Elettrodinamica
Elettrodinamica
Dipartimento di Fisica
INTRODUZIONE
ALL’ELETTRODINAMICA CLASSICA
R. Collina
A Giuliana
Introduzione
Lo scopo di questi appunti è quello di presentare, nei limiti del tempo disponi-
bile per il corso, un quadro degli aspetti principali dell’elettromagnetismo e di
fornire agli studenti una buona traccia in relazione alle lezioni tenute in aula.
Il testo, che segue la struttura del corso, è diviso in due parti. La prima parte
riguarda i fenomeni elettromagnetici nel vuoto e gli inquadra nell’ambito della
Relativià Speciale di Einstein. In particolare si studia l’irraggiamento da parte
di cariche in movimento compreso il caso di particelle veloci. La seconda parte
è dedicata allo studio di problemi al contorno, dell’equazione di Laplace per
quanto riguarda l’elettrostatica dei conduttori e degli isolanti, e dell’equazione
delle onde per quanto riguarda la propagazione del segnale elettromagnetico
in un mezzo indefinito, nelle cavità ideali e nelle guide d’onda. Ho aggiunto
anche due appendici: la prima comprende un rapido riassunto della relatività
ristretta di Einstein e la seconda riguarda la soluzione generale dell’equazione
di Poisson.
Prerequisiti sono i contenuti dei corsi di Fisica Generale e dei corsi di Analisi.
Il corso è pensato per studenti del terzo anno del corso di laurea in Fisica.
Indice
1 La teoria di Maxwell 7
3
4 INDICE
3.5 Magnetostatica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 92
La teoria di Maxwell
~ ·E
~ ρ
∇ = ,
ǫ0
~ ∧E
~ ∂ ~
∇ =− B ,
∂t
~ ·B
∇ ~ =0,
~ ∧B
~ 1 1 ~ ∂ ~
∇ = 2 J+ E . (1.1.1)
c ǫ0 ∂t
~ B
Le grandezze ρ, E, ~ e J~ sono campi (cioè dipendono dal punto e dal tempo) e
rappresentano rispettivamente la densità di carica, il campo elettrico, il campo
di induzione magnetica e il vettore densità di corrente. Le costanti ǫ0 e c sono
rispettivamente la costante dielettrica del vuoto e la velocità della luce (sempre
7
8 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL
Volendo essere più precisi riguardo ai valori sperimentali delle costanti in (1.1.3)
osserviamo che dal 21 ottobre 1983 si è assunto come campione la velocità della
luce c, attribuendogli quindi il valore esatto (senza errore) c = 299792458 ms−1
dalla quale si ricavano altre grandezze, ad esempio il metro come unità delle
lunghezze, una volta noto il campione del tempo che è realizzato con l’orolo-
gio atomico al cesio 133∗ . D’altra parte la costante µ0 = ǫ01c2 , che compare a
secondo membro dell’ultima equazione in(1.1.1), vale, nel sistema di unità inter-
nazionali (per la definizione stessa del campo B) ~ µ0 = 4π×10−7 Hm−1 , abbiamo
quindi per la costante dielettrica del vuoto ǫ0 = 4π×101 −4 c2 ∼ 8.85418781762 ×
10−12 F m−1 .
Tornando alle (1.1.1) possiamo fare due osservazioni rilevanti; la prima è che
la seconda e terza equazione non dipendono dalle sorgenti e quindi devono
esprimere delle proprietà generali dei campi E ~ e B,
~ indipendenti cioè dalla par-
ticolare configurazione del sistema fisico studiato. La seconda osservazione è
che i campi E,~ B ~ corrispondono a 6 funzioni scalari incognite che devono essere
soluzione di 8 equazioni lineari. Di conseguenza o le (1.1.1) sono inconsistenti
(cosa che sappiamo non vera), oppure queste non sono risolubili perché dei gradi
di libertà del sistema fisico restano arbitrari. Questi gradi di libertà dovranno
poter essere eliminati solo con l’introduzione di vincoli che non comportino però
effetti sulla fisica; ovvero ci si aspetta l’esistenza di una qualche simmetria.
~ =∇
B ~ ∧A
~ (1.1.4)
∗
un secondo corrisponde a [Link] periodi nella transizione tra i due livelli iperfini
dello stato fondamentale dell’atomo di cesio 133
1.1. LA TEORIA MICROSCOPICA 9
~ ∧ E
∇ ~+ ∂A ~ =0. (1.1.5)
∂t
~+ ∂A
E ~ = −∇φ ~ =−∂A
~ , da cui E ~ − ∇φ
~ , (1.1.6)
∂t ∂t
~
A →A~′ = A~ + ∇f
~ ,
∂
φ → φ′ = φ − f , (1.1.7)
∂t
~ e E,
Sostituiamo le espressioni di B ~ date rispettivamente in (1.1.4) e (1.1.6),
nella prima e nella quarta equazione del sistema (1.1.1). Otteniamo cosı́
∂ ~ ~ ρ
− ∇ · A − ∇2 φ = ,
∂t ǫ0
∂2 ~
~ ∧ ∇
~ ∧A
~
1 1 ~ ∂ ~
∇ = 2 J − 2 A − ∇φ . (1.1.8)
c ǫ0 ∂t ∂t
10 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL
~ ∧ ∇
Ricordando che è ∇ ~ ∧A
~ = −∇2 A
~ + ∇(
~ ∇~ · A)
~ le precedenti si riscrivono
∂ ~ ~ ρ
− ∇ · A − ∇2 φ = ,
∂t ǫ0
2
~+ 1 ∂ A
−∇2 A ~ + ∇(
~ ∇ ~ + 1 ∂ ∇φ
~ · A) ~ = 1 J~ . (1.1.9)
2
c ∂t 2 2
c ∂t c2 ǫ0
Come è ovvio per quanto osservato prima le (1.1.9) sono invarianti per le trasfor-
mazioni (1.1.7) e potranno essere risolte solo tramite una scelta della gauge che
elimini i gradi di libertà arbitrari (non fisici). Le scelte possibili sono infinite,
ma per quel che ci riguarda possiamo riferirci a le seguenti 3:
a) Gauge di Lorentz
∇ ~+ 1 ∂φ=0.
~ ·A (1.1.10)
c2 ∂t
b) Gauge di Coulomb
~ ·A
∇ ~=0. (1.1.11)
1 ∂2
2 ρ
2 2
−∇ φ= ,
c ∂t ǫ0
1 ∂2
−∇ A2 ~ = 1 J, ~
2
c ∂t 2 c2 ǫ0
~ ·A
∇ ~+ 1 ∂φ=0. (1.1.13)
c2 ∂t
Che non sono più invarianti per le trasformazioni (1.1.7) e sembrerebbero poter
essere risolte. In effetti non si sono ancora eliminati tutti i gradi di libertà
non fisici. Questo si può capire anche confrontando tra loro le tre scelte della
gauge riportate sopra. Infatti con la gauge di Lorentz e di Coulomb le quattro
funzioni φ, A ~ sono legate tra loro da una sola relazione e quindi si hanno tre
gradi di libertà, mentre per la gauge di radiazione, essendo due le realazioni,
i gradi di libertà che restano sono solo due. Si osservi che le equazioni (1.1.9)
(come le (1.1.13)) sono locali per cui un sistema in assenza di cariche (ρ = 0) è
equivalente ad un sistema dove le cariche sono localizzate al di fuori della regione
considerata ed il loro effetto è recuperato tramite le condizioni al contorno;
quindi i gradi di libertà fisici sono sempre gli stessi, cioè due. Questo vuol
1.1. LA TEORIA MICROSCOPICA 11
dire che nel caso della gauge di Lorentz e di Coulomb può aversi ancora una
invarianza di gauge residua. Possiamo verificare questo fatto nel caso della
gauge di Lorentz facendo le trasformazioni (1.1.7) sulle (1.1.13), ottenendo
1 ∂2
2 ∂ ρ
2 2
−∇ φ− f = ,
c ∂t ∂t ǫ0
1 ∂2
2 ~ + ∇f
~
1 ~
2 2
− ∇ A = 2 J,
c ∂t c ǫ0
~ · A ~ + ∇f
~
1 ∂ ∂
∇ + 2 φ− f =0 . (1.1.14)
c ∂t ∂t
che, come si vede, sono ancora invarianti se si sceglie la funzione f che soddisfa
alla relazione
1 ∂2
2
−∇ f =0 . (1.1.15)
c2 ∂t2
La gauge di radiazione non ha simmetrie di gauge residue e riduce subito il
sistema ai soli gradi di libertà fisici. Per quanto riguarda la gauge di Coulomb
osserviamo che le (1.1.9), risolto il vincolo, diventano
ρ
−∇2 φ = ,
ǫ0
2
−∇2 A ~+ 1 ∂ A ~ + 1 ∂ ∇φ
~ = 1 J~ ,
2
c ∂t 2 2
c ∂t c2 ǫ0
~ ·A
∇ ~=0. (1.1.16)
Anche in questo caso, come nel caso della gauge di radiazione, non c’è nessuna
simmetria di gauge residua, perché la densità di carica ρ, date le condizioni al
contorno , fissa in modo non ambiguo il potenziale φ e l’ultima delle (1.1.16)
fissa a due i gradi di libertà del campo A.~
Vediamo esplicitamente in un caso semplice quanto prima esposto. Conside-
riamo le equazioni nel gauge di Lorentz in una regione in assenza di cariche.
Dovremo quindi considerare il sistema
1 ∂2
2
−∇ φ =0,
c2 ∂t2
1 ∂2
− ∇ 2 ~
A =0,
c2 ∂t2
∇ ~+ 1 ∂φ
~ ·A =0. (1.1.17)
c2 ∂t
Trattandosi di un sistema di equazioni differenziali lineari potremo risolvere
per le singole componenti di Fourier (cioè in termini di onde piane). Poniamo
quindi
~
φ = n0 ei(k·~x−ωt) + c.c.
~
~
A = ~nei(k·~x−ωt) + c.c. (1.1.18)
12 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL
~
A →A~′ = A~ + ∇f
~
∂
φ → φ′ = φ − f
∂t
che produce le seguenti relazioni
n′1 = n1 ,
n′2 = n2 ,
1 ′ 1 1
n = n0 − gk = (n0 − ωg) . (1.1.20)
c 0 c c
n0
A questo punto scegliamo g = ω e otteniamo i potenziali
φ′ =0,
~
A′1 = n1 ei(k·~x−ωt) + c.c.
~
A′2 = n ei(k·~x−ωt) + c.c.
2
i ~k·~
B1 = −ikn2 e (
x−ωt)
+ c.c.
~ =∇ ~ ′ = i~k ∧ ~ne
~ ∧A i(~
k·~
x −ωt)
B + c.c. → i(~k·~
x−ωt)
B2 = ikn1 e + c.c.
B3 = 0
(1.1.22)
x′i = Ri j xj + v i t + ai con RT R = I i, j = 1, 2, 3.
t′ =t. (1.2.23)
I2
F = µ0 . (1.2.24)
d
Indicando con S la sezione dei due conduttori, con ρ la densità delle cariche in
movimento e con v la velocità di deriva delle cariche stesse (pochi millimetri al
14 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL
1
minuto), si ottiene I = ρvS e, ricordando che µ0 = ǫ0 c2 , si trova
ρ2 S 2 v 2
F = (1.2.25)
ǫ0 d c
Per rispondere alla richiesta del paragrafo precedente dovremo partire da del-
le assunzioni fisiche e il modo naturale per far questo è riferirsi alle sorgenti;
ovvero, tornando a considerare le equazioni (1.1.1), la densità di carica ρ e la
densità di corrente J~ = ρ~v . Ci aspettiamo che queste grandezze giochino un
ruolo fondamentale e siano significative anche in ambito relativistico. Indichia-
mo le coordinate di un evento (in un riferimento inerziale) con il quadivettore
controvariante xµ con µ = 0, 1, 2, 3, ovvero xµ ≡ (ct, x1 , x2 , x3 ) e scegliamo la
metrica (vedi appendice A)
−1 0 0 0
0 1 0 0
ηµν = η µν ⇔
0
. (1.2.26)
0 1 0
0 0 0 1
ρ v2
ρ′ = γρ = p , con β 2 = . (1.2.27)
1 − β2 c2
dxµ 0 dx0
dxµ = dx , con =1, (1.2.28)
dx0 dx0
avremo quindi
dxµ 0 dxµ
dqdxµ = ρd3 x dx = d4
x ρ dove d4 x = d3 xdx0 . (1.2.29)
dx0 dx0
dxµ
~ = j 0 , ~j .
j µ = cρ ≡ (cρ, ρ~
v ) = cρ, J (1.2.30)
dx0
Quindi le sorgenti delle (1.1.1) fanno parte dello stesso oggetto e non posso-
no essere viste come oggetti indipendenti. Vi è ancora un aspetto fondamen-
tale da controllare; infatti per l’elettromagnetismo la carica elettrica è una
16 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL
∂ ~ · J~ = 0 .
ρ+∇ (1.2.31)
∂t
3
∂ µ ∂ 0 X ∂ i ∂ ~ · J~
µ
j = 0
j + i
j = ρ+∇ (1.2.32)
∂x ∂x ∂x ∂t
i=1
e dalla (1.2.31)
∂ µ
j =0. (1.2.33)
∂xµ
Ma la (1.2.33) è invariante per una trasformazione di Lorentz perché prodotto
scalare tra il quadrivettore covariante ∂x∂ µ e quello controvariante j µ , e quindi
vale per tutti gli osservatori inerziali‡ .
Abbiamo già osservato che i campi E ~ eB ~ non sono quantità che hanno pro-
prietà di trasformazione semplici; per capire quale sia la loro natura nell’ambito
di una descrizione relativistica torniamo a considerare le equazioni di Maxwell.
In particolare se scegliamo la gauge di Lorentz dobbiamo considerare il sistema
1 ∂2 2 φ = 1ρ
2
c ∂t
2 − ∇ ǫ0
1 ∂2 (1.2.34)
c2 ∂t2
2 ~
− ∇ A = c21ǫ0 J~
~ ~
∇ · A + c12 ∂t
∂
φ =0
Osserviamo che l’operatore differenziale a primo membro delle due prime equa-
zioni è uno scalare rispetto alle trasformazioni di Lorentz infatti corrisponde
alla scrittura
∂ ∂ 1 ∂2
−η µν µ ν = 2 2 − ∇2 . (1.2.35)
∂x ∂x c ∂t
Allora se dividiamo la prima delle (1.2.34) per c otteniamo
1 ∂2 2 ( φ ) = 1 (cρ)
c2 ∂t2
− ∇ ǫ0 c2
c
1 ∂2 (1.2.36)
c2 ∂t2
2 ~
− ∇ (A) = ǫ01c2 J~
~ ~ + 1 ∂ (φ) = 0
∇ · (A) c ∂t c
‡
la conservazione della carica elettrica vale anche per gli osservatori non inerziali, ma, in
un sistema di `coordinate generali, l’equazione di continuità (1.2.33) assume una forma diversa
e cioè √1g ∂x∂µ
√ µ´
gj = 0 dove g è il determinante della metrica cambiato di segno.
1.2. COVARIANZA DEL CAMPO ELETTROMAGNETICO 17
Si osservi poi che la scelta della gauge (l’ultima equazione delle (1.2.34)) corri-
sponde ad uno scalare, infatti si scrive
∂
Aµ = 0 . (1.2.38)
∂xµ
Che è quindi la stessa per tutti gli osservatori inerziali. Questo non è più
vero se scegliamo la gauge di Coulomb o di radiazione, infatti le equazioni
vincolari corrispondenti cambiano forma per una trasformazione di Lorentz,
ma questo non porta nessuna conseguenza su i campi fisici a causa della loro
indipendenza dalla scelta della gauge. Tale scelta diventa solo un fattore di
convenienza a secondo della situazione da studiare. Cosa molto diversa è invece
la compatibilità della simmetria di Gauge con le trasformazioni di Lorentz;
cioè le trasformazioni (1.1.7) devono conservare la stessa forma per tutti gli
osservatori inerziali e questo sarà vero se saranno riscrivibili come una relazione
tra tensori.
Osserviamo che con la scelta fatta della metrica si ha per i campi covarianti
corrispondenti alla quadricorrente e al quadripotenziale
jµ = ηµν j ν ≡ −cρ, J~ = j0 , ~j ,
ν φ ~
~ .
Aµ = ηµν A ≡ − , A = A0 , A (1.2.39)
c
∂
Aµ → A′µ = Aµ + f , (1.2.40)
∂xµ
dove f è uno scalare. E questo assicura che sia la relatività ristretta che l’inva-
rianza di Gauge sono entrambe simmetrie della teoria di Maxwell dell’elettro-
magnetismo.
§
Questa affermazione presuppone l’invariamza della permebilità magnetica del vuoto µ0 =
1
ǫ0 c2
.
Ma questa proprietà è garantita dalla sua stessa definizione. µ0 è inoltre necessaria per
rendere compatibili, nel sistema di unità internazionali, le dimensioni dell’intensità di corrente
~
con quelle di B.
18 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL
Ei 1 ∂ ∂ φ
=− (Ai ) − i ( ) , con i = 1, 2, 3 (1.2.41)
c c ∂t ∂x c
Ei ∂ ∂
− = 0
Ai − i A0 . (1.2.42)
c ∂x ∂x
∂ ∂ ∂ ∂
B1 = 2
(A3 ) − 3 (A2 ) = 2
A3 − 3 A2 ,
∂x ∂x ∂x ∂x
∂ ∂ ∂ ∂
B2 = (A1 ) − 1 (A3 ) = A1 − 1 A3 ,
∂x3 ∂x ∂x3 ∂x
∂ ∂ ∂ ∂
B3 = 1
(A2 ) − 2 (A1 ) = 1
A2 − 2 A1 . (1.2.43)
∂x ∂x ∂x ∂x
Come si vede dalle (1.2.42) e (1.2.43) la quantità rilevante è il tensore antisim-
metrico
∂ ∂
Fµν = Aν − ν Aµ (1.2.44)
∂xµ ∂x
le cui componenti sono i campi fisici (e quindi tutte gauge invarianti). Questo
~ eB
è l’oggetto che ha significato e che dimostra come i campi E ~ non possono
essere descritti separatamente. Trattandosi di un tensore di rango 2 possia-
mo rappresentarlo tramite una matrice, nel dettaglio, riferendosi alla forma
controvariante F µν = η µρ η νσ Fρσ si ha
E1 E2 E3
0 c c c
− E1 0 −B2
B3
F µν ⇔ c
− E2
. (1.2.45)
c −B3 0 B1
− Ec3 B2 −B1 0
Ovvero in componenti
Dove γ = q 1 =√ 1
e v 2 = v12 + v22 + v32 Per i campi trasformati avremo
2
1− v2 1−β 2
c
allora
µν
F ′µν = Λµ ρ Λν σ F ρσ = ΛF ΛT (1.2.48)
E ′i
F ′0i = = Λ0 0 Λi j F 0j + Λ0 j Λi 0 F j0 + Λ0 j Λi k F jk
c
= Λ0 0 Λi j − Λ0 j Λi 0 F 0j + Λ0 j Λi k F jk
i Ej
i i γ−1 2 vj v
= γδ j + γv vj 2 − γ 2
v c c
vj γ − 1 jk l
+γ δi k + v i vk 2 ǫ lB
c v
Ei v i vj E j vj
=γ − (γ − 1) 2 − γǫij l B l (1.2.49)
c v c c
F ′ij = ǫij k B ′k = Λi 0 Λj k F 0k + Λi k Λj 0 F k0 + Λi k Λj l F kl
20 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL
= Λi 0 Λj k − Λi k Λj 0 F 0k + Λi k Λj l F kl
i j k
v j i j γ−1 i v i jγ −1 E
= γ δ k + γv v vk 2
− γδ k − γv vk v 2
c cv c cv c
γ−1 γ − 1 kl
+ δi k + v i vk 2 δj l + v j vl 2 ǫ sBs
v v
i j
vj E i
v E
=γ − + ǫij s B s
c c c c
γ − 1 i jk
− 2 v ǫ s vk − v j ǫik s vk B s (1.2.51)
v
Dalla quale si ottiene
1 vi E j γ − 1 l i jk
B ′l = ǫl ij F ′ij = γǫl ij 2 + B l − ǫ ij v ǫ s vk B s (1.2.52)
2 c v2
Cioè nella scrittura tridimensionale
~ ~
v ∧ ~
v ∧ ~
B
B~′ = B ~ + γ ~v ∧ E − (γ − 1) . (1.2.53)
c2 v2
e
~ ′k
B ~k ,
=B
!
~
~ ′⊥
B =γ ~ ⊥ + ~v ∧ E
B . (1.2.55)
c2
Dove si è tenuto conto che ~v ∧ ~v ∧ B~ = −v 2 B
~ ⊥ . Si ottengono le trsformazioni
inverse delle (1.2.54) e (1.2.55) semplicemente facendo la sostituzione ~v → −~v .
Per capire meglio il significato delle precedenti consideriamo un osservatore
O′ che si muove con velocità ~v rispetto ad un osservatore O; l’osservatore O
vede un campo elettrico E(x)~ ~
e un campo magnetico B(x), dove abbiamo reso
esplicito il carattere locale dei campi. Se adesso ci mettiamo nel riferimento di
O′ vedremo il campo elettrico
~ ′ k (x′ )
E ~ k (x) = E
=E ~ k (Λ−1 x′ ) ,
~ ′ ⊥ (x′ )
E =γ E ~ ⊥ (x) + ~v ∧ B(x)
~ =γ E~ ⊥ (Λ−1 x′ ) + ~v ∧ B(Λ
~ −1 x′ ) .
(1.2.56)
1.2. COVARIANZA DEL CAMPO ELETTROMAGNETICO 21
Come abbiamo visto nei paragrafi precedenti la teoria di Maxwell è una teoria
relativistica e in questo ambito va necessariamente descritta. Da questo segue
22 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL
∂ µν
F = −µ0 j ν , (1.2.61)
∂xµ
mentre la seconda e terza (quelle senza sorgenti) si ottengono da
∂ ∂ ∂
µ
Fνρ + ρ Fµν + ν Fρµ = 0 . (1.2.62)
∂x ∂x ∂x
Osserviamo che se riscriviamo la (1.2.62) in termini del quadripotenziale Aµ
essa diventa una identità, cosa del resto ovvia perché le sue componenti sono
le soluzioni generali delle due equazioni di Maxwell rappresentate dalla (1.2.62)
stessa. Rivista però come relazione per il quadripotenziale questa esprime l’e-
sistenza della simmetria di gauge che qui si traduce nell’assenza di pozzi e
sorgenti per il campo B,~ cioè nell’assenza di cariche magnetiche (i monopoli).
La (1.2.62) può essere scritta in una forma più simile nell’aspetto alla (1.2.61).
Introduciamo a questo scopo il tensore duale di F µν definito da
∗ 1 µνρσ
F µν = ǫ Fρσ (1.2.63)
2
dove ǫµνρσ è un tensore invariante ed è il simbolo completamente antisimmetrico
a 4 indici (la generalizzazione a 4 dimensioni di ǫijk ). La (1.2.62) si riscrive come
∂ ∗ µν
F =0. (1.2.64)
∂xµ
δµρ λσ
∂ µν
F Fρν − F Fλσ = µ0 j ν Fνρ . (1.3.66)
∂xµ 4
Questa equazione, essendo una relazione tra tensori, è la stessa per tutti gli
osservatori inerziali e quindi può definire quantità fisicamente significative per-
chè ugualmente interpretabili. Separando la componente temporale da quelle
spaziali otteniamo quattro equazioni, ovvero
∂ ∂ kj 1 ∂ 1 ∂ kj
0j 0j
= µ0 j k Fk0
F F0j + F F0j − F F 0j − F Fkj
∂x0 ∂xk 2 ∂x0 4 ∂x0
∂ 0j
∂ kj ∂ k0 1 ∂ k0 1 ∂
kj
F Fij + F F ij + F F i0 − F Fk0 − F Fkj
∂x0 ∂xk ∂xk 2 ∂xi 4 ∂xi
= µ0 j k Fki , con i, j, k = 1, 2, 3
∂ ~ · J~ = 0
E +∇ (1.3.68)
∂t
1 1
con E = 2 ǫ0 E 2 + µ0 B
2 la densità di energia del campo elettromagnetico e
~ B ~
J~ = E∧
µ0 la densità di corrente corrispondente, ovvero il vettore di Pointing.
24 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL
~ ~!
c 1 E ∧B
cP µ ⇔ cE, J~ = ǫ0 E 2 + B 2 , (1.3.69)
2 µ0 µ0
µρ η µρ λσ
cµ0 T(e.m.) = F µν F ρ ν − F Fλσ (1.3.72)
4
Dove
1 i i
Z Z
i
P(e.m.) = d3 x E~ ∧B
~ = ǫ0 d3 x E~ ∧B
~ , i = 1, 2, 3 (1.3.75)
2
c µ0
1.4. MOMENTO ANGOLARE ASSOCIATO AL CAMPO ELETTROMAGNETICO25
Z Z
µ 1 3 2 1 2 3 ~ ∧B ~ = U, cP~(e.m.)
P(e.m.) ⇔ d x ǫ0 E + B , c d xǫ0 E
2 µ0
(1.3.76)
che è una quantità conservata in una regione in assenza di cariche. Il tensore
µρ
T(e.m.) definito in (1.3.72) è il tensore energia impulso (stress tensor) del campo
elettromagnetico ed è una corrente tensoriale conservata in assenza di cariche.
Quando sono presenti le cariche quelle che si conservano sono le quantità
totali, cioè i campi scambiano energia ed impulso con la materia in modo che
l’energia e l’impulso totali siano conservati¶ . Ovvero nel caso generale, se indi-
µν
chiamo con T(M ) il tensore energia impulso della materia (vedi appendice A),
vale la relazione
∂ µρ µρ
T(e.m.) + T(M ) = 0 . (1.3.77)
∂xµ
Confrontando con la (1.3.66) si ha la relazione fondamentale
∂ µν 1
µ
T(M ) = F νρ j ρ . (1.3.78)
∂x c
∂ µν ∂
xi µ
F Fνk − xk µ F µν Fνi = −µ0 (xi j ν Fνk − xk j ν Fνi ) . (1.4.80)
∂x ∂x
ovvero
µν ∂ 1 ∂ µν µν ∂ 1 ∂ µν
xi F Fkν − (Fµν F ) −xk F Fiν − (Fµν F ) = 0 .
∂xµ 4 ∂xk ∂xµ 4 ∂xi
(1.4.81)
Sottraendo la (1.4.80) dalla (1.4.81) (si tenga presente che Fνk = −Fkν e
analogamente per Fνi ) si ottiene
δµk δµi
∂ µν σρ ∂ µν σρ
xi µ F Fkν − Fσρ F − xk µ F Fiν − Fσρ F
∂x 4 ∂x 4
= µ0 (xi j ν Fνk − xk j ν Fνi ) . (1.4.82)
∂ i µk 1
k µi i ν k k ν i
x T(e.m.) − x T(e.m.) = x j Fν − x j Fν . (1.4.83)
∂xµ c
1
Z Z
∂ µk k µi
d3 x xi j ν Fν k − xk j ν Fν i = − d3 x µ xi T(M ) − x T(M )
c Σest Σest ∂x
Separando adesso, tra gli indici sommati, quello temporale da quelli spaziali, il
secondo membro della precedente diventa
Z Z
3 ∂ i µk k µi ∂
d x µ x T(M ) − x T(M ) = d3 x 0 xi T(M0k k 0i
) − x T(M )
Σest ∂x Σest ∂x
Z Z
∂ ∂ i 0k
+ d3 x l xi T(M
lk
) − x k li
T(M ) = d3
x x T(M ) − x k 0i
T(M ) .
Σest ∂x Σest ∂x0
1.4. MOMENTO ANGOLARE ASSOCIATO AL CAMPO ELETTROMAGNETICO27
Infatti, poiché sul bordo di Σest non ci sono cariche, per il teorema di Gauss
si annulla il contributo della divergenza spaziale. La quantità xi T(M
0k − xk T 0i
) (M )
è la densità di momento angolare delle cariche; indicando quindi con M(M ik le
)
componenti del momento angolare delle cariche contenute in tutto il volume
Σest, si ha Z d ik
d3 x xi j ν Fν k − xk j ν Fν i = − M(M ) . (1.4.84)
Σest dt
Torniamo adesso alla (1.4.83) e consideriamone l’integrale sul volume Σest del
primo membro, ovvero
Z Z
3 ∂ i µk k µi ∂
d x µ x T(e.m.) − x T(e.m.) = d3 x 0 xi T(e.m.)
0k
− xk T(e.m.)
0i
Σest ∂x Σest ∂x
Z Z
∂ ∂
+ d3 x l xi T(e.m.)
lk
− xk T(e.m.)
li
= d3 x 0 xi T(e.m.)
0k
− xk T(e.m.)
0i
∂x ∂x
ZΣest
Σest
+ xi T(e.m.)
lk
− xk T(e.m.)
li
dσl . (1.4.85)
∂Σest
Poiché
Z Z
i lk k li
x T(e.m.) − x T(e.m.) dσl = − xi T(e.m.)
lk
− xk T(e.m.)
li
dσl
∂Σest ∂Σint
(1.4.86)
d ik
si ha che la diminuizione del momento angolare delle cariche in Σest − dt M(M )
è uguale all’aumento del momento angolare del campo elettromagnetico nella
stessa regione
Z
∂ d ik
c d3 x 0 xi T(e.m.)
0k
− xk T(e.m.)
0i
= M(e.m.)
Σest ∂x dt
Mµik µki i µk k µi
(e.m.) = −M(e.m.) = x T(e.m.) − x T(e.m.) (1.4.87)
∂
Mµik = 0 . (1.4.88)
∂xµ (e.m.)
28 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL
Capitolo 2
Campi prodotti da
distribuzioni di cariche
Cme primo esempio consideriamo una regione dello spazio dove non sono pre-
senti cariche (ρ = J~ = 0). In questo caso conviene sceglire la gauge di radiazione
~ ·A
ovvero i vincoli ∇ ~ = 0 e φ = 0. Risolto il vincolo il sistema (1.1.9) si riduce
all’altro
1 ∂2
2
− ∇x A(~ ~ x, t) = 0 ,
c2 ∂t2
~ x · A(~
∇ ~ x, t) = 0 ,
φ(~x, t) = 0 . (2.1.1)
~ x, t) = − ∂ A(~
E(~ ~ x, t) , ~ x, t) = ∇
B(~ ~ x ∧ A(~
~ x, t) . (2.1.2)
∂t
29
30 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE
Per trovare la soluzione generale possiamo procedere nel modo seguente: scelta
una direzione arbitraria, indicata dal versore ~n la prima equazione delle (2.1.1)
può essere riscritta come
1 ∂2
2 ~ x, t) = ~
n ∂ ~x ~
n ∂ ~ x A(~
~ x, t) = 0 .
− ∇x A(~ +∇ −∇ (2.1.3)
c2 ∂t2 c ∂t c ∂t
Avremo allora
!
ni ∂ ~ i 1 ∂~η ~ 1 ∂ ζ~ ~ ~ ′ (~η, ζ)
~ = ∇i + ∇i A
~ ′ (~η , ζ)
~
A(~x, t) =n · ∇η + · ∇ζ A η ζ
c ∂t c ∂t c ∂t
~ x, t)
∇ix A(~ ~ η + ∇i ζ~ · ∇
= ∇ix ~η · ∇ ~ζ A ~ ′ (~η , ζ)
~ = ∇i − ∇i A ~ ′ (~η , ζ)
~ .
x η ζ
(2.1.5)
~η·∇
∇ ~ ′ (~η , ζ)
~ ζA ~ =0, (2.1.6)
~ ′ (~η, ζ)
A ~ =A
~ ′ 1 (~η) + A
~ ′ 2 (ζ)
~ ,
~ x, t) = A
A(~ ~ 1 (~nct + ~x) + A
~ 2 (~nct − ~x) (2.1.7)
∇ ~ (~nct − ~x) = − ~n ∂ A
~x·A ~ (~nct − ~x) = ~n · E(~
~ x, t) = 0 (2.1.8)
c ∂t c
2.1. SOLUZIONI DELL’EQUAZIONI DI MAXWELL NELLO SPAZIO 31
~ x, t) = ∇
B(~ ~ (~nct − ~x) = − ~n ∧ ∂ A
~x∧A ~ (~nct − ~x) = ~n ∧ E(~
~ x, t) (2.1.9)
c ∂t c
Z Z
µ ~ 3 2 3 2
P(e.m.) ⇔ U, cP(e.m.) = ǫ0 d xE , ǫ0 ~n d xE (2.1.11)
da cui segue
Z 2 Z 2
µ
P(e.m.) P(e.m.)µ = −ǫ20 3
d xE 2
+ ǫ20 3
d xE 2
=0. (2.1.12)
Come deve essere per un segnale che si propaga alla velocità della luce nel
vuoto.
32 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE
d3 k i~k·~x ~ ~
Z
~ x) =
A(~ e Ã(k) (2.1.14)
(2π)3
~ ~k) = 0 , e ~k · Ã(
k2 Ã( ~ ~k) = 0 . (2.1.15)
Dalla prima segue che Ã( ~ ~k) può essere diverso da zero solo quando il modulo
di ~k è nullo, cioè ha supporto solo in un punto ed essendo per k2 = 0 non
dipende dalla direzione di ~k. Dalla seconda segue che Ã( ~ ~k) è ortogonale a ~k,
ma poiché non dipende dalla direzione di ~k, l’unica soluzione è Ã( ~ ~k) = 0 e,
~ x) = 0.
dalla invertibilità della trasformata di Fourier, anche A(~
Riguardo alla prima equazione di (2.1.13), definendo in modo analogo la tra-
sformata di Fourier
d3 k i~k·~x ~
Z
φ(~x) = e φ̃(k) , (2.1.16)
(2π)3
e, ricordando la rappresentazione integrale della delta di Dirac
d3 k i~k·~x
Z
3
δ (~x) = e , (2.1.17)
(2π)3
otteniamo la soluzione
q
φ̃(~k) = (2.1.18)
ǫ0 k 2
2.1. SOLUZIONI DELL’EQUAZIONI DI MAXWELL NELLO SPAZIO 33
~
d3 k eik·~x
Z
q
φ(~x) = . (2.1.19)
ǫ0 (2π)3 k2
Allo scopo di fare l’integrale conviene usare le coordinate polari prendendo come
asse di riferimento il vettore di posizione ~x = ~r. Si ha
Z ∞ Z 1 Z 2π
q
φ(~x) = dk d cos θ dϕeikr cos θ
ǫ0 (2π)3 0 −1 0
Z ∞
2q sin kr
= dk , (2.1.20)
ǫ0 (2π)2 0 kr
ma
∞
sin kr
Z
π
dk = (2.1.21)
0 kr 2r
e finalmente
1 q
φ(~x) = . (2.1.22)
4πǫ0 r
Cioè il potenziale coulombiano della carica puntiforme.
I campi E ~ eB~ per l’osservatore K saranno
~ ~ x) = q ~r
E(x) = −∇φ(~ ,
4πǫ0 r 3
~
B(x) =0. (2.1.23)
(2.1.24)
e
~ ′ k (x′ )
B =0,
~ ′ ⊥ (x′ )
~ ⊥ (Λ−1 x′ )
~v ∧ E q γ~v ∧ x~′ ⊥
B =γ 2
= !3 .
c 4πǫ0 c2 r 2 2
γ 2 x~′ k − ~v t′ + x~′ ⊥
(2.1.25)
34 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE
~ ′ e ~v si ha anche
Introducendo l’angolo θ tra R
2 2
x~′ k − ~v t′ = R′2 cos2 θ , e x~′ ⊥ = R′2 sin2 θ . (2.1.27)
1
E, ricordando che γ = (1 − β 2 )− 2 , possiamo scrivere
~ ′ ⊥ (x′ ) q 1 − β2 ~v ∧ ~n⊥
B = 2 ′2 3 (2.1.29)
4πǫ0 c R 1 − β 2 sin2 θ 2
1 ∂2
∂ ∂
2 2
2
− ∇ Aµ (x) = −η ρσ ρ σ Aµ (x) = µ0 j µ (x) ,
c ∂t ∂x ∂x
∂
Aµ (x) =0. (2.1.30)
∂xµ
Anche in questo caso è utile usare il metodo delle trasformate
di Fourier.
µ ω ~
Introdotto allora il quadrivettore numero d’onde k = c , k definiamo le
trasformate di Fourier in 4 dimensioni
d4 k ikν xν µ
Z
µ
A (x) = e à (k) ,
(2π)4
d4 k ikν xν µ
Z
µ
j (x) = e j̃ (k) , (2.1.31)
(2π)4
d4 k ikν xν
Z
ρ µ µ
e kρ k à (k) − µ 0 j̃ (k) =0. (2.1.32)
(2π)4
j̃ µ (k)
õ (k) = µ0 . (2.1.33)
kρ kρ
d4 k ikν xν j̃ µ (k)
Z
µ
A (x) = µ0 e . (2.1.34)
(2π)4 kρ kρ
2 2
Ma la (2.1.34) è una scrittura formale, infatti è kρ kρ = − ωc2 + ~k e l’integrale
a secondo membro non è definito a causa di una singolarità sul cammino di
integrazione. Per dare un significato alla (2.1.34) possiamo ragionare nel modo
seguente: La trasformata di Fourier di una funzione a valori reali di variabile
reale è una funzione a valori complessi di variabile complessa, ovvero (2.1.33)
va pensata come 4 funzioni a valori complessi definite sul piano complesso. In
(2.1.34) i cammini di integrazione sono sull’asse reale e si può pensare di definire
l’integrale tramite limiti verso i reali della funzione integranda. Tali limiti però,
a causa della singolarità, dipendono dalla procedure seguita per farli (siamo sul
36 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE
piano complesso e i percorsi lungo i quali fare i limiti sono infiniti). La (2.1.34)
sarà allora definibile se le richieste imposte dalla fisica fissano in modo non
ambiguo la procedura di limite.
Per procedere praticamente lungo il percorso prima descritto, conviene isolare
meglio la singolarità. A questo scopo scriviamo in (2.1.34) le quantità j̃ µ (k) e
1
kρ k ρ tramite le trasformate inverse, cioè
1
Z
ν
= d4 ze−ikν z G(z) (2.1.35)
kρ kρ
e Z
µ ν
j̃ (k) = d4 ye−ikν y j µ (y) . (2.1.36)
d4 k ikν (x−z−y)ν
Z Z Z
Aµ (x) = µ0 d4 z d4 y e G(z)j µ (y) . (2.1.37)
(2π)4
+∞
1 d3 k i~k·(~x−~y ) dω e−iω(t−τ )
Z Z
G(x − y) = − e (2.1.41)
c (2π)3 −∞ 2π ω22 − |~k|2
c
∗
L’operazione di scambiare gli integrali in questo caso è lecita perché stiamo conside-
rando funzioni generalizzate, cioè abbiamo esteso lo spazio delle funzioni alle distribuzioni
introducendo la δ di Dirac
2.1. SOLUZIONI DELL’EQUAZIONI DI MAXWELL NELLO SPAZIO 37
Quindi
+∞
d3 k i~k·(~x−~y) e−iω(t−τ )
Z Z
dω
G(x − y) = −c lim e
(2π)3
σ→0 −∞ 2π ω + iσ + c|~k| ω + iσ − c|~k|
(2.1.43)
dove
1 per t > τ
Y (t − τ ) = (2.1.45)
0 per t < τ
Cioè G(x − y) ha supporto solo per t − τ > 0. Come si vede dalla (2.1.39) τ
è il tempo della sorgente j µ mentre t è quello del potenziale Aµ , la condizione
38 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE
sul supporto di G(x − y) indica che una variazione nella sorgente al tempo τ
è risentita nel potenziale al tempo t successivo, cioè è rispettata la successione
causale (causa effetto). Se avessimo scelto σ < 0 avremmo avuto la situazione
opposta, cioè la causa avrebbe seguito l’effetto (t − τ < 0). Quindi la causalità
fissa in modo non ambiguo la procedura di limite.
Per proseguire nel calcolo passiamo alle coordinate polari prendendo come asse
di riferimento il vettore ~x − ~y e in oltre per alleggerire la scrittura poniamo
|~k| = ρ. La (2.1.44) è quindi riscritta nella forma
Y (t − τ ) ∞
Z Z 1 Z 2π
G(x − y) = ρdρ d cos θ dϕeiρ|~x−~y| cos θ sin cρ(t − τ )
(2π)3 0 −1 0
2Y (t − τ ) ∞ sin ρ|~x − ~y|
Z
= dρ sin cρ(t − τ )
(2π)2 0 |~x − ~y|
(Z
+∞
Y (t − τ ) eiρ(|~x−~y|−c(t−τ )) + e−iρ(|~x−~y|−c(t−τ ))
= 2
dρ
(2π) |~x − ~y | −∞ 4
Z +∞ )
eiρ(|~x−~y|+c(t−τ )) + e−iρ(|~x−~y|+c(t−τ ))
− dρ
−∞ 4
Y (t − τ ) δ (|~x − ~y| − c(t − τ )) − δ (|~x − ~y | + c(t − τ ))
= .
4π |~x − ~y |
(2.1.46)
dove si vede che il contributo al campo Aµ (x) nel punto xν ≡ (ct, ~x) è dovuto
al valore della corrente j µ (y) nel punto y ν ≡ (ct − |~x − ~y |, ~y ), cioè fra causa
ed effetto c’è un ritardo uguale al tempo che la luce impiega a percorrere la
distanza |~x − ~y|. La (2.1.48) va sotto il nome di potenziale ritardato di Liénard-
Wiechert.
Naturalmente alla (2.1.48) può essere aggiunta una soluzione dell’equazione
omogenea, ma questa corrisponde a campi che non sono prodotti dalla sorgente
j µ , ma che sono presenti indipendentemente da questa.
2.2. CAMPO DI IRRAGGIAMENTO 39
Nei paragrafi che seguono ci poniamo il problema di studiare più nel dettaglio
i campi prodotti da carice in movimento. Tali campi, nelle regioni dove non
sono presenti le cariche che gli generano, dovranno presentare le caratteristiche
generali che abbiamo già visto in sezione. 2.1.1. Qui entreremo più nel dettaglio
e studieremo anche gli aspetti che sono legati alla sorgente.
R t− |~x−~
yi |
µ 3 c ~
y i = c
dτ~v (~yi (τ )) .
j (~y , t) ≡ qδ (~y − ~
yi ) , con 0
~v (~yi , ti )
ti = t − c |~x−~yi |
(2.2.49)
Come si vede si ha a che fare con una espressione terribilmente implicita; ti
dipende da ~ yi che a sua volta dipende ancora da ti nonché, in modo integra-
le, dalla traiettoria della particella. Allo scopo di arrivare ad una scrittura
compatta per la (2.1.48) itroduciamo il quadrivettore ritardato definito da
~ x, t) µ0 q ~vc
A(~ = . (2.2.55)
~
4π R − ~v · R
c
~ eB
Per i campi E ~ è allora
~ x, t) ∂ ~ ~ x φ(~x, t) ,
E(~ =− A(~x, t) − ∇
∂t
~ x, t)
B(~ ~ x ∧ A(~
=∇ ~ x, t) . (2.2.56)
~ x, t) = A(~
Poiché è A(~ ~ x, ti (t, ~x)) e φ(~x, t) = φ(~x, ti (t, ~x)) le (2.2.56) si riscrivono
tempo fissato.
In accordo con quanto visto nella sezione precedente, ci aspettiamo che il contri-
buto ai campi sia prevalentemente quello di irraggiamento fino a restare l’unico
rilevabile. In conseguenza a questo, dal momento che dovremo ritrovare le
caratteristiche viste in sezione 2.1.1, ci aspettiamo anche che il potenziale sca-
lare φ, in questa situazione, perda importanza perché la gauge di radiazione
descriveva i gradi di libertà fisici.
Entrando adesso più nel dettaglio, tenuto conto che per la linearità delle
equazioni di Maxwell vale un principio di sovrapposizione, possiamo ragionare
su una sola carica generica, salvo poi sommare i contributi di tutte le cariche.
Prendendo come riferimento la fig.2.4, indichiamo con ~r il vettore di posizione
della singola carica. Nell’approsimazione considerata, per la quale è r = |~r| ≪
~ = R, possiamo pensare ad uno sviluppo nel parametro r ≪ 1. Nel caso
|R| R
considerato la seconda equazione delle (2.2.59) diventa
~
B( ~ t) = 1 R − ~r ∧ E(
~ R, ~ R,
~ t) (2.2.61)
c R
~ − ~r
Ovvero
1 ~ − ~r
~ R,
B( ~ t) = q
R
∧ E( ~ t) = 1 ~n ∧ E(
~ R, ~ t) − 1 ~r ∧ E(
~ R, ~ R,
~ t)
c ~ r
R·~ r2 c cR
R 1 − 2 R2 + R2
1 ~r ~ ~ 1 ~r ~r ~ R,
~ t) + ...
+ ~n · ~n ∧ E(R, t) − ~n · ∧ E( (2.2.62)
c R c R R
R ~
Dove si è indicato con ~n = R il versore della congiungente il centro della
distribuzione di cariche con il punto di rilevazione del campo (vedi fig.2.4).
Quindi per r ≪ R avremo con buona approssimazione
B( ~ t) ∼ 1 ~n ∧ E(
~ R, ~ R,
~ t) . (2.2.63)
c
B( ~ t) ∼ − 1 ~n ∧ ∂ A(
~ R, ~ t) − 1 ~n ∧ ∇
~ R, ~ t) = − 1 ~n ∧ ∂ A(
~ R φ(R, ~ R,
~ t) . (2.2.64)
c ∂t c c ∂t
~ R = 0 perché ~n e ∇
Infatti è ~n ∧ ∇ ~ R hanno la stessa direzione.
2.2. CAMPO DI IRRAGGIAMENTO 43
2 !
2 r 2 − (~n · ~r)2
~
r
~ − ~r = R 1 − ~n · + 1 r 1 ~
r
R 2
− ~n · + ... = R−~n·~r+ +...
R 2R 2 R 2R
(2.2.67)
Quindi i primi termini dello sviluppo della (2.2.66) sono
Z Z
A( ~ t) = µ0
~ R, d r J~ ~r, t −
3 R
+
µ 0 ∂
d r(~n · ~r)J~ ~r, t −
3 R
+ ...
4πR c 4πR c∂t c
(2.2.68)
~
Supponiamo adesso che la corrente J sia prodotta da N particelle puntiformi,
che per semplicità consideriamo tutte della stessa carica q, avremo quindi
N N
d~rm (t′ )
~ R X
3 R d~rm X
J ~r, t − =q δ ~r − ~rm t − =q δ3 ~r − ~rm (t′ ) ,
c c dt dt′
m=1 m=1
(2.2.69)
R
dove ~rm t − c è il vettore di posizione della particella m-esima al tempo
t − Rc = t′ . Sostituendo in (2.2.68) otteniamo
N N
~ t) = µ0 q
~ R,
X d~rm (t′ ) µ0 q d X ′ d~rm (t′ )
A( + (~
n · ~
r m (t )) + ... (2.2.70)
4πR dt′ 4πR cdt′ dt′
m=1 m=1
N
X
~ ′) = q
d(t ~rm (t′ ) (2.2.71)
m=1
N
X
Dij = q i j 2 ij
3rm rm − rm δ (2.2.73)
m=1
e il dipolo magnetico
N N
q X i j k q X
M =i
ǫ jk rm vm = (~rm ∧ ~vm )i . (2.2.74)
2 2
m=1 m=1
′
Tornando adesso a considerare la (2.2.70) riscriviamo il termine (~n·~rm (t′ )) d~rm (t )
dt′
nella forma
d~rm (t′ ) 1 d
(~n · ~rm (t′ )) = (~n · ~rm (t′ ))~vm (t′ ) = (~n · ~rm (t′ ))~rm
dt ′ 2 dt ′
1
+ (~n · ~rm (t′ ))~vm (t′ ) − (~n · ~vm (t′ ))~rm (t′ ) .
2
2.2. CAMPO DI IRRAGGIAMENTO 45
i j
PN
Cioè la sottrazione della traccia al tensore m=1 rm rm equivale a fare una
trasformazione di gauge per A. ~ Quindi possiamo sottrarre la traccia senza
nessuna conseguenza sulla fisica e riscriviamo i primi due termini dello sviluppo
in multipoli di (2.2.70) nella forma
2 i
~ t) = µ0 d di + µ0 d Dij nj + µ0 d M
Ai (R, ~ ∧ ~n + ... (2.2.76)
4πR dt′ 24πcR dt′2 4πcR dt′
Notiamo anche che a questo ordine dello sviluppo si può sostituire la derivata
rispetto a t′ con la derivata rispetto a t, infatti t′ = t − Rc e R non dipende
da t. Definendo D i = D ij nj e scrivendo la derivata rispetto a t con un punto
sopra la funzione derivata (n punti per la derivata n-esima) si ha la scrittura
più compatta
~ t) = µ0 d~˙ + µ0 D
~ R,
A( ~¨ + µ0 M~˙ ∧ ~n + ... (2.2.77)
4πR 24πcR 4πcR
Vogliamo adesso fare una stima della potenza irraggiata da un sistema di cari-
che e studiarne la relativa distribuzione angolare.
Per il campo di irraggiamento la conservazione dell’energia è espressa dall’equa-
zione di continuità (1.3.68) dove la densità di corrente J~ è il vettore di Pointing
~ B
E∧ ~
µ0 . Dalla (2.2.63) si ha anche
~ ∧B
E ~ 1 ~
~n ~
1
~
J = = E∧ ∧E = ~nE 2 (2.2.79)
µ0 µ0 c µ0 c
~ = 0 (vedi (2.2.60)).
Dove si è tenuto conto anche che ~n · E
In particolare la potenza irraggiata nell’unità di angolo solido è allora
1 2 2
dI = J~ · d~σ = J~ R2 d cos θdϕ = E R d cos θdϕ (2.2.80)
µ0 c
1 ¨~ 2 1 ¨~ 2
+ 2 M − 2 M · ~n ~n + ... (2.2.81)
c c
¨
Tanto per fissare le idee supponiamo che d~ abbia la stessa direzione di d.
~
Indicando con un vettore la quantità
2 2
dId µ0 ¨~ ¨~
= d − d · ~n (2.2.82)
dΩ(θ) 16π 2 c
d~ =0,
a2
~ 2 1 1
D ≡ q (1 + sin ωt) sin θ cos ϕ, sin θ sin ϕ, − cos θ
2 2 2
~
M =0. (2.2.83)
... 2 ... 2
" #
dID µ0 ~ ~ ·~n
= D − D
dΩ(θ) 576π 2 c3
µ0 q 2 a4 ω 6
= (2 sin 2ωt + cos ωt)2 sin2 θ cos2 θ . (2.2.84)
256π 2 c3
La sua distribuzione angolare (ancora una sezione indipendente da ϕ a causa
della simmetria assiale delle cariche) è rappresentata in fig.2.8
moto che è la composizione ortogonale di due moti armonici della stessa am-
piezza, ma di pulsazione una doppia dell’altra. Il momento di dipolo magnetico
associato a questa configurazione di cariche è
~ ≡ q 0, 0, −2a2 ω sin3 ωt
M (2.2.85)
2
Dove si è considerato d~ = q~a cos ωt con |~a| = a diretto lungo l’asse z. Le paren-
tesi <> stanno ad indicare la media sul tempo e sugli angoli. Per l’emissione
50 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE
~ = R~n .
R (2.3.89)
~ R,
~ t) 1 ~ R,
~ t) .
B( = ~n ∧ E( (2.3.90)
c
1 2 2
dI = E R dΩ(θ, ϕ) (2.3.91)
µ0 c
avremo
˙ 2
2 ~
˙ ˙
~ β~ · β)
~ ~˙ 1−β 2 ~n · β
q2
µ0 2(~n · β)(
r
dI β
= 5 + 4 − 6 (t′ ) .
dΩ 16π 2 ǫ0
1 − ~n · β ~ ~
1 − ~n · β 1 − ~n · β~
(2.3.92)
1 2
Z Z
dt ′ 2 ′
dE(~n) = dtdI(t) = R dΩ dt E (t )
µ0 c dt′
1 2
Z
= ~ E 2 (t′ )
R dΩ dt′ 1 − ~n · β (2.3.93)
µ0 c
Supponiamo adesso che una particella carica accelerata si muova con una velo-
cità molto vicina a c (β ∼ 1). Riscriviamo la quantità che si trova a denomina-
tore della (2.3.92) come 1 − ~n · β~ = 1 − β cos θ dove θ è l’angolo tra le direzioni
di ~n e la velocità della particella (vedi fig.2.10). Sotto queste condizioni il va-
lore massimo dell’irraggiamento si ha per valori piccoli di θ e quanto più β è
prossimo ad 1 tanto più piccola è la regione intorno allo 0 per i valori di θ per
i quali si ha il massimo dell’irraggiamento. Fuori da questa regione la potenza
irraggiata è del tutto trascurabile. Cioè una particella carica accelerata molto
p
veloce irradia solo in avanti all’interno di un cono di ampiezza ∆θ ∼ 1 − β 2 .
Osserviamo anche che, quando la velocità e l’accelerazione sono arbitrarie, vi
sono sempre due direzioni dove l’intensità di irraggiamento si annulla. Queste
direzioni corrispondono a quelle per le quali il vettore ~n − β ~ è parallelo a dβ~′ nel
dt
qual caso si annulla il numeratore della prima delle (2.3.90).
Nei paragrafi successivi consideriamo, come esempio, due casi specifici.
52 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE
~˙
h i
q ~
n ∧ ~
n ∧ β
~ R,
E( ~ t) = 3 ,
4πǫ0 cR
~
1 − ~n · β
q ~˙ ∧ ~n
β
~ R,
B( ~ t) = 3 (2.3.94)
4πǫ0 c2 R
1 − ~n · β~
q2 µ0 β̇ 2 sin2 θ
r
dI
= . (2.3.95)
dΩ 16π 2 ǫ0 (1 − β cos θ)6
55
56CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL
~ = 1 B
~ = ǫ0 E
D ~ + P~ , H ~ −M ~ (3.1.2)
µ0
P~ e M
~ sono rispettivamente la densità di polarizzazione elettrica e la magnetiz-
zazione (cioè il momento di dipolo elettrico e di dipolo magnetico per unità di
volume). Sia P~ che M ~ dipendono dal materiale e le loro equazioni costitutive
non sono deducibili a partire da modelli di fisica classica perché, come è già
stato osservato, i fenomeni quantistici sono rilevanti per le proprietà elettriche
e magnetiche dei vari materiali. In generale si hanno delle equazioni costitutive
fenomenologiche e per un generico materiale si avrà
~ j ,
P i = ǫ0 χi j (E)E ~
M i = µ0 mi j (H)H j
, con i, j = 1, 2, 3 . (3.1.3)
~ eH
Se i campi E ~ sono deboli (qui il concetto di debole è relativo al materiale
considerato) nei tensori χi j e mi j può essere trascurata la dipendenza da tali
campi. In oltre se il materiale è anche isotropo si ha
χi j = δ i j χ , mi j = δ i j m . (3.1.4)
∇ ~ = ρ , ∇
~ ·E ~ ∧E~ =0,
ǫ0
~ ·B
∇ ~ =0, ∇ ~ ∧H~ =0. (3.2.6)
~ = −∇φ
Dalla seconda delle precedenti si ricava E ~ e quindi si ha l’equazione di
Poisson ( o di Laplace inomogenea)
ρ
∇2 φ = − . (3.2.7)
ǫ0
Le dimostrazioni delle proprietà a), b), c) sono banali e sono lasciate come utile
esercizio.
Vi è in oltre un’altra proprietà importante per il potenziale φ di un cam-
po elettrostatico. Il potenziale φ può avere massimi o minimi solo sui bordi
del campo (ovvero sulle superfici dei conduttori), questa è una proprietà che
segue per le funzioni armoniche (come appunto è il potenziale elettrostatico).
58CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL
~ <0.
~n · ∇φ
Ma è anche ∇2 φ = 0 e quindi
Z Z
~
∇φ · ~ndσ = ∇2 φdV = 0
∂Σ Σ
che è irrilevante per il campo fisico), restano quindi solo i contributi dovuti alle
superfici dei conduttori. Numerando col pedice a i singoli conduttori possiamo
scrivere
N
[ \
∂Σest − ∂Σ∞ = ∂Σ−
a , con ∂Σ−
a ∂Σ−
b =∅
a
per tutte le coppie a, b = 1, 2, ..., N . (3.2.10)
Figura 3.1: Carica davanti a un piano conduttore: col piano a terra a) e col
piano isolato b)
Cominciamo a considerare il caso del piano messo a terra (caso a)). La superfice
del conduttore (del quale trascuriamo lo spessore) è, dal punto di vista elettri-
co, una superfice equipotenziale che possiamo ottenere come appartenente al
potenziale dovuto all’effetto di due cariche, quella reale +q e quella immagine
−q poste in modo simmetrico (speculare) rispetto al piano. Data l’unicità della
soluzione dell’eq.(3.2.7) tale potenziale è definito in modo univoco. Nel detta-
glio sarà, prendendo come origine del sistema di riferimento il punto del piano
comune alla congiungente le due cariche,
!
q 1 1
φ(P ) = p −p
4πǫ0 x2 + y 2 + (z − l)2 x2 + y 2 + (z + l)2
con P ≡ (x, y, z) . (3.2.13)
∂ 1 ql
σ = − ǫ0 φ(P ) =− . (3.2.14)
∂z z=0+ 2π (x2 + y 2 + l2 ) 32
q2
f~ = − ~n . (3.2.15)
16πǫ0 l2
3.2. ELETTROSTATICA DEI CONDUTTORI 61
Si osservi anche che è φ(P )|z=0+ = 0, cioè si è scelto il potensiale di terra uguale
a zero.
Se il piano conduttore è isolato (caso b) di fig.3.1) la carica totale sul conduttore
deve essere nulla. In questo caso basta osservare che le cariche che devono
apparire sull’altra faccia del conduttore possono essere viste come le cariche
indotte dalla carica immagine del problema appena trattato. Siamo quindi
in una situazione esattamente speculare dove la carica reale è scambiata con
la sua immagine. In questo caso il potenziale del conduttore resta definito a
meno di una costante (non c’è più il riferimento a terra), mentre per la densità
superficiale di carica dobbiamo considerare le due facce del conduttore e si ha
ql
∂ 1
σR = − ǫ0 ∂z φ(P ; q) z=0+
= − 2π 3
(x2 +y 2 +l2 ) 2
∂ 1 ql (3.2.16)
σL =− ǫ0 ∂z φ(P ; −q) z=0− = 2π (x2 +y 2 +l2 ) 32
Mentre non cambia la forza con la quale il piano attrae la carica (infatti se
il piano conduttore è pensato infinitamente esteso i campi elettrici nei due
semispazi sono del tutto indipendenti).
Il secondo caso che consideriamo è quello di un conduttore sferico di raggio R
ed una carica puntiforme q ad una distanza dal centro della sfera > R; anche
in questo caso consideriamo il conduttore messo a terra oppure isolato (vedi
fig.3.2).
Figura 3.2: Carica davanti ad una sfera conduttrice: con sfera a terra a) e con
sfera isolata b)
Poiché la superfice del conduttore è allo stesso potenziale in tutti i punti è anche
(vedi fig.3.2 a) )
q q′ q q′
− = − =0
l − R R − l′ l + R R + l′
Dalle quali si ottiene
2
2 ′ q l
R = ll , ′
= ′ , (3.2.18)
q l
ovvero anche
R2 R
, q′ = q .
l′ = (3.2.19)
l l
Possiamo quindi riscrivere la (3.2.17) nella forma
q 1 R
φ(r0 ) = − . (3.2.20)
4πǫ0 r lr ′
Vista la simmetria del problema conviene passare alle coordinate polari, pren-
dendo come asse z la retta contenente la congiungente delle cariche q, q ′ . Indi-
cando con θ l’angolo tra OB e OP avremo
!
q 1 R
φ(r0 ) = p − p . (3.2.21)
4πǫ0 r02 + l2 − 2r0 l cos θ l r02 + l′2 − 2r0 l′ cos θ
Figura 3.3: Densità di carica superficiale della sfera messa a terra in una scala
arbitraria
1 q 2 Rl
f~ = − ~n (3.2.23)
4πǫ0 (l2 − R2 )2
Nel caso in cui la sfera sia isolata la carica totale sul conduttore deve essere
nulla. Se aggiungiamo ancora una carica virtuale +q ′ al centro della sfera, la
carica totale del conduttore diventa nulla e la superfice della sfera resta una
superfice equipotenziale. Il potenziale diventa
q q′ q′
1 q 1 R R
φ(r0 ) = − ′+ = − +
4πǫ0 r r r0 4πǫ0 r lr ′ lr0
!
q 1 R R
= p − p 2 + .
4πǫ0 2
r0 + l − 2r0 l cos θ l r0 + l − 2r0 l cos θ lr0
2 ′2 ′
(3.2.25)
Come ci aspettiamo il potenziale sulla superfice della sfera non è più nullo (il
conduttore non è a terra), in particolare è
q
φ(R) = (3.2.26)
4πǫ0 l
64CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL
l R
q 1− R cos θ R 1 − cos θ l R
σ(θ) =
4πR2
3 − 3 + l
l2 2 2 2
1+ R2
− 2 Rl cos θ l 1 + Rl2 − 2 Rl cos θ
(3.2.27)
Figura 3.4: Densità di carica superficiale della sfera isolata in una scala
arbitraria
q′q q 2 R3
1 1 1
U = φsf era q = − =− (3.2.28)
2 8πǫ0 l l − l′ 8πǫ0 l2 (l2 − R2 )
2 R3 2l2 − R2
1 q
f~ = −∇
~ lU = − ~n , (3.2.29)
4πǫ0 l3 (l2 − R2 )2
~ =∇
E ~ ∧A
~, ~ = −∇φ
E ~ . (3.2.30)
w = φ − iA (3.2.32)
dw ∂φ ∂A ∂φ ∂A
= −i = − = −Ex + iEy . (3.2.33)
dz ∂x ∂x ∂iy ∂y
Le linee di forza del campo E ~ sono quelle per cui vale E~ ∧ d~l = 0 dove
d~l è il versore tangente alla linea di forza, ovvero −Ey dx + Ex dy = 0, o,
equivalentemente
∂A ∂A
−Ey dx + Ex dy = dx + dy = dA = 0 . (3.2.35)
∂x ∂y
Le linee φ = cost corrispondono alle superfici equipotenziali (che qui sono delle
linee). L’ortogonalità tra le due famiglie di curve è garantita dalle (3.2.31).
Infatti
∂φ ∂A ∂φ ∂A ∂φ ∂φ ∂φ ∂φ
+ = − =0. (3.2.37)
∂x ∂x ∂y ∂y ∂x ∂y ∂y ∂x
Si osservi che è del tutto indipendente prendere come potenziale complesso la
quantità w′ = iw = A + iφ. In questo caso le linee di forza del campo elettrico
saranno date Rew′ = cost che corrisponde ancora alle linee A = cost e anche le
linee equipotenziali da quelle φ = cost.
Il flusso dell’intensità del campo elettrico attraverso un tratto di linea equipo-
tenziale è dato dall’integrale
Z Z Z
∂φ ∂A
En dl = − dl = dl = A2 − A1 (3.2.38)
∂n ∂l
Dove A1 e A2 sono i valori del campo A agli estrmi del tratto di linea l ed n
indica la direzione della normale a tale linea. Se l’integrale è esteso ad una linea
chiusa C si ha
q
∆C A = . (3.2.39)
ǫ0
∆C A indica la variazione di A lungo il circuito chiuso C e q è la carica totale
ρ
∇2 φ = (3.3.42)
ǫ0
∇2 φ = 0 . (3.3.43)
Cioè l’effetto della distribuzione di cariche, descritta dalla densità ρ, viene intro-
dotto assegnando il valore del potenziale sulle superfici dei conduttori, cioè, da
un punto di vista matematico, il problema è riportato allo studio dei problemi
al contorno dell’equazione di Laplace. Quando le condizioni al contorno sono
riferite ad un dominio compatto, cioè si cercano soluzioni che hanno un suppor-
to compatto l’operatore di Laplace ∇2 gode di notevoli proprietà e su queste
proprietà è basato il metodo per risolvere il problema al contorno. Ricordiamo
qui brevemente tali proprietà.
∂2 ∂2 ∂2
+ + φ(x, y, z) = 0
∂x2 ∂y 2 ∂z 2
con φ(0, y, z) = φ(a, y, z) = 0, φ(x, 0, z) = φ(x, b, z) = 0,
φ(x, y, 0) = 0, φ(x, y, c) = φ0 (x, y) (3.3.44)
1 ∂2 1 ∂2 1 ∂2
2
X(x) + 2
Y (y) + Z(z) = 0 . (3.3.46)
X(x) ∂x Y (y) ∂y Z(z) ∂z 2
Poiché questa equazione deve essere soddisfatta qualunque siano i valori delle
tre variabili x, y, z e i singoli termini sono indipendenti, segue che ognuno dei
tre termini deve essere costante. Il problema al contorno (3.3.44) si riconduce
a gli altri
∂2
X(x) = −λX(x) , X(0) = X(a) = 0 ,
∂x2
∂2
Y (y) = −µY (y) , Y (0) = Y (b) = 0 ,
∂y 2
∂2
Z(z) = (λ + µ)Z(z) , Z(0) = 0 . (3.3.47)
∂z 2
Per le prime due equazioni di (3.3.47) si ha
nπ n2 π 2
X(x) → Xn (x) = An sin xeλ= 2 ,
a a
mπ m2 π 2
Y (y) → Ym (y) = Bm sin y eµ= .
b b2
Con n, m = 1, 2, ... (i valori n = m = 0 sono esclusi altrimenti avremmo delle
soluzioni banali). Le costanti An e Bm sono arbitrarie a causa dell’omogeneità
delle equazioni, ma deve essere anche (Xn , Xl ) = δnl e (Ym , Ys ) = δms ; quindi
normalizzando otteniamo
r
2 nπ n2 π 2
Xn (x) = sin x, λ= 2 ,
a a a
r
2 mπ m2 π 2
Ym (y) = sin y , µ= . (3.3.48)
b b b2
L’ultimo problema delle (3.3.47) diventa quindi
∂2 n 2 m2
Znm (z) = + 2 π 2 Znm (z) , Znm (0) = 0 . (3.3.49)
∂z 2 a2 b
70CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL
∞ ∞
r
2 XX nπ mπ n 2 m2
φ(x, y, z) = √ Anm sin x sin y sinh + 2 πz . (3.3.51)
ab n=1 m=1 a b a2 b
con
a b
2
Z Z
nπ mπ
(Xn Ym , φ0 ) = √ dx dy sin x sin yφ0 (x, y) . (3.3.54)
ab 0 0 a b
π 3π
φ0 (x, y) = V sin x sin y . (3.3.55)
a b
∗
Le autofunzioni complete del problema sono
r
4 nπ mπ n2 m2
φnms (x, y, z) = √ q sin x sin sinhsπz , con s = 2
+ 2
ab cosh2sπc−1
− 2c a b a b
s
Qui non si tiene conto del contributo dovuto alla variabile z perché è riassorbito banalmente
dalle costanti Anm .
3.3. PROBLEMI AL CONTORNO DELL’EQUAZIONE DI LAPLACE 71
In questo caso si ha
Z a Z b
2V nπ mπ π 3π
(Xn Ym , φ0 ) =√ dx dy sin x sin y sin x sin y
ab 0 0 a b a b
V√
= ab δn1 δm3 (3.3.56)
2
e q
sin πa x sin 3π
b y sinh 1
a2 +
9
b2 πz
φ(x, y, z) = V q (3.3.57)
sinh a12 + b92 πc
1 π
q a cotg a x
πV sin πa x sin 3π 1 9
b y sinh a2
+ b2
πz 3 3π
~
E(x, y, z) = − b cotg b y
q
sinh a12 + b92 πc
q q
1 9 1
a2
+ b2
coth a2
+ b92 πz
(3.3.58)
Ripetiamo adesso un calcolo analogo a quello del paragrafo precedente per una
cavità di forma cilindrica (vedi fig.3.7). Supponiamo che anche in questo caso
la cavità sia costituita da un conduttore messo a terra meno che per la faccia
a z = L, sulla quale si ha un potenziale assegnato diverso da 0.
1 ∂2φ ∂2φ
1 ∂ ∂φ
ρ + 2 2 + 2 =0,
ρ ∂ρ ∂ρ ρ ∂θ ∂z
72CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL
φ(a, θ, z) = 0,
φ(ρ, 0, z) = φ(ρ, 2π, z),
φ(ρ, θ, 0) = 0, φ(ρ, θ, L) = φ0 (ρ, θ) . (3.3.59)
1 ∂2Θ 1 ∂2Z
1 ∂ ∂R
ρ + + =0 (3.3.61)
ρR ∂ρ ∂ρ ρ2 Θ ∂θ 2 Z ∂z 2
∂2Z
− k2 Z = 0 , Z(0) = 0 ,
∂z 2
∂2Θ
+ ν 2 Θ = 0 , Θ(0) = Θ(2π) ,
∂θ 2
∂ 2 R 1 ∂R ν2
2
+ + k − 2 R = 0 , R(a) = 0 . (3.3.62)
∂ρ2 ρ ∂ρ ρ
1
Θ(θ) = √ eimθ , ν 2 = m2 , m = 0, ±1, ±2, ... (3.3.63)
2π
Per la terza equazione conviene (assumendo per il momento che k sia reale)
passare alla variabile ζ = kρ e studiare il problema
∂ 2 Rν ν2
1 ∂Rν
+ + 1 − Rν = 0 , con Rν (ka) = 0 . (3.3.64)
∂ζ 2 ζ ∂ζ ζ2
∞
X
α
Rν (ζ) = ζ aj ζ j , con α = ±ν . (3.3.65)
j=0
3.3. PROBLEMI AL CONTORNO DELL’EQUAZIONE DI LAPLACE 73
1
a2j = − a2j−2 , j = 1, 2, 3, ... (3.3.66)
4j(j + α)
mentre tutti i coefficenti delle potenze pari di ζ sono nulli. Iterando la relazione
precedente si trova
(−1)j Γ(α + 1)
a2j = 2j a0 . (3.3.67)
2 j!Γ(j + α + 1)
Il coefficente a0 è indeterminato e viene convenzionalmente scelto uguale a
a0 = [2α Γ(α + 1)]−1 . Si hanno quindi le due soluzioni
ν X∞ 2j
ζ (−1)j ζ
Jν (ζ) = ,
2 j!Γ(j + ν + 1) 2
j=0
−ν X∞ 2j
ζ (−1)j ζ
J−ν (ζ) = . (3.3.68)
2 j!Γ(j − ν + 1) 2
j=0
Queste funzioni sono le funzioni di Bessel di prima specie. La serie converge per
tutti i valori di ζ finito e, se ν non è un intero le due funzioni sono linearmente
indipendenti. Ma nel caso che ν sia intero, come quello che stiamo trattando,
le due soluzioni sono linearmente dipendenti e vale
Quindi in generale (anche per ν non intero), si scelgono come funzioni in-
dipendenti Jν e la funzione di Neumann (o funzione di Bessel di seconda
specie)
Jν (ζ) cos νπ − J−ν (ζ)
Nν (ζ) = . (3.3.70)
sin νπ
Quindi tornando al nostro problema potremo scrivere
La seconda condizione impone che ka sia uno zero di Jm (ζ). Quindi l’autova-
lore k → kmn della prima delle (3.3.62) dipende da due indici, il primo (m)
corrisponde all’ordine della funzione di Bessel Jm e il secondo (n) numera gli
zero della stessa funzione. Indicando con xmn lo zero n-esimo della funzione di
Bessel di prima spece di ordine m avremo
xmn
kmn = . (3.3.72)
a
∂2Φ
1 ∂ 2 ∂Φ 1 ∂ ∂Φ 1
r + 2 sin θ + 2 2 =0. (3.3.78)
r 2 ∂r ∂r r sin θ ∂θ ∂θ r sin θ ∂ϕ2
di tipo centrale. Vedremo più avanti degli esempi espliciti. Procediamo ancora
col metodo della separazione delle variabili ponendo
∂2Q
1 ∂ 2 ∂R 1 ∂ ∂P 1
r + 2 sin θ + = 0 . (3.3.80)
2
r R ∂r ∂r r P sin θ ∂θ ∂θ r 2 Q sin2 θ ∂ϕ2
1 ∂2Q
= −m2 . (3.3.81)
Q ∂ϕ2
m2
1 ∂ 2 ∂R 1 ∂ ∂P
r + 2 sin θ − =0. (3.3.83)
2
r R ∂r ∂r r P sin θ ∂θ ∂θ r 2 sin2 θ
m2
1 ∂ ∂P
sin θ − P = −j 2 P (3.3.84)
sin θ ∂θ ∂θ sin2 θ
e
j2
1 ∂ 2 ∂R
r − R=0. (3.3.85)
r 2 ∂r ∂r r2
Cominciamo dall’ultima equazione. Tenuto conto che il primo termine della
(3.3.83) resta finito per r = 0 anche se R(r) ha una singolarità del tipo 1r ,
possiamo porre R(r) = U (r)r , con U (r) finito per r = 0, e studiare l’equazione
più semplice
d2 U (r) j 2
− 2 U (r) = 0 , (3.3.86)
dr 2 r
3.3. PROBLEMI AL CONTORNO DELL’EQUAZIONE DI LAPLACE 77
Sostituendo in (3.3.86) si ha
m2
d 2 dP (z)
(1 − z ) + l(l + 1) − P (z) = 0 . (3.3.90)
dz dz 1 − z2
1 dl 2
Pl (z) = (z − 1)l . (3.3.92)
2l l! dz l
1
2
Z
dzPl (z)Pl′ (z) = δll′ . (3.3.94)
−1 2l + 1
b) Sistemi con simmetria centrale con Φ che dipende da tutte e tre le variabili
r, θ, ϕ.
Consideriamo prima il caso a). In questo caso non essendoci dipendenza dal-
l’angolo ϕ non c’è dipendenza nemmeno dall’autovalore m e il potenziale sarà
dato dalla serie
∞
X
Φ(r, θ) = Al r l + Bl r −l−1 Pl (cos θ) . (3.3.96)
l=0
∂Φ(r, θ)
Φ(a, θ) = V (θ) , = W (θ) (3.3.97)
∂r r=a
da cui
1
2l + 1
Z
l −l−1
Al a + Bl a = d cos θPl (cos θ)V (θ) ,
2 −1
Z 1
2l + 1
lAl al−1 − (l + 1)Bl a−l−2 = d cos θPl (cos θ)W (θ) (3.3.98)
2 −1
3.3. PROBLEMI AL CONTORNO DELL’EQUAZIONE DI LAPLACE 79
Per essere più espliciti consideriamo una sfera dove è stato tolto un settore
sferico di ampiezza 2α con l’asse coincidente con l’asse z. Vedi fig.3.9. Sulla
superfice della sfera c’è una densità di carica superficiale costante σ0 , meno
ovviamente che nella regione del settore mancante. Cioè
σ(θ) = σ0 Y (θ − α) . (3.3.99)
Dalla quale si ha
∞
X
(2l + 1)Al Rl−1 Pl (cos θ) = σ0 Y (θ − α) . (3.3.103)
l=0
σ0
Al = [Pl+1 (cos α) − Pl−1 (cos α)] . (3.3.105)
2(2l + 1)Rl−1
Quindi
∞
X σ0
Φ1 (r, θ) = [Pl+1 (cos α) − Pl−1 (cos α)] r l Pl (cos θ) ,
2(2l + 1)Rl−1
l=0
∞
X σ0 Rl+2
Φ2 (r, θ) = [Pl+1 (cos α) − Pl−1 (cos α)] r −l−1 Pl (cos θ)
2(2l + 1)
l=0
(3.3.106)
Consideriamo adesso il caso b), cioè il caso generale dove c’è anche la dipendenza
dall’angolo ϕ. La dipendenza dall’angolo θ adesso sarà espressa dall’equazione
(3.3.90). Le soluzioni di questa equazione sono le funzioni associate di Legendre
e possono essere ottenute da una funzione generatrice come riportato qui di
seguito
m
dm m (−1)m (1 − z 2 ) 2 dl+m 2
Plm (z) m
= (−1) (1 − z ) 2
Pl (z)
2 = (z − 1)l
dz m 2l l! dz m+l
l = 0, 1, 2, ...
con m = 0, 1, 2, ..., l (3.3.107)
−1 ≤ z ≤ 1
3.3. PROBLEMI AL CONTORNO DELL’EQUAZIONE DI LAPLACE 81
(l − m)! m
Pl−m (z) = (−1)m P (z) . (3.3.108)
(l + m)! l
1
2 (l + m)!
Z
dzPlm m
′ (z)Pl (z) = δll′ (3.3.109)
−1 2l + 1 (l − m)!
e la relazione di ricorrenza
m
(2l + 1)zPlm (z) = (l + 1 − m)Pl+1 m
(z) + (l + m)Pl−1 (z) . (3.3.110)
Poiché le funzioni Qm (ϕ) = eimϕ , m = 0, ±1, ±2, ... formano un insieme com-
pleto di funzioni ortogonali sull’intervallo 0 ≤ ϕ ≤ 2π e le funzioni Plm (cos θ)
un insieme completo, anch’esse ortogonali, sull’intervallo −1 ≤ cos θ ≤ 1,
il loro prodotto Plm (cos θ)Qm (ϕ) forma un insieme completo (a due indici,
l, m) sulla superfice della sfera unitaria. Tenendo conto delle condizioni di
normalizzazione, possiamo definire le funzioni
s
2l + 1 (l − m)! m
Ylm (θ, ϕ) = P (cos θ)eimϕ , con l = 0, 1, 2, ... − l ≤ m ≤ l .
4π (l + m)! l
(3.3.111)
Le funzioni Ylm sono chiamate le armoniche sferiche. Si verifica direttamente
che
Yl,−m (θ, ϕ) = (−1)m Ylm
∗
(θ, ϕ) . (3.3.112)
e la relazione di completezza
∞ X
X l
∗
Ylm (θ ′ , ϕ′ )Ylm (θ, ϕ) = δ(ϕ − ϕ′ )δ(cos θ − cos θ ′ ) . (3.3.114)
l=0 m=−l
1
l = 0 Y00 = √ , (3.3.115)
4π
82CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL
q
3
Y = − 8π sin θeiϕ
11
q
l=1 3 (3.3.116)
Y10 = 8π cos θ
q
3
Y = 8π sin θe−iϕ
1,−1
q q
1 15 2 2iϕ , 1 15 2 −2iϕ
Y 22 = 4 q2π sin θe Y 2,−2 = 4 2π sin θe
q
15 15
l=2 Y21 = − 8π sin θ cos θeiϕ , Y2,−1 = 8π sin θ cos θe−iϕ
q
5 3 2 1
20 = 4π 2 cos θ − 2
Y
(3.3.117)
∞ X
X l
f (θ, ϕ) = Alm Ylm (θ, ϕ) , (3.3.118)
l=0 m=−l
con Z 2π Z 1
∗
Alm = dϕ d cos θ Ylm (θ, ϕ)f (θ, ϕ) . (3.3.119)
0 −1
X l
∞ X h i
Φ(r, θ, ϕ) = Alm r l + Blm r −(l+1) Ylm (θ, ϕ) . (3.3.120)
l=0 m=−l
l
4π X ∗ ′ ′
Pl (cos γ) = Ylm (θ , ϕ )Ylm (θ, ϕ) (3.3.122)
2l + 1
m=−l
1 1
G(~r − r~′ ) = (3.3.123)
4π ~r − r~′
3.3. PROBLEMI AL CONTORNO DELL’EQUAZIONE DI LAPLACE 83
Figura 3.10: .
Al (r ′ ) = 0 , Bl (r ′ ) = r ′l . (3.3.124)
Nel caso in cui sia r ′ > r va preso r come asse di riferimento e si ottengono gli
stessi risultati scambiando tra lore r e r ′ . Se indichiamo allora con r> e con r<
84CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL
∞ l
1 X r<
= l+1
Pl (cos γ) (3.3.125)
~r − r~′ l=0
r>
l
∞ X l
X 1 r<
G(~r − r~′ ) = Y ∗ (θ ′ , ϕ′ )Ylm (θ, ϕ) .
l+1 lm
(3.3.126)
2l + 1 r>
l=0 m=−l
ǫ0 ∇2 Φ(~r) = −ρ(~r)
nel caso in cui la densità di carica sia diversa da zero in una regione limitata
dello spazio e non vi siano bordi al finito che delimitano il supporto di Φ. In altri
termini, in generale avremo a che fare con un problema di condizioni al contorno
di Cauchy. Nel caso, abbastanza semplice, in cui il sistema sia contenuto in un
volume V racchiso dalla superfice S, sulle quali vanno imposte le condizioni al
contorno per Φ, la soluzione per il potenziale Φ segue dal teorema di Green ed
è data da
1 ρ(r~′ )
Z
Φ(~r) = d3 r ′
4πǫ0 V ~r − r~′
1 1 1
Z
+ d~σ · ~ r′ Φ(r~′ ) − Φ(r~′ )∇
∇ ~ r′ ,
4π ∂V ~r − r~ ′ ~r − r~′
(3.3.127)
∞ X
l
!
∗ (θ ′ , ϕ′ )Y (θ, ϕ) l
X Ylm lm 1 r>
G(~r − r~′ ) = l
r< l+1
− (3.3.128)
2l + 1 r> b2l+1
l=0 m=−l
Figura 3.11: .
q
ρ(r~′ ) = δ(r ′ − a)δ(cos θ ′ ) (3.3.129)
2πa
∞
!
1 X l 1 l
r>
G(~r − r~′ ) = r< l+1
− Pl (cos θ ′ )Pl (cos θ) . (3.3.130)
4π r> b2l+1
l=0
Si trova cosı́
∞
q X rl a2l+1
per r < a Φ(r, θ) = 1 − 2l+1 Pl (0)Pl (cos θ) ,
4πǫ0 al+1 b
l=0
∞
q X al r 2l+1
per r > a Φ(r, θ) = 1 − 2l+1 Pl (0)Pl (cos θ) .
4πǫ0 r l+1 b
l=0
86CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL
(−1)n (2n−1)!!
E, poiché P2n+1 (0) = 0 e P2n (0) = 2n n! , si ha finalmente
q P∞ (−1)n (2n−1)!! r 2n a4n+1
4πǫ0 n=0 2n n! a2n+1
1− b4n+1
P2n (cos θ) r < a
Φ(r, θ) =
q P∞ (−1)n (2n−1)!! a2n r 4n+1
1− P2n (cos θ) r > a
4πǫ0 n=0 2n n! r 2n+1 b4n+1
(3.3.131)
La densità superficiale di carica sul bordo è
~ r Φ(r, θ) ∂
σ(θ) = −ǫ0 ~n− · ∇ = ǫ0 Φ(r, θ)
r=b ∂r r=b
∞
q X (−1)n (2n − 1)!!(4n + 1) a 2n
=− P2n (cos θ)
4πb2 2n n! b
n=0
q 5 a 2
=− 1 − (3 cos2 θ − 1)
4πb2 4 b
33 a 4
4 2
+ 6 (35 cos θ − 30 cos θ + 3) + ... (3.3.132)
2 b
∞ X
l
! !
∗ (θ ′ , ϕ′ )Y (θ, ϕ)
X Ylm lm a2l+1 1 l
r>
G(~r − r~′ ) = l
r< − l+1 l+1
−
b2l+1
h i
a 2l+1 r< r>
l=0 m=−l (2l + 1) 1 − b
(3.3.133)
Un dielettrico (ideale) è un corpo all’interno del quale non possono essere pre-
senti correnti continue. Naturalmente si tratta di una rappresentazione delle
proprietà fisiche che caratterizzano un dielettrico un pò schematica, ma che è
verificata con buona approssimazione in presenza di campi elettrici costanti non
troppo intensi (un campo molto intenso, può modificare in senzo distruttivo la
struttura del dielettrico). Questo fa si che un dielettrico può essere in equilibrio
anche se al suo interno vi sono dei calpi elettrici (macroscopici) indipendenti
dal tempo. Quindi, ricordando le (3.1.1), per campi elettrici macroscopici sta-
zionari e se ρest = 0 (cioè le uniche cariche presenti sono dovute a effetti di
polarizzazione) si ha
~ ∧E
∇ ~ =0,
∇~ ·D
~ =0. (3.4.134)
3.4. ELETTROSTATICA DEI DIELETTRICI 87
Figura 3.12: .
Z I
~ ~
d~σ · ∇ ∧ E = d~l· E
~ = E2t l +E1/2n s−E1t l −E1/2n s = (E2t −E1t )l = 0 .
Σ ∂Σ
~ è proporzionale a E,
Nel caso dei dielettrici isotropi avremo che il campo D ~
~ = ǫ0 ǫE
cioè D ~ e, dalla prima delle (3.4.134),
~ = −ǫ0 ∇(ǫφ)
D ~ . (3.4.137)
In questo paragrafo vogliamo far vedere, con un semplice esempio, che il metodo
della carica immagine può essere esteso, con poche mdifiche, anche al caso dei
3.4. ELETTROSTATICA DEI DIELETTRICI 89
Figura 3.13: .
ǫ1 − ǫ2 2ǫ2
q′ = q, q ′′ = q. (3.4.141)
ǫ1 + ǫ2 ǫ1 + ǫ2
1 qq ′ q2 ǫ1 − ǫ2
f= 2
= 2
. (3.4.142)
4πǫ0 ǫ1 4h 16πǫ0 h ǫ1 (ǫ1 + ǫ2 )
90CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL
σ1 = P1n = ǫ0 (ǫ1 − 1)
∂ ~ = ǫ2 (ǫ1 − 1)
Φ1 (R)
qh
∂n ǫ1 (ǫ1 + ǫ2 ) 2π (R2 + h2 ) 32
ǫ1 − ǫ2 qh
σef f = σ1 + σ2 = . (3.4.144)
ǫ1 (ǫ1 + ǫ2 ) 2π (R2 + h2 ) 23
δL = δqΦ . (3.4.145)
Z Z
δL = Φδq = − ~ · d~σ = −
ΦδD ~ · ΦδD
dV ∇ ~ . (3.4.147)
∂Σ Σ
~ ·D
∇ ~ = 0 ,→ ∇
~ · δD
~ =0.
e la (3.4.145) diventa
Z
δL = ~ · δD
dV E ~ . (3.4.148)
Σ
Se passiamo alle grandezze per unità di volume, ad esempio per l’energia interna
per unità di volume U , introducendo la densità di massa ρm , il potenziale
chimico ζ e l’entropia per unità di volume S, avremo per il suo differenziale
~ · dD
dU = T dS + ζdρm + E ~ (3.4.150)
92CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL
1 D2 1~ ~
E= = E ·D . (3.4.151)
2 ǫ0 ǫ 2
3.5 Magnetostatica
~ ·B
∇ ~ =0,
~ ∧H
∇ ~ = J~ . (3.5.152)
~ = µ0 (1 + m) H
B ~ = µ0 µH
~ . (3.5.153)
Torniamo a considerare le (3.5.152). Dalla prima troviamo, come nel caso del
vuoto, la soluzione generale
~ =∇
B ~ ∧A ~ (3.5.155)
che, anche in questo caso, presenta l’invarianza di Gauge per la trasformazione
~ → A ~ + ∇f
~
A , con f funzione scalare differenziabile. D’altra parte è anche
H~ = H ~ B~ , quindi la seconda delle (3.5.152) è una equazione per B ~ della
forma
~ ∧H
∇ ~ ∇ ~ ∧A ~ = J~ ,
94CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL
~ =
che, nel caso semplice di H 1 ~
diventa
µ0 µ B,
~ ∧ ∇
∇ ~ ∧A
~ =∇
~ ∇ ~ ·A
~ − ∇2 A
~ = µ0 µJ~ ,
~ = −µ0 µJ~ .
∇2 A (3.5.156)
~ ∧H
∇ ~ =0, (3.5.157)
~ = µ0 µH
Nel caso B ~ si ha l’equazione di Laplace
∇2 Φ M = 0 . (3.5.159)
Z Z Z
δW = −δt ~· ∇
E ~ ∧H
~ dV = δt ∇~· E~ ∧H
~ dV − δt H~· ∇~ ∧E
~ dV .
Σ Σ Σ
(3.5.161)
Se si tiene conto che l’integrale sul volume è estendibile fino all’infinito il primo
dei due integrali nell’ultimo termine a secondo membro della (3.5.161) è nullo
per il teorema di Gauss e, poiché è anche
∂ ~
~ ∧E
~ ,
δB = δt B = −δt ∇
∂t
si ha Z
δW = ~ · δBdV
H ~ . (3.5.162)
Σ
Z
δU = T δS + ~ · δBdV
H ~ . (3.5.163)
Σ
1 B2 1~ ~
E= = H ·B . (3.5.165)
2 µ0 µ 2
Anche in questo caso valgono le considerazioni fatte per l’energia del campo
elettrostatico nei dielettrici.
In definitiva la densità di energia del campo elettromagnetico è data da
1 ~ ~ ~ ·B
~
E= E ·D+H (3.5.166)
2
~ =∇
B ~ ∧A
~ ~ =−∂A
e E ~ − ∇Φ
~ . (4.1.2)
∂t
I campi B~ ed E
~ non cambiano per le trasformazioni di gauge (le stesse del caso
del vuoto)
~→A
A ~′ = A ~ , Φ → Φ′ = Φ − ∂ f .
~ + ∇f (4.1.3)
∂t
La sostituzione delle (4.1.1) nelle equazioni che dipendono dalle sorgenti
~ ~ ∂ ~ ~
∇ · D − A − ∇Φ = ρest ,
∂t
97
98CAPITOLO 4. EQUAZIONI DI MAXWELL E CAMPI VARIABILI NEL TEMPO
~ ~
~ ~
∂ ~ ∂ ~ ~
∇ ∧ H ∇ ∧ A − D − A − ∇Φ = J~ , (4.1.4)
∂t ∂t
richiede la conoscenza delle equazioni costitutive, che sono equazioni fenome-
nologiche e, riferite a materiali specifici, sono generalmente date nel limite non
relativistico. Qui noi ci limiteremo a studiare il caso semplice nel quale i campi
di polarizzazione P~ e M ~ sono proporzionali ai campi E ~ e H.
~ Nel qual caso,
1
ricordando che ǫ0 µ0 = c2 , otteniamo
∂ ~ ~ ρe st
∇ · A + ∇2 Φ =− ,
∂t ǫ0 ǫ
2
~ + ǫµ ∂ A ~ + ǫµ ∂ ∇Φ
~ ∧ ∇
∇ ~ ∧A ~ = µ0 µJ~ . (4.1.5)
2
c ∂t 2 c2 ∂t
Eliminiamo i gradi di libertà arbitrari scegliendo la gauge, ad esempio la gauge
di Lorentz
~ ·A
∇ ~ + ǫµ ∂ Φ = 0 , (4.1.6)
c2 ∂t
~ ∧ ∇
e, ricordando che è ∇ ~ ∧A ~ =∇ ~ ∇ ~ ·A~ − ∇2 A,~ otteniamo
ǫµ ∂ 2 ρe st
− 2 2
Φ + ∇2 Φ =− ,
c ∂t ǫ0 ǫ
ǫµ ∂ 2 ~ ~
− 2 2A + ∇2 A = −µ0 µJ~ . (4.1.7)
c ∂t
Che sono del tutto simili a quanto già trovato per il vuoto. La soluzione è
ancora data in termini del potenziale ritardato di Liénard-Wiechert (2.1.48)
dove la velocità della luce nel vuoto c è sostituita dalla velocità della luce nel
mezzo √cǫµ .
~ · E
∇ ~ ∧H
~ =H~ · ∇~ ∧E
~ −E~· ∇~ ∧H
~ , (4.1.10)
~ · ∂B
~· ∇
E ~ ∧H
~ = −∇
~ · E~ ∧H
~ −H ~ . (4.1.11)
∂t
Sostituendo in (4.1.9) si ha
Z Z
∂ ~ ∂ ~
dV J~ · E
~ =− ~ ~ ~ ~ ~
dV ∇ · E ∧ H + E · D + H · B . (4.1.12)
Σ Σ ∂t ∂t
~· ∂D
E ~ · ∂B
~ +H ~ → ∂E (4.1.13)
∂t ∂t ∂t
con E = 12 E ~ ·D~ +H ~ ·B~ , la densità di energia elettromagnetica. Quindi se
il volume Σ è arbitrario troviamo l’equazione di conservazione
∂
~ · E~ ∧H
~ = −J~ · E
~ .
E +∇ (4.1.14)
∂t
~ ·D
∇ ~ =0, ~+ ∂B
~ ∧E
∇ ~ =0,
∂t
~ ·B
∇ ~ =0, ∇ ~ − ∂D
~ ∧H ~ =0. (4.1.15)
∂t
100CAPITOLO 4. EQUAZIONI DI MAXWELL E CAMPI VARIABILI NEL TEMPO
∇~ ·E
~ =0, ~ ∧E
∇ ~+ ∂B ~ =0,
∂t
∇~ ·B
~ =0, ~ ∧B
∇ ~ − ǫµ ∂ E ~ =0. (4.1.16)
c2 ∂t
Facendo il rotore della seconda e combinandola poi con la quarta si ha
2
~ + ∂ ∇ ~ + ǫµ ∂ E
~ ∧ ∇
∇ ~ ∧E ~ ∧B~ =0→∇ ~ ∇ ~ ·E~ − ∇2 E ~ =0.
∂t c2 ∂t2
E, tenuto conto della prima, si ottiene l’equazione delle onde per il campo E.~
ǫµ ∂ 2
2
∇ − 2 2 ~ =0.
E (4.1.17)
c ∂t
ǫµ ∂ 2
2
∇ − 2 2 ~ =0.
B (4.1.18)
c ∂t
~k · E~ = 0 , ~k · B
~=0. (4.1.20)
~ che B
Cioè sia E ~ sono perpendicolari alla direzione di propagazione individuata
dal numero d’onde ~k. Dall’ultima delle (4.1.16) si trova infine
~ = − ǫµ ω E~ .
~k ∧ B (4.1.21)
c2
Cioè, esattamente come nel vuoto, i campi E ~ oltre che a ~k sono perpendi-
~ eB
colari anche tra loro.
In oltre da (4.1.17) e (4.1.18) si trova
ω2
k2 − ǫµ 2 E~ =0,
c
ω2 ~
2
k − ǫµ 2 B =0. (4.1.22)
c
4.1. SOLUZIONI DIPENDENTI DAL TEMPO IN UN MEZZO MACROSCOPICO101
√
ǫ1 µ 1
θ0 = θ1 e k1z = −k0z = − ω cos θ0 . (4.1.25)
c
Ed anche
√ √
ǫ2 µ 2 2 ǫ2 µ 2 ǫ2 µ 2
k22 = ω → k2z = ω cos θ2 , k2x = ω sin θ2 . (4.1.26)
c2 c c
√ √ √
ǫ2 µ 2 ǫ1 µ 1 sin θ2 ǫ1 µ 1 n1
ω sin θ2 = ω sin θ0 → =√ = . (4.1.27)
c c sin θ0 ǫ2 µ 2 n2
√ √
Dove n1 = ǫ1 µ1 e n2 = ǫ2 µ2 sono i coefficienti di rifrazione rispettivamente
del mezzo 1 e del mezzo 2. Si sono cosı́ ottenute le note leggi di riflessione e
rifrazione.
Volendo adesso avere informazioni sulle ampiezze dei segnali (onde piane)
riflessi e rifratti, riferendosi alla fig.4.1.27 avremo
a) Onda incidente
“ ”
~k0 ·~ ck
~0 i x− √ǫ 0µ t
E = E~0 e 1 1 ,
√ ~k0 ∧ E~0
~0
B = ǫ1 µ 1 . (4.1.28)
k0
b) Onda riflessa
“ ”
~k1 ·~ ck
~1 i x− √ǫ 1µ t
E = E~1 e 1 1 ,
√ ~k1 ∧ E~1
~1
B = ǫ1 µ 1 . (4.1.29)
k1
c) Onda rifratta
“ ”
~k2 ·~ ck
~2 i x− √ǫ 2µ t
E = E~2 e 2 2 ,
√ ~k2 ∧ E~2
~2
B = ǫ2 µ 2 . (4.1.30)
k2
~ eH
tangenti di E ~ sono continue attraverso la stessa superfice. Quindi in z = 0
avremo
ǫ1 E~0 + E~1 · ~n = ǫ2 E~2 · ~n ,
~k0 ∧ E~0 + ~k1 ∧ E~1 · ~n = ~k2 ∧ E~2 · ~n ,
E~0 + E~1 ∧ ~n = E~2 ∧ ~n ,
1 ~ 1 ~
k0 ∧ E~0 + ~k1 ∧ E~1 ∧ ~n = k2 ∧ E~2 ∧ ~n . (4.1.31)
µ1 µ2
dove ~n è il versore normale alla superfice di separazione tra il mezzo 1 e il
mezzo 2 (vedi fig.4.1.27) e si è tenuto conto che nella riflessione si ha ~k0 → −~k1
e E~0 → −E~1 . Adesso conviene distinguere due situazioni diverse. Ovvero, come
primo caso, un’ onda piana incidente polarizzata linearmente con il vettore di
polarizzazione (ovvero il vettore E)~ perpendicolare al piano d’incidenza (cioè il
piano individuato dalle direzioni di ~n e ~k) e, come secondo caso, quello in cui
il vettore di polarizzazione è parallelo al piano d’incidenza.
Consideriamo prima il caso in cui il campo elettrico è perpendicolare al piano
d’incidenza e in particolare che vi entri dentro. In questo caso la situazione del
campo elettrico e del campo B ~ è quella illustrata in fig. 4.2
Poiché, in questa situazione, tutti i campi elettrici sono paralleli alla superfice di
104CAPITOLO 4. EQUAZIONI DI MAXWELL E CAMPI VARIABILI NEL TEMPO
E + E1 − E2 =0,
r r0
ǫ1 ǫ2
(E0 − E1 ) cos θ0 − E2 cos θ2 =0. (4.1.32)
µ1 µ2
E2 2n1 cos θ0
= . (4.1.33)
E0
q
n1 cos θ0 + µµ12 n22 − n21 sin2 θ0
q
µ1
E1 n1 cos θ0 − µ2 n22 − n21 sin2 θ0
= . (4.1.34)
E0
q
µ1
n1 cos θ0 + µ2 n22 − n21 sin2 θ0
Nel caso in cui il campo elettrico è parallelo al piano di incidenza (in questo
~ che è perpendicolare al piano di incidenza). Dalla prima la terza
caso è B
e la quarta delle (4.1.31) (che riguardano la componente normale di D ~ e le
componenti tangenti di E ~ e H)
~ otteniamo
d3 k
Z
i(~k·~ −i(~k·~
~ x, t) = x−ω(k)t) ∗ ∗ x−ω(k)t)
E(~ ~
e(k)ψ(k)e + ~
e (k)ψ (k)e .
(2π)3
(4.1.38)
Dove vale la relazione di dispersione lineare
c
ω(k) = √ k , (4.1.39)
ǫµ
d3 k
Z
|ψ(k)|2 < ∞ .
(2π)3
Una soluzione del tutto analoga si ha per la (4.1.18) e per ogni modo ~k sono
rispettate le condizioni (4.1.20).
È facile verificare che, valendo la (4.1.39), si ottengono per la riflessione e rifra-
zione gli stessi risultati dell’onda piana. Come però abbiamo già osservato la
106CAPITOLO 4. EQUAZIONI DI MAXWELL E CAMPI VARIABILI NEL TEMPO
sin θ2 f (k2 )
= . (4.1.40)
sin θ0 f (k1 )
ω 2 = ωb2 + c2 k2 . (4.1.41)
q
dove la frequenza di plasma ωp è ωp = e N m , con N il numero di elettroni liberi
per unità di volume, m la massa dell’elettrone ed e la sua carica. Un altro
esempio è la relazione di dispersione in acque profonde che vale
τ
ω 2 = gk + k3 , (4.1.42)
ρ
In luogo della (4.1.38) avremo (scegliendo per semplicità ~e(k) = ~e, ovvero
un’onda polarizzata)
d3 k
Z “ ”
~ ~ ~ k ω(k)|
~ x−ω(k0 )t) i(k−k0 )· x
i(~k0 ·~ ~− ∇ ~ ~ t
E(~x, t) = ~eψ(k)e e k= k 0 + c.c.
(2π)3
4.1. SOLUZIONI DIPENDENTI DAL TEMPO IN UN MEZZO MACROSCOPICO107
d3 k
Z “ ”
i(~k0 ·~
x−ω(k0 )t) i~k· ~ ~ k ω(k)|
x− ∇ ~k=~
t
= ~e e 3
φ(k)e k0
+ c.c.
(2π)
i(~k0 ·~
x−ω(k0 )t) ~ ~∗ −i(~k0 ·~
x−ω(k0 )t) ˜∗ ~ k ω(k)
~
=ee φ̃ ~x − ∇k ω(k) ~ t + e e φ ~x − ∇ ~k0
t
k0
E0 k2
φ(k) = 3 e− σ2 . (4.1.44)
π σ3
2
Si ha allora
“ ” “ ” 2
“ ”2
ω(k0 ) ω(k0 ) ~ k ω(k)| t
i~k0 · ~
x −~
n t −i~k0 · ~
x −~
n t − σ4 ~ x− ∇
~ x, t) = E0 ~e e
E(~ k 0 + e~ e
∗ k 0 e ~
k 0 .
(4.1.45)
Cioè, generalizzando, un’onda che si sposta con la velocità di fase
ω(k) ~k
~vf (k) = ~nk , dove ~nk = (4.1.46)
k k
~ k ω(k)
~vg (k) = ∇ (4.1.47)
Come si vede vf è maggiore della velocità della luce nel vuoto, ma questo
fatto non è in contraddizione con la teoria della relatività di Einstein perché
l’informazione è portata solo dal segnale che modula l’onda e che si muove con
la velocità di gruppo vg < c.
nulli all’interno del conduttore. Si osservi che nella seconda delle (4.2.49) non
∂ ~
figura il termine tangente alla superfice del conduttore ∂t D, perché dalla quarta
~
equazione risulta essere nullo (siamo nel caso D = ǫ0 ǫE). ~ Nel caso di un
~ ~
conduttore reale i campi E e B penetrano all’interno per una profondità che è
tanto più ridotta quanto più il conduttore è approssimabile ad un conduttore
ideale (per una trattazione dell’argomento vedi ad esempio J. D. Jackson -
Classical Electrodynamics).
Consideriamo, per semplicità, una guida d’onda a sezione costante con pareti
costituite da un caoduttore ideale. Il segnale all’interno si propaga in un mezzo
omogeneo, isotropo e non dispersivo di parametri relativi ǫ e µ o nel vuoto. Al
momento non specifichiamo la forma geometrica della sezione della guida che
consideriamo genericamente cilindrica con l’asse del cilindro coincidente con
l’asse z, vedi fig.4.4 .
~ ∧ E(~
∇ ~ r) ~ r) ,
= iω B(~
~ ∧ B(~
~ r) ǫµ ~
∇ = −i 2 ω E(~r) ,
c
~ · E(~
∇ ~ r) =0,
~ · B(~
∇ ~ r) =0. (4.2.50)
( )
ω2 ~ r)
2 E(~
∇ + µǫ 2 ~ r) =0. (4.2.51)
c B(~
~ r , t)
E(~ ~ r )e−iωt = ~E(x, y)e±ikz−iωt ,
= E(~
~ r , t)
B(~ = B(~ ~
~ r )e−iωt = B(x, y)e±ikz−iωt . (4.2.52)
∂2 ∂2
Quindi, introducendo l’operatore di Laplace trasverso ∇2t = ∂x2
+ ∂y 2
, le
(4.2.51) si riscrivono
( )
ω2 ~E
∇2t + µǫ 2 − k2 ~ =0. (4.2.53)
c B
~E = ~Ez + E
~t , ~ =B
B ~z +B
~t . (4.2.54)
~ z = ~ez Ez ,
E ~ t = ~ez ∧ ~E ∧ ~ez .
E (4.2.55)
∂ ~ ~t=∇ ~ t Ez ,
~ t ∧ ~Et = iωBz ,
Et + iω~ez ∧ B ~ez · ∇ (4.2.56)
∂z
∂ ~ ω
~ t = −iµǫ ω Ez ,(4.2.57)
Bt − iµǫ 2 ~ez ∧ ~Et = ∇
~ t Bz , ~ez · ∇~t∧B
∂z c c2
~t·E
∇ ~ t = − ∂ Ez , ~t·B
∇ ~ t = − ∂ Bz . (4.2.58)
∂z ∂z
Come si vede dalle (4.2.56) e (4.2.57), note le componenti Ez e Bz , le compo-
nenti trasverse ~ ~ t sono determinate. Cominciamo col considerare delle
Et e B
soluzioni particolari, cioè quelle con Ez = 0 e Bz = 0. Come si vede queste
soluzioni corrispondono a campi che hanno solo componenti trasverse rispetto
all’asse della guida (che corrisponde alla direzione di propagazione del segnale),
per questo motivo sono chiamate le onde elettromagnetiche trasverse (TEM).
Come si vede dalla seconda delle (4.2.56) e dalla prima delle (4.2.58), da Ez = 0
e Bz = 0 segue, posto ~ Et = ~ET EM ,
~ t ∧ ~ET EM = 0 ,
∇ ~ t · ~ET EM = 0 .
∇ (4.2.59)
4.2. GUIDE D’ONDA E CAVITÀ RISONANTI 111
~ T EM è soluzione di un proble-
La conseguenza di queste ultime equazioni è che E
ma di elettrostatica in due dimensioni, nel qual caso vale anche ∇2t ~ET EM = 0,
quindi, dalla (4.2.53) segue che il numero d’onda longitudinale k è dato da
√ ω
k = k0 = µǫ . (4.2.60)
c
Dalla prima delle (4.2.57) si ottiene anche
una frequenza di cut-off, non è cosı́ per le onde che si propagano in una guida
cava come quella cilindrica di fig.4.4. In una guida d’onda cava (o in una linea
di trasmissione ad alta frequenza) ci sono due possibili configurazioni per i
campi. Per capire questo punto consideriamo l’equazione (4.2.53) scritta per
le componenti lungitudinali Ez e Bz . In oltre per un conduttore ideale le
condizioni al contorno sono
~ =0,
~n ∧ E ~ =0.
~n · B (4.2.62)
Dove ~n è il versore normale alla parete della guida (rivolta verso l’interno).
Avremo quindi sul bordo della guida
Ez |s = 0 (4.2.63)
112CAPITOLO 4. EQUAZIONI DI MAXWELL E CAMPI VARIABILI NEL TEMPO
~ z ∂
~n · ∇B = Bz =0. (4.2.64)
s ∂n s
che, a loro volta, corrispondono a due problemi agli autovalori per ω differenti.
Per una data frequenza ω solo certi valori di k sono possibili (questa è una
tipica situazione delle guide d’onda), o, equivalentemente, per un dato valore
di k solo certi valori di ω sono ammessi. Per quanto riguarda i campi è naturale
dividerli in due categorie
~ t = ± 1 ~ez ∧ E
H ~t , (4.2.66)
Z
Le componenti dei campi delle onde trasverse sono determinate dalle compo-
nenti longitudinali (si ricordi (4.2.56) e (4.2.57)), cioè
~t ik ~
E =± ∇t Ez , (onde T M )
γ2
~t ik ~
H = ± 2∇ t Hz , (onde T E) (4.2.68)
γ
4.2. GUIDE D’ONDA E CAVITÀ RISONANTI 113
Quindi il problema si riduce allo studio delle (4.2.65). Data una geometria
della parete della guida avremo, diciamo per le onde T E (per le onde T M il
ragionamento è identico), lo spettro di autovalori
ω2
γλ2 = µǫ − kλ2 , con λ ∈ Z2 . (4.2.69)
c2
c
ωλ = √ γλ . (4.2.70)
µǫ
Come si vede per ω > ωλ kλ è reale e il segnale si propaga lungo la guida d’onda,
mentre per ω < ωλ kλ è immaginario e si ottiene un’onda evanescente, √ √
cioè il
µǫ 2 −ω 2 z
ik z − ω
segnale si attenua esponenzialmente e non si propaga e λ → e c λ .
Si osservi anche che la velocità di fase nella guida è maggiore che in un mezzo
infinitamente esteso (con gli stessi parametri µ e ǫ), infatti per ω > ωλ si ha
ω c 1 c
vph = =√ q >√ . (4.2.72)
kλ µǫ ωλ 2
µǫ
1− ω
s
c ωλ2 c
vg = √ 1− <√ . (4.2.73)
µǫ ω2 µǫ
1 ∂2
1 ∂ ∂
∇2t = r + (4.2.74)
r ∂r ∂r r 2 ∂θ 2
Avremo allora:
onde TM
1 ∂2
1 ∂ ∂
r Ez + 2 2 Ez + γ 2 Ez = 0 , Bz = 0 ,
r ∂r ∂r r ∂θ
Ez (r = a, θ) = 0 , Ez (r, θ = θ̄) = Ez (r, θ = θ̄ + 2π) ,
µǫ
con γ 2 = 2 ω 2 − k2 . (4.2.75)
c
onde TE
1 ∂2
1 ∂ ∂
r Bz + 2 2 Bz + γ 2 Bz = 0 , Ez = 0 ,
r ∂r ∂r r ∂θ
∂
Bz (r, θ) = 0 , Bz (r, θ = θ̄) = Bz (r, θ = θ̄ + 2π) ,
∂r r=a
µǫ
con γ 2 = 2 ω 2 − k2 . (4.2.76)
c
Consideriamo le onde TM. Procediamo col metodo di separazione delle variabili
ponendo
Ez (r, θ) = R(r)Θ(θ) . (4.2.77)
Sostituendo (4.2.77) in (4.2.75), escludendo le soluzioni banali, si ottengono i
problemi al contorno
∂2
Θm (θ) = −m2 Θm (θ) ,
∂θ 2
Θm (θ̄) = Θm (θ̄ + 2π) . (4.2.78)
e
∂2 m2
1 ∂ 2
R(r) + R(r) + γ − 2 R(r) = 0 ,
∂r 2 r ∂r r
R(a) = 0 , R(0) < ∞ . (4.2.79)
1
Θm (θ) = √ eimθ , con m = 0, ±1, ±2, ±3, ... (4.2.80)
2π
Ovvero lo stesso problema agli autovalori (3.3.64) studiato nel paragrafo 3.3.2
ed avremo le soluzioni
x
mn
R̄(η) = Jm r . (4.2.82)
a
Dove xmn è l’n-esimo zero della funzione di Bessel di prima spece di ordine
m. Quindi per il modo m, n delle onde TM si ha la frequenza di taglio ωmn =
√c xmn . Per i primi modi si ha
µǫ a
I coefficenti Cmn e Bmn dipendono dalle condizioni iniziali del problema. Per
le onde T E il calcolo è del tutto simile a quello appena fatto, dove il ruolo di
Ez è sostituito da Bz e gli autovalori sono legati agli zero della derivata prima
delle funzioni di Bessel (vedi (4.2.76)).
questo caso avremo onde TM e TE. Nello spirito della separazione delle variabili
ponendo
~ θ, z) = ~
E(r, Et (r, θ) (a cos kz + b sin kz) , Ez (r, θ) (a sin kz + b cos kz) ,
~ θ, z) = B
B(r, ~ t (r, θ) (α cos kz + β sin kz) , Bz (r, θ) (α sin kz + β cos kz) ,
(4.2.85)
∇ 2 + µǫ ω 2 − k 2 B(r,
~ θ, z) = 0 ,
t 2
c
~ θ̄, z) = B(r,
B(r, ~ θ̄ + 2π, z) ,
∂ ~ ∂ ~
∂ Bz (r, θ, z) =0, Bt (r, θ, z) = ∂z Bt (r, θ, z) z=d =0.
∂r r=R ∂z z=0
(4.2.87)
Dalle condizioni al contorno rispetto alla variabile z segue
π
k=p , con p = 0, 1, 2, ... (4.2.88)
d
a) campi TM
1 ∂2
1 ∂ ∂
r Ez + 2 2 Ez + γ 2 Ez = 0 ,
r ∂r ∂r r ∂θ
Ez (r, θ̄) = Ez (r, θ̄ + 2π) , Ez (r = R, θ) = 0 ,
ω 2 pπ 2
con γ 2 = µǫ 2 − . (4.2.91)
c d
e
~ t (r, θ, z) pπ pπz
~ t Ez (r, θ) ,
E =− sin ∇
dγ 2 d
~ t (r, θ, z) ǫω pπz
~ t Ez (r, θ) ,
H = i 2 cos ~ez ∧ ∇
cγ d
~ ∂ 1 ∂
con ∇t ≡ , . (4.2.92)
∂r r ∂θ
b) campi TE
1 ∂2
1 ∂ ∂
r Hz + Hz + γ 2 Hz = 0 ,
r ∂r ∂r r 2 ∂θ 2
∂
Hz (r, θ̄) = Hz (r, θ̄ + 2π) , Hz (r, θ) =0,
∂r r=R
c2 ω 2 pπ 2
con Hz (r, θ) = Bz (r, θ) , γ 2 = µǫ 2 − .(4.2.93)
µǫ c d
e
~ t (r, θ, z) ωµ pπz
~ t Hz (r, θ) ,
E = −i sin ~ez ∧ ∇
cγ 2 d
~ t (r, θ, z) pπ pπz
~ t Hz (r, θ) ,
H = 2 cos ∇
dγ d
~ ∂ 1 ∂
con ∇t ≡ , . (4.2.94)
∂r r ∂θ
Dove xmn è l’n-esimo zero della funzione di Bessel Jm (x) (vedi paragrafo pre-
cedente sulla guida d’onde cilindrica). Otteniamo cosı́ i modi TM della cavità
c
r
x2mn pπ 2 m = 0, 1, 2, ...
ωmnp = √ + , n = 1, 2, 3, ... (4.2.96)
µǫ R2 d
p = 0, 1, 2, ...
c 2.405
T M010 = ω010 = √ . (4.2.97)
µǫ R
Si osservi che questo modo (come tutti quelli corrispondenti alle frequenze
ωmn0 ) corrisponde ad una frequeza di taglio (TM) di una guida d’onde ci-
lindrica dello stesso raggio e non può essere modificato cambiando la lunghezza
della cavità.
Per i campi TE il calcolo è analogo al precedente con la differenza, sostanziale,
∂
nelle condizioni al contorno, cioè ∂r Hz (r, θ) r=R = 0 sostituisce Ez (r = R, θ) =
0. Avremo quindi
x′mn
Hz (r, θ) ∼ Jm (γmn r) e±iθ , con γmn = . (4.2.98)
R
Dove x′mn è lo zero n-esimo della derivata della funzione di Bessel di ordine m.
Quindi per i modi TE della cavità avremo
c
r
x′2 pπ 2 m = 0, 1, 2, ...
mn
ωmnp = √ + , n = 1, 2, 3, ... (4.2.99)
µǫ R2 d
p = 1, 2, 3, ...
In una cavità reale vi è una dissipazione di energia dovuta al fatto che le sue
pareti hanno una conducibilità finita. Una grandezza importante, legata ad
una misura della dissipazione di energia in una cavità, è il fattore di merito Q
definito da
ω
0 t
− 2πQ
U = U0 e . (4.2.103)
ω
0 t+iω t
E ~ 0 e− 4πQ
~ =E 0
. (4.2.104)
Dove
Z ∞ ω
0 t+i(ω −ω)t
~0 − 4πQ 0
~g (ω) =E dte
0
~0
E
= ω0 . (4.2.106)
4πQ − i(ω0 − ω)
120CAPITOLO 4. EQUAZIONI DI MAXWELL E CAMPI VARIABILI NEL TEMPO
Sommario di relatività
Come è noto gli assiomi dai quali segue la teoria galileiana sono violati dall’e-
sperienza. In particolare sono violate le loro conseguenze e, già alla fine del
diciannovesimo secolo, era stato introdotto un sistema di riferimento preferen-
ziale (l’etere) per rendere i fenomeni elettromagnetici compatibili con la teoria
di Galileo.
Attualmente gli assiomi di Galileo sono sostituiti dal postulato di Eintein
1 - La velocità della luce nel vuoto è la stessa per tutti gli osservatori
inerziali
Mentre i sistemi inerziali sono ricondotti, tramite il principio di equivalenza∗
di Einstein, a proprietà geometriche, strettamente locali, dello spazio-tempo.
Per quanto riguarda queste note siamo interessati solo alla fisica nell’ambito
dei sistemi di riferimento inerziali, cioè alla cosı́ detta relatività ristretta di
Einstein. Vediamo quindi quali sono le conseguenze del postulato di Einstein.
Consideriamo un osservatore inerziale K e due eventi A e B che, nel riferi-
mento di K hanno coordinate
121
122 APPENDICE A. SOMMARIO DI RELATIVITÀ
2 2 2 2
c2 t′B − t′A − x′B − x′A ′
− yB ′
− yA ′
− zB ′
− zA =0. (A.1.3)
t → λt , x → λx , y → λy , z → λz . (A.1.4)
3
X 2
ds′2 = c2 dt′2 − dx′i . (A.1.6)
i=1
D’altra parte se è ds2 = 0, per quanto abbiamo osservato prima (vedi (A.1.2)
e (A.1.3)) sarà anche (ds′ )2 = 0 e quindi banalmente ds2 = (ds′ )2 = 0; mentre
se è ds2 6= 0 avremo in generale ds = ads′ . Poiché lo spazio è omogeneo il
coefficiente a non potrà dipendere da nessun punto in particolare e quindi non
dipenderà dalle coordinate; quindi sarà funzione della velocità relativa ~v tra
K e K ′ . Tenendo conto anche dell’isotropia questa dipendenza sarà relativa al
modulo v di ~v , quindi
ds′ = a(v)ds . (A.1.7)
a(w)
~ − ~v |) .
= a(|w (A.1.10)
a(v)
Nel primo caso la distanza spaziale tra gli eventi A e B è minore dello spazio
che un segnale luminoso percorre nell’intervallo di tempo tB − tA , nel secondo
è uguale, mentre nel terzo è maggiore e queste affermazioni sono vere per tutti
gli osservatori inerziali.
I nomi dati alle tre situazioni precedenti hanno un significato evidente; in-
fatti nel caso (A.1.16) siamo in una situazione analoga al propagarsi di un raggio
di luce, mentre nel caso di (A.1.15) è sempre possibile trovare un osservatore
per il quale gli eventi A e B hanno distanza spaziale nulla e l’intervallo è solo
temporale. Basta pensare al caso nel quale gli eventi A e B rappresentano due
posizioni successive occupate da una particella in un moto inerziale; un osser-
vatore solidale con la particella non la vedrà muovere e i due eventi saranno
A.1. DAL POSTULATO DI EINSTEIN ALLE TRASFORMAZIONI DI LORENTZ125
distinti solo da due coordinate temporali differenti. Nel caso di (A.1.17) il no-
me segue dal fatto che è sempre possibile trovare un osservatore che vede gli
eventi A e B contemporanei (cioè tB − tA = 0). Per illustrare questo punto
consideriamo il dispositivo rappresentato in fig.A.1 dove una sorgente S emette
un segnale luminoso in tutte le direzioni. Il segnale luminoso è quindi riflesso
da due specchi (A e B) in posizioni diametralmente opposte alla sorgente e l’os-
servatore è rappresentato dal dispositivo di due specchi a 450 che si illuminano
per la luce riflessa dagli specchi in A e in B e può occupare le posizioni O, O′
e O′′ . Considerando il sistema unidimensionale si avrà per l’intervallo s2 tra i
due eventi A (segnale che viene riflesso dallo specchio posto in A) e B (segnale
che viene riflesso dallo specchio posto in B),
b) per l’osservatore in O′ è s2 = c2 (tB −tA )2 −(xB −xA )2 < 0 con tB −tA < 0,
c) per l’osservatore in O′′ è s2 = c2 (tB −tA )2 −(xB −xA )2 < 0 con tB −tA > 0.
Come si vede da questo esempio, nel caso di un intervallo di tipo space like
la successione temporale di due eventi per due osservatori diversi può risultare
invertita. Perché il principio di causalità sia preservato (senza il quale non è
possibile avere una teoria) è quindi necessario che nessun segnale, atto a
trasportare informazione, possa viaggiare con una velocità superiore
a quella della luce nel vuoto. Questo non è un altro assioma, ma una condi-
zione per la consistenza interna della teoria stessa e anche questa affermazione,
126 APPENDICE A. SOMMARIO DI RELATIVITÀ
si trovano tutti gli eventi a distanza time-like rispetto ad O quelli con ct > 0
rappresentano il futuro di O e questa regione è chiamata il cono futuro di O,
quelli con ct < 0 rappresentano il passato e la regione si chiama il cono passato
di O; nella regione esterna si trovano gli eventi che sono a distanza space-like da
O e per i quali non vi è nessuna relazione causale con O; mentre sulle generatrici
si trovano tutti gli eventi a distanza light-like da O stesso.
Dall’invarianza dell’intervallo (A.1.14) si ricava subito la nota relazione di
Lorentz di contrazione dei tempi. Infatti per due diversi osservatori O e O′ ,
relativamente a due eventi A e B avremo, indicando con l ed l′ il modulo della
distanza spaziale (rispettivamente per O e O′ ) e con ∆t e ∆t′ le relative distanze
temporali,
s2 = c2 ∆t2 − l2 = c2 ∆t′2 − l′2 . (A.1.18)
Nel caso in cui sia s2 > 0 (intervallo time-like), avremo un osservatore (ad
esempio O′ ) per il quale i due eventi coincidono spazialmente (questo è il caso di
un osservatore solidale con il proprio orologio), quindi dalla (A.1.18) otteniamo
la nota relazione di contrazione dei tempi
p l v
∆t′ = ∆t 1 − β 2 , con β= = . (A.1.19)
c∆t c
A.2. GRUPPI DI LORENTZ E DI POINCARÉ 127
si ottiene
∂x′γ ∂x′δ α β
ηαβ dxα dxβ = ηγδ dx dx .
∂xα ∂xβ
Ovvero, per l’arbitrarietà dei differenziali delle coordinate,
∂x′γ ∂x′δ
ηαβ = ηγδ . (A.2.21)
∂xα ∂xβ
∂x′γ ∂ 2 x′δ
2ηγδ =0. (A.2.23)
∂xα ∂xρ ∂xβ
′γ
Osserviamo che le quantità ∂x ∂xα sono gli elementi della matrice che trasforma
alpha ′γ ∂xα
le coordinate x nelle x mentre le ∂x ′σ sono gli elementi della matrice che
compie la trasformazione inversa, cioè dalle coordinate x′σ alle xα per cui vale
∂x′γ ∂xα
= δγσ . (A.2.24)
∂xα ∂x′σ
∂xα
Moltiplicando a destra la (A.2.23) per la matice ∂x′σ otteniamo
∂ 2 x′δ
2ησδ =0. (A.2.25)
∂xρ ∂xβ
∂ 2 x′δ
=0, (A.2.26)
∂xρ ∂xβ
che ha la soluzione
x′δ = Λδρ xρ + aδ . (A.2.27)
Dove gli elementi di matrice Λδρ non dipendono dalle coordinate x e le aδ con
δ = 0, 1, 2, 3 sono quattro costanti reali. La (A.2.27) è soluzione di (A.2.23) e
non del sistema originale (A.2.21). Le soluzioni di (A.2.21) sono un sottoinsieme
delle (A.2.27). Allo scopo di trovare le soluzioni che interessano sostituiamo la
(A.2.27) in (A.2.21) e troviamo
ΛT ηΛ = η . (A.2.29)
3
2 X 2
− Λ00 + Λi 0 = −1 , (A.2.31)
i=1
Tenuto conto delle (A.2.30) e (A.2.32), l’insieme delle matrici Λ può essere
diviso in 4 sottoinsiemi e cioè
1 0 0 0 −1 0 0 0
0 −1 0 0 0 1 0 0
P =
0 0 −1 0 ,
T =
0
. (A.2.37)
0 1 0
0 0 0 −1 0 0 0 1
130 APPENDICE A. SOMMARIO DI RELATIVITÀ
2
ηγδ Λγ0 Λδ0 = η00 , ovvero Λ00 = 1 e δij Λi l Λjk = δlk . (A.2.38)
!
1 ...
R= .. , con R ⊆ L↑+ (A.2.39)
. R
ΛT ηΛ = ΛT RT ηRΛ = η .
Tutto quanto è stato detto per il gruppo di Lorentz può essere ripetuto per
il gruppo di Poincaré aggiungendo alle trasformazioni una traslazione; quindi
anche per questo gruppo ci limiteremo a considerare il gruppo ortocrono proprio
↑
P+ .
Volendo dare una rappresentazione più esplicita delle trasformazioni di Lo-
rentz consideriamo una particella, in moto inerziale, e due osservatori (sempre
inerziali) K e K ′ dei quali il primo sia solidale con la particella stessa. Indi-
cando con l’apice le coordinate riferite a K ′ e senza apice quelle riferite a K,
potremo scrivere, per un incremento infinitesimo delle stesse
dx′i vi i 0 −1 i
= = β = Λ 0 Λ0, (A.2.42)
dx′0 c
1
Λ00 = γ = p ed anche Λi 0 = γβ i . (A.2.44)
1− β2
Restano quindi da determinare gli elementi Λ0i , mentre gli elementi Λi j non
saranno univocamenti determinati perché, come abbiamo osservato, le trasfor-
mazioni di Lorentz sono fissate a meno di una rotazione. Possiamo comunque
determinarli per una scelta perticolare e ottenere tutti i possibili casi effettuan-
do delle rotazioni.
Dalla proprietà generale (A.2.28) si ottengono le altre due relazioni
3
X
−Λ00 Λ0j + Λi 0 Λi j = 0 ,
i=1
3
X
−Λ0j Λ0k + Λi j Λi k = δjk . (A.2.45)
i=1
γ γβ 1
0 0
γβ 1 γ 0 0
Λ=
0
. (A.2.48)
0 1 0
0 0 0 1
vj′
vj′ = vR1j , con R1j =
v′
dove v ′ = v perché una rotazione non cambia il modulo di v, si ottiene
γ−1
Λ00 = γ, Λ0i = Λi 0 = γβ i , Λi j = δi j + vi vj . (A.2.50)
v2
Una qualunque quantità Φ che per le trasformazioni (A.3.51) non cambia, cioè
Φ′ = Φ , (A.3.52)
A.3. SOMMARIO DI ALGEBRA TENSORIALE 133
è detta uno scalare. L’insieme degli scalari forma uno spazio vettoriale sul quale
le trasformazioni di Lorentz sono tutte rappresentate dall’identità (rappresenta-
zione scalare del gruppo di Lorentz). Esempi di scalari sono, secondo la teoria,
la carica elettrica o la massa di una particella. Queste sono quantità indipen-
denti dal punto, ma si possono avere anche quantità locali che si trasformano
come uno scalare. In questo caso è
Φ′ (x′ ) = Φ(x) ,
con Φ′ (x′ ) nel riferimento K ′ e Φ(x) nel riferimento K, quindi nel riferimento
K ′ avremo
Φ′ (x′ ) = Φ(Λ−1 x′ ) . (A.3.53)
T
O in termini di matrici Λ−1 = ηΛη −1 = ηΛT η. Infatti
!
′µ
V = Λµν V ν , ′µ ′
V (x ) = Λµν V ν (Λ−1 x′ ) , (A.3.56)
134 APPENDICE A. SOMMARIO DI RELATIVITÀ
!
Uµ′ = Λµν Uν , Uµ′ (x′ ) = Λµν Uν (Λ−1 x′ ) , (A.3.57)
Si osservi che entranbi questi esempi sono tali per l’uso delle coordinate car-
tesiane, in caso diverso le trasformazioni di coordinate (cioè l’equivalente delle
matrici Λ) dipendono dal punto, di conseguenza le coordinate di un evento
non sono un quadrivettore (lo sono i differenziali delle coordinate) e l’operatore
quadrigradiente, per essere ancora covariante, non ha più la forma (A.3.58).
Una prima proprietà importante dei vettori è che ad ogni vettore cova-
riante Vµ corrisponde un vettore controvariante e, viceversa, ad ogni vettore
controvariante U µ corrisponde un vettore covariante secondo le relazioni
V ν = η νµ Vµ , Uν = ηνµ U µ . (A.3.59)
Una dimostrazione del tutto analoga può essere fatta per Uν = ηνµ U µ . Possia-
mo quindi pensare η come l’operatore che alza o abbassa gli indici, ovvero η µν
trasforma un indice covariante in uno controvariante e ηµν uno controvariante
in uno covariante.
Consideriamo due vettori, uno covariante Vµ e l’altro controvariante U µ , e
introduciamo il prodotto
Vµ U µ = ηµν V ν U µ = η µν Vµ Uν . (A.3.60)
A.3. SOMMARIO DI ALGEBRA TENSORIALE 135
Questo prodotto è una quantità scalare (cioè non cambia per le trasformazioni
di coordinate (A.3.51)) ed ha quindi un valore assoluto (relativamente agli
osservatori inerziali). Un esempio di un invariante definito da questo prodotto
scalare è dato dall’operatore di Dalambert definito da
2 3
∂ 2
µν ∂ X
η ∂µ ∂ν = − + . (A.3.61)
∂x0 ∂xi
i=1
Dove la nomenclatura è quella utilizzata per gli intervalli tra due eventi, che,
in questa forma, divengono ds2 = −dxµ dxµ .
Per i vettori valgono i seguenti due teoremi
Teorema A.1 - Dato un vettore di tipo tempo è sempre possibile trovare un
sistema di riferimento nel quale le componenti spaziali di tale vettore sono nulle;
mentre dato un vettore di tipo spazio è sempre possibile trovare un sistema di
riferimento nel quale è nulla la sua componente temporale.
Teorema A.2 - Il segno della componente temporale di un vettore di tipo tempo
non cambia per una trasformazione di L↑+ .
I teoremi A.1 e A.2 sono la generalizzazione ad un qualunque quadrivettore
delle proprietà già osservate per un intervallo tra due eventi. Per la dimostra-
zione del teorema A.2 rinviamo ad uno dei testi della bibliografia, mentre per
il teorema A.1 costruiamo esplicitamente la trasformazione di coordinate per
un vettore di tipo tempo.
Sia uµ tale che uµ uµ < 0; le quantità
uµ
Λ0µ = √ (A.3.65)
−uρ uρ
ηµν Λµσ Λνρ = ησρ → ηµν Λµσ Λνρ Λγσ Λζρ = ησρ Λγσ Λζρ → ηγζ = Λγσ Λζρ ησρ .
ǫ′µνρσ = ǫµνρσ .
1
dσµ = ǫµνρσ dxν ∧ dxρ ∧ dxσ . (A.3.72)
3!
è
1
ǫµνρσ dxµ ∧ dxν ∧ dxρ ∧ dxσ = d4 x . (A.3.73)
4!
Si osservi che è
1
d4 x′ = ǫµνρσ dx′µ ∧ dx′ν ∧ dx′ρ ∧ dx′σ
4!
1
= ǫµνρσ Λµγ Λνη Λρζ Λστ dxγ ∧ dxη ∧ dxζ ∧ dxτ
4!
1
= det|Λ|ǫγηζτ dxγ ∧ dxη ∧ dxζ ∧ dxτ = det|Λ|d4 x
4!
ovvero d4 x′ = d4 x per Λ ∈ L↑+ . (A.3.74)
Un tensore che ha tutte le componenti nulle è tale per tutti gli osservatori
inerziali. Da questa proprietà segue il teorema
Teorema A.3 - Una identità tra tensori, che appartengono alla stessa rappre-
sentazione, è vera per tutti gli osservatori inerziali. Sia ad esempio
Aµρ ν
= B µρ ν
che può essere riscritta (i tensori della stessa rappresentazione formano uno
spazio lineare)
Aµρ ν
− B µρ ν
= 0 → A′µρ ν − B ′µρ ν
=0.
Dove si è fatto uso dell’invarianza del tensore nullo, e quindi, ancora dall’algebra
A′µρ ν = B ′µρ ν
.
Quindi una qualunque legge fisica, per essere tale, dovrà potersi esprimere come
una identità tra tensori.
d2 xi
Fi = m , con i = 1, 2, 3 (A.4.75)
dt2
A.4. LA DINAMICA RELATIVISTICA 139
Assumiamo che la massa m di una particella sia una quantità scalare. In ogni
2 i
caso la (A.4.75) non è una legge fisica perché le quantità ddtx2 e F i non hanno
nessun carattere tensoriale. Immaginiamo allora che ogni punto dello spazio, ad
ogni istante, sia l’origine di infiniti sistemi di riferimento inerziali che si muovono
con tutte le possibili velocità relative rispetto al riferimento dell’osservatore
(anche lui inerziale). All’ora, ad ogni istante e per un tempo infinitesimo, vi
sarà sempre uno di questi sistemi di riferimento rispetto al quale la particella
sarà in quiete (sistema del moto incipiente). In questo sistema di riferimento
possiamo introdurre i due quadrivettori space-like
fα ≡ 0, F 1 , F 2 , F 3 ,
(A.4.76)
d2 xα d2 x1 d2 x2 d2 x3
2
≡ 0, 2 , 2 , 2 . (A.4.77)
dτ dt dt dt
Dove τ è il tempo proprio della particella. Allora l’equazione
d2 xα
fα = m (A.4.78)
dτ 2
è covariante ed ha la stessa forma per tutti gli osservatori inerziali, fornendo cosı́
la generalizzazione cercata. Come si vede il quadrivettore f α (la quadriforza)
è riconducibile, istante per istante alla forza definita in modo operativo, solo
nel sistema di riferimento del moto incipiente e cosı́ pure il tempo proprio τ è
riconducibile al tempo solo in quel sistema di riferimento. In particolare se Λµν
è la trasformazione di Lorentz che porta la particella dalla quiete (sistema del
moto incipiente) alla velocità v i (velocità istantanea della particella rispetto ad
un dato osservatore inerziale) si ha
vi
fi = Λi j F j = F i + vj F j (γ − 1) ,
v2
vj
f0 = Λ0j F j = γβj F j , con βj = . (A.4.79)
c
La (A.4.78) può essere ricondotta ad una equazione del primo ordine introdu-
cendo il quadrivettore di tipo time-like
dxα
pα = m = (γmc, γm~v ) . (A.4.80)
dτ
Da cui
d α
fα = p .
dτ
pα è il quadrivettore energia-impulso, infatti nel limite di basse velocità si ha
0 E mc 1 2 1 2 2 4
p = =p = mc + mv + c O(β ) ,
c 1 − β2 c 2
140 APPENDICE A. SOMMARIO DI RELATIVITÀ
mv i
pi =p = mv i + c2 O(β 3 ) . (A.4.81)
1 − β2
2
p0 p)2 + m2 c2 , → E 2 = c2 (~p)2 + m2 c2 .
= (~ (A.4.82)
′µ
= ct′ , 0, 0, 0 .
XG (A.4.84)
i Pi Pi
XG = ct , VGi = c.
P0 P0
A.4. LA DINAMICA RELATIVISTICA 141
N
X N
X
0 i
P = γG M c = γn mn c , P = γG M VGi = γn mn vni . (A.4.87)
n=1 n=1
PN N PN
n=1 γn mn
X
n=1 (γn − γG )mn
M= = mn + . (A.4.88)
γG γG
n=1
ηµν P µ P ν = −M 2 c2 (A.4.89)
Dove A e B sono gli stati iniziale e finale, le αn sono delle costanti dimensionate
che sono fissate dal limite a bassa velocità. Infatti
N
X Z tB p Z tB
I= αn dt 1 − βn2 = dtL(t)
n=1 tA tA
con
N
X 1 2 4
, quindi αn = −mn c2 .
L(t) = αn 1 − βn + O β
n=1
2
e
N Z B N Z B q
−ηµν dxµn dxνn .
X X
2
I =− mn c dτn = − mn c (A.4.91)
n=1 A n=1 A
d2 xµ d µ
cmn =c p =0, (A.4.92)
dτn2 dτn n
d µ ∂
c pn = η µν ν U (x1 (τ1 ), x2 (τ2 ), ..., xN (τN )) . (A.4.93)
dτn ∂x
e anche un problema a due corpi non sarà più risolubile in forma chiusa. Il
problema più grosso non è però legato alle complicazioni matematiche adesso
descritte, ma bensı́ alla funzione potenziale U . Infatti questa si presenta co-
me una funzione multilocale, in altri termini l’effetto sulla particella n-esima
dell’interazione dipende dalla posizione di tutte le altre particelle, ma ognuna
ad un tempo diverso in modo da rispettare il principio di causalità; come con-
seguenza la scrittura di U presuppone la conoscenza di come l’interazione si
propaga da un punto all’altro e questo equivale a conoscere, nel contesto trat-
tato, l’evoluzione delle coordinate delle singole particelle, ovvero le soluzioni
del sistema in (A.4.93). Quanto detto adesso è conseguenza della natura intrin-
secamente locale della teoria e, anche se in linea di principio non necessario,
sembra naturale cambiare il punto di vista.
L’ottica fin qui seguita è stata quella Lagrangiana, cioè si sono seguite le
coordinate delle particelle nella loro evoluzione temporale lungo le traiettorie
(in 4 dimensioni le linee d’universo). Vi è però un’altra possibilità. Ad esempio
nel caso di un fluido possiamo considerare un volumetto infinitesimo fissato
dello spazio, per un tempo pure infinitesimo, e misurare la velocità del fuido
al suo interno. Potremo ripetere questa operazione in punti e a tempi diversi;
otterremo cosı́ una rappresentazione della velocità come funzione del punto.
Una simile rappresentazione locale è detta campo (nella fattispecie si tratta del
campo di velocità). I vantaggi sono evidenti inquanto i campi sono funzioni
locali del punto e non delle coordinate delle particelle. Non avremo più le N
equazioni del moto (A.4.93), ma tante quante sono le componenti del campo di
velocità e le variabili spazio-temporali in gioco saranno solo quattro e questo per
la natura locale delle equazioni. Naturalmente non avremo più direttamente
l’informazione relativa al moto lungo la traiettoria della singola particella di
fluido, ma bensı́ ai campi. Questo punto di vista è quello detto Euleriano.
Per seguire il punto di vista Euleriano sono quindi necessarie quantità locali
fisicamente rilevanti, ovvero grandezze che si trasformano secondo rappresen-
tazioni del gruppo di Lorentz (tensori). In oltre, poiché si ha a che fare con
densità, le quantità conservate sono legate ad equazioni di continuità, cioè si
hanno delle correnti conservate. Ad esempio la conservazione dell’impulso e
dell’energia, che via il teorema di Nöether sono conseguenza dell’invarianza per
traslazione della teoria, è espressa dal tensore impulso-energia T µν che è la
corrente conservata (in un sistema isolato) ed è equivalente, in 4 dimensioni,
a 4 correnti vettoriali. Le cariche conservate sono appunto l’energia e le tre
144 APPENDICE A. SOMMARIO DI RELATIVITÀ
∂ µν
T =0, (A.4.94)
∂xµ
N
X pµn pν n 3
T µν = δ (~x − ~xn ) . (A.4.96)
p0n
n=1
Dove ~xn = ~xn (t) sono le coordinate spaziali al tempo t della particella n-esima.
Se le particelle non interagiscono tra loro, e formano un sistema isolato, la cor-
rente tensoriale (A.4.96) è conservata. L’elettrodinamica nel vuoto, illustrata
nella prima parte di queste note, è un esempio di una teoria relativistica.
Appendice B
Soluzioni dell’equazione di
Poisson
1 3
∇2 Φ(~r) = − δ (~r) (B.1.1)
ǫ0
è data da
1 1
Φ(~r) = .
4πǫ0 |~r|
Da questa segue subito che la soluzione dell’equazione
1
∇2 Φ(~r) = − ρ(~r) , (B.1.2)
ǫ0
con ρ 6= 0 e finita in una regione limitata dello spazio e per limr→∞ Φ(~r) = 0,
è data dalla rappresentazione integrale
1 1 1
Z
Φ(~r) = d3 r ′ G(~r − r~′ )ρ(r~′ ) , dove G(~r − r~′ ) = . (B.1.3)
ǫ0 4π ~r − r~′
G(~r − r~′ ) è la funzione di Green del problema. Nel caso in cui il problema
presenta dei bordi, ad esempio la regione dello spazio che contiene le cariche è
delimitata da delle superfici conduttrici sulle quali il potenziale assume dei va-
lori costanti e la sua derivata normale (alla superficie) è una funzione assegnata,
145
146 APPENDICE B. SOLUZIONI DELL’EQUAZIONE DI POISSON
Ovvero
)
Z ρ(~ r
d r −Φ(~r)δ ~r − r~′ + G(~r − r~′ )
3 3
V ǫ0
Z h i
= ~ r G(~r − r~′ ) − G(~r∂ − r~′ )∇
Φ(~r∂ )∇ ~ r Φ(~r) · ~ndσ
∂V
1 ρ(r~′ )
Z
Φ(~r) = d3 r ′
4πǫ0 V ~r − r~′
1 1 1
Z
+ dσ ~ r′ Φ(r~′ ) − Φ(r~′ ∂ )~n · ∇
~n · ∇ ~ r′ ,
4π ∂V ~r − r~′ ∂ ~r − r~′
(B.1.5)