
1 2 1 2
m1′ ,m2′

dall’altro. Utilizzando quindi la relazione (8.47) per ∣J, M⟩ e ∣J, M ′ ⟩ si


ottiene
′ ′ (j ) (j )
∑ ∑ ∣j1 , m1 ; j2 , m2 ⟩ Dm1′ m1 (R)Dm2′ m2 (R) ⟨j1 , m1 ; j2 , m2 ∣ J, M⟩
1 2
m1 ,m2 m ′ ,m ′
1 2
(J)
= ∑ ∑ ∣j1 , m1 ; j2 , m2 ⟩ ⟨j1 , m1 ; j2 , m2 ∣ J, M ′ ⟩ DM ′ M (R) ,
M ′ m1 ,m2

da cui segue, eguagliando separatamente i coefficienti dei vettori ortonor-


mali ∣j1 , m1 ; j2 , m2 ⟩
(j ) (j )
∑ ⟨j1 , m1 ; j2 , m2 ∣ J, M⟩ Dm1′ m1 (R)Dm2′ m2 (R)
1 2
m1 ,m2
(J)
= ∑ ⟨j1 , m1′ ; j2 , m2′ ∣ J, M ′ ⟩ DM ′ M (R) ,
M′

ovvero, per via della ortonormalità dei coefficienti di Clebsch-Gordan,


(j ) (j )
Dm1′ m (R)Dm2′ m (R)
1 1 2 2
(8.52) ′ ′ ′ (J)
= ∑ ∑ ∑ ⟨j1 , m1 ; j2 , m2 ∣ J, M ⟩DM ′ M (R) ⟨J, M∣ j1 , m1 ; j2 , m2 ⟩ .
M J M

Evidentemente quest’ultima relazione, detta anche serie di Clebsch-


Gordan, esprime esplicitamente la decomposizione del prodotto diretto
D(j1 ) ⊗ D(j2 ) in rappresentazioni irriducibili D(J) . Si ricordi che, per
definizione, i coefficienti di Clebsch-Gordan sono diversi da zero solo se
m1 + m2 = M , ∣j1 − j2 ∣ ≤ J ≤ ∣j1 + j2 ∣ e la somma j1 + j2 + J è un intero.
Combinando la decomposizione (8.52) con le relazioni di ortogonalità
(8.38), si ottiene la segeuente regola per l’integrazione su SU(2) di tre
rappresentazioni unitarie irriducibili:
(J)1 2 (j ) (j )
∫ dµ(u)DM ′ M (u)Dm1′ m1 (u)Dm2′ m2 (u)
(8.53)
8π2
= ⟨j1 , m1′ ; j2 , m2′ ∣ J, M ′ ⟩ ⟨J, M∣ j1 , m1 ; j2 , m2 ⟩ .
2J + 1
Questo risultato ci permette di dimostrare immediatamente il seguente :

- 292 -
8.3 Addizione di momenti angolari

Teorema di Wigner-Eckart []Sia T (j) un insieme tensoriale irriduci-


bile di operatori di spin j e {∣J, M, τ⟩} una base di autostati del momento
(j)
angolare totale. Allora gli elementi di matrice di Tm sono proporzionali
ai coefficienti di Clebsch-Gordan, cioè
(j) (j)
(8.54) ⟨J, M, τ∣ Tm ∣J ′ , M ′ , τ ′ ⟩ = ⟨J, τ∣∣Tm ∣∣J ′ , τ ′ ⟩ ⟨J, M∣ j, m; J ′ , M ′ ⟩ ,
(j)
dove i fattori di proporzionalità ⟨J, τ∣∣Tm ∣∣J ′ , τ ′ ⟩ prendono il nome di
elementi di matrice ridotti e non dipendono da m , M o M ′ .
Infatti, dalle proprietà che definiscono T (j) e {∣J, M, τ⟩} abbiamo, per
un’arbitraria rotazione R ,
(j)
⟨J, M, τ∣ Tm ∣J ′ , M ′ , τ ′ ⟩
(j)
= ⟨J, M, τ∣ U(R)† U(R) Tm U(R)† U(R) ∣J ′ , M ′ , τ ′ ⟩
(j) (J) (j) (J ′ )
= ∑ ∑ ∑ ⟨J, q, τ∣ Tm ′ ∣J ′ , q ′ , τ ′ ⟩ DqM (R) Dm ′ m (R) Dq ′ M ′ (R) .
q m′ q′

Integrando su R (su u ∈ SU(2) per l’esattezza), dalla formula (8.53)


ricaviamo subito la tesi del teorema con l’identificazione
(j) (j)
⟨J, τ∣∣Tm ∣∣J ′ , τ ′ ⟩ = ∑ ∑ ∑ ⟨j, m ′ ; J ′ , q ′ ∣ J, q⟩ ⟨J, q, τ∣ Tm ′ ∣J ′ , q ′ , τ ′ ⟩ .
m′ q q′

Evidentemente questa identificazione, che è “auto-referente”, di per se


stessa non ci consente di semplificare il calcolo degli elementi di matrice
di T (j) . La strategia corretta consiste nel calcolare gli elementi di matrice
ridotti attraverso lo stesso teorema di Wigner-Eckart, facendo una scelta
opportuna di m , M ′ e M .
Consideriamo una serie di esempi, cominciando con il caso più semplice
di un operatore scalare T (0) (vedi (8.44)): in base al teorema di Wigner-
Eckart abbiamo
⟨J, M, τ∣ T (0) ∣J ′ , M ′ , τ ′ ⟩ = ⟨J, τ∣∣T (0) ∣∣J ′ , τ ′ ⟩ δJ J ′ δM M ′
dato che ⟨J, M∣ 0, 0; J ′ , M ′ ⟩ = δJ J ′ δM M ′ . Quindi, ad esempio
⟨J, τ∣∣T (0) ∣∣J, τ ′ ⟩ = ⟨J, 0, τ∣ T (0) ∣J, 0, τ ′ ⟩ .
(1)
Un secondo esempio è costituito dalle componenti sferiche Jm , m =
−1, 0, +1 dello stesso momento angolare totale J . In questo caso possiamo
scrivere
(1)
(8.55) ⟨J, M, τ∣ Jm ∣J ′ , M ′ , τ ′ ⟩ = ⟨J, τ∣∣J∣∣J ′ , τ ′ ⟩ ⟨J, M∣ 1, m; J ′ , M ′ ⟩ .
(1)
Quindi, ponendo q = 0 e ricordando che (N.B.: J0 ≡ Jz )
(1)
⟨J, M, τ∣ J0 ∣J ′ , M ′ , τ ′ ⟩ = MδJ J ′ δM M ′ δτ τ ′ ,

- 293 -
8.3 Momento angolare 8.3

con la scelta più conveniente M = M ′ = J = J ′ , si ottiene


(8.56) ⟨J, τ∣∣J∣∣J ′ , τ ′ ⟩ = [J(J + 1)]1/2 δJ J ′ δτ τ ′ ,
dove l’unico coefficiente di Clebsch-Gordan che è stato necessario calcolare
si riduce a
J 1/2
⟨J, J∣ 1, 0; J, J⟩ = [ ] .
J+1
(1)
Naturalmente il risultato finale per gli elementi di matrice di Jm concorda
con le formule generali (8.34) valide per tutte le rappresentazioni unitarie
irriducibili delle rotazioni.
Il seguente risultato costituisce un terzo esempio dell’applicazione del
teorema di Wigner-Eckart:
Teorema 8.3.1 [] Gli elementi di matrice ⟨J, M, τ∣ V ∣J ′ , M ′ , τ ′ ⟩ di un
generico operatore vettoriale V tra stati con lo stesso spin J sono pro-
porzionali ai medesimi elementi di matrice del momento angolare totale
J.
Infatti abbiamo, dalle (8.54), (8.55) e (8.56)
⟨J, M, τ∣ Vm ∣J, M ′ , τ ′ ⟩ = ⟨J, τ∣∣V∣∣J, τ ′ ⟩ ⟨J, M∣ 1, m; j, M ′ ⟩
⟨J, τ∣∣V∣∣J, τ⟩
= ⟨J, M, τ∣ Jm ∣J, M ′ , τ ′ ⟩ .
[J(J + 1)]1/2
Inoltre gli elementi di matrice ridotti ⟨J, τ∣∣V∣∣J, τ ′ ⟩ sono riconducibili agli
elementi di matrice, che sono di solito più facili da calcolare, dell’operatore
scalare
J ⋅ V = ∑(−1)m J−m Vm .
m
Esplicitamente:
⟨J, τ∣∣J ⋅ V∣∣J, τ ′ ⟩ = ⟨J, M, τ∣ J ⋅ V ∣J, M, τ ′ ⟩
= ∑(−1)m ∑ ⟨J, M, τ∣ J−m ∣J ′′ , M ′′ , τ ′′ ⟩ ⟨J ′′ , M ′′ , τ ′′ ∣ Vm ∣J, M, τ ′ ⟩
m τ ′′ J ′′ M ′′

= [J(J + 1)]1/2 ⟨J, τ∣∣V∣∣J, τ ′ ⟩ ×


m ′′ ′′
∑(−1) ∑ ⟨J, M∣ 1, −m; j, M ⟩ ⟨J, M ∣ 1, m; j, M⟩ .
m M ′′
La doppia sommatoria fra parentesi si calcola sostituendo lo stesso J a
V e vale semplicemente 1 , per cui abbiamo il risultato finale
⟨J, τ∣∣J ⋅ V∣∣J, τ ′ ⟩
(8.57) ⟨J, M, τ∣ V ∣J, M ′ , τ ′ ⟩ = ⟨J, M∣ J ∣J, M ′ ⟩
J(J + 1)
In generale l’operatore vettoriale V possiede elementi di matrice nonnulli
anche tra stati con spin J e J ′ differenti (comunque ∣J − J ′ ∣ ≤ 1 per il
teorema di Wigner-Eckart). In certi casi particolari gli unici elementi di

- 294 -
8.3 Addizione di momenti angolari

matrice non-nulli sono proprio quelli con ∣J − J ′ ∣ = 1 , come nel caso della
posizione x e del momento p per il sistema costituito da un singolo punto
materiale. Infatti J ⋅ x = J ⋅ p = 0 se J = L = x ∧ p . x e p sono esempi di
vettori polari, mentre J , che evidentemente ha elementi di matrice non-
nulli solo per J = J ′ è un vettore assiale. La definizione generale verrà
data nel prossimo capitolo in relazione alla trasformazione di parità (vedi
§9.5.1); allora l’annullarsi di certi elementi di matrice sarà fatta discendere
da certe proprietà di simmetria degli stati e degli operatori.
problema 8.3-9 []Dato il prodotto tensoriale D(j1 ) ⊗ D(j2 ) di due rap-
presentazioni unitarie irriducibili delle rotazioni, si calcolino gli elementi
di matrice degli operatori di momento angolare parziale J1 e J2 tra au-
tostati del momento angolare totale J = J1 + J2 . (N.B.: si tratta di una
applicazione diretta della formula generale (8.57).)
8.3.3. Simboli 3-j. Al posto dei coefficienti di Clebsch-Gordan ven-
gono di sovente adoperati altri coefficienti, dotati di maggiori proprietà di
simmetria, i cosiddetti simboli 3-j. Essi si scrivono
j1 j2 j3 (−1)j1 −j2 −m3
(8.58) ( )= √ ⟨j1 , m1 ; j2 , m2 ∣ j3 , −m3 ⟩
m1 m2 m3 2j3 + 1
e sono diversi da zero solo se m1 +m2 +m3 = 0 e j1 , j2 , j3 formano i tre lati
di un triangolo con perimetro pari ad un intero. I simboli 3-j posseggono
le seguenti simmetrie (per brevità indichiamo con (1, 2, 3) il simbolo 3-j
(8.58)):
(8.59) (1, 2, 3) = (3, 1, 2) = (2, 3, 1)
(8.60) (1, 3, 2) = (2, 1, 3) = (3, 2, 1) = (−1)j1 +j2 +j3 (1, 2, 3)
j j2 j3
(8.61) ( 1 ) = (−1)j1 +j2 +j3 (1, 2, 3) .
−m1 −m2 −m3
I simboli 3-j possono essere definiti ab initio come componenti, a valori
reali e dotati delle proprietà di simmetria (8.59), dello scalare ottenuto
dal prodotto diretto di tre vettori di stato appartenenti a rappresentazioni
irriducibili con spin j1 , j2 e j3 , ovvero
j j2 j3
∣0, 0⟩ = ∑ ( 1 ) ∣j1 , m1 ; j2 , m2 ; j3 , m3 ⟩ .
m1 ,m2 ,m3 m 1 m 2 m 3

Quindi essi devono soddisfare all’identità


j j2 j3
( 1′
m1 m2′ m3′
)=

(j ) (j ) (j ) j1 j2 j3
= ∑ Dm1′ m (R) Dm2′ m (R) Dm3′ m (R) ( )
m1 ,m2 ,m3 1 1 2 2 1 3 m1 m2 m3

- 295 -
8.3 Momento angolare 8.3

per ogni rotazione R .

- 296 -
CAPITOLO 9

Simmetria e invarianza
 
In questo capitolo ci proponiamo di illustrare il ruolo fondamentale che Track
 2 
rivestono i principi di simmetria e di invarianza nel formalismo generale
della meccanica quantistica. Abbiamo già avuto modo di accennare al
problema nei precedenti capitoli (ad esempio al §7.6 e §7.6.3) e procediamo
ora alla trattazione generale.
Innanzitutto occorre fare una distinzione ben precisa tra i due aspetti
della questione: quello che potremmo definire statico-cinematico e quello
dinamico. Sia ben chiaro che la stessa distinzione sussiste anche in mec-
canica classica; nella sua formulazione più generale, quella basata sulla
nozione di spazio delle fasi F, le trasformazioni di simmetria al livello
statico-cinematico sono tutte e sole le trasformazioni canoniche, cioè le
applicazioni biunivoche di F in se stesso che, preservando la struttura
simplettica di F (ovvero lasciando invariate le parentesi di Poisson tra
le coordinate canoniche), garantiscono la covarianza (cioè l’invarianza in
forma) delle equazioni del moto di Hamilton. Questa è la condizione
necessaria e sufficiente affinché una generica trasformazione su F pos-
sa essere una simmetria della descrizione del moto secondo la meccanica
classica. In secondo luogo, si pone la questione di controllare le proprietà
di trasformazione dell’Hamiltoniana: se essa risulta invariante, allora la
trasformazione in questione preserva la dinamica, ovvero permette di co-
struire nuove soluzioni del moto a partire da date soluzioni del moto: si
tratta di una simmetria del moto e non solo della descrizione dello stesso.
Inoltre, nel caso di gruppi continui di trasformazioni, ad ogni simmetria
dell’Hamiltoniana (cioè ad ogni trasformazione di simmetria che lascia in-
variata l’Hamiltoniana) risulta associata una legge di conservazione (vedi
al cap. 1).
Volendo estendere queste considerazioni alla meccanica quantistica, la
prima questione a cui rispondere riguarda la determinazione di che cosa
una trasformazione di simmetria deve lasciare invariato: si tratta cioè di
identificare l’analogo quantistico della struttura simplettica dello spazio
delle fasi classico. Ricordiamo che, secondo i principi della meccanica
quantistica discussi nel cap. 7, ad ogni sistema fisico S è associato uno
spazio di Hilbert HS , i cui raggi unitari sono in corrispondenza biunivoca

297
9.1 Simmetria e invarianza 9.1

con gli stati puri di S . Si rammenti inoltre che HS si intende individuato


operativamente: ogni vettore di stato ∣ψ⟩ in HS è per ipotesi autovet-
tore di un opportuno insieme completo di osservabili compatibili, i cui
valori sono per definizione sperimentalmente misurabili mediante adegua-
ti apparati ed operazioni. In altre parole, ogni raggio di HS può essere
sempre, almeno in linea di principio, “preparato” come stato iniziale del
sistema S (le modifiche di queste affermazioni nel caso che esistano rego-
le di superselezione sono lasciate al lettore). Infine, tutte le informazioni
oggettivamente disponibili sul sistema S , cioè le distribuzioni di probabi-
lità delle varie osservabili, sono contenute nei moduli quadri dei prodotti
scalari fra vettori di stato normalizzati (le cosiddette probabilità di transi-
zione), che come sappiamo dal §7.2 definiscono la struttura metrica dello
spazio proiettivo dei raggi HS /C ∗ .

9.1. Trasformazioni di simmetria


La domanda che sorge ora spontanea è la seguente: quanto universale è lo
schema generale appena (molto sommariamente) riassunto, entro il quale
viene descritto il sistema fisico S ? La questione è di centrale importanza,
poiché fa riferimento alle caratteristiche di oggettività della descrizione
quantomeccanica dei fenomeni fisici. In linea di principio, due diversi
osservatori alle prese con il medesimo sistema S possono seguire linee
completamente diverse per ricostruire lo spazio degli stati puri di S , cioè
studiare differenti osservabili con differenti procedure sperimentali. Una
volta accertata da entrambi la validità dei postulati fondamentali della
meccanica quantistica, resta il problema di confrontare i due insiemi di
previsioni teoriche e dati sperimentali. Per tale scopo, una volta assunta
l’equivalenza dei due osservatori, è necessario che i due spazi di Hilbert da
essi ricostruiti siano isomorfi, nel senso di costituire due rappresentazioni
eventualmente diverse dello stesso spazio di Hilbert HS dei vettori di sta-
to, che esista una esplicita corrispondenza tra i due insiemi di osservabili
e di stati puri ed infine che le distribuzioni di probabilità di osservabili
corrispondenti siano le stesse. Diremo allora che le descrizioni dei due os-
servatori sono legate da una trasformazione di simmetria T . Per quanto
appena detto, e tenendo conto della possibilità di regole di superselezione,
vale dunque la definizione
Una trasformazione di simmetria T consiste in una
corrispondenza biunivoca tra i raggi di HS che preserva
il modulo quadro dei prodotti scalari e rispetta le regole
di superselezione.
In dettaglio, questo significa che:

- 298 -
9.1 Trasformazioni di simmetria

a) Ad ogni stato puro ρ corrisponde uno stato puro Tρ e viceversa,


cioè ogni stato puro ρ è l’immagine sotto T di uno stato puro ρ ′ ; in
particolare, se ∣ψ⟩ è un vettore rappresentativo di ρ , vale a dire ρ =
∣ψ⟩ ⟨ψ∣ , indicheremo con ∣Tψ⟩ un vettore rappresentativo di Tρ .
b) Per qualunque coppia di stati puri ρ1 e ρ2 le probabilità di transizione
sono conservate,
Tr Tρ1 Tρ2 = ∣ ⟨Tψ1 ∣ Tψ2 ⟩ ∣2 = ∣ ⟨ψ1 ∣ ψ2 ⟩ ∣2 = Tr ρ1 ρ2 ,
per cui T si configura come una isometria dello spazio proiettivo dei raggi
HS /C ∗ ; si noti che una tale isometria è necessariamente biunivoca: per la
disuguaglianza di Schwartz, ρ1 e ρ2 coincidono se e solo se Tr ρ1 ρ2 = 1 ;
quindi se Tρ1 = Tρ2 allora 1 = Tr Tρ1 Tρ2 = Tr ρ1 ρ2 implica ρ1 = ρ2 .
(q ,q ,...)
c) A raggi appartenenti ad un dato settore di superselezione HS 1 2
(si veda al §7.5) corrispondono raggi appartenenti ad un singolo settore1 .
In base alla definizione appena data, le trasformazioni di simmetria
formano un gruppo (vedi l’App. B.1): T2 T1 si ottiene mettendo in corri-
spondenza secondo T2 le immagini della prima trasformazione T1 . T = e
è la trasformazione identica, che fa corrispondere ogni raggio di HS a se
stesso, e T −1 la trasformazione inversa di T , ovvero la corrispondenza
tra raggi letta nel verso opposto. Si noti che una corrispondenza biuni-
voca tra stati puri implica una corrispondenza biunivoca tra osservabili
e viceversa, data la relazione di complementarità tra le due categorie (si
riveda la discussione generale del §7.1). In pratica però, sono solo certe
corrispondenze tra osservabili quelle più facilmente individuate, in base
a principi generali di simmetria spazio-temporale e/o a dirette verifiche
operative (si considerino per esempio le proprietà di simmetria e le even-
tuali degenerazioni negli spettri delle osservabili più rilevanti). Ne segue
che gran parte delle trasformazioni di simmetria relative ad un dato si-
stema S non hanno alcuna interpretazione fisica diretta né alcuna utilità
pratica (lo stesso vale per le trasformazioni canoniche della meccanica
classica). Il problema reale consiste nell’identificare e caratterizzare il più
completamente possibile tutte quelle trasformazioni tra osservabili la cui
interpretazione è chiara e/o la cui esistenza risulta comunque fondamen-
tale per mettere ordine tra la massa di dati accumulati nelle osservazioni.
A tale scopo gioca un ruolo fondamentale, come vedremo, la struttura
gruppale dell’insieme delle trasformazioni di simmetria.

1
In caso contrario i nostri due osservatori non si troverebbero d’accordo sulle regole
di superselezione, potendo l’uno preparare stati puri che risultano impossibili da prepa-
rare per l’altro. Dunque l’immagine sotto T di un settore di superselezione è senz’altro
isomorfa al settore originale, anche se non coincide necessariamente con esso, cioè T
può non conservare le cariche di superselezione ed i due osservatori non concordare sul
loro valore.

- 299 -
9.1 Simmetria e invarianza 9.1

Consideriamo ora un semplice esempio. Si supponga che i due suddet-


ti osservatori siano collegati dalla traslazione spaziale T (a) , a ∈ R3 , cioè
facciano riferimento a due terne di assi coordinati ottenuti l’uno dall’altro
mediante lo spostamento rigido a . Osservando lo stesso esperimento, essi
attribuiranno al sistema S in esame differenti stati come risultati della
stessa preparazione, dato che diversa è la loro rappresentazione matema-
tica delle osservabili di S . Ad esempio, se rc.m. è il centro di massa di S
per il primo, allora T (a) rc.m. = rc.m. +a è il centro di massa per il secondo,
e via dicendo, con un’analoga, precisa corrispondenza per tutte le osserva-
bili. Poiché gli stati sono preparati misurando le osservabili, deve esistere
una corrispondenza biunivoca anche tra tutti i possibili stati puri assegna-
ti a S dai due osservatori. Supponiamo ora che il primo osservatore sia
in grado, mediante opportuni arrangiamenti sperimentali, di preparare al-
ternativamente gli stati ortonormali ∣ψ1 ⟩⟨ψ1 ∣ e ∣ψ2 ⟩⟨ψ2 ∣ , nonché lo stato
∣ψ⟩⟨ψ∣ , con ∣ψ⟩ = c1 ∣ψ1 ⟩+c2 ∣ψ2 ⟩ e ∣c1 ∣2 +∣c2 ∣2 = 1 (si pensi ad esempio alle
varie rotazioni del magnete in un esperimento di Stern-Gerlach). L’altro
osservatore, che essendo per ipotesi equivalente al primo applica gli stessi
principi generali della meccanica quantistica, assegna agli stati preparati
i vettori ∣T (a)ψ1 ⟩ , ∣T (a)ψ2 ⟩ e ∣T (a)ψ⟩ = c1′ ∣T (a)ψ1 ⟩ + c2′ ∣T (a)ψ2 ⟩ . In
successive misure, i due osservatori si troveranno d’accordo sui risultati
se e solo se ∣T (a)ψ1 ⟩ e ∣T (a)ψ2 ⟩ sono ortonormali e ∣cj′ ∣2 = ∣cj ∣2 , j = 1, 2 .
Dato che cj = ⟨ψj ∣ ψ⟩ , cj′ = ⟨T (a)ψj ∣ T (a)ψ⟩ , e ∣ψ⟩ , ∣ψj ⟩ sono vettori
rappresentativi di raggi arbitrari di HS , arriviamo alla richiesta che al-
la traslazione T (a) corrisponda una trasformazione di simmetria dello
spazio degli stati puri di S.
In questo esempio la trasformazione di simmetria che collega le due
descrizioni quantomeccaniche prende origine direttamente da una simme-
tria dello spazio fisico, poiché (almeno per spostamenti a non troppo
grandi) appare ovvio assumere che i due osservatori siano effettivamen-
te equivalenti (questo costituisce un esempio di principio di simmetria).
Questa interpretazione della simmetria si dice passiva in quanto il siste-
ma S è uno solo e resta inalterato, mentre la traslazione T (a) collega
diversi osservatori. Si dice invece attiva l’interpretazione opposta, per la
quale vi è un solo osservatore che contempla due distinti sistemi fisici ot-
tenuti l’uno dall’altro per traslazione. Entrambe le visioni sono legittime
e si traducono in una trasformazione di simmetria del formalismo della
meccanica quantistica, in base all’assunzione di omogeneità dello spazio
fisico. È inoltre evidente che le due trasformazioni cosı̀ ottenute sono una

- 300 -
9.1 Trasformazioni di simmetria

l’inversa dell’altra, dato che, se lo spazio è davvero omogeneo, traslare in-


sieme osservatore e sistema osservato2 deve tradursi nella trasformazione
identica.
Quanto appena detto per le traslazioni suggerisce un’interpretazione
attiva di tipo operativo per tutte le trasformazioni di simmetria collegate
a simmetrie spazio-temporali. Si tratta, in sostanza, di effettuare (o im-
maginare di effettuare) determinate operazioni sugli apparati sperimentali
atti a preparare il sistema S in un certo stato. Dopo tali operazioni, gli
apparati prepareranno il sistema in uno stato che è legato a quello origi-
nale dalla trasformazione di simmetria T che corrisponde alle operazioni
fatte.

9.1.1. Il teorema di Wigner. Secondo la definizione presentata


nel precedente paragrafo una trasformazione di simmetria è una isometria
dello spazio proiettivo dei raggi che rispetta le eventuali regole di superse-
lezione. Un esempio immediato è fornito da una isometria dello spazio di
Hilbert stesso, cioè dall’applicazione ∣ψ⟩ ↦ ∣Uψ⟩ che conserva i prodotti
scalari
⟨Uψ∣ Uϕ⟩ = ⟨ψ∣ ϕ⟩ .
Come è noto, una isometria tra spazi di Hilbert è necessariamente un’ap-
plicazione lineare, per cui possiamo porre ∣Uψ⟩ = U ∣ψ⟩ , dove U è un
operatore unitario: UU† = U† U = 1l .
D’altro lato, se l’applicazione ∣ψ⟩ ↦ ∣Uψ⟩ non conserva i prodotti
scalari, ma li trasforma nei loro complessi coniugati, ovvero
(9.1) ⟨Uψ∣ Uϕ⟩ = ⟨ϕ∣ ψ⟩ = ⟨ψ∣ ϕ⟩ ,
essa definisce ancora una trasformazione di simmetria. Si dimostra facil-
mente che tale applicazione è antilineare, cioè
c1 ∣ψ1 ⟩ + c2 ∣ψ2 ⟩ ↦ c̄1 ∣Uψ1 ⟩ + c̄2 ∣Uψ2 ⟩ .
Possiamo ancora porre ∣Uψ⟩ = U ∣ψ⟩ con la regola U c ∣ψ⟩ = c∗ U ∣ψ⟩ ,
c ∈ C . Insieme con la (9.1) questo definisce U come operatore antiunita-
rio. In entrambi i casi si intende anche che U trasforma ciascun settore
(q ,q ,...)
HS 1 2 in se stesso o interamente in un altro settore, rispettando cosı̀
le regole di superselezione. L’esempio appena riportato è tutt’altro che
limitato, dato il seguente
Teorema di Wigner []Ogni trasformazione di simmetria T in un dato
spazio di Hilbert HS è implementabile mediante una isometria lineare
2
È importante includere nel complesso osservatore-osservato, oltre a tutto l’appa-
rato sperimentale necessario per le osservazioni, anche tutti gli agenti esterni al siste-
ma S che potrebbero influenzare la preparazione e le varie misure entro l’accuratezza
desiderata. Si pensi ad esempio al campo gravitazionale ed a quello elettromagnetico.

- 301 -
9.1 Simmetria e invarianza 9.1

o antilineare UT tra i settori di superselezione di HS ; l’operatore UT


risulta univocamente fissato da T a meno di un fattore di fase.
Più in dettaglio questo significa che:
a) Per ogni raggio ρ è possibile individuare un vettore rappresentativo
∣ψ⟩ tale che UT ∣ψ⟩ è un vettore rappresentativo di Tρ .
b) UT o è unitario o è antiunitario (si intende che dim HS > 1 ).
c) Se quanto appena detto vale sia per UT che per UT′ , allora necessa-
riamente UT′ = eiθ UT .
La dimostrazione di questo teorema, seppure non troppo difficile, è
piuttosto lunga e complessa e non sarà qui riportata. Il lettore può trovare
un’eccellente esposizione in [Bar64]
Si noti che la trasformazione identica T = e è senz’altro implementata
da un multiplo unimodulare dell’operatore identità 1l , dato che le regole
gruppali ee = e e eT = T, ∀T escludono l’alternativa antiunitaria. Per
convenzione, il suddetto fattore è solitamente fissato uguale a 1 .
In sostanza, il teorema di Wigner afferma che le trasformazioni di sim-
metria sono cambiamenti di base nello spazio di Hilbert dei vettori di stato
(con l’aggiunta della coniugazione complessa delle coordinate nel caso di
una implementazione antiunitaria). Per la precisione, si tratta sempre di
cambiamenti per i quali è possibile stabilire una corrispondenza uno-a-uno
tra la nuova base e quella originaria, tale quindi da ammettere sia una in-
terpretazione attiva che una passiva, nel senso puramente matematico già
discusso al §7.6.2. Naturalmente questo è automaticamente vero nel caso
di basi di vettori propri, dato che tali basi sono numerabili. In particola-
re, se HS è n -dimensionale, il gruppo di tutte le possibili trasformazioni
di simmetria coincide con il prodotto diretto di SU(n) , il gruppo delle
matrici n × n unitarie e unimodulari, con il gruppo discreto {1l, K} , dove
K è la coniugazione complessa relativa ad una base fissata.
9.1.2. Legge di trasformazione delle osservabili. Consideriamo
ora in che modo una trasformazione di simmetria viene implementata al
livello delle osservabili o, più generalmente, degli operatori lineari. Le
grandezze che dobbiamo prendere in esame sono i moduli quadri delle
ampiezze quantomeccaniche, e non le ampiezze stesse come faremmo in-
vece per un semplice cambiamento di base, dato che solo i moduli quadri
sono fisicamente osservabili. Come vedremo però, il risultato finale non
cambia, confermando l’interpretazione delle trasformazioni di simmetria
come riparametrizzazioni unitarie o antiunitarie dello spazio di Hilbert.
Assumendo che la trasformazione di simmetria ∣ψ⟩ → ∣Tψ⟩ agisca in sen-
so attivo per i vettori di stato, possiamo definire l’operatore attivamente
trasformato TX , a partire da un generico operatore X , nel seguente modo:
(9.2) ∣ ⟨ψ∣ TX ∣ϕ⟩ ∣2 = ∣ ⟨Tψ∣ X ∣Tϕ⟩ ∣2 ,

- 302 -
9.1 Trasformazioni di simmetria

dove ∣ψ⟩ e ∣ϕ⟩ sono arbitrari vettori di HS . Viceversa, dal punto di


vista passivo, TX andrebbe identificato con quell’operatore che possiede
tra ∣Tψ⟩ e ∣Tϕ⟩ gli stessi moduli quadri degli elementi di matrice che
competono a X tra ∣ψ⟩ e ∣ϕ⟩ , ovvero
∣ ⟨Tψ∣ TX ∣Tϕ⟩ ∣2 = ∣ ⟨ψ∣ X ∣ϕ⟩ ∣2 .
Risulta evidente che
(TX)attiva = (T −1 X)passiva .
Dal punto di vista operativo la visione passiva per le osservabili è natu-
ralmente coniugata a quella attiva per gli stati: se una certa operazione
di simmetria sugli apparati sperimentali che preparano il sistema S nello
stato puro ρ risulta nella preparazione dello stato Tρ , mentre gli apparati
che eseguono le misurazioni successive restano inalterati, allora le osserva-
bili associate a questi ultimi vanno trasformate in senso passivo, secondo
T −1 , dato che la stessa operazione di simmetria eseguita su tutti gli appa-
rati, sia di preparazione che di successiva misurazione, deve risultare nella
trasformazione identica.
Detto questo, per fissare le idee d’ora in poi considereremo, anche per
le osservabili, la formulazione valida per la visione attiva, che possiamo
associare alle misurazioni relative alla sola preparazione degli stati (la
visione passiva si ottiene in ogni caso tramite la sostituzione T → T −1 ).
Se la trasformazione di simmetria ∣ψ⟩ → ∣Tψ⟩ è implementata dall’o-
peratore unitario UT , ovvero ∣Tψ⟩ = UT ∣ψ⟩ , si può dimostrare che dalla
relazione (9.2) segue (l’esercizio è lasciato al lettore)
(9.3) ⟨ψ∣ TX ∣ϕ⟩ = ⟨Tψ∣ X ∣Tϕ⟩ ,
a meno di un fattore di fase e quindi

(9.4) TX = U†T X UT
sempre a meno di un fattore di fase. Si tratta di un fattore di fase relativo
unicamente all’operatore X , dato che la (9.4) non dipende dal fattore di
fase di UT lasciato libero dal teorema di Wigner. In ogni caso risulta
naturale porre tale fattore di fase uguale ad 1 per T = e e quindi UT = 1l .
Lo stesso vale allora per ogni altra trasformazione di simmetria T .
Se invece l’implementazione di T è antiunitaria, la relazione (9.3) va
sostituita con
(9.5) ⟨ψ∣ TX ∣ϕ⟩ = ⟨Tψ∣ X ∣Tϕ⟩ .
Ponendo ancora ∣Tϕ⟩ = UT ∣ϕ⟩ , con UT questa volta antiunitario, ed
identificando ⟨ψ∣ U†T con il bra corrispondente a UT ∣ψ⟩ , non si riottiene
la (9.4), a causa della residua coniugazione complessa. Il problema è

- 303 -
9.1 Simmetria e invarianza 9.1

che ⟨ψ∣ U†T non è un vero bra: esso agisce come funzionale antilineare, e
non lineare, su HS , per cui (⟨ψ∣ U†T ) ∣ψ ′ ⟩ non coincide con ⟨ψ∣ (U†T ∣ψ ′ ⟩) ,
rendendo mal definita l’espressione ⟨ψ∣ U†T XUT ∣ϕ⟩ . Un semplice modo
per evitare contraddizioni, ed al contempo mantenere la notazione dei
bra e ket, è di stabilire una volta per tutte che gli operatori antilineari
agiscono solo a destra, cioè solo sui ket. Possiamo allora definire l’opera-
tore aggiunto U†T di un UT antiunitario di modo che

⟨ψ∣ U†T ∣ψ ′ ⟩ = ⟨ψ∣ T −1 ψ ′ ⟩ = ⟨Tψ∣ ψ ′ ⟩ ,


per ogni coppia ∣ψ⟩ , ∣ψ ′ ⟩ in HS . Con questa convenzione, la relazione
(9.4) vale quindi in generale. Inoltre, U†T = U−1T per costruzione. È però
importante ricordare che la natura antilineare di un operatore U antiu-
nitario impone precise regole nelle manipolazioni algebriche di operatori.
Ad esempio, U non commuta con un c-numero λ , ma lo cambia nel suo
complesso coniugato: Uλ = λ̄U .

Sfruttando la relazione UT −1 = U−1 T = UT , la versione passiva della
Eq. (9.4) si scrive evidentemente
(9.6) T −1 X = UT X U†T .
Infine, un operatore X si dice invariante sotto una trasformazione di
simmetria T qualora TX = X . Dalle (9.4) o (9.6) si deduce quindi che X
è invariante se e solo se esso commuta con UT .
Possiamo ora ulteriormente verificare come il formalismo matematico
della meccanica quantistica implementi in modo assai semplice i concetti
di trasformazione di simmetria, sia attiva che passiva. Se ∣a⟩ è un auto-
vettore dell’osservabile A con autovalore a , A ∣a⟩ = a ∣a⟩ (il che equivale
a dire che A assume certamente il valore a nello stato rappresentato da
∣a⟩ ), allora ∣Ta⟩ = UT ∣a⟩ è un autovettore dell’osservabile passivamente
trasformata T −1 A = UT AU†T con lo stesso autovalore a :

(T −1 A) ∣Ta⟩ = UT AU†T UT ∣a⟩ = UT A ∣a⟩ = UT a ∣a⟩


= aUT ∣a⟩ = a ∣Ta⟩ .
D’altra parte, se lo spettro di A sostiene una realizzazione della trasfor-
mazione T , per cui ∣Ta⟩ descrive un autostato di A con autovalore Ta
(si pensi ad esempio alle traslazioni spaziali ed all’osservabile posizione),
allora l’osservabile attivamente trasformata TA = U†T AUT assume il valore
Ta sul vettore originale ∣a⟩ :
(TA) ∣a⟩ = U†T AUT ∣a⟩ = U†T A ∣Ta⟩ = U†T (Ta) ∣Ta⟩
= (Ta) U†T ∣Ta⟩ = (Ta) ∣T −1 Ta⟩ = (Ta) ∣a⟩ .

- 304 -
9.1 Trasformazioni di simmetria

Concetti operativi fisicamente tutt’altro che banali sono resi nel forma-
lismo da semplicissimi passaggi algebrici. Questo fornisce un ulteriore
sostegno alla corrispondenza tra osservabili e relativi autostati (in senso
strettamente operativo) da una parte, ed operatori autoaggiunti e relativi
autovettori dall’altra.
In particolare, possiamo controllare le proprietà di covarianza delle
equazioni del moto della meccanica quantistica sotto una trasformazione
di simmetria. Dall’equazione di Schroedinger
̵d
ih ∣ψ⟩ = H ∣ψ⟩
dt
si ottiene subito, applicando l’operatore UT ad entrambi i membri,
d
(9.7) ̵
ih ∣ψ ′ ⟩ = H ′ ∣ψ ′ ⟩ ,
dt
dove ∣ψ ′ ⟩ = ∣Tψ⟩ = UT ∣ψ⟩ e H ′ = T −1 H = UT HU†T . Dunque la nuova equa-
zione di Schroedinger ha la stessa forma di quella originale, che è quanto
richiesto dalla covarianza. Si noti che lo stesso risultato si ottiene anche
più in generale, nel caso in cui UT dipenda esplicitamente dal tempo:
dopo la trasformazione l’equazione di Schroedinger si legge ancora come
la (9.7), con la nuova Hamiltoniana data da

(9.8) ̵ ∂UT U† .
H ′ = UT HU†T + ih
∂t T
problema 9.1-1 []Si verifichi la covarianza delle equazioni del moto di
Heisenberg per le osservabili sotto trasformazioni di simmetria.
Dato che in generale, dal punto di vista pratico, le trasformazioni di sim-
metria sono individuate da precise corrispondenze tra le osservabili (quasi
sempre indotte da certe proprietà spazio-temporali), piuttosto che dal-
le equivalenti corrispondenze tra stati, la legge di trasformazione (9.4)
risulta particolarmente utile per determinare esplicitamente UT a par-
tire dall’azione di T sulle osservabili. Possiamo limitarci a considerare
tale azione su un insieme di osservabili fondamentali {A1 , A2 , . . .} , vi-
sto che ogni altra osservabile A risulta matematicamente esprimibile in
funzione di quelle fondamentali. In effetti, se A = f(A1 , A2 , . . .) , allora
TA = f(TA1 , TA2 , . . .) . Quindi, grazie alla (9.4), abbiamo
U†T A UT = f(U†T A1 UT , U†T A2 UT , . . .) ,
relazione che spesso si riduce ad una identità, grazie alla particolare forma
funzionale di f (ad esempio per f algebrica semplice).
Osserviamo ora che l’implementazione (9.4) della trasformazione di
simmetria T , una volta considerata per un insieme di osservabili fon-
damentali, fissa UT a meno di un fattore di fase. Se infatti UT e VT

- 305 -
9.1 Simmetria e invarianza 9.1

implementano entrambi T , avremo


TAj = U†T Aj UT = VT† Aj VT
e quindi

Aj = T −1 TAj = [UT VT−1 ] Aj UT VT−1 .
Dunque UT VT−1 commuta con tutte le osservabili fondamentali ed è perciò
un multiplo dell’identità, ovvero VT = eiα UT .
Per costruire UT esplicitamente, stabilendo tra l’altro la sua natu-
ra lineare o antilineare, possiamo far ricorso alle regole di commutazione
tra le osservabili fondamentali, che per definizione devono funzionalmente
chiudersi sulle stesse Aj e l’identità. Piuttosto che presentare una tratta-
zione in termini generali, necessariamente piuttosto astratta, ci limitiamo
qui a riportare la formula generale di partenza, che segue combinando la
regola (9.4) con la possibilità di esprimere TAj in termini delle A1 , A2 , . . .
stesse:
(9.9) U†T Aj UT = Tj (A1 , A2 , . . .) ,
dove le Tj sono funzioni solitamente piuttosto semplici. Per un’anali-
si dettagliata, preferiamo rimandare ai vari esempi trattati nei prossimi
paragrafi.
9.1.3. Trasformazioni infinitesimali e generatori. In base al teo-
rema di Wigner, una trasformazione infinitesimale di simmetria, classica-
mente realizzata come trasformazione canonica infinitesimale, consiste nel
formalismo della meccanica quantistica in un operatore unitario che dif-
ferisce “poco” dall’identità (per definizione un operatore antiunitario non
può differire “poco” dall’identità). Per una definizione precisa, conside-
riamo un parametro infinitesimo ϵ ed un operatore autoaggiunto Q e
poniamo
(9.10) U = 1l − iϵQ .
Si verifica subito che l’operatore U è unitario al primo ordine in ϵ
UU† = (1l − iϵQ)(1l + iϵQ) = 1l + O(ϵ2 ) .
Ripetendo molte volte una trasformazione infinitesima si ottiene una tra-
sformazione finita: per ogni ∣ψ⟩ appartenente al dominio di analiticità di
Q si ottiene
iλ n
lim (1l − Q) ∣ψ⟩ = exp(−iλQ) ∣ψ⟩ .
n→∞ n
D’altro lato, esiste unico l’operatore unitario U(λ) che per λ reale coin-
cide con exp(−iλQ) sul dominio di analiticità di Q , per cui possiamo
porre
U(λ) = exp(−iλQ) .

- 306 -
9.1 Trasformazioni di simmetria

Ovviamente, per λ = ϵ , questa relazione riproduce al primo ordine la


definizione iniziale (9.10). Al variare di λ sui reali, U(λ) descrive un
sottogruppo ad un parametro, continuo in senso forte, di operatori
unitari (e quindi di trasformazioni di simmetria), caratterizzato dalla legge
di composizione
U(λ ′ )U(λ) = U(λ ′ + λ) .
L’operatore autoaggiunto Q si dice il generatore di tale sottogruppo.
L’inverso di questa costruzione costituisce il seguente
Teorema di Stone []Sia {U(λ)} un sottogruppo a un parametro di
operatori unitari continuo in senso forte; allora l’operatore Q definito da
Q ∣ψ⟩ = lim iλ−1 [U(λ) − 1l] ∣ψ⟩
λ→0
su ogni vettore ∣ψ⟩ per il quale il limite esiste in senso forte, è autoag-
giunto e genera il sottogruppo, cioè U(λ) = exp(−iλQ) .
Abbiamo già avuto modo di incontrare questo teorema al §7.7, in relazio-
ne all’evoluzione temporale ed alla Hamiltoniana, ed al paragrafo §7.6.3,
riguardo alle traslazioni spaziali ed al momento. In questo capitolo esso
gioca un ruolo fondamentale e sarà d’ora in poi sempre sottinteso.
Supponiamo ora che sia a priori definito, per il sistema S , un sot-
togruppo continuo ad un parametro {T (λ), λ ∈ R} di trasformazioni di
simmetria. Risulta allora spontaneo domandarsi se tale sottogruppo è
sempre implementabile da operatori unitari della forma UT (λ) ≡ U(λ) =
exp(−iλQ) , che come sappiamo formano a loro volta un sottogruppo ad
un parametro. Il teorema di Wigner e la continuità del sottogruppo per
λ → 0 ci garantiscono l’esistenza di un operatore unitario V(λ) che imple-
menta T (λ) a meno di un fattore di fase. L’indeterminazione su tale fase
esiste indipendentemente per ogni λ , per cui in generale V(λ) soddisfa
alla legge di composizione del sottogruppo a meno di un fattore di fase,
cioè
(9.11) V(λ ′ )V(λ) = ω(λ ′ , λ)V(λ ′ + λ) ,
dove ∣ω(λ ′ , λ)∣ = 1 . Possiamo sempre fissare la fase globale della famiglia
{V(λ)} in modo tale che V(0) = 1l , per cui
ω(λ, 0) = ω(0, λ) = 1 .
Quindi, differenziando la (9.11) rispetto a λ ′ in λ ′ = 0 si ottiene
dV(λ)
= −i[Q + f(λ)]V(λ) ,

dove Q è il generatore di V(λ) e f(λ) è una funzione reale e continua
dV(λ) d
Q=i ∣ =0, f(λ) = −i log ω(µ, λ)∣ .
dλ λ dµ µ=0

- 307 -
9.1 Simmetria e invarianza 9.1

L’operatore U(λ)
λ
U(λ) = V(λ) exp [i ∫ dµ f(µ)]
0
soddisfa allora all’equazione
dU(λ)
= −iQU(λ) ,

la quale, insieme alla condizione U(0) = 1l , implica immediatamente
U(λ) = exp(−iλQ) . In definitiva, abbiamo appena verificato che il fattore
di fase ω(λ ′ , λ) è sempre eliminabile mediante un’opportuna ridefinizione
delle fasi relative degli operatori unitari che implementano un sottogrup-
po ad un parametro di trasformazioni di simmetria. Ogni sottogruppo di
questo tipo risulta quindi interamente identificato dal proprio generatore,
che è un operatore autoaggiunto sullo spazio di Hilbert.
L’azione di una trasformazione infinitesima sugli operatori lineari si
deduce dalle relazioni (9.4) e (9.10)
(1l + iϵQ) X (1l − iϵQ) = X + iϵ[Q , X] + O(ϵ2 ) .
Alla luce di quanto visto sopra, possiamo riscrivere questa relazione come
d
[Q , X] = −i [T (λ)X]∣
dλ λ=0

Quindi l’operatore X è invariante sotto T (λ) se e solo se esso commuta


con il corrispondente generatore Q .
9.1.4. Sistemi composti. Consideriamo due sistemi fisici S1 e S2 ,
con i relativi spazi di Hilbert H1 e H2 . Come sappiamo, al sistema
composto S1 ∪ S2 è associato il prodotto diretto H1 ⊗ H2 (vedi §7.2.1).
Si supponga inoltre che per S1 e S2 siano definite le trasformazioni di
simmetria T1 e T2 , implementate rispettivamente dagli operatori U1 e
U2 .
Tra i vari stati puri di S1 ∪ S2 , vi sono quelli che corrispondono a
stati puri sia di S1 che di S2 ; evidentemente, questi stati sono descritti
da vettori della forma ∣Ψ⟩ = ∣ψ1 ⟩ ∣ψ2 ⟩ . Su tali vettori possiamo definire
l’azione del prodotto esterno T12 = (T1 , T2 ) delle due trasformazioni, in
modo molto naturale, come
(9.12) ∣T12 Ψ⟩ = ∣T1 ψ1 ⟩ ∣T2 ψ2 ⟩ = [U1 ∣ψ1 ⟩] [U2 ∣ψ2 ⟩] .
In effetti l’arbitrarietà della scelta dei vettori rappresentativi dei vari rag-
gi non causa alcun problema, poiché per ipotesi questi stati puri sono
fattorizzati: ρ = ρ1 ⊗ ρ2 ( ρ = ∣Ψ⟩ ⟨Ψ∣ e ρj = ∣ψj ⟩ ⟨ψj ∣ , j = 1, 2).
Ci poniamo ora il problema di come estendere T12 a tutto H1 ⊗ H2
in modo tale che essa sia una trasformazione di simmetria per il sistema

- 308 -
9.1 Trasformazioni di simmetria

composto. Per quanto visto finora, e tenendo conto che H1 ⊗H2 ammette
per definizione delle basi ortonormali fattorizzate, la condizione appena
richiesta sarà senza dubbio soddisfatta se T12 viene estesa linearmente
o antilinearmente. È tuttavia facile convincersi che se U1 e U2 sono
entrambi unitari l’unica estensione consistente è quella lineare, mentre se
sono entrambi antiunitari, l’unica consistente è l’estensione antilineare;
infine, nessuna delle due estensioni è consistente se uno dei due operatori
è unitario e l’altro è antiunitario.
Dalla (9.12) risulta ora evidente che l’operatore U12 che implementa
T12 in H1 ⊗ H2 è il prodotto tensoriale dei due operatori U1 e U2 ,
(9.13) U12 = U1 ⊗ U2 .
Adottando la convenzione diffusa, già introdotta a pag. 195, di identificare
U1 con U1 ⊗ 1l e U2 con 1l ⊗ U2 , la (9.13) si riscrive più semplicemente
come U12 = U1 U2 . Questo risultato si estende in modo ovvio al caso di
un numero qualunque di sistemi e relative trasformazioni.
Come già ripetuto, le trasformazioni di simmetria fisicamente più si-
gnificative sono quelle che traggono origine da proprietà di simmetria dello
spazio-tempo. Supponiamo ora che T1 e T2 siano trasformazioni di sim-
metria di questo tipo. È evidente allora che la definizione appena data
di trasformazione composta T12 non corrisponde in generale ad una sim-
metria spazio-temporale, a meno che T1 e T2 non rappresentino l’azione
sugli stati e sulle osservabili di S1 e S2 della stessa trasformazione T . Se
questo è effettivamente il caso e se esiste una corrispondenza biunivoca tra
le osservabili dei due sistemi, possiamo fare l’identificazione T1 = T2 = T .
Consideriamo ad esempio il caso di due particelle distinguibili, sogget-
te ad una data traslazione: evidentemente T1 = T2 = T = traslazione di
spostamento a se effettivamente T1 x1 = x1 + a e T2 x2 = x2 + a (con le
restanti osservabili fondamentali, momenti ed eventuali spin, non modifi-
cate). Più in generale T1 e T2 possono essere realizzazioni distinte della
stessa trasformazione T : si pensi ad esempio ad una rotazione sul sistema
composto da due particelle di spin diverso. In ogni caso la trasformazione
composta T12 è ancora una realizzazione della medesima trasformazione
T.
Conviene adattare opportunamente la notazione: con T (1) , T (2) e
T (12) indichiamo le realizzazioni di T su S1 , S2 e S1 ∪S2 , rispettivamente,
e scriviamo gli operatori che le rappresentano su H1 , H2 e H1 ⊗ H2
(1) (2) (12)
come UT , UT e UT (anche i primi due sono intesi come operatori
su H1 ⊗ H2 , secondo la solita convenzione). Abbiamo dunque, in accordo
con l’Eq. (9.13),
(12) (1) (2)
(9.14) UT = UT UT ,

- 309 -
9.2 Simmetria e invarianza 9.2

che si generalizza immediatamente alle composizioni di un numero gene-


rico N di sistemi, ovvero
(12...N) (1) (2) (N)
(9.15) UT = UT UT . . . UT
con notazione dal significato evidente. Questa costituisce la regola gene-
rale secondo la quale una fissata trasformazione di simmetria viene estesa
a sistemi composti. Se la trasformazione T è idempotente, T 2 = 1l , l’ope-
ratore UT è autoaggiunto e può rappresentare una osservabile (questo è
il caso ad esempio della parità, che discuteremo in dettaglio più avanti).
Allora la regola (9.15) identifica UT come un numero quantico molti-
plicativo, poiché i suoi autovalori in un sistema composto si ottengono
come prodotto degli autovalori di ciascun sistema componente.
Supponiamo ora che T appartenga al sottogruppo ad un parametro di
(1)
trasformazioni di simmetria {T (λ)} rappresentato da UT (λ) = exp(−iλQ1 )
(2)
su H1 e da UT (λ) = exp(−iλQ2 ) su H2 , rispettivamente. La notazione
più corretta sarebbe Q(1) e Q(2) anche per i generatori, per sottolineare
il fatto che si tratta di due distinte rappresentazioni del medesimo genera-
tore astratto. Una volta messo in chiaro questo punto, possiamo adottare
la notazione più leggera Q1 e Q2 (un buon compromesso si ottiene po-
nendo Q1 = Q(1) ⊗ 1l e Q2 = 1l ⊗ Q(2) , il che precisa esattamente lo spazio
di Hilbert su cui i vari operatori agiscono). La rappresentazione del sot-
togruppo {T (λ)} per il sistema composto si scriverà, secondo la regola
(9.14)
(12) (1) (2)
UT (λ) = UT (λ) UT (λ) = exp [−iλ (Q1 + Q2 )] ,
dato che Q1 e Q2 evidentemente commutano. Otteniamo cosı̀ la regola
di composizione dei generatori

(9.16) Q(12) = Q1 + Q2 ,
che si generalizza immediatamente alla
N
(9.17) Q(12...N) = ∑ Qj
j=1

nel caso di una composizione multipla. Di conseguenza possiamo affermare


che le osservabili che rappresentano nei vari sottosistemi il generatore di
un sottogruppo ad un parametro di trasformazioni di simmetria sono dei
numeri quantici additivi. Esempi fondamentali di osservabili di questo
tipo sono le componenti del momento lineare e del momento angolare, che
rispettivamnte rappresentano, come vedremo, i generatori delle traslazioni
e delle rotazioni.

- 310 -
9.2 Invarianze e leggi di conservazione

9.2. Invarianze e leggi di conservazione


Siamo finalmente in posizione per descrivere l’altro fondamentale aspetto
delle simmetrie in meccanica quantistica, cioè quello che riguarda non già
come si manifesta la covarianza della leggi fondamentali, che ora diamo
per scontato in base alla nozione di trasformazione di simmetria, ma co-
me si manifestano le proprietà di invarianza della dinamica quantistica di
uno specifico sistema fisico. Innanzitutto notiamo che, tra tutte le trasfor-
mazioni di simmetria, per ipotesi (il postulato IV) ne esiste una famiglia
speciale, e cioè quella che corrisponde all’evoluzione temporale T (t, t0 ) ,
implementata dagli operatori unitari U(t, t0 ) (vedi §7.7). L’evoluzione
temporale per definizione agisce su tutte le caratteristiche del sistema S
e quindi anche sulle altre trasformazioni di simmetria. Dal punto di vi-
sta degli operatori che le implementano, questo corrisponde al passaggio
dalla descrizione di Schroedinger a quella di Heisenberg: nella prima una
trasformazione T è vista come generata da operazioni su S e i relativi
apparati di misura, ed è quindi implementata da un fissato operatore UT ;
nella seconda T è interpretata innanzitutto come corrispondenza tra va-
riabili dinamiche, e quindi tra osservabili nella descrizione di Heisenberg,
ed è perciò implementata da
UT (t)H = U(t, t0 )† UT U(t, t0 ) .
In effetti, volendo estendere la legge di trasformazione delle osservabili
fondamentali, Eq. (9.9), alla descrizione di Heisenberg, dovremo far uso
di UT (t)H e non di UT :

(9.18) UT (t)†H Aj (t)H UT (t)H = Tj (A1 (t)H , A2 (t)H , . . .) .


Se consideriamo invece di effettuare al tempo t la trasformazione T sulle
variabili dinamiche, avremo
U†T Aj (t)H UT = T̃j (A1 (t)H , A2 (t)H , . . .) ,

con le funzioni T̃j generalmente diverse dalle Tj . Detto in altri termini,


una generica trasformazione di simmetria T non commuta con l’evoluzione
temporale, e quindi evolve anch’essa.
Diremo perciò che una fissata trasformazione di simmetria T è una
invarianza del moto del sistema fisico S se essa commuta con l’evoluzione
temporale del sistema stesso. Abbiamo visto che per le osservabili fon-
damentali questo richiede che T̃j = Tj . Dal punto di vista degli stati, la
richiesta di invarianza è che due raggi collegati dall’evoluzione temporale
siano trasformati da T in due raggi collegati dalla stessa evoluzione tem-
porale. Alternativamente possiamo dire che raggi corrispondenti sotto T
all’istante t0 saranno ancora corrispondenti sotto T all’istante t , per cui

- 311 -
9.2 Simmetria e invarianza 9.2

la corrispondenza sotto T degli stati puri è una caratteristica costante del


moto.
In termini degli operatori UT 3 e U(t, t0 ) che implementano rispetti-
vamente T e l’evoluzione temporale sullo spazio di Hilbert, la condizione
di invarianza si esprime quindi come segue
(9.19) UT U(t, t0 ) = eiΦ U(t, t0 )UT ,
dove il fattore di fase è in linea di principio possibile dato che le corri-
spondenze tra raggi non ne vengono alterate. In ogni caso Φ = Φ(t, t0 )
deve annullarsi per t = t0 ; inoltre, per le proprietà di U(t, t0 ) , deve
essere una funzione antisimmetrica, Φ(t, t0 ) = −Φ(t0 , t) e soddisfare la
legge di composizione Φ(t, t0 ) = Φ(t, t1 ) + Φ(t1 , t0 ) . Quindi Φ(t, t0 ) =
φ(t) − φ(t0 ) .
Riletta nella forma UT U(t, t0 )U†T = eiΦ U(t, t0 ) la (9.19) esprime l’in-
varianza dell’evoluzione temporale sotto T , mentre riletta come
U(t, t0 )† UT U(t, t0 ) = eiΦ UT
essa esprime l’invarianza di T sotto l’evoluzione temporale. Risulta anche
evidente che le trasformazioni di simmetria che sono anche invarianze del
moto formano un sottogruppo.
Si noti che il fattore di fase Φ(t, t0 ) = φ(t) − φ(t0 ) puó venir sempre
riassorbito in una ridefizione di UT , a patto di accettare anche imple-
mentazioni che dipendono dal tempo della trasformazione T , che invece
da t non dipende affatto. Possiamo comunque fare a meno di una simile
eventualità ed assumere UT fissato nel tempo, procedendo nel seguente
modo. Differenziamo l’Eq. (9.19) rispetto t e facciamo uso dell’equazione
del moto di U(t, t0 ) (Eq. (7.80)) per ottenere
UT H(t)U(t, t0 )U†T = eiΦ [H(t) − φ̇] U(t, t0 ) ,
dove φ̇ = dφ/dt e H(t) è la Hamiltoniana, possibilmente dipendente dal
tempo. Quindi utilizzando ancora la (9.19), l’ultima relazione si riscrive
UT H(t) U†T = H(t) − φ̇ ,
la quale implica anche
U†T H(t) UT = H(t) + φ̇ .
Dunque, se φ̇ ≠ 0 , UT agisce come operatore invertibile di traslazione su
H(t) , che deve perciò possedere uno spettro illimitato sia superiormente
che inferiormente. Ma i sistemi fisicamente accettabili devono avere una
3
In questo come in quasi tutti i seguenti paragrafi, assumeremo tacitamente che
UT sia unitario. Dopo tutto, l’unica implementazione antiunitaria fisicamente rilevante
è quella dell’inversione temporale, che tratteremo in dettaglio solo alla fine del capitolo.

- 312 -
9.2 Invarianze e leggi di conservazione

Hamiltoniana H(t) limitata dal di sotto per ogni t , per cui necessaria-
mente φ̇ = 0 , ovvero φ(t) = costante e Φ = 0 . Si noti anche che nel caso
di un UT idempotente ( (UT )n = 1l per un qualche intero n > 1 ), dalla
(9.19) si ottiene einΦ = 1 , per cui la continuità con il valore 0 a t = t0
impone Φ = 0 sempre, indipendentemente dallo spettro di H(t) .
In definitiva, tenendo conto dell’unicità di U(t, t0 ) a partire da H(t) ,
abbiamo ottenuto il seguente risultato:
Teorema 9.2.1 []La trasformazione di simmetria T è una invarianza del
moto del sistema fisico S se e solo se UT commuta con l’Hamiltoniana
H(t) di S :
(9.20) [H(t), UT ] = 0 ,
ovvero se H(t) è invariante sotto la trasformazione T : U†T H(t)UT =
H(t) 4 .
Ne consegue immediatamente che l’equazione di Schroedinger non è so-
lo covariante ma anche invariante sotto la trasformazione T in questio-
ne. L’equazione trasformata (9.7) è identica a quella originale. In par-
ticolare questo significa che se ∣ψ(t)⟩ è una soluzione dell’equazione di
Schroedinger, allora anche ∣ψ ′ (t)⟩ = UT ∣ψ(t)⟩ lo è.
Supponiamo ora che UT appartenga al sottogruppo ad un parametro
generato dall’osservabile Q , ovvero UT = exp(−iλQ) per un certo valore
di λ . La condizione di invarianza (9.20) equivale allora alla relazione
∂ dQ
i [T (λ)H(t)]∣ = [H(t), Q] = −i =0
∂λ λ=0 dt
che dimostra che ad ogni sottogruppo ad un parametro di invarianze è
associata una legge di conservazione, espressa dal fatto che il generatore
Q è un’osservabile costante del moto, cioè una carica conservata.
9.2.1. Trasformazioni dipendenti dal tempo. Nel precedente pa-
ragrafo abbiamo definito una trasformazione di simmetria come una inva-
rianza, qualora essa commuti con l’evoluzione temporale. Abbiamo anche
assunto che la trasformazione T in questione fosse fissata una volta per
tutte, cioè fosse indipendente dal tempo t . Possiamo ora togliere questa
limitazione, considerando il caso di una famiglia {T (t)} di trasformazio-
ni di simmetria che dipende esplicitamente dal tempo, nel senso che essa
corrisponde ad operazioni su S che variano effettivamente da istante a
istante. Si intende che tale dipendenza è continua ed è fissata a priori,
senza alcun riferimento cioè all’evoluzione temporale effettiva del sistema
S . Un esempio importante sarà considerato al §9.3.6.
4
Questa conclusione richiede una modifica in presenza di invarianza locale di gauge
(vedi §9.4).

- 313 -
9.3 Simmetria e invarianza 9.3

La condizione di invarianza (9.19) va ora modificata nella

(9.21) UT (t) U(t, t0 ) = eiΦ U(t, t0 )UT (t0 ) .

Sfruttando le proprietà di U(t, t0 ) è facile verificare che dobbiamo anco-


ra avere Φ = φ(t) − φ(t0 ) , per cui possiamo riassorbire il fattore di fase
ponendo UT (t) = eiφ(t) V(t) . Possiamo inoltre assumere che gli operatori
V(t) siano unitari, dato che una famiglia antiunitaria si può sempre ot-
tenere moltiplicando per un fissato operatore antiunitario. Scrivendo la
(9.21) nella forma

(9.22) V(t) = U(t, t0 )V(t0 )U(t, t0 )†

appare ora evidente che l’operatore evoluto secondo Heisenberg, vale a


dire
V(t)H = U(t, t0 )† V(t)U(t, t0 ) ,
coincide con V(t0 ) ed è perciò costante nel tempo. D’altra parte, diffe-
renziando l’Eq. (9.22) rispetto a t e tenendo conto che

H(t) = i[∂U(t, t0 )/∂t] × U(t, t0 )†

si ricava
∂V(t)
i V(t)† + V(t)H(t)V(t)† = H(t) ,
∂t
che esprime l’invarianza dell’equazione di Schroedinger sotto T (si vedano
le relazioni (9.7) e (9.8)).
Se inoltre assumiamo che, per ogni t , V(t) sia un elemento del sot-
togruppo ad un parametro exp[−iλQ(t)] , possiamo riscrivere la (9.22)
interamente in termini dei generatori come
∂Q(t)
(9.23) [H(t), Q(t)] = i .
∂t
Abbiamo cosı̀ ottenuto, da un lato, la legge trasformazione infinitesima
della Hamiltoniana (si ricordi che la dipendenza di Q(t) da t si intende
fissata a priori) e, dall’altro lato, la legge di conservazione
d ∂
(9.24) Q(t)H = Q(t)H + i[H(t)H , Q(t)H ] = 0
dt ∂t
per l’osservabile di Heisenberg

Q(t)H = U(t, t0 )† Q(t)U(t, t0 ) .

- 314 -
9.3 Gruppi di simmetria e di invarianza

9.3. Gruppi di simmetria e di invarianza


Come sappiamo, l’insieme di tutte le trasformazioni di simmetria della
descrizione quantomeccanica di un sistema fisico S formano un gruppo.
Inoltre, quelle particolari trasformazioni collegate ad operazioni fattibili in
laboratorio costituscono in generale vari sottogruppi, e lo stesso vale per le
trasformazioni che sono anche invarianze del moto. Inoltre, come vedremo
in seguito, tra le trasformazioni di simmetria fisicamente rilevanti, soltanto
l’inversione temporale viene implementata da un operatore antiunitario.
Nella discussione che segue possiamo quindi limitarci a considerare i sot-
togruppi formati dalle altre trasformazioni, cui corrispondono operatori
unitari. Infatti, componendo questi ultimi con l’inversione temporale, si
ottengono le componenti non connesse all’identità che sono rappresentate
da operatori antiunitari: le loro proprietà sono comunque riconducibili ai
sottogruppi originali ed alla inversione temporale.
Per meglio descrivere il caso di un generico sottogruppo di trasforma-
zioni unitariamente implementabili conviene adottare la notazione propria
dei gruppi astratti (vedi App. B.1). Se G è un tale gruppo, diremo che
una certa collezione {T } di trasformazioni di simmetria realizza il grup-
po G se esiste un isomorfismo tra G e {T } : g ∈ G ←→ T (g) ∈ {T } .
Quindi, tramite il teorema di Wigner, risulta identificata una collezione
di operatori unitari sullo spazio di Hilbert che rappresentano il gruppo
astratto G a meno di un fattore di fase. Quest’ultima precisazione è in-
dispensabile proprio perché il teorema di Wigner lascia indeterminata la
fase dell’operatore U(g) ≡ UT (g) corrispondente a ciascuna trasformazio-
ne T (g) ; quindi, per una generica scelta di queste fasi, al prodotto g1 g2
di due elementi g1 e g2 di G viene in generale associato un operatore
U(g1 g2 ) che differisce per un fattore di fase dal prodotto U(g1 )U(g2 )
dei due operatori, cioè
(9.25) U(g1 g2 ) = ω(g1 , g2 )U(g1 )U(g2 )
dove ∣ω(g1 , g2 )∣ = 1 . Queste considerazioni sono evidentemente la ge-
neralizzazione diretta al caso di un G arbitrario di quanto già visto al
§9.1.3 per i sottogruppi ad un parametro. Nella terminologia matematica
corrente si dice che la famiglia {U(g), g ∈ G} forma una rappresentazione
unitaria proiettiva del gruppo G sullo spazio di Hilbert dei vettori di
stato. Essa si riduce ad una rappresentazione in senso stretto se e solo
se esiste una scelta specifica dei fattori di fase tale che ω(g1 , g2 ) = 1 per
ogni coppia g1 , g2 ∈ G . Come vedremo, diversamente dai sottogruppi ad
un parametro, per arbitrari G questo non è sempre possibile. Per quan-
to riguarda il fattore di fase globale di {U(g), g ∈ G} , esso risulta fissato
dalla regola che l’elemento neutro di G , cui corrisponde la trasformazione
identica, sia rappresentato dall’operatore identità: U(e) = 1l .

- 315 -
9.3 Simmetria e invarianza 9.3

Un caso molto rilevante è quando il sottogruppo G è un gruppo


di Lie connesso. Le corrispondenti trasformazioni sono quindi tutte ge-
nerate da trasformazioni infinitesime successive. Consideriamo inoltre
un insieme {λ1 , λ2 , . . . , λr } di coordinate normali (o parametri canoni-
ci) in un intorno dell’elemento neutro di G (vedi App. B.1). Indiche-
remo allora con g(λ1 , λ2 , . . . , λr ) un generico elemento di tale intorno e
con U(λ1 , λ2 , . . . , λr ) l’operatore corrispondente. Si noti che la continuità
stessa del gruppo impone che U(λ1 , λ2 , . . . , λr ) sia unitario piuttosto che
antiunitario: all’origine dello spazio parametrico corrisponde l’elemento
neutro g(0, . . . , 0) = e , per cui U(0, . . . , 0) = 1l .
Come sappiamo dal §9.1.3, le fasi relative tra gli operatori U(g) pos-
sono essere sempre scelte in modo tale che ciascuno dei sottogruppi ad
un parametro, per i quali una sola coordinata normale è diversa da zero,
venga rappresentato in senso stretto, senza alcun fattore di fase:
U(. . . , λj , . . .) U(. . . , µj , . . .) = U(. . . , λj + µj , . . .) .
Dunque a ciascuna coordinata normale corrisponde un sottogruppo ad un
parametro di operatori unitari, continuo in senso forte. Per il teorema di
Stone possiamo allora porre
U(. . . , λj , . . .) = exp (−iλj Qj ) ,
dove Qj è l’operatore autoaggiunto che genera il sottogruppo a un para-
metro corrispondente alla coordinata λj . Ripetendo l’analisi per ciascuno
dei restanti sottogruppi si ottiene l’insieme Q1 , Q2 , . . . , Qr dei generatori
della rappresentazione proiettiva corrispondente alle coordinate normali
λ1 , λ2 , . . . , λr . Quindi, grazie alla definizione stessa di coordinate normali,
per un generico elemento del gruppo G avremo
r
(9.26) U(λ1 , λ2 , . . . , λr ) = exp(−i ∑ λj Qj ) .
j=1

Da questa relazione e dalla regola generale (9.4), si deduce facilmente la


forma infinitesima per le trasformazioni delle osservabili: se tutte le λj
sono di ordine ϵ e ϵ → 0 , abbiamo

T (g)A = (1l + i ∑ λj Qj + O(ϵ2 ))A(1l − i ∑ λj Qj + O(ϵ2 ))


j j
2
= A + i ∑ λj [Qj , A] + O(ϵ ) ,
j

da cui segue immediatamente



(9.27) [Qj , A] = −i T (g)A∣ .
∂λj λ1 =...=λr =0

- 316 -
9.3 Gruppi di simmetria e di invarianza

Come vedremo più avanti, questa relazione, una volta applicata ad un


insieme di osservabili fondamentali A1 , A2 , . . . , risulta di solito sufficiente
per fissare i generatori Qj come funzioni delle A1 , A2 , . . . , a meno di
multipli dell’identità.
Consideriamo ora due arbitrari elementi di G , g1 = g(λ1 , . . . , λr ) e
g2 = g(µ1 , . . . , µr ) ed applichiamo la formula di Baker-Hausdorff nella
relazione (9.25)

U(g1 )U(g2 ) = exp[−i ∑(λj + µj )Qj − 21 ∑ λj µk [Qj , Qk ] + O(ϵ3 )] ,


j jk

dove abbiamo assunto che i parametri λj e µj siano tutti di ordine ϵ .


D’altra parte abbiamo

U(g1 g2 ) = exp(−i ∑ νj Qj ) ,
j

per opportuni valori ν1 , . . . , νr . Inoltre, tenuto conto che necessariamente


ω(g, e) = ω(e, g) = 1 , abbiamo

ω(g1 , g2 ) = exp(i ∑ djk λj µk + O(ϵ3 )) ,


jk

dove le costanti djk sono antisimmetriche, djk = −dkj , poiché per ipotesi
ω(g, g) = 1 . Dalla relazione (9.25) otteniamo perciò

[Qj , Qk ] = i ∑ cnjk Qn + idjk 1l


n

1 j
νj = λj + µj + k n 3
∑ c λ µ + O(ϵ ) ,
2 n kn

in termini delle costanti di struttura cnjk del gruppo G (vedi App. B.1).
Dunque la natura proiettiva della rappresentazione si traduce al livel-
lo dell’algebra di Lie in una cosiddetta estensione centrale, ovvero nella
comparsa di c-numeri a destra delle regole di commutazione dei generatori
sullo spazio di Hilbert.
Se ω(g1 , g2 ) = 1 per ogni coppia g1 , g2 , allora evidentemente djk = 0 .
Il viceversa vale solo se il gruppo in questione è semplicemente connesso.
Nel caso di gruppi di Lie non semplicemente connessi esistono rappresenta-
zioni tali che djk = 0 , mentre ω(g1 , g2 ) può assumere un certo numero di
valori discreti (questo è proprio il caso del gruppo SO(3) delle rotazioni
studiato nel cap. 8). In quanto segue consideriamo G semplicemente
connesso.

- 317 -
9.3 Simmetria e invarianza 9.3

La ridefinizione delle fasi relative degli operatori UT corrisponde ad


aggiungere delle costanti agli operatori Qj

Qj → Qj + uj Ô⇒ U(λ1 , . . . , λr ) → exp(−i ∑ uj λj )U(λ1 , . . . , λr )


j

e determina la seguente trasformazione lineare per le costanti djk


djk → djk − ∑ cnjk un .
n
Rappresentazioni proiettive le cui costanti caratteristiche djk sono lega-
te da tale legge di trasformazione si dicono equivalenti. In particolare,
una rappresentazione proiettiva è equivalente ad una rappresentazione
vettoriale in senso stretto se e solo se le costanti djk sono della forma
∑n cnjk un per opportuni uj . Si noti comunque che le costanti djk non
sono in generale tutte linearmente indipendenti, a causa dei vincoli impo-
sti dall’identità di Jacobi [ [Qi , Qj ], Qk ]+[ [Qj , Qk ], Qi ]+[ [Qk , Qi ], Qj ]
= 0 , vale a dire
n k k
(9.28) ∑ (cij dkn + cjk din + cki djn ) = 0 .
n
Vediamo subito che djk = ∑n cnjk un rappresenta una famiglia di soluzioni
banali di questo vincolo lineare (sempre per via dell’identità di Jacobi
soddisfatta dalle costanti di struttura), come richiesto dal fatto che djk =
∑n cnjk un è equivalente a djk = 0 . In definitiva, le djk sono le componenti
di un generico vettore in uno spazio lineare reale con dimensione ν pari al
numero di soluzioni antisimmetriche, non equivalenti a zero e linearmente
indipendenti, dell’equazione lineare (9.28). Evidentemente 0 ≤ ν ≤ 12 r(r −
1) . Nei prossimi paragrafi esamineremo più in dettaglio questo problema
nel caso di alcuni fondamentali gruppi di simmetria.
Qualora le trasformazioni di simmetria di un certo sottogruppo G
siano anche delle invarianze del sistema S , ovvero, ∀t ,
(9.29) [H(t) , U(g)] = 0 , ∀g ∈ G ,
diremo che G è un gruppo di invarianza di S . Se G è un gruppo di Lie,
allora avremo anche
(9.30) [H(t) , Q] = 0 , ∀Q ∈ g ,
dove g è l’algebra di Lie dei generatori di {U(g), g ∈ G} . g è quindi
un’algebra di Lie di costanti del moto (vedi §7.7.1).
I gruppi di simmetria giocano un ruolo fondamentale in meccanica
quantistica, senz’altro maggiore che in meccanica classica, data la rela-
zione più stretta esistente tra gruppi e loro rappresentazioni unitarie ir-
riducibili in spazi di Hilbert, rispetto a quella esistente tra gruppi e loro
realizzazioni canoniche in spazi delle fasi (è la linearità dello spazio di

- 318 -
9.3 Gruppi di simmetria e di invarianza

Hilbert, ovvero il principio di sovrapposizione lineare, che risulta parti-


colarmente vincolante). La nozione di rappresentazione irriducibile è
di centrale importanza. Essa permette di strutturare lo spazio di Hilbert
come somma diretta (o integrale diretto nel caso di gruppi non compatti)
di rappresentazioni irriducibili, semplificando notevolmente il problema
della decomposizione spettrale delle osservabili che posseggono definite
proprietà di trasformazione rispetto al gruppo in questione (abbiamo già
avuto modo di illustrare questa idea, per quanto riguarda il gruppo delle
rotazioni, nel cap. 8). Questo è vero in particolare per l’Hamiltoniana, e
quindi per la risoluzione dell’equazione di Schroedinger, soprattutto nel
caso di gruppi di simmetria che siano anche gruppi di invarianza. Su que-
sti temi abbiamo visto vari esempi nei capitoli precedenti; vediamo ora
che si tratta di una tematica caratteristica della meccanica quantistica. È
anche importante osservare che l’esistenza di cariche conservate associate
alle invarianze della dinamica facilita la determinazione stessa del corretto
spazio di Hilbert. In effetti, dal punto di vista puramente operativo, risul-
ta senz’altro più facile preparare un sistema fisico in autostati di costanti
del moto, piuttosto che di generiche osservabili che non sono conservate
nel tempo (durante la preparazione e tra preparazione ed osservazione fi-
nale passa inevitabilmente del tempo). Queste considerazioni hanno un
rilievo particolare nella fisica delle particelle elementari.

9.3.1. Traslazioni spaziali. Abbiamo già avuto modo in preceden-


za di parlare delle traslazioni spaziali e di come sono implementate nel
formalismo della meccanica quantistica. Presentiamo ora la trattazione
generale e riassuntiva, adottando il punto di vista attivo. Consideria-
mo quindi un sistema costituito da un numero arbitrario N di particelle
distinguibili, libere di muoversi in R3 , ovvero di quel sistema fisico S
interamente caratterizzato dalle 9N osservabili fondamentali che sono
le 3 componenti della posizione xj , del momento coniugato pj e dello
spin/isospin sj di ciascuna particella, soggette per ipotesi alle regole di
commutazione canoniche (vedi §7.8). Le traslazioni in R3 formano un
gruppo di Lie abeliano, connesso e semplicemente connesso, isomorfo a
R3 come spazio lineare; una traslazione è individuata da un vettore a , al
quale risulta quindi associato un operatore unitario U(a) su HS , iden-
tificato a meno di un fattore di fase dalle leggi di trasformazione delle
osservabili fondamentali:

U† (a) xj U(a) = xj + a
(9.31) U† (a) pj U(a) = pj
U† (a) sj U(a) = sj

- 319 -
9.3 Simmetria e invarianza 9.3

Queste relazioni sono essenzialmente basate sull’analogia con la meccanica


classica: la posizione di una particella è per ipotesi ciò che trasla, mentre
il momento lineare e lo spin, come momento angolare intrinseco (cioè rela-
tivo al centro di massa della particella), o l’isospin, come grado di libertà
interno, sono invarianti sotto traslazione. Dal punto di vista strettamente
logico-operativo, possiamo considerare queste proprietà sotto traslazione
come facenti parte della definizione stessa delle osservabili quantomecca-
niche fondamentali di un sistema di N particelle distinguibili. In questo
senso la struttura composta di tale sistema gioca un ruolo importante:
tra le osservabili di ciascuna particella esiste una naturale corrispondenza
che viene rispettata dall’azione (9.31) delle traslazioni.
Combinando le relazioni (9.27) e (9.31), si ottengono le condizioni cui
devono soddisfare i tre generatori Qµ , µ = 1, 2, 3 di U(a) :
[Qµ , (xj )ν ] = iδµν , [Qµ , (pj )ν ] = [Qµ , (sj )ν ] = 0 .
La soluzione è immediata: le Qµ sono le componenti cartesiane del vettore
̵ −1 P + u1l ,
Q=h
dove P è il momento totale del sistema
N
P = ∑ pj
j+1

e u è un vettore costante arbitrario. Se tuttavia teniamo conto della


natura composta del sistema, vediamo subito che la scelta u = 0 è l’unica
consistente con la regola (9.16) e la richiesta che il momento generi le
traslazioni di una singola particella. Come vedremo in seguito, la scelta
u = 0 è anche l’unica compatibile con le proprietà di trasformazione del
generatore Q relative a gruppi di simmetria che contengono le traslazioni
come sottogruppo. In ogni caso, la sua eventuale presenza modifica la
rappresentazione U(a) solo per un irrilevante fattore di fase, per cui non
c’è reale perdita di generalità nel porre u = 0 . Dunque la forma esplicita
degli operatori unitari U(a) si scrive
̵
U(a) = exp{−ia ⋅ P/h}
e, dato che i generatori commutano
(9.32) [Pµ , Pν ] = 0
essi soddisfano la legge di composizione
U(a)U(b) = U(a + b) ,
fornendo una rappresentazione vettoriale in senso stretto del gruppo delle
traslazioni.

- 320 -
9.3 Gruppi di simmetria e di invarianza

L’assenza di una struttura proiettiva, evidentemente dovuta alla ri-


chiesta che le traslazioni lascino invariati i momenti canonicamente co-
niugati alle posizioni, può sembrare specifica del sistema S in questione,
visto che la natura abeliana delle traslazioni non impone alcun vincolo su
una eventuale estensione centrale della (9.32). Al §9.3.5 vedremo invece
che si tratta di una proprietà del tutto generale, una volta che le traslazio-
ni spaziali siano combinate con le rotazioni per formare il gruppo euclideo
in 3 dimensioni.
Infine l’azione degli operatori di traslazione U(a) sulle funzioni d’on-
da nella rappresentazione della posizione si calcola facilmente
(U(a)Ψ)(x1 , . . . , xN ; t) = Ψ(x1 − a, . . . , xN − a; t) .

9.3.2. Traslazioni temporali. Nel formalismo della meccanica quan-


tistica, cosı̀ come descritto sinora, le traslazioni temporali richiedono una
trattazione a parte, poiché il tempo stesso riveste un ruolo particolare. La
grandezza t che usiamo per parametrizzare il tempo non è una osservabile
come la posizione x di una particella e non possiamo quindi pensare di
effettuare una traslazione t → t + τ in senso attivo nello stesso modo della
relazione (9.31)5 .
Il significato della sostituzione t → t+τ è intrinsecamente passivo: essa
collega le coordinate temporali usate da due osservatori i cui orologi non
sono sincronizzati, ma potrebbero esserlo portando l’uno avanti o l’altro
indietro. Dal punto di vista attivo t → t+τ non è una traslazione, ma rap-
presenta l’evoluzione del sistema S in esame da t a t + τ (non possiamo
spostare S , ad esempio, nel futuro, dobbiamo aspettare che esso evolva
nei suoi stati futuri). Come sappiamo dal §7.7, l’evoluzione da t a t + τ
costituisce per ipotesi (il postulato IV) una trasformazione di simmetria,
implementata dall’operatore U(t + τ, t) . D’altra parte è evidente che i
concetti di evoluzione e traslazione temporale sono strettamente connessi,
per cui l’implementazione unitaria della traslazione t → t + τ deve discen-
dere da quella dell’evoluzione, cioè da U(t + τ, t) . Il punto fondamentale
è stabilire qual è l’azione della traslazione t → t + τ sulle osservabili e/o
sugli stati del sistema S , non essendo t stesso una osservabile.

5
Questa dissimmetria tra spazio e tempo costituisce un serio impedimento per la
sintesi dei principi della meccanica quantistica e di quelli della relatività ristretta di
Einstein. In effetti tale sintesi è risultata (trionfalmente) possibile nella teoria quanti-
stica dei campi, proprio perché in essa viene abbandonato il concetto della posizione
di una specifica particella come osservabile: la coordinata spaziale x viene riportata
sullo stesso piano di quella temporale t , in quanto paramentro per la localizzazione non
già di un oggetto materiale definito a priori, ma di fenomeni descrivibili mediante op-
portune osservabili locali che sono funzioni del c-numero x . Certamente la trattazione
approfondita di questi temi esula dagli scopi di questo libro; altri accenni sull’argomento
si trovano comunque nel §12.3.

- 321 -
9.3 Simmetria e invarianza 9.3

Per definire l’azione sulle osservabili la descrizione appropriata è quella


di Heisenberg: se A(t)H è l’operatore di Heisenberg corrispondente ad un
operatore A di Schroedinger fissato nel tempo, alla traslazione t → t + τ
sarà associata la trasformazione
A(t)H Ð→ A ′ (t)H = A(t − τ)H ,
come richiesto dal fatto che A(t)H è una funzione di t (la regola è quella
scalare, f ′ (t ′ ) = f(t) quando t → t ′ , propria dell’interpretazione passiva).
Denotiamo U(τ; t − τ)H l’operatore che implementa tale trasformazione;
abbiamo allora, per ipotesi
U(τ; t − τ)†H A(t)H U(τ; t − τ)H = A(t − τ)H ,
che possiamo anche scrivere
(9.33) U(τ; t)†H A(t + τ)H U(τ; t)H = A(t)H
Di conseguenza, in base alla regola di Heisenberg (7.85), A(t)H = U(t, t0 )†
A U(t, t0 ) , e a meno del solito fattore di fase, dobbiamo avere
U(τ; t)H = U(t + τ, t0 )† U(t, t0 )
= U(t, t0 )† U(t, t + τ)U(t, t0 )
t+τ
= exp [+i ∫ dt ′ H(t ′ )H ] .
t

Dunque U(τ; t)H è l’operatore di Heisenberg corrispondente non già a


U(t + τ, t) , ma al suo inverso U(t, t + τ) , come richiesto dalla natura
passiva della traslazione, rispetto a quella attiva dell’evoluzione. Si nota
subito che al variare di τ la famiglia {U(τ; t)H } non forma un sottogruppo
vero e proprio a causa della residua dipendenza da t
(9.34) U(τ1 + τ2 ; t)H = U(τ1 ; t + τ2 )H U(τ2 ; t)H .
Tuttavia la struttura di questa legge di composizione è quella giusta: ad
una traslazione di τ2 al tempo t segue una traslazione di τ1 al tempo
t+τ2 . Si noti che se avessimo definito l’azione sulle variabili dinamiche nel

modo opposto, cioè AH (t)H = A(t + τ)H , al posto della (9.34) avremmo
ottenuto U(τ1 +τ2 ; t)H = U(τ2 ; t)H U(τ1 ; t+τ2 )H , con un anti-ordinamento
dell’azione degli operatori sugli stati rispetto alle trasformazioni.
Adottando una terminologia un po’ impropria, potremmo definire la
(9.34) una quasi-rappresentazione. Si tenga inoltre presente che nella
descrizione di Heisenberg gli stati sono costanti nel tempo, essendo stati
definiti a t = t0 una volta per tutte, e quindi non contengono alcuna
dipendenza implicita né dal parametro τ della traslazione né dall’istante
t in cui essa viene eseguita. Questo è quanto risulta naturale richiedere

- 322 -
9.3 Gruppi di simmetria e di invarianza

allo spazio di Hilbert che sostiene la rappresentazione o quasi-rappresen-


tazione di un gruppo di trasformazioni di simmetria. Nel caso di sistemi
conservativi, per i quali dH/dt = 0 , abbiamo U(τ; t)H = U(t, t + τ) =
exp(iτH) , che non dipende più da t e costituisce un vero sottogruppo
nel parametro di traslazione τ , fornendo cosı̀ una vera e propria rappre-
sentazione delle traslazioni temporali.

9.3.3. Traslazioni spazio-temporali. Consideriamo ora la relazio-


ne esistente in generale tra le traslazioni spaziali e quelle temporali. Come
operazioni sullo spazio-tempo esse evidentemente commutano. Come tra-
sformazioni di simmetria sullo spazio di Hilbert esse commutano se e solo
se l’Hamiltoniana è invariante per traslazioni spaziali, ovvero [H(t), P]
= 0 , dove P è il momento totale del sistema. Questo significa che, ad
esempio nel caso del sistema di N particelle, le leggi di trasformazione
(9.31) valgono in generale solo per le osservabili fondamentali nella descri-
zione di Schroedinger, e non per quelle di Heisenberg. Se consideriamo la
posizione x di una particella, abbiamo senz’altro
U(a)† x U(a) = x + a ,
ma l’analoga relazione per la posizione di Heisenberg x(t)H si scriverà in
generale (vedi Eq. (9.18))
U(a; t)†H x(t)H U(a, t)H = x(t)H + a ,
dove evidentemente
̵ .
U(a; t)H = exp(−ia ⋅ P(t)H /h)
Quindi l’operatore che implementa una traslazione spazio-temporale con
parametri (a, τ) si scrive
U(τ, a; t)H = U(τ; t)H U(a; t)H = U(a; t + τ)H U(τ; t)H .
In effetti, la sua azione su una generica osservabile A = A(x, p, s) (per
brevità omettiamo gli indici di particella e assumiamo A senza dipendenze
esplicite dal tempo) si calcola immediatamente
U(τ, a; t)†H A(x, p, s, t + τ)H U(τ, a; t)H = A(x + a, p, s, t)H ,
dove per costruzione A(x, p, s, t)H = A(q(t)H , p(t)H , s(t)H ) . Tale azio-
ne coincide con quanto richiesto per una traslazione spazio-temporale.
Tuttavia la collezione di operatori U(a, τ; t)H non fornisce una rappre-
sentazione del gruppo delle traslazioni spazio-temporali, sempre a causa
dell’esplicita dipendenza da t : tramite le regole (9.33) e (9.34) si calcola
U(τ1 + τ2 , a1 + a2 ; t)H = U(τ1 , a1 ; t + τ2 )H U(τ2 , a2 ; t)H .

- 323 -
9.3 Simmetria e invarianza 9.3

Se il sistema è conservativo e la sua Hamiltoniana è invariante per trasla-


zioni spaziali, ovvero dH/dt = dPH /dt = 0 , allora U(a, τ; t)H non dipende
più da t e coincide con l’operatore di Schroedinger
̵
U(τ, a; t)H = U(τ, a) ≡ exp[ i(τH − a ⋅ P)/h]

In tal caso lo spazio di Hilbert HS supporta una rappresentazione del


gruppo abeliano delle traslazioni spazio-temporali.
Abbiamo dunque verificato che la descrizione quantomeccanica del
sistema di N particelle è propriamente covariante rispetto alle traslazioni
nello spazio-tempo, dato che è sempre possibile costruire i corrispondenti
operatori unitari. D’altra parte, la stessa descrizione risulta invariante
qualora i suddetti operatori forniscano una rappresentazione del gruppo
delle traslazioni spazio-temporali. La classe dei sistemi fisici per i quali
questo si verifica è per definizione quella dei sistemi isolati o chiusi: è un
fatto universalmente accettato, al punto di configurarsi come un vero e
proprio principio, che la precisa localizzazione nello spazio o nel tempo
di un sistema fisico isolato S non ne possa influenzare le fondamentali
leggi dinamiche. Quindi l’Hamiltoniana di S non può dipendere dalla
sua specifica posizione spaziale o temporale e deve essere invariante sotto
traslazioni. In questo caso, e solo in questo caso, il gruppo abeliano delle
traslazioni spazio-temporali è effettivamente rappresentato da un gruppo
abeliano di operatori unitari sullo spazio di Hilbert.
Un modo per verificare direttamente la correttezza di questo principio
consiste nel confrontare le manifestazioni spazialmente e/o temporalmen-
te separate del medesimo fenomeno fisico. Il problema, dal punto di vista
strettamente logico, è di come stabilire che si tratta dello stesso fenomeno
fisico se si ammette in partenza di poterne osservare manifestazioni distin-
te. Come noto, la soluzione sta nel concetto di “costanti universali della
natura”. L’identità di fenomeni fisici che si verificano in luoghi e tempi di-
versi consiste nel fatto che le leggi dinamiche che quei fenomeni governano
hanno la stessa dipendenza dalle costanti universali. Lo specifico valore
di queste ultime non è fissato dalle leggi stesse e potrebbe variare per
traslazioni abbastanza grandi (per definizione esso non può cambiare per
traslazioni dell’ordine delle dimensioni spazio-temporali caratteristiche dei
fenomeni propri del sistema sotto osservazione).
Al momento, i limiti sperimentali sulla variabilità delle costanti uni-
versali sono molto stringenti, deponendo a favore dell’invarianza delle fon-
damentali leggi dinamiche per traslazione, ovvero dell’omogeneità dello
spazio-tempo “vuoto” [Wil84].
Un modo indiretto di verifica dell’invarianza per traslazioni spaziali
consiste nel controllare la precisione delle leggi di conservazione ad esse
associate, cioè le leggi di conservazione del momento lineare totale del

- 324 -
9.3 Gruppi di simmetria e di invarianza

sistema isolato S . Analogamente, l’invarianza per traslazioni tempora-


li, ovvero l’indipendenza della Hamiltoniana dal tempo, si traduce nella
legge di conservazione dell’energia. Tutte queste leggi di conservazione
sono state verificate sperimentalmente, su scale spazio-temporali vasta-
mente diverse e con un altissimo livello di accuratezza, per cui sono oggi
universalmente accettate.

9.3.4. Rotazioni. Riassumiamo in questo paragrafo la discussione


sulle rotazioni, già ampiamente presentata nel cap. 8 dedicato al momento
angolare. Sul generico vettore x dello spazio fisico R3 , la rotazione R
agisce secondo la legge di trasformazione
x Ð→ x ′ = Rx ,
dove con Rx si intende il vettore con componenti Rµν xν . I numeri Rµν
formano una matrice 3 × 3 che denotiamo con lo stesso simbolo R ; la
matrice R è ortogonale ( RRT = 1 ) ed ha determinante uguale a 1 . Si
dimostra quindi che le rotazioni formano un gruppo isomorfo al gruppo
di Lie connesso G = SO(3) delle matrici ortogonali unimodulari. Nella
prassi i due gruppi vengono di fatto identificati.
Consideriamo ancora il sistema S formato da N particelle distingui-
bili e denotiamo con U(R) l’operatore unitario che implementa la rota-
zione R . Le proprietà di trasformazione sotto R delle osservabili di S
sono completamente specificate dall’affermazione che le posizioni xj , i
momenti coniugati pj e gli spin sj sono dei vettori sotto SO(3) , mentre
le osservabili relative ad eventuali gradi di liberta interni, quali l’isospin,
sono scalari sotto SO(3) . Terne di osservabili (A1 , A2 , A3 ) che formano
vettori sotto SO(3) si trasformano come il generico vettore di R3 , vale a
dire
U(R)† Aµ U(R) = Rµν Aν
ovvero
U(R)† A U(R) = RA
nella più compatta notazione vettoriale. Singole osservabili A che sono
scalari sotto SO(3) sono invece invarianti
U(R)† A U(R) = A .
Una parametrizzazione canonica di SO(3) si ottiene identificando la terna
di coordinate normali (λ1 , λ2 , λ3 ) con il vettore λ di R3 il cui modulo
∣λ∣ è l’angolo θ di rotazione antioraria attorno all’asse individuato dal
versore n = λ/∣λ∣ . L’azione di R = R(λ) sul generico vettore x si scrive
allora
Rx = x cos θ + n ∧ x sin θ + (1 − cos θ)(n ⋅ x) n ,

- 325 -
9.3 Simmetria e invarianza 9.3

che si riduce nella forma infinitesima, per θ → 0


Rx = x + λ ∧ x + O(θ2 ) .
Quindi, se Q = (Q1 , Q2 , Q3 ) sono i generatori di {U(R), R ∈ SO(3)} re-
lativi a questa parametrizzazione, in accordo con la forma generale (9.26)
avremo
U(R) = exp(−iλ ⋅ Q) = exp(−iθ n ⋅ Q) ,
con azione infinitesima sulle osservabili vettoriali definita dalle regole di
commutazione (vedi Eq. (9.10))

(9.35) [Qµ , Aν ] = −i µ Rνρ (λ)Aρ ∣ = iϵµνρ Aρ
∂λ λ=0
D’altro canto, Q commuta evidentemente con osservabili scalari.
Nel nostro sistema di N particelle le regole di commutazione (9.35)
valgono dunque con il vettore A sostituito da uno qualunque dei vettori
xj , pj o sj . Questo impone l’identificazione
̵ −1 J + u1l ,
Q=h
dove J è il momento angolare totale del sistema
N
J = L + S = ∑ (xj ∧ pj + sj ) .
j=1
Infine, la scelta naturale u = 0 nel caso di una sola particella, N = 1 ,
unita all’additività dei generatori, implica u = 0 per ogni N , come per le
traslazioni. Perciò
(9.36) ̵
U(R) = exp(−iθn ⋅ J/h)
è l’operatore unitario che rappresenta R = R(n, θ) , cioè la rotazione anti-
oraria di un angolo θ attorno all’asse n . Come sappiamo dall’analisi det-
tagliata del cap. 8, la rappresentazione R → U(R) è una rappresentazione
a due valori di SO(3) : se lo spin totale S = ∑j sj è semintero (ovvero se il
sistema contiene un numero dispari di particelle con spin semintero), alla
stessa rotazione R corrispondono i due operatori unitari distinti ±U(R) .
Lo stesso omomorfismo esiste tra SO(3) ed il suo ricoprimento universale
SU(2) , per cui la relazione (9.36) definisce una rappresentazione in senso
stretto di SU(2) (vedi §8.2.4 e §8.2.5 per i dettagli). Ora, poiché J è esso
stesso un vettore sotto SO(3)
(9.37) [Jµ , Jν ] = iϵµνρ Jρ ,
sono nulle tutte le costanti caratteristiche dµν di una eventuale struttura
proiettiva a livello algebrico, per cui la rappresentazione (9.36) di SU(2) ,
che è semplicemente connesso, è strettamente vettoriale:
U(u1 )U(u2 ) = U(u1 u2 ) , ∀u1 , u2 ∈ SU(2) .

- 326 -
9.3 Gruppi di simmetria e di invarianza

Si tratta in realtà di un risultato del tutto generale, dato che il vincolo


su dµν imposto dall’identità di Jacobi, Eq. (9.28), non ammette soluzioni
non equivalenti a 0 nel caso dell’algebra di Lie di SU(2) . Infatti l’an-
tisimmetria in µ e ν da sola obbliga dµν ad essere proprio della forma
equivalente a 0 , e cioè dµν = ϵµνρ uρ .
Osservazione []Tenendo conto che la residua struttura proiettiva di-
screta nelle rappresentazioni a due valori di SO(3) è fissata una vol-
ta per tutte da quella della rappresentazione fondamentale R → u(R) ∈
SU(2) , possiamo dimenticarci degli eventuali fattori di fase proiettivi an-
che per SO(3) . Nel seguito eviteremo quindi di scriverli esplicitamente,
pur facendo riferimento a rotazioni di SO(3) piuttosto che di SU(2) .
Per quanto riguarda la questione dell’invarianza sotto rotazioni delle
leggi dinamiche fondamentali, vale lo stesso discorso fatto per le trasla-
zioni. Il principio di invarianza sotto rotazioni, o principio di isotropia
dello spazio “vuoto”, richiede che un sistema isolato S sia governato da
una Hamiltoniana invariante, la quale commuta quindi con il momento
angolare totale J del sistema stesso. Una verifica diretta della validità di
questo principio è fornita dall’indipendenza dall’orientazione di S nello
spazio delle costanti universali, mentre una verifica indiretta si ottiene
dalla conservazione, sperimentalmente osservata, del momento angolare
totale di S . Nel mondo dei fenomeni microscopici, che sono quelli tipici
della meccanica quantistica, la conservazione di J si traduce in una im-
pressionante serie di regole sulle transizioni di stato che sono permesse
per molecole, atomi e particelle subatomiche in un gamma vastissima di
processi elementari.

9.3.5. Il gruppo euclideo. Il gruppo delle traslazioni spaziali e


quello delle rotazioni sono a loro volta sottogruppi del gruppo delle ro-
totraslazioni dello spazio R3 o gruppo euclideo E(3) . Quest’ultimo è
formato dalle seguenti trasformazioni del generico trivettore
(9.38) x Ð→ Rx + a ,
per cui possiamo identificare ogni elemento di E(3) con una coppia ordi-
nata (R, a) , costituita da una rotazione R ed una traslazione a . Dalla
regola generale (9.38) si deduce allora la seguente legge di composizione
per E(3)
(R1 , a1 )(R2 , a2 ) = (R1 R2 , R1 a2 + a1 ) ,
che definisce il gruppo euclideo come prodotto semidiretto delle rota-
zioni e delle traslazioni spaziali. In particolare abbiamo
(9.39) (R, a) = (1, a)(R, 0) .

- 327 -
9.3 Simmetria e invarianza 9.3

Le rappresentazioni di E(3) sullo spazio di Hilbert di un sistema di N par-


ticelle si ottengono ora direttamente da quelle delle rotazioni e traslazioni
grazie alla regola (9.39)
U(R, a) = U(a)U(R) = exp(−ia ⋅ P/h)̵ exp(−iθn ⋅ J/h)̵ ,
dove si intende che R = R(θ, n) . La legge di composizione
U(R2 , a2 )U(R1 , a1 ) = U(R2 R1 , a2 + R2 a1 )
è soddisfatta grazie al fatto che P è un operatore che si trasforma come
un vettore sotto rotazioni. Questo equivale alle regole di commutazione
(9.40) [Jµ Pν ] = iϵµνρ Pρ ,
che insieme alle relazioni (9.32) e (9.37) definiscono una rappresentazio-
ne dell’algebra di Lie dei generatori di E(3) . Si tratta evidentemente di
una rappresentazione vettoriale in senso stretto, dato che le costanti djk
caratteristiche della struttura proiettiva sono tutte nulle. Come per le
sole rotazioni di SU(2) , questo risultato è del tutto generale, dato che si
dimostra che se djk ≠ 0 , esse sono comunque equivalenti a zero e quin-
di rimuovibili. Per la sottoalgebra corrispondente alle rotazioni valgono
ovviamente le considerazioni del paragrafo precedente basate sull’anti-
simmetria delle eventuali dµν . Per le relazioni (9.40) l’argomento è più
complesso, dato che l’estensione centrale
(9.41) [Jµ , Pν ] = iϵµνρ Pρ + idµν 1l
non implica ora immediatamente l’antisimmetria di dµν , non essendo più
relative ad una sottoalgebra. Tuttavia non dobbiamo dimenticare i vincoli
(9.28): per maggiore chiarezza, conviene ripartire dall’origine stessa di tali
vincoli, e cioè le identità di Jacobi. Dunque abbiamo senz’altro
[ [Jµ , Jν ] , Pρ ] + [ [Pρ , Jµ ] , Jν ] + [ [Jν , Pρ ] , Jµ ] = 0 ,
ovvero, facendo uso delle (9.37) prima e delle (9.41) poi,
(ϵµνρ ϵρλσ + ϵλµρ ϵρνσ + ϵνλρ ϵρµσ )Pσ + ϵµνρ dρλ − ϵλµρ dνρ − ϵνλρ dµρ = 0 .
La somma ciclica tra parentesi è nulla, dato che non è altro che l’identità
di Jacobi per le costanti di struttura di SO(3) ; una verifica diretta si
ottiene utilizzando l’identità
(9.42) ϵµνρ ϵλσρ = δµλ δνσ − δµσ δνλ .
Quindi
ϵµνρ dρλ = ϵλµρ dνρ + ϵνλρ dµρ ,
vale a dire, moltiplicando per ϵµνσ , sommando su µ e ν e usando ancora
la (9.42)
(9.43) dλσ + dσλ = dµµ δλσ .

- 328 -
9.3 Gruppi di simmetria e di invarianza

Infine, sommando su λ = σ si ottiene


2dµµ = 3dµµ ,
ovvero dµµ = 0 e quindi, dalla (9.43),
dµν + dνµ = 0 ,
che dimostra l’antisimmetria di dµν anche per l’estensione centrale (9.41).
Allora necessariamente dµν = ϵµνρ uρ , che è equivalente a 0 , in quanto
eliminabile con la ridefinizione Pµ → Pµ − uµ .
Consideriamo ora la possibilità che le traslazioni spaziali siano rappre-
sentate in modo proiettivo, vale a dire che compaia una estensione centrale
nell’Eq. (9.32)

[Pµ , Pν ] = dµν 1l .
Come sappiamo, la natura abeliana delle traslazioni non pone vincoli su

dµν tramite l’Eq (9.28). Tuttavia, in quanto le traslazioni costituiscono un
sottogruppo non invariante di E(3) , si ottengono delle identità di Jacobi
non banali con J . In particolare abbiamo
0 = [ [Pµ , Pν ], Jρ ] = [ [Jρ Pν ], Pµ ] − [ [Jρ Pµ ], Pν ]
= iϵρνσ [Pσ , Pµ ] − iϵρµσ [Pσ , Pν ]
′ ′
= −ϵρνσ dσµ + ϵρµσ dσµ .
Quindi, moltiplicando per ϵρµλ e sommando su ρ e ν si ottiene
′ ′
0 = −(δµν δλσ − δµσ δνλ )dσµ + 2dνλ

da cui, tenendo conto che dµµ = 0 per antisimmetria, segue subito che

dνλ = 0 . Quindi le traslazioni spaziali non ammettono rappresentazioni
proiettive di alcun tipo una volta incluse come sottogruppo di E(3) .
9.3.6. Trasformazioni galileiane. Il gruppo euclideo è a sua volta
un sottogruppo del gruppo delle trasformazioni galileiane, o gruppo di
Galilei G(3, 1) , che costituisce il gruppo di relatività della meccanica
newtoniana. Oltre alle rototraslazioni, esso contiene le traslazioni tempo-
rali, di cui abbiamo già discusso, e le trasformazioni galileiane pure (o boost
galileiani), che connettono osservatori in moto rettilineo uniforme l’uno
rispetto all’altro. Esse agiscono sul generico trivettore come traslazioni
dipendenti in modo lineare dal tempo,
(9.44) x Ð→ x + vt ,
dove v è la velocità relativa tra i due osservatori. Indicando con la qua-
drupla (R, v, a, τ) un generico elemento di G(3, 1) , abbiamo la legge di
trasformazione del punto spazio-temporale
(x, t) Ð→ (Rx + vt + a, t + τ) ,

- 329 -
9.3 Simmetria e invarianza 9.3

da cui segue la legge di composizione


(R1 , v1 , a1 , τ1 )(R2 , v2 , a2 , τ2 )
= (R1 R2 , R1 v2 + v1 , R1 a2 + v1 τ2 + a1 , τ1 + τ2 ) .
Ci poniamo ora il problema di implementare le trasformazioni galileiane
nel caso del sistema S di N particelle. Consideriamo inizialmente i boost
(9.44), che rappresentano un importante esempio di trasformazioni con
dipendenza temporale esplicita (vedi §9.2.1). Essi sono evidentemente
parametrizzati dal trivettore v ed agiscono anche sul momento di ciascuna
particella, pj → pj + mj v ( mj è la massa della j-esima particella), mentre
lasciano invariati gli spin/isospin. Quindi l’operatore unitario U(v, t) che
implementa il boost con velocità v deve soddisfare
U(v, t)† xj U(v, t) = xj + vt
(9.45) U(v, t)† pj U(v, t) = pj + mj v
U(v, t)† sj U(v, t) = sj .
A meno del solito fattore di fase la soluzione è
̵ ,
U(v, t) = exp[−iv ⋅ (tP − MX)/h]
dove M = ∑j mj è la massa totale del sistema e
1 N
X= ∑ mj xj
M j=1
è la posizione del centro di massa. Dunque il trivettore G(t) = tP − MX
è il generatore delle trasformazioni galileiane pure. Si verifica subito che
[Gµ (t) , Gν ( t)] = 0 ,
per cui U(v, t)U(v , t) = U(v + v ′ , t) e la rappresentazione è strettamen-

te vettoriale. È di fondamentale importanza non trascurare la dipen-


denza esplicita di U(v, t) dal tempo t , né confonderla con l’evoluzione
temporale. Per quanto riguarda la sola dipendenza esplicita, abbiamo
(9.46) U(v, t + τ) = U(v, t) exp (−iτv ⋅ P − i 12 Mv2 τ) .
Quindi, passando alla descrizione di Heisenberg,
U(v; t)H = U(t, t0 )† U(v, t) U(t, t0 )
= exp [−iv ⋅ G(t)H /h]̵
̵ ,
= exp {−iv ⋅ [tP(t)H − MX(t)H ] /h}
otteniamo la traslazione temporale sotto t → t + τ
U(τ; t)†H U(v; t + τ)H U(τ; t)H
(9.47)
= U(v; t)H exp (−iτv ⋅ P(t)H − i 21 Mv2 τ) .

- 330 -
9.3 Gruppi di simmetria e di invarianza

Insieme ai boost, le trasformazioni euclideee formano un sottogruppo, i


cui elementi hanno la forma
(R, v, a, 0) = (1, v, 0, 0)(R, 0, a, 0) ,
corrispondente ad una rototraslazione seguita da un boost. Quindi si può
verificare che la trasformazione indotta sulle osservabili fondamentali è
implementata dall’operatore
U(g, t) = U(v, t)U(R, a) ,
dove per brevità si è posto g = (R, v, a, 0) . Si tratta però di una rappre-
sentazione proiettiva
(9.48) U(g1 , t)U(g2 , t) = exp (−iMa1 ⋅ R1 v2 ) U(g1 g2 , t) ,
in corrispondenza del fatto che i generatori dei boost e delle traslazioni
spaziali commutano solo a meno di costanti caratteristiche dµν :
[Pµ , Gν ] = iMδµν .
Tratteremo più avanti l’importante questione riguardo alla possibilità o
meno di rimuovere questa struttura proiettiva mediante una ridefinizione
delle fasi relative degli operatori U(g, t) . Tuttavia possiamo fin d’ora
dubitare di tale possibilità, dato che le costanti in questione, dµν = Mδµν ,
traggono direttamente origine dalle regole di commutazione canoniche tra
posizione e momento.
Per includere anche le traslazioni temporali, dobbiamo passare alla
descrizione di Heisenberg. Ponendo ancora g = (R, v, a, τ) , osserviamo
che l’operatore unitario
(9.49) U(g; t)H = U(τ; t)H U(v; t)H U(R, a; t)H
implementa correttamente g , in quanto soddisfa alla relazione
U(g; t)†H A(x, p, s, t + τ)H U(g; t)H
(9.50)
= A(Rx + vt + a, Rp + mv, Rs, t)H ,
per ogni osservabile A(x, p, s) (come al §9.3.3 per brevità omettiamo gli
indici di particella e assumiamo A senza dipendenze esplicite dal tem-
po). In questa espressione s rappresenta soltanto lo spin di una generica
particella; non è necessario esplicitare eventuali osservabili relative a gra-
di di libertà interni, dato che esse sono per definizione invarianti sotto
movimenti spazio-temporali come le trasformazioni galileiane.
Tenendo conto delle regole (9.47) e (9.34), la legge di composizione si
scrive ora
(9.51) U(g1 ; t + τ2 )H U(g2 ; t)H = ω(g1 , g2 )U(g1 g2 ; t)H ,

- 331 -
9.3 Simmetria e invarianza 9.3

dove il fattore di fase vale (cfr. Eq. (9.48))


(9.52) ω(g1 , g2 ) = exp {−iM [ 21 v21 τ2 + (a1 + v1 τ2 ) ⋅ (R1 v2 )]} .
Dunque abbiamo verificato che ogni trasformazione galileiana è implemen-
tabile unitariamente sullo spazio di Hilbert di N particelle, rispettando
perciò il principio di simmetria della relatività galileiana.
problema 9.3-2 []Si determini l’azione di U(g; t)H (vedi Eq. (9.49)) su
una generica funzione d’onda ψ = ψ(x, t) di una particella senza spin.
N.B.: per definizione abbiamo ψ(x, t) = ⟨x∣ ψ(t)⟩ = ⟨x∣ U(t, t0 ) ∣ψ⟩ e
(U(g; t)H ψ) (x, t) = ⟨x∣ U(g; t)H ∣ψ(t)⟩.
problema 9.3-3 []Si verifichi che, a parte per un inessenziale fattore di
fase, un’onda piana exp[i(p ⋅ x − Et)] resta un’onda piana sotto trasfor-
mazioni galileiane, con nuovi p ed E dati da
p ′ = Rp + Mv . E ′ = E + Rp ⋅ v + 21 Mv2 .
Si tratta evidentemente delle stesse proprietà di trasformazione del mo-
mento e dell’energia di una particella classica di massa M .
Tuttavia, il gruppo di Galilei G(3, 1) non è veramente rappresentato in
HS da U(g; t)H , a causa della sua dipendenza temporale, che varia nella
(9.51). Questa dipendenza scompare, se e solo se si applica il principio di
invarianza galileiana, secondo il quale G(3, 1) deve essere un gruppo di
invarianza per i sistemi fisici isolati. In tal caso, infatti, tutti i generatori
sono costanti nel tempo
G(t)H = G(t0 )H ≡ G , P(t)H = P(t0 )H ≡ P
J(t)H = J(t0 )H ≡ J , H(t) = H(t0 ) ≡ H
e quindi lo stesso deve valere per U(g; t)H , che ora si scrive

(9.53) U(g; t)H = U(g) ≡ eiτH e−iv⋅G e−ia⋅P e−iθ n⋅J


Si noti che la dipendenza esplicita dal tempo t del generatore dei boost
G(t) = tP − MX nella descrizione di Schroedinger, si cancella con l’evolu-
zione temporale grazie alle equazioni di Heisenberg del moto: infatti una
Hamiltoniana per ipotesi invariante sotto trasformazioni galileiane deve
soddisfare le regole di commutazione (vedi §9.2.1, Eq. (9.23))
∂G(t)
[H, G(t)] = i = iP
∂t
le quali implicano dall’altro lato (vedi Eq. (9.24))
d ∂
G(t)H = G(t)H + i[H, G(t)H ]
dt ∂t
= eiH(t−t0 ) {P + i[H, G(t)]} e−iH(t−t0 ) = 0 .

- 332 -
9.3 Gruppi di simmetria e di invarianza

Quindi G(t)H = G(t0 )H = t0 P − MX è effettivamente la carica conser-


vata che abbiamo denominato G (da non confondersi con G(t) , visto
che in realtà G = eiH(t−t0 ) G(t)e−iH(t−t0 ) ). In effetti, siccome per ipotesi
[H, P] = 0 , la formula precedente si riduce a
d
i[H, X(t)H ] = X(t)H = P/M
dt
ovvero
X(t)H = X(t0 )H + (t − t0 )P/M = X + (t − t0 )P/M
e quindi l’invarianza galileiana implica che la variabile dinamica asso-
ciata al centro di massa del sistema, cioè X(t)H , si muove di moto
quantomeccanico rettilineo uniforme.
problema 9.3-4 []Si verifichi esplicitamente che l’equazione di Schroe-
dinger di una particella libera, vale a dire
∂ △
[i + ] ψ(x, t) = 0
∂t 2m
è invariante per trasformazioni galileiane ψ → U(g)ψ .
Gli operatori unitari (9.53) forniscono dunque una rappresentazione
proiettiva del gruppo di Galileo:
(9.54) U(g1 )U(g2 ) = ω(g1 , g2 )U(g1 g2 )
dove per definizione
g1 = (R1 , v1 , a1 , τ1 ) , g2 = (R2 , v2 , a2 , τ2 ) ,
g1 g2 = (R1 R2 , R1 v2 + v1 , R1 a2 + v1 τ2 + a1 , τ1 + τ2 ) .
Questo risultato, insieme alla forma esplicita del fattore di fase ω(g1 , g2 ) ,
Eq. (9.52), può essere determinato direttamente a partire dalla (9.53), me-
diante ripetute applicazioni della regola dell’azione aggiunta (B.12) (cioè
eA Be−A = B + [A, B] + . . . , vedi Eq. (8.2-6) e (B.12)). Si noti che la
traslazione spaziale v1 τ2 indotta da boost e traslazione temporale viene
prodotta per U(g; t) dalla dipendenza esplicita dal tempo di G(t) (ve-
di Eq. (9.46) e (9.47)), mentre per U(g) essa deriva direttamente dalla
regola di commutazione [H, G] = iP .
Infine si pone la questione della struttura proiettiva della rappresenta-
zione (9.53): si tratta di un esempio in cui tale struttura non è eliminabile,
a meno che M non sia nullo, cosa che è fisicamente impossibile. Per con-
vincersene, conviene considerare il problema dal punto di vista dell’algebra
di Lie dei generatori H , P , G e J . L’insieme completo delle relazioni di
commutazione è riportato nella Tab. 9-1.
L’unica relazione di commutazione con estensione centrale è la re-
lazione c) tra i generatori dei boost e delle traslazioni spaziali, i quali
commutano al livello dell’algebra di Lie astratta. Questa situazione non

- 333 -
9.3 Simmetria e invarianza 9.3

a) [Pµ , Pν ] = 0 f) [Jµ , Pν ] = iϵµνρ Pρ


b) [Gµ , Gν ] = 0 g) [Jµ , Gν ] = iϵµνρ Gρ
c) [Pµ , Gν ] = iMδµν h) [Jµ , Jν ] = iϵµνρ Jρ
d) [H , Pµ ] = 0 i) [H , Gµ ] = iPµ
e) [H , Jµ ] = 0
Tabella 9-1. Relazioni di commutazione dei generatori
delle trasformazioni galileiane.

è specifica della rappresentazione (9.53), ma è un fatto generale: per il


gruppo di Galilei, la dimensione dello spazio delle soluzioni antisimme-
triche, non equivalenti a zero e linearmente indipendenti, dell’equazione
lineare (9.28) è esattamente uguale a 1 , per cui ogni rappresentazione
proiettiva è equivalente alla (9.53). In effetti, nel §9.3.5 abbiamo già vi-
sto come le relazioni (a) , (f) e (h) , relative al sottogruppo E(3) , non
ammettano alcuna estensione centrale non banale. Lo stesso vale eviden-
temente per le relazioni (b) e (g) che insieme alle (h) definiscono una
seconda sottoalgebra di Lie isomorfa alla precedente. Per quanto riguarda
le relazioni (b) e (d) , che esprimono l’invarianza dell’Hamiltoniana sotto
rototraslazioni, dall’identità di Jacobi
(9.55) [ [Jµ , Pν ] , H] + [ [H , Jµ ] , Pν , ] + [ [Pν , H] , Jµ ] = 0 ,
si ottiene subito [Pµ , H] = 0 , e analogamente si ricava [Jµ , H] = 0 e
[Gν , H] = −iPν , sostituendo Pν prima con Jν e poi con Gν nella (9.55).
Infine consideriamo l’identità
(9.56) [ [Jµ , Pν ] , Gρ ] + [ [Gρ , Jµ ] , Pν ] + [ [Pν , Gρ ] , Jµ ] = 0 ,
che si riduce a
ϵµνσ [Pσ , Gρ ] = ϵµρσ [Gσ , Pν ] ,
ovvero, contraendo sugli indici µ e ν con ϵµνλ ,
2[Pλ , Gρ ] = (δνρ δλσ − δνσ δλρ )[Gσ , Pν ]
= [Gλ , Pρ ] − δλρ [Gν , Pν ] .
Per λ ≠ ρ questa relazione implica [Gλ , Pρ ] = 0 , mentre per λ = ρ essa
impone solo che [P1 , G1 ] = [P2 , G2 ] = [P3 , G3 ] .
Dunque abbiamo verificato che ogni rappresentazione del gruppo di
Galilei è riconducile ad una forma in cui i generatori soddisfano alle re-
lazioni di commutazione della Tab. 9-1, in cui compare solo la costante
M come caratteristica dell’estensione centrale. In particolare, nel caso
della rappresentazione proiettiva sostenuta dallo spazio di Hilbert di N

- 334 -
9.3 Gruppi di simmetria e di invarianza

particelle distinguibili, tale costante va identificata con la massa totale del


sistema.

9.3.7. Regola di superselezione di Bargmann. Il ruolo della


massa totale M di un sistema fisico isolato S , quale costante caratte-
ristica della struttura proiettiva della corrispondente rappresentazione di
G(3, 1) , è alla base della regola di superselezione di Bargmann. Si
tratta della regola che impedisce di sovrapporre linearmente vettori di
stato appartenenti a rappresentazioni con valori differenti di M . Infatti,
si consideri la seguente relazione gruppale di G(3, 1) :
(9.57) (1, −v, −a, 0)(1, v, a, 0) = (1, 0, 0, 0) = e .
In una data rappresentazione, l’operatore unitario corrispondente al pro-
dotto del membro di sinistra non è l’identità (che rappresenta invece l’ele-
mento neutro al membro di destra), ma il suo multiplo U = exp(iMa⋅v)1l .
Supponiamo ora che lo spazio di Hilbert HS sia riducibile rispetto a
G(3, 1) in sottospazi che sostengono rappresentazioni proiettive con va-
lori differenti di M . Su HS U non agisce più come un multiplo del-
l’identità, dato che, se ∣ψ1 ⟩ e ∣ψ2 ⟩ appartengono rispettivamente a due
rappresentazioni caratterizzate da M1 e M2 , avremo
U(∣ψ1 ⟩ + ∣ψ2 ⟩) = exp(iM1 a ⋅ v) ∣ψ1 ⟩ + exp(iM2 a ⋅ v) ∣ψ2 ⟩ .
Quindi osservabili con elementi di matrice nonnulli tra i settori corrispon-
denti a M1 e M2 non sono più invarianti rispetto alla trasformazione
identica, il che è evidentemente un assurdo. Ne consegue che tali osser-
vabili non possono esistere, per cui i sottospazi con valori differenti di M
sono settori di superselezione. In altre parole, l’assunzione che le osserva-
bili si trasformino secondo il gruppo di Galilei nel passaggio da un sistema
di riferimento inerziale all’altro, implica l’esistenza su HS di una regola di
superselezione, con la massa inerziale totale come carica di superselezione.
Nella realtà, il gruppo di Galilei è solo approssimativamente un gruppo
di simmetria, per cui anche la regola di superselezione di Bargmann è
solo approssimativamente valida. Nei fenomeni che coinvolgono velocità
prossime a quelle della luce, il gruppo di simmetria è quello di Poincaré e
la massa inerziale non è più superselezionata né costante del moto.

9.3.8. Particelle elementari. Nel §9.3.6 abbiamo visto come sono


implementate le trasformazioni di simmetria galileiane nella descrizione
quantomeccanica del sistema S costituito da N particelle. Evidentemen-
te tale sistema risulta definito a partire dal concetto primario di singola
particella o, più precisamente, di singola particella elementare, cioè non
decomponibile in altre particelle. Inoltre, abbiamo anche visto che nel
caso di invarianza galileiana, su HS risulta definita una rappresentazione

- 335 -
9.3 Simmetria e invarianza 9.3

proiettiva unitaria del gruppo di Galilei G(3, 1) , con associate leggi di


conservazione per i dieci generatori della rappresentazione.
Possiamo ora considerare la questione da un punto di vista comple-
mentare, secondo il quale il concetto stesso di particella deve essere fonda-
to sul principio di invarianza galileiana6 . Come sappiamo, questo princi-
pio consiste nell’affermazione che lo spazio di Hilbert di un sistema fisico
isolato deve sostenere una rappresentazione unitaria di G(3, 1) . Tipica-
mente, tale rappresentazione sarà riducibile, e tanto più riducibile quanto
più complesso è il sistema fisico S in questione e quindi più numerose le
sue osservabili fondamentali. È infatti naturale attenderci che tutti i gradi
di libertà del sistema che non sono direttamente coinvolti nei movimenti
spazio-temporali descritti dal gruppo di Galilei corrispondano a sottospazi
di HS invarianti rispetto all’azione che il gruppo stesso esercita su HS
tramite la sua rappresentazione unitaria.
Risulta allora naturale definire una particella elementare libera, secon-
do la meccanica quantistica nonrelativistica, come un sistema fisico S il
cui spazio di Hilbert HS sostiene una rappresentazione proiettiva unitaria
irriducibile del gruppo di Galilei. Quindi su HS devono essere per ipo-
tesi definiti 10 operatori autoaggiunti le cui relazioni di commutazione
coincidono con quelle della Tab. 9-1, mentre non possono esistere altre
osservabili che commutano con essi (a parte multipli dell’identità). La co-
stante M caratteristica dell’unica estensione centrale possibile serve ora
a distinguere diverse rappresentazioni e verrà identificata con la massa
della particella solo alla fine.
Il concetto di irriducibilità serve dunque a precisare dal punto di vista
matematico quello di elementarità, che è invece un concetto di tipo fisico-
operativo. Nella pratica è il secondo quello sperimentalmente rilevante,
per cui esistono situazioni in cui una particella è elementare sotto certi
aspetti e composta sotto altri, in funzione del tipo e della qualità dell’e-
sperimento realmente effettuato. In sostanza, la nozione matematica di
riducibilità rispetto al gruppo di Galilei è alla base del modo in cui viene
organizzata la struttura della materia nel limite nonrelativistico. Nell’ap-
proccio “riduzionista”, il primo passo consiste perciò nella classificazione
delle particelle elementari, ovvero nella classificazione delle rappresenta-
zioni proiettive unitarie irriducibili del gruppo di Galilei. Si tratta di un
problema matematicamente piuttosto complesso, la cui trattazione detta-
gliata esula dagli scopi di questo libro. Esiste comunque un’abbondante
6
Si intende che questa impostazione varrà solo per quei fenomeni che coinvolgono
velocità trascurabili rispetto alla velocità della luce. In caso contrario dovremo far ri-
scorso al principio più generale basato sulla relatività ristretta di Einstein e sul gruppo
Poincaré. Resta comunque valida l’idea che consiste nel fare uso del gruppo dei movi-
menti spazio-temporali (di Galilei o di Poincaré) per definire in modo preciso il concetto
di particella elementare.

- 336 -
9.3 Gruppi di simmetria e di invarianza

letteratura sull’argomento, nella quale si dimostra che le rappresentazioni


di interesse fisico sono caratterizzate da due parametri fondamentali: la
massa e lo spin della particella. Noi ci limiteremo ad una descrizione mol-
to sommaria della procedura con cui si arriva a ricostruire la particella a
partire dai generatori di G(3, 1) .
Innanzitutto osserviamo che, assumendo M ≠ 0 , gli operatori autoag-
giunti
1 1 2
L= P ∧ G e H0 = P
M 2M
possono sostituire J e H nella Tab. 9-1 in quanto soddisfano alle stesse
relazioni di commutazione. Quindi S ≡ J − L e H − H0 commutano con
G , P e H , ed inoltre
(9.58) [Sµ , Sν ] = iϵµνρ Sρ .
In secondo luogo, le relazioni di commutazione (a) , (b) e (c) tra P e
G sono di tipo canonico e quindi, secondo il teorema di Von Neumann,
univocamente rappresentabili, a meno di equivalenze unitarie, su L2 (R3 ) .
Se identifichiamo questo R3 con lo spazio fisico parametrizzato dalla terna
x = (x1 , x2 , x3 ) su cui sono definite le trasformazioni galileiane, possiamo
introdurre l’osservabile posizione Xµ come l’operatore di moltiplicazione
per xµ . Inoltre possiamo identificare, sempre a meno di trasformazioni
unitarie, Pµ e Gµ rispettivamente con −i∂/∂xµ e con −MXµ . La scelta
per P è dettata dalla richiesta che esso generi le traslazioni di x . La scelta
per G è quella valida per i cosiddetti boost istantanei, che connettono
sistemi di riferimento inerziali che coincidono a t = 0 e sono in moto
rettilineo uniforme l’uno rispetto all’altro. In effetti un boost istantaneo
lascia invariata la posizione della particella, il che richiede
[Gµ , Xν ] = 0
e quindi necessariamente G = −MX . Se ora consideriamo una traslazione
temporale con parametro τ , vale a dire la trasformazione unitaria definita
da exp(iHτ) , otteniamo G = τP − MX . Infine, fissando τ = t0 , dove t0 è
l’istante in cui le descrizioni di Schroedinger e di Heisenberg coincidono in
un dato sistema di riferimento inerziale, otteniamo la forma G = t0 P−MX
che, come sappiamo dal §9.3.6, è il generatore dei boost (una costante del
moto!) nella descrizione di Heisenberg.
Dato che P e X formano un insieme irriducibile di operatori su
L2 (R3 ) , per il lemma di Schur l’operatore S che commuta con essi e
soddisfa alla (9.58) o è identicamente nullo o agisce su gradi di libertà
diversi da x . Le regole di commutazione (9.58) sono quelle delle rotazio-
ni e, come sappiamo dal cap. 8, le rappresentazioni unitarie irriducibili
delle rotazioni sono interamente caratterizzate dall’autovalore dell’inva-
riante di Casimir, cioè di S2 . Gli autovalori di S2 valgono s(s + 1) , con

- 337 -
9.3 Simmetria e invarianza 9.3

s = 0, 1/2, 1, 3/2, ... e la rappresentazione con un dato s ha dimensione


pari a 2s + 1 . Quindi HS è isomorfo a L2 (R3 ) ⊗ C2s+1 ed s prende il
nome di spin della particella. Infine H − H0 , dovendo commutare con P ,
X e S deve essere un multiplo dell’identità, sempre per il lemma di Schur.
Si noti ora che, assumendo la visione di Heisenberg del moto, possiamo
naturalmente definire l’osservabile velocità Ẋ come dX/dt . D’altronde,
dato che per ipotesi H genera le traslazioni temporali, abbiamo (vedi
Eq. (9.53))
X(t) = eiH(t−t0 ) X(t0 ) e−iH(t−t0 )
e quindi
(9.59) Ẋ = i[H, X] ,
che riletta alla Schroedinger, cioè a tempo fissato, ci fornisce la forma
operatoriale di Ẋ in termini di quella di X e quella di H . Ma H =
H0 + c-numero per cui
P
Ẋ = , H0 = 12 MẊ2 ,
M
che ci permette di identificare M con la massa della particella e H0 con
l’energia cinetica. Il risultato H = H0 + c-numero rende evidentemente
conto della qualifica di libera usata per la particella.
9.3.9. Simmetrie interne. Si deve ora osservare che eventuali gradi
di libertà “interni” diversi dallo spin devono necessariamente corrispon-
dere ad osservabili che commutano con tutti i generatori di G(3, 1) , ad
eccezione di H . Risulta di fatto più appropriato riservare il nome di gradi
di libertà interni a questi ultimi: lo spin, trasformandosi sotto rotazioni,
non è una vera osservabile interna.
L’esempio più conosciuto di grado di libertà interno è l’isospin. Si
tratta della variabile dinamica che distingue tra i due stati di un nucleone:
il protone ed il neutrone. Può sembrare a prima vista arbitrario prendere
in considerazione l’esistenza stessa dell’isospin: dopo tutto un protone
è un protone ed un neutrone è un neutrone. In realtà, non solo queste
due particelle hanno caratteristiche cosı̀ simili da suggererire un legame
più profondo tra di esse, ma esistono processi fisici nei quali un protone si
trasforma in neutrone e viceversa (con emissione e/o assorbimento di altre
particelle elementari), e l’evidenza sperimentale dimostra che tali processi
sono soggetti alle leggi della meccanica quantistica.
Il punto fondamentale è che le differenze tra protone e neutrone sono
dovute interamente all’interazione elettrodebole. In assenza di quest’ulti-
ma essi non sarebbero distinguibili: vi sarebbe una perfetta simmetria
interna descritta dal gruppo SU(2) dell’isospin. In effetti, senza intera-
zione elettromagnetica, anche il concetto di carica e l’associata regola di

- 338 -
9.3 Gruppi di simmetria e di invarianza

superselezione verrebbero meno. Possiamo quindi considerare la situazio-


ne reale come una “rottura” di questa simmetria, dovuta a termini non
isospin-invarianti nella Hamiltoniana che descrive i nucleoni.
Non possiamo addentrarci oltre in questa materia (l’isospin non è che
l’inizio di una ricchissima struttura interna del mondo subatomico), dato
che lo strumento adeguato è la teoria relativistica dei campi quantizzati,
che esula dagli scopi di questo libro.

9.3.10. Interazioni minimali. Consideriamo ora il problema di co-


me introdurre le interazioni tra particelle e tra particelle e campi esterni
entro lo schema generale basato su G(3, 1) come gruppo di simmetria/in-
varianza. In base alla discussione del precedente paragrafo non prendere-
mo in considerazione gradi di libertà interni di tipo isospin.
Per definizione il sistema composto da N particelle si ottiene facendo
il prodotto diretto, sia come spazio di Hilbert che come osservabili, di N
sistemi ciascuno formato da una singola particella elementare libera. In tal
caso la regola (9.16) per i generatori di simmetrie nei sistemi composti,
se applicata senza correttivi ai generatori di G(3, 1) , implica che essi
sono sempre la somma dei generatori relativi a ciascuna particella. In
tal caso diremo che le N particelle sono libere e quindi, in particolare,
non interagenti. Per introdurre una interazione fra le particelle dobbiamo
perciò modificare la forma di uno o più generatori, mantenendo inalterate,
si intende, le relazioni di commutazione della Tab. 9-1 che assicurano
l’invarianza galileiana della dinamica complessiva.
Abbiamo visto in precedenza che P , J e G sono la somma dei cor-
rispondenti generatori ad una particella. Quindi soltanto H viene mo-
dificata dalla presenza dell’interazione. È facile convincersi che questo
rispecchia il modo in cui noi interpretiamo le trasformazioni galileiane:
P , J e G generano sullo spazio di Hilbert l’effetto di operazioni pura-
mente geometriche, che ammettono sia una visione attiva che una passiva.
D’altra parte H genera l’effetto di un’operazione realmente definita solo
dal punto di vista passivo, che va interpretata nella visione attiva come
evoluzione dinamica nel tempo; quindi H viene ridefinita come generatore
di tale evoluzione e ne risulta opportunamente modificata.
Si considerino ad esempio due particelle di spin s1 e s2 . La forma
più generale dell’Hamiltoniana compatibile con il principio di invarianza
galileiana è data da

p21 p2
H= + 2 + V(r, S2 )
2m1 2m2
(9.60)
P2 p2
= + + V(r, S2 ) ,
2M 2µ

- 339 -
9.3 Simmetria e invarianza 9.3

dove µ è la massa ridotta (vedi §3.4), V(r, S2 ) il potenziale di interazione,


r = ∣x1 − x2 ∣ la distanza fra le particelle, P = p1 + p2 il momento totale,
p = (m2 p1 − m1 p2 )/M il momento relativo e S2 = ∣S1 + S2 ∣2 il modulo
quadro dello spin totale. Ovviamente S2 = s1 (s1 + 1) + s2 (s2 + 1) + 2S1 ⋅ S2 ,
per cui V(r, S2 ) può sempre venir riscritto come funzione del prodotto
scalare fra i due operatori di spin. Come sappiamo (vedi §8.2.5) l’opera-
tore S2 possiede s1 +s2 −∣s1 −s2 ∣+1 distinti autovalori, e quindi V(r, S2 ) è
di fatto equivalente ad una collezione di altrettante funzioni di r soltanto.
Si noti comunque che l’invarianza galileiana non pone alcun vincolo sulla
forma di V come funzione di r .
La generalizzazione al caso di N particelle è piuttosto ovvia: l’inva-
rianza galileiana fissa la dipendenza di H dalle osservabili “collettive”,
quali il momento totale P , il momento angolare totale J e la posizione
del centro di massa X . Si ricordi che X compare nel generatore dei boost
G = t0 P − MX . È allora abbastanza facile verificare che le relazioni di
commutazione della Tab. 9-1 impongono per H la forma generale
P2
H= + Hrel ,
2M
dove Hrel deve commutare con tutti i generatori di G(3, 1) e quindi anche
con X . L’unica possibilità è che Hrel non dipenda affatto da P , J e
X , né da osservabili con proprietà di trasformazione non banali sotto
G(3, 1) . Nel caso in questione possiamo individuare queste osservabili
nelle distanze fra le particelle, ∣xi − xj ∣ , nei quadrati dei momenti relativi
1
2 (mj pi − mi pj )/(mi + mj ) , nei prodotti scalari fra gli spin Si ⋅ Sj ed infine
nei gradi di libertà interni di ciascuna particella diversi dallo spin.
L’invarianza galileiana non pone alcun vincolo sulla dipendenza di
Hrel dalle suddette osservabili, per cui argomenti di diversa natura sono
necessari per cercare di limitare le molteplici possibilità7 . Innanzitutto
possiamo fissare la dipendenza di H dai momenti di ciascuna particella,
e quindi quella di Hrel dai momenti relativi, facendo riferimento al caso
di N particelle libere. In tal caso sappiamo che
N p2j
H = H0 ≡ ∑ .
j=1 2mj
Quindi, se l’interazione istantanea tra le particelle non dipende dalle
velocità relative ma solo dalle posizioni relative e dagli spin, avremo
H = H0 +V , dove V non dipende dai momenti. La forma più semplice di V
7
La situazione è ben diversa nel caso relativistico, vale a dire nella sintesi tra
relatività ristretta e meccanica quantistica fornita dalla teoria quantistica dei campi:
sotto ipotesi piuttosto generali, solo poche interazioni fra particelle elementari risultano
possibili.

- 340 -
9.3 Gruppi di simmetria e di invarianza

contiene soltanto interazioni a due corpi, e costituisce la generalizzazione


diretta del caso di due particelle, Eq. (9.60):

H = H0 + ∑ V(∣xi − xj ∣, Si ⋅ Sj ) .
i≤j

Benché molto ragionevole, questa scelta non si fonda su alcun princi-


pio fondamentale in meccanica quantistica nonrelativistica, e trova la
sua legittimazione come teoria efficace che tipicamente emerge nel limite
nonrelativistico dell’interazione elettromagnetica tra campi quantizzati.
Consideriamo ora il caso dell’interazione tra una singola particella ed
un campo esterno. Tale campo è comunque prodotto da altre particelle
“lontane”, ma in molti casi è possibile e conveniente ignorare questo fatto
assumendo (più o meno a ragione) che il moto della particella sotto esame
non determini cambiamenti significativi nelle sorgenti del campo di forze
cui essa risponde.
La presenza di un campo esterno come oggetto assoluto, cioè non
determinato a sua volta da equazioni dinamiche del moto, inevitabilmente
rompe l’invarianza galileiana. Dato che il campo esterno è comunque
dovuto all’interazione con altre particelle “lontane”, l’unico generatore che
richiede modifiche è ancora l’Hamiltoniana, che ora non soddisfa più alle
relazioni di commutazione della Tab. 9-1. Tipicamente, un campo esterno
non uniforme definisce posizioni e/o direzioni privilegiate nello spazio, per
cui dovremo senz’altro abbandonare l’invarianza euclidea, vale a dire le
relazioni di commutazione tra H e P e/o tra H e J (le (d) e/o (e) della
tabella). Inoltre, il campo esterno, e quindi l’Hamiltoniana stessa, possono
dipendere esplicitamente dal tempo, per via del moto delle sorgenti del
campo, rompendo cosı̀ anche l’invarianza per traslazioni temporali. Per
maggiore chiarezza, consideriamo inizialmente il caso in cui tale invarianza
si mantiene, per cui H resta la costante del moto che genera le traslazioni
temporali.
L’ultima relazione della Tab. 9-1 che contiene H è la (i) , ovvero
[H, Gµ ] = iPµ , ed anche per questa dobbiamo attenderci delle modifi-
che in presenza di forze esterne. Si ricordi che il momento a destra della
relazione rispecchia il fatto che G(t) = tP − MX è il generatore di Sch-
roedinger dei boost. Questi ultimi però, traslando X di vt , non sono
più delle invarianze se le forze esterne non sono costanti nello spazio. In
altri termini, i boost di Galilei non possono essere delle invarianze insieme
alle traslazioni temporali, poiché con esse non formano un sottogruppo di
G(3, 1) , ma combinati assieme danno luogo a traslazioni spaziali. Tut-
tavia, possiamo ancora far valere una sorta di invarianza residua, vale a
dire quella per boost istantanei, a t = 0 . Dopo tutto, l’invarianza per

- 341 -
9.3 Simmetria e invarianza 9.3

traslazioni temporali implica che l’istante t = 0 non ha nulla di speciale


rispetto agli altri.
Come sappiamo, i boost istantanei sono generati da G = −MX e, data
la loro interpretazione geometrica, devono traslare l’operatore velocità
della particella,
exp(iv ⋅ G) Ẋ exp(−iv ⋅ G) = Ẋ + v ,
il che equivale alla richiesta
[Gµ , Ẋν ] = −iδµν .
Quindi l’operatore P − MẊ commuta con G , ovvero
(9.61) P − MẊ = A(X, S) ,
con A arbitraria. La relazione [H, Gµ ] = iPµ , valida nel caso libero,
viene dunque sostituita dalle equazioni di Heisenberg per la posizione,
che possiamo scrivere come
(9.62) [H, Gµ ] = iMẊµ = i[Pµ − Aµ (X, S)] .
La forma di H risulta ora parzialmente fissata. Infatti una soluzione
immediata della (9.62) è data da H0 = ∣P − A(X)∣2 /(2M) , per cui H − H0
deve commutare con X , e quindi
1
(9.63) H= ∣P − A(X, S)∣2 + ϕ(X, S) .
2M
Nel seguito eviteremo di esplicitare la dipendenza da S , sottintendendo
che A e ϕ possono essere matrici non banali nello spazio degli stati di
spin. Si noti inoltre che i vari operatori nella relazione (9.63) possono
essere intesi sia come operatori di Schroedinger che di Heisenberg, dato
che H è comunque una costante del moto. Se A e/o ϕ non sono costanti
nel tempo, la derivazione precedente resta valida riguardando tutti gli
operatori coinvolti come operatori di Heisenberg, dato che le relazioni di
commutazione utilizzate restano invarianti in forma sotto l’azione dell’o-
peratore di evoluzione U(t, t0 ) . Quindi le versioni più generali delle (9.61)
e (9.63) si scriveranno
(9.64) MẊ(t) = P(t) − A(X(t), t)
(9.65) H(t) = 12 M∣Ẋ(t)∣2 + ϕ(X(t), t)
e restano valide sia nella descrizione di Heisenberg che in quella di Sch-
roedinger, poiché abbiamo, almeno formalmente,
U(t, t0 ) A(X(t), t) U(t, t0 )† = A(U(t, t0 )X(t)U(t, t0 )† , t)
e analogamente per ϕ .
Il risultato che abbiamo ottenuto è particolarmente significativo nel
caso di una particella priva di spin: l’invarianza della dinamica sotto boost

- 342 -
9.4 Trasformazioni di gauge

istantanei di Galilei fissa la forma generale di H = H(A, ϕ) in termini di


un potenziale vettore A = A(x, t) e di un potenziale scalare ϕ = ϕ(x, t) . Si
tratta proprio dell’accoppiamento minimale tra una particella carica
ed il campo elettromagnetico, discusso al livello classico al §3.3 ed a
quello quantistico nel cap. 13, anche se l’identificazione di A e ϕ con i
potenziali elettromagnetici non è obbligatorio, dato che essi sono funzioni
arbitrarie che non devono soddisfare le equazioni di Maxwell (si noti che
̵ = 1).
stiamo tacitamente utilizzando unità in cui e/c = 1, h

9.4. Trasformazioni di gauge


Consideriamo ora le trasformazioni di simmetria implementate dagli ope-
ratori unitari della forma
Uχ = exp[−iχ(X, t)]
dove χ(x, t) è un’arbitraria funzione dello spazio-tempo (eventualmente
non banale nello spazio dello spin). Esse vengono denominate trasfor-
mazioni di gauge e lasciano invariata la posizione X , mentre cambiano
il momento P :
U†χ P Uχ = P − ∇χ(X, t) .
Quindi l’operatore velocità Ẋ = [P − A(X, t)]/M si trasforma in modo
covariante, nel senso che

U†χ Ẋ Uχ = Ẋ = [P − A ′ (X, t)]/M
con
(9.66) A ′ (x, t) = A(x, t) + ∇χ(x, t)
Di conseguenza l’Hamiltoniana (9.64), tenendo conto della dipendenza
esplicita dal tempo di Uχ (vedi al §9.1.2, Eq. (9.8)), si trasforma nel
seguente modo gauge-covariante
U†χ H(A, ϕ) Uχ = H(A ′ , ϕ ′ )
dove
(9.67) ϕ ′ (x, t) = ϕ(x, t) + ∂t χ(x, t)
Nel caso in cui χ(x, t) sia un multiplo dell’identità nello spazio dello
spin, le relazioni (9.66) e (9.67) coincidono con le trasformazioni di gauge
proprie dei potenziali elettromagnetici. Quindi, se identifichiamo A e
ϕ con i potenziali elettromagnetici, dobbiamo concludere che soltanto le
grandezze gauge-invarianti
B=∇∧A, E = ∇ϕ − ∂t A ,
identificabili rispettivamente nel campo magnetico ed nel campo elettrico,
sono fisicamente osservabili. Allora la coppia (A, ϕ) e la coppia (A ′ , ϕ ′ )

- 343 -
9.4 Simmetria e invarianza 9.4

danno luogo alla stessa dinamica per la particella, per cui Uχ implementa
non solo una trasformazione di simmetria, ma una vera e propria inva-
rianza.
Viceversa, il principio di invarianza locale di gauge [Pau58] richiede
che la dinamica della particella sia invariante rispetto alle trasformazioni
di simmetria implementate da Uχ , per qualunque χ , ed impone perciò che
A ′ e ϕ ′ siano fisicamente equivalenti ad A e ϕ , esattamente come per
i potenziali elettromagnetici. Possiamo far risalire questo fondamentale
principio alla naturale indeterminazione della fase in meccanica quanti-
stica: infatti, per ricostruire operativamente lo spazio di Hilbert della
particella, a partire dallo spettro osservato della posizione, ad ogni punto
x dello spazio fisico viene associato un raggio ∣x⟩⟨x∣ (si intende, come
sempre, nel limite ideale e non normalizzabile di localizzazioni esatte), e
non un vettore ∣x⟩ . Quest’ultimo risulta quindi individuato solo a meno di
un fattore di fase, diciamo exp[−iχ(x, t)] , cui corrisponde evidentemente
la trasformazione di simmetria Uχ .
Il principio di invarianza locale di gauge serve a fissare la forma gene-
rale della Hamiltoniana (9.64) (il cosiddetto accoppiamento minimale
fra particella e campo elettromagnetico) in modo complementare all’inva-
rianza per boost galileiani istantanei. Infatti, l’equazione di Schroedinger
della particella libera,
d P2
i∣ψ⟩ = ∣ψ⟩ ,
dt 2m
che come sappiamo è univocamente fissata dal principio di invarianza
galileiana, nella rappresentazione della posizione ed una volta fissata la
rappresentazione per il momento, ad esempio P = −i∇ , si scrive
∂ △
[i + ] ψ(x, t) = 0 .
∂t 2m
Essa non è invariante di gauge, cambiando forma sotto la ridefinizione
della fase da ψ(x, t) a exp[iχ(x, t)]ψ(x, t) . Per renderla invariante,
introduciamo le derivate covarianti
∂ ∂
Dt = − iϕ , Dj = − iAj
∂t ∂xj

dove per ipotesi A e ϕ si trasformano secondo le regole (9.66) e (9.67)


simultaneamente alla ridefinizione ψ → eiχ ψ . Allora la nuova equazione
( D2 ≡ Dj Dj , con l’usuale convenzione che indici ripetuti sono sommati)

D2
(9.68) [iDt + ] ψ(x, t) = 0
2m

- 344 -
9.5 Simmetrie spazio-temporali discrete

è gauge-invariante. Evidentemente, la (9.68) è la forma nella rappresenta-


zione della posizione dell’equazione di Schroedinger la cui l’Hamiltoniana
è H(A, ϕ) .
Sulle trasformazioni di gauge torneremo ancora più avanti, in occa-
sione della discussione del moto quantomeccanico di una particella nel
campo elettromagnetico (vedi cap. 13). Per il momento concludiamo con
la seguente considerazione.
L’equivalenza di potenziali A e ϕ sotto trasformazioni di gauge com-
porta la necessità di rivedere, in alcuni casi particolari, il concetto di
invarianza della dinamica sotto altre trasformazioni di simmetria. Consi-
deriamo ad esempio il caso in cui ϕ = 0 , mentre A è una funzione lineare
di x che non dipende dal tempo. Come già anticipato nel §3.3 e come
riprenderemo al §13.2, si tratta del contesto necessario per descrivere una
particella in un campo magnetico costante. Dunque, per ipotesi abbiamo
Aj (x) = ajk xk , dove le ajk sono costanti arbitrarie. Sfruttando l’equiva-
lenza sotto trasformazioni di gauge, possiamo restringerci al caso in cui
ajk + akj = 0 , in quanto (ajk + akj )xk = ∂j (aik xi xk ) è un “puro gauge”,
cioè è equivalente ad un potenziale nullo attraverso una trasformazione
di gauge. Possiamo allora porre aij = 12 ϵijk Bk , ovvero A = 12 B ∧ x , dove
B = ∇ ∧ A è un vettore costante e gauge-invariante. La dinamica sarà
quindi invariante per traslazioni spaziali, poiché l’unico oggetto osserva-
bile assoluto, cioè B , è invariante. Tuttavia l’Hamiltoniana (9.63), che
ora si scrive
1
H= ∣P − 12 B ∧ X∣2 ,
2M
evidentemente non è invariante per traslazioni, visto che non commuta
con gli operatori U(a) = exp(−ia ⋅ P) che le implementano. Abbiamo
invece una invarianza a meno di una trasformazione di gauge
U(a)† H U(a) = U†χ H Uχ ,
dove χ(x) = 21 B∧a⋅x . Per il principio di invarianza locale di gauge questo
basta a garantire anche l’invarianza per traslazioni spaziali.

9.5. Simmetrie spazio-temporali discrete


Sinora abbiamo considerato esempi concreti di trasformazioni di simme-
tria e invarianza che costituiscono dei sottogruppi continui. Nei prossimi
paragrafi tratteremo invece le simmetrie discrete, cioè non ottenibili me-
diante ripetizioni molteplici di trasformazioni infinitesime, che traggono
comunque origine dalla struttura (nonrelativistica) dello spazio-tempo.

9.5.1. Inversione spaziale. L’inversione spaziale, detta anche tra-


sformazione di parità e denotata con P , consiste nella riflessione delle

- 345 -
9.5 Simmetria e invarianza 9.5

coordinate attraverso l’origine del sistema di riferimento cartesiano origi-


nalmente adottato. Quindi Px = −x , per ogni punto x dello spazio fisico.
Evidentemente P 2 coincide con la trasformazione identica, P 2 = e . Inol-
tre, P si ottiene (in infiniti modi) componendo una rotazione con una
riflessione attraverso un piano. Ad esempio (x1 , x2 , x3 ) → (−x1 , −x2 , x3 ) è
un rotazione di 180o attorno all’asse z ≡ x3 e (x1 , x2 , x3 ) → (x1 , x2 , −x3 ) è
una riflessione nel piano xy . Più in generale, possiamo considerare tutte
le isometrie dello spazio fisico R3 che non spostano l’origine ed invertono
l’orientazione relativa degli assi coordinati, vale a dire
xµ Ð→ Sµν xν , ST S = SST = 1 , det S = −1 .
Tali trasformazioni formano la componente disconnessa dall’elemento neu-
tro del gruppo O(3) delle matrici ortogonali 3 × 3 . La componente
che contiene l’elemento neutro, SO(3) , è formata dalle rotazioni trattate
precedentemente al §9.3.4.
Quanto appena detto ci permette di dare una suggestiva interpretazio-
ne operativa all’inversione spaziale: dato un certo apparato sperimentale
A atto a preparare il sistema S in un determinato (vettore di) stato
∣ψ⟩ , l’apparato A ′ costruito, se possibile, in modo da coincidere con l’im-
magine di A ruotata di 180o attorno ad una data direzione e riflessa
in uno specchio ortogonale alla direzione stessa, preparerà S nello stato
∣Pψ⟩ . Assumendo che P costituisca una trasformazione di simmetria
per il sistema S , per il teorema di Wigner esisterà un operatore uni-
tario o antiunitario UP , definito a meno di un fattore di fase, tale che
∣Pψ⟩ = UP ∣ψ⟩ .
Consideriamo come esempio una singola particella elementare priva
di spin. In base all’interpretazione operativa di cui sopra, riletta per le
osservabili fondamentali X e P , dobbiamo avere
(9.69) U†P X UP = −X , U†P P UP = −P .
Applicando questa legge di trasformazione alle regole di commutazione
canoniche, si ottiene
U†P iδµν UP = U†P [Xµ , Pν ]UP = [−Xµ , −Pν ] = iδµν
il che dimostra che UP è unitario. Applicando la stessa legge all’operato-
re di momento angolare orbitale L = X ∧ P , si verifica che L è invariante
per parità. Operatori vettoriali che, come X e P , cambiano segno sotto
inversione spaziale sono detti vettori polari. Operatori invarianti come
L sono detti vettori assiali.
Supponiamo ora che la particella abbia spin non-nullo, con associato
operatore di spin S . La naturale richiesta che il momento angolare totale
J = L+S si trasformi come L impone che anche S debba essere invariante,

- 346 -
9.5 Simmetrie spazio-temporali discrete

ovvero
U†P S UP = S
In particolare, l’elicità della particella E = (S ⋅ P)/∣P∣ cambia segno sotto
inversione spaziale. Questo fatto, unitamente all’invarianza per rotazioni,
caratterizza l’elicità come una grandezza pseudoscalare rispetto a O(3) .
Una grandezza scalare, oltre ad essere invariante sotto rotazioni, è invece
invariante rispetto all’intero O(3) ; ad esempio P ⋅ X , P2 etc.
Queste considerazioni si estendono nel solito modo al caso di N parti-
celle distinguibili, con osservabili fondamentali xj , pj e sj , j = 1, 2, . . . N .
Avremo
(9.70) U†P xj UP = −xj , U†P pj UP = −pj , U†P sj UP = sj .
Risulta evidente che U2P commuta con un insieme irriducibile di operatori
e quindi è un multiplo dell’identità, in accordo con il fatto che P 2 = e .
Possiamo sempre fissare il fattore di fase lasciato libero dalle (9.70) im-
ponendo che U2P = 1l . Allora U†P = U−1 P = UP e la parità è un’osservabile.
Per semplicità d’ora in poi scriveremo P al posto di UP .
Per ottenere una realizzazione esplicita della parità P conviene fissare
la rappresentazione di HS . Ad esempio, in termini delle funzioni d’onda
della posizione di una singola particella priva di spin, le relazioni (9.69) e
P 2 = 1l evidentemente richiedono
(Pψ)(x) = ηψ(−x) ,
dove η = ±1 risulta essere un numero quantico vero e proprio, caratteri-
stico della particella in questione, che prende il nome di parità intrin-
seca. Essa non va confusa con la parità orbitale, che è invece una
proprietà delle funzioni d’onda simmetriche, ψ(x) = ψ(−x) , o antisimme-
triche, ψ(x) = −ψ(−x) . Ogni funzione d’onda ψ può comunque essere
sempre separata in una parte simmetrica o pari, 21 (1 + ηP)ψ e una anti-
simmetrica o dispari, 21 (1−ηP)ψ . L’unitarietà di P si verifica facilmente,
ricordando la forma esplicita del prodotto scalare in L2 (R3 ) .
Tra le funzioni d’onda con parità definita vanno evidenziate le auto-
funzioni di L2 e Lz , vale a dire le funzioni della forma
(9.71) ψ(x) = u(r) Ylm (ϑ, φ) ,
dove u è una funzione della sola coordinata radiale r = ∣x∣ , ϑ e φ so-
no come al solito gli angoli sferici e Ylm è l’armonica sferica tale che
L2 Ylm = l(l + 1)Ylm e Lz Ylm = mYlm . Sotto l’inversione x → −x , r è
invariante mentre ϑ → π − ϑ e φ → φ + π . Quindi, dato che Ylm (π − ϑ, φ +
π) = (−)l Ylm (ϑ, φ) , la funzione d’onda (9.71) descrive un autostato della
parità, cioè, per esteso:
(9.72) P ∣u, l, m, η⟩ = (−1)l η ∣u, l, m, η⟩ ,

- 347 -
9.5 Simmetria e invarianza 9.5

dove
∣u, l, m, η⟩ = ∫ d3 x u(r)Ylm (ϑ, φ) ∣x, η⟩
e, per definizione, P ∣x, η⟩ = η ∣−x, η⟩ .
problema 9.5-5 []Si verifichi che, in base alla relazione (9.72), gli ele-
menti di matrice ⟨u, l, m, η∣ V ∣u ′ , l ′ , m ′ , η ′ ⟩ si annullano se:
a) V è polare e l = l ′ , η = η ′ oppure l = l ′ ± 1 , η = −η ′ ;
b) V è assiale e l = l ′ , η = −η ′ oppure l = l ′ ± 1 , η = η ′ .
L’inclusione dello spin non comporta variazioni, dato che S commuta
con P . Altrettanto immediata è l’estensione al caso di più particelle: per
costruzione la parità è un numero quantico di tipo moltiplicativo (vedi
§7.2.1), per cui avremo
(9.73) (Pψ)(x1 , . . . , xN ) = η1 . . . ηN ψ(−x1 , . . . , −xN ) .
problema 9.5-6 []Si verifichi che, diversamente dal caso di una singola
particella, la parità di uno stato di due particelle senza spin, con momen-
to angolare totale J ben definito, non risulta interamente determinata
dall’autovalore di J .
problema 9.5-7 [] Il dipolo elettrico di un sistema di N particelle con
cariche elettriche ej , j = 1, . . . , N si scrive d = ∑j ej xj . Se ∣E⟩ è uno stato
stazionario e ⟨d⟩ = ⟨E∣ d ∣E⟩ ≠ 0 anche in assenza di campi elettrici esterni,
si dice che il sistema possiede un dipolo elettrico permanente. Si dimostri
che necessariamente ⟨d⟩ = 0 se la Hamiltoniana è invariante sotto parità
e l’autovalore E è non degenere.
Il ruolo delle parità intrinseche η1 , . . . , ηN può a prima vista sembrare
inutile: la loro presenza si riduce ad un fattore ±1 complessivo, appa-
rentemente inosservabile e quindi irrilevante. Dopo tutto, esso rientra
nell’ambiguità del fattore di fase lasciato libero dal teorema di Wigner. Il
punto è stabilire se la parità intrinseca di una particella rappresenta effet-
tivamente un’osservabile in senso operativo. Se ciascun tipo di particella
è conservato, le parità intrinseche non sono in alcun modo osservabili e
possiamo dimenticarcene, ponendo ad esempio η = + per qualunque tipo
di particella. Se invece esistono dei processi fisici dove le particelle non
sono conservate, risulta necessario considerare uno spazio di Hilbert in cui
possono venir linearmente sovrapposti vettori di stato che descrivono un
differente numero N di particelle di ciascun tipo specifico. In tal caso le
parità intrinseche non si riducono ad un fattore di fase globale, ma inter-
vengono sulle fasi relative tra le componenti con N diverso di ogni vettore
di stato, causando effetti in linea di principio osservabili. Se le particel-
le in questione sono massive e veramente elementari, i suddetti processi
violano il principio di simmetria galileiana, in quanto non rispettano la
regola di superselezione di Bargmann. In tal caso dovremmo considerare

- 348 -
9.5 Simmetrie spazio-temporali discrete

processi strettamente relativistici, per i quali il formalismo necessario non


è comunque quello della meccanica quantistica nonrelativistica esposto in
questo libro. Lo stesso vale per particelle prive di massa come i fotoni, la
cui dinamica non rispetta comunque la simmetria galileiana.
D’altra parte, come anche precedentemente accennato, il concetto di
particella è abbastanza duttile per accomodare anche in meccanica quanti-
stica nonrelativistica situazioni concrete dove la parità intrinseca gioca un
ruolo importante. Si pensi ad esempio a particelle che sono stati legati di
altre particelle più fondamentali, ed a processi fisici nei quali queste ultime
si ricombinano in nuovi stati legati, preservando tuttavia il loro numero
per ciascun tipo. Evidentemente la parità intrinseca di una particella
composta è riconducibile alla parità orbitale della funzione d’onda che
descrive lo stato relativo dei suoi componenti, ma risulta spesso possibile
evitare di descrivere anche la struttura interna delle particelle composte,
facendo ricorso a nuovi numeri quantici come le parità intrinseche.
Infatti, supponiamo che due particelle di massa m1 e m2 formino
uno stato legato descritto dalla funzione d’onda ϕ(x) , dove x = x1 − x2
(esempio concreto: elettrone e protone in uno stato definito dell’atomo
di idrogeno). Se l’unica forza che agisce su ciascuna particella è quella
dovuta all’interazione responsabile dello stato legato, la funzione d’onda
complessiva che soddisfa all’equazione di Schroedinger avrà la forma
Ψ(x1 , x2 ) = exp(iK ⋅ X)ϕ(x) ,
dove X = (m1 + m2 )−1 (m1 x1 + m2 x2 ) rappresenta, come al solito, il centro
di massa. Se ora consideriamo nuove interazioni con altre particelle e/o
con campi esterni, tali che risulti trascurabile l’effetto causato sullo stato
interno, possiamo assumere per Ψ(x1 , x2 ) la forma
Ψ(x1 , x2 ) = ψ(X)ϕ(x)
Nel caso in cui ϕ abbia parità (orbitale!) definita η , cioè ϕ(−x) = ηϕ(x) ,
η = ±1 , l’azione (9.73) di P su Ψ si traduce in un’azione su ψ :
(Pψ)(x) = η η1 η2 ψ(x)
per cui la particella composta ha ηη1 η2 come parità intrinseca. Se esclu-
diamo di poter mai osservare una struttura interna anche per le due par-
ticelle costituenti, possiamo porre η1 = η2 = 1 (ogni altra scelta risulta
unitariamente equivalente a questa), per cui la parità orbitale della fun-
zione d’onda interna ϕ si manifesta come parità intrinseca per la funzione
d’onda esterna ψ . Si noti che, da questo punto di vista, un processo che
determini un cambiamento dello stato interno, con il passaggio da ϕ a
ϕ ′ , va visto come un processo in cui il numero di particelle composte di
tipo ϕ diminuisce di una unità, mentre aumenta parimenti il numero di

- 349 -
9.5 Simmetria e invarianza 9.5

particelle composte di tipo ϕ ′ . In un processo del genere la parità in-


trinseca η cambia in η ′ (assumendo che anche ϕ ′ abbia parità orbitale
definita), con effetti generalmente osservabili.

9.5.2. Violazione della parità. Nei paragrafi precedenti abbiamo


ripetutamente enunciato vari principi di simmetria e di invarianza, che
vengono infine raccolti in un unico principio che fa riferimento al gruppo
di Galilei. Ci poniamo ora il medesimo problema riguardo all’inversione
spaziale o parità P .
La questione si può formulare cosı̀: l’inversione spaziale è una trasfor-
mazione di simmetria universale, cioè valida per ogni sistema fisico? E
ammesso che sia cosı̀, la dinamica di un sistema isolato è invariante per
inversione spaziale? In altri termini, se H è la Hamiltoniana di un tale
sistema, possiamo senz’altro assumere che [H, P] = 0 , comunque compli-
cata e/o poco precisamente nota sia H ? Fino a pochi decenni orsono la
risposta affermativa a tutte queste domande era universalmente ricono-
sciuta come quella giusta. Un tale convincimento si basava sull’idea che le
leggi fondamentali della natura non potessero distinguere tra “destra” e
“sinistra”, per cui doveva esistere il processo fisico “riflesso allo specchio”
di un qualunque processo osservato. Nel 1956 un esperimento basato sul
decadimento β ha messo in crisi questa assunzione, dimostrando che la
natura non rispetta la parità8 .
L’esperimento consiste nel misurare la correlazione tra la direzione
di polarizzazione di una certa quantità di cobalto 60 Co e la direzione di
emissione degli elettroni prodotti nel decadimento β di ciascun nucleo da
60
Co a 60 Ni. Il 60 Co possiede uno spin non-nullo e quindi un momento
magnetico che, a temperature abbastanza basse, può venir orientato in
una data direzione mediante un campo magnetico. Se in un singolo de-
cadimento l’elettrone viene emesso con un momento pe che traccia un
angolo θ con lo spin S del nucleo, nello stesso decadimento “visto allo
specchio” l’angolo sarà π − θ . Quindi, se la parità fosse una trasformazio-
ne di simmetria e le leggi fondamentali che regolano il decadimento fossero
invarianti per inversione spaziale, come lo sono per rotazione, allora i due
processi sarebbero egualmente probabili e la distribuzione degli elettroni
sarebbe simmetrica rispetto alla direzione dello spin. Si noti che, essen-
do la parità un’osservabile, essa apparirebbe in tal caso come una carica
(moltiplicativa) conservata. Al contrario, i risultati dell’esperimento con
il cobalto, cosı̀ come di molti altri esperimenti, dimostrano (attualmente

8
Questa rivoluzionaria scoperta valse il premio Nobel a C.S. Wu, che guidò l’equipe
sperimentale, nonché a T.D. Lee e C.N. Yang [LY56], che predissero il risultato in base
a considerazioni puramente teoriche.

- 350 -
9.5 Simmetrie spazio-temporali discrete

con un errore di una parte su 103 ) che la parità è massimamente vio-


lata in tutti i fenomeni che coinvolgono la cosiddetta interazione debole,
responsabile, fra l’altro, del decadimento β del cobalto 60 Co.
La descrizione “elementare” di questo tipo di decadimento contem-
pla un neutrone del nucleo che si trasforma in un protone, emettendo un
elettrone (raggio β ) ed un neutrino. I neutrini sono particelle elementari
particolarmente elusive, elettricamente neutre, molto probabilmente prive
di massa e con elicità definita; esse giocano un ruolo cruciale nelle intera-
zioni deboli, per la descrizione delle quali il modello teorico attualmente
più accredidato (unitamente all’interazione elettromagnetica e a quella
forte) è il cosiddetto modello standard. In esso anche il protone ed il neu-
trone sono particelle composte da particelle più elementari, i cosiddetti
quarks, che compaiono nel modello in svariati tipi insieme ai cosiddetti
leptoni (elettrone, muone, neutrini etc.) ed ai bosoni vettoriali, uno dei
quali è il fotone della radiazione elettromagnetica. In questa sede non
possiamo certo andare oltre nella spiegazione, se non per osservare che
nel modello standard non sono contemplati i neutrini con elicità positiva,
ma solo quelli con elicità negativa. In una situazione del genere non è
nemmeno possibile considerare P come una trasformazione di simmetria
universale.
Dobbiamo infatti ricordare che una trasformazione di simmetria T
stabilisce una corrispondenza biunivoca tra stati puri, e quindi presuppone
la possibilità reale di preparare ∣Tψ⟩ , per qualunque stato iniziale ∣ψ⟩ del
sistema fisico in questione; a questa stessa possibilità il modello standard
fornisce una risposta negativa: tenuto conto che l’elicità cambia segno
sotto inversione spaziale, secondo le attuali conoscenze semplicemente non
sappiamo come effettivamente realizzare l’apparato sperimentale riflesso
A ′ atto a preparare dei neutrini con elicità positiva. Stando cosı̀ le cose,
il problema dell’invarianza sotto parità delle interazioni dei neutrini con
altre particelle e della conservazione o meno di P non si pone nemmeno,
nel senso che la risposta è necessariamente negativa a priori.
D’altra parte possiamo assumere un punto di vista meno restrittivo,
in cui non si pretende che lo spazio di Hilbert rilevante, ad esempio per il
decadimento β , sia soltanto quello ricostruito a partire dalle osservazioni
attuali. In tal caso è lecito contemplare l’esistenza anche di neutrini con
elicità positiva, i quali comunque non intervengono mai nelle interazioni
a tutt’oggi conosciute9 . Questa scelta ripristina la simmetria con gli altri
leptoni e con i quark, che intervengono nel modello standard con entrambe
le elicità. In questo modo anche la parità P riacquista il ruolo di trasfor-
mazione di simmetria: anche se non sempre sappiamo come prepararli,
9
Per altro, questi stati di elicità positiva sono indispensabili per fornire una massa,
comunque piccola, ai neutrini.

- 351 -
9.5 Simmetria e invarianza 9.5

stati con elicità opposta esistono per ogni tipo di particella. È ora legitti-
mo porsi la questione se P è anche una invarianza dell’Hamiltoniana del
modello standard. Anche se non più per ragioni di principio, la risposta
è comunque negativa: l’evidenza sperimentale impone che [H, P] ≠ 0 , e
la parità non è conservata.
È evidente che, almeno in base alle nostre attuali conoscenze, non ab-
biamo elementi per prediligere l’uno o l’altro dei due punti di vista appena
esposti. Il dato sostanziale è che le leggi fondamentali della natura, cosı̀
come le conosciamo, violano la parità in tutta una classe di fenomeni.
Al contrario, nella classe di fenomeni elementari ancor più vasta carat-
terizzata dalle sole interazioni forte ed elettromagnetica, l’invarianza per
inversione spaziale e la conseguente conservazione della parità sono fuori
discussione.

9.5.3. Inversione temporale. Insieme all’inversione spaziale P :


x → −x , risulta naturale considerare l’inversione temporale T : t → −t .
In realtà queste due operazioni sulle coordinate spazio-temporali sono
concettualmente molto diverse, almeno nel formalismo della meccanica
quantistica nonrelativistica di un numero fissato di particelle. La ragione
è quella già discussa al §7.7: diversamente dalla posizione, il tempo non
è un’osservabile. Piuttosto che di inversione temporale, dovremmo allora
parlare di inversione del moto, cioè di quella operazione sulle osservabili
del sistema S che trasforma l’evoluzione verso il futuro in quella verso
il passato. Per il sistema di N particelle, classicamente questo si ottiene
sostituendo alle traiettorie xj (t) nuove traiettorie (T x)j (t) = xj (−t) , e
quindi rovesciando tutte le velocità per ogni fissata posizione. Si tratta
di una trasformazione di simmetria della meccanica classica. Se inoltre
le nuove traiettorie sono ancora soluzioni del moto, allora diremo che la
dinamica è invariante per inversione temporale.
Queste considerazioni classiche suggeriscono di identificare T , anche
nella descrizione quantomeccanica di N particelle senza spin, con l’opera-
zione xj → xj , pj → −pj . Assumendo che si tratti effettivamente di una
trasformazione di simmetria e denotando come al solito con UT l’opera-
tore (unitario o antiunitario) che la implementa, per una singola particella
avremo

(9.74) U†T X UT = P , U†T P UT = −P .

Inoltre, osservando che il momento angolare orbitale X ∧ P cambia segno,


in presenza di spin non-nullo la definizione di UT viene completata da

(9.75) U†T S UT = −S .

- 352 -
9.5 Simmetrie spazio-temporali discrete

Applicando la legge di trasformazione (9.74) alle regole di commutazione


canoniche, si ottiene
U†T iδµν UT = U†T [Xµ , Pν ] UT = [Xµ , −Pν ] = −iδµν ,
il che dimostra che UT deve essere antiunitario (vedi §9.1). L’estensione
al caso di N particelle si ottiene nel solito modo, secondo le regole dei
sistemi composti.
La covarianza dell’equazione di Schroedinger sotto inversione tempo-
rale è garantita proprio dalla natura antiunitaria di UT . Infatti, se
d
(9.76) i ∣ψ(t)⟩ = H(t) ∣ψ(t)⟩ ,
dt
allora
d d
UT i ∣ψ(t)⟩ = −i UT ∣ψ(t)⟩
dt dt
da un lato, mentre come al solito
UT H(t) ∣ψ(t)⟩ = UT H(t)U†T UT ∣ψ(t)⟩
dall’altro; quindi ponendo
(9.77) ∣(T ψ)(t)⟩ = UT ∣ψ(−t)⟩ , (T −1 H)(t) = UT H(−t)U†T ,
si ottiene
d
i ∣T ψ⟩ = (T −1 H) ∣T ψ⟩
dt
come richiesto.
In particolare, se T H = H , la dinamica si dice invariante per inversione
temporale. Diversamente dalla parità, ad una tale invarianza discreta non
è associata alcuna legge di conservazione (vedi al prossimo paragrafo).
Come per la parità, l’invarianza sotto T stabilisce una corrispondenza
discreta tra soluzioni del moto: se ∣ψ(t)⟩ è una soluzione dell’equazione
di Schroedinger (9.76), allora anche UT ∣ψ(−t)⟩ lo è.
Ci poniamo ora il problema di costruire una realizzazione esplicita
dell’operatore UT in una data rappresentazione dello spazio di Hilbert.
Ci limiteremo al caso di una singola particella, dato che il caso più generale
di N particelle si ottiene tramite il prodotto diretto (vedi §7.2.1).
Nella rappresentazione della posizione, per una particella senza spin,
possiamo identificare UT , sempre a meno del solito fattore di fase, con
l’operatore K di coniugazione complessa:
K ∣ψ⟩ = K ∫ d3 x ∣x⟩ ⟨x∣ ψ⟩ = ∫ d3 x ∣x⟩ ⟨x∣ ψ⟩ .

In particolare si noti che K2 = 1 . Quindi, in termini della funzione d’onda


ψ(x) = ⟨x∣ ψ⟩ , avremo
(UT ψ)(x) = ψ(x) .

- 353 -
9.5 Simmetria e invarianza 9.5

In effetti K , che è manifestamente antiunitario, lascia invariato l’operato-


re di moltiplicazione X , in quanto x è per ipotesi reale, mentre cambia
segno a P = −i∇ , in quanto ∇ ha elementi di matrice reali tra i vettori di
stato generalizzati ∣x⟩ . Per quanto riguarda la Hamiltoniana nel campo
esterno definito dalla coppia A e ϕ (vedi§9.3.10), abbiamo evidentemente
( A e ϕ sono reali per definizione):
T H(A, ϕ) = U†T H(A, ψ)UT ∣t→−t = H(T A, T ψ) ,
dove (T A)(x, t) = −A(x, −t) e (T ϕ)(x, t) = ϕ(x, −t) . Si noti che queste
sono proprio le leggi di trasformazione sotto inversione temporale dei po-
tenziali elettromagnetici classici. In particolare, la dinamica è invariante
se e solo se T A e T ψ differiscono da A e ϕ per una trasformazione di
gauge, ovvero
A(x, t) + A(x, −t) = −∇χ(x, t) ,

ϕ(x, t) − ϕ(x, −t) = − χ(x, t) .
∂t
Nel caso di potenziali indipendenti dal tempo, l’invarianza sotto T non
pone vincoli su ϕ(x) , mentre richiede che A(x) sia un puro gauge, cioè
B = ∇ ∧ A = 0.
Una volta definita in una base specifica, la forma esplicita di UT
risulta fissata in ogni altra base tramite le regole generali della meccanica
quantistica (si noti che la definizione di K dipende dalla base, per cui UT
non si ridurrà alla semplice coniugazione complessa in altre rappresenta-
zioni). Ad esempio, sugli autovettori del momento abbiamo

UT ∣k⟩ = ∫ d3 x ∣x⟩ ⟨x∣ k⟩ = ∣−k⟩ ,

dato che ⟨x∣ k⟩ = exp(ik ⋅ x) . Quindi

UT ∣ψ⟩ = ∫ d3 k ∣−k⟩ ⟨k∣ ψ⟩ = ∫ d3 p ∣k⟩ ⟨−k∣ ψ⟩ ,


ovvero
(UT ψ̃)(k) = ψ̃(−k) ,
dove ψ̃ è la trasformata di Fourier di ψ .
L’inclusione dello spin richiede di modificare l’identificazione UT =
K , in quanto gli operatori di spin Sx , Sy e Sz non possono avere tutti
e tre elementi di matrice puramente immaginari o puramente reali in
alcuna base fissata. Come sappiamo però dal §8.2.5, nella base in cui
Sz è diagonale possiamo sempre fissare le fasi in modo tale che Sx e
Sz abbiano elementi di matrice reali, mentre Sy ha elementi di matrice
immaginari puri. Quindi
KSx K = Sx , KSy K = −Sy , KSz K = Sz .

- 354 -
9.5 Simmetrie spazio-temporali discrete

Ponendo allora

(9.78) UT = YK , Y ≡ e−iπSy

(in particolare Y = −iσy per spin 1/2) si ottiene subito la (9.75), in quanto

Y † Sx Y = −Sx , Y † Sy Y = Sy , Y † Sz Y = −Sz .

La forma di UT in ogni altra rappresentazione segue dalle regole solite a


partire dalla (9.78).
Dalla definizione stessa di inversione temporale (o in base alle leggi
di trasformazione (9.74) e (9.75)), è evidente che U2T deve ridursi ad un
multiplo unimodulare dell’identità: U2T = eiα 1l . D’altronde, per la natura
antiunitaria di UT e legge associativa,

e−iα UT = UT eiα = UT U2T = U2T UT = eiα UT ,

per cui U2T = ±1l . Nel caso della realizzazione esplicita (9.78) valida per
la singola particella, otteniamo

U2T = Y K Y K = e−iπSy e+iπ(−Sy ) = e−2iπSy .

Ma S commuta con il momento angolare orbitale L e e−2iπLy = 1 , per


cui possiamo porre U2T = e−2iπJy , dove J = L + S . Infine, componendo
moltiplicativamente UT per un sistema di N particelle,

U2T = e−2iπJy

dove J = ∑j (Lj + Sj ) è il momento angolare totale. Quindi

U2T = (−1)NF 1l

dove NF è il numero di fermioni, ovvero particelle con spin semintero, del


sistema fisico in esame.
problema 9.5-8 []Si dimostri il teorema di Kramer, il quale afferma
che se il sistema conservativo S contiene un numero dispari di particelle
con spin semintero ed è governato da una Hamiltoniana invariante sotto
inversione temporale, allora ogni autovalore dell’energia è almeno doppia-
mente degenere. Gli unici ingredienti necessari sono: (i) HUT = UT H ;
(ii) UT è antiunitario; (iii) U2T = −1 . Questo teorema risulta rilevante
nella fisica atomica, in quanto implica che non è sempre possibile rimuo-
vere tutte le degenerazioni dei livelli energetici dovute all’invarianza per
rotazioni, solo facendo ricorso a campi elettrici, i quali sono pari sotto
T .

- 355 -
9.5 Simmetria e invarianza 9.5

9.5.4. Il principio di microreversibilità. Nel precedente paragra-


fo abbiamo visto come la richiesta di covarianza dell’equazione di Schroe-
dinger fissi la legge di trasformazione dell’Hamiltoniana sotto inversione
temporale (vedi Eq. (9.77)). Nella visione attiva essa assume la forma
(9.79) H(t) Ð→ T H(t) = U†T H(−t)UT
In effetti, tenuto conto che l’operatore di evoluzione temporale U(t, t0 )
si scrive (§7.7, Eq. (7.84))
t
U(t, t0 ) = T exp [−i ∫ dt ′ H(t ′ )]
t0
possiamo verificare subito che
t
T U(t, t0 ) ≡ T exp [−i ∫ dt ′ T H(t ′ )]
t0
t
= U†T T exp [+i ∫ dt ′ H(−t ′ )] UT
t0

= U†T U(−t, −t0 )UT


com’è naturale attendersi dall’inversione dell’asse dei tempi.
La relazione (9.79) suggerisce T H = H come condizione di invarianza
della dinamica sotto T . Per l’esattezza, la formulazione più generale di
tale condizione è evidentemente
T U(t, t0 ) = eiα(t,t0 ) U(t, t0 )
dove α(t0 , t0 ) = 1 e α(t, t0 ) = −α(t0 , t) per costruzione. Insieme alla
legge di composizione di U(t, t0 ) questo impone α(t, t0 ) = α̃(t) − α̃(t0 ) .
Infine la natura antiunitaria di UT insieme a U2T = (−1)NF richiede che
α̃(t) = α̃(−t) . Ma allora possiamo porre α̃(t) = β(t) + β(−t) e, ancora
grazie all’antilinearità di UT , riassorbire il fattore di fase β-dipendente
in una innocua ridefinizione di U(t, t0 ) . In definitiva abbiamo verificato
che la richiesta di invarianza sotto T si riduce sempre a
(9.80) U(−t, −t0 ) = UT U(t, t0 ) U†T
che equivale esattamente a U†T H(−t)UT = H(t) . La relazione (9.80)
rende evidente che non esiste alcuna legge di conservazione associata
all’invarianza per inversione temporale. Infatti U(t, t0 )† UT U(t, t0 ) non
è proporzionale a UT .
Se il sistema S è conservativo, allora
U(t, t0 ) = exp[−i(t − t0 )H] = U(−t0 , −t)
e la condizione per una dinamica T -invariante si scrive
(9.81) U(t0 , t) = UT U(t, t0 ) U†T

- 356 -
9.5 Simmetrie spazio-temporali discrete

Possiamo allora formulare la richiesta di invarianza sotto forma del cosid-


detto principio di microreversibilità; esso afferma che, per un sistema
isolato, la probabilità di trovare S nello stato ∣ϕ⟩ al tempo t , se S era
stato preparato nello stato ∣ψ⟩ al tempo t0 , è uguale alla probabilità di
trovare S nello stato ∣T ψ⟩ al tempo t , avendo preparato S nello stato
∣T ϕ⟩ al tempo t0 . In formule:
(9.82) ∣ ⟨ϕ∣ U(t, t0 ) ∣ψ⟩ ∣2 = ∣ ⟨T ψ∣ U(t, t0 ) ∣T ϕ⟩ ∣2
come si deriva immediatamente dalla (9.81). Viceversa, se il principio di
microreversibilità (9.82) vale per ogni coppia di vettori di stato ∣ψ⟩ e ∣ϕ⟩ ,
allora U(t, t0 ) differisce da U†T U(t0 , t)UT al più per un fattore di fase.
Essendo UT antiunitario, questo fattore si riduce a ± , e per continuità a
t = t0 si riduce infine a 1 , riproducendo la (9.81).
L’applicazione del principio di microreversibilità ai fenomeni di diffu-
sione (o scattering) produce il cosiddetto principio del bilancio dettagliato.
Senza entrare nei particolari, che esulano dai nostri scopi presenti, in re-
gime nonrelativistico possiamo descrivere le cose nei seguenti termini. Lo
stato iniziale ∣ψ⟩ , al tempo t0 → −∞ , descrive per ipotesi le particelle
1 e 2 , con momenti p1 , p2 e proiezioni dei rispettivi spin m1 e m2
lungo un dato asse n . Analogamente lo stato finale, al tempo t → ∞ ,
descrive le particelle 3 e 4 , con momenti e proiezioni degli spin p3 , m3 ,
p4 e m4 . Ora, se l’interazione fra le particelle è invariante per inversione
temporale ed inversione spaziale, allora le probabilità di transizione del
processo diretto e del processo inverso coincidono,
Pr(p1 ,m1 ; p2 , m2 → p3 , m3 ; p4 , m4 )
= Pr(−p3 , −m3 ; −p4 , −m4 → −p1 , −m1 ; −p2 , −m2 )
= Pr(p3 , m3 ; p4 , −m4 → p1 , m1 ; p2 , −m2 ) ,
dato che i momenti pj sono dispari sotto T e P , gli operatori di spin Sj
sono dispari sotto T e pari sotto P ed infine l’asse n di quantizzazione
degli spin è pari sotto T e dispari sotto P . Nel caso che la parità sia
violata e/o che le particelle siano cariche il principio del bilancio dettaglia-
to vale in una versione opportunamente ridotta. In ogni esso fornisce un
modo diretto per controllare la validità del principio di microreversibilità,
e quindi l’invarianza per inversione temporale, nel caso delle interazioni
fondamentali. Attualmente l’evidenza sperimentale sostiene questo prin-
cipio, entro errori relativi dell’ordine di 10−3 , per tutti i processi governati
dalle interazioni forte, elettromagnetica e debole10 .

10
Vi sono tuttavia risultati sperimentali indiretti e ragioni teoriche profonde per ri-
tenere che l’invarianza per inversione temporale sia violata, anche se molto debolmente,
dalle interazioni deboli.

- 357 -
9.5 Simmetria e invarianza 9.5

problema 9.5-9 [] Si dimostri che un sistema governato da una dinamica


invariante per rotazioni e inversione temporale non può avere un momento
di dipolo elettrico permanente, se la degenerazione dei livelli energetici è
dovuta solamente all’invarianza per rotazione.
soluzione []Per ipotesi la Hamiltoniana ammette un insieme completo di au-
tovettori ∣E, J, M⟩ con momento angolare totale definito. Inoltre UT ∣E, J, M⟩
deve essere proporzionale a ∣E, J, −M⟩ , tramite un fattore di fase, poiché H e J
sono rispettivamente pari e dispari sotto inversione temporale e la degenerazione
è per ipotesi dovuta solo al numero quantico M . Quindi
⟨E, J, −M∣ J ∣E, J, −M⟩ = − ⟨E, J, M∣ J ∣E, J, M⟩ .
D’altra parte il dipolo elettrico d è pari sotto UT , per cui
⟨E, J, −M∣ d ∣E, J, −M⟩ = ⟨E, J, M∣ d ∣E, J, M⟩ .
Ma per l’applicazione 8.3.1 del teorema di Wigner-Eckart, dobbiamo avere
⟨E, J∣∣d∣∣E, J⟩
⟨E, J, M∣ d ∣E, J, M ′ ⟩ = ⟨E, J, M∣ J ∣E, J, M ′ ⟩ ,
[J(J + 1)]1/2
che insieme alle due precedenti relazioni forza ⟨E, J, M∣ d ∣E, J, M ′ ⟩ = 0 . Questo
risultato è rilevante in particolare per le particelle elementari soggette all’inte-
razione debole, la quale viola la parità e quindi non impedisce a prima vista un
dipolo elettrico permanente (vedi Probl. 9.5-7 a p. 348).

- 358 -
CAPITOLO 10

Metodi di approssimazione

10.1. Teoria delle perturbazioni


 
Per qualunque problema fisico è in generale necessario costruire la solu- Track
 1 
zione per approssimazioni successive; una prima schematizzazione tiene
conto delle interazioni più rilevanti e sulla base della soluzione del sistema
semplificato si cercano poi di includere gli effetti delle altre interazioni.
Questo schema risale alla meccanica celeste: la dinamica dei pianeti è de-
scritta dalle orbite di Keplero che tengono conto della sola attrazione del
Sole, mentre le mutue attrazioni di pianeti e satelliti possono essere inclu-
se come correzioni; ad uno stadio successivo si vorrà poi tenere conto di
altri effetti più fini, quali quelli prodotti dalla deviazione dalla forma per-
fettamente sferica del Sole o dalle correzioni relativistiche. L’importante
per l’analisi di un problema complesso è riuscire ad individuare la gerar-
chia di importanza delle varie interazioni in modo da stimare l’ordine di
grandezza delle correzioni. Per un calcolo quantitativo si deve sviluppare
un algoritmo che permetta di valutare le correzioni alla precisione deside-
rata. La natura lineare delle equazioni della meccanica quantistica facilita
di molto il compito, rispetto al problema analogo che si deve affrontare
in meccanica classica, in regime non-lineare; le questioni legate alla stima
a priori degli errori invece costituiscono un problema assai spinoso. In
genere infatti le correzioni successive formano una serie divergente a cui si
cerca di dare un significato in termini di serie asintotiche (vedi App. B.2).
Considereremo anzitutto il problema della determinazione dello spet-
tro dell’Hamiltoniano (teoria delle perturbazioni stazionarie), problema
tipico per un sistema isolato. Un sistema in interazione con un cam-
po esterno può altresı̀ porre il problema di un’interazione dipendente dal
tempo, nel qual caso gli autostati dell’Hamiltoniano imperturbato (ossia
in assenza di interazione con l’esterno) non sono più stati stazionari e la
domanda interessante riguarda la probabilità di transizione da uno sta-
to all’altro. Questo problema è coperto dalla teoria delle perturbazioni
dipendenti dal tempo.

359
10.1 Metodi di approssimazione 10.1

10.1.1. Perturbazioni stazionarie. Consideriamo un Hamilto-


niano della forma
H = H0 + εV,
dove H0 rappresenta un certo stadio di approssimazione del problema
fisico che assumiamo completamente risolto, mentre V rappresenta una
nuova interazione di cui vogliamo tenere conto; il parametro ε può essere
una costante fisica che entra nella descrizione dell’interazione (costante
di accoppiamento), oppure è un numero puro introdotto al puro scopo
di differenziare l’interazione V dal resto delle interazioni e che alla fine
dovrà essere posto uguale a uno. Si assume perciò nota la decomposizione
spettrale di H0 , e per semplicità assumiamo che si tratti di spettro di-
screto con autovalori non-degeneri. Il caso più generale verrà discusso più
avanti. Sia dunque E0 l’autovalore di cui vogliamo valutare la correzione
e ∣E0 ⟩ il corrispondente autovettore. Dobbiamo determinare autostato e
autovalore dell’Hamiltoniano completo
H ∣Eε ⟩ = Eε ∣Eε ⟩
tali che per ε → 0 valgano i due limiti1
lim Eε = E0 , lim ∣Eε ⟩ = ∣E0 ⟩ .
ε→0 ε→0

L’ipotesi che si fa a questo punto è la seguente: autovalori ed autovettori


di H ammettono uno sviluppo in serie di potenze nel parametro ε. L’ipote-
si è del tutto ragionevole trattandosi di soluzioni di equazioni differenziali
in cui ε compare come parametro, tuttavia la natura della serie di potenze
è a priori puramente formale. La convergenza della serie perturbativa,
come verranno d’ora in poi denominate le serie di potenze in teoria delle
perturbazioni, è da verificare caso per caso, e di norma non si avvera2 . An-
che negli esempi più semplici ci si trova di fronte a serie divergenti ma che
non di meno forniscono un utilissimo strumento di calcolo approssimato
in quanto serie asintotiche (ciò era ben noto agli astronomi già alla fine
del secolo scorso; la teoria matematica è sviluppata in [Har91, RS78a],
e a livello elementare in App. B.2): sotto opportune condizioni è possibile
infatti ricostruire la funzione dalla sua serie asintotica. A questo scopo è
necessario però disporre di un grande numero di coefficienti della serie, il
che non è sempre possibile (vedi Probl. 10.1-1).
1
Si tratta di un’ipotesi di lavoro; non è difficile infatti costruire esempi in cui questi
limiti non valgono (fenomeno di Klauder); nei casi noti il potenziale V è singolare (vedi
ad es. [Sim73] e il Probl. 10.1-2 a p. 364).
2
Una condizione sufficiente è data dalla condizione di Kato: la serie perturbativa
ha un raggio di convergenza finito se il potenziale di perturbazione V è limitato relati-
vamente ad H0 , e cioè ∥Vψ∥ ≤ a∥H0 ψ∥ + b∥ψ∥, (a < 1) [Kat76, RS78a] (vedi Probl. 6
a p. 538).

- 360 -
10.1 Teoria delle perturbazioni

Nel seguito affronteremo il problema di base, quello cioè di determinare


i coefficienti della serie perturbativa. Cominciamo col definire gli sviluppi
(10.1) ∣Eε ⟩ = ∣0⟩ + ε ∣η1 ⟩ + ε2 ∣η2 ⟩ + . . .
(10.2) Eε = E0 + δ1 ε + δ2 ε2 + . . .
dove i coefficienti reali δk e i vettori ∣η1 ⟩ , ∣η2 ⟩ , . . . sono da determinarsi e
sostituiamo il tutto nell’equazione agli autovalori. Identificando i coeffi-
cienti delle varie potenze in ε si ottiene, almeno in linea di principio, la
soluzione. In realtà è preferibile procedere con un sistema di tipo ricor-
sivo, in base al quale, nota la soluzione all’ordine n, si ricava facilmente
l’ordine n + 1 (è questo d’altronde il modo in cui si imposta di norma il
calcolo, dato che per il fisico poco importa conoscere la soluzione a un da-
to ordine εk senza conoscere il contributo in εk−1 , a priori più rilevante).
La relazione di ricorrenza si determina in questo modo (vedi [Sak90]):
riordiniamo i termini dell’equazione per ottenere
(10.3) (H0 − E0 ) ∣Eε ⟩ = (Eε − E0 ) ∣Eε ⟩ − εV ∣Eε ⟩ .
Prendendo il prodotto scalare dello stato ∣E0 ⟩ con ambo i membri si avrà
0 = (Eε − E0 ) ⟨E0 ∣ Eε ⟩ − ε ⟨E0 ∣ V ∣Eε ⟩
(avendo sfruttato il fatto che H0 è autoaggiunto) e quindi
⟨E0 ∣ V ∣Eε ⟩
(10.4) Eε − E0 = ε .
⟨E0 ∣ Eε ⟩
Conviene a questo punto adottare temporaneamente una normalizzazione
diversa dal consueto per l’autovettore ∣Eε ⟩
⟨E0 ∣ Eε ⟩ = 1,
una convenzione che semplifica notevolmente lo sviluppo delle formule. A
conti fatti sarà ovviamente possibile fissare la normalizzazione consueta
moltiplicando per un fattore di normalizzazione. L’unica difficoltà potreb-
be provenire nell’eventualità che l’autovettore esatto sia ortogonale a ∣E0 ⟩,
ma ciò non potrà verificarsi per ε sufficientemente piccolo. Se inseriamo
lo sviluppo in serie (10.1), ed uguagliamo i coefficienti ad ogni ordine in
εk otteniamo infatti
(10.5) δk = ⟨E0 ∣ V ∣ηk−1 ⟩
Riprendiamo ora l’Eq. (10.3); ci si chiede se siamo autorizzati ad invertire
l’operatore H0 − E0 per ottenere
∣Eε ⟩ = ∣E0 ⟩ + R0 (E0 ) (Eε − E0 − εV) ∣Eε ⟩ .
L’operatore risolvente R0 (z) ≡ (H0 −z1l)−1 è definito per ogni valore reale
o complesso di z, ad eccezione dei punti dello spettro di H0 . Tuttavia i

- 361 -
10.1 Metodi di approssimazione 10.1

vettori a cui dobbiamo applicare R(E0 ) sono tutti ortogonali al vettore


∣E0 ⟩ e perciò l’inversione è legittima. Il calcolo del risolvente è ottenibile
semplicemente da
∣E0′ ⟩
R0 (E0 ) ∣E0′ ⟩ =
E0′ − E0
R0 (E0 ) ∣E0 ⟩ ≡ 0 .
Se a questo punto inseriamo gli sviluppi in serie nell’equazione precedente
otteniamo la seconda relazione di ricorrenza

⎛k−1 ⎞
(10.6) ∣ηk ⟩ = R(E0 ) ∑ δj ∣ηk−j ⟩ − V ∣ηk−1 ⟩
⎝ j=1 ⎠

Le Eq. (10.5),(10.6) formano un algoritmo ricorsivo che in linea di prin-


cipio può generare i coefficienti della serie perturbativa ad ogni ordine.
Il vantaggio di questa impostazione è di permettere una notevole econo-
mia di calcolo; inoltre l’algoritmo è facilmente codificabile per un calcolo
automatico.
problema 10.1-1 [] Determinare i primi termini della serie perturbativa
per lo stato fondamentale dell’Hamiltoniano
H = 12 (p2 + q2 ) + εq4 .
soluzione []Conviene utilizzare gli operatori di creazione-annichilazione, e
quindi riscrivere l’Hamiltoniano nella forma
H = a† a + 1
2
+ 14 ε(a + a† )4
̵ = ω = m = 1). In qualunque
(utilizziamo per semplicità unità di misura in cui h
relazione di ricorrenza bisogna individuare per prima cosa gli elementi costanti
(da calcolare una volta sola). Nel nostro caso è ovvio che conviene calcolare
subito il vettore ⟨E0 ∣ V che compare nella prima relazione di ricorrenza. Si trova,
facendo uso delle relazioni 6.8 a p. 128,
1
V ∣0⟩ = (a + a† )4 ∣0⟩
4
1
= (a + a† )3 ∣1⟩
4 √ √
3 3 2 6
= . . . = ∣0⟩ + ∣2⟩ + ∣4⟩ .
4 2 2
Per quanto riguarda il risolvente (a† a)−1 , questo agisce sugli autostati di H0
semplicemente cosı̀
1
R0 ∣n⟩ = ∣n⟩ , (n > 0), R0 ∣0⟩ = 0 .
n

- 362 -
10.1 Teoria delle perturbazioni

n δn
1 3/4
2 −21/8
3 333/16
4 −30885/128
5 916731/256
6 −65518401/1024
7 2723294673/2048
8 −1030495099053/32768
9 54626982511455/65536
10 −6417007431590595/262144
11 413837985580636167/524288
12 −116344863173284543665/4194304
Tabella 10-1. Sviluppo perturbativo dello stato fonda-
mentale per l’operatore a† a + 12 + εq4 .

Si ottiene perciò
3
δ1 = ⟨0∣ V ∣0⟩ =
4 √ √
3 2 6
∣η1 ⟩ = R0 (0)(−V ∣0⟩) = − ∣2⟩ − ∣4⟩
4 8
21
δ2 = ⟨0∣ V ∣η1 ⟩ = − .
8
Il calcolo si effettua agevolmente utilizzando un programma simbolico quale schoon-
schip/form o mathematica e fornisce la serie di coefficienti riportata in Tab. 10-1.
Si nota che i coefficienti δn tendono a crescere molto rapidamente, più di quanto
sarebbe richiesto dalla convergenza della serie. Bender e Wu ([BW69]) hanno
per primi ricavato un grande numero di coefficienti (fino a δ75 ≈ 0.75 × 10144 ) e
dimostrato l’andamento asintotico

(10.7) δn ≈ (−1)n+1 6/π3 3n Γ (n + 1/2) .
Disponendo di un elevato numero di coefficienti è pensabile affrontare il compito
di “risommare” la serie divergente. La tecnica più semplice è costituita dall’intro-
duzione di approssimanti razionali, noti come approssimanti di Padé [BGM81].
L’idea consiste nel determinare due polinomi P(ε) e Q(ε) di grado nP ed nQ
(con N = nP + nQ ), in modo che valga la relazione
N
n P(ε)
∑ δn ε = + O(εN+1 ) .
n=1 Q(ε)
La forma razionale P/Q è molto più flessibile di quella rappresentata dai semplici
polinomi. In particolare è possibile approssimare fedelmente funzioni analitiche
con singolarità. La Tab. 10-2 confronta il risultato della risommazione della serie
perturbativa per l’oscillatore anarmonico con i valori ottenuti per via numerica

- 363 -
10.1 Metodi di approssimazione 10.1

ε ∑ δ n εn P/Q Ref.[HM75]
0.002 0.50149 0.50148966 0.50148966
0.01 0.507256 0.50725620 0.50725620
0.1 0.565 0.55914633 0.55914633
0.5 - 0.69617385 0.69617582
1.0 - 0.80366865 0.80377065
2.0 - 0.94972612 0.95156847
50. - 1.71143505 2.49970877
Tabella 10-2. Risommazione di Padé della serie pertur-
bativa per lo stato fondamentale dell’oscillatore anarmoni-
co.

diretta. Per una vasta trattazione dei problemi connessi alla risommazione della
serie perturbativa in meccanica quantistica si veda [Hir82].

problema 10.1-2 [] Un oscillatore armonico è perturbato da un’intera-


zione del tipo V = β/x2 , β > 0. Discutere il limite per β → 0.
soluzione []La perturbazione è di tipo singolare e non può trattarsi diretta-
mente con il metodo perturbativo. Per quanto piccola sia la costante β, ci sarà
una regione intorno a x = 0 in cui V è arbitrariamente grande. Il punto cruciale
è il seguente: la barriera infinita in x = 0 presenta un ostacolo insormontabile con
ampiezza di penetrazione nulla. La condizione da imporre sulla funzione d’onda
è pertanto ψ(0) = 0 qualunque sia β purché diverso da zero. In questo caso il
limite per β → 0 non è dato dall’Hamiltoniano con β = 0, bensı̀ da un Hamilto-
niano di oscillatore armonico con una condizione di annullamento in x = 0. Lo
̵ con n
spettro “imperturbato” è perciò costituito dai soli livelli En = (n + 1/2)hω
dispari (le cui autofunzioni si annullano nell’origine) che risultano doppiamente
degeneri. Che l’ampiezza di trasmissione della barriera di potenziale sia nulla si
può arguire dall’approssimazione semiclassica che dà

̵ .
τ ≈ exp (− ∫ ∣p∣dx/h)

La singolarità di p(E, x) in x = 0 infatti non è integrabile. Il problema è poi


risolubile esattamente tenendo conto del fatto che l’equazione di Schroedinger è
equivalente all’equazione radiale per un oscillatore tridimensionale con momento
angolare tale che h̵ 2 l(l + 1) = 2mβ.

problema 10.1-3 []Determinare la correzione ai primi livelli di energia


dell’atomo di idrogeno dovuti ad un ipotetico momento di dipolo elettrico
del nucleo (il limite sperimentale sul momento di dipolo elettrico del pro-
tone è dato da ∣ε∣ < 10−9 e fm ; si vedano i problemi 9.5-7 a p. 348 e 9.5-9
a p. 358).

- 364 -
10.1 Teoria delle perturbazioni

soluzione []L’effetto sui livelli energetici è dato da un termine correttivo



V =− cos ϑ
r2
all’energia potenziale. Per il livello fondamentale la correzione al primo ordine
è nulla per simmetria (⟨cos ϑ⟩ = 0). Per valutare la correzione al secondo ordine
ci serviamo della relazione
¿ ¿
m
Á (l + 1 − m)(l + 1 + m) m Á (l − m)(l + m) m
cos ϑ Yl (ϑ, φ) = Á
À Yl+1 + Á
À Y
(2l + 1)(2l + 3) (2l − 1)(2l + 1) l−1
che costituisce un caso particolare del teorema di Wigner-Eckart, ed è deducibile
dalla relazione di ricorrenza delle funzioni associate di Legendre
(2l + 1)xPlm (x) = (l − m + 1)Pn+1
m m
(x) + (n + m)Pl−1 (x) .
Si avrà pertanto
1 ∞ ∣ ⟨1, 0∣ cos ϑ/r2 ∣n, l = 1⟩ ∣2
δ2 E1 = − ∑
3 n=2 1 − n−2
dove esprimiamo tutto in unità atomiche (h ̵ = m = e = 1). La somma si può
2
valutare numericamente (δ E1 ≈ 0.022). Una stima dell’elemento di matrice per
grandi valori di n si ottiene applicando la relazione (vedi ad es. [GR65])
x α −α/2


n( )∼n x Jα (2 x)
n
che porta alla relazione
⟨10∣ r−2 ∣n1⟩ ∼ 0.541341 n−3/2
n→∞

il che mostra che la serie che definisce δ2 E1 è rapidamente convergente. (L’im-


postazione data alla soluzione assume che il momento di dipolo abbia un’orienta-
zione fissa nello spazio o per lo meno lentamente variabile sulla scala dei tempi
atomici).

10.1.2. Il teorema di Feynman-Helmann. Una conseguenza im-


mediata della formula che esprime la correzione perturbativa al primo
ordine è il seguente risultato, noto come teorema di Feynman-Helmann:
l’Hamiltoniano H(λ) dipenda parametricamente da una variabile reale λ .
Siano En (λ) e ∣n, λ⟩ autovalori e autovettori di H. Allora vale la relazione
dH(λ) dEn (λ)
⟨n, λ∣ ∣n, λ⟩ = .
dλ dλ
Sarà infatti H(λ + ε) = H(λ) + εdH/dλ + O(ε2 ) e in accordo con la teoria
delle perturbazioni
dH(λ)
En (λ + ε) = En (λ) + ε ⟨n, λ∣ ∣n, λ⟩ + O(ε2 ) .

- 365 -
10.1 Metodi di approssimazione 10.1

Il risultato si può ricavare anche senza invocare la teoria delle perturbazio-


ni semplicemente derivando rispetto a λ la relazione ⟨n, λ∣ H ∣n, λ⟩ = En (λ)
e tenendo conto che ⟨n, λ∣ n, λ⟩ ≡ 1.
problema 10.1-4 []Applicando il teorema di Feynman-Hellman, si rica-
vino gli elementi di matrice ⟨n∣ q2 ∣n⟩ e ⟨n∣ p2 ∣n⟩ per l’oscillatore armo-
nico.
problema 10.1-5 []Applicando il teorema di Feynman-Hellman, si ri-
cavino gli elementi di matrice ⟨n∣ r−1 ∣n⟩ e ⟨n∣ r−2 ∣n⟩ per l’atomo di
idrogeno.

10.1.3. Teoria delle perturbazioni per livelli degeneri. La teo-


ria sviluppata nella sezione precedente deve essere modificata per af-
frontare il caso di livelli di energia degeneri. Indichiamo con {∣E0 , α⟩,
(α = 1, 2, . . . , r)} una base ortonormale per il sottospazio di autovettori
appartenenti all’autovalore imperturbato E0 . In assenza di perturbazione
la base di autovettori è determinata solo a meno di una trasformazio-
ne unitaria ∣E0 , β⟩ = Uαβ ∣E0 , α⟩ . La serie perturbativa per l’autovettore
inizia perciò con una combinazione lineare arbitraria ∑ cα ∣E0 , α⟩ e sarà
la perturbazione a identificare la base corretta3 . Le formule precedenti
diventano allora
(10.8) (H0 − E0 ) ∣ψ⟩ = (E − E0 − εV) ∣ψ⟩
(10.9) ∣ψ⟩ = ∑ cα ∣E0 , α⟩ + ∑ εn ∣δψn ⟩
n≥1
n
(10.10) E = E0 + ∑ ε δn
n≥1

Prendiamo il prodotto scalare della prima equazione con un generico


autovettore imperturbato e otteniamo
n
∑ ε δn ⟨E0 , β∣ ψ⟩ = ε ⟨E0 , β∣ V ∣ψ⟩ .
n≥1

Il termine del primo ordine in ε ci dà allora


∑ ⟨E0 , β∣ V ∣E0 , α⟩ cα = δ1 cβ
α
che costituisce un’equazione agli autovalori per δ1 . La correzione al primo
ordine per l’energia si ottiene perciò diagonalizzando la matrice della per-
turbazione ristretta al sottospazio di degenerazione. Assumendo che tutti
i valori cosı̀ ottenuti per δ1 siano distinti possiamo ricondurci alla teoria
3
Un esempio di questo fatto si ha in meccanica del corpo rigido: per una trottola
simmetrica (due momenti di inerzia coincidenti) gli assi principali di inerzia ortogonali
all’asse di simmetria non sono individuati univocamente, ma è sufficiente una piccola
deformazione che rompa la simmetria per forzare la scelta univoca degli assi principali.

- 366 -
10.1 Teoria delle perturbazioni

delle perturbazioni non-degeneri per il calcolo degli ordini più alti. Siamo
infatti liberi di ridefinire H0 nel modo seguente
H0′ = H0 + Π0 VΠ0
dove Π0 è il proiettore ortogonale sul sottospazio di degenerazione.
Assumiamo invece che la degenerazione non sia risolta al primo ordine,
ad esempio nel caso che tutti gli elementi di matrice ⟨E0 , β∣ V ∣E0 , α⟩ siano
nulli. I coefficienti cα sono allora ancora indeterminati. Al secondo ordine
si ottiene allora dall’Eq. (10.8)
∣ψ⟩ = R0 (∑ δn εn − εV) ∣ψ⟩ + ∑ cα ∣E0 , α⟩
da cui
∣δ1 ψ⟩ = −R0 V ∑ cα ∣E0 , α⟩
δ2 cβ = − ∑ ⟨E0 , β∣ VR0 V ∣E0 , α⟩ cα ,
α

dove al solito nell’operatore R0 è sottinteso il proiettore ortogonale al sot-


tospazio appartenente all’autovalore E0 . Quest’ultima equazione determi-
na ad un tempo la correzione al secondo ordine e la base di autovettori
all’ordine zero.
Si consideri il seguente esempio: l’Hamiltoniano sia rappresentato
dalla matrice
⎛ E0 0 εa ⎞
H = ⎜ 0 E0 εb ⎟ .
⎝εa εb E0 + ∆⎠
Il livello degenere E0 non è risolto al primo ordine e si deve pertanto
diagonalizzare la matrice

⎛1 0 0⎞ ⎛ 0 0 a⎞ ⎛0 0 0 ⎞
Π0 VR0 VΠ0 = ⎜0 1 0⎟ ⎜ 0 0 b⎟ ⎜0 0 0 ⎟×
⎝0 0 0⎠ ⎝a b 0 ⎠ ⎝0 0 −∆−1 ⎠
2
⎛ 0 0 a⎞ ⎛1 0 0⎞ ⎛ a ab 0⎞
−1
× ⎜ 0 0 b⎟ ⎜0 1 0⎟ = −∆ ⎜ab b2 0⎟
⎝a b 0 ⎠ ⎝0 0 0⎠ ⎝0 0 0⎠
che offre il risultato

⎪0

δ2 = ⎨

⎪ −(a2 + b2 )/∆ .

Si può facilmente verificare questo risultato attraverso un calcolo esat-
to. Qualora anche al secondo ordine si dovesse avere una degenerazione
residua sarà necessario invocare un’equazione analoga a ordini successivi.

- 367 -
10.1 Metodi di approssimazione 10.1

problema 10.1-6 []Dimostrare che la correzione al primo ordine dei li-


velli energetici in presenza di un momento di dipolo elettrico del nucleo si
annulla e pertanto è necessario applicare l’equazione secolare al secondo
ordine.
soluzione []Si tratta di valutare tutti gli elementi di matrice
cos ϑ
Vnlm;nl ′ m ′ = ⟨nlm∣ ∣nl ′ m ′ ⟩ .
r2
Gran parte di questi elementi di matrice si annullano in base ad argomenti ba-
sati sulla teoria del momento angolare. Innanzitutto il potenziale ha simmetria
assiale e dunque si avrà un valore nonnullo solo per m = m ′ . Inoltre cos ϑ è la
componente di un vettore o in altri termini è una particolare armonica sferica Ylm
con l = 1, m = 0: ciò implica che i momenti angolari l e l ′ devono potersi somma-
re ad un momento angolare uguale a 1 da cui si conclude che si annullano tutti
gli elementi di matrice con ∣l − l ′ ∣ > 1. Infine la parità del prodotto Ylm Ylm′ cos ϑ
è (−1)l+l +1 il che implica che l e l ′ devono avere parità diversa (l’elemento di

matrice è rappresentato da un integrale la cui parte angolare Ylm cos ϑ Ylm′ è an-
tisimmetrica per inversione spaziale se l e l ′ hanno la stessa parità). Restano
perciò da valutare gli elementi di matrice Vn l m;n l+1 m , 0 ≤ l ≤ n − 2. Si tratta di
valutare gli integrali

∫ dr unl un l+1
0

dove la potenza r2 dell’elemento di volume è stata cancellata dal potenziale di


dipolo. Per n = 2, 3 un calcolo diretto verifica che l’integrale si annulla. Per n
più grandi il calcolo si effettua agevolmente con un programma simbolico quale
form o Mathematica.

10.1.4. Perturbazioni dipendenti dal tempo. La teoria svilup-


pata finora riguarda il caso di un sistema quantistico isolato il cui Ha-
miltoniano presenti in modo naturale una gerarchia di interazioni e che
permette perciò lo studio della dinamica quantistica in successive fasi di
approssimazione. Una strategia analoga può essere adottata in un caso
fondamentalmente differente, quello di un sistema quantistico non isolato
per il quale l’interazione con altri sistemi fisici possa considerarsi debole.
Si pensi all’esempio di un atomo che venga a trovarsi immerso in un cam-
po elettromagnetico: in questo caso l’Hamiltoniano risulta esprimibile in
una forma simile a quanto considerato in precedenza
H = H0 + εV(t)
ma in generale si avrà che l’interazione dipende esplicitamente dal tempo.
Il problema tipico non sarà più allora quello di determinare lo spettro
perturbato (lo spettro di energia istante per istante non è di grande uti-
lità, tranne che nel caso di interazioni in regime adiabatico), ma piuttosto

- 368 -
10.1 Teoria delle perturbazioni

interesserà conoscere la probabilità che il sistema inizialmente in un qual-


che autostato di H0 compia una transizione ad un autostato qualunque;
nell’esempio dell’atomo, la radiazione elettromagnetica può eccitare l’a-
tomo cedendo energia, oppure diseccitarlo assorbendola; compito della
teoria è quello di calcolare le ampiezze di probabilità di questo tipo di
processi. Indichiamo con ∣ψ(t)⟩ lo stato del sistema al tempo t, soluzione
dell’equazione

̵ d
ih ∣ψ(t)⟩ = H(t) ∣ψ(t)⟩
dt
essendo noto lo stato a un certo tempo t0 . Conviene considerare l’ope-
ratore di evoluzione temporale U(t, t0 ) in termini del quale ∣ψ(t)⟩ =
U(t, t0 ) ∣ψ(t0 )⟩. L’operatore U soddisfa l’equazione

̵ d
ih U(t, t0 ) = H(t) U(t, t0 )
dt

e la condizione iniziale U(t0 , t0 ) = 1l. Dal momento che si vuole tenere


conto della parte dipendente dal tempo quale debole perturbazione, si
avrà che U differisce di poco dall’operatore imperturbato

̵ .
U0 (t − t0 ) = exp{−i(t − t0 )H0 /h}

Ciò consiglia di porre U = U0 W, dove W sarà un altro operatore unita-


rio che conterrà l’effetto della interazione. Sostituendo nell’equazione di
evoluzione e prestando attenzione all’ordine degli operatori U0 e W, in
generale non commutanti, si ottiene

d
̵
ih W(t, t0 ) = εU0 (t − t0 )† V(t) U0 (t − t0 ) W(t, t0 ) .
dt

Cerchiamo una soluzione nella forma W(t, t0 ) = ∑n εn Wn (t, t0 ): dall’e-


quazione precedente si ottiene una relazione di ricorrenza

̵ d
ih Wn+1 (t, t0 ) = Vint (t, t0 ) Wn (t, t0 )
dt
avendo per semplcità introdotto il simbolo

Vint (t, t0 ) = εU0 (t, t0 )† V(t) U0 (t, t0 ) .

Le condizioni iniziali per gli operatori Wn discendono da W(t0 , t0 ) = 1l


e cioè Wn (t0 , t0 ) = 0, n > 0, mentre si avrà W0 (t, t0 ) = 1l, in quanto ciò

- 369 -
10.1 Metodi di approssimazione 10.1

corrisponde alla soluzione per ε = 0. Si trova allora


i t
W1 (t, t0 ) = − ̵ ∫ Vint (t ′ , t0 ) dt ′
h t0
i t
W2 (t, t0 ) = − ̵ ∫ Vint (t ′ , t0 ) W1 (t ′ , t0 ) dt ′
h t0
i t
W3 (t, t0 ) = − ̵ ∫ Vint (t ′ , t0 ) W2 (t ′ , t0 ) dt ′
h t0
...
i t
Wn+1 (t, t0 ) = − ̵ ∫ Vint (t ′ , t0 ) Wn (t ′ , t0 ) dt ′
h t0
...
Se risolviamo la relazione di ricorrenza otteniamo una configurazione note-
vole (nota a Volterra nel secolo scorso) che assume la denominazione di
serie di Dyson o esponenziale cronologicamente ordinato:
i t t1
W2 (t, t0 ) = (− ̵ )2 ∫ ∫ Vint (t1 , t0 ) Vint (t2 , t0 ) dt1 dt2
h t0 t0
i 3 t t1 t2
W3 (t, t0 ) = (− ̵ ) ∫ ∫ ∫ Vint (t1 , t0 ) Vint (t2 , t0 ) Vint (t3 , t0 ) dt1 dt2 dt3
h t0 t0 t0
...
Per comprendere meglio la struttura di questa costruzione4 , si noti che
se fossimo autorizzati a permutare liberamente gli operatori dovremmo
trovare un’espressione identica a
i t
exp {− ̵ ∫ Vint (t ′ , t0 ) dt ′ } .
h t0
Questa è infatti la soluzione nel caso che valga la relazione di commutazio-
ne a tempi arbitrari [Vint (t, t0 ), Vint (t ′ , t0 )] = 0, in quanto per operatori
commutanti la funzione esponenziale gode della proprietà
d dB(t)
exp{B(t)} = exp{B(t)} .
dt dt
La soluzione generale rappresenta perciò la naturale estensione della fun-
zione esponenziale al caso di operatori non-commutanti. Si constata fa-
cilmente che l’unica differenza rispetto all’esponenziale ordinario consiste
nel fatto che nell’integrale multiplo che definisce Wn (t, t0 ) gli operatori
Vint (t, t0 ) compaiono ordinati cronologicamente, ossia Vint (t, t0 ) si trova
a sinistra di Vint (t ′ , t0 ) per t > t ′ . Utilizzando il simbolo di ordinamento
cronologico introdotto al §7.7 si potrà scrivere semplicemente
i t
W(t, t0 ) = T exp {− ̵ ∫ Vint (τ, t0 ) dτ} .
h t0
4
Si può esprimere concisamente la teoria delle perturbazioni dipendenti dal tempo
con la identità exp{A + B} = exp{A} T exp{∫0 ds e−sA B esA }.
1

- 370 -
10.1 Teoria delle perturbazioni

La semplicità formale di quest’ultima espressione non tragga in inganno;


in generale si tratta solo di una scrittura compatta per lo sviluppo per-
turbativo. Per ulteriori dettagli di natura matematica si veda [Mag54].
Un risultato che si rivela talvolta utile è il seguente
t
T exp {∫ B(τ) dτ} = exp{Ω(t)}
0
t t τ
Ω(t) = ∫ B(τ) dτ + 12 ∫ ∫ [B(τ), B(σ)] dτdσ + . . .
0 0 0
dove i puntini stanno per termini che coinvolgono almeno commutatori
doppi. Questa formula permette di valutare in forma chiusa l’esponenziale
cronologicamente ordinato nel caso che gli operatori Vint (t) commutino a
tempi diversi o più in generale abbiano un commutatore multiplo dell’i-
dentità ( [Vint (t), Vint (s)] = c(t, s)1l ). In termini degli operatori Wn (t, t0 )
possiamo ora determinare l’ampiezza di transizione da un autostato ∣n⟩
di H0 ad un altro ∣m⟩ sotto l’azione della perturbazione V(t). Si avrà al
primo ordine in ε:
i
An→m (t, t0 ) = ⟨m∣ U(t, t0 ) ∣n⟩ = exp { ̵ Em (t − t0 )} ⟨m∣ W(t, t0 ) ∣n⟩
h
t
̵∫
⟨m∣ W(t, t0 ) ∣n⟩ = δnm − iε/h ⟨m∣ Vint (t ′ , t0 ) ∣n⟩ dt ′ + O(ε2 )
t0
t i
̵∫
= δnm − iε/h exp { ̵ (Em − En )(t ′ − t0 )} ⟨m∣ V(t ′ ) ∣n⟩ dt ′ + O(ε2 ) .
t0 h
Per fissare le idee, supponiamo che la perturbazione agisca in un intervallo
di tempo (0, T ) e si desideri valutare la probabilità di transizione Pn→m (t)
per un tempo t > T . Si avrà allora
Pn→m (t) = Pn→m (T ) = ∣An→m (T, 0)∣2
dove A è dato dall’equazione precedente. Se ne deduce che affinché la
transizione n → m abbia un contributo rilevante già al primo ordine per-
turbativo è necessario che l’elemento di matrice ⟨m∣ V(t) ∣n⟩ non si annulli
e abbia inoltre una forte componente di Fourier in corrispondenza alla
frequenza di Bohr (Em − En )/h. ̵
problema 10.1-7 []Un oscillatore armonico di frequenza propria ω e
massa m, inizialmente nel suo stato fondamentale, è soggetto ad una per-
turbazione della forma V = εf(q, t). Determinare l’ampiezza di transizione
ad uno stato eccitato ∣n⟩ nel caso

⎪0 t<0


⎪ K ′
f(q, t) = ⎨q sin ω t 0 < t < T



⎩0
⎪ t > T,

- 371 -
10.1 Metodi di approssimazione 10.1

dove K è un intero positivo.


soluzione []Per applicare la formula al primo ordine dobbiamo valutare l’e-
lemento di matrice ⟨n∣ qK ∣0⟩ e la trasformata di Fourier
T
∫ exp{inωt} sin ω ′ t dt .
0
Consideriamo in generale il problema di calcolare exp(λq) ∣0⟩; la componente di
λK sarà il risultato voluto. Passando agli operatori di creazione e distruzione si
trova
̵ 1/2
h
(10.11) q = i( ) (a − a† )
2mω
† 1 †
eλq ∣0⟩ = eiµ(a−a ) ∣0⟩ = e 2 µ e−iµa eiµa ∣0⟩
2
(10.12)
1 2 (−iµ)n
(10.13) = e2µ ∑ √ ∣n⟩
n≥0 n!
1/2
̵
dove abbiamo posto µ ≡ λ(h/2mω) . Estraendo il coefficiente di µK si trova
√ K
⎛ ̵ ⎞ [K/2]
h (−)m
K
q ∣0⟩ = K! −i ∑ √ ∣K − 2m⟩
⎝ 2mω ⎠ m=0 2m m! (K − 2m)!
e sono pertanto possibili transizioni allo stato n al primo ordine perturbativo con
n = K, K − 2, .... Resta da valutare la componente di Fourier, che è data da un
integrale elementare, e presenta un massimo pronunciato per la condizione di
risonanza ω ′ = nω.
problema 10.1-8 [] Risolvere il problema
√ precedente nel caso che la per-
turbazione sia semplicemente V = 2ε f(t) q. Applicare la descrizione di
Heisenberg per ottenere il risultato esatto.
soluzione []Nel caso di un Hamiltoniano rappresentato da una formula qua-
dratica negli operatori canonici è sempre conveniente adottare la descrizione
di Heisenberg che porta a equazioni lineari formalmente identiche a quelle di
Hamilton per il corrispondente problema classico. Nel caso in questione si ha
̵ = ω = 1):
(introducendo unità in cui m = h
daH (t)
i = [aH (t), H(t)] = aH (t) + εf(t)
dt
che ha come soluzione
t
aH (t) = a e−it + ε ∫ dt ′ f(t ′ ) ei(t −t)

.
0
Dal momento che a t = 0 lo stato soddisfa l’equazione a ∣ψ⟩ = 0, riesprimendo a
in funzione si aH (t) si avrà anche
(aH (t) − Λ(t)) ∣ψ⟩ = 0 ,
dove per semplicità di notazione si è posto Λ(t) = ε ∫0 dt ′ f(t ′ ) ei(t −t) . L’equa-
t ′

zione precedente afferma che lo stato del sistema è uno stato coerente (ve-
di il §6.2.3) e pertanto la probabilità di trovare il sistema all’n−esimo livello

- 372 -
10.1 Teoria delle perturbazioni

dell’oscillatore armonico è semplicemente


∣Λ∣2n
P0→n (t) = exp(−∣Λ(t)∣2 ) ,
n!
e cioè è rappresentata da una distribuzione di Poisson con ⟨n⟩ = ∣Λ∣2 ∣. Si noti
che questo valore medio coincide con l’energia assorbita dall’oscillatore secondo
̵
la meccanica classica (misurata in unità hω).
Nei precedenti problemi abbiamo considerato due esempi di perturbazio-
ni armoniche , per le quali il potenziale V(t) oscilla in modo sinusoidale
con una frequenza ω fissata. Abbiamo cioè, in generale

V(t) = Be−iωt + B† eiωt


dove B è un fissato operatore nello spazio di Hilbert. Si tratta di un
caso fisicamente molto rilevante e adatto ad approfondire l’analisi sulle
perturbazioni dipendenti dal tempo.
Innanzitutto è bene chiarire che, se consideriamo la perturbazione ar-
monica ristretta all’intervallo finito (0, T ) , la corrispondente trasformata
di Fourier non è affatto concentrata interamente sulla frequenza nominale
ω . Infatti, applicando direttamente l’approssimazione al primo ordine in
ε si ottiene, per m ≠ n ,

1 − ei(ωmn −ω)T 1 − ei(ωmn +ω)T


An→m (T ) = ⟨m∣ B ∣n⟩ ̵ + ⟨m∣ B† ∣n⟩ ̵ .
h(ωmn − ω) h(ωmn + ω)
da dove si vede che la perturbazione può indurre transizioni anche tra stati
con frequenze di Bohr ωmn diverse dalla frequenza nominale ω . È tutta-
via evidente che per grandi ωT la probabilità di transizione ∣An→m (T )∣2
riceve il contributo dominante da una delle due regioni di risonanza
ωmn ± ω ≃ 0 . Assumendo ω > 0 , la condizione ωmn ≃ ω definisce il
regime di assorbimento risonante, in cui il sistema fisico in questione
assorbe energia dalla perturbazione esterna, compiendo una transizione
ad uno stato finale ∣m⟩ con energia Em più alta di quella iniziale; nel
caso opposto, vale a dire ωmn ≃ −ω, si parla invece di emissione riso-
nante di energia. Va comunque sottolineato che l’applicabilità del primo
ordine perturbativo alla situazione di risonanza richiede che l’elemento di
matrice ⟨m∣ B ∣n⟩ , nel caso di assorbimento, o ⟨m∣ B† ∣n⟩ , nel caso di emis-
sione, siano particolarmente piccoli rispetto all’energia di risonanza hω.̵
L’analisi perturbativa dei problemi 10.1-8, e 10.1-9 che sono esattamente
risolubili, può servire a chiarire questo punto.
problema 10.1-9 [] Una particella di spin 1/2 è immersa in un campo
magnetico statico ed uniforme B0 diretto lungo l’asse z, per cui, in op-
portune unità, la Hamiltoniana imperturbata si scrive H0 = −B0 σz . Si

- 373 -
10.1 Metodi di approssimazione 10.1

consideri la perturbazione
εV(t) = B1 (σx cos ωt + σy sin ωt)
corrispondente ad un campo magnetico rotante nel piano xy con velocità
angolare ω. Si risolva il problema esattamente ed al primo ordine in teoria
delle perturbazioni, prestando attenzione al fenomeno di risonanza.
Nel caso assorbimento risonante possiamo dunque trattenere solo il primo
termine dell’ampiezza An→m (T ) , per cui si ottiene
∣ ⟨m∣ B ∣n⟩ ∣2
∣An→m (T )∣2 = ̵2 fT (ω − ωmn )
h
in termini della funzione di risonanza (vedi Fig. f10-1 a p. 375)
2
sin ωT /2
fT (ω) = [ ] .
ω/2
Nel limite T → ∞ , la funzione fT (ω) tende alla delta di Dirac
fT (ω) ≃ 2πTδ(ω) ,
il che ci permette (piuttosto formalmente) di definire la probabilità di
transizione per unità di tempo
1 2π
(10.14) R = lim ∣An→m (T )∣2 = ̵ ∣ ⟨m∣ B ∣n⟩ ∣2 δ(hω
̵ − Em + En ) .
T →∞ T h
La natura formale di questa espressione, che vale zero per ogni ω ,
eccetto che per ω = ωmn , dove diverge, è dovuta all’assunzione di uno
spettro interamente discreto per l’energia del sistema. Consideriamo inve-
ce la transizione da un livello discreto iniziale Ei ad uno finale Ef che ap-
partenga allo spettro continuo. In questo caso dovremo integrare l’espres-
sione (10.14) sulla densità spettrale n(Ef ) , dato che n(E) dE rappresen-
ta il numero di autostati dell’energia compresi nell’intervallo infinitesimo
(E, E + dE) . Si ottiene cosı̀ la celebrata regola d’oro di Fermi

R = ̵ ∣ ⟨f∣ B ∣i⟩ ∣2 n(Ef )
h
̵
dove si intende che Ef = Ei + hω .

Radiazione atomica. Una fondamentale applicazione di quanto appe-


na visto si ottiene nel caso della radiazione elettromagnetica degli atomi.
Se consideriamo energie hω ̵ di tipo atomico (eV piuttosto che MeV),
possiamo restringere la nostra attenzione agli elettroni dell’atomo, tra-
scurando gli effetti della perturbazione sul nucleo. Nel cap. 13 tratteremo
in dettaglio il problema dell’interazione tra elettroni e campo e.m. nel

- 374 -
10.1 Teoria delle perturbazioni

T2

0
ï5 ï4 ï3 ï2 ï1 0 1 2 3 4 5
t

Figura 10-1. La funzione fT (ω).

regime nonrelativistico; per il momento ci limitiamo alla cosidetta ap-


prossimazione di dipolo, che si basa sulle seguenti due considerazioni:

a) dato che la velocità elettronica v è nonrelativistica ed il campo ma-


gnetico ha la stessa ampiezza di quello elettrico nella radiazione, gli effetti
magnetici sugli elettroni atomici sono più piccoli di quelli elettrici per un
fattore v/c e possono essere in prima istanza trascurati;
b) la variazione del campo elettrico su distanze della scala atomica è
trascurabile, dato che frequenze di tipo atomico corrispondono a lunghezze
d’onda elettromagnetiche molto maggiori del raggio di Bohr.
Quindi possiamo considerare l’interazione di ciascun elettrone solo con un
campo elettrico spazialmente uniforme E(t) e scrivere la Hamiltoniana
(10.15) H = H0 − E(t) ⋅ d
dove H0 è lo Hamiltoniano imperturbato,
d = −e ∑ xj
j

è il momento di dipolo elettrico dell’atomo, xj è l’operatore di posi-


zione del j-esimo elettrone e −e è la sua carica elettrica.

- 375 -
10.1 Metodi di approssimazione 10.1

Consideriamo ora un’onda elettromagnetica monocromatica di fre-


quenza ω , accesa solo nell’intervallo (0, T ) , vale a dire

⎪0 t<0



E(t) = ⎨E0 cos ωt 0<t<T



⎩0
⎪ t > T,

Supponiamo inoltre che ω sia tale da indurre solo transizioni tra i livelli
atomici discreti.
Osservazione [] Come sappiamo, nel caso di transizioni tra livelli di-
screti la trattazione al primo ordine non è molto affidabile per grandi ωT ,
poichè la funzione di risonanza fT (ω) , non mediata da alcuna densità di
stati, diventa singolare. Un’altra approssimazione, detta dell’onda rotan-
te, risulta più efficace. Essa consiste nel ridurre il problema allo spazio di
Hilbert bidimensionale relativo ai due livelli energetici En e Em , trattando
assorbimento ed emissione come processi indipendenti. Si pone perciò

E 0 0 ⟨m∣ d ⋅ E0 ∣n⟩ e−iωt


H0 = ( n ) , εV(t) = − ( iωt )
0 Em ⟨n∣ d ⋅ E0 ∣m⟩ e 0

Il problema è ora equivalente a quello della risonanza di spin 10.1-9 ed è


esattamente risolubile.
L’ampiezza di transizione An→m (T ) ha un comportamento piutto-
sto complicato in T nel caso di radiazione veramente monocromatica. Al
contrario, nel caso di radiazione incoerente con una data dispersione in
frequenza, la trattazione si semplifica e il primo ordine perturbativo risul-
ta adeguato. Infatti l’incoerenza ci permette di sommare le probabilità
di transizione piuttosto che le ampiezze (i termini di interferenza si me-
diano a zero), mentre la dispersione ci permette di integrare la funzione
di risonanza fT (ω) , eliminando la singolarità per T → ∞. Inoltre, se la
radiazione non è polarizzata, possiamo mediare sulle direzioni del campo
elettrico E0 e fare la sostituzione
1
∣ ⟨m∣ d ⋅ E0 ∣n⟩ ∣2 Ð→ E20 d2mn
3
2 2 2
E0 = E0 ⋅ E0 , dmn = dnm = ⟨n∣ d ∣m⟩ ⋅ ⟨m∣ d ∣n⟩ .

La quantità E20 coincide con 2πu(ω) , dove u(ω) è il valor medio nel
tempo della densità di energia per unità di frequenza contenuta nella ra-
diazione. Infine, dall’espressione (10.14) e da quella valida per l’emissione
risonante (ω → −ω), si ricavano le probabilità per unità di tempo di as-
sorbimento, Rn→m , e di emissione, Rm→n , di radiazione alla frequenza

- 376 -
10.1 Teoria delle perturbazioni

ωmn = ωm − ωn > 0

4π2
(10.16) Rn→m = Rm→n = ̵ 2 u(ωmn ) dmn .
3h

L’uguaglianza Rn→m = Rm→n è una verifica del principio del bilancio det-
tagliato (vedi 9.5.4) che discende dall’invarianza per inversione spazio--
temporale dell’interazione elettromagnetica della materia.

Emissione spontanea. Secondo la trattazione appena presentata, un


atomo in uno stato eccitato non decadrebbe mai in assenza di radiazione
elettromagnetica esterna. In realtà, oltre al fenomeno di decadimento/e-
missione stimolato da campi esterni viene osservato anche quello di deca-
dimento/emissione spontaneo. Questo significa che la stessa Hamiltoniana
imperturbata H0 nell’Eq. (10.15) non può avere i livelli atomici eccitati
come autovalori esatti. In effetti, la forma di H0 in termini di nucleo ed
elettroni in interazione elettrostatica è già essa stessa un’approssimazio-
ne. In essa vengono trascurati tutti gli effetti relativistici, ma soprattutto
viene ignorata la natura quantomeccanica dello stesso campo e.m.. Come
avremo modo di apprezzare nel cap. 11, la cosiddetta seconda quantizza-
zione promuove il campo e.m. da c-numero a q-numero. In particolare il
campo elettrico E ed il potenziale magnetico A ( ∇ ∧ A = B è il campo
magnetico) sono osservabili canonicamente coniugate, per cui il principio
di indeterminazione di Heisenberg proibisce lo stato in cui identicamen-
te E = B = 0. Nello stato fondamentale, in assenza di materia carica, il
campo e.m. fluttua attorno a E = B = 0, proprio come la posizione ed il
momento del punto materiale quantomeccanico dell’oscillatore armonico
fluttuano attorno al valore zero (vedi il §12.3). Queste fluttuazioni ven-
gono comunemente denominate “fotoni virtuali” e sono sempre presenti,
qualunque sia lo stato del campo e.m..
Dalle considerazioni precedenti segue che un sistema di particelle ca-
riche (gli elettroni di un atomo, ad esempio) si trova comunque in in-
terazione con il campo e.m., con il quale scambia costantemente fotoni
virtuali. In termini matematici potremmo (approssimativamente) descri-
vere questa situazione includendo nella Hamiltoniana complessiva, oltre
alla Hamiltoniana Hat del sistema atomico, anche la Hamiltoniana He.m.
del campo e.m. libero ed un termine di interazione Hint . Lo stato fon-
damentale dell’intero sistema, che per definizione è stabile, non differisce
molto dal prodotto diretto dei due stati fondamentali, dell’atomo e del
campo e.m. presi singolarmente (in altri termini Hint è una perturba-
zione piccola). Ma in ogni caso il prodotto diretto di uno stato atomico
eccitato e dello stato fondamentale del campo e.m. non è un autostato

- 377 -
10.1 Metodi di approssimazione 10.1

del sistema totale e può decadere nel prodotto di stati atomici meno ener-
getici e stati eccitati del campo. Questi ultimi descrivono la radiazione
emessa spontaneamente dall’atomo.
A questo punto della nostra trattazione, la tecnologia matematica
necessaria per calcolare le rilevanti ampiezze di probabilità non è sta-
ta ancora sviluppata, nè lo sarà effettivamente nel prosieguo, dato che
essa esula dagli scopi di questo libro (la teoria fondamentale per l’inte-
razione tra materia e radiazione e.m. è una teoria relativistica e quan-
tistica di campo, nota come elettrodinamica quantistica ; si vedano
[Sch64, BD64, IZ80, Kin90, Wei95]). Ciononostante è possibile de-
rivare importanti conclusioni sull’emissione spontanea fin d’ora, facendo
ricorso al famoso argomento di Einstein del 1917, che si basa unicamente
sull’idea di equilibrio statistico tra materia e radiazione e sul principio del
bilancio dettagliato.
Consideriamo come modello quello ideale di corpo nero (vedi 5.1.1),
costituito da una cavità risonante in cui la radiazione e.m. è in equilibrio
con le pareti ad una temperaturà T . Gli atomi delle pareti assorbono ed
emettono fotoni di continuo, in modo tale che il numero N(j) di atomi nel
livello atomico j resta costante nel tempo. Consideriamo le transizioni
tra due generici livelli Em > En , per le quali abbiamo calcolato le rilevanti
probabilità di transizione stimolata per unità di tempo al precedente pa-
ragrafo (Eq. (10.16)). Evidentemente il numero di atomi che transiscono
per unità di tempo da ωm a ωn è pari a N(n) Rn→m , mentre per la
transizione opposta tale numero vale N(m) Rm→n . Se assumiamo che vi
sia una probabilità nonnulla R̄m→n di emissione spontanea, l’equilibrio
statistico richiede esattamente che
N(m) [Rm→n + R̄m→n ] = N(n) Rn→m .
Come sappiamo dalla (Eq. (10.16)), e comunque in base al principio del
bilancio dettagliato, Rn→m = Rm→n . Inoltre Rn→m è proporzionale alla
densità di energia u(ωmn ) della radiazione con frequenza ωmn , per cui
otteniamo
̵ 2 N(m) R̄
3h m→n
u(ωmn ) = .
4πdmn [N(n) − N(m)]
Ora è naturale assumere che all’equilibrio termico gli atomi siano distri-
buiti sui livelli in accordo con la distribuzione di Boltzmann, vale a dire
N(n)/N(m) = exp[(Em − En )/kT ] = exp(βhω ̵ mn /kT ) . Quindi
̵2
3h R̄m→n
u(ωmn ) = .
4πdmn exp[(Em − En )/kT ] − 1
A parte per la normalizzazione, abbiamo ottenuto proprio la distribuzione
di Planck per la radiazione del corpo nero! La normalizzazione differisce

- 378 -
10.2 Approssimazione semi-classica

solo per una combinazione di grandezze microscopiche di origine pura-


mente quantomeccanica, che sono perciò indipendenti dalla temperatura.
Quindi la normalizzazione risulta fissata già dal confronto con il limite
classico della formula di Planck, cioè la formula di Rayleigh–Jeans (5.1).
Si ottengono cosı̀ sia il valore della probabilità di emissione spontanea per
unità di tempo,
4ω3mn d2mn
R̄m→n = ̵ 3 ,
hc
sia la formula di Planck, Eq. (5.2).

10.2. Approssimazione semi-classica


 
Consideriamo ora un genere di approssimazione che va sotto il termine Track 1 
“semi-classica” o “WKB”, dai nomi di Wentzel, Kramers e Brillouin a cui
si deve il metodo5 .
La questione alla base del metodo è la seguente: se i parametri fisi-
ci che compaiono nell’equazione di Schroedinger (masse, frequenze, scale
di lunghezza) permettono di costruire una costante con le dimensioni di
un’azione e se questa risulta molto grande rispetto alla costante di Planck
dovremmo aspettarci che la fisica del problema sia descrivibile in termi-
ni di meccanica classica. Formalmente possiamo procedere trattando h ̵
come un parametro di sviluppo in termini del quale cercare la soluzione
dell’equazione di Schroedinger sotto forma di sviluppo in serie di potenze.
Consideriamo l’equazione in un solo grado di libertà
h̵2
− ψ ′′ + V(x)ψ = Eψ
2m
e poniamo
̵ .
ψ(x) = exp{iσ(x)/h}
Si ottiene cosı̀ per la funzione σ(x) un’equazione che, pur essendo equi-
valente a quella originale, si presta ad uno sviluppo in serie di potenze in
̵
h:
d2 ψ d i dσ
2
= (̵ ψ(x))
dx dx h dx
2
i dσ(x) i d2 σ(x)
=(̵ ) ψ(x) + ̵ ψ(x)
h dx h dx2
2m
= ̵ 2 (V(x) − E) ,
h
5
Sarebbe giusto anche ricordare i nomi di Dirac e Feynman, nelle cui opere lo
stretto legame tra meccanica classica e quantistica è illustrato al meglio.

- 379 -
10.2 Metodi di approssimazione 10.2

da cui segue
2 ̵ d2 σ(x)
1 dσ(x) ih
( ) + V(x) − E = .
2m dx 2m dx2
̵ 1 (x) + . . .:
Si pone ora dσ(x)/dx = ϕ0 (x) + hϕ
1 ̵ n dϕn (x) .
̵ n ϕn (x)) + V(x) − E = ∑ h
(∑ h
2m n n dx
̵ si ottengono allora le relazioni di ricorrenza
Ordine per ordine in h

ϕ20 = 2m(E − V(x))


dϕ0
2ϕ0 ϕ1 = i
dx
2 dϕ1
2ϕ0 ϕ2 + ϕ1 = i
dx
...
La prima equazione ci dà subito
ϕ0 (x) = p± (E, x)
essendo p = p± (E, x) la funzione che esprime il momento lineare secon-
do la meccanica classica, con le due possibili determinazioni della radice
quadrata. Le successive equazioni ci offrono poi
p′
ϕ1 = 21 i
p
p ′′ 3p ′
2
ϕ2 = − +
4p2 8p3
...
Limitandoci all’approssimazione più semplice, possiamo ora scrivere
i
ψ(x) ∼ exp { ̵ ∫ (pdx + 21 ip ′ /p)}
h
1 i
=√ exp { ̵ ∫ p(E, x)dx} .
p(E, x) h

I due segni possibili per p(E, x) ci permettono di scrivere la soluzione


generale nella forma
A+ A−
ψ(x) ∼ √ exp {∫ p(E, x)dx} + √ exp {− ∫ p(E, x)dx} .
p(E, x) p(E, x)

- 380 -
10.2 Approssimazione semi-classica

Per gli stati legati dobbiamo richiedere che la funzione d’onda sia reale, il
che impone la scelta A− = Ā+ e quindi
A x
ψwkb (x) = √ sin (∫ p(E, x ′ ) dx ′ /h
̵ + δ) .
p(E, x) 0

L’approssimazione cosı̀ ottenuta è nota come approssimazione semi-


classica o approssimazione WKB (dalle iniziali di Wentzel, Kramers e
Brillouin). La presenza di potenze negative di p(E, x) rende singolare la
soluzione approssimata in corrispondenza dei punti in cui V(x) = E, che
corrispondono ai punti in cui il moto classico inverte la sua direzione. In
generale l’approssimazione è accettabile se viene soddisfatto il principio
secondo cui la variazione percentuale dell’energia cinetica classica sull’arco
di una lunghezza d’onda di De Broglie deve essere molto piccola, il che ci
dà
1/3
λ∣dp/dx∣ ≪ ∣p∣ Ð→ ∣p∣ ≫ (2mh ̵ ∣ dV(x) ∣)
dx
e questo viene ovviamente a cadere in un intorno dei punti in cui p(E, x) =
0 (che corrispondono ai punti in cui il moto della particella classica inverte
di segno). Dato che la validità dell’approssimazione è limitata a regioni
sconnesse, sorge il problema di come raccordare tra loro questi “spez-
zoni” di soluzione. Ci sono vari modi per affrontare questo problema;
senza pretendere di entrare troppo in dettaglio (si veda ad es.[Kem37]
per un’ampia trattazione) una possibilità è quella di invocare il principio
che la funzione d’onda sia uniforme: richiediamo cioè che dopo un giro
lungo un cammino chiuso in campo complesso che contorni il taglio del-
la funzione p(E, x) la funzione torni alla stessa determinazione; tenendo

conto del fatto che il fattore p cambia segno, ciò comporta
x
∆ (∫ p(E, x ′ ) dx ′ ) /h
̵ = (2n + 1)π
0
che ci porta alla condizione di Bohr-Sommerfeld
̵ (n + 1 ), n ∈ N .
∮ p(E, x) dx = 2πh 2

Un argomento più diretto si fonda sull’analisi della soluzione nell’intorno


dei punti in cui p(E, x) = 0. Sia x = a un punto di inversione classica del
moto. Se approssimiamo il potenziale intorno ad a con il suo sviluppo di
Taylor otteniamo
⎧ A √



⎪ (x − a)1/4 sin ( 2mV ′ (a) 23 (x − a)3/2 /h
̵ + δ) x > a

ψ(x) ∼ ⎨ A′ √




⎪ 1/4
exp {− 2mV ′ (a) 23 (a − x)3/2 /h}
̵ x<a.
⎩ (a − x)

- 381 -
10.3 Metodi di approssimazione 10.3

Ma la soluzione per un potenziale lineare è nota dal §6.1.2 in termini


delle funzioni di Airy. Tenendo conto della rappresentazione asintotica
dell’Eq. (6.6), si deduce che il raccordo continuo si ha per δ = π/4 e
A ′ = A/2. Si hanno perciò le formule di connessione
1 a 1 x π
∣p∣− 2 exp {− ∫ ̵ ↪ 2p− 2 cos (∫
∣p(E, x ′ )∣ dx ′ /h} p(E, x ′ ) dx ′ /h
̵− )
x a 4
e, in modo analogo, nel secondo punto di inversione classica del moto
(x = b) valgono le formule di connessione
1 b 1 x
2p− 2 cos (∫ ̵ − π ) ↩ ∣p∣− 2 exp {− ∫ ∣p(E, x ′ )∣ dx ′ /h}
p(E, x ′ ) dx ′ /h ̵
x 4 b

(per la derivazione completa delle formule di connessione si veda [Mer61]).


Riportiamo senza dimostrazione le due formule di connessione per la
seconda soluzione indipendente, che ci saranno utili nel seguito:
1 a 1 x
∣p∣− 2 exp {∫ ̵ ↩ −p− 2 sin (∫
∣p(E, x ′ )∣ dx ′ /h} ̵ − π)
p(E, x ′ ) dx ′ /h
x a 4
1 b 1 x
−p −2
sin (∫ ′̵ − π ) ↪ ∣p∣− 2 exp {∫ ∣p(E, x ′ )∣ dx ′ /h}
p(E, x ) dx /h ′ ̵ .
x 4 b

Dalle formule precedenti troviamo che la soluzione a quadrato sommabile


esiste se le due rappresentazioni
b
± cos (∫ ̵ − π)
p(E, x ′ ) dx ′ /h
x 4
x π
± cos (∫ p(E, x ′ ) dx ′ /h
̵− )
a 4
si raccordano nella zona centrale, il che avviene se
b x
∫ ̵ − π + ∫ p(E, x ′ ) dx ′ /h
p(E, x ′ ) dx ′ /h ̵ − π = nπ,
x 4 a 4
che è di nuovo la condizione di Bohr-Sommerfeld.
problema 10.2-10 []Applicando le formule di connessione ottenere la
seguente approssimazione per i coefficienti di riflessione e trasmissione
sotto una barriera di potenziale:
R = (tanh λ)2 , T = (cosh λ)−2 ,
b ̵ + log 2. L’integrale si estende a tutta la regione
dove λ = ∫a ∣p(E, x)∣ dx/h
classicamente inaccessibile E < V(x). Notare che l’approssimazione è buo-
na solo quando√l’effetto tunnel è piccolo, nel qual caso si ha semplicemente
b ̵ .
T ∼ exp{−2 ∫a 2m(V(x) − E) dx/h}

- 382 -
10.3 Metodo variazionale

10.3. Metodo variazionale


 
Sappiamo che le equazioni della fisica matematica sono deducibili da un Track 1 
principio variazionale. Ad esempio l’equazione di Helmholtz dell’ottica
(5.16) è deducibile dal principio di stazionarietà
ω 2
δ ∫ (∣∇u(x)∣2 − ( ) u(x)2 ) d3 x = 0 .
c
Per l’equazione di Schroedinger stazionaria, con autovalore E, si trova
analogamente il principio variazionale
h̵2
(10.17) δ∫ ( ∣∇ψ(x)∣2 + [V(x) − E] ∣ψ(x)∣2 ) d3 x = 0 ,
2m
come si trova già nel primo lavoro di Schroedinger [Sch26]. Questo prin-
cipio è alla base di un metodo di calcolo approssimato (il metodo varia-
zionale) con vaste applicazioni a tutta la meccanica quantistica, in modo
particolare alla fisica degli atomi a più elettroni e a quella delle molecole.
10.3.1. Il metodo di Ritz. Nel principio variazionale di Schroedin-
ger (10.17) l’autovalore E è da interpretare come parametro di Lagrange
associato al vincolo ∫ ∣ψ∣2 d3 x = 1 e quindi il principio variazionale si può
riformulare nella forma:
⟨ψ∣ H ∣ψ⟩
δ = 0,
⟨ψ∣ ψ⟩
dove H è l’Hamiltoniano. Sotto questa forma il principio variazionale è di
validità universale. Il valore minimo del funzionale H[ψ] = ⟨ψ∣ H ∣ψ⟩ /∥ψ∥2
coincide con lo stato fondamentale, mentre gli autovalori superiori rappre-
sentano valori “critici” di H, cioè punti di stazionarietà del tipo punto a
sella. Per verificare questa affermazione è sufficiente fare uso della rap-
presentazione spettrale che ci permette di esprimere il funzionale H[ψ]
come una forma quadratica nei coefficienti di sviluppo di ψ sulla base
degli autovettori: scelto un qualunque autovalore Em e detti cn = ⟨n∣ ψ⟩ i
coefficienti dello sviluppo del vettore di stato sulla base dell’energia, si ha
∑n En ∣cn ∣2 ∑n (En − Em ) ∣cn ∣2
H[ψ] = = Em + .
∑n ∣cn ∣2 ∑n ∣cn ∣2
Nel caso dello stato fondamentale la frazione sulla destra della precedente
equazione è sempre positiva e quindi siamo in presenza del minimo asso-
luto; per i livelli superiori la frazione può essere di segno qualunque, ma
per cn = δnm + εvn risulta quadratica in ε e quindi stazionaria rispetto a
variazioni di ψ.
In questa forma ovviamente il principio variazionale è del tutto equi-
valente all’equazione di Schroedinger. Esso si può mettere a frutto come
metodo di calcolo approssimato se si circoscrive il dominio di variabilità

- 383 -
10.3 Metodi di approssimazione 10.3

del vettore ψ. Sia ad esempio ΣN un sottospazio N-dimensionale dello


spazio di Hilbert: per lo stato fondamentale avremo
E0 = min H[ψ] ≤ min H[ψ] .
ψ ψ∈ΣN

Otterremo perciò una stima per eccesso (una maggiorazione) dello sta-
to fondamentale risolvendo un problema variazionale finito-dimensionale,
ossia diagonalizzando una matrice N × N. La scelta del sottospazio co-
stituisce il punto cruciale del metodo. In genere conviene definire un
sottospazio dipendente da un certo numero di parametri rispetto a cui si
cercherà di soddisfare la condizione di stazionarietà. In realtà il metodo
permette di ottenere una stima anche dei livelli superiori: se si è interes-
sati al k-esimo autovalore si sceglieranno sottospazi di dimensione N ≥ k
(metodo di Ritz, vedi [Kem37]).
problema 10.3-11 []Determinare lo spettro dell’Hamiltoniano
H = 21 (p2 + q2 ) + λq4 ,
applicando il metodo variazionale.
soluzione []Scegliamo come sottospazio quello generato dai primi N autovet-
tori con numero quantico pari di un oscillatore armonico con frequenza ω; la
scelta della parità definita è suggerita dal fatto che l’Hamiltoniano commuta con
la parità e questo permette di ridurre il problema agli autovalori nei due sottospazi
rispettivamente pari e dispari. Variando rispetto a ω cercheremo la migliore ap-
prossimazione per lo stato fondamentale. Fissiamo ad esempio N = 1. Il calcolo
si riduce allora a trovare il minimo rispetto ad ω del valore d’aspettazione
⟨0∣ H ∣0⟩ = 14 (ω + ω−1 ) + 34 λω−2 ,
e quindi
1 − ω−2 − 6λω−3 = 0 .
La Fig. 10-2 a p. 385 riporta il valore di ⟨0∣ H ∣0⟩ (N = 1, linea più marcata);
diagonalizzando la matrice finita che si ottiene per N = 2, 3, 4 si hanno le appros-
simazioni via via migliori riportate in figura. Il calcolo per N ≥ 2 offre poi una
stima variazionale del terzo autovalore e cosı̀ via. Lavorando con un sottospazio
costituito da funzioni dispari si hanno poi le stime per il secondo livello, il quarto
etc. Si noti che nel limite N → ∞ lo spettro della matrice di H ristretta al
sottospazio N × N diventa indipendente da ω: questa tendenza si palesa nell’ap-
piattirsi delle curve a partire da N ≥ 3. (Il calcolo si effettua in pochi secondi
anche su un personal computer; si veda la Tab. 10-3).
problema 10.3-12 [] Valutare l’energia dello stato fondamentale dell’a-
tomo di idrogeno attraverso un calcolo variazionale utilizzando funzioni di
prova a) ψ = N exp{−ar}, b) ψ = N exp{−r2 /4σ}. Quest’ultimo calcolo
spiega come mai l’argomento errato del Probl. 5.4-17 porta a un valore
più alto per il livello fondamentale.

- 384 -
10.3 Metodo variazionale

λ N=1 N=2 N=5 Esatto [HM75]


Stato fondamentale
.01 .507288 .507257 .5072562 0.50725620
0.1 .560308 .559186 .5591463 0.55914633
0.5 .701662 .698251 .6961776 0.69617582
1.0 .812500 .807415 .8037831 0.80377065
Primo livello eccitato
.01 1.535799 1.535651 1.5356483 1.53564828
0.1 1.773402 1.769673 1.7695027 1.76950264
0.5 2.339127 2.329442 2.3244221 2.32440635
1.0 2.812500 2.746050 2.7379228 2.73789227

Tabella 10-3. Calcolo variazionale dello stato fonda-


mentale e del primo stato eccitato per l’oscillatore anar-
monico.

h=0.5, n=1 h=0.5, n=2


2.45

0.715

0.71 2.4

0.705

0.7 2.35

0.695

0.69 2.3
1 1.5 2 1 1.5 2 2.5
t t
h=0.5, n=3 h=0.5, n=4
4.5

6.75
4.45
6.7
4.4
6.65
4.35
6.6

4.3 6.55
1 1.5 2 2.5 1 1.5 2 2.5
t t

Figura 10-2. Metodo variazionale applicato all’oscillato-


re anarmonico.

problema 10.3-13 []Valutare lo stato fondamentale dell’atomo di elio

- 385 -
10.3 Metodi di approssimazione 10.3

applicando il metodo variazionale e scegliendo come sottospazio la funzio-


ne di prova dei due elettroni data dal prodotto di due funzioni idrogenoidi
(lasciando la carica del nucleo come parametro rispetto a cui ottimizzare).
soluzione []Lo stato fondamentale si ottiene per spin totale zero che corri-
sponde ad una funzione di spin antisimmetrica e quindi funzione orbitale sim-
metrica. Si pone perciò
ψ(x1 , x2 ) = u100 (r1 ) u100 (r2 ) ,
dove le funzioni unlm sono definite nel §6.6. Si lascia il parametro a (raggio di
Bohr) come parametro variazionale e si cerca il minimo del valore di aspettazione
dell’Hamiltoniano
1
H= (p2 + p22 ) − 2e2 /r1 − 2e2 /r2 + e2 /∣x1 − x2 ∣ .
2µ 1
Per i dettagli del calcolo si vedano ad esempio [Mes62, CCP84, Sak90].
 
Track 2 
10.3.2. Disuguaglianza di BBL. Il metodo variazionale fornisce
sempre un limite superiore al valore dell’energia; il principale difetto del
metodo consiste nell’assenza di una stima dell’errore. A questo può ovvia-
re un risultato di Barnes, Brascamp e Lieb [LSW76] che fornisce un limite
inferiore per lo stato fondamentale. Il risultato è formulato in termini di
un confronto tra la funzione di partizione classica e quella quantistica.
Enunciamo il risultato senza darne la dimostrazione, che richiederebbe gli
strumenti dell’analisi funzionale.
Sia H = − △ +V(x) l’Hamiltoniano per una particella scalare neutra in
un campo di forze statico; sia n la dimensione dello spazio. Si assume che
l’integrale (funzione di partizione classica)

I(β) ≡ ∫ dn x exp{−βV(x)}
sia convergente per ogni β; sia inoltre
Z(β) = Tr e−βH ≡ ∑ ⟨k∣ e−βH ∣k⟩ ,
k
che rappresenta la funzione di partizione quantistica. Vale allora la disu-
guaglianza
Z(β) ≤ [2 sinh βω]−n [I(α)(ω2 α/π)n/2 ]β/α ,
dove ω è un qualunque numero positivo e
α−1 = ω coth βω .
Una conseguenza interessante si ottiene al limite β → ∞ , tenendo conto
del fatto che lo stato fondamentale E0 è legato alla Z(β) dalla relazione
E0 = − lim β−1 log Z(β) .
β→∞

- 386 -
10.4 Approssimazione adiabatica

Si trova precisamente
E0 ≥ max ω [n + 12 n log(π/ω) − log I(ω−1 )] ,
ω>0

che costituisce un principio variazionale complementare a quello di Ritz.


Si noti che dalla disuguaglianza di BBL si ottiene come caso particolare
(per ω → 0)
1
Z(β) ≤ (4πβ)− 2 n ∫ dn x exp{−βV(x)} ,
nota come disuguaglianza di Golden-Thompson-Symanzik [Gol65, Tho65,
Sym65].
problema 10.3-14 []Ricavare un limite inferiore allo stato fondamentale
dell’oscillatore anarmonico applicando la disuguaglianza di BBL.

10.4. Approssimazione adiabatica


 
Consideriamo un sistema quantistico (con spettro discreto) che a causa Track 1 
della interazione con l’ambiente sia descritto da un Hamiltoniano dipen-
dente dal tempo6 . Come sappiamo in questo caso l’operatore di evoluzio-
ne temporale è dato dall’esponenziale cronologicamente ordinato e perciò
non è possibile utilizzare la teoria spettrale. Tuttavia se la dipendenza dal
tempo dell’Hamiltoniano è continua e sufficientemente lenta, in un senso
da precisare, risulta possibile applicare l’approssimazione adiabatica
secondo cui se lo stato al tempo t = 0 è autostato di H(0) con autovalore
E(0), allora lo stato al tempo t è dato dall’autostato di H(t) apparte-
nente all’autovalore E(t) che risulta connesso con continuità a E(0). Ad
esempio se H(t) è dato da un oscillatore armonico con frequenza ω(εt) e
il sistema si trova inizialmente nello stato fondamentale, l’approssimazio-
ne adiabatica consiste nell’identificare ∣ψ(t)⟩ con lo stato fondamentale
corrispondente alla frequenza ω(t). L’idea dell’approssimazione è perciò
che il numero quantico rimane costante nel tempo se la variazione di H
è lenta. La prima dimostrazione del teorema adiabatico per l’equa-
zione di Schroedinger risale a Fermi e Persico [FP26]. Vediamo come
si può affrontare il problema applicando quanto già sappiamo dalla teo-
ria delle perturbazioni. Indichiamo con ∣E(t)⟩ un generico autovettore
H(t) ∣E(t)⟩ = E(t) ∣E(t)⟩ , che assumeremo non degenere per ogni t; è ne-
cessario scegliere una convenzione per la fase dei vettori ∣E(t)⟩, in quanto
l’equazione agli autovalori fissa soltanto il raggio. Conveniamo di fissare
la fase in modo tale che
d
(10.18) ⟨E(t)∣ ∣E(t)⟩ = 0 .
dt
6 ̵ = 1 fino alla fine del capitolo.
Per semplicità di notazione porremo h

- 387 -
10.4 Metodi di approssimazione 10.4

Ciò può essere esplicitato ricorrendo alla teoria delle perturbazioni stazio-
narie; applichiamo le formule del §10.1.1, considerando H(t + ε) = H(t) +
εḢ(t):
∣E(t + ε)⟩ = ∣E(t)⟩ + εRE(t) Ḣ(t) ∣E(t)⟩ + O(ε2 ) ,
dove R è l’operatore risolvente
RE(t) = Π(E(t) − H(t))−1 Π , Π = 1l − ∣E(t)⟩ ⟨E(t)∣ .
Con questa convenzione vale perciò la relazione
d
∣E(t)⟩ = RE(t) Ḣ(t) ∣E(t)⟩ .
dt
Consideriamo ora lo sviluppo della soluzione ∣ψ(t)⟩ sulla base degli au-
tovettori istantanei dell’Hamiltoniano ; i coefficienti dello sviluppo sa-
ranno funzioni del tempo, in quanto i vettori ∣En (t)⟩ non sono soluzioni
dell’equazione di Schroedinger. Abbiamo perciò
∣ψ(t)⟩ = ∑ an (t) ∣En (t)⟩ ,
n
d
∣ψ(t)⟩ = ∑ ȧn (t) ∣En (t)⟩ + ∑ an (t) REn (t) Ḣ(t) ∣En (t)⟩ .
dt n n

Inseriamo quest’ultima relazione nell’equazione di Schroedinger e otte-


̵ =
niamo il sistema differenziale (per alleggerire la notazione, poniamo h
1)
⟨En (t)∣ Ḣ(t) ∣Ek (t)⟩
ȧn (t) = −i En (t) an (t) + ∑ ak (t) .
k≠n En (t) − Ek (t)
Il sistema è equivalente all’equazione di Schroedinger ma si presta ora
ad applicare l’approssimazione adiabatica nel caso in cui la variazione
di H(t) sia lenta: dal sistema si vede chiaramente qual è la condizione
precisa: gli elementi di matrice di Ḣ devono essere molto piccoli rispetto
alle corrispondenti frequenze di Bohr . In questa situazione potremo ap-
plicare la teoria delle perturbazioni dipendenti dal tempo considerando
come parametro di sviluppo il parametro di scala temporale che compare
necessariamente nella dipendenza di H da t. Conviene introdurre nuovi
coefficienti definiti da
t
An (t) = an (t) exp {i ∫ dτEn (τ)} ,
0

in termini dei quali il sistema si riduce al seguente

′ ⟨En (t)∣ Ḣ(t) ∣Ek (t)⟩ t


Ȧn (t) = ∑ exp {−i ∫ dτ ωnk (t)} Ak (t) ,
k ωnk (t) 0

- 388 -
10.4 Approssimazione adiabatica

dove ωnk = En (t) − Ek (t) (frequenze di Bohr). Ora dobbiamo immagi-


nare una situazione in cui il sistema passa dall’Hamiltoniano H1 all’Ha-
miltoniano H2 in un tempo T (ad es. H(t) = tH1 /T + (T − t)H2 /T ) e si
rende il processo adiabatico prendendo T molto grande rispetto ai perio-
di ω−1
nk . Poniamo perciò ⟨En (t)∣ Ḣ(t) ∣Ek (t)⟩ = δHnk /T e riscriviamo il
sistema nella forma
1 ′ t
Ȧn (t) = ∑ λnk (t/T ) ωnk (t) exp {−i ∫ dτ ωnk (t)} Ak (t) ,
T k 0

dove abbiamo introdotto λnk = δHnk /ω2nk e per semplicità abbiamo as-
sunto che la dipendenza dal tempo, come quella di H(t), sia solo attra-
verso il rapporto t/T . Supponiamo inoltre che all’istante iniziale lo stato
del sistema sia un autostato dell’Hamiltoniano An (0) = δnn̄ . Integriamo
l’equazione per An̄ (t) cosı̀ da ottenere
1 T ′ t
An̄ (T ) = 1 + ∫ dt ∑ λn̄k (t/T ) ωn̄k (t) exp{−i ∫ dτ ωn̄k (t)} Ak (t) .
T 0 k 0

Integrando per parti troviamo poi


1 ′ T
An̄ (T ) = 1 + ∑ (λn̄k (1)Ak (1) e−i ∫0 ωn̄k dt )
T k
1 ′ T
−i t ω dt ′ d
− ∑ ∫ dt e ∫0 n̄k (λn̄k (t/T ) Ak (t ′ ))
T k 0 dt
Si riconosce a questo punto che An̄ (T ) differisce da uno per termini che
sono tutti di ordine O(1/T ) e quindi nel limite di una variazione infinita-
mente lenta dell’Hamiltoniano lo stato rimane istante per istante un au-
tovettore dell’Hamiltoniano. È essenziale l’assunzione che le frequenze di
Bohr rimangano in tutto l’intervallo (0, T ) diverse da zero e precisamente
∣ωnk ∣ > Ω > 0. Si vedano [Bat61, Mes62] per ulteriori dettagli.
problema 10.4-15 []Considerare l’Hamiltoniano dipendente dal tempo
H = 12 p2 + l(t)−2 U(q/l(t)) .
Dimostrare che attraverso le sostituzioni
x = l(t) ξ
t
τ=∫ dt ′ l(t ′ )−2
0
1 l̇(t) 2
ψ(x, t) = l(t)− 2 exp { 12 i x } ϕ(ξ, τ) ,
l(t)
l’equazione di evoluzione per la ϕ è data da
∂ϕ ∂2 ϕ
i = − 12 2 + U(ξ) ϕ + 21 l3 l̈ ξ2 ϕ .
∂τ ∂ξ

- 389 -
10.4 Metodi di approssimazione 10.4

Assumendo l(t) lentamente variabile, si mostri la validità dell’approssi-


mazione adiabatica.
 
10.4.1. La fase di Berry. La convenzioneTrack che abbiamo
2 adottato
per definire le fasi degli autostati istantanei dell’Hamiltoniano H(t) non
è ovviamente una scelta obbligata. Una qualunque altra definizione è del
tutto lecita ed equivalente dal punto di vista fisico. Supponiamo che l’Ha-
miltoniano dipenda dal tempo attraverso un insieme di parametri fisici
R(t) = (R1 (t), . . . , Rs (t)). Parametrizziamo gli autostati di H(t) in ter-
mini di R. L’approssimazione adiabatica per uno stato iniziale ∣n, R(0)⟩
sarà data da
t
∣ψ(t)⟩ = exp {−i ∫ dt ′ En (t ′ ) + iγ(t)} ∣n, R(t)⟩ ,
0
dove la fase γ(t) è fissata in base all’equazione di Schroedinger:
d
γ̇(t) = i ⟨n, R(t)∣ ∣n, R(t)⟩ = i ⟨n, R(t)∣ ∇R ∣n, R(t)⟩ ⋅ Ṙ(t) .
dt
La convenzione adottata finora corrisponde a γ = 0 ed è stata utilizzata
per quasi sessant’anni fino al lavoro di Berry [Ber84] in cui si è mostrato
che in generale questa convenzione viene a cadere per il caso in cui il
cammino nello spazio dei parametri è chiuso. Quello che succede è che,
seppure istante per istante sia possibile mantenere la condizione (10.18), il
vettore a cui si arriva dopo un cammino chiuso è sfasato rispetto a quello
di partenza: lo sfasamento dipende solo dal cammino nello spazio dei
parametri e non dalla legge oraria di percorrenza lungo questo cammino.
Per questo motivo la fase di Berry è nota come fase geometrica, mentre
il contributo alla fase che coinvolge En (t) è detta fase dinamica. Si veda
[SW89] per un vasto panorama di applicazioni.
L’esistenza dello sfasamento è di per sé ininfluente per l’approssima-
zione adiabatica in quanto tale, ha però interessanti implicazioni in mecca-
nica molecolare, nell’ambito dell’approssimazione di Born-Oppenheimer.
problema 10.4-16 []Si studi l’evoluzione temporale per il sistema quan-
tistico definito dall’Hamiltoniano
H(t) = (a† − c(t))(a − c̄(t)) ,
dove a, a† sono gli operatori di creazione-distruzione e c(t) è una fun-
zione differenziabile del tempo. Risolvere il problema esattamente e in
approssimazione adiabatica e identificare la fase di Berry.
soluzione []Si veda [GO89].

- 390 -
CAPITOLO 11

Particelle identiche

11.1. Il principio di indistinguibilità


 
Le molecole di un fluido, gli elettroni di un atomo, gli elettroni di conduzio- Track
 1 
ne di un metallo, i protoni di un nucleo atomico, sono tutti esempi concreti
di ciò che comunemente si intende per sistemi di particelle identiche. Due
o più particelle sono identiche qualora esse posseggano identiche caratte-
ristiche cinematiche (stessa massa inerziale, stessi vincoli cinematici etc.)
ed identiche proprietà dinamiche (stessa carica elettrica, stesso momento
magnetico, in generale stesso comportamento in un fissato campo ester-
no). In sostanza, nell’ipotesi consueta che il sistema in questione ammetta
una descrizione hamiltoniana, risulta naturale considerare identiche parti-
celle la cui Hamiltoniana è invariante sotto una qualunque permutazione
degli indici associati a ciascuna particella. Un esempio immediato è for-
nito dal sistema di N punti materiali con uguale massa descritto dalla
Hamiltoniana
1 N 2
H= ∑ p + ∑ V(∣qj − qk ∣) .
2m j=1 j j<k
Si noti che anche gli atomi di un reticolo cristallino, o di un opportuno
sottoinsieme dello stesso, sono “particelle identiche” nel senso appena spe-
cificato. E tuttavia un solido (cristallino e non) non può essere assimilato
agli esempi precedenti, anche se la Hamiltoniana resta invariante permu-
tando gli indici delle particelle: a causa della dinamica stessa del sistema,
lontano dal punto di fusione gli atomi compiono solo piccole oscillazioni
attorno a ben precise posizioni di equilibrio, il che rende gli atomi stes-
si naturalmente distinguibili1 . Ritorneremo più avanti su questo punto
sottile.
Vogliamo ora confrontare la descrizione classica e quella quantomecca-
nica per un sistema di particelle identiche. Per semplificare inizialmente il
discorso, consideriamo il caso di un sistema costituito solo da due particel-
le identiche (per esempio i due elettroni dell’atomo di elio o della molecola
1
D’altra parte molte delle proprietà fisiche osservabili di un solido siano di fatto
descrivibili in termini di un vero e proprio gas di particelle “elementari” identiche: i
fononi, cioè i quanti dei modi normali di oscillazione del reticolo [FR95].
391
11.1 Particelle identiche 11.1

di idrogeno). Ad un dato, arbitrario istante, supponiamo di localizzare


esattamente i due elettroni. Questo è per definizione sempre possibile
secondo la meccanica classica, ma non presenta impedimenti di principio
neppure dal punto di vista quantomeccanico (almeno nell’approssimazione
nonrelativistica alla quale qui ci restringiamo), dato che i due operatori di
posizione q1 e q2 commutano. Siano x1 e x2 le posizioni cosı̀ determi-
nate, diciamo all’istante t = t0 . Nel caso di due elettroni sappiamo però
che questo non basta a definire interamente lo stato quantomeccanico, in
quanto ciascun elettrone possiede ulteriori gradi di libertà rappresentati
dallo spin. Possiamo in prima battuta non preoccuparcene, assumendo
che i due spin elettronici siano parelleli. Ancor più semplicemente possia-
mo considerare due particelle prive di spin, come due mesoni π0 o come
due atomi di idrogeno entrambi nello stato fondamentale, ecc.
Abbiamo dunque, per ipotesi, nella descrizione classica

(11.1) qj (t0 ) = xj , j = 1, 2 ,

dove q1 (t) e q2 (t) sono le traiettorie del moto. Le condizioni iniziali


(11.1) sono compatibili con l’assegnazione anche di arbitrarie velocità per
le due particelle, dato che le equazioni del moto lagrangiane sono del se-
condo ordine nelle derivate temporali. Al tempo stesso questo significa
che lo stato classico del sistema è completamente determinato dai valori
iniziali xj e mvj ≡ pj (t0 ) , j = 1, 2 . Infatti le stesse equazioni del moto
fissano univocamente qj (t) e pj (t) per tutti gli altri valori di t . Ri-
sulta allora evidente che nella descrizione della meccanica classica, le due
particelle, seppure identiche, sono perfettamente distinguibili: la particel-
la permanentemente identificata dall’indice j ( j = 1, 2 ) è quella che al
tempo t = t0 si trovava nel punto xj con velocità vj (il caso patologi-
co x1 = x2 , v1 = v2 va ovviamente escluso). È l’unicità delle traiettorie
classiche che garantisce che questa assegnazione di un indice distintivo
per ciascuna delle due particelle si mantiene del tutto consistente ad ogni
istante t successivo (e precedente2 ) a t0 .

2
Non vi sono ostacoli ad estendere questa analisi ad un numero arbitrario N di
particelle identiche che ubbidiscano alla meccanica classica. Queste formano quindi un
sistema di particelle distinguibili. Quando però N diventa macroscopicamente grande,
rendendo obbligatoria una descrizione solo statistica del sistema, la suddetta distingui-
bilità deve venir meno, proprio perché non è più possibile determinare tutte le posizioni
e le velocià iniziali. Insistendo comunque sulla distinguibilità, si va incontro al para-
dosso di Gibbs sull’entropia di mescolamento. D’altro canto, questo paradosso si evita
adottando la cosiddetta statistica di Maxwell-Boltzmann per particelle classiche indi-
stinguibili, che coincide con il limite classico ( h ̵ → 0 , e/o T → ∞ ) delle statistiche
quantistiche di Bose-Einstein e Fermi-Dirac (vedi [FR95]).

- 392 -
11.1 Il principio di indistinguibilità

Esaminiamo ora la descrizione quantomeccanica del moto delle due


particelle identiche. L’equivalente quantomeccanico dell’Eq. (11.1) si scri-
ve naturalmente
(11.2) qj ∣x1 , x2 ⟩ = xj ∣x1 , x2 ⟩ , j = 1, 2 ,
dove ∣x1 , x2 ⟩ rappresenta lo stato (non normalizzabile) del sistema.
Osservazione []La non-normalizzabilità degli autostati dell’operatore di
posizione non inficia l’analisi che segue: la completa localizzazione va
intesa come procedura al limite, necessaria per poter pensare di separare
al tempo t = t0 (e quindi di fatto distinguere) le due particelle, comunque
vicine esse siano.
A differenza della descrizione classica però, non è più possibile asse-
gnare anche le velocità delle particelle, poiché posizione e momento non
commutano. Il principio di indeterminazione di Heisenberg impone che,
se le posizioni iniziali x1 e x2 sono note con esattezza, allora le velocità
iniziali sono completamente indeterminate. Quindi anche le posizioni ad
un istante successivo sono ugualmente indeterminate. In effetti è facile
verificare che la funzione d’onda di una particella esattamente localizza-
ta ad un dato istante è distribuita su tutto lo spazio disponibile ad ogni
istante successivo (si veda il cap. 5). Ciò che possiamo affermare in mec-
canica quantistica mediante successive misurazioni di posizione si riduce
a questo:
Al tempo t = t0 una particella è stata localizzata in x1
e l’altra in x2 ; al successivo tempo t = t1 una particella
è stata localizzata in x1′ e l’altra in x2′ .
Non vi è modo di stabilire quale delle due particelle localizzate al tem-
po t = t1 è la particella localizzata in x1 al tempo t = t0 . Se anche
insistiamo ad assegnare un indice distintivo alle particelle in base alla
posizione assunta al tempo t = t0 , tale identificazione non si mantiene
nel tempo, poiché le particelle non seguono traiettorie precise. Il con-
cetto stesso di traiettoria esatta del moto di una o più particelle è pri-
vo di significato in meccanica quantistica3 , sicché le particelle identiche
perdono completamente la loro individualità. In altri termini possiamo
affermare che l’identità delle due particelle per quanto riguarda le loro
proprietà fisiche individuali, si traduce in meccanica quantistica nella loro
completa indistinguibilità. Questo costituisce il cosiddetto principio di
3
Se il concetto di traiettoria reale, come soluzione di equazioni del moto, non è ap-
plicabile nella descrizione quantomeccanica del moto, il concetto di traiettoria virtuale
è ancora valido: nella formulazione alla Feynman le ampiezze quantomeccaniche sono
espresse come somma pesata su tutte le possibili traiettorie virtuali (vedi App. A.1),
incluse quelle in cui due o più particelle identiche si scambiano fra loro i punti finali
e/o iniziali.

- 393 -
11.1 Particelle identiche 11.1

indistinguibilità, il quale gioca un ruolo assolutamente centrale nella


fisica contemporanea dei sistemi a molti corpi. È opportuno sottolinea-
re che si tratta di un principio fisico fondamentale, la cui naturalità nel
contesto della meccanica quantistica appare piuttosto chiara in base alle
argomentazioni di cui sopra, ma che non discende in alcun modo rigoroso
dai postulati introdotti e discussi al cap. 74 .
Esaminiamo ora le implicazioni del principio di indistinguibilità sulla
funzione d’onda ψ(x1 , x2 ) ≡ ⟨x1 , x2 ∣ ψ⟩ che descrive un arbitrario stato
quantomeccanico ∣ψ⟩ delle due particelle nella rappresentazione della po-
sizione. Per quanto appena detto, tutte le proprietà fisiche derivabili da
∣ψ⟩ devono coincidere con quelle derivabili da P ∣ψ⟩ , dove l’operatore di
scambio P è definito da
(11.3) ⟨x1 , x2 ∣ P ∣ψ⟩ = ψ(x2 , x1 ) .
Quindi, per ogni osservabile A dobbiamo richiedere
(11.4) ⟨ψ∣ A ∣ψ⟩ = ⟨ψ∣ P A P ∣ψ⟩
† −1
(si noti che P = P = P ). Nel caso particolare A = ∣ϕ⟩ ⟨ϕ∣ , con ∣ϕ⟩ uno
stato arbitrario, avremo
(11.5) ∣ ⟨ϕ∣ ψ⟩ ∣2 = ∣ ⟨ϕ∣ P ∣ψ⟩ ∣2 .
Se poniamo
∣ψ± ⟩ = 21 (1 ± P) ∣ψ⟩ ,
l’Eq. (11.5) si riscrive
Re ⟨ψ+ ∣ ϕ⟩ ⟨ϕ∣ ψ− ⟩ = 0 .
Data l’arbitrarietà di ∣ϕ⟩ , questa ammette solo due possibilità
∣ψ− ⟩ = 0 oppure ∣ψ+ ⟩ = 0 ,
che equivalgono a
(11.6) ψ(x2 , x1 ) = ψ(x1 , x2 ) oppure ψ(x2 , x1 ) = −ψ(x1 , x2 ) .
Nel primo caso la funzione d’onda si dice simmetrica, nel secondo anti-
simmetrica, sotto lo scambio x1 ⇌ x2 dei suoi due argomenti.
In effetti, possiamo rovesciare l’argomento appena descritto, formaliz-
zando il problema nel linguaggio delle osservabili. Definiamo allora due
particelle come identiche mediante la restrizione delle relative osservabili
a quelle, e solo quelle, che corrispondono ad operatori autoaggiunti A che
commutano con P : [A, P] = 0 . Secondo questa nuova, più restrittiva defi-
nizione di osservabile, la condizione (11.4) è identicamente soddisfatta per
4
Cosı̀ come il dualismo onda-corpuscolo, anche il principio di indistinguibilità ri-
sulta inserito in un modo senz’altro più naturale ed elegante nel formalismo della secon-
da quantizzazione, ovvero nella teoria dei campi quantizzati (particolarmente nel caso
relativistico).

- 394 -
11.2 Bosoni e fermioni

ogni osservabile A , per cui ∣ψ⟩ e P ∣ψ⟩ devono corrispondere allo stesso
stato fisico, cioè allo stesso raggio nello spazio di Hilbert: P ∣ψ⟩ = λ ∣ψ⟩ .
Ma P2 = 1 implica allora
P ∣ψ⟩ = ± ∣ψ⟩ ,
che è un altro modo di scrivere l’Eq. (11.6).
Supponiamo ora che ad un dato istante la funzione d’onda di due
particelle distinguibili sia fattorizzata, nel senso che
ψ(x1 , x2 ) = ψ1 (x1 )ψ2 (x2 ) .
Questa è la situazione tipica se, almeno nella fase di preparazione dello
stato, le particelle non interagiscono. Me se le particelle sono identiche,
dovremo simmetrizzare o antisimmetrizzare la funzione d’onda in
ψ1 (x1 )ψ2 (x2 ) ± ψ1 (x2 )ψ2 (x1 ) ,
il che ha solitamente effetti osservabili. Ad esempio il valore medio di un
potenziale di interazione differisce nei tre casi di cui sopra per un termine
proporzionale al cosiddetto integrale di scambio

(11.7) IS = ∫ d3 x1 d3 x2 V(x1 , x2 )ψ1 (x1 )ψ2 (x2 )ψ1 (x2 )ψ2 (x1 ) .

D’altra parte, se ψ1 (x) e ψ2 (x) hanno supporti disgiunti, allora IS = 0


e il principio di indistinguibilità non ha effetti osservabili, almeno per
quanto riguarda le osservabili locali. Questo discorso si applica proprio
agli atomi uguali di un reticolo cristallino ben lontano dal punto di fusione.
Fintanto che la sovrapposizione degli stati localizzati di ciacun atomo è
trascurabile, il principio di indistinguibilità risulta irrilevante e potremmo
quindi, come scelto all’inizio di questo paragrafo, considerare distinguibili
gli atomi uguali del reticolo.

11.2. Bosoni e fermioni


 
Il principio di indistinguibilità per due particelle identiche può essere for- Track 1 
mulato in modo rigoroso come segue: sia Λ il dominio dello spazio R3
in cui sono confinate le particelle, per cui lo spazio di Hilbert degli stati,
considerando le due particelle come distinguibili, è dato da
H(2) = H ⊗ H ,
dove H è isomorfo a L2 (Λ) ; allora il principio di indistinguibilità impone
che lo spazio di Hilbert degli stati di due particelle identiche sia dato da
H+ = 12 (1 + P)H(2) oppure H− = 21 (1 − P)H(2) ,
dove l’operatore di scambio P è definito dalla (11.3). Si noti che la de-
composizione H(2) = H+ + H− è invariante sotto evoluzione temporale,

- 395 -
11.2 Particelle identiche 11.2

poiché l’identità delle particelle implica senz’altro che P commuta con la


Hamiltoniana del sistema.
La generalizzazione del principio di indistinguibilità ad un numero N
qualunque di particelle identiche è immediato. Anche l’aggiunta di ulte-
riori gradi di libertà interni di singola particella (quali lo spin elettronico,
l’isospin mesonico o la polarizzazione di fononi e fotoni) non comporta
alcuna difficoltà.
Sia dunque H lo spazio degli stati di una singola particella e {∣α⟩}
una base in H . Lo spazio di Hilbert degli stati di N particelle identiche
e distinguibili è allora dato da
(11.8) H(N) = H ⊗ H ⊗ . . . ⊗ H
´¹¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¸¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¹ ¶
N volte

e possiede come base canonica i vettori


∣α1 , α2 , . . . , αN ⟩ ≡ ∣α1 ⟩ ⊗ ∣α2 ⟩ ⊗ . . . ⊗ ∣αN ⟩ .
Sullo spazio H(N) sono naturalmente definiti gli operatori unitari di per-
mutazione U(P) , tramite la loro azione sulla base canonica
U(P) ∣α1 , α2 , . . . , αN ⟩ = ∣αP−1 1 , αP−1 2 , . . . , αP−1 N ⟩ ,
dove
P ∶ (1, 2, . . . , N) Ð→ (P1, P2, . . . , PN)
è una delle N! permutazioni di N oggetti. Le permutazioni formano
un gruppo finito, il cosiddetto gruppo simmetrico SN e l’applicazione
P → U(P) definisce una rappresentazione unitaria (altamente riducibi-
le) di SN su HN (vedi App. B.1). Nel seguito, laddove non vi sia ri-
schio di confusione, adotteremo lo stesso simbolo P anche per l’operatore
U(P) . Nel caso in cui H = L2 (Λ) , Λ ⊂ R , l’azione di P sulle funzio-
ni d’onda ψ(x1 , x2 , . . . , xN ) si calcola immediatamente, adottando come
base (generalizzata) {∣α⟩} gli autostati {∣x⟩} della posizione,
(Pψ)(x1 , x2 , . . . , xN ) ≡ ⟨x1 , x2 , . . . , xN ∣ P ∣ψ⟩
= ⟨ψ∣ P−1 ∣x1 , x2 , . . . , xN ⟩
= ψ(xP1 , xP2 , . . . , xPN ) .
Tra le permutazioni, rivestono un ruolo particolare le trasposizioni Pjk ,
j, k = 1, 2, . . . , N, j ≠ k , che sono definite da
Pjk ∣. . . , αj , . . . , αk , . . .⟩ = ∣. . . , αk , . . . , αj , . . .⟩
2
per j < k e Pkj = Pjk . Risulta evidente che Pjk = 1l , per cui le trasposizioni
sono operatori autoaggiunti, con autovalori +1 e −1 , che rappresentano
la generalizzazione diretta a più particelle dell’operatore di scambio P

- 396 -
11.2 Bosoni e fermioni

precedentemente introdotto nel caso di due particelle ( P = P12 ). Si noti


che le trasposizioni non commutano:

⎪Pjk Pjn = Pkn Pjk , se j ≠ k

(11.9) ⎨

⎪ [P , P ] = 0, se j, k, ℓ, n sono tutti distinti .
⎩ jk ℓn
Se applichiamo ora il principio di indistinguibilità a ciascuna delle N(N −
1)/2 coppie di particelle, otteniamo che gli stati ∣ψ⟩ ammissimili per par-
ticelle quantomeccaniche identiche sono autostati di Pjk per ogni coppia
(jk) . Ciò è compatibile con le regole di commutazione (11.9) solo se gli
autovalori sono +1 o −1 simultaneamente per tutte le coppie (jk) , cioè
se
(11.10) Pjk ∣ψ⟩ = + ∣ψ⟩ oppure Pjk ∣ψ⟩ = − ∣ψ⟩ , ∀j, k .
Nel primo caso lo stato ∣ψ⟩ si dice totalmente simmetrico, mentre nel
secondo caso esso si dice totalmente antisimmetrico. Corrispondentemen-
te, particelle i cui stati quantomeccanici sono totalmente simmetrici si
chiamano bosoni, mentre particelle i cui stati quantomeccanici sono to-
talmente antisimmetrici si chiamano fermioni. Questa terminologia ha
una origine storico-letteraria, che discende dalla statistica che descrive un
gas perfetto di particelle identiche: i bosoni ubbidiscono alla statistica
di Bose ed Einstein, propria di un sistema di particelle (non interagenti)
con funzione d’onda simmetrica; i fermioni ubbidiscono alla statistica di
Fermi e Dirac, propria di particelle (non interagenti) con funzione d’onda
antisimmetrica.
Poiché ogni permutazione P si può esprimere (in molti modi) come
prodotto di trasposizioni, l’Eq. (11.10) è equivalente alla
(11.11) P ∣ψ⟩ = ζ∣P∣ ∣ψ⟩ ,
dove il nuovo numero quantico ζ vale +1 per i bosoni e −1 per i fermioni,
mentre ∣P∣ = ∣P−1 ∣ rappresenta il numero di trasposizioni che compaiono in
una qualunque decomposizione di P in trasposizioni. Il fatto che la parità
di ∣P∣ , e quindi ζ∣P∣ , non dipenda da quale decomposizione si adotta segue
dalle regole di commutazione (11.9), che sono omogenee nelle Pjk , e dalla
2
regola Pjk = 1l , che non cambia la parità.
In conclusione, possiamo riformulare il principio di indistinguibilità nel
seguente modo, che possiamo considerare come un vero e proprio (quinto)
postulato della meccanica quantistica:
Postulato V
Le osservabili di un sistema di N particelle identiche
corrispondono ad operatori autoaggiunti che commutano
con tutte le permutazioni P ∈ SN e, conseguentemente,

- 397 -
11.2 Particelle identiche 11.2

lo spazio di Hilbert degli stati è naturalmente ristretto a


(N)
Hζ = Pζ H(N) ,
dove ζ vale +1 per bosoni e −1 per fermioni e P± è il
simmetrizzatore o l’antisimmetrizzatore totale
1 ∣P∣
Pζ = ∑ ζ P
N! P∈SN
P+ e P− sono operatori di proiezione. In particolare, applicando P− ai
vettori ∣α1 , α2 , . . . , αN ⟩ della base canonica di H(N) , si ottiene una base
(N)
per Hζ :

∣α1 , α2 , . . . , αN ⟩ζ ≡ N! Pζ ∣α1 , α2 , . . . , αN ⟩
(11.12) 1 ∣P∣
=√ ∑ ζ ∣αP1 , αP2 , . . . , αPN ⟩ .
N! P∈SN
Risulta evidente che due fermioni non possono trovarsi nel medesimo sta-
to di particella singola, dato che lo stato corrispondente in H(N) , avendo
αj = αk per almeno una coppia (jk) , verrebbe annichilato da P− . Questo
costituisce il cosiddetto principio di esclusione di Pauli. Di fatto,
esso è una diretta conseguenza della realizzazione fermionica del principio
di indistinguibilità. È opportuno sottolineare che il principio di esclusio-
ne si applica agli stati di particella singola, ed in generale gli autostati
dell’energia di N fermioni si possono scrivere esattamente in termini di
stati di particella singola solo in assenza di interazione fra le particelle.
Tuttavia, in moltissime situazioni reali dove i fermioni interagiscono, tale
descrizione costituisce una buona approssimazione e rende eclatanti gli
effetti del principio di esclusione: basti pensare alla tavola periodica degli
elementi o alle proprietà elettriche e termodinamiche dei metalli (si veda
ad esempio [FR95]).
Abbiamo di fatto già anticipato che in natura sono presenti entrambe
le realizzazioni, bosonica e fermionica, del principio di indistinguibilità.
Inoltre, si verifica sperimentalmente che esiste un ferreo legame tra la sta-
tistica e lo spin delle particelle: tutte le particelle con spin intero sono
bosoni (mesoni π , fotoni, fononi, gravitoni ecc.), mentre tutte le parti-
celle con spin semintero sono fermioni (elettroni, protoni, muoni, quarks
etc.). Questa regola trova una rimarchevole previsione teorica nella teoria
relativistica dei campi quantizzati, con il celebre teorema spin-statistica
[SW64].
L’applicazione della suddetta regola alle “particelle composte”, o “sta-
ti legati”, quali i nucleoni, i nuclei, gli atomi, le molecole, è dettata dalla
legge di composizione dello spin: se lo stato legato “contiene” un numero

- 398 -
11.2 Bosoni e fermioni

pari (dispari) di fermioni (che hanno spin semintero), il suo spin è neces-
sariamente intero (semintero) e la statistica è bosonica (fermionica). Cosı̀
il protone, formato da tre quarks di spin 1/2, è un fermione (ed in partico-
lare lo spin è 1/2) e lo stesso dicasi per il neutrone, mentre i mesoni π0 e
π± , formati da due quarks, sono bosoni (con spin 0). Analogamente l’ato-
mo di idrogeno (un protone ed un elettrone) è un bosone, mentre l’atomo
di elio He3 (due protoni, un neutrone, due elettroni) è un fermione. In
generale, un nucleo di peso atomico pari (dispari) è bosonico (fermionico),
mentre il corrispondente atomo neutro, che ha in più gli elettroni, è un
bosone (fermione) se la somma del peso atomico e del numero atomico è
pari (dispari).

11.2.1. Interazione di scambio. Consideriamo ora un esempio con-


creto, e cioè l’atomo di elio He3 o He4 nell’approssimazione più che ragio-
nevole in cui si trascurano il moto nel nucleo e gli effetti relativistici. Il
sistema è quindi costituito da due particelle fermioniche di spin 1/2, i due
elettroni, con Hamiltoniana

1
(11.13) H= (p2 + p22 ) + V(∣q1 − q2 ∣) − 2V(∣q1 ∣) − 2V(∣q2 ∣) ,
2m 1

dove V(r) = e2 r−1 è il potenziale di Coulomb e qj e pj soddisfano alle


regole di commutazione canoniche. Dato che lo spin vale 1/2, lo spazio
H degli stati di ciascun elettrone è dato dai doppietti di funzioni d’onda
a quadrato sommabile, che possiamo scrivere, in una notazione mista tra
bra-ket e funzioni d’onda,

⟨x∣ ψ⟩ ≡ ∣ψ(x)⟩ = ∑ ψσ (x) ∣σ⟩ ,


σ=±

dove ∣σ⟩ rappresenta l’autovettore della terza componente dello spin, sz ,


̵
con autovalore hσ/2 . Lo spazio complessivo H(2) = H ⊗ H , considerando
i due elettroni distinguibili, è quindi formato dai quadrupletti di funzioni
d’onda sulle coppie di punti dello spazio

∣ψ(x1 , x2 )⟩ = ∑ ψσ1 σ2 (x1 , x2 ) ∣σ1 σ2 ⟩ .


σ1 ,σ2 =±

Sugli stati di spin ∣σ1 σ2 ⟩ agiscono in modo ovvio i due operatori di spin
̵
s1 = hσ/2 ̵
⊗ 1l e s2 = 1l ⊗ hσ/2 , le cui componenti sono conservate nel
tempo poiché H non dipende esplicitamente dagli spin elettronici.
Imponiamo ora, in accordo con il principio di indistinguibilità, che lo
stato dei due elettroni sia antisimmetrico sotto simultaneo scambio delle

- 399 -
11.2 Particelle identiche 11.2

coordinate e degli spin:


P ∣ψ(x1 , x2 )⟩ ≡ ∑ (Pψσ1 σ2 )( x1 , x2 )P ∣σ1 σ2 ⟩
σ1 ,σ2 =±

(11.14) = ∑ ψσ1 σ2 (x2 , x1 ) ∣σ2 σ1 ⟩


σ1 ,σ2 =±

= ∑ ψσ2 σ1 (x2 , x1 ) ∣σ1 σ2 ⟩ = − ∣ψ(x1 , x2 )⟩ ,


σ1 ,σ2 =±

ovvero ψσ1 σ2 (x1 , x2 ) = −ψσ2 σ1 (x2 , x1 ) . Conviene evidentemente cambiare


la base nello spazio degli spin, passando da quella in cui sz1 e sz2 sono
diagonali, a quella in cui sono diagonali S2 e Sz , dove S = s1 + s2 è lo
spin totale:
(11.15) ∣ψ(x1 , x2 )⟩ = ψ00 (x1 , x2 ) ∣0, 0⟩ + ∑ ψ1m (x2 , x1 ) ∣1, m⟩
m=−1,0,+1
con, per ipotesi
S2 ∣j, m⟩ = h
̵ 2 j(j + 1) ∣j, m⟩ , Sz ∣j, m⟩ = hm
̵ ∣j, m⟩ .
Dato che lo stato di singoletto (vedi cap. 8)
1
∣0, 0⟩ = √ (∣+−⟩ − ∣−+⟩)
2
è manifestamente antisimmetrico, mentre i tre stati del tripletto
1
∣1, −1⟩ = ∣−−⟩ , ∣1, 0⟩ = √ (∣+−⟩ + ∣−+⟩) , ∣1, −1⟩ = ∣−−⟩
2
sono manifestamente simmetrici, la richiesta (11.14) è equivalente a
ψ00 (x1 , x2 ) = + ψ00 (x1 , x2 )
(11.16)
ψ1m (x1 , x2 ) = − ψ1m (x1 , x2 ) .
Si noti che le osservabili conservate S2 e Sz assumono valori ben de-
finiti se e solo una sola delle quattro funzioni d’onda orbitali ψ00 e
ψ1m , m = −1, 0, 1 , è diversa da zero. In tal caso lo stato ∣ψ⟩ risulta
fattorizzato in una parte orbitale ed una di spin (la ricerca degli auto-
vettori di H sotto forma fattorizzata orbitale-spin è possibile in generale
per un numero arbitrario di particelle, purché H non dipenda dallo spin).
Consideriamo dunque il sottospazio con j = 0 formato dai singoletti di
spin. Le autofunzioni orbitali dell’energia sono allora simmetriche. Vice-
versa, se j = 1 (tripletto), le autofunzioni sono antisimmetriche. Ora, in
generale, vi sono autofunzioni non degeneri dell’energia con simmetria de-
finita, per cui lo spettro energetico nel sottospazio del singoletto differisce
da quello del tripletto anche se l’Hamiltoniana non dipende esplicitamen-
te dagli spin elettronici. Questo effetto prende comunemente il nome di
interazione di scambio.

- 400 -
11.2 Bosoni e fermioni

Possiamo approfondire l’analisi con un approccio perturbativo, in cui


trascuriamo inizialmente la repulsione coulombiana fra i due elettroni. In
questo caso l’Hamiltoniana (11.13) si riduce a
1 2
H0 = h(q1 , p1 ) + h(q2 , p2 ) , h(q, p) = p − 2V(∣q∣) ,
2m
cioè alla somma di due Hamiltoniane idrogenoidi disaccoppiate, per cui
possiamo porre, per il singoletto

(11.17) ψ00 (x1 , x2 ) = ϕα1 (x1 )ϕα2 (x2 ) + ϕα1 (x2 )ϕα2 (x1 ) ,

dove ϕα (x) sono autofunzioni di h

h ∣ϕα ⟩ = εα ∣ϕα ⟩

e α è un indice collettivo per i tre corrispondenti numeri quantici (princi-


pale, orbitale, azimutale). Lo spettro energetico corrispondente a (11.17)
è chiaramente dato da E = εα1 + εα2 , senza alcuna restrizione su α1 e
α2 . Analogamente, ciascuna delle tre funzioni d’onda ψ1m , m = −1, 0, 1
associate al tripletto assume la forma

(11.18) ψ1m (x1 , x2 ) = ϕα1 (x1 )ϕα2 (x2 ) − ϕα1 (x2 )ϕα2 (x1 )

con spettro energetico ancora additivo, E = εα1 + εα2 , ma dove necessa-


riamente α1 ≠ α2 . In particolare, se ε0 è l’autovalore dello stato fonda-
mentale ∣ϕ0 ⟩ di h , allora lo stato fondamentale di H0 è un singoletto
di spin non degenere, con energia E0 = 2ε0 . Se ε1 è il primo livello ec-
citato di h (che è non degenere), allora il primo livello eccitato di H0
è E1 = ε0 + ε1 , ed è quattro volte degenere, corrispondendo a stati sia di
singoletto che di tripletto. Vediamo dunque che l’interazione di scambio
è presente anche in assenza di interazione diretta, nel qual caso essa si
riduce alle conseguenze energetiche del principio di esclusione di Pauli.
Consideriamo ora l’Hamiltoniana completa H = H0 + V(∣q1 − q2 ∣) .
Intuitivamente possiamo attenderci che sulle funzioni d’onda simmetri-
che, come quella del singoletto ψ00 (x1 , x2 ), il potenziale di repulsione
coulombiana assuma valori di aspettazione maggiori che sulle funzioni an-
tisimmetriche proprie del tripletto, poiché necessariamente ψ1m (x, x) = 0 .
Possiamo facilmente controllare questa ipotesi al primo ordine della teoria
delle perturbazioni, calcolando il valor medio di V(∣q1 − q2 ∣) negli stati
imperturbati della forma (11.17) o (11.18). Si trova allora che il livel-
lo fondamentale resta non degenere, subendo la manifestamente positiva
correzione

(11.19) E0 → E0 + ∫ d3 x1 d3 x2 V(∣x1 − x2 ∣)∣ϕ0 (x1 )∣2 ∣ϕ0 (x2 )∣2

- 401 -
11.2 Particelle identiche 11.2

mentre la degenerazione del primo livello eccitato E1 viene parzialmente


rimossa
E1 → E1 + ID ± IS

(11.20) ID = ∫ d3 x1 d3 x2 V(∣x1 − x2 ∣)∣ϕ0 (x1 )∣2 ∣ϕ1 (x2 )∣2

IS = ∫ d3 x1 d3 x2 V(∣x1 − x2 ∣)ϕ0 (x1 )ϕ0 (x2 )ϕ1 (x2 )ϕ1 (x1 ) ,


dove il segno + oppure − si applica, rispettivamente, al singoletto od al
tripletto (il quale resta degenere in virtù della simmetria sotto rotazioni
nello spazio dello spin totale). Riconosciamo in IS un esempio di inte-
grale di scambio già incontrato nel primo paragrafo di questo capitolo,
Eq. (11.7).
Alcuni commenti ci sembrano opportuni. Innanzitutto è chiaro che le
considerazioni appena fatte si applicano in generale, per qualunque scelta
del potenziale V(q) di singola particella e del potenziale V(q1 , q2 ) di
interazione fra le particelle. La decomposizione (11.15) non dipende in
alcun modo da tale scelta, per cui il risultato (11.16) è valido in generale,
per qualunque dinamica dei due elettroni (inclusi accoppiamenti espliciti
degli spin). Effetti di interazione di scambio sono perciò sempre presenti.
D’altro canto però, la rilevanza di espressioni analitiche più dettagliate
come quelle in Eq. (11.17), (11.18), (11.19) e (11.20) dipende in modo
cruciale dalla forma esatta di V(q) e di V(q1 , q2 ) . In effetti, proprio nel
caso dell’atomo di elio la teoria delle perturbazioni come sopra impostata
è solo qualitativamente corretta. Quantitativamente essa è poco valida,
poiché la repulsione coulombiana fra i due elettroni è dello stesso ordine
di grandezza dell’attrazione coulombiana con il nucleo. La situazione di
fatto migliora con il crescere del numero atomico, grazie alla possibilità
di tener conto della repulsione coulombiana mediante la deformazione del
potenziale attrattivo con il nucleo (vedi ad esempio [FR95]).

- 402 -
CAPITOLO 12

Teoria dell’urto

Dall’esperimento di Rutherford sulla diffusione (scattering) di particelle


α lo studio di processi di urto tra particelle ha assunto un ruolo domi-
nante nella ricerca di fisica atomica e subatomica. In questo capitolo
considereremo gli elementi della trattazione quantistica dei processi d’ur-
to. Limiteremo la trattazione al caso di urti elastici tra due particelle
senza spin.

12.1. L’equazione integrale della diffusione


 
Un processo d’urto si può descrivere nel modo seguente. Un pacchetto di Track 1 
particelle (elementari o composte) viene preparato ad una certa energia e
con momento ben definito (nei limiti posti dagli apparati e dal principio
di indeterminazione); viene fatto quindi collidere con un altro pacchetto
simile (come avviene nei moderni colliders) oppure viene scaricato contro
un bersaglio fisso. In ogni caso, per descrivere la dinamica dell’urto, ci
si può mettere nel sistema di riferimento del baricentro e ridurre il pro-
blema a quello del moto di una particella in un campo di forze esterno,
nello stesso modo come abbiamo descritto gli stati stazionari dell’atomo
di idrogeno eliminando il moto del baricentro. Questa impostazione fun-
ziona per i processi elastici descritti da forze conservative a due corpi;
la trattazione della teoria dell’urto con queste limitazioni è nota come
teoria dello scattering da potenziale. La trattazione generale dei processi
anelastici esula dai confini di questo libro; si vedano [LL76, New66].
Consideriamo perciò un pacchetto d’onde ψ(x, t) avente distribuzione
nello spazio dei momenti fortemente concentrata intorno al momento p =
̵ . Sul pacchetto agisce una forza a corto raggio d’azione descritta dal
hk
potenziale V(x) che assumiamo a supporto compatto (V(x) = 0 per r =
∣x∣ > a). Secondo la tecnica generale, conviene analizzare il moto del
pacchetto in termini di soluzioni stazionarie. Seguiremo il metodo già
adottato per l’effetto tunnel. Scriviamo quindi l’equazione di Schroedinger
stazionaria nella forma

(△ + k2 ) ψk (x) = U(x) ψk (x)


403
12.1 Teoria dell’urto 12.1

dove abbiamo posto k = ∣k∣ = 2mE/h, ̵ e U = 2mV/h ̵ 2 . Trasformiamo
ora l’equazione di Schroedinger nella forma di un’equazione integrale (vedi
l’Eq. (12.4))
(△ + k2 ) ψk (x) = ϕ(x)
(12.1)
ϕ(x) = U(x) ψk (x)
Nella prima equazione invertiamo l’operatore △ + k2 introducendo la
funzione di Green Gk (x) ([BRS93], cap. 3) che soddisfa l’equazione
(12.2) (△ + k2 ) Gk (x) = δ(x) .
L’equazione si risolve in modo elementare introducendo coordinate polari:
assumendo che G dipenda solo da r troviamo
1 d2
( r + k2 ) Gk (r) = 0, per r > 0
r dr2
e dunque otteniamo due soluzioni linearmente indipendenti
e±ikr
(12.3) G±k = −
.
4πr
(La costante di normalizzazione è fissata in base alla relazione △r−1 =
−4πδ(r), nota dalla elettrostatica). Alternativamente si può procede-
re utilizzando l’integrale di Fourier per valutare l’operatore risolvente.
Ricordiamo che dal momento che stiamo studiando lo spettro continuo
dell’Hamiltoniano, l’operatore risolvente presenta un taglio per cui è ne-
cessario considerare le due determinazioni (△+k2 ±iε), che corrispondono
alle due soluzioni G± . Passando alla trasformata di Fourier troviamo cosı̀
G̃±k (k ′ ) = (k2 − k 2 ± iε)−1 ,

da cui
eik ⋅x

G±k (x) = (2π) ∫ d k 2 −3 3 ′


.
k − k ′ 2 ± iε
Introducendo un sistema polare nello spazio k ′ in modo che l’asse k3′ sia
nella direzione x, si può integrare facilmente sugli angoli per ottenere
∞ eik r − e−ik r
′ ′

G±k (x) −2 ′
′2
= (2π) k dk
2ik ′ r (k2 − k ′ 2 ± iε)

0


1 ′ ′ eik r
= ∫ k dk
ir(2π)2 −∞ k2 − k ′ 2 ± iε
L’integrale si può ora valutare con il metodo dei residui adottando un
cammino di integrazione costituito da un segmento −R → +R sull’asse rea-
le, chiuso con una semicirconferenza di raggio R nel semipiano superiore.
Si trova perciò il risultato dell’Eq. (12.3), tenendo conto che per il segno +

- 404 -
12.1 L’equazione integrale della diffusione

contribuisce il polo in k ′ = k+iε, mentre per il segno negativo contribuisce


il polo in k ′ = −k − iε . Inserendo la funzione di Green G±k nell’equazione
(12.1) si ottiene
±ik∣x−x ∣ ′
(±) 1 3 ′ e (±)
(12.4) ψk (x) =e ik⋅x
− ∫ d x ′
U(x ′ ) ψk (x ′ )
4π ∣x − x ∣
dove abbiamo tenuto conto che si può aggiungere alla ψk una soluzione
arbitraria dell’equazione di particella libera con energia fissata.
È importante realizzare che la struttura astratta dell’equazione in-
tegrale che abbiamo cosı̀ ottenuto è di validità assai generale. Si applica
cioè ad ogni situazione in cui ad una Hamiltoniana “libera” H0 si aggiunge
un’interazione V e gli stati stazionari di diffusione soddisfano un’equazione
del tipo
(12.5) ∣E±⟩ = ∣E⟩ + G±E V ∣E±⟩ .
L’operatore G+E = (E − H0 + iε)−1 è detto il propagatore e l’equazione è
nota come equazione di Lippman-Schwinger. Abbiamo già avuto
un esempio di questo formalismo nella trattazione dell’effetto tunnel (vedi
§6.3). L’equazione di Schroedinger nella forma integrale presenta il doppio
vantaggio di i) incorporare le condizioni al contorno sulla soluzione e ii)
di ammettere una soluzione per serie (Born). Vediamo con ordine questi
due punti.

12.1.1. Sezione d’urto differenziale. La differenza tra le due scel-


te di segno nella funzione di Green G± viene alla luce considerando il
comportamento asintotico delle soluzioni per r → ∞. Tenendo conto del
raggio d’azione finito del potenziale, si potrà approssimare ∣x − x ′ ∣ nella
(12.4)
∣x − x ′ ∣ ≈ r − x
^ ⋅ x ′,
(dove x
^ è il vettore unitario in direzione x) da cui

eik∣x−x ∣ x⋅x
′ ikr−ik^ ′
3 ′ ′ (+) ′ 3 ′ e (+)
∫ d x U(x ) ψ (x ) ≈ d x U(x ′ ) ψk (x ′ )
∣x − x ′ ∣ k ∫
r
eikr 3 ′ −ik ′ ⋅x ′ (+)
= ∫ d x e U(x ′ ) ψk (x ′ )
r
avendo introdotto il nuovo vettore k ′ che ha la direzione di x e lunghezza
pari a k.
Introduciamo ora la funzione
1 3 −ik ′ ⋅x (+)
(12.6) fkk ′ = − ∫ d xe U(x) ψk (x),

- 405 -
12.1 Teoria dell’urto 12.1

che viene chiamata, per motivi che saranno presto evidenti, l’ampiezza
di diffusione. Inserendo nell’equazione abbiamo allora la rappresenta-
zione asintotica delle soluzioni ψ(+) :
(+) eikr
(12.7) ψk (x) ≈ eik⋅x + fkk ′ .
r
Troviamo perciò che la soluzione ψ(+) nella regione a grandi distanze dal
centro diffusore è costituita da un’onda piana a cui si sovrappone un’onda
sferica, modulata dal fattore f. Per una descrizione dipendente dal tempo
di un evento di diffusione dovremo costruire un pacchetto d’onde
(+) ̵
ψ(x, t) = ∫ d3 k c(k) ψk (x) e−ihk
2 t/2m

con c(k) concentrata intorno a un dato k0 . Non è difficile applicare lo


stesso metodo adottato per lo studio dell’effetto tunnel: per grandi valori
di t applichiamo il metodo della fase stazionaria e troviamo che il termine
di onda piana rappresenta il moto del pacchetto libero; il termine di onda
sferica non dà contributo per t negativo mentre è importante per t positi-
vo e rappresenta un’onda sferica che si diffonde dal centro verso l’esterno
con un’ampiezza dipendente da ∣fkk ′ ∣2 . Naturalmente la stessa analisi si
(−)
può applicare alle soluzioni ψk . Queste portano a stati che per t → −∞
sono costituiti da un’onda piana sovrapposta ad un’onda di implosione
verso il centro mentre per t → +∞ sono rappresentati da un’onda piana
che si propaga in direzione −k. Queste soluzioni rappresentano l’inver-
(+)
sione temporale delle soluzioni ψk . Sebbene ammissibile dal punto di
vista matematico, un simile stato è assai arduo da preparare, in quanto è
necessario assicurare la coerenza della funzione d’onda iniziale su una re-
gione macroscopica. Per questo motivo si utilizza ordinariamente la base
(+)
di stati ψk . Per maggiore precisione dobbiamo avvertire che l’insieme
(+)
delle soluzioni ψk costituisce una base completa per gli stati a energia
positiva; per avere una base nello spazio di Hilbert bisogna includere gli
eventuali stati legati.
Un esperimento di diffusione ha come risultato la determinazione del
flusso di particelle in ogni direzione (almeno quella porzione di angolo
solido coperto da rivelatori). Il numero di particelle rivelate nell’angolo
solido dΩ(ϑ, φ) per unità di tempo è proporzionale al flusso incidente Φ
tramite un coefficiente di proporzionalità dσ(ϑ, φ):
dN(ϑ, φ) = Φ dσ(ϑ, φ) .
Il rapporto dσ/dΩ è denominato sezione d’urto differenziale. Nella
descrizione quantistica dσ/dΩ ad una data energia si ottiene dalla solu-
(+)
zione ψk : il flusso di particelle è valutabile in senso probabilistico quale

- 406 -
12.1 L’equazione integrale della diffusione

flusso della corrente di probabilità j = m−1 Re {ψ̄pψ}. Consideriamo il ri-


velatore in posizione (ϑ, φ) a distanza L dal centro diffusore. La superficie
sensibile sarà dA = L2 ∆ϑ ∆φ, con la normale orientata secondo x. Il flusso
di probabilità in ingresso nel rivelatore sarà dunque
̵
h (+) ∂ (+)
dN = dA Im {ψk ψ }.
m ∂r k
(+)
Inserendo l’espressione asintotica per ψk e prendendo il limite per L
grande si ottiene
̵
hk
dN = ∆Ω [L2 cos ϑ + L Re {f(ϑ, φ) eikL(cos ϑ−1) } + ∣f(ϑ, φ)∣2 ] .
m
Si noti che il primo termine divergente come L2 è in realtà presente anche
in assenza di centro di diffusione e rappresenta perciò il contributo del-
l’onda incidente: nella descrizione dipendente dal tempo questo termine
è confinato alla dimensione trasversale del fascio incidente e non contri-
buisce se non per ϑ = 0. Il secondo termine rappresenta l’interferenza tra
onda incidente e onda diffusa; il suo contributo è trascurabile per via del-
la fase rapidamente oscillante exp(ikL cos ϑ) che ancora contribuisce solo
intorno alla direzione del fascio. L’ultimo termine rappresenta il genuino
contributo di diffusione. Si trova poi che il flusso incidente è precisamente
̵
hk/m. Si ha pertanto

(12.8) = ∣f(ϑ, φ)∣2 ,
dΩ
il che giustifica il termine di ampiezza di diffusione per la funzione f.

12.1.2. Serie di Born. Il calcolo dell’ampiezza di diffusione può


essere affrontato con il metodo iterativo già adottato nel caso dell’effetto
tunnel (si ricordi l’Eq. (6.19)). Dall’equazione di Lippman-Schwinger si
ottiene formalmente
∣E+⟩ = (1 − G+E V)−1 ∣E⟩ .
Dalla soluzione per ∣E+⟩ si ottiene immediatamente l’ampiezza di diffusio-
ne applicando la formula (12.6). L’approssimazione di ordine più basso è
ottenuta ponendo ∣E+⟩ ≈ ∣E⟩, da cui segue
m 3 i(k−k ′ )⋅x
fborn
kk ′ ≈ − ̵ 2 ∫ d xe V(x)
2πh
ossia fborn è proporzionale alla trasformata di Fourier del potenziale va-
lutata nel momento trasferito q = k ′ − k.
problema 12.1-1 []Determinare l’approssimazione di Born nel caso del
potenziale di Yukawa V = Kr−1 exp{−ηr}.

- 407 -
12.1 Teoria dell’urto 12.1

soluzione []Il calcolo della trasformata di Fourier porta con calcoli elementari
a
2m K
fborn = ̵ 2 2 .
h η + ∣k − k ′ ∣2
Si noti che nel limite η → 0 il potenziale tende a quello di Coulomb; se poniamo
nel contempo K = Z1 Z2 e2 , otteniamo la sezione d’urto
dσ (2mZ1 Z2 e2 )2 (Z1 Z2 e2 )2 −4
(12.9) ≈ = (sin 12 θ) ,
dΩ ∣p − p ′ ∣4 16E2
che è la stessa formula di Rutherford che si ottiene attraverso un calcolo di
meccanica classica.

problema 12.1-2 []Scrivere l’equazione di Lippman-Schwinger in termi-


ni della funzione d’onda nello spazio dei momenti.
problema 12.1-3 []Determinare l’ampiezza di diffusione per il potenzia-
le di Yukawa al secondo ordine nell’approssimazione di Born (utilizzare la
formula di Feynman dell’App. B.7.2).
La serie di Born per l’ampiezza di diffusione è ottenuta dall’equazione
di Lippman-Schwinger attraverso lo sviluppo
(1 − G+E V)−1 = ∑ (G+E V)n ,
n≥0

che risulta convergente se la norma dell’operatore G+E V è inferiore a uno.


Il verificarsi di questa condizione dipende sia da V che da E. Una condi-
zione di semplice applicabilità è la seguente (vedi [RS79], Teor. XI.43):
sia V sommabile (∥V∥1 ≡ ∫ d3 x ∣V(x)∣ < ∞) e nella classe di Rollnick, cioè
V(x)V(y)
∥V∥2R ≡ ∫ ∫ d3 x d3 y <∞
∣x − y∣2
allora esiste un’energia E0 tale che la serie di Born è convergente per ogni
E > E0 . Inoltre se la norma di Rollnick soddisfa ∥V∥R < 4π allora si ha
convergenza per ogni E positiva (vedi anche [New66], § 10.3). Si noti che
la norma di Rollnick entra in modo molto naturale nel problema. Infatti
ammettendo che V(x) e 1/V(x) siano entrambe funzioni limitate ( 0 <
+
a < V(x) √ l’operatore GE V è legato da una relazione di similitudine
√ < +b),
a K = VGE V e per K si ha

∥K∥2 ≡ Tr K2 = (4π)−2 ∥V∥2R ,


e dunque il massimo autovalore di GE V è inferiore a uno se ∥V∥R < 4π.
Si noti infine che in base ad un teorema di Birman-Schwinger la stessa
grandezza ∥V∥2R /(4π)2 rappresenta un limite superiore al numero di stati
legati per l’operatore − △ −V (si veda [LSW76], p. 312), il che suggerisce

- 408 -
12.2 Diffusione da un campo centrale

l’esistenza di una relazione tra la convergenza della serie di Born e l’as-


senza di stati legati per il potenziale −∣V(x)∣ (si veda l’ampia trattazione
in [New66]).
problema 12.1-4 []Discutere la convergenza della serie di Born per l’am-
piezza di trasmissione nel problema in una dimensione.

12.2. Diffusione da un campo centrale


 
Consideriamo ora quali semplificazioni si possano introdurre nell’analisi Track 1 
dei processi di diffusione nel caso in cui il potenziale sia a simmetria cen-
trale. Sappiamo che in questo caso il momento angolare è una costante del
moto e perciò risulta possibile introdurre una base di autostati comuni di
H, L2 , Lz , con la scelta ovvia di disporre l’asse zeta nella direzione del fa-
scio incidente. Dette Rkl (r) Ylm (Ω) le autofunzioni dello spettro continuo,
si potranno sviluppare gli stati di diffusione nella forma
(+)
ψk (x) = ∑ cl Rkl (r) Pl (cos ϑ),
lm

dove si è tenuto conto che il fascio incidente ha in genere simmetria cilin-


drica intorno alla direzione di propagazione e quindi lo stato è autostato
di Lz con m = 0 (Yl0 ∝ Pl (cos ϑ)). Questa rappresentazione della funzione
d’onda è nota come sviluppo in onde parziali; da essa discende, come
mostreremo, una semplice espressione dell’ampiezza di diffusione. Limi-
tandoci per semplicità al caso di potenziali a supporto compatto (V(r) = 0
per r > a), le funzioni Rkl (r) sono date dalle note soluzioni di particella
libera per grande r; ricordiamo che la soluzione generale è data da
Rkl (r) = Al jl (kr) + Bl nl (kr) , r > a,
dove le funzioni di Bessel sferiche jl , nl hanno il noto sviluppo asintotico
jl (kr) ∼ sin (kr − 21 lπ) /kr
nl (kr) ∼ − cos (kr − 12 lπ) /kr .
In assenza di potenziale diffusore la soluzione è data dalla sola soluzione
regolare jl (kr); nella regione asintotica tuttavia l’unica differenza tra jl
e la combinazione lineare di jl e nl consiste in un semplice sfasamento.
Ponendo infatti Bl /Al = tan δl (k) l’andamento asintotico equivale a
Rkl (kr) ∼ al (k) sin (kr − 12 lπ + δl ) /kr ,
per una scelta opportuna delle costanti al . Mostriamo ora che l’insieme
degli sfasamenti δl (k) , l = 0, 1, 2, . . . determina interamente l’ampiezza
di diffusione. Si identifichi lo sviluppo in onde parziali con l’andamento

- 409 -
12.2 Teoria dell’urto 12.2

(+)
asintotico generale della funzione ψk ; indicando con fk (ϑ) l’ampiezza di
diffusione si avrà
eikr ∞
eikz + fk (ϑ) = ∑ al (k) Pl (cos ϑ) sin (kr − 12 lπ + δl ) /kr .
r l=0
Si inserisce a questo punto lo sviluppo in onde parziali dell’onda piana
(Eq. B.5 a p. 514) e si ottiene la relazione
eikr ∞ sin(kr − 12 πl)
fk (ϑ) + ∑(2l + 1)il Pl (cos ϑ) =
r l=0 kr
∞ sin(kr − 21 πl + δl )
∑ al (k) Pl (cos ϑ) .
l=0 kr
Isolando i termini proporzionali a e±ikr si ottengono due relazioni indi-
pendenti che con semplici passaggi algebrici forniscono il risultato
al (k) = (2l + 1)il eiδl (k)

e2iδl (k) − 1
fk (ϑ) = ∑(2l + 1) Pl (cos ϑ)
l=0 2ik

2l + 1 iδl (k)
=∑ e sin δ( k) Pl (cos ϑ).
l=0 k
Si vede dunque che la conoscenza degli sfasamenti permette di determi-
nare completamente l’ampiezza di diffusione. In particolare, integrando
sull’angolo solido e ricordando la relazione di ortogonalità dei polinomi di
Legendre (Eq. B.6 a p. 514) si ottiene la sezione d’urto totale

σ = ∫ dΩ ∣f∣2
4π ∞ 2
= ∑(2l + 1) sin δl (k)
k2 l=0

problema 12.2-5 []Dimostrare la validità della seguente relazione


k
(12.10) Im {fk (ϑ = 0)} =
σ,

un risultato valido in generale e noto come teorema ottico (vedi [Sak90,
New66]).
problema 12.2-6 []Determinare le ampiezze parziali di diffusione per
una sfera perfettamente riflettente di raggio a.
soluzione []Si tratta solo di imporre la condizione di annullamento in r = a
alla soluzione generale radiale per la particella libera: si ottiene
Al jl (ka) + Bl nl (ka) = 0 ,

- 410 -
12.2 Diffusione da un campo centrale

da cui segue tan δl (k) = jl (ka)/nl (ka) . Si noti che per ka molto piccolo si
approssima facilmente il risultato utilizzando le formula dell’App. B.6.2 e si trova
che il termine dominante è quello in onda s
δ0 ≈ ka ,
che contribuisce alla sezione d’urto totale 4πa2 , cioè quattro volte la sezione
geometrica della sfera (per k piccolo non c’è da aspettarsi che le particelle si
comportino come pallini da caccia).

- 411 -
12.3 Seconda quantizzazione

12.3. Seconda quantizzazione


 
Il formalismo convenzionale della meccanica quantistica, cosı̀ come fi- Track 2 
nora presentato, non risulta molto efficiente nella descrizione dei sistemi di
particelle identiche, particolarmente nel caso di un numero N macrosco-
picamente grande di particelle. Basti osservare che la simmetrizzazione
o l’antisimmetrizzazione totale di una funzione d’onda contiene un nu-
mero N! di termini. In questa sezione descriveremo un formalismo più
pratico ed efficiente, che prende il nome di seconda quantizzazione. Que-
sta definizione si basa sulla seguente analogia: la prima quantizzazione, o
quantizzazione tout court, corrisponde a promuovere le osservabili classi-
che, in primo luogo le coordinate canoniche cartesiane, le {p} e le {q} ,
da funzioni a valori reali sullo spazio delle fasi ad operatori, in genere
non commutanti, su uno spazio di Hilbert. Tipicamente, questo spazio
è formato da funzioni d’onda, che a loro volta sono semplici funzioni (a
valori complessi) sullo spazio delle configurazioni del sistema fisico, e sod-
disfano all’equazione di Schroedinger, che è, nei casi più emblematici, una
equazione differenziale alle derivate parziali di stampo classico. Risulta
naturale (anche se in un certo senso improprio) assimilare questa equa-
zione ad altre equazioni fondamentali, lineari e non, della fisica dei mezzi
continui e dell’elettromagnetismo. In questa ottica, la seconda quantizza-
zione ripete l’operazione della prima, questa volta sulle “funzioni d’onda”
governate da tali equazioni, promuovendole ad operatori in un nuovo, più
grande spazio di Hilbert.
Sarà bene chiarire subito i limiti di questa analogia. Innanzitutto, co-
me presto vedremo, nel caso non relativistico il formalismo della seconda
quantizzazione è del tutto equivalente a quello ordinario di prima quantiz-
zazione. Certamente non è la funzione d’onda come vettore dello spazio di
Hilbert che diventa un operatore. In effetti, l’equazione di Schroedinger,
come versione infinitesima di una traslazione temporale sul vettore di sta-
to, è necessariamente unica. Tuttavia, è possibile esprimere l’evoluzione
temporale in termini di una equazione generalmente non lineare, molto
simile all’equazione di Schroedinger ad una particella, dove l’incognita è
effettivamente un operatore, l’operatore di campo (vedi oltre). Questa è
la situazione tipica nel caso relativistico, poiché l’equivalente descrizione
alla Schroedinger, con funzioni d’onda di un numero fissato di particelle
identiche, di fatto non esiste nemmeno.

12.3.1. Lo spazio di Fock. Il punto centrale della seconda quan-


tizzazione è l’abbandono dello spazio di Hilbert ad un numero fissato di
particelle identiche. Consideriamo inizialmente lo spazio H(N) di N par-
ticelle distinguibili. Lo spazio degli stati con N non fissato è lo spazio di

- 413 -
12.3 Teoria dell’urto 12.3

Fock:

F = ⊕ H(N) ,
N=0
cioè la somma diretta di tutti gli H(N) con variabile sugli interi non-
negativi 1 . Per definizione H(0) ≡ C è lo spazio degli stati senza particelle,
che possiede, come unico vettore di base, il cosiddetto stato di vuoto ∣0⟩ .
Inoltre, sottospazi H(N1 ) e H(N2 ) con un numero di particelle diverso,
N1 ≠ N2 , sono per definizione ortogonali. In termini delle basi canoniche
∣α1 , α2 , . . . , αN ⟩ , N = 0, 1, 2, . . . , i vettori di Fζ hanno dunque la forma
generale

∣Ψ⟩ = ∑ ∑ Ψ(α1 , α2 , . . . , αN ) ∣α1 , α2 , . . . , αN ⟩
(12.11) N=0 α1 ,α2 ,...,αN
= Ψ0 ∣0⟩ + ∑ Ψ(α) ∣α⟩ + ∑ Ψ(α1 , α2 ) ∣α1 , α2 ⟩ + . . .
α α1 ,α2

e per ipotesi ⟨Ψ∣ Ψ⟩ < ∞ . Qualora la base ∣α⟩ di H sia ortonormale, la


norma di ∣ψ⟩ si scrive

⟨Ψ∣ Ψ⟩ = ∑ ∑ ∣Ψ(α1 , α2 , . . . , αN )∣2 .
N=0 α1 ,α2 ,...,αN

Lo spazio di Fock è manifestamente uno spazio di Hilbert separabile


non appena H è separabile (il che è assunto per ipotesi in meccanica
quantistica).
Possiamo ora imporre il principio di indistinguibilità sullo spazio di
Fock F , che diventa quindi lo spazio di Fock bosonico ( ζ = 1 ) o fermionico
( ζ = −1 ):

(N)
Fζ = ⊕ Hζ .
N=0
Per ottenere l’espressione analoga alla (12.11) è sufficiente appendere una
ζ alla base canonica in accordo con (11.12). Per quanto riguarda la norma
di ∣Ψ⟩ , è chiaro che ∣α1 , α2 , . . . , αN ⟩− , avendo necessariamente tutti gli αj
distinti, risulta ortonormale non appena ∣α⟩ è ortonormale, per cui

1 α1 ,α2 ,...,αN 2
⟨Ψ∣ Ψ⟩ = ∑ ∑ tutti distinti∣Ψ(α1 , α2 , . . . , αN )∣
N=0 N!
è la norma in F− per ∣α⟩ ortonormale. Nel caso bosonico si ottiene invece

1
(12.12) ⟨Ψ∣ Ψ⟩ = ∑ ∑ [∏ n(α)!] ∣Ψ(α1 , α2 , . . . , αN )∣2
N=0 N! α1 ,α2 ,...,αN α

1
Dato che si tratta di una somma diretta infinita si intende che lo spazio di Fock
è completato nel senso di Cauchy.

- 414 -
12.3 Seconda quantizzazione

dove n(α) è il numero di volte che α compare in (α1 , α2 , . . . , αN ) (vale


ovviamente la consueta regola 0! = 1 ). La validità di questa espressione
risulterà ovvia tra breve.
Sullo spazio di Fock risulta immediatamente definito come osservabile
(che commuta senz’altro con tutte le permutazioni) il numero di particel-
le N^ , il quale ha come spettro gli interi non negativi. Il settore di F o
Fζ corrispondente all’autovalore N di N ^ è lo spazio di Hilbert origina-
(N) (N)
rio H o Hζ . Nel seguito indicheremo semplicemente con N anche
l’operatore.

12.3.2. Operatori di creazione e distruzione. Sullo spazio di


Fock Fζ possiamo ora introdurre operatori lineari di fondamentale im-
portanza per il formalismo della seconda quantizzazione: gli operatori
di creazione e distruzione di una particella. Per dare la loro defini-
zione, possiamo limitarci all’azione sulle basi canoniche ∣α1 , α2 , . . . , αN ⟩ζ ,
N = 0, 1, 2, . . . . Questa azione si estende poi per linearità ad un insieme
denso in Fζ . Dunque, ad ogni vettore ∣ϕ⟩ dello spazio H di singola
particella facciamo corrispondere l’operatore di creazione a† (ϕ) definito
da
a† (ϕ) ∣α1 , α2 , . . . , αN ⟩ζ = ∑ ∣α1 , α2 , . . . , αN+1 ⟩ζ ⟨αN+1 ∣ ϕ⟩ .
αN+1

Il corrispondente operatore di distruzione a(ϕ) è definito come l’opera-


tore aggiunto di a† (ϕ) che annichila il vuoto, ovvero
a(ϕ) ∣0⟩ = 0 , ∀ ∣ϕ⟩ ∈ H
N
a(ϕ) ∣α1 , α2 , . . . , αN ⟩ = ∑ ζN−j ⟨ϕ∣ αj ⟩ ∣α1 , . . . , αj−1 , αj+1 , . . . αN ⟩ζ .
j=1

problema 12.3-7 []Si verifichi che effettivamente a(ϕ)† = a† (ϕ) .


Si noti che, per costruzione, l’applicazione ∣ϕ⟩ ↦ a† (ϕ) è lineare:
a† (λ ∣ϕ⟩ + λ ′ ∣ϕ ′ ⟩) = λa† (ϕ) + λ ′ a† (ϕ ′ ) ,
per cui risulta naturale introdurre una base {a† (α)} per gli operatori di
creazione in corrispondenza di una base {∣α⟩} in H

a† (ϕ) = a† (∑ ∣α⟩ ⟨α∣ ϕ⟩) = ∑ a† (α) ⟨α∣ ϕ⟩ .


α α

L’analoga relazione per a(ϕ) si ottiene quindi per coniugazione. Un


cambiamento di base in H,
∣α⟩ = ∑ ∣β⟩ ⟨β∣ α⟩ ,
β

- 415 -
12.3 Teoria dell’urto 12.3

induce lo stesso cambiamente di base per gli operatori di creazione e


distruzione:

(12.13) a† (α) = ∑ a† (β) ⟨β∣ α⟩ , a(α) = ∑ ⟨α∣ β⟩ a(β) .


β β

Determiniamo ora le proprietà di commutazione di a e a† . È sufficiente


considerare l’azione dei commutatori sui vettori della base canonica di
Fζ , che conviene scegliere definita in termini della stessa base {∣α⟩} di
H usata per a e a† . Allora

a† (α)a† (α ′ ) ∣α1 , α2 , . . . , αN ⟩ζ = ∣α1 , α2 , . . . , αN , α, α ′ ⟩ζ


= ζ ∣α1 , α2 , . . . , αN , α ′ , α⟩ζ
= ζa† (α ′ )a† (α) ∣α1 , α2 , . . . , αN ⟩ζ .

Ovvero, per linearità, completezza e coniugazione,

(12.14) a† (α)a† (α ′ ) = ζa† (α ′ )a† (α) , a(α)a(α ′ ) = ζa(α ′ )a(α) .

Analogamente si ottiene

a(α)a† (α ′ ) ∣α1 , α2 , . . . , αN ⟩ζ = a(α) ∣α1 , α2 , . . . , αN , α ′ ⟩ζ


N+1
= ∑ ζN+1−n ⟨α∣ αn ⟩ ∣α1 , . . . , αn−1 , αn+1 , . . . αN+1 ⟩ζ
n=1

da una parte, mentre dall’altra vale

a† (α ′ )a(α) ∣α1 , α2 , . . . , αN ⟩ζ =
N
∑ζ
N−n
⟨α∣ αn ⟩ a† (α ′ ) ∣α1 , . . . , αn−1 , αn+1 , . . . αN ⟩ζ
n=1
N
= ∑ ζN−n ⟨α∣ αn ⟩ ∣α1 , . . . , αn−1 , αn+1 , . . . αN+1 ⟩ζ ,
n=1

dove si è posto αN+1 ≡ α ′ . Quindi

(12.15) a(α)a† (α ′ ) − ζa† (α ′ )a(α) = ⟨α∣ α ′ ⟩

Le Eq. (12.14) e (12.15) costituiscono le cosiddette regole di commuta-


zione (anti-commutazione) canoniche della seconda quantizzazione, e
giocano un ruolo assolutamente centrale nella teoria quantistica dei campi
e dei sistemi a molti corpi.

- 416 -
12.3 Seconda quantizzazione

12.3.3. Rappresentazione “numero-di-occupazione”. Il pro-


cedimento fin qui seguito (una particella → tante particelle → spazio di
Fock di un numero illimitatamente variabile di particelle → operatori di
creazione e distruzione → regole di (anti-)commutazione canoniche) può
perfettamente essere invertito. Supponiamo che sia definito, su un certo
spazio di Hilbert V , un insieme di operatori lineari {a(α), a† (α)} indi-
cizzato come una base {∣α⟩} di un altro spazio di Hilbert H separabile.
Di fatto, l’indice generalizzato α può essere scelto contabile, ed essere
quindi indicizzato a sua volta dagli interi j = 0, 1, 2, . . . , per cui l’unica
sostanziale differenza sta tra il caso in cui H è di dimensione finita ed il
caso in cui non lo è. Inoltre, siano assegnate per aj ≡ a(αj ) e a†j ≡ a† (αj )
le regole di (anti-)commutazione canoniche (12.14) e (12.15). Per maggior
semplicità, e senza alcuna perdita di generalità, possiamo anche assumere
che {∣αj ⟩} sia ortonormale, per cui le regole canoniche si scrivono

(12.16) [aj , ak ]−ζ = [a†j , a†k ] =0, [aj , a†k ] = δjk ,


−ζ −ζ
dove abbiamo introdotto, un po’ pedantemente, il nuovo simbolo [A, B]x =
AB + xBA .
Non può certamente sfuggire al lettore che le relazioni (12.16) coin-
cidono, nel caso bosonico ζ = 1 , con le regole di commutazione di una
collezione di oscillatori monodimensionali indipendenti (la dinamica non
è ancora specificata, per cui non si tratta necessariamente di oscillatori
armonici). Possiamo allora applicare a ciascun oscillatore l’analisi usuale:
introduciamo gli operatori numero a†j aj , j = 0, 1, 2, . . ., per cui

(12.17) [a†j aj , ak ] = −δjk ak , [a†j aj , a†k ] = δjk a†n


Assumendo quindi l’esistenza di un vettore ∣0⟩ , il vuoto, annichilato da
tutti i distruttori aj ,
(12.18) aj ∣0⟩ = 0 , ∀j ,
possiamo ricostruire il sottospazio di V corrispondente al vuoto ∣0⟩ come
lo sviluppo lineare dei vettori
(a†j )nj
(12.19) ∣n0 , n1 , n2 , . . .⟩ ≡ ∏ √ ∣0⟩
j nj !
dove nj rappresenta l’autovalore, necessariamente intero non negativo,
dell’operatore numero a†j aj . Si noti che, grazie alle regole di commuta-
zione canoniche ed alla proprietà fondamentale del vuoto (12.18), i vettori
(12.19) sono propriamente ortonormalizzati (si è inteso che ⟨0∣ 0⟩ = 1 ), per
cui questo sottospazio di V risulta effettivamente dotato di un prodotto
scalare positivo definito.

- 417 -
12.3 Teoria dell’urto 12.3

In effetti, possiamo facilmente riconoscere in (12.19), a meno di un


fattore di proporzionalità ben preciso, i vettori della base canonica di
(N)
H+ , dove N = ∑j nj (purché tale somma sia finita). Infatti lo sviluppo
lineare dei vettori a†j ∣0⟩ = ∣αj ⟩ coincide per costruzione con H e

(12.20) ∏ nj ! ∣n0 , n1 , n2 , . . .⟩ = ∣αj1 , αj2 , . . . , αjN ⟩+ .
j
Per ipotesi, in ∣αj1 , . . . , αjN ⟩+ l’indice αj compare nj volte. La simmetriz-
zazione totale è automatica dato che l’ordinamento dei creatori in (12.19)
è irrilevante. L’Eq. (12.20) mostra anche qual è il fattore di normalizzazio-
ne giusto per la base canonica di N bosoni e dimostra la correttezza della
formula (12.12) per la norma di un generico vettore di F+ . La ricostru-
zione delo spazio di Fock F+ è ora completa: esso consiste nel sottospazio
di V caratterizzato dallo stato di vuoto ∣0⟩ e completato nel senso di
Cauchy a partire da stati con N, arbitrariamente grandi ma finiti2 .
La base {∣n0 , n1 , n2 , . . .⟩ , nj = 0, 1, 2, . . .} definisce la cosiddetta rap-
presentazione del numero di occupazione: nj è il numero di bosoni
che si trovano nello stato ∣αj ⟩ . L’operatore numero totale di particelle N
si scrive quindi

(12.21) N = ∑ a†j aj ≡ ∑ a† (α)a(α) .


j α

È chiaro che N assume sempre un’espressione formalmente identica per


qualunque base ortonormale {∣α⟩} di H . L’espressione (12.21) è soltan-
to un esempio di come un operatore fondamentale possa essere scritto in
termini di a e a† . In effetti, tutti gli operatori lineari (e quindi anche
tutte le osservabili) sullo spazio di Fock Fζ si possono scrivere come com-
binazioni lineari di prodotti di a e a† . Ovvero, l’insieme degli a(α)
e a† (α) genera l’intera algebra degli operatori lineari su Fζ . Altri im-
portanti esempi di questa fondamentale proprietà saranno presentati più
avanti.
La rappresentazione del numero di occupazione esiste naturalmente
anche nel caso fermionico. Se ζ = −1 le Eq. (12.16) esprimono le regole di
anticommutazione canonica. Esse implicano, in particolare, la nilpotenza

2
È opportuno sottolineare che quando le coppie canoniche sono infinitamente nu-
merose tale ricostruzione non è affatto unica. Al contrario, possono esserci infiniti
sottospazi ortogonali di Fock all’interno di V. Essi differiscono nella scelta del vuoto e
sono ortogonali nonappena i rispettivi vuoti sono ortogonali. Di fatto essi costituiscono
rappresentazioni inequivalenti delle regole di (anti-)commutazione canoniche. Si noti
che il teorema di Von Neumann enunciato al §5.2.3 vale per un numero finito di coppie
canoniche. Va detto inoltre che esistono anche rappresentazioni non di Fock delle regole
di (anti-)commutazione canoniche, nelle quali non c’è alcun vettore di vuoto.

- 418 -
12.3 Seconda quantizzazione

dei creatori e distruttori


aj 2 = 0 = a†j 2 ,
per cui, una volta assunta l’esistenza del vuoto ∣0⟩ annichilato da tutti i
distruttori, lo spazio vettoriale associato allo stato ∣αj ⟩ è bidimensionale:
se nj = 0 esso non è occcupato da un fermione; se nj = 1 esso è occupa-
to. nj è l’autovalore del operatore numero dello stato ∣j⟩ , che si scrive
a†j aj come nel caso bosonico e soddisfa alle stesse regole di commutazio-
ne (12.17) con creatori e distruttori. Anche l’operatore “numero totale
di fermioni” N mantiene quindi la stessa espressione (12.21). La totale
antisimmetria degli stati fermionici, cosı̀ come la totale simmetria di quel-
li bosonici è una conseguenza banale delle regole di (anti-)commutazione
canoniche. Di fatto, nella rappresentazione del numero di occupazione
non è più necessario sottolineare le proprietà di simmetria: il principio di
indistinguibilità è implicito nelle regole di (anti-)commutazione canoniche
della seconda quantizzazione.

12.3.4. Operatori di campo. Come nel formalismo ordinario di


prima quantizzazione, anche nel nuovo formalismo appena introdotto la
rappresentazione della posizione gioca un ruolo importante, anche se con-
cettualmente diverso. Innanzitutto, conviene adottare il simbolo specifico
ψ per la base degli operatori di creazione e distruzione nella rappresenta-
zione {∣x⟩} (per semplicità omettiamo eventuali gradi di libertà interni),
in accordo con la convenzione più diffusa: dunque, formalmente ψ† (x)
“crea” una particella in x e ψ(x) ivi la “distrugge”3 . Quindi, se come
al solito {∣α⟩} indica una base “onesta” in H ∼ L2 (Λ) (la cui scelta in
generale dipende dal problema fisico in questione), avremo
(12.22) ψ(x) = ∑ ⟨x∣ α⟩ a(α) , ψ† (x) = ∑ a† (α) ⟨α∣ x⟩ ,
α α

in accordo con la regola generale (12.13). Per quanto riguarda le regole


di (anti-)commutazione canoniche, esse si scrivono ora
[ψ(x), ψ(y)]−ζ = 0 = [ψ† (x), ψ† (y)]−ζ
(12.23)
[ψ(x), ψ† (y)]−ζ = δ(x − y) .

ψ(x) , ψ† (x) e gli operatori composti con essi, per ragioni che diverranno
presto chiare, prendono generalmente il nome di operatori di campo.
Consideriamo ad esempio l’operatore composto autoaggiunto
ρ(x) = ψ† (x)ψ(x) .
3
La scelta dello stesso simbolo solitamente riservato alle funzioni d’onda
corrisponde proprio alla terminologia “seconda quantizzazione”.

- 419 -
12.3 Teoria dell’urto 12.3

In base alla relazione (12.21), si ottiene

∫ ρ(x) = N ,
Λ

per cui risulta naturale considerare ρ(x) come l’osservabile densità di


particelle nel punto x . Possiamo verificare questa identificazione deter-
minando l’equivalente di ρ(x) nel formalismo di prima quantizzazione.
Consideriamo uno stato di Fζ con un numero N fissato di particelle:
⎡N ⎤
⎢ ⎥
(12.24) ∣Ψ⟩ = ∫ d3N x Ψ(x1 , x2 , . . . , xN ) ⎢⎢∏ ψ† (xj )⎥⎥ ∣0⟩ .
Λ ⎢ j=1 ⎥
⎣ ⎦
L’azione di ρ(x) su ∣Ψ⟩ induce, attraverso le regole di (anti-)commuta-
zione canonica (12.23), un’azione sulla funzione d’onda Ψ(x1 , x2 , . . . , xN ) :
ρ(x) ∣Ψ⟩ = ∣Ψ ′ ⟩
N
Ψ ′ (x1 , x2 , . . . , xN ) = ∑ δ(x − xj )Ψ(x1 , x2 , . . . , xN ) .
j=1

Vale quindi la corrispondenza


N
ρ(x) Ð→ ∑ δ(x − qj ) .
j=1

Si noti che il membro di destra è proprio la densità nel senso intuitivo.


Essendo una funzione simmetrica delle qj , esso commuta con tutte le
permutazioni ed è quindi osservabile. Naturalmente è anche una espres-
sione singolare, cui non corrisponde un’operazione fisicamente attuabile.
Se però consideriamo

ρw = ∫ d3 x ψ† (x)ψ(x) ,
w
dove w è un volumetto centrato in una particolare posizione, le cui di-
mensioni dipendono di fatto dall’apparato di misura, non sorgono proble-
mi neppure dal punto di vista operativo. Se confrontiamo un’espressione
come questa con il suo analogo di prima quantizzazione, dove ψ(x) è la
funzione d’onda di una ben precisa particella (o meglio, un ben preciso
punto materiale), possiamo apprezzare il salto concettuale della seconda
quantizzazione: da probabilità di trovare la particella nel volume elemen-
tare d3 x , il c-numero ψ(x)ψ(x)d3 x viene promosso in ψ† (x)ψ(x)d3 x ,
il q-numero (osservabile) “numero di particelle in d3 x ” (si ricordi che l’o-
peratore aggiunto è l’analogo del complesso coniugato per i numeri com-
plessi). In particolare, se consideriamo stati del tipo (12.24) con una sola
particella, descrivibili mediante la funzione d’onda normalizzata Ψ(x) ,

- 420 -
12.3 Seconda quantizzazione

vediamo che la densità di probabilità di trovare la particella in un da-


to punto, Ψ(x)Ψ(x) , coincide con il valore di aspettazione dell’operatore
densità ρ(x) .
La corrispondenza appena descritta si estende naturalmente ad altre
grandezze dinamiche [Link] esempio l’osservabile
̵
h
j(x) = [ψ† (x)∇ψ(x) − (∇ψ† (x)) ψ(x)]
2m i
che è formalmente identica alla corrente di probabilità del punto mate-
riale quantomeccanico (vedi §5.2.3), va ora identificata con la densità di
velocità del sistema di particelle identiche. Lasciamo al lettore, come utile
(N)
esercizio, verificare che effettivamente, sotto la restrizione al settore Hζ
con N particelle,
1 N
j(x) Ð→ ∑ [p δ(x − qj ) + δ(x − qj )pj ] .
2m j=1 j

Si noti che nello stato ad una particella descritto da Ψ(x) , l’operatore


j(x) assume un valore di aspettazione identico alla corrente di probabilità.
L’integrazione di j(x) sullo spazio occupato dal sistema produce evi-
dentemente l’operatore che corrisponde al momento totale del sistema.
Analogamente, l’operatore (formalmente) autoaggiunto
h̵2
H = ∫ d3 x [ ∇ψ† (x) ⋅ ∇ψ(x) + V(x)ψ† (x)ψ(x)]
(12.25) Λ 2m
+ ∫ d3 x d3 y ψ† (x)ψ† (y)V(x, y)ψ(y)ψ(x)
Λ
rappresenta la versione secondo-quantizzata dell’Hamiltoniana di un si-
stema di particelle identiche non-relativistiche in un campo esterno V(x)
e con interazione a due corpi V(x, y) (si noti che solo la parte simme-
trica di questo potenziale sopravvive alla doppia integrazione in (12.25),
per cui esso si può assumere simmetrico fin dal principio, come richiesto
dall’identità delle particelle). Si può infatti verificare (esercizio!) che su
stati con N particelle del tipo (12.24),
H ∣Ψ⟩ = ∣hN Ψ⟩
dove hN è l’operatore differenziale di prima quantizzazione
N
h̵2
hN = ∑ (− △j +V(xj )) + ∑ V(xj , xn )
j=1 2m j<k

(si assumano condizioni al contorno su Λ tali da rendere il Laplaciano


△ autoaggiunto). Possiamo ora scrivere le equazioni del moto per gli

- 421 -
12.3 Teoria dell’urto 12.3

operatori di campo, ad esempio

(12.26) ̵ ∂ ψ(x, t) = [ψ(x, t), H]


ih
∂t
h̵2
= [− △ +V(x)] ψ(x, t) + ∫ d3 y ψ† (y, t) V(x, y) ψ(y, t)ψ(x, t)
2m Λ

dove si è fatto uso delle regole canoniche (12.23), della forma esplicita
di H (12.25) e di una integrazione per parti. Di fatto, questa equazio-
ne (con la sua coniugata) definisce interamente la dinamica, poiché ogni
altro operatore si può scrivere in termini di ψ e ψ† . Anche se la descri-
zione dell’evoluzione temporale cosı̀ ottenuta è manifestamente quella di
Heisenberg, si può dire che (12.26) rappresenta una versione operatoria-
le e non lineare dell’equazione di Schroedinger per la funzione d’onda di
una particella. In particolare, in assenza di interazione tra le particelle,
V(x, y) = 0 , le due equazioni sono formalmente identiche.
problema 12.3-8 []Data una Hamiltoniana del tipo (12.25), si verifichi
che la densità di particelle e ls densità di velocità soddisfano all’equazione
operatoriale di continuità (conservazione locale delle particelle)

ρ(x, t) + ∇ ⋅ j(x, t) = 0
∂t
Essa rappresenta la versione di seconda quantizzazione dell’equazione del-
la conservazione locale della probabilità (5.40).
In effetti, nel caso di particelle non-interagenti, la soluzione generale
dell’equazione di Schroedinger per una particella fissa interamente anche
la soluzione dell’equazione di Heisenberg per il campo. È sufficiente con-
siderare come base {∣α⟩} in H la base ortonormale delle autofunzioni
uα (x) = ⟨x∣ α⟩ dell’operatore di Schroedinger4
h̵2
[− △ +V(x)] uα (x) = hω ̵ α uα (x)
2m
Sostituendo quindi lo sviluppo (12.22) nell’Hamiltoniana (12.25) si ottiene
H = ∑ hω̵ α a† (α)a(α)
a
(12.27)
+ 21 ∑ a† (α1 )a† (α2 ) ⟨α1 α2 ∣ V ∣α1′ α2′ ⟩
α1 α2 α1′ α2′

dove, per costruzione


⟨α1 α2 ∣ V ∣α1′ α2′ ⟩ = ∫ d3 x d3 y uα1 (x)∗ uα2 (y)∗ V(x, y)uα1′ (x)uα2′ (y)
Λ
4
Conviene solitamente considerare il sistema confinato in un dominio Λ di volume
finito, con opportune condizioni al contorno, onde evitare la possibilità di uno spettro
continuo. Il limite di volume infinito va preso al momento opportuno.

- 422 -
12.3 Seconda quantizzazione

In assenza di interazione tra le particelle, l’Hamitoniana (12.27) si riduce


alla somma di infiniti oscillatori armonici disaccoppiati. In tal caso
a(α, t) = a(α)e−iωα t , a† (α, t) = a† (α)eiωα t
per cui
ψ(x, t) = ∑ a(α)uα (x)e−iωα t
α
è la soluzione dell’equazione del moto per il campo. La struttura di questa
soluzione è identica a quella dell’equazione di Schroedinger per una par-
ticella: la novità consiste nel fatto che i coefficienti dello sviluppo a(α)
sono operatori e non c-numeri. Si noti che, nel caso di particelle libere,
ovvero qualora anche il campo esterno V(x) si annulli, le autofunzioni
della base {∣α⟩} sono le onde piane eik⋅x e quindi ωα = hk ̵ 2 /2m risulta
positiva definita. Lo stesso dicasi nel caso di un potenziale esterno repul-
sivo. In questo caso il vuoto ∣0⟩ coincide con lo stato fondamentale del
sistema.
L’espressione (12.27) è di fondamentale importanza. Essa mostra co-
me l’interazione a due corpi tra le particelle corrisponda all’accoppiamento
anarmonico quartico fra gli oscillatori. Non si tratta tuttavia del più ge-
nerale termine quartico, in quanto l’Hamiltoniana , per commutare con
l’operatore N , deve contenere lo stesso numero di creatori e distruttori.
In modelli relativistici di interazione tra particelle quantomeccaniche, so-
no in generale presenti anche termini che non commutano con N . In ogni
caso, espressioni come (12.27) rappresentano la base per la teoria delle
perturbazioni per sistemi di particelle identiche. All’ordine zero, l’Hamil-
toniana è immediatamente diagonalizzata nella rappresentazione numero-
di-occupazione. Gli ordini successivi corrispondono a potenze fissate del
potenziale di interazione V(x, y) e si possono organizzare in modo molto
efficiente e sistematico grazie ancora una volta alle regole di (anti-)com-
mutazione canoniche. La rappresentazione grafica dei vari contributi a
ciascun ordine perturbativo prende il nome di diagrammi di Feynman.

Abbiamo dunque verificato che il formalismo della seconda quantizza-


zione è equivalente a quello convenzionale, basato sul concetto di funzione
d’onda di tante particelle identiche, qualora l’Hamiltoniana di campo sia
della forma (12.25). La caratteristica saliente di questo tipo di Hamil-
toniane è che esse commutano con l’operatore numero, [H, N] = 0 , cioè
il numero delle particelle è conservato nel tempo. Il nuovo formalismo
è però più efficiente ed economico, offrendo la possibilità di organizzare
in modo semplice e sistematico la teoria delle perturbazioni e di studiare
efficacemente il cosiddetto limite termodinamico. In tale limite sono rile-
vanti solo gli stati a densità finita, caratterizzati da un numero medio di

- 423 -
12.3 Teoria dell’urto 12.3

particelle ⟨N⟩ proporzionale al volume del dominio Λ che tende all’in-


finito. Si tratta di un passaggio al limite fondamentale nella descrizione
statistica dei sistemi macroscopici. La trattazione di questi aspetti esula
tuttavia dagli scopi di questo libro.
Occorre sottolineare, d’altra parte, che l’apparato formale della se-
conda quantizzazione diventa insostituibile e rivela appieno la sua diversa
base concettuale rispetto a quello convenzionale quando la dinamica è tale
per cui il numero delle particelle non è conservato nel tempo. Questa è la
situazione dominante nella fisica relativistica: i fotoni, i quanti bosonici
del campo elettromagnetico, sono continuamente creati e distrutti a tutte
le scale, dal macrocosmo al microcosmo; altre particelle elementari, come
gli elettroni, possono essere create e distrutte quando le densità di energia
in gioco sono sufficientemente grandi. Per quanto riguarda le basse energie
(energie alle quali gli effetti relativistici come la produzione di particelle
massive sono assenti), se consideriamo alla stregua di particelle identiche
anche i fononi, i quanti di vibrazione meccanica dei sistemi macroscopici,
possiamo affermare che ogni interazione degli stessi è accompagnata dalla
creazione (quasi sempre) e dalla distruzione (più raramente) di fononi.
Per definizione dunque, in tutti questi casi non è possibile una descrizione
efficace degli stati quantomeccanici in termini di funzioni d’onda di un
numero fissato di particelle.
In effetti, la descrizione quantomeccanica dei sistemi fisici in termini
di particelle, elementari e non, come costituenti microscopici degli stes-
si, possiede una versione duale, dove gli oggetti fondamentali sono campi
quantizzati. In un solido cristallino, ad esempio, una configurazione clas-
sica del campo è individuata dagli spostamenti dalla posizione d’equilibrio
di ciascun costituente elementare del solido. Questo campo è quantizzato,
cioè un q-numero piuttosto che un c-numero, perché tale è la posizione di
ciascun costituente microscopico (atomo o molecola). Nel caso dei campi
relativistici, come quello elettromagnetico o quello dell’elettrone, in realtà
non è possibile parlare di costituenti elementari: possiamo solo affermare
che esistono gradi di libertà quantomeccanici, analoghi agli spostamenti
locali del solido cristallino, per ciascun punto dello spazio, o meglio, per
ciascuna parte di spazio con dimensioni molto più piccole delle più pic-
cole distanze finora sondate. I modi fondamentali di vibrazione di questi
gradi di libertà sono quantizzati, ed i quanti sono le particelle (elementari
e non) osservate in natura. La formalizzazione di questo punto di vista
costituisce la teoria relativistica dei campi quantizzati, e certamente va
oltre i nostri scopi presenti. È comunque importante osservare che in essa
la localizzazione esatta di particelle massive in un preciso punto dello spa-
zio e del tempo non è più possibile nemmeno al livello concettuale (com’è
invece nell’impianto teorico della prima quantizzazione): più piccola la

- 424 -
12.3 Seconda quantizzazione

regione spazio-temporale di localizzazione, piú grandi le energie ed i mo-


menti trasferiti in gioco, finché la produzione di nuove particelle identiche
a quella originariamente da localizzare rende l’intera operazione priva di
significato.
Nel caso bosonico si può identificare piuttosto agevolmente un campo
classico di cui la seconda quantizzazione, cosı̀ come è stata qui introdot-
ta, automaticamente definisce un analogo quantomeccanico. In effetti,
la collezione infinita di oscillatori quantomeccanici descritti da a(α) e
a† (α) è direttamente interpretabile come un campo quantizzato. A tale
scopo, è sufficiente considerare gli operatori formalmente
√ autoaggiunti e

mutualmente commutanti φ(α) = [a(α) + a (α)]/ 2 . Essi formano un
insieme completo di osservabili di tipo posizione, che possiamo considerare
come coordinate del campo, con α come indice generalizzato5 . Al livello
classico esse soddisfano a parentesi di Poisson canoniche con variabili di
tipo momento χ(α) . Dopo√la quantizzazione, i momenti coniugati sono
̵
χ(α) = −ih[a(α) − a† (α)]/ 2 . Le regole di commutazione canoniche si
scrivono ora
[φ(α) , φ(α ′ )] = 0 = [χ(α) , χ(α ′ )]
[φ(α) , χ(α ′ )] = ihδ
̵ αα′

Cambiamenti di base in H e, più in generale, trasformazioni canoniche


(tali cioè da preservare le regole (12.23)) vanno considerati come casi spe-
ciali di riparametrizzazione dello spazio delle fasi del campo. Risulta ora
naturale associare a ciascun valore dell’indice generalizzato α , cioè a cia-
scun elemento della base {∣α⟩} di H , una copia di L2 (R) (assumendo per
semplicità che R sia lo spettro di φ(α) ). Come sappiamo (teorema di
Von Neumann), in tale spazio tutte le rappresentazioni delle regole di com-
mutazione canoniche per un singolo grado di libertà sono isomorfe a quella
in cui φ(α) è un operatore di moltiplicazione e χ(α) = (ih) ̵ −1 ∂/∂φ(α) .
Lo spazio totale degli stati del campo è perciò formalmente costituito dal
prodotto diretto di un numero infinito ma numerabile di copie di L2 (R) .
Si tratta di uno spazio lineare di funzioni d’onda con un numero infinito
di argomenti, un oggetto generalmente molto difficile da caratterizzare in
modo matematicamente preciso (si può dimostrare, ad esempio della sua
complessità, che esso contiene infiniti sottospazi di Hilbert non separabi-
li). Un sottospazio di Fock, ad esempio quello da cui siamo precedente-
mente partiti, è uno spazio di Hilbert separabile e risulta univocamente
individuato dallo stato di vuoto.

5
Non esiste invece, in generale, un analogo classico degli infiniti oscillatori
fermionici descritti dalle regole di anticommutazione canoniche.

- 425 -
12.3 Teoria dell’urto 12.3

12.3.5. La corda vibrante quantistica. È senz’altro opportuno a


questo punto esaminare in dettaglio un esempio dove il campo in questione
ha una precisa interpretazione fisica. Si tratta del classico problema della
corda vibrante. Abbiamo già avuto modo di studiare questo sistema fisico
nel §4.1.1 Ricapitoliamo i punti fondamentali, adattando la notazione al
contesto attuale. La variabile dinamica fondamentale è il campo classico
η(x, t) , che descrive lo spostamento al tempo t di un punto x della corda
dalla posizione di equilibrio. Nel formalismo canonico della meccanica
classica, lo spazio delle fasi è parametrizzato da η(x) = η(x, 0) e dal
momento coniugato π(x) = ρ∂t η(x, 0) , dove ρ è la densità di massa della
corda.
Come al §4.1.1 assumiamo che la corda sia di lunghezza L e fissa agli
estremi, per cui
η(0, t) = η(L, t) = 0 , π(0, t) = π(L, t) = 0 .
Conviene ora passare a nuove coordinate {(ηj , πj ); j = 1, 2, . . .} per lo
spazio delle fasi, mediante l’espansione in modi di Fourier
1 ∞
η(x) = √ ∑ ηj sin(jπx/L)
L j=1
1 ∞
π(x) = √ ∑ πj sin(jπx/L) .
L j=1
Si tratta di una trasformazione canonica che preserva le parentesi di
Poisson:
̵ j j′ .
{ηj , ηj ′ } = 0 = {πj , πj ′ } , {ηj , πj ′ } = ihδ
L’equazione lineare delle onde

(12.28) (∂2t − v2 ∂2x )η = 0

discende dall’Hamiltoniana
L 1 2 τ ∂η 2
H=∫ dx [π + ( ) ],
0 2ρ 2 ∂x

dove τ è la tensione della corda e v = τ/ρ . In termini delle coordinate
di Fourier, H assume la forma di infiniti oscillatori armonici disaccoppiati

H = 12 ∑ (π2j + ω2j η2j )
j=1

dove si sono scelte unità tali per cui ρ = 1 e si sono introdotte le frequenze
proprie ωj = (πv/L)j .

- 426 -
12.3 Seconda quantizzazione

La quantizzazione procede in modo canonico,


[η(x) , η(y)] = 0 = [π(x) , π(y)]
̵
[η(x) , π(y)] = ihδ(x − y) ,
ovvero
̵ j j′ .
[ηj , ηj ′ ] = 0 = [πj , πj ′ ] , [ηj , πj ′ ] = ihδ
Con l’usuale sostituzione dell’oscillatore armonico, (vedi §6.2)
i
(πj − iωηj ) , a†j = √
−i
aj = √ (πj + iωηj ) ,
2hω̵ ̵
2hω
si ottiene finalmente

̵ j (a† aj + 1 ) ,
H = ∑ hω j 2
j=1

con aj e a†j
che soddisfano alle regole di commutazione canoniche. La
base {∣α⟩} naturale è dunque, in questo caso, quella delle onde stazionarie
normalizzate L−1/2 sin(jπx/L) . Vi corrisponde, come spazio di Hilbert ad
una particella, lo spazio L2 ([0, L]) . L’operatore a†j aj ha autovalori interi
non negativi nj , per cui lo spettro dell’energia si scrive
E{n} = hω̵ j ∑ (nj + 1 ) .
2
j
Data la positività di ωj , lo stato fondamentale del sistema coincide con
il vuoto ∣0⟩ . L’energia del vuoto vale
(12.29) E0 = 1 ∑ hω
̵ j,
2
j
cioè la somma delle infinite energie di punto zero degli oscillatori armoni-
ci che compongono il campo quantizzato. Si tratta evidentemente di una
quantità divergente, il primo esempio delle divergenze ultraviolette (cioè
legate al comportamento del modello in questione nel limite di piccole lun-
ghezze d’onda) che costellano la teoria dei campi quantizzati. Dovrebbe
tuttavia risultare evidente che l’origine di questa divergenza dell’energia
di punto zero è da ricercarsi nell’approssimazione stessa di mezzo conti-
nuo. In realtà la corda vibrante non è un sistema continuo, con infiniti
gradi di libertà, ma un sistema discreto, fatto di un numero macroscopi-
camente grande, ma finito, di costituenti elementari (atomi o molecole o,
più semplicemente, porzioni indivisibili di corda). In altre parole, esiste
nel sistema fisico un taglio (o cutoff) naturale λ0 sulle lunghezze d’onda:
oscillazioni con lunghezza d’onda più piccola di λ0 non sono possibili. È
anche naturale attendersi che per lunghezze d’onda λ comparabili a λ0 ,
la frequenza propria cambi forma, passando dalla semplice dipendenza
ω = vλ−1 , λ = λj = L/πj , ad una dipendenza più complicata che coinvolge
λ0 esplicitamente. Il fatto sostanziale è comunque che l’energia di punto

- 427 -
12.3 Teoria dell’urto 12.3

zero (12.29) non è veramente osservabile, se non al prezzo di distruggere


la corda stessa.
problema 12.3-9 []Si verifichi che, adottando per la corda il modello di
N punti materiali allineati ad una distanza a uno dall’altro, si ottiene la
relazione (si veda ad es. [Ono09], §1.1.3)
v jπ
ωj = 2 sin
a 2(N + 1)
Quanto vale il cutoff λ0 in questo caso?

12.3.6. Il campo elettromagnetico. L’analisi appena fatta per la


corda vibrante può essere ripetuta senza particolari complicazioni per il
campo elettromagnetico. Le equazioni di Maxwell nel vuoto si scrivono,
in opportune unità
1 ∂B
∇⋅E=0, ∇∧E=−
c ∂t
1 ∂E
∇⋅B=0, ∇∧B=
c ∂t
e vanno in genere supplementate da opportune condizioni al contorno,
come n ∧ ∇E = 0 = n ⋅ B su ogni superficie conduttrice (n è il versore
normale). La linearità delle equazioni ci permette comunque di procedere
secondo lo schema generale del cap. 4, ricercando innanzitutto in modi
normali di vibrazione del campo.
Applicando ∇∧ alla seconda equazione di Maxwell e ∂/∂t alla quarta
ed utilizzando la prima e l’identità ∇∧(∇∧V) = ∇⋅(∇⋅V)−△V, si ottiene
l’equazione
1 ∂2 E
= △E
c2 ∂t2
analoga a quella per corde e membrane (vedi cap. 4). Quindi si svi-
luppa E sui modi normali uα (α è il solito indice generalizzato, non
necessariamente discreto)
E(x, t) = ∑ Eα (t)uα (x) ,
α

i quali soddisfano alle equazioni (si ricordi che l’operatore laplaciano è


negativo semidefinito)
△uα = −k2α uα , ∇ ⋅ uα = 0 ,
nonché alle condizioni al contorno, come ad esempio n ∧ ∇uα = 0 su ogni
superficie conduttrice. Inoltre essi sono ortonormali
3
∫ d x uα ⋅ uα ′ = δα α ′ .

- 428 -
12.3 Seconda quantizzazione

Si ottengono cosı̀ le equazioni di oscillazione armonica


Ëα = −ω2α Eα ,
con frequenze ωα = ckα ≥ 0. Il campo magnetico si ricava da quello
elettrico, attraverso le relazioni
(12.30) B(x, t) = − ∑ Bα (t)∇uα (x) , Ḃα = cEα .
α

problema 12.3-10 []Si verifichi che il campo magnetico soddisfa alle ap-
propriate condizioni al contorno su ogni superficie conduttrice. Inoltre,
sfruttando il fatto che {∇ ∧ uα } è ancora un insieme ortonormale di au-
tofunzioni del Laplaciano, si verifichi che le ampiezze magnetiche Bα dei
modi normali sono legate a quelle elettriche dalla relazione
(12.31) Ėα = −ck2α Bα
per cui esse ubbidiscono alle stesse equazioni di oscillazione armonica di
Eα .
Infine la Hamiltoniana del campo elettromagnetico assume la forma, sem-
pre grazie alla ortonormalità delle funzioni uα e ∇ ∧ uα ,
1 3 2 2 1 2 2 2
H= ∫ d x (E + B ) = ∑ (Eα + kα Bα )
8π 8π α
e, grazie alla seconda relazione in (12.30), si può riscrivere come una
collezione (infinita) di oscillatori armonici
H = 21 ∑ (Pα2 + ω2α Q2α ) ,
a patto di identificare le ampiezze magnetiche con le “posizioni” e quelle
elettriche con i “momenti” (o “velocità”)
√ 1 √ √
(12.32) Bα = 2c πQα , Eα = − Ḃα = 2 πQ̇α = 2 πPα .
c
Osservazione []Si noti che anche la corrispondenza opposta, Eα ↔ Qα
e Bα ↔ −Pα , è perfettamente possibile, sfruttando la (12.31). In realtà le
due procedure sono equivalenti, in assenza di sorgenti esterne, per via della
dualità elettrico-magnetica E ↔ −B delle equazioni di Maxwell nel vuoto,
e finiscono per differire solo per uno sfasamento di π/2 delle oscillazioni
armoniche. La scelta (12.32) appare attualmente più adeguata quando il
campo e.m. viene accoppiato alla materia.
A questo punto la quantizzazione del campo e.m. procede in modo
canonico, promuovendo Qα e Pα ad operatori autoaggiunti che soddisfano
le regole di commutazione canoniche. Dunque i quanti del campo e.m.,
cioè i fotoni, sono particelle bosoniche.

- 429 -
12.3 Teoria dell’urto 12.3

La sostituzione usuale di ciascuna coppia Q, P con la coppia a, a†


(vedi §6.2) porta alle espressioni finali per il campo e.m.
̵ α )1/2 [a† (t) − aα (t)] uα (x)
E(x, t) = −i ∑(2πhω α
α
̵ 1/2
2πh
B(x, t) = c ∑ ( ) [a†α (t) + aα (t)] ∇ ∧ uα (x)
α ωα
Esse evidenziano che le osservabili locali E e B sono operatori di campo
autoaggiunti che creano e distruggono fotoni. La Hamiltoniana vale
̵ α (a† aα + 1 )
H = ∑ hω α 2
α
e determina le equazioni del moto di Heisenberg
i
ȧα (t) = ̵ [H , aα (t)] = −iωα aα (t)
h
che si integrano a aα (t) = aα e−iωα t . Possiamo quindi identificare lo sta-
to fondamentale privo di fotoni, il vuoto ∣0⟩ del campo e.m., in assenza
di cariche e/o correnti, nello stato annichilato da tutti gli operatori di
distruzione
aα ∣0⟩ = 0 , ∀n
e da qui ricostruire l’intero spazio di Fock dei fotoni come discusso al
§12.3.3. Si noti che, come nel caso della corda quantistica, il vuoto elet-
tromagnetico ha un’energia infinita. In ogni stato dello spazio di Fock il
valor medio dell’energia è finito relativamente allo stato fondamentale ∣0⟩.
In particolare gli stati con un numero definito nα di fotoni in ciascun mo-
do normale uα (x) sono autostati dell’energia con autovalore ∑α hn ̵ a ωα
rispetto a ∣0⟩.
L’energia del vuoto, la cosiddetta energia di punto zero dà luogo
ad effetti osservabili, quali l’effetto Casimir (vedi ad esempio [IZ80]).

12.3.7. Polarizzazione dei fotoni. Consideriamo ora il caso delle


onde elettromagnetiche, cioè delle soluzioni delle equazioni di Maxwell che
descrivono la propagazione di energia sotto forma di radiazione elettro-
magnetica. Un modo pratico di procedere consiste nel rimuovere “all’in-
finito” le condizioni al contorno su E e B (alternativamente potremmo
studiare geometrie adeguate come quelle delle guide d’onda, ma a prezzo
di maggiori complicazioni).
I modi normali del campo e.m. nello spazio vuoto ed infinito sono
proporzionali alla parte reale ed alla parte immaginaria delle onde piane
exp(ik ⋅ x), cioè a seni e coseni. La decomposizione in modi normali
coincide quindi con l’analisi di Fourier. Conviene fare come di consueto
uso della notazione complessa, utilizzando gli esponenziali al posto delle

- 430 -
12.3 Seconda quantizzazione

funzioni trigonometriche, ma restringendo le ampiezze di Fourier con la


condizione E†k = E−k . Poiché i modi normali
uk (x) = εk eik⋅x
devono soddisfare a ∇ ⋅ uk = 0, otteniamo la condizione di trasversalità
k ⋅ εk = 0. Per ogni valore di k vi sono perciò due possibili polarizzazioni
indipendenti, che indicheremo con εk,λ , λ = 1, 2. In definitiva l’indice ge-
neralizzato α viene identificato nella coppia (k, λ) e quindi gli operatori di
creazione e distruzione si scrivono a†k,λ e ak,λ . Essi creano e distruggono
fotoni di numero d’onda k e polarizzazione definita ελ . Dato che lo spazio
di Hilbert in cui essi agiscono è complesso, per ogni k gli stati di polariz-
zazione sono in corrispondenza biunivoca con i raggi di C 2 . Ritroviamo
cosı̀ il risultato ricavato con argomenti semiclassici in §5.1.4.

- 431 -
CAPITOLO 13

L’interazione elettromagnetica

13.1. L’accoppiamento minimale


 
L’interazione di una particella carica con il campo elettromagnetico è Track
 1 
descritta in meccanica classica, come abbiamo visto nel §3.3, attraverso
un termine aggiuntivo nella Lagrangiana
e
−e ϕ(x, t) + A(x, t) ⋅ v ,
c
dove (A, ϕ) costituiscono il potenziale (quadri-)vettore del campo elet-
tromagnetico. Ciò comporta che l’Hamiltoniana classica è da modificare
secondo la sostituzione (nota come “accoppiamento minimale”)
e
p Ð→ π = p − A
c
H(p, x) Ð→ H(π, x) + eϕ(x)

Le variabili π vengono denominati momenti cinematici (mentre ai p ri-


mane assegnato il termine di “momenti canonici”). Assumeremo che la
stessa procedura si possa applicare in meccanica quantistica1 . Su questo
principio si basa tutta la teoria dell’interazione delle particelle elementari
con il campo elettromagnetico. Vedremo nel seguito alcune applicazioni
di quest’idea limitandoci per il momento al caso di campi elettromagne-
tici indipendenti dal tempo e considerati alla stregua di campi classici.
La teoria completa, in cui il campo elettromagnetico assume il ruolo di
campo dinamico quantistico, cosı̀ come delineato alla fine del precedente
capitolo, è nota come elettrodinamica quantistica e richiede tecniche
di meccanica quantistica relativistica, che esulano dagli scopi di queste
lezioni.
problema 13.1-1 [] Dimostrare che i momenti cinematici π formano la
parte spaziale di un quadrivettore πµ e che il commutatore [πµ , πν ] è
proporzionale a Fµν .

1
Si ricordi che l’accoppiamento minimale emerge in modo naturale già da
considerazioni di simmetria basate sulle trasformazioni galileiane (vedi il §9.3.10).
433
13.2 L’interazione elettromagnetica 13.2

Come è noto dalla elettrodinamica classica, i campi di potenziale (A, ϕ)


contengono informazioni sovrabbondanti. La fisica del campo elettroma-
gnetico non cambia infatti se si assoggettano i potenziali ad una trasfor-
mazione di gauge (3.8). Lo stesso vale in meccanica quantistica, ossia le
grandezze osservabili sono invarianti per trasformazioni di gauge. È tut-
tavia da osservare che nel formalismo si fa uso di numerosi oggetti non
direttamente osservabili che non sono invarianti. In particolare la fun-
zione d’onda non può essere invariante di gauge bensı̀ è soggetta ad una
trasformazione
eχ(x, t)
(13.1) ψ(x, t) Ð→ exp {i ̵ } ψ(x, t) ,
hc
dove χ è la stessa funzione che definisce la trasformazione sui potenzia-
li. Questa scelta è dettata dal seguente risultato: se ψ(x, t) è soluzione
dell’equazione di Schroedinger definita in termini dei potenziali A, ϕ, la
funzione trasformata secondo l’equazione (13.1) soddisfa l’equazione di
Schroedinger in cui entrano i potenziali trasformati secondo l’equazio-
̵
ne (3.8). Per dimostrare questo fatto è sufficiente inserire eieχ/hc ψ in
sostituzione di ψ nell’equazione
dψ 1 2
̵
ih = ̵ − e A − e ∇χ) ψ + e (ϕ − 1 ∂χ ) ψ .
(−ih∇
dt 2m c c c ∂t
̵
La derivata del fattore di fase eieχ/hc cancella esattamente il termine ad-
dizionale al potenziale scalare, mentre il termine in ∇χ è riassorbito dalla
commutazione
eχ(x) eχ(x) e
∇ exp {i ̵ } ψ = exp {i ̵ } (∇ + i ̵ ∇χ) ψ
hc hc hc
Dal momento che la trasformazione di gauge sulla funzione d’onda è data
da una trasformazione unitaria, tutte le grandezze osservabili riconducibili
a elementi di matrice di una qualche osservabile O risultano invarianti, a
patto di assoggettare le osservabili della teoria alla contemporanea trasfor-
mazione O Ð→ exp(ieχ/hc) ̵ O exp{−ieχ/hc} ̵ equivalente alla prescrizione
q Ð→ q, p Ð→ p − e/c ∇χ.
Sebbene in meccanica quantistica sia mantenuto il principio secondo
cui sono i campi (E, B) a rappresentare i gradi di libertà fisici, nondimeno
l’apparire dei potenziali (A, ϕ) direttamente nelle equazioni dinamiche
fondamentali comporta alcuni effetti peculiari, inaspettati dal punto di
vista della fisica classica (si veda ad esempio il successivo §13.5).

13.2. Campo magnetico costante


 
Track 1 
Studiamo ora le proprietà dell’Hamiltoniano che descrive un elettrone sog-
getto ad un campo magnetico uniforme e costante. Nel seguito indichiamo

- 434 -
13.3 Effetto Zeeman

con e il valore assoluto della carica elettronica. Possiamo scegliere il po-


tenziale A come già fatto nella trattazione classica (si veda il Probl. 3.3-9
a p. 41) A = 12 B ∧ x e otteniamo perciò (trascurando per il momento il
contributo dello spin)
1 eB 2 eB 2
H= [(p1 − y) + (p2 + x) + p23 ]
2m 2c 2c
1 2 eB m eB 2 2
= p + (xp2 − yp1 ) + ( ) (x + y2 ).
2m 2mc 2 2mc
avendo orientato l’asse z nella direzione di B. Si trova perciò che l’intera-
zione con il campo magnetico è data dall’energia di un dipolo magnetico
µ legato al momento angolare orbitale L = q ∧ p dalla relazione
e
(13.2) µ=− L.
2mc
L’elettrone ha poi un momento magnetico intrinseco legato al suo mo-
mento angolare di spin; di questo si tiene conto introducendo un termine
addizionale all’Hamiltoniano 12 g (e/2mc) 21 hσ
̵ ⋅ B , dove g è il rapporto
giromagnetico dell’elettrone e vale g ≈ 2 entro un errore di 10−3 . Si avrà
dunque con questa approssimazione
2
1 2 eB ̵ 3 ) + m ( eB ) (x2 + y2 ) + V(x),
(13.3) H= p + (Lz + hσ
2m 2mc 2 2mc
dove V(x) tiene conto di altre interazioni rappresentabili con un potenziale
statico. Studieremo ora due casi particolari di questo Hamiltoniano; il
primo è già contenuto nei primi lavori di Schroedinger (atomo di idrogeno
in campo magnetico), il secondo fu studiato da Landau ([LL76]) ed è
legato all’effetto Hall quantizzato (Von Klitzing 1980).

13.3. Effetto Zeeman


 
Consideriamo l’Hamiltoniano che descrive l’atomo di idrogeno immerso Track 1 
in un campo magnetico uniforme e costante.
1 e 2 e2 e ̵
(13.4) H= (p + B ∧ x) − +g hσ ⋅ B
2µ 2c ∣x∣ 2µc
Nel caso di campo magnetico debole possiamo valutare l’effetto sui livelli
energetici per via approssimata applicando la teoria delle perturbazioni.
Sviluppando il quadrato si ritrova
1 2 e2 e ̵ + O(B2 )
(13.5) H= p − + B ⋅ (x ∧ p + g 21 hσ)
2µ ∣x∣ 2µc

- 435 -
13.3 L’interazione elettromagnetica 13.3

che mostra come in prima approssimazione si possa trattare il problema


come equivalente al contributo di energia per un dipolo magnetico2
e
(13.6) τ=− (L + gs)
2µc
essendo L il momento angolare orbitale e s = hσ/2 ̵ lo spin dell’elettrone.
Dal momento che la perturbazione −µ⋅B commuta con l’Hamiltoniana im-
perturbata, se trascuriamo il termine quadratico nel campo, il calcolo dei
nuovi livelli energetici è dato dalla formula perturbativa al primo ordine
per livelli degeneri: dobbiamo semplicemente scegliere la base di autostati
imperturbati in modo che la matrice che rappresenta la perturbazione sia
diagonale. Ma le autofunzioni che abbiamo trovato nel §6.6 separando
in coordinate polari l’equazione di Schroedinger sono già autofunzioni del
momento angolare, con l’avvertenza di orientare l’asse z nella direzione
del campo. Si ha perciò semplicemente
eB ̵
(13.7) Enlml ms = E0n + h(ml + gms ) .
2µc
dove ml e ms sono i numeri quantici che individuano l’autovalore di L3
e σ3 rispettivamente, mentre E0n è l’autovalore imperturbato dato dalla
formula di Balmer. Questa impostazione del problema non tiene conto
tuttavia di un elemento molto importante che in realtà risulta dominante
per campi deboli: il momento magnetico dell’elettrone in moto rispetto
al campo elettrico del nucleo vede un campo magnetico locale che si può
stimare in
1
(13.8) Bloc ≈ E ∧ v ,
c
e che contribuisce all’energia un termine denominato accoppiamento
spin-orbita:
(13.9) δH = − 21 µ ⋅ Bloc
(il coefficiente 1/2 è dovuto ad un effetto di cinematica relativistica no-
to come precessione di Thomas – si veda la discussione dettagliata in
x dV(r)
[CS60]). Inserendo E = − valida per un campo centrale, si trova
r dr
cosı̀ il contributo addizionale all’Hamiltoniano
g e 1 dV
(13.10) Vso = 2
( ) s ⋅ L,
2 2µ c r dr

2
Ricordiamo che il termine di momento di dipolo magnetico orbitale deve essere
corretto per un fattore 1−O(µ/M) che tiene conto del rinculo del nucleo (vedi Probl. 3.4-
14).

- 436 -
13.3 Effetto Zeeman

che nel caso dell’idrogeno diventa (per g = 2)


e 2 s⋅L
(13.11) Vso = 12 ( ) .
µc r3
Si noti che introducendo unità atomiche (r misurato in unità del raggio di
Bohr a, energie riferite all’unità e2 /a e momento angolare in unità h) ̵ si
1 2 3 2 ̵
può scrivere semplicemente Vso = 2 α s ⋅ L/r , dove α = e /hc è la costante
di struttura fine. A quest’ordine di approssimazione bisogna anche tenere
conto delle correzioni relativistiche. Se scriviamo l’energia cinetica nella
forma già considerata (Probl. 5.2-4) la correzione all’ordine c−2 è data da
− 81 p4 /m3 c2 che pure risulta di ordine α2 .
problema 13.3-2 []Determinare la correzione al primo ordine perturba-
tivo dei livelli energetici dell’atomo di idrogeno dovuta all’accoppiamento
spin-orbita e alla correzione relativistica.
soluzione []Si tratta di applicare la teoria delle perturbazioni dei livelli dege-
neri. Si deve perciò diagonalizzare la matrice della perturbazione
p4 ̵ 2 σ⋅l
eh
H ′ = Hrel

+ Vso = − + 1
2
( )
8µ3 c2 µc 2r3
̵ La base più conveniente è suggerita dal fatto che σ ⋅ l è esprimibile
dove l = L/h.
in termini di (l + 21 σ)2 . Conviene introdurre cioè la base in cui è diagonale il
momento angolare totale ∣j, m, l, 12 ⟩ secondo la tecnica della somma dei momenti
angolari (vedi il §8.3). Si avrà infatti
3
⟨j, m, l∣ l ⋅ σ ∣j, m, l⟩ = j(j + 1) − l(l + 1) −
4
1
che è da valutare per j = l ± 2
e precisamente
⎧ 1
⎪ l
⎪ per j = l + 2
(13.12) ⟨l ⋅ σ⟩ = ⎨ 1

⎪−l − 1 per j = l − 2

Inoltre la matrice del fattore r−3 risulta già diagonale per via dell’invarianza
rotazionale ed è espressa da integrali che abbiamo considerato nel Probl. 6.6-35:
1 1 1 1
(13.13) ⟨n l ± 2
M l∣ ∣n l ± 2
M l⟩ = .
r3 l(l + 1)(l + 21 ) n3 a3
Per valutare il contributo del termine proporzionale a p4 , conviene riesprimere
quest’ultimo come segue
2
p4 = (2µ)2 (H0 + e2 /r) ,
di modo che ⟨n∣ p4 ∣n⟩ risulta calcolabile in termini di elementi di matrice già
noti. Si trova cosı̀
′ α2 n 3
⟨n∣ Hrel ∣n⟩ = E0n 2 ( 1
− )
n l+ 2 4

- 437 -
13.4 L’interazione elettromagnetica 13.4

Combinando i vari contributi si ottiene finalmente la formula


α2
(13.14) Enj = E0n (1 + (n/(j + 12 ) − 3/4)) ;
n2
si noti che il contributo del termine di spin costituisce una parte considerevole
della correzione. La correzione all’ordine α2 dipende solo dal momento angolare
totale j; in particolare sono ancora degeneri a questo ordine di approssimazione
i livelli con j = 12 costruiti con gli stati l = 0 e l = 1 e con n = 2 (nella notazione
spettroscopica, gli stati 2s1/2 e 2p1/2 ). La discrepanza con l’esperimento, che
prevede invece una differenza di energia tra i due stati, è nota come Lamb shift
e trova una spiegazione in elettrodinamica quantistica [Sch64, IZ80, Kin90,
Wei95].

13.4. Livelli di Landau


 
Track 1 
Se nell’Hamiltoniano (13.3) scegliamo V = V(z) in modo che l’elettro-
ne sia confinato nella direzione z ad una regione essenzialmente piana
bidimensionale otteniamo come caso particolare l’Hamiltoniano efficace
2 2
1 eB eB eB
(13.15) H= [(p1 − y) + (p2 + x) ] + σ3 .
2m 2mc 2mc 2mc
In un caso realistico l’elettrone sarà anche confinato in una regione spa-
ziale −L1 /2 < x < L1 /2, −L2 /2 < y < L2 /2 o altro dominio fissato dalla
geometria del dispositivo a semiconduttore. Per il momento tuttavia stu-
diamo il caso ideale in cui l’elettrone si muove nell’intero piano xy. Il
problema ammette perciò invarianza per traslazioni, per quanto questa
sia mascherata dalla introduzione del potenziale vettore A . Sappiamo
già dallo studio del corrispondente sistema classico che la simmetria di
traslazione è effettivamente realizzata e che i generatori delle trasforma-
zioni infinitesimali (3.9) tengono conto anche della necessaria trasforma-
zione di gauge. In meccanica quantistica, come si verifica facilmente, i
corrispondenti operatori
eB eB
P1 = p1 + y, P2 = p2 − x
(13.16) 2c 2c
̵ eB
[P1 , P2 ] = ih
c
commutano con l’Hamiltoniano e si possono perciò utilizzare per semplifi-
care lo studio dello spettro. Nel problema entrano due coppie di operatori
con relazioni di commutazioni canoniche; oltre a Pi abbiamo gli operatori
che entrano direttamente nella definizione dell’Hamiltoniano (i cosiddet-
ti momenti cinematici o derivate covarianti) π1 , π2 che differiscono dai

- 438 -
13.4 Livelli di Landau

precedenti per un segno:


eB eB
π1 = p1 − y, π2 = p2 + x
2c 2c
̵ eB .
[π1 , π2 ] = −ih
c
Possiamo perciò definire due distinti operatori di distruzione, A = N (π1 −
iπ2 ) e A = N (P1 + P2 ), dove N è scelta in modo da ottenere le regole
di commutazione bosoniche [A, A† ] = [A, A† ] = 1 . In termini di questi
l’Hamiltoniano è dato da
̵
heB
H= (A† A + AA† + σ3 ) ,
2mc
che mostra immediatamente che lo spettro di energia è costituito da livelli
̵ = heB/mc
equispaziati della quantità hΩ ̵ , in accordo con il fatto che
le orbite classiche sono periodiche con frequenza Ω (la frequenza di
Larmor). In conseguenza del fatto che l’Hamiltoniano commuta con
gli operatori A e A† , si ha che ogni livello di energia è infinitamente
degenere. Infatti ogni sottospazio corrispondente ad un livello energetico
risulta invariante rispetto all’applicazione degli operatori A e A† , e dal
fatto che questi ultimi sono operatori canonici segue che il sottospazio
non può avere dimensione finita (si ricordi il teorema di Wintner). Più
concretamente, detto ∣0⟩ lo stato fondamentale definito da
A ∣0⟩ = 0 , A ∣0⟩ = 0 , σ3 ∣0⟩ = − ∣0⟩ ,
si può costruire una base di autovettori di H applicando gli operatori di
creazione
A†n A†m
∣nm, s = −1⟩ = √ ∣0⟩ ,
n!m!
ed altrettanti stati si ottengono a partire dalla soluzione con spin s = +1.
Si noti che l’energia dipende solo dalla combinazione n + s e dunque si ha
degenerazione infinita. Questa particolarità del problema della particella
carica in campo magnetico costante di presentare livelli infinitamente de-
generi è stata scoperta da Landau già nel 1930, e perciò si parla di livelli
di Landau. Tenendo conto delle dimensioni finite della regione in cui si
può realizzare un campo magnetico uniforme (le dimensioni del dispositi-
vo a semiconduttore) la simmetria di traslazione è rotta dalle condizioni
al contorno e quindi la degenerazione infinita non è realizzabile in pratica.
Un argomento semiclassico mostra che ogni livello di Landau è in realtà
costituito da un numero finito di stati indipendenti, proporzionali all’area
L1 L2 disponibile all’elettrone. Si ha infatti che gli operatori Qi = 2cPi /eB
si possono interpretare come le coordinate del centro delle orbite circolari
che costituiscono le soluzioni delle equazioni classiche del moto (vedi il

- 439 -
13.4 L’interazione elettromagnetica 13.4

§3.3.1). Ma dalla regola di commutazione [Q1 , Q2 ] = −ihc/eB̵ segue che


possiamo considerare l’area L1 L2 alla stregua di una porzione di spazio del-
le fasi e il numero di stati indipendenti è valutabile come il numero di celle
elementari di area hc/eB (che rappresenta la “costante di Planck effetti-
va” del problema). Si avrà dunque più realisticamente una degenerazione
di ordine
eB
(13.17) N≈ L1 L2 .
hc
problema 13.4-3 []Dimostrare che il primo livello di Landau corrispon-
de alle autofunzioni della forma
eB
ψ(x, y) = f(x − iy) exp {− ̵ (x2 + y2 )} χs=−1
4hc
dove f è una funzione analitica della variabile complessa ζ = x − iy.
soluzione []Il primo livello di Landau è definito da Aψ = 0. Dalla definizione
di A segue
̵ ∂ eB ̵ ∂ − i eB x) ψ(x, y) = 0
(13.18) (−ih − y+h
∂x 2c ∂y 2c
∂ ∂ eB
(13.19) ( − i ) ψ(x, y) = (x − iy)ψ(x, y)
∂x ∂y 2c
∂ ∂ eB
(13.20) ( − i ) log ψ(x, y) = ̵ (x − iy).
∂x ∂y 2hc
Introducendo la variabile complessa ζ = x − iy l’ultima equazione diventa
∂ eB
log ψ = ̵ ζ
∂ζ̄ 2hc
da cui segue
eB
log ψ = ̵ ∣ζ∣2 + C ,
4hc
con ∂C/∂ζ̄ = 0 , da cui segue il risultato, ponendo f = eC .
problema 13.4-4 []Determinare la forma generale delle autofunzioni ap-
partenenti all’n-esimo livello di Landau.
problema 13.4-5 []Analizzare il problema dei livelli di Landau nella
gauge A = (0, Bx, 0).
 
Track
 2 
13.4.1. L’effetto Hall quantizzato. Una delle scoperte più note-
voli in anni recenti è costituita dall’effetto Hall quantizzato. Immaginiamo
di confinare un gas di elettroni ad una regione piana di forma rettangolare.
Ciò può realizzarsi ad una giunzione Ga-As applicando una tensione Vg in
direzione ortogonale alla giunzione. L’elettrone è soggetto al campo elet-
trico uniforme e ad una barriera repulsiva. Se il campo è sufficientemente
alto, la funzione d’onda sarà “congelata” in direzione trasversale all’au-
tofunzione dello stato fondamentale mentre rimangono liberi i soli gradi

- 440 -
13.5 effetto A-B

di libertà longitudinali alla giunzione. Se si applica un campo magnetico


trasversale B a questo sistema effettivamente bidimensionale, ci troviamo
nella situazione descritta in precedenza in termini di livelli di Landau.
La dimensione finita del dispositivo rende approssimata la descrizione in
termini di livelli infinitamente degeneri; ogni livello di Landau sarà risolto
in un cluster di livelli, ma se il campo magnetico è sufficientemente inten-
so potremo considerare questi livelli come degeneri, con molteplicità data
dalla stima semiclassica (13.17) e precisamente eB/hc per unità di superfi-
cie. Immaginiamo che il primo livello di Landau sia interamente occupato
da elettroni. La densità di carica superficiale è perciò ρ = e2 B/hc. Se si
applica un campo elettrico E longitudinale si crea una corrente Hall iH
ortogonale al campo elettrico; questa si può determinare osservando che
elettroni in moto con velocità v sono in condizioni di muoversi come par-
ticelle libere se la forza di Lorentz equilibra la forza elettrostatica, ossia
E = vB/c. La densità lineare di corrente Hall è dunque
e2 B Ec e2
(13.21) jH = ρv = ⋅ = E,
hc B h
che corrisponde ad una conducibilità trasversale σxy = e2 /h. Se si realizza
la situazione in cui N livelli di Landau sono completamente popolati la
conducibilità risulta moltiplicata per N. L’aspetto più notevole del risul-
tato è costituito dal fatto che la conducibilità Hall risulta indipendente
dalla temperatura e dalle caratteristiche del materiale ed è invece espres-
sa dalla combinazione di costanti fondamentali e2 /h. Una circostanza che
ha reso possibile la scoperta di questo notevolissimo effetto è costituita
dal fatto che la presenza di impurezze rende più stabile il fenomeno per
cui il valore preciso della conducibilità multipla di e2 /h si mantiene con
grande precisione (10−8 di errore relativo) per un intero intervallo di valori
del campo elettrico che confina gli elettroni nel film sottile alla giunzio-
ne. Si osservano infatti delle curve di conducibilità simili alla Fig. 13-1.
Per approfondire l’argomento, tuttora argomento di ricerca attiva, si ve-
dano [Kli86, Aok87, PG90, CP88, Fer94] e gli ultimi numeri della
“Physical Review”.

13.5. L’effetto Aharonov-Bohm


 
Come abbiamo già sottolineato, sebbene l’interazione elettromagnetica Track
 2 
sia mediata dal potenziale elettromagnetico, la fisica che si deduce dall’e-
quazione di Schroedinger è invariante per trasformazioni di gauge. Le
osservabili fisiche sono cioè indipendenti dalla scelta particolare del po-
tenziale Aµ che corrisponde ad un dato campo Fµν . Ci si può tuttavia
chiedere se i campi E, B che costituiscono i campi osservabili dell’elettro-
dinamica esauriscano le osservabili fisiche. La risposta, sulla base di una

- 441 -
13.5 L’interazione elettromagnetica 13.5

QHE
4

3.5

2.5

2
m-xy

1.5

0.5

0
0 0.5 1 1.5 2 2.5 3 3.5 4

Figura 13-1. La conducibilità Hall σxy in unità e2 /h. In


ascissa la tensione Vg .

ricca serie di esperimenti, sembra essere negativa. L’aspetto fondamen-


tale che distingue la dinamica quantistica da quella classica è il carattere
non-locale della funzione d’onda; ciò comporta che mentre nella dinamica
classica il moto della particella dipende soltanto dai campi nell’intorno
della particella, e quindi soltanto da (E, B) nel punto in cui è localizza-
ta la particella, la funzione d’onda quantistica è invece sensibile anche
a proprietà globali del campo in tutto lo spazio. In un certo senso, la
funzione d’onda sente anche la topologia dello spazio3 . Consideriamo la
seguente situazione: un campo magnetico B è presente in una regione ci-
lindrica C< = {x2 + y2 < R2 , (z qualunque)} , e in questa regione è diretto
lungo l’asse del cilindro ed ha modulo costante. Il cilindro è tenuto ad
un potenziale elettrostatico fortemente negativo in modo che un elettrone
non possa penetrare al suo interno. In questa situazione la fisica classica
prevede che l’elettrone non senta l’influenza del campo magnetico. Se-
condo l’equazione di Schroedinger invece il campo magnetico influenza la
3
Dal punto di vista matematico una proprietà che differenzia un campo irrotazio-
nale (a rotore nullo) da uno conservativo consiste nella possibilità di avere un integrale
di circuitazione ∮ A ⋅ dx =/ 0 nel caso in cui il campo di definizione di A sia moltepli-
cemente connesso. L’esempio tipico cui siamo familiari dall’elettromagnetismo è dato
dal campo magnetico generato da una corrente j ; il campo soddisfa ∇ ∧ B = 0, ma la
circuitazione lungo un cammino che abbraccia la corrente è data dalla legge di Ampère.

- 442 -
13.5 effetto A-B

dinamica dell’elettrone attraverso il potenziale A che risulta diverso da


zero anche all’esterno del cilindro. All’esterno di C non possiamo porre
A = 0; possiamo sı̀ scegliere il gauge in modo che il potenziale si annulli in
qualche sottoinsieme di C> ≡ R3 − C< ma non dappertutto: infatti si deve
avere, per il teorema di Stokes, ∮ A ⋅ dx = Φ , dove Φ è il flusso del campo
magnetico concatenato al cammino di integrazione. Ci si deve chiedere a
questo punto: la presenza di un potenziale A irrotazionale nell’equazione
di Schroedinger può produrre effetti misurabili? Questo è quanto si sono
chiesti Y. Aharonov e D. Bohm [AB59] secondo cui un effetto misurabile
si ha proprio nell’esperimento delle due fenditure. Un pennello elettronico
viene fatto incidere su uno schermo con due fenditure a distanza d e si
osservano le ordinarie frange di diffrazione se la lunghezza d’onda di De
Broglie è dello stesso ordine di grandezza di d. Immaginiamo che dietro
lo schermo, situato in mezzo alle due fenditure, sia collocato un solenoide
che generi un campo magnetico. L’elettrone che arriva sullo schermo non
riesce a penetrare nel solenoide, opportunamente schermato, e quindi non
risente della forza di Lorentz. Tuttavia quello che si osserva è che le frange
di diffrazione subiscono uno spostamento dipendente dal flusso del campo
magnetico (si veda ad es. [K+ 84, T+ 82]). Lo spostamento si trova anzi es-
sere periodico nella sua dipendenza dall’intensità del campo. L’equazione
di Schroedinger con accoppiamento minimale al campo magnetico rende
conto perfettamente di questo fatto (e anzi l’effetto è stato predetto teo-
ricamente prima di essere verificato sperimentalmente). Una spiegazione
immediatamente intuitiva (vedi [MMP77]) si ha anticipando un risulta-
to che illustreremo nell’App. A.1. Il propagatore ⟨x∣ exp{−iHt} ∣x ′ ⟩ è dato
in approssimazione semi-classica da exp{iS/h}, ̵ dove S è l’azione ∫ L dt
lungo la traiettoria classica che congiunge x a x ′ . L’azione contiene, nel
caso di accoppiamento magnetico, un termine aggiuntivo e/c ∫ A ⋅ dx .
Se consideriamo due traiettorie che passano attraverso le due fenditure,
la differenza nell’azione classica è data principalmente dall’integrale di
circuitazione e/c ∮ A ⋅ dx ≡ Φ, e quindi le due traiettorie contribuiscono
al propagatore con uno sfasamento pari a exp{i eΦ/hc}; ̵ le frange di dif-
frazione non sono più simmetriche rispetto alle fenditure in quanto alla
differenza di cammino geometrico contribuisce allo sfasamento il flusso
magnetico, con conseguente rottura di simmetria. La formula precedente
rende conto del fatto che l’effetto è periodico nel valore del flusso: Φ+hc/e
produce lo stesso effetto di Φ.
L’osservazione dell’effetto Aharonov-Bohm evidenzia un problema in-
sito della procedura di quantizzazione; se noi partiamo dal sistema classico
definito nell’esterno del cilindro, nulla vieta di descrivere il moto classico
con l’Hamiltoniana libera p2 /2m. La quantizzazione con il metodo impie-
gato finora p → −ih∇̵ ci darebbe allora l’equazione di Schroedinger libera

- 443 -
13.5 L’interazione elettromagnetica 13.5

e nessun effetto AB. Il punto cruciale che risolve questa apparente incon-
sistenza è costituito dalla non-unicità della rappresentazione dell’algebra
di Heisenberg: è falso cioè che si possa applicare allo spazio di Hilbert
L2 (R3 − C) il teorema di Von Neumann. Esistono in realtà rappresenta-
zioni inequivalenti dell’algebra degli operatori canonici e l’insieme delle
rappresentazioni irriducibili è parametrizzato da un numero reale che può
identificarsi con il flusso di B all’interno del cilindro. Le rappresentazio-
ni inequivalenti sono individuate dalla diversa definizione dell’operatore
pφ che corrisponde alla componente del momento angolare nella direzione
̵
dell’asse del cilindro. Si ha in ogni caso pφ ψ = −ih∂ψ/∂φ , ma il dominio
di definizione per pφ è dato da
ψ(2π) = eiα ψ(0) .
Si dimostra che identificando α = eΦ/hc ̵ si ottiene un Hamiltoniano uni-
tariamente equivalente a quello definito in termini di un accoppiamento
con il campo A.
È interessante osservare che si è messo in evidenza anche un effetto
AB scalare, cioè dovuto alla parte scalare del potenziale. Ciò è realizza-
to suddividendo in due un fascio di elettroni e facendo transitare i due
fasci in zone a potenziale elettrostatico differente. L’equazione di Sch-
roedinger prevede allora una differenza di fase exp{i∆Vt/h}. ̵ In questa
forma l’esperimento è realizzabile anche sfruttando il campo gravitaziona-
le. Esperimenti di interefenza con fasci neutronici hanno confermato con
grande precisione le previsioni dell’equazione di Schroedinger (si vedano
[Sak90, Gre86]).
problema 13.5-6 []Un fascio di neutroni di lunghezza d’onda λ vie-
ne suddiviso in due parti e poi ricomposto in modo coerente. I due
fasci percorrono un tratto lungo L a due quote differenti z1 , z2 . Di-
mostrare che la differenza di fase tra i due fasci è approssimativamente
∆Φ = m2 gh ̵ −2 λ ∣z2 − z1 ∣.

- 444 -
Parte 3

Appendici
APPENDICE A

Complementi

Non esprimerti mai


in forma più chiara
dei tuoi pensieri .
Niels Bohr.

A.1. La meccanica quantistica secondo Feynman


Nello sviluppo della meccanica quantistica abbiamo seguito inizialmente
il punto di vista ondulatorio, basato sull’equazione di Schroedinger, e ne
abbiamo visto poi l’inquadramento nella formulazione più generale ispi-
rata alle idee del gruppo di Gottinga e Cambridge (Born, Heisenberg,
Jordan e Dirac). Esiste un’altra formulazione equivalente, legata al nome
di Richard P. Feynman, che si è dimostrata molto efficace nello studio di
sistemi a infiniti gradi di libertà. Ci dobbiamo limitare per ovvi motivi di
spazio ad una trattazione molto succinta, affidando il lettore ai numerosi
trattati disponibili sull’argomento [FH65, Sch81, Roe91, Sim79].
A.1.1. Integrali sui cammini. L’idea di Feynman consiste nel ca-
ratterizzare in modo del tutto sintetico il propagatore G(x, x ′ , 0, t) (de-
finito nel §5.3) direttamente in termini della funzione di azione S[x(t)]
definita dalla meccanica classica: al propagatore quantistico G(x, x ′ , 0, t)
contribuiscono tutte le possibili traiettorie virtuali del sistema meccanico
classico, cioè tutti i cammini x(t) compatibili con gli eventuali vincoli e
tali che x(0) = x ′ , x(t) = x , con un’ampiezza
t
exp{iS[x]/h}̵ = exp { i ∫ L(x(τ), ẋ(τ)) dτ} .
̵ 0
h
La somma su tutti i cammini costituisce una sorta di integrale su uno
spazio a infinite dimensioni e si indica simbolicamente con
̵ i t
G(x, x ′ , 0, t) = ⟨x∣ e−iHt/h ∣x ′ ⟩ = ∫ Dx(.) exp { ̵ ∫ L(x, ẋ) dτ} ∣x(0)=x

x(t)=x .
h 0
Questa formula si propone quindi come un’alternativa alla regola di quan-
tizzazione canonica, in quanto permette di definire il propagatore a partire
dalla Lagrangiana classica. Si noti l’eleganza di questa idea che rende mol-
to intuitivo il legame tra meccanica classica e quantistica: ogni cammino
447
A.1 Complementi A.1

virtuale contribuisce all’ampiezza totale con un’ampiezza di modulo uno


e dunque nessun cammino particolare è più probabile degli altri. Tutta-
via nel limite in cui la costante h ̵ sia piccola rispetto alle azioni in gioco
nel sistema fisico, il principio della fase stazionaria ci dice che i contri-
buti di tutti i cammini si cancellano per interferenza tranne quelli per
cui la fase S[x] risulti stazionaria rispetto a piccole variazioni del cam-
mino, il che costituisce il principio di Eulero−Lagrange che determina le
equazioni del moto classiche. Ecco dunque svelato il fondamento di tutti
i principi variazionali della meccanica classica: si tratta semplicemente
di manifestazioni del principio della fase stazionaria applicata alla formu-
lazione quantistica in termini di somma sui cammini! Resta “soltanto”
aperto il problema di dare un significato matematico preciso all’integra-
zione sui cammini e di verificare che in tal modo si ottiene effettivamente
la meccanica quantistica.
In effetti il concetto di integrazione sui cammini o integrazione fun-
zionale (estensione a infinite dimensioni del calcolo integrale) può essere
formulato in termini matematicamente rigorosi, ma in un contesto diffe-
rente, quello dei processi diffusivi, che corrisponde all’equazione di Schroe-
dinger in cui si prenda la continuazione analitica a valori immaginari del
tempo. Si tratta di uno sviluppo molto interessante che ha portato alla
applicazione dell’integrale sui cammini al calcolo dello spettro per teorie
di campo quantistiche al di fuori del regime perturbativo. Il nocciolo del-
la questione è costituito dal fatto che la continuazione analitica a tempi
immaginari permette di studiare le proprietà dell’operatore exp {−tH/h} ̵
da cui in particolare si ottengono informazioni sullo spettro e su elementi
di matrice di varie osservabili (si veda [Roe91, Sim79, ID89]).
Una prima giustificazione intuitiva della formula di Feynman discende
da una proprietà che possiamo definire di semigruppo: suddividiamo l’in-
sieme C di tutti i cammini ω ∶ x ′ → x nei sottoinsiemi Cx ′′ definiti dalla
condizione aggiuntiva x(t ′′ ) = x ′′ per un qualche t ′′ scelto arbitrariamente
nell’intervallo (0, t). Si avrà ovviamente
i t
G = ∫ dx ′′∫ Dx(.) exp { ̵ ∫ L dτ} δ(x(t ′′ ) − x ′′ )∣x(0)=x

h 0 x(t)=x

i t ′′ )=x ′′
= ∫ dx ′′ ∫ Dx(.) exp { ̵ ∫ L dτ} ∣x(t
x(t)=x ×
h t ′′
t ′′
i x(0)=x ′
× ∫ Dx(.) exp { ̵ ∫ L dτ} ∣x(t ′′ )=x ′′ .
h 0
Gli integrali sui cammini soddisfano perciò ad una legge di composizione
identica a quella tipica di un propagatore (si veda la (5.64)). D’altra par-
te questo fatto ci permette di procedere nella suddivisione dell’intervallo

- 448 -
A.1 La meccanica quantistica secondo Feynman

(0, t) applicando ricorsivamente questa legge di composizione, in modo


tale che per una suddivisione sufficientemente fine dell’intervallo potremo
applicare un’approssimazione dell’integrale sui cammini valida per tempi
brevi. Sia (t1 , t2 , . . . , tN ) una suddivisione con N molto grande. Per ogni
sotto-intervallo (tk , tk+1 ) consideriamo la soluzione xcl (τ) delle equazio-
ni classiche del moto tale che xcl (tk ) = xk , xcl (tk+1 ) = xk+1 . Poniamo in
ciascun intervallo x(τ) = xcl (τ) + ξ(τ) , dove ξ è una nuova variabile di
integrazione funzionale soggetta al vincolo ξ(tk ) = ξ(tk+1 ) = 0. Inserendo
nell’azione otteniamo
tk+1
S[x] = ∫ ( 12 m(ẋ2cl + 2ξ̇ẋcl + ξ̇2 )
tk

ξ(tk )=0
−V(xcl ) − V ′ (xcl )ξ − 12 V ′′ (xcl )ξ2 + O(ξ3 )) dτ∣ξ(t k+1 )=0
.

I termini lineari in ξ si cancellano grazie alle equazioni del moto e si trova


allora per la somma sui cammini nell’intervallo considerato
i i
∫ Dξ exp { ̵ L(xcl + ξ)} = exp { ̵ S[xcl ]} ×
h h
i tk+1
2 1 ′′ 2 3
∫ Dξ exp { ̵ ∫ (m2 ξ̇ − 2 V (xcl (τ))ξ(τ) + O(ξ )) dτ} .
h tk
La dipendenza dalle coordinate xk è contenuta esplicitamente nel termine
dell’azione classica e implicitamente nell’integrale funzionale su ξ; dal mo-
mento che ξ è vincolata ad annullarsi agli estremi dell’intervallo (tk , tk+1 )
possiamo assumere che (come per il moto browniano vincolato o brow-
nian bridge) si abbia ∫ dξ ξ(τ)2 = O((tk − tk+1 )2 ) e quindi che l’unica
dipendenza dalle coordinate provenga dal termine di azione classica1 . Se
ammettiamo dunque che l’integrale sui cammini per tempi brevi sia domi-
nato dalla porzione di traiettoria classica che connette i due punti estremi
dell’intervallo infinitesimo otteniamo
N+1
i
G(x, x ′ , 0, t) ≈ ∫…∫ dx1 dx2 . . . dxN exp { ∑ ̵ S(xn−1 , xn , tn−1 , tn )}
n=1 h
(A.1) N
i m (xn+1 − xn )2
= ∫…∫ dx1 dx2 . . . dxN exp { ∑ ̵ ( − V(xn )(tn+1 − tn ))}
h 2 tn+1 − tn
n=0

con le condizioni x0 = x , xN+1 = x, t0 = 0, tN+1 = t . Si noti che questa
espressione del propagatore in termini di integrali multipli è presente nelle
lezioni di Dirac ([Dir59], § 32), a cui si può far risalire la prima idea
di integrali sui cammini. Si ha cosı̀ un primo suggerimento riguardo al
1
Di passaggio notiamo che per l’oscillatore armonico il termine V ′′ è una costante
e perciò l’integrale sui cammini risulta in una semplice funzione del tempo mentre il
propagatore si riduce alla formula semiclassica G = exp {iS/h}̵ , come si può verificare
dalla formula (6.16).

- 449 -
A.1 Complementi A.1

modo di interpretare la somma su tutti i cammini: introdotta una griglia


di tempi (t1 , t2 , . . . , tN ) si considerano le posizioni x(tj ), (j = 1, N) come
variabili indipendenti su cui integrare; la somma sui cammini si definisce
come il limite per N → ∞ di questo integrale N-dimensionale.
Una derivazione della formula (A.1.1) si può ottenere dall’equazione di
Schroedinger secondo la linea mostrata da Nelson [Nel64]. Sia H = T + V
la decomposizione dell’Hamiltoniano in energia cinetica e potenziale. Si
utilizza allora la formula di Lie-Trotter che permette di esprimere l’ope-
ratore di evoluzione temporale U(t) = exp {−it(T + V)/h} ̵ come limite di
un prodotto di operatori facilmente calcolabili:

̵ N.
̵ exp {−itV/Nh})
U(t) = lim (exp {−itT /Nh}
N→∞

Si inseriscono tanti relazioni di completezza ∫ dx ∣x⟩ ⟨x∣ = 1l in modo da


ottenere
̵ ̵ ̵
⟨x∣ U(t) ∣x ′ ⟩ = lim ⟨x∣ e−itT /Nh ∫ dx1 ∣x1 ⟩ ⟨x1 ∣ e−itV/Nh e−itT /Nh
N→∞

∫ dx2 ∣x2 ⟩ ⟨x2 ∣ . . . ∫ dxN−1 ∣xN−1 ⟩ ⟨xN−1 ∣


̵ ̵
e−itT /Nh ∫ dxN ∣xN ⟩ ⟨xN ∣ e−itV/Nh ∣x ′ ⟩ .

Dal momento che V è funzione solo di q si ha semplicemente

̵ ∣xk ⟩ = exp {−itV(xk )/Nh}


exp {−itV(q)/Nh} ̵ ∣xk ⟩ ,

mentre gli altri elementi di matrice sono dati dal propagatore della parti-
cella libera (Probl. 5.3-13 a p. 109) e quindi

⟨x∣ U(t) ∣x ′ ⟩ = lim ∫…∫ dx1 . . . dxN−1


N→∞

N−1
mN i
∏ exp { ̵ ( mN (xk+1 − xk )2 − t
N V(xk ))} .
k=1
̵
2πiht h 2t

Si nota che l’esponente costituisce giustamente un’approssimazione discre-


ta per l’integrale che definisce l’azione classica. In più questa derivazione
i) ci dà una prova della convergenza per il limite N → ∞ (teorema di
Kato-Trotter, si veda [Nel64]) e ii) ci fornisce anche la normalizzazione
̵ −N/2
corretta (il fattore divergente (2πiht/Nm) ).
Un’interessante variante di questa formula discretizzata permette di
impostare l’integrale sui cammini in termini Hamiltoniani. Per ciascun
fattore che coinvolge l’energia cinetica, anziché inserire la formula nota,

- 450 -
A.1 La meccanica quantistica secondo Feynman

riscriviamo tutto facendo uso della trasformata di Fourier


t ̵ ∣xk+1 ⟩ =
⟨xk ∣ exp {−i T (p)/h}
N
(2πh) ̵ − i t T (pk )/h}
̵ −1 ∫ dpk exp {i pk (xk+1 − xk )/h ̵ .
N
Il nuovo termine si riconosce immediatamente come un’approssimazio-
ne discreta dell’integrale ∫ dτ p(τ)ẋ(τ), e perciò l’integrale sui cammini
assume il seguente aspetto
dx1 dp1
⟨x∣ U(t) ∣x ′ ⟩ = lim ∬ ̵ ...
N→∞ 2πh
dxN dpN i
∬ ̵ exp { ̵ ∑ (pk (xk+1 − xk ) − H(pk , xk ))} δ(xN − x ′ ) ,
2πh h k
ovvero simbolicamente
Dq(.) Dp(.) i t
⟨x∣ U(t) ∣x ′ ⟩ = ∫ ̵ exp { ̵ 0 (p(τ)q̇(τ) − H(q(τ), p(τ))) dτ} .

2πh h
Questa formulazione, apparentemente più complicata per via del doppio
numero di integrazioni coinvolte, può al contrario in taluni casi risultare
più conveniente. Se si introduce un regolatore del tipo
t
exp {−ν−1 ∫ dτ(ṗ2 + µ2 ẋ2 )}
0

l’integrale è ben definito e porta (nel limite ν → ∞) ad una formulazione


alternativa della quantizzazione che dà risultati essenzialmente equivalenti
alla meccanica basata sull’equazione di Shroedinger, ma getta nuova luce
sulla permanenza in meccanica quantistica delle simmetrie dell’Hamil-
toniano classico (vedi il Probl. A.1-5). Inoltre l’integrale sui cammini
Hamiltoniano può essere utilizzato come metodo di integrazione numerica
dell’equazione di Schroedinger dipendente dal tempo [OMT91].
Tutte le formule precedenti sono scritte per semplicità di notazione per
un solo grado di libertà, ma la generalizzazione a un numero qualunque
di variabili canoniche non presenta difficoltà.

A.1.2. Formulazione a tempo immaginario. Per illustrare un’ap-


plicazione dell’integrale sui cammini, vale la pena sottolineare che il pro-
pagatore contiene tutte le informazioni necessarie per caratterizzare il
sistema quantistico. In particolare per estrarre lo spettro di energia pos-
siamo semplicemente integrare il propagatore con una qualunque funzione
di prova ψ(x) ad ottenere
′ ′ 2 −iEn t/h ̵
∫ dx ∫ dx ψ(x) G(x, x, 0, t) ψ(x ) = ∑ ∣⟨En ∣ ψ⟩∣ e ,
n

- 451 -
A.1 Complementi A.1

che può fornire gli autovalori En attraverso l’analisi di Fourier. In alter-


nativa si è trovato conveniente studiare il propagatore a tempi immagi-
nari G(x, x ′ , β) = ⟨x∣ exp {−βH} ∣x ′ ⟩, che rappresenta anche la matrice
densità. La rappresentazione in termini di integrali sui cammini (vedi
[Fey72]) è del tutto simile a quanto visto per il propagatore ordinario,
con una differenza fonamentale: la Lagrangiana del sistema è sostituita
dall’energia E(q, q̇):
1 β m
⟨x∣ exp(−βH) ∣x ′ ⟩ = ∫ Dq exp {− ̵ ∫ ( ẋ2 + V(x)) dτ} ∣x(0)=x

x(β)=x .
h 0 2
Mostriamo ora come sia possibile esprimere alcune caratteristiche spet-
trali dell’Hamiltoniano direttamente in termini di integrali sui cammini a
tempo immaginario. Consideriamo l’elemento di matrice
Φ(τ) ≡ ⟨E0 ∣ q exp {−τH} q exp {τH} ∣E0 ⟩ ,
dove ∣E0 ⟩ è lo stato fondamentale di H, con autovalore E0 , e τ è positivo.
Inserendo la relazione di completezza 1l = ∑E ∣E⟩ ⟨E∣ , si trova

Φ(τ) = ∑ e−(E−E0 )τ ∣ ⟨0∣ q ∣E⟩ ∣2 .


E

D’altra parte si ha anche per un qualunque vettore ψ (soggetto all’unica


condizione di non essere ortogonale allo stato fondamentale)

∣E0 ⟩ = lim N (T ) e−TH ∣ψ⟩


T →∞

con N (T ) = exp {−TE0 } ⟨E0 ∣ ψ⟩ . Si trova perciò, inserendo la rappresenta-


zione di Feynman
⟨ψ∣ e−TH q e−τH q e−TH ∣ψ⟩
Φ(τ) = lim
T →∞ ⟨ψ∣ e−(2T +τ)H ∣ψ⟩
(A.2) 1 ∞ m 2
∫ Dq q(0) q(τ) exp {− h̵ ∫−∞ ( 2 q̇ + V(q)) dt}
= 1 ∞ m
.
∫ Dq exp {− h̵ ∫−∞ ( 2 q̇2 + V(q)) dt}
La funzione Φ(τ), che contiene informazioni dinamiche interessanti, è ri-
conducibile perciò ad un integrale sui cammini che si presenta come una
funzione di correlazione tra variabili di tipo statistico. La rappresen-
tazione discreta dell’integrale (A.2) è infatti identica all’espressione che
daremmo alla correlazione tra le due variabili classiche q(0), q(τ) che
rappresentano lo scostamento dall’equilibrio di una corda elastica di lun-
ghezza infinita soggetta ad una forza di potenziale V(q) e in equilibrio
termico alla temperatura kT ≡ h. ̵ Dato che risulta relativamente age-
vole simulare con il calcolo numerico sistemi classici soggetti ad agitazione

- 452 -
A.1 La meccanica quantistica secondo Feynman

termica, questo fatto apre la possibilità di ottenere informazioni riguar-


danti lo spettro del sistema quantistico attraverso una simulazione nume-
rica. L’idea risale alla fine degli anni ’40 ed è legata al nome di Marc Kac;
la formula di integrazione sui cammini a tempo immaginario è nota come
formula di Feynman-Kac [Sim79].
A.1.3. La meccanica stocastica. Nella formulazione a tempo im-
maginario l’integrazione sui cammini è del tutto equivalente dal punto
di vista matematico alla teoria che descrive il moto browniano. Dobbia-
mo limitarci ad indicare le parole chiave processi stocastici, processi
diffusivi, equazione di Langevin e rimandare ai testi specialistici sul-
l’argomento [Kac59, PR69, Roe91]. Vale tuttavia la pena di tenere
presente il quadro schematico seguente.
Sia w(t) il moto browniano standard: con questo si intende il processo
stocastico caratterizzato dalla proprietà che gli incrementi dw(t) sono
variabili aleatorie gaussiane indipendenti con media zero e
< [wi (t1 ) − wi (t2 )] [wj (t1′ ) − wj (t2′ )] >= δij µ[(t1 , t2 ) ⋂(t1′ , t2′ )]
(indichiamo con µ[I] la misura dell’intervallo I e con I1 ⋂ I2 l’intersezione
dei due intervalli). Sia x(t) un processo diffusivo legato al moto browniano
dall’equazione differenziale stocastica
dx(t) = b(x) dt + σ(x) dw(t) ,
essendo le funzioni b e σ soggette a condizioni non molto restrittive
[PR69]. Allora la densità di probabilità del processo soddisfa l’equazione
di evoluzione (Fokker-Planck)
∂P(x, t) 1
= 2 △ (σ(x)2 P(x, t)) − div (b(x) P(x, t)) .
∂t
Inoltre se il “campo di trascinamento” b ha la forma particolare
b(x) = 12 σ(x)2 ∇S(x) ,
il processo tende per grandi tempi di evoluzione alla distribuzione stazio-
naria
2
P∞ (x) = exp {−S(x)} .
σ(x)2
Su queste formule si basa la possibilità di valutare i valori medi ⟨q(0)q(t)⟩
attraverso la soluzione numerica di equazioni di tipo classico con un ter-
mine di rumore gaussiano, simili per natura alle equazioni che descrivono
la dinamica delle particelle browniane.
problema A.1-1 []Determinare la distribuzione di probabilità a tempi
molto grandi per un processo diffusivo che soddisfa l’equazione
dx(t) = −ωx(t) + dw(t) .

- 453 -
A.1 Complementi A.1

soluzione []L’equazione è lineare e si integra facilmente. Il risultato è dato


da un integrale che rappresenta un funzionale lineare del moto browniano, e
quindi un processo gaussiano. La distribuzione di probabilità a tempi grandi è
una gaussiana di ampiezza proporzionale a ω−1 (si veda [Wax54] per il processo
di Ornstein-Uhlenbeck).
problema A.1-2 []Determinare la distribuzione di probabilità a tempi
molto grandi per un processo diffusivo che soddisfa l’equazione
dx(t) = (1 + ∣x∣2 )dw(t) .
problema A.1-3 []L’integrale sui cammini per una particella carica im-
mersa in un campo magnetico B = ∇ ∧ A è ottenuto inserendo la Lagran-
giana classica (3.7)
i t m e
G(x, x ′ , t) = ∫ Dx(.) exp { ̵ ∫ dτ ( ẋ2 − V(x) + A(x) ⋅ ẋ)} .
h 0 2 c
Ricavare l’integrale sui cammini che rappresenta il propagatore a tempo
immaginario.
problema A.1-4 []Si consideri l’integrale sui cammini
T
Π(q, p, q ′ , p ′ ) = ∫ Dq(.) Dp(.) exp {i ∫ p(t)dq(t)} .
0
q(0)=q ′ , p(0)=p ′
q(T )=q , p(T )=p

Dimostrare che, almeno formalmente, Π è indipendente da T e rappresenta


il nucleo integrale di un proiettore, ossia
′′ ′′ ′′ ′′ ′′ ′′ ′ ′ ′ ′
∫ dq dp Π(q, p, q , p ) Π(q , p , q , p ) = Π(q, p, q , p )
problema A.1-5 [] Si modifichi l’integrale sui cammini del problema
precedente inserendo un termine gaussiano
Πν (q, p, q ′ , p ′ ) =
T T
∫ Dq(.) Dp(.) exp {i ∫ p(t)dq(t) − 21 ν−1 ∫ (ṗ(t)2 + q̇(t)2 ) dt} .
0 0
q(0)=q ′ , p(0)=p ′
q(T )=q , p(T )=p

Dimostrare che la funzione Πν definita nel problema precedente rappre-


senta il nucleo integrale dell’operatore exp {−T K}, dove
2
∂ ∂ 2
K = 12 ν [(−i − q) + (−i ) ] ,
∂p ∂q
coincide formalmente con l’Hamiltoniano che descrive la dinamica di una
particella carica in due dimensioni immersa in un campo magnetico uni-
forme e costante ortogonale al piano (come discusso al §13.4).

- 454 -
A.2 Teorie di gauge in meccanica quantistica

soluzione []Si applichi la formula che descrive l’integrale di Feynman per


tempo immaginario. Si noti che nel limite ν → ∞ si trova che il proiettore Π
del problema precedente viene identificato con il proiettore sul sottospazio che
corrisponde al primo livello di Landau. Per i dettagli si veda [Kla88, KO89].

A.2. Teorie di gauge in meccanica quantistica


Questa Appendice è stata scritta da Paolo Maraner.
Le teorie di gauge costituiscono un soggetto relativamente nuovo nel pa-
norama della fisica teorica, ma, a dispetto di questo, occupano già un
posto di grande rilievo e costituiscono attualmente il fondamento generale
della descrizione delle interazioni fondamentali tra particelle elementari.
L’origine dell’idea di una simmetria locale si può fare risalire a Weyl2 nel
contesto di un tentativo di unificazione tra elettromagnetismo e gravita-
zione. Nella forma più generale, che coinvolge una simmetria locale non-
abeliana, è stata enunciata nel 1954 da C. N. Yang e R. L. Mills [YM54].
Queste teorie sono rimaste prive di applicazione fino alla fine degli anni
Sessanta, quando si sono rivelate uno strumento indispensabile nella de-
scrizione delle interazioni fondamentali. A questi primi grandi successi è
seguita un’intensa attività di ricerca che ha messo in luce l’importanza di
questo tipo di strutture in molti campi della fisica teorica. Da un punto
di vista formale le teorie di gauge costituiscono una generalizzazione della
descrizione dell’interazione di una particella carica con il campo elettro-
magnetico, trattata nei §3.3, §9.4, e nel cap. 13. Mentre rimandiamo ai
testi di teoria quantistica dei campi per una trattazione generale delle teo-
rie di gauge (vedi [ID89, IZ80, Wei95]), mostreremo nel seguito come
la struttura matematica costituita da campi di gauge non-abeliani si pre-
senti in modo naturale anche nella dinamica quantistica non-relativistica
di sistemi semplici (per altri esempi si vedano [Ber84, WZ84, SW89]).

A.2.1. Approssimazione adiabatica e campi di gauge. Nel §10.4


si è considerata la dinamica di sistemi caratterizzati da uno o più parame-
tri adiabatici λ che determinano le proprietà dei sistemi stessi o dei campi
in cui questi si trovano immersi. Negli esempi che abbiamo considerato i
parametri adiabatici erano rappresentati da grandezze fisiche classiche ed
il loro valore poteva venire variato a nostro piacere agendo sul sistema dal-
l’esterno. D’altro canto ad un livello più profondo i parametri λ dovranno
essere considerati anch’essi come variabili dinamiche. In questo paragrafo
riprendiamo l’analisi dell’approssimazione adiabatica in meccanica quan-
tistica considerando sistemi in cui un certo numero di gradi di libertà
presenta una dinamica estremamente più lenta dei rimanenti, dimodoché
2
Si veda ad esempio [Pau58], §65.

- 455 -
A.2 Complementi A.2

i primi possono essere considerati come parametri adiabatici nello studio


dell’evoluzione dei secondi3 . La soluzione del problema dinamico può
allora essere affrontata considerando dapprima il moto dei gradi di libertà
veloci in corrispondenza ad ogni configurazione assegnata delle variabili
lente ed analizzando infine il moto efficace di queste. Un fatto di grande
interesse è che l’interazione tra gradi di libertà veloci e lenti si manifesta
nella dinamica efficace di questi ultimi mediante l’interazione con campi
di gauge.
Per fissare le idee ed avere come costante punto di riferimento un caso
di rilevanza fisica consideriamo la descrizione di una molecola costituita
da un certo numero di nuclei, che supporremo per semplicità tutti di mas-
sa M = Zmn ed un numero arbitrario di elettroni di massa me . La grande
differenza tra le masse dei nuclei e quella dell’elettrone (mn ≃ 1800me )
fa sı̀ che il moto dei primi risulti estremamente più lento di quello dei
secondi, dimodoché le frequenze e quindi le energie corrispondenti al mo-
to nucleare risultano estremamente più piccole di quelle relative al moto
elettronico. Il calcolo dello spettro del sistema può allora essere affron-
tato considerando dapprima il moto degli elettroni in corrispondenza ad
ogni configurazione nucleare assegnata ed analizzando infine la dinamica
nucleare efficace relativa ad un determinato stato elettronico. Nel seguito
svilupperemo la nostra analisi con costante riferimento alla stima di uno
spettro molecolare, riferendoci ai gradi di libertà lenti e veloci del sistema
come a quelli nucleari ed elettronici rispettivamente. I risultati che otter-
remo sono comunque di validità generale e possono essere utilizzati nello
studio di qualunque sistema adiabatico.
Indicheremo con XI e PI = −ih ̵ ∂/∂XI , I = 1, 2, . . . , gli operatori po-
sizione e momento relativi ai gradi di libertà lenti, i nuclei, e con xi e
pi = −ih ̵ ∂/∂xi , i = 1, 2, . . . , quelli relativi ai gradi di libertà veloci, gli
elettroni. Le coordinate nucleari XI giuocheranno evidentemente il ruolo
dei paramentri adiabatici che “guidano” la dinamica elettronica.
Lo spettro del sistema, nuclei più elettroni, deve essere calcolato risol-
vendo l’equazione di Schroedinger agli stati stazionari

(A.1) HψE (X, x) = EψE (X, x)

relativa all’Hamiltoniano a molti corpi


1 2 1 2
(A.2) H= ∑ PI + ∑ p + V(X, x).
2M I 2m i i

3
L’idea risale addirittura al 1927 [BO27] e costituisce l’approssimazione di Born-
Oppenheimer ripresa in tempi recenti da vari autori [Ber84, WZ84].

- 456 -
A.2 Teorie di gauge in meccanica quantistica

Nel calcolo di uno spettro molecolare l’energia potenziale V(X, x) è una


complicata funzione di X ed x data dalla somma delle energie di inte-
razione coulombiane nucleo-nucleo, elettrone-elettrone e nucleo-elettrone
ed, eventualmente, di altre osservabili quali lo spin. La sua forma esplicita
non giuoca tuttavia nessun ruolo particolare nella nostra discussione.
Procediamo separando l’Hamiltoniano in una parte lenta ed una parte
veloce come

1 2
(A.3) H = ∑ P + h(X),
2M I I
1 2
(A.4) h(X) = ∑ pi + V(X, x).
2m i

Nel regime adiabatico h(X) descrive la dinamica delle variabili veloci in


dipendenza dai valori assunti dal parametro X. In corrispondenza ad ogni
suo autostato, l’Eq. (A.3) può allora essere assimilata all’Hamiltoniano che
descrive la dinamica efficace dei gradi di libertà lenti. In generale tuttavia
H ed h(X) non commutano, [H, h(X)] ≠ 0, e non è possibile pertanto
diagonalizzare simultaneamente i due operatori. Visto d’altro canto che
h(X) commuta con l’operatore posizione nello spazio delle variabili lente
X, [X, h(X)] = 0, possiamo pensare di separare la dinamica elettronica
da quella nucleare scegliendo una base dello spazio degli stati dell’intero
sistema in cui X ed h(X) risultino simultanemente diagonali.
Supponiamo di saper risolvere il problema agli autovalori relativo al-
l’Hamiltoniano h(X) in corrispondenza ad ogni valore del parametro X

(A.5) h(X)ϕn (X, x) = ϵn (X)ϕn (X, x),

dove tanto gli autovalori ϵn (X) quanto gli autovettori ϕn (X, x) dell’Ha-
miltoniano veloce h(X) dipendono parametricamente da X. Per ogni va-
lore fissato del parametro l’insieme degli autostati ϕn (X, x), n = 0, 1, . . . ,
costituisce una base dello spazio degli stati delle variabili veloci. In tutta
generalità possiamo allora espandere la dipendenza da x delle autofunzioni
ψE (X, x) dell’Hamiltoniano totale (A.2) sulla base delle ϕn (X, x)

(A.6) ψE (X, x) = ∑ ψEn (X)ϕn (X, x).


n

I coefficienti dello sviluppo ψEn (X) dipenderanno ovviamente dal valore di


X e possono essere interpretati come le funzioni d’onda che descrivono lo
stato delle variabili nucleari quando il sistema si trova nello stato elettro-
nico ϵn (X). Scelta questa decomposizione per le funzioni d’onda ψE (X, x)

- 457 -
A.2 Complementi A.2

l’Eq. (A.1) si riscrive come


1 2 E
∑( ∑ PI ϕn (X, x) + ϵn (X)ϕn (X, x)) ψn (X) =
n 2M I
E
∑ Eϕn (X, x)ψn (X),
n
e la dipendenza dalle variabili elettroniche può essere rimossa moltipli-
cando a sinistra per ϕm (X, x) ed integrando su tutto lo spazio delle
x
1 2 E E
(A.7) ∑( ∑ ∫ ϕm PI ϕn d x + δmn ϵn (X)) ψn (X) = Eψm (X).
n 2M I

L’Eq. (A.1) si riduce allora ad un’equazione agli autovalori per un opera-


tore matriciale che agisce sulle funzioni d’onda4
ΨE (X) = (ψE0 (X), ψE1 (X), . . .)T ,
definite per ogni valore di X le matrici AI (X) come

(A.8) Amn ̵
I (X) = ih ∫ ϕm (X, x) ϕn (X, x) d x ,
∂XI
il primo termine del membro di sinistra della Eq. (A.7) può essere riscritto
2 ml ln
∫ ϕm PI ϕn d x = ∑(δml PI − AI )(δln PI − AI ),
l
dimodoché, introdotti i momenti cinematici
ΠImn = δmn PI − Amn
I

l’equazione di Schroedinger (A.1) per l’intero sistema, nuclei più elettroni,


può essere riscritta come
E E
(A.9) ∑ Hmn ψn (X) = Eψn (X),
n
dove l’Hamiltoniano Hmn è l’operatore matriciale
1
(A.10) Hmn = ∑ ∑ ΠI,ml ΠI,ln + δmn ϵm (X).
2M I l
Da un punto di vista formale la (A.9) appare come l’equazione di Schroe-
dinger per un sistema descritto dalla funzione d’onda ΨE (X) in interazio-
ne con un campo di gauge non abeliano descritto dal potenziale vettore
Amn ̵
I (X) = ih ∫ ϕm ∂I ϕn d x e con il potenziale scalare rappresentato dalla

4
Siamo passati, in definitiva, dalla rappresentazione delle coordinate dello spazio
delle variabili elettroniche ad una sorta di rappresentazione delle energie, sostituendo
alla variabile x il numero quantico n.

- 458 -
A.2 Teorie di gauge in meccanica quantistica

matrice V(X) = δmn ϵm (X) (non si somma sulla m). Supponiamo infatti
di effettuare una trasformazione di gauge locale sullo stato ΨE (X)

(A.11) ψEm (X) → ψEm (X) = ∑ Umn (X) ψEn (X),
n
dove in ogni punto X, Umn (X) rappresenta una matrice unitaria. Visto
che la funzione d’onda totale del sistema deve rimanere inalterata rispetto
a questa trasformazione, dalla (A.6) ricaviamo immediatamente che le
autofunzioni elettroniche devono trasformarsi come segue

ϕm (X, x) → ϕm (X, x) = ∑ ϕn (X, x)Unm (X) .
n
La (A.11) corrisponde pertanto ad un cambiamento di base dipendente
dal valore del paramentro X nello spazio degli stati elettronici. Dalla
definizione (A.8) ricaviamo immediatamente la legge di trasformazione
per Amn
I
′ † †
(A.12) Amn
I → Amn
I = Ump Apq ̵
I Uqn + ih Ump ∂I Upn
Il campo vettoriale a valori matriciali Amn I (X) rappresenta il potenzia-
le vettore associato ad un campo di gauge non abeliano e la trasforma-
zione (A.12) costituisce la generalizzazione della trasformazione di gau-
ge. Si noti che la matrice unitaria U è l’analogo del fattore di fase
̵
exp {ieχ(x, t)/hc} che entra nella trasformazione della funzione d’onda
(13.1).
Osservazione []Individuato il potenziale vettore si può costruire il cam-
po Fµν in analogia con il caso abeliano come commutatore dei momenti
cinematici (ricordiamo il Probl. 13.1-1):
(A.13) ̵ (∂i Aj − ∂j Ai + i/h
Fij ∝ [Πi , Πj ] = −ih ̵ [Ai , Aj ]) .
Si noti che le matrici Fij si trasformano in modo covariante sotto una
trasformazione di gauge
Fij → Fij′ = U(x) Fij U† (x) ,
il che comporta che si possono costruire oggetti invarianti di gauge pren-
dendo la traccia di qualunque polinomio nel campo F, in particolare ∑ij Tr Fij2
che rappresenta la tipica densità di azione per un campo di gauge non-
abeliano.
È bene sottolineare che fino a questo punto non è stata fatta alcuna
approssimazione e la (A.9) è completamente equivalente alla (A.1). La di-
pendenza dalle variabili elettroniche è stata rimossa risolvendo la famiglia
di equazioni di Schroedinger (A.5) in corrispondenza ad ogni configura-
zione dei parametri X e la dinamica delle variabili nucleari è descritta in
modo esatto dall’equazione (A.9).

- 459 -
A.2 Complementi A.2

Approssimazione adiabatica. Torniamo ora all’interpretazione fisica del


nostro modello per capire se e quando è possibile procedere ad una solu-
zione approssimata dell’equazione (A.9). Se accettiamo l’interpretazione
delle ψEn (X) come quella di funzioni d’onda che descrivono lo stato delle
variabili nucleari quando i gradi di libertà elettronici si trovano in una
configurazione con energia ϵn (X), una rapida analisi dell’Hamiltoniano
(A.10) indica che gli stati nucleari corrispondenti ad energie elettroniche
distinte sono accoppiati unicamente dagli elementi di matrice Amn I (X) con
ϵm (X) ≠ ϵn (X).
In virtù dell’enorme differenza tra energie corrispondenti al moto elet-
tronico ed a quello nucleare risulta d’altro canto estremamente improba-
bile che l’eccitazione o la diseccitazione di un grado di libertà nucleare
provochi una transizione tra stati elettronici distinti. Supporremo per-
tanto il sistema in uno stato elettronico fissato, trascurando le transizioni
tra stati differenti. Nel regime adiabatico è lecito trascurare gli elementi
di matrice dell’Hamiltoniano che accoppiano stati elettronici con energia
differente, il che equivale a considerare
(A.14) Amn
I (X) ≃ 0 per ϵm (X) ≠ ϵn (X).

In questo regime la (A.9) si separa in un sistema di equazioni agli autovalo-


ri che descrivono ciascuna la dinamica nucleare efficace in corrispondenza
ai vari stati elettronici.

Caso non degenere. Consideriamo anzitutto il caso in cui il sistema si trovi


in uno stato elettronico non degenere ϵn (X). Sia ϕn (X, x) l’autostato
elettronico corrispondente e ψEn (X) la funzione d’onda che descrive lo
stato nucleare. La (A.9) si riduce allora all’equazione di Schroedinger
scalare
1 2 E E
(A.15) { ∑ (PI − AI (X)) + ϵn (X)} ψn (X) = E ψn (X)
2M I
dove ϵn (X) appare come un termine di potenziale ed il potenziale vettore
AI (X) deve essere calcolato come

̵ ∫ ϕn (X, x) ∂
(A.16) AI (X) = ih ϕn (X, x) d x .
∂XI
La dinamica efficace dei gradi di libertà nucleari in corrispondenza ad
uno stato elettronico non degenere risulta pertanto descritta da un Ha-
miltoniano scalare in interazione minimale con il campo di gauge U(1)
rappresentato dal potenziale vettore AI (X) e con il potenziale ϵn (X)
È importante sottolineare che il potenziale vettore AI (X) non descrive
un campo magnetico reale, bensı̀ un campo formalmente equivalente ad

- 460 -
A.2 Teorie di gauge in meccanica quantistica

un campo magnetico prodotto nel regime adiabatico dall’interazione tra


variabili elettroniche e variabili nucleari.

Caso degenere. Supponiamo ora che il sistema si trovi in uno stato elettro-
nico ϵn (X) che presenti una degenerazione di ordine N. Cambiando la no-
tazione in modo molto ragionevole indichiamo con ϕn,a (X, x), a = 1, . . . , N
gli autostati elettronici corrispondenti. Lo stato delle variabili nucleari è
descritto mediante le N funzioni d’onda ψEn,a (X), a = 1, . . . , N, ovvero
mediante la funzione d’onda
E
⎛ ψn,1 (X) ⎞
⎜ ψE (X) ⎟
ΨEn (X) = ⎜ n,2 ⎟.
⎜ ⋮ ⎟
⎝ ψE (X) ⎠
n,N
La (A.9) si riduce allora ad un’equazione di Schroedinger matriciale di
dimensione pari alla degenerazione del livello ϵn (X)
1 2 E E
(A.17) { ∑ (1lN PI − AI (X)) + 1lN ϵn (X)} Ψn (X) = EΨn (X)
2M I
dove ϵn (X) compare ancora come un termine di potenziale e la dina-
mica risulta accoppiata ad un campo di gauge U(N) rappresentato dal
potenziale vettore AI (X) rappresentato in ogni punto dalla matrice5

(A.18) Aab ̵
I (X) = ih ∫ ϕn,a (X, x) ϕn,b (X, x) d x .
∂XI
La dinamica efficace dei gradi di libertà nucleari in corrispondenza ad uno
stato elettronico che presenta una degenerazione di ordine N è pertanto
descritta da una equazione di Schroedinger matriciale in interazione mini-
male con un campo di gauge U(N) descritto dal potenziale vettore AI (X)
e con il potenziale ϵn (X).
Vale la pena porre nuovamente l’accento sul fatto che il potenziale
vettore (A.18) non rappresenta un campo di forza reale ma descrive, nel
regime adiabatico, l’interazione tra gradi di libertà elettronici e nucleari.

L’apparire di strutture di gauge, abeliane e non, in una teoria che inizial-


mente non ne presentava traccia alcuna rappresenta senza dubbio un fatto
sorprendente. Per capire più a fondo il meccanismo che produce l’accop-
piamento con campi di gauge nella dinamica nucleare efficace torniamo
a considerare un’istante l’equazione (A.9) che, come abbiamo già avuto
modo di sottolineare, risulta del tutto equivalente all’equazione di Sch-
roedinger (A.1) da cui siamo partiti. Poiché nell’Hamiltoniano (A.2) non
5
Negli operatori P è sottinteso un fattore δab rispetto agli indici di gauge.

- 461 -
A.2 Complementi A.2

compare alcun accoppiamento con campi di gauge è ragionevole sospet-


tare che il potenziale vettore (A.8) che appare nella (A.10) sia prodotto
unicamente da una peculiare scelta della gauge e possa pertanto essere
annullato mediante un’opportuna trasformazione. In effetti il calcolo del
campo di gauge FIJ (Eq. (A.13)) associato al potenziale (A.8) produce
un risultato identicamente nullo, mostrando che questo è di fatto il caso.
Nell’equazione (A.9) non compare pertanto alcun accoppiamento con un
campo di gauge esterno ed il potenziale vettore (A.8) è, come si dice, una
pura gauge. La presenza del potenziale vettore Amn I nell’Hamiltoniano
(A.10) è un artificio prodotto unicamente dal modo in cui abbiamo scel-
to di rappresentare gli stati del sistema e può essere annullata mediante
un’opportuna trasformazione di gauge. Sia U(X) la matrice unitaria che
realizza la trasformazione di gauge

ψEm (X) → ψEm (X) = ∑n Umn (X)ψEn (X)
(A.19) { mn ′ .
AI (X) → Amn I (X) = 0
Operando questa trasformazione l’Hamiltoniano (A.10) deve essere sosti-
tuito dall’operatore
′ δmn 2 †
(A.20) Hmn = ∑ P + ∑ Uml (X)ϵl (X)Uln (X).
2M I I l

In questo Hamiltoniano non compare più l’accoppiamento minimale con


un campo di gauge esterno. D’altro canto, il termine di potenziale non
risulta più in forma diagonale, cosicché non viene fatto nessun passo avanti
nella semplificazione delle equazioni del moto.
La trasformazione di gauge (A.19) produce inoltre un effetto poco
gradevole sull’interpretazione fisica della teoria. Le nuove funzioni d’on-

da ϕm (X, x) = ∑n ϕn (X, x) Unm (X), m = 0, 1, . . . , non costituiscono più
una base di autostati per l’Hamiltoniana elettronica h(X). Pertanto non

è più possibile identificare le ϕm (X, x) con le funzioni d’onda elettroni-

che individuate dal parametro X e le ψEm (X) con le funzioni d’onda che
descrivono lo stato nucleare corrispondente alla configurazione elettroni-
ca ϵm (X). Non avrebbe quindi alcun senso applicare l’approssimazione
(A.14) in questa gauge. Per procedere all’approssimazione adiabatica è ne-
cessario rappresentare gli stati del sistema come nella (A.6), con ϕm (X, x)
autostati di h(X), ed in questa rappresentazione il valore del potenziale
vettore (A.8) risulta in generale diverso da zero.
Nel limite adiabatico l’invarianza di gauge (A.11)-(A.12), viene rotta
e risulta possibile mischiare tra loro unicamente stati elettronici relativi
ad una stessa energia. L’approssimazione (A.14) spezza la matrice (A.8)
in sottoblocchi del tipo (A.16) e (A.18) rappresentanti campi di gauge
autentici, rispettivamente abeliani e non, che compaiono nella descrizione

- 462 -
A.2 Teorie di gauge in meccanica quantistica

della dinamica nucleare efficace. Nel prossimo paragrafo vedremo come il


campo di gauge FIJ relativo al potenziale vettore (A.18) risulti in generale
diverso da zero.

A.2.2. Il campo di monopolo della molecola biatomica. Il si-


gnificato fisico dei campi di gauge indotti nella dinamica nucleare efficace
dalla separazione dei gradi di libertà elettronici può essere capito age-
volmente analizzando lo spettro del sistema più semplice che si presta a
questo tipo di studio, la molecola biatomica [MSW86]. Consideriamo
pertanto una molecola costituita da due nuclei di massa uguale M ed
un numero arbitrario di elettroni di massa me (M >> me ). Separate le
coordinate del centro di massa, parametrizziamo il sistema mediante il
vettore X, che indica la posizione relativa dei due nuclei, e le coordinate
degli elettroni xi , i = 1, 2, . . ., relative ad un sistema di riferimento soli-
dale al centro di massa. La dinamica del sistema risulta allora descritta
dall’Hamiltoniano
1 2 1 2
(A.21) H= P + ∑ p + V(X; x),
2µ 2m i i
̵
dove P = −ih∂/∂X ̵
e pi = −ih∂/∂x i rappresentano gli operatori momento
coniugati alle variabili X e xi , µ = M/2 è la massa ridotta dei due nuclei,
m = (1 + me /2M) me ≃ me ; V(X; x) comprende il potenziale di intera-
zione coulombiana nucleo-nucleo, nucleo-elettrone ed elettrone-elettrone.
Indicato con Z il numero atomico dei due nuclei
(Ze)2 Ze2 Ze2 e2
V(X; x) = −∑ 1 −∑ 1 +∑ .
∣X∣ i ∣ 2 X − xi ∣ i ∣ 2 X + xi ∣ i<j ∣xi − xj ∣

All’Hamiltoniano (A.21) dovranno essere aggiunti eventualmente altri ter-


mini per tenere conto dell’interazione spin-orbita, degli effetti relativistici
e di altri effetti legati alla struttura fine delle righe spettrali.

Classificazione degli stati elettronici. Come nel paragrafo precedente i gra-


di di libertà nucleari X devono essere identificati con i parametri adiabatici
che regolano la dinamica elettronica. Per procedere nell’approssimazione
adiabatica è allora necessario discutere con un minimo di dettaglio le pro-
prietà di autovalori ed autofunzioni del sistema di elettroni in moto nel
campo generato dai due nuclei, ovvero trovare la soluzione al problema
agli autovalori per l’Hamiltoniano elettronico
1 2
(A.22) h(X) = ∑ p + V(X; x)
2m i i
in corrispondenza ad ogni configurazione assegnata delle variabili X.

- 463 -
A.2 Complementi A.2

La classificazione degli stati elettronici di una molecola biatomica vie-


ne effettuata mediante criteri simili a quelli utilizzati nella descrizione dei
livelli energetici degli atomi a molti elettroni. Se ne differenzia tuttavia
per alcune caratteristiche importanti. Anzitutto nella spettroscopia mole-
colare non compaiono serie tipo quella di Rydberg, cosicché l’equivalente
del numero quantico principale della fisica atomica non risulta rilevante
in fisica molecolare. In secondo luogo, visto che il campo creato dai due
nuclei non gode di simmetria sferica, il momento angolare orbitale del si-
stema di elettroni non viene conservato e non costituisce un buon numero
quantico per la descrizione degli spettri. Per capire quali siano i numeri
quantici più adatti alla classificazione degli stati elettronici della molecola
biatomica analizziamo le simmetrie del sistema
a) Λ: L’asse congiungente i due nuclei, n = X/∣X∣, costituisce un asse di
simmetria per la molecola. La proiezione del momento angolare orbitale
del sistema di elettroni, Lel , lungo quest’asse è pertanto una quantità
conservata ed il corrispondente numero quantico può essere utilizzato nella
classificazione degli stati del sistema. Si è soliti indicare con Λ il valore
assoluto della proiezione del momento angolare orbitale elettronico lungo
l’asse della molecola. Λ può assumere i valori 0, 1, 2, . . ., ed i corrispondenti
stati molecolari vengono detti di tipo Σ, Π, ∆, . . . , rispettivamente
Λ = 0, 1, 2, . . .
Σ, Π, ∆, . . .
in analogia con la convenzione utilizzata nella classificazione degli spettri
atomici.
b) S: Lo spin del sistema di elettroni, Sel , è una quantità conservata ed
il corrispondente numero quantico S può essere utilizzato nella classifica-
zione degli stati. Lo spin elettronico totale S è dato dalla somma dello
spin di ciascun elettrone della molecola e può assumere pertanto sia valori
interi che seminteri a seconda che il numero totale di elettroni sia pari o
dispari. Il valore del modulo della proiezione dello spin elettronico totale
lungo l’asse molecolare n viene usualmente indicato con la lettera Σ e può
assumere i valori
Σ = −S, −S + 1, . . . , S.
c) Ω: La proiezione del momento angolare totale del sistema di elettroni,
Jel = Lel +Sel , lungo l’asse molecolare è ancora una quantità conservata ed
il suo modulo viene indicato mediante il numero quantico Ω. Osserviamo
che in virtù dell’isotropia dello spazio questo è il solo numero quantico
conservato esattamente. Le proiezioni di Lel ed Sel lungo l’asse della
molecola risultano infatti buoni numeri quantici solamente nel limite in
cui l’interazione spin-orbita può essere considerata debole. Qualora Λ e
Σ risultino ben definiti, per ogni valore fissato di Λ (Λ > Σ), Ω assume i

- 464 -
A.2 Teorie di gauge in meccanica quantistica

2S + 1 valori
Ω = Λ + S, Λ + S − 1, . . . , Λ − S.
d) ±: Il sistema ammette come ulteriore simmetria la riflessione rispetto
ad un qualsiasi piano contenente l’asse n. Questa operazione lascia immu-
tata l’energia del sistema ma non gli stati, poiché nella riflessione il segno
del momento angolare (vettore polare!) cambia. Se ne deduce che tutti
gli stati corrispondenti ad un valore di Λ ≠ 0 sono doppiamente degeneri.
Questi stati vengono usualmente classificati mediante il valore della loro
parità, ±.
I livelli energetici della molecola biatomica vengono pertanto etichettati
mediante i numeri quantici Λ, S ed Ω. Convenzionalmente viene utilizzato
il simbolo
ϵΛ,S,Ω (X) = 2S+1 (Λ) Ω .
Ad esempio i livelli con Λ = 1 ed S = 1 vengono indicati come 3 Π0 , 3 Π1 ,
3
Π2 . Per specificare lo stato del sistema è necessario indicare un ulterio-
re numero quantico, convenzionalmente il valore della parità. Gli stati
Λ = 0 risultano non degeneri, mentre quelli con Λ ≠ 0 sono doppiamente
degeneri: all’energia ϵΛ,S,Ω (X) corrispondono i due autostati della parità
ϕΛ,S,Ω,± (X; x). In alternativa alla parità dello stato è possibile assegnare
il segno dell’autovalore della proiezione del momento angolare elettronico
totale lungo l’asse della molecola. Questo equivale a scegliere come base
dell’autospazio degenere gli autovalori di Jel ⋅ n, ϕΛ,S,±Ω (X; x) in luogo di
quelli della parità. È immediato verificare che le due basi sono legate dalla
trasformazione
1
ϕΛ,S,Ω,+ (X; x) = √ (ϕΛ,S,+Ω (X; x) + ϕΛ,S,−Ω (X; x))
2
1
ϕΛ,S,Ω,− (X; x) = √ (ϕΛ,S,+Ω (X; x) − ϕΛ,S,−Ω (X; x)) .
2

Dinamica nucleare efficace. Nel paragrafo precedente abbiamo mostrato


come la dinamica nucleare efficace in corrispondenza ad uno stato elettro-
nico assegnato, N volte degenere, sia descritta da una teoria di gauge rela-
tiva al gruppo U(N). Cosı̀ nella molecola biatomica, la dinamica nucleare
efficace viene descritta da una teoria di gauge U(1) o SU(2) a seconda
che gli elettroni si trovino in una configurazione con Λ uguale o diverso da
zero. Per Λ = 0 lo stato dei due nuclei è descritto da una funzione d’onda
scalare e la dinamica è governata dall’equazione di Schroedinger (A.15) in
interazione minimale con il campo di gauge U(1) rappresentato dal po-
tenziale vettore (A.16) e con il potenziale scalare ϵ0,S,Ω (X). Per Λ ≠ 0 lo
stato nucleare è invece descritto da una funzione d’onda a due componenti
e la dinamica è governata dall’equazione di Schroedinger matriciale (A.17)

- 465 -
A.2 Complementi A.2

in interazione minimale con il campo di gauge SU(2) descritto dal poten-


ziale vettore non abeliano (A.18) e con il potenziale scalare 1lϵΛ,S,Ω (X).
Nel seguito, per ragioni di semplicità, limiteremo la nostra attenzione alle
configurazioni elettroniche della molecola biatomica con spin totale nullo,
S = 0. Gli autovalori dell’Hamiltoniano elettronico (A.22), sono allora eti-
chettati dal solo numero quantico Λ, ϵΛ (X); per Λ = 0 ad ogni autovalore
corrisponderà il solo autovettore ϕ0 (X; x), mentre per Λ ≠ 0 sceglieremo
come base per l’autospazio i due autostati di Lel ⋅ n corrispondenti ai va-
lori ±Λ, ϕ±Λ (X; x). Per valutare la forma dei potenziali vettore (A.16)
e (A.18) è necessario conoscere la dipendenza esplicita delle autofunzioni
dai parametri X. A tale scopo parametrizziamo il vettore X mediante il
suo modulo r = ∣X∣ e gli angoli θ, φ che individuano il versore n = X/∣X∣;
X = (r, n). Consideriamo ora gli autostati comuni degli operatori h(r, ϵz )
ed Lel ⋅ ϵz , ϕ±Λ (r, ϵz ; x). In virtù dell’isotropia dello spazio gli autostati
comuni di h(r, n) ed Lel ⋅ n per un qualsiasi n individuato dagli angoli
θ, φ possono essere ottenuti ruotando il sistema in modo che il versore ϵz
venga a sovrapporsi ad n, ovvero 6
ϕ±Λ (r, n(θ, φ); x) =
⎧ Lel ⎫
Lel ⎪
⎪ y ⎪⎪ Lel
= exp {−iφ ̵ } exp ⎨−iθ ̵ ⎬ exp {iφ ̵z } ϕ±Λ (r, ϵz ; x).
z
h ⎪
⎪ h ⎪⎪ h
⎩ ⎭
La dipendenza dagli angoli θ e φ degli autostati elettronici può quindi
essere esplicitata completamente e tanto basta per calcolare i potenziali
vettore (A.16) ed (A.18).

Λ = 0. Consideriamo anzitutto il caso in cui il sistema di elettroni


abbia momento angolare orbitale nullo. Le componenti del potenziale
vettore (A.16) possono essere valutate direttamente come
̵ ∫ ϕ0 (r, n; x) ∂ ϕ0 (r, n; x) d x
Ar (r, θ, φ) = ih
∂r
̵ ∫ ϕ0 (r, ϵz ; x) ∂ ϕ0 (r, ϵz ; x) d x
= ih
∂r
1 ̵ ∂
= ih ∫ ϕ0 (r, ϵz ; x) ϕ0 (r, ϵz ; x) d x = 0
2 ∂r
6
Questa rotazione non è ovviamente ben definita per θ = π. Per procedere in
modo rigoroso è necessario ricoprire la superficie della sfera mediante due carte coor-
dinante e definire la funzione ϕ±Λ (r, n; x) in ciascuna carta mediante un’opportuna
rotazione. Sull’intersezione delle due carte le due espressioni della funzione d’onda
differiscono unicamente per una scelta della gauge ed è possibile dare un significato glo-
bale all’intera teoria. Nel seguito concentreremo la nostra attenzione sull’espressione
locale della funzione d’onda e dei campi, lasciando le questioni globali per un ulteriore
approfondimento.

- 466 -
A.2 Teorie di gauge in meccanica quantistica

tenendo conto che gli autostati ϕ0 (r, ϵz ; x) devono essere normalizzati


all’unità per ogni valore del parametro r;
̵ ∫ ϕ0 (r, n; x) ∂ ϕ0 (r, n; x) d x
Aθ (r, θ, φ) = ih
∂θ
⎧ el ⎫
̵ Lel
z ⎪ Ly ⎪
⎪ ⎪
= ih ∫ ϕ0 (r, ϵz ; x) exp {−iφ ̵ } exp ⎨iθ ̵ ⎬
h ⎪
⎪ h ⎪ ⎪
⎩ ⎭

⎪ el
Ly ⎪ ⎫
⎪ el
∂ ⎪ L
× exp ⎨−iθ ̵ ⎬ exp {iφ ̵z } ϕ0 (r, ϵz ; x) d x
∂θ ⎪
⎪ h ⎪ ⎪ h
⎩ ⎭
= ∫ ϕ0 (r, ϵz ; x) Ly ϕ0 (r, ϵz ; x) d x = 0
dove abbiamo utilizzato le regole di selezione dell’operatore Ly per valutare
l’elemento di matrice nell’ultima riga; infine
̵ ∫ ϕ0 (r, n; x) ∂ ϕ0 (r, n; x) d x
Aφ (r, θ, φ) = ih
∂φ
⎧ el ⎫
Lel ⎪ Ly ⎪
⎪ ⎪ Lel
= ih ∫ ϕ0 (r, ϵz ; x) exp {−iφ ̵ } exp ⎨iθ ̵ ⎬ exp {iφ ̵z }
̵ z
h ⎪
⎪ h ⎪ ⎪ h
⎩ ⎭
⎧ Lel ⎫
∂ Lel ⎪
⎪ ⎪
y ⎪ Lel
× exp {−iφ ̵z } exp ⎨−iθ ̵ ⎬ exp {iφ ̵z } ϕ0 (r, ϵz ; x) d x
∂φ h ⎪
⎪ h ⎪
⎪ h
⎩ ⎭
⎧ el ⎫
Lel
z ⎪ Ly ⎪
⎪ ⎪
= ∫ ϕ0 (r, ϵz ; x) exp {−iφ ̵ } exp ⎨iθ ̵ ⎬
h ⎪
⎪ h ⎪

⎩ ⎭

⎪ el
Ly ⎪⎫
⎪ el
⎪ Lz
×Lelz exp ⎨−iθ ̵ ⎬ exp {iφ ̵ } ϕ0 (r, ϵz ; x) d x +

⎪ h ⎪⎪ h
⎩ ⎭
− ∫ ϕ0 (r, ϵz ; xy) Lel
z ϕ0 (r, ϵz ; xy) d x

= ∫ ϕ0 [(cos θ − 1)Lel el el
z − sin θ(Lx cos φ + Ly sin φ)] ϕ0 d x = 0

dove abbiamo fatto uso della relazione generale


Li Li
exp {iα ̵ } Lj exp {−iα ̵ } = Lj cos α − ϵijk Lk sin α ,
h h
ed ancora delle regole di selezione degli operatori Lx ed Ly . Il potenziale
vettore (A.16) per una molecola biatomica i cui elettroni si trovano in
uno stato a momento angolare orbitale zero 7 risulta quindi identicamente
nullo e cosı̀ il corrispondente campo di gauge. La teoria di gauge U(1) che
7
Per ragioni di semplicità ci siamo qui limitati agli stati elettronici con momento
di spin nullo. Nel caso generale la teoria di gauge che descrive il moto nucleare risulterà
banale qualora il momento angolare totale del sistema di elettroni si annulli.

- 467 -
A.2 Complementi A.2

descrive il moto nucleare risulta quindi banale e diviene irrilevante al fine


del calcolo dello spettro del sistema. La dinamica nucleare efficace viene
descritta dall’equazione di Schroedinger scalare (A.15) cui corrisponde
l’Hamiltoniano
1 2
H0nuc = P + ϵ0 (r).

Osserviamo che in virtù dell’isotropia dello spazio gli autovalori dell’Ha-
miltoniano elettronico (A.22), ϵΛ (X), possono dipendere unicamente dalla
variabile r.

Λ ≠ 0. Supponiamo ora che il sistema di elettroni possieda un mo-


mento angolare orbitale Λ diverso da zero. Il potenziale vettore (A.18)
che compare nella dinamica nucleare efficace è allora rappresentato da
una matrice 2 × 2 i cui elementi possono essere valutati in modo del tutto
simile al caso precedente

Aab ̵
r (r, θ, φ) = ih ∫ ϕa (r, ϵz ; x) ϕb (r, ϵz ; x) d x
∂r
Aab el
θ (r, θ, φ) = ∫ ϕa (r, ϵz ; x) Ly ϕb (r, ϵz ; x) d x

Aab el
φ (r, θ, φ) = ∫ ϕa (r, ϵz ; x) [(cos θ − 1)Lz +

− sin θ(Lel el
x cos φ + Ly sin φ)] ϕb (r, ϵz ; x) d x

dove a, b assumono i valori +Λ e −Λ. Le componenti Aab ab


r ed Aθ risultano
8 ab
ancora identicamente nulle , mentre la componente Aφ assume un valore
diverso da zero
Aab ab
r = Aθ = 0,
(A.23) −Λ(1 − cos θ) 0
Aab
φ =( ).
0 Λ(1 − cos θ)
Per assicurarci che la teoria di gauge non sia ancora banale, ovvero che
il potenziale vettore (A.23) non sia una gauge pura, calcoliamo il valore
del campo di gauge Fijab mediante la relazione (A.13). Un breve calcolo
conduce immediatamente all’espressione
ab −Λ sin θ 0
Fθφ =( )
0 Λ sin θ
ab ab
Fφr = Frθ = 0,
8
L’annullamento delle componenti non diagonali della matrice Aab r è garantita
z . Lo stato ∂ϕb (r, ϵz ; x)/∂r è ancora un
dalla commutatività degli operatori ∂/∂r ed Lel
z corrispondente all’autovalore b ed è pertanto ortogonale a ϕa (r, ϵz ; x)
autostato di Lel
per a ≠ b.

- 468 -
A.2 Teorie di gauge in meccanica quantistica

che può essere riscritta in modo compatto utilizzando la matrice di Pauli


ab
σ3 come Fθφ = −Λ sin θσab ab ab
3 , Fφr = Frθ = 0.
Possiamo visualizzare l’andamento del campo osservando che gli ele-
menti di matrice di Aab ab
ij ed Fij sono identici al potenziale vettore ed al
campo magnetico generati da una carica di monopolo di intensità ±Λ po-
sta nell’origine del sistema di coordinate. Il calcolo del campo vettoriale
corrispondente al tensore Fijab (lo spazio delle configurazioni delle variabili
nucleari è tridimensionale!) conduce infatti all’espressione
Λ
(A.24) F =− nσ3
r2
che, a parte la presenza della matrice σ3 , coincide con quella del campo
generato da una carica di monopolo di intensità ±Λ. È importante sot-
tolineare che questa analogia è strettamente formale. Anzitutto il campo
di monopolo (A.24) non è di natura elettromagnetica, bensı̀ trae la sua
origine dall’interazione adiabatica delle variabili nucleari con quelle elet-
troniche. In secondo luogo nella nostra teoria i monopoli appaiono sempre
in coppie e con carica opposta, +Λ e −Λ. Il fatto che il campo (A.24)
abbia forma diagonale dipende esclusivamente dalla scelta della gauge,
ovvero dalla decisione di descrivere gli stati elettronici mediante autosta-
ti di L ⋅ n. Una scelta differente, ad esempio quella degli autostati della
parità, avrebbe condotto ad una diversa espressione del campo.
La dinamica nucleare efficace viene descritta dall’equazione di Schroe-
dinger matriciale (A.17) che, nella gauge scelta, si separa in due equazioni
scalari del tutto identiche a quella che descrive il moto di una particella
in interazione con un campo di monopolo di carica ±Λ e con il potenziale
centrale ϵΛ (r)
nuc
H−Λ 0 ψE+Λ (X) ψE (X)
( nuc ) ( E ) = E ( +Λ ),
0 HΛ ψ−Λ (X) ψE−Λ (X)
nuc
dove H±Λ rappresenta l’Hamiltoniano
1 2
nuc
H±Λ = (P − A±Λ (X)) + ϵΛ (r)

con A±Λ (X) il potenziale vettore di un campo di monopolo di carica ±Λ.


In coordinate sferiche A±Λ ±Λ ±Λ
r (X) = Aθ (X) = 0, Aφ (X) = ±Λ(1 − cos θ). È
da rilevare che il solo effetto prodotto dal campo di monopolo è quello
di quantizzare il momento angolare orbitale del sistema, in questo caso il
momento angolare orbitale totale della molecola Ltot , come

ltot = Λ, Λ + 1, Λ + 2, . . .

- 469 -
A.3 Complementi A.3

ovvero di cancellare dallo spettro del momento angolare i primi Λ stati.


L’interpretazione di questo fatto è immediata. Nello studio dello spet-
tro del sistema abbiamo separato i gradi di libertà nucleari ed elettronici
riducendo il problema all’analisi del moto nucleare in corrispondenza ad
una configurazione elettronica fissata. Se in quella configurazione il siste-
ma di elettroni possiede un momento angolare Λ, il momento angolare
totale del sistema non potrà mai essere minore di questo valore. Il campo
di monopolo indotto nella dinamica nucleare efficace dall’approssimazione
adiabatica tiene conto proprio di questo effetto.
Nel caso particolarmente semplice della molecola biatomica la pre-
senza di un campo di gauge indotto nella dinamica delle variabili lente,
quelle nucleari, dall’interazione adiabatica con le variabili veloci, quelle
elettroniche, ammette pertanto un’interpretazione intuitiva diretta.

A.3. Un esperimento con i fotoni


Presentiamo qui l’analisi teorica di un interessante esperimento descritto
qualitativamente in [Hor92]. Si tratta di un’applicazione molto istruttiva
alla fisica dei fotoni delle regole della MQ. Il formalismo adottato è quello
più pertinente degli operatori di creazione e annichilazione (vedi §12.3.6),
anche se potrebbe essere trascritto nel linguaggio della Teoria dei Quanti
discussa al cap. 5. L’importante è non cadere nell’errore di immaginare un
fotone come una vera e propria particella governata dalla MQ alla stregua
di un elettrone nonrelativitico. Il numero di fotoni non è una variabile
classica, per cui esiste in generale una coerenza quantomeccanica tra stati
con un numero diverso di fotoni (vedi sotto).
Un convertitore verso il basso è un particolare tipo di lente capace di
produrre due raggi laser a partire da un singolo raggio laser. I due rag-
gi finali hanno uguale intensità e una frequenza pari alla metà di quello
iniziale. Inoltre il dispositivo funziona fino ad intensità cosı̀ basse da divi-
dere di fatto un fotone alla volta: esso produce cioè due fotoni di energia
hν/2 a partire da un singolo fotone di energia hν . Il punto fondamenta-
le è stabilire esattamente qual è lo stato quantomeccanico dei due fotoni
emergenti. Per meglio apprezzare la questione, conviene considerare un
esperimento reale di interferometria, effettuato da R. A. Chiao all’Univer-
sità di Berkeley (si veda “Le Scienze” n. 289 del settembre 1992): coppie
di fotoni con identica polarizzazione vengono generati da un convertitore
verso il basso, sono riflessi da specchi in modo da convergere nuovamen-
te su un divisore di fascio (cioè uno specchio semitrasparente), ed infine
giungono a due rivelatori (vedi Fig. A-1 a p. 471). Lungo una delle due
traiettorie è posto un variatore di cammino ottico, il quale introduce uno
sfasamento ϕ tra i due fotoni. Un contatore di coincidenze registra una

- 470 -
A.3 Un esperimento con i fotoni

specchio S 1 R1

variatore

convertitore 1
contatore di
verso il divisore
coincidenze
basso 2

specchio S 2 R2

Figura A-1. Schema dell’apparato sperimentale per l’e-


sperimento di coincidenza di fotoni.

figura di interferenza, in funzione dello sfasamento ϕ , nella frequenza del-


le rivelazioni simultanee fatte dai due rivelatori. Il problema consiste nel
fornire una descrizione quantitativa dell’esperimento sia al livello classi-
co che a quello quantistico. Classicamente, la radiazione luminosa non
è risolubile nei singoli fotoni che la compongono, per cui l’interferenza
delle coincidenze non costituisce neppure una osservabile. D’altro lato,
possiamo facilmente calcolare l’intensità della radiazione raccolta dai due
rivelatori. Si tratta di tenere presenti le regole dell’ottica sulla riflessione
e trasmissione della luce attraverso gli specchi semitrasparenti: il fascio
riflesso risulta sfasato di π/2 rispetto a quello trasmesso ed entrambi han-
no per definizione un’intensità pari alla metà del fascio di luce incidente.
Se inoltre teniamo conto dello sfasamento ϕ introdotto dal variatore di
cammino ottico, otteniamo subito
2
I 1 i I
I1 = ∣ √ + √ eiϕ ∣ = (1 − sin ϕ)
2 2 2 2
2
I i 1 I
I2 = ∣ √ + √ eiϕ ∣ = (1 + sin ϕ)
2 2 2 2
dove I è l’intensità del fascio originale, prima del convertitore verso il
basso. Quantisticamente dobbiamo invece ragionare in termini di fotoni.
Tenendo conto che i due fotoni sono polarizzati nello stesso modo, possia-
mo denotare con a†1 , a1 la coppia di operatori di creazione ed annichila-
zione di fotoni nella direzione 1 (corrispondente al rivelatore R1 ) e con
a†2 , a2 quella nella direzione 2 (corrispondente al rivelatore R2 ). Quindi
abbiamo le seguenti regole (tratte direttamente all’ottica) per descrivere
quello che accade dopo il convertitore verso il basso.

- 471 -
A.3 Complementi A.3

a) Passaggio dei fotoni in direzione 2 attraverso il variatore di cammino


ottico: a†2 → eiϕ a†2 .
b) Riflessione sugli specchi S1 e S2 : a†1 → a†2 e a†2 → a†1 .
c) Semiriflessione sul divisore di fascio:
1 1
a†1 → √ (a†1 + ia†2 ) e a†2 → √ (a†2 + ia†1 ) .
2 2
Non ci resta che descrivere lo stato iniziale dei due fotoni emergenti dal
convertitore verso il basso. Si tratta proprio del punto più sottile, do-
ve il principio di sovrapposizione lineare gioca un ruolo fondamentale. Il
convertitore verso il basso agisce per ciascuno dei due fotoni prodotti co-
me uno specchio semitrasparente, nel senso che esso preserva la coerenza
quantomeccanica che era propria del singolo fotone iniziale, senza effet-
tuare alcuna “riduzione del pacchetto d’onda”. In altre parole esso non
agisce come un rivelatore, il quale emetterebbe un fotone in direzione 1
ed uno in direzione 2 , producendo a†1 a†2 ∣0⟩ come stato iniziale dei due
fotoni. Al contrario, i due fotoni emergenti dal convertitore verso il bas-
so si trovano entrambi nel medesimo stato puro di singola particella nel
quale il fotone viaggerebbe con probabilità 1/2 in direzione 1 e con la
stessa probabilità in direzione 2 . Questo stato puro di singola particella
è evidentemente descritto dal vettore 2−1/2 (a†1 + a†2 ) ∣0⟩ . Dunque lo stato
iniziale dei due fotoni è descritto dal vettore
1 2
∣ψi ⟩ = √ (a†1 + a†2 ) ∣0⟩
2 2
Con le regole dell’ottica soprascritte, possiamo ora calcolare lo stato finale,
appena prima dei contatori:
1 2
∣ψi ⟩ Ð→ √ (a†1 + eiϕ a†2 ) ∣0⟩
2 2
1 † † iϕ † † 2
(A.1) Ð→ √ [a 1 + ia 2 + e (a 2 + ia1 )] ∣0⟩
4 2
⎢ (a†1 )2 (a†2 )2 ⎥⎥
⎡ ⎤
⎢ † †
Ð→ ⎢c11 √ + c12 a1 a2 + c22 √ ⎥ ∣0⟩

⎣ 2 2 ⎥⎦
dove
c11 = 41 (1 + ieiϕ ) , c12 = i
√ (1 + e2iϕ ) , c22 = 41 (i + eiϕ )
2 2
Quindi le probabilità di osservare due fotoni in un rivelatore e zero nell’al-
tro valgono
Pr20 = ∣c11 ∣2 = 14 (1 − sin ϕ)2
Pr02 = ∣c22 ∣2 = 14 (1 + sin ϕ)2 ,

- 472 -
A.3 Un esperimento con i fotoni

mentre la probabilità di osservare un fotone in entrambi i rivelatori (ovvero


la probabilità del fenomeno di coincidenza) vale
Pr11 = ∣c12 ∣2 = 12 cos2 ϕ = 1 − Pr20 − Pr02
e rappresenta la figura di interferenza classicamente inosservabile. L’in-
tensità relativa della luce raccolta nei due rivelatori si calcola ora imme-
diatamente
I1
= Pr20 + 21 Pr11 = 21 (1 − sin ϕ)
I
I2
= Pr02 + 21 Pr11 = 21 (1 + sin ϕ)
I
e coincide con il risultato classico, come richiesto dal principio di corri-
spondenza.
Questo esperimento di interferometria quantistica è stato ulteriormen-
te sviluppato dal gruppo di Berkeley nel seguente modo. Su uno dei due
cammini ottici, diciamo quello nella direzione 1 , viene interposto un va-
riatore di polarizzazione tra lo specchio S2 e il divisore di fascio. Se i
fotoni emergenti sono polarizzati in una direzione ruotata di un angolo θ
rispetto a quella originaria, dobbiamo aggiungere la nuova regola di tra-
sformazione a†1 Ð→ a†1 cos θ + b†1 sin θ , dove gli operatori b†1 e b1 creano e
distruggono fotoni polarizzati in modo ortogonale rispetto a quelli creati e
distrutti dagli operatori a†j e aj , j = 1, 2 . Le modifiche da fare all’Eq. A.1
sono immediate e per lo stato finale si trova
2
∣ψf ⟩ = 1
√ [(cos θ + ieiϕ ) a†1 + (i cos θ + eiϕ ) a†2 + sin θ (b†1 + ib†2 )] ∣0⟩
4 2

Se i rivelatori non sono sensibili alla polarizzazione, i conteggi sono in-


clusivi rispetto al tipo, a o b , di fotoni rivelati e si ottengono quindi
le probabilità, o frequenze relative di conteggio, come somma dei moduli
quadri relativi a ciascuna possibilità,
2 2
a2 b2
Pr20 = ∣⟨0∣ √1 ∣ψf ⟩∣ + ∣⟨0∣ √1 ∣ψf ⟩∣ + ∣⟨0∣ a1 b1 ∣ψf ⟩∣2
2 2
1 2
= 4 (1 − cos θ sin ϕ)
2 2
a2 b2
Pr02 = ∣⟨0∣ √2 ∣ψf ⟩∣ + ∣⟨0∣ √2 ∣ψf ⟩∣ + ∣⟨0∣ a2 b2 ∣ψf ⟩∣2
2 2
1 2
= 4 (1 + cos θ sin ϕ)
Pr11 = ∣⟨0∣ a1 a2 ∣ψf ⟩∣2 + ∣⟨0∣ b1 b2 ∣ψf ⟩∣2 + ∣⟨0∣ a1 b2 ∣ψf ⟩∣2 + ∣⟨0∣ a2 b1 ∣ψf ⟩∣2
= 21 (sin2 θ + cos2 θ cos2 ϕ)

- 473 -
A.3 Complementi A.3

(si osservi che vale ancora la completa normalizzazione, Pr20 +Pr02 +Pr11 =
1 , poiché abbiamo tacitamente assunto che il variatore di polarizzazione
abbia efficienza ideale). Si noti in particolare che nel caso di una rota-
zione di π/2 della polarizzazione, cos θ = 0 e le suddette probabilità non
dipendono più dallo sfasamento ϕ . In tal caso la diversa polarizzazione
dei due fotoni permette di stabilire il percorso seguito e non rimane quindi
alcuna traccia della figura di interferenza.
Possiamo però rendere i rivelatori esclusivi rispetto alla polarizzazio-
ne interponendo davanti a loro degli opportuni filtri polarizzatori. Se
questi lasciano passare solo fotoni creati rispettivamente dagli operatori
a1 cos α + b1 sin α e a2 cos α + b2 sin α ( α è l’angolo formato dall’asse dei
nuovi polarizzatori con l’asse della polarizzazione originale, quella corri-
spondente agli operatori a†1 e a†2 ), le diverse probabilità si calcolano come
moduli quadri delle opportune somme di ampiezze
2
1
Pr20 = ∣⟨0∣ √ (a1 cos α + b1 sin α)2 ∣ψf ⟩∣
2
2
= 1
16
[cos2 α + cos2 (α − θ) − 2 cos α cos(α − θ) sin ϕ]
2
1
Pr02 = ∣⟨0∣ √ (a2 cos α + b2 sin α)2 ∣ψf ⟩∣
2
2
= 1
16
[cos2 α + cos2 (α − θ) + 2 cos α cos(α − θ) sin ϕ]
Pr11 = ∣⟨0∣ (a1 cos α + b1 sin α) (a2 cos α + b2 sin α) ∣ψf ⟩∣2
2
= 81 [cos2 α − cos2 (α − θ)] + 21 cos2 α cos2 (α − θ) sin2 ϕ
e dipendono in generale dall’angolo di sfasamento ϕ (i casi speciali in cui
questa dipendenza scompare hanno una spiegazione banale, corrisponden-
do ai casi in cui uno solo, o addirittura nessuno, dei due cammini ottici
resta effettivamente aperto fino a ciascun rivelatore). In particolare, anche
se θ = π/2 , per cui i fotoni prima del divisore di fascio hanno polarizzazio-
ni ortogonali, le frequenze relative di conteggio dipendono ancora da ϕ
per α generico. In effetti nessuna osservazione viene effettuata sui fotoni
prima del divisore di fascio, e quindi i loro stati di polarizzazione sono de-
scritti da due combinazioni lineari ortogonali dei due autovettori che cor-
rispondono rispettivamente alla trasmissione ed all’assorbimento nei filtri
polarizzatori. Le componenti relative alla trasmissione possono quindi an-
cora interferire. Si noti infine che ora tipicamente Pr20 + Pr02 + Pr11 ≤ 1 ,
con 1 − Pr20 − Pr02 − Pr11 pari alla probabilità che entrambi i fotoni siano
assorbiti dai polarizzatori.

- 474 -
APPENDICE B

Ausili matematici

B.1. Elementi di teoria dei gruppi


Lo studio della teoria dei gruppi è importante per tutta la fisica teorica, tuttavia
in queste pagine possiamo solo vederne un cenno introduttivo. Rimandiamo per
una trattazione più completa a [Ham62, BC72].

B.1.1. Gruppi astratti. La struttura di gruppo viene cosı̀ definita: sia


G un insieme al cui interno è data una legge di composizione χ (comunemente
denominata “prodotto”)
χ∶G×G→G
che soddisfi le condizioni (assiomi)1
a) χ è associativa:
per ogni a, b, c ∈ G vale la proprietà χ(a, χ(b, c)) = χ(χ(a, b), c);
b) esiste un elemento e (denominato l’unità) tale che χ(a, e) = χ(e, a) = a;
c) per ogni a ∈ G esiste un unico elemento inverso a−1 tale che χ(a, a−1 ) =
χ(a−1 , a) = e.
Un gruppo si dice commutativo (o abeliano ) se la composizione interna è
commutativa, ossia χ(a, b) = χ(b, a). Nel seguito indicheremo 2 il prodotto di
elementi come in algebra elementare, χ(a, b) ≡ a ⋅ b.
Un gruppo si dice finito se l’insieme G è formato da un numero finito di
elementi, detto l’ordine del gruppo, altrimenti è detto infinito. Diamo di seguito
alcuni esempi di gruppo:
a) C2 = {e, x}, x ⋅ x = e (l’unico gruppo finito di ordine 2).
b) CN = {e, x, x2 , . . . , xN−1 }, xn ⋅ xm = xn+m , xN ≡ e (gruppo ciclico a N
elementi).
c) G3 = {e, a, a2 , σ1 , σ2 , σ3 } con legge di composizione:
a3 = e
a ⋅ σj = σj+1 , (σ4 ≡ σ1 )
i−j
σi ⋅ σ j = a

1
Il lettore matematicamente erudito perdonerà le semplificazioni adottate; in effetti
gli assiomi qui introdotti sono in parte sovrabbondanti, ma in questa forma possiamo
risparmiare un certo numero di teoremi preliminari.
2
Sempre per amore di semplicità ometteremo, ove non si generi ambiguità, la
dizione “per ogni a, b ∈ G” e simili.
475
B.1 Ausili matematici B.1

Si noti che questo è il primo esempio di gruppo non-commutativo, infatti, ad es.,


σ1 ⋅ σ2 ≠ σ2 ⋅ σ1 .
d) Il gruppo dei quaternioni : (1, −1, i, −i, j, −j, k, −k) con legge di composizione
i2 = j2 = k2 = ijk = −e.
e) Il gruppo delle permutazioni di n elementi Sn : una qualunque permutazione
si può identificare con la matrice
1 2 3 ... n
π ∈ Sn = ∥ ∥
π1 π2 π3 ... πn
(cioè sotto la permutazione 1 è sostituito dal numero π1 , 2 da π2 , etc.).
f) Il gruppo delle trasformazioni lineari inomogenee dello spazio R3 (rototrasla-
zioni) o gruppo euclideo E(3):
g = (Ω, a) ∈ G ∶ x ′ = Ωx + a
con Ω matrice ortogonale.
g) Il gruppo L delle trasformazioni di Lorentz nello spazio-tempo:
xµ → x′µ = Λµ
νx
ν

costituito dalle trasformazioni lineari dello spazio R4 che lasciano invariante la


“lunghezza” x2 = (x0 )2 − x2 .
h) Il gruppo P delle trasformazioni di Poincaré:
xµ → x′µ = Λµ ν
νx + a
µ

costituito dalle trasformazioni lineari dello spazio R4 che lasciano invariante


l’intervallo (x − y)2 = (x0 − y0 )2 − (x − y)2 tra due eventi qualunque (x, y).
Si dirà che G ′ è un sottogruppo di G se G ′ è un sottoinsieme di G e se il
prodotto di due elementi di G ′ è contenuto in G ′ . Ad esempio il gruppo delle
rotazioni O(3), definito dalle trasformazioni lineari di R3 che lasciano invariante
la lunghezza dei vettori (x ′ = Ωx), è un sottogruppo del gruppo euclideo. Il
gruppo di Lorentz L è sottogruppo del gruppo di Poincaré.
B.1.2. Rappresentazioni. Ad una data struttura di gruppo possono cor-
rispondere diverse realizzazioni in termini di trasformazioni geometriche o altro.
Ad esempio il gruppo delle permutazioni S3 si può caratterizzare in modo
astratto dalla legge di composizione (vedi il terzo esempio presentato in prece-
denza) oppure si può realizzare come le trasformazioni di simmetria di un trian-
golo equilatero (a = rotazione di 1200 , gli elementi σi rappresentano le riflessioni
attorno alle tre altezze). Si tratta dello stesso gruppo o se si preferisce di due
gruppi isomorfi. Il concetto di isomorfismo tra gruppi si definisce nel modo più
naturale: G e G ′ sono isomorfi se esiste una corrispondenza biunivoca τ ∶ G → G ′
tale che τ(a ⋅ b) = τ(a) ⋅ τ(b) (notare che a rigore dovremmo usare due notazioni
differenti per il prodotto in G e in G ′ ). Più in generale, se l’applicazione τ non
è biunivoca si parla di omomorfismo tra i due gruppi. Qualche esempio vale a
fissare le idee: si considerino le applicazioni:
a) τ ∶ G3 → C2 con τ(e) = τ(a) = τ(a2 ) = e, τ(σi ) = x
b) τ ∶ G3 → C3 con τ(e) = τ(σ1 ) = e, τ(a) = τ(σ2 ) = x, τ(a2 ) = τ(σ3 ) = x2 .
c) τ ∶ E(3) → O(3) con τ([Ω, a]) = Ω.

- 476 -
B.1 Elementi di teoria dei gruppi

Si noterà che l’immagine inversa dell’identità è sempre un sottogruppo.


Ciò che interessa nelle applicazioni fisiche non è tanto lo studio della strut-
tura astratta dei gruppi quanto la classificazione e la costruzione di tutte le
possibili realizzazioni di un gruppo in termini di trasformazioni nello spazio delle
osservabili fisiche. Ad esempio in meccanica classica si dovranno caratterizzare
le realizzazioni di un gruppo in termini di trasformazioni canoniche, mentre in
meccanica quantistica si realizza un gruppo in termini di trasformazioni unitarie
nello spazio di Hilbert. In linea di massima la teoria dei gruppi, cosı̀ intesa,
fornisce gli strumenti matematici adatti per estrarre tutte le possibili conseguen-
ze fisiche dalla presenza di una data simmetria. Illustriamo questo fatto con un
semplice esempio. Consideriamo una molecola di ammoniaca in cui i tre atomi di
idrogeno si dispongono in equilibrio sulla base di una piramide a base equilatera.
Le piccole oscillazioni della molecola siano descritte dagli spostamenti rispetto
alla posizione d’equilibrio dati da vettori V = (x1 , x2 , x3 , y). La simmetria della
molecola è descritta dal gruppo G3 . Una qualunque trasformazione di simmetria
si traduce in una trasformazione lineare su V. Dato che la simmetria agisce nel
piano degli atomi di idrogeno, possiamo semplificare la trattazione riducendoci
a vettori nel piano e ignorando l’atomo di azoto. Potremo allora rappresentare
ogni elemento di G3 con una matrice a sei dimensioni. Si ha ad esempio per
l’elemento a ∈ G3

⎛x1 ⎞ ⎛ 0 0 R2π/3 ⎞ ⎛x1 ⎞


⎜x2 ⎟ → ⎜R2π/3 0 0 ⎟ ⎜x2 ⎟
⎝x3 ⎠ ⎝ 0 R2π/3 ⎠ ⎝x3 ⎠

dove R2π/3 è la matrice 2 × 2 che rappresenta una rotazione di 1200 nel piano.
Analogamente la riflessione attorno all’altezza del triangolo cui appartiene il terzo
atomo sarà rappresentata da una matrice

⎛0 S3 0⎞
σ3 → ⎜S3 0 0⎟
⎝0 0 3⎠
con
⎛−1 0 0⎞
S1 = ⎜ 0 1 0⎟
⎝ 0 0 1⎠

Possiamo sinteticamente descrivere questa costruzione dicendo che esiste un omo-


morfismo dal gruppo G3 nel gruppo GL(6, R) delle matrici reali a sei dimensioni.
In generale si definisce rappresentazione lineare di un gruppo G un omomor-
fismo D ∶ G → B(X) in un gruppo di operatori lineari in uno spazio lineare X; se
n è la dimensione di X, la rappresentazione si dirà n−dimensionale.
Ovviamente ciò che viene espresso sinteticamente dal concetto di omomor-
fismo può essere presentato per esteso come segue: una rappresentazione li-
neare reale (complessa) del gruppo G è data da un’applicazione D ∶ G →
GL(N, R)(GL(N, C)) di G nel gruppo delle matrici reali (complesse) N × N che

- 477 -
B.1 Ausili matematici B.1

soddisfi le seguenti condizioni:

D(g)D(g ′ ) = D(g ⋅ g ′ )
D(e) = 1N
−1
D(g ) = D(g)−1

La rappresentazione è detta fedele se D(g) = D(g ′ ) implica g = g ′ ossia se D è


un isomorfismo.
Di particolare interesse per le applicazioni in meccanica quantistica sono le
rappresentazioni unitarie, per le quali l’omomorfismo D ha valori nel gruppo
U(N) delle matrici unitarie; in altri termini lo spazio in cui è realizzata la rappre-
sentazione è dotato di un prodotto scalare invariante rispetto all’azione di D(G).
Delle rappresentazioni unitarie esiste una caratterizzazione completa, almeno per
tutti i gruppi finiti e per una classe molto ampia di gruppi infiniti. Da un pun-
to di vista molto generale la teoria unifica concetti provenienti dall’analisi, dalla
geometria e dall’algebra (ad es. analisi di Fourier, la geometria degli spazi di Rie-
mann, la teoria delle algebre di Lie). La teoria delle rappresentazioni lineari dei
gruppi finiti, rilevanti per la trattazione di sistemi con simmetrie discrete, quali
le molecole complesse, è un capitolo molto ricco di risultati della matematica
moderna. Ci limitiamo ad accennare ad alcuni dei risultati più rilevanti, riman-
dando quindi per l’apprendimento della teoria al testo di [Wig59, Ham62].
Ogni rappresentazione unitaria si può decomporre in costituenti fondamentali
detti irriducibili. Una rappresentazione è detta irriducibile se non esistono sot-
tospazi invarianti sotto l’azione di G. In altri termini dato un qualunque vettore
∣v⟩ nello spazio in cui agisce la rappresentazione, l’unico vettore ortogonale a tut-
ti i vettori {D(g)∣0⟩, g ∈ G} risulta essere il vettore nullo. Due rappresentazioni
irriducibili D1 , D2 sono dette equivalenti se esiste una matrice unitaria U tale
che per ogni g ∈ G si abbia D1 (g)U = UD2 (g). Ogni gruppo finito ammette
soltanto un numero finito di rappresentazioni irriducibili, a meno di equivalenza.
Questo numero è individuato a partire dalla struttura astratta del gruppo in
base al concetto di classi di coniugazione: si dice che due elementi g, g ′ ∈ G sono
coniugati (g ∼ g ′ ) se esiste un terzo elemento h tale che g ⋅ h = h ⋅ g ′ . In base
a questa relazione di equivalenza il gruppo risulta suddiviso in classi. Citiamo
senza dimostrazione (vedi [Ham62]) il seguente teorema che costituisce la base
dell’applicazione della teoria delle rappresentazioni:
Teorema B.1.1 []Il numero di classi coincide con il numero di rappresentazioni
irriducibili inequivalenti.
Le proprietà basilari delle rappresentazioni irriducibili si riassumono nei
lemmi di Schur:
Lemma di Schur 1 []Date due rappresentazioni irriducibili D1 e D2 di G, e
un operatore lineare S tale che D1 S = SD2 si hanno solo due possibilità:
(i) D1 e D2 sono equivalenti ed S è invertibile, ovvero
(ii) S è l’operatore nullo.

- 478 -
B.1 Elementi di teoria dei gruppi

Lemma di Schur 2 []Se la rappresentazione D di G è irriducibile e l’operatore


X commuta con tutti gli operatori D(g) allora X è un multiplo dell’operatore
identità.
Date due rappresentazioni irriducibili inequivalenti D1 , D2 e un qualunque ope-
ratore X consideriamo l’operatore lineare
Y12 = ∑ D1 (g)XD2 (g−1 )
g∈G

Si verifica facilmente che per ogni g ′ ∈ G si trova


D1 (g ′ )Y12 = Y12 D2 (g ′ )
e perciò Y è nullo. Inoltre per una data rappresentazione D irriducibile l’analoga
costruzione
Y = ∑ D(g)XD(g−1 )
g∈G

porta a un operatore Y che commuta con ogni D(g ′ ) e perciò Y = λ1. Scegliamo
per X un operatore di proiezione ∣ψ1 ⟩ ⟨ψ2 ∣; otteniamo cosı̀:
−1
∑ Dµ (g) ∣ψ1 ⟩ ⟨ψ2 ∣ Dν (g ) = λ δµν .
g∈G

La costante λ si determina poi agevolmente considerando il caso µ = ν e pren-


dendo la traccia di ambo i membri:
Tr ∑ Dµ (g) ∣ψ1 ⟩ ⟨ψ2 ∣ Dµ (g−1 ) = Tr ∑ ∣ψ1 ⟩ ⟨ψ2 ∣ = dG ⟨ψ2 ∣ ψ1 ⟩ = λ dim(D)
g∈G g∈G

dove dG è l’ordine del gruppo e dim(D) è la dimensione della rappresenta-


zione. Abbiamo cosı̀ ricavato dai lemmi di Schur una proprietà fondamentale
^ di tutte le rappresentazioni unitarie irriducibili di G (relazioni
dell’insieme G
di ortogonalità):
−1 dG
(B.1) ∑ ⟨ψ1 ∣ Dµ (g) ∣ψ2 ⟩ ⟨ψ3 ∣ Dν (g ) ∣ψ4 ⟩ = δµν ⟨ψ1 ∣ψ4 ⟩⟨ψ3 ∣ψ2 ⟩ .
g∈G dim(Dµ )
Gli elementi di matrice delle rappresentazioni irriducibili riferite a basi orto-
normali formano pertanto un insieme di vettori ortogonali nello spazio L2 (G);
quest’ultimo è uno spazio lineare a dimensione dG e perciò il numero totale di
elementi di matrice non può superare dG . Un argomento abbastanza complesso
mostra che in realtà questo limite superiore è saturato e cioè
2
∑ dim(Dµ ) = dG
µ

Le relazioni di ortogonalità permettono di sviluppare l’analisi armonica sui


gruppi finiti in modo analogo a quella basata sulla trasformata di Fourier. In
effetti quest’ultima, nella sua forma “discreta”, altro non è che la analisi delle
rappresentazioni unitarie del gruppo ciclico CN . Se f(g) è una funzione definita
sul gruppo G, potremo scrivere
f(g) = ∑ ∑ fµ µ
ij Dij (g)
µ ij

- 479 -
B.1 Ausili matematici B.1

che ammetterà la relazione inversa


dim(Dµ )

ij =
µ
∑ f(g) Dij (g) .
dG g

Per il gruppo ciclico (vedi Pag. 475) tutte le rappresentazioni sono mono-dimen-
sionali e sono espresse da
Dk (x) = ωkN
essendo N l’ordine del gruppo e ω la radice primitiva dell’unità (exp{2πi/N}).
Osserviamo che per un gruppo abeliano tutte le rappresentazioni irriducibili
sono mono-dimensionali, come si deriva applicando il secondo lemma di Schur.
Per il gruppo del triangolo abbiamo tre classi di coniugazione (l’identità, le
rotazioni e le riflessioni) e quindi tre rappresentazioni irriducibili inequivalenti:
la rappresentazione banale D1 (g) = 1 (che esiste sempre per ogni gruppo), la
rappresentazione D2 che assegna 1 alle rotazioni e −1 alle riflessioni e la terza
D3 che è bi-dimensionale (deve infatti essere ∑µ n2µ = 6) e rappresenta l’azione
del gruppo del triangolo equilatero nel piano x-y. Si vedano [Ham62, BC72]
per la classificazione delle rappresentazioni dei gruppi finiti con applicazioni alla
fisica atomica e molecolare.

B.1.3. Gruppi continui, algebre di Lie. Per molte applicazioni fisiche


ha notevole interesse lo studio delle rappresentazioni dei gruppi continui, di cui
sono esempi il gruppo delle rotazioni, il gruppo euclideo, il gruppo di Lorentz,
i gruppi unitari SU(N). Per un gruppo continuo ogni elemento è individuato
da uno o più parametri reali α1 , . . . , αr tra loro indipendenti. Ad esempio per
il gruppo delle rotazioni (SO(3)) ogni elemento è individuato dalla direzione
dell’asse di rotazione e dall’angolo di rotazione, in tutto tre parametri reali.
Ovviamente esiste un’ampia libertà di scegliere altre parametrizzazioni (angoli
di Eulero, parametri di Klein, ecc.); il fatto essenziale è che gli elementi del
gruppo sono in corrispondenza biunivoca con i punti di una varietà e siamo
liberi di parametrizzare i punti della varietà con ogni insieme di coordinate che
sia conveniente. La dimensione della varietà si dice per estensione la dimensione
del gruppo. In termini di una data parametrizzazione la legge di gruppo sarà
espressa come segue
g(α) g(α ′ ) = g(α ′′ ), α ′′ = Φ(α, α ′ )
dove la funzione Φ dovrà soddisfare opportuni requisiti affinché siano rispettati
gli assiomi di gruppo. Anziché procedere in via astratta, consideriamo un gruppo
continuo G realizzato come gruppo di trasformazioni di uno spazio con coordinate
xµ (µ = 1, . . . , n)
g ∶ xµ → xµ′ = fµ (x; α) .
Fissiamo i parametri del gruppo in modo che l’identità corrisponda a α = (0, 0, . . . , 0).
Lo studio delle proprietà di G e delle sue rappresentazioni si può iniziare dal-
la considerazione degli elementi prossimi all’identità, che corrispondono cioè a
valori “piccoli” dei parametri e per quali si usa il termine “trasformazioni infi-
nitesimali”. Se si assume che le funzioni fµ siano analitiche e ci si limita al loro

- 480 -
B.1 Elementi di teoria dei gruppi

sviluppo di Taylor troncato agli ordini più bassi, si avrà3


∂fµ (x, 0)
xµ′ = xµ + αk + O(α2 ) .
∂αk
Per una qualunque funzione analitica di x che si trasformi come uno scalare sotto
il gruppo G si avrà
∂F ∂fµ (x, 0)
F(x) → F(x ′ ) = F(x) + αk + O(α2 )
∂xµ ∂αk
= F(x) + αk Xk (F) + O(α2 )
Gli operatori differenziali
∂fµ (x, 0) ∂
Xk =
∂αk ∂xµ
si dicono costituire una base per l’algebra di Lie del gruppo4 . La struttura di
algebra di Lie è caratterizzata dalle seguenti proprietà:
a) l’algebra è uno spazio lineare;
b) per ogni coppia di elementi (X, Y) è definito il commutatore [X, Y] che appar-
tiene all’algebra;
c) è soddisfatta l’identità (di Jacobi)
[X, [Y, Z]] + [Y, [Z, X]] + [Z, [X, Y]] = 0
Data una base {Xk ∣k = 1 . . . r} è sufficiente verificare che il commutatore di una
qualunque coppia di operatori della base è esprimibile come combinazione lineare
degli stessi:
(B.2) [Xk , Xh ] ≡ Xk Xh − Xh Xk = cjkh Xj
con opportune costanti cjkh che vengono chiamate costanti di struttura dell’al-
gebra. Questa proprietà si può verificare a partire dalla struttura di gruppo
riconoscendo che una trasformazione infinitesimale corrispondente a una scelta
dei parametri tutti nulli tranne αk = ε si può rappresentare nel modo seguente:
F(x) → F(x ′ ) = exp{εXk }F(x)
e dunque l’applicazione successiva di due distinte trasformazioni con parametri
infinitesimali αk = ε e αh = ε sarà equivalente, per la formula di Baker-Hausdorff
(vedi il §B.1.8) all’espressione
F(x ′′ ) = exp{εXh } exp{εXk }F(x)
= exp{ε(Xh + Xk ) + 12 ε2 [Xh , Xk ] + O(ε3 )}F(x)
Ma la composizione di due elementi del gruppo prossimi all’identità deve dare un
altro elemento prossimo all’identità, per cui il commutatore [Xh , Xk ] deve essere
esprimibile come combinazione lineare degli operatori Xk .
3
Per semplicità di notazione si intenderà applicata la convenzione di Einstein
secondo cui bisogna sommare sugli indici ripetuti.
4
Sophus Lie è il matematico che ha posto i fondamenti della teoria dei gruppi
continui.

- 481 -
B.1 Ausili matematici B.1

Vediamo un esempio che è trattato più diffusamente nel testo (vedi il §8.2). Il
gruppo delle rotazioni nello spazio R3 è isomorfo al gruppo SO(3) delle matrici
ortogonali con determinante uno, ossia ogni rotazione è rappresentabile nella
forma
xµ = Rµν xν
t t
con RR = 1 (R è la trasposta di R). Una trasformazione infinitesimale corri-
sponde perciò a una matrice del tipo R = 1 + εX e la condizione di ortogonalità,
trascurando termini di ordine ε2 , ci dà X + Xt = 0, ossia X è antisimmetrica. Ogni
matrice antisimmetrica è esprimibile come combinazione lineare delle tre matrici

⎛0 0 0⎞ ⎛ 0 0 1⎞ ⎛ 0 1 0⎞
X 1 = ⎜0 0 1⎟ , X2 = ⎜ 0 0 0⎟ , X3 = ⎜−1 0 0⎟ .
⎝0 −1 0⎠ ⎝−1 0 0⎠ ⎝ 0 0 0⎠

Per calcolo diretto si verifica facilmente che valgono le relazioni


[X1 , X2 ] = X3 , [X2 , X3 ] = X1 , [X3 , X1 ] = X2
che si esprimono sinteticamente con [Xi , Xj ] = εijk Xk . Le costanti di struttura
del gruppo delle rotazioni sono pertanto esprimibili in termini del simbolo di
Ricci εijk .
Può risultare utile adottare un’altra parametrizzazione per le rotazioni, che
ora descriviamo. Sia n il versore che individua l’asse di rotazione e sia α l’angolo
di rotazione, con la convenzione che un angolo positivo corrisponde ad una rota-
zione antioraria nel piano ortogonale a n. La rotazione si può allora esprimere
in termini della componente x∥ parallela a n e della componente ortogonale x⊥ ,
date ovviamente da x∥ = (n⋅x)n, x⊥ = x−x∥ . Nel piano ortogonale a n una base è
data da x⊥ e da n ∧ x, tranne che nel caso di vettori paralleli all’asse di rotazione,
che però sono per definizione invarianti sotto la rotazione. Si avrà allora sotto
una rotazione
x∥′ = x∥
x⊥′ = cos α x⊥ + sin α n ∧ x
da cui segue
x ′ = x∥ + cos α x⊥ + sin α n ∧ x
= (n ⋅ x)n + (x − (n ⋅ x)n) cos α + n ∧ x sin α
(B.3) .
= x cos α + n ∧ x sin α + (1 − cos α)(n ⋅ x)n
≡ R(n, α) x
Per una trasformazione infinitesimale si ha perciò
x ′ = x + αn ∧ x + O(α2 )
e per l’azione su una generica funzione analitica F(x) troviamo
F(x ′ ) = F(x) + αn ∧ x ⋅ ∇F(x)

- 482 -
B.1 Elementi di teoria dei gruppi

ossia gli operatori dell’algebra di Lie sono dati dalle componenti del vettore
X = n ∧ ∇, ossia
∂ ∂ ∂ ∂ ∂ ∂
X1 = x2 − x3 , X2 = x3 − x1 , X3 = x1 − x2
∂x3 ∂x2 ∂x1 ∂x3 ∂x2 ∂x1
che soddisfano le medesime relazioni di commutazione trovate in precedenza.
problema B.1-6 []Determinare l’algebra di Lie del gruppo euclideo nel piano,
realizzato dalle trasformazioni

x cos α sin α x a
( ) =( ) ( ) + ( 1)
y − sin α cos α y a2
problema B.1-7 []Determinare l’algebra di Lie del gruppo di Poincaré nel
piano, realizzato dalle trasformazioni

x cosh τ sinh τ x a
( ) =( ) ( ) + ( 1)
t − sinh τ cosh τ t a2

B.1.4. Gruppo delle rotazioni e gruppo SU(2). Esiste una parame-


trizzazione del gruppo delle rotazioni che ha particolare rilevanza in meccanica
quantistica (vedi il cap. 8). Si tratta di un omomorfismo di SO(3) nel gruppo
SU(2) delle matrici unitarie 2 × 2 a determinante uno che permette di indivi-
duare una rotazione in termini di due parametri complessi 5 . L’omomorfismo si
costruisce nel modo seguente. Si consideri la matrice
z x − iy
Z =( )
x + iy −z
che associa ad ogni vettore (x, y, z) una matrice hermitiana a traccia nulla. La
trasformazione
Z → Z ′ = uZu†
con u u† = 1 costituisce una trasformazione di similitudine che perciò lascia inva-
riata la traccia e il determinante di Z. La matrice hermitiana Z ′ deve pertanto
essere della stessa forma di Z corrispondentemente ad un altro vettore (x ′ , y ′ , z ′ )
avente la stessa lunghezza di (x, y, z). Dato che la relazione (x, y, z) → (x ′ , y ′ , z ′ )
è lineare si tratta di una rotazione. Se introduciamo le tre matrici di Pauli
0 1 0 −i 1 0
(B.4) σ1 = ( ) , σ2 = ( ) , σ3 = ( )
1 0 i 0 0 −1
potremo esprimere la relazione tra Z e Z ′ nel modo seguente
Z ′ = σ ⋅ x ′ = u σ ⋅ x u†
ovvero, indicando con xµ′ = Rµν xν la rotazione, si può esprimere la matrice
ortogonale R in termini di U, il che fornisce esplicitamente l’omomorfismo:
Rµν = 21 Tr σµ uσν u† .

5
Più propriamente di un quaternione di modulo uno.

- 483 -
B.1 Ausili matematici B.1

Per costruzione u e ueiφ corrispondono alla stessa rotazione, perciò possiamo


imporre la condizione det(u) = 1. Il gruppo di matrici cosı̀ individuato è denomi-
nato SU(2). L’omomorfismo SU(2) → O(3) è tale che ad ogni R corrispondono
due matrici u e −u. In particolare per il sottogruppo delle rotazioni intorno
all’asse z si ha
RRRcos φ − sin φ 0RRR
eiφ/2 0 R R
u=∣ ∣ Ð→ R = RRRRR sin φ cos φ 0RRRRR .
0 e−iφ/2 RRR 0
R 0 1RRRR
In generale alla matrice R(n, φ) definita nell’Eq. (B.3), che descrive una rotazio-
ne di un angolo φ intorno al generico asse di direzione n , corrisponde la matrice
unitaria
(B.5) u = cos( 21 φ) − i sin( 21 φ)n ⋅ σ .
Si noti che mentre φ varia tra 0 e 2π il vettore in R3 compie un giro completo,
mentre la matrice di SU(2) varia tra l’unità e
−1 0
( ).
0 −1
Dopo un secondo giro completo anche la matrice di SU(2) torna all’identità.
Non si conoscono grandezze fisiche in meccanica classica che si trasformino di-
rettamente in termini di u. Come illustrato nel §8.2.2, in meccanica quantistica
si è invece portati a considerare anche oggetti che sotto rotazioni si trasformano
come
ψ → ψ ′ = uψ .
Tali oggetti sono denominati spinori.
problema B.1-8 []Dimostrare l’isomorfismo del gruppo costituito da (±1l, ±iσ1 ,
±iσ2 , ±iσ3 ) con il gruppo dei quaternioni. Ciò implica che esiste una corri-
spondenza che associa ad ogni quaternione una rotazione spaziale (Hamilton
1863).

B.1.5. Rappresentazioni lineari. La teoria delle rappresentazioni li-


neari di gruppi continui si è sviluppata anche sotto lo stimolo delle applicazioni
fisiche ed ha raggiunto ormai uno stadio semi-definitivo. Non possiamo in questa
sede neppure dare un’introduzione elementare all’argomento, per cui rimandiamo
ai testi già citati [Ham62, Wig59, BC72, Žel73, Kir74, Vil69]. Ci limitiamo
a fornire un esempio abbastanza strutturato da essere rappresentativo del proble-
ma generale. Si consideri il gruppo SU(2); un elemento generico sia individuato
da
α β
u=( )
−β̄ ᾱ
con det(u) = ∣α∣2 + ∣β∣2 = 1. Siano z1 , z2 due variabili complesse; il gruppo agisce
naturalmente sulla coppia (z1 , z2 ) e cioè
z αz + βz2
u ( 1) = ( 1 ).
z2 −β̄z1 + ᾱz2

- 484 -
B.1 Elementi di teoria dei gruppi

L’insieme dei polinomi P (N) omogenei di grado N costituisce uno spazio lineare
complesso su cui il gruppo SU(2) può essere fatto agire nel modo più semplice

p ∈ P, D(N) (u) p(z1 , z2 ) ∶= p(u−1 (z1 , z2 )) = p(ᾱz1 − βz2 , β̄z1 + αz2 ) .

È chiaro che l’azione di D(N) (u) trasforma un polinomio omogeneo in un al-


tro polinomio omogeneo dello stesso grado e questa azione è lineare. Abbiamo
dunque ottenuto una rappresentazione lineare (N+1)-dimensionale di SU(2) in
corrispondenza ad ogni intero N. Se siamo in grado di determinare un prodotto
scalare in P che sia invariante sotto l’azione di D(u) avremo costruito una se-
rie di rappresentazioni unitarie di SU(2), che risultano inoltre irriducibili. Per
costruire il prodotto scalare possiamo osservare che un polinomio omogeneo di
grado N si può sempre scrivere come

p(z1 , z2 ) = zN N
2 p(z1 /z2 , 1) ≡ z2 P(z) .

L’azione di SU(2) può allora essere riferita ai polinomi P(z) della singola variabile
complessa z nel modo ovvio:

ᾱz − β
(B.6) (D(N) (u) P)(z) = (β̄z + α)N P ( ).
β̄z + α

Si verifica facilmente che il prodotto scalare


dz dz̄
⟨P1 ∣P2 ⟩ = N ∫ P1 (z) P2 (z)
(1 + ∣z∣2 )N+2

risulta invariante sotto l’azione di SU(2) e perciò la rappresentzione D(N) è


unitaria.
problema B.1-9 []Determinare la rappresentazione degli operatori dell’algebra
di Lie di SU(2) a partire dall’Eq. (B.6).
soluzione []Una base dell’algebra di Lie di SU(2) si ottiene in corrispondenza
a ui = 1 + εσi ; sviluppando l’Eq. (B.6) al primo ordine in ε si ottiene:
z−ε
(D(N)
u1 P)(z) = (1 + εz)N P ( )
1 + εz
= P(z) + ε (Nz P(z) − (1 + z2 ) P ′ (z)) + O(ε2 )

da cui
d
X1 → 21 Nz − 12 (1 + z2 )
dz
e analogamente si trova
d
X2 → i 21 Nz + i 12 (1 − z2 )
dz
d
X3 → iN − iz
dz

- 485 -
B.1 Ausili matematici B.1

B.1.6. Analisi armonica su gruppi continui. L’analisi armonica sui


gruppi finiti illustrata nel §B.1.2 si può estendere ai gruppi continui (e compatti).
Il primo passo è costituito dalla introduzione di una misura di integrazione dµ(g)
sulla varietà dei parametri del gruppo che sia invariante rispetto alla moltiplica-
zione del gruppo stesso (per i gruppi finiti questa proprietà consiste nell’attribuire
lo stesso peso a ciascun elemento del gruppo, come nell’Eq. (B.1)). In termini di
questa integrazione invariante è possibile stabilire una relazione di ortogonalità
della forma
(λ) (ν) −1
∫ dµ(g) ⟨ψ1 ∣D (g)∣ψ2 ⟩⟨ψ3 ∣D (g )∣ψ4 ⟩
(B.7) VG
= δλν ⟨ψ1 ∣ψ4 ⟩⟨ψ3 ∣ψ2 ⟩
dim(D(λ) )
dove λ, ν sono indici generalizzati che individuano le varie rappresentazioni uni-
tarie irriducibili e VG è il volume del gruppo. Si vedano [Ham62, Wig59,
Vil69, Žel73] per una trattazione completa.
B.1.7. Integrazione invariante su SU(2). Qui ci limiteremo a costrui-
re esplicitamente, anche se in modo euristico, la misura invariante per SU(2).
Consideriamo dunque un generico elemento di SU(2) nella parametrizzazione già
adottata al §B.1.4:
α α
(B.8) u = cos − i sin n ⋅ σ = exp(−iλ ⋅ σ/2) .
2 2
Osserviamo che α = ∣λ∣ rappresenta l’angolo di rotazione attorno all’asse n = λ/∣λ∣
e che, trattandosi di SU(2), α varia da 0 a 2π se n varia sull’intera sfera S2 . I
parametri λ1 , λ2 , λ3 corrispondono a spostamenti che sono intuitivamente ortogo-
nali (rotazioni attorno ai tre assi coordinati). Inoltre, poiché rotazioni dello stesso
angolo attorno a due assi diversi sono tra loro coniugate, tali spostamenti devono
essere “pesati” nello stesso modo da una integrazione invariante. Matematica-
mente quanto appena detto si concretizza introducendo un prodotto scalare tra
gli elementi dell’algebra di Lie:
i i
(X, Y) = −2Tr XY , X = − Xµ σµ , Y = − Yµ σµ
2 2
che è invariante sotto trasformazioni aggiunte
(X, Y) = (u−1 Xu, u−1 u−1 Xu)
e rispetto al quale i generatori delle rotazioni attorno agli assi coordinati sono
ortonormali
(B.9) (− 2i σµ , − 2i σν ) = δµν .
In base a questa proprietà le variabili λ1 , λ2 , λ3 vengono denominate coordinate
normali . La relazione (B.9) definisce evidentemente la metrica euclidea ds2 =
dλµ dλµ nell’intorno dell’identità, cioè per matrici della forma 1 − iλ ⋅ σ/2 con
∣λ∣ infinitesimo. Nell’intorno del generico punto u, descritto dalle matrici della
forma u ⋅ (1 − iλ ′ ⋅ σ/2), la metrica invariante varrà ancora ds2 = dλµ′ dλµ′ , per
via della omogeneità del gruppo. Il problema è di determinare la relazione tra
le coordinate normali λµ′ attorno a u e quelle attorno all’identità, nelle quali

- 486 -
B.1 Elementi di teoria dei gruppi

u = exp(−iλ⋅σ/2). In altre parole dobbiamo riportare la matrice infinitesima du,


che descrive l’intorno di u, nell’algebra di Lie che descrive l’intorno dell’identità.
Dato che u−1 u = 1, l’oggetto che cerchiamo è la matrice u−1 du, esprimibile in
base all’Eq. B.5 in termini dei parametri (α, n). Si trova cosı̀

ωµ (λ) = ( 2i σµ , u−1 du)


∂u(λ)
= −Tr [σµ u(−λ) ] dλν
∂λν
e perciò
α α α
ω = n dα + 2 sin [cos dn − sin n ∧ dn] .
2 2 2
Tenendo conto del fatto che n ⋅ dn = 0, si calcola facilmente la metrica

ds2 = ωµ ωµ = (iu−1 du, iu−1 du)


(B.10) α
= dα2 + 4 sin2 dn ⋅ dn ,
2
dove dn ⋅ dn è la metrica SO(3)−invariante della sfera S2 ; ad esempio:

dn ⋅ dn = dϑ2 + sin2 ϑdφ2

nella parametrizzazione n = (sin ϑ cos φ, sin ϑ sin φ, cos ϑ) in termini egli angoli
sferici.
Possiamo ora verificare che la metrica dell’Eq. (B.10) si riduce effettivamente
a quella euclidea ds2 = dλµ dλµ nell’intorno dell’identità (α → 0) ed che è bi-
invariante, cioè invariante per moltiplicazioni di u sia a sinistra, u → au, che a
destra, u → ub, per arbitrari, ma fissati a, b ∈ SU(2). L’invarianza a sinistra
segue da
(au)−1 d(au) = u−1 a−1 a du = u−1 du
mentre quella a destra segue da

(ua)−1 d(au) = a−1 (u−1 du)a


= −iωµ a−1 σµ a = −iωµ Rµν (a) σν

e dal fatto che le matrici R ∈ SO(3) della rappresentazione aggiunta lasciano


invariato il tensore δµν .
Il risultato dell’Eq. (B.10) ci permette ora di scrivere la misura bi-invariante
su SU(2), vale a dire
α
dµ(u) = 4 sin2 sin ϑ dα dϑ dφ ,
2
valida nella parametrizzazione u = exp{−iαn(ϑ, φ) ⋅ σ/2}. In particolare, possia-
mo calcolare il volume di SU(2):
2
∫ dµ(u) = 8π .

- 487 -
B.1 Ausili matematici B.1

B.1.8. Formula di Baker-Hausdorff. L’applicazione esponenziale exp ∶


U ∈ g → G associa ad ogni elemento dell’algebra di Lie g appartenente ad un
opportuno intorno dell’elemento nullo un elemento del gruppo di Lie G. Per
le rappresentazioni lineari l’applicazione si può definire attraverso lo sviluppo di
Taylor caratterizzato dagli stessi coefficienti della funzione esponenziale in campo
complesso. Le proprietà dell’applicazione
U = exp{X}
nel caso delle algebre di Lie non commutative si discostano da quelle con cui
siamo familiari dall’analisi matematica. Discuteremo tre formule di analisi non
commutativa che sono di uso abbastanza comune. La proprietà exp(x + y) =
exp(x) exp(y) viene trasformata nella seguente, detta formula di Baker-Hausdorff:
[Rot92, NS79]
(B.11) exp(x) exp(y) = exp(x + y + c(x, y))
dove il termine c(x, y) è esprimibile ricorsivamente secondo lo schema:

c(x, y) = ∑ cn (x, y)
n=2
(n + 1) cn+1 (x, y) = 21 [x − y, cn (x, y)]+
B2p
∑ ∑ [cm1 , [cm2 , . . . [cm2p , c1 ] . . .]]
1 (2p)! m1 +...+m2p =n
1≤p≤ n
2
c1 (x, y) ≡ x + y
La seconda sommatoria si estende a tutte le partizioni di p in un numero pari di
interi; ciò comporta che il numero di termini coinvolti in cn cresce molto rapida-
mente con l’ordine che si intende raggiungere. Nella pratica è talora sufficiente
limitarsi ai primi termini che sono dati esplicitamente da
exp(x) exp(y) ∼ exp {x + y + 12 [x, y]+
1 1
12
[x, [x, y]] + 12 [y, [y, x]]+ .
1
− 24 [x, [y, [x, y]]] + . . .}
In particolare nel caso di operatori canonici per i quali il commutatore è multiplo
dell’identità la serie di Baker-Hausdorff si tronca esattamente al primo termine:
[a, a† ] = 1 → exp(αa) exp(βa† ) = exp (αa + βa† + 21 αβ) .
Per ulteriori sviluppi su questo tema si vedano [Mag54, WM62, NT87].
Esiste una particolare forma dello sviluppo di Baker-Hausdorff che si può
prestare a qualche applicazione:
Teorema B.1.2 []Sia g un’algebra di Lie. Per λ e µ in un intorno dello zero si
ha
1
log(eλ eµ ) = λ + ∫ Ψ (eAd(λ) et Ad(µ) ) µ dt
0
dove Ψ(z) ≡ (z log(z))/(z − 1) è definita dalla sua determinazione principale
intorno a z = 1 e il simbolo Ad è definito dal commutatore: Ad(λ) µ ≡ [λ, µ].

- 488 -
B.2 Metodi asintotici

Si veda [HS64] per la dimostrazione. Un’altra formula che assume impor-


tanza fondamentale nella formulazione alla Feynman della meccanica quantistica
è quella di Lie-Trotter:
n
exp(x + y) = lim (exp(x/n) exp(y/n)) .
n→∞
Questa formula è conveniente nel caso si sia in grado di esprimere in forma chiusa
separatamente exp(x) e exp(y) ma non exp(x + y). Il procedimento di limite va
inteso in una opportuna norma. Per gli aspetti di analisi funzionale connessi a
questa formula si veda [RS78b, Ono09].
Altre formule di analisi non-commutativa di uso frequente sono:
a) Formula di coniugazione (azione “aggiunta” del gruppo sull’algebra di Lie):

(B.12) exp(x) y exp(−x) = ∑ An (x, y)
n=0
dove i termini dello sviluppo soddisfano la relazione di ricorrenza
(n + 1)An+1 (x, y) = [x, An (x, y)]
con A0 (x, y) = y. È immediato ottenere i primi termini nella forma
exp(x)y exp(−x) = y + [x, y] + 12 [x, [x, y]] + . . . .
b) Formula di differenziazione dell’esponenziale
d 1
exp(X + tY)∣t=0 = ∫ ds exp((1 − s)X)Y exp(sX) .
dt 0
c) Rappresentazione di interazione (che trova applicazione in teoria delle pertur-
bazioni)
1
exp(X + λY) = exp(X) T exp {λ ∫ dse−sX YesX } .
0
Quest’ultima formula coinvolge il simbolo di esponenziale cronologicamente or-
dinato definito nel §10.1.4.

B.2. Metodi asintotici


Una serie di potenze divergente per ogni valore della variabile complessa z
(B.1) a0 + a1 z−1 + a2 z−2 + ⋯ + an z−n + ⋯
può, sotto opportune condizioni, costituire un utile strumento di approssimazio-
ne. Si dice (vedi [WW69]) che la funzione analitica f(z) è rappresentata dalla
serie asintotica (B.1) nel settore (ϑ1 < arg z < ϑ2 ) se per ogni intero N si ha
N
(B.2) lim ∣f(z) − ∑ an z−n ∣ ∣zN+1 ∣ = aN+1 .
∣z∣→∞ n=0
ϑ1 <arg z<ϑ2

In questa circostanza si adotta la notazione f(z) ∼ ∑ an z−n . Si ha dunque che


−n
f(z) = ∑N
n=0 an z + RN (z), ma a differenza del caso di una serie convergente (di
Laurent) in cui RN → 0 per N → ∞, si ha invece una convergenza per ∣z∣ → ∞
a N fissato. Un esempio elementare (dovuto ad Eulero) nel campo reale è il
seguente: sia f(z) definita attraverso una rappresentazione integrale (come è il

- 489 -
B.2 Ausili matematici B.2

caso quando si tratta della soluzione di un’equazione differenziale con il metodo


di Laplace)
dt x−t ∞
f(x) = ∫ e
t x
1 ∞ dt
(integrando per parti) = − ∫ ex−t
x x t2
1 1 ∞ dt
= − 2 + 2∫ ex−t
x x x t3
1 1 2 ∞ dt
= − 2 + 3 − 6∫ ex−t
x x x x t4
N
(−)n n!
= ∑ n+1 + RN+1 (x) .
n=0 x

Si vede che la serie ∑(−)n n!/xn diverge per ogni valore di x, e però tenendo N
fisso il resto tende a zero per grandi valori di x:
∞ dt x−t
∣RN (x)∣ ≡ N! ∫ e
x tn+1
N! ∞ N!
< ∫ dt ex−t ≡ N+1 .
xN+1 x x
Notiamo che in questo esempio esiste un N ottimale a cui conviene arrestare
la somma per minimizzare il resto ad √ un dato valore di x. Dalla formula di
Stirling si ottiene infatti RN ≤ NN e−N 2πN/xN+1 e la derivata logaritmica fatta
rispetto al parametro N considerato come un numero reale ci dà per il minimo
di RN l’espressione
∂ log RN 1
= 0 Ô⇒ − log x + log N + =0
∂N 2N
da cui si conclude che
√ conviene troncare la serie a N = Ñ ∼ x e a questo valore il
resto vale RÑ ∼ e−x 2π/x. Esiste pertanto un limite finito, dipendente da x, alla
precisione con cui una serie asintotica può approssimare una funzione assegnata.
Un secondo inconveniente delle serie asintotiche è che non esiste, in generale,
un criterio di unicità: da f1 (z) ∼ ∑ an z−n e f2 (z) ∼ ∑ an z−n possiamo solo
dedurre che f1 −f2 decresce più velocemente di ogni potenza ma non certo f1 ≡ f2
come discenderebbe invece da uno sviluppo in serie convergente; è ovvio infatti
che ad esempio f(z) e f(z) + exp(−z) hanno lo stesso sviluppo asintotico per
Re z > 0.
Un concetto più restrittivo di serie asintotica è il seguente:
Definizione B.2.1 []Si dice che f(z) è approssimata asintoticamente in senso
forte dalla serie ∑ an z−n se vale per ogni N una disuguaglianza
N 1
∣f(z) − ∑ an z−n ∣∣ arg z∣< 2 π + δ ≤ CΓ N+1 (N + 1)!∣z∣−N−1
∣z∣>ρ
n=0

per qualche scelta di costanti positive C, Γ, δ, ρ.

- 490 -
B.2 Metodi asintotici

L’interesse per questa definizione più restrittiva consiste nel fatto che vale il
principio di unicità: l’unica funzione fortemente asintotica alla serie nulla (an ≡
0) è la funzione nulla (si veda [RS78a]).
Da un punto di vista pratico è importante avere a disposizione vari metodi
per ottenere sviluppi asintotici. Si troveranno utili suggerimenti su [Erd56,
Din73, Evg61]. Ci limiteremo qui ad alcuni metodi elementari, il metodo di
Laplace e quello della fase stazionaria, casi speciali del cosiddetto metodo del
punto sella ([BRS93], § 3.7).

B.2.1. Il metodo di Laplace. Il metodo di Laplace si applica a funzioni


rappresentate da integrali della forma
b
f(x) = ∫ exh(t) G(t) dt
a

dove h e G sono funzioni continue e differenziabili. Per semplicità assumiamo


addirittura che h e G siano analitiche in tutto un intorno dell’intervallo (a, b).
Se h(t) è monotona crescente (o decrescente) in (a, b) con ∣h ′ (t)∣ > c > 0, è
sufficiente porre h(t) = τ per ottenere
h(b) dt(τ)
f(x) = ∫ exτ G(h−1 (τ)) dτ
h(a) dτ
τ2 ∞
=∫ exτ ∑ an τn dτ
τ1 0
1 1 τ2
= exτ ∑ an τn ∣ττ21 − ∫ exτ ∑ nan τn dτ
x x τ1
e pertanto, integrando successivamente per parti, si ottiene lo sviluppo completo;
nel caso di intervallo infinito si utilizza il
Teorema di Watson []Sia f(z) analitica regolare, ad eccezione di un eventuale
taglio con punto di diramazione in z = 0, in tutto il cerchio ∣z∣ < a + δ e valga lo
sviluppo convergente

f(z) = ∑ am zm/r−1 , ∣z∣ < a
m=1
con r positivo. Si assuma inoltre che per x reale positivo e x > a valga la
maggiorazione
∣f(x)∣ < Kebx
con K e b positivi. Allora vale lo sviluppo asintotico
∞ ∞
(B.3) F(z) = ∫ f(x)e−zx dx ∼ ∑ am Γ (m/r)z−m/r .
0 1

Per la dimostrazione si veda [Cop35], § 9.52.


Il caso più interessante di applicazione del metodo di Laplace è invece quello in
cui h(t) raggiunge un massimo all’interno di (a . . . b) con h ′ (t) = 0, h ′′ (t0 ) < 0 .
In questo caso si pone
h(t) = h(t0 ) + 21 h ′′ (t0 )τ2

- 491 -
B.2 Ausili matematici B.2

relazione che deve essere invertita per ottenere t = ψ(τ) = τ + O(τ2 ). L’integrale
diventa
τ2 1 ′′
eh(t0 )x + 2 h (t0 )xτ G(ψ(τ)) ψ ′ (τ) dt
2
f(x) = ∫
τ1
dove
√ √
τ1 = − [h(a) − h(t0 )]/ 12 h ′′ (t0 ), τ2 = + [h(b) − h(t0 )]/ 12 h ′′ (t0 ) .
Per x → ∞ la gaussiana exp( 12 h ′′ (t0 ) x τ2 ) è concentrata intorno a zero e l’in-
tegrale si può estendere a tutto l’asse reale compiendo un errore più piccolo di
qualunque potenza negativa di x. Posto ∣h ′′ (t0 )∣ ≡ σ−1 si trova cosı̀ :
+∞ 1
e− 2 xτ /σ
2
f(x) ∼ ∫ G(ψ(τ)) ψ ′ (t) dt eh(t0 )x
−∞

xh(t0 ) 2πσ
=e G(t0 ) (1 + O (x−1 )) .
x
Se si dispone dello sviluppo in serie per la funzione G(ψ(τ))ψ ′ (τ) = ∑∞ n
0 an τ ,
si potrà derivare lo sviluppo completo

xh(τ0 ) 2πσ (2n)! n n
f(x) ∼ e ∑ a2n n σ /x
x 2 n!
avendo applicato la formula di integrazione gaussiana (B.1). Un esempio in
cui questo schema funziona in modo semplice è fornito dalla funzione di Bessel:
π
I0 (x) = ∫−π ex cos ϑ dϑ. Si ha in questo caso h = cos ϑ e G ≡ 1. Il massimo di h è
in ϑ = 0, σ = 1 e pertanto
ϑ
cos ϑ = 1 − 12 τ2 Ô⇒ τ = 2 sin
2
∞ k
τ
−1 dϑ 1 −1 τ2
ϑ = 2 sin Ô⇒ =√ = ∑ ( 2 ) (− )
2 dτ 1 − τ2 /4 0 k 4
√ √
2π ∞ (2k)!(−)k − 21 −k 2π 1
I0 (x) ≃ ex ∑ k
( )x = ex (1 + + ...) .
x 0 8 k! k x 8x
B.2.2. La formula di Stirling. Si vuole determinare lo sviluppo asintotico
della funzione Γ di Eulero (vedi il §B.2.7).

(B.4) Γ (x) = ∫ e−t tx−1 dt, (Γ (n + 1) = n!) .
0
Con un occhio alla soluzione, consideriamo il rapporto
Γ (x) ∞ x +∞
−t t dt
ex(τ−e ) dτ
τ

x
= ∫ e ( ) =∫
x 0 x t −∞
avendo posto t = xeτ . Segue
h(τ) = τ − eτ Ô⇒ h ′ (0) = 0, h ′′ (0) = −1
τ − eτ = −1 − 12 ξ2
Γ (x) 1 dτ
≈ e−x ∫ e− 2 xξ ( ) dξ .
2

x x dξ

- 492 -
B.2 Metodi asintotici

La funzione ξ(τ) si può invertire con il metodo di Burmann-Lagrange (vedi


Probl. B.2-10); si può tuttavia procedere con un altro metodo di più generale
applicabilità. Dato che τ = ξ + O(ξ2 ) in prima approssimazione otteniamo
immediatamente

x −x
1
− xξ2 x −x 2π
Γ (x) ∼ x e ∫ e 2 dξ = x e
x
n −n

che equivale a n! ∼ n e 2πn. Per ottenere lo sviluppo completo si sviluppa
in serie exp(τ) e si ottiene
Γ (x) +∞ 1 1 1
ex x
=∫ dτ exp {− xτ2 − xτ3 − ⋅ ⋅ ⋅ − xτn − . . . } .
x −∞ 2! 3! n!

Sia τ = ξ/ x ,allora

Γ (x) x 2π +∞ dξ − 1 ξ2 ξ3 ξn
x
e = ∫ √ e 2 exp {(− √ − ⋅ ⋅ ⋅ − n/2−1
}.
x x −∞ 2π 3! x n!x − ...)
Si sviluppano a questo punto tutti gli esponenziali e si ottiene:

x Γ (x)ex dξ −ξ2 /2 ∞ ∞ −ξn+2
= ∫ √ e ∏ ∑ ( )mn /mn ! =
2π xx 2π n=1 mn =0 (n + 2)!x n/2

⟨ξ∑(n+2)mn ⟩(−)∑ mn
x− ∑( 2 )mn
n
= ∑ ∞
m1 ,m2 ,... ∏3 mn !((n + 2)!)mn
dove ⟨ . . . ⟩ indica la media sulla distribuzione normale (vedi (B.2)), per cui segue
√ ∞
x Γ (x)ex
x
∼ ∑ x−N
2π x N=0
∑ mn [2(N +
m1 ,m2 ,... (−1) ∑ mn )]!
∑n>0 n mn =2N N+∑ mn ∞ .
2 (N + ∑ n ∏n=1 mn ! (n + 2)!mn
m )!
Per ogni N fissato contribuiscono i valori di m1 , . . . , mn , ... che costituiscono una
partizione di 2N. Ad esempio le partizioni di 4 sono date da:
1 + 1 + 1 + 1 (14 ) ←→ m1 = 4
2+1+1 (12 , 2) ←→ m1 = 2, m2 = 1
2+2 (22 ) ←→ m2 = 2
3+1 (1, 3) ←→ m1 = m3 = 1
4 (4) ←→ m4 = 1
Questa è la notazione standard per le partizioni e ad essa viene associato un
grafico, detto diagramma di Young, che rappresenta la partizione in modo
grafico con una matrice di celle, ogni riga contenente un numero pari ad un
intero della decomposizione, ad esempio:
4
3
12 31 41 ⇐⇒ Ô⇒
1
1

- 493 -
B.2 Ausili matematici B.2

All’ordine 1/x contribuiscono le partizioni di N = 2


5
Ð→ (12 ) Ð→ m1 = 2 ⇒
24
1
Ð→ (2) Ð→ m2 = 1 ⇒ −
8
1
per un totale di . All’ordine 1/x2 (2N = 4) contribuiscono:
12

+12!
m1 = 4 Ð→ = 385/1152
6!26 4!3!4

−10!
m1 = 2, m2 = 1 Ð→ = −35/64
5!25 2!3!2 4!

+8!
m2 = 2 Ð→ = 35/384
24 4!4!2 2!

+8!
m1 = m3 = 1 Ð→ = 7/48
24 4!3!5!

−6!
m4 = 1 Ð→ = −1/48
3!23 6!
1
per un totale di .
288
problema B.2-10 [] Si inverta la relazione

ξ = 2(eτ − 1 − τ)
facendo uso della formula di Burmann-Lagrange [WW69]
1 d n−1 τn
τ = ∑ kn ξn , kn ≡ ( ) ( n)∣ .
n! dτ ξ τ=0

La serie che si ottiene può essere immediatamente utilizzata per ottenere lo


sviluppo di Stirling (ad esempio si ottiene agevolmente il termine successivo
−139/51840x−3 : per questo si suggerisce di utilizzare un programma di elabora-
zione simbolica; in Mathematica 6 ad esempio è sufficiente definire
f[z_] := z/Sqrt[2*(Exp[z]-1-z)];
k[n_] := Limit[1/n!*D[f[z]^n,{z,n-1}],z->0];
per ottenere rapidamente tutti i coefficienti desiderati. I più pigri possono poi
evitare anche la formula di Lagrange ed usare direttamente InverseSeries.)

6
©Wolfram Research [Wol92]

- 494 -
B.2 Metodi asintotici

B.2.3. Principio della fase stazionaria. Un’altro caso in cui è possibile


sviluppare in serie asintotiche una funzione definita attraverso una rappresenta-
zione integrale è il seguente
b
f(x) = ∫ eixh(t) g(t) dt .
a
Sia h ′ (t0 ) = 0 per t0 interno ad (a, b) e h ′′ (t0 ) ≠ 0. Allora si pone
1 ′′
h(t) = h(t0 ) + 2
h (t0 )τ2 Ô⇒ t = ψ(τ)
∞ i
f(x) ∼ ∫ exp {ih(t0 )x + h ′′ (t0 )τ2 } g(ψ(τ)) ψ ′ (τ) dτ
−∞ 2

ih(t0 )x 2π
=e g(t0 ) e−πi/4 (1 + O(x−1 )) .
−xh ′′ (t0 )
La giustificazione dell’estensione dell’intervallo di integrazione a tutto l’asse reale
è qui più sottile che nel caso di Laplace, in quanto abbiamo a che fare con
una funzione exp{iατ2 } che non tende a zero per τ → ∞. Il punto è che il
contributo fornito all’integrale dai valori di τ molto grandi è trascurabile per
via della “interferenza distruttiva” dei fattori di fase (vedi [Tor53]). Come caso
particolare otteniamo
it2 /2ε

∫ e g(t) dt ∼ g(0) 2πiε
ossia
eit /2ε ε∼0
2

√ Ð→ δ(t) .
2πiε
problema B.2-11 []La funzione di Bessel Jn (x) è definita dall’integrale
1 π
ix sin ϑ−niϑ
(B.5) Jn (x) = ∫ e dϑ .
2π −π
Determinare lo sviluppo asintotico

2
(B.6) Jn (x) ∼ cos (x − nπ/2 − π/4) + O(x−3/2 ) .
πx
problema B.2-12 []Determinare lo sviluppo asintotico della funzione di Airy ,
Eq. (6.6), definita dalla soluzione dell’equazione y ′′ (x) = x y(x) che tende a zero
per x → +∞.
1 ∞
Φ(x) = ∫ dξ exp {ixξ + i 31 ξ3 } .
2π −∞
B.2.4. Trasformata di Borel. Se ψ(x) = ∑∞ n
0 an x è convergente per ∣x∣ <
ρ, definiamo la trasformata di Borel

an n
χ(x) = ∑ x ,
0 n!
con raggio di convergenza infinito. Si trova allora
∞ ∞ ∞
an
∫ χ(xt)e−t dt = ∫ ∑ (xt)n e−t dt = ∑ an xn = ψ(x) .
0 0 n! 0

- 495 -
B.2 Ausili matematici B.2

Dunque l’integrale ∫0 χ(xt) e−t dt coincide con ψ all’interno del cerchio di
convergenza, ma in generale permette di estendere analiticamente la funzione ψ
in una regione più vasta (questa regione è determinata dalla regione convessa
individuata portando le tangenti al cerchio in tutte le singolarità di ψ, vedi
[WW69]).
Può accadere che questo procedimento permetta di risommare una serie
divergente (asintotica). Si consideri ad esempio
f(x) ∼ ∑ n! (−x)n
(che diverge per ogni x ≠ 0). La trasformata di Borel è in questo caso
∞ ∞ e−t dt
χ(x) = ∑(−x)n = (1 + x)−1 Ô⇒ ∫ χ(xt)e−t dt = ∫
0 0 1 + xt
(funzione analitica con taglio sull’asse reale negativo).

B.2.5. Sviluppo di Eulero-McLaurin. Per determinare lo sviluppo asin-


totico di una serie si può talvolta fare ricorso al seguente teorema (Eulero-
MacLaurin)
Teorema B.2.1 [] Vale lo sviluppo asintotico
N N B2k (2k−1)
∑ f(n) ≃ ∫ f(x)dx + 1
2
[f(N) + f(1)] + ∑ [f (N) − f(2k−1) (1)]
n=1 1 k≥1 (2k)!
dove Bn sono i numeri di Bernoulli definiti dalla funzione generatrice

x Bn n
(B.7) =∑ x
ex − 1 0 n!
Per la dimostrazione si veda [WW69].
Esempi
a)
n
ln n! = ∑ ln k
k=1
n
(B.8) ∼∫ ln x dx + 1
2
ln n + 1
12
(n−1 − 1) − 1
360
(n−3 − 1) + . . .
1
B2k
+ (n2k−1 − 1) + . . .
2k(2k − 1)
equivalente allo sviluppo di Stirling.
b)
∞ n
n
1 n dx
1 1 B2k 1 2k−1
∑ =∫ + 2
( + 1) + ∑ ( ) ∣
1 k 1 x n 1 (2k)! x 1

1 B2k
= ln n + 1
2
(1 + )+∑ (−)k (n−2k − 1)
n 1 2k

La serie a secondo membro è divergente, tuttavia per consistenza il suo valore è


dettato da γ = limn→∞ (∑n 1
1 k − ln n) ∼ 0.577216 (costante di Eulero-Mascheroni).

- 496 -
B.2 Metodi asintotici

problema B.2-13 []Calcolare l’andamento asintotico di Z(β) = ∑∞


0 ne
−βn
per
β → ∞ attraverso la formula di Eulero-McLaurin e confrontarlo con il valore
esatto.
problema B.2-14 []Calcolare l’andamento asintotico di

Zν (β) = ∑ nν e−βn , (ν > 0) .
0

Teorema di Hardy-Littlewood []Sia µ(x) una misura borelliana su [0 + ∞).


Se

∫ e−tx dµ(x) ∼ At−ν per t → 0
0
allora
L A
∫ dµ(x) ∼ Lν per L → +∞.
0 Γ (1 + ν)
In particolare, si ha anche che

−tn
∑e an ∼ A t−ν , per t → 0
0

implica
N
A
∑ an ∼ Nν per N → +∞
0 Γ (ν + 1)
Per la dimostrazione si veda [Sim79]. Ad esempio:

−tn d k ∞ −tn d k
∑e nk = (− ) ∑e = (− ) (1 − e−t )−1
0 dt 0 dt
d k −1
≈ (− ) t = k! t−k−1
dt
N
k k! Nk+1 Nk+1
∑n ∼ =
n=1 Γ (k + 2) k + 1
Il teorema permette di stimare l’andamento asintotico di ∑N 0 an per N → ∞
noto l’andamento asintotico di ∑∞ 0 an e
−tn
per t → 0. Ad esempio se esiste
∞ −εn
lim ∑N0 an /N = ⟨an ⟩ allora questo coincide con lim {ε ∑0 e an }.
t→0

Un applicazione del metodo di sommazione di Borel. Nella formula (B.8) che dà
ln n! come sviluppo asintotico in 1/n compare il termine finito
1 1 B2k
(B.9) log C ∼ − + ... + + ... .
12 360 2k(2k − 1)
La serie è divergente, ma può essere sommata con il procedimento di Borel. La
somma dei primi n termini dà i seguenti risultati parziali (vedi Fig. B-1): 0.08333,
0.08055, 0.08135, 0.08075, 0.08159, 0.07968, 0.08609, 0.05654, 0.23618, -1.1563,
12.247, -144.6, 2048.5, . . . e si può dunque congetturare che log C ∼ 0.081 sia una
buona approssimazione, in quanto le somme parziali oscillano intorno a questo

- 497 -
B.2 Ausili matematici B.2

0.086
1.5

1 0.084

0.5
0.082
log(C)

log(C)
0

0.08
-0.5

-1 0.078

-1.5
0.076

-2
2 4 6 8 10 2 4 6 8 10
n n

Figura B-1. Le prime somme parziali alla Borel per la


serie divergente (B.9) .

valore prima di cominciare a divergere. Il metodo di Borel consiste nel risommare


la funzione

B2n
f(x) ∼ ∑ x2(n−1)
1 2n(2n − 1)
attraverso la trasformata di Borel
∞ ∞
B2n x2(n−1) B2n 2(n−1)
Ψ(x) = ∑ =∑ x
1 2n(2n − 1) [2(n − 1)]! 1 (2n)!
1 x x
= 2( x −1 + )
x e −1 2
Si ha perciò

f(x) = ∫ e−t Ψ(xt) dt
0
e infine
1 t ∞ t
f(1) = ∫ ( e−t
− 1 + ) dt = 1 − 1
2
log(2π) ≈ .0810615...
t2 et − 1
0 2
(L’integrale si trova su [GR65] 8.341.1).

B.2.6. Sviluppi asintotici dallo sviluppo di Taylor. Sia f(x) = ∑∞ n


0 an x ,
con raggio di convergenza infinito. Si tratta di ottenere lo sviluppo asintotico
f(x) ∼ ψ(x)(1 + c1 /x + c2 /x2 + . . . ) per x → +∞. Un metodo consiste nel tra-
sformare la serie in una rappresentazione integrale; ciò è fattibile ad esempio se

- 498 -
B.2 Metodi asintotici

si dispone di una rappresentazione del tipo


zn
an = ∫ ψ(z) dz
n!
C

in modo che

(xz)n
f(x) = ∑ ∫ ψ(z) dz = ∫ ψ(z)exz dz
0 C n!
C
a cui poi è possibile applicare il metodo del punto a sella.
problema B.2-15 [] Determinare lo sviluppo asintotico per la¡funzione di Bes-
sel di seconda specie definita dalla sua serie di Taylor

xn 2
f(x) = I0 (2x) = ∑ ( ) .
0 n!
soluzione []Si ha
1 1 eζ
= ∮ n+1 dζ
n! 2πi ζ
da cui
1 2 1 eζ
( ) = ∮ dζ .
n! 2πi n!ζn+1
Segue

1 x2n eζ dζ 1 ζ+x2 ζ−1 dζ
I(x) = ∮ ∑ n
= ∮ e
2πi 0 n!ζ ζ 2πi ζ
che è analizzabile con il metodo di Laplace dopo avere posto ζ = xz.
problema B.2-16 [] Si consideri la serie con raggio di convergenza infinito
a a(a + 1) x2
1 F1 (a, c; x) =1 + x+ + ...
c c(c + 1) 2
Γ (c) ∞ Γ (a + n) xn
= ∑ ,
Γ (a) 0 Γ (c + n) n!

nota come ipergeometrica confluente. Determinarne l’andamento asintotico


per x → ∞.
soluzione []In base alla definizione della funzione B(α, β)
1 Γ (α)Γ (β)
(B.10) ∫ tα−1 (1 − t)β−1 dt =
0 Γ (α + β)
è sufficiente scegliere α = a + n, β = c − a per ottenere secondo lo schema della
sezione precedente
Γ (c) 1
a−1 c−a−1 tx
1 F1 (a, c; x) = ∫ t (1 − t) e dt
Γ (a)Γ (c − a) 0

- 499 -
B.2 Ausili matematici B.2

valida per Re c > Re a > 0. Per x → +∞ si ha allora


F(a, c; x) Γ (c) 1
= ∫ ta−1 (1 − t)c−a−1 e−x(1−t) dt
ex Γ (a)Γ (c − a) 0
Γ (c)xa−c x
−τ c−a−1 τ
= ∫ e τ (1 − )a−1 dτ .
Γ (a)Γ (c − a) 0 x
avendo posto 1 − t = τ/x . L’integrale ha limite Γ (c − a) per x → +∞ e quindi
Γ (c) x a−c
(B.11) 1 F1 (a, c; x) ∼x→+∞ e x .
Γ (a)
Un altro metodo “rozzo ma efficace” consiste nello stimare qual è il termi-
ne an xn dominante per x molto grande e sommare intorno a n. Prendiamo
l’esempio del Probl. B.2-15:

xn 2
f(x) = ∑ ( ) .
0 n!
È chiaro che per x molto grande il valore di xn /n! dapprima cresce (da 1 per
n = 0 fino ad un massimo per n ≈ x ) per poi decrescere quando n ≫ x. Si avrà
perciò
2
δ
xn 2 ⎛ xx+δ ex+δ ⎞
f(x) = ∑ n=x+δ ( ) ≈∑ √
n! δ ⎝ (x + δ) x+δ 2π(x + δ) ⎠
= ∑ exp {−2(x + δ) ln(1 + δ/x) + 2(x + δ) − ln(2π(x + δ))}
δ

Sviluppando in serie di potenze in (δ/x) si ha poi


δ δ2
f(x) ≈ ∑ exp {2x − ln(2πx) − − + ...} .
δ x x
Se approssimiamo ∑δ con ∫ dδ (come nello sviluppo di Eulero-McLaurin) otte-
niamo
e2x −δ2 /x−δ/x e2x
f(x) ≈ ∫ dδ e = √ exp { 41 x−1 }
2πx 2 πx
e2x
= √ (1 + 1
4
x−1 + . . . )
2 πx
(ricordare la formula di integrazione gaussiana (B.1)). In modo analogo si può
stimare l’andamento asintotico di

xn p epx
f(p, x) = ∑ ( ) ≈ √ p−1 .
0 n! p(2πx) 2

B.2.7. Due importanti funzioni speciali.


La funzione Γ di Eulero. La funzione di Γ (z) è definita dall’integrale

(B.12) Γ (x) = ∫ e−t tx−1 dt (Re{x} > 0) .
0

- 500 -
B.2 Metodi asintotici

Teorema B.2.2 []Γ (x) si può estendere a una funzione analitica in tutto il
piano complesso tranne per poli semplici nei punti x = 0, −1, −2, . . . , −n, . . .
Dimostrazione. Si suddivida il cammino di integrazione (0, ∞) in (0, 1) ∪
(1, +∞) ; si ottiene:
∞ ∞
1 (−t)n
Γ (x) = ∫ e−t tx−1 dt + ∫ tx−1 ∑ dt
1 0 0 n!
∞ 1 n
(−) x+n−1
≡ Γ (1, x) + ∑ ∫ t dt
0 n! 0

(−)n 1
= Γ (1, x) + ∑
n=0 n! x + n

Γ (1, x) è analitica regolare per ogni x complesso; la serie ∑∞ n −1


0 (−) n! /(x + n) è
convergente per ogni x diverso da un intero non-positivo. Questo mostra che Γ
ha poli semplici in x = −n (n = 0, +1, +2, . . . ) con residuo (−)n /n!. ∎

Integrando per parti si ottiene facilmente l’identità fondamentale Γ (x + 1) =


xΓ (x) e di conseguenza Γ (n + 1) = n! (n ∈ N).
Integrali notevoli:
Γ (x)Γ (y) 1 ∞ uy−1
= ∫ dt tx−1 (1 − t)y−1 = ∫ du
Γ (x + y) 0 0 (1 + u)x+y
∞ −x
u π
Γ (x)Γ (1 − x) = ∫ du =
0 1 + u sin πx
∞ e−t − e−λt
∫ dt = ln λ .
0 t

La funzione ζ(s) di Riemann.



(B.13) ζ(s) = ∑ n−s , (Re s > 1) .
1

La serie è uniformemente convergente per Re s ≥ 1 + ε > 1 e definisce perciò una


funzione analitica. Più in generale, data una successione di numeri reali positivi
con limite +∞
0 < λ1 ≤ λ2 ≤ λ3 ≤ ⋅ ⋅ ⋅ ≤ λn ≤ ⋅ ⋅ ⋅ → +∞ .
si definisce la “funzione-zeta” generalizzata

ζλ (s) = ∑ λ−s
n , (Re s > σ) .
1

Teorema B.2.3 []Vale l’identità


1 ∞
ζλ (s) = ∫ θ(t) ts−1 dt,
Γ (s) 0

- 501 -
B.2 Ausili matematici B.2

dove la funzione θ(t) è definita da



θ(t) = ∑ e−λn t .
n=1

In particolare per la funzione di Riemann si ha


1 ∞ ts−1
ζ(s) = ∫ dt .
Γ (s) 0 et − 1
Questa rappresentazione integrale permette di estendere ζ(s) ad una funzione
analitica in tutto il piano complesso ad eccezione del punto s = 1 dove si ha un
polo semplice. Infatti, scelto un reale positivo a, si ha :
1 a ts−1 1 +∞ ts−1
ζ(s) = ∫ dt + ∫ dt .
Γ (s) 0 et − 1 Γ (s) a et − 1
Il secondo integrale è sempre convergente, dunque definisce una funzione analitica
regolare. Si ha peraltro per la parte singolare, sviluppando in serie e integrando
termine a termine,
1 a ts−1 1 a t
s−2
∫ t
dt = ∫ t ( t ) dt
Γ (s) 0 e − 1 Γ (s) 0 e −1
a ∞
1 s−2 Bn n
= ∫ t ∑ t dt
Γ (s) 0 0 n!
1 a
s−2 t ∞ B2n 2n
= ∫ t (1 − + ∑ t ) dt
Γ (s) 0 2 1 (2n)!
1 1 as−1 1 as ∞ B2n as+2n−1
= + [ − +∑ ]
Γ (s) Γ (s) s − 1 2 s 1 (2n)! s + 2n − 1

È immediato concludere che l’unico polo che non viene cancellato dallo zero di
1/Γ (s) è precisamente quello in s = 1 con residuo uguale a uno. Inoltre si ha
(s + m)(−)m ∞ Bm ′
as+m −1

ζ(−m) = lim ∑ ′
s→−m (m!)−1 0 m !(s + m ′ − 1)


⎪ 0 m pari ≥ 2



= ⎨− 21 m=0



⎩−B2n /2n m = 2n − 1

Una relazione notevole è quella, dovuta a Riemann, che lega ζ(s) a ζ(1 − s):
1−s
π−s/2 Γ (s/2)ζ(s) = π−
1−s
2 Γ( ) ζ(1 − s)
2
ossia la funzione π−s/2 Γ (s/2)ζ(s) è simmetrica intorno al punto 1/2. La dimostra-
zione della relazione di simmetria è interessante in quanto fa uso di una identità
(Jacobi) che ha un significato intuitivo (metodo della riflessioni – vedi [Som64]).

- 502 -
B.2 Metodi asintotici

Il metodo di Hawking. La funzione ζ di Riemann (e la sua generalizzazione


al caso di una successione λ1 , λ2 , . . . , λn , . . . λn → +∞), è alla base di un pro-
cedimento di sommazione di prodotti divergenti [RS71, Haw77]. Il problema
consiste nell’estrarre un risultato finito da un prodotto del tipo

X = ∏ λn
1

(divergente perché λn ↛ 1) che può ad esempio rappresentare il determinante di


una matrice ad infinite dimensioni con autovalori λn . Si introduce

ζ(s) = ∑ λ−s
n
1

e si considera la quantità

ζ ′ (s) = − ∑(ln λn )λ−s
n .
1

Se ζ(s) è estendibile analiticamente a s = 0, si pone per convenzione


∞ ∞
′ −ζ ′
(0)
∑ ln λn = −ζ (0) Ô⇒ ∏ λn = e .
1 1

Sia ad esempio da calcolare



X = ∏(n + α) .
1
Allora ζ(s) = ∑∞
1 (n + α)
−s
≡ ζ(s, α + 1) (funzione di Riemann generalizzata). Si
trova
dζ(s, α + 1)
∣s=0 = ln Γ (α + 1) − 21 ln 2π
δs
da cui


′ 1 2π
∏(n + α) = exp {−ζ (0)} = exp { 2 ln 2π − ln Γ (α + 1)} = .
1 Γ (α + 1)
Per interpretare il risultato calcoliamo il rapporto
∞ ∞
n+α 1 α
∏ = = eγα ∏ [(1 + ) e−α/n ]
n=1 n Γ (α + 1) n=1 n
dove si è fatto uso di una rappresentazione della Γ quale prodotto infinito (γ è la
costante di Eulero-Mascheroni). In definitiva, il procedimento della ζ di Riemann
ha inserito al posto giusto i fattori che rendono convergente il prodotto infinito
altrimenti divergente ∏(1 + α/n).
Altro esempio, λn = n2 :

2 ′
∏ n = exp {−ζ (0)}
1

ζ(s) = ∑ n−2s = ζR (2s)
1
ζ ′ (s) = 2ζR′ (2s) Ð→ ζ ′ (0) = 2ζR′ (0)

- 503 -
B.3 Ausili matematici B.3

In generale :
∞ ∞ ∞ k
k −ks
∏ λn Ð→ ζk (s) = ∑ λn = ζ1 (ks) Ô⇒ ∏ λkn = (∏ λn ) .
1 1 1

Sia da calcolare:

λn
D= ∏( )
n=1 µn
−1−ε
dove λn /µn ∼ 1 + O(n ) in modo che il prodotto sia convergente. Allora si ha
N N ∞ dt −µn t
∑ ln(λn /µn ) = ∑ ∫ (e − e−λn t ) .
1 1 0 t
Lo stesso risultato si ottiene dalla funzione ζ:
ζx (s) = ∑ λ−s −s
n , ζµ (s) = ∑ µn
λn
ln ∏( ) = ζµ′ (0) − ζλ′ (0),
µn
1 ∞
ζλ (s) − ζµ (s) = ∫ ts−1 (∑ e−λn t − ∑ e−µn t ) dt,
Γ (s) 0
Γ ′ (s) ∞ 1 d
ζλ′ (s) − ζµ′ (s) = − ∫ ts−1 (∑ e−λn t − ∑ e−µn t )dt + ∫ ...
Γ (s)2 0 Γ (s) ds

Ma Γ (s) ∼ s−1 per s → 0, dunque


∞ dt
ζλ′ (0) − ζµ′ (0) = ∫ (∑ e−λn t − ∑ e−µn t ) .
0 t
Affinché quest’ultima espressione dia un risultato finito è necessario che per t → 0
si abbia
∞ ∞
−λn t
∑e − ∑ e−µn t @ > t → 0 >> 0 .
1 1
2 2
Sia ad esempio λn = n π, µn = n π + α:

−(n2 π+α)t 1
∑e = e−αt ( √ − 1
2
+ ...) .
1 2 t
e quindi

−λn t 1 α√
∑(e − e−µn t ) = (1 − e−αt ) ( √ − 1
2
+ ...) = t + O(t) .
1 2 t 2
La continuazione analitica a s = 0 è quindi calcolabile prendendo il rapporto
tra il prodotto divergente e un altro prodotto noto preso come riferimento (in
questo caso corrisponde alla scelta α = 0). Tecniche di questo genere sono ap-
plicate nella teoria dell’integrazione infinito-dimensionale, dove è necessario dare
un significato a determinanti di operatori in infinite dimensioni.

- 504 -
B.3 Sistemi di coordinate ortogonali

B.3. Sistemi di coordinate ortogonali


Un teorema di Staekel afferma che l’equazione di Laplace △ϕ = 0 è separabile, e
quindi ammette una base di soluzioni fattorizzate, solo in sistemi di coordinate le
cui superfici di coordinate costanti siano famiglie di quadriche confocali (o coniche
confocali nel caso piano). Questo fatto limita i possibili sistemi di coordinate
interessanti a una lista finita (si veda [MS61] per un’ampia classificazione di
sistemi di coordinate ortogonali nel piano). Daremo qui di seguito la definizione
di un certo numero di sistemi di coordinate curvilinei con la relativa matrice
metrica e la forma che assume l’operatore di Laplace.
i) Coordinate sferiche

x = r sin ϑ cos φ
y = r sin ϑ sin φ
z = r cos ϑ
(r ≥ 0, 0 ≤ ϑ ≤ π, 0 ≤ φ < 2π).

ds2 = dr2 + r2 dϑ2 + sin2 ϑ dφ2


1 ∂2 1 ∂ ∂ψ 1 ∂2 ψ
△ψ = rψ + sin ϑ + .
r ∂r2 r2 sin ϑ ∂ϑ ∂ϑ r2 sin2 ϑ ∂φ2
ii) Coordinate circolari-cilindriche

x = r cos φ
y = r sin φ
z=z
(r ≥ 0, 0 ≤ φ < 2π).

ds2 = dr2 + r2 dφ2 + dz2


1 ∂ ∂ψ 1 ∂2 ψ ∂2 ψ
△ψ = r + + .
r ∂r ∂r r2 ∂φ2 ∂z2
iii) Coordinate paraboliche-cilindriche

x = 21 (µ2 − ν2 )
y = µν
z=z
(µ ≥ 0, −∞ < ν < +∞) .

ds2 = (µ2 + ν2 )[(dµ)2 + (dν)2 ] + (dz)2 .


∂2 ψ ∂2 ψ ∂2 ψ
△ψ = (µ2 + ν2 )−1 [ + ] + .
∂µ2 ∂ν2 ∂z2

- 505 -
B.3 Ausili matematici B.3

iv) Coordinate ellittico-cilindriche


x = a cosh η cos φ
y = a cosh η sin φ
z=z
(η ≥ 0, 0 ≤ φ < 2π).

ds2 = a2 (cosh2 η − cos2 φ)[(dη)2 + (dφ)2 ] + (dz)2 .


∂2 ψ ∂2 ψ ∂2 ψ
△ψ = a−2 (cosh2 η − cos2 φ)−1 [ + ] + .
∂η2 ∂φ2 ∂z2
v) Coordinate sferoidali (prolate)
x = a sinh η sin ϑ cos φ
y = a sinh η sin ϑ sin φ
z = a cosh η cos ϑ
(η ≥ 0, 0 ≤ ϑ < π, 0 ≤ φ < 2π).

ds2 = a2 (sinh2 η + sin2 ϑ)[(dη)2 + (dϑ)2 ] + +a2 sinh2 η sin2 ϑ(dφ)2 .


∂2 ψ ∂ψ
△ψ = a−2 (sinh2 η + sin2 ϑ)−1 { + coth η +
∂η2 ∂η
∂2 ψ ∂ψ −2
2
−1 ∂ ψ
+ cot ϑ } + a (sinh η sin ϑ) .
∂ϑ2 ∂ϑ ∂φ2
vi) Coordinate sferoidali (oblate)
x = a cosh η sin ϑ cos φ
y = a cosh η sin ϑ sin φ
z = a sinh η cos ϑ
(η ≥ 0, 0 ≤ ϑ < π, 0 ≤ φ < 2π).

ds2 = a2 (cosh2 η − sin2 ϑ)[(dη)2 + (dϑ)2 ] + +a2 cosh2 η sin2 ϑ(dφ)2 .


∂2 ψ ∂ψ ∂2 ψ ∂ψ
△ψ = a−2 (cosh2 η − sin2 ϑ)−1 { 2
+ tanh η + 2
+ cot ϑ }
∂η ∂η ∂ϑ ∂ϑ
∂2 ψ
+ a−2 (cosh η sin ϑ)−1 .
∂φ2
vii) Coordinate paraboliche.
x = µν cos θ
y = µν sin θ
z = 12 (µ2 − ν2 ),
(µ ≥ 0, ν ≥ 0, 0 ≤ θ < 2π).

- 506 -
B.4 Integrazione formale delle equazioni di Hamilton

ds2 = (µ2 + ν2 )[(dµ)2 + (dν)2 ] + µ2 ν2 (dθ)2 .


∂2 ψ 1 ∂ψ ∂2 ψ 1 ∂ψ 1 ∂2 ψ
△ψ = (µ2 + ν2 )−1 [ + + + ] + .
∂µ2 µ ∂µ ∂ν2 ν ∂ν µ2 ν2 ∂θ2

B.4. Integrazione formale delle equazioni di Hamilton


Dalle equazioni di Hamilton segue che ogni funzione delle variabili canoniche
f(q, p) soddisfa la relazione
df
= {f, H}
dt
Determiniamo ora una soluzione formale di questa equazione, che pur disponendo
di scarso valore pratico mette in luce alcune proprietà generali della dinamica
Hamiltoniana. Introduciamo la notazione
XH (f) ≡ {H, f}
Il simbolo XH rappresenta un operatore differenziale lineare per il quale ha senso
considerare le potenze Xn n
H e in generale una serie di potenze ∑n cn XH . L’equa-
zione del moto è perciò risolta da
f(q(t), p(t)) = exp{−tXH }f(q(0), p(0))
Una differenza sostanziale tra la funzione esponenziale nel campo reale o com-
plesso e la stessa funzione applicata a operatori lineari è costituita dal fatto che
la serie ∑n (−t)n XnH non risulta necessariamente convergente per ogni t.
problema B.4-17 []Sia H = q2 p. Dimostrare che per ogni valore iniziale q(0), p(0)
esiste un raggio di convergenza finito per la serie esponenziale exp{−tXH }.
problema B.4-18 []Discutere il moto di un oscillatore con frequenza variabile
ω(t), l’Hamiltoniana essendo H(t) = p2 /2m+mω(t)2 q2 /2, i) nel caso adiabatico
(∣dω/dt∣ ≪ ω2 ); ii) nel caso ω(t)2 = ω20 + f(t) con ∣f(t)∣ ≪ ω20 .
problema B.4-19 [] Estendere la soluzione formale exp{−tXH } al caso di una
Hamiltoniana dipendente dal tempo.
soluzione []Per risolvere l’equazione df/dt = {f, H(t)} è necessario uno svi-
luppo formale in un parametro ausiliario λ che porremo uguale a uno alla fine
del calcolo. Sostituiamo cioè H(t) → λH(t) e sviluppiamo la soluzione in potenze
di λ. Si ottiene:
f(q, p) = ∑ λn fn (q, p)
n
n n
∑ λ ḟn (t) = λ{∑ λ fn , H(t)}
n

il che porta alle relazioni di ricorrenza


t t
fn (t) = ∫ {fn−1 (τ), H(τ)}dτ = − ∫ XH(τ) (fn−1 (τ))dτ
0 0
La soluzione è rappresentata da una serie
t t τ
f(τ) = f(0) − ∫ XH(τ) (f(0))dτ + ∫ ∫ dτdτ ′ XH(τ) XH(τ) ′ (f(0)) + ⋯
0 0 0

- 507 -
B.5 Ausili matematici B.5

che è riconducibile ad una esponenziale a patto di riordinare simbolicamente tutti


gli operatori XH(t) in modo che i rispettivi argomenti siano decrescenti da sinistra
a destra. Poniamo

⎪XH(t1 ) XH(t2 ) t1 > t2

T (XH(t1 ) XH(t2 ) ) = ⎨
⎪X X t < t2
⎩ H(t2 ) H(t1 ) 1

e in generale

T (XH(t1 ) XH(t2 ) ⋯XH(tn ) ) = XH(ti1 ) XH(ti2 ) ⋯XH(tin )

dove gli indici (i1 , ⋯, in ) individuano quella permutazione di (1, ⋯, n) tale che
ti1 > ti2 > ⋯ > tin . La soluzione si può allora esprimere sinteticamente nel modo
seguente
t
(B.1) f(t) = T (exp {− ∫ XH(τ) dτ}) f(0)
0

La formula precedente si applica in generale alla soluzione di problemi lineari del


tipo
dx(t)
= H(t)x(t)
dt
in particolare si incontra questo tipo di costrutto nella soluzione di problemi di
meccanica quantistica in campo esterno dipendente dal tempo (esponenziali T-
ordinati, vedi §10.1.4).

B.5. La funzione δ(x) di Dirac


La funzione δ(x) è introdotta da Dirac come analogo continuo della δij di Kro-
necker. Formalmente di ha

⎪0
⎪ per x =/ 0
δ(x) = ⎨

⎪+∞ per x = 0

ε
in modo tale che ∫−ε δ(x) dx = 1. Una definizione più precisa si dà in termini di
funzionali lineari. Dato uno spazio di funzioni F sui reali, che assumiano infi-
nitamente differenziabili e a descrescita rapida all’infinito, definiamo il funzionale
lineare δ(f) = f(0) . Il funzionale è formalmente identificabile con

δ(f) = ∫ dx δ(x) f(x) ,

con una disinvolta applicazione del teorema della media. La teoria delle distri-
buzioni insegna a dare un significato matematico preciso a queste espressioni
formali. Ci limitiamo qui a dare un elenco di proprietà della δ e delle distribu-
zioni ad essa collegate, rimandando per una trattazione dettagliata ai testi di
matematica (si vedano [Lig64, BRS93] o l’appendice A su [Mes62]).

- 508 -
B.5 La funzione δ(x) di Dirac

a) Rappresentazioni della δ(x).


L dk ikx
δ(x) = lim ∫ e
L→∞ −L 2π

1 ∞ inx
∑ δ(x − 2nπ) = ∑ e
n=−∞ 2π n=−∞
1 x2
δ(x) = lim (2πσ)− 2 exp {− }
σ→0 2σ
1 ε
δ(x) = lim
π ε→0 x2 + ε2
dϵ(x) x
δ(x) = , ϵ(x) =
dx ∣x∣

⎪1 x > 0
dθ(x) ⎪
δ(x) = , θ(x) = ⎨
dx ⎪
⎪0 x<0

1
δ(x) = lim θ(−∣x − ε∣)
ε→0 2ε

b) Derivate della δ(x)

dδ(x)
∫ f(x) dx = −f ′ (0)
dx
dn δ(x)
∫ f(x) dx = (−)n f(n) (0)
dxn
c) Proprietà varie

x δ(x) ≡ 0
x δ ′ (x) ≡ −δ(x)
{xn ∣f(xn )=0} δ(x − xn )
δ(f(x)) = ∑ f ′ (xn )/
=0
∣f ′ (xn )∣

d) Relazione con la parte principale di Cauchy (il simbolo P indica la parte


principale di Cauchy dell’integrale singolare).

1 1
= P ( ) − iπ δ(x) ≡ −2πi δ+ (x)
x + iε x
1 1
= P ( ) + iπ δ(x) ≡ 2πi δ− (x)
x − iε x
1 x
P( ) = 2
x x + ε2
1 ∞
δ+ (x) = ∫ dk exp{−εk + ikx}
2π 0
1 0
δ− (x) = ∫ dk exp{−εk + ikx}
2π −∞

- 509 -
B.6 Ausili matematici B.6

e) Teorema di Poincaré-Bertrand (scambio di integrali in parte principale di


Cauchy, si veda [Tri85])
b dy b f(x, y) dx b b f(x, y)dy
P∫ P∫ = P∫ dx P∫ − π2 f(z, z) .
a y−z a x−y a a (y − z)(x − y)

B.6. Metodo di Laplace


Equazioni differenziali lineari omogenee della forma

dn y dn−1 y
F(y, x) ≡ (an + bn x) + (an−1 + b n−1 x) + . . . + (a0 + b0 x)y = 0
dxn dxn−1
ammettono soluzione in termini di una rappresentazione integrale che si presta
spesso ad un’analisi esatta [Gou59]. Il metodo, detto di Laplace, consiste nella
sostituzione
y(x) = ∫ Z(z)ezx dz
Γ

dove z è una variabile complessa e Γ è un cammino da determinarsi nel corso


della soluzione. Derivando sotto segno di integrale si ottiene

F(y, x) = ∫ ezx (P(z) + Q(z)x) Z(z) dz


Γ

dove i polinomi P, Q sono dati in termini dei coefficienti dell’equazione:


n n
P(z) = ∑ ak zk , Q(z) = ∑ bk zk .
k=0 k=0

Si nota che l’integrando risulta un differenziale esatto nel caso che


d
(QZ) = PZ
dz
che implica
1 P(z)
Z(z) = exp {∫ dz} .
Q(z) Q(z)
Si avrà perciò
z2
F(y, x) = ∫ d(ZQezx ) = Z(z)Q(z) ezx ∣
Γ z1

avendo indicato con z1 , z2 gli estremi del cammino Γ . L’equazione F(y, x) = 0 si


riduce pertanto al problema di determinare il cammino di integrazione in modo
che ZQezx assuma lo stesso valore agli estremi.

- 510 -
B.6 Metodo di Laplace

B.6.1. Ipergeometrica confluente. Un’equazione differenziale del secon-


do ordine della forma generale
B D E
u ′′ (x) + (A + ) u ′ (x) + (C + + 2 ) u = 0.
x x x
ammette un gruppo di sostituzioni che ne lascia inalterata la forma a meno di
una ridefinizione dei coefficienti: si ponga

u = xρ exp{αx} f(x).

Allora l’equazione si trasforma in un’altra della stessa classe, con parametri


differenti (A ′ , . . . , E ′ ), secondo la tabella

(B.1) A ′ = A + 2a, B ′ = B + 2ρ, C ′ = C + aA + a2


(B.2) D ′ = D + aB + (A + 2a)ρ, E ′ = E + (B − 1)ρ + ρ2

La scelta di a, ρ che fissa C ′ = E ′ = 0 riconduce l’equazione ad una forma canonica,


risolubile con il metodo di Laplace; introducendo la variabile ζ = −2A ′ x, e le
nuove costanti a = D ′ /A ′ , c = B ′ , l’equazione diventa

d2 f df
ζ + (c − ζ) − af = 0
dζ2 dζ
nota come ipergeometrica confluente (vedi ad es. [WW69, Cop35, Hoc71]),
la cui soluzione generale è data da

f(ζ) = c1 1 F1 (a, c; ζ) + c2 ζ1−c 1 F1 (a − c + 1, 2 − c; ζ).

Della funzione 1 F1 basta ricordare lo sviluppo in serie (con raggio di convergenza


infinito)

(a)k xk
1 F1 (a, c; x) =∑
k=0 (c)k k!

e l’andamento asintotico per grandi valori dell’argomento (vedi il Probl. B.2-16


a p. 499)
Γ (c) x a−c
(B.3) 1 F1 (a, c; x) ∼ e x , (x → +∞) .
Γ (a)
Per Re c > Re a > 0 esiste inoltre una rappresentazione integrale (cfr. App. B.2),
che si ottiene applicando il metodo del paragrafo precedente:

a0 = −a a1 = c a2 = 0
b0 = 0 b1 = −1 b2 = 1

da cui si ottiene immediatamente


1
f(ζ) ∝ ∫ za−1 (1 − z)c−a−1 ezζ dz
0

- 511 -
B.6 Ausili matematici B.6

B.6.2. Funzioni di Bessel. L’equazione


1 n2
y ′′ + y ′ + (1 − 2 ) y = 0
x x
è nota come equazione di Bessel ed appare in numerosi problemi di teoria di
campo in simmetria cilindrica. La sostituzione y(x) = xn Φ(x) riconduce l’equa-
zione alla forma risolubile con il metodo di Laplace:
x Φ ′′ + (2n + 1) Φ ′ + x Φ = 0.
Si ottiene quindi la rappresentazione integrale per la soluzione regolare in x = 0
1
Φ(x) = ∫ eixt (1 − t2 )n−1/2 dt.
−1
Per una lista completa delle proprietà note delle funzioni di Bessel si vedano ad
esempio [Erd55, Hoc71, AS65].
L’equazione di Schroedinger della particella libera in coordinate polari
d2 l(l + 1)
( 2
+ k2 − ) ulk (r) = 0
dr r2
si riconduce all’equazione di Bessel. Si può però ottenere direttamente la solu-
zione in termini espliciti applicando il metodo di Laplace. Sia ul,k = rl+1 ϕl (kr).
L’equazione diventa (ξ ≡ kr)
ξϕl′′ + 2(l + 1)ϕl′ + ξϕl = 0.
Secondo lo schema generale si ha
a0 = 0 a1 = 2(l + 1) a2 = 0
b0 = 1 b1 = 0 b2 = 1
P(z) = 2(l + 1) Q(z) = z2 + 1
da cui
1 2(l + 1)z
Z(z) = exp {∫ dz} = (1 + z2 )l .
z2 + 1 z2 + 1
Per far sı̀ che QZezξ si annulli agli estremi del cammino di integrazione è suf-
ficiente scegliere quest’ultimo come il segmento che congiunge i e −i. Troviamo
perciò
i 1
ϕl (ξ) = N ∫ ezξ (1 + z2 )l dz = N ∫ (1 − t2 )l exp(itξ) dt .
−i −1

È facile verificare, a partire da questa rappresentazione, che tutte le funzioni ϕl


si possono ottenere per derivazione a partire da l = 0. Infatti
d ξ
ϕl (ξ) = − ϕl+1 (ξ)
dz 2(l + 1)
come si controlla integrando per parti. Per ricorrenza a partire da
ϕ0 (ξ) = sin ξ/ξ
si ottiene allora
1 d l sin ξ
ϕl (ξ) = (−1)l ( )
ξ dξ ξ

- 512 -
B.6 Metodo di Laplace

che mostra che le soluzioni sono esprimibili in termini di funzioni trigonometriche.


Interessa conoscere il comportamento per grandi valori di ξ; questo si ottiene
agevolmente tenendo conto che il termine dominante per ξ → ∞ si ottiene facendo
commutare 1/ξ con la derivata (i commutatori contengono derivate di potenze
negative che tendono a zero più rapidamente). Si ha allora
dl sin ξ sin(ξ − lπ/2)
ϕl (ξ) ∼ (−1)l ξ−l ∼
dξl ξ ξl+1
La funzione d’onda radiale si riconduce alla ϕl e precisamente
Rlk (r) = (kr)l ϕl (kr) ≡ jl (kr)
nota come funzione di Bessel sferica che presenta l’andamento asintotico
sin(kr − lπ/2)
Rlk (r) ∼ .
kr
Una seconda soluzione linearmente indipendente, singolare a r = 0, indicata con
nl , si ottiene per ricorrenza a partire da n0 (kr) = − cos(kr)/kr, avente andamento
asintotico sfasato di π/2 rispetto alla jl . Il comportamento per piccoli valori
dell’argomento è il seguente
xl
jl (x) ∼
x≈0 (2l + 1)!!
(B.4)
(2l − 1)!!
nl (x) ∼ −
x≈0 xl+1
Interessa anche la soluzione nel caso di k immaginario che si presenta nei problemi
di stati legati:
d2 l(l + 1)
( − k2 − ) ulk (r) = 0u = r−l v(r) Ð→ r v ′′ − 2l v ′ − k2 r v = 0 ,
dr2 r2
e da quest’ultima con il metodo di Laplace si ottiene
ezkr
vl (r) = ∫ dz.
(z2 − 1)l+1
Γ

La scelta del cammino è cruciale per selezionare l’andamento asintotico in r →


∞. Se, ad esempio, cerchiamo una soluzione che si comporti come exp(−kx) si
sceglierà per Γ un cammino semplice chiuso intorno al polo z = −k. Applicando
la formula integrale di Cauchy, si ottiene
∂l ezr
vl (kr) ∝ ( ) ∣z=−k .
∂z (z − k)l
l

Si osservi che queste soluzioni sono note in letteratura con il simbolo K e preci-
samente si ha l’identificazione

l 2π
Kl+1/2 (kr) = (−2) vl (r).
kr

- 513 -
B.7 Ausili matematici B.7

B.6.3. Sviluppo dell’onda piana in onde sferiche. Per lo studio dell’e-


quazione di Schroedinger in campo centrale è importante sapere sviluppare un’on-
da piana in soluzioni fattorizzate in coordinate polari. Se si sceglie l’asse z nella
direzione dell’onda piana si ottiene facilmente (kr ≡ ξ, t ≡ cos ϑ)

(B.5) exp{iξt} = ∑ (2l + 1)il jl (ξ) Pl (t)
l=0

Si faccia uso della definizione


ξl 1
1
2 l iξx
jl (ξ) =l ∫ (1 − x ) e dx
2
2 l! −1
e della formula di Rodriguez per i polinomi di Legendre
(−1)l dl
Pl (t) = (1 − t2 )l .
2l l! dtl
Dato che le funzioni jl (kr)Pl (cos ϑ) costituiscono una base per le autofunzioni
̵ 2 k2 /2m, si tratta solo di trovare le costanti al tali che
di energia fissata h
eikr cos ϑ = ∑ al jl (kr) Pl (cos ϑ).
Lo sviluppo in serie si può invertire sfruttando l’ortogonalità dei polinomi di
Legendre
1 2
(B.6) ∫ Pl (t) Pn (t) dt = δln
−1 2l + 1
e integrando per parti l volte.

B.7. Integrali multidimensionali


B.7.1. Integrali gaussiani. Gran parte delle applicazioni che fanno uso
di metodi della teoria delle perturbazioni (in special modo in teoria quantistica
dei campi) sono basate su un ingrediente elementare: l’integrazione di polinomi
su una misura gaussiana. L’integrale generale di cui si fa uso è il seguente

I(A, m) = ∫…∫ dx1 dx2 ⋯dxN exp {− 12 ∑ Aij xi xj + ∑ mi xi }


RN
dove A è una matrice simmetrica e positiva definita, e m è un vettore reale
arbitrario. Conviene adottare per semplicità la notazione matriciale per cui si
indicherà con A la matrice di elementi Aij , con At la sua trasposta. Se m è
un vettore (colonna), mt è lo stesso vettore considerato come matrice a una
riga e N colonne. L’esponente nella formula precedente è pertanto − 21 xt Ax +
mt x . Il calcolo si effettua per riduzione al caso più semplice che corrisponde a
m = 0 attraverso la sostituzione x = y + a che permette di eliminare il termine
all’esponente lineare in x (scegliendo a = (At )−1 m). Si ha allora
I(A, m) = exp { 21 mt A−1 m} I(A, 0).
A questo punto il semplice integrale

I0 (A) ≡ ∫…∫ dy1 ⋯dyN exp {− 12 yt Ay}


RN

- 514 -
B.7 Integrali multidimensionali

si valuta senza difficoltà ruotando il sistema di coordinate in modo che la matrice


A risulti diagonale; l’integrale allora si fattorizza in N integrali in una singola
variabile ben noto dalla statistica elementare
∞ x2 √
(B.1) ∫ exp {− + ikx} dx = 2πσ exp{− 21 σ k2 } .
−∞ 2σ
Il prodotto degli autovalori coincide con il determinante e quindi si ottiene il
risultato finale
1 1
I(A, m) = (2π) 2 N (det A)− 2 exp{ 12 mt A−1 m}
Il tipico integrale da calcolare corrisponde ai momenti della distribuzione gaus-
siana
1 t
∫…∫ N dx1 ⋯dxN xk1 xk2 ⋯xkr exp{− 2 x Ax}
⟨xk1 xk2 ⋯xkr ⟩ = R 1
∫…∫RN dx1 ⋯dxN exp{− 2 xt Ax}
che si possono ottenere dall’integrale I(A, m) derivando rispetto alle variabili
mk1 , . . . , mkr e ponendo m = 0. Ad esempio
∂ ∂
⟨xi xj ⟩ = exp { 21 mt A−1 m} ∣ = (A−1 )ij
∂mi ∂mj m=0

Più in generale vale il seguente risultato (teorema di Wick):



⟨xk1 xk2 ⋯xk2l ⟩ = ∑ A−1 −1 −1
π(k1 )π(k2 ) Aπ(k3 )π(k4 ) ⋯Aπ(k2l−1 )π(k2l ) ,
π∈S2l

dove Sn è il gruppo delle permutazioni su n elementi e l’apice in ∑ ′ indica che


la somma va estesa a tutti gli accoppiamenti distinti degli indici. L’analogo
integrale per un numero dispari di fattori è zero per simmetria. Ad esempio
⟨x1 x2 x3 x4 ⟩ = A−1 −1 −1 −1 −1 −1
12 A34 + A13 A24 + A14 A23

Per N = 1 si riottengono i momenti della gaussiana


2 ⎧ per m dispari
+∞ exp{− τ }
2σ m ⎪0


(B.2) ∫ √ τ dτ = ⎨ (2n)! n
−∞ ⎪ per m = 2n
2πσ ⎪ 2n n! σ


B.7.2. La formula di integrazione di Feynman. La formula seguente
trova applicazione nel calcolo degli integrali che ricorrono spesso in teoria delle
perturbazioni e in teoria dello scattering:
1 1 1 1 (n − 1)!δ (1 − ∑n j=1 αj )
= ∫ dα1 ∫ dα2 . . . ∫ dαn n .
a1 a2 . . . an 0 0 0 [a1 α1 + a2 α2 + . . . an αn ]
La formula è applicata solitamente con ai = m2 + k2i e permette una certa
economia di calcolo quando sono presenti più propagatori.
Una dimostrazione si può fornire per ricorrenza. Introducendo le nuove
variabili z tali che
α1 = z1 − z2 , α2 = z2 − z3 , . . . , αn−1 = zn−1 − zn , αn = zn ,

- 515 -
B.9 Ausili matematici B.9

si trasforma l’integrale nella forma

Ψn (a1 , a2 , . . . , an ) =
1 z1 zn−1 (n − 1)! δ(1 − z1 )
∫ dz1 ∫ dz2 . . . . . . ∫ dzn n
0 0 0 [an zn + an−1 (zn−1 − zn ) + . . . a1 (z1 − z2 )]

che si trasforma facilmente nella seguente

(n − 1)! dz2 . . . dzn


∫…∫ n ,
[(an − an−1 )zn + (an−2 − an−1 )zn−1 + . . . (a1 − a2 )z2 + a1 ]
In

dove il campo di integrazione è dato da In = {0 ≤ zn ≤ zn−1 ≤ . . . ≤ z2 ≤ 1}.


Integrando su zn si ottiene la formula di ricorrenza

Ψn−1 (a1 , . . . , an−2 , an ) − Ψn−1 (a1 , . . . , an−2 , an−1 )


Ψn (a1 , . . . , an ) = .
an−1 − an
Dal momento che ovviamente si ha Ψ1 (a1 ) = 1/a1 , la formula risulta dimostrata
per induzione.

B.8. Regole di corrispondenza


Il problema di costruire un operatore autoaggiunto per ogni assegnata funzione
classica f(p, q) non ammette soluzione univoca, come abbiamo sottolineato al
cap. 5. Sono state proposte varie regole di corrispondenza, ognuna delle quali
presenta qualche proprietà speciale. Una “ricetta” generale è stata data da Mi-
zrahi [Miz75] e messa in relazione con la più generale definizione di integrale
sui cammini . La conclusione cui si giunge è che lo stesso grado di arbitrarietà
che affligge ogni metodo di corrispondenza si riflette nella definizione dell’inte-
grale sui cammini , di cui noi abbiamo visto soltanto una possibile formulazione
nell’App. A.1. Diamo di seguito la formula generale di corrispondenza:

H(p, q) →
̵ −2 ∫ dp dq du dv F(u, v) H(p, q) exp { i [(q − q)u + (p − p)v]} ,
H = (2πh)

dove q, p sono gli operatori canonici e F(u, v) è una funzione che caratterizza
la particolare regola. Il caso F ≡ 1 è noto come metodo di Weyl (si veda ad
es.[Lee81]); per Hamiltoniana polinomiale si può esplicitare la regola in forma
differenziale:
∂ m n 1
̵ ∂ ) e 2 iuv/h̵ ∣
qm pn → (q − ih
̵ ) (p − ih .
∂u ∂v u=v=0

problema B.8-20 []Applicare il metodo di Weyl a i) H = q2 p, ii) H = q2 p2 , iii)


H = f(q) p2 .

- 516 -
B.9 Decomposizione spettrale

B.9. Decomposizione spettrale


Per ogni operatore autoaggiunto esiste una rappresentazione del tipo

A=∫ ^x
xdE
−∞

dove gli operatori E ^ x costituiscono una famiglia spettrale e cioè soddisfano alle
seguenti proprietà:
a) per ogni x reale, E ^ x è un operatore di proiezione ortogonale su un sottospazio
lineare dello spazio di Hilbert;
b) per ogni vettore ∣ψ⟩ e per ogni coppia x < y si ha ⟨ψ∣ E ^ x ∣ψ⟩ < ⟨ψ∣ E
^ y ∣ψ⟩ ;
^
c) lim Ex = 0 ;
x→−∞
d) lim E ^ x = 1l ;
x→−∞
^ x+ε − E
e) lim ∥(E ^ x ) ∣ψ⟩ ∥ = 0 .
ε→0+
Abbiamo utilizzato le notazioni seguenti: ∥.∥ indica la norma del vettore, 0 è
l’operatore nullo e 1 è l’operatore unità e infine il limite per ε → 0+ si intende
per valori strettamente positivi di ε. Dalla definizione segue facilmente che
^xE
E ^y = E
^yE
^x = E
^x, x < y

Si ha allora che ogni funzione f(A) può essere definita attraverso l’integrale

f(A) ∶= ∫ ^x
f(x) d E
−∞

L’integrale rispetto alla famiglia spettrale deve intendersi secondo la seguente


costruzione: sia f(x) continua in un intervallo (a, b). Suddividiamo l’intervallo
in n parti introducendo i punti x0 = a, x1 , x2 , . . . , xn−1 , xn = b. Formiamo poi le
somme parziali
n
^ xk − E
Sn = ∑ f(xk )(E ^ xk−1 )
k=1
e mandiamo n → ∞ in modo che tutti gli intervalli parziali tendano uniforme-
b ^ x . Proprietà
mente a zero. Il limite di Sn definisce allora l’integrale ∫a f(x)dE
importante dell’integrale è la seguente
b b
∥∫ ^ x ∣ψ⟩ ∥ = ∫
f(x)dE ∣f(x)∣2 d⟨ψ∣ E
^ x ∣ψ⟩
a a

La famiglia spettrale caratterizza interamente l’operatore autoaggiunto, in par-


ticolare il suo spettro. L’asse reale è suddiviso in tre sottoinsiemi: R(A), Pσ(A)
e Cσ(A) cosı̀ determinati:
a) R(A) (detto l’insieme risolvente7 ) è costituito dai punti x tali che E^ x è co-
stante in un intorno di x; i punti di R(A) non contribuiscono alla decomposizione
spettrale;

7
In generale si dice insieme risolvente dell’operatore A l’insieme dei punti complessi
z tali che l’operatore (z1 − A)−1 è invertibile e l’inverso è un operatore limitato. R(A)
è dato dall’intersezione dell’insieme risolvente con l’asse reale.

- 517 -
B.9 Ausili matematici B.9

^x: e
b) Pσ(A) (lo spettro discreto) è costituito dai punti di discontinuità di E
cioè
Pσ(A) = {x∣ lim E ^y ≠ E
^x}
y→x−

c) Cσ(A) (lo spettro continuo) è costituito dai punti x in cui E ^ y è continuo


anche da sinistra in x, ma non è costante in alcun suo intorno.
Si verifica facilmente che i punti dello spettro discreto corrispondono agli auto-
valori di A nel senso che per ogni x ∈ Pσ(A) esiste almeno un vettore ⟨x∣ tale
che
A ⟨x∣ = x ⟨x∣ .
Si ha infatti

^x − E
A(E ^ x−ε )∣ψ⟩ = ∫ ^ y (E
ydE ^x − E
^ x−ε ) ∣ψ⟩ =
−∞
∞ ∞
∫ ^yE
ydE ^ x ∣ψ⟩ − ∫ ^yE
ydE ^ x−ε ∣ψ⟩ =
−∞ −∞
x x−ε
∫ ^ y ∣ψ⟩
ydE − ∫ ^ y ∣ψ⟩ =
ydE
−∞ −∞
x
∫ ^ y ∣ψ⟩
ydE ∼ ^x − E
x(E ^ x−ε ) ∣ψ⟩
x−ε
^x − E
L’operatore Px = lim (E ^ x−ε ) perciò proietta nel sottospazio delle soluzio-
ε→0+
ni dell’equazione agli autovalori A ∣ψ⟩ = x ∣ψ⟩. La decomposizione spettrale si
scriverà più esplicitamente
f(A) = ∑ f(x)Px + ∫ ^x
f(x)dE
x∈Pσ(A) x∈Cσ(A)

- 518 -
Costanti fisiche
Per una lista più completa si veda [Par94] ottenibile anche via internet all’indi-
rizzo [Link]

velocità della luce c 299792458 m s−1


costante di Planck h 6.626 × 10−34 J s
costante di Planck (ridotta ) h̵ = h/2π 6.582 × 10−22 MeV s
lunghezza d’onda di De Broglie h/p 1.240 × 10−6 m (p = 1. eV/c)
carica elettronica e 1.602 10−19 C
costante di struttura fine α = e2 /hc
̵ 1/137.0359895(61)
fattore di conversione ̵
hc 197.33 MeV fm
massa elettronica me 0.511 MeV /c2
̵ 2 2
raggio di Bohr a = h /me e 0.529 Å
magnetone di Bohr µB = eh/m̵ ec 0.579 × 10−10 MeV T −1
raggio classico (elettrone) 2
re = e /me c 2
0.282 −12 cm
lunghezza d’onda Compton ̵
h/m
√ ec 0.386√×10−10 cm
lunghezza d’onda di De Broglie h/ 2me E 12.3 E0 /E Å, E0 = 1 eV
dipolo magnetico (elettrone) µe ̵
1.0011596522 eh/2m ec
2 2
costante di Rydberg hcR∞ me c α /2 13.61 eV
massa protonica mp 938 MeV /c2 ≈ 1836 me
dipolo magnetico (protone) µp ̵
2.79 eh/2m pc
dipolo elettrico (protone) (−4 ± 6) × 10−10 e fm
costante di Newton √ GN 6.67 × 10−11 m3 kg−1 s−2
massa di Planck ̵
hc/G N 1.22 × 1019 GeV /c2
massa del Sole M⊙ 1.99 × 1030 kg
raggio del Sole R⊙ 6.96 × 105 km
2
raggio di Schwartzschild (Sole) ρS = 2GN M⊙ /c 2.95 km
radiazione di fondo T0 2.726 ± 0.005 K
numero di Avogadro NA 6.022 × 1023 mol−1
costante di Boltzmann k 8.62 × 10−5 eV K−1
1 fm = 10 Å= 10 cm 1 MeV = 1.602 × 10−6 erg
−5 −13

Tabella B-1. Costanti fisiche utilizzate nel testo.

519
APPENDICE C

Rotazioni e momento angolare

Il momento angolare in meccanica quantistica si introduce nel modo più na-


turale attraverso considerazioni di simmetria. In meccanica classica infatti il
momento angolare rappresenta un integrale primo del moto legato alla simme-
tria di rotazione. Una rotazione spaziale Rn,α di un angolo α intorno all’asse
individuato dal versore n, nel limite di α piccolo, si può rappresentare con

(C.1) δx = α{M ⋅ n , x}
(C.2) δp = α{M ⋅ n , p}

utilizzando le parentesi di Poisson1 . Ne segue che per una Hamiltoniana inva-


riante per rotazione si ha {H, M ⋅ n} = 0. Questa relazione afferma anche che
ogni componente del momento angolare è costante nel tempo, dal momento che
le equazioni di Hamilton implicano
d
(C.3) f(q, p) = {H, f}
dt
(in modo del tutto analogo si riconosce che il momento lineare è legato alle
traslazioni).
In Meccanica Quantistica si introduce il momento angolare richiedendo che
sotto una rotazione infinitesimale la variazione del vettore di stato sia espresso
da
δα
(C.4) δ ∣ψ⟩ = ̷ M ⋅ n ∣ψ⟩
ih
La ragione del coefficiente 1/ih ̷ è semplice. Una rotazione, come ogni altra tra-
sformazione di simmetria, deve essere realizzata attraverso una trasformazione
unitaria. Quindi una trasformazione infinitesimale, cioè che differisce di poco
dalla identità, deve essere rappresentata dall’operatore identità più un operatore
antihermitiano. Infatti

U = 1 + X → U U† ≈ 1 + X + X† = 1

e cioè X+X† = 0. La costante di Planck è poi necessaria per questioni dimensionali.


Consideriamo ad esempio la rappresentazione di una rotazione per la funzione
d’onda ψ(x, y, z) di una particella in tre dimensioni. Allora, se, per esempio,

1
Vedere [LL65, Gol50, CS60].
521
C.1 Rotazioni e momento angolare C.1

consideriamo una rotazione infinitesimale attorno all’asse z, troviamo


(Rz,δα ψ)(x, y, z) = ψ(x + δα y, y − δα x, z)
≈ ψ(x, y, z) + δα (y ∂/∂x − x ∂/∂y) ψ(x, y, z)
e quindi

̷ Mz ψ(x, y, z)
δψ(x, y, z) = −i δα/h
e cioè la trasformazione infinitesimale è realizzata applicando alla funzione d’onda
l’operatore
Mz = x py − y px
(in generale per una rotazione intorno all’asse n l’operatore sarà dato da n ⋅ M).
Esercizio 1 []Dimostrare che una generica rotazione infinitesimale è data da
δx = δα n ∧ x e quindi δψ(x, y, z) = δα n ⋅ x ∧ ∇ψ(x, y, z).

C.1. Rotazioni finite


Una rotazione finita si può pensare come l’applicazione successiva (o prodot-
to) di infinite trasformazioni infinitesimali, perciò si avrà in generale
̷ N ̷ ∣ψ⟩ .
Rn,α ∣ψ⟩ = lim (1 − i(α n ⋅ M/h)/N) ∣ψ⟩ = exp{−iα n ⋅ M/h}
N→∞
Per quanto si è detto, il legame con le rotazioni spaziali suggerisce caso per caso
quale debba essere la rappresentazione del momento angolare. Per una funzione
d’onda ψ(x, y, z) scalare, che si trasforma sotto cambiamenti di riferimento nel
modo più semplice
(Rn,α ψ) (x, y, z) ≡ ψ(Rn,−α (x, y, z))
il momento angolare è dato da una formula identica a quella della meccanica
classica M = x ∧ p . Per un sistema di N particelle si avrà
(Rn,α ψ) (x1 , . . . , xN ) ≡ ψ(Rn,−α x1 , . . . , Rn,−α xN )
e di conseguenza il momento angolare totale sarà dato dalla somma dei momenti
angolari ∑k xk ∧ pk . Più avanti vedremo che si possono avere espressioni più
complicate che coinvolgono il momento angolare intrinseco o spin delle particelle.
Esercizio 2 []Determinare l’espressione esplicita di una rotazione intorno a un
asse individuato dal versore n.
Dimostrazione. [Soluzione:] Un qualunque vettore x si può suddividere in
una parte x∥ parallela a n (che non subisce variazione nella rotazione) e in una
parte ortogonale x⊥ . Per questa si può applicare la formula che rappresenta
una rotazione nel piano, tenendo conto che una base nel piano ortogonale a n
è individuata da x⊥ e da n ∧ x⊥ . Dunque il vettore ruotato Rn,α x è dato dalla
somma di x∥ con
x⊥ cos α + n ∧ x⊥ sin α .
Si ottiene allora
Rn,α x = x∥ + (x − x∥ ) cos α + n ∧ x sin α .

- 522 -
C.2 Relazioni di commutazione

Ma x∥ = n (n ⋅ x). Segue la formula finale


Rn,α x = x cos α + n ∧ x sin α + n (n ⋅ x)(1 − cos α)

C.2. Relazioni di commutazione


̷ δjk è
Tenendo conto delle relazioni di commutazione canoniche [xj , pk ] = ih
facile ricavare le relazioni seguenti
̷ M3
[M1 , M2 ] = ih
̷ M1
[M2 , M3 ] = ih
̷ M2
[M3 , M1 ] = ih
che si possono esprimere in modo più compatto con
(C.5) ̷ εjkℓ Mℓ .
[Mj , Mk ] = ih
Il simbolo ε è noto come simbolo di Ricci, che vale 1 se {j, k, ℓ} è una permutazione
ciclica di {1, 2, 3}, vale −1 se {j, k, ℓ} è una permutazione non ciclica di {1, 2, 3} e
vale zero se due indici qualunque coincidono. Ad esempio, il prodotto vettoriale
può essere espresso in termini di ε:
(a ∧ b)j = εjkℓ ak bℓ
e si sottintende (seguendo la convenzione di Einstein) che si deve sommare su
ogni indice ripetuto (nella formula precedente è sottinteso ∑3k=1 ∑3ℓ=1 ).
La particolare struttura delle relazioni di commutazione (il commutatore di
due componenti qualunque del momento angolare è esprimibile in termini delle
medesime componenti) viene chiamata un’algebra di Lie. Un altro esempio di
una simile struttura è data dalla famiglia di operatori (a† a, a, a† ) che permette
di studiare lo spettro dell’oscillatore armonico.

Esercizio 3 [] Dimostrare che l’insieme di operatori


1 1 1
L = (a†1 a1 − a†2 a2 ), M = i (a†1 a2 − a†2 a1 ), K = (a†1 a2 + a†2 a1 )
2 2 2
costituisce un’algebra di Lie.
Non è un caso se le componenti del momento angolare soddisfano le regole di
commutazione (C.5). Il motivo risiede ancora nella relazione con le rotazioni. Che
le rotazioni spaziali non soddisfino la proprietà commutativa si può riconoscere
con un esempio pratico. Prendete un dado numerato da 1 a 6. Partendo con l’1
a faccia in su e il 2 di fronte, si ruoti intorno alla verticale di 900 in senso orario;
adesso il 3 è di faccia; si ruoti ora intorno all’asse orizzontale fronte-retro ancora
di 900 in senso orario, la posizione finale vedrà il due sulla faccia superiore. Se
ora invertiamo l’ordine delle rotazioni (prima attorno all’asse fronte-retro e poi
attorno alla verticale) la posizione finale vedrà un 4 sulla faccia superiore (vedi
figura).

- 523 -
C.3 Rotazioni e momento angolare C.3

Se consideriamo due rotazioni infinitesimali eseguite successivamente Rz,δα Rx,δβ


oppure nell’ordine inverso Rx,δβ Rz,δα , il risultato sarà differente nei due casi. Si
può controllare facilmente che che la successione di rotazioni
Rz,δα Rx,δβ R−1 −1
z,δα Rx,δβ

non corrisponde all’identità bensı̀ a una rotazione intorno all’asse y di un


angolo δα δβ a meno di correzioni di ordine superiore.
Esercizio 4 []Dimostrare questa affermazione utilizzando la rappresentazione

⎛1 0 0 ⎞
Rx,α = ⎜0 cos α − sin α⎟
⎝0 sin α cos α ⎠
⎛ cos α 0 sin α ⎞
Ry,α = ⎜ 0 1 0 ⎟
⎝− sin α 0 cos α⎠
⎛cos α − sin α 0⎞
Rz,α = ⎜ sin α cos α 0⎟
⎝ 0 0 1⎠

(oppure scrivere un programma di Mathematica per controllare l’affermazione).


In particolare ricavare Rz,π/2 Rx,π/2 Rz,−π/2 Rx,−π/2 .
Le regole di commutazione (C.5) stanno dunque a segnalare che il momento
angolare realizza le rotazioni come trasformazioni unitarie nello spazio degli stati
quantistici. In seguito, per un dato sistema fisico, alla domanda “qual’è il mo-
mento angolare del sistema?” si risponderà attraverso la contro-domanda “come
si trasforma uno stato fisico del sistema sotto rotazioni?”. Sapendo questo si
identificherà il momento angolare.

C.3. Spettro del momento angolare


Dato che le componenti del momento angolare non commutano, non è possi-
bile diagonalizzare simultaneamente tutti e tre gli operatori Mi . Ciò implica che
non esistono stati in cui sia possibile assegnare una direzione precisa al momento
angolare. Gli unici stati che sono contemporanemamente autostati di tutti gli

- 524 -
C.3 Spettro del momento angolare

Mi sono quelli invarianti per rotazione, che corrispondono ad autovalore zero


per tutte le componenti. Ci si deve perciò limitare a introdurre una base di
autovettori per una qualunque componente (per convenzione prendiamo la Mz ,
riservandoci di scegliere la direzione z in base alla situazione fisica, ad es. nella
direzione del campo magnetico, se presente). Oltre a Mz possiamo diagonalizzare
anche M2 = M2x + M2y + M2z che ovviamente commuta con Mz . La determina-
zione degli autostati ed autovettori si può ottenere per via puramente algebrica,
analogamente al caso dell’oscillatore armonico.
Indichiamo con ∣λ, m⟩ gli autostati
(C.6) M2 ∣λ, m⟩ = ̷ 2 λ ∣λ, m⟩
h
Mz ∣λ, m⟩ = ̷ m ∣λ, m⟩
h
(λ e m sono adimensionali). Introduciamo gli operatori M+ , M− , che risultano
analoghi agli operatori di creazione e annichilazione:

(C.7) M+ = Mx + iMy , M− = Mx − iMy .


Si verifica facilmente che in termini di Mz , M+ , M− , le regole di commuta-
zione divengono
̷ M+
[Mz , M+ ] = h
̷ M−
[Mz , M− ] = −h
̷ Mz
[M+ , M− ] = 2h
e quindi M+ e M− agiscono in modo simile agli operatori di creazione e anni-
chilazione. Se applichiamo M+ a un autovettore ∣λ, m⟩ si avrà in alternativa: o
M+ ∣λ, m⟩ = 0 oppure M+ ∣λ, m⟩ rappresenta un autovettore di Mz con autovalore
̷
h(m + 1). Analogamente il vettore M− ∣λ, m⟩ o si annulla oppure rappresenta un
autovettore di Mz con autovalore h(m̷ − 1). Applicando successivamente M+ e
M− un numero arbitrario di volte possiamo costruire altri autostati con autova-
̷
lore h(m ̷
+ r) o h(m − s) con r, s interi. Il punto è che r e s non possono essere
grandi a piacere. Infatti Mz non può avere autovalori arbitrariamente grandi
per un dato valore di M2 . Per rendere precisa questa affermazione si consideri
che dato che le componenti di M sono operatori Hermitiani, gli operatori M+ e
M− sono il coniugato l’uno dell’altro, cioè M+ = M†− . I due prodotti M+ M− e
M− M+ sono perciò Hermitiani e soddisfano le equazioni
(C.8) M+ M− = ̷ z = M2 − M2 + hM
M2x + M2y + hM ̷ z
z

(C.9) M− M+ ̷ z = M2 − M2 − hM
= M2x + M2y − hM ̷ z
z

Calcolando il valore di aspettazione su ∣λ, m⟩, sfruttando l’Eq. (C.6), si trova


(C.10) ⟨λ, m∣ M+ M− ∣λ m⟩ = ̷ 2 (λ − m2 + m)
h
(C.11) ⟨λ, m∣ M− M+ ∣λ m⟩ = ̷ 2 (λ − m2 − m)
h
Però gli operatori M+ M− e M− M+ sono positivi definiti. Infatti per qualunque
operatore A, il valore di aspettazione ⟨ψ∣ A† A ∣ψ⟩ coincide con la norma del

- 525 -
C.3 Rotazioni e momento angolare C.3

vettore A ∣ψ⟩, e dunque deve essere non–negativo. Ne segue che gli autovalori λ
e m devono rispettare le disuguaglianze

(C.12) λ ≥ m2 − m , λ ≥ m2 + m ,

che individuano una regione nel piano λ, m come intersezione tra due parabole
con asse orizzontale:
8

6
2 −m
=m
4

2
m

−2

−4

−6

−8
−10 0 10 20 30 40 50 60 70 80

Notare che introducendo il nuovo parametro j tale che λ = j(j + 1), le disugua-
glianze divengono semplicemente j ≥ ∣m∣.
Ora si possono tirare le somme da tutti gli elementi presenti: l’applicazione
successiva di M+ a un dato autovettore ∣λ, m⟩ deve a un certo punto dare un vet-
tore nullo altrimenti si violerebbe la diseguaglianza Eq.(C.12). Sia r l’intero tale
che Mr+ ∣λ, m⟩ ≠ 0, ma Mr+1 s
+ ∣λ, m⟩ = 0. Analogamente sia s tale che M− ∣λ, m⟩ ≠ 0,
ma Ms+1
− ∣λ, m⟩ = 0. Si trova allora (utilizzando l’Eq.(C.10)

0 = ⟨λ, m∣ Mr+1 r+1 r r


− M+ ∣λ, m⟩ = ⟨λ, m∣ M− (M− M+ )M+ ∣λ, m⟩ ∝ λ − (m + r)(m + r + 1)

0 = ⟨λ, m∣ Ms+1 s+1 s s


+ M− ∣λ, m⟩ = ⟨λ, m∣ M+ (M+ M− )M− ∣λ, m⟩ ∝ λ − (m − s)(m − s − 1)

e perciò

(C.13) λ = (m + r)(m + r + 1) = (m − s)(m − s − 1)


1
Cancellando il termine m2 si trova 2m(r+s+1) = s(s+1)−r(r+1) ⇒ m = (s−r).
2
Questo mostra che 2m deve essere un intero. Inoltre λ = s+r 2
( s+r
2
+1). Indichiamo
con 2j il numero intero r + s. In definitiva lo spettro è dato da

(C.14) λ = j(j + 1), m = −j, −j + 1, ..., j − 1, j (2j ∈ Z)

- 526 -
C.3 Spettro del momento angolare

in totale 2j + 1 valori distinti per m per ogni valore di λ. In seguito è conveniente


individuare gli autostati con j anzichè con λ, quindi scriveremo gli autovettori
come ∣j, m⟩.
5

2 −m
4 =m

m 0

−1

−2

−3

−4

−5
0 5 10 15 20 25 30

È importante distinguere tra valori interi di j (indicati in figura con un cer-


chio) e quelli semi-interi (triangoli). Per un dato sistema fisico non tutti gli
autovalori saranno presenti. Ad esempio, nel caso del moto in campo centrale, il
momento angolare è dato dall’operatore

M=x∧p

e ammette solo valori interi per j. Ciò si verifica immediatamente in quanto la


componente z è identificata con −ih∂/∂φ̷ e le sue autofunzioni sono exp(imφ)
con m intero; valori non interi di m darebbero luogo a funzioni discontinue.
Gli autostati ∣ℓ, m⟩ sono rappresentati come funzioni di {r, θ, φ} dalle armoniche
sferiche Yℓm . È facile ottenere una rappresentazione esplicita di queste, sfruttando
la proprietà

M+ ∣ℓ, ℓ⟩ = 0

Se esprimiamo M+ e M− in termini di coordinate cartesiane si ottiene

∂ ∂
(C.15) M+ = 2z −w
∂w̄ ∂z
∂ ∂
M− = −2z + w̄
∂w ∂z

- 527 -
C.3 Rotazioni e momento angolare C.3

avendo introdotto per comodità la coordinata complessa w = x + iy. L’autostato


∣ℓ, ℓ⟩, annichilato da M+ , è ovviamente2
Yℓℓ = wℓ
e le autofunzioni corrispondenti a valori inferiori di Mz si ottengono applicando
l’operatore M− .

C.3.1. Normalizzazione. Dalle relazioni (C.8) segue che valgono le rela-


zioni seguenti:

(C.16) M+ ∣j m⟩ = (j − m)(j + m + 1) ∣j m + 1⟩

(C.17) M− ∣j m⟩ = (j + m)(j − m + 1) ∣j m − 1⟩
per cui si ottengono gli autovettori normalizzati secondo la relazione:
1
(C.18) ∣j m − 1⟩ = √ M− ∣j m⟩
(j + m)(j − m + 1)
Nella rappresentazione in termini di {w, w̄, z} otteniamo ad es.:
Yℓℓ = wℓ

Yℓℓ−1 = − 2ℓ z wℓ−1


Yℓℓ−2 = 2
(2z (ℓ − 1) − ww̄) w ℓ−2
2ℓ − 1
......

C.3.2. Armoniche sferiche. Per ottenere una formula chiusa che espri-
me le armoniche sferiche Yℓm (θ, φ) si può procedere come segue (si veda anche
[Mes62], [Link]).
Partendo da Yℓℓ = wℓ e applicando M− più volte si ottengono le armoni-
che sferiche come polinomi in z, w, w̄. La struttura generale del polinomio è
ovviamente
Yℓm = ∑ cℓ,m α β γ
α,β,γ w w̄ z
α,β,γ

ma si può sfruttare il fatto che il polinomio è omogeneo di grado ℓ (dunque


α + β + γ = ℓ). Imponendo che Y sia autofunzione di Mz = w∂w − w̄∂w̄ , si ottiene
inoltre α − β = m. In conclusione la forma di Y si riduce a
1 1
(ℓ+m−γ) (ℓ−m−γ)
(C.19) Yℓm = ∑ cγ zγ w 2 w̄ 2 ,
γ

che risulta equivalente a


(C.20) Yℓm = Pℓm (z) (w/w̄)m/2

2
Se la cosa non risulta evidente, si consideri si veda l’appendice A

- 528 -
C.3 Spettro del momento angolare

dal momento che ww̄ = (sin θ)2 = 1 − z2 . Per le funzioni Pℓm (z) si può ottenere a
questo punto una relazione di ricorrenza:
1 1
dPm m m m
M− Yℓm = w̄ ℓ (w/w̄) 2 − 2zPℓm (w/w̄) 2
dz 2w
(C.21) 1
√ dPℓm mz m (m−1)
= ( ww̄ −√ Pℓ ) (w/w̄) 2
dz ww̄
Ciò mostra che
√ dPm mz
Pℓm−1 = 1 − z2 ℓ − √ Pℓm
dz 1 − z2
Conviene riscrivere la relazione di ricorrenza facendo uso dell’identità
1 1
√ d mz (1−m) d m
2 2 2 2 2
1−z −√ = (1 − z ) (1 − z )
dz 1 − z2 dz
Si noti che per la particolare struttura dei fattori (1 − z2 ), questi si cancellano
nella applicazione successiva di M− lasciando infine

1
m d ℓ−m

Pℓm = N (1 − z ) 2 ( ) 2
(1 − z2 )ℓ
dz
che è la ben nota definizione delle funzioni di Legendre. La normalizzazione
corretta deve tenere infine conto della normalizzazione del vettore di partenza
∣ℓ, ℓ⟩ e del fattore introdotto nell’Eq. (C.16): ciò porta a
¿
1 ÁÀ 2ℓ + 1 (ℓ + m)!
N= ℓ Á
2 ℓ! 4π (ℓ − m)!

Esercizio 5 []Dimostrare la relazione di commutazione [M+ , M− ] = 2Mz uti-


lizzando la rappresentazione dell’Eq.(C.18).
Esercizio 6 []Dimostrare la formula per N partendo dall’integrale
1
∫ (1 − ξ2 )ℓ dx = 22ℓ+1 ℓ!2 /(2ℓ + 1)! ,
−1
come si trova su [GR65], 3.631.
C.3.3. Perché “armoniche”? Le autofunzioni che abbiamo ricavato nel
capitolo precedente sono note come “armoniche sferiche”. Sono identificate come
Yℓm = Nℓm Pℓm (cos θ) eimφ
e risultano ortogonali rispetto al prodotto scalare
π 2π ′
∫ sin θ dθ ∫ dφ Ȳℓm Yℓm′ = δℓℓ ′ δmm ′ .
0 0
La denominazione discende dal fatto che queste funzioni rappresentano la
dipendenza angolare delle soluzioni polinomiali dell’equazione di Laplace
∆ (f(r) Y(θ, φ)) = 0

- 529 -
C.4 Rotazioni e momento angolare C.4

cercando soluzioni in forma di polinomi omogenei di grado ℓ. La ragione di questo


risale al fatto che l’equazione di Laplace è invariante di scala, cioè se u(x, y, z)
è soluzione dell’equazione, anche u(λx, λy, λz) è soluzione. Di conseguenza si
possono cercare soluzioni che siano autofunzioni dell’operatore di dilatazione.
Introducendo la coordinata complessa w = x + iy già utilizzata in precedenza, il
Laplaciano viene espresso come ∆ = (∂/∂z)2 + 4 (∂/∂w) (∂/∂w̄). Si ottiene perciò
l’equazione
∂2 ∂ ∂
( 2 +4 ) ∑ cnk zℓ−n−k wn w̄k = 0
∂z ∂w ∂w̄ n,k
ossia
ℓ−n−k−2
∑ cnk ((ℓ − n − k)(ℓ − n − k − 1) z wn w̄k

+ n k zℓ−n−k wn−1 w̄k−1 ) = 0

che porta a una relazione di ricorrenza per i coefficienti cnk :


(ℓ − n − k)(ℓ − n − k − 1)
cn+1 k+1 = − cnk
(n + 1)(k + 1)
In conclusione, una qualunque soluzione dell’equazione di Laplace, omogenea di
grado ℓ si potrà determinare fissando il valore arbitrario del coefficiente cn0 (o di
c0n ) e ricavando poi i coefficienti cn+j j (cj n+j ) applicando la relazione di ricor-
renza. Le soluzioni linearmente indipendenti corrispondono alla scelta dei 2ℓ + 1
coefficienti arbitrari cℓ 0 , cℓ−1 0 , . . . , c10 , c00 , c01 , . . . , c0 ℓ−1 , c0 ℓ . La determinazio-
ne esplicita delle soluzioni è tuttavia più agevole seguendo il metodo utilizzato
in precedenza.

C.4. Spin
Il momento angolare dell’equazione di Schroedinger x ∧ p assume valori in-
teri ℓ = 0, 1, 2, . . .. Ci si chiede allora se lo spettro che abbiamo trovato per via
puramente algebrica, che prevede anche valori semi-interi, abbia applicazioni in
meccanica quantistica. Dalla considerazione del sistema periodico degli elementi
appare evidente che è necessario ammettere che ogni stato dell’atomo di idro-
geno ψnℓm sia degenere due volte. In base al principio di Pauli si spiega allora
la serie H (1s), He (1s1s, entrambi gli elettroni nello stato fondamentale), Li
(1s1s2s), etc. Si assegna allora all’elettrone un grado di libertà “interno” avente
due valori possibili. Fin dal primo momento, ancora prima della formulazione
della meccanica quantistica, si era individuato questo grado di libertà quale un
momento angolare intrinseco dell’elettrone. Perchè questo abbia due valori pos-
sibili bisogna ammettere che il momento angolare intrinseco abbia autovalore

h. A questo si attribuisce il nome di spin, termine che si usa per indicare ad
2
esempio il moto rotatorio di una trottola. Lo spin dell’elettrone ha un valore
fissato. Nessuna interazione può modificarlo. Rappresenta una proprietà intrin-
seca dell’elettrone sullo stesso piano della carica elettrica e della massa. Lo stato

- 530 -
C.4 Spin

dell’elettrone è allora determinato da una funzione d’onda del tipo


ψ1 (x, t)
(C.22) ψ=( )
ψ2 (x, t)

che prende il nome di spinore. le due componenti corrispondono ai valori ± h
2
della componente z dello spin. Il momento angolare dell’elettrone è perciò costi-
tuito dalla parte orbitale x ∧ p più il suo momento di spin che indicheremo con
s:
(C.23) J=x∧p+s.
Sotto una rotazione infinitesimale di un angolo δα attorno all’asse n lo stato si
trasforma cosı̀:
(C.24) δψ = δα J ⋅ n ψ
Dall’equazione (C.16) si determina la rappresentazione di s:
1̷ 0 1 1̷ 0 −i 1̷ 1 0
sx = h ( ) , sy = h ( ) , sz = h ( ).
2 1 0 2 i 0 2 0 −1
0 1 0 −i 1 0
Le tre matrici σx = ( ) , σy = ( ) , σz = ( ) sono note come matrici
1 0 i 0 0 −1
di Pauli.
Una particolarità notevole che caratterizza i momenti angolari semi-interi
riguarda il comportamento degli stati sotto rotazione. Si prenda ad esempio lo
1 1
stato ∣ , ⟩ e si operi una rotazione intorno all’asse z:
2 2
1
1 1 ̷ 1 1 −i α 1 1
αMz /ih
Rz,α ∣ , ⟩ = e ∣ , ⟩=e 2 ∣ , ⟩ .
2 2 2 2 2 2
Se in particolare poniamo α = 2π otteniamo
1 1 1 1
Rz,2π ∣ , ⟩ = − ∣ , ⟩ .
2 2 2 2
Ciò vale in realtà indipendentemente dallo stato, e cioè Rz,2π ≡ −1. Ogni vettore
di stato con spin semiintero acquista un fattore di fase −1 in seguito a una
rotazione di 2π! Dato che gli stati sono definiti a meno di una fase, si può
concludere che una rotazione di un angolo giro corrisponde all’identità sugli stati
fisici di momento angolare fissato. Tuttavia c’è una conseguenza non banale.
Se dovessimo avere una sovrapposizione di stati con momento angolare intero e
semi-intero, ciò porterebbe ad esempio
1 1
Rz,2π (c1 ∣ , sz ⟩ + c2 ∣1, mz ⟩) = −c1 ∣ , sz ⟩ + c2 ∣1, mz ⟩
2 2
e questo non è lo stesso stato di partenza. Dunque se insistiamo che una rota-
zione di 2π deve lasciare immutato ogni stato fisico (il contrario sarebbe alquanto
paradossale), allora dobbiamo concludere che non devono essere permesse
sovrapposizioni lineari di stati a spin intero con stati a spin semintero.

- 531 -
C.5 Rotazioni e momento angolare C.5

Questa limitazione al principio di sovrapposizione individua due settori fonda-


mentali (settore bosonico, spin intero, e settore fermionico, spin semi-intero).
Particelle a spin semiintero (fermioni) sono l’elettrone, i neutrini, i quarks. Sono
bosoni di spin 1 i fotoni, i gluoni, la (Z, W ± ), lo Higgs (?), e il gravitone (spin 2).

C.5. Somma di momenti angolari


Come si è visto in precedenza, la funzione d’onda di un elettrone, tenendo
conto dello spin, è della forma
ψ (x)
Ψ(x) = ( 1 )
ψ2 (x)
e le sue proprietà di trasformazione sotto rotazione sono date dalla formula:
(C.25) R Ψ(x) = U(R) Ψ(R−1 x)
dove R = Rα,n è la matrice ortogonale che definisce la rotazione e U(R) =
1 1̷
exp(−i α n ⋅ σ) è la rappresentazione per momento angolare h.
2 2
Esercizio 7 []Dimostrare la formula seguente:
1 1 1
exp (−i α n ⋅ σ) = (cos α) 1 − i (sin α) n ⋅ σ .
2 2 2
Per una trasformazione infinitesimale vale l’Eq. (C.24)

δΨ = −i δα n ⋅ ( hσ + x ∧ p) Ψ .
2
Se il campo di forza che agisce sull’elettrone rispetta la simmetria di rotazione,
allora l’Hamiltoniana commuta con il momento angolare totale J e gli autovalori
di quest’ultimo forniscono dei “buoni numeri quantici”. Sorge in modo naturale

allora il problema di derivare gli autostati del momento angolare totale J = hσ+
2
x ∧ p a partire dalla base delle armoniche sferiche. Più in generale si affronta il
problema di costruire la base degli autovettori ∣J, M⟩ del momento angolare totale
J = J1 + J2 a partire dalla base ∣j1 m1 j2 m2 ⟩ in cui sono diagonali gli operatori
relativi ai due momenti angolari parziali. Questo costituisce il problema della
somma di momenti angolari.
Si parte dagli autovettori ∣j1 m1 j2 m2 ⟩ che soddisfano le relazioni (da qui in
avanti poniamo h ̷ = 1)

J21 ∣j1 m1 j2 m2 ⟩ = j1 (j1 + 1) ∣j1 m1 j2 m2 ⟩


J22 ∣j1 m1 j2 m2 ⟩ = j2 (j2 + 1) ∣j1 m1 j2 m2 ⟩
J1z ∣j1 m1 j2 m2 ⟩ = m1 ∣j1 m1 j2 m2 ⟩
J2z ∣j1 m1 j2 m2 ⟩ = m2 ∣j1 m1 j2 m2 ⟩

D’altra parte esisterà invece una base in cui sono diagonali J2 e Jz , ma a questi
operatori possiamo aggiungere anche J21 e J22 che ovviamente commutano con

- 532 -
C.5 Somma di momenti angolari

tutte le componenti di J:

J2 ∣J M j1 j2 ⟩ = J(J + 1) ∣J M j1 j2 ⟩
Jz ∣J M j1 j2 ⟩ = M ∣J M j1 j2 ⟩
J21 ∣J M j1 j2 ⟩ = j1 (j1 + 1) ∣J M j1 j2 ⟩
J22 ∣J M j1 j2 ⟩ = j2 (j2 + 1) ∣J M j1 j2 ⟩

Dato che in tutto quello che segue i numeri quantici j1 e j2 restano invariati,
utilizzeremo i ket con 4 argomenti ∣j1 m1 j2 m2 ⟩ per gli autostati dei momenti
angolari da cui siamo partiti, mentre indicheremo semplicemente con ∣J M⟩ gli
autostati del momento angolare totale.
Consideriamo il vettore ∣j1 m1 j2 m2 ⟩ per i valori massimi di m1 , m2 , e cioè
∣j1 j1 j2 j2 ⟩. Questo vettore è autovettore di M con autovalore j1 + j2 e in più
è annichilato da J+ e dunque è autovettore anche di J2 . Abbiamo identificato il
primo vettore della nuova base

∣J M⟩ ∣J=M=j = ∣j1 j1 j2 j2 ⟩
1 +j2

Aiutiamoci con un grafico. Ogni punto nella griglia rappresenta un vettore cor-
rispondente a una coppia di indici (m1 , m2 ). Il primo in alto a destra è il
vettore appena costruito. A partire da questo possiamo costruire un multipletto
di dimensione 2J + 1 applicando successivamente l’operatore di abbassamento J− .

Al primo colpo si avrà


√ √ √
2(j1 + j2 ) ∣j1 + j2 j1 + j2 − 1⟩ = J− ∣j1 j1 j2 j2 ⟩ = 2j1 ∣j1 j1 − 1 j2 j2 ⟩+ 2j2 ∣j2 j1 j2 j2 − 1⟩ .

La combinazione dei due vettori ∣j1 j1 − 1 j2 j2 ⟩ , ∣j1 j1 j2 j2 − 1⟩ ortogonale a J− ∣j1 j1 j2 j2 ⟩


è annichilata da J+ e dunque rappresenta lo stato ∣J = j1 + j2 − 1, M = j1 + j2 − 1⟩.
Da questi possiamo ora costruire altri due stati per applicazione di J− . Il vettore
ortogonale a entrambi rappresenta lo stato ∣J = j1 + j2 − 2, M = j1 + j2 − 2⟩. Con-
tinuando cosı̀ si vengono a costruire tutti i vettori con J = j1 + j2 − k, k = 0, 1, 2, ....
A un certo punto il numero di stati disponibili non aumenta più (l’applicazione
di J− esaurisce tutti gli stati disponibili) e quindi non è più possibile diminuire
ulteriormente l’autovalore di J. Supponiamo il valore minimo di J sia Jmin . Per
capire meglio, si consideri la Fig. 1: le linee tratteggiate indicano i punti con
m1 + m2 costante, dunque corrispondenti ad autostati degeneri di Jz . La degene-
razione aumenta da uno a 2j< + 1 (con j< = min(j1 , j2 )). Quindi si può continuare
ad abbassare J un numero di volte pari a 2j< e quindi il valore minimo di J sarà
j1 + j2 − 2j< = ∣j1 − j2 ∣. Per controllo si può verificare il numero di stati che deve
coincidere con (2j1 + 1)(2j2 + 1). Questo fissa Jmin :
j1 +j2
∑ (2j + 1) = (j1 + j2 + 1)2 − J2min = 4j1 j2 + 2j1 + 2j2 + 1
j=Jmin

- 533 -
C.5 Rotazioni e momento angolare C.5

m2

(j1, j2)

m1

Figura C-1. La costruzione della base ∣J M⟩.

da cui si ottiene Jmin = ∣j1 −j2 ∣. Si è utilizzata la profonda identità ∑n−1


k=0 (2k+1) =
n2 ben nota dall’antichità.

C.5.1. Clebsch-Gordan. La trasformazione dalla base ∣j1 m1 j2 m2 ⟩ a quel-


la del momento angolare totale ∣J M j1 j2 ⟩ costituisce una trasformazione unitaria
formalmente definita da
⟨j1 m1 j2 m2 ∣ J M j1 j2 ⟩

- 534 -
C.5 Somma di momenti angolari

Scriviamo lo stesso valore per j1 e j2 a destra e a sinistra in quanto valori di-


versi avrebbero automaticamente valore zero per l’elemento di matrice; dunque
è superfluo indicare esplicitamente j1 e j2 nel vettore di momento angolare to-
tale e d’ora in poi i due simboli saranno soppressi, e l’elemento di matrice sarà
identificato semplicemente da ⟨j1 m1 j2 m2 ∣ JM⟩. Questi elementi di matrice sono
noti come coefficienti di Clebsch-Gordan. Il calcolo effettuato sopra mostra ad
esempio che

⟨j1 j1 − 1 j2 j2 ∣ j1 + j2 j1 + j2 − 1⟩ = j1 /(j1 + j2 )

⟨j1 j1 j2 j2 − 1∣ j1 + j2 j1 + j2 − 1⟩ = j2 /(j1 + j2 )
Come calcolare i coefficienti di Clebsch-Gordan? Il procedimento delineato
in precedenza può essere utilizzato ma risulta un pó laborioso. Esistono risul-
tati generali, dovuti a Wigner e Racah [Ros95]; in pratica si utilizzano tavole
già precompilate ([Link] oppure si posso-
no utilizzare programmi automatici (ClebschGordan[] in Mathematica). Su
CampusNet troverete un programma in matlab basato sulla diagonalizzazione
diretta dell’operatore J2 .
C.5.2. 1/2 ⊗ 1/2 = 0 ⊕ 1. Il caso più semplice, ma molto importante, è quello
della somma di sue spin h/2 ̷ (i due elettroni dell’atomo di elio). Il momento
angolare totale ha valori 0 e 1, e la trasformazione unitaria è data da

∣0 0⟩ = 1/2( ∣1/2 1/2 1/2 − 1/2⟩ − ∣1/2 − 1/2 1/2 1/2⟩ )


⎪∣1 1⟩ = ∣1/2 1/2 1/2 1/2⟩




⎪ √
⎨∣1 0⟩ = 1/2( ∣1/2 1/2 1/2 − 1/2⟩ + ∣1/2 − 1/2 1/2 1/2⟩ )





⎩∣1 − 1⟩ =
⎪ ∣1/2 − 1/2 1/2 − 1/2⟩
̷ le
Per semplicità, quando è evidente dal contesto che si tratta di due spin h/2
formule precedenti si scrivono in modo più chiaro come


⎪ ∣1 1⟩ = ∣+ +⟩


∣+ −⟩ − ∣− +⟩ ⎪ ∣+ −⟩ + ∣− +⟩
∣0 0⟩ = √ , ⎨ ∣1 0⟩ = √
⎪ 2
2 ⎪


⎩ ∣1 − 1⟩ = ∣− −⟩
il primo vettore a momento angolare totale zero è chiamato un “singoletto” e
gli stati a momento angolare totale uno un “tripletto”. Si noti che il singoletto
risulta antisimmetrico rispetto allo scambio dei due momenti angolari, mentre
il tripletto è simmetrico. Questo comporta che nella costruzione di stati a due

particelle identiche di tipo fermionico, come sono le particelle a spin h, una
2
funzione d’onda fattorizzata del tipo
ψ(x1 , x2 , s1 , s2 ) = ψorb (x1 , x2 ) ψspin (s1 , s2 )
dovrà avere la parte orbitale ψorb simmetrica rispetto allo scambio di x1 con x2
nel caso di singoletto e antisimmetrica nel caso di tripletto. Ad es. per lo stato

- 535 -
fondamentale dell’atomo di elio, nell’approssimazione di elettroni indipendenti,
si avrà
ψ1 (x1 , x2 , s1 , s2 ) = N e−r1 /a−r2 /a (δs1 ,1/2 δs2 ,−1/2 − δs1 ,−1/2 δs2 ,1/2 )
dove a = h̷ 2 /2me2 è il raggio di Bohr per il caso di carica nucleare 2.
*
Appendice A.∞
L’equazione 2z∂w̄ Y − w∂z Y = 0 è lineare del primo ordine e la soluzione è data
(si veda [Gou59]) da una funzione arbitraria degli integrali primi del sistema
dw̄ dz
=−
2z w
e quindi
Y = Φ(w, ww̄ + z2 ) = Φ(w, r2 ), .
Ma se si impone che Y sia autofunzione di Mz con autovalore ℓ si trova Y =
f(r)wℓ . Il fattore f(r) non entra nelle considerazioni che seguono l’Eq.(C.15).
Parte 4

Problemi
prob 1 []Tenendo conto dell’espressione dell’energia di un pianeta in termini
delle variabili d’azione discutere la variazione dell’energia dovuta ad una lenta
diminuzione della massa del Sole (lenta rispetto al periodo di rivoluzione - si
invochi il principio adiabatico).
prob 2 []Si riprenda in esame il Probl. 3.2-7 e lo si risolva facendo uso del
vettore di Runge-Lenz.
prob 3 []Scrivere le equazioni del moto per una particella vincolata a scivolare
senza attrito su una superficie sferica sotto l’azione della forza di gravità. Discu-
tere le proprietà generali del moto facendo uso della conservazione dell’energia e
della componente del momento angolare nella direzione del campo di gravità.
prob 4 []Si considerino due pendoli identici di massa m e lunghezza l che com-
piono piccole oscillazioni con frequenza ω. I due pendoli sono accoppiati da una
molla con modulo di elasticità k. All’istante iniziale si pone in movimento uno
dei due pendoli discostandolo di un angolo ϑ0 dalla sua posizione di equilibrio
mentre l’altro pendolo è tenuto in posizione verticale. Si ricavi il moto del siste-
ma in funzione del tempo. Se il modulo k per qualche motivo tende a diminuire
nel tempo (molto lentamente rispetto al periodo di oscillazione) che cosa si può
prevedere per la dipendenza dal tempo dell’energia totale?
prob 5 []Sia H l’Hamiltoniano di un sistema quantomeccanico; si sa che l’os-
servabile X commuta con H mentre l’altra osservabile Y soddisfa a
[H, Y] = i X
Dimostrare che Z = i [X, Y] è a sua volta una costante del moto e fornire un
esempio concreto dei tre operatori H, X, Y.
prob 6 [] Si studi lo spettro dell’operatore
H = a† a + λ(a†2 a + a† a2 ) + a†2 a2
al secondo ordine in teoria delle perturbazioni nel parametro λ. Dimostrare
inoltre (con un calcolo esatto) che nel caso λ = 1 lo stato fondamentale è degenere.
prob 7 []Discutere lo spettro di una particella in una “buca di potenziale” (in
una dimensione) di ampiezza 2a e profondità V0 (V = −V0 θ(∣x∣ < a)) nel limite
in cui V0 → ∞, a → 0 con V0 a = b fissato. Ricavare le condizioni al contorno cui
soddisfa la funzione d’onda al limite a → 0.
prob 8 []Si consideri il problema di una particella quantistica in un solo grado
di libertà soggetta ad una “buca di potenziale” come al problema precedente.
Se la particella si trova inizialmente nello stato rappresentato da un pacchetto
d’onde gaussiano
(x − x0 )2
ψ(x, t = 0) = A exp {− − ik0 x}

con A, k0 , x0 e σ costanti reali positive, valutare la probabilità che una misu-
ra dell’energia all’istante t > 0 dia un valore negativo corrispondente allo stato
fondamentale. Si approssimino le formule ottenute nel caso in cui x0 >> a.
La probabilità richiesta dipende dal tempo t > 0 a cui si effettua la misura
dell’energia?
prob 9 []Si consideri una particella di massa m (in una dimensione) soggetta
ad un potenziale
V(x) = −λ1 δ(x − x0 ) − λ2 δ(x + x0 )
dove λ1 , λ2 , x0 sono costanti positive assegnate. Determinare gli stati legati della
particella, in particolare valutare la differenza tra i primi due livelli energetici al
limite x0 → ∞ nel caso λ1 =/ λ2 e nel caso λ1 = λ2 .
prob 10 []Si consideri un atomo di idrogeno in due dimensioni immerso in un
campo magnetico trasversale B. Adottando coordinate polari nel piano (r, φ)
con momenti coniugati pr , pφ , determinare i livelli energetici con il metodo di
Bohr-Sommerfeld nel limite di campo debole (si trascuri il termine quadratico in
B).
prob 11 []Si consideri un oscillatore armonico inizialmente nel suo stato fon-
damentale, descritto in opportune unità di misura dall’Hamiltoniano H0 = (p2 +
q2 )/2. All’istante t = 0 l’oscillatore è sottoposto ad una perturbazione esterna
che corrisponde ad una Hamiltoniana di interazione HI = q sin ωt. Si determini
qual’è la probabilità P(E, t) di misurare un’energia E = n + 1/2 ad un qualunque
istante t > 0. Al tempo t = T = 2π/ω la perturbazione viene spenta: la probabilità
P(E,t) dipende dal tempo per t > T ?
prob 12 []Due oscillatori armonici monodimensionali, di massa m e frequen-
za rispettivamente ω1 e ω2 , sono accoppiati tramite il potenziale V = gx1 x2 .
Calcolare lo spettro del sistema.
prob 13 []Una particella di spin h/2 ̵ e momento magnetico µ ⃗ = 12 gh⃗
̵ σ si trova

immersa in un campo magnetico B di direzione costante oscillante nel tempo
⃗ = (0, 0, B sin ωt). Se lo stato iniziale della particella è autostato
secondo la legge B
della componente x dello spin, calcolare la distribuzione di probabilità per tutte
le componenti dello spin in funzione del tempo.
prob 14 []Una particella è descritta dalla Hamiltoniana
H = c∣p∣ + 21 K∣q∣2
dove c, K sono costanti positive. Discutere la dinamica del sistema secondo la
meccanica classica. Valutare lo spettro del sistema applicando una conveniente

approssimazione. (L’operatore ∣p∣ si intende definito dalla funzione p ⋅ p).
prob 15 []Valutare la correzione in teoria delle perturbazioni all’energia dello
stato fondamentale dell’atomo di idrogeno dovuta ad una perturbazione del tipo
β
V=
r2
con β > 0 limitandosi al primo ordine in teoria delle perturbazioni.
prob 16 []Calcolare lo spettro di energia di un atomo di idrogeno perturbato
come nel problema precedente senza utilizzare la teoria delle perturbazioni.
prob 17 []L’Hamiltoniana di un sistema quantomeccanico a un grado di libertà
è data da
1
H = 2m p2 + m
2
ω2 q2 + λq4
dove q, p sono gli operatori canonici, m, ω, λ sono costanti reali positive. Dimo-
strare, attraverso considerazioni dimensionali, che ogni livello discreto di energia
è rappresentabile con l’espressione
̵

̵
En = hωΦ n( 2 3)
m ω
dove Φn è un’opportuna funzione analitica. Assumendo nota la funzione Φn ,
calcolare i valori di aspettazione
⟨n∣ q2 ∣n⟩ , ⟨n∣ p2 ∣n⟩ , ⟨n∣ q4 ∣n⟩ ,
essendo ∣n⟩ l’autostato dell’energia appartenente a En (applicare il teorema di
Feynman-Helmann). Determinare Φn (x) al secondo ordine in teoria delle per-
turbazioni e applicare il risultato al calcolo dei valori d’aspettazione ottenuti in
precedenza.
prob 18 []Discutere il problema agli autovalori per una particella di massa m
in un grado di libertà soggetta al potenziale

⎪λ δ(x), ∣x∣ < a;

V =⎨

⎪+∞, ∣x∣ ≥ a

dove δ(x) è la distribuzione di Dirac, e a, λ sono costanti positive. Discutere
inoltre il limite λ → ∞.
prob 19 []Scrivere la forma più generale dello stato fondamentale di un atomo
di boro (numero atomico 5) nell’approssimazione di elettroni indipendenti (si
trascuri cioè la repulsione coulombiana degli elettroni).
prob 20 []Un sistema di due particelle a spin zero si trova nello stato
α β
Ψ(x1 , x2 ) = N exp {− ∣x1 ∣2 − ∣x2 ∣2 + γx1 ⋅ x2 }
2 2
Si calcoli il valore di aspettazione del momento lineare e delle componenti del
momento angolare delle due particelle.
prob 21 []Calcolare la correzione ai primi due livelli di energia di un atomo di
idrogeno dovuti ad un momento di dipolo elettrico ε del nucleo. Il calcolo sia
effettuato al primo ordine in teoria delle perturbazioni.
N.B.: Le funzioni d’onda idrogenoidi normalizzate ψnlm che interessano sono
le seguenti (r espresso in unità atomiche):

ψ100 (r) = 2e−r Y00


1
ψ200 (r) = √ e−r/2 (1 − 12 r) Y00
2
ψ21m (r) = 2√1
6
re−r/2 Y1m
prob 22 []Sia H0 = p2 /2m+mω2 q2 /2 l’Hamiltoniana di un oscillatore armonico
ad un grado
√ di libertà. Sia V = a†2 a2 una perturbazione, essendo a = (p −
̵
imωq)/ 2mhω l’operatore di annichilazione. Trovare la dipendenza funzionale
di un generico livello di energia dell’Hamiltoniano H = H0 + λV, e cioè En =
̵ ω, λ), con semplici considerazioni dimensionali. Calcolare la correzione
Φ(m, h,
al secondo ordine in teoria delle perturbazioni per l’autovalore e per l’autovettore
dello stato fondamentale.
prob 23 []Discutere la dinamica quantistica di un oscillatore armonico aven-
te massa m e frequenza ω soggetto ad una perturbazione che ne modifica la
frequenza in modo tale che si ha

⎪ ω t≤0



ω(t) = ⎨ω + δω 0 < t ≤ T



⎩ω
⎪ T ≤ t.
Se l’oscillatore si trova nello stato fondamentale per t < 0, quale sarà la probabi-
lità di misurare un’energia (n + 21 )hω
̵ ad un tempo successivo a T ?
prob 24 []Un elettrone è confinato in una regione cilindrica di lunghezza L e
raggio di base R. Il campo elettrico all’interno del cilindro è nullo; è presente
invece un campo magnetico di cui si conosce il potenziale
Φy Φx
A = (− 2 , , 0)
x + y2 x2 + y2
Si determini l’Hamiltoniana dell’elettrone e si discuta la natura dello spettro.
prob 25 []Si discutano i limiti di applicabilità della formula
∂H ∂H
̵ (q
[qp, H] = −ih − p)
∂q ∂p
suggerita dall’analogia con le parentesi di Poisson. Applicando la formula al caso
H = p2 + V(q) dedurne il teorema del viriale (si sfrutti il fatto che il commutatore
ha elementi di matrice nulli sulla diagonale).
prob 26 [] Si consideri un oscillatore armonico isotropo in due gradi di libertà;
l’Hamiltoniano è dato in unità opportune da

H = 21 (p21 + p22 + x21 + x22 ) .


La generica trasformazione ortogonale

⎛ p1 ⎞ ⎛p1 ⎞

p
⎜ 2⎟ ⎜p ⎟
⎜ ′ ⎟ = R ⎜ 2 ⎟ , RRt = 1l
⎜ x1 ⎟ ⎜ x1 ⎟
⎝x ′ ⎠ ⎝ x2 ⎠
2
lascia invariante l’Hamiltoniano. Si chiede: R si può considerare una simmetria
di H? (Suggerimento: si richieda che R lasci invariati anche i commutatori
canonici).
prob 27 []Si consideri il problema di una particella in un grado di libertà
che presenta uno spettro di energia puramente discreta En . Si assuma vali-
da l’approssimazione semiclassica e si cerchi una espressione approssimata per
il potenziale V(x). (Suggerimento: si trovi una interpolazione alla funzione
E(J) = En , J = nh̵ e si cerchi di ricostruire V(x) dalla conoscenza del periodo
di oscillazione T (E) = 2π/ω(E), ω(E) = dE/dJ. Se occorre aiuto, consultare
[LL65]).
prob 28 []Risolvere l’equazione di Schroedinger per il seguente Hamiltoniano
(espresso in coordinate polari nel piano)
̵2
h k β2
H=− △− + .
2m r 2m r2 sin2 φ
prob 29 []Una particella libera di massa m si trova al tempo t = 0 nello stato
descritto dalla funzione d’onda
sin k∣x∣
ψ(x) = N .
k∣x∣
Determinare il valor medio dell’energia, del momento lineare e del momento
angolare. Determinare la funzione d’onda a un tempo qualunque t > 0.
prob 30 []Determinare la correzione ai livelli di energia dell’atomo di idrogeno
dovuti al fatto che il protone ha un raggio finito. (Applicare la teoria delle
perturbazioni stazionarie al potenziale coulombiano modificato a corte distanze
nell’ipotesi che la carica sia distribuita con densità costante in una sfera di raggio
r0 molto minore del raggio di Bohr).
prob 31 []Qual’è la probabilità di misurare un valore h/2 ̵ per la componente
dello spin dell’elettrone in direzione n se lo stato è un autostato della componente
dello spin in direzione n ′ ? In generale, se il momento angolare totale è λ(l+1)h ̵ 2,
̵
qual’è la probabilità di misurare il valore massimo hl per la componente del
momento angolare in direzione n se lo stato è un autostato della componente del
momento angolare in direzione n ′ corrispondente allo stesso valore?
prob 32 []L’Hamiltoniano
d 2 3x2 − a2
H = − 21 ( ) + 2
dx (x + a2 )2
ammette l’autofunzione ϕ0 = N (x2 + a2 )−1 appartenente all’autovalore zero.
Esistono stati a energia negativa?
prob 33 []Sia H0 = ∑∞ n=0 En Pn la decomposizione spettrale dell’Hamiltoniano
H0 (spettro puramente discreto). Si consideri la perturbazione H = H0 + ε ∣ξ⟩ ⟨ξ∣ ,
essendo ∣ξ⟩ un qualunque vettore di norma uno. Discutere lo spettro di H in
generale e ricavare lo sviluppo perturbativo degli autovalori.
Dimostrazione. La perturbazione costituita da un operatore di rango uno,
quale è il proiettore su ∣ξ⟩, è il caso più semplice possibile di perturbazione. Appli-
cando all’Hamiltoniano la definizione di determinante estesa al caso di operatori
infinito-dimensionali, lo spettro è individuato dalle radici dell’equazione
0 = det (H0 − E1l + ε ∣ξ⟩ ⟨ξ∣)
= det (H0 − E1l) det (1l + ε ∣ξ⟩ ⟨ξ∣ (H0 − E1l)−1 )
= det (H0 − E1l) (1 + ε ⟨ξ∣ (H0 − E1l)−1 ∣ξ⟩)
∣ ⟨n∣ ξ⟩ ∣2
= 1 + ε∑ .
n En − E
Verificare che per ε piccolo si ottiene lo stesso risultato della teoria delle pertur-
bazioni. ∎
prob 34 []Studiare il problema agli autovalori per l’operatore
K= 1
2
(p4 + q4 )
essendo p e q operatori canonici e si sono adottate unità in cui h ̵ = 1. Adottare
un’approssimazione che consiste nel restringere l’operatore al sottospazio gene-
rato dai primi N autovettori {∣n⟩ ∣n = 0, 1, . . . , N − 1} dell’oscillatore armonico
p2 + q2 . Spiegare per quale motivo il problema si può risolvere separatamente nei
sottospazi generati da Sν = {∣4k + ν⟩ ∣k = 0, 1, . . . , [N/4]}, per ν = 0, 1, 2, 3 .
prob 35 []Dal principio di Heisenberg segue che una particella confinata in una
regione di volume limitato non può avere energia cinetica media nulla. Spiegare
il perché e valutare la pressione media che la particella esercita sulle pareti anche
nel suo stato di energia più basso (temperatura zero!).
prob 36 []A e B sono per ipotesi due osservabili discrete e non compatibili di
un certo sistema fisico S. Si supponga inoltre che S possa essere preparato,
mediante gli opportuni esperimenti di prima specie, in uno stato ξ nel quale
né A né B posseggono un valore definito. Misurando A si ottengono i valori
a1 e a2 , con frequenza relativa PrA (aj ∣ξ) = pj , j = 1, 2, mentre misurando B
si ottengono i valori b1 e b2 , con frequenza relativa PrB (aj ∣ξ) = qj , j = 1, 2.
Assumendo che almeno alcune delle misurazioni di A e B siano di prima specie,
possiamo selezionare opportunamente i vari risultati sperimentali, in modo da
ottenere delle preparazioni di S negli autostati ξj di A corrispondenti a aj da
una parte, e negli autostati ξ′j di B corrispondenti a bj dall’altra. Infine si osserva
che B non possiede valori definiti quando S si trova in un autostato di A, per
cui A e B non sono compatibili. Ci poniamo ora il problema di rappresentare
matematicamente la relazione esistente tra ξ e ξj e quella esistente tra ξ e ξ′j .
La MQ dà una risposta univoca a questo problema. Quale? Sarebbe univoca la
risposta se A e B fossero compatibili?
prob 37 []Utilizzando la formula B.12, la formula di Baker−Hausdorff e la
“rappresentazione di interazione” (§10.1.4) dimostrare la seguente identità
G(x, y, t) ≡ ⟨x∣ exp {−t [ 12 p2 + V(q)]} ∣y⟩ =
e−(x−y) /2t
2
′ ′ −t 1 dτV(y+(x−y)τ+(1−τ)q−itτp)
= 1/2 ∫ dx ⟨x ∣ T (e ∫0 ) ∣0⟩ .
(2πt)
soluzione []Si veda [Ono78]. La formula permette di ricavare lo sviluppo in
serie di potenze in t della funzione funzione di Green G, una volta fattorizzato
il contributo “libero” G0 rappresentato dalla gaussiana.
prob 38 []Ricavare una relazione di ricorrenza per integrali della forma ∫ dx ψn ψk f(x)
che generalizzi il risultato della (5.45) (a pag. 100) al caso di due autofunzioni
distinte ψn , ψk .
soluzione []Si applica il metodo del §5.2.6 alla funzione ρnk = ψn (x)ψk (x) ,
con la differenza che è necessario derivare quattro volte per ottenere un’equazione
differenziale autonoma. Si ottiene
̵2
h
⟨f(iv) ⟩ = ⟨f ′ V ′ ⟩ + 2⟨f ′′ (V + 12 (En + Ek ))⟩ − mω2nk ⟨f⟩ ,
4m
dove ωnk è la frequenza di Bohr relativa ai due livelli (En − Ek )/h ̵.
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Indice analitico

M⊙ , massa del Sole, 519 funzione di, 123


P(1/x), 509 Algebra di Lie, 523
R⊙ , raggio del Sole, 519 algebra di Lie, 126, 269, 481
SO(3), 476 ampiezza
SU(2), 484 di diffusione, 406
[ , ] commutatore, 126 di probabilità, 94
F, trasformata di Fourier, 106 di riflessione, 140
Γ (z), 492, 500 di trasmissione, 140
Im , x analisi
△, x, 57, 505 armonica, 479
Re , x non-commutativa, 489
⟨ ∣, bra, 96 antiunitario
δ di Dirac, 508 operatore, 211
∣ ⟩, ket, 96 approssimazione
C, x adiabatica, 387, 455
N, x di Born-Oppenheimer, 456
R, x di dipolo, 375
Z, x metodi di, 359–389
∇, x semi-classica, 381
◻, 57 WKB, 381
{ , } parentesi di Poisson, 18 Armoniche sferiche, 528, 529
Å, Ångstrom, 519 armoniche sferiche, 59, 155, 262
cobe, 69 ortogonalità delle, 59
T-ordinamento, 232, 370, 489, 508 Arnold, 33
assorbimento risonante, 373
Abeliano Atomo di elio, 535
gruppo, 475 atomo di idrogeno , 158–165
accoppiamento autofunzioni generalizzate, 104
minimale, 343, 344 autostato, 170
spin-orbita, 290, 436 autovalore, 96, 170
adiabatica non degenere, 96, 184
approssimazione, 387, 455 autovettore, 96, 184
adiabatico azione, 9
invariante, 31 variabili di, 33
teorema, 33, 387
afelio, 48 Baker-Hausdorff
Airy formula di, 488

553
Balmer Christoffel
formula di, 162 simboli di, 14
bande di energia, 153 Clebsch-Gordan
Bargmann coefficienti di, 290
rappresentazione di, 135 serie di, 292
regola di superselezione, 335 coefficienti di Clebsch-Gordan,
base ortonormale, 103 534
Bell coerenze residue, 205, 237
diseguaglianze di, 255 commutatore, 126, 194
Berry commutatore finito, 269
fase di, 390 completezza
Bessel relazioni di, 96
equazione di, 55 componenti irriducibili, 276
funzioni di, 35, 409, 492, 512 Compton
funzioni sferiche di, 513 effetto, 71
bilancio dettagliato lunghezza d’onda, 72, 519
principio del, 357 coniugato Hermitiano, 96
Bloch conservativo, 234
teorema di, 153 conservazione
Bohr leggi di, 6, 7, 311
magnetone di, 519 controvariante
raggio di, 519 componente di un vettore, 4
teoria di, 75 coordinate
Boltzmann cilindriche, 505
costante di, 519 curvilinee, 505
Born ellittiche, 506
interpretazione di, 94 paraboliche, 505, 506
serie di, 142 polari, 3
Born-Oppenheimer sferiche, 505
approssimazione di, 456 sferoidali, 506
Bose-Einstein, 392 coordinate normali, 273
bosoni, 397 corpo nero, 68, 378
bra, 96, 181 corrente
Brillouin densità di, 99
prima zona di, 218 di probabilità, 99
costante
c-numero, 260 di accoppiamento, 360
CampusNet, 535 di Boltzmann, 519
canonica di Newton, 519
quantizzazione, 239 di Planck, 519
canoniche di Rydberg, 78, 519
coordinate, 18 di struttura fine, 519
regole di commutazione, 239 costanti di struttura, 317
trasformazioni, 20, 22 costanti fisiche, 519
carica covariante
conservata, 313 componente di un vettore, 4
efficace, 47
elettronica, 519 Davisson-Germer
Casimir esperimento di, 81
effetto di, 430 De Broglie
lunghezza d’onda di, 519 di Bessel, 55
degenerazione di Hamilton-Jacobi, 24
asintotica, 121 di Klein-Gordon, 91
dei livelli energetici, 96, 102 di Langevin, 453
densità, 202 di Lippman-Schwinger, 405
degli stati, 149 di Schroedinger, 85
di probabilità, 94 Equazione di Laplace, 529
deviazione standard, 170 equazioni
De Broglie canoniche, 18
onde di, 83 d’Eulero-Lagrange, 9
diagonale a blocchi, 276 di Heisenberg-Hamilton, 242
diagonalizzazione, 97 esperimento
diagrammi delle due fenditure, 82, 247
di Feynman, 423 di Davisson-Germer, 81
di Young, 493 di Stern-Gerlach, 79
diffusione esponenziale
ampiezza di, 406 T-ordinato, 232, 370, 489, 508
dipolo Eulero
approssimazione di, 375 funzione Γ di, 492, 500
elettrico, 348, 375, 519 principio di, 10
magnetico, 519 Eulero-Lagrange
Dirac, 89 equazioni di, 9
funzione δ di, 508 principio di, 21
dispersione, 82, 170
disuguaglianza f.g., 21
di Barnes, Brascamp e Lieb, 386 famiglia spettrale, 101, 187
di Young, 16 fase stazionaria
principio della, 495
effetto Fermat
Compton, 71 principio di, 13, 84
fotoelettrico, 70 Fermi
tunnel, 141 regola d’oro di, 374
Ehrenfest fermioni, 397
ipotesi adiabatica di, 77 Feynman
teorema di, 242 diagrammi di, 423
Einstein, 49, 70, 72, 378 integrali sui cammini di, 447
Einstein, convenzione di, 4 Feynman-Kac
elettrodinamica quantistica , formula di, 453
378, 433 filtro polarizzatore, 73
elettrone fononi, 391, 424
carica, 519 formula
dipolo elettrico, 519 di Baker-Hausdorff, 488
dipolo magnetico, 519 di Balmer, 162
massa, 519 di Feynman-Kac, 453
elicità, 283 di Lie-Trotter, 489
emissione di Rayleigh-Jeans, 68
risonante, 373 fotoni, 70, 429
spontanea, 377 frequenza
energia di punto zero, 126, 430 di Bohr, 78, 371
equazione di Larmor, 439
funzionali lineari, 508 regole di commutazione di, 89
funzione Hermite
Γ di Eulero, 492 polinomi di, 129
caratteristica, 170 Hilbert
di partizione, 386 spazio di, 179
di Airy, 123
di Bessel, 512 identità
di Green, 108, 404 di Jacobi, 29, 481
dell’oscillatore, 137 indeterminazione, 170
di Legendre, 59 principio di, 75
generatrice, 21, 23 relazioni di, 111, 196
funzione d’onda, 86, 208 infrarosso, 219
funzioni di Legendre, 529 insieme completo
di osservabili compatibili, 176
Galilei di proiezioni ortogonali, 187
gruppo di , 329–335 integrale di scambio, 395
gauge integrali
invarianza di, 90, 344 gaussiani, 514
trasformazioni di, 343, 433 sui cammini, 447
Gauss integrali sui cammini, 516
integrazione di, 514 interazione
generatori, 241, 307, 481 di gauge, 91
geodetiche, 12 di scambio, 400
Goudsmit-Uhlenbeck interazioni minimali, 339
ipotesi di, 79 interferenza, 82, 247
Green invarianti adiabatici, 31
funzione di, 108, 137, 404 invarianza galileiana
gruppi di simmetria, 339 principio di, 332
gruppi di simmetria , 314 inversione
gruppo, 23 spaziale, 345
astratto, 475 temporale, 352
continuo, 480 ipergeometrica confluente, 160,
di Galilei, 329 499, 511
di Lie, 316 irriducibile
di trasformazioni, 7 insieme di osservabili, 171, 175
euclideo, 327 irriducibili
simplettico, 43 rappresentazioni, 478
gruppo delle rotazioni isospin, 183, 271, 338
rappresentazioni del, 484 istantoni, 122

Hamilton Jacobi
equazioni di, 16 identità di, 29, 481
meccanica di, 15 Keplero
Hamilton-Jacobi leggi di, 47
equazione di, 23–30 ket, 96, 181
Hamiltoniana, 17 Kramer
Hamiltoniano, 88 teorema di, 355
Heisenberg
principio di, 111, 126 Lagrange
rappresentazione di, 233 principio di Eulero-, 10
moltiplicatori di, 11 principio di, 10
Lagrangiana, 3 meccanica
Laguerre delle matrici, 92
polinomi di, 162 di Hamilton , 15–25
Lamb shift, 438 di Lagrange , 3–11
Landau metodo di Weyl, 516
livelli di, 439 metodo variazionale, 383
Langevin microreversibilità
equazione di, 453 principio di, 357
Laplace minimale
metodo di, 490, 491, 510 accoppiamento, 343, 344
operatore di, 505 miscele statistiche, 172, 201
Legendre misura
trasformata di, 15 a valori operatoriali, 189
legge teoria della, 167
di Wien, 68 modi normali, 428
di composizione, 229, 475 molecola biatomica, 463
di conservazione, 6, 311 molteplicità, 185
di trasformazione, 210 moltiplicatori di Lagrange, 11
lemma momento
di Schur, 478 coniugato, 7, 17
di Watson, 491 lineare, 6
Levinson momento angolare
teorema di, 151 interno, 269
Lie intrinseco, 272
algebre di, 480 orbitale, 259, 260
gruppi di, 480 totale, 270, 273
Lie-Trotter monopolo
formula di, 489 campo di, 463
Lieb moto
disuguaglianza di, 386 browniano, 453
Liouville equazioni del, 3
teorema di, 19
Lippman-Schwinger Newton
equazione di, 405 costante di, 519
livelli di Landau, 439 Noether
lunghezza d’onda Compton, 72, 91 teorema di, 6
norma
massa della funzione d’onda, 99
a riposo, 71 Normalizzazione, 528
di Planck, 519 Notazioni, x
ridotta, 159 nucleo integrale, 107
Mathematica, 535 numero quantico
Matlab, 535 additivo, 310
matrice, 194, 202 moltiplicativo, 310
densità, 452 principale, 162
elementi ridotti di, 293
metrica, 4 omomorfismo, 476
matrici di Pauli, 256, 483 onda
Maupertuis lunghezza d’, 82
onde Poincaré-Bertrand
pacchetto d’, 83 teorema, 510
equazione delle, 51 Poisson
onde parziali parentesi di, 18, 29, 239
sviluppo in, 409 polarizzazione
onde piane, 218 ellittica, 73
operatore lineare, 73
antiunitario, 211 vettore di, 72
autoaggiunto, 517 polinomi
di annichilazione, 128 di Hermite, 129
di Casimir, 276 di Laguerre, 162
di creazione, 128, 415 popolazioni, 205
di distruzione, 415 postulati della meccanica
di evoluzione temporale, 369 quantistica, 180, 189, 228
risolvente, 150, 361 potenziale efficace, 156
scalare, 286 preparazione, 173
tensoriale irriducibile, 285 completa, 176
operatore vettoriale, 285 principio
operatori canonici, 89, 103 d’azione, 10
ortogonalità della fase stazionaria, 495
relazioni di, 96 di corrispondenza, 230
oscillatore armonico , 124–138 di esclusione, 398
osservabili, 168 di Heisenberg, 111, 126
compatibili, 175 di indeterminazione, 75, 91
dicotomiche, 170 di indistinguibilità, 393
pacchetto d’onda, 82 di invarianza di gauge, 344
riduzione del, 186 di invarianza galileiana, 332
parentesi di Poisson, 18 di microreversibilità, 357
parità, 345 di Pauli, 78
intrinseca, 347 di sovrapposizione lineare, 177
operatore di, 106 variazionale , 8–10
orbitale, 347 probabilità
violazione della, 350 ampiezza di, 94
parte principale congiunta, 246
secondo Cauchy, 509 onde di, 94
partizione, 493 problema
Pauli dell’ordinamento, 241
matrici di, 256, 483 processi
principio di, 398 diffusivi, 453
perielio, 48 stazionari, 236
precessione del, 49 stocastici, 453
permutazioni, 476 prodotto
perturbazioni T-ordinato, 232
armoniche, 373 diretto, 195
dipendenti dal tempo, 368 scalare, 95
stazionarie, 360 semidiretto, 327
Planck tensoriale, 183, 195
costante di, 519 propagatore, 143, 151
massa di, 519 pseudoscalare, 347
quanti, 70 rotazione, 264
quantizzazione, 77 infinitesima, 267
canonica, 239 rotazioni, 521
quaternioni, 476 gruppo delle, 476, 483
Runge-Lenz
radiazione vettore di, 48
atomica, 374 Rutherford, 46
di fondo, 69 Rydberg
radiazione di fondo, 519 costante di, 519
raggi, 179
raggio scalare, 347
di Bohr, 519 scattering
di Schwartzschild, 519 teoria dello , 403–410
raggio di Bohr, 78, 160 scattering, 236
rapporto giromagnetico, 435 Schroedinger
rappresentazione, 208 equazione di, 85
a due valori, 275 Schur
aggiunta, 275 lemma di, 478
d’interazione, 489 Schwartzschild
del momento, 226 raggio di, 519
di Bargmann, 135 semplicemente connessa
di Heisenberg, 233 varietà, 263
irriducibile, 275, 319, 478 separabilità, 26
lineare, 484 dello spazio degli stati, 180
numero-di-occupazione, 418 serie
proiettiva, 217, 272, 315 asintotica, 360, 489
scalare, 266 di Born, 142
unitara, 478 di Dyson, 370
unitaria, 275 perturbativa, 360
vettoriale, 218 sezione d’urto
rappresentazioni, 476 differenziale, 406
Rayleigh-Jeans totale, 410
formula di, 68 sfasamenti, 151, 409
regole canoniche simboli 3-j, 295
di (anti-)commutazione, 416 simmetria
relazioni interna, 338
di completezza, 96 trasformazione di, 211, 298
di ortogonalità, 96, 479 simmetrie, 6, 7
Relazioni di commutazione, 523 simplettico
ricoprimento universale, 274 gruppo, 43
riflessione singoletto, 291
ampiezza di, 140 Somma di momenti angolari, 532
risoluzione dell’identità, 208 sostituzione minimale, 90
risolvente sottogruppo, 476
operatore, 150, 361 ad un parametro, 307
risonanza, 373 sovrapposizione
Ritz coerente, 202
metodo di, 384 incoerente, 202
Rollnick spazio
classe di, 408 di Hilbert, 179
metrico, 95 teoria
proiettivo, 179 dei gruppi, 259, 299, 475–489
spettrale di Floquet, 38
decomposizione, 191, 517 tori invarianti, 37
famiglia, 187, 517 traccia, 200
teorema, 191 transizione, 192
spettri a righe, 75 trasformata di Borel, 495
spettro, 101, 169 trasformazione
Spettro del momento angolare, legge di, 210
524 attiva, 300
spin, 530 coniugata, 279
spin, 183, 198, 272 di gauge, 343
spin-orbita di simmetria, 211, 298
accoppiamento, 290, 436 infinitesimale, 22
spinore, 531 passiva, 300
spinori, 484 trasformazioni
stati infinitesimali, 521
coerenti, 134, 373 unitarie, 521
eccitati, 102 traslazioni, 216
puri, 172 spaziali, 319
stato, 168 temporali, 229, 321
di vuoto, 414 trasmissione
fondamentale, 102 ampiezza di, 140
Stirling tripletto, 291
formula di, 492 tunnel
Stone effetto, 141
teorema di, 307
superselezione, 206 ultravioletto, 219
sviluppo spettrale, 101 unitaria, 210
urti elastici, 403
teorema, 190
adiabatico, 33, 387 valor medio, 170
del viriale, 20 valore di aspettazione, 170
di Bloch, 153 variabili
di Ehrenfest, 242 d’azione, 33, 76
di Feynman-Helmann, 365 nascoste, 245, 254
di Gauss, 98 variazionale
di Hardy-Littlewood, 497 metodo, 383
di Kramer, 355 velocità
di Levinson, 151 della luce, 519
di Liouville, 19 di fase, 82
di Noether, 6 di gruppo, 83
di Poincaré-Bertrand, 510 vettore
di Stone, 307 assiale, 346
di Von Neumann, 89 di stato, 88, 177
di Wick, 515 polare, 346
di Wigner, 301 vincoli olonomi, 4
di Wintner, 89, 240 viriale
ottico, 410 teorema del, 20, 100
spettrale, 191 Von Neumann
teorema di, 89
vuoto
stato di, 414

Watson
lemma di, 491
Weinstein
teorema di, 37
Wick
ordinamento di, 136
teorema di, 515
Wien
legge di, 68
Wigner
teorema di, 301
Wigner-Eckart
teorema di, 292
Wintner
teorema di, 89, 240
WKB, 381

Young
disuguaglianza di, 16
Yukawa, 91
Elenco delle figure

3-1 La traiettoria nello spazio delle fasi per la particella che rimbalza
elasticamente tra due pareti di cui una è in movimento. 32

5-1 La formula di Planck a T = 2.726 K. Sono riportate in tratto fine


e a tratteggio le formule di Wien e di Rayleigh-Jeans. Lo spettro
della radiazione di fondo cosmica secondo le rilevazioni di cobe è
indistinguibile, su questa scala del diagramma, dalla formula di Planck. 69
5-2 La formazione di frange di interferenza originate o dall’accumularsi
di elettroni su una lastra fotografica simulata numericamente; a) 100
particelle, b) 500 , c) 1000, d) 5000. 94

6-1 Soluzione grafica dell’equazione agli autovalori per la buca di potenziale. 120
6-2 La funzione di Airy. 124
6-3 Le autofunzioni dell’energia di ordine più basso per l’oscillatore
armonico. 132
6-4 La densità ρn = ∣ψn (x)∣2 per uno stato altamente eccitato dell’oscillatore
armonico; è riportata anche la distribuzione di probabilità classica
ρcl ∝ 1/∣p(E, x)∣. 133
6-5 Il coefficiente di trasmissione per la barriera rettangolare nei vari casi
2mV0 a2 /h ̵ 2 = 1, 2, 5, 10. 148
6-6 Le bande di energia per il modello più semplice di potenziale periodico. 155
6-7 Densità radiali per la “buca sferica” del Probl. 6.5-34. Dati del problema:
m=h ̵ = 1, l = 3, V0 = 10, R = 2. 158
6-8 Il cammino di integrazione per il calcolo di u(ξ). 161
6-9 Le densità radiali u2nl per le prime autofunzioni dell’atomo di idrogeno
(onda s). 164
6-10Le densità radiali u2nl per le prime autofunzioni dell’atomo di idrogeno
(onda p). 165
6-11Le densità radiali u2nl per le prime autofunzioni dell’atomo di idrogeno
(onda d). 166

8-1 Addizione di momenti angolari quantistici. 288

10-1La funzione fT (ω). 375


563
10-2Metodo variazionale applicato all’oscillatore anarmonico. 385

13-1La conducibilità Hall σxy in unità e2 /h. In ascissa la tensione Vg . 442

A-1 Schema dell’apparato sperimentale per l’esperimento di coincidenza di


fotoni. 471

B-1 Le prime somme parziali alla Borel per la serie divergente (B.9) . 498

C-1 La costruzione della base ∣J M⟩. 534


Elenco delle tabelle

4-1 Zeri delle funzioni di Bessel Jm (x). 56


4-2 Zeri delle funzioni di Bessel sferiche jl (x). 60

6-1 La parte radiale delle autofunzioni dei livelli più bassi dell’atomo di
idrogeno unl . 163
6-2 Denominazione dei livelli idrogenoidi. 163

9-1 Relazioni di commutazione dei generatori delle trasformazioni galileiane. 334

10-1Sviluppo perturbativo dello stato fondamentale per l’operatore


a† a + 21 + εq4 . 363
10-2Risommazione di Padé della serie perturbativa per lo stato fondamentale
dell’oscillatore anarmonico. 364
10-3Calcolo variazionale dello stato fondamentale e del primo stato eccitato
per l’oscillatore anarmonico. 385

B-1 Costanti fisiche utilizzate nel testo. 519

565

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