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Rime

Le "Rime" di Dante rappresentano un compendio della sua produzione lirica, spaziando da opere giovanili a quelle mature, e riflettono le sue due anime: una allegorica e morale, l'altra comica e burlesca. L'influenza del trobar clus e la nascita delle "Rime petrose" segnano un cambiamento stilistico, caratterizzato da una passione sensuale e un linguaggio intellettualistico. Le poesie, come "Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io" e "Così nel mio parlar voglio esser aspro", mostrano un'evoluzione dalla contemplazione stilnovistica a un amore conflittuale e distruttivo, evidenziando un uso complesso del linguaggio e una ricerca di suoni aspri.
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Rime

Le "Rime" di Dante rappresentano un compendio della sua produzione lirica, spaziando da opere giovanili a quelle mature, e riflettono le sue due anime: una allegorica e morale, l'altra comica e burlesca. L'influenza del trobar clus e la nascita delle "Rime petrose" segnano un cambiamento stilistico, caratterizzato da una passione sensuale e un linguaggio intellettualistico. Le poesie, come "Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io" e "Così nel mio parlar voglio esser aspro", mostrano un'evoluzione dalla contemplazione stilnovistica a un amore conflittuale e distruttivo, evidenziando un uso complesso del linguaggio e una ricerca di suoni aspri.
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LE “RIME”

Le “Rime” di Dante come il compendio della sua esperienza di poeta


Le “Rime” sono un canzoniere che riunisce il complesso della produzione lirica dantesca
dalle prove giovanili sino a quelle dell’età matura.

Le due anime di Dante: quella allegorica-morale e quella comica-burlesca


Se nelle grandi canzoni allegoriche e morali egli cerca uno stile sublime, dotto ed elevato,
percorre poi anche la via della poesia comica e burlesca, viva nella cultura del suo tempo.

L’incontro di Dante con il trobar clus e l’influenza di quest’ultimo nella sua poesia
Quasi contemporaneamente si verifica l’incontro di Dante con la poesia trobadorica del
periodo aureo e soprattutto con il trobar clus dell’elaboratissimo e astruso Arnaut Daniel.
Nasce di qui il gruppo delle “Rime petrose” (scritte forse tra il 1296 e l’esilio, secondo altri
invece dopo il “Convivio”), così chiamate perché dedicate ad una madonna Pietra, bella e
insensibile (è incerto se si tratti di una donna reale o di una personificazione allegorica,
forse della Filosofia).

Le “Rime petrose”: descrizione del contenuto e della forma


In queste rime si riversa una passione sensuale, dalla forte carica erotica, lontanissima dalle
estasi e dai rapimenti stilnovistici. Tale passione viene espressa in modi estremamente
intellettualistici e preziosi, con una ricerca di suoni aspri che sono l’antitesi dello stile
“dolce” di un tempo, con i tecnicismi più esasperati nella metrica, nelle immagini, nella
scelta delle parole, in ossequio al modello del poetare “chiuso” provenzale.
PARAFRASI “GUIDO, I’ VORREI CHE TU E LAPO ED IO”
Guido, io vorrei che tu, Lapo (Gianni) ed io fossimo presi (“presi” è un verbo tecnico
dell’amore) da un incantesimo e messi in un vascello che andasse in mare spinto da ogni
vento, secondo i vostri e i miei desideri, cosicché né il fortunale (vento tempestoso) né altro
tempo sfavorevole ci potesse fare da ostacolo, anzi, vivendo sempre nella medesima volontà
(“talento”), (vorrei) che crescesse il desiderio di stare insieme. E (vorrei che) il buon mago
(Merlino) mettesse insieme a noi monna Vanna, monna Lagia e quella donna che occupa il
numero trenta (nella lista delle sessanta donne più belle di Firenze): e (vorrei che) qui noi
parlassimo sempre d’amore, e ciascuna di loro fosse felice, come credo che saremmo anche
noi.

COMMENTO
Guido è Guido Cavalcanti. E’ una poesia che si rifa all’amicizia tra Dante e Guido, quindi, è
una poesia giovanile. Il poeta vorrebbe essere rapito da un incantesimo che lo trasportasse
su un vascello con gli amici e poeti Guido Cavalcanti e Lapo Gianni, così che andassero per
mare senz’altra meta che quella dettata dal loro concorde volere, sempre più uniti dal loro
desiderio di stare insieme anche di fronte alle eventuali difficoltà del viaggio. Del sortilegio
operato dal benevolo mago farebbero parte anche le tre donne amate dai poeti, lietamente
accomunate ad essi nel “ragionar sempre d’amore”. E’ un sogno a occhi aperti di un
isolamento perfetto in una cerchia di iniziati legati da un’unione degli spiriti, da una
comunanza di affetti e di gusti che escluda rigorosamente il mondo esterno. Al motivo
dell’amicizia intellettuale, nelle terzine si aggiunge quello dell’amore. Esso è il centro di
quel sodalizio poetico: ciò che stringe in ideale comunanza gli amici è il “ragionar d’amore”
in poesia. Il sogno si colloca in un’atmosfera fantastica e fiabesca, che proviene dai romanzi
cavallereschi arturiani, col loro senso del magico e del meraviglioso. L’ “incantamento” e l’
“incantatore” si riferiscono al mago Merlino, personaggio centrale di quei romanzi. Si può
riconoscere nel sonetto una rete di parole tematiche, che si riferiscono tutte al nucleo
semantico del “desiderare”. Il ricorrere insistente di queste parole chiave si collega al
motivo centrale, il sogno che dovrebbe tradursi in realtà grazie al magico incantesimo: la
magia consiste appunto nel conferire una fantastica onnipotenza al desiderio, che in tal
modo non trova più ostacoli a realizzarsi e supera ogni limite imposto dalla vita reale. Altra
parola tematica è l’avverbio “sempre”, che ribadisce la perennità fuori del tempo di questa
vita vagheggiata di cortesia, amore e poesia. Dal momento che c’è il verbo “ponesse” è
come se non vedessimo le donne in azione. E’ come se fossero piazzate lì. Non ci dice con
chi vuole conversare. Potrebbe essere solo con i poeti o anche con le donne. Le donne
sembrano avere la stessa funzione attiva. L’immagine delle donne che conversano d’amore è
proprio la magia di un testo irrealistico. Si noti la lenta cadenza dell’avvio, subito interrotto
dalla pausa della virgola, e poi il susseguirsi di vocaboli brevissimi, che spezzano il verso.
La stessa funzione, sul piano sintattico, ha il frequente ricorrere del polisindeto. Nel sonetto
si riflette il clima spirituale della stretta cerchia degli stilnovisti.
PARAFRASI “COSI’ NEL MIO PARLAR VOGLIO ESSER ASPRO”
Nel mio (modo di) parlare voglio essere duro (aspro) allo stesso modo in cui lo è
nell’atteggiamento (ne li atti) questa donna bella ma dura (insensibile) come una pietra, la
quale rinchiude saldamente (impetra) maggior durezza e una natura più insensibile (cruda)
e si ricopre vestendosi di un diaspro in modo tale che, grazie alla protezione da esso
esercitata (per lui), o perché ella indietreggia (s’arretra), non esce dalla faretra freccia
(saetta) che la colga indifesa (ignuda); ma (ed) ella uccide (ancide), e non serve (val) che
ci si protegga (chiuda) né ci si allontani (dilunghi) dai colpi mortali, che, come se avessero
le ali, raggiungono chiunque (giungono altrui) e distruggono qualsiasi arma: tanto che io
non so né posso difendermi (atarme) da lei. Non trovo scudo ch’ella non mi spezzi né luogo
che mi nasconda dalla sua vista (viso): poiché, come il fiore sta sulla cima di un ramo
(fronda), così la donna è in cima ai miei pensieri (mente). (Ella) sembra curarsi (si prezzi)
del mio male tanto (Cotanto), quanto una imbarcazione (legno) (si preoccupa) del mare in
cui non si alza un’onda; e il peso che mi affonda è tale che nessuna espressione potrebbe
descriverlo adeguatamente (adequar rima). Ahi, passione dilacerante e spietata (dispietata
lima) che logori (scemi) sotterraneamente (sordamente) la mia vita, perché non ti trattieni
(ritemi) dal rodermi a poco a poco (scorza a scorza) il cuore così come io (ho ritegno) di
rivelare (dire altrui) il nome di chi ti alimenta (dà forza)? Perché il cuore mi trema, ogni
volta che (qualora) io penso a lei in un posto dove (ov’) altri possano vedermi (li occhi
induca), per paura (tema) che si manifesti (traluca...di fuor) il mio sentimento così da
essere scoperto, più di quanto non faccia (tremi, per la paura) della morte, che divora
(manduca) con i denti di Amore ogni mio sentimento (senso): in altre parole (ciò è che), la
loro (dei denti d’Amore) forza (vertù) logora l’intelletto (pensier), così da annientarne la
facoltà (opra). Egli (E’, amore) mi ha gettato (percosso) a terra, e incombe su di me
(stammi sopra) con quella spada con cui egli uccise Didone, Amore, a cui io grido
invocando pietà (merzé chiamando), e (che io) prego umilmente: ed egli pare deciso a
negarmi (par...niego) ogni pietà. Egli (Amore), questo perverso, alza continuamente (ad
ora ad or) la mano (per colpire), e toglie ogni speranza (sfida) alla mia debole vita,
(Amore) che mi tiene disteso a terra in posizione rovesciata (a riverso) spossato a tal punto
da non avere più alcun moto vitale (guizzo): allora immagino (mi...mente) di gridare
(strida); e il sangue, che circola nelle vene, scorre fuggendo verso il cuore, il quale chiama
(a sé) il sangue (lo); cosicché io impallidisco (rimango bianco). Amore (Elli) mi ferisce
(fiede) sotto il braccio sinistro (manco) con così tanta forza che il dolore si ripercuote
(rimbalza) nel cuore; allora dico: “Se egli alza un’altra volta (la mano per ferirmi), la morte
mi avrà finito (chiuso) prima che un altro colpo sia disceso verso il basso (giuso)”. Allo
stesso modo (Così) potessi io vedere aperto in due (fender per mezzo) (da Amore) il cuore
della (donna) crudele che squarta (squatra) il mio; dopodiché (poi) non mi apparirebbe
terribile (atra) la morte, verso cui io (ov’io) corro a causa della (per) sua (della donna
amata) bellezza: poiché tanto colpisce di giorno (dà nel sol) quanto di notte (nel rezzo)
questa assassina (scherana), micidiale e ladra (latra). Ahimè (Omè), perché la donna non
urla di dolore (latra), per causa mia (per me), nel baratro (borro) ardente, come io (urlo di
dolore) per lei? perché subito griderei: “Io vi vengo ad aiutare”; e lo farei volentieri,
afferrandola per (ne’...mano) i biondi capelli che Amore per distruggermi (consumarmi)
rende dorati e ricciuti (increspa e dora), e allora le piacerei (piacere’le). Se io avessi
afferrato (prese) le belle trecce, che ora sono diventate per me come strumenti di tortura
(scudiscio e ferza), afferrandole prima dell’ora terza, con esse trascorrerei l’ora del vespro e
della compieta: e non sarei né pietoso né cortese, anzi farei come l’orso quando scherza, e se
Amore mi frusta con esse (ne), io mi vendicherei restituendo per ogni colpo mille colpi (di
più di mille). Oltre a questo (Ancor), per punirla del suo sottrarsi a me (lo fuggir...face),
(la) guarderei da vicino fissamente negli occhi da cui escono le faville che mi incendiano il
cuore, che io reco in me ferito a morte (anciso); allora le offrire l’amore insieme al perdono
(pace). (O) canzone, vattene direttamente da quella donna che mi ha ferito il cuore e che mi
sottrae (m’invola) ciò di cui io ho più desiderio (gola), e trafiggile (dàlle per) il cuore con
una freccia (saetta): perché ci si procura onore nel vendicarsi.

COMMENTO
La canzone può essere vista come il radicale rovesciamento (nei temi e nello stile) del
giovanile Stilnovismo dantesco. Nel periodo stilnovistico la donna era un miracolo mandato
in terra da Dio e l’amore per lei purificava l’amante, elevandolo al cielo; ora invece la donna
è creatura crudele e insensibile, e l’amore è una forza sensuale e devastante, che fa soffrire e
conduce alla morte; in secondo luogo, nella fase stilnovistica l’amante si poneva di fronte
all’oggetto amato in un atteggiamento di contemplazione estatica; qui invece il rapporto è
conflittuale e violento: l’amante vuole infliggere all’amata gli stessi tormenti che egli prova.
L’amore come forza crudele che ferisce e distrugge l’amante era già presente in Cavalcanti e
nelle poesie di Dante stesso che imitavano la maniera cavalcantiana. Ma le differenze sono
sostanziali. In Cavalcanti e nel Dante giovane, crudele era solo la forza d’Amore, non la
donna, che restava immune da tratti negativi, anzi poteva essere egualmente sublimata;
mentre qui è direttamente la donna ad essere crudele, e ciò esclude ogni idealizzazione della
figura femminile. La donna non è più creatura sovrannaturale, lontana e irraggiungibile,
oggetto solo di culto mistico, ma è donna di carne e sangue, e non consente alcuna
sublimazione. All’asprezza dei sentimenti, inoltre, deve corrispondere uno stile egualmente
aspro. Lo stile “aspro” di questa canzone è dunque l’esatto contrario dello stile “dolce” delle
poesie della “Vita nuova”. L’asprezza si manifesta in primo luogo a livello fonico. Dante
ricerca insistentemente lo scontro aspro di due o tre consonanti, soprattutto in rima, nella
collocazione che ha maggiore evidenza: “aspro/diaspro”, “petra/impetra”,
“squatra/atra/latra”. A livello di lessico spicca la ricerca di termini rari: “atarme”, “squatra”,
“rezzo” e “latra”. Questi termini sono collocati anch’essi prevalentemente in rima: ne
nascono rime difficili, preziose, in quanto sono rare da trovare nel lessico italiano. La
sintassi è complessa, ricca di subordinate e di faticose circonvoluzioni, di inversioni (“mi
tiene in terra d’ogni guizzo stanco”), di ellissi (“com’io [ho ritegno] di dire altrui chi ti dà
forza?”). Al livello retorico si nota un uso esorbitante del linguaggio figurato: tutta la poesia
è un susseguirsi incalzante di metafore, immagini e paragoni. E si tratta costantemente di
immagini che richiamano idee di violenza, sofferenza e morte. Lo sperimentalismo
linguistico è condotto a tali livelli di virtuosismo, da indurre a pensare che l’interesse vero
del poeta non sia tanto contenutistico, quanto formale; o che, comunque, il gusto
dell’esercizio formale prenda il sopravvento sulla materia trattata.

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