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Kant

Immanuel Kant è il fondatore della filosofia del criticismo, che si sviluppa in tre fasi: l'interesse per le scienze naturali, la filosofia tradizionale e la filosofia trascendentale. Nelle sue opere principali, Kant analizza le possibilità conoscitive dell'uomo, stabilendo i limiti e le condizioni della conoscenza umana, e distingue tra fenomeno e noumeno. La sua critica della ragione pura esplora la struttura della conoscenza, affermando che la matematica e la fisica sono scienze valide, mentre la metafisica non può essere considerata tale.

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Immanuel Kant è il fondatore della filosofia del criticismo, che si sviluppa in tre fasi: l'interesse per le scienze naturali, la filosofia tradizionale e la filosofia trascendentale. Nelle sue opere principali, Kant analizza le possibilità conoscitive dell'uomo, stabilendo i limiti e le condizioni della conoscenza umana, e distingue tra fenomeno e noumeno. La sua critica della ragione pura esplora la struttura della conoscenza, affermando che la matematica e la fisica sono scienze valide, mentre la metafisica non può essere considerata tale.

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Kant

Immanuel Kant è il fondatore della filosofia del criticismo. La filosofia kantiana


attraversa tre momenti differenti: 1) il suo interesse filosofico si rivolge alle scienze
naturali. Il periodo di Kant è quello dell'illuminismo, e come abbiamo visto per tutta
l'età moderna, le scienze hanno fatto enormi progressi. Quindi, Kant è molto
interessato a questi progressi scientifici. 2) è un periodo di interesse filosofico
tradizionale. Quindi alla filosofia, così come si è costruita nel corso del tempo,
prosegue questo percorso filosofico. Questi due periodi insieme vengono definiti
sinteticamente come periodo precritico, cioè prima della nascita della sua filosofia
specifica ed è un tipo di filosofia descrittiva, cioè vuole essere, vuole assumere il
modello scientifico. Perché è descrittiva la scienza? Per descrivere come avviene un
fenomeno, quindi non fa altro che limitarsi alla descrizione di come un fenomeno si
presenta; quindi si lega a Newton dal punto di vista scientifico e all'illuminismo dal
punto di vista filosofico. 3) Il periodo trascendentale: la filosofia trascendentale di Kant
è esposta nelle sue tre opere maggiori che sono la critica della ragion pura, la critica
della ragion pratica e la critica del giudizio. Proprio per il titolo e per il significato delle
opere di Kant, la sua filosofia è stata definita criticismo.
In queste tre opere, Kant intende analizzare, le possibilità conoscitive dell'uomo. Si fa
delle domande come l'uomo conosce, fino a dove può arrivare la conoscenza umana,
quindi tutto ciò che riguarda la conoscenza umana: ecco il motivo per cui si chiama
trascendentale, in questo periodo filosofico, perché Kant per trascendentale intende le
condizioni che rendono possibile il sapere.
Non confondiamo trascendente con trascendentale: trascendente è ciò che è al di là,
che è ordine, al di sopra; con trascendentale, invece, Kant intende le condizioni che
rendono possibile all'uomo la conoscenza.
Criticismo: Kant usa il termine criticismo nel suo senso etimologico. Il termine critica
viene dal greco crino, che significa valutare, giudicare, analizzare. Tutte le tre opere di
Kant sono rivolte alla ricerca del fondamento della conoscenza umana.
Kant riprende la convinzione degli empiristi, secondo cui la conoscenza umana ha dei
limiti, che vanno stabiliti e sono:
-Possibilità: bisogna stabilire le condizioni della conoscenza.
-Validità, ovvero se la conoscenza umana è legittima oppure no.
-I limiti, ovvero fino a dove si può estendere la conoscenza umana. Proprio perché
Kant individuerà i limiti della conoscenza umana, il criticismo è stata definita una
filosofia del limite o della finitudine, o anche della finitezza della conoscenza umana.
Quando Kant stabilirà i limiti ovviamente ci dirà che oltre questi limiti nessuna
conoscenza è possibile. Oltre ciò che è scientifico, quindi dimostrabile, non possiamo
andare (possiamo credere nella metafisica ma non dimostrarla). Kant dice che l'uomo
ha dei limiti e fuori da questi limiti non può uscire, quindi pone dei paletti alla
conoscenza umana; però, dice anche che all'interno di questi limiti la conoscenza
(scientifica) è indubitabile. Quindi da un lato lo limita, da un lato rende grande l'uomo,
perché le sue conoscenze sono indiscutibili e certe. All'interno di che contesto si
inserisce il criticismo di Kant? Tra la rivoluzione scientifica compiuta da Isaac Newton,
quindi i grandi successi della fisica, e la crisi della metafisica tradizionale, perché
l'empirismo si trasforma in scetticismo e quindi non possiamo affermare nulla con
assoluta certezza e anche Cartesio ha messo in crisi la metafisica perché ha posto al
centro di tutto l'uomo, la ragione, e non Dio, anche se ne ha dimostrato l’esistenza.
Kant dall'Empirismo accetta i limiti: empirismo significa che la conoscenza umana è
limitata dall’esperienza, sulla quale si fonda tutta la conoscenza dell’uomo e funziona
dentro i limiti dell’esperienza
Però Kant non accetta dell'Empirismo lo scetticismo, perché all'interno dei limiti le
conoscenze umane sono certe.
Inoltre, Kant non accetta dell'illuminismo il fatto che non abbia promesso sotto
processo la ragione: accetta che la ragione è il fondamento, che bisogna analizzare
tutto alla luce della ragione, ma, vuole portare davanti al tribunale della ragione anche
la ragione stessa, che sarà ovviamente, allo stesso tempo, sia imputato che giudice,
perché la ragione la possiamo analizzare solo con gli strumenti della ragione.

Critica della ragione pura


Kant fa questo ragionamento (simile a Cartesio): matematica, fisica, tutte le scienze
dell'epoca hanno fatto grandi progressi, hanno raggiunto certezze, mentre la filosofia
è la metafisica no, anzi sono entrante in crisi. Data questa situazione, Kant sente
l'esigenza di riesaminare da zero, come se non sapessimo niente, la conoscenza
umana. Quindi, dobbiamo esaminare la struttura della conoscenza, cioè quali sono i
fondamenti su cui fondiamo la nostra conoscenza e la sua validità.
Kant arriverà a dimostrare falso lo scetticismo scientifico , però finirà con accettare lo
scetticismo metafisico.
Nella critica della ragione pura Kant, vuole rispondere a tre domande e lo fa in tre parti
diverse della sua opera:
1)Com'è possibile la matematica come scienza?
2) Com'è possibile la fisica come scienza?
3) È possibile fare della metafisica una scienza?
Fra le prime due domande e la terza c'è una grande differenza: le prime due dice che
sono delle scienze e dobbiamo solo capire cosa le rende tale; nella terza, invece, non è
una scienza e dobbiamo vedere se riusciamo a costruire la metafisica come scienza,
cioè, se la mettiamo nelle stesse condizioni delle altre due, dobbiamo vedere di farla
funzionare come la matematica e come la fisica.

L’opera si divide in due macroparti: dottrina degli elementi (quali sono gli strumenti
della nostra conoscenza) e dottrina del metodo (come utilizziamo questi strumenti).
La dottrina degli elementi si divide in estetica trascendentale e logica trascendentale.
-L’estetica trascendentale studia la sensibilità, ciò che apprendiamo attraverso i sensi
e le sue forme a priori, cioè lo spazio e il tempo; su queste forme a priori, si fonda la
matematica. (risponde alla prima domanda)
-La logica trascendentale si divide in analitica trascendentale e dialettica
trascendentale. L'analitica trascendentale studia l'intelletto e le sue forme a priori, che
non si chiamano più forme a priori, ma categorie. Tramite le categorie, costruiamo la
fisica (risponde alla seconda domanda)
La dialettica trascendentale studia la ragione e le sue forme a priori, che non si
chiamano più forme a priori, ma si chiamano idee. Sulle idee noi fondiamo la
metafisica. (risponde alla terza domanda)

Guardando la struttura, già Kant ci dice che l’uomo possiede tre facoltà conoscitive:
sensi, intelletto e ragione. Ognuna di queste facoltà svolge una funzione diversa.
1)I sensi: Kant ci dice che la sensibilità è una facoltà ricettiva (passiva); il mondo
esterno mi offre dei dati da conoscere e io questi dati li percepisco attraverso i sensi.
2)L’intelletto è la facoltà con cui noi pensiamo i dati ricevuti dal mondo esterno.
3)La ragione è quella facoltà che ci spinge a tentare di spiegare, in una maniera
totalizzante (tutti i dati, non i singoli), tutti i dati che riceviamo dall'esterno (lo
strumento è con cui totalizziamo questi dati sono le idee).

La filosofia di Kant è trascendentale (Kant intende le condizioni che rendono possibile


qualcosa; e siccome si sta occupando della conoscenza, intende lo studio delle
condizioni che rendono possibile la conoscenza.), da non confondere con trascendente
(ciò che è al di sopra della realtà fisica) le condizioni che rendono possibile qualcosa.
Significato del titolo dell'opera: Critica della ragione pura. Critica=analisi, indagine;
Ragione=facoltà conoscitiva dell'uomo; Pura= senza dati, senza l’esperienza.
Senza i dati non possiamo dimostrare scientificamente nulla. Io posso dimostrare
qualcosa che deriva dall'esperienza, di un dato.

Kant dice che esistono tre tipi di giudizi: giudizi analitici a priori, che sono quelli che
utilizza il razionalismo; giudizi sintetici a posteriori, quelli che usa l’empirismo; giudizi
sintetici a priori, che sono quelli che utilizza la scienza e che Kant vuole utilizzare nel
suo criticismo, nella sua filosofia trascendentale.
Un giudizio è l’aggiunta di un predicato ad un soggetto (definizione di Aristotele).
-Giudizio analitico a priori : Kant, col termine analitico, intende dire che il predicato
non ci dice niente di nuovo del soggetto, non ci dice niente che già non sappiamo del
soggetto. A priori: per elaborare questo giudizio non abbiamo bisogno dell'esperienza.
Essendo a priori, il giudizio è universale e necessario.
-Giudizio sintetico a posteriori: sintetico è il contrario di analitico, cioè accresce le
nostre conoscenze sul soggetto. A posteriori: è il contrario di a priori, cioè questo
giudizio deriva dall'esperienza.

Perché un giudizio sia scientifico, cioè dimostrato valido per tutti deve essere sintetico
e a priori.
Se il giudizio deve essere a priori, se non viene dall'esperienza, da dove viene? Per
rispondere a questa domanda, Kant elabora una nuova idea di conoscenza: la
conoscenza è la sintesi, secondo Kant, tra quelle che lui chiama materia e forma.
-Materia: i dati sensibili che provengono dall'esperienza. Quindi, perché io possa
conoscere, ci vuole un oggetto che si offra alla mia conoscenza.
-Forma: se i dati derivano dall'esterno,
dice Kant, la forma è innata. Cioè, è il nostro modo di ordinare i dati che derivano
dall'esterno. Tutti riordinano i dati con le stesse procedure, quindi queste forme a
priori sono anche universali e necessarie.
Per conoscere, quindi, è necessaria questa sintesi. Questa nuova idea di conoscenza,
già introdotta da Cartesio, Kant la chiama rivoluzione copernicana: così come
Copernico ha ribaltato il rapporto terra-sole, così lui ribalta nella conoscenza il
rapporto tra soggetto e oggetto. Vuol dire che Kant mette al centro del processo
conoscitivo l'uomo, non la realtà esterna (prima il tavolo era conosciuto, adesso sono
io che conosco il tavolo). Quindi, il fondamento della conoscenza non è nella realtà,
ma è nel soggetto, tramite le forme a priori.
Poiché noi utilizziamo le forme a priori per conoscere, comporta una distinzione tra
quei due termini che Kant chiama fenomeno e noumeno. Fenomeno significa ciò che
appare; noumeno significa pensare. Il fenomeno è la realtà come appare; il noumeno è
la realtà in sé.
Il mondo mi appare attraverso le forme a priori, ma io non posso sapere se nel mondo
corrispondono le forme a priori. Io conosco solo il mondo filtrato dal mio modo di
organizzarlo, dalle mie forme a priori, non posso sapere come il mondo è in sé,
indipendentemente dalle mie forme a priori. Quindi, noi possiamo conoscere solo il
fenomeno, non il numero. A questo punto, la domanda è ma se io conosco il mondo
solo come fenomeno, cioè come mi appare, come faccio a sapere che esiste un mondo
in sé? Se esiste il fenomeno, significa che ci deve essere un noumeno a prescindere
dalle mie forme a priori, che potrebbe corrispondere, ma non lo saprò mai.
Kant, parlandoci della rivoluzione copernicana e del fenomeno e noumeno, ci sta
dicendo una cosa fondamentale: che la condizione per la conoscenza è quello che
viene definito il realismo, ovvero l'esistenza della realtà. Dalle origini della filosofia fino
a Cartesio e agli empiristi, ci hanno insegnato che della realtà dobbiamo dubitare,
Kant ci dice che non c'è niente da dubitare. La realtà esiste, perché se non esistesse,
io non potrei conoscere. Possiamo dubitare di come sia fatta la realtà, non
dell'esistenza della realtà. Questo si chiama realismo Kantiano.

Estetica trascendentale: Kant qui studia la sensibilità e le sue forme a priori. Le


forme a priori della sensibilità sono lo spazio e il tempo, quindi questi due
costituiscono le forme, le modalità con cui noi riorganizziamo i dati ricevuti. La
sensibilità, è sia ricettiva, quindi per un certo verso passiva, ma è anche attiva. È
ricettiva, qui nel momento in cui ci limitiamo a ricevere il dato dall'esterno. Poi, però,
diventa subito attiva perché questi dati che riceviamo, immediatamente li
organizziamo, tramite spazio e tempo sono forme pure innate (in noi). Lo spazio è la
forma del senso esterno, ovvero è quella forma a priori innata, secondo la quale noi
poniamo le cose una in relazione all'altra, l'una accanto all'altra (ciò che organizziamo
è fuori rispetto a noi).
Il tempo, invece, è la forma del senso interno, ovvero è il modo in cui noi organizziamo
la successione degli stati interni. Noi dentro organizziamo tutto secondo un processo
del prima e del dopo. Ma il tempo è anche la forma, la modalità con cui noi
organizziamo il senso esterno; il tempo riorganizza internamente anche quello che
prima lo spazio ha organizzato solo esternamente. Questo avviene perché, dice Kant,
se non tutto è nello spazio, tutto è nel tempo.
Nello spazio non ci sono emozioni, passioni, sentimenti, perché non sono qualcosa di
esterno, ma qualcosa che io provo interiormente.
(Perché la matematica è una scienza?) La matematica, dice Kant, è una scienza
sintetica perché si fonda sullo spazio e sul tempo. Ma se lo spazio e il tempo sono
forme che utilizziamo tutti e le utilizziamo alla stessa maniera, allora la matematica è
valida, è scienza, perché le nostre forme a priori sono universali e necessarie, come
tutto ciò che è matematico.
Sullo spazio si fonda la geometria. Sul tempo invece si fonda la geometria. La
geometria, infatti, è la dimostrazione sintetica delle figure nello spazio; questa
dimostrazione non deriva dall'esperienza e dimostrazione sintetica vuol dire che i
rapporti tra le figure geometriche sono a priori, indipendenti dall'esperienza, perché
questi rapporti sono immutabili. Quindi, la geometria è universale e necessaria, perché
si fonda sullo spazio. La stessa cosa l’aritmetica: essa è la proprietà con cui noi
contiamo i numeri successivi. E se noi organizziamo la percezione sul tempo, questa
percezione fondata sulla successione numerica sarà universale e necessaria, perché
applichiamo tutti le stesse forme a priori allo stesso modo. Allora, possiamo dire che
l’esperienza non può smentire la forma a priori.

Analitica trascendentale: studia l’intelletto e le sue 12 categorie (funzioni


dell’intelletto). Quando parliamo di categorie utilizziamo l’intelletto che è il nostro
modo di pensare la realtà (qualità dell’oggetto, categorie che noi attribuiamo alla
realtà). La sensibilità è necessaria alla conoscenza ma non è sufficiente, quindi la
conoscenza non si limita alla sensibilità: questo perché tramite la sensibilità io
recepisco il dato nel suo darsi che si offre a me come conoscenza, poi perché io possa
avere del dato (oggetto) una conoscenza completa lo devo ordinare in maniera molto
più organizzata per fare scienza. L’oggetto non mi dà la sua unità (il semplice
percepire l’oggetto, non mi offre l’unità di conoscenza dell’oggetto, per fare scienza io
devo avere una visione unitaria dell’oggetto, la sua conoscenza completa che la
sensibilità non mi dà). Quindi, per fare scienza è necessario una regola che dia unità
all’oggetto e che agisce sul dato perché il dato mi offre solo le sue caratteristiche
singole, unificandole la regola che io gli attribuisco agisce sul dato; ma questa regola
per essere scientifica deve essere universale e necessaria (valida per tutti e per
sempre). Quindi, per fare scienza è necessario un oggetto (spazio e tempo) a cui
applicare l’attività dell’intelletto. Kant dice “i pensieri senza intuizioni sono vuoti, le
intuizioni senza i concetti sono cieche): con intuizione intende la percezione del dato,
con pensieri intende l’attività dell’intelletto. (Se io penso qualcosa che non esiste è un
pensiero vuoto, mentre la sola percezione, quindi, l’intuizione senza che io gli applichi
l’intelletto non mi porta a nessuna conoscenza efficace. Utilizzando l’intelletto,
possiamo elaborare due tipi di giudizi: giudizi soggettivi e oggettivi. Il tipo di giudizio
soggettivo non è né universale nè necessario, non è valido scientificamente; mentre
un giudizio è oggettivo (universale e necessario) quando l’intelletto attribuisce alla
realtà il rapporto causa-effetto, nessuno riesce a pensare senza questo rapporto,
quindi il nostro intelletto applica la categoria di causa (categorie a priori, perché non
abbiamo bisogno di fare esperienza). L’intelletto opera tramite categorie, che sono
concetti presenti non nella realtà ma nella facoltà conoscitiva dell’intelletto (l’intelletto
consente all’uomo di fare scienza). Kant sta mettendo a nudo che la realtà è la
rappresentazione che il mio intelletto si fa della realtà; la modalità di funzionamento
(causa- effetto) dell’intelletto rende scientifica la realtà.
C’è una grande differenza tra Aristotele e Kant: per Aristotele le categorie sono prime
di ogni cosa nella realtà, la realtà per lui è rapporto di causa-effetto, il mio intelletto si
adegua alla realtà; per Kant è il contrario, le categorie sono nell’intelletto e quindi è la
realtà che si adegua al nostro intelletto. Le categorie sono i modi di pensare la realtà,
e sono tante quanti sono i nostri modi di pensare, ma pensare equivale a giudicare
(cioè attribuire un predicato ad un soggetto). Dato che sono 12 i giudizi, allora anche
le categorie saranno 12. Alla tavola dei giudizi, corrisponde una tavola delle categorie.
Nelle 12 categorie rientrano tutte le modalità e tipi di giudizi che possiamo pensare.
Macro divisioni tavola dei giudizi e categorie: quantità, qualità, relazione e modalità.
Kant passa ad una parte dell’analitica intitolata deduzione trascendentale. Il termine
deduzione Kant lo prende dal linguaggio giuridico dell’epoca: nella giurisprudenza con
deduzione si intendeva che non basta che io abbia un oggetto perché quell’oggetto sia
mia, perché quell’oggetto è il mio possesso ma non è detto che ne sia il proprietario;
quindi, bisognava stabilire nel linguaggio giuridico la relazione tra possesso-
proprietario. Allora Kant questo termine lo usa filosoficamente, cioè gli attribuisce
filosoficamente un significato particolare: cosa mi assicura che se io applico le
categorie, la realtà corrisponderà alle categorie che io applico? Cioè se le categorie
sono frutto dell’attività del mio intelletto, perché la realtà risponde a queste categorie?
Kant deve trovare la soluzione a questo problema.
Ogni giudizio presuppone l'uso delle categorie. Il giudizio è la sintesi delle categorie.
Questa attività di sintesi la svolge l'intelletto, cioè un centro unificatore, una funzione
del nostro intelletto che compie questa operazione di sintesi e che Kant chiama “io
penso”. L' io penso opera tramite i giudizi, cioè svolge la sua funzione unificatrice
formulando giudizi sulla realtà: i giudizi per essere formulari prevedono l'uso di
categorie, di conseguenza l'intelletto umano non riesce a pensare nessun oggetto se
non attraverso l'uso di categorie, è una proprietà transitiva.
Ma le categorie come le forme pure a priori dello spazio e del tempo chi ce l'ha? Tutti
e le utilizziamo nella stessa maniera. La natura, il mondo fisico non può che obbedire
alle leggi che formula l'intelletto così Kant ha dimostrato come mai la natura risponde
al nostro uso delle categorie.
L’io penso assume un ruolo importantissimo perché è il principio supremo di
conoscenza perché è quella funzione grazie alla quale noi possiamo fare scienza della
realtà fisica, che ci permette che la fisica sia scienza e che rende possibile il sapere
oggettivo (una legge di natura è oggettiva grazie all'io penso che tutti possediamo e
che utilizziamo alla stessa maniera).
L'io penso non è creatore della realtà, perché la realtà esiste e si adegua al nostro
intelletto. I due termini che Kant utilizza e che sono di fondamentale importanza
riguardo l’io penso sono: è ordinatore, quindi ci fa apparire tutti i fenomeni ordinati; è
il legislatore della realtà, cioè formula le leggi della natura e stabilisce le leggi della
natura stessa di una realtà, di una natura che preesiste già e che l'intelletto si limita a
ordinarla e a stabilirne le leggi.
Kant ha portato la soggettività cartesiana ad un livello ancora superiore: Cartesio ha
messo l'uomo come fondamento della conoscenza, lui ha messo come fondamento le
leggi della natura
Ultima parte della critica della ragione pura: dialettica trascendentale. La metafisica
può avere quelle stesse caratteristiche che abbiamo riscontrato per la matematica e
per la fisica, cioè possiamo utilizzare giudizi sintetici e a priori per la metafisica? La
risposta è no, perché non abbiamo l'oggetto a cui applicare le categorie
Cosa intende Kant per dialettica? Per Platone la dialettica era la più alta, la più
perfetta di tutte le scienze, per i sofisti la dialettica era l'arte del saper rispondere, del
saper parlare, Kant intende l'analisi e lo smascheramento dei falsi ragionamenti della
metafisica, cioè la metafisica non è falsa ma usa ragionamenti falsi e noi dobbiamo
smascherare questa falsità. La metafisica non può dimostrare nulla ma noi non
possiamo fare a meno di fare metafisica. Il ragionamento metafisico, cioè l'uso della
ragione è un'esigenza ineliminabile. Noi non possiamo fare a meno di utilizzare la
ragione e poiché tramite la ragione pensiamo la metafisica, le idee metafisiche, sono
qualcosa che noi non possiamo eliminare.
La metafisica è scienza della totalità, tutti tentiamo di spiegare i fenomeni in maniera
totalizzata, quindi la metafisica è solo un patto della ragione perché la ragione non è
altro che lo stesso intelletto che vuole pensare qualcosa senza avere la percezione
dell'oggetto pensato. Questo tentativo di pensare senza dati deriva dalla tendenza
della nostra ragione che opera nel tentativo di trovare una spiegazione unificatrice,
totalizzante di tutta la realtà; la ragione opera attraverso le idee trascendentali. Cosa
sono le idee? Sono le categorie applicate al non dato (al dato che non c'è). Le idee
della metafisica sono tre: anima, mondo e Dio. Con l'idea di anima tentiamo di
spiegare la totalità dei fenomeni interni a noi stessi: le emozioni, passioni, sensazioni,
la totalità di tutto quello che accade in noi. La scienza che si occupa dell'anima è nella
filosofia è la psicologia razionale che vuole costruire un discorso scientifico sull'anima,
cioè dimostrare scientificamente l'esistenza dell'anima. Con l'idea di mondo noi
tentiamo di spiegare la totalità dei fenomeni esterni, cioè tutti i fenomeni che
avvengono nella realtà. Io posso spiegare tutti i fenomeni della realtà? No, perché non
li posso conoscere tutti, perché li dovrei conoscere tutti contemporaneamente e anche
nel corso della storia, e non è possibile perché va oltre le possibilità dell'intelletto. La
scienza che si occupa di spiegare l'idea di mondo o di dimostrare l'idea di mondo è la
cosmologia razionale.
Infine, l'idea di Dio è l'idea della totalità delle totalità, cioè quell'idea con cui noi
tentiamo di sintetizzare sia i fenomeni interni che quelli esterni, cioè spiegare tutta la
totalità. Dell'idea di Dio si è occupato nel corso della storia della filosofia la teologia
nazionale. Kant dice che tutta la psicologia razionale si fonda su un paralogismo, cioè
un discorso che parte da premesse non dimostrate e partendo da premesse non
dimostrate pensa di giungere ad una verità. Qual è l'errore, il paralogismo di questa
psicologia? Quello di applicare la categoria di sostanza (è qui presente, è una realtà)
all'io penso. Allora l’errore è che quando io trasformo in categoria di sostanza l’io
penso, trasformo un'operazione in una realtà, in un oggetto, dandogli il nome di anima
L’io penso non essendo una realtà quale categoria gli posso applicare? Nessuna
perché io le categorie le posso applicare solo a cose reali; fare della psicologia una
scienza è un'operazione impossibile.
Con cosmologia razionale, ovvero totalità dei fenomeni esterni e questa totalità dei
fenomeni esterni è al di là di ogni possibile esperienza, quindi non ho nemmeno di
questo ho il dato io l'esperienza non ce l'ho quindi non posso applicare categorie
quindi non posso fare esperienze e dice Kant che la cosmologia razionale cade nelle
cosiddette antinomie, cioè è un conflitto della ragione, due tesi contrarie tra loro, fra
cui la ragione non può decidere, non riesce a scegliere, perché abbiamo una tesi e
l’antitesi: per esempio il mondo è finito e il mondo è infinito come faccio a scegliere?
non c'è una dimostrazione una dimostrazione possibile, perché si possono portare sia
argomenti a sostegno della tesi sia argomenti a sostegno dell’antitesi, e al contrario si
possono portare argomenti contrari alla tesi e contrari all’antitesi; e poi c'è un
problema, cioè che le due tesi sono contrarie una è vera e l'altra è falsa, ma potendo
portare argomenti favorevoli e contrari per l'una e per l'altra non possiamo scegliere
qual è quella giusta.
Quindi cosa possiamo dimostrare della cosmologia? Niente. Le quattro dinomie del
mondo sono: il mondo è finito nello spazio e nel tempo, il mondo è infinito nello spazio
e nel tempo; 2) il mondo consta in fatto di parti semplici, quindi di parti minime, nel
mondo tutto è composto, cioè la materia si può ulteriormente dividere all’infinito; 3)
nel mondo ci sono cause con libertà, non c'è libertà e tutto è naturale (cioè si può
agire liberamente nel mondo oppure tutto è determinato da leggi); 4)nella realtà c'è
qualcosa di necessario oppure nella realtà tutto è contingente ( necessario è ciò che è
ed è in un determinato modo e non può non essere o essere in un modo diverso;
contingente ciò che è ma poteva non essere, ciò che è in un modo ma poteva essere
anche in un altro modo).
Non si può comprendere perché nelle tesi dice Kant è espresso un concetto troppo
piccolo per essere compreso dal nostro intelletto, nelle antitesi un concetto troppo
grande: è come se noi parlassimo dell'infinito e dell'infinitesimo, il nostro intelletto non
può comprendere, non può arrivare né all'infinito né all'infinitesimo L’infinito è
qualcosa di infinitamente grande, l'infinitesimo è infinitamente piccolo esiste Teologia:
per dimostrare l'esistenza di Dio si è ricorso nel corso della storia della filosofia alle
prove che dimostrassero la sua esistenza. La teologia si è sforzata e, secondo lei, è
riuscita a dimostrare l'esistenza di Dio attraverso delle prove. La prima prova è la
prova ontologica, quella di Sant'Anselmo, e Kant riprende la confutazione di San
Tommaso: Dio è ciò di cui non si può pensare nulla di più grande e quindi esiste? No,
perché io prima devo dimostrare l'esistenza di Dio (piano ontologico), poi posso
attribuirgli predicati (piano logico). La seconda è la prova cosmologica, se nel mondo
tutto è contingente devo arrivare alla causa (Dio) della contingenza che non è a sua
volta contingente. Kant dice che dall’ultima causa fisica all’ultima causa metafisica vi
è un salto che equivale all’arbitrio della ragione. La terza prova è la prova fisico-
teleologica: se la realtà è ordinata, deve esistere una causa (Dio) che ha dato origine
all’ordine. Anche qui, fare il salto da ordine a ordinatore è arbitrario. Inoltre, l’ordinare
della realtà per Kant è l’intelletto.
Kant, quindi, ci dice che si può credere in Dio ma si deve accettare l’indimostrabilità
della sua esistenza. Della metafisica non posso fare scienza, ma è indispensabile per
la ragione perché ha svolto l’importante funzione di allargare i confini della
conoscenza, poiché è rivolta alla totalità. In conclusione, il pensiero puro (senza
esperienza) non ci porta a nessuna conoscenza. Tramite queste conclusioni, Kant ha
peggiorato la crisi della metafisica; cercherà di rimediare a ciò con la critica della
ragion pratica, rendendo l’esistenza di Dio possibile.
Critica della ragion pratica
La critica della ragion pratica è strettamente connessa con l'altra. La ragione con Kant
sottopone a critica sé stessa, cioè la critica della ragione pura è un bilancio critico
delle capacità della ragione. La ragione valuta da sé stessa le sue capacità, quindi non
riconosce nessuna autorità superiore a lei. Perciò si dice, giustamente, che Kant è il
culmine dell'illuminismo. Per gli illuministi la ragione ha un limite: la matematica e la
fisica sono possibili per la ragione, mentre invece la metafisica non è una scienza.
Kant distingue tra la ragione in senso lato, cioè tutte le facoltà superiori dell'uomo e
con cui si fa scienza, e la ragione in senso stretto, che è una facoltà superiore sintetica
dell’uomo e con cui si fa metafisica. Le tre articolazioni della ragione sono intuizione,
intelletto e ragione in senso stretto: la ragione in senso stretto che è una facoltà
sintetica suprema dell'uomo, cade nell'illusione trascendentale, cioè si illude di poter
conoscere Dio, l'anima e il mondo e Kant invece dimostra che questo non è possibile,
però nello stesso tempo Kant fa questa osservazione: è proprio l'organo supremo, la
facoltà suprema dell'uomo, cioè la ragione che si slancia verso questi tre oggetti.
Quindi, questa illusione trascendentale deve avere un fondamento. Allora, il discorso
della possibilità di raggiungere una conoscenza del mondo, dell'anima e di Dio, rimane
aperto. Dal punto di vista conoscitivo è chiuso, cioè dal punto di vista della
conoscenza, la metafisica non è una scienza, cioè mondo, anima e Dio non sono
oggetti di possibile conoscenza scientifica; però dal punto di vista morale si può avere
una strada di accesso a questi tre oggetti della metafisica, ma questa visione morale
non dipende da Dio ma dalla ragione stessa che diventa il fondamento dell’origine
dell’uomo. Kant è detto un giano bifronte, cioè lui da una
parte chiude il Settecento, l'illuminismo con la critica della ragion pura, però da
un'altra parte apre l'età romantica con la critica della ragion pratica, la quale è
caratterizzata dal fatto di pretendere titanicamente di conoscere l'assoluto, l'infinito.
La ragione è pratica perché è quella che applico quotidianamente nel mondo; Kant non
ha la necessità di dimostrare l’uso pratico della ragione, perché tutto lo faccio con una
motivazione razionale che deriva dalla ragione, la quale è universale in quanto
posseduta da tutti. C'è una forte affinità tra le due critiche, perché sono due bilanci
critici della ragione: Kant ha spostato l'asse della filosofia dall'oggetto al soggetto, il
quale diventa ordinatore della realtà.
-L'universalità è la prima caratteristica della morale kantiana: bisogna agire in maniera
che chiunque altro dovrebbe fare la stessa cosa che abbiamo fatto noi; l’azione deve
essere valida non solo per il proprio vantaggio, ma per tutti. (anche il male può essere
applicato ma di certo non sarà universale). Inoltre, la ragione ci fa rendere conto di ciò
che è giusto e di ciò che è sbagliato. La ragione kantiana è la traduzione illuministica
della coscienza cristiana e del Daimon di Socrate: riguardo il Daimon, Kant dice che
non è ammissibile il fatto che applicare il male sia dovuto all’ignoranza, perché la
ragione sa cosa è giusto o sbagliato.
-La seconda caratteristica della morale kantiana è la formalità: la ragione non mi dice
cosa fare, ma come agire per compiere il bene. Siamo abituati a seguire un
comandamento, per Kant ciò non esiste. Per Kant, la bontà o la cattiveria non
dipendono dal contenuto, ma dalla forma, cioè dipendono dall’intenzione con la quale
si fa qualcosa.
-La terza caratteristica è l’autonomia: i principi della morale stanno dentro l’uomo
stesso, cioè nella ragione. La ragione mi dice come agire, ma io sono libera di seguirla
o no, per questo per la morale kantiana l’uomo è libero. Altri motivi per cui la morale è
autonoma sono perché io trovo nella mia ragione, cioè in me stesso, la norma morale;
perché io o riesco a realizzare il bene o riesco a realizzare il contenuto o non lo riesco
a realizzare io sono buono lo stesso, sono libero rispetto al contenuto.
-La quarta caratteristica è la fraternità: gli uomini hanno il potere di indicare il bene e
devono essere fratelli tra di loro per indicarsi ciò che è giusto grazie alla ragione.
Queste caratteristiche della morale rimandano ai principi illuministici: uguaglianza,
libertà e fratellanza.
Kant si appassionò alla Rivoluzione francese proprio per il disinteresse dei rivoluzionari
in un tornaconto, proprio perché l’unico interesse era fare il bene. Ciò rispecchia la sua
morale: l'uomo morale, l'uomo veramente buono cerca di fare il bene, non per qualche
interesse, non perché ne ricavi qualche cosa, deve agire solamente perché pensa di
agire bene, cioè pensa di agire secondo la ragione. -E allora emerge un'altra
caratteristica della morale kantiana, il rigorismo: Kant dice che la ragione è l'angolo
retto, ciò che è normale ed è la legge della ragione: su ciò che è diverso da
quell’angolo non si costruire nulla, e queste sono inclinazioni che applico se vengo
attratto da passioni, emozioni, istinti, su cui non posso costruirvi nessuna legge.
Quindi, io devo agire solamente per seguire la norma morale universale. Se io sto
agendo per trarre vantaggio dall'azione, anche se l'azione è la stessa, io non sono
buono; quindi, dipende tutta dall’intenzione con cui svolgo l’azione.
La morale kantiana è una morale che nasce sul terreno protestantesimo tedesco; Kant
era stato educato dalla madre al pietismo. Lutero aveva sostenuto che l'uomo è
debole, l'uomo è inquinato dal peccato originale, una distanza tra l'uomo e Dio.
L’uomo si può salvare solo per fede in Dio, nessuna buona azione è rilevante per
ottenere salvezza.
Kant dice che l'uomo è afflitto da un male radicale (Lutero dice che l'uomo è massa
dannata), cioè l'uomo ha la ragione, però tiene il peso enorme delle inclinazioni che lo
portano a sbandare ed è quindi una lotta continua per poter raddrizzare il cammino
della propria esistenza, tanto è vero che Kant dice con una formula molto sintetica la
vita è res severa, la vita è una cosa dura. L’uomo per liberarsi da questo male deve
tendere a compiere il bene. (la Germania con tutto che ha perso la guerra, ha avuto il
peso morale delle devastazioni della guerra; oggi è riemersa).
Kant dice che la sfera dell'agire morale è la sfera del dover essere: bisogna seguire la
voce della ragione nonostante la tentazione alle inclinazioni.
- I fatti sono i fenomeni, i fatti compiuti.
- Ciò che la ragione mi dice è il noumeno, il quale è presente e si conosce nonostante
si realizza. (quindi, in questa opera ci si sta avvicinando al noumeno).
La ragione kantiana è definita adolescenziale, perché i giovani sono certi di una cosa e
si impongono senza trovare per forza motivazioni, quindi, la ragione
indipendentemente da tutto ci dice cosa è giusto e ciò è il dovere sul dovere
intenzionale, la ragione mi indica ciò che devo fare e devo mettercela tutta
nell’applicare ciò, se poi non ci riesco sono buono lo stesso perché conta la mia
intenzione. Tra il pensiero, l’intenzione e l’azione c’è un grande scarto, gli elementi
possono viaggiare, quindi, sempre separati. Nella maggior parte dei casi, infatti, per
Kant l’uomo vuole raggiungere l’azione buona ma non riesce, generando una forte
frustrazione dovuta al continuo fine intenzionale della morale. Il non compimento
dell’azione può essere giustificato con l’intenzione buona.
Dottrina degli imperativi-Gli imperativi sono comandi della ragione e possono
essere:
1)imperativi ipotetici, cioè subordinati all'ipotesi che uno voglia fare una certa cosa,
quindi sono imperativi strumentali, che mi permettono di realizzare i miei fini. Ciò non
li rende una legge morale uguale per tutti; sono legati all’azione. Si dividono a loro a
volta in: 1) imperativi dell’abilità: resi possibili da uno strumento. 2)imperativi della
prudenza: consigli che la ragione dà sulla vita per raggiungere un determinato fine. 3)
Imperativo categorico: l’unico dei tre che ha rilievo morale ed è singolare. Si può
esprimere in tre formule/massime:
--la prima formula è “Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre
valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale”: il bene da
applicare non deve essere personale ma universale, io divento legislatore universale.
-la seconda è “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia negli altri,
sempre come fine e mai come mezzo”: opera guardando gli altri come fine e non come
mezzo, quindi i rapporti umani non devono essere strumentali (ad oggi, ogni cosa è
strumento e il mondo è un mondo dei mezzi). (Il marchese Desad ci dice chi agisce
secondo la teoria Kantiana diventa strumento tutti).
-la terza è “Agisci soltanto secondo quella massima che nel tempo stesso puoi volere
che divenga una legge universale”: la ragione mi impone di agire in un modo, ma non
tramite qualcosa di valido personalmente, ma valido universalmente.
Dopo la dottrina degli imperativi, Kant sviluppa la teoria dei postulati: il bene se c’è
è raggiungibile, se è raggiungibile, se è raggiungibile ci devono essere delle condizioni
che mi permettono di raggiungerlo. Introduce questa teoria per rendere possibile il
raggiungimento del bene. Da postulato= verità non dimostrabili ma ammesse per
dimostrarne ulteriori. Come in geometria, esistono delle verità che non si possono
dimostrare ma devono esistere per fare esistere le altre. Per Kant esistono 3 entità
secondo le quali esiste la moralità:
-libertà: la conoscenza è legata al dato, la morale è libera di scegliere tra bene e male,
ed è libera dalle circostanze esterne.
-immortalità dell’anima: l’uomo morale vorrebbe realizzare il bene, ma il bene non
trionfa e l’azione non si verifica; però, se ciò non è possibile in questa realtà, in un
tempo infinito, si deve ammettere la sua realizzazione in un’altra realtà o in un’altra
vita. Kant, così, rende immortale l’anima, ammettendolo tramite postulato.
-Dio: l’uomo morale si sacrifica, è frustrato e non riceve una ricompensa; la morale
non è quindi eudemonistica, cioè la morale non corrisponde alla felicità, e le due non
possono essere realizzabili contemporaneamente perché la felicità corrisponde alle
inclinazioni. Kant, però, postula l’esistenza di un Dio che mi dia la felicità come
ricompensa della mia virtù, assumendo il ruolo di giudice.
(Shiller si contrappone a Kant con la visione dell’anima bella, nella quale l’uomo
impone sé stesso e non l’universalità. Inoltre, ironizza su quella Kantiana definendola
“inutile”)
A questo punto, vi è un dualismo tra le due opere: nella critica della ragion pura
l’uomo è limitato dal fenomeno; nella critica della ragion pratica l’uomo è libero, si
raggiunge il noumeno e si pone il fine del bene.

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