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Fedro

Il documento esplora vari temi attraverso racconti e riflessioni di Fedro e Seneca, evidenziando le dinamiche tra potere e vulnerabilità, l'ira come passione distruttiva e l'importanza della gestione del tempo. Fedro narra la storia di una vedova che sacrifica il corpo del marito per amore, mentre Seneca analizza l'ira e il suo impatto sulla virtù umana, sottolineando la necessità di un uso saggio del tempo. Inoltre, Seneca promuove l'idea di un cosmopolitismo etico, invitando a considerare il mondo come la propria patria e a vivere in armonia con gli altri.
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Fedro

Il documento esplora vari temi attraverso racconti e riflessioni di Fedro e Seneca, evidenziando le dinamiche tra potere e vulnerabilità, l'ira come passione distruttiva e l'importanza della gestione del tempo. Fedro narra la storia di una vedova che sacrifica il corpo del marito per amore, mentre Seneca analizza l'ira e il suo impatto sulla virtù umana, sottolineando la necessità di un uso saggio del tempo. Inoltre, Seneca promuove l'idea di un cosmopolitismo etico, invitando a considerare il mondo come la propria patria e a vivere in armonia con gli altri.
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Fedro: La vedova e il soldato

I comportamenti delle donne:


Il testo che segue non è una favola, ma appartiene alle Fabulae Milesiae un genere di favole
erotiche attribuite ad Aristide di Mileto . In questa storia la protagonista si serve della salma di suo
marito pur di salvare il soldato di cui si è invaghita e con cui passa le notti di vedovanza. A questo
testo si ispirerà poi Petronio che lo intitolerà la “novella matrona di Efeso”.
Sintesi: Una donna rimasta vedova si accinge ogni giorno a frequentare il sepolcro del marito
defunto trascorrendo in sostanza quasi tutta la sua vita e procurandosi la fama di donna casta e
devota. Nel mentre alcune persone che avevano saccheggiato il santuario di Giove furono punite e
crocifisse e per controllarle furono inviati dei soldati di guardia. Uno di questi un giorno incontra la
giovane vedova e viene subito conquistato. Da li cerca ogni pretesto per incontrarla fino a farlo
diventare un’abitudine quotidiana e man mano anche la donna se ne innamora. Ad un certo punto
però nota la mancanza di un corpo ad una croce e la vedova gli consegna il corpo del marito
defunto per sostituirlo e non far notare l’assenza.
La morale conclusiva annulla ogni finalità del racconto e lo trasforma in un’aspra critica sui costumi
femminili del tempo.
La legge del più forte
La favola del lupo e dell’agnello apre la raccolta di Fedro. Propone la visione del poeta del rapporta
tra i potenti e gli umili. L’agnello, in contesa con il lupo, nonostante abbia un’evidente ragione è
più debole ed è schiacciato dalla figura più forte del lupo. La morale collocata in chiusura del
componimento collega il mondo fittizio della favola alla realtà degli uomini dimostrando
l’universalità della legge del più forte.
Testo: Allo stesso rivo il lupo e l’agnello erano venuti, spinti dalla sete; più in alto stava il lupo,
molto più in basso l’agnello. D’un tratto eccitato da voracità smodata, quel brigante accampò un
pretesto di lite “Perché” disse “Mi hai intorbidato l’acqua proprio mentre bevevo?” E il lanuto,
tutto tremante “Come posso, di grazia, fare ciò che tu lamenti, o lupo? Da te scende giù ai miei
sorsi la corrente”. Quello, rintuzzato dalla forza della verità: “Sei mesi fa “disse “parlasti male di
me”. Rispose l’agnello “Ma se non ero ancora nato…”. “Tuo padre, per Ercole, parlò male di me” e
così lo ghermisce e lo dilania. Che morte ingiusta! Fu scritta per certi uomini questa favola, che con
falsi pretesti schiacciano gli innocenti.
Seneca

De ira:

“combatti con te stesso”: Combatti con te stesso, se vuoi vincere l’ira, quella non può (vincere)te.
Incominci a vivere, se (essa) viene nascosta, se non le si da sfogo. Seppelliamo i suoi seghi e teniamola per
quanto si può nascosta e segreta. Ciò accadrà con nostra grande molestia, infatti (essa) ha desiderio di
balzar fuori e infiammare i (nostri) occhi e cambiare il (nostro) viso, ma se li si permette di manifestarsi fuori
di noi, (essa) è sopra noi. Si nasconda nell’angolo più profondo del petto, sia trasportata (da noi) non (ci)
trasporti. Anzi, pieghiamo tutte le sue manifestazioni in senso contrario: il volto si distenda, la voce sia più
dolce, a poco a poco l’interno viene ad uniformarsi con l’esterno. Preghiamo tutti i (nostri) cari amici di
usare verso di noi la franchezza, soprattutto allora, quando saremo in grado di sopportarla di meno, e di
non approvare la nostra ira; mentre siamo in senno, mentre siamo padroni di noi stessi, chiamiamoli in
aiuto contro potente e non gradito

Analisi e comprensione: Secondo Seneca l’ira ostacola il raggiungimento del benessere perché si manifesta
come un’insurrezione che non si riesce a contenere, si radica nel profondo dell’animo e danneggia la nostra
natura interiore. Domina l’individuo impedendogli di raggiungere la virtù necessaria per essere utili per se
stessi e per gli altri. Seneca propone l’immagine dell’ira e gli impulsi irrazionali come se fossero una vera e
propria belva e lo fa attraverso il contesto di scontro e violenza che crea. L’Ira è una forza esterna e violenta
che cerca di entrare e prendere il controllo. L’unico modo per abbatterla è una lotta attiva un approccio che
ricorda il contrasto con un nemico in battaglia.

“L’ira passione orribile”: è l’inizio del De ira in cui vengono analizzati i meccanismi di origine delle passioni,
in particolare dell’ira, e i modi per dominarle. L’ottica con cui Seneca affronta il tema è vicina alla filosofia
stoica che attribuiva un valore negativo a tutte le passioni. Seneca associa i sintomi e gli effetti di questa
passione irrefrenabile a quelli di una pazzia momentanea: entrambe cancellano ogni autocontrollo e
rendono incapaci di ogni forma di ragione e di distinzione tra il bene e il male. Presenta inoltre un
dettagliatissimo elenco degli effetti prodotti dall’ira. La possibilità di riconoscere tali sintomi è il primo passo
per poterla vincere. Secondo Seneca infatti ogni passione si sviluppa in tre fasi: una prima involontaria, una
seconda di adesione consapevole e una finale che sfugge dal controllo della ragione arridandola a
dominare.

Riassunto: Seneca si rivolge al fratello Novato che gli chiede un modo per dominare la più turpe e rabbiosa
delle passioni, l’ira. Questa ha origine dall’uomo e dal suo desiderio di nuocere al prossimo e dalla brama di
vendetta. Per questo alcuni filosofi l’hanno definita follia momentanea perché incapace di un controllo e di
un contegno perché concentrata su se stessa; è priva di ragione; si scatena per motivi futili; non sa
distinguere ciò che giusto da ciò che è sbagliato proprio come una frana che travolge una strada.
L’aspetto di chi è in preda all’ira: lo sguardo minaccioso; la fronte accigliata; il volto torvo; le mani sempre in
movimento; il colorito alterato; il respiro affannato; gli occhi infuocati, il volto rosso perché il sangue ribolle
nelle vene, le labbra tremolanti; le articolazioni contorte che fanno rumore; muggiti e gemiti; parole non
espresse chiaramente; battito di bani e gambe ripetuto; il corpo agitato e minaccioso
DE BRAVITATAE VITAE

VIVERE IL TEMPO

La riflessione sul tempo è uno dei temi maggiormente affrontati da Seneca in particolare nel “De brevitatae
vitae” con l’ottico del saggio stoico ossia di colui che hai il desiderio e il dovere di gestire il suo tempo nel
migliore dei modi: il tempo è l’unico bene della natura che l’uomo possa davvero disporre e dunque non
bisogna sprecarlo in occupazioni vane ma investirlo con lo scopo di prendersi cura di sé stessi e degli altri.
Seneca non invita dunque a godere del momento presente in nome della caducità della vita (come riteneva
Orazio- Carpe Diem), ma bensì di vivere il tempo secondo una prospettiva esistenziale interiore, per
raggiungere una piena realizzazione di sé. Il valore del tempo dipende dalla scelta etica compiuta dal
singolo. Seneca però lo affronta con le paure e le angosce degli uomini difronte alla precarietà
dell’esistenza. Rappresenta così il tempo con metafore piene di inquietudine (l’abisso, il fiume che scorre, le
gocce della clessidra) che rendono il senso di instabilità proprio sia dell’esperienza dell’autore sia nella
situazione politica di Roma imperiale.

SPIEGAZIONE: La maggior parte degli uomini, sia la folla ignorante che gli uomini più saggi, si lamenta della
brevità del tempo e inveisce contro la natura perché li ha generati per vivere poco. Da questa concezione
nasce la celebre frase di Aristotele “la vita è breve, lunga l’arte” e l’accusa alla natura di aver donato più
tempo agli animali che agli uomini che devono compiere gesti magnanime. La vita però non è breve siamo
noi a renderla tale, perdendo malamente il tempo che ci è concesso (sententia). È sufficientemente lunga
per compiere tutto se è impiegata con il giusto significato. Ma siamo noi a sprecarla dedicandoci ai piaceri e
trascurando le attività utili e così il tempo si perde proprio come le ricchezze svaniscono nelle mani di un
cattivo padrone mentre se vengono affidate ad un giusto amministratore aumentano. Così a vita accresce
se impiegata bene.

GLI OCCUPATI

Seneca descrive in modo ironico, compassionevole e critico la vita degli occupati. Non è chi si dedica a
molteplici attività ed è sempre indaffarato ma chi riempie il suo tempo vuoto in un otio inutile. Potrebbero
essere scambiati per otiosi cioè uomini che godono del tempo libero e del riposo con lo scopo di migliorarsi
e di essere utili per sé e per gli altri, ma tale otium è da intendersi in un’accezione più negativa.

OSSIMORI: “otium occupatum”: tempo libero affaccendato; “desidiosa occupatio”: inoperosa attività; “iners
negotium”: faccende oziose. In queste espressioni il tempo libero si affianca a quello occupato, l’attività
all’inattività. Il loro tempo libero è occupato in attività vane e che esauriscono il loro impegno. Non hanno
coscienza nel tempo che finiscono per sprecare.

RIASSUNTO: Seneca si rivolge a Paolino, destinatario dell’opera, rispondendo al quesito nel quale chiede chi
siano gli affaccendati. Critica non solo chi si affanna negli affari, nei tribunali o nei doveri sociali o chi pur
ritirandosi nelle proprie ville non trova pace e si tormenta da solo ma anche i collezionisti e in particolare
chi si dedica maniacalmente all’aspetto fisico e alla cura del corpo: descrive coloro che si occupa di sport,
chi spende per atleti o per cavalli o giumenti e di chi si occupa più della propria acconciatura che della
propria integrità morale. Seneca afferma che queste persone, dedite ad un otium improduttivo e ad attività
banali, non sono padroni ne di sé ne del tempo. La loro vita è breve non per la durata effettiva ma perché
interamente sprecata in occupazioni inutili per il singolo e per la comunità.
DE TRANQUILLITATAE ANIMI
IL SAGGIO è CITTADINO DEL MONDO
Altro tema fondamentale per Seneca è La partecipazione all’attività politica, complessa ai tempi
del dispotismo che tentava a ritirarsi a vita privata. Seneca è convinto che anche quando i tempi
sono difficili e si è costretti al silenzio il buon cittadino deve aiutare gli altri con il suo
atteggiamento di presentarsi silenzioso in pubblico, come farà Seneca stesso alla fine della sua
vita. Affronta inoltre il tema del cosmopolitismo affermando di come non bisogna limitare i propri
orizzonti ad una sola città, ma di considerare il mondo intero la propria patria.
TRADUZIONE: Penso che questo debba essere fatto dalla virtù e da chi è studioso della virtù: se la
fortuna prevarrà e taglierà la possibilità di agire, che (egli) non fugga subito voltandosi e inerme
cercando nascondigli, come se ci fosse un qualche luogo in cui la sorte non posso inseguire, ma
che si dedichi più parsimoniosamente agli impegni (pubblici) e con giudizio trovi qualcosa in cui sia
utile allo Stato. Non è lecito fare il soldato? Che ricerchi le cariche pubbliche. Si deve vivere da
privato cittadino? Che sia oratore. È stato imposto il silenzio? Che aiuti i cittadini con un’assistenza
(legale) silenziosa. Il foro è pericoloso anche all’ingresso: nelle case, negli spettacoli, nei banchetti;
si comporti come un buon convivente, come un fedele amico, come un temperato convivente. Ha
però i doveri del cittadino: eserciti quello dell’uomo. Perciò con magnanimità non ci chiudiamo
all’interno delle mura di un’unica città, ma ci proiettiamo per entrare in relazione con tutto il
mondo e abbiamo considerato che per noi il mondo è la patria; perché sia possibile dare un campo
d’azione più ampio alla virtù. Il tribunale ti è recluso e ti sono interdetti i rostri e i comizi: guarda
dietro di te quante regioni molto vaste si estendono, quanto si estendono i popoli. Così per te non
si chiude una grande parte tanto da non lasciare una maggiore. Ma vedi che questo non sia un tuo
difetto, non vuoi infatti se non come console, se non come pritano, se non come portavoce della
volontà di un’assemblea.
EPISTOLA 95
TRADUZIONE: 51 Ecco un altro problema: come ci si deve comportare con gli uomini? Che
facciamo? Che insegnamenti diamo? Di non versare sangue umano? È davvero poco non fare del
male al prossimo cui si dovrebbe fare del bene! È proprio un grande merito per un uomo essere
mite con un altro uomo! Insegneremo a porgere la mano al naufrago, a mostrare la strada a chi
l'ha perduta, a dividere il pane con chi ha fame? Perché elencare tutte le azioni da compiere e da
evitare quando posso insegnare questa breve formula che comprende tutti i doveri dell'uomo:
52 tutto ciò che vedi e che racchiude l'umano e il divino, è un tutt'unico; noi siamo le membra di
un grande corpo. La natura ci ha generato fratelli, poiché ci ha creato dalla stessa materia e
indirizzati alla stessa meta; ci ha infuso un amore reciproco e ci ha fatti socievoli. Ha stabilito
l'equità e la giustizia; in base alle sue norme, chi fa del male è più sventurato di chi il male lo
riceve; per suo comando le mani siano sempre pronte ad aiutare.
53 Medita e ripeti spesso questo verso: Sono un uomo, e niente di ciò che è umano lo giudico a
me estraneo. Mettiamo tutto in comune: siamo nati per una vita in comune. La nostra società è
molto simile a una vòlta di pietre: cadrebbe se esse non si sostenessero a vicenda, ed è proprio
questo che la sorregge.
SPIEGAZIONE: In questo passaggio, Seneca si interroga su quale sia l'essenza della condotta
morale e critica l'idea che l'etica si limiti a semplici divieti (come "non uccidere"). Egli conclude che
l'unico insegnamento necessario è la fraternità e solidarietà universale, basata sulla filosofia
stoica.
51: Seneca apre il testo con una critica ironica: chiedere solo di non versare sangue umano è
"davvero poco. Non nuocere al prossimo non è un grande merito, ma il minimo indispensabile che
ci si aspetta da un essere umano. Il vero dovere non è non fare del male, ma fare del bene. L'etica
non è una lista di azioni da evitare, ma un impulso positivo.
52: Seneca offre una breve formula che racchiude tutta l'etica: il principio dell'unità cosmica e
umana, tipico dello Stoicismo: tutto ciò che esiste,'umano e il divino, è un tutt'uno come un grande
corpo di cui noi siamo le membra. La Natura, intesa come la ragione divina che governa il cosmo, ci
ha creati fratelli a partire dalla stessa materia e diretti verso la stessa meta. Da questa unità
derivano leggi morali fondamentali: siamo stati infusi di amore reciproco e fatti socievoli; sono
state stabilite l'equità e la giustizia; chi fa del male è più sventurato di chi lo riceve; le mani devono
essere sempre pronte ad aiutare.
53: Seneca conclude il suo insegnamento citando un verso celebre del commediografo Terenzio e
offrendo una metafora potente sulla società. La vita in comune è necessaria e strutturale. La
società umana è paragonata a una vòlta di pietre, un'antica struttura architettonica: la vòlta regge
e non crolla solo perché le pietre si sostengono a vicenda. Se le singole pietre (gli individui) si
isolassero o agissero solo per sé stesse, la struttura (la società) collasserebbe.

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