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Vico Prima Risposta

Giambattista Vico risponde a tre dubbi riguardanti la sua opera sulla sapienza antica degli italiani, sostenendo che le locuzioni latine 'factum' e 'verum' significano la stessa cosa, così come 'caussa' e 'negocium'. Vico afferma che la sua metafisica è completa e si basa sull'idea di un unico vero ente, che è Dio, e che le scienze umane derivano da questa comprensione. Inoltre, distingue tra verità umana e divina, sostenendo che le matematiche sono l'unica scienza che conduce al vero umano.

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Vico Prima Risposta

Giambattista Vico risponde a tre dubbi riguardanti la sua opera sulla sapienza antica degli italiani, sostenendo che le locuzioni latine 'factum' e 'verum' significano la stessa cosa, così come 'caussa' e 'negocium'. Vico afferma che la sua metafisica è completa e si basa sull'idea di un unico vero ente, che è Dio, e che le scienze umane derivano da questa comprensione. Inoltre, distingue tra verità umana e divina, sostenendo che le matematiche sono l'unica scienza che conduce al vero umano.

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vi

Giambattista Vico

|203|
II
PRIMA RISPOSTA DEL VICO

Osservandissimo signor mio,


Intorno al mio primo libro De antiquissima Italorum
sapientia ex linguae Latinae originibus emenda, contenente la
metafisica, Vostra Signoria, con quella autoritá che tiene
sopra di me, mi propone tre importantissimi dubbi:
1. che desiderereste di veder provato ciò che a tutta l’opera
è principal fondamento, anzi singolare: donde io raccolga che
nella latina favella significhino una istessa cosa «factum» e
«verum», «caussa» e «negocium»;
2. che vi date a credere che, nel compilare questo
libricciuolo, io abbia avuto in pensiero di dare anzi un’idea ed
un saggio della mia metafísica che la mia metafísica stessa;
3. che in essa scorgete cose moltissime, semplicemente pro-
poste, che sembrano aver bisogno di pruova.
Io, con quella mia propria brevitá, non iscompagnata dalla
riverenza che vi professo, vi rispondo:
1. che le locuzioni, fondamenti principali, anzi unici della
mia metafisica, hanno appo i latini avuto i sentimenti che io
dico;
2. che la mia metafisica in quel libricciuolo è compita sopra
tutta la sua idea;
3. che non vi manca nulla di pruova.

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vii

Giambattista Vico

|204|
I

Che le voci «verum» e «factum», «caussa» e «negocium» significarono appo i


latini due cose.

E, per quello che si appartiene alle prime due voci, Fedria,


nell’Eunuco di Terenzio, domanda Doro:

Cherean tuam vestem detraxit tibi?

E questi risponde: — «Factum». —


Soggiunge il giovane padrone: — «Et ea est indutus?». —
E l’eunuco similmente risponde: — «Factum». — Che un
italiano, nell’una e nell’altra risposta, tradurrebbe: «È vero».
Cremete, nel Tormentator di se stesso, riprende il figliuol
Clitifone:
Vel here in convivio quam immodestus fuisti?

E ‘l siro, che fínge andare a seconda del vecchio, conferma:


— «Factum». —
Ma, perché potrebbesi qui dire che ne’ rapportati luoghi si
ragiona di fatti, dove ben può stare «factum» per quello che noi
dicemo «egli è succeduto», «avvenuto», o altro simigliante,
arrechiam luogo de’ molti, dove si favella di cose, e «factum»
non può altrimente prendersi che per «verum».
Lo Pseudolo di Plauto e Callidoro alternatamente ingiuriano
il ruffiano Ballione; e questi sfacciatamente afferma esser tutte
vere le ingiurie che gli si dicono.

PSEUDOLO. Impudice!
BALLIONE. Ita est.
PSEUDOLO. Sceleste!
BALLIONE. Dicis vera.
PSEUDOLO. Verbero!
BALLIONE. Quippini?
CALLIDORO. Bustirape!
BALLIONE. Certe.
CALLIDORO. Furcifer!
BALLIONE. Factum optume!

|205| Che niuno può altrimente intendere che: «È


verissimo».

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Giambattista Vico

Ma, delle altre due, egli è tanto volgar latino che «caussa» e
«negocium» significano la stessa cosa, che questo volgar nostro
«cosa» non altronde viene che dal latino «caussa». Onde ciò,
che noi esplichiamo per «cosa», i latini rendono in neutro
genere; e noi dicemo, per cagion d’esempio, «buona cosa»
ciocché i latini dicono «bonum», ove i gramatici suppliscono
«negocium». Ma, perché altro è il parlar de’ grammatici, altro
quel de’ latini, allo scevero che ne fa Fabio Quintiliano, per
toglier di mezzo questa difficultá, andiamo da’ latini scrittori. I
giurisconsulti, fedeli depositari della latina puritá fino a’ tempi
piú corrotti, la prima idea, che formano nell’udire questa voce
«caussa», ella è di «negozio», come l’avvertisce Giovan Calvino
nel suo Lessico. Onde la principal differenza, ch’essi
insegnano a’ principianti tra il patto e ‘1 contratto, ella è che
«contratto» è dove si contenga il negozio, ch’essi esplicano
alcun fatto, come l’imprestito, la determinazione del prezzo
alla mercatanzia o le sollennitá dell’interrogare e del
rispondere; e perciò il mutuo, la vendita, la stipulazione siano
contratti. Per contrario «patto» è quello che negozio o fatto
alcuno non contiene, ma è un semplice trattato di fare, come
sono le promesse di dare in prestito, di vendere, di stipulare; e
l’appellano essi «nude promesse» o «nudi patti», perché nudi di
causa, nudi di negozio, nudi di fatto.
Ma potrebbe alcun dire queste esser voci d’arte riposta; e
nostro proponimento fu di trarre l’antica sapienza d’Italia
dalla favella volgar latina. Non resti non soddisfatto costui, e
da innumerabili luoghi de’ comici, i cui parlari son
volgarissimi, ne trasceglio quel di Terenzio nell’Andriana, dove
a Panfilo, il quale dice Cremete contentarsi che Pasibula resti
in sua moglie:
De uxore ila ut possedi, nihil mutat Chremes,

Cremete risponde: — «Caussa optima est». — Che noi


renderemmo in lingua italiana: «il negozio, il partito è
buonissimo». La piú sottil differenza, che si possa mai addurre
fra queste due voci, è la rapportata da Quintiliano che
«caussa» significa |206| uJpovqesin, «negocium» perivstasin che
tanto è dire quanto quella il «grosso del fatto», questa le
«circostanze»: lo che non fa che la voce «caussa» non importi
ciò che noi «negozio» appellamo.

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Giambattista Vico

Credo giá, se io non vado errato, che abbastanza sincerato


io mi sia per uomo che abbia punto di rossore, il quale tratti
col mondo letterato con quella buona fede, alla quale è
precisamente obbligato colui che ragiona e scrive senza
addurre luoghi, testimoni ed autoritá; e cosi cotesto vostro
dubbio potea riposare sul credito che intorno a ciò era vostra
gentilezza di avermi.

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Giambattista Vico

|207|
II

Che la nostra metafisica è compíta sopra tutta la sua idea.

Idea compíta di metafisica è quella nella quale si stabilisca


l’ente e ’l vero, e, per dirla in una, il vero Ente, talché non solo
sia il primo, ma 1’unico Vero, la meditazion del quale ci scorga
all’origine e al criterio delle scienze subalterne; e che questo
unico Vero si fermi contro i dogmatici, se mai in altra cosa il
ripongono, e contro gli scettici, che non ammettono vero
alcuno; — vi si tratti dell’idee che empirono tutte le pagine
della metafisica platonica, e degli universali, materia perpetua
della metafisica aristotelica; — e, perché in questa scienza si
va investigando la prima causa, vi si fondi quale la sia; — e,
trattandovisi delle cose eterne ed immutabili, vi tenga il
maggior e miglior luogo il ragionamento delle essenze e della
sostanza, e vi si dimostri qual sia quella del corpo, quale
quella della mente, e, sopra all’una e all’altra, qual sia la
sostanza che tutto sostiene e muove. E, perché questa e la
scienza che ripartisce i propri soggetti o le particolari materie
a tutte le altre, da lei si derivino le prime definizioni nelle
matematiche; i principi nella fisica; le proprie facoltá, per usar
bene la ragione, nella logica; 1’ultimo fine de’ beni, per
unirvisi, nella morale. Queste sono tutte le linee che
abbozzano il disegno di una intera metafisica, nella quale,
come per buona proporzion del disegno, richiedesi che,
scrivendosi da cittadino di repubblica cristiana, le materie si
trattino acconciamente alla cristiana religione.
Le origini delle voci volgari latine mi han messo avanti
questo disegno, sopra il quale ho cosi meditato.
Primieramente stabilisco un vero che si converta col fatto, e
cosi intendo il «buono » delle scuole che convertono con
l’«ente», e quindi raccolgo in Dio esser 1’unico Vero, perché in
lui contiensi tutto il fatto; e per questo istesso Iddio è il vero
Ente, ed a petto di lui le cose particolari tutte veri enti |208|
non sono, ma disposizioni dell’Ente vero. E, facendo servire
questa sapienza de’ gentili alla cristiana, pruovo che, perché i
filosofi della cieca gentilitá stimarono il mondo eterno ed Iddio
sempre operante ad extra, essi convertivano assolutamente il
vero col fatto. Ma, perché noi il credemo creato in tempo,
dobbiamo prenderlo con questa distinzione: che in Dio il vero

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Giambattista Vico

si converta ad intra col generato, ad extra col fatto; e che egli


solo è la vera Intelligenza, perché egli solo conosce tutto, e che
la divina Sapienza è il perfettissimo Verbo, perché rappresenta
tutto, contenendo dentro di sé gli elementi delle cose tutte, e,
contenendogli, ne dispone le guise o siano forme dall’infinito,
e, disponendole, le conosce, ed in questa sua cognizione le fa.
E questa cognizione di Dio è tutta la ragione, della quale
l’uomo ne ha una porzione per la sua parte (onde fu detto da’
latini «animal partecipe di ragione»); e per questa sua parte
non ha l’i n t e l l i g e n z a , ma la c o g i t a z i o n e del tutto,
che tanto è dire non c o m p r e n d e l’infinito, ma bene il può
andar raccogliendo.
Formata questa idea di vero, a quella riduco l’origine delle
scienze umane, e misuro i gradi della lor veritá, e pruovo
principalmente che le matematiche sono le uniche scienze che
inducono il vero umano, perché quelle unicamente procedono
a simiglianza della scienza di Dio, perché si han creato in un
certo modo gli elementi con definir certi nomi, li portano sino
all’infinito co’ postulati, si hanno stabilito certe veritá eterne
con gli assiomi, e, per questo lor finto infinito e da questa loro
finta eternitá disponendo i loro elementi, fanno il vero che
insegnano; e l’uomo, contenendo dentro di sé un immaginato
mondo di linee e di numeri, opera talmente in quello con
l’astrazione, come Iddio nell’universo con la realitá. Per la
stessa via procedo a dar l’origine e ‘l criterio delle altre scienze
e dell’arti.
Quindi confuto non giá l’analisi, come voi ragguagliate, con
la quale il Cartesio perviene al suo primo vero. Io l’appruovo, e
l’appruovo tanto, che dico anche i Sosi di Plauto, posti in
dubbio di ogni cosa da Mercurio, come da un genio fallace,
acquetarsi a quello «sed quom cogito, equidem sum». Ma dico
|209| che quel «cogito» è segno indubbitato del mio essere; ma,
non essendo cagion del mio essere, non m’induce scienza
dell’essere.
Poi mi volgo contro gli scettici, e li meno lá dove gli sforzo a
confessare darsi la comprensione di tutte le cause, dalle quali
provengono gli effetti che sembra loro vedere : la qual
comprensione delle cagioni tutte io pongo per primo vero.
Passo quindi a ragionare de’ generi o guise o modificazioni o
forme, come si voglian dire, e delle specie o simulacri o
apparenze, come appellar le volete; e pruovo forme metafisiche

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Giambattista Vico

esser le guise con le quali ciascheduna cosa particolare è


portata all’attual suo essere da’ suoi princípi, fin donde da
prima si mossero e da ogni parte onde si mossero. E cosí la
guisa vera di ciascheduna cosa è da rivocarsi a Dio; e per
conseguenza i generi sono non per universalitá, ma per
perfezzione infiniti; e questo essere il brieve e vero senso del
lungo ed intricato Parmenide di Piatone; e questo
intendimento doversi dare alla famosa «scala delle idee», onde i
platonici pervengono alle perfettissime ed eterne. Confermo ciò
dagli effetti, numerando strettamente i beni che le idee, i mali
che gli universali portano all’umano sapere. Pruovo che le
forme fisiche sono formate dalle metafisiche; e, poste al
paragone, queste vere, quelle false si truovano; queste
simulacri ed apparenze, quelle salde ed intere. Ma, perché
gl’impronti portano evidenza di sé, raziocinio di ciò che
significano: perciò, mentre io considero la mia forma
particolare posta nel mio pensiero, non ne posso dubitare in
conto alcuno; ma, addentrandomi nella forma metafisica,
trovo esser falso che io penso e che in me pensa Dio; e cosi
intendo in ogni forma particolare esser l’impronto di Dio. Ma,
riflettendo che i generi sono nelle scuole detti «materia
metafisica», osservo esser ciò detto sapientemente, se il detto
in questo sentimento si prenda: che la forma metafisica
consista in esser nuda di ogni forma particolare, cioè a dire
che ella riceva tutte le particolari forme con tutta la faciltá ed
acconcezza; e quindi raccoglio la forma a cui debba il saggio
conformar la sua mente.
Prosieguo il cammino e pruovo che vera, anzi unica causa è
quella che per produrre l’effetto non ha di altra bisogno, |210|
come quella la qual contiene dentro sé gli elementi delle cose
che produce, e gli dispone, e sí ne forma e comprende la guisa,
e, comprendendola, manda fuori l’effetto. Questa definizione
della causa, non istabilita in metafisica, ha fatto cader molti in
moltissimi errori, che hanno opinato Dio oprar come un fabro
e le cose create esser d’altre cose cagioni, e non piú tosto parti
delle guise che comprende la mente eterna di Dio. Ma non è
da tralasciarsi quello: che, per non essersi considerata la vera
causa, comunemente sono stimate le matematiche essere
scienze contemplative, né pruovar dalle cause; quando esse
sole tra tutte sono le vere scienze operatrici e provano dalle

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Giambattista Vico

cause, perché, di tutte le scienze umane, esse unicamente


procedono a simiglianza della scienza divina.
Infin qua si è formato il capo della nostra metafisica: ora
succede il corpo, per cosí dire, ed entro nel vasto campo
dell’«essenze», e col lume delle veritá geometriche, acceso al
fonte d’ogni lume dell’umano sapere, dico la metafisica, fo
vedere l’essenza (perocché il nulla non può cominciare né
finire ciò che è, e ’l dividere è in certo modo finire), fo vedere,
dico, l’essenza consistere in una sostanza indivisibile, e che
altro non è che una indefinita virtú o uno sforzo dell’universo
a mandar fuori e sostener le cose particolari tutte; talché
l’essenza del corpo sia una indefinita virtú di mantenerlo
disteso, la quale a cose distese, quantunque disugualissime, vi
sia sotto egualmente; e questa istessa sia indefinita virtú di
muovere, che egualmente sta sotto a moti quanto si voglia
inuguali; la qual virtú eminentemente è atto in Dio. Onde
proviene che con somma proporzione si corrispondano, quinci
D i o , m a t e r i a e c o r p o ; quindi q u i e t e , c o n a t o e
m o t o ; e Iddio, atto semplicissimo, perché tutto perfezzione,
gode vera quiete; la materia è potenza e sforzo; i corpi, perché
costano di materia che in ogni punto e, in conseguenza, in
ogni istante si sforza, e, impedendosi l’un l’altro gli sforzi per
la continuitá delle parti, si muovono: talché moto altro non è
che sforzo impedito, che, se esplicar si potesse, anderebbe
nell’infinito a quietarsi, e si ritornerebbe a Dio, donde è uscito.
Per tutto ciò la sostanza dagli antichi filosofi |211| italiani, in
quanto è virtú di sostenere il disteso, fu detta «punctum»; in
quanto di sostenere il moto, «momentum»: l’uno e l’altro da essi
preso per una cosa stessa, e p e r u n a c o s a s t e s s a
i n d i v i s i b i l e . Ed in sí fatta guisa vendico alla filosofia
d’Italia i p u n t i di Zenone, e li sincero da’ sinistri sentimenti
dati loro da Aristotele, seguitato in ciò da Renato; e gli fo
vedere essere di gran lunga altra cosa da quella che finora è
stata intesa: che non giá il corpo fisico costi di punti
geometrici (onde fu ricevuta con tanto credito l’obbiezzione:
«Punctum additum puncto non facit extensum»); ma, come il
punto geometrico, perché è stato definito non aver parti, ci dá
le dimostrazioni che le linee altrimente incommensurabili si
tagliano eguali ne’ loro punti; cosí in natura siavi una
sostanza indivisibile, che egualmente sta sotto a’ saldi stesi
inuguali: talché il punto geometrico sia un esempio o

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Giambattista Vico

somiglianza di questa metafisica virtú, la quale sostiene e


contiene il disteso, e perciò da Zenone fu «punto metafisico»
nominata; peroché, con questa similitudine, e non altrimente,
possiamo ragionare dell’essenza del corpo, perché non
abbiamo altra scienza umana che quella delle matematiche, la
qual procede a simiglianza della divina.
La serie di queste cose mi mena a ragionare de’ «momenti» e
de’ «moti», per quanto a metafisico s’appartiene. E pruovo non
i s f o r z a r s i le cose stese, ma bensí muoversi; perché i
punti sono i princípi de’ moti, e i princípi de’ moti sono i
momenti.
C h e n o n s i d i a n o m o t i r e t t i i n n a t u r a , ma
che gli sforzi siano a’ moti retti, e che i moti sono composti di
sforzi a’ retti. E immaginare i corpi muoversi drittamente per
lo vano, è di mente imbevuta dell’errore degli spazi imaginari;
perché non solo non si moverebbero a dirittura nel vano, ma
non si moverebbero, anzi non sarebbero affatto, perché in
tanto i corpi costano e sono corpi, in quanto l’universo col
pieno suo gli sostiene, nel pieno suo gli contiene.
C h e i n n a t u r a n o n s i d i a q u i e t e , perché gli
sforzi sono la vita della natura, e ’l conato non è quiete.
Finalmente, c h e i m o t i n o n s i c o m u n i c a n o ;
perché, essendo il moto corpo che si muove, il comunicarsi i
moti sarebbe |212| quanto che i corpi si penetrassero; e ’l
fingere il corpo mosso portarsi dietro, tutto o in parte, il moto
del corpo movente, è molto piú che finger l’attrazzione.
Ragionato della «sostanza distesa» e del «moto», passo alla
«cogitante», e tratto dell’«anima» o della vita, dell’«animo» o sia
del senso, e dell’aria o etere, detta da’ latini «anima»; e pruovo
che l’aere del sangue è il veicolo della vita, quel de’ nervi del
senso; e che non giá (come ragguagliate) il moto de’ nervi si
debba al sangue, ma il moto del sangue a’ nervi, dovendosi al
cuore, che è un intiero muscolo e un’opera reticolata,
moltiforme d’innumerabili nervicciuoli.
Tento che l’opinione dell’anima de’ bruti fosse conosciuta ed
approvata dagli antichi filosofi d’Italia, che appellarono
«brutum» l’immobile.
Ragiono della sede dell’animo, cioè dove
principalmente faccia i suoi uffici, e l’allogo nel cuore.
Cosi, compíta la dottrina dell’una e dell’altra sostanza,
passo a vedere della mente o sia del pensiero; e qui noto

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Giambattista Vico

Malebrance, che vuole Iddio creare in noi l’idee, che è tanto


dire quanto che Iddio pensa in noi, e dá nel primo Vero di
Renato, ed ammette per vero che «ego cogito». Ragiono della
libertá dell’arbitrio umano e della immutabilitá de’ divini
decreti, e come insieme compongansi.
Come appendici di queste cose mi si offeriscono le
f a c u l t á dell’animo; ed essendo la facultá una prontezza di
operare, ne raccolgo che l’animo con ciascuna facultá si faccia
il suo proprio soggetto: come i colori col vedere, gli odori col
fiutare, i suoni con l’udire, e cosí delle altre.
Ragiono della m e m o r i a e della f a n t a s i a , e fermo che
sono una medesima facultá.
Poi, derivando da sí fatti principi la particolar facultá del
sapere, dico esser lo i n g e g n o , perché con questa l’uomo
compone le cose, le quali, a coloro che pregio d’ingegno non
hanno, sembravano non aver tra loro nessun rapporto. Onde
l’ingegno umano nel mondo delle arti è, come la natura
nell’universo è l’ingegno di Dio. Con ciò discorro delle tre
operazioni |213| della mente umana, e do tre arti per regolarle:
topica, critica e metodo: «arti», io dissi, e non «facultá» (come
voi ragguagliate), perché la facultá è quella che è indrizzata,
regolata ed assicurata dall’arte. E qui, del metodo ragionando,
propongo i vantaggi della sintesi sopra l’analisi, perché quella
insegna la guisa di far il vero, questa va tentone trovandolo.
Finalmente mi fermo in contemplare il s o m m o
F a c i t o r e ; e fo vedere che lo sia «Nume», perché col cenno o,
per meglio dire, con l’istantaneo operare vuole, col fare parla:
talché le opere di Dio sono i suoi parlari, che dissero «Fati»;
con le uscite delle cose fuor della nostra opinione, è «Caso»; e,
perché tutto ciò che fa è buono per l’universo, è «Fortuna».
E da questa metafisica fo sparsamente vedere qualmente la
geometria e l’aritmetica ne prendono certi finti indivisibili:
quella il p u n t o che si disegna, e questa l’u n o che si
multiplica: sopra le definizioni de’ quali due nomi la
matematica appoggia tutta la gran mole delle sue
dimostrazioni.
Similmente la meccanica ne ha preso l’indivisibil virtú del
muovere, il m o m e n t o o il c o n a t o ; e, fingendolosi ne’
particolari corpi, vi innalza sopra le sue macchine.
La fisica ne prende i p u n t i m e t a f i s i c i , cioè
l’indivisibil virtú dell’estensione e del moto; e da’ punti e da’

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Giambattista Vico

momenti per termini di meccanica, o sia di macchine, procede


a trattare del suo proprio soggetto, che è il corpo mobile.
La morale ne prende l’idea della p e r f e t t a m e n t e d e l
s a g g i o : che sia informe d’ogni particolare idea o suggello, e
che con la contemplazione e con la pratica dell’umana vita si
meni come pasta, e si renda mollissima, per cosí dire, a
ricevere facilmente gl’impronti delle cose con tutte le ultime lor
circostanze. Onde provenga quella indifferenza attiva del
saggio, quella capacitá in comprendere molti e diversi affari,
quella destrezza nell’operare, quel giudizio delle cose secondo
il loro merito, e finalmente quel dire e quel fare cosí proprio,
che, per quanto altri vi pensi, non possa piú acconciamente
né dir né fare; onde tanto si commendano i detti e i fatti
memorabili degli uomini sapienti.
|214| Da questi stessi princípi di metafisica si asserisce e si
conferma la veritá alle matematiche, e si esplica la cagione
perché gli uomini communemente si acquetano alle sue
dimostrazioni; perché in quelle essi sono l’intera causa degli
effetti che operano, essi comprendono tutta la guisa come
operano, e si fanno il vero in conoscerlo.
E da questi stessi principi, e non altronde, nasce la ragione
onde gli uomini pur si acquetano a quella fisica, la quale fa
vedere le cose meditate con gli sperimenti, che ci diano appa-
renze simili a quelle che ci dá la natura: sicché la fisica si
contenta delle apparenze, delle quali la metafisica sa le
cagioni; e la razional meccanica, promossa da fior d’ingegno,
si studia lavorarvi le simiglianze.
Ma, quel che sopra ogni altra cosa piú importa, serve alla
teologia cristiana, nella quale professiamo un Dio tutto
scevero da corpo, nel quale tutte le virtú delle particolari cose
si contengono, e in lui sono purissimo atto, perché egli solo è
atto infinito, ed in ogni cosa finita, quantunque menoma,
mostra la sua onnipotenza; onde è tutto in tutto, e tutto in
quanto si voglia menoma parte del tutto.
Questo è il ristretto, o, per meglio dire, lo spirito della
nostra metafisica, tutto brievemente compreso, senza far bi-
sogno ch’il ristretto uguagli la mole del libro. Dal quale ogni
dotto può agevolmente fare adeguato concetto, come tutte le
cose cospirino in un sistema di metafisica giá compiuta; e
non, con un mozzo e confuso ragguaglio, porre altri, che non
han letto il mio libricciuolo, in opinione che la sia piú tosto

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Giambattista Vico

un’idea. Oltreché, dovean ritenervi a fare cotal giudizio le


«innumerabili speculazioni, di che — voi medesimo dite — ogni
linea, non che pagina essere affoltata»; e che dove io ho speso
tanti pensieri, io non abbia avuto in animo darne un disegno,
che, quantunque vasto, si può con poche linee abbozzare, ma
che io abbia in effetto voluto dare un’opera giá compíta. E mi
perdoni pure che, senza che io il meriti, Ella mi tratti da
uomo, che con titoli magnifici voglia destare la curiositá ne’
dotti, e poi fraudare la loro espettazione. Ma, cheché siane
stata di ciò |215| la cagione, io devo e voglio, particolarmente
con voi, pregiatissimo signor mio, prenderla in buona parte, e
che a voi, per la picciolezza del libricciuolo, sia paruta un’idea.
Ma era pur vostro il considerare che gli scrittori utili alla
repubblica delle lettere si riducono a due sorti. Una è di coloro
che vogliono giovare la gioventú; ed a costoro è necessario
esplicar le cose da’ primi termini, esporre spianatamente le
altrui opinioni, e rapportarne tutte le ragioni appuntino, o per
fondarsi in quelle o per confutarle; indi addurre alcuna cosa
del loro in mezzo, e farne vedere tutte le conseguenze, e
raccôrne sino agli ultimi corollari. E questi sono i voluminosi;
e, in rapportargli, è lecito, anzi debito trasandare moltissime
cose, cioè dire, tutto l’altrui. Altri sono che non vogliono
gravare l’ordine de’ dotti di piú fatica, né obbligargli che, per
leggere alcune poche lor cose, abbiano a rileggere le
moltissime che hanno giá lette in altrui; e costoro mandan
fuori alcuni piccioli libricciuoli, ma tutti pieni di cose proprie.
Io sonmi studiato essere in questa seconda schiera: se l’abbia
conseguito, il giudizio è de’ dotti. Se non pure, perché il
soggetto della nostra metafisica sono i punti metafísici, e voi
avrete stimato poco o nulla appartenervi, onde nel ragguaglio
ve ne passate seccamente, dicendo: «ragiona de’ punti
metafisici», né altra parola ne fate; perciò a voi forse avrá
paruto un’idea. Ma in questa maniera che io fo, parlano gli
uomini, non le cose; del che ormai punto non mi diletto: onde
volentieri passo al terzo vostro dubbio.

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Giambattista Vico

|216|
III

Che niuna cosa proposta manca di pruova.

Voi dite che vi sono moltissime cose che vi sembrano aver


bisogno di pruova. È il giudizio in termini troppo generali; e gli
uomini gravi non hanno mai di risposta degnato, se non le
particolari e determinate opposizioni che loro sono fatte. Con
tutto ciò, per l’onore in che devo avervi, voglio far la ricerca, e
vedere delle moltissime incontrarne qualcuna.
Un luogo può esser quello: che ciò che contiene gli elementi
delle cose, e le guise come son fatte, e in conseguenza le cose
stesse, non pruovasi che sia mente; ed un gentile filosofo
potrebbe dire che lo sia un infinito corpo moventesi.
Ma a costui sta risposto lá dove dico che, siccome l’uno,
virtú del numero, genera il numero e non è numero; cosi il
punto, virtú dell’estensione, fa il disteso, né è disteso. Al qual
esempio or io aggiungo che ’l conato, virtú del moto, produce il
moto, né però è moto.
Ma replicherá costui: non aver altra idea che di estensione e
di moto; e prima dell’estensione ha idea del suo pensiero,
peroché il pensiero sia il moto particolare che ’1 costituisca
nell’esser uomo; e perciò non poter ragionare delle altre cose
per altri princípi che di estensione e di moto.
E pure a ciò sta risposto ove notammo che tanto Aristotile
pecca in trattare la fisica metafisicamente per potenze ed infi-
nite virtú, quanto Renato, che tratta fisicamente la metafisica
per atti e per forme finite. E la ragion dell’errore d’entrambi è
una: perché amendue trattarono delle cose con regola
infinitamente sproporzionata. Perciò Zenone non portò a
dirittura l’una nell’altra, ma vi frappose la geometria, che sola
è quella scienza che tratta infiniti ed eterni finiti, e col suo
aiuto né ragionò. Perché l’essenza è una ragion d’essere: il
nulla non può cominciare né finir ciò che è, e in conseguenza
noi può dividere, perché il dividere è in un certo modo finire.
Dunque |217| l’essenza del corpo consiste in indivisibile; il
corpo tuttavia si divide: dunque l’essenza del corpo corpo non
è: dunque è altra cosa dal corpo. Cosa è dunque? è una
indivisibil virtú, che contiene, sostiene, mantiene il corpo, e
sotto parti disuguali del corpo vi sta egualmente; sostanza,
della quale è solamente lecito ragionare per princípi di quella

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scienza umana che unicamente si assomiglia alla divina, e


perciò unica a dimostrare l’umano vero. Per questa via
tentando ragionarne il gran Galileo nel primo Dialogo della
scienza nuova, dalle amenissime dimostrazioni, che ne fa, è
costretto a prorompere in sí fatte parole: «Queste son quelle
difficoltá che derivano dal discorrere che noi facciamo col
nostro intelletto finito intorno agl’infiniti, dandogli quegli
attributi che noi diamo alle cose finite e terminate: il che
penso che sia inconveniente, perché stimo che questi attributi
di maggioranza, minoritá ed egualitá non convenghino
agl’infiniti, de’ quali non si può dire uno esser maggiore o
minore o eguale dell’altro». E, poco innanzi, ingenuamente
confessa perdersi «tra gl’infiniti e gl’indivisibili». Mirò Galileo la
fisica con occhio di gran geometra, ma non con tutto il lume
della metafisica, e perciò stimò l’indivisibile altro dall’infinito,
e parla di piú infiniti. Non sono piú infiniti, ma uno in tutte le
sue finite parti, quanto si voglia inuguali, uguale a se stesso.
Uno è l’indivisibile, perché uno è l’infinito, e l’infinito è
indivisibile, perché non ha in che dividersi, non potendo
dividerlo il nulla.
Qui appunto costui mi aspetterá, come al varco, e
risponderammi che tutto ciò ben si avvera in un corpo infinito;
e che lo sia indivisibile, perché non vi sia vano o vuoto in che
divider si possa.
E questo varco pure è stato innanzi osservato da noi:
perché, quantunque ci abbandoniamo nella vasta fantasia
d’un infinito corpo, però il corpo di un picciolissimo granello
d’arena non è infinito, e pure contiene una virtú infinita di
estensione; per la quale voi, dividendolo, andarete all’infinito.
Questo è quel che io dissi, dove ragiono che Aristotile
sconviene da Zenone in cose diverse, conviene nel medesimo:
egli parla di divisione |218| del corpo, che è moto ed atto;
Zenone parla di virtú, per la quale ogni corpicciuolo
corrisponde ad una estensione infinita. Dividete attualmente
un granello d’arena: sempre vi resta a dividere; ma parla ciò
che non pensa colui che per ciò dica: — Il granello di arena è
un corpo d’infinita estensione e grandezza ; — perché all’idea
del granello sta attaccata una picciola estensione, e l’idea di
una estensione indefinita è tutta ingombrata dall’universo.
Questo è quel che io dico in piú luoghi: che sono mal
consigliati coloro i quali le cose formate voglion far regola delle

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informi. Ma allo incontro è parlare alle cose conforme, il dire:


— Nel granello di arena vi ha una cotal cosa, che, dividendo
voi tuttavia quel picciolo corpicello, vi dá e vi sostiene una
infinita estensione e grandezza; sí che la mole dell’universo nel
corpo del granello di arena non vi è in atto, ma in potenza, in
virtú. — Questo io medito esser lo sforzo dell’universo: che
sostiene ogni picciolissimo corpicciuolo, il quale non è né
l’estensione del corpicciuolo, né l’estensione dell’universo.
Questa è la mente di Dio, pura di ogni corpolenza, che agita e
muove il tutto.
Ma costui persisterá, dicendo aver piú evidenza del pensiero
e dell’estensione che di qualunque dimostrazion geometrica; e,
in conseguenza, queste idee dover esser regola di tutto
l’umano sapere.
Ed a ciò sta risposto ancora, ove si è detto che ’l conoscere
chiara e distintamente è vizio anziché virtú dell’intendimento
umano; ed ove si è pruovato che le forme fisiche sono evidenti,
finché non si pongono al paragone delle metafisiche; ed ove
questo istesso si è confirmato, che, finché considero me, son
certissimo che, «se io penso, ci sono», ma, addentrandomi in
Dio, che è l’unico e vero Ente, io conosco veramente non
essere. Cosí, mentre consideriamo l’estensione e le sue tre
misure, stabiliamo nel mondo dell’astrazzioni veritá eterne;
ma in fatti
Caelum ipsum petimus stultitia,

perché solamente l’eterne veritá sono in Dio. Tenemo a conto


d’eterna veritá «il tutto è maggior della parte»; ma, ritornati a’
principi, ritroviamo falso l’assioma, e vediamo dimostrata
|219| tanta virtú di estensione nel punto del cerchio, per
cagion d’esempio, quanta ve ne ha in tutta la circonferenza,
attraversando linee per lo centro, che da tutti i punti della
circonferenza siano menate. Conchiudiamla: in metafisica
colui avrá profittato, che nella meditazione di questa scienza
abbia se stesso perduto.
Sará forse altro luogo quello ove non sembri pruovata la
libertá dell’umano arbitrio, posta l’infallibilitá de’ divini
decreti. Ma non devo stimarlo del vostro grande ingegno, che,
in leggendo lá dove io pruovo che i moti non si communicano,
non abbia facilmente avvertito una simiglianza come ciò possa
stare, poiché d’incomprensibil misterio non possiamo

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ragionare altrimente. Onde credo bene ch’Ella agevolmente


abbia rapportato ciò, che ragiono de’ movimenti de’ corpi, a
quel degli animi; e, come il movimento comune dell’aria
diventa proprio e vero moto della fiamma, della pianta, della
bestia, mercé delle particolari macchine onde ciascuna di
queste cose particolari ha la propria sua forma; cosí il divin
volere diventa proprio e vero moto della nostra volontá, mercé
dell’anima nostra, che è la forma particolare di ciascun di noi:
talché ogni nostro volere sia insiememente vero e proprio
nostro arbitrio e decreto infallibile del sommo Iddio.
Ma a ciò par che contrasti quel che i latini sentirono de’
bruti, che gli vollero «immobili».
In risposta potrei dire che gli dissero «immobili», perché gli
guardarono come mossi dall’aria, e non come moventisi da sé,
ma, per quello che abbiamo poc’anzi ragionato, non perché
mossi dall’aria, si toglie loro il muoversi per se stessi. Io però
non entro a sostenere cotal sentenza, che i piú fidi interpreti
della mente del Cartesio stimano essere una bellissima favola
e solamente da commendarsi per l’acconcezza della sua
tessitura.
Ma certamente a voi avrá paruto proposto e non provato che
i corpi non si sforzano. E vi avrá a ciò spinto la comune de’
cartesiani, che pongono per prima base della loro fisica «i corpi
sforzarsi andar lontani dal centro».
Ma uno è lo sforzo dell’universo, perché dell’universo, ed è
l’indivisibile, centro che non è lecito truovare nell’universo,
|220| e che, dentro le linee della sua direzzione, tutti i
disuguali pesi sostenendo con egual forza, tutte le particolari
cose sostiene insiememente ed aggira1. Questa è la sostanza
che si sforza mandar fuori le cose per le vie piú convenevoli
alla sua somma potenza, le brevissime, le rette; ed, impedita
dalla continuitá de’ corpi, gli muove in giro; e, dovunque e
comunque può esplicare la sua attivitá, forma proporzionata
diastole e sistole, per la quale le cose tutte hanno le loro forme
particolari: tanto che non è de’ corpi lo sforzo allontanarsi dal
centro, ma è del centro sostenere a tutta sua possa le cose.
Ma i meccanici s’han finto questo conato ne’ corpi, perché
niuna scienza bene incomincia se non dalla metafisica prende
i princípi, perché ella è la scienza che ripartisce alle altre i loro

1 Le quali due azzioni i latini dissero, con un sol verbo, «torqueo»:


Axem humero torquet stellis ardentibus aptum.

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propri soggetti, e, poiché non può darle il suo, dá loro certe


immagini del suo. Onde la geometria ne prende il punto, e ’l
disegna; l’aritmetica l’uno, e ’l moltiplica; la meccanica il
conato, e l’attacca a’ corpi: ma, siccome né il punto che si
disegna è piú punto, né l’uno che si moltiplica è piú uno, cosí
il conato de’ corpi non è piú conato.
Io non so ad altro pensare. Se non forse voi dubbitate di
quello: come l’essenza sia metafisica e l’esistenza fisica cosa.
Confesso in veritá non averlo dedotto da’ principi della
latina favella; ma egli in fatti da que’ principi deriva. Perché
«existere» non altro suona che «esserci», «esser sorto», «star
sovra», come potrei pruovarlo per mille luoghi di latini
scrittori. Ciò che è sorto, da alcuna altra cosa è sorto; onde
l’esser sorto non è proprietá de’ princípi. E per l’istessa
cagione non la è lo star sovra; perché il sovrastare dice altra
cosa star sotto, e i princípi non dicono altra cosa piú in lá di
se stessi. Per contrario, l’essere è proprietá de’ princípi, perché
l’essere non può nascer dal nulla. Dunque sapientemente gli
scrittori della bassa latinitá dissero, ciò che sta sotto,
«sostanza», nella quale noi abbiamo riposto la vera essenza.
Ma in quella proporzione che la sostanza tiene ragion di
essenza, gli attributi tengono quella |221| dell’esistenza.
L’essenza noi pruovammo esser materia metafisica, cioè virtú.
Dunque può ciascun per sé trarne le conseguenze: la sostanza
è virtú; gli attributi sono esistenza ed atti della virtú.
E qui non posso non notare che con impropri vocaboli
Renato parla, ove medita: «Io penso, dunque sono». Avrebbe
dovuto dire: «Io penso, dunque esisto»; e, presa questa voce
nel significato che ci dá la sua saggia origine, avrebbe fatto piú
brieve cammino, quando dalla sua esistenza vuol pervenire
all’essenza, cosí: «Io penso, dunque ci sono». Quel «ci» gli
avrebbe destato immediatamente questa idea: «Dunque vi ha
cosa che mi sostiene, che è la sostanza; la sostanza porta seco
l’idea di sostenere, non di essere sostenuta; dunque è da sé;
dunque è eterna ed infinita; dunque la mia essenza è Iddio
che sostiene il mio pensiero». Tanto importano i parlari, de’
quali sieno stati autori i sapienti uomini, che ci fan
risparmiare lunghe serie di raziocini. E per queste istesse
ragioni egli è da notarsi ancora, quando dall’esistenza sua
vuole inferire l’esistenza di Dio. Impropriamente esplica la sua
pietá; perché da ciò, che io esisto, Dio non esiste, ma è: e per

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li nostri ragionati princípi di metafisica l’esistenza mia si


truova falsa, quando si è pervenuto da quella a Dio: perché
ella non è in Dio, a ragione che l’esistenza delle create cose è
essenza in Dio. Iddio non ci è, ma è; perché sostiene,
mantiene, contiene tutto; da lui tutto esce, in lui tutto ritorna.
Questa è la ricerca che, per soddisfarvi, ho fatto delle
moltissime cose che a voi sembrano aver bisogno di pruova.
Non so vedere le altre: priegovi a farmene accorto, ma
insiememente a considerare queste tre cose:
1. che per «vera cagione» intendo quella che per produrre
l’effetto non ha di altra bisogno;
2. che la guisa, onde ciascuna cosa si forma, si ha a ripetere
onde furono mossi gli elementi da prima e da tutte le parti
dell’universo;
3. che la virtú è lo sforzo del tutto, col quale manda fuori e
sostiene ogni cosa particolare.
Veda non le vostre difficultá tutte si possano sciogliere, con
farsi da capo ad una o a tutte e tre queste definizioni, e poi le
mi scriva. E divotamente vi riverisco.

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