Giacomo Leopardi nacque a Recanati il 29 giugno 1789 in una nobile famiglia
marchigiana.
Recanati era un borgo dello Stato pontificio, uno dei più arretrati e culturalmente chiusi
in Italia (“natio borgo selvaggio”). Il padre era un uomo molto colto, ma legato ad una
cultura classica e accademica; mentre la vita familiare era dominata da un’atmosfera
autoritaria, priva di affetto. Da questi elementi si evince che Leopardi crebbe in un
ambiente bigotto e opprimente.
Giacomo fu istruito in un primo momento da precettori ecclesiastici, ma intorno ai 10
anni continuò gli studi da solo nella biblioteca paterna, approfondendo il greco, il
latino, l’ebraico, conducendo strabilianti studi filologici e traducendo classici latini e
greci (da qui i “sette anni di studio matto e disperatissimo” che contribuirono a rendere
precaria la sua salute).
DALL’ERUDIZIONE AL BELLO (biografia)
Tra il 1815 e il 1816 abbandonò i lavori filologici per dedicarsi ai grandi poeti (Omero,
Dante, Virgilio, Alfieri, Rousseau, ecc...).
Un episodio significativo della sua vita fu l’incontro con Pietro Giordani, un illustre
intellettuale laico e democratico del tempo, che divenne per lui una vera e propria
guida. L’amicizia con Giordani aprì Leopardi verso il mondo esterno e crebbe in lui il
desiderio di fuggire dall’opprimente Recanati per vivere nuove esperienze intellettuali.
Nel 1819 tentò una fuga, ma venne scoperto e uno stato di afflizione prese il
sopravvento (acuito da una malattia agli occhi che rende complicata la lettura).
DAL BELLO AL VERO (biografia)
Questa “nera orrenda barbara malinconia che lo lima e lo divora” segnò un altro
passaggio: dalla poesia d’immaginazione alla filosofia e ad una poesia nutrita di
pensiero. In questi anni si cimentò anche in nuove sperimentazioni letterarie,
accrescendo la sua raccolta di pensieri filosofici, linguistici e letterari (raccolti nello
Zibaldone).
Nel 1822 lasciò finalmente Recanati e si recò a Roma dallo zio. Purtroppo però la tanto
attesa fuga si rivelò una delusione a causa dell’ambiente letterario vuoto che incontrò a
Roma.
Tornato a Recanati ricominciò un periodo di freddezza interiore che blocca la sua
produzione poetica, portandolo a dedicarsi alla prosa.
Nel 1825 ci fu una svolta: l’editore milanese Stella gli offrì un lavoro per varie
collaborazioni. Leopardi a questo punto lasciò la famiglia e si recò a Milano, poi a
Bologna, a Firenze e ancora, nel 1828, a Pisa (dove visse un periodo di tregua dai suoi
mali).
Le necessità economiche però lo portano a sospendere l’assegno con l’editore e a
tornare dalla sua famiglia, dove soggiornò per sedici mesi. Nell’aprile del 1830 accettò
un’offerta a Firenze e lasciò Recanati per non farci più ritorno.
Iniziò così una nuova fase della sua vita: uscì dalla cerchia chiusa del suo io e strinse
rapporti sociali più intensi, venendo a contatto con il dibattito politico e culturale. Ebbe
anche un’esperienza amorosa infelice con Fanny Targioni Tozzetti, una dama sposata,
e strinse un forte legame con Antonio Ranieri, un giovane napoletano in esilio a Firenze.
Nel 1833 tornò con lui a Napoli, dove entrò in conflitto con l’ambiente culturale
dominato da tendenze cattoliche (in contrasto con il suo pensiero ateo).
Morì a Napoli il 14 giugno 1837.
LE LETTERE
Ci sono rimaste una moltitudine di lettere di Leopardi, non scritte per la pubblicazione,
ma in molti casi di straordinaria bellezza. Tra le più significative sono quelle a Pietro
Giordani, in cui scriveva dei suoi tormenti interiori, della soffocante Recanati, ma anche
di idee e progetti letterari.
Un altro gruppo di lettere è destinato alla sua famiglia: al fratello Carlo, a cui
raccontava le sue esperienze in toni ironici e scherzosi; alla sorella Paolina, sensibile e
affettuosa, a cui raccontava le vicende più intime; al padre, in cui traspare la rigidità del
rapporto, il bisogno di affetto e le differenze tra i loro pensieri.
IL PENSIERO
DAL BELLO AL VERO
LA NATURA BENIGNA E IL PESSIMISMO STORICO
Al centro del pensiero di Leopardi si pone fin da subito l’infelicità dell’uomo. Arriva ad
indentificare inizialmente la causa prima di quest’infelicità nell’insoddisfazione.
Leopardi identifica la felicità con il piacere, sensibile e materiale, ma l’uomo non
desidera un piacere, bensì il piacere: aspira ad un piacere infinito, ma, non essendo
possibile, nasce in lui un vuoto incolmabile. Il poeta specifica, inoltre, che questa
teoria va intesa in senso materiale, non religioso e/o metafisico.
Ma la natura in questa prima fase ha voluto offrire un rimedio all’uomo:
l’immaginazione e le illusioni. Gli uomini primitivi, gli antichi greci e romani e i bambini,
essendo più vicini alla natura e non avendo le conoscenze “moderne”, erano capaci di
illudersi e immaginare, di conseguenza erano più felici.
Il progresso della civiltà e della ragione, spegnendo le illusioni, ha reso i moderni
incapaci di azioni eroiche, ha generato meschinità, egoismo, corruzioni. Leopardi da un
giudizio durissimo alla civiltà dei suoi anni, vedendola dominata da tedio e inerzia.
Lo sviluppo ha messo sotto gli occhi degli uomini il “vero” e lo ha reso infelice. In
questa prima fase, dunque, la colpa è attribuita all’uomo stesso.
LA POETICA DEL VAGO E INDEFINITO
Ciò che stimola l’immaginazione a costruire questa realtà parallela in cui l’uomo trova
l’illusorio appagamento al suo bisogno di piacere infinito, è tutto ciò che è vago e
indefinito, ignoto e lontano. Se l’infinito è impossibile da attingere, l’indefinito ci dà
l’illusione dell’infinito.
Nello Zibaldone Leopardi parla di tutti quegli elementi della realtà sensibile che
seguono questa “legge”. Si costituisce così una vera e propria teoria della visione: è
piacevole la vista impedita da un ostacolo perché può entrare in gioco l’immaginazione
(vedi testo 4f). Contemporaneamente a questa teoria c’è anche quella del suono: una
serie di suoni vaghi risultano suggestivi.
A questa teoria si aggancia quella poetica. Il bello poetico per Leopardi consiste nel
vago e nell’indefinito e si manifesta nelle immagini elencate nella teoria della visione e
del suono e in alcune parole (“lontano”, “notte”, “ultimo”, “antico”, ecc...). In più
queste immagini sono suggestive perché rievocano le sensazioni che ci hanno
affascinati da fanciulli; quindi, la “rimembranza” diventa essenziale al sentimento
poetico.
In effetti il poeta osserva come i maestri della poesia vaga e indefinita fossero gli
antichi, immaginosi come fanciulli (es. Omero descrive un notturno lunare e/o Virgilio
che narra del canto di Circe che giunge ai Troiani da lontano, nel mare, di notte).
I CANTI E GLI IDILLI
Questo periodo è ricco di esperimenti letterari molto vari: idilli pastorali, elegie,
canzoni, tragedie pastorali, inni cristiani, un romanzo autobiografico. Leopardi scrive
dieci canzoni tra il 1818 e il 1823, pubblicate un anno dopo a Bologna, dove stampa
anche una raccolta di Versi (un’elegia, un’epistola e gli idilli); infine a Firenze raccoglie
le canzoni, i testi dei Versi e alcuni lavori giovanili in un’unica raccolta: i Canti (ultima
versione pubblicata dopo la sua morte da Ranieri nel 1845 a Firenze).
Il titolo suggerisce il carattere lirico delle poesie che compongono la raccolta, molto
soggettive anche nei temi civili e filosofici.
Gli Idilli, scritti fra il 1819 e il 1821, sono stati pubblicati per la prima volta sul giornale
“Il Nuovo Ricoglitore” nel 1825 e successivamente nell’edizione dei Versi. Sono molto
intimi e autobiografici, presentano un linguaggio colloquiale e semplice.
Originariamente con “idillio” (“quadretto”, dal diminutivo di εἶδος ) si faceva riferimento
ai testi brevi, collegati poi alla poesia pastorale a causa di Teocrito, il maggior
esponente di questo genere nella letteratura greca (ripreso poi da Virgilio nelle
Bucoliche). Leopardi aveva letto delle poesie pastorali di un imitatore di Teocrito,
Mosco, ma i suoi idilli non hanno nulla a che fare con la tradizione bucolica classica,
che rappresentava la campagna idealizzata.
Il poeta definisce gli idilli “espressione di sentimenti, affezioni, avventure storiche del
suo animo”; quindi, la realtà esterna che descrive è in funzione soggettiva, utile a
rappresentare momenti della vita interiore dell’autore.
(Vedi “L’infinito” e “Alla luna”)
LA NATURA MALVAGIA E IL PESSIMISMO COSMICO
La concezione di natura benigna entra in crisi e Leopardi si rende conto che questa
mira alla conservazione della specie, non al bene del singolo individuo, sacrificandolo e
portando quindi alla morte. Si deduce quindi che il male fa parte del piano della natura
che condanna l’uomo all’infelicità.
In un primo momento Leopardi cerca di attribuire la colpa del male al fato (concezione
dualistica: fato maligno contro natura benigna), ma presto arriva alla soluzione
rovesciando il suo pensiero e attribuendo caratteristiche del fato alla natura.
Quest’ultima, infatti, viene concepita dal poeta non più come madre amorosa, bensì
come meccanismo cieco e indifferente alla sorte delle sue creature, la cui sofferenza è
necessaria alla conservazione del mondo. Da una concezione finalistica (la natura che
opera per un fine: il bene degli uomini) si passa ad una concezione materialistica e
meccanicistica (tutta la realtà è materia priva di fine, regolata da leggi meccaniche).
L’uomo diventa una vittima, la natura il carnefice.
Cambia anche la concezione dell’infelicità: non più, psicologicamente, un'assenza di
piacere, ma, materialisticamente, dovuta ai mali esterni (malattie, vecchiaia, elementi
atmosferici, cataclismi, morte...). Questo determina il passaggio da un pessimismo
storico ad un pessimismo cosmico: ogni uomo, in ogni tempo, in ogni luogo, sotto ogni
forma di governo, in ogni società...è infelice. L’infelicità non è più legata ad una
condizione sociale, ma diventa un dato eterno e immutabile.
LE OPERETTE MORALI
Chiusa la stagione degli idilli, comincia per Leopardi un silenzio poetico che durerà sino
al 1828. Il poeta lamenta della fine delle illusioni giovanili, uno stato d’animo arido e
freddo che gli impedisce ogni moto di immaginazione e sentimento, quindi di comporre
poesia. Intende perciò dedicarsi alla ricerca sull’”arido vero”, alla filosofia.
Di ritorno da Roma, dopo essere fuggito per la prima volta da Recanati ed essersi
trovato a contatto con una società più vasta, rimanendone deluso, Leopardi compone
le Operette morali (pubblicate nel 1827). Queste sono prose di argomento filosofico
scritte con un forte impegno morale e civile per “scuotere la sua povera patria e il suo
secolo”. Il diminutivo operette sta ad indicare un tono più lieve dei trattati filosofici, che
fa leva sul comico e sull’ironia, pur mantenendo però la profonda serietà degli intendi e
la sostanza intellettuale degli scritti.
Si tratta di un genere già presente nell’antichità: il serio-comico. Il modello di Leopardi
è Luciano di Samosata, un autore greco, che utilizzava le armi del ridicolo a fini seri, per
combatterei i pregiudizi, gli stereotipi e le idee della sua epoca. La più famosa opera di
Luciano è il gruppo dei Dialoghi degli dèi, dei morti e i Dialoghi marini.
Anche molte delle Operette sono dialoghi in cui gli interlocutori sono personaggi
mitici/favolosi (es: la natura e l’islandese, la Terra e la Luna, Ercole e Atlante), storici
(es: Plotino, Copernico) o entrambi (es: Tasso e il Genio familiare).
Dalle Operette morali risulta la varietà dell’invenzione fantastica di Leopardi: in alcune
opere dialogiche l’interlocutore principale è specchio dell’autore stesso, altre hanno
forma narrativa; in altri casi si hanno prose liriche, raccolte di aforismi paradossali o
discorsi che si rifanno alla trattatistica classica.
Nonostante la varietà nelle forme, il tema ricorrente è l’infelicità inevitabile dell’uomo,
la noia, il dolore, l’impossibilità del piacere, i mali materiali. Tutto ciò conferisce
all’opera un carattere cupo, opprimente, ossessivamente tetro, gelido, ma spesso
percorso da vibrazioni intense (per esempio nel vagheggiamento delle illusioni
fanciullesche).
I GRANDI IDILLI
Dopo il periodo relativamente felice trascorso a Pavia nel 1828, il silenzio poetico di
Leopardi si interrompe. Il poeta assiste ad un “risorgimento” delle sue capacità di
sentire, commuoversi, immaginare.
Partendo da “Il risorgimento”, scrive una serie di componimenti che riprendono i temi e
il linguaggio degli Idilli: le illusioni, le speranze, le rimembranze della giovinezza, quadri
di una natura serena, suoni vaghi e indefiniti; il tutto descritto con un linguaggio limpido
e musicale.
(Vedi “A Silvia”)
Ma questi componimenti non sono la semplice ripresa di quelli precedenti, in quanto
nel mezzo si collocano esperienze decisive nella vita di Leopardi, come la fine delle
illusioni, la consapevolezza del “vero”, la costruzione di un sistema filosofico basato
sul pessimismo cosmico. Perciò a questo linguaggio che fa rivivere immagini e
sentimenti antichi, si accosta sempre il “vero”, gli inganni della natura.
La caratteristica principale dei grandi idilli è proprio l’equilibrio che c’è tra due spinte
che dovrebbero essere contrastanti: nonostante siano percorsi da immagini liete,
queste immagini sono come rarefatte, assottigliate, sempre accompagnate dalla
consapevolezza del dolore, del vuoto dell’esistenza, della morte. Lo notiamo
dall’assenza di slanci titanici, dal linguaggio più moderato, dalla metrica che non ha
uno schema fisso (non più endecasillabi sciolti, ma endecasillabi e settenari che si
succedono liberamente).
IL CICLO DI ASPASIA
Dopo il 1830 e l’allontanamento definitivo da Recanati, c’è una svolta di grande
importanza rispetto alla poesia leopardiana precedente. Resta alla base quel
pessimismo assoluto, ma Leopardi ristabilisce un contatto diretto con gli uomini, le
idee e i problemi del suo tempo, apparendo più pronto a diffondere i suoi pensieri e a
contrapporli a quelli della sua epoca.
In questo periodo nasce l’amicizia con Ranieri e la prima vera esperienza amorosa del
poeta con Fanny. La delusione subita da questa passione porta Leopardi a scrivere il
“ciclo di Aspasia”, dal nome greco con cui, in una di queste liriche, chiama la donna
amata (Aspasia era l’amante di Pericle).
Il ciclo è formato da cinque componimenti scritti fra il 1831 e il 1835: Il pensiero
dominante, Amore e Morte, Consalvo, Aspasia e A sé stesso. Si nota come, ad eccezion
di Consalvo, il discorso non si basa più sulle immagini vaghe e indefinite, né vi è più un
linguaggio musicale: si ha una poesia severa, quasi senza immagini sensibili, con
atteggiamenti eroici, energici e combattivi; il linguaggio si fa aspro, complesso e anti-
musicale.
Ma, soprattutto, in questo periodo instaura un rapporto intenso con le correnti
ideologiche del tempo. La critica di Leopardi è nei confronti di tutte le ideologie
ottimistiche che esaltano il progresso e delle tendenze spiritualistiche e neocattoliche.
A queste Leopardi contrappone le proprie concezioni pessimistiche che escludono
ogni miglioramento della società e affermano che la condizione di infelicità, in quanto
data dalla natura, è immutabile. Allo spiritualismo contrappone il suo materialismo,
che nega ogni speranza in un’altra vita.
Opere di impegno concettuale: La Palindonia al marchese Gino Capponi (satira nei
confronti della società moderna e nella sua fede nella scienza, che ha la forma di una
ritrattazione); un inno ad Arimane (principio del male secondo la religione persiana); I
nuovi credenti (satira di certi ambienti culturali napoletani cattolici); i Paralipomeni
della Batracomiomachia (pometto che si presenta come continuazione della battaglia
dei topi e delle rane di Omero). In quest’ultimo si fa riferimento ai moti fallimentari del
‘20-’21: i liberali napoletani sono i topi, i borbonici le rane (aiutate dagli austriaci che
sono i granchi). Leopardi critica l’ottimismo, il progressismo e lo spiritualismo dei topi-
liberali e la reazione ottusa e brutale dei granchi-austriaci.
Una svolta fondamentale si presenta con La ginestra, la lirica che racchiude il percorso
poetico di Leopardi. Il componimento riprende la polemica anti-ottimistica e
antireligiosa, ma il poeta non nega più la possibilità di un progresso civile: cerca, anzi,
di costruire un’idea di progresso proprio sul suo pessimismo.
La consapevolezza della condizione umana può indurre gli uomini a unirsi in “social
catena” per combattere la natura (nemico comune a tutta l’umanità) e stabilire rapporti
di giustizia, fratellanza e onestà. Questa è una visione utopistica basata sulla
solidarietà umana nata dalla diffusione del “vero”.
Sul piano letterario La ginestra rappresenta una nuova poetica anti-idillica, è infatti un
componimento vasto, costruito con una sapiente alternanza di toni e complessi
significati simbolici.
(Vedi La ginestra)