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Decameron

Ser Cepperello inganna un frate con una falsa confessione e, nonostante la sua vita di malvagità, muore considerato un santo. Il racconto esplora temi di inganno e apparente redenzione, mostrando come la reputazione possa essere costruita su menzogne. La novella mette in evidenza la fragilità della condizione umana e il potere della percezione sociale.

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Ser Cepperello inganna un frate con una falsa confessione e, nonostante la sua vita di malvagità, muore considerato un santo. Il racconto esplora temi di inganno e apparente redenzione, mostrando come la reputazione possa essere costruita su menzogne. La novella mette in evidenza la fragilità della condizione umana e il potere della percezione sociale.

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DECAMERON

Giovanni Boccaccio
SER CEPPERELLO
(Giornata 1, Novella 1, Narratore Panfilo, Regina Pampinea, Tema Libero)

Ser Cepperello con una falsa confessione inganna uno santo


frate, e muorsi; ed essendo stato un pessimo uomo in vita, è
morto reputato per santo e chiamato san Ciappelletto.
Convenevole cosa è, carissime donne, che ciaschedu-
na cosa la quale l’uomo fa, dallo ammirabile e santo no-
me di Colui il quale di tutte fu facitore le dea principio.
Per che, dovendo io al nostro novellare, sì come primo,
dare cominciamento, intendo da una delle sue maravi-
gliose cose incominciare, acciò che, quella udita, la no-
stra speranza in lui, sì come in cosa impermutabile, si
fermi e sempre sia da noi il suo nome lodato.
Manifesta cosa è che, sì come le cose temporali tutte
sono transitorie e mortali, così in sé e fuor di sé essere
piene di noia e d’angoscia e di fatica e ad infiniti perico-
li soggiacere; alle quali senza niuno fallo né potremmo
noi, che viviamo mescolati in esse e che siamo parte
d’esse, durare né ripararci, se spezial grazia di Dio forza
e avvedimento non ci prestasse. La quale a noi e in noi
non è da credere che per alcuno nostro merito discenda,
ma dalla sua propia benignità mossa e da prieghi di co-
loro impetrata che, sì come noi siamo, furon mortali, e
bene i suoi piaceri mentre furono in vita seguendo, ora
con lui etterni sono divenuti e beati; alli quali noi mede-
simi, sì come a procuratori informati per esperienza del-
la nostra fragilità, forse non audaci di porgere i prieghi
nostri nel cospetto di tanto giudice, delle cose le quali a
noi reputiamo opportune gli porgiamo.
E ancora più in questo lui verso noi di pietosa libera-
lità pieno discerniamo, che, non potendo l’acume
dell’occhio mortale nel segreto della divina mente tra-
passare in alcun modo, avvien forse tal volta che, da op-
pinione ingannati, tale dinanzi alla sua maestà facciamo
procuratore, che da quella con etterno essilio è scaccia-
to; e nondimeno esso, al quale niuna cosa è occulta, più
alla purità del pregator riguardando che alla sua igno-
ranza o allo essilio del pregato, così come se quegli fosse
nel suo conspetto beato, esaudisce coloro che ’l priega-
no. Il che manifestamente potrà apparire nella novellala
quale di raccontare intendo; manifestamente dico, non il
giudicio di Dio, ma quel degli uomini seguitando.
Ragionasi adunque che essendo Musciatto Franzesi di
ricchissimo e gran mercatante in Francia cavalier dive-
nuto e dovendone in Toscana venire con messer Carlo
Senzaterra, fratello del re di Francia, da papa Bonifazio
addomandato e al venir promosso, sentendo egli gli fatti
suoi, sì come le più volte son quegli de’ mercatanti, mol-
to intralciati in qua e in là e non potersi di leggiere né
subitamente stralciare, pensò quegli commettere a più
persone; e a tutti trovò modo; fuor solamente in dubbio
gli rimase cui lasciar potesse sofficiente a riscuoter suoi
crediti fatti a più borgognoni.
E la cagion del dubbio era il sentire li borgognoni uo-
mini riottosi e di mala condizione e misleali; e a lui non
andava per la memoria chi tanto malvagio uom fosse, in
cui egli potesse alcuna fidanza avere che opporre alla lo-
ro malvagità si potesse.
E sopra questa essaminazione pensando lungamente
stato, gli venne a memoria un ser Cepperello da Prato, il
qual molto alla sua casa in Parigi si riparava. Il quale,
per ciò che piccolo di persona era e molto assettatuzzo,
non sappiendo li franceschi che si volesse dire Cepperel-
lo, credendo che cappello, cioè ghirlanda, secondo il lo-
ro volgare, a dir venisse, per ciò che piccolo era come di-
cemmo, non Ciappello, ma Ciappelletto il chiamavano;
e per Ciappelletto era conosciuto per tutto, là dove po-
chi per ser Cepperello il conoscieno.
Era questo Ciappelletto di questa vita: egli, essendo
notaio, avea grandissima vergogna quando uno de’ suoi
strumenti (come che pochi ne facesse) fosse altro che
falso trovato; de’ quali tanti avrebbe fatti di quanti fosse
stato richiesto, e quelli più volentieri in dono che alcun
altro grandemente salariato. Testimonianze false con
sommo diletto diceva, richiesto e non richiesto; e dan-
dosi a que’ tempi in Francia a’ saramenti grandissima fe-
de, non curandosi fargli falsi, tante quistioni malvagia-
mente vincea a quante a giurare di dire il vero sopra la
sua fede era chiamato. Aveva oltre modo piacere, e forte
vi studiava, in commettere tra amici e parenti e qualun-
que altra persona mali e inimicizie e scandali, de’ quali
quanto maggiori mali vedeva seguire tanto più d’alle-
grezza prendea. Invitato ad un omicidio o a qualunque
altra rea cosa, senza negarlo mai, volenterosamente v’an-
dava; e più volte a fedire e ad uccidere uomini colle pro-
pie mani si trovò volentieri. Bestemmiatore di Dio e de’
santi era grandissimo; e per ogni piccola cosa, sì come
colui che più che alcun altro era iracundo. A chiesa non
usava giammai; e i sacramenti di quella tutti, come vil
cosa, con abominevoli parole scherniva; e così in contra-
rio le taverne e gli altri disonesti luoghi visitava volentie-
ri e usavagli.
Delle femine era così vago come sono i cani de’ basto-
ni; del contrario più che alcun altro tristo uomo si dilet-
tava. Imbolato avrebbe e rubato con quella conscienzia
che un santo uomo offerrebbe. Gulosissimo e bevitore
grande, tanto che alcuna volta sconciamente gli facea
noia. Giuocatore e mettitor di malvagi dadi era solenne.
Perché mi distendo io in tante parole? Egli era il piggio-
re uomo forse che mai nascesse. La cui malizia lungo
tempo sostenne la potenzia e lo stato di messer Musciat-
to, per cui molte volte e dalle private persone, alle quali
assai sovente faceva ingiuria, e dalla corte, a cui tuttavia
la facea, fu riguardato.
Venuto adunque questo ser Cepperello nell’animo a
messer Musciatto, il quale ottimamente la sua vita cono-
sceva, si pensò il detto messer Musciatto costui dovere
essere tale quale la malvagità de’ borgognoni il richie-
dea; e perciò, fattolsi chiamare, gli disse così:
“ Ser Ciappelletto, come tu sai, io sono per ritrarmi
del tutto di qui, e avendo tra gli altri a fare co’ borgo-
gnoni, uomini pieni d’inganni, non so cui io mi possa la-
sciare a riscuotere il mio da loro più convenevole di te; e
perciò, con ciò sia cosa che tu niente facci al presente,
ove a questo vogli intendere, io intendo di farti avere il
favore della corte e di donarti quella parte di ciò che tu
riscoterai che convenevole sia”.
Ser Ciappelletto, che scioperato si vedea e male agita-
to delle cose del mondo e lui ne vedeva andare che suo
sostegno e ritegno era lungamente stato, senza niuno in-
dugio e quasi da necessità costretto si diliberò, e disse
che volea volentieri.
Per che, convenutisi insieme, ricevuta ser Ciappellet-
to la procura e le lettere favorevoli del re, partitosi mes-
ser Musciatto, n’andò in Borgogna dove quasi niuno il
conoscea; e quivi, fuor di sua natura, benignamente e
mansuetamente cominciò a voler riscuotere e fare quello
per che andato v’era, quasi si riserbasse l’adirarsi al da
sezzo.
E così faccendo, riparandosi in casa di due fratelli fio-
rentini, li quali quivi ad usura prestavano e lui per amor
di messer Musciatto onoravano molto, avvenne che egli
infermò; al quale i due fratelli fecero prestamente venire
medici e fanti che il servissero e ogni cosa opportuna al-
la sua santà racquistare.
Ma ogni aiuto era nullo, per ciò che ’l buono uomo, il
quale già era vecchio e disordinatamente vivuto, secon-
do che i medici dicevano, andava di giorno in giorno di
male in peggio, come colui ch’aveva il male della morte;
di che li due fratelli si dolevan forte.
E un giorno, assai vicini della camera nella quale ser
Ciappelletto giaceva infermo, seco medesimi comincia-
rono a ragionare:
“ Che farem noi”– diceva l’uno all’altro – “di costui?
Noi abbiamo dei fatti suoi pessimo partito alle mani, per
ciò che il mandarlo fuori di casa nostra così infermo ne
sarebbe gran biasimo e segno manifesto di poco senno,
veggendo la gente che noi l’avessimo ricevuto prima, e
poi fatto servire e medicare così sollecitamente, e ora,
senza potere egli aver fatta cosa alcuna che dispiacere ci
debba, così subitamente di casa nostra e infermo a mor-
te vederlo mandar fuori. D’altra parte, egli è stato sì
malvagio uomo che egli non si vorrà confessare né pren-
dere alcuno sacramento della Chiesa; e, morendo senza
confessione, niuna chiesa vorrà il suo corpo ricevere, an-
zi sarà gittato a’ fossi a guisa d’un cane. E, se egli si pur
confessa, i peccati suoi son tanti e sì orribili che il simi-
gliante n’avverrà, per ciò che frate né prete ci sarà che ’l
voglia né possa assolvere; per che, non assoluto, anche
sarà gittato a’ fossi. E se questo avviene, il popolo di
questa terra, il quale sì per lo mestier nostro, il quale lo-
ro pare iniquissimo e tutto ’l giorno ne dicon male, e sì
per la volontà che hanno di rubarci, veggendo ciò, si le-
verà a romore e griderrà: – Questi lombardi cani, li qua-
li a chiesa non sono voluti ricevere, non ci si vogliono
più sostenere; e correrannoci alle case e per avventura
non solamente l’avere ci ruberanno, ma forse ci torran-
no oltre a ciò le persone; di che noi in ogni guisa stiam
male, se costui muore”.
Ser Ciappelletto, il quale, come dicemmo, presso gia-
cea là dove costoro così ragionavano, avendo l’udire sot-
tile, sì come le più volte veggiamo avere gl’infermi, udì
ciò che costoro di lui dicevano; li quali egli si fece chia-
mare, e disse loro:
“ Io non voglio che voi di niuna cosa di me dubitiate
né abbiate paura di ricevere per me alcun danno. Io ho
inteso ciò che di me ragionato avete e son certissimo che
così n’avverrebbe come voi dite, dove così andasse la bi-
sogna come avvisate; ma ella andrà altramenti. Io ho, vi-
vendo, tante ingiurie fatte a Domenedio che, per farne-
gli io una ora in su la mia morte, né più né meno ne farà.
E per ciò procacciate di farmi venire un santo e valente
frate, il più che aver potete, se alcun ce n’è, e lasciate fa-
re a me, ché fermamente io acconcerò i fatti vostri e i
miei in maniera che starà bene e che dovrete esser con-
tenti”.
I due fratelli, come che molta speranza non prendes-
sono di questo, nondimeno se n’andarono ad una reli-
gione di frati e domandarono alcuno santo e savio uomo
che udisse la confessione d’un lombardo che in casa loro
era infermo; e fu lor dato un frate antico di santa e di
buona vita e gran maestro in Iscrittura e molto venerabi-
le uomo, nel quale tutti i cittadini grandissima e spezial
divozione aveano, e lui menarono.
Il quale, giunto nella camera dove ser Ciappelletto
giacea e allato postoglisi a sedere, prima benignamente il
cominciò a confortare, e appresso il domandò quanto
tempo era che egli altra volta confessato si fosse. Al qua-
le ser Ciappelletto, che mai confessato non s’era, rispo-
se:
“Padre mio, la mia usanza suole essere di confessar-
mi ogni settimana almeno una volta, senza che assai so-
no di quelle che io mi confesso più; è il vero che poi
ch’io infermai, che son presso a otto dì, io non mi con-
fessai, tanta è stata la noia che la infermità m’ha data”.
Disse allora il frate:
“Figliuol mio, bene hai fatto, e così si vuol fare per
innanzi; e veggio che, poi sì spesso ti confessi, poca fati-
ca avrò d’udire o di domandare”.
Disse ser Ciappelletto:
“Messer lo frate, non dite così; io non mi confessai
mai tante volte né sì spesso, che io sempre non mi voles-
si confessare generalmente di tutti i miei peccati che io
mi ricordassi dal dì ch’i’ nacqui infino a quello che con-
fessato mi sono; e per ciò vi priego, padre mio buono,
che così puntualmente d’ogni cosa mi domandiate come
se mai confessato non mi fossi. E non mi riguardate per-
ch’io infermo sia, ché io amo molto meglio di dispiacere
a queste mie carni che, faccendo agio loro, io facessi co-
sa che potesse essere perdizione della anima mia, la qua-
le il mio Salvatore ricomperò col suo prezioso sangue”.
Queste parole piacquero molto al santo uomo e par-
vongli argomento di bene disposta mente; e poi che a
ser Ciappelletto ebbe molto commendato questa sua
usanza, il cominciò a domandare se egli mai in lussuria
con alcuna femina peccato avesse. Al qual ser Ciappel-
letto sospirando rispose:

“Padre mio, di questa parte mi vergogno io di dirve-


ne il vero, temendo di non peccare in vanagloria”.

Al quale il santo frate disse:


“Dì sicuramente, ché il ver dicendo né in confessione
né in altro atto si pecco’ giammai”.
Disse allora ser Ciappelletto:
“Poiché voi di questo mi fate sicuro, e io il vi dirò: io
son così vergine come io uscì del corpo della mamma
mia”.
“Oh benedetto sia tu da Dio”– disse il frate –“come
bene hai fatto! e, faccendolo, hai tanto più meritato,
quanto, volendo, avevi più d’arbitrio di fare il contrario
che non abbiam noi e qualunque altri son quegli che
sotto alcuna regola sono costretti”.
E appresso questo il domandò se nel peccato della
gola aveva a Dio dispiaciuto; al quale, sospirando forte,
ser Ciappelletto rispose del sì, e molte volte; perciò che
con ciò fosse cosa che egli, oltre a’ digiuni delle quaresi-
me che nell’anno si fanno dalle divote persone, ogni set-
timana almeno tre dì fosse uso di digiunare in pane e in
acqua, con quello diletto e con quello appetito l’acqua
bevuta avea, e spezialmente quando avesse alcuna fatica
durata o adorando o andando in pellegrinaggio, che fan-
no i gran bevitori il vino; e molte volte aveva disiderato
d’avere cotali insalatuzze d’erbucce, come le donne fan-
no quando vanno in villa; e alcuna volta gli era paruto
migliore il mangiare che non pareva a lui che dovesse
parere a chi digiuna per divozione, come digiunava egli.
Al quale il frate disse:
“Figliuol mio, questi peccati sono naturali e sono as-
sai leggieri; e per ciò io non voglio che tu ne gravi più la
conscienzia tua che bisogni. Ad ogni uomo addiviene,
quantunque santissimo sia, il parergli dopo lungo digiu-
no buono il manicare, e dopo la fatica il bere”.
“Oh!”– disse ser Ciappelletto –“padre mio, non mi di-
te questo per confortarmi; ben sapete che io so che le
cose che al servigio di Dio si fanno, si deono fare tutte
nettamente e senza alcuna ruggine d’animo; e chiunque
altri menti le fa, pecca.”
Il frate contentissimo disse:
“E io son contento che così ti cappia nell’animo, e
piacemi forte la tua pura e buona conscienzia in ciò. Ma,
dimmi: in avarizia hai tu peccato, disiderando più che il
convenevole, o tenendo quello che tu tener non dovesti?”
Al quale ser Ciappelletto disse:
“Padre mio, io non vorrei che voi guardaste perché
io sia in casa di questi usurieri: io non ci ho a far nulla;
anzi ci era venuto per dovergli ammonire e gastigare e
torgli da questo abbominevole guadagno; e credo mi sa-
rebbe venuto fatto, se Iddio non m’avesse così visitato.
Ma voi dovete sapere che mio padre mi lasciò ricco uo-
mo, del cui avere, come egli fu morto, diedi la maggior
parte per Dio; e poi, per sostentare la vita mia e per po-
tere aiutare i poveri di Cristo, ho fatte mie picciole mer-
catantie, e in quelle ho desiderato di guadagnare, e sem-
pre co’ poveri di Dio quello che ho guadagnato ho
partito per mezzo, l’una metà convertendo né miei biso-
gni, l’altra metà dando loro; e di ciò m’ha sì bene il mio
Creatore aiutato che io ho sempre di bene in meglio fat-
ti i fatti miei”.

“Bene hai fatto”– disse il frate –“ma come ti se’ tu


spesso adirato?”

“Oh!”– disse ser Ciappelletto –“cotesto vi dico io be-


ne che io ho molto spesso fatto. E chi se ne potrebbe te-
nere, veggendo tutto il dì gli uomini fare le sconce cose,
non servare i comandamenti di Dio, non temere i suoi
giudici? Egli sono state assai volte il dì che io vorrei più
tosto essere stato morto che vivo, veggendo i giovani an-
dare dietro alle vanità e vedendogli giurare e spergiura-
re, andare alle taverne, non visitare le chiese e seguir più
tosto le vie del mondo che quella di Dio.
Disse allora il frate:
“Figliuol mio, cotesta è buona ira, né io per me te ne
saprei penitenzia imporre. Ma, per alcuno caso, avreb-
beti l’ira potuto inducere a fare alcuno omicidio o a dire
villania a persona o a fare alcun’altra ingiuria?
A cui ser Ciappelletto rispose:
“Ohimè, messere, o voi mi parete uom di Dio: come
dite voi coteste parole? o s’io avessi avuto pure un pen-
sieruzzo di fare qualunque s’è l’una delle cose che voi
dite, credete voi che io creda che Iddio m’avesse tanto
sostenuto? Coteste son cose da farle gli scherani e i rei
uomini, de’ quali qualunque ora io n’ho mai veduto al-
cuno, sempre ho detto: «Va che Dio ti converta»”.

Allora disse il frate:


“Or mi dì, figliuol mio, che benedetto sia tu da Dio:
hai tu mai testimonianza niuna falsa detta contro alcuno
o detto mal d’altrui o tolte dell’altrui cose senza piacer
di colui di cui sono?”
“Mai, messere, sì”– rispose ser Ciappelletto –“che io
ho detto male d’altrui; per ciò che io ebbi già un mio vi-
cino che, al maggior torto del mondo, non faceva altro
che battere la moglie, sì che io dissi una volta mal di lui
alli parenti della moglie, sì gran pietà mi venne di quella
cattivella, la quale egli, ogni volta che bevuto avea trop-
po, conciava come Dio vel dica.
Disse allora il frate:
“Or bene, tu mi di’ che se’ stato mercatante: ingan-
nasti tu mai persona così come fanno i mercatanti?”
“Gnaffe,”–disse ser Ciappelletto–“messer sì; ma io
non so chi egli si fu, se non che uno, avendomi recati da-
nari che egli mi dovea dare di panno che io gli avea ven-
duto, e io messogli in una mia cassa senza annoverare,
ivi bene ad un mese trovai ch’egli erano quattro piccioli
più che essere non doveano; per che, non rivedendo co-
lui e avendogli serbati bene uno anno per rendergliele,
io gli diedi per l’amor di Dio”.
Disse il frate:
“Cotesta fu piccola cosa; e facesti bene a farne quello
che ne facesti”.
E, oltre a questo, il domandò il santo frate di molte al-
tre cose, delle quali di tutte rispose a questo modo. E
volendo egli già procedere all’assoluzione, disse ser
Ciappelletto:
“Messere, io ho ancora alcun peccato che io non v’ho
detto”.
Il frate il domandò quale; ed egli disse:
“Io mi ricordo che io feci al fante mio un sabato do-
po nona spazzare la casa, e non ebbi alla santa domenica
quella reverenza che io dovea.
“Oh!”– disse il frate –“figliuol mio, cotesta è leggier
cosa”.
“Non”– disse ser Ciappelletto –“non dite leggier co-
sa, ché la domenica è troppo da onorare, però che in co-
sì fatto dì risuscitò da morte a vita il nostro Signore”.
Disse allora il frate: “O altro hai tu fatto?”
“Messer sì”– rispose ser Ciappelletto – “ché io, non
avvedendomene, sputai una volta nella chiesa di Dio”.
Il frate cominciò a sorridere e disse:
“Figliuol mio, cotesta non è cosa da curarsene: noi,
che siamo religiosi, tutto il dì vi sputiamo”.
Disse allora ser Ciappelletto:
“E voi fate gran villania, per ciò che niuna cosa si
convien tener netta come il santo tempio, nel quale si
rende sacrificio a Dio”.
E in brieve de’ così fatti ne gli disse molti, e ultima-
mente cominciò a sospirare, e appresso a piagner forte,
come colui che il sapeva troppo ben fare quando volea.
Disse il santo frate:
“Figliuol mio, che hai tu?”
Rispose ser Ciappelletto:
“Ohimè, messere, ché un peccato m’è rimaso, del
quale io non mi confessai mai, sì gran vergogna ho di
doverlo dire; e ogni volta ch’io me ne ricordo piango co-
me voi vedete, e parmi essere molto certo che Iddio mai
non avrà misericordia di me per questo peccato”.
Allora il santo frate disse:
“Va via, figliuol, che è ciò che tu dì? Se tutti i peccati
che furon mai fatti da tutti gli uomini, o che si debbon
fare da tutti gli uomini mentre che il mondo durerà, fos-
ser tutti in uno uom solo, ed egli ne fosse pentuto e con-
trito come io veggio te, si è tanta la benignità e la miseri-
cordia di Dio che, confessandogli egli, gliele
perdonerebbe liberamente; e per ciò dillo sicuramente.
Disse allora ser Ciappelletto, sempre piagnendo forte:
“Ohimè, padre mio, il mio è troppo gran peccato, e
appena posso credere, se i vostri prieghi non ci si adope-
rano, che egli mi debba mai da Dio esser perdonato”.
A cui il frate disse:
“Dillo sicuramente, ché io ti prometto di pregare Id-
dio per te”.
Ser Ciappelletto pur piagnea e nol dicea, e il frate pur
il confortava a dire. Ma poi che ser Ciappelletto pia-
gnendo ebbe un grandissimo pezzo tenuto il frate così
sospeso, ed egli gittò un gran sospiro e disse:
“Padre mio, poscia che voi mi promettete di pregare
Iddio per me, e io il vi dirò. Sappiate che, quando io era
piccolino, io bestemmiai una volta la mamma mia” e
così detto ricominciò a piagnere forte.
Disse il frate:
“O figliuol mio, or parti questo così grande peccato?
Oh! gli uomini bestemmiano tutto ’l giorno Iddio, e sì
perdona egli volentieri a chi si pente d’averlo bestem-
miato; e tu non credi che egli perdoni a te questo? Non
piagner, confortati, ché fermamente, se tu fossi stato un
di quegli che il posero in croce, avendo la contrizione
ch’io ti veggio, sì ti perdonerebbe egli”.
Disse allora ser Ciappelletto:
“Ohimè, padre mio, che dite, voi? La mamma mia
dolce, che mi portò in corpo nove mesi il dì e la notte e
portommi in collo più di cento volte! troppo feci male a
bestemmiarla e troppo è gran peccato; e se voi non pre-
gate Iddio per me, egli non mi sarà perdonato”.
Veggendo il frate non essere altro restato a dire a ser
Ciappelletto, gli fece l’assoluzione e diedegli la sua be-
nedizione, avendolo per santissimo uomo, sì come colui
che pienamente credeva esser vero ciò che ser Ciappel-
letto avea detto.
E chi sarebbe colui che nol credesse, veggendo uno
uomo in caso di morte dir così? E poi, dopo tutto que-
sto, gli disse:
“Ser Ciappelletto, coll’aiuto di Dio voi sarete tosto
sano; ma se pure avvenisse che Iddio la vostra benedetta
e ben disposta anima chiamasse a sé, piacev’egli che ’l
vostro corpo sia sepellito al nostro luogo?”
Al quale ser Ciappelletto rispose:
“Messer sì; anzi non vorre’ io essere altrove, poscia
che voi mi avete promesso di pregare Iddio per me; sen-
za che io ho avuta sempre spezial divozione al vostro or-
dine. E per ciò vi priego che, come voi al vostro luogo
sarete, facciate che a me vegna quel veracissimo corpo
di Cristo, il qual voi la mattina sopra l’altare consecrate;
per ciò che (come che io degno non ne sia) io intendo
colla vostra licenzia di prenderlo, e appresso la santa e
ultima unzione, acciò che io, se vivuto son come pecca-
tore, almeno muoia come cristiano”.
Il santo uomo disse che molto gli piacea e che egli di-
cea bene, e farebbe che di presente gli sarebbe apporta-
to; e così fu.
Li due fratelli, li quali dubitavan forte non ser Ciap-
pelletto gl’ingannasse, s’eran posti appresso ad un tavo-
lato, il quale la camera dove ser Ciappelletto giaceva di-
videva da un’altra, e ascoltando leggiermente udivano e
intendevano ciò che ser Ciappelletto al frate diceva; e
aveano alcuna volta sì gran voglia di ridere, udendo le
cose le quali egli confessava d’aver fatte, che quasi scop-
piavano, e fra sé talora dicevano:
“Che uomo è costui, il quale né vecchiezza né infer-
mità né paura di morte alla qual si vede vicino, né anco-
ra di Dio dinanzi al giudicio del quale di qui a picciola
ora s’aspetta di dovere essere, dalla sua malvagità l’han-
no potuto rimuovere, né far ch’egli così non voglia mori-
re come egli è vivuto?”
Ma pur vedendo che sì aveva detto che egli sarebbe a
sepoltura ricevuto in chiesa, niente del rimaso si curaro-
no.
Ser Ciappelletto poco appresso si comunico’, e peg-
giorando senza modo, ebbe l’ultima unzione; e poco
passato vespro, quel dì stesso che la buona confessione
fatta avea, si morì. Per la qual cosa li due fratelli, ordina-
to di quello di lui medesimo come egli fosse onorevol-
mente sepellito, e man datolo a dire al luogo de’ frati, e
che essi vi venissero la sera a far la vigilia secondo
l’usanza e la mattina per lo corpo, ogni cosa a ciò oppor-
tuna disposero.
Il santo frate che confessato l’avea, udendo che egli
era trapassato, fu insieme col priore del luogo, e fatto
sonare a capitolo, alli frati ragunati in quello mostrò ser
Ciappelletto essere stato santo uomo, secondo che per la
sua confessione conceputo avea; e sperando per lui Do-
menedio dover molti miracoli dimostrare, persuadette
loro che con grandissima reverenzia e divozione quello
corpo si dovesse ricevere. Alla qual cosa il priore e gli al-
tri frati creduli s’accordarono; e la sera, andati tutti là
dove il corpo di ser Ciappelletto giaceva, sopr’esso fece-
ro una grande e solenne vigilia; e la mattina, tutti vestiti
co’ camici e co’ pieviali, con libri in mano e con le croci
innanzi, cantando, andaron per questo corpo e con
grandissima festa e solennità il recarono alla lor chiesa,
seguendo quasi tutto il popolo della città, uomini e don-
ne. E nella chiesa postolo, il santo frate che confessato
l’avea, salito in sul pergamo, di lui cominciò e della sua
vita, de’ suoi digiuni, della sua virginità, della sua simpli-
cità e innocenzia e santità maravigliose cose a predicare,
tra l’altre cose narrando quello che ser Ciappelletto per
lo suo maggior peccato piagnendo gli avea confessato, e
come esso appena gli avea potuto mettere nel capo che
Iddio gliele dovesse perdonare, da questo volgendosi a
riprendere il popolo che ascoltava, dicendo:
“E voi, maledetti da Dio, per ogni fuscello di paglia
che vi si volge tra’ piedi bestemmiate Iddio e la Madre, e
tutta la corte di paradiso”.
E oltre a queste, molte altre cose disse della sua lealtà
e della sua purità; e in brieve colle sue parole, alle quali
era dalla gente della contrada data intera fede, sì il mise
nel capo e nella divozion di tutti coloro che v’erano che,
poi che fornito fu l’uficio, colla maggior calca del mon-
do da tutti fu andato a baciargli i piedi e le mani, e tutti i
panni gli furono in dosso stracciati, tenendosi beato chi
pure un poco di quegli potesse avere; e convenne che
tutto il giorno così fosse tenuto, acciò che da tutti potes-
se essere veduto e visitato. Poi, la vegnente notte, in una
arca di marmo sepellito fu onorevolmente in una cap-
pella, e a mano a mano il dì seguente vi cominciarono le
genti ad andare e ad accender lumi e ad adorarlo, e per
conseguente a botarsi e ad appiccarvi le imagini della ce-
ra secondo la promession fatta.
E in tanto crebbe la fama della sua santità e divozione
a lui, che quasi niuno era, che in alcuna avversità fosse,
che ad altro santo che a lui si botasse, e chiamaronlo e
chiamano san Ciappelletto; e affermano molti miracoli
Iddio aver mostrati per lui e mostrare tutto giorno a chi
divotamente si raccomanda a lui.
Così adunque visse e morì ser Cepperello da Prato e
santo divenne come avete udito. Il quale negar non vo-
glio essere possibile lui essere beato nella presenza di
Dio, per ciò che, come che la sua vita fosse scelerata e
malvagia, egli potè in su l’estremo aver sì fatta contrizio-
ne, che per avventura Iddio ebbe misericordia di lui e
nel suo regno il ricevette; ma, per ciò che questo n’è oc-
culto, secondo quello che ne può apparire ragiono, e di-
co costui più tosto dovere essere nelle mani del diavolo
in perdizione che in paradiso. E se così è, grandissima si
può la benignità di Dio cognoscere verso noi, la quale
non al nostro errore, ma alla purità della fede riguardan-
do, così faccendo noi nostro mezzano un suo nemico,
amico credendolo, ci esaudisce, come se ad uno vera-
mente santo per mezzano della sua grazia ricorressimo.
E per ciò, acciò che noi per la sua grazia nelle presenti
avversità e in questa compagnia così lieta siamo sani e
salvi servati, lodando il suo nome nel quale cominciata
l’abbiamo, lui in reverenza avendo, né nostri bisogni gli
ci raccomandiamo, sicurissimi d’essere uditi.
E qui si tacque.
ANDREUCCIO DA PERUGIA
(Giornata 2, Novella 5, Narratrice Fiammetta, Regina Filomena, Avventure
a lieto fine)

Andreuccio da Perugia, venuto a Napoli a comperar cavalli, in


una notte da tre gravi accidenti soprapreso, da tutti scampato
con un rubino si torna a casa sua.
Le pietre da Landolfo trovate – cominciò la Fiammet-
ta, alla quale del novellar toccava – m’hanno alla memo-
ria tornata una novella non guari meno di pericoli in sé
contenente che la narrata dalla Lauretta, ma in tanto dif-
ferente da essa, in quanto quegli forse in più anni e que-
sti nello spazio d’una sola notte addivennero, come udi-
rete.
Fu, secondo che io già intesi, in Perugia un giovane il
cui nome era Andreuccio di Pietro, cozzone di cavalli; il
quale, avendo inteso che a Napoli era buon mercato di
cavalli, messisi in borsa cinquecento fiorin d’oro, non
essendo mai più fuori di casa stato, con altri mercatanti
là se n’andò: dove giunto una domenica sera in sul ve-
spro, dall’oste suo informato la seguente mattina fu in
sul Mercato, e molti ne vide e assai ne gli piacquero e di
più e più mercato tenne, né di niuno potendosi accorda-
re, per mostrare che per comperar fosse, sì come rozzo e
poco cauto più volte in presenza di chi andava e di chi
veniva trasse fuori questa sua borsa de’ fiorini che aveva.
E in questi trattati stando, avendo esso la sua borsa
mostrata, avvenne che una giovane ciciliana bellissima,
ma disposta per piccol pregio a compiacere a qualunque
uomo, senza vederla egli, passò appresso di lui e la sua
borsa vide e subito seco disse: “Chi starebbe meglio di
me se quegli denari fosser miei?” e passò oltre.
Era con questa giovane una vecchia similmente cici-
liana, la quale, come vide Andreuccio, lasciata oltre la
giovane andare, affettuosamente corse a abbracciarlo: il
che la giovane veggendo, senza dire alcuna cosa, da una

delle parti la cominciò a attendere. Andreuccio, alla vec-


chia rivoltosi e conosciutala, le fece gran festa, e promet-
tendogli essa di venire a lui all’albergo, senza quivi tene-
re troppo lungo sermone, si partì: e Andreuccio si tornò
a mercatare ma niente comperò la mattina.
La giovane, che prima la borsa d’Andreuccio e poi la
contezza della sua vecchia con lui aveva veduta, per ten-
tare se modo alcuno trovar potesse a dovere aver quelli
denari, o tutti o parte, cautamente incominciò a doman-
dare chi colui fosse o donde e che quivi facesse e come il
conoscesse. La quale ogni cosa così particularmente de’
fatti d’Andreuccio le disse come avrebbe per poco detto
egli stesso, sì come colei che lungamente in Cicilia col
padre di lui e poi a Perugia dimorata era, e similmente le
contò dove tornasse e perché venuto fosse.
La giovane, pienamente informata e del parentado di
lui e de’ nomi, al suo appetito fornire con una sottil ma-
lizia, sopra questo fondò la sua intenzione, e a casa tor-
natasi, mise la vecchia in faccenda per tutto il giorno ac-
ciò che a Andreuccio non potesse tornare; e presa una
sua fanticella, la quale essa assai bene a così fatti servigi
aveva ammaestrata, in sul vespro la mandò all’albergo
dove Andreuccio tornava. La qual, quivi venuta, per
ventura lui medesimo e solo trovò in su la porta e di lui
stesso il domandò. Alla quale dicendole egli che era des-
so, essa, tiratolo da parte, disse:
“Messere, una gentil donna di questa terra, quando
vi piacesse, vi parleria volentieri”.
Il quale ve vedendola, tutto postosi mente e parendo-
gli essere un bel fante della persona, s’avvisò questa
donna dover di lui essere innamorata, quasi altro bel
giovane che egli non si trovasse allora in Napoli, e pre-
stamente rispose che era apparecchiato e domandolla
dove e quando questa donna parlargli volesse. A cui la
fanticella rispose:
“ Messere, quando di venir vi piaccia, ella v’attende
in casa sua”.
Andreuccio presto, senza alcuna cosa dir nell’albergo,
disse:
“Or via mettiti avanti, io ti verrò appresso”.
Laonde la fanticella a casa di costei il condusse, la
quale dimorava in una contrada chiamata Malpertugio,
la quale quanto sia onesta contrada il nome medesimo il
dimostra. Ma esso, niente di ciò sappiendo né suspican-
do, credendosi in uno onestissimo luogo andare e a una
cara donna, liberamente, andata la fanticella avanti, se
n’entrò nella sua casa; e salendo su per le scale, avendo
la fanticella già sua donna chiamata e detto “Ecco An-
dreuccio”, la vide in capo della scala farsi a aspettarlo.
Ella era ancora assai giovane, di persona grande e con
bellissimo viso, vestita e ornata assai orrevolemente; alla
quale come Andreuccio fu presso, essa incontrogli da
tre gradi discese con le braccia aperte, e avvinghiatogli il
collo alquanto stette senza alcuna cosa dire, quasi da so-
perchia tenerezza impedita; poi lagrimando gli basciò la
fronte e con voce alquanto rotta disse:
“O Andreuccio mio, tu sii il ben venuto!”
Esso, maravigliandosi di così tenere carezze, tutto
stupefatto rispose:
“Madonna, voi siate la ben trovata!”
Ella appresso, per la man presolo, suso nella sua sala
il menò e di quella, senza alcuna cosa parlare, con lui
nella sua camera se n’entrò, la quale di rose, di fiori
d’aranci e d’altri odori tutta oliva, là dove egli un bellis-
simo letto incortinato e molte robe su per le stanghe, se-
condo il costume di là, e altri assai belli e ricchi arnesi vi-
de; per le quali cose, sì come nuovo, fermamente
credette lei dovesse essere non men che gran donna. E
postisi a sedere insieme sopra una cassa che appiè del
suo letto era, così gli cominciò a parlare:
“Andreuccio, io sono molto certa che tu ti maravigli
e delle carezze le quali io ti fo e delle mie lagrime, sì co-
me colui che non mi conosci e per avventura mai ricor-
dar non m’udisti. Ma tu udirai tosto cosa la quale più ti
farà forse maravigliare, sì come è che io sia tua sorella; e
dicoti che, poi che Idio m’ha fatta tanta grazia che io an-
zi la mia morte ho veduto alcuno de’ miei fratelli, come
che io disideri di vedervi tutti, io non morrò a quella ora
che io consolata non muoia. E se tu forse questo mai più
non udisti, io tel vo’ dire. Pietro, mio padre e tuo, come
io credo che tu abbi potuto sapere, dimorò lungamente
in Palermo, e per la sua bontà e piacevolezza vi fu e è
ancora da quegli che il conobbero amato assai. Ma tra
gli altri che molto l’amarono, mia madre, che gentil don-
na fu e allora era vedova, fu quella che più l’amò, tanto
che, posta giù la paura del padre e de’ fratelli e il suo
onore, in tal guisa con lui si dimesticò, che io ne nacqui
e sonne qual tu mi vedi.
Poi, sopravenuta cagione a Pietro di partirsi di Paler-
mo e tornare in Perugia, me con la mia madre piccola
fanciulla lasciò, né mai, per quello che io sentissi, più né
di me né di lei si ricordò: di che io, se mio padre stato
non fosse, forte il riprenderei avendo riguardo alla in-
gratitudine di lui verso mia madre mostrata (lasciamo
stare allo amore che a me come a sua figliola non nata
d’una fante né di vil femina dovea portare), la quale le
sue cose e sé parimente, senza sapere altrimenti chi egli
si fosse, da fedelissimo amor mossa rimise nelle sue ma-
[Link] che è?. Le cose mal fatte e di gran tempo passate
sono troppo più agevoli a riprendere che a emendare: la
cosa andò pur così. Egli mi lasciò piccola fanciulla in
Palermo, dove, cresciuta quasi come io mi sono, mia
madre, che ricca donna era, mi diede per moglie a uno
da Gergenti, gentile uomo e da bene, il quale per amor
di mia madre e di me tornò a stare a Palermo; e quivi,
come colui che è molto guelfo cominciò a avere alcuno
trattato col nostro re Carlo. Il quale, sentito dal re Fede-
rigo prima che dare gli si potesse effetto, fu cagione di
farci fuggire di Cicilia quando io aspettava essere la
maggior cavalleressa che mai in quella isola fosse; don-
de, prese quelle poche cose che prender potemmo (po-
che dico per rispetto alle molte le quali avavamo), la
sciate le terre e li palazzi, in questa terra ne rifuggimmo,
dove il re Carlo verso di noi trovammo sì grato che, ri-
storatici in parte li danni li quali per lui ricevuti avava-
mo, e possessioni e case ci ha date, e dà continuamente
al mio marito, e tuo cognato che è, buona provisione, sì
come tu potrai ancor vedere. E in questa maniera son
qui, dove io, la buona mercé di Dio e non tua, fratel mio
dolce, ti veggio”.
E così detto, da capo il rabbracciò e ancora tenera-
mente lagrimando gli basciò la fronte.
Andreuccio, udendo questa favola così ordinatamen-
te, così compostamente detta da costei, alla quale in niu-
no atto moriva la parola tra’ denti né balbettava la lin-
gua, e ricordandosi esser vero che il padre era stato in
Palermo e per se medesimo de’ giovani conoscendo i co-
stumi, che volentieri amano nella giovanezza, e veggen-
do le tenere lagrime, gli abbracciari e gli onesti basci,
ebbe ciò che ella diceva più che per vero: e poscia che
ella tacque, le rispose:
“Madonna, egli non vi dee parer gran cosa se io mi
maraviglio: per ciò che nel vero, o che mio padre, per
che che egli sel facesse, di vostra madre e di voi non ra-
gionasse giammai, o che, se egli ne ragionò, a mia notizia
venuto non sia, io per me niuna coscienza aveva di voi se
non come se non foste; e emmi tanto più caro l’avervi
qui mia sorella trovata, quanto io ci sono più solo e me-
no questo sperava. E nel vero io non conosco uomo di sì
alto affare al quale voi non doveste esser cara, non che a
me che un picciolo mercatante sono. Ma d’una cosa vi

priego mi facciate chiaro: come sapeste voi che io qui


fossi?”
Al quale ella rispose:”Questa mattina mel fè sapere
una povera femina la qual molto meco si ritiene, per ciò
che con nostro padre, per quello che ella mi dica, lunga-
mente e in Palermo e in Perugia stette, e se non fosse
che più onesta cosa mi parea che tu a me venissi in casa
tua che io a te nell’altrui, egli ha gran pezza che io a te
venuta sarei”.
Appresso queste parole ella cominciò distintamente a
domandare di tutti i suoi parenti nominatamente, alla
quale di tutti Andreuccio rispose, per questo ancora più
credendo quello che meno di creder gli bisognava.
Essendo stati i ragionamenti lunghi e il caldo grande,
ella fece venire greco e confetti e fè dar bere a Andreuc-
cio; il quale dopo questo partir volendosi, per ciò che
ora di cena era, in niuna guisa il sostenne, ma sembiante
fatto di forte turbarsi abbracciandol disse:
“Ahi lassa me, ché assai chiaro conosco come io ti sia
poco cara! Che è a pensare che tu sii con una tua sorella
mai più da te non veduta, e in casa sua, dove, qui venen-
do, smontato esser dovresti, e vogli di quella uscire per
andare a cenare all’albergo? Di vero tu cenerai con esso
meco: e perché mio marito non ci sia, di che forte mi
grava, io ti saprò bene secondo donna fare un poco
d’onore”.
Alla quale Andreuccio, non sappiendo altro che ri-
spondersi, disse:
“Io v’ho cara quanto sorella si dee avere, ma se io
non ne vado, io sarò tutta sera aspettato a cena e farò vil-
lania.”
Ed ella allora disse:
“Lodato sia Idio, se io non ho in casa per cui manda-
re a dire che tu non sii aspettato! benché tu faresti assai
maggior cortesia, e tuo dovere, mandare a dire a’ tuoi
compagni che qui venissero a cenare, e poi, se pure an-
dare te ne volessi, ve ne potresti tutti andar di brigata”.
Andreuccio rispose che de’ suoi compagni non volea
quella sera, ma, poi che pure a grado l’era, di lui facesse
il piacer suo. Ella allora fè vista di mandare a dire all’al-
bergo che egli non fosse atteso a cena; e poi, dopo molti
altri ragionamenti, postisi a cena e splendidamente di
più vivande serviti, astutamente quella menò per lunga
infino alla notte obscura; ed essendo da tavola levati e
Andreuccio partir volendosi, ella disse che ciò in niuna
guisa sofferrebbe, per ciò che Napoli non era terra da
andarvi per entro di notte, e massimamente un forestie-
re; e che come che egli a cena non fosse atteso aveva
mandato a dire, così aveva dello albergo fatto il somi-
gliante.
Egli, questo credendo e dilettandogli, da falsa creden-
za ingannato, d’esser con costei, stette. Furono adunque
dopo cena i ragionamenti molti e lunghi non senza ca-
gione tenuti; e essendo della notte una parte passata, el-
la, lasciato Andreuccio a dormire nella sua camera con
un piccol fanciullo che gli mostrasse se egli volesse nul-
la, con le sue femine in un’altra camera se n’andò.
Era il caldo grande: per la qual cosa Andreuccio, veg-
gendosi solo rimasto, subitamente si spogliò in farsetto e
trassesi i panni di gamba e al capo del letto gli si pose; e
richiedendo il naturale uso di dovere diporre il super-
fluo peso del ventre, dove ciò si facesse domandò quel
fanciullo, il quale nell’uno de’ canti della camera gli mo-
strò uno uscio e disse:
“Andate là entro”.
Andreuccio dentro sicuramente passato, gli venne
per ventura posto il piè sopra una tavola, la quale dalla
contraposta parte sconfitta dal travicello sopra il quale
era; per la qual cosa capolevando questa tavola con lui
insieme se n’andò quindi giuso: e di tanto l’amò Idio,
che niuno male si fece nella caduta, quantunque alquan-
to cadesse da alto, ma tutto della bruttura, della quale il
luogo era pieno, s’imbrattò. Il quale luogo, acciò che
meglio intendiate e quello che è detto e ciò che segue,
come stesse vi mostrerò. Egli era in un chiassetto stretto,
come spesso tra due case veggiamo: sopra due travicelli,
tra l’una casa e l’altra posti, alcune tavole eran confitte e
il luogo da seder posto, delle quali tavole quella che con
lui cadde era l’una.
Ritrovandosi adunque là giù nel chiassetto Andreuc-
cio, dolente del caso, cominciò a chiamare il fanciullo;
ma il fanciullo, come sentito l’ebbe cadere, così corse a
dirlo alla donna. La quale, corsa alla sua camera, presta-
mente cercò se i suoi panni v’erano; e trovati i panni e
con essi i denari, li quali esso non fidandosi mattamente
sempre portava addosso, avendo quello a che ella di Pa-
lermo, sirocchia d’un perugin faccendosi, aveva teso il
lacciuolo, più di lui non curandosi prestamente andò a
chiuder l’uscio del quale egli era uscito quando cadde.
Andreuccio, non rispondendogli il fanciullo, comin-
ciò più forte a chiamare: ma ciò era niente. Per che egli,
già sospettando e tardi dello inganno cominciandosi a
accorgere salito sopra un muretto che quello chiassolino
dalla strada chiudea e nella via disceso, all’uscio della
casa, il quale egli molto ben riconobbe, se n’andò, e qui-
vi invano lungamente chiamò e molto il dimenò e per-
cosse. Di che egli piagnendo, come colui che chiara ve-
dea la sua disavventura, cominciò a dire:
“Oimè lasso, in come piccol tempo ho io perduti cin-
quecento fiorini e una sorella!”
E dopo molte altre parole, da capo cominciò a battere
l’uscio e a gridare; e tanto fece così che molti de’ circun-
stanti vicini, desti, non potendo la noia sofferire, si leva-
rono; e una delle servigiali della donna, in vista tutta
sonnocchiosa, fattasi alla finestra proverbiosamente dis-
se:
“Chi picchia là giù?”
“Oh!”– disse Andreuccio –“o non mi conosci tu? Io
sono Andreuccio, fratello di madama Fiordaliso”.
Al quale ella rispose:”Buono uomo, se tu hai troppo
bevuto, va dormi e tornerai domattina; io non so che
Andreuccio né che ciance son quelle che tu dì; va in
buona ora e lasciaci dormir, se ti piace”.
“Come”– disse Andreuccio –“non sai che io mi dico
Certo sì sai; ma se pur son così fatti i parentadi di Cici-
lia, che in sì piccol termine si dimentichino, rendimi al-
meno i panni miei li quali lasciati v’ho, e io m’andrò vo-
lentier con Dio.”
Al quale ella quasi ridendo disse:
“Buono uomo, e’ mi par che tu sogni”, e il dir que-
sto e il tornarsi dentro e chiuder la finestra fu una cosa.
Di che Andreuccio, già certissimo de’ suoi danni, quasi
per doglia fu presso a convertire in rabbia la sua grande
ira e per ingiuria propose di rivolere quello che per pa-
role riaver non potea; per che da capo, presa una gran
pietra, con troppi maggior colpi che prima fieramente
cominiciò a percuotere la porta. La qual cosa molti de’
vicini avanti destisi e levatisi, credendo lui essere alcuno
spiacevole il quale queste parole fingesse per noiare
quella buona femina, recatosi a noia il picchiare il quale
egli faceva, fattisi alle finestre, non altramenti che a u
can forestiere tutti quegli della contrada abbaiano ados-
so, cominciarono a dire:
“Questa è una gran villania a venire a questa ora a ca-
sa le buone femine e dire queste ciance; deh! va con
Dio, buono uomo; lasciaci dormir, se ti piace; e se tu hai
nulla a far con lei, tornerai domane, e non ci dar questa
seccaggine stanotte”.
Dalle quali parole forse assicurato uno che dentro
dalla casa era, ruffiano della buona femina, il quale egli
né veduto né sentito avea, si fece alle finestre e con una
boce grossa, orribile e fiera disse:
“Chi è laggiù?”
Andreuccio, a quella voce levata la testa, vide uno il
quale, per quel poco che comprender potè, mostrava di
dovere essere un gran bacalare, con una barba nera e
folta al volto, e come se del letto o da alto sonno si levas-
se sbadigliava e stropicciavasi gli occhi: a cui egli, non
senza paura, rispose:
“Io sono un fratello della donna di là entro”.
Ma colui non aspettò che Andreuccio finisse la rispo-
sta, anzi più rigido assai che prima disse:
“Io non so a che io mi tegno che io non vegno là giù,
e deati tante bastonate quante io ti vegga muovere, asino
fastidioso e ebriaco che tu dei essere, che questa notte
non ci lascerai dormire persona”; e tornatosi dentro
serrò la finestra.
Alcuni de’ vicini, che meglio conoscieno la condizion
di colui, umilmente parlando a Andreuccio dissono:
“Per Dio, buono uomo, vatti con Dio, non volere sta-
notte essere ucciso costì: vattene per lo tuo migliore”.
Laonde Andreuccio, spaventato dalla voce di colui e
dalla vista e sospinto da’ conforti di coloro li quali gli
pareva che da carità mossi parlassero, doloroso quanto
mai alcuno altro e de’ suoi denar disperato, verso quella
parte onde il dì aveva la fanticella seguita, senza sa per
dove s’andasse, prese la via per tornarsi all’albergo. E a
se medesimo dispiacendo per lo puzzo che a lui di lui
veniva, disideroso di volgersi al mare per lavarsi, si torse
a man sinistra e su per una via chiamata la Ruga Catala-
na si mise. E verso l’alto della città andando, per ventura
davanti si vide due che verso di lui con una lanterna in
mano venieno li quali temendo non fosser della famiglia
della corte o altri uomini a mal far disposti, per fuggirli,
in un casolare, il qual si vide vicino, pianamente rico-
verò. Ma costoro, quasi come a quello proprio luogo in-
viati andassero, in quel medesimo casolare se n’entraro-
no; e quivi l’un di loro, scaricati certi ferramenti che in
collo avea, con l’altro insieme gl’incominciò a guardare,
varie cose sopra quegli ragionando. E mentre parlavano,
disse l’uno:
“Che vuol dir questo? Io sento il maggior puzzo che
mai mi paresse sentire”; e questo detto alzata alquanto
la lanterna, ebbe veduto il cattivel d’Andreuccio, e stu-
pefatti domandar:”Chi è là?”
Andreuccio taceva, ma essi avvicinatiglisi con lume il
domandarono che quivi così brutto facesse: alli quali
Andreuccio ciò che avvenuto gli era narrò interamente.
Costoro, imaginando dove ciò gli potesse essere avvenu-
to, dissero fra sè: – Veramente in casa lo scarabone But-
tafuoco fia stato questo –. E a lui rivolti, disse l’uno:
“Buono uomo, come che tu abbi perduti i tuoi dena-
ri, tu molto a lodare Idio che quel caso ti venne che tu
cadesti né potesti poi in casa rientrare: per ciò che, se
caduto non fossi, vivi sicuro che, come prima adormen-
tato ti fossi, saresti stato amazzato e co’ denari avresti la
persona perduta. Ma che giova oggimai di piagnere? Tu
ne potresti così riavere un denaio come avere delle stelle
del cielo: ucciso ne potrai tu bene essere, se colui sente
che tu mai ne facci parola”.
E detto questo, consigliatisi alquanto, gli dissero:
“Vedi, a noi è presa compassion di te: e per ciò, dove
tu vogli con noi essere a fare alcuna cosa la quale a fare
andiamo, egli ci pare esser molto certi che in parte ti
toccherà il valere di troppo più che perduto non hai”.
Andreuccio, sì come disperato, rispuose ch’era pre-
sto.
Era quel dì sepellito uno arcivescovo di Napoli, chia-
mato messer Filippo Minutolo, era stato sepellito con
ricchissimi ornamenti e con uno rubino in dito il quale
valeva oltre cinquecento fiorin d’oro, il quale costoro
volevano andare a spogliare; e così a Andreuccio fecer
veduto. Laonde Andreuccio, più cupido che consigliato,
con loro si mise in via; e andando verso la chiesa mag-
giore, e Andreuccio putendo forte, disse l’uno:
“Non potremmo noi trovar modo che costui si lavas-
se un poco dove che sia, che egli non putisse così fiera-
mente?”
Disse l’altro:
“Sì, noi siam qui presso a un pozzo al quale suole
sempre esser la carrucola e un gran secchione; andianne
là e laverenlo spacciatamente”.
Giunti a questo pozzo trovarono che la fune v’era ma
il secchione n’era stato levato: per che insieme dilibera-
rono di legarlo alla fune e di collarlo nel pozzo, e egli là
giù si lavasse e, come lavato fosse, crollasse la fune e essi
il tirerebber suso; e così fecero.
Avvenne che, avendol costor nel pozzo collato, alcuni
della famiglia della signoria, li quali e per lo caldo e per-
ché corsi erano dietro a alcuno avendo sete, a quel poz-
zo venieno a bere: li quali come quegli due videro, in-
contanente cominciarono a fuggire, li famigliari che
quivi venivano a bere non avendogli veduti.
Essendo già nel fondo del pozzo Andreuccio lavato,
dimenò la fune. Costoro assetati, posti giù lor tavolacci e
loro armi e lor gonnelle, cominciarono la fune a tirare
credendo a quella il secchion pien d’acqua essere appi-
cato.
Come Andreuccio si vide alla sponda del pozzo vici-
no così, lasciata la fune, con le mani si gittò sopra quella.
La qual cosa costoro vedendo, da subita paura presi,
senza altro dir lasciaron la fune e cominciarono quanto
più poterono a fuggire: di che Andreuccio si maravigliò
forte, e se egli non si fosse bene attenuto, egli sarebbe
infin nel fondo caduto forse non senza suo gran danno o
morte; ma pure uscitone e queste arme trovate, le quali
egli sapeva che i suoi compagni non avean portate, an-
cora più s’incominciò a maravigliare. Ma dubitando e
non sappiendo che, della sua fortuna dolendosi, senza
alcuna cosa toccar quindi diliberò di partirsi: e andava
senza saper dove.
Così andando si venne scontrato in que’ due suoi
compagni, li quali a trarlo del pozzo venivano; e come il
videro, maravigliandosi forte, il domandarono chi del
pozzo l’avesse tratto. Andreuccio rispose che non sapea,
e loro ordinatamente disse come era avvenuto e quello
che trovato aveva fuori del pozzo. Di che costoro, avvi-
satisi come stato era, ridendo gli contarono perché
s’eran fuggiti e chi stati eran coloro che su l’avean tirato.
E senza più parole fare, essendo già mezzanotte, n’anda-
rono alla chiesa maggiore, e in quella assai leggiermente
entrarono e furono all’arca, la quale era di marmo e
molto grande; e con lor ferro il coperchio, ch’era gravis-
simo, sollevaron tanto quanto uno uomo vi potesse en-
trare, e puntellaronlo. E fatto questo, cominciò l’uno a
dire:
“Chi entrerà dentro?”
A cui l’altro rispose:
“Non io”.
“Nè io”– disse colui –“ma entrivi Andreuccio”.
“Questo non farò io”disse Andreuccio. Verso il
quale ammenduni costoro rivolti dissero:
“Come non v’enterrai? In fè di Dio, se tu non v’entri,
noi ti darem tante d’uno di questi pali di ferro sopra la
testa, che noi ti farem cader morto”.
Andreuccio temendo v’entrò, e entrandovi pensò se-
co:”Costoro mi ci fanno entrare per ingannarmi, per
ciò che, come io avrò loro ogni cosa dato, mentre che io
penerò a uscir dall’arca, essi se ne andranno pe’ fatti lo-
ro e io rimarrò senza cosa alcuna”. E per ciò s’avisò di
farsi innanzi tratto la parte sua; e ricordatosi del caro
anello che aveva loro udito dire, come fu giù disceso co-
sì di dito il trasse all’arcivescovo e miselo a sè; e poi dato
il pasturale e la mitra è guanti e spogliatolo infino alla
camiscia, ogni cosa diè loro dicendo che più niente
v’avea.
Costoro, affermando che esser vi doveva l’anello, gli
dissero che cercasse per tutto: ma esso rispondendo che
non trovava e sembiante facendo di cercarne, alquanto li
tenne ad aspettare. Costoro che d’altra parte eran sì co-
me lui maliziosi,dicendo pur che ben cercasse preso
tempo, tirarono via il puntello che il coperchio dell’arca
sostenea, e fuggendosi lui dentro dall’arca lasciaron rac-
chiuso.
La qual cosa sentendo Andreuccio, qual egli allor di-
venisse ciascun sel può pensare.
Egli tentò più volte e col capo e con le spalle se alzare
potesse il coperchio, ma invano si faticava: per che da
grave dolor vinto, venendo meno cadde sopra il morto
corpo dell’arcivescovo; e chi allora veduti gli avesse ma-
lagevolmente avrebbe conosciuto chi più si fosse morto,
o l’arcivescovo o egli. Ma poi che in sé fu ritornato, di-
rottissimamente cominciò a piagnere, veggendosi quivi
senza dubbio all’un de’ due fini dover pervenire: o in
quella arca, non venendovi alcuni più a aprirla, di fame
e di puzzo tra’ vermini del morto corpo convenirlo mo-
rire, o vegnendovi alcuni e trovandovi lui dentro, sì co-
me ladro dovere essere appiccato.
E in così fatti pensieri e doloroso molto stando, sentì
per la chiesa andar genti e parlar molte persone, le quali
sì come gli avvisava, quello andavano a fare che esso co’
suoi compagni avean già fatto: di che la paura gli crebbe
forte. Ma poi che costoro ebbero l’arca aperta e puntel-
lata, in quistion caddero chi vi dovesse entrare, e niuno
il voleva fare; pur dopo lunga tencione un prete disse:
“Che paura avete voi? credete voi che egli vi manu-
chi? Li morti non mangian uomini: io v’entrerò dentro”
E così detto, posto il petto sopra l’orlo dell’arca, volse
il capo in fuori e dentro mandò le gambe per doversi
giuso calare.
Andreuccio, questo vedendo, in piè levatosi prese il
prete per l’una delle gambe e fè sembiante di volerlo giù
tirare. La qual cosa sentendo il prete mise uno strido
grandissimo e presto dell’arca si gittò fuori; della qual
cosa tutti gli altri spaventati, lasciata l’arca aperta, non
altramente a fuggir cominciarono che se da centomilia
diavoli fosser perseguitati.
La qual cosa veggendo Andreuccio, lieto oltre a quel-
lo che sperava, subito si gittò fuori e per quella via onde
era venuto se ne uscì dalla chiesa; e già avvicinandosi al
giorno, con quello anello in dito andando all’avventura,
pervenne alla marina e quindi al suo albergo si abbattè;
dove li suoi compagni e l’albergatore trovò tutta la notte
stati in sollecitudine de’ fatti suoi. A’quali ciò che avve-
nuto gli era raccontato, parve per lo consiglio dell’oste
loro che costui incontanente si dovesse di Napoli parti-
re; la qual cosa egli fece prestamente e a Perugia tornos-
si, avendo il suo investito in uno anello, dove per com-
perare cavalli era andato.
TANCREDI E GHISMUNDA
(Giornata 4, Novella 1, Narratrice Fiammetta, Re Filostrato, Amori
Infelici)
Tancredi prenze di Salerno uccide l’amante della figliuola e
mandale il cuore in una coppa d’oro; la quale, messa sopr’esso
acqua avvelenata, quella si bee, e così muore.
Fiera materia di ragionare n’ha oggi il nostro re data,
pensando che, dove per rallegrarci venuti siamo, ci con-
venga raccontare l’altrui lagrime, le quali dir non si pos-
sono, che chi le dice e chi l’ode non abbia compassione.
Forse per temperare alquanto la letizia avuta li giorni
passati l’ha fatto; ma, che che se l’abbia mosso, poi che a
me non si conviene di mutare il suo piacere, un pietoso
accidente, anzi sventurato e degno delle nostre lagrime,
racconterò.
Tancredi principe di Salerno fu signore assai umano e
di benigno ingegno; se egli nello amoroso sangue nella
sua vecchiezza non s’avesse le mani bruttate; il quale in
tutto lo spazio della sua vita non ebbe che una figliuola,
e più felice sarebbe stato se quella avuta non avesse.
Costei fu dal padre tanto teneramente amata, quanto
alcuna altra figliuola da padre fosse giammai; e per que-
sto tenero amore, avendo ella di molti anni avanzata
l’età del dovere avere avuto marito, non sappiendola da
sè partire, non la maritava; poi alla fine ad un figliuolo
del duca di Capova datala, poco tempo dimorata con
lui, rimase vedova e al padre tornossi. Era costei bellissi-
ma del corpo e del viso quanto alcun’altra femina fosse
mai, e giovane e gagliarda e savia più che a donna per
avventura non si richiedea. E dimorando col tenero pa-
dre, sì come gran donna, in molte dilicatezze, e veggen-
do che il padre, per l’amor che egli le portava, poca cura
si dava di più maritarla, né a lei onesta cosa pareva il ri-
chiedernelo, si pensò di volere avere, se esser potesse,
occultamente un valoroso amante.
E veggendo molti uomini nella corte del padre usare,
gentili e altri, sì come noi veggiamo nelle corti, e consi-
derate le maniere e i costumi di molti, tra gli altri un gio-
vane valletto del padre, il cui nome era Guiscardo, uom
di nazione assai umile ma per virtù e per costumi nobile,
più che altro le piacque, e di lui tacitamente, spesso ve-
dendolo, fieramente s’accese, ogn’ora più lodando i mo-
di suoi. E il giovane, il quale ancora non era poco avve-
duto, essendosi di lei accorto, l’aveva per sì fatta
maniera nel cuore ricevuta, che da ogni altra cosa quasi
che da amar lei aveva la mente rimossa.
In cotal guisa adunque amando l’un l’altro segreta-
mente, niuna altra cosa tanto disiderando la giovane
quanto di ritrovarsi con lui, né volendosi di questo amo-
re in alcuna persona fidare, a dovergli significare il mo-
do seco pensò una nuova malizia. Essa scrisse una lette-
ra, e in quella ciò che a fare il dì seguente avesse per
esser con lei gli mostrò; e poi quella messa in un buc-
ciuol di canna, sollazzando la diede a Guiscardo, dicen-
do:
“Fara’ne questa sera un soffione alla tua servente, col
quale ella raccenda il fuoco”.
Guiscardo il prese, e avvisando costei non senza ca-
gione dovergliele aver donato e così detto, partitosi, con
esso se ne tornò alla sua casa, e guardando la canna e
quella veggendo fessa, l’aperse, e dentro trovata la lette-
ra di lei e lettala, e ben compreso ciò che a fare avea, il
più contento uom fu che fosse giammai, e diedesi a dare
opera di dovere a lei andare, secondo il modo da lei di-
mostratogli.
Era allato al palagio del prenze una grotta cavata nel
monte, di lunghissimi tempi davanti fatta, nella qual
grotta dava alquanto lume uno spiraglio fatto per forza
nel monte, il quale, per ciò che abbandonata era la grot-
ta, quasi da pruni e da erbe di sopra natevi era riturato;
e in questa grotta per una segreta scala, la quale era in
una delle camere terrene del palagio, la quale la donna
teneva, si poteva andare, come che da un fortissimo
uscio serrata fosse. Ed era sì fuori delle menti di tutti
questa scala, per ciò che di grandissimi tempi davanti
usata non s’era, che quasi niuno che ella vi fosse si ricor-
dava; ma Amore, agli occhi del quale niuna cosa è sì se-
greta che non pervenga, l’aveva nella memoria tornata
alla innamorata donna.
La quale, acciò che niuno di ciò accorger si potesse,
molti dì con suoi ingegni penato avea, anzi che venir fat-
to le potesse d’aprir quell’uscio; il quale aperto, e sola
nella grotta discesa e lo spiraglio veduto, per quello ave-
va a Guiscardo mandato a dire che di venire s’ingegnas-
se, avendogli disegnata l’altezza che da quello infino in
terra esser poteva. Alla qual cosa fornire Guiscardo,
prestamente ordinata una fune con certi nodi e cappi da
potere scendere e salire per essa, e sè vestito d’un cuoio
che da’ pruni il difendesse, senza farne alcuna cosa sen-
tire ad alcuno, la seguente notte allo spiraglio n’andò, e
accomandato ben l’uno de’ capi della fune ad un forte
bronco che nella bocca dello spiraglio era nato, per
quello si collò nella grotta ed attese la donna.
La quale il seguente dì, faccendo sembianti di voler
dormire, mandate via le sue damigelle e sola serratasi
nella camera, aperto l’uscio, nella grotta discese, dove
trovato Guiscardo, insieme maravigliosa festa si fecero;
e nella sua camera insieme venutine, con grandissimo
piacere gran parte di quel giorno si dimorarono; e, dato
discreto ordine alli loro amori acciò che segreti fossero,
tornatosi nella grotta Guiscardo ed ella serrato l’uscio,
alle sue damigelle se ne venne fuori.
Guiscardo poi, la notte vegnente su per la sua fune
salendo, per lo spiraglio donde era entrato se n’uscì fuo-
ri e tornossi a casa. E avendo questo cammino appreso,
più volte poi in processo di tempo vi ritornò.
Ma la fortuna, invidiosa di così lungo e di così gran
diletto, con doloroso avvenimento la letizia dei due
amanti rivolse in tristo pianto.
Era usato Tancredi di venirsene alcuna volta tutto so-
lo nella camera della figliuola, e quivi con lei dimorarsi e
ragionare alquanto, e poi partirsi. Il quale un giorno die-
tro mangiare laggiù venutone essendo la donna, la quale
Ghismonda aveva nome, in un suo giardino con tutte le
sue damigelle, in quella, senza essere stato da alcuno ve-
duto o sentito, entratosene, non volendo lei torre dal
suo diletto, trovando le finestre della camera chiuse e le
cortine del letto abbattute, a piè di quello in un canto
sopra un carello si pose a sedere; e appoggiato il capo al
letto e tirata sopra sè la cortina quasi come se studiosa-
mente si fosse nascoso quivi, s’addormentò.
E così dormendo egli, Ghismonda, che per isventura
quel dì fatto aveva venir Guiscardo, lasciate le sue dami-
gelle nel giardino, pianamente se n’entrò nella camera, e
quella serrata, senza accorgersi che alcuna persona vi
fosse, aperto l’uscio a Guiscardo che l’attendeva e anda-
tisene in su ’l letto, sì come usati erano, e insieme scher-
zando e sollazzandosi, avvenne che Tancredi si svegliò e
sentì e vide ciò che Guiscardo e la figliuola facevano; e
dolente di ciò oltre modo, prima gli volle sgridare, poi
prese partito di tacersi e di starsi nascoso, se egli potes-
se, per potere più cautamente fare e con minore sua ver-
gogna quello che già gli era caduto nell’animo di dover
fare.
I due amanti stettero per lungo spazio insieme, sì co-
me usati erano, senza accorgersi di Tancredi; e quando
tempo lor parve, discesi del letto, Guiscardo se ne tornò
nella grotta ed ella s’uscì della camera. Della quale Tan-
credi, ancora che vecchio fosse, da una finestra di quella
si calò nel giardino, e senza essere da alcuno veduto, do-
lente a morte, alla sua camera si tornò.
E per ordine da lui dato, all’uscir dello spiraglio la se-
guente notte in su ’l primo sonno, Guiscardo, così come
era nel vestimento del cuoio impacciato, fu preso da
due, e segretamente a Tancredi menato. Il quale, come il
vide, quasi piagnendo disse:
“Guiscardo, la mia benignità verso te non avea meri-
tato l’oltraggio e la vergogna la quale nelle mie cose fatta
m’hai, sì come io oggi vidi con gli occhi miei”.
Al quale Guiscardo niuna altra cosa disse se non que-
sto:
“Amor può troppo più che né voi né io possiamo”.
Comandò adunque Tancredi che egli chetamente in
alcuna camera di là entro guardato fosse, e così fu fatto.
Venuto il dì seguente, non sappiendo Ghismonda
nulla di queste cose, avendo seco Tancredi varie e diver-
se novità pensate, appresso mangiare, secondo la sua
usanza, nella camera n’andò della figliuola, dove fattala-
si chiamare e serratosi dentro con lei, piagnendo le co-
minciò a dire:
“Ghismonda, parendomi conoscere la tua virtù e la
tua onestà, mai non mi sarebbe potuto cader nell’animo,
quantunque mi fosse stato detto, se io co’ miei occhi
non lo avessi veduto, che tu di sottoporti ad alcuno uo-
mo, se tuo marito stato non fosse, avessi, non che fatto,
ma pur pensato; di che io in questo poco di rimanente di
vita che la mia vecchiezza mi serba sempre sarò dolente,
di ciò ricordandomi.
E or volesse Iddio che, poi che a tanta disonestà con-
ducere ti dovevi avessi preso uomo che alla tua nobiltà
decevole fosse stato; ma tra tanti che nella mia corte
n’usano, eleggesti Guiscardo, giovane di vilissima condi-
zione, nella nostra corte quasi come per Dio da picciol
fanciullo infino a questo dì allevato; di che tu in grandis-
simo affanno d’animo messo m’hai, non sappiendo io
che partito di te mi pigliare. Di Guiscardo, il quale io fe-
ci stanotte prendere quando dello spiraglio usciva, e
hollo in prigione, ho io già meco preso partito che farne;
ma di te, sallo Iddio che io non so che farmi. Dall’una
parte mi trae l’amore, il quale io t’ho sempre più portato
che alcun padre portasse a figliuola, e d’altra mi trae
giustissimo sdegno, preso per la tua gran follia; quegli
vuole che io ti perdoni, e questi vuole che contro a mia
natura in te incrudelisca; ma prima che io partito pren-
da, disidero d’udire quello che tu a questo dei dire”.
E questo detto bassò il viso, piagnendo sì forte come fa-
rebbe un fanciul ben battuto.
Ghismonda, udendo il padre e conoscendo non sola-
mente il suo segreto amore esser discoperto, ma ancora
esser preso Guiscardo, dolore inestimabile sentì, e a mo-
strarlo con romore e con lagrime, come il più le femine
fanno, fu assai volte vicina; ma pur, questa viltà vincen-
do il suo animo altiero, il viso suo con maravigliosa forza
fermò, e seco, avanti che a dovere alcun priego per sè
porgere, di più non stare in vita dispose, avvisando già
esser morto il suo Guiscardo.
Per che, non come dolente femina o ripresa del suo
fallo, ma come non curante e valorosa, con asciutto viso
e aperto e da niuna parte turbato, così al padre disse:
“Tancredi, né a negare né a pregare son disposta, per
ciò che né l’un mi varrebbe né l’altro voglio che mi va-
glia; e oltre a ciò in niuno atto intendo di rendermi beni-
vola la tua mansuetudine e ’l tuo amore; ma, il ver con-
fessando, prima con vere ragioni difender la fama mia e
poi con fatti fortissimamente seguire la grandezza dello
animo mio. Egli è il vero che io ho amato e amo Gui-
scardo, e quanto io viverò, che sarà poco, l’amerò; e se
appresso la morte s’ama, non mi rimarrò d’amarlo; ma a
questo non mi indusse tanto la mia feminile fragilità,
quanto la tua poca sollecitudine del maritarmi e la virtù
di lui.
Esser ti dovea, Tancredi, manifesto, essendo tu di
carne, aver generata figliuola di carne e non di pietra o
di ferro; e ricordarti dovevi e dei, quantunque tu ora sia
vecchio, chenti e quali e con che forza vengano le leggi
della giovanezza; e, come che tu uomo in parte ne’ tuoi
migliori anni nell’armi esercitato ti sii, non dovevi di me-
no conoscere quello che gli ozi e le dilicatezze possano
ne’ vecchi non che ne’ giovani.
Sono adunque, sì come da te generata, di carne, e sì
poco vivuta, che ancor son giovane; e per l’una cosa e
per l’altra piena di concupiscibile disidero, al quale ma-
ravigliosissime forze hanno date l’aver già, per essere
stata maritata, conosciuto qual piacer sia a così fatto di-
sidero dar compimento. Alle quali forze non potendo io
resistere, a seguir quello a che elle mi tiravano, sì come
giovane e femina, mi disposi e innamora’mi. E certo in
questo opposi ogni mia virtù di non volere né a te né a
me di quello a che natural peccato mi tirava, in quanto
per me si potesse operare, vergogna fare. Alla qual cosa
e pietoso Amore e benigna Fortuna assai occulta via
m’avean trovata e mostrata, per la quale, senza sentirlo
alcuno, io a’ miei disideri perveniva; e questo, chi che ti
se l’abbi mostrato o come che tu il sappi, io nol nego.
Guiscardo non per accidente tolsi, come molte fanno,
ma con diliberato consiglio elessi innanzi ad ogn’altro, e
con avveduto pensiero a me lo’ntrodussi, e con savia
perseveranza di me e di lui lungamente goduta sono del
mio disio. Di che egli pare, oltre allo amorosamente aver
peccato, che tu, più la volgare oppinione che la verità se-
guitando, con più amaritudine mi riprenda, dicendo
(quasi turbato esser non ti dovessi, se io nobile uomo
avessi a questo eletto) che io con uom di bassa condizio-
ne mi son posta. In che non ti accorgi che non il mio
peccato ma quello della Fortuna riprendi, la quale assai
sovente li non degni ad alto leva, a basso lasciando i di-
gnissimi.
Ma lasciamo or questo, e riguarda alquanto a’ princi-
pii delle cose: tu vedrai noi d’una massa di carne tutti la
carne avere, e da uno medesimo creatore tutte l’anime
con iguali forze, con iguali potenzie, con iguali virtù
create. La virtù primieramente noi, che tutti nascemmo
e nasciamo iguali, ne distinse; e quegli che di lei maggior
parte avevano e adoperavano nobili furon detti, e il ri-
manente rimase non nobile. E benché contraria usanza
poi abbia questa legge nascosa, ella non è ancor tolta via
né guasta dalla natura né da’ buon costumi; e per ciò co-
lui che virtuosamente adopera apertamente si mostra
gentile, e chi altramenti il chiama, non colui che è chia-
mato ma colui che chiama, commette difetto.
Raguarda tra tutti i tuoi nobili uomini ed esamina la
lor virtù, i lor costumi e le loro maniere, e d’altra parte
quelle di Guiscardo raguarda: se tu vorrai senza animo-
sità giudicare, tu dirai lui nobilissimo e questi tuoi nobi-
li tutti esser villani. Delle virtù e del valore di Guiscardo
io non credetti al giudicio d’alcuna altra persona che a
quello delle tue parole e de’ miei occhi. Chi il com-
mendò mai tanto, quanto tu ’l commendavi in tutte
quelle cose laudevoli che valoroso uomo dee essere
commendato? E certo non a torto; ché se i miei occhi
non m’ingannarono, niuna laude da te data gli fu, che io
lui operarla, e più mirabilmente che le tue parole non
potevano esprimere, non vedessi; e se pure in ciò alcuno
inganno ricevuto avessi, da te sarei stata ingannata.
Dirai dunque che io con uomo di bassa condizione mi
sia posta? Tu non dirai il vero; ma per avventura, se tu
dicessi con povero, con tua vergogna si potrebbe conce-
dere, che così hai saputo un valente uomo tuo servidore
mettere in buono stato; ma la povertà non toglie genti-
lezza ad alcuno, ma sì avere. Molti re, molti gran princi-
pi furon già poveri; e molti di quegli che la terra zappa-
no e guardan le pecore già ricchissimi furono e sonne.
L’ultimo dubbio che tu movevi, cioè che di me far ti
dovessi, caccial del tutto via. Se tu nella tua estrema vec-
chiezza a far quello che giovane non usasti, cioè ad in-
crudelir, sédisposto, usa in me la tua crudeltà, la quale
ad alcun priego porgerti disposta non sono, sì come in
prima cagion di questo peccato, se peccato è; per ciò
che io t’accerto che quello che di Guiscardo fatto avrai o
farai, se di me non fai il simigliante, le mie mani medesi-
me il faranno.
Or via, va con le femine a spander le tue lagrime, e in-
crudelendo con un medesimo colpo altrui e me, se così
ti par che meritato abbiamo, uccidi”.

Conobbe il prenze la grandezza dell’animo della sua


figliuola; ma non credette per ciò in tutto lei sì forte-
mente disposta a quello che le parole sue sonavano, co-
me diceva. Per che, da lei partitosi e da sè rimosso di vo-
lere in alcuna cosa nella persona di lei incrudelire, pensò
con gli altrui danni raffreddare il suo fervente amore, e
comandò a’ due che Guiscardo guardavano che senza
alcun romore lui la seguente notte strangolassono, e,
trattogli il cuore, a lui il recassero; li quali, così come lo-
ro era stato comandato, così operarono.
Laonde, venuto il dì seguente, fattasi il prenze venire
una grande e bella coppa d’oro e messo in quella il cuor
di Guiscardo, per un suo segretissimo famigliare il
mandò alla figliuola e imposegli che, quando gliele des-
se, dicesse:”Il tuo padre ti manda questo, per consolar-
ti di quella cosa che tu più ami, come tu hai lui consola-
to di ciò che egli più amava”.
Ghismonda, non smossa dal suo fiero proponimento,
fattesi venire erbe e radici velenose, poi che partito fu il
padre, quelle stillò e in acqua ridusse, per presta averla
se quello di che elle temeva avvenisse. Alla quale venuto
il famigliare e col presente e con le parole del prenze,
con forte viso la coppa prese, e quella scoperchiata, co-
me il cuor vide e le parole intese, così ebbe per certissi-
mo quello essere il cuor di Guiscardo.

Per che, levato il viso verso il famigliare, disse:


“Non si conveniva sepoltura men degna che d’oro a
così fatto cuore chente questo è; discretamente in ciò ha
il mio padre adoperato”.
E così detto, appressatoselo alla bocca, il baciò, e poi
disse:
“In ogni cosa sempre e infino a questo estremo della
vita mia ho verso me trovato tenerissimo del mio padre
l’amore, ma ora più che giammai; e per ciò l’ultime gra-
zie, le quali render gli debbo giammai, di così gran pre-
sente da mia parte gli renderai”.
Questo detto, rivolta sopra la coppa la quale stretta
teneva, il cuor riguardando disse:
“Ahi! dolcissimo albergo di tutti i miei piaceri, mala
detta sia la crudeltà di colui che con gli occhi della fron-
te or mi ti fa vedere! Assai m’era con quegli della mente
riguardarti a ciascuna ora. Tu hai il tuo corso fornito, e
di tale chente la fortuna tel concedette ti se’ spacciato;
venuto séalla fine alla qual ciascun corre; lasciate hai le
miserie del mondo e le fatiche, e dal tuo nemico medesi-
mo quella sepoltura hai che il tuo valore ha meritata.
Niuna cosa ti mancava ad aver compiute esequie, se non
le lagrime di colei la qual tu vivendo cotanto amasti; le
quali acciò che tu l’avessi, pose Iddio nel l’animo al mio
dispietato padre che a me ti mandasse, e io le ti darò, co-
me che di morire con gli occhi asciutti e con viso da niu-
na cosa spaventato proposto avessi; e dateleti, senza al-
cuno indugio farò che la mia anima si congiugnerà con
quella, adoperandol tu, che tu già cotanto cara guarda-
sti. E con qual compagnia ne potre’io andar più conten-
ta o meglio si cura ai luoghi non conosciuti che con lei?
Io son certa che ella è ancora quincentro e riguarda i
luoghi de’ suoi diletti e de’ miei; e come colei che ancor
son certa che m’ama, aspetta la mia, dalla quale somma-
mente è amata”.
E così detto, non altramenti che se una fonte d’acqua
nella testa avuta avesse, senza fare alcun feminil romore,
sopra la coppa chinatasi, piagnendo cominciò a versare
tante lagrime, che mirabile cosa furono a riguardare, ba-
ciando infinite volte il morto cuore.
Le sue damigelle, che dattorno le stavano, che cuore
questo si fosse o che volesson dire le parole di lei non in-
tendevano; ma da compassion vinte tutte piagnevano e
lei pietosamente della cagion del suo pianto domanda-
vano invano, e molto più, come meglio sapevano e pote-
vano, s’ingegnavano di confortarla.
La qual, poi che quanto le parve ebbe pianto, alzato il
capo e rasciuttosi gli occhi, disse:

“O molto amato cuore, ogni mio uficio verso te è for-


nito; né più altro mi resta a fare se non di venire con la
mia anima a fare alla tua compagnia”
E questo detto, si fe’ dare l’orcioletto nel quale era
l’acqua che il dì avanti aveva fatta, la qual mise nella
coppa ove il cuore era da molte delle sue lagrime lavato,
e senza alcuna paura postavi la bocca, tutta la bevve, e
bevutala, con la coppa in mano se ne salì sopra il suo let-
to, e quanto più onestamente seppe compose il corpo
suo sopra quello, e al suo cuore accostò quello del mor-
to amante, e senza dire alcuna cosa aspettava la morte.
Le damigelle sue, avendo queste cose e vedute e udi-
te, come che esse non sapessero che acqua quella fosse
la quale ella bevuta aveva, a Tancredi ogni cosa avean
mandata a dire; il quale, temendo di quello che soprav-
venne, presto nella camera scese della figliuola, nella
qual giunse in quella ora che essa sopra il suo letto si po-
se; e tardi con dolci parole levatosi a suo conforto, veg-
gendo i termini ne’ quali era, cominciò dolorosamente a
piagnere.
Al quale la donna disse:
“Tancredi, serbati coteste lagrime a meno disiderata
fortuna che questa, né a me le dare, che non le disidero.
Chi vide mai alcuno, altro che te, piagnere di quello che
egli ha voluto? Ma pure, se niente di quello amore che
già mi portasti ancora in te vive, per ultimo dono mi
concedi che, poi che a grado non ti fu che io tacitamente
e di nascoso con Guiscardo vivessi, che ’l mio corpo col
suo, dove che tu te l’abbi fatto gittar morto, palese stea”.
L’angoscia del pianto non lasciò rispondere al prenze.
Laonde la giovane, al suo fine esser venuta sentendosi
strignendosi al petto il morto cuore, disse:
“Rimanete con Dio, ché io mi parto”.
E velati gli occhi, e ogni senso perduto, di questa do-
lente vita si dipartì.
Così doloroso fine ebbe l’amor di Guiscardo e di
Ghismonda, come udito avete; li quali Tancredi dopo
molto pianto, e tardi pentuto della sua crudeltà, con ge-
neral dolore di tutti i salernetani, onorevolmente amen-
duni in un medesimo sepolcro gli fe’ sepellire.
MADONNA ORETTA
(Giornata 6, Novella 1, Narratrice Filomena, Regina Ellissa, Motti Arguti)

Un cavaliere dice a madonna Oretta di portarla con una novel-


la a cavallo, e malcompostamente dicendola, è da lei pregato
che a piè la ponga.
Giovani donne, come né lucidi sereni sono le stelle
ornamento del cielo e nella primavera i fiori de’ verdi
prati, e de’ colli i rivestiti albuscelli, così de’ laudevoli
costumi e de’ ragionamenti belli sono i leggiadri motti, li
quali, per ciò che brievi sono, tanto stanno meglio alle
donne che agli uomini, quanto più alle donne che agli
uomini il molto parlar si disdice.
È il vero che, qual si sia la cagione, o la malvagità del
nostro ingegno o inimicizia singulare che à nostri secoli
sia portata dà cieli, oggi poche o non niuna donna rimasa
ci è, la qual ne sappi né tempi opportuni dire alcuno, o,
se detto l’è, intenderlo come si conviene: general vergo-
gna di tutte noi. Ma per ciò che già sopra questa materia
assai da Pampinea fu detto, più oltre non intendo di dir-
ne. Ma per farvi avvedere quanto abbiano in sé di bellez-
za à tempi detti, un cortese impor di silenzio fatto da una
gentil donna ad un cavaliere mi piace di raccontarvi.
Sì come molte di voi o possono per veduta sapere o
possono avere udito, egli non è ancora guari che nella
nostra città fu una gentile e costumata donna e ben par-
lante, il cui valore non meritò che il suo nome si taccia.
Fu adunque chiamata madonna Oretta, e fu moglie di
messer Geri Spina; la quale per avventura essendo in
contado, come noi siamo, e da un luogo ad un altro an-
dando per via di diporto insieme con donne e con cava-
lieri, li quali a casa sua il dì avuti avea a desinare, ed es-
sendo forse la via lunghetta di là onde si partivano a colà
dove tutti a piè d’andare intendevano disse uno de’ ca-
valieri della brigata:
“Madonna Oretta, quando voi vogliate, io vi porterò,
gran parte della via che ad andare abbiamo, a cavallo,
con una delle belle novelle del mondo”.
Al quale la donna rispose:
“Messere, anzi ve ne priego io molto, e sarammi ca-
rissimo”.
Messer lo cavaliere, al quale forse non stava meglio la
spada allato che ’l novellar nella lingua, udito questo,
cominciò una sua novella, la quale nel vero da sé era bel-
lissima; ma egli or tre e quattro e sei volte replicando
una medesima parola, e ora indietro tornando, e talvolta
dicendo:”Io non dissi bene”; e spesso né nomi erran-
do, un per un altro ponendone, fieramente la guastava;
senza che egli pessimamente, secondo le qualità delle
persone e gli atti che accadevano, proffereva. Di che a
madonna Oretta, udendolo, spesse volte veniva un su-
dore e uno sfinimento di cuore, come se inferma fosse
stata per terminare; la qual cosa poi che più sofferir non
potè, conoscendo che il cavaliere era entrato nel peco-
reccio, né era per riuscirne, piacevolmente disse:
“Messere, questo vostro cavallo ha troppo duro trot-
to; per che io vi priego che vi piaccia di pormi a piè”.
Il cavaliere, il qual per avventura era molto migliore
intenditore che novellatore, inteso il motto, e quello in
festa e in gabbo preso, mise mano in altre novelle, e
quella che cominciata avea e mai seguita, senza finita la-
sciò stare.
CHICHIBIO E LA GRU
(Giornata 6, Novella 4, Narratrice Neifile, Regina Ellissa, Motti Arguti)
Chichibio, cuoco di Currado Gianfigliazzi, con una presta pa-
rola a sua salute l’ira di Currado volge in riso, e sé campa dalla
mala ventura minacciatagli da Currado.
Tacevasi già la Lauretta, e da tutti era stata somma-
mente commendata la Nonna, quando la reina a Neifile
impose che seguitasse; la qual disse.
“Quantunque il pronto ingegno, amorose donne, spes-
so parole presti e utili e belle, secondo gli accidenti, à di-
citori, la fortuna ancora, alcuna volta aiutatrice de’ pau-
rosi, sopra la lor lingua subitamente di quelle pone, che
mai ad animo riposato per lo dicitor si sarebber sapute
trovare; il che io per la mia novella intendo di dimostrar-
vi”.
Currado Gianfiglia sì come ciascuna di voi e udito e
veduto puote avere, sempre della nostra città è stato no-
bile cittadino, liberale e magnifico, e vita cavalleresca te-
nendo, continuamente in cani e in uccelli s’è dilettato, le
sue opere maggiori al presente lasciando stare. Il quale
con un suo falcone avendo un dì presso a Peretola una
gru ammazata, trovandola grassa e giovane, quella
mandò ad un suo buon cuoco, il quale era chiamato
Chichibio, ed era viniziano, e sì gli mandò dicendo che a
cena l’arrostisse e governassela bene.
Chichibio, il quale come riuovo bergolo era così pare-
va, acconcia la gru, la mise a fuoco e con sollicitudine a
cuocerla cominciò. La quale essendo già presso che cot-
ta grandissimo odor venendone, avvenne che una femi-
netta della contrada, la qual Brunetta era chiamata e di
cui Chichibio era forte innamorato, entrò nella cucina; e
sentendo l’odor della gru e veggendola, pregò caramen-
te Chichibio che ne le desse una coscia.
Chichibio le rispose cantando e disse:
“Voi non l’avrì da mi, donna Brunetta, voi non l’avrì
da mi”.
Di che donna Brunetta essendo un poco turbata, gli
disse:
“In fè di Dio, se tu non la mi dai, tu non avrai mai da
me cosa che ti piaccia”; e in brieve le parole furon mol-
te. Alla fine Chichibio, per non crucciar la sua donna,
spiccata l’una delle cosce alla gru, gliele diede.
Essendo poi davanti a Currado e ad alcun suo fore-
stiere messa la gru senza coscia, e Currado maraviglian-
dosene, fece chiamare Chichibio e domandollo che fos-
se divenuta l’altra coscia della gru. Al quale il vinizian
bugiardo subitamente rispose:
“Signor mio, le gru non hanno se non una coscia e
una gamba”.
Currado allora turbato disse:
“Come diavol non hanno che una coscia e una gam-
ba? Non vid’io mai più gru che questa?”
Chichibio seguitò:
“Egli è, messer, com’io vi dico; e quando vi piaccia,
io il vi farò veder né vivi”.
Currado, per amor dei forestieri che seco aveva, non
volle dietro alle parole andare, ma disse:
“Poi che tu dì di farmelo vedere né vivi, cosa che io
mai più non vidi né udii dir che fosse, e io il voglio veder
domattina e sarò contento; ma io ti giuro in sul corpo di
Cristo, che, se altramenti sarà, che io ti farò conciare in
maniera che tu con tuo danno ti ricorderai, sempre che
tu ci viverai, del nome mio”.
Finite adunque per quella sera le parole, la mattina
seguente come il giorno apparve, Currado, a cui non era
per lo dormire l’ira cessata, tutto ancor gonfiato si levò e
comandò che i cavalli gli fosser menati; e fatto montar
Chichibio sopra un ronzino, verso una fiumana, alla riva
della quale sempre soleva in sul far del dì vedersi delle
gru, nel menò dicendo:
“Tosto vedremo chi avrà iersera mentito, o tu o io”.
Chichibio, veggendo che ancora durava l’ira di Cur-
rado e che far gli convenia pruova della sua bugia, non
sappiendo come poterlasi fare, cavalcava appresso a
Currado con la maggior paura del mondo, e volentieri,
se potuto avesse, si sarebbe fuggito; ma non potendo,
ora innanzi e ora addietro e da lato si riguardava, e ciò
che vedeva credeva che gru fossero che stessero in due
piedi.
Ma già vicini al fiume pervenuti, gli venner prima che
ad alcun vedute sopra la riva di quello ben dodici gru, le
quali tutte in un piè dimoravano, si come quando dor-
mono soglion fare. Per che egli prestamente mostratele
a Currado, disse:
“Assai bene potete, messer, vedere che iersera vi dis-
si il vero, che le gru non hanno se non una coscia e un
piè, se voi riguardate a quelle che colà stanno”.
Currado vedendole disse:
“Aspettati, che io ti mosterrò che elle n’hanno due”;
e fattosi alquanto più a quelle vicino gridò: “Ho ho”;
per lo qual grido le gru, mandato l’altro piè giù, tutte
dopo alquanti passi cominciarono a fuggire. Laonde
Currado rivolto a Chichibio disse:
“Che ti par, ghiottone? Parti ch’elle n’abbian due?”
Chichibio quasi sbigottito, non sappiendo egli stesso
donde si venisse, rispose:
“Messer sì, ma voi non gridaste «ho ho» a quella di
iersera; ché se così gridato aveste, ella avrebbe così l’al-
tra coscia e l’altro piè fuor mandata, come hanno fatto
queste.”
A Currado piacque tanto questa risposta, che tutta la
sua ira si convertì in festa e riso, e disse:
“Chichibio, tu hai ragione, ben lo dovea fare”.
Così adunque con la sua pronta e sollazzevol risposta
Chichibio cessò la mala ventura e paceficossi col suo si-
gnore.

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