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Leopardi

Giacomo Leopardi, nato a Recanati nel 1798, cresce in una famiglia aristocratica con un padre dedito al gioco d'azzardo e una madre autoritaria, sviluppando un'intensa formazione letteraria e filosofica. La sua opera si evolve da un iniziale classicismo a un profondo pessimismo storico e cosmico, riflettendo sulla condizione umana e sull'infelicità intrinseca dell'esistenza. Leopardi rivoluziona la poesia italiana con i 'Canti' e le 'Operette morali', affrontando temi di solitudine, memoria e la perdita delle illusioni, fino alla sua morte nel 1837.

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Leopardi

Giacomo Leopardi, nato a Recanati nel 1798, cresce in una famiglia aristocratica con un padre dedito al gioco d'azzardo e una madre autoritaria, sviluppando un'intensa formazione letteraria e filosofica. La sua opera si evolve da un iniziale classicismo a un profondo pessimismo storico e cosmico, riflettendo sulla condizione umana e sull'infelicità intrinseca dell'esistenza. Leopardi rivoluziona la poesia italiana con i 'Canti' e le 'Operette morali', affrontando temi di solitudine, memoria e la perdita delle illusioni, fino alla sua morte nel 1837.

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GIACOMO LEOPARDI

Nacque a Recanati (in quel periodo facente perte dello Stato Pontificio, quindi molta arretratezza e chiusura mentale) il
29 giugno 1798, quando si inserisce nella polemica nel 1816 come difensore del classicismo aveva solo 18 anni,
entrambi i genitori facevano parte dell’aristocrazia, in quel periodo un po’ decadente, il padre uomo colto spendeva
tutti i soldi in gioco d’azzardo e libri, lasciando la famiglia in pessime condizioni economiche, la madre, severa e dura,
dedita esclusivamente al patrimonio, vieta i figli di qualsiasi cosa non concedendo niente, cresce così Leopardi in
un’atmosfera senza affetto molto autoritaria.
Essendo una famiglia di aristocratici, all’apparenza dovevano presentare comunque sicurezza, Leopardi infatti fu istruito
da un precettore ecclesiastico, ma già all’età di 10 anni non ebbe più nulla da imparare da lui (a 7 anni infatti
riusciva a tradurre senza problemi dal greco e dal latino) e continuò i suoi studi chiudendosi nell’enorme libreria
del padre fornita per di più di libri antichi per “sette anni di studio matto e disperatissimo” che lo portarono non
solo a non avere nessuna notizia della vita contemporanea ma anche a gravi problemi fisici.

Nel 1816 avvenne la sua conversione letteraria “dall’erudizione al bello”, iniziò infatti ad interessarsi ai grandi poeti
leggendo anche autori moderni, cerca, inoltre, di inserirsi nel dibattito culturale sulle questioni sollevate da Madame de
Staël Nella polemica fra classicisti e romantici, Leopardi si schiera dunque a favore dei primi. L’idealizzazione degli
antichi porta con sé il disprezzo per la società contemporanea, colpevole – secondo Leopardi – di aver corrotto la
natura rendendo impossibile per gli uomini vivere con essa un rapporto diretto e autentico. È la fase di quello che i
critici (non Leopardi) chiameranno “pessimismo storico”: il male dell’uomo è causato dall’uomo stesso e dal processo di
civilizzazione, non dalla natura.

Un momento fondamentale fu costituito dall’amicizia con Pietro Giordani, di orientamento classicista ma laico, con cui
si scambiarono molte lettere, il padre scoprì le lettere e impedì al figlio di continuare questi contatti.
Leopardi iniziò a sentire il bisogno di scappare dall’atmosfera chiusa di casa sua e nel 1819 tentò di fuggire e addirittura
di suicidarsi ma venne scoperto e il suo piano fallì. Avvenne nello stesso anno la conversione “dal bello al vero” o
“passaggio dalla poesia alla filosofia”; in sostanza, Leopardi – che nell’adolescenza aveva soprattutto studiato le
letterature classiche e scritto poesie – comincia a mettere su carta le sue riflessioni sulla propria esistenza e sul mondo,
Leopardi si rende conto di tutta la crudeltà e inizia ad interessarsi alla filosofia, questo è anche l’anno dove iniziò a
scrivere lo Zibaldone.

Il passaggio «dal bello al vero filosofico» coincide anche con l’abbandono della religione cattolica e la maturazione
di una visione del mondo atea e materialistica. In questa fase, la poesia acquisisce per Leopardi un ruolo specifico:
diventa il luogo in cui più propriamente trovano spazio e voce le illusioni. Tra il 1819 e il 1821 scrive la serie degli
Idilli, alla quale appartiene anche il celeberrimo Infinito.
La “scoperta del vero” e la conseguente “caduta delle illusioni” determinano la nascita di una consapevolezza nuova,
mediata tuttavia da una visione ancora positiva della natura: l’idea dell’infelicità dell’uomo nella storia.

Dopo aver a lungo desiderato di allontanarsi da Recanati, tra il novembre del 1822 e il maggio del 1823 Leopardi è a
Roma presso i suoi zii materni. L’ambiente culturale lo delude molto. Nel 1824, di ritorno a Recanati pubblica a
Bologna il volume delle Canzoni, in cui sono raccolte le nove canzoni composte fino al luglio del 1822. Dopo la
pubblicazione delle Canzoni e degli Idilli, Leopardi abbandona temporaneamente la poesia: tra il gennaio e il
novembre del 1824 scrive in prosa le prime venti Operette morali. In quest’opera, il pessimismo leopardiano si
approfondisce; la natura, responsabile di ogni male, non è più madre amorevole ma matrigna indifferente, e per
l’uomo non esiste più alcuna speranza di affrancarsi dal male.
Attratto da un clima migliore per la sua salute, Leopardi va a Pisa, dove si trattiene fino a giugno del 1828, quando
ritorna a Firenze. Nel novembre del 1828 non ha più denaro ed è costretto a rientrare a Recanati. Nel frattempo, a
partire dall’aprile 1828, riprende a scrivere poesie: è l’epoca dei cosiddetti canti pisano-recanatesi (Il risorgimento, A
Silvia, Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia).

PESSIMISMO STORICO E PESSIMISMO COSMICO


Nelle sue prime poesie, e nelle prime pagine dello Zibaldone, Leopardi mostra di credere che l’infelicità degli uomini
(e la sua) sia dovuta al fatto che la civiltà moderna, basata sulle verità scientifiche scoperte attraverso l’uso della
ragione, si è allontanata irrimediabilmente da quel sereno mondo naturale che era stata la patria degli antichi. Il
progresso scientifico e tecnologico ha spento tutte le belle illusioni sulla natura e sulla vita che facevano vivere gli
uomini in armonia con il loro ambiente e tra di loro: illusioni che, secondo il giovane Leopardi, sono alla base dei
valori umani più nobili ed eroici, come l’onore, la virtù, l’amor di patria, il desiderio di gloria, lo spirito di sacrificio. Se
invece si leggono le Operette morali, si osserva come questo pessimismo legato all’evoluzione storica della civiltà
umana si trasformi in un pessimismo metafisico, assoluto, non legato al modo in cui gli uomini pensano e si
comportano ma al modo in cui è fatta l’esistenza stessa.
Leopardi – che nel frattempo ha letto sia i filosofi antichi sia gli illuministi deisti o atei – capisce cioè che anche i più
saggi tra i Greci e i Latini erano infelici, e ne trae la conclusione che l’infelicità umana non è dovuta al distacco dalla
natura e all’abbandono delle illusioni in cambio di “aride verità”, ma dipende dal semplice fatto di essere in vita.
Ogni organismo vivente, preso nell’ingranaggio dell’esistenza, è votato alla morte. Ciò che è peculiare dell’uomo,
rispetto alle piante e agli animali, non è il dolore, ma la triste consapevolezza di questo comune, inevitabile destino.
Per questo, nel Canto notturno, il pastore può dire di invidiare le sue pecore, che non sanno ciò che le aspetta: «O greggia
mia che posi, oh te beata, / che la miseria tua, credo, non sai! / Quanta invidia ti porto!». E per questo il Leopardi maturo,
trentenne, può, nello Zibaldone, assolvere gli uomini e, capovolgendo la sua visione giovanile, accusare di ogni male la
natura, e la vita stessa.
Leopardi non è un misantropo, un odiatore degli esseri umani: al contrario, la sua idea del mondo toglie agli esseri
umani ogni colpa trasferendola sulla natura, cioè su tutto ciò che circonda gli uomini dal giorno della loro nascita
al giorno della loro morte.

Nella città toscana Leopardi si innamora, non ricambiato, di Fanny Targioni Tozzetti, una nobildonna sposata, che
aveva un salotto letterario e, si diceva, parecchi amanti. Inoltre stringe amicizia con il napoletano Antonio Ranieri,
conosciuto durante il precedente soggiorno fiorentino: Ranieri è un patriota esiliato per motivi politici dalla sua città e con
lui Leopardi vivrà gli ultimi anni della sua vita.
Il 2 ottobre 1833 arrivano a Napoli e non si sposteranno più. Nel 1835 Leopardi pubblica la seconda edizione dei
Canti, insieme alla terza edizione (parziale) delle Operette (che segue la seconda edizione fiorentina del 1834).
La novità maggiore è la presenza, nel libro dei Canti, del cosiddetto “ciclo di Aspasia”(Aspasia era il nome della
prostituta di Pericle, facendo così insulta Tozzetti), ispirato dall’amore per Fanny Targioni Tozzetti. I cinque canti che lo
compongono, scritti tra il 1831 e il 1835, sono Il pensiero dominante, Amore e Morte, Consalvo, A se stesso e Aspasia.
Gli ultimi due canti, Il tramonto della luna e La ginestra o il fiore del deserto, vengono scritti nella primavera del
1836, in una villa alle falde del Vesuvio, dove Leopardi e Ranieri si sono rifugiati per sfuggire al colera che imperversa a
Napoli. Leopardi muore il 14 giugno 1837.

Nella sua breve esistenza (muore a soli trentanove anni), Giacomo Leopardi riesce a essere e a fare molte cose diverse:
rivoluziona la poesia italiana con i Canti, scrive alcune delle più belle pagine di prosa della nostra tradizione (lo
Zibaldone e le Operette morali) e porta contributi originali nel campo della filologia e dello studio della cultura classica.
l’asma, una ricorrente malattia agli occhi. Inoltre, non trascorre che brevi periodi in grandi città, a contatto con gli
intellettuali del suo tempo: vive invece quasi sempre lontano dal mondo, tra persone troppo inferiori a lui per
potergli essere davvero di conforto.
Questa solitudine e questa infelicità sono ben presenti nelle cose che scrive, soprattutto a partire dalla ne
dell’adolescenza. Il 1819 è, da questo punto di vista, un anno cruciale. Sino ad allora Leopardi ha soprattutto studiato i
classici latini e greci, idealizzando il loro mondo. Sino ad allora ha creduto che la ragione moderna e il pensiero degli
illuministi abbiano allontanato l’uomo dal suo stato di felicità originaria: occorre quindi restaurare quel perduto
accordo tra uomo e natura, rendere alla fantasia i suoi diritti, tornare alle «favole antiche». Ma nel 1819, quando ha poco
più di vent’anni, Leopardi capisce che quel mondo è perduto per sempre.
Da qui in poi, per il successivo quindicennio, l’opera di Leopardi ha uno svolgimento coerente, ed è un continuo esercizio
a «ri ettere profondamente sopra le cose». Nelle prose delle Operette morali (stampate nel 1827) questo esercizio sfrutta
il registro comicosatirico: Leopardi si prende gioco del genere umano, della sua presunzione, della sua ducia nel
progresso, della sua fede nell’aldilà; e lo fa attraverso il genere del dialogo loso co.

Secondo Leopardi, gli antichi avevano la capacità di scrivere poesia esercitando l’immaginazione, la facoltà della
mente che permette di creare un mondo fantastico. Dopo che le conoscenze scienti che hanno mutato
irrimediabilmente le concezioni loso che dell’uomo, una simile capacità è rimasta solo ai bambini. Gli scrittori
moderni, invece, sono costretti a rivolgersi non alla «creazione di immagini», ma «all’affetto, al sentimento, alla
malinconia, al dolore».
La mente dell’uomo ha perso irrimediabilmente la facoltà immaginativa.
Un’idea che torna spesso, nell’opera di Leopardi, è quella secondo cui gli esseri umani provano un piacere particolare
quando un’idea, un panorama, un singolo oggetto dai contorni non netti, indeterminato, occupa la loro mente e i
loro occhi. A parere di Leopardi l’uomo desidera un piacere scon nato, ma, non appena prova un piacere e ne
comprende i limiti di intensità e durata, inizia a soffrire.

La piacevolezza dell’inde nito ha come corollario l’importanza del ricordo, un “oggetto mentale” che ha contorni incerti
tanto nel tempo quanto nello spazio. I ricordi sono legati a quella fase della vita dell’uomo che è eminentemente
poetica, la fanciullezza. Leopardi guarda con rimpianto alla fanciullezza: il bambino accumula una serie di sensazioni,
idee e immagini che, recuperate anni dopo grazie alla memoria, faranno provare all’uomo adulto momenti di piacere
intellettuale.
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I CANTI
Nel corso di due decenni, tra il 1816 e l’anno della morte, il
1837, Leopardi costruisce un libro di poesie che, a partire
dal 1831, intitola Canti. I Canti sono un canzoniere: ciò
signi ca che le singole poesie si susseguono secondo un
ordine stabilito dall’autore, un ordine provvisto di un
signi cato
La storia dei Canti è piuttosto lunga: Leopardi stampa le
prime canzoni nel 1818 e continua a lavorare sulla sua
raccolta no alla morte, nel 1837. L’edizione de nitiva,
quella che leggiamo oggi, si è formata un po’ alla volta, con
un lavoro di aggiunte, cambiamenti (anche di titolo),
spostamenti di posizione. Le raccolte più complete,
naturalmente, sono le ultime: la stampa orentina del 1831,
la stampa napoletana del 1835, che è l’ultima apparsa
mentre l’autore era ancora in vita, prese un esemplare
dell’edizione del 1835 e, con l’aiuto di Ranieri, lo corresse
interamente, aggiungendo inoltre gli ultimi due canti: Il
tramonto della luna e La ginestra.
L’ultima edizione è quella postuma del 1845.
La struttura e l’articolazione L’ordinamento dei Canti è
approssimativamente cronologico: i vari blocchi che lo compongono sono – le Canzoni(10), gli Idilli(6), i canti
pisanorecanatesi(6), il “ciclo di Aspasia”(5), tuttavia, esistono varie infrazioni a questo ordine.

I capolavori leopardiani sono scritti in metri più malleabili: il primo è l’endecasillabo sciolto, il metro dei piccoli idilli
(L’in nito, Alla luna ecc.), affermatosi nella poesia italiana a partire dal Cinquecento. Il secondo è la canzone libera,
adoperando sempre il settenario e l’endecasillabo con rime libere: nei canti pisano-recanatesi (A Silvia, Canto
notturno ecc.) e negli ultimi canti (Il tramonto della luna, La ginestra), nelle Operette morali usa la prosa.

GLI IDILLI
Nel libro dei Canti, alle canzoni seguono i cosiddetti “idilli”, sei liriche scritte fra il 1819 e il 1821: L’in nito, La sera
del dì di festa, Alla luna, Il sogno, La vita solitaria, Lo spavento notturno. Se nel primo blocco delle canzoni Leopardi
parlava dell’Italia e della storia del mondo facendo larghissimo uso dell’erudizione, e appoggiandosi a esempi antichi di
virtù, gli idilli sembrano quasi scritti da un altro poeta: la metrica si libera dalle strutture tradizionali (Leopardi usa qui
il più libero dei metri, l’endecasillabo sciolto), il linguaggio si fa molto più piano e comprensibile e la sintassi si
sempli ca. Inoltre i protagonisti si riducono a due: l’io che ri ette su se stesso e la natura (una natura paci ca, serena,
osservata in quiete).
Inoltre, all’erudizione delle canzoni si sostituisce da un lato la poetica del vago e dell’inde nito, quella che collega la
bellezza e il piacere suscitato dalle sensazioni indeterminate (un suono di cui non si conosce l’origine, un panorama in
parte oscurato da un oggetto), dalle idee poco de nite, dalle parole vaghe o poeticissime(come antico, lontano, eterno,
smisurato, immenso, solingo); e dall’altro la poetica del ricordo, che mette in relazione l’esperienza del presente a
quella vissuta nel passato ottenendo, attraverso questo paragone mentale, un’intensissima emozione poetica.

I CANTI PISANO-RECANATESI
Leopardi vive una prima stagione poetica tra il 1818 e il 1823: sono gli anni delle Canzoni e degli Idilli. Dopodiché, per
qualche anno, non scrive più poesie, dai venticinque ai trent’anni Leopardi si dedica agli studi lologici e letterari, alla
prosa dello Zibaldone e, soprattutto, alla stesura e alla pubblicazione delle Operette morali, scritte in gran parte nel
1824 e pubblicate nel 1827.

Una nuova stagione inizia però nel 1828 con la poesia intitolata, non a caso, Il risorgimento, primo componimento di
una serie di canti noti come “pisano-recanatesi”, perché composti tra Pisa e Recanati (la de nizione di “grandi idilli”,
usata spesso, non ha molto senso: vuole indicare una continuità di stile e di poetica rispetto agli idilli degli anni
1819-1821, ma non dà il giusto rilievo alle grosse differenze che ci sono tra questi due gruppi di testi).
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Dopo aver girovagato per l’Italia (Milano, Bologna, Firenze), sempre piuttosto scontento delle città e della compagnia che
vi trova, Leopardi soggiorna infatti a Pisa tra l’autunno del 1827 e l’estate del 1828.
Il periodo di silenzio poetico si è dunque concluso, e l’ispirazione continua ad accompagnarlo anche quando di lì a
poco deve tornare a Recanati.
La serie dei canti pisano-recanatesi, oltre alla lirica Il risorgimento, comprende A Silvia, Le ricordanze, Canto notturno di
un pastore errante dell’Asia, La quiete dopo la tempesta e Il sabato del villaggio. Anche Il passero solitario viene
composto intorno agli anni Trenta, ma – come abbiamo detto – nell’edizione de nitiva dei Canti del 1835 verrà collocato
prima degli Idilli del 1819-1821.

L’io dei canti pisano-recanatesi non è più soltanto un io che “sente”, come quello che parlava negli idilli, ma un io
che sente e pensa: poetica della rimembranza, adoperando la poesia per esprimere la sua visione del mondo. E quanto a
quest’ultima, al modo in cui Leopardi vede le cose, la maturità ha portato con sé un supplemento di pessimismo:
entriamo nel pessimismo cosmico; la natura, che un tempo Leopardi vedeva come alleata dell’uomo, come rifugio
dalla Storia, si rivela come la vera responsabile dei suoi mali («O natura […] perché di tanto / inganni i gli tuoi?»); il
ricordo, che in gioventù era la fonte principale dell’emozione poetica, diventa a sua volta motivo di dolore. In ne, il
pessimismo investe anche il tema del piacere – la sensazione che dovrebbe rendere grata e piacevole la vita. Il piacere è
dunque un sentimento negativo, una reazione generata da un’assenza, da una mancanza, una reazione che dura solo per
quei brevi momenti in cui il dolore è assente. La felicità è sempre qualcosa che riguarda il futuro: ma questo futuro
felice non arriva mai.

IL CICLO DI ASPASIA
Il cosiddetto “ciclo di Aspasia” comprende le poesie Il pensiero dominante, Amore e Morte, A se stesso e Aspasia. Questi
componimenti, scritti fra il 1833 e il 1835, furono ispirati dall’amore per un’aristocratica orentina. Sotto il
soprannome di Aspasia si nasconde infatti Fanny Targioni Tozzetti (Aspasia era il nome della prostituta di Pericle,
facendo così insulta Tozzetti), che Leopardi conobbe a Firenze nel 1830: fu l’unica donna della quale il poeta si
innamorò, non ricambiato. Fanny riceveva nel suo salotto letterati e artisti. Su di lei correvano numerosi pettegolezzi.
Quelle per Aspasia sono dunque poesie d’amore: Leopardi abbandona i ricordi, l’evocazione della natura, la loso a
che aveva ispirato i canti pisano-recanatesi, e parla della passione che era sempre stata al centro delle meditazioni dei
poeti, dallo Stilnovo in poi. Ma la passione, come abbiamo visto, è solo sua: il suo amore non è corrisposto, e la
successione dei testi ci porta infatti da un inizio apparentemente ducioso, euforico, a un nale amaro e disperato.

Nella fase conclusiva della sua ri essione, Leopardi elabora quello che i critici chiamano “pessimismo agonistico”.
Si tratta dell’ultimo approdo del suo pensiero, successivo sia al pessimismo storico della giovinezza, sia al pessimismo
cosmico maturato negli anni delle Operette morali e dei canti pisano-recanatesi.
Il punto di partenza è ancora una volta la consapevolezza radicale dell’infelicità umana: la natura resta
indifferente, matrigna, responsabile del dolore e della distruzione degli esseri viventi. Tuttavia, rispetto al
pessimismo cosmico, in cui l’uomo non può far altro che prendere atto della propria condizione, nei testi estremi
Leopardi introduce un elemento nuovo: l’agonismo, ovvero il tentativo di opporsi, per quanto inutilmente, alla
forza distruttiva del mondo.
L’uomo è destinato alla sofferenza e alla morte, ma può reagire attraverso la solidarietà, la lucida consapevolezza e
l’unione con gli altri esseri umani. Questa forma di resistenza non elimina il male, ma restituisce dignità a chi lo
affronta.

Il pessimismo agonistico si manifesta soprattutto negli ultimi canti, composti a Napoli negli anni 1836-37, quando
Leopardi vive in condizioni siche precarie ma mantiene intatta la sua capacità di “ri ettere profondamente sopra le
cose”. L’opera che più chiaramente esprime questa visione è La ginestra, scritta alle falde del Vesuvio durante
l’epidemia di colera. Qui la Natura appare nella sua potenza distruttiva: il vulcano è il simbolo stesso
dell’indifferenza cosmica. Di fronte a tale scenario, l’unica risposta autentica non è il ricorso alle illusioni religiose o al
progresso, ma la consapevolezza tragica della fragilità umana e la scelta di una fraternità che nasce dal riconoscimento
dei limiti comuni.
Un altro momento fondamentale in cui questa prospettiva si manifesta è il ciclo di Aspasia, scritto tra il 1833 e il 1835.
Qui l’esperienza personale del dolore amoroso – l’amore non corrisposto per Fanny Targioni Tozzetti – diventa
occasione per riaffermare il valore dell’orgoglio e della erezza di fronte alla sofferenza. In testi come A se stesso e Il
pensiero dominante, Leopardi mette in scena un io poetico che, pur colpito dall’illusione infranta, non si abbandona
alla disperazione passiva, ma oppone al dolore una forza interiore fatta di lucidità e coraggio morale, secondo
quella logica per cui “la passione che ferisce può anche elevare”.
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LE OPERETTE MORALI

Il 1824, dal 19 gennaio al 16 novembre, è l’anno in cui


Leopardi scrive le venti Operette, che saranno
pubblicate tutte insieme nel 1827. L’anno è cruciale per
la prosa letteraria italiana, visto che Leopardi e Manzoni
seguono e propongono due vie alternative: le Operette
sono scritte nella lingua della tradizione alta, classicistica,
che si serve di un lessico colto e di una sintassi elaborata e
ampia; I promessi sposi, invece, propongono una lingua
che vuole adattarsi all’uso quotidiano, alla conversazione
culturale e agli scritti d’invenzione, proprio come il
francese. Tuttavia, tre operette sono anticipate
sull’«Antologia» nel gennaio del 1826 e, qualche mese
dopo, sul «Nuovo Ricoglitore». Nel 1832 Leopardi
compone ancora il Dialogo di un Venditore d’almanacchi
e di un Passeggere e il Dialogo di Tristano e di un amico,
che appaiono nella seconda edizione delle Operette nel
1834, seguita dalla terza edizione (parziale) nel 1835.
Nell’edizione de nitiva e postuma del 1845, quella curata da Antonio Ranieri secondo le indicazioni di Leopardi,
vengono aggiunte altre tre Operette che risalgono al triennio 1825-1827 (Frammento apocrifo di Stratone da
Lampsaco; Il Copernico. Dialogo; Dialogo di Plotino e di Por rio), e viene eliminato il Dialogo di un Lettore di umanità
e di Sallustio: il totale è, dunque, di ventiquattro testi, disposti in un ordine che, in alcuni casi, è diverso da quello
cronologico di composizione.

Le Operette sono dunque, nelle intenzioni di Leopardi, un’opera di registro comico che affronterà però temi
serissimi, trattando con il tono della commedia quelli che erano, tradizionalmente, argomenti tragici. E tra questi
argomenti si possono distinguere quelli connessi alla condizione umana in quanto tale da quelli connessi ai tempi nei
quali si trovava a vivere Leopardi. I primi sono l’infelicità degli uomini, causata dall’indifferenza della natura nei loro
confronti e dal fatto che la loro vita si concluderà con la morte; i loro «vizi e le [loro] infamie» (non degli uomini
genericamente, precisa Leopardi, bensì dell’uomo: di ogni uomo in quanto essere vivente); l’inesistenza di Dio («Il
genere umano – scrive Leopardi nel Dialogo di Tristano e di un amico – non crederà mai né di non saper nulla, né di non
essere nulla, né di non aver nulla a sperare»); la noia alla quale tutti, e soprattutto le persone d’ingegno (è il caso per
esempio del Cristoforo Colombo raf gurato in una delle Operette), sono condannati. I secondi sono «lo spirito generale
del secolo» e le condizioni della «civiltà presente», condizioni nelle quali Leopardi ravvisa insieme una drammatica
decadenza nel paragone con l’età antica e (sarà il tema per esempio del Dialogo di Tristano e di un amico) uno sciocco
orgoglio circa i presunti progressi compiuti dalla specie umana, progressi che Leopardi trova invece “ridicoli”,
come ridicola, in generale, trova la sua epoca.

La maggior parte delle Operette è scritta in forma di dialogo, e qui Leopardi fa qualcosa di davvero nuovo nella storia
della prosa italiana. Va sottolineato un fatto: i dialoganti non sono sempre esseri umani. Nelle Operette, infatti,
Leopardi collauda un’altra idea originale: personi ca dei concetti o degli esseri inanimati – come la Natura, la Moda,
la Morte, la Luna, la Terra – e li fa dialogare; oppure recupera dal passato personaggi realmente esistiti (come
Cristoforo Colombo o i loso Por rio e Plotino) e li usa per sviscerare i temi che gli stanno a cuore (e così abbiamo, per
esempio, un Cristoforo Colombo che, nella nzione narrativa, dice le cose che Leopardi pensa della vita).
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