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Elettrodinamica

Il documento presenta un'introduzione all'elettrodinamica classica, suddivisa in due parti: la prima tratta dei fenomeni elettromagnetici nel vuoto e la relatività speciale, mentre la seconda si concentra su problemi al contorno e sull'elettrostatica. Include anche appendici sulla relatività ristretta e sulla soluzione dell'equazione di Poisson. È destinato a studenti del terzo anno del corso di laurea in Fisica e richiede conoscenze pregresse di Fisica Generale e Analisi.

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Elettrodinamica

Il documento presenta un'introduzione all'elettrodinamica classica, suddivisa in due parti: la prima tratta dei fenomeni elettromagnetici nel vuoto e la relatività speciale, mentre la seconda si concentra su problemi al contorno e sull'elettrostatica. Include anche appendici sulla relatività ristretta e sulla soluzione dell'equazione di Poisson. È destinato a studenti del terzo anno del corso di laurea in Fisica e richiede conoscenze pregresse di Fisica Generale e Analisi.

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Università degli studi di Genova

Dipartimento di Fisica

INTRODUZIONE
ALL’ELETTRODINAMICA CLASSICA

R. Collina

anno acc. 2007/08


2

A Giuliana

Introduzione
Lo scopo di questi appunti è quello di presentare, nei limiti del tempo disponi-
bile per il corso, un quadro degli aspetti principali dell’elettromagnetismo e di
fornire agli studenti una buona traccia in relazione alle lezioni tenute in aula.
Il testo, che segue la struttura del corso, è diviso in due parti. La prima parte
riguarda i fenomeni elettromagnetici nel vuoto e gli inquadra nell’ambito della
Relativià Speciale di Einstein. In particolare si studia l’irraggiamento da parte
di cariche in movimento compreso il caso di particelle veloci. La seconda parte
è dedicata allo studio di problemi al contorno, dell’equazione di Laplace per
quanto riguarda l’elettrostatica dei conduttori e degli isolanti, e dell’equazione
delle onde per quanto riguarda la propagazione del segnale elettromagnetico
in un mezzo indefinito, nelle cavità ideali e nelle guide d’onda. Ho aggiunto
anche due appendici: la prima comprende un rapido riassunto della relatività
ristretta di Einstein e la seconda riguarda la soluzione generale dell’equazione
di Poisson.
Prerequisiti sono i contenuti dei corsi di Fisica Generale e dei corsi di Analisi.
Il corso è pensato per studenti del terzo anno del corso di laurea in Fisica.
Indice

1 La teoria di Maxwell 7

1.1 La teoria microscopica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7


1.1.1 Invarianza di gauge . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8

1.1.2 Scelta della gauge e gradi di libertà fisici . . . . . . . . . . 9


1.2 Covarianza del campo elettromagnetico . . . . . . . . . . . . . . 13

1.2.1 Quadricorrente e quadripotenziale . . . . . . . . . . . . . 14


1.2.2 Il tensore del campo elettromagnetico . . . . . . . . . . . 18

1.2.3 Scrittura covariante delle equazioni di Maxwell . . . . . . 21


1.3 Energia ed impulso associati al campo elettromagnetico . . . . . 22

1.4 Momento angolare associato al campo elettromagnetico . . . . . 25

2 Campi prodotti da distribuzioni di cariche 29


2.1 Soluzioni dell’equazioni di Maxwell nello spazio . . . . . . . . . . 29

2.1.1 Soluzione generale delle Equazioni di Maxwell omogenee . 29


2.1.2 Carica in moto inerziale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 32

2.1.3 Potenziali ritardati . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35


2.2 Campo di irraggiamento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 39

2.2.1 Campo prodotto da una singola carica . . . . . . . . . . . 39


2.2.2 Approssimazione di grande distanza . . . . . . . . . . . . 41

2.2.3 Sviluppo in multipoli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 43


2.2.4 Intensità di irraggiamento . . . . . . . . . . . . . . . . . . 46

2.3 Irraggiamento da cariche con velocità relativistica . . . . . . . . . 50

3
4 INDICE

2.3.1 Particella con accelerazione e velocità collineari . . . . . . 52

2.3.2 Particella con velocità e accelerazione ortogonali . . . . . 53

3 Problemi al contorno delle equazioni di Maxwell 55

3.1 La teoria macroscopica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 55

3.2 Elettrostatica dei conduttori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 56

3.2.1 Energia del campo elettrostatico dei conduttori . . . . . . 58

3.2.2 Metodo delle immagini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 59

3.2.3 Metodo della trasformazione conforme . . . . . . . . . . . 64

3.3 Problemi al contorno dell’equazione di Laplace . . . . . . . . . . 67

3.3.1 Equazione di Laplace in coordinate cartesiane . . . . . . . 68

3.3.2 Equazione di Laplace in coordinate cilindriche . . . . . . 71

3.3.3 Equazione di Laplace in coordinate sferiche . . . . . . . . 75

3.4 Elettrostatica dei dielettrici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 86

3.4.1 Metodo della carica immagine per i dielettrici . . . . . . . 88

3.4.2 Energia del campo elettrico in un dielettrico . . . . . . . . 90

3.5 Magnetostatica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 92

3.5.1 Soluzione di problemi al contorno in magnetostatica . . . 93

3.5.2 Energia associata al campo magnetico . . . . . . . . . . . 94

4 Equazioni di Maxwell e campi variabili nel tempo 97

4.1 Soluzioni dipendenti dal tempo in un mezzo macroscopico . . . . 97

4.1.1 Il teorema di Pointing . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 98

4.1.2 Propagazione di un’onda elettromagnetica in un mezzo


non conduttore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 99

4.1.3 Propagazione di un segnale in un mezzo dispersivo . . . . 106

4.2 Guide d’onda e cavità risonanti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 108

4.2.1 Campi variabili alla superfice e all’interno di un condut-


tore ideale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 108

4.2.2 Guida d’onda a sezione costante . . . . . . . . . . . . . . 109


INDICE 5

4.2.3 Cavità risonanti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 115


4.2.4 Fattore di merito Q di una cavità . . . . . . . . . . . . . . 119

A Sommario di relatività 121


A.1 Dal postulato di Einstein alle trasformazioni di Lorentz . . . . . 121
A.2 Gruppi di Lorentz e di Poincaré . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 127
A.3 Sommario di algebra tensoriale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 132
A.4 La dinamica relativistica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 138

B Soluzioni dell’equazione di Poisson 145


B.1 Il teorema di Green . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 145
6 INDICE
Capitolo 1

La teoria di Maxwell

1.1 La teoria microscopica

A livello microscopico l’interazione tra la materia ed i campi elettromagnetici


viene descritta come interazione tra campi e particelle cariche nel vuoto. In
particolare il vuoto è considerato isotropo ed omogeneo, ovvero le sue proprietà
fisiche non dipendono né dal punto, né dalla direzione e queste simmetrie ven-
gono rotte localmente dalla presenza di cariche e dai campi stessi. Come è noto
la teoria del campo elettrico e magnetico nel vuoto è descritta dalle note equa-
zioni di Maxwell, che nel sistema internazionale di unità (e nella forma dovuta
a Olivier Heaviside), sono

~ ·E
~ ρ
∇ = ,
ǫ0
~ ∧E
~ ∂ ~
∇ =− B ,
∂t
~ ·B
∇ ~ =0,
 
~ ∧B
~ 1 1 ~ ∂ ~
∇ = 2 J+ E . (1.1.1)
c ǫ0 ∂t

~ sta ad indicare l’operatore differenziale


Dove il simbolo vettoriale ∇

~ = î ∂ + ĵ ∂ + k̂ ∂ , con î, ĵ, k̂ versori in R3 .


∇ (1.1.2)
∂x ∂y ∂z

~ B
Le grandezze ρ, E, ~ e J~ sono campi (cioè dipendono dal punto e dal tempo) e
rappresentano rispettivamente la densità di carica, il campo elettrico, il campo
di induzione magnetica e il vettore densità di corrente. Le costanti ǫ0 e c sono
rispettivamente la costante dielettrica del vuoto e la velocità della luce (sempre

7
8 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL

nel vuoto) e valgono approssimativamente

ǫ0 ∼ 8.85 × 10−12 F m−1 e c ∼ 3 × 108 ms−1 . (1.1.3)

Volendo essere più precisi riguardo ai valori sperimentali delle costanti in (1.1.3)
osserviamo che dal 21 ottobre 1983 si è assunto come campione la velocità della
luce c, attribuendogli quindi il valore esatto (senza errore) c = 299792458 ms−1
dalla quale si ricavano altre grandezze, ad esempio il metro come unità delle
lunghezze, una volta noto il campione del tempo che è realizzato con l’orolo-
gio atomico al cesio 133∗ . D’altra parte la costante µ0 = ǫ01c2 , che compare a
secondo membro dell’ultima equazione in(1.1.1), vale, nel sistema di unità inter-
nazionali (per la definizione stessa del campo B) ~ µ0 = 4π×10−7 Hm−1 , abbiamo
quindi per la costante dielettrica del vuoto ǫ0 = 4π×101 −4 c2 ∼ 8.85418781762 ×
10−12 F m−1 .
Tornando alle (1.1.1) possiamo fare due osservazioni rilevanti; la prima è che
la seconda e terza equazione non dipendono dalle sorgenti e quindi devono
esprimere delle proprietà generali dei campi E ~ e B,
~ indipendenti cioè dalla par-
ticolare configurazione del sistema fisico studiato. La seconda osservazione è
che i campi E,~ B ~ corrispondono a 6 funzioni scalari incognite che devono essere
soluzione di 8 equazioni lineari. Di conseguenza o le (1.1.1) sono inconsistenti
(cosa che sappiamo non vera), oppure queste non sono risolubili perché dei gradi
di libertà del sistema fisico restano arbitrari. Questi gradi di libertà dovranno
poter essere eliminati solo con l’introduzione di vincoli che non comportino però
effetti sulla fisica; ovvero ci si aspetta l’esistenza di una qualche simmetria.

1.1.1 Invarianza di gauge

Per comprendere quanto affermato nel paragrafo precedente proviamo a cercare


la soluzione generale del sistema (1.1.1). Cominciamo quindi dalle equazioni che
non dipendono dalle sorgenti, perché, dovendo esprimere proprietà generali, ci
possiamo aspettare che diano anche indicazioni relativamente ai gradi di libertà
fisici. La terza equazione di (1.1.1) ammette come soluzione generale

~ =∇
B ~ ∧A
~ (1.1.4)


un secondo corrisponde a [Link] periodi nella transizione tra i due livelli iperfini
dello stato fondamentale dell’atomo di cesio 133
1.1. LA TEORIA MICROSCOPICA 9

dove A~ è un campo vettoriale differenziabile, il potenziale vettore. Sostituendo


la (1.1.4) nella seconda equazione di (1.1.1) otteniamo

 
~ ∧ E
∇ ~+ ∂A ~ =0. (1.1.5)
∂t

Che ammette come soluzione generale

~+ ∂A
E ~ = −∇φ ~ =−∂A
~ , da cui E ~ − ∇φ
~ , (1.1.6)
∂t ∂t

con φ il potenziale scalare. Quindi le sei componenti dei campi E ~ e B~ sono


~ e il potenziale scalare φ,
legate a solo 4 funzioni scalari, le 3 componenti di A
ma sia A~ che φ non possono essere determinati e restano arbitrari. Infatti se
cambiamo i potenziali secondo le trasformazioni

~
A →A~′ = A~ + ∇f
~ ,

φ → φ′ = φ − f , (1.1.7)
∂t

i campi E ~ eB ~ non cambiano e poiché per risolvere le (1.1.1) le condizioni iniziali


ed al contorno possono essere imposte solo su i campi E ~ e B,~ che sono quelli
~ e φ restano indeterminati
fisici (cioè definiti in modo operativo), i potenziali A
e il sistema (1.1.1), senza eliminare i gradi di libertà arbitrari, non può essere
risolto. Le trasformazioni (1.1.7) sono dette trasformazioni di gauge e rappre-
sentano la simmetria che ci aspettavamo; le grandezze fisiche, come i campi
E~ e B,~ sono invarianti di gauge. Osserviamo però che l’invarianza di gauge
delle grandezze fisiche permette di porre delle condizioni sui campi A ~ e φ cosı́
da elimiare le arbitrarietà; a tale scopo queste condizioni dovranno rompere la
simmetria (1.1.7). Vediamo nei dettagli come si può procedere, scegliendo la
gauge, per risolvere il sistema (1.1.1).

1.1.2 Scelta della gauge e gradi di libertà fisici

~ e E,
Sostituiamo le espressioni di B ~ date rispettivamente in (1.1.4) e (1.1.6),
nella prima e nella quarta equazione del sistema (1.1.1). Otteniamo cosı́

∂ ~ ~ ρ
− ∇ · A − ∇2 φ = ,
∂t ǫ0
∂2 ~
 
~ ∧ ∇

~ ∧A
~
 1 1 ~ ∂ ~
∇ = 2 J − 2 A − ∇φ . (1.1.8)
c ǫ0 ∂t ∂t
10 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL
 
~ ∧ ∇
Ricordando che è ∇ ~ ∧A
~ = −∇2 A
~ + ∇(
~ ∇~ · A)
~ le precedenti si riscrivono

∂ ~ ~ ρ
− ∇ · A − ∇2 φ = ,
∂t ǫ0
2
~+ 1 ∂ A
−∇2 A ~ + ∇(
~ ∇ ~ + 1 ∂ ∇φ
~ · A) ~ = 1 J~ . (1.1.9)
2
c ∂t 2 2
c ∂t c2 ǫ0

Come è ovvio per quanto osservato prima le (1.1.9) sono invarianti per le trasfor-
mazioni (1.1.7) e potranno essere risolte solo tramite una scelta della gauge che
elimini i gradi di libertà arbitrari (non fisici). Le scelte possibili sono infinite,
ma per quel che ci riguarda possiamo riferirci a le seguenti 3:

a) Gauge di Lorentz
∇ ~+ 1 ∂φ=0.
~ ·A (1.1.10)
c2 ∂t
b) Gauge di Coulomb
~ ·A
∇ ~=0. (1.1.11)

c) Gauge di radiazione (solo nel caso in cui ρ = 0, e di conseguenza anche


J~ = 0)
∇~ ·A~=0 e φ=0. (1.1.12)

Consideriamo ad esempio la gauge di Lorentz, per la quale le (1.1.1) diventano

1 ∂2
 
2 ρ
2 2
−∇ φ= ,
c ∂t ǫ0
1 ∂2
 
−∇ A2 ~ = 1 J, ~
2
c ∂t 2 c2 ǫ0
~ ·A
∇ ~+ 1 ∂φ=0. (1.1.13)
c2 ∂t
Che non sono più invarianti per le trasformazioni (1.1.7) e sembrerebbero poter
essere risolte. In effetti non si sono ancora eliminati tutti i gradi di libertà
non fisici. Questo si può capire anche confrontando tra loro le tre scelte della
gauge riportate sopra. Infatti con la gauge di Lorentz e di Coulomb le quattro
funzioni φ, A ~ sono legate tra loro da una sola relazione e quindi si hanno tre
gradi di libertà, mentre per la gauge di radiazione, essendo due le realazioni,
i gradi di libertà che restano sono solo due. Si osservi che le equazioni (1.1.9)
(come le (1.1.13)) sono locali per cui un sistema in assenza di cariche (ρ = 0) è
equivalente ad un sistema dove le cariche sono localizzate al di fuori della regione
considerata ed il loro effetto è recuperato tramite le condizioni al contorno;
quindi i gradi di libertà fisici sono sempre gli stessi, cioè due. Questo vuol
1.1. LA TEORIA MICROSCOPICA 11

dire che nel caso della gauge di Lorentz e di Coulomb può aversi ancora una
invarianza di gauge residua. Possiamo verificare questo fatto nel caso della
gauge di Lorentz facendo le trasformazioni (1.1.7) sulle (1.1.13), ottenendo
1 ∂2
  
2 ∂ ρ
2 2
−∇ φ− f = ,
c ∂t ∂t ǫ0
1 ∂2
 
2 ~ + ∇f
~
 1 ~
2 2
− ∇ A = 2 J,
c ∂t c ǫ0
 

~ · A ~ + ∇f
~
 1 ∂ ∂
∇ + 2 φ− f =0 . (1.1.14)
c ∂t ∂t
che, come si vede, sono ancora invarianti se si sceglie la funzione f che soddisfa
alla relazione
1 ∂2
 
2
−∇ f =0 . (1.1.15)
c2 ∂t2
La gauge di radiazione non ha simmetrie di gauge residue e riduce subito il
sistema ai soli gradi di libertà fisici. Per quanto riguarda la gauge di Coulomb
osserviamo che le (1.1.9), risolto il vincolo, diventano
ρ
−∇2 φ = ,
ǫ0
2
−∇2 A ~+ 1 ∂ A ~ + 1 ∂ ∇φ
~ = 1 J~ ,
2
c ∂t 2 2
c ∂t c2 ǫ0
~ ·A
∇ ~=0. (1.1.16)

Anche in questo caso, come nel caso della gauge di radiazione, non c’è nessuna
simmetria di gauge residua, perché la densità di carica ρ, date le condizioni al
contorno , fissa in modo non ambiguo il potenziale φ e l’ultima delle (1.1.16)
fissa a due i gradi di libertà del campo A.~
Vediamo esplicitamente in un caso semplice quanto prima esposto. Conside-
riamo le equazioni nel gauge di Lorentz in una regione in assenza di cariche.
Dovremo quindi considerare il sistema
1 ∂2
 
2
−∇ φ =0,
c2 ∂t2
1 ∂2
 
− ∇ 2 ~
A =0,
c2 ∂t2

∇ ~+ 1 ∂φ
~ ·A =0. (1.1.17)
c2 ∂t
Trattandosi di un sistema di equazioni differenziali lineari potremo risolvere
per le singole componenti di Fourier (cioè in termini di onde piane). Poniamo
quindi
~
φ = n0 ei(k·~x−ωt) + c.c.
~
~
A = ~nei(k·~x−ωt) + c.c. (1.1.18)
12 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL

Dove ~k = (k1 , k2 , k3 ) e ω sono rispettivamente il numero d’onde e la pulsazione


dell’onda piana, ~n = (n1 , n2 , n3 ) è il vettore di polarizzazione e n0 è un numero
che fissa l’ampiezza di φ e naturalmente il vettore di posizione è ~x = (x1 , x2 , x3 );
mentre c.c. sta per complesso coniugato. Tenuto conto che c’è invarianza per
rotazione possiamo scegliere il sistema di riferimento in modo che il vettore
numero d’onde sia diretto secondo il terzo asse (l’asse z), ovvero ~k = (0, 0, k).
Sostituendo le (1.1.18) in (1.1.17) otteniamo
  2 
ω 2 n

  c2
 − k 0 =0 ,

ω2 (1.1.19)
 c2
− k2 ~n = 0 ,
kn3 − cω2 n0

=0.

(Ed analoghe per i c.c.). Dalle quali si ottiene la relazione di dispersione ω = ck


e che è n3 = 1c n0 , quindi i gradi di libertà sono individuati dai tre parametri
~
n , n , 1 n . Scegliamo la funzione scalare f = igei(k·~x−ωt) +c.c. che, a causa della
1 2 c 0
relazione di dispersione ω = ck, obbedisce alla condizione (1.1.15) e facciamo
l’ulteriore trasformazione di gauge

~
A →A~′ = A~ + ∇f
~

φ → φ′ = φ − f
∂t
che produce le seguenti relazioni

n′1 = n1 ,
n′2 = n2 ,
1 ′ 1 1
n = n0 − gk = (n0 − ωg) . (1.1.20)
c 0 c c
n0
A questo punto scegliamo g = ω e otteniamo i potenziali

φ′ =0,
~
A′1 = n1 ei(k·~x−ωt) + c.c.
~
A′2 = n ei(k·~x−ωt) + c.c.
2

A′3 =0. (1.1.21)

Quindi l’onda ha solo due stati di polarizzazione e la polarizzazione è trasversa.


~ e B,
Infatti per i campi E ~ che essendo invarianti di Gauge non dipendono dalla
particolare scelta dei potenziali, si ha
i ~k·~

 E1 = iωn1 e (
x−ωt)
 + c.c.
~ ∂ ~ i(~
k·~
x −ωt) ~

E = − A = iω~ne + c.c. → E2 = iωn2 e i( k·~
x −ωt) + c.c.
∂t 
E3 = 0

1.2. COVARIANZA DEL CAMPO ELETTROMAGNETICO 13

i ~k·~

 B1 = −ikn2 e (
x−ωt)
 + c.c.
~ =∇ ~ ′ = i~k ∧ ~ne
~ ∧A i(~
k·~
x −ωt)
B + c.c. → i(~k·~
x−ωt)
 B2 = ikn1 e + c.c.
B3 = 0

(1.1.22)

1.2 Covarianza del campo elettromagnetico

Ci poniamo adesso il problema di trovare le proprietà di trasformazione dei


campi E ~ eB~ nell’ambito degli osservatori inerziali. Da un punto di vista ope-
rativo si può misurare l’intensità di un campo elettrico misurando la forza che
questo esercita su una carica campione. D’altra parte per la teoria di New-
ton due osservatori inerziali, a meno di una rotazione, misurano le stesse forze
che agiscono sulle singole particelle. Infatti le coordinate di un evento per una
trasformazione di Galileo si trasformano come

x′i = Ri j xj + v i t + ai con RT R = I i, j = 1, 2, 3.
t′ =t. (1.2.23)

Simili trasformazioni non possono aggiungere accellerazioni passando da un os-


servatore all’altro, che sarebbe l’unico meccanismo in grado di far variare l’in-
tensità di una forza agente su una particella. D’altra parte è un fatto sperimen-
tale che due fili percorsi da corrente, posti parallelamente uno vicino all’altro si
attraggono o respingono a seconda che le correnti siano concordi o discordi. Le
forze in gioco sono molto deboli, ma rilevabili; il campione dell’Amper è stato
costruito a partire da questo fenomeno. Due fili conduttori percorsi da corrente
sono elettricamente neutri e le forze in gioco tra di loro sono presenti solo a
causa del movimento delle cariche. Questo aspetto contraddice esplicitamente
la relatività galileiana perché indica la nascita di un campo di forze (in questo
caso un campo elettrico, la forza di Lorentz) legato al moto relativo di sistemi
inerziali. Per capire quali siano i parametri rilevanti del fenomeno consideriamo
due fili paralleli, posti alla distanza d, percorsi da correnti concordi della stessa
intensità I. Il modulo della forza con la quale si attraggono è dato da

I2
F = µ0 . (1.2.24)
d

Indicando con S la sezione dei due conduttori, con ρ la densità delle cariche in
movimento e con v la velocità di deriva delle cariche stesse (pochi millimetri al
14 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL

1
minuto), si ottiene I = ρvS e, ricordando che µ0 = ǫ0 c2 , si trova

ρ2 S 2  v 2
F = (1.2.25)
ǫ0 d c

Quindi β = vc è il parametro rilevante di questo fenomeno (osservabile solo per


l’alto valore di ρ e il piccolo valore di ǫ0 ) il che indica che la teoria va vista
nell’ambito della relatività di Eintein.
Ne segue che dovremo trovare quali sono le quantità rilevanti per la teoria.
In altri termini il fenomeno descritto precedentemente, che da un punto di
vista microscopico è interpretabile tramite la forza di Lorentz, mostra che i
campi elettrici e magnetici non sono quantità covarianti per le trasformazioni
di Galileo, ovvero non si trasformano come campi vettoriali e sono grandezze
che non possono essere trattate separatamente. Se assumiamo che la teoria sia
descritta nell’ambito della relatività (speciale) di Einstein dovremo trovare quali
sono le grandezze che si trasformano secondo le rappresentazioni del gruppo
di Lorentz cioè le grandezze che hanno un carattere tensoriale rispetto a tali
trasformazioni† .

1.2.1 Quadricorrente e quadripotenziale

Per rispondere alla richiesta del paragrafo precedente dovremo partire da del-
le assunzioni fisiche e il modo naturale per far questo è riferirsi alle sorgenti;
ovvero, tornando a considerare le equazioni (1.1.1), la densità di carica ρ e la
densità di corrente J~ = ρ~v . Ci aspettiamo che queste grandezze giochino un
ruolo fondamentale e siano significative anche in ambito relativistico. Indichia-
mo le coordinate di un evento (in un riferimento inerziale) con il quadivettore
controvariante xµ con µ = 0, 1, 2, 3, ovvero xµ ≡ (ct, x1 , x2 , x3 ) e scegliamo la
metrica (vedi appendice A)

 
−1 0 0 0
 0 1 0 0 
ηµν = η µν ⇔
 0
 . (1.2.26)
0 1 0 
0 0 0 1

Assumiamo poi che la carica racchiusa in un volume dato sia un invariante


relativistico, cioè che il suo valore non dipenda dall’osservatore, ma che tutti

Allo scopo di richiamare concetti noti, illustrati in corsi precedenti, e per uniformare il
linguaggio e le notazioni qui usate a quanto già noto, in appendice A è riportato un breve
riassunto della relatività speciale di Einstein.
1.2. COVARIANZA DEL CAMPO ELETTROMAGNETICO 15

gli osservatori misurino lo stesso valore (usando ovviamente le stesse unità).


Questa assunzione è naturale e la sua verifica sperimentale seguirà dalla verifica
delle conseguenze che da essa seguiranno. Assumere che la carica contenuta
in un volume fissato sia invariante porta come conseguenza immediata che la
densità di carica ρ non è uno scalare; infatti dalla contrazione di Lorentz delle
lunghezze nella direzione del moto si ha una identica contrazione del volume e
quindi un equivalente aumento della densità ρ. Cioè se ~v è la velocità con la
quale un osservatore inerziale vede muovere il volume che contiene le cariche
avremo per la dednsità ρ′ vista da questo osservatore

ρ v2
ρ′ = γρ = p , con β 2 = . (1.2.27)
1 − β2 c2

Cioè ρ si trasforma come la componente x0 della posizione, ovvero come la


componente temporale di un quadrivettore; dobbiamo capire quali sono le altre
componenti. Per far questo consideriamo una carica infinitesima e scriviamo
il quadrivettore dqdxµ (dq è invariante per ipotesi e dxµ è un quadivettore
perché differenza di due quarivettori). Se pensiamo dxµ come lo spostamento
infinitesimo della carica dq lungo la propria linea di universo possiamo scrivere
tre coordinate come funzioni della quarta, avremo cioè

dxµ 0 dx0
dxµ = dx , con =1, (1.2.28)
dx0 dx0

avremo quindi

dxµ 0 dxµ
dqdxµ = ρd3 x dx = d4
x ρ dove d4 x = d3 xdx0 . (1.2.29)
dx0 dx0

D’altra parte l’elemento del quadrivolume d4 x è invariante per una trasforma-


zione di Lorentz (per coordinate pseudocartesiane il determinante jacobiano
coincide col determinante di una trasformazione di Lorentz che vale 1; vedi
appendice A). Quindi, poiché il primo membro della (1.2.29) è un quadrivet-
µ
tore lo è anche ρ dx
dx0
. Definiamo allora la quadricorrente come il quadrivettore
controvariante

dxµ    
~ = j 0 , ~j .
j µ = cρ ≡ (cρ, ρ~
v ) = cρ, J (1.2.30)
dx0

Quindi le sorgenti delle (1.1.1) fanno parte dello stesso oggetto e non posso-
no essere viste come oggetti indipendenti. Vi è ancora un aspetto fondamen-
tale da controllare; infatti per l’elettromagnetismo la carica elettrica è una
16 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL

quantità conservata e questa proprietà deve essere indipendente dal sistema di


riferimento. La conservazione della carica è espressa dall’equazione di continuità

∂ ~ · J~ = 0 .
ρ+∇ (1.2.31)
∂t

È immediato verificare che (gli indici ripetuti si intendono sommati)

3
∂ µ ∂ 0 X ∂ i ∂ ~ · J~
µ
j = 0
j + i
j = ρ+∇ (1.2.32)
∂x ∂x ∂x ∂t
i=1

e dalla (1.2.31)
∂ µ
j =0. (1.2.33)
∂xµ
Ma la (1.2.33) è invariante per una trasformazione di Lorentz perché prodotto
scalare tra il quadrivettore covariante ∂x∂ µ e quello controvariante j µ , e quindi
vale per tutti gli osservatori inerziali‡ .
Abbiamo già osservato che i campi E ~ eB ~ non sono quantità che hanno pro-
prietà di trasformazione semplici; per capire quale sia la loro natura nell’ambito
di una descrizione relativistica torniamo a considerare le equazioni di Maxwell.
In particolare se scegliamo la gauge di Lorentz dobbiamo considerare il sistema

  
1 ∂2 2 φ = 1ρ
 2
  c ∂t
 2 − ∇ ǫ0

1 ∂2 (1.2.34)
 c2 ∂t2
2 ~
− ∇ A = c21ǫ0 J~
 ~ ~

∇ · A + c12 ∂t

φ =0

Osserviamo che l’operatore differenziale a primo membro delle due prime equa-
zioni è uno scalare rispetto alle trasformazioni di Lorentz infatti corrisponde
alla scrittura
∂ ∂ 1 ∂2
−η µν µ ν = 2 2 − ∇2 . (1.2.35)
∂x ∂x c ∂t
Allora se dividiamo la prima delle (1.2.34) per c otteniamo

  
1 ∂2 2 ( φ ) = 1 (cρ)
  c2 ∂t2
 − ∇ ǫ0 c2
 c

1 ∂2 (1.2.36)
 c2 ∂t2
2 ~
− ∇ (A) = ǫ01c2 J~
 ~ ~ + 1 ∂ (φ) = 0

∇ · (A) c ∂t c

la conservazione della carica elettrica vale anche per gli osservatori non inerziali, ma, in
un sistema di `coordinate generali, l’equazione di continuità (1.2.33) assume una forma diversa
e cioè √1g ∂x∂µ
√ µ´
gj = 0 dove g è il determinante della metrica cambiato di segno.
1.2. COVARIANZA DEL CAMPO ELETTROMAGNETICO 17

dalle quali si vede che φc si trasforma come la componente temporale di un


quadrivettore e A ~ come le componenti spaziali dello stesso quadrivettore, cioè
j µ§ . Definiamo allora il quadripotenziale come il quadrivettore controvariante
  
φ ~ 
~ .
Aµ ≡ , A = A0 , A (1.2.37)
c

Si osservi poi che la scelta della gauge (l’ultima equazione delle (1.2.34)) corri-
sponde ad uno scalare, infatti si scrive


Aµ = 0 . (1.2.38)
∂xµ

Che è quindi la stessa per tutti gli osservatori inerziali. Questo non è più
vero se scegliamo la gauge di Coulomb o di radiazione, infatti le equazioni
vincolari corrispondenti cambiano forma per una trasformazione di Lorentz,
ma questo non porta nessuna conseguenza su i campi fisici a causa della loro
indipendenza dalla scelta della gauge. Tale scelta diventa solo un fattore di
convenienza a secondo della situazione da studiare. Cosa molto diversa è invece
la compatibilità della simmetria di Gauge con le trasformazioni di Lorentz;
cioè le trasformazioni (1.1.7) devono conservare la stessa forma per tutti gli
osservatori inerziali e questo sarà vero se saranno riscrivibili come una relazione
tra tensori.
Osserviamo che con la scelta fatta della metrica si ha per i campi covarianti
corrispondenti alla quadricorrente e al quadripotenziale
   
jµ = ηµν j ν ≡ −cρ, J~ = j0 , ~j ,
  
ν φ ~ 
~ .
Aµ = ηµν A ≡ − , A = A0 , A (1.2.39)
c

È immediato verificare che le trasformazioni (1.1.7) sono riassunte nella rela-


zione tra quadrivettoti


Aµ → A′µ = Aµ + f , (1.2.40)
∂xµ

dove f è uno scalare. E questo assicura che sia la relatività ristretta che l’inva-
rianza di Gauge sono entrambe simmetrie della teoria di Maxwell dell’elettro-
magnetismo.
§
Questa affermazione presuppone l’invariamza della permebilità magnetica del vuoto µ0 =
1
ǫ0 c2
.
Ma questa proprietà è garantita dalla sua stessa definizione. µ0 è inoltre necessaria per
rendere compatibili, nel sistema di unità internazionali, le dimensioni dell’intensità di corrente
~
con quelle di B.
18 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL

1.2.2 Il tensore del campo elettromagnetico

Torniamo a considerare le soluzioni (1.1.4) e (1.1.6) delle equazioni di Maxwell


che definiscono i campi B ~ eE~ in termini dei potenziali. Ci poniamo il problema
di capire quale è la loro natura nell’ambito della relatività speciale di Einstein.
Cominciamo col dividere per c la (1.1.6), avremo per le single componenti

Ei 1 ∂ ∂ φ
=− (Ai ) − i ( ) , con i = 1, 2, 3 (1.2.41)
c c ∂t ∂x c

che può essere riscritta come

Ei ∂ ∂
− = 0
Ai − i A0 . (1.2.42)
c ∂x ∂x

Mentre la (1.1.4) da per le singole componenti

∂ ∂ ∂ ∂
B1 = 2
(A3 ) − 3 (A2 ) = 2
A3 − 3 A2 ,
∂x ∂x ∂x ∂x
∂ ∂ ∂ ∂
B2 = (A1 ) − 1 (A3 ) = A1 − 1 A3 ,
∂x3 ∂x ∂x3 ∂x
∂ ∂ ∂ ∂
B3 = 1
(A2 ) − 2 (A1 ) = 1
A2 − 2 A1 . (1.2.43)
∂x ∂x ∂x ∂x
Come si vede dalle (1.2.42) e (1.2.43) la quantità rilevante è il tensore antisim-
metrico
∂ ∂
Fµν = Aν − ν Aµ (1.2.44)
∂xµ ∂x
le cui componenti sono i campi fisici (e quindi tutte gauge invarianti). Questo
~ eB
è l’oggetto che ha significato e che dimostra come i campi E ~ non possono
essere descritti separatamente. Trattandosi di un tensore di rango 2 possia-
mo rappresentarlo tramite una matrice, nel dettaglio, riferendosi alla forma
controvariante F µν = η µρ η νσ Fρσ si ha

 E1 E2 E3 
0 c c c
 − E1 0 −B2 
B3
F µν ⇔ c
 − E2
 . (1.2.45)
c −B3 0 B1 
− Ec3 B2 −B1 0

Ovvero in componenti

Ei = cF 0i = −cF i0 = −cF0i = cFi0 ,


1
Bi = ǫijk F jk con i, j, k = 1, 2, 3 . (1.2.46)
2
1.2. COVARIANZA DEL CAMPO ELETTROMAGNETICO 19

Dove ǫijk è il simbolo completamente antisimmetrico le cui componenti valgono


+1 tutte le volte che gi indici i, j, k sono ordinati secondo una permutazione
pari rispetto alla sequenza 1, 2, 3, −1 quando gli indici sono ordinati secondo
una permutazione dispari e 0 tutte le volte che due indici hanno lo stesso valore.
A questo punto, per verificare la validità della teoria, dobbiamo vedere come
F µν si trasforma per le trasformazioni di Lorentz e confrontare i campi trasfor-
mati con quanto è noto dai dati speimentali. Consideriamo a questo scopo una
trasformazione di Lorentz tra due sistemi di riferimento con gli assi paralleli,
ma con la velocità relativa in una direzione arbitraria, cioè (vedi appendice A)

γ γ vc1 γ vc2 γ vc3


 
 γ v1 1 + v12 γ−1 v1 v2 γ−1 v1 v3 γ−1
Λµ ν

⇔ c v2 v2 v2 (1.2.47)
 γ v2 v2 v1 γ−1 1 + v22 γ−1 γ−1 

c v 2 v2
v2 v3 v2
γ vc3 v3 v1 γ−1
v2 v3 v2 γ−1
v2 1 + v32 γ−1
v2

Dove γ = q 1 =√ 1
e v 2 = v12 + v22 + v32 Per i campi trasformati avremo
2
1− v2 1−β 2
c
allora
µν
F ′µν = Λµ ρ Λν σ F ρσ = ΛF ΛT (1.2.48)

Ovvero in componenti, indicando con le lettere latine i, j, k, l gli indici da 1 a 3


e ricordando che F µµ = 0,

E ′i
F ′0i = = Λ0 0 Λi j F 0j + Λ0 j Λi 0 F j0 + Λ0 j Λi k F jk
c
= Λ0 0 Λi j − Λ0 j Λi 0 F 0j + Λ0 j Λi k F jk

 i  Ej
i i γ−1 2 vj v
= γδ j + γv vj 2 − γ 2
v c c
 
vj γ − 1 jk l
+γ δi k + v i vk 2 ǫ lB
c v
Ei v i vj E j vj
=γ − (γ − 1) 2 − γǫij l B l (1.2.49)
c v c c

Dove si è tenuto conto che vj vk ǫjk l = 0 e che γ 2 = (1 − β 2 )−1 . Nella scrittura


tridimensionale avremo allora
 
~
~v ~v · E
~ ′ = γE
E ~ − (γ − 1) ~
− γ~v ∧ B (1.2.50)
v2

Analogamente per le componenti F ij avremo

F ′ij = ǫij k B ′k = Λi 0 Λj k F 0k + Λi k Λj 0 F k0 + Λi k Λj l F kl
20 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL
 
= Λi 0 Λj k − Λi k Λj 0 F 0k + Λi k Λj l F kl
 i j  k
v j i j γ−1 i v i jγ −1 E
= γ δ k + γv v vk 2
− γδ k − γv vk v 2
c cv c cv c
  
γ−1 γ − 1 kl
+ δi k + v i vk 2 δj l + v j vl 2 ǫ sBs
v v
 i j
vj E i

v E
=γ − + ǫij s B s
c c c c
γ − 1  i jk 
− 2 v ǫ s vk − v j ǫik s vk B s (1.2.51)
v
Dalla quale si ottiene
1 vi E j γ − 1 l i jk
B ′l = ǫl ij F ′ij = γǫl ij 2 + B l − ǫ ij v ǫ s vk B s (1.2.52)
2 c v2
Cioè nella scrittura tridimensionale
 
~ ~
v ∧ ~
v ∧ ~
B
B~′ = B ~ + γ ~v ∧ E − (γ − 1) . (1.2.53)
c2 v2

Le (1.2.50) e (1.2.53) possono essere riscritte in un modo più conveniente sepa-


rando le componenti dei campi E ~ eB ~ in componenti parallele e perpendicolari
alla velocità ~v . In questo modo si ottiene.
~ ′k
E ~k ,
=E
 
~ ′⊥
E =γ E ~ ⊥ − ~v ∧ B
~ , (1.2.54)

e
~ ′k
B ~k ,
=B
!
~
~ ′⊥
B =γ ~ ⊥ + ~v ∧ E
B . (1.2.55)
c2

 
Dove si è tenuto conto che ~v ∧ ~v ∧ B~ = −v 2 B
~ ⊥ . Si ottengono le trsformazioni
inverse delle (1.2.54) e (1.2.55) semplicemente facendo la sostituzione ~v → −~v .
Per capire meglio il significato delle precedenti consideriamo un osservatore
O′ che si muove con velocità ~v rispetto ad un osservatore O; l’osservatore O
vede un campo elettrico E(x)~ ~
e un campo magnetico B(x), dove abbiamo reso
esplicito il carattere locale dei campi. Se adesso ci mettiamo nel riferimento di
O′ vedremo il campo elettrico
~ ′ k (x′ )
E ~ k (x) = E
=E ~ k (Λ−1 x′ ) ,
   
~ ′ ⊥ (x′ )
E =γ E ~ ⊥ (x) + ~v ∧ B(x)
~ =γ E~ ⊥ (Λ−1 x′ ) + ~v ∧ B(Λ
~ −1 x′ ) .
(1.2.56)
1.2. COVARIANZA DEL CAMPO ELETTROMAGNETICO 21

Se l’osservatore inerziale O′ è istantaneamente solidale con una carica di prova


q su questa misurerà la forza
!
~ k (Λ−1 x′ )
E
F~ (x ) = q

~ ⊥ (Λ−1 x′ ) + γ~v ∧ B(Λ
~ −1 x′ ) (1.2.57)
γE

La forza non è una grandezza covariante per le trasformazioni di Lorentz ed è


definita (coincidendo con la forza newtoniana) solo nel sistema di riferimento
inerziale istantaneamente solidale con la carica (sistema del moto incipiente) e
solo in questo può essere misurata direttamente tramite una forza che le impe-
disca il movimento. Per quanto riguarda il moto della particella l’osservatore
O′ che ad un certo istante (iniziale) è solidale con la particella la vedrà muovere
quindi secondo la legge (vedi appendice A)
d ~′ ~ k (Λ−1 x′ )
p = qE
dτ k
d ~′ 
~ ⊥ (Λ−1 x′ ) + ~v ∧ B(Λ
~ −1 x′ )

p = qγ E (1.2.58)
dτ ⊥

Dove τ è il tempo proprio (τ = γ −1 t) e p~′ è l’impulso, ovvero la componente


spaziale del quadriimpulso, della particella carica per l’osservatore O′ . Se adesso
consideriamo l’osservatore O (che vede muovere l’osservatore O′ con velocità ~v )
avremo per le componenti dell’impulso

p~k = γ p~′ k + γβmc , p~⊥ = p~′ ⊥ . (1.2.59)

Quindi tornando alle (1.2.58) si ha


d ~ k (x)
p
~ = qE
dt k
d 
~ ⊥ (x) + ~v ∧ B(x)
~

p~⊥ =q E
dt
ovvero
d 
~ ~

p = q E(x)
~ + ~v ∧ B(x) (1.2.60)
dt
Il secondo membro della (1.2.60) è la forza di Lorentz che fornisce anche la
definizione operativa dei campi E ~ e B.
~

1.2.3 Scrittura covariante delle equazioni di Maxwell

Come abbiamo visto nei paragrafi precedenti la teoria di Maxwell è una teoria
relativistica e in questo ambito va necessariamente descritta. Da questo segue
22 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL

che le equazioni di Maxwell (1.1.1) devono potersi scrivere in forma covariante,


cioè tramite tensori rispetto alle trasformazioni di Lorentz. Poiché queste sono
scritte per i campi fisici (cioè quantità gauge invarianti), il candidato naturale
per apparire in tali equazioni, oltre a j µ che contiene le sorgenti, è il tensore
F µν . È immediato verificare che la prima e l’ultima equazione delle (1.1.1),
(quelle che contengono le sorgenti) sono riassunte dalla scrittura tensoriale

∂ µν
F = −µ0 j ν , (1.2.61)
∂xµ
mentre la seconda e terza (quelle senza sorgenti) si ottengono da

∂ ∂ ∂
µ
Fνρ + ρ Fµν + ν Fρµ = 0 . (1.2.62)
∂x ∂x ∂x
Osserviamo che se riscriviamo la (1.2.62) in termini del quadripotenziale Aµ
essa diventa una identità, cosa del resto ovvia perché le sue componenti sono
le soluzioni generali delle due equazioni di Maxwell rappresentate dalla (1.2.62)
stessa. Rivista però come relazione per il quadripotenziale questa esprime l’e-
sistenza della simmetria di gauge che qui si traduce nell’assenza di pozzi e
sorgenti per il campo B,~ cioè nell’assenza di cariche magnetiche (i monopoli).
La (1.2.62) può essere scritta in una forma più simile nell’aspetto alla (1.2.61).
Introduciamo a questo scopo il tensore duale di F µν definito da

∗ 1 µνρσ
F µν = ǫ Fρσ (1.2.63)
2
dove ǫµνρσ è un tensore invariante ed è il simbolo completamente antisimmetrico
a 4 indici (la generalizzazione a 4 dimensioni di ǫijk ). La (1.2.62) si riscrive come

∂ ∗ µν
F =0. (1.2.64)
∂xµ

1.3 Energia ed impulso associati al campo elettro-


magnetico

Torniamo a considerare le equazioni di Maxwell (1.2.61) e (1.2.62), Moltipli-


chiamo la prima, per Fνρ e sommiamo sull’indice ν, mentre moltiplichiamo la
seconda per F µν e sommiamo su entrambi gli indici. Otteniamo, tenendo conto
dell’antisimmetria e rinominando gli indici sommati, le due equazioni
∂ µν
F Fρν = µ0 j ν Fνρ ,
∂xµ
∂ 1 ∂
−2F µν µ Fρν + (F µν Fµν ) = 0 . (1.3.65)
∂x 2 ∂xρ
1.3. ENERGIA ED IMPULSO ASSOCIATI AL CAMPO ELETTROMAGNETICO23

Dividiamo la seconda per 2 e sottraiamola dalla prima ottenendo


∂ 1 ∂
µ
(F µν Fρν ) − (F µν Fµν ) = µ0 j ν Fνρ .
∂x 4 ∂xρ
Che, rinominando ancora gli indici sommati nel secondo termine a primo mem-
bro, possiamo riscrivere

δµρ λσ
 
∂ µν
F Fρν − F Fλσ = µ0 j ν Fνρ . (1.3.66)
∂xµ 4

Questa equazione, essendo una relazione tra tensori, è la stessa per tutti gli
osservatori inerziali e quindi può definire quantità fisicamente significative per-
chè ugualmente interpretabili. Separando la componente temporale da quelle
spaziali otteniamo quattro equazioni, ovvero
∂ ∂  kj  1 ∂  1 ∂  kj 
0j 0j
= µ0 j k Fk0

F F0j + F F0j − F F 0j − F Fkj
∂x0 ∂xk 2 ∂x0 4 ∂x0
∂ 0j
 ∂  kj  ∂  k0  1 ∂  k0  1 ∂ 
kj

F Fij + F F ij + F F i0 − F Fk0 − F Fkj
∂x0 ∂xk ∂xk 2 ∂xi 4 ∂xi
= µ0 j k Fki , con i, j, k = 1, 2, 3

Ricordando la (1.2.45) (o le (1.2.46)) la prima diventa (nella scrittura a tre


componenti)
!
 
∂ 1 1 2
 ~ ∧B
E ~
2
ǫ0 E + B ~ ·
+∇ + J~ · E
~ =0. (1.3.67)
∂t 2 µ0 µ0

Dove si è tenuto conto che c2 = ǫ01µ0 . La seconda si può verificare (con un


pò di calcoli e ricordando le (1.1.1)) che si riduce ad una identità. Tornando
a considerare la (1.3.67) osserviamo che l’ultimo termine a primo membro è il
lavoro fatto nell’unità di tempo dal campo E ~ sulle cariche. Quindi, se conside-
riamo un volume chiuso, il primo termine rappresenta la diminuzione nell’unità
di tempo della densità di energia contenuta in tale volume che risulta uguale al
flusso di energia uscente (il secondo termine) più il lavoro fatto dal campo E.~
Questa equazione rappresenta quindi la conservazione dell’energia. Si osservi
che se siamo in una regione dove J~ = 0 la (1.3.67) è l’equazione di continuità

∂ ~ · J~ = 0
E +∇ (1.3.68)
∂t
 
1 1
con E = 2 ǫ0 E 2 + µ0 B
2 la densità di energia del campo elettromagnetico e
~ B ~
J~ = E∧
µ0 la densità di corrente corrispondente, ovvero il vettore di Pointing.
24 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL

Da quanto osservato adesso segue che la quantità

  ~ ~!
  c 1 E ∧B
cP µ ⇔ cE, J~ = ǫ0 E 2 + B 2 , (1.3.69)
2 µ0 µ0

si trasforma come un quadrivettore. In particolare qui la carica conservata


corrisponde a  
1
Z
c
cU = d3 x ǫ0 E 2 + B 2 (1.3.70)
2 µ0
Cioè all’energia U associata al campo e.m.. In oltre dalle proprietà di trasfor-
mazione segue allora che
Z ~ ∧B
E ~
c2 P~(e.m) = d3 x (1.3.71)
µ0

si trasformerà come la parte spaziale di un quadrivettore (cioè come l’impulso


P~(e.m) ) se anche le sue componenti saranno quantità conservate.
Possiamo inquadrare il problema della conservazione dell’energia e dell’impulso
da un punto di vista più generale tornando a considerare la (1.3.66) nel caso
j ν = 0. Definendo il tensore

µρ η µρ λσ
cµ0 T(e.m.) = F µν F ρ ν − F Fλσ (1.3.72)
4

la (1.3.66) è riscritta come


∂ µρ
T =0 (1.3.73)
∂xµ (e.m.)
che corrisponde a 4 equazioni di continuità per le 4 quadricorrenti T µ0 , T µi con
i = 1, 2, 3. La quadricorrente T µ0 coincide, a meno della quantità invariante 1c ,
con il quadrivettore P µ definito in (1.3.69), T 00 corrisponde alla densità di ener-
gia e la carica conservata è l’energia U definita in (1.3.70). Per le quadricorrenti
T µi si ha (per i fissato)
 i
~ ∧B
E ~
T 0i = ,
c2 µ0
   
ji 1 j i 1 ji 2 1 j i 1 ji 2
T =− 3 E E − δ E − B B − δ B con j = 1, 2, 3 .
c µ0 2 cµ0 2
(1.3.74)

Dove

1 i i
Z  Z 
i
P(e.m.) = d3 x E~ ∧B
~ = ǫ0 d3 x E~ ∧B
~ , i = 1, 2, 3 (1.3.75)
2
c µ0
1.4. MOMENTO ANGOLARE ASSOCIATO AL CAMPO ELETTROMAGNETICO25

sono le tre cariche conservate. Possiamo quindi definire il quadrivettore energia


impulso per il campo elettromagnetico come

 Z   Z  
µ 1 3 2 1 2 3 ~ ∧B ~ = U, cP~(e.m.)

P(e.m.) ⇔ d x ǫ0 E + B , c d xǫ0 E
2 µ0
(1.3.76)
che è una quantità conservata in una regione in assenza di cariche. Il tensore
µρ
T(e.m.) definito in (1.3.72) è il tensore energia impulso (stress tensor) del campo
elettromagnetico ed è una corrente tensoriale conservata in assenza di cariche.
Quando sono presenti le cariche quelle che si conservano sono le quantità
totali, cioè i campi scambiano energia ed impulso con la materia in modo che
l’energia e l’impulso totali siano conservati¶ . Ovvero nel caso generale, se indi-
µν
chiamo con T(M ) il tensore energia impulso della materia (vedi appendice A),
vale la relazione
∂  µρ µρ

T(e.m.) + T(M ) = 0 . (1.3.77)
∂xµ
Confrontando con la (1.3.66) si ha la relazione fondamentale

∂ µν 1
µ
T(M ) = F νρ j ρ . (1.3.78)
∂x c

1.4 Momento angolare associato al campo elettro-


magnetico

Consideriamo un sistema di cariche e correnti rappresentate dalla quadricor-


rente j µ in presenza di un campo elettromagnetico F µν . Si consideri quindi
l’espressione
Jik = µ0 (xi j ν Fνk − xk j ν Fνi ) . (1.4.79)

Dal primo gruppo delle equazioni di Maxwell avremo allora

∂ µν ∂
xi µ
F Fνk − xk µ F µν Fνi = −µ0 (xi j ν Fνk − xk j ν Fνi ) . (1.4.80)
∂x ∂x

Dal secondo gruppo delle equazioni di Maxwell potremo anche scrivere


    
∂ ∂ ∂ ∂ ∂ ∂
xi Fkν + ν Fµk + k Fνµ − xk Fiν + ν Fµi + i Fνµ F µν = 0 ,
∂xµ ∂x ∂x ∂xµ ∂x ∂x

La conservazione dell’energia e dell’impulso seguono dall’invarianza per traslazione in 4
dimensioni ed è provato dal teorema di Nöether
26 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL

ovvero
   
µν ∂ 1 ∂ µν µν ∂ 1 ∂ µν
xi F Fkν − (Fµν F ) −xk F Fiν − (Fµν F ) = 0 .
∂xµ 4 ∂xk ∂xµ 4 ∂xi
(1.4.81)
Sottraendo la (1.4.80) dalla (1.4.81) (si tenga presente che Fνk = −Fkν e
analogamente per Fνi ) si ottiene
δµk δµi
   
∂ µν σρ ∂ µν σρ
xi µ F Fkν − Fσρ F − xk µ F Fiν − Fσρ F
∂x 4 ∂x 4
= µ0 (xi j ν Fνk − xk j ν Fνi ) . (1.4.82)

E, in termini del tensore energia-impulso (1.3.72)


∂ µk ∂ µi 1 i ν k 
xi µ T(e.m.) − xk µ T(e.m.) = x j Fν − xk j ν Fν i .
∂x ∂x c
Possiamo anche scrivere
∂  i µk k µi

ik ki 1 i ν k k ν i

x T(e.m.) − x T(e.m.) − T(e.m.) + T(e.m.) = x j F ν − x j Fν .
∂xµ c
ik
D’altra parte è T(e.m.) ki
− T(e.m.) = 0. Otteniamo quindi

∂  i µk  1 
k µi i ν k k ν i
x T(e.m.) − x T(e.m.) = x j Fν − x j Fν . (1.4.83)
∂xµ c

Consideriamo un volume Σint dove non sono contenute cariche e dividiamo lo


spazio in due regioni: quella interna al volume Σint e quella esterna allo stesso
volume, dove saranno contenute anche le cariche associate alla quadricorrente
j µ , che indichiamo con Σest . Scegliamo in oltre il bordo di separazione in modo
che su di esso non vi siamo cariche. Integriamo adesso su il volume Σest e
prendiamo prima in considerazione il secondo membro della (1.4.83). Tenendo
conto della relazione fondamentale (1.3.78) si ha
 
1
Z Z
i ∂ k ∂
 
3 i ν k k ν i 3 µk µi
d x x j Fν − x j Fν = − d x x T −x T
c Σest Σest ∂xµ (M ) ∂xµ (M )
ik = T ki (vedi appendice A), avremo
e, poiché T(M ) (M )

1
Z Z
  ∂  µk k µi

d3 x xi j ν Fν k − xk j ν Fν i = − d3 x µ xi T(M ) − x T(M )
c Σest Σest ∂x
Separando adesso, tra gli indici sommati, quello temporale da quelli spaziali, il
secondo membro della precedente diventa
Z  Z
3 ∂  i µk k µi ∂  
d x µ x T(M ) − x T(M ) = d3 x 0 xi T(M0k k 0i
) − x T(M )
Σest ∂x Σest ∂x
Z Z
∂   ∂  i 0k 
+ d3 x l xi T(M
lk
) − x k li
T(M ) = d3
x x T(M ) − x k 0i
T(M ) .
Σest ∂x Σest ∂x0
1.4. MOMENTO ANGOLARE ASSOCIATO AL CAMPO ELETTROMAGNETICO27

Infatti, poiché sul bordo di Σest non ci sono cariche, per il teorema di Gauss
si annulla il contributo della divergenza spaziale. La quantità xi T(M
0k − xk T 0i
) (M )
è la densità di momento angolare delle cariche; indicando quindi con M(M ik le
)
componenti del momento angolare delle cariche contenute in tutto il volume
Σest, si ha Z   d ik
d3 x xi j ν Fν k − xk j ν Fν i = − M(M ) . (1.4.84)
Σest dt
Torniamo adesso alla (1.4.83) e consideriamone l’integrale sul volume Σest del
primo membro, ovvero
Z  Z
3 ∂  i µk k µi ∂  
d x µ x T(e.m.) − x T(e.m.) = d3 x 0 xi T(e.m.)
0k
− xk T(e.m.)
0i
Σest ∂x Σest ∂x
Z Z
∂   ∂  
+ d3 x l xi T(e.m.)
lk
− xk T(e.m.)
li
= d3 x 0 xi T(e.m.)
0k
− xk T(e.m.)
0i
∂x ∂x
ZΣest  
Σest

+ xi T(e.m.)
lk
− xk T(e.m.)
li
dσl . (1.4.85)
∂Σest

Poiché
Z   Z  
i lk k li
x T(e.m.) − x T(e.m.) dσl = − xi T(e.m.)
lk
− xk T(e.m.)
li
dσl
∂Σest ∂Σint
 (1.4.86) 
d ik
si ha che la diminuizione del momento angolare delle cariche in Σest − dt M(M )
è uguale all’aumento del momento angolare del campo elettromagnetico nella
stessa regione
Z
∂   d ik
c d3 x 0 xi T(e.m.)
0k
− xk T(e.m.)
0i
= M(e.m.)
Σest ∂x dt

meno il flusso entrante del momento angolare elettromagnetico


 nella regione
i lk k li
R
priva di cariche Σint , ∂Σint x T(e.m.) − x T(e.m.) dσl . Si ha quindi ancora la
conservazione del momento angolare e possiamo definire la corrente

Mµik µki i µk k µi
(e.m.) = −M(e.m.) = x T(e.m.) − x T(e.m.) (1.4.87)

che nelle regioni prive di cariche è singolarmente conservata


Mµik = 0 . (1.4.88)
∂xµ (e.m.)
28 CAPITOLO 1. LA TEORIA DI MAXWELL
Capitolo 2

Campi prodotti da
distribuzioni di cariche

2.1 Soluzioni dell’equazioni di Maxwell nello spazio

Ci poniamo adesso il problema di risolvere esplicitamente le equazioni di Max-


well in regioni dello spazio illimitate, cioè cerchiamo soluzioni in termini di
campi che hanno supporto in tutto lo spazio, mentre la distribuzioni delle ca-
riche che gli generano sono supposte all’interno di regioni finite e delimitate.
Assumiamo la forma (1.1.4) e (1.1.6) dei campi B ~ eE~ in termini dei potenziali
quali soluzioni generali della seconda e terza equazione di Maxwell in (1.1.1)
e dovremo risolvere il sistema (1.1.9) scegliendo la gauge più conveniente in
relazione al problema da studiare.

2.1.1 Soluzione generale delle Equazioni di Maxwell omogenee

Cme primo esempio consideriamo una regione dello spazio dove non sono pre-
senti cariche (ρ = J~ = 0). In questo caso conviene sceglire la gauge di radiazione
~ ·A
ovvero i vincoli ∇ ~ = 0 e φ = 0. Risolto il vincolo il sistema (1.1.9) si riduce
all’altro
1 ∂2
 
2
− ∇x A(~ ~ x, t) = 0 ,
c2 ∂t2
~ x · A(~
∇ ~ x, t) = 0 ,
φ(~x, t) = 0 . (2.1.1)

E i campi sono dati da

~ x, t) = − ∂ A(~
E(~ ~ x, t) , ~ x, t) = ∇
B(~ ~ x ∧ A(~
~ x, t) . (2.1.2)
∂t

29
30 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE

Per trovare la soluzione generale possiamo procedere nel modo seguente: scelta
una direzione arbitraria, indicata dal versore ~n la prima equazione delle (2.1.1)
può essere riscritta come

1 ∂2
    
2 ~ x, t) = ~
n ∂ ~x ~
n ∂ ~ x A(~
~ x, t) = 0 .
− ∇x A(~ +∇ −∇ (2.1.3)
c2 ∂t2 c ∂t c ∂t

Introduciamo adesso le variabili

~η = ~nct + ~x , ζ~ = ~nct − ~x . (2.1.4)

Avremo allora
!
ni ∂ ~ i 1 ∂~η ~ 1 ∂ ζ~ ~ ~ ′ (~η, ζ)
~ = ∇i + ∇i A

~ ′ (~η , ζ)
~
A(~x, t) =n · ∇η + · ∇ζ A η ζ
c ∂t c ∂t c ∂t
 
~ x, t)
∇ix A(~ ~ η + ∇i ζ~ · ∇
= ∇ix ~η · ∇ ~ζ A ~ ′ (~η , ζ)
~ = ∇i − ∇i A ~ ′ (~η , ζ)
~ .

x η ζ

(2.1.5)

Con questo cambiamento di variabili la (2.1.3) è riscritta nella forma

~η·∇
∇ ~ ′ (~η , ζ)
~ ζA ~ =0, (2.1.6)

che ammette la soluzione generale

~ ′ (~η, ζ)
A ~ =A
~ ′ 1 (~η) + A
~ ′ 2 (ζ)
~ ,

ovvero, nelle variabili originarie,

~ x, t) = A
A(~ ~ 1 (~nct + ~x) + A
~ 2 (~nct − ~x) (2.1.7)

cioè la soluzione generale è una sovrapposizione di onde regressive (di tipo A ~1


col fronte d’onda che si muove con la legge ~x = −~nct + cost) e di onde progres-
sive (di tipo A~ 2 col fronte d’onda che si muove con la legge ~x = ~nct + cost).
Per comprendere le conseguenze di tale soluzione limitiamoci adesso a consi-
derare il solo segnale progressivo. Dal vincolo di Gauge, ricordando anche le
(2.1.2), otteniamo allora

∇ ~ (~nct − ~x) = − ~n ∂ A
~x·A ~ (~nct − ~x) = ~n · E(~
~ x, t) = 0 (2.1.8)
c ∂t c
2.1. SOLUZIONI DELL’EQUAZIONI DI MAXWELL NELLO SPAZIO 31

Figura 2.1: Ortogonalità dei campi tra loro e la direzione di propagazione

Cioè il campo elettrico è perpendicolare alla direzione di propagazione del


segnale. Si ha anche

~ x, t) = ∇
B(~ ~ (~nct − ~x) = − ~n ∧ ∂ A
~x∧A ~ (~nct − ~x) = ~n ∧ E(~
~ x, t) (2.1.9)
c ∂t c

Cioè il campo B~ ~ e per i


è ortogonale sia alla direzione ~n che al campo E
loro moduli si ha ~ = c B
E ~ (vedi fig.2.1). Osserviamo che l’identità tra i
moduli di E ~ e B
~ ha una conseguenza importante per la consistenza interna
della teoria. Infatti possiamo riscrivere la densità di energia e la densità di
impulso trasportati dal segnale nella forma
 
1 1 2
E = 2
ǫ0 E + B = ǫ0 E 2 ,
2 µ0
~ ~ ∧B ǫ
~ = 0E

~ = ǫ0 ~nE 2 − (~n · E)
~ ∧ ~n ∧ E
 
~ E~ = ǫ0 ~nE 2

P = ǫ0 E
c c c
(2.1.10)

Quindi il quadrivettore energia impulso associato al segnale è

   Z Z 
µ ~ 3 2 3 2
P(e.m.) ⇔ U, cP(e.m.) = ǫ0 d xE , ǫ0 ~n d xE (2.1.11)

da cui segue

Z 2 Z 2
µ
P(e.m.) P(e.m.)µ = −ǫ20 3
d xE 2
+ ǫ20 3
d xE 2
=0. (2.1.12)

Come deve essere per un segnale che si propaga alla velocità della luce nel
vuoto.
32 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE

2.1.2 Carica in moto inerziale

Come secondo esempio consideriamo il caso di una carica puntiforme q che si


muove di moto rettilineo uniforme rispetto ad un osservatore inerziale K ′ .
Il modo più semplice per affrontare il problema è quello di risolvere le equazioni
di Maxwell nel sistema di riferimento K solidale con la particella. In questo
sistema la quadricorrente è j µ ≡ (cρ, ~0). In oltre i potenziali sono indipendenti
dal tempo, perché la carica è in quiete e, ponendo la carica nell’origine, avremo
anche ρ = qδ3 (~x). Scegliendo la gauge di Coulomb avremo nel sistema di
riferimento K solidale con la carica
q 3
∇2 φ(~x) =− δ (~x) ,
ǫ0
~ x)
∇2 A(~ =0,
~ · A(~
∇ ~ x) =0. (2.1.13)

~ Se definiamo la trasformata di Fourier


Consideriamo prima le equazioni per A.

d3 k i~k·~x ~ ~
Z
~ x) =
A(~ e Ã(k) (2.1.14)
(2π)3

otteniamo le due equazioni

~ ~k) = 0 , e ~k · Ã(
k2 Ã( ~ ~k) = 0 . (2.1.15)

Dalla prima segue che Ã( ~ ~k) può essere diverso da zero solo quando il modulo
di ~k è nullo, cioè ha supporto solo in un punto ed essendo per k2 = 0 non
dipende dalla direzione di ~k. Dalla seconda segue che Ã( ~ ~k) è ortogonale a ~k,

ma poiché non dipende dalla direzione di ~k, l’unica soluzione è Ã( ~ ~k) = 0 e,
~ x) = 0.
dalla invertibilità della trasformata di Fourier, anche A(~
Riguardo alla prima equazione di (2.1.13), definendo in modo analogo la tra-
sformata di Fourier
d3 k i~k·~x ~
Z
φ(~x) = e φ̃(k) , (2.1.16)
(2π)3
e, ricordando la rappresentazione integrale della delta di Dirac

d3 k i~k·~x
Z
3
δ (~x) = e , (2.1.17)
(2π)3

otteniamo la soluzione
q
φ̃(~k) = (2.1.18)
ǫ0 k 2
2.1. SOLUZIONI DELL’EQUAZIONI DI MAXWELL NELLO SPAZIO 33

che sostituita in (2.1.16) da

~
d3 k eik·~x
Z
q
φ(~x) = . (2.1.19)
ǫ0 (2π)3 k2

Allo scopo di fare l’integrale conviene usare le coordinate polari prendendo come
asse di riferimento il vettore di posizione ~x = ~r. Si ha
Z ∞ Z 1 Z 2π
q
φ(~x) = dk d cos θ dϕeikr cos θ
ǫ0 (2π)3 0 −1 0
Z ∞
2q sin kr
= dk , (2.1.20)
ǫ0 (2π)2 0 kr
ma

sin kr
Z
π
dk = (2.1.21)
0 kr 2r
e finalmente
1 q
φ(~x) = . (2.1.22)
4πǫ0 r
Cioè il potenziale coulombiano della carica puntiforme.
I campi E ~ eB~ per l’osservatore K saranno

~ ~ x) = q ~r
E(x) = −∇φ(~ ,
4πǫ0 r 3
~
B(x) =0. (2.1.23)

Per l’osservatore K ′ avremo, ricordando le trasformazioni (1.2.54) e (1.2.55),


 
γ ~′ k − ~v t′
x
E~ ′ k (x′ ) =E~ k (Λ−1 x′ ) = q !3 ,
4πǫ0 r  2 2
γ 2 x~′ k − ~v t′ + x~′ ⊥

~ ′ ⊥ (x′ ) ~ ⊥ (Λ−1 x′ ) = q γ x~′ ⊥


E = γE !3 .
4πǫ0 r  2 2
γ 2 x~′ k − ~v t′ + x~′ ⊥

(2.1.24)

e
~ ′ k (x′ )
B =0,

~ ′ ⊥ (x′ )
~ ⊥ (Λ−1 x′ )
~v ∧ E q γ~v ∧ x~′ ⊥
B =γ 2
= !3 .
c 4πǫ0 c2 r  2 2
γ 2 x~′ k − ~v t′ + x~′ ⊥

(2.1.25)
34 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE

Le relazioni precedenti divengono più chiare se introduciamo, nel riferimento


K ′ , il vettore di posizione ritardato definito da
 
~ ′ ≡ x~′ k − ~v t′ , x~′ ⊥ .
R (2.1.26)

~ ′ e ~v si ha anche
Introducendo l’angolo θ tra R

 2 2
x~′ k − ~v t′ = R′2 cos2 θ , e x~′ ⊥ = R′2 sin2 θ . (2.1.27)

1
E, ricordando che γ = (1 − β 2 )− 2 , possiamo scrivere

~ ′ k (x′ ) q 1 − β2 cos θ ~nk


E = ′2 3 ,
4πǫ0 R 1 − β 2 sin2 θ 2
~ ′ ⊥ (x′ ) q 1 − β2 sin θ ~n⊥
E = ′2 3 , (2.1.28)
4πǫ0 R 1 − β 2 sin2 θ 2
~ ′ k (x′ )
B =0,

~ ′ ⊥ (x′ ) q 1 − β2 ~v ∧ ~n⊥
B = 2 ′2 3 (2.1.29)
4πǫ0 c R 1 − β 2 sin2 θ 2

Figura 2.2: a) Sezione delle superfici equipotenziali del campo elettrico e b)


linee di forza del campo magnetico per una particella carica in movimento.

Come è evidente dalle (2.1.28) e (2.1.29) all’avvicinarsi di β al valore 1 (v → c)


c’è un appiattimento delle superfici equipotenziali del campo elettrico nella
direzione del moto e un fenomeno analogo per le linee di forza di B, ~ come è
indicato approssimativamente in fig.2.2.
2.1. SOLUZIONI DELL’EQUAZIONI DI MAXWELL NELLO SPAZIO 35

2.1.3 Potenziali ritardati

Consideriamo adesso il caso di una distribuzione generica di cariche, in questo


caso, scegliendo la gauge di Lorentz, dovremo studiare il sistema

1 ∂2
 
∂ ∂
2 2
2
− ∇ Aµ (x) = −η ρσ ρ σ Aµ (x) = µ0 j µ (x) ,
c ∂t ∂x ∂x

Aµ (x) =0. (2.1.30)
∂xµ
Anche in questo caso è utile usare il metodo delle trasformate
  di Fourier.
µ ω ~
Introdotto allora il quadrivettore numero d’onde k = c , k definiamo le
trasformate di Fourier in 4 dimensioni
d4 k ikν xν µ
Z
µ
A (x) = e à (k) ,
(2π)4
d4 k ikν xν µ
Z
µ
j (x) = e j̃ (k) , (2.1.31)
(2π)4

con d4 k = 1c dωd3 k. Sostituendo nella prima delle (2.1.30) si ha

d4 k ikν xν 
Z 
ρ µ µ
e kρ k à (k) − µ 0 j̃ (k) =0. (2.1.32)
(2π)4

Poiché la trasformata di Fourier è invertibile si ha la soluzione

j̃ µ (k)
õ (k) = µ0 . (2.1.33)
kρ kρ

Quindi è naturale scrivere

d4 k ikν xν j̃ µ (k)
Z
µ
A (x) = µ0 e . (2.1.34)
(2π)4 kρ kρ

2 2
Ma la (2.1.34) è una scrittura formale, infatti è kρ kρ = − ωc2 + ~k e l’integrale
a secondo membro non è definito a causa di una singolarità sul cammino di
integrazione. Per dare un significato alla (2.1.34) possiamo ragionare nel modo
seguente: La trasformata di Fourier di una funzione a valori reali di variabile
reale è una funzione a valori complessi di variabile complessa, ovvero (2.1.33)
va pensata come 4 funzioni a valori complessi definite sul piano complesso. In
(2.1.34) i cammini di integrazione sono sull’asse reale e si può pensare di definire
l’integrale tramite limiti verso i reali della funzione integranda. Tali limiti però,
a causa della singolarità, dipendono dalla procedure seguita per farli (siamo sul
36 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE

piano complesso e i percorsi lungo i quali fare i limiti sono infiniti). La (2.1.34)
sarà allora definibile se le richieste imposte dalla fisica fissano in modo non
ambiguo la procedura di limite.
Per procedere praticamente lungo il percorso prima descritto, conviene isolare
meglio la singolarità. A questo scopo scriviamo in (2.1.34) le quantità j̃ µ (k) e
1
kρ k ρ tramite le trasformate inverse, cioè

1
Z
ν
= d4 ze−ikν z G(z) (2.1.35)
kρ kρ

e Z
µ ν
j̃ (k) = d4 ye−ikν y j µ (y) . (2.1.36)

e sostituiamole in (2.1.34), scambiando l’integrale in d4 k con gli integrali in d4 z


e d4 y ∗ . Otteniamo cosı́

d4 k ikν (x−z−y)ν
Z Z Z
Aµ (x) = µ0 d4 z d4 y e G(z)j µ (y) . (2.1.37)
(2π)4

Usando ancora la rappresentazione integrale della delta di Dirac (in 4 dimen-


sioni)
d4 k ikν (x−z−y)ν
Z
δ4 (x − z − y) = e , (2.1.38)
(2π)4
otteniamo la soluzione in forma integrale come il prodotto di convoluzione
Z
Aµ (x) = µ0 d4 yG(x − y)j µ (y) . (2.1.39)

La singolarità è stata isolata tutta nella funzione G(x−y). Questa funzione è la


funzione di Green e generalizza il concetto di inverso per l’operatore differenziale
−η ρσ ∂x∂ ρ ∂x∂ σ . Adesso dobbiamo definire in modo non ambiguo G(x − y), che è
data da
ν
d4 k eikν (x−y)
Z
G(x − y) = . (2.1.40)
(2π)4 kρ kρ
Esplicitando i quadrivettori xν ≡ (ct, ~x) e y ν ≡ (cτ, ~y ), riscriviamo la relazione
precedente nella forma

+∞
1 d3 k i~k·(~x−~y ) dω e−iω(t−τ )
Z Z
G(x − y) = − e (2.1.41)
c (2π)3 −∞ 2π ω22 − |~k|2
c

L’operazione di scambiare gli integrali in questo caso è lecita perché stiamo conside-
rando funzioni generalizzate, cioè abbiamo esteso lo spazio delle funzioni alle distribuzioni
introducendo la δ di Dirac
2.1. SOLUZIONI DELL’EQUAZIONI DI MAXWELL NELLO SPAZIO 37

dove la singolarità sul cammino di integrazione è ristretta all’integrale in dω.


Seguendo il ragionamento fatto precedentemente assegniamo allora una piccola
parte immaginaria ad ω e facciamo il limite per questa verso zero. A que-
sto punto ci sono due possibilità, possiamo prendere ω nella parte del piano
complesso con parti immaginarie positive oppure negative. Facciamo la scelta

ω → ω + iσ , con σ>0. (2.1.42)

Figura 2.3: Cammini di integrazione per il calcolo di G(x-y).

Quindi
+∞
d3 k i~k·(~x−~y) e−iω(t−τ )
Z Z

G(x − y) = −c lim e
(2π)3
  
σ→0 −∞ 2π ω + iσ + c|~k| ω + iσ − c|~k|

(2.1.43)

e, come si può vedere dai cammini di integrazione riportati in fig.2.3, si ha

d3 k i~k·(~x−~y) sin c|~k|(t − τ )


Z
G(x − y) = Y (t − τ ) e , (2.1.44)
(2π)3 |~k|

dove 
1 per t > τ
Y (t − τ ) = (2.1.45)
0 per t < τ
Cioè G(x − y) ha supporto solo per t − τ > 0. Come si vede dalla (2.1.39) τ
è il tempo della sorgente j µ mentre t è quello del potenziale Aµ , la condizione
38 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE

sul supporto di G(x − y) indica che una variazione nella sorgente al tempo τ
è risentita nel potenziale al tempo t successivo, cioè è rispettata la successione
causale (causa effetto). Se avessimo scelto σ < 0 avremmo avuto la situazione
opposta, cioè la causa avrebbe seguito l’effetto (t − τ < 0). Quindi la causalità
fissa in modo non ambiguo la procedura di limite.
Per proseguire nel calcolo passiamo alle coordinate polari prendendo come asse
di riferimento il vettore ~x − ~y e in oltre per alleggerire la scrittura poniamo
|~k| = ρ. La (2.1.44) è quindi riscritta nella forma

Y (t − τ ) ∞
Z Z 1 Z 2π
G(x − y) = ρdρ d cos θ dϕeiρ|~x−~y| cos θ sin cρ(t − τ )
(2π)3 0 −1 0
2Y (t − τ ) ∞ sin ρ|~x − ~y|
Z
= dρ sin cρ(t − τ )
(2π)2 0 |~x − ~y|
(Z
+∞
Y (t − τ ) eiρ(|~x−~y|−c(t−τ )) + e−iρ(|~x−~y|−c(t−τ ))
= 2

(2π) |~x − ~y | −∞ 4
Z +∞ )
eiρ(|~x−~y|+c(t−τ )) + e−iρ(|~x−~y|+c(t−τ ))
− dρ
−∞ 4
Y (t − τ ) δ (|~x − ~y| − c(t − τ )) − δ (|~x − ~y | + c(t − τ ))
= .
4π |~x − ~y |
(2.1.46)

Dove si è tenuto conto che δ(x) = δ(−x). Ma è

Y (t − τ )δ (|~x − ~y | + c(t − τ )) = 0 , (2.1.47)

perché δ (|~x − ~y| + c(t − τ )) fissa il valore di τ a τ = t + |~x−~ c


y|
> t. Quindi
sostituendo in (2.1.39) e separando le variabili spaziali da quelle temporali si
ha
 
µ ~ |~
x−~ y|
µ0
Z j y , t − c
Aµ (~x, t) = d3 y (2.1.48)
4π |~x − ~y |

dove si vede che il contributo al campo Aµ (x) nel punto xν ≡ (ct, ~x) è dovuto
al valore della corrente j µ (y) nel punto y ν ≡ (ct − |~x − ~y |, ~y ), cioè fra causa
ed effetto c’è un ritardo uguale al tempo che la luce impiega a percorrere la
distanza |~x − ~y|. La (2.1.48) va sotto il nome di potenziale ritardato di Liénard-
Wiechert.
Naturalmente alla (2.1.48) può essere aggiunta una soluzione dell’equazione
omogenea, ma questa corrisponde a campi che non sono prodotti dalla sorgente
j µ , ma che sono presenti indipendentemente da questa.
2.2. CAMPO DI IRRAGGIAMENTO 39

2.2 Campo di irraggiamento

Nei paragrafi che seguono ci poniamo il problema di studiare più nel dettaglio
i campi prodotti da carice in movimento. Tali campi, nelle regioni dove non
sono presenti le cariche che gli generano, dovranno presentare le caratteristiche
generali che abbiamo già visto in sezione. 2.1.1. Qui entreremo più nel dettaglio
e studieremo anche gli aspetti che sono legati alla sorgente.

2.2.1 Campo prodotto da una singola carica

Consideriamo una singola carica puntiforme q che si muove di un moto accele-


rato generico in un sistema di riferimento inerziale K. Supponendo che non vi
siano altri campi oltre a quello prodotto dalla carica, riferendoci alla soluzione
(2.1.48), avremo che il valore del campo nel punto ~x al tempo t dipenderà dalla
quaricorrente della carica nella posixione ~yi che aveva la carica stessa al tempo
ti = t − |~x−~
yi |
c . In altri termini sarà

 R t− |~x−~
 yi |
µ 3 c ~
y i = c
dτ~v (~yi (τ )) .
j (~y , t) ≡ qδ (~y − ~
yi ) , con 0
~v (~yi , ti )
ti = t − c |~x−~yi |

(2.2.49)
Come si vede si ha a che fare con una espressione terribilmente implicita; ti
dipende da ~ yi che a sua volta dipende ancora da ti nonché, in modo integra-
le, dalla traiettoria della particella. Allo scopo di arrivare ad una scrittura
compatta per la (2.1.48) itroduciamo il quadrivettore ritardato definito da

Rµ ≡ (c(t − ti ), ~x − ~yi ) , → Rµ Rµ = −c2 (t − ti )2 + |~x − ~yi |2 = 0 . (2.2.50)

Nel sistema di riferimento inerziale istantaneamente solidale con la carica (si-


stema del moto incipiente) K ′ avremo per la (2.1.48)
!  
µ0 cq µ0 cq
A (x~′ , t′ ) ≡
′µ
, ~0 = , ~0 . (2.2.51)
4π|x~′ − y~′ i | 4πc(t′ − t′i )

Quindi per l’osservatore K, per il quale la particella ha la velocità istantanea


~v , sarà
 0    µ0 cq 
A (~x, t) γ γβ1 γβ2 γβ3 4πc(t′ −t′i )
 A1 (~x, t)   γβ1 1 + v12 γ−1 v1 v2 γ−1 v1 v3 γ−1  0 
= v2 v2 v2
 γβ2 v2 v1 γ−1 1 + v22 γ−1 γ−1  
   
 A2 (~x, t)  v2 v3 v2 0 
v2 v2
A3 (~x, t) γβ3 v3 v1 γ−1
v2
v3 v2 γ−1
v 2 1 + v32 γ−1
v2 0
40 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE

γc
µ0 q  γv1 
= ′ ′
  , (2.2.52)
4πc(t − ti )  γv2 
γv3
ma
~v ~ ~v ~
c(t′ − t′i ) = R′0 = γR0 − γ · R = γR − γ · R , (2.2.53)
c c
~ = c(t − ti ) = |~x − ~yi |. Quindi, poiché è Aµ ≡ ( φ , A),
dove si è posto R = |R| ~
c
avremo i potenziali
1 q
φ(~x, t) = (2.2.54)
~
4πǫ0 R − ~v · R
c

~ x, t) µ0 q ~vc
A(~ = . (2.2.55)
~
4π R − ~v · R
c

~ eB
Per i campi E ~ è allora

~ x, t) ∂ ~ ~ x φ(~x, t) ,
E(~ =− A(~x, t) − ∇
∂t
~ x, t)
B(~ ~ x ∧ A(~
=∇ ~ x, t) . (2.2.56)

~ x, t) = A(~
Poiché è A(~ ~ x, ti (t, ~x)) e φ(~x, t) = φ(~x, ti (t, ~x)) le (2.2.56) si riscrivono

~ x, t) ∂ti ∂ ~ ~ x ti ∂ φ(~x, ti (t, ~x)) − ∇


~ x φ(~x, ti (t, ~x)) ,
E(~ =− A(~x, ti (t, ~x)) − ∇
∂t ∂ti ∂ti
~ x, t)
B(~ ~ x ∧ A(~
=∇ ~ x, ti (t, ~x)) + ∇~ x ti ∧ ∂ A(~~ x, ti (t, ~x)) . (2.2.57)
∂ti
Si ha in oltre
~
∂ti
=
R
, ~ x ti = − 1 R

∂t ~
R − ~vc · R cR
∂ ~ · ~v
R ∂ ~
R=− , R = −~v . (2.2.58)
∂ti R ∂ti
Finalmente dopo un pò di calcoli (e un pò di pazienza) si trova
(   ~   )
~ x, t) q 2 ~
v
~− R + ∧ R R ~
v
~− R ∧ d~
v
E(~ = 3 (1 − β ) R
c c c cdti

~v ~
4πǫ0 R − c · R
~
1R
~ x, t)
B(~ = ~ .
∧E (2.2.59)
cR
Come si vede chiaramente dalla prima delle (2.2.59) i campi, relativamente al
loro comportamento in funzione della distanza, contengono due termini distinti.
Il primo termine si annulla come l’inverso della distanza al quadrato, mentre
2.2. CAMPO DI IRRAGGIAMENTO 41

il secondo solo con l’inverso della distanza ed è proporzionale all’accelerazione


della carica. Questo secondo termine, che diventa dominante a grande distanza,
è il termine di irraggiamento. Si osservi che il contributo all’irraggiamento
riproduce per i campi E ~ eB ~ le proprietà viste in sezione 2.1.1. Infatti fissata
~
la direzione di propagazione ~n = R R , si ha
( )
q ~
R ~ 
R ~
v

d~
v
~ Irr
~n · E = 3 · ∧ R ~− R ∧ =0,
R c c cdti

v ~
~
4πǫ0 R − · R c
~
1R ~
~
B = ~ = 1R ∧E
∧E ~ Irr = ~n ∧ E
~ Irr . (2.2.60)
cR cR c

2.2.2 Approssimazione di grande distanza

Consideriamo adesso il caso di una distibuzione di cariche concentrata in una


regione piccola rispetto alla distanza alla quale si osservano i campi, cioè se a è il
~ è la distanza dal
raggio della più piccola sfera che contiene le cariche ed R = |R|
centro di questa sfera al punto di osservazione del campo, deve essere R ≫ a.

Figura 2.4: Approssimazione di grande distanza.

La situazione è rappresentata, in modo approssimativo, in fig.2.4, dove si è


preso l’origine del sistema di riferimento nel baricentro delle cariche ad un dato
42 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE

tempo fissato.
In accordo con quanto visto nella sezione precedente, ci aspettiamo che il contri-
buto ai campi sia prevalentemente quello di irraggiamento fino a restare l’unico
rilevabile. In conseguenza a questo, dal momento che dovremo ritrovare le
caratteristiche viste in sezione 2.1.1, ci aspettiamo anche che il potenziale sca-
lare φ, in questa situazione, perda importanza perché la gauge di radiazione
descriveva i gradi di libertà fisici.
Entrando adesso più nel dettaglio, tenuto conto che per la linearità delle
equazioni di Maxwell vale un principio di sovrapposizione, possiamo ragionare
su una sola carica generica, salvo poi sommare i contributi di tutte le cariche.
Prendendo come riferimento la fig.2.4, indichiamo con ~r il vettore di posizione
della singola carica. Nell’approsimazione considerata, per la quale è r = |~r| ≪
~ = R, possiamo pensare ad uno sviluppo nel parametro r ≪ 1. Nel caso
|R| R
considerato la seconda equazione delle (2.2.59) diventa

~
B( ~ t) = 1 R − ~r ∧ E(
~ R, ~ R,
~ t) (2.2.61)
c R
~ − ~r

Ovvero

1 ~ − ~r
~ R,
B( ~ t) = q
R
∧ E( ~ t) = 1 ~n ∧ E(
~ R, ~ t) − 1 ~r ∧ E(
~ R, ~ R,
~ t)
c ~ r
R·~ r2 c cR
R 1 − 2 R2 + R2
   
1 ~r ~ ~ 1 ~r ~r ~ R,
~ t) + ...
+ ~n · ~n ∧ E(R, t) − ~n · ∧ E( (2.2.62)
c R c R R

R ~
Dove si è indicato con ~n = R il versore della congiungente il centro della
distribuzione di cariche con il punto di rilevazione del campo (vedi fig.2.4).
Quindi per r ≪ R avremo con buona approssimazione

B( ~ t) ∼ 1 ~n ∧ E(
~ R, ~ R,
~ t) . (2.2.63)
c

Cioè, in questa approssimazione, le cariche sono tutte concentrate in un punto


(resta solo la dipendenza da R ~ e scompare quella da ~r che indica la posizione
della singola carica). In termini dei potenziali si ha

B( ~ t) ∼ − 1 ~n ∧ ∂ A(
~ R, ~ t) − 1 ~n ∧ ∇
~ R, ~ t) = − 1 ~n ∧ ∂ A(
~ R φ(R, ~ R,
~ t) . (2.2.64)
c ∂t c c ∂t

~ R = 0 perché ~n e ∇
Infatti è ~n ∧ ∇ ~ R hanno la stessa direzione.
2.2. CAMPO DI IRRAGGIAMENTO 43

Dalla (2.2.63) si ha anche


 
~ ~ ~ ~ ∂ ~ ~ t) .
E(R, t) ∼ cB(R, t) ∧ ~n = ~n ∧ ~n ∧ A (R, (2.2.65)
∂t

Cioè, come ci aspettavamo, nell’approssimazione di grande distanza il poten-


ziale φ diventa irrilevante.

2.2.3 Sviluppo in multipoli

Restando nell’ambito dell’approssimazione di grande distanza descritta nella


sezione precedente, torniamo a considerare la soluzione (2.1.48) per il potenziale
~ R,
A( ~ t). Ovvero
~ r|
 
Z ~ ~r, t − |R−~
J
A( ~ t) = µ0
~ R, d3 r
c
. (2.2.66)
4π R~ − ~r

Nella nostra approssimazione si ha anche

2 !
2 r 2 − (~n · ~r)2

~
r
~ − ~r = R 1 − ~n · + 1 r 1 ~
r
R 2
− ~n · + ... = R−~n·~r+ +...
R 2R 2 R 2R
(2.2.67)
Quindi i primi termini dello sviluppo della (2.2.66) sono

Z   Z  
A( ~ t) = µ0
~ R, d r J~ ~r, t −
3 R
+
µ 0 ∂
d r(~n · ~r)J~ ~r, t −
3 R
+ ...
4πR c 4πR c∂t c
(2.2.68)
~
Supponiamo adesso che la corrente J sia prodotta da N particelle puntiformi,
che per semplicità consideriamo tutte della stessa carica q, avremo quindi

N N
 d~rm (t′ )
    
~ R X
3 R d~rm X
J ~r, t − =q δ ~r − ~rm t − =q δ3 ~r − ~rm (t′ ) ,
c c dt dt′
m=1 m=1
(2.2.69)
R

dove ~rm t − c è il vettore di posizione della particella m-esima al tempo
t − Rc = t′ . Sostituendo in (2.2.68) otteniamo

N N
~ t) = µ0 q
~ R,
X d~rm (t′ ) µ0 q d X ′ d~rm (t′ )
A( + (~
n · ~
r m (t )) + ... (2.2.70)
4πR dt′ 4πR cdt′ dt′
m=1 m=1

Cerchiamo adesso di rappresentare la (2.2.70) in modo da rendere più espliciti


~ ha
i suoi aspetti riconducibili a proprietà generali. In altri termini il campo A
44 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE

nello spazio tridimensionale le proprietà di trasformazione di un vettore rispetto


al gruppo delle rotazioni (non ci stiamo quindi occupando della covarianza
relativistica della teoria, ma delle sue proprietà di trasformazione nello spazio
relativamente ad un dato sistema di riferimento inerziale). Ne segue che, per
conservare queste proprietà, anche il secondo membro della (2.2.70) deve essere
un vettore costruito a partire da oggetti covarianti, cioè da riduzione di tensori
tramite contrazione di indici. Osserviamo che gli oggetti a disposizione per
costruire dei tensori, oltre a gli scalari come R o q, sono il versore ~n, i vettori
~rm e le loro derivate rispetto a t′ . Il primo termine a secondo membro della
(2.2.70) è costruito direttamente con una somma di vettori (le derivate degli
~rm ). In particolare il vettore

N
X
~ ′) = q
d(t ~rm (t′ ) (2.2.71)
m=1

è il momento di dipolo del sistema di cariche. Il secondo termine è costruito


a partire da oggetti di rango 2 ridotti a vettori per saturazione col versore ~n.
A partire dagli ~rm e dalle loro derivate si possono costruire, per il rango 2, un
tensore simmetrico ed uno antisimmetrico e cioè
N   N
ij
X
i j 1 2 ij ij
X
i j j i

T = rm rm − rm δ e A = rm vm − rm vm .
m=1
3 m=1
con i, j = 1, 2, 3 (2.2.72)

Il tensore simmetrico T ij è a traccia nulla perchè la traccia si trasforma come


uno scalare (con la traccia i tensori rmi r j non sarebbero irriducibili). A questi
m
due tensori sono associati il quadrupolo elettrico

N
X
Dij = q i j 2 ij

3rm rm − rm δ (2.2.73)
m=1

e il dipolo magnetico

N N
q X i j k q X
M =i
ǫ jk rm vm = (~rm ∧ ~vm )i . (2.2.74)
2 2
m=1 m=1


Tornando adesso a considerare la (2.2.70) riscriviamo il termine (~n·~rm (t′ )) d~rm (t )
dt′
nella forma
d~rm (t′ ) 1 d
(~n · ~rm (t′ )) = (~n · ~rm (t′ ))~vm (t′ ) = (~n · ~rm (t′ ))~rm

dt ′ 2 dt ′
1
+ (~n · ~rm (t′ ))~vm (t′ ) − (~n · ~vm (t′ ))~rm (t′ ) .

2
2.2. CAMPO DI IRRAGGIAMENTO 45

Ovvero in componenti (sottointendendo la dipendenza da t′ )


j
drm 1 d  1
(~n · ~rm ) = ni rm rm + [(~rm ∧ ~vm ) ∧ ~n]j
i j
(2.2.75)
dt′ 2 dt ′ 2
Come si vede nell’espansione del secondo termine della (2.2.70), compare il
tensore N i j ij ~
P
m=1 rm rm e non quello a traccia nulla T ; cioè A contiene anche la
rappresentazione scalare (ovvero non è irriducibile). La domanda è se questo
porta delle conseguenze sulla fisica. Osserviamo che il termine mancante in A ~
è, a meno di costanti,
N N
!
1X 2 1~ X
2
− ~nr = − ∇R R rm .
3 m=1 m 3 m=1

i j
PN
Cioè la sottrazione della traccia al tensore m=1 rm rm equivale a fare una
trasformazione di gauge per A. ~ Quindi possiamo sottrarre la traccia senza
nessuna conseguenza sulla fisica e riscriviamo i primi due termini dello sviluppo
in multipoli di (2.2.70) nella forma

2 i
~ t) = µ0 d di + µ0 d Dij nj + µ0 d M

Ai (R, ~ ∧ ~n + ... (2.2.76)
4πR dt′ 24πcR dt′2 4πcR dt′

Notiamo anche che a questo ordine dello sviluppo si può sostituire la derivata
rispetto a t′ con la derivata rispetto a t, infatti t′ = t − Rc e R non dipende
da t. Definendo D i = D ij nj e scrivendo la derivata rispetto a t con un punto
sopra la funzione derivata (n punti per la derivata n-esima) si ha la scrittura
più compatta

~ t) = µ0 d~˙ + µ0 D
~ R,
A( ~¨ + µ0 M~˙ ∧ ~n + ... (2.2.77)
4πR 24πcR 4πcR

Si osservi anche che il contributo di quadrupolo elettrico e di dipolo magnetico


sono dello stesso ordine. In termini dei campi fisici (di irraggiamento) avremo,
allo stesso ordine dello sviluppo,
 
~ ~ ∂ ~ ~
E(R, t) = ~n ∧ ~n ∧ A (R, t)
∂t
1 ...
   
µ0 ¨~

~ 1 ¨~
= d ∧ ~n ∧ ~n + D ∧~n ∧ ~n + ~n ∧ M + ...
4πR 6c c
~ R,
~ t) 1 ∂ ~ ~
B( = − ~n ∧ A( R, t)
c ∂t
1 ...

µ0 ¨~ ~ 1  ¨~ 
= d ∧ ~n + D ∧~n + M ∧ ~n ∧ ~n + ... (2.2.78)
4πcR 6c c
46 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE

2.2.4 Intensità di irraggiamento

Vogliamo adesso fare una stima della potenza irraggiata da un sistema di cari-
che e studiarne la relativa distribuzione angolare.
Per il campo di irraggiamento la conservazione dell’energia è espressa dall’equa-
zione di continuità (1.3.68) dove la densità di corrente J~ è il vettore di Pointing
~ B
E∧ ~
µ0 . Dalla (2.2.63) si ha anche

~ ∧B
E ~ 1 ~

~n ~

1
~
J = = E∧ ∧E = ~nE 2 (2.2.79)
µ0 µ0 c µ0 c

~ = 0 (vedi (2.2.60)).
Dove si è tenuto conto anche che ~n · E
In particolare la potenza irraggiata nell’unità di angolo solido è allora

1 2 2
dI = J~ · d~σ = J~ R2 d cos θdϕ = E R d cos θdϕ (2.2.80)
µ0 c

Figura 2.5: Potenza irraggiata nell’angolo solido.

È interessante vedere il contributo dei singoli termini dello sviluppo in multipoli


alla potenza irraggiata, nonché le relative distribuzioni angolari. Fermandosi ai
primi due termini dello sviluppo, sostituendo in (2.2.79) la prima delle (2.2.78),
si ha
 2  2  ...   ... 
~ µ0 ¨~ ¨~ 1 ¨~ ~ ¨~ ~ ·~n
J = d − d · ~n + d· D − d · ~n D
16π 2 cR2 6c
... 2 ... 2 1 ...
"  #
1 ¨~  ¨~  1 ~ ~ ·~n

~ · M ¨~

+ d · M ∧ ~n + D − D + D ∧ ~
n
c 36c2 6c2
2.2. CAMPO DI IRRAGGIAMENTO 47

1  ¨~ 2 1  ¨~ 2 
+ 2 M − 2 M · ~n ~n + ... (2.2.81)
c c
¨
Tanto per fissare le idee supponiamo che d~ abbia la stessa direzione di d.
~
Indicando con un vettore la quantità
 2  2 
dId µ0 ¨~ ¨~
= d − d · ~n (2.2.82)
dΩ(θ) 16π 2 c

Rappresentiamo la distribuzione angolare (rispetto all’angolo θ) del contributo


di dipolo all’irraggiamento, (vedi fig.2.6); in questo caso si ha simmetria assiale
(rispetto all’asse del dipolo) e quindi non c’è dipendenza dall’angolo ϕ.

Figura 2.6: Sezione della distribuzione angolare del contributo all’irraggiamento


del dipolo elettrico.

Figura 2.7: Distribuzione di cariche di puro quadrupolo elettrico.

La rappresentazione grafica di una situazione generica è però abbastanza com-


plessa, quindi per dare una rappresentazione anche dei contributi successivi
48 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE

dell’espansione, conviene fare degli esempi espliciti. Cominciamo col conside-


rare la distribuzione di cariche rappresentata in fig.2.7 dove due cariche uguali
positive q compiono ognuna un moto armonico (in opposizion e di fase) di am-
piezza a e pulsazione ω lungo l’asse z e una carica negativa −2q è in quiete nel
centro tra le due cariche. Per il caso specifico si ha,

d~ =0,
a2
 
~ 2 1 1
D ≡ q (1 + sin ωt) sin θ cos ϕ, sin θ sin ϕ, − cos θ
2 2 2
~
M =0. (2.2.83)

Cioè questa distribuzione di cariche è un puro contributo di quadrupolo elet-


trico. Quindi

... 2 ... 2
"  #
dID µ0 ~ ~ ·~n
= D − D
dΩ(θ) 576π 2 c3
µ0 q 2 a4 ω 6
= (2 sin 2ωt + cos ωt)2 sin2 θ cos2 θ . (2.2.84)
256π 2 c3
La sua distribuzione angolare (ancora una sezione indipendente da ϕ a causa
della simmetria assiale delle cariche) è rappresentata in fig.2.8

Figura 2.8: Distribuzione angolare del contributo di quadrupolo elettrico.

Un ultimo esempio è relativo al contributo di dipolo magnetico. Non c’è una


distribuzione di cariche che fornisca un contributo puro di dipolo magnetico.
Consideriamo la situazione rappresentata in fig.2.9. Dove una carica compie un
2.2. CAMPO DI IRRAGGIAMENTO 49

Figura 2.9: Distribuzione di cariche che contribuiscono all’irraggiamento di


dipolo magnetico.

moto che è la composizione ortogonale di due moti armonici della stessa am-
piezza, ma di pulsazione una doppia dell’altra. Il momento di dipolo magnetico
associato a questa configurazione di cariche è

~ ≡ q 0, 0, −2a2 ω sin3 ωt

M (2.2.85)
2

Quindi il contributo di dipolo magnetico alla potenza irraggiata nell’unità di


angolo solido è
 2  2 
dIM µ0 ¨~ ¨~
= M − M · ~
n
dΩ(θ) 16π 2 c3
9µ0 q 2 a4 ω 6 2
sin2 ωt 2 cos2 ωt − sin2 ωt 1 − cos2 θ

= 2 3
16π c
(2.2.86)

La distribuzione angolare di questo termine è analoga a quella del dipolo elet-


trico data in fig.2.6. Mentre, come si può vedere dal confronto di (2.2.86) con
(2.2.84) e come già si è osservato, il dipolo magnetico e il quadrupolo elettrico
danno contributi dello stesso ordine all’irraggiamento. Infatti i due contribu-
2 4 6
ti sono entrambi proporzionali al termine µ0 πq 2ac3ω . mentre il rapporto tra il
contributo di quadrupolo elettrico con quello di dipolo elettrico è
D E
dID
dΩ(θ) a2 ω 2
E∼ = a2 k2 . (2.2.87)
c2
D
dId
dΩ(θ)

Dove si è considerato d~ = q~a cos ωt con |~a| = a diretto lungo l’asse z. Le paren-
tesi <> stanno ad indicare la media sul tempo e sugli angoli. Per l’emissione
50 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE

di un sistema di dimensioni atomiche nella regione del visibile, per il quale si


hanno gli ordini di grandezza a ∼ 10−8 cm e k ∼ 106 cm−1 , è
D E
dID
dΩ(θ)
D E ∼ 10−4 (2.2.88)
dId
dΩ(θ)

2.3 Irraggiamento da cariche con velocità relativisti-


ca

Supponiamo di avere una carica che, rispetto ad un osservatore inerziale, si


muove con una velocità vicina a quella della luce nel vuoto. Questa produrrà
dei campi elettrici e magnetici che, in modo generale, saranno descritti dalle
(2.2.59). Visto il suo particolare stato di moto possiamo evidenziare alcune
caratteristiche peculiari dell’irraggiamento prodotto.
Conviene introdurre il vettore della direzione di irraggiamento definito come

~ = R~n .
R (2.3.89)

Dove ~n è il versore della congiungente dalla posizione delle particella al tempo


t′ = t − Rc al punto di osservazione P al tempo t ed R è il modulo della relativa
distanza (vedi fig.2.10). Consideriamo in oltre il moto della particella per un
tempo corrispondente ad una distanza percorsa molto minore di R.

Figura 2.10: Particella carica in moto relativistico.

In queste condizioni (riferendosi alla prima delle (2.2.59)), il secondo termine


in parentesi graffa a secondo membro è quello dominante; avremo quindi con
buona approssimazione
~ ∧ dβ~′
h i
q ~
n ∧ (~
n − β) dt
~ R,
E( ~ t) = 3 ,
4πǫ0 cR

~
1 − ~n · β
2.3. IRRAGGIAMENTO DA CARICHE CON VELOCITÀ RELATIVISTICA51

~ R,
~ t) 1 ~ R,
~ t) .
B( = ~n ∧ E( (2.3.90)
c

~ = ~v , definizione che useremo d’ora in avanti. Ricordando che


Dove si è posto β c
la potenza irraggiata nell’angolo solido dΩ è

1 2 2
dI = E R dΩ(θ, ϕ) (2.3.91)
µ0 c

avremo

  ˙ 2 
 
2 ~
˙ ˙
~ β~ · β)
~ ~˙ 1−β 2 ~n · β 
q2

µ0  2(~n · β)(
r
dI β
= 5 +  4 −  6 (t′ ) .
dΩ 16π 2 ǫ0 

 1 − ~n · β ~ ~
1 − ~n · β 1 − ~n · β~ 

(2.3.92)

~˙ = dβ~′ . Per avere l’energia emessa


Dove per brevità di scrittura si è posto β dt
nell’angolo solido in un intervallo di tempo dato basta integrare nel tempo t su
tale intervallo. Ovvero

1 2
Z Z
dt ′ 2 ′
dE(~n) = dtdI(t) = R dΩ dt E (t )
µ0 c dt′
1 2
Z  
= ~ E 2 (t′ )
R dΩ dt′ 1 − ~n · β (2.3.93)
µ0 c

Supponiamo adesso che una particella carica accelerata si muova con una velo-
cità molto vicina a c (β ∼ 1). Riscriviamo la quantità che si trova a denomina-
tore della (2.3.92) come 1 − ~n · β~ = 1 − β cos θ dove θ è l’angolo tra le direzioni
di ~n e la velocità della particella (vedi fig.2.10). Sotto queste condizioni il va-
lore massimo dell’irraggiamento si ha per valori piccoli di θ e quanto più β è
prossimo ad 1 tanto più piccola è la regione intorno allo 0 per i valori di θ per
i quali si ha il massimo dell’irraggiamento. Fuori da questa regione la potenza
irraggiata è del tutto trascurabile. Cioè una particella carica accelerata molto
p
veloce irradia solo in avanti all’interno di un cono di ampiezza ∆θ ∼ 1 − β 2 .
Osserviamo anche che, quando la velocità e l’accelerazione sono arbitrarie, vi
sono sempre due direzioni dove l’intensità di irraggiamento si annulla. Queste
direzioni corrispondono a quelle per le quali il vettore ~n − β ~ è parallelo a dβ~′ nel
dt
qual caso si annulla il numeratore della prima delle (2.3.90).
Nei paragrafi successivi consideriamo, come esempio, due casi specifici.
52 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE

2.3.1 Particella con accelerazione e velocità collineari

Consideriamo il caso di una particella carica per la quale velocità ed accelera-


~∧β
zione sono parallele, cioè vale β ~˙ = 0. Le (2.3.90) diventano


h i
q ~
n ∧ ~
n ∧ β
~ R,
E( ~ t) = 3 ,
4πǫ0 cR

~
1 − ~n · β

q ~˙ ∧ ~n
β
~ R,
B( ~ t) = 3 (2.3.94)
4πǫ0 c2 R

1 − ~n · β~

Quindi per la potenza irraggiata nell’angolo solido si ha

q2 µ0 β̇ 2 sin2 θ
r
dI
= . (2.3.95)
dΩ 16π 2 ǫ0 (1 − β cos θ)6

Come si vede l’irraggiamento è nullo per θ = 0 e θ = π. La situazione è quella


rappresentata schematicamente in fif.2.11.

Figura 2.11: Irraggiamento di una particella carica con velocità e accelerazione


collineari.

Figura 2.12: Irraggiamento di una particella carica con velocità e accelerazione


ortogonali.
2.3. IRRAGGIAMENTO DA CARICHE CON VELOCITÀ RELATIVISTICA53

2.3.2 Particella con velocità e accelerazione ortogonali

L’ultimo caso che consideriamo è quello nel quale la velocità e l’accelerazione


della particella carica sono tra loro ortogonali, (come avviene ad esempio l’un-
go un’orbita circolare percorsa con velocità costante in modulo). La potenza
irraggiata nell’angolo solido è data da
!
1 − β 2 sin2 θ cos2 ϕ

q 2 β̇ 2
r
dI µ0 1
= − . (2.3.96)
dΩ 16π 2 ǫ0 (1 − β cos θ)4 (1 − β cos θ)6

~ β~˙ (~v , ~v˙ in fig.2.12) e si annulla su


la (2.3.96) è simmetrica rispetto al piano β,
questo piano nelle due direzioni

θ = ± cos−1 β, con ϕ = 0 . (2.3.97)


54 CAPITOLO 2. CAMPI PRODOTTI DA DISTRIBUZIONI DI CARICHE
Capitolo 3

Problemi al contorno delle


equazioni di Maxwell

3.1 La teoria macroscopica

I fenomeni elettromagnetici a livello macroscopico derivano dagli effetti collet-


tivi delle interazioni tra campi e costituenti della materia a livello microscopico.
Da un punto di vista classico le grandezze macroscopiche corrispondono quindi
a medie delle grandezze descritte dalla teoria di Maxwell microscopica illustrata
nella prima parte di queste note. D’altra parte una descrizione in termini di
modelli classici atti a riprodurre le grandezze macroscopiche come medie stati-
stiche di quelle microscopiche risulta inadeguata (ovvero generalmente errata).
Infatti la descrizione dell’interazione dei costituenti della materia a livello ato-
mico e molecolare necessita della meccanica quantistica. Per quanto riguarda
gli obiettivi di queste note ci limiteremo ad un approccio fenomenologico e se-
guendo un punto di vista molto generale legato alle leggi di conservazione e
quindi di tipo termodinamico.
In modo schematico, dal punto di vista delle loro proprietà elettriche, i corpi
sono divisi in due grandi categorie: i conduttori e i dielettrici. Per i primi, alla
presenza di campi elettrici sono associate sempre delle correnti, mentre per i
secondi la presenza di campi elettrici non produce delle correnti, ma solo dei
cambiamenti dello stato elettrico del corpo tramite fenomeni di polarizzazione.
In natura la suddivisione non è cosı́ netta ed esistono situazioni che non possono
essere inquadrate in questo schema, ma per quanto riguarda lo scopo di queste
note ci atterremo a questo punto divista.

55
56CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

Come è noto le equazioni di Maxwell nella materia sono


~ ·D
∇ ~ = ρest
~ ∧E ~ ∂ ~
∇ =− B
∂t
~ ·B
∇ ~ =0
~ ∧H ~ ∂ ~
∇ = J~ + D . (3.1.1)
∂t
Dove ρest è la densità di carica vera cioè esclusa quella dovuta ad effetti di
polarizzazione. I campi D ~ e H ~ (rispettivamente di induzione elettrica e di
intensità magnetica) sono definiti da

~ = 1 B
 
~ = ǫ0 E
D ~ + P~ , H ~ −M ~ (3.1.2)
µ0
P~ e M
~ sono rispettivamente la densità di polarizzazione elettrica e la magnetiz-
zazione (cioè il momento di dipolo elettrico e di dipolo magnetico per unità di
volume). Sia P~ che M ~ dipendono dal materiale e le loro equazioni costitutive
non sono deducibili a partire da modelli di fisica classica perché, come è già
stato osservato, i fenomeni quantistici sono rilevanti per le proprietà elettriche
e magnetiche dei vari materiali. In generale si hanno delle equazioni costitutive
fenomenologiche e per un generico materiale si avrà
~ j ,
P i = ǫ0 χi j (E)E ~
M i = µ0 mi j (H)H j
, con i, j = 1, 2, 3 . (3.1.3)
~ eH
Se i campi E ~ sono deboli (qui il concetto di debole è relativo al materiale
considerato) nei tensori χi j e mi j può essere trascurata la dipendenza da tali
campi. In oltre se il materiale è anche isotropo si ha

χi j = δ i j χ , mi j = δ i j m . (3.1.4)

In molte applicazioni sono soddisfatte sia la condizione di campo debole che di


isotropia del materiale, nel qual caso potremo scrivere
~
D ~ = ǫ0 ǫE
= ǫ0 (1 + χ)E ~ ,
~
B = µ0 (1 + m)H~ = µ0 µH~ . (3.1.5)

Dove le costanti adimensionate ǫ = 1+χ e µ = 1+m sono la costante dielettrica


e la permeabilità magnetica relative; sono le stesse in tutti i sistemi di unità.

3.2 Elettrostatica dei conduttori

In questa sezione vogliamo studiare il comportamento elettrico dei conduttori


in condizioni statiche, cioè situazioni nelle quali non sono presenti correnti e i
3.2. ELETTROSTATICA DEI CONDUTTORI 57

campi presenti non dipendono dal tempo. Per un conduttore (ideale) è P~ =


~ = ǫ0 E.
0, quindi D ~ Sotto queste condizioni le equazioni di Maxwell (3.1.1)
diventano

∇ ~ = ρ , ∇
~ ·E ~ ∧E~ =0,
ǫ0
~ ·B
∇ ~ =0, ∇ ~ ∧H~ =0. (3.2.6)

~ = −∇φ
Dalla seconda delle precedenti si ricava E ~ e quindi si ha l’equazione di
Poisson ( o di Laplace inomogenea)

ρ
∇2 φ = − . (3.2.7)
ǫ0

Dalla (3.2.7), data la densità di carica ρ e le relative condizioni al contorno,


si può, in linea di principio, trovare il campo elettrico per qualunque insieme
di conduttori carichi. Non sempre la soluzione di un problema al contorno
dell’equazione di Poisson è però agevole; per geometrie arbitrarie il metodo che
si usa è quello numerico. Qui considereremo alcuni problemi interessanti per le
applicazioni dandone dei metodi per la loro soluzione.
Ricordiamo alcune proprietà note dei conduttori che seguono direttamente
dalle prime due di (3.2.6).

a) In un conduttore carico, all’equilibrio elettrostatico, tutte le cariche si


trovano sulla sua superfice (ovvero il campo E ~ al suo interno è nullo e il
potenziale φ è costante). La superfice di un conduttore coincide con una
superfice equipotenziale.

b) In un qualunque punto della superfice (regolare) di un conduttore il campo


elettrico è perpendicolareal piano tangente alla superfice in quel punto.

c) Se σ è la densità di carica per unità di superfice di un conduttore, in ogni


punto della superfice, si ha σ = ǫ0~n · E ~ = −ǫ0~n · ∇φ.
~ Dove ~n è il versore
normale alla superfice nel punto.

Le dimostrazioni delle proprietà a), b), c) sono banali e sono lasciate come utile
esercizio.
Vi è in oltre un’altra proprietà importante per il potenziale φ di un cam-
po elettrostatico. Il potenziale φ può avere massimi o minimi solo sui bordi
del campo (ovvero sulle superfici dei conduttori), questa è una proprietà che
segue per le funzioni armoniche (come appunto è il potenziale elettrostatico).
58CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

La dimostrazione di questa proprietà è semplice e può essere fatta per assur-


do. Supponiamo quindi per assurdo che in un punto P fuori dai bordi (dove
quindi non ci sono cariche) il potenziale abbia un massimo, possiamo quindi
racchiudere questo punto all’interno di una piccola superfice ∂Σ chiusa (tutta
compresa nella regione fuori dai bordi), la derivata nella direzione normale a
tale superfice del potenziale sarà in tutti i punti negativa, cioè

~ <0.
~n · ∇φ

Quindi per l’integrale esteso a tutta questa superfice sarà


Z  
~
∇φ · ~ndσ < 0
∂Σ

Ma è anche ∇2 φ = 0 e quindi
Z   Z
~
∇φ · ~ndσ = ∇2 φdV = 0
∂Σ Σ

che prova l’assurdo.

3.2.1 Energia del campo elettrostatico dei conduttori

Consideriamo un insieme di conduttori carichi, l’energia associata al campo


elettrico da essi prodotto è data (come segue dalla (1.3.70)) da
Z
ǫ0
U= dV E 2 . (3.2.8)
2 Σest

Dove l’integrale è esteso a tutto il volume Σest esterno ai conduttori. La (3.2.8)


può essere riscritta nella forma
Z
ǫ0 ~ · ∇φ
~
U =− dV E
2 Σest
Z   ǫ Z
ǫ0 ~ · φE~ + 0 ~ ·E
~ .
=− dV ∇ dV φ∇ (3.2.9)
2 Σest 2 Σest

Ma in Σest è ∇ ~ ·E~ = 0 quindi l’ultimo integrale è nullo, mentre l’integrale


che resta può essere riscritto come il flusso del campo vettoriale φE ~ attraver-
so la superfice ∂Σest che racchiude il volume Σest . La superfice ∂Σest non è
semplicemente connessa ma è composta dalla somma delle superfici dei singoli
conduttoti (con la normale diretta verso l’interno del conduttore) più la su-
perfice all’infinito. Il contributo dell’integrale sulla superfice all’infinito è nullo
perché il potenziale φ all’infinito si annulla (questo fissa una costante arbitraria
3.2. ELETTROSTATICA DEI CONDUTTORI 59

che è irrilevante per il campo fisico), restano quindi solo i contributi dovuti alle
superfici dei conduttori. Numerando col pedice a i singoli conduttori possiamo
scrivere
N
[ \
∂Σest − ∂Σ∞ = ∂Σ−
a , con ∂Σ−
a ∂Σ−
b =∅
a
per tutte le coppie a, b = 1, 2, ..., N . (3.2.10)

Con l’apice − si è indicata l’orientazione della normale alla superfice verso


l’interno del conduttore. Quindi, tenuto conto che la superfice dei singoli
conduttori con l’orientamento verso l’esterno è ∂Σa = −∂Σ−
a , avremo
Z Z
ǫ0  
~ · φE ~ = − ǫ0 ~ · ~ndσ
U =− dV ∇ φE
2 Σest 2 ∂Σest −∂Σ∞
N Z
ǫ0 X ~ · ~na dσ
= φa E (3.2.11)
2 ∂Σa
a=1

Tenendo conto che il potenziale φa è costante sulla superfice del conduttore a,


indicando con qa la sua carica e ricordando il teorema di Gauss, finalmente si
ottiene
N
ǫ0 X
U= qa φa . (3.2.12)
2
a=1

3.2.2 Metodo delle immagini

Ci proponiamo adesso di illustrare un metodo che, nel caso di geometrie sempli-


ci, permette di risolvere i relativi problemi al contorno della (3.2.6). Il metodo
è quello delle cariche immagini. Tale metodo tiene conto dell’unicità della so-
luzione dell’equazione di Laplace; cioè date le sorgenti (la distribuzione delle
cariche) e le condizioni al contorno (le superfici dei conduttori) la soluzione
(cioè il potenziale φ) è univocamente determinata, ma tale potenziale può es-
sere ottenuto da una diversa distribuzione di cariche, cioè alcune condizioni al
contorno (ovvero superfici equipotenziali corrispondenti a superfici di condut-
tori) possono essere interpretate come superfici equipotenziali dovute a delle
cariche virtuali (le immagini). In situazioni di geometrie semplici (invarianti
per trasformazioni di simmetria semplici) tale metodo è di facile applicazione.
Per illustralo consideriamo semplici esempi specifici che svolgiamo in dettaglio.
Come primo esempio consideriamo un piano conduttore indefinito (inizialmente
scarico) posto ad una distanza l da una carica q e consideriamo il caso nel quale
il piano sia posto a terra ovvero quando il piano è isolato, vedi fig.3.1 a) e b).
60CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

Figura 3.1: Carica davanti a un piano conduttore: col piano a terra a) e col
piano isolato b)

Cominciamo a considerare il caso del piano messo a terra (caso a)). La superfice
del conduttore (del quale trascuriamo lo spessore) è, dal punto di vista elettri-
co, una superfice equipotenziale che possiamo ottenere come appartenente al
potenziale dovuto all’effetto di due cariche, quella reale +q e quella immagine
−q poste in modo simmetrico (speculare) rispetto al piano. Data l’unicità della
soluzione dell’eq.(3.2.7) tale potenziale è definito in modo univoco. Nel detta-
glio sarà, prendendo come origine del sistema di riferimento il punto del piano
comune alla congiungente le due cariche,
!
q 1 1
φ(P ) = p −p
4πǫ0 x2 + y 2 + (z − l)2 x2 + y 2 + (z + l)2
con P ≡ (x, y, z) . (3.2.13)

La densità superficiale di carica sul piano è data allora da

∂ 1 ql
σ = − ǫ0 φ(P ) =− . (3.2.14)
∂z z=0+ 2π (x2 + y 2 + l2 ) 32

Mentre la forza con la quale la carica è attratta dal piano è

q2
f~ = − ~n . (3.2.15)
16πǫ0 l2
3.2. ELETTROSTATICA DEI CONDUTTORI 61

Si osservi anche che è φ(P )|z=0+ = 0, cioè si è scelto il potensiale di terra uguale
a zero.
Se il piano conduttore è isolato (caso b) di fig.3.1) la carica totale sul conduttore
deve essere nulla. In questo caso basta osservare che le cariche che devono
apparire sull’altra faccia del conduttore possono essere viste come le cariche
indotte dalla carica immagine del problema appena trattato. Siamo quindi
in una situazione esattamente speculare dove la carica reale è scambiata con
la sua immagine. In questo caso il potenziale del conduttore resta definito a
meno di una costante (non c’è più il riferimento a terra), mentre per la densità
superficiale di carica dobbiamo considerare le due facce del conduttore e si ha

ql

∂ 1
 σR = − ǫ0 ∂z φ(P ; q) z=0+
= − 2π 3
(x2 +y 2 +l2 ) 2
∂ 1 ql (3.2.16)
 σL =− ǫ0 ∂z φ(P ; −q) z=0− = 2π (x2 +y 2 +l2 ) 32

Mentre non cambia la forza con la quale il piano attrae la carica (infatti se
il piano conduttore è pensato infinitamente esteso i campi elettrici nei due
semispazi sono del tutto indipendenti).
Il secondo caso che consideriamo è quello di un conduttore sferico di raggio R
ed una carica puntiforme q ad una distanza dal centro della sfera > R; anche
in questo caso consideriamo il conduttore messo a terra oppure isolato (vedi
fig.3.2).

Figura 3.2: Carica davanti ad una sfera conduttrice: con sfera a terra a) e con
sfera isolata b)

Ragionando analogamente al caso precedente, per la sfera messa a terra pos-


siamo fissare il potenziale sulla sua superfice uguale a zero e quindi sarà, posto
r0 = OP
q q′
 
1
φ(r0 ) = − (3.2.17)
4πǫ0 r r ′
62CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

Poiché la superfice del conduttore è allo stesso potenziale in tutti i punti è anche
(vedi fig.3.2 a) )
q q′ q q′
− = − =0
l − R R − l′ l + R R + l′
Dalle quali si ottiene
 2
2 ′ q l
R = ll , ′
= ′ , (3.2.18)
q l
ovvero anche
R2 R
, q′ = q .
l′ = (3.2.19)
l l
Possiamo quindi riscrivere la (3.2.17) nella forma
 
q 1 R
φ(r0 ) = − . (3.2.20)
4πǫ0 r lr ′

Vista la simmetria del problema conviene passare alle coordinate polari, pren-
dendo come asse z la retta contenente la congiungente delle cariche q, q ′ . Indi-
cando con θ l’angolo tra OB e OP avremo
!
q 1 R
φ(r0 ) = p − p . (3.2.21)
4πǫ0 r02 + l2 − 2r0 l cos θ l r02 + l′2 − 2r0 l′ cos θ

Figura 3.3: Densità di carica superficiale della sfera messa a terra in una scala
arbitraria

Per la densità di carica superficiale si trova



σ(θ) = − ǫ0 φ(r0 )
∂r0 r0 =R
3.2. ELETTROSTATICA DEI CONDUTTORI 63
!
q R − l cos θ R (R − l′ cos θ)
= 3 − 3
4π (R2 + l2 − 2Rl cos θ) 2 l (R2 + l′2 − 2l′ R cos θ) 2
 
l R

q  1 − R cos θ R 1 − l cos θ
= 3 −  3  .

4πR2 

2 2 2 2
1 + Rl 2 − 2 Rl cos θ l 1 + Rl2 − 2 Rl cos θ
(3.2.22)

In fig.3.3 è rappresentato il grafico della densità di carica superficiale della sfera


q l
messa a terra (si è normalizzato a 4πR 2 = 1 e R = 2). Mentre la carica q è

attratta dalla sfera con la forza

1 q 2 Rl
f~ = − ~n (3.2.23)
4πǫ0 (l2 − R2 )2

dove ~n è il versore della direzione di OB. Si osservi che


 
q  1 R
φ(R) = √ − q 
4πǫ0 R2 + l2 − 2Rl cos θ l R2 + R4 − 2 R3 cos θ
l2 l
 
q 1 1
= √ −√ =0.
4πǫ0 R2 + l2 − 2Rl cos θ l2 + R2 − 2Rl cos θ
(3.2.24)

Nel caso in cui la sfera sia isolata la carica totale sul conduttore deve essere
nulla. Se aggiungiamo ancora una carica virtuale +q ′ al centro della sfera, la
carica totale del conduttore diventa nulla e la superfice della sfera resta una
superfice equipotenziale. Il potenziale diventa

q q′ q′
   
1 q 1 R R
φ(r0 ) = − ′+ = − +
4πǫ0 r r r0 4πǫ0 r lr ′ lr0
!
q 1 R R
= p − p 2 + .
4πǫ0 2
r0 + l − 2r0 l cos θ l r0 + l − 2r0 l cos θ lr0
2 ′2 ′

(3.2.25)

Come ci aspettiamo il potenziale sulla superfice della sfera non è più nullo (il
conduttore non è a terra), in particolare è

q
φ(R) = (3.2.26)
4πǫ0 l
64CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

Mentre per la densità di carica si ha (vedi anche fig.3.6)

 
l R

q  1− R cos θ R 1 − cos θ l R
σ(θ) =
4πR2 
 3 −  3 + l 
l2 2 2 2
1+ R2
− 2 Rl cos θ l 1 + Rl2 − 2 Rl cos θ
(3.2.27)

Figura 3.4: Densità di carica superficiale della sfera isolata in una scala
arbitraria

A differenza dell’esempio precedente, la forza con la quale la sfera conduttrice


attira la carica, è diversa se la sfera è messa a terra od è isolata. Infatti, nel
caso della sfera isolata l’energia di interazione tra la sfera conduttrice e la carica
q è, ricordando la (3.2.19),

q′q q 2 R3
 
1 1 1
U = φsf era q = − =− (3.2.28)
2 8πǫ0 l l − l′ 8πǫ0 l2 (l2 − R2 )

Dalla quale segue

2 R3 2l2 − R2

1 q
f~ = −∇
~ lU = − ~n , (3.2.29)
4πǫ0 l3 (l2 − R2 )2

che non coincide con la (3.2.23).

3.2.3 Metodo della trasformazione conforme

Nel caso in cui il problema sia equivalente ad un problema in due dimensioni,


cioè quando le sezioni piane perpendicolari ad una data direzione nello spazio
3.2. ELETTROSTATICA DEI CONDUTTORI 65

riproducono situazioni identiche del sistema studiato, possiamo cercare solu-


zioni dell’equazione di Laplace usando la teoria delle funzioni di una variabile
complessa. In questi casi il campo elettrostatico dipende da due sole variabili
spaziali (diciamo x e y). Nel vuoto le prime due equazioni di (3.2.6) diventano
~ ·E
∇ ~ =0e∇ ~ ∧E~ = 0. Da queste due troviamo

~ =∇
E ~ ∧A
~, ~ = −∇φ
E ~ . (3.2.30)

In uno spazio bidimensionale questo comporta che A ~ è perpendicolare al piano


~ ha solo componenti in quel piano), in particolare si ha
x, y (mentre E
∂φ ∂A
Ex =− = ,
∂x ∂y
∂φ ∂A
Ey =− =− . (3.2.31)
∂y ∂x
Ma questo vuol dire che la funzione a valori complessi

w = φ − iA (3.2.32)

è olomorfa nella variabile complessa z = x+iy. Infatti le (3.2.31) corrispondono


alle condizioni di monogeneità per la (3.2.32). Trattandosi di una funzione
olomorfa la sua derivata rispetto a z non dipende dalla direzione, quindi avremo

dw ∂φ ∂A ∂φ ∂A
= −i = − = −Ex + iEy . (3.2.33)
dz ∂x ∂x ∂iy ∂y

La funzione w è detta il potenziale complesso. Si osservi anche che sia φ che A


obbediscono all’equazione di Laplace, infatti

∂2φ ∂ A2 ∂2A ∂2φ


∂x2
= − ∂x∂y 2 ∂x2
=
∂2φ ∂2A
→∇ φ=0, ∂2A
∂x∂y
∂2φ → ∇2 A = 0 . (3.2.34)
∂y 2
= ∂y∂x ∂y 2
= − ∂y∂x

Le linee di forza del campo E ~ sono quelle per cui vale E~ ∧ d~l = 0 dove
d~l è il versore tangente alla linea di forza, ovvero −Ey dx + Ex dy = 0, o,
equivalentemente

∂A ∂A
−Ey dx + Ex dy = dx + dy = dA = 0 . (3.2.35)
∂x ∂y

~ corrispondono alle linee A = cost e sono


Cioè le linee di forza del campo E
determinate dall’equazione
dx dy
= . (3.2.36)
Ex Ey
66CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

Le linee φ = cost corrispondono alle superfici equipotenziali (che qui sono delle
linee). L’ortogonalità tra le due famiglie di curve è garantita dalle (3.2.31).
Infatti
∂φ ∂A ∂φ ∂A ∂φ ∂φ ∂φ ∂φ
+ = − =0. (3.2.37)
∂x ∂x ∂y ∂y ∂x ∂y ∂y ∂x
Si osservi che è del tutto indipendente prendere come potenziale complesso la
quantità w′ = iw = A + iφ. In questo caso le linee di forza del campo elettrico
saranno date Rew′ = cost che corrisponde ancora alle linee A = cost e anche le
linee equipotenziali da quelle φ = cost.
Il flusso dell’intensità del campo elettrico attraverso un tratto di linea equipo-
tenziale è dato dall’integrale
Z Z Z
∂φ ∂A
En dl = − dl = dl = A2 − A1 (3.2.38)
∂n ∂l

Dove A1 e A2 sono i valori del campo A agli estrmi del tratto di linea l ed n
indica la direzione della normale a tale linea. Se l’integrale è esteso ad una linea
chiusa C si ha
q
∆C A = . (3.2.39)
ǫ0
∆C A indica la variazione di A lungo il circuito chiuso C e q è la carica totale

Figura 3.5: Conduttore piano indefinito verso filo conduttore indefinito

racchiusa nel circuito (ovvero la carica per unità di lunghezza relativamente


alla direzione dell’asse z).
Un punto rilevante è che una funzione olomorfa è un mapping da C 1 in C 1
che rappresenta una trasformazione del gruppo conforme in due dimensioni,
questo nel caso specifico è importante perché una trasformazione del gruppo
conforme conserva gli angoli tra due linee. È cioè possibile il collegamento tra
due soluzioni dell’equazione di Laplace che corrispondono a configurazioni dei
3.3. PROBLEMI AL CONTORNO DELL’EQUAZIONE DI LAPLACE 67

conduttori tra loro anche molto diverse. Consideriamo ad esempio il potenziale


complesso

w = z = e−2q (x + iy) , φ = e−2q x, A = e−2q y . (3.2.40)

che descrive il campo prodotto da un conduttore piano indefinito carico, le cui


superfici (linee) equipotenziali sono date da φ = e−2q x = cost e le linee di forza
da A = e−2q y = cost; con Ex = −e−2q , Ey = 0. Il potenziale complesso
p y
w′ = ln w = −2q ln r − 2iqθ , con r = x2 + y 2 e θ = tg−1
x
per 0 ≤ θ < 2π (3.2.41)

descrive il campo prodotto da un filo carico indefinito (diretto secondo l’asse z)


con densità di carica per unità di lunghezza pari a 4πq
ǫ0 (vedi fig.3.5).

3.3 Problemi al contorno dell’equazione di Laplace

Vogliamo adesso discutere in generale il problema dell’elettrostatica. Abbiamo


già visto che il problema generale si riduce all’equazione per il potenziale

ρ
∇2 φ = (3.3.42)
ǫ0

Che nel caso di un insieme di conduttori viene ridotto a risolvere problemi al


contorno dell’equazione di Laplace

∇2 φ = 0 . (3.3.43)

Cioè l’effetto della distribuzione di cariche, descritta dalla densità ρ, viene intro-
dotto assegnando il valore del potenziale sulle superfici dei conduttori, cioè, da
un punto di vista matematico, il problema è riportato allo studio dei problemi
al contorno dell’equazione di Laplace. Quando le condizioni al contorno sono
riferite ad un dominio compatto, cioè si cercano soluzioni che hanno un suppor-
to compatto l’operatore di Laplace ∇2 gode di notevoli proprietà e su queste
proprietà è basato il metodo per risolvere il problema al contorno. Ricordiamo
qui brevemente tali proprietà.

a) L’operatore ∇2 ha uno spettro di autovalori reali λn numerabile (n =


1, 2, ..., ∞) con autofunzioni fn ∈ L2 . Ovvero si hanno le equazioni agli
autovalori
Z
∇2 fn = λn fn , con ||fn ||2 = dµf¯n fn < ∞
Σ
68CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

Dove con f¯n si è indicato la complessa coniugata di fn , Σ è il dominio


dell’operatore e quindi il dominio delle fn e dµ è la misura su Σ.

b) Le autofunzioni fn formano una base ortonormale e completa per lo spa-


zio lineare L2 delle funzioni con supporto Σ.
Cioè introdotto il prodotto scalare (f, g) = Σ dµf¯g (che induce la norma
R

di L2 già vista nel punto a)), le autofunzioni fn soddisfano alla pro-


prietà (fn , fm ) = δnm e qualunque funzione φ con supporto Σ si può
rappresentare con la serie

X
φ= cn fn , con cn = (fn , φ) .
n=1

La serie converge in media, cioè


N
X
lim φ− cn fn = 0,
N →∞
n=1
v
N
X
u
u N
X N
X
con φ− cn fn = (φ −
t cn fn , φ − cn fn ) .
n=1 n=1 n=1

Per comprendere come usare le proprietà sopra descritte è conveniente discutere


nei dettagli un certo numero di esempi, cosa che faremo nei pargrafi che seguono.

3.3.1 Equazione di Laplace in coordinate cartesiane

Come primo esempio consideriamo un parallelepipedo; 5 delle sue facce sono


dei conduttori messi a terra (quindi per ognuna di queste è φ = 0), mentre la
sesta (che è isolata dalle altre) si trova ad un potenziale assegnato φ(x, y, c) =
φ0 (x, y) 6= 0 (vedi fig.3.6). Avremo quindi il problema

Figura 3.6: Cavità conduttrice a forma di parallelepipedo con 5 facce a terra


3.3. PROBLEMI AL CONTORNO DELL’EQUAZIONE DI LAPLACE 69

∂2 ∂2 ∂2
 
+ + φ(x, y, z) = 0
∂x2 ∂y 2 ∂z 2
con φ(0, y, z) = φ(a, y, z) = 0, φ(x, 0, z) = φ(x, b, z) = 0,
φ(x, y, 0) = 0, φ(x, y, c) = φ0 (x, y) (3.3.44)

Cerchiamo soluzioni, non banali, a variabili separate, cioè della forma

φ(x, y, z) = X(x)Y (y)Z(z) . (3.3.45)

L’equazione in (3.3.44) diventa

1 ∂2 1 ∂2 1 ∂2
2
X(x) + 2
Y (y) + Z(z) = 0 . (3.3.46)
X(x) ∂x Y (y) ∂y Z(z) ∂z 2

Poiché questa equazione deve essere soddisfatta qualunque siano i valori delle
tre variabili x, y, z e i singoli termini sono indipendenti, segue che ognuno dei
tre termini deve essere costante. Il problema al contorno (3.3.44) si riconduce
a gli altri
∂2
X(x) = −λX(x) , X(0) = X(a) = 0 ,
∂x2
∂2
Y (y) = −µY (y) , Y (0) = Y (b) = 0 ,
∂y 2
∂2
Z(z) = (λ + µ)Z(z) , Z(0) = 0 . (3.3.47)
∂z 2
Per le prime due equazioni di (3.3.47) si ha
nπ n2 π 2
X(x) → Xn (x) = An sin xeλ= 2 ,
a a
mπ m2 π 2
Y (y) → Ym (y) = Bm sin y eµ= .
b b2
Con n, m = 1, 2, ... (i valori n = m = 0 sono esclusi altrimenti avremmo delle
soluzioni banali). Le costanti An e Bm sono arbitrarie a causa dell’omogeneità
delle equazioni, ma deve essere anche (Xn , Xl ) = δnl e (Ym , Ys ) = δms ; quindi
normalizzando otteniamo
r
2 nπ n2 π 2
Xn (x) = sin x, λ= 2 ,
a a a
r
2 mπ m2 π 2
Ym (y) = sin y , µ= . (3.3.48)
b b b2
L’ultimo problema delle (3.3.47) diventa quindi

∂2 n 2 m2
 
Znm (z) = + 2 π 2 Znm (z) , Znm (0) = 0 . (3.3.49)
∂z 2 a2 b
70CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

che ammette la soluzione


r
n 2 m2
Zmn (z) = Anm sinh + 2 πz . (3.3.50)
a2 b

Dove i coefficenti Anm sono arbitrari e verranno fissati dalla condizione al


contorno a z = c. Si ha una soluzione in termini della doppia serie di Fourier

∞ ∞
r
2 XX nπ mπ n 2 m2
φ(x, y, z) = √ Anm sin x sin y sinh + 2 πz . (3.3.51)
ab n=1 m=1 a b a2 b

Dalla condizione al contorno si ha


∞ ∞
r
2 XX nπ mπ n 2 m2
φ0 (x, y) = √ Anm sin x sin y sinh + 2 πc
ab n=1 m=1 a b a2 b

e, sfruttando l’ortonormalità delle autofunzioni∗


∞ X ∞
Z a Z b r
X n 2 m2
dx dyXl (x)Ys (y)φ0 (x, y) = Anm δln δms sinh + 2 πc
0 0 a2 b
n=1 m=1
r
l2 s2
= Als sinh + πc . (3.3.52)
a2 b2
E finalmente
∞ ∞
r
2 XX (Xn Ym , φ0 ) nπ mπ n 2 m2
φ(x, y, z) = √ sin x sin y sinh + 2 πz
a2
q
ab n=1 m=1 sinh n2 + m2 πc a b b
a2 b2
(3.3.53)

con

a b
2
Z Z
nπ mπ
(Xn Ym , φ0 ) = √ dx dy sin x sin yφ0 (x, y) . (3.3.54)
ab 0 0 a b

Un caso particolarmente semplice si ha quando φ0 (x, y) è una combinazione


lineare finita di autofunzioni del problema. Consideriamo come esempio il caso

π 3π
φ0 (x, y) = V sin x sin y . (3.3.55)
a b

Le autofunzioni complete del problema sono
r
4 nπ mπ n2 m2
φnms (x, y, z) = √ q sin x sin sinhsπz , con s = 2
+ 2
ab cosh2sπc−1
− 2c a b a b
s

Qui non si tiene conto del contributo dovuto alla variabile z perché è riassorbito banalmente
dalle costanti Anm .
3.3. PROBLEMI AL CONTORNO DELL’EQUAZIONE DI LAPLACE 71

In questo caso si ha
Z a Z b
2V nπ mπ π 3π
(Xn Ym , φ0 ) =√ dx dy sin x sin y sin x sin y
ab 0 0 a b a b
V√
= ab δn1 δm3 (3.3.56)
2
e q
sin πa x sin 3π
b y sinh 1
a2 +
9
b2 πz
φ(x, y, z) = V q (3.3.57)
sinh a12 + b92 πc

Il campo elettrico nella cavità è

 1 π 
q a cotg a x
πV sin πa x sin 3π 1 9  
b y sinh a2
+ b2
πz  3 3π

~
E(x, y, z) = − b cotg b y
 
q  
sinh a12 + b92 πc 
 q q


1 9 1
a2
+ b2
coth a2
+ b92 πz
(3.3.58)

3.3.2 Equazione di Laplace in coordinate cilindriche

Ripetiamo adesso un calcolo analogo a quello del paragrafo precedente per una
cavità di forma cilindrica (vedi fig.3.7). Supponiamo che anche in questo caso
la cavità sia costituita da un conduttore messo a terra meno che per la faccia
a z = L, sulla quale si ha un potenziale assegnato diverso da 0.

Figura 3.7: Cavità conduttrice a forma cilindrica

Vista la geometria del problema conviene usare le coordinate cilindriche, avremo


quindi il problema al contorno

1 ∂2φ ∂2φ
 
1 ∂ ∂φ
ρ + 2 2 + 2 =0,
ρ ∂ρ ∂ρ ρ ∂θ ∂z
72CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

φ(a, θ, z) = 0,
φ(ρ, 0, z) = φ(ρ, 2π, z),
φ(ρ, θ, 0) = 0, φ(ρ, θ, L) = φ0 (ρ, θ) . (3.3.59)

Procedendo col metodo della separazione delle variabili poniamo

φ(ρ, θ, z) = R(ρ)Θ(θ)Z(z) . (3.3.60)

Quindi, escludendo le soluzioni banali, otteniamo

1 ∂2Θ 1 ∂2Z
 
1 ∂ ∂R
ρ + + =0 (3.3.61)
ρR ∂ρ ∂ρ ρ2 Θ ∂θ 2 Z ∂z 2

e quindi i problemi agli autovalori

∂2Z
− k2 Z = 0 , Z(0) = 0 ,
∂z 2
∂2Θ
+ ν 2 Θ = 0 , Θ(0) = Θ(2π) ,
∂θ 2
∂ 2 R 1 ∂R ν2
 
2
+ + k − 2 R = 0 , R(a) = 0 . (3.3.62)
∂ρ2 ρ ∂ρ ρ

Dalla seconda delle (3.3.62) otteniamo le autofunzioni

1
Θ(θ) = √ eimθ , ν 2 = m2 , m = 0, ±1, ±2, ... (3.3.63)

Per la terza equazione conviene (assumendo per il momento che k sia reale)
passare alla variabile ζ = kρ e studiare il problema

∂ 2 Rν ν2
 
1 ∂Rν
+ + 1 − Rν = 0 , con Rν (ka) = 0 . (3.3.64)
∂ζ 2 ζ ∂ζ ζ2

Le soluzioni di questa equazione sono le funzioni di Bessel di ordine ν (in questo


caso particolare ν = m con m intero). Le funzioni di Bessel non sono funzioni
alementari, non sono cioè rappresentabili come un insieme di funzioni semplici.
Qui possiamo scegliere di rappresentarle sotto forma di serie. Date le singolarità
dei coefficenti di (3.3.64) cerchiamo soluzioni della forma


X
α
Rν (ζ) = ζ aj ζ j , con α = ±ν . (3.3.65)
j=0
3.3. PROBLEMI AL CONTORNO DELL’EQUAZIONE DI LAPLACE 73

Sostituendo in (3.3.64) troviamo la formula ricorrente per i coefficenti aj

1
a2j = − a2j−2 , j = 1, 2, 3, ... (3.3.66)
4j(j + α)

mentre tutti i coefficenti delle potenze pari di ζ sono nulli. Iterando la relazione
precedente si trova
(−1)j Γ(α + 1)
a2j = 2j a0 . (3.3.67)
2 j!Γ(j + α + 1)
Il coefficente a0 è indeterminato e viene convenzionalmente scelto uguale a
a0 = [2α Γ(α + 1)]−1 . Si hanno quindi le due soluzioni
 ν X∞  2j
ζ (−1)j ζ
Jν (ζ) = ,
2 j!Γ(j + ν + 1) 2
j=0
 −ν X∞  2j
ζ (−1)j ζ
J−ν (ζ) = . (3.3.68)
2 j!Γ(j − ν + 1) 2
j=0

Queste funzioni sono le funzioni di Bessel di prima specie. La serie converge per
tutti i valori di ζ finito e, se ν non è un intero le due funzioni sono linearmente
indipendenti. Ma nel caso che ν sia intero, come quello che stiamo trattando,
le due soluzioni sono linearmente dipendenti e vale

J−m (ζ) = (−1)m Jm (ζ) . (3.3.69)

Quindi in generale (anche per ν non intero), si scelgono come funzioni in-
dipendenti Jν e la funzione di Neumann (o funzione di Bessel di seconda
specie)
Jν (ζ) cos νπ − J−ν (ζ)
Nν (ζ) = . (3.3.70)
sin νπ
Quindi tornando al nostro problema potremo scrivere

Rm (ζ) = Am Jm (ζ) + Bm Nm (ζ) .

Le condizioni al contorno richiedono che RM (0) < ∞ perché φ(0, θ, z) < ∞ e


Rm (ka) = 0 perché φ(a, θ, z) = 0. La prima delle due condizioni impone che
sia Bm = 0. Infatti gli andamenti asintotici per ζ ≪ 1 sono
 ν
1 ζ
Jν (ζ) → , per ζ ≪ 1
Γ(ν + 1) 2
 h   i
 2 ln ζ + 0.5772... , ν = 0
π 2 ν
Nν (ζ) → per ζ ≪ 1 (3.3.71)
 − Γ(ν) 2 , ν 6
= 0
π ζ
74CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

La seconda condizione impone che ka sia uno zero di Jm (ζ). Quindi l’autova-
lore k → kmn della prima delle (3.3.62) dipende da due indici, il primo (m)
corrisponde all’ordine della funzione di Bessel Jm e il secondo (n) numera gli
zero della stessa funzione. Indicando con xmn lo zero n-esimo della funzione di
Bessel di prima spece di ordine m avremo

xmn
kmn = . (3.3.72)
a

In particolare per le prime 5 funzioni di Bessel e per i primi 6 zero si ha


m xm1 xm2 xm3 xm4 xm5 xm6 xm7
0 2.405 5.520 8.654 11.792 14.931 18.071 ...
1 3.832 7.016 10.173 13.323 16.470 19.616 ...
2 5.136 8.417 11.620 14.796 17.960 21.117 ...
3 6.379 9.760 13.017 16.224 19.410 22.583 ...
4 7.586 11.064 14.373 17.616 20.827 24.018 ...
5 8.780 12.339 15.700 18.982 22.220 25.431 ...
Vale in oltre (per un indice ν qualunque)
Z a x   x ′  a2
νn νn
ρdρJν ρ Jν ρ = [Jν+1 (xνn )]2 δnn′ . (3.3.73)
0 a a 2

Infine le soluzioni della prima delle (3.3.62) sono

Zmn (z) = Cnm sinhkmn z . (3.3.74)

E finalmente per il nostro potenziale avremo la serie



X ∞
X
φ(ρ, θ, z) = Dmn Jm (kmn ρ)eimθ sinhkmn z
m=−∞ n=1
X∞
= D0n J0 (k0n ρ)sinhk0n z
n=1
X∞ X∞  
+ Dmn eimθ + (−1)m D−mn e−imθ Jm (kmn ρ)sinhkmn z
m=1 n=1
X∞ X ∞
= Jm (kmn ρ)sinhkmn z (Amn sin mθ + Bmn cos mθ) .
m=0 n=1
(3.3.75)

Infine dalla condizione al contorno


∞ X
X ∞
φ0 (ρ, θ) = Jm (kmn ρ)sinh(kmn L) (Amn sin mθ + Bmn cos mθ) (3.3.76)
m=0 n=1
3.3. PROBLEMI AL CONTORNO DELL’EQUAZIONE DI LAPLACE 75

si ricava , ricordando anche la (3.3.73),


2π a
2
Z Z
Amn = 2 dθ ρdρ φ0 (ρ, θ)Jm (kmn ρ) sin mθ ,
πa2 sinh(kmn L)Jm+1 (kmna ) 0 0
2π a
2
Z Z
Bmn = 2 2 dθ ρdρ φ0 (ρ, θ)Jm (kmn ρ) cos mθ .
πa sinh(kmn L)Jm+1 (kmna ) 0 0
(3.3.77)

Al solito la serie (3.3.75) si riduce ad una somma finita di termini se la condizio-


ne al contorno φ0 (ρ, θ) corrisponde ad una combinazione finita di autofunzioni
del problema.

3.3.3 Equazione di Laplace in coordinate sferiche

Come ultimo esempio consideriamo il caso delle coordinate sferiche. In coordi-

Figura 3.8: Coordinate sferiche per un punto P

nate sferiche l’equazione di Laplace si scrive

∂2Φ
   
1 ∂ 2 ∂Φ 1 ∂ ∂Φ 1
r + 2 sin θ + 2 2 =0. (3.3.78)
r 2 ∂r ∂r r sin θ ∂θ ∂θ r sin θ ∂ϕ2

Dove le coordinate r, θ, ϕ di un punto P sono come indicate in fig.3.8. Tale scelta


di coordinate è conveniente tutte le volte che si ha a che fare con una geometria
76CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

di tipo centrale. Vedremo più avanti degli esempi espliciti. Procediamo ancora
col metodo della separazione delle variabili ponendo

Φ(r, θ, ϕ) = R(r)P (θ)Q(ϕ) . (3.3.79)

Sostituendo in (3.3.78) ed escludendo le soluzioni banali si trova

∂2Q
   
1 ∂ 2 ∂R 1 ∂ ∂P 1
r + 2 sin θ + = 0 . (3.3.80)
2
r R ∂r ∂r r P sin θ ∂θ ∂θ r 2 Q sin2 θ ∂ϕ2

Le tre variabili r, θ e ϕ devono variare in modo indipendente, quindi perché


l’equazione precedente possa continuare a valere si devono avere delle relazioni
tra termini costanti. Ovvero dovrà essere

1 ∂2Q
= −m2 . (3.3.81)
Q ∂ϕ2

Cioè, a meno di costanti moltiplicative,

Q(ϕ) = e±imϕ . (3.3.82)

Assumendo che Q(ϕ) sia monodroma è m = 0, 1, 2, .... Sostituendo poi in


(3.3.80) otteniamo

m2
   
1 ∂ 2 ∂R 1 ∂ ∂P
r + 2 sin θ − =0. (3.3.83)
2
r R ∂r ∂r r P sin θ ∂θ ∂θ r 2 sin2 θ

Dalla quale seguono

m2
 
1 ∂ ∂P
sin θ − P = −j 2 P (3.3.84)
sin θ ∂θ ∂θ sin2 θ

e
j2
 
1 ∂ 2 ∂R
r − R=0. (3.3.85)
r 2 ∂r ∂r r2
Cominciamo dall’ultima equazione. Tenuto conto che il primo termine della
(3.3.83) resta finito per r = 0 anche se R(r) ha una singolarità del tipo 1r ,
possiamo porre R(r) = U (r)r , con U (r) finito per r = 0, e studiare l’equazione
più semplice
d2 U (r) j 2
− 2 U (r) = 0 , (3.3.86)
dr 2 r
3.3. PROBLEMI AL CONTORNO DELL’EQUAZIONE DI LAPLACE 77

che ammette soluzioni di tipo potenza ovvero

U (r) = Ar l+1 + Br −l . (3.3.87)

Sostituendo in (3.3.86) si ha

Al(l + 1)r l−1 + Bl(l + 1)r −l−2 − Aj 2 r l−1 U − Bj 2 r −l−2 = 0 ,


→ j 2 = l(l + 1) . (3.3.88)

Avremo quindi le tre equazioni agli autovalori


d2 Q(ϕ)
= −m2 Q(ϕ) , Q(ϕ) ∼ eimϕ , m = 0, ±1, ±2, ...
dϕ2
m2
   
1 d dP (θ)
sin θ + l(l + 1) − P (θ) = 0 ,
sin θ dθ dθ sin2 θ
d2 U (r) l(l + 1)
− U (r) = 0 , U (r) ∼ Ar l+1 + Br −l , l = 0, 1, 2, ...
dr 2 r2
(3.3.89)

Resta ancora da studiare la seconda equazione delle (3.3.89). A questo scopo


Conviene fare il cambiamento di variabile cos θ = z, da cui segue

m2
   
d 2 dP (z)
(1 − z ) + l(l + 1) − P (z) = 0 . (3.3.90)
dz dz 1 − z2

Questa è l’equazione di Legendre generalizzata. Consideriamo prima il caso


m = 0 che corrisponde all’equazione di Legendre
 
d 2 dPl (z)
(1 − z ) + l(l + 1)Pl (z) = 0 . (3.3.91)
dz dz

Le soluzioni di questa equazione sono i polinomi di Legendre e si ottengono


tutti con la formumla generatrice (formula di Rodrigues)

1 dl 2
Pl (z) = (z − 1)l . (3.3.92)
2l l! dz l

I primi polinomi sono


3z 2 − 1 5z 3 − 3z
P0 (z) = 1 , P1 (z) = z , P2 (z) = , P3 (z) = ,
2 2
35z 4 − 30z 2 + 3 63z 5 − 70z 3 + 15z
P4 (z) = , P5 (z) = ,
8 8
231z 6 − 315z 4 + 105z 2 − 5
P6 (z) = , ... (3.3.93)
16
78CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

I polinomi di Legendre formano un insieme completo di funzioni ortogonali


nell’intervallo −1 ≤ z ≤ 1. La condizione di ortogonalità è

1
2
Z
dzPl (z)Pl′ (z) = δll′ . (3.3.94)
−1 2l + 1

Valgono poi le seguenti formule ricorrenti (che si possono dimostrare facilmente


a partire dalla formula di Rodrigues combinata con l’equazione (3.3.91))
dPl+1 dPl−1
− − (2l + 1)Pl = 0 ,
dz dz
(l + 1)Pl+1 − (2l + 1)zPl + lPl−1 = 0 ,
dPl+1 dPl
−z − (l + 1)Pl = 0 ,
dz dz
dPl
(z 2 − 1) − lzPl + lPl−1 = 0 . (3.3.95)
dz
A questo punto conviene distinguere due casi.

a) Sistemi con simmetria azimutale (cioè Φ) non dipende dall’angolo azimu-


tale ϕ

b) Sistemi con simmetria centrale con Φ che dipende da tutte e tre le variabili
r, θ, ϕ.

Consideriamo prima il caso a). In questo caso non essendoci dipendenza dal-
l’angolo ϕ non c’è dipendenza nemmeno dall’autovalore m e il potenziale sarà
dato dalla serie

∞ 
X 
Φ(r, θ) = Al r l + Bl r −l−1 Pl (cos θ) . (3.3.96)
l=0

Le costanti Al e Bl dovranno essere determinate dalle condizioni al contorno di


Φ. Ad esempio

∂Φ(r, θ)
Φ(a, θ) = V (θ) , = W (θ) (3.3.97)
∂r r=a

da cui
1
2l + 1
Z
l −l−1
Al a + Bl a = d cos θPl (cos θ)V (θ) ,
2 −1
Z 1
2l + 1
lAl al−1 − (l + 1)Bl a−l−2 = d cos θPl (cos θ)W (θ) (3.3.98)
2 −1
3.3. PROBLEMI AL CONTORNO DELL’EQUAZIONE DI LAPLACE 79

Figura 3.9: Sfera con settore sferico mancante

Per essere più espliciti consideriamo una sfera dove è stato tolto un settore
sferico di ampiezza 2α con l’asse coincidente con l’asse z. Vedi fig.3.9. Sulla
superfice della sfera c’è una densità di carica superficiale costante σ0 , meno
ovviamente che nella regione del settore mancante. Cioè

σ(θ) = σ0 Y (θ − α) . (3.3.99)

Dove Y (θ − α) è 1 per θ − α > 0 e 0 per θ − α < 0. Per quanto riguarda


il potenziale vale l’espansione (3.3.96). Dovremo però distinguere la regione
interna e la regione esterna. Infatti all’interno il potenziale deve essere finito e
all’esterno non può crescere indefinitamente, quindi se R è il raggio della sfera
dovrà essere

per r < R Φ(r, θ) → Φ1 (r, θ) = P∞ l


 P
l=0 Al r Pl (cos θ) (3.3.100)

per r > R Φ(r, θ) → Φ2 (r, θ) = l=0 Bl r −l−1 Pl (cos θ)

In oltre devono valere in r = R la condizione di continuità

Φ1 (R, θ) = Φ2 (R, θ) , → Bl = Al R2l+1 (3.3.101)

e la condizione sulle derivate (che segue subito dal teorema di Gauss)

∂Φ1 (r, θ) ∂Φ2 (r, θ)


− = σ0 Y (θ − α) . (3.3.102)
∂r r=R ∂r r=R
80CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

Dalla quale si ha


X
(2l + 1)Al Rl−1 Pl (cos θ) = σ0 Y (θ − α) . (3.3.103)
l=0

E, ricordando la proprietà di ortogonalità (3.3.94) abbiamo


X∞ Z 1 Z cos α
l−1
(2l + 1)Al R d cos θPl (cos θ)Pl (cos θ) = σ0
′ d cos θPl′ (cos θ)
l=0 −1 −1
Z cos α

→ 2Al′ Rl −1 = σ0 d cos θPl′ (cos θ) . (3.3.104)
−1

Infine ricordando la prima delle (3.3.95) si ha anche


Z cos α  
l′ −1 σ0 dPl′ +1 (cos θ) dPl′ −1 (cos θ)
2Al′ R = ′ d cos θ −
2l + 1 −1 d cos θ d cos θ
σ0
= ′ [Pl′ +1 (cos α) − Pl′ +1 (−1) − Pl′ −1 (cos α) + Pl′ −1 (−1)]
2l + 1 h
σ0 ′ ′
i
= ′ Pl′ +1 (cos α) − Pl′ −1 (cos α) − (−1)l +1 + (−1)l −1
2l + 1
Dove si è tenuto conto che Pl (−1) = (−1)l Pl (1) = (−1)l . Finalmente

σ0
Al = [Pl+1 (cos α) − Pl−1 (cos α)] . (3.3.105)
2(2l + 1)Rl−1

Quindi

X σ0
Φ1 (r, θ) = [Pl+1 (cos α) − Pl−1 (cos α)] r l Pl (cos θ) ,
2(2l + 1)Rl−1
l=0

X σ0 Rl+2
Φ2 (r, θ) = [Pl+1 (cos α) − Pl−1 (cos α)] r −l−1 Pl (cos θ)
2(2l + 1)
l=0
(3.3.106)

Consideriamo adesso il caso b), cioè il caso generale dove c’è anche la dipendenza
dall’angolo ϕ. La dipendenza dall’angolo θ adesso sarà espressa dall’equazione
(3.3.90). Le soluzioni di questa equazione sono le funzioni associate di Legendre
e possono essere ottenute da una funzione generatrice come riportato qui di
seguito
m
dm m (−1)m (1 − z 2 ) 2 dl+m 2
Plm (z) m
= (−1) (1 − z ) 2
Pl (z)
2 = (z − 1)l
dz m 2l l! dz m+l
l = 0, 1, 2, ...
con m = 0, 1, 2, ..., l (3.3.107)
−1 ≤ z ≤ 1
3.3. PROBLEMI AL CONTORNO DELL’EQUAZIONE DI LAPLACE 81

In particolare si ha Pl (z) = Pl0 (z). Le funzioni associate di Legendre con lo


stesso l e m opposti sono proporzionali tra loro e vale

(l − m)! m
Pl−m (z) = (−1)m P (z) . (3.3.108)
(l + m)! l

Valgono in oltre la relazione di ortogonalità

1
2 (l + m)!
Z
dzPlm m
′ (z)Pl (z) = δll′ (3.3.109)
−1 2l + 1 (l − m)!

e la relazione di ricorrenza

m
(2l + 1)zPlm (z) = (l + 1 − m)Pl+1 m
(z) + (l + m)Pl−1 (z) . (3.3.110)

Poiché le funzioni Qm (ϕ) = eimϕ , m = 0, ±1, ±2, ... formano un insieme com-
pleto di funzioni ortogonali sull’intervallo 0 ≤ ϕ ≤ 2π e le funzioni Plm (cos θ)
un insieme completo, anch’esse ortogonali, sull’intervallo −1 ≤ cos θ ≤ 1,
il loro prodotto Plm (cos θ)Qm (ϕ) forma un insieme completo (a due indici,
l, m) sulla superfice della sfera unitaria. Tenendo conto delle condizioni di
normalizzazione, possiamo definire le funzioni
s
2l + 1 (l − m)! m
Ylm (θ, ϕ) = P (cos θ)eimϕ , con l = 0, 1, 2, ... − l ≤ m ≤ l .
4π (l + m)! l
(3.3.111)
Le funzioni Ylm sono chiamate le armoniche sferiche. Si verifica direttamente
che
Yl,−m (θ, ϕ) = (−1)m Ylm

(θ, ϕ) . (3.3.112)

Si hanno poi la condizione di ortonormalità


Z 2π Z 1
dϕ d cos θ Yl∗′ m′ (θ, ϕ)Ylm (θ, ϕ) = δl′ l δm′ m (3.3.113)
0 −1

e la relazione di completezza

∞ X
X l

Ylm (θ ′ , ϕ′ )Ylm (θ, ϕ) = δ(ϕ − ϕ′ )δ(cos θ − cos θ ′ ) . (3.3.114)
l=0 m=−l

Le prime armoniche sferiche sono

1
l = 0 Y00 = √ , (3.3.115)

82CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL
 q
3
Y = − 8π sin θeiϕ
 11


 q
l=1 3 (3.3.116)
Y10 = 8π cos θ

 q
3
 Y = 8π sin θe−iϕ

1,−1

 q q
1 15 2 2iϕ , 1 15 2 −2iϕ


 Y 22 = 4 q2π sin θe Y 2,−2 = 4 2π sin θe
 q
15 15
l=2 Y21 = − 8π sin θ cos θeiϕ , Y2,−1 = 8π sin θ cos θe−iϕ

 q
5 3 2 1

20 = 4π 2 cos θ − 2

 Y

(3.3.117)

Ogni funzione di θ e ϕ può essere rappresentata tramite le funzioni armoniche

∞ X
X l
f (θ, ϕ) = Alm Ylm (θ, ϕ) , (3.3.118)
l=0 m=−l

con Z 2π Z 1

Alm = dϕ d cos θ Ylm (θ, ϕ)f (θ, ϕ) . (3.3.119)
0 −1

In generale la soluzione dell’equazione (3.3.83) sarà data dalla serie

X l
∞ X h i
Φ(r, θ, ϕ) = Alm r l + Blm r −(l+1) Ylm (θ, ϕ) . (3.3.120)
l=0 m=−l

Che nel caso della simmetria azimutale si riduce alla (3.3.96).


Consideriamo adesso un caso particolarmente interessante. Sia γ l’angolo
tra due vettori ~r e r~′ con la stessa origine e componenti (vedi fig.3.10)

~r ≡ (r sin θ cos ϕ, r sin θ sin ϕ, r cos θ) ,


r~′ ≡ (r ′ sin θ ′ cos ϕ′ , r ′ sin θ ′ sin ϕ′ , r ′ cos θ ′ ) . (3.3.121)

Si può dimostrare (vedi ad esempio J. D. Jackson - Classical Electrodynamics)


che vale l’espansione

l
4π X ∗ ′ ′
Pl (cos γ) = Ylm (θ , ϕ )Ylm (θ, ϕ) (3.3.122)
2l + 1
m=−l

D’altra parte osserviamo che la quantità

1 1
G(~r − r~′ ) = (3.3.123)
4π ~r − r~′
3.3. PROBLEMI AL CONTORNO DELL’EQUAZIONE DI LAPLACE 83

Figura 3.10: .

corrisponde al potenziale scalare di una carica unitaria puntiforme posta in


uno dei due punti individuati dal vettore ~r o r~′ . Se pensiamo che la carica
sia nel punto individuato da r~′ e prendiamo l’asse di questo vettore come asse
di riferimento (un nuovo asse z) ci sarà simmetria azimutale rispetto a questo
asse. In oltre, poiché vale
1 1
= 1
~r − r~′ (r 2 + r ′2 − 2rr ′ cos γ) 2

la dipendenza angolare è ridotta solo a γ, avremo quindi per la (3.3.96)


∞ 
1 X 
= Al (r ′ )r l + Bl (r ′ )r −(l+1) Pl (cos γ)
~r − r~′ l=0

Per calcolare i coefficenti Al e Bl supponiamo che sia r > r ′ (escludiamo il caso


r = r ′ ) e, poiché detti coefficenti non dipendono da γ, poniamo γ = 0. Avremo
cosı́
∞  
1 1 1 1 1 X r′ l
lim = = = .
γ→0
~r − r~′ r − r′ r 1 − rr′ r r
l=0

Per confronto otteniamo

Al (r ′ ) = 0 , Bl (r ′ ) = r ′l . (3.3.124)

Nel caso in cui sia r ′ > r va preso r come asse di riferimento e si ottengono gli
stessi risultati scambiando tra lore r e r ′ . Se indichiamo allora con r> e con r<
84CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

rispettivamente il maggiore e il minore tra r e r ′ si ha

∞ l
1 X r<
= l+1
Pl (cos γ) (3.3.125)
~r − r~′ l=0
r>

Tornando alle (3.3.122) e (3.3.123) si ha

l
∞ X l
X 1 r<
G(~r − r~′ ) = Y ∗ (θ ′ , ϕ′ )Ylm (θ, ϕ) .
l+1 lm
(3.3.126)
2l + 1 r>
l=0 m=−l

D’altra parte G(~r − r~′ ) = 1 1


è anche la funzione di Green per l’equazione
r −r~′ |
4π |~
di Laplace non omogenea (equazione di Poisson)

ǫ0 ∇2 Φ(~r) = −ρ(~r)

nel caso in cui la densità di carica sia diversa da zero in una regione limitata
dello spazio e non vi siano bordi al finito che delimitano il supporto di Φ. In altri
termini, in generale avremo a che fare con un problema di condizioni al contorno
di Cauchy. Nel caso, abbastanza semplice, in cui il sistema sia contenuto in un
volume V racchiso dalla superfice S, sulle quali vanno imposte le condizioni al
contorno per Φ, la soluzione per il potenziale Φ segue dal teorema di Green ed
è data da
1 ρ(r~′ )
Z
Φ(~r) = d3 r ′
4πǫ0 V ~r − r~′
 
1 1 1 
Z
+ d~σ ·  ~ r′ Φ(r~′ ) − Φ(r~′ )∇
∇ ~ r′ ,
4π ∂V ~r − r~ ′ ~r − r~′
(3.3.127)

se ~r ∈ V , altrimenti è Φ(~r) = 0. Qui d~σ = ~ndσ è l’elemento di superfice


orientato normalmente. Una dimostrazione del teorema di Green (e quindi di
(3.3.127)) è riportata in appendice B. Nel caso particolare che la superfice che
chide il volume V sia una sfera conduttrice di raggio b avremo per la funzione
di Green con le corrette condizioni al contorno

∞ X
l
!
∗ (θ ′ , ϕ′ )Y (θ, ϕ) l
X Ylm lm 1 r>
G(~r − r~′ ) = l
r< l+1
− (3.3.128)
2l + 1 r> b2l+1
l=0 m=−l

Con r> il maggiore tra r e r ′ e r< il minore tra r e r ′ .


3.3. PROBLEMI AL CONTORNO DELL’EQUAZIONE DI LAPLACE 85

Figura 3.11: .

Consideriamo come esempio il sistema rappresentato in fig.3.11, dove un con-


duttore, a forma di guscio sferico, contiene al suo interno un anello circolare
di raggio a uniformemente carico, con carica totale uguale a q. Il potenziale
elettrostatico all’interno della sfera è dato da
1
Z
Φ(~r) = d3 r ′ G(~r − r~′ )ρ(r~′ )
ǫ0 V
e dove la densità ρ(r~′ ) è esprimibile nella forma

q
ρ(r~′ ) = δ(r ′ − a)δ(cos θ ′ ) (3.3.129)
2πa

In oltre, poiché il sistema ha una simmetria azimutale non c’è dipendenza da


parametro m e la (3.3.128) diventa, tenuto conto di (3.3.111),


!
1 X l 1 l
r>
G(~r − r~′ ) = r< l+1
− Pl (cos θ ′ )Pl (cos θ) . (3.3.130)
4π r> b2l+1
l=0

Si trova cosı́

q X rl a2l+1
 
per r < a Φ(r, θ) = 1 − 2l+1 Pl (0)Pl (cos θ) ,
4πǫ0 al+1 b
l=0

q X al r 2l+1
 
per r > a Φ(r, θ) = 1 − 2l+1 Pl (0)Pl (cos θ) .
4πǫ0 r l+1 b
l=0
86CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

(−1)n (2n−1)!!
E, poiché P2n+1 (0) = 0 e P2n (0) = 2n n! , si ha finalmente

  
q P∞ (−1)n (2n−1)!! r 2n a4n+1


 4πǫ0 n=0 2n n! a2n+1
1− b4n+1
P2n (cos θ) r < a
Φ(r, θ) =  
q P∞ (−1)n (2n−1)!! a2n r 4n+1

1− P2n (cos θ) r > a


4πǫ0 n=0 2n n! r 2n+1 b4n+1
(3.3.131)
La densità superficiale di carica sul bordo è

~ r Φ(r, θ) ∂
σ(θ) = −ǫ0 ~n− · ∇ = ǫ0 Φ(r, θ)
r=b ∂r r=b

q X (−1)n (2n − 1)!!(4n + 1)  a 2n
=− P2n (cos θ)
4πb2 2n n! b
n=0

q 5  a 2
=− 1 − (3 cos2 θ − 1)
4πb2 4 b
33  a 4

4 2
+ 6 (35 cos θ − 30 cos θ + 3) + ... (3.3.132)
2 b

Come ultima informazione osserviamo che se la densità di carica è compresa tra


due gusci sferici concentrici di raggi a < b la (3.3.128) si generalizza all’altra

∞ X
l
! !
∗ (θ ′ , ϕ′ )Y (θ, ϕ)
X Ylm lm a2l+1 1 l
r>
G(~r − r~′ ) = l
r< − l+1 l+1

b2l+1
h i
a 2l+1 r< r>

l=0 m=−l (2l + 1) 1 − b

(3.3.133)

3.4 Elettrostatica dei dielettrici

Un dielettrico (ideale) è un corpo all’interno del quale non possono essere pre-
senti correnti continue. Naturalmente si tratta di una rappresentazione delle
proprietà fisiche che caratterizzano un dielettrico un pò schematica, ma che è
verificata con buona approssimazione in presenza di campi elettrici costanti non
troppo intensi (un campo molto intenso, può modificare in senzo distruttivo la
struttura del dielettrico). Questo fa si che un dielettrico può essere in equilibrio
anche se al suo interno vi sono dei calpi elettrici (macroscopici) indipendenti
dal tempo. Quindi, ricordando le (3.1.1), per campi elettrici macroscopici sta-
zionari e se ρest = 0 (cioè le uniche cariche presenti sono dovute a effetti di
polarizzazione) si ha

~ ∧E
∇ ~ =0,
∇~ ·D
~ =0. (3.4.134)
3.4. ELETTROSTATICA DEI DIELETTRICI 87

Queste equazioni (con E ~ stazionario) definiscono un dielettrico ideale e valgono


con ottima approssimazione per un dielettrico reale. Però, come già osservato
all’inizio del capitolo, le proprietà fisiche di un dielettrico reale sono comples-
se e le equazioni costitutive sono equazioni fenomenologiche; le (3.4.134) sono
molto generali e non sono in grado di descrivere tutte le proprietà di un die-
lettrico reale. La deduzione di queste proprietà, a partire da modelli teorici
(salvo proprietà generali deducibili per via termodinamica), richiede l’uso della
meccanica quantistica e questo esula dallo scopo di questi appunti.
Per molte applicazioni pratiche però possiamo limitarci al caso di campi deboli
e ai dielettrici omogenei ed isotropi (descrivendo, quando necessario, un dielet-
trico non omogeneo come l’insieme di parti omogenee).
A partire dalle (3.4.134) si possono ricavare delle proprietà dei campi indi-

Figura 3.12: .

pendenti dal tempo E ~ e D~ alla superficie di separazione tra due dielettrici.


Riferendoci alla fig.3.12 a) si ha (indicando con Σ la superfice interna al cir-
cuito infinitesimo delimitato della linee l ed s), tenuto conto della prima delle
(3.4.134),

Z   I
~ ~
d~σ · ∇ ∧ E = d~l· E
~ = E2t l +E1/2n s−E1t l −E1/2n s = (E2t −E1t )l = 0 .
Σ ∂Σ

Dove, poiché la regione considerata è infinitesima, si è tenuto conto che il campo


~ non ha variazioni apprezzabili all’interno di uno stesso dielettrico. Con E1t
E
e E2t si sono indicate le componenti tangenti alla superfice di separazione tra i
due dielettrici e con E1/2n quelle perpendicolari. Quindi vale la proprietà

E1t = E2t . (3.4.135)


88CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

Riferendoci alla fig.3.12 b) (indicando con V il volume infinitesimo interno alle


superfici σ e σl ) si ha dalla seconda delle (3.4.134),
Z Z Z
3 ~ ~ ~ ~ ~ ·D
~ + (D2n − D1n ) σ = 0 .
d x∇ · D = dS · D = dS
V ∂V σl

Poiché il campo D~ è finito nella regione considerata, se avviciniamo le superfici


σ, dai due lati, alla superficie di separazione tra i due dielettrici vale
Z
lim ~ ·D
dS ~ =0.
σl →0 ∂V

Da cui segue l’altra proprietà

D1n = D2n . (3.4.136)

~ è proporzionale a E,
Nel caso dei dielettrici isotropi avremo che il campo D ~
~ = ǫ0 ǫE
cioè D ~ e, dalla prima delle (3.4.134),

~ = −ǫ0 ∇(ǫφ)
D ~ . (3.4.137)

Nel caso di dielettrici omogenei a tratti ǫ è costante a tratti e le condizioni


(3.4.135) e (3.4.136) sono ricondotte a condizioni di continuità del potenziale e
di raccordo della sua derivata normale. Cioè alla superficie di separazione tra
il mezzo 1 e il mezzo 2 valgono le relazioni
∂φ1 ∂φ2
φ1 = φ2 , ǫ1 = ǫ2 . (3.4.138)
∂n ∂n
~ = ∂ . Si osservi anche che un
Dove, per brevità di scrittura, si è posto ~n · ∇ ∂n
conduttore può essere pensato come un dielettrico con ǫ → ∞, infatti dalla
richiesta di finitezza di D~ segue, per ǫ → ∞, E ~ → 0, che è la condizione
per l’interno di un conduttore in equilibrio. Nel caso in cui siano presenti
delle cariche esterne (non dovute alla polarizzazione) avremo, alla superfice del
dielettrico
1
Dn = −σest , → En = − σest (3.4.139)
ǫ0 ǫ
Cioè la presenza del dielettrico scherma la carica di un fattore 1ǫ .

3.4.1 Metodo della carica immagine per i dielettrici

In questo paragrafo vogliamo far vedere, con un semplice esempio, che il metodo
della carica immagine può essere esteso, con poche mdifiche, anche al caso dei
3.4. ELETTROSTATICA DEI DIELETTRICI 89

Figura 3.13: .

dielettrici. Consideriamo come esempio il caso dello spazio occupato da due


dielettrici, con costanti ǫ1 ed ǫ2 , separati da un piano indefinito. Nella regione
1 è presente una carica puntiforme q a distanza h dalla superfice di separazione
(vedi fig.3.13). Riferendoci alla figura 3.13 a) il campo in un punto P nella
regione 1 possiamo pensarlo come prodotto dalla carica vera q, posta nel punto
O, e dalla carica immagine q ′ posta in O′ (q ′ non è uguale a −q perché dobbiamo
tener conto dell’effetto del dielettrico nella regione 2), cioè per il potenziale in
P si ha
q q′
Φ1 (P ) = + .
4πǫ0 ǫ1 r 4πǫ0 ǫ1 r ′
Dove r e r ′ sono rispettivamente le distanze di P da O e O′ . Il campo in un
punto P ′ (fif.3.13 b)) nella regione 2 sarà prodotto da una carica q ′′ posta in O
(diversa da q per tener conto del dielettrico presente nelle regione 1), ovvero il
potenziale sarà
q ′′
Φ2 (P ′ ) = .
4πǫ0 ǫ2 r
Sulla superfice di separazione tra i due dielettrici valgono le relazioni (3.4.138);
sarà quindi
q + q′ q ′′
= , q − q ′ = q ′′ . (3.4.140)
ǫ1 ǫ2
Dalle quali si ricava

ǫ1 − ǫ2 2ǫ2
q′ = q, q ′′ = q. (3.4.141)
ǫ1 + ǫ2 ǫ1 + ǫ2

La forza che agisce sulla carica q (forza di immagine) è data da

1 qq ′ q2 ǫ1 − ǫ2
f= 2
= 2
. (3.4.142)
4πǫ0 ǫ1 4h 16πǫ0 h ǫ1 (ǫ1 + ǫ2 )
90CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

Se ǫ1 > ǫ2 f > 0 e la forza è repulsiva. Si può comprendere questo comporta-


mento andando a vedere la densità di carica sulla faccia dei due dielettrici alla
superfice di separazione. Indicando con σ1 la densità di carica superficiale sulla
faccia del dielettrico 1 e con σ2 quella del dielettrico 2 si ha

σ1 = P1n = ǫ0 (ǫ1 − 1)
∂ ~ = ǫ2 (ǫ1 − 1)
Φ1 (R)
qh
∂n ǫ1 (ǫ1 + ǫ2 ) 2π (R2 + h2 ) 32

σ2 = P2n = −ǫ0 (ǫ2 − 1)


∂ ~ = − ǫ2 − 1
Φ2 (R)
qh
.
∂n ǫ1 + ǫ2 2π (R2 + h2 ) 32
(3.4.143)

Quindi la densità di carica efficace è

ǫ1 − ǫ2 qh
σef f = σ1 + σ2 = . (3.4.144)
ǫ1 (ǫ1 + ǫ2 ) 2π (R2 + h2 ) 23

Quindi, se è ǫ1 > ǫ2 , σef f ha lo stesso segno di q.

3.4.2 Energia del campo elettrico in un dielettrico

All’interno di un conduttore il campo elettrostatico è nullo e quindi lo stato


termodinamico di un corpo conduttore non varia in presenza di campi elettri-
ci indipendenti dal tempo. La situazione è diversa per un dielettrico perché i
campi elettrici (anche stazionari) penetrano al suo interno e possono modificar-
ne, anche profondamente, lo stato. In questi appunti non affronteremo questo
aspetto, che richiederebbe per se stesso lo spazio di un intero corso, ma ci limi-
teremo a trovare una espressione per l’energia associata al campo elettrico nel
dielettrico.
A questo scopo potremo immaginare un conduttore carico immerso in un die-
lettrico. Il campo elettrico all’interno del dielettrico è quello prodotto dalle
cariche che si trovano sulla superfice del conduttore. La superfice stessa del
conduttore rappresenta il bordo del dielettrico, che per comodità possiamo pen-
sare, ma non necessariamente, anche infinitamente esteso.
Pensiamo adesso di variare il campo all’esterno del conduttore (quindi all’in-
terno del dielettrico), variando le cariche sulla superfice del conduttore di una
quantità δq. Questa operazione costerà il lavoro

δL = δqΦ . (3.4.145)

Dove Φ è il potenziale del campo elettrostatico alla superfice del conduttore


(dove è costante). La (3.4.145) corrisponde al lavoro necessario per trasportare
3.4. ELETTROSTATICA DEI DIELETTRICI 91

la carica δq dalla superfice del conduttore all’infinito (dove è Φ = 0), cioè


attraverso una caduta di potenziale pari a Φ. D’altra parte la densità di carica
alla superfice del conduttore è data σ = −Dn . Dove con Dn si è indicata la
componente di D ~ normale alla superfice con la normale stessa orientata verso
l’interno del conduttore. Indicando allora con ∂Σ la superfice del conduttore e
con Σ tutto il volume esterno (cioè fino all’infinito) al conduttore, avremo per
la carica q sul conduttore Z
q=− ~ · d~σ
D (3.4.146)
∂Σ

e per il lavoro (3.4.145)

Z Z  
δL = Φδq = − ~ · d~σ = −
ΦδD ~ · ΦδD
dV ∇ ~ . (3.4.147)
∂Σ Σ

Dove si è tenuto conto che sulla superfice ∂Σ il potenziale Φ è costante. D’altra


parte nel volume esterno al conduttore (cioè nel volume del dielettrico) non ci
sono cariche vere e quindi

~ ·D
∇ ~ = 0 ,→ ∇
~ · δD
~ =0.

Di conseguenza dentro il dielettrico vale


 
~ · ΦδD
∇ ~ = Φ∇ ~ · δD
~ + ∇Φ
~ · δD
~ = −E
~ · δD
~

e la (3.4.145) diventa
Z
δL = ~ · δD
dV E ~ . (3.4.148)
Σ

Se adesso pensiamo che il dielettrico sia isolato termicamente il lavoro (3.4.148)


fatto sul corpo altro non è che la variazione dell’energia del corpo ad entropia
costante. Quindi la variazione infinitesima dell’energia totale del dielettrico
(che include anche la variazione dell’energia del campo elettrico) sarà, se la
temperatura T ha lo stesso valore su tutto il corpo,
Z
δU = T δS + ~ · δD
dV E ~ . (3.4.149)
Σ

Se passiamo alle grandezze per unità di volume, ad esempio per l’energia interna
per unità di volume U , introducendo la densità di massa ρm , il potenziale
chimico ζ e l’entropia per unità di volume S, avremo per il suo differenziale

~ · dD
dU = T dS + ζdρm + E ~ (3.4.150)
92CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

dove si è aggiunto alla solita relazione termodinamica il contributo del campo


elettrico. Se il dielettrico è isotropo e omogeneo l’ultimo termine della (3.4.150)
può esser scritto nella forma
 2
~ ~ 1 D
E · dD = d
2 ǫ0 ǫ
e, poiché la variazione finita tra due stati di equilibrio della (3.4.150) è perfetta-
mente definita (U è una funzione di stato come tutti gli altri termini di questa
relazione), il contributo del campo elettrico alla densità di energia per unità di
volume del dielettrico (in uno stato di equilibrio) è dato da

1 D2 1~ ~
E= = E ·D . (3.4.151)
2 ǫ0 ǫ 2

Si osservi che questa espressione è l’analogo di quanto appare come funzione


integranda nella (3.2.8), ma qui per il bilancio energetico non può essere presa
indipendentemente dagli altri termini che derivano, ad esempio, dalla (3.4.150)
e che tengono conto delle trasformazioni del dielettrico stesso. La (3.4.151) è
generale e vale ovviamente anche per campi dipendenti dal tempo, nel qual caso
è valida anche per l’interno di un conduttore.

3.5 Magnetostatica

Nel caso di campi e sorgenti stazionarie le ultime due equazioni di Maxwell in


(3.1.1) si riducono a

~ ·B
∇ ~ =0,
~ ∧H
∇ ~ = J~ . (3.5.152)

È interessante il confronto con le prime due relative al campo elettrostatico. In


quel caso si ha ∇~ ·D~ = ρest e ∇~ ∧E ~ = 0. Il confronto del campo D ~ con il campo
~ mostra che, contrariamente al campo elettrico, per il campo magnetico non
B
ci sono cariche libere e si hanno solo cariche dovute alla polarizzazione (cioè
dipoli), mentre la circolazione del campo H ~ è legata alle correnti non dovute
a fenomeni di polarizzazione (stazionari), correnti non presenti nell’equazione
equivalente per E.~
I campi ~ ~ ~
  H e B non sono indipendenti (come abbiamo già osservato è B =
~ H
B ~ ) e la risolubilità, anche se solo in linea di principio, del sistema (3.5.152)
richiede la conoscenza dell’equazione costitutiva di B ~ (o equivalentemente di
~
H). Tale equazione dipende dal materiale considerato ed in genere è di tipo
3.5. MAGNETOSTATICA 93

puramente fenomenologico. La sua deduzione teorica da modelli (necessaria-


mente schematici per rappresentare un materiale reale) richiede l’uso della mec-
canica quantistica. L’equazione costitutiva diventa banale in due casi: nel caso
già trattato, del vuoto, Dove B ~ eH ~ (come D ~ e E)
~ coincidono a meno di una
costante dimensionata, e per materiali isotropi ed omogenei nel limite di campi
deboli. Questo ultimo caso è importante per molte applicazioni e, come si è già
~ è linearmente
osservato all’inizio del capitolo, la densità di magnetizzazione M
proporzi! onale al campo H, ~ ovvero M ~ = µ0 mH ~ da cui

~ = µ0 (1 + m) H
B ~ = µ0 µH
~ . (3.5.153)

m è detta suscettività magnetica e la costante adimensionata µ è la permeabilità


magnetica relativa del materiale ed è la stessa per tutti i sistemi di unità. Le
proprietà magnetiche dei materiali paramagnetici e diamagnetici (in questo caso
è m < −1) son ben rappresentate dalla (3.5.153).
In queste note ci limiteremo ai casi che possono essere descritti dalla (3.5.153)
e un materiale non omogeneo sarà visto solo come costituito da parti finite di
materiali omogenei diversi in contatto tra loro.
Consideriamo adesso lo spazio diviso in due parti 1 e 2 con permebilità
relative rispettivamente µ1 e µ2 . Vogliamo vedere come si raccordano tra loro,
sulla superfice di separazione, i campi B~ e H.
~ Ragionando esattamente come
nel caso di D~ e E,
~ troviamo
µ2
B1n = B2n , → H1n = H2n ,
µ1
I µ1 I
H1t − H2t = , → B1t = B2t + µ0 µ1 . (3.5.154)
L µ2 L
Dove I è l’ventuale corrente che scorre parallelamente sulla superfice di sepa-
razione tra i due mezzi.

3.5.1 Soluzione di problemi al contorno in magnetostatica

Torniamo a considerare le (3.5.152). Dalla prima troviamo, come nel caso del
vuoto, la soluzione generale
~ =∇
B ~ ∧A ~ (3.5.155)
che, anche in questo caso, presenta l’invarianza di Gauge per la trasformazione
~ → A ~ + ∇f
~
A   , con f funzione scalare differenziabile. D’altra parte è anche
H~ = H ~ B~ , quindi la seconda delle (3.5.152) è una equazione per B ~ della
forma  
~ ∧H
∇ ~ ∇ ~ ∧A ~ = J~ ,
94CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

~ =
che, nel caso semplice di H 1 ~
diventa
µ0 µ B,
   
~ ∧ ∇
∇ ~ ∧A
~ =∇
~ ∇ ~ ·A
~ − ∇2 A
~ = µ0 µJ~ ,

che, scegliendo la gauge di Coulomb, si riduce all’equazione di Poisson per le


componenti del campo vettoriale A~

~ = −µ0 µJ~ .
∇2 A (3.5.156)

Quindi il problema si riconduce a studiare problemi al contorno dell’equazione


di Poisson analoghi a quelli studiati per il campo elettrostatico (la differenza è
che qui si tratta di un campo vettoriale). Un caso interessante si ha quando non
sono presenti correnti a secondo membro della seconda delle (3.5.152). Questo
caso rigarda la magnetizzazione ad un campo magnetico esterno o il caso del
campo H ~ prodotto da un magnete permanente. L’equazione

~ ∧H
∇ ~ =0, (3.5.157)

~ ammette una soluzione gene-


analogamente al caso del campo elettrostatico E,
rale del tipo
~ = −∇Φ
H ~ M . (3.5.158)
 
D’altra parte è anche B~ = B ~ H ~ , quindi la prima delle (3.5.152) è una
~ del tipo
equazione implicita per H
 
~ ·B
∇ ~ ∇Φ~ M =0.

~ = µ0 µH
Nel caso B ~ si ha l’equazione di Laplace

∇2 Φ M = 0 . (3.5.159)

3.5.2 Energia associata al campo magnetico

In questo paragrafo vogliamo stimare l’energia associata al campo magnetico


all’interno della materia. Come nel caso del campo elettrico la variazioni di
energia del campo magnetico sono connesse con le variazioni dell’energia in-
terna del materiale e con il lavoro legato alle eventuali deformazioni, in altri
termini alle variazioni dello stato termodinamico del materiale stesso.
Per arrivare ad una espressione dell’energia associata al campo possiamo ra-
gionare in una maniera simile a quanto fatto per il campo E. ~ Cioè pensiamo
3.5. MAGNETOSTATICA 95

di provocare, in un tempo infinitesimo δt, una variazione infinitesima δB~ del


campo di induzione B.~ Questa indurrà una forza elettromotrice E
~ che produrrà
~ Per produrre questa variazione del campo dovremo
a sua volta una corrente J.
fare un lavoro infinitesimo
Z
δL = δt J~ · EdV
~ . (3.5.160)
Σ

Dove Σ è il volume del materiale magnetico considerato. Questo lavoro sarà


uguale, col segno opposto, alla variazione di energia all’interno del materiale

Z   Z   Z  
δW = −δt ~· ∇
E ~ ∧H
~ dV = δt ∇~· E~ ∧H
~ dV − δt H~· ∇~ ∧E
~ dV .
Σ Σ Σ
(3.5.161)
Se si tiene conto che l’integrale sul volume è estendibile fino all’infinito il primo
dei due integrali nell’ultimo termine a secondo membro della (3.5.161) è nullo
per il teorema di Gauss e, poiché è anche

∂ ~ 
~ ∧E

~ ,
δB = δt B = −δt ∇
∂t
si ha Z
δW = ~ · δBdV
H ~ . (3.5.162)
Σ

Questa relazione è l’analoga della (3.4.148). Quindi se pensiamo il materiale


isolato termicamente avremo, se T è la temperatura costante su tutto il corpo,
la variazione infinitesima di tutta l’energia

Z
δU = T δS + ~ · δBdV
H ~ . (3.5.163)
Σ

Analogamente al caso dell’energia associata al campo elettrico per un dielet-


trico, avremo, ad esempio per il differenziale dell’energia interna per unità di
volume
dU = T dS + ζdρm + H ~ · dB~ , (3.5.164)

con ζ il potenziale chimico, ρm la densità di massa e S l’entropia per unità di


volume. Se il materiale considerato è omogeneo, isotropo e non è ferromagne-
tico, l’ultimo termine della (3.5.164) potrà essere scritto (a meno di campi H~
molto intensi) come
2
H ~ = 1d B .
~ · dB
2 µ0 µ
96CAPITOLO 3. PROBLEMI AL CONTORNO DELLE EQUAZIONI DI MAXWELL

Il contributo alla densità di energia dovuto al campo magnetico sarà allora

1 B2 1~ ~
E= = H ·B . (3.5.165)
2 µ0 µ 2

Anche in questo caso valgono le considerazioni fatte per l’energia del campo
elettrostatico nei dielettrici.
In definitiva la densità di energia del campo elettromagnetico è data da

1 ~ ~ ~ ·B
~

E= E ·D+H (3.5.166)
2

che, nel caso del vuoto, si riduce all’integrando della (3.2.8).


Capitolo 4

Equazioni di Maxwell e campi


variabili nel tempo

4.1 Soluzioni dipendenti dal tempo in un mezzo ma-


croscopico

Torniamo adesso a considerare le (3.1.1) nel caso generale. Ci poniamo il pro-


blema di trovarne la soluzione generale. Come nel caso già studiato del vuoto
queste equazioni presentano delle libertà di gauge. Infatti alle equazioni (3.1.1)
vanno aggiunte le equazioni costitutive che mostrano la dipendenza di D ~ da E ~
~ da H;
e di B ~ di conseguenza si hanno ancora due equazioni in più del numero
di componenti dei campi (14 equazioni e 12 componenti). Possiamo procede-
re partendo ancora una volta dalle equazioni che non contengono le sorgenti
esterne (cioè quelle che non dipendono dai fenomeni di polarizzazione), cioè
~ ·B
∇ ~ =0,
~ ∧E~+ B ∂ ~
∇ =0. (4.1.1)
∂t
Procedendo come nel caso del vuoto si trovano ancora le soluzioni

~ =∇
B ~ ∧A
~ ~ =−∂A
e E ~ − ∇Φ
~ . (4.1.2)
∂t

I campi B~ ed E
~ non cambiano per le trasformazioni di gauge (le stesse del caso
del vuoto)
~→A
A ~′ = A ~ , Φ → Φ′ = Φ − ∂ f .
~ + ∇f (4.1.3)
∂t
La sostituzione delle (4.1.1) nelle equazioni che dipendono dalle sorgenti
 
~ ~ ∂ ~ ~
∇ · D − A − ∇Φ = ρest ,
∂t

97
98CAPITOLO 4. EQUAZIONI DI MAXWELL E CAMPI VARIABILI NEL TEMPO
 
~ ~

~ ~
 ∂ ~ ∂ ~ ~
∇ ∧ H ∇ ∧ A − D − A − ∇Φ = J~ , (4.1.4)
∂t ∂t
richiede la conoscenza delle equazioni costitutive, che sono equazioni fenome-
nologiche e, riferite a materiali specifici, sono generalmente date nel limite non
relativistico. Qui noi ci limiteremo a studiare il caso semplice nel quale i campi
di polarizzazione P~ e M ~ sono proporzionali ai campi E ~ e H.
~ Nel qual caso,
1
ricordando che ǫ0 µ0 = c2 , otteniamo
∂ ~ ~ ρe st
∇ · A + ∇2 Φ =− ,
∂t ǫ0 ǫ
2
~ + ǫµ ∂ A ~ + ǫµ ∂ ∇Φ
 
~ ∧ ∇
∇ ~ ∧A ~ = µ0 µJ~ . (4.1.5)
2
c ∂t 2 c2 ∂t
Eliminiamo i gradi di libertà arbitrari scegliendo la gauge, ad esempio la gauge
di Lorentz
~ ·A
∇ ~ + ǫµ ∂ Φ = 0 , (4.1.6)
c2 ∂t
   
~ ∧ ∇
e, ricordando che è ∇ ~ ∧A ~ =∇ ~ ∇ ~ ·A~ − ∇2 A,~ otteniamo

ǫµ ∂ 2 ρe st
− 2 2
Φ + ∇2 Φ =− ,
c ∂t ǫ0 ǫ
ǫµ ∂ 2 ~ ~
− 2 2A + ∇2 A = −µ0 µJ~ . (4.1.7)
c ∂t
Che sono del tutto simili a quanto già trovato per il vuoto. La soluzione è
ancora data in termini del potenziale ritardato di Liénard-Wiechert (2.1.48)
dove la velocità della luce nel vuoto c è sostituita dalla velocità della luce nel
mezzo √cǫµ .

4.1.1 Il teorema di Pointing

Nel caso di una distribuzione continua di cariche e correnti all’interno di un


volume finito Σ il lavoro totale fatto nell’unità di tempo dai campi è dato da
Z
W = dV J~ · E
~ (4.1.8)
Σ

Questa potenza rappresenta, come abbiamo già osservato, la conversione del-


l’energia elettromagnetica in energia meccanica e termica. Deve esserci perciò
una corrispondente diminuizione di energia elettromagnetica all’interno del vo-
lume Σ. Possiamo rendere esplicita questa legge di conservazione dell’energia
scrivendo la relazione di bilanciamento
Z Z  
~ ~ ~

~ ~

~ ∂ ~
dV J · E = dV E · ∇ ∧ H − E · D . (4.1.9)
Σ Σ ∂t
4.1. SOLUZIONI DIPENDENTI DAL TEMPO IN UN MEZZO MACROSCOPICO99

Dove si è sostituita la corrente J~ dalle equazioni di Maxwell (3.1.1). D’altra


parte vale l’identità tra campi vettoriali

     
~ · E
∇ ~ ∧H
~ =H~ · ∇~ ∧E
~ −E~· ∇~ ∧H
~ , (4.1.10)

dalla quale, usando ancora le (3.1.1), otteniamo

~ · ∂B
   
~· ∇
E ~ ∧H
~ = −∇
~ · E~ ∧H
~ −H ~ . (4.1.11)
∂t

Sostituendo in (4.1.9) si ha

Z Z  
  ∂ ~ ∂ ~
dV J~ · E
~ =− ~ ~ ~ ~ ~
dV ∇ · E ∧ H + E · D + H · B . (4.1.12)
Σ Σ ∂t ∂t

Nel caso semplice che stiamo considerando vale

~· ∂D
E ~ · ∂B
~ +H ~ → ∂E (4.1.13)
∂t ∂t ∂t
 
con E = 12 E ~ ·D~ +H ~ ·B~ , la densità di energia elettromagnetica. Quindi se
il volume Σ è arbitrario troviamo l’equazione di conservazione

∂ 
~ · E~ ∧H

~ = −J~ · E
~ .
E +∇ (4.1.14)
∂t

Dove J~ = E ~ ∧H ~ è il vettore di Pointing. La 4.1.14 coincide, nella forma, alla


(1.3.67) ed è la sua generalizzazione al caso generale.

4.1.2 Propagazione di un’onda elettromagnetica in un mezzo


non conduttore

Consideriamo adesso un mezzo non conduttore indefinito, omogeneo ed isotro-


po, i cui parametri ǫ e µ sono costanti, cioè non di pendono dalla frequenza di
un segnale elettromagnetico che lo attraversi. Le equazioni di Maxwell al suo
interno (essendo ρest = 0 e J~ = 0) sono

~ ·D
∇ ~ =0, ~+ ∂B
~ ∧E
∇ ~ =0,
∂t
~ ·B
∇ ~ =0, ∇ ~ − ∂D
~ ∧H ~ =0. (4.1.15)
∂t
100CAPITOLO 4. EQUAZIONI DI MAXWELL E CAMPI VARIABILI NEL TEMPO

Tenuto conto che per ipotesi è D ~ = ǫ0 ǫE, ~ B ~ = µ0 µH ~ e che ǫ0 µ0 = 12 le


c
riscriviamo nella forma

∇~ ·E
~ =0, ~ ∧E
∇ ~+ ∂B ~ =0,
∂t
∇~ ·B
~ =0, ~ ∧B
∇ ~ − ǫµ ∂ E ~ =0. (4.1.16)
c2 ∂t
Facendo il rotore della seconda e combinandola poi con la quarta si ha
2
~ + ∂ ∇ ~ + ǫµ ∂ E
     
~ ∧ ∇
∇ ~ ∧E ~ ∧B~ =0→∇ ~ ∇ ~ ·E~ − ∇2 E ~ =0.
∂t c2 ∂t2
E, tenuto conto della prima, si ottiene l’equazione delle onde per il campo E.~

ǫµ ∂ 2
 
2
∇ − 2 2 ~ =0.
E (4.1.17)
c ∂t

In modo del tutto analogo si ha anche

ǫµ ∂ 2
 
2
∇ − 2 2 ~ =0.
B (4.1.18)
c ∂t

Poiché le equazioni precedenti sono lineari, possiamo studianre le proprietà


delle soluzioni prendendo in considerazione una componente di Fourier, ovvero
considerando delle onde piane. Consideriamo quindi soluzioni del tipo
~ x, t) ~
~ ik·~x−iωt + c.c. ,
E(~ = Ee
~ x, t)
B(~ ~ i~k·~x−iωt + c.c. .
= Be (4.1.19)

Dalla prima e dalla terza delle (4.1.16) si trova

~k · E~ = 0 , ~k · B
~=0. (4.1.20)

~ che B
Cioè sia E ~ sono perpendicolari alla direzione di propagazione individuata
dal numero d’onde ~k. Dall’ultima delle (4.1.16) si trova infine

~ = − ǫµ ω E~ .
~k ∧ B (4.1.21)
c2

Cioè, esattamente come nel vuoto, i campi E ~ oltre che a ~k sono perpendi-
~ eB
colari anche tra loro.
In oltre da (4.1.17) e (4.1.18) si trova
ω2
 
k2 − ǫµ 2 E~ =0,
c
ω2 ~
 
2
k − ǫµ 2 B =0. (4.1.22)
c
4.1. SOLUZIONI DIPENDENTI DAL TEMPO IN UN MEZZO MACROSCOPICO101

Dalle quali segue la relazione di dispersione lineare ω = ± √cǫµ k. Quindi , preso


il segno +, la velocità di propagazione del segnale nel mezzo è ωk = √cǫµ .
Supponiamo adesso che un’onda monocromatica di frequenza ω passi attra-
verso la superfice di separazione di due mezzi dielettrici (omogenei ed isotropi)
1 e 2 infinitamente estesi. Siano rispettivamente ǫ1 , µ1 e ǫ2 , µ2 le costanti
relative (dielettriche e magnetiche). Supponiamo poi che la superfice di separa-
zione sia parallela al piano x, y (diciamo il piano z = 0) e che il numero d’onda
~k0 (e quindi anche quelli delle onde riflessa ~k1 e rifratta ~k2 ) sia sul piano x, z
(vedi fig.4.1.27).

Figura 4.1: Riflessione e rifrazione di un segnale alla superfice di separazione


di due mezzi dielettrici.

Poiché muovendosi nelle direzioni x ed y i mezzi sono omogenei avremo per le


componenti x dei tre vettori d’onda

k0x = k1x = k2x . (4.1.23)

Mentre per le componenti z sarà


√ √
2 ǫ1 µ 1 2 ǫ1 µ 1 ǫ1 µ 1
k0 = 2 ω → k0z = ω cos θ0 , k0x = ω sin θ0 ,
c √c √c
ǫ1 µ 1 ǫ1 µ 1 ǫ1 µ 1
k12 = 2 ω 2 → k1z = − ω cos θ1 , k1x = ω sin θ1 .
c c c
(4.1.24)
102CAPITOLO 4. EQUAZIONI DI MAXWELL E CAMPI VARIABILI NEL TEMPO

Ma per la (4.1.23) è k0x = k1x e quindi


ǫ1 µ 1
θ0 = θ1 e k1z = −k0z = − ω cos θ0 . (4.1.25)
c

Ed anche
√ √
ǫ2 µ 2 2 ǫ2 µ 2 ǫ2 µ 2
k22 = ω → k2z = ω cos θ2 , k2x = ω sin θ2 . (4.1.26)
c2 c c

D’altra parte, sempre per la (4.1.23), è k2x = k0x . Quindi confrontando si ha

√ √ √
ǫ2 µ 2 ǫ1 µ 1 sin θ2 ǫ1 µ 1 n1
ω sin θ2 = ω sin θ0 → =√ = . (4.1.27)
c c sin θ0 ǫ2 µ 2 n2

√ √
Dove n1 = ǫ1 µ1 e n2 = ǫ2 µ2 sono i coefficienti di rifrazione rispettivamente
del mezzo 1 e del mezzo 2. Si sono cosı́ ottenute le note leggi di riflessione e
rifrazione.
Volendo adesso avere informazioni sulle ampiezze dei segnali (onde piane)
riflessi e rifratti, riferendosi alla fig.4.1.27 avremo

a) Onda incidente
“ ”
~k0 ·~ ck
~0 i x− √ǫ 0µ t
E = E~0 e 1 1 ,
√ ~k0 ∧ E~0
~0
B = ǫ1 µ 1 . (4.1.28)
k0

b) Onda riflessa
“ ”
~k1 ·~ ck
~1 i x− √ǫ 1µ t
E = E~1 e 1 1 ,
√ ~k1 ∧ E~1
~1
B = ǫ1 µ 1 . (4.1.29)
k1

c) Onda rifratta
“ ”
~k2 ·~ ck
~2 i x− √ǫ 2µ t
E = E~2 e 2 2 ,
√ ~k2 ∧ E~2
~2
B = ǫ2 µ 2 . (4.1.30)
k2

Come abbiamo visto le componenti normali di D ~ eB ~ sono continue attraverso


la superfice di separazione (piano z = 0) dei mezzi 1 e 2 mentre le componenti
4.1. SOLUZIONI DIPENDENTI DAL TEMPO IN UN MEZZO MACROSCOPICO103

~ eH
tangenti di E ~ sono continue attraverso la stessa superfice. Quindi in z = 0
avremo
 
ǫ1 E~0 + E~1 · ~n = ǫ2 E~2 · ~n ,
   
~k0 ∧ E~0 + ~k1 ∧ E~1 · ~n = ~k2 ∧ E~2 · ~n ,
 
E~0 + E~1 ∧ ~n = E~2 ∧ ~n ,
1 ~  1 ~ 
k0 ∧ E~0 + ~k1 ∧ E~1 ∧ ~n = k2 ∧ E~2 ∧ ~n . (4.1.31)
µ1 µ2
dove ~n è il versore normale alla superfice di separazione tra il mezzo 1 e il
mezzo 2 (vedi fig.4.1.27) e si è tenuto conto che nella riflessione si ha ~k0 → −~k1
e E~0 → −E~1 . Adesso conviene distinguere due situazioni diverse. Ovvero, come
primo caso, un’ onda piana incidente polarizzata linearmente con il vettore di
polarizzazione (ovvero il vettore E)~ perpendicolare al piano d’incidenza (cioè il
piano individuato dalle direzioni di ~n e ~k) e, come secondo caso, quello in cui
il vettore di polarizzazione è parallelo al piano d’incidenza.
Consideriamo prima il caso in cui il campo elettrico è perpendicolare al piano
d’incidenza e in particolare che vi entri dentro. In questo caso la situazione del
campo elettrico e del campo B ~ è quella illustrata in fig. 4.2

Figura 4.2: Riflessione e rifrazione di un segnale polarizzato perpendicolarmente


al piano d’incidenza.

Poiché, in questa situazione, tutti i campi elettrici sono paralleli alla superfice di
104CAPITOLO 4. EQUAZIONI DI MAXWELL E CAMPI VARIABILI NEL TEMPO

separazione (e quindi perpendicolari ad ~n) la prima equazione delle (4.1.31) non


dà nessuna informazione, mentre dalla terza e dalla quarta si trova (tenendo

anche conto che |~k| = ǫµ ωc ),

E + E1 − E2 =0,
r r0
ǫ1 ǫ2
(E0 − E1 ) cos θ0 − E2 cos θ2 =0. (4.1.32)
µ1 µ2

Ricavando E1 dalla prima e sostituendolo nella seconda, ricordando anche che


sin θ0 n2
è dalla legge di sin θ2 = n1 si trova

E2 2n1 cos θ0
= . (4.1.33)
E0
q
n1 cos θ0 + µµ12 n22 − n21 sin2 θ0

Ricavando invece E2 e procedendo in modo analogo si ha

q
µ1
E1 n1 cos θ0 − µ2 n22 − n21 sin2 θ0
= . (4.1.34)
E0
q
µ1
n1 cos θ0 + µ2 n22 − n21 sin2 θ0

Nel caso in cui il campo elettrico è parallelo al piano di incidenza (in questo
~ che è perpendicolare al piano di incidenza). Dalla prima la terza
caso è B
e la quarta delle (4.1.31) (che riguardano la componente normale di D ~ e le
componenti tangenti di E ~ e H)
~ otteniamo

cos θ0 (E0 − E1 ) − cos θ2 E2 =0,


r r
ǫ1 ǫ2
(E0 + E1 ) − E2 =0. (4.1.35)
µ1 µ2

Dalla legge di Snell la prima delle (4.1.35) si riscrive come


s
n2
cos θ0 (E0 − E1 ) − 1 − 12 sin2 θ0 E2 = 0 .
n2

Combinandola con la seconda delle (4.1.35) e eliminando una volta E2 ed una


volta E1 otteniamo
E2 2n1 n2 cos θ0
= q ,
E0 µ1 2
n cos θ + n n 2 − n2 sin2 θ
µ2 2 0 1 2 1 0
q
µ1 2 2 2 2
E1 µ2 n2 cos θ0 − n1 n2 − n1 sin θ0
= . (4.1.36)
E0
q
µ1 2 2 − n2 sin2 θ
n
µ2 2 cos θ 0 + n 1 n 2 1 0
4.1. SOLUZIONI DIPENDENTI DAL TEMPO IN UN MEZZO MACROSCOPICO105

Angolo di Brewster e angolo di riflessione totale

Nel caso di polarizzazione parallela al piano d’incidenza per un valore dell’an-


golo di incidenza θ0 , detto angolo di Brewster, non c’è onda riflessa. Ovvero
dall’annullarsi del numeratore della seconda delle (4.1.36) si ottiene, ponendo
µ1
µ2 ∼ 1 (condizione vera con ottima approssimazione per quasi tutti i materiali
dielettrici),
 
−1 n2
θ0 = θB = tan . (4.1.37)
n1
Si osservi che nel caso di polarizzazione ellittica o di onda non polarizzata,
poiché ogni stato di polarizzazione si ottiene come sovrapposizione di due stati
di polarizzazione lineare ortogonali, l’onda che viene riflessa secondo l’angolo
di Brewster è sempre polarizzata linearmente col campo E ~ perpendicolare al
piano d’incidenza. Un altro fenomeno è quello della riflessione interna totale.
Questo avviene quando l’indice di rifrazione n1 del mezzo dove si trova l’onda
incidente è maggiore di n2 (indice di rifrazione del mezzo dell’onda rifratta).
In questo caso dalla legge di Snell (4.1.27) si ha θ2 > θ0 , quindi per θ0 > π2 si
avrebbe sin θ2 > 1, cioè un angolo immaginario. Quindi non c’è onda rifratta,
ma solo quella riflessa.
I risultati precedenti sono riferiti ad un’onda piana che, come abbiamo già
osservato, non è associabile ad un segnale fisico. Un segnale fisico è descritto da
una sovrapposizione di onde piane, cioè da un pacchetto. Una soluzione reale
dell’equazione (4.1.17) sarà della forma

d3 k 
Z
i(~k·~ −i(~k·~

~ x, t) = x−ω(k)t) ∗ ∗ x−ω(k)t)
E(~ ~
e(k)ψ(k)e + ~
e (k)ψ (k)e .
(2π)3
(4.1.38)
Dove vale la relazione di dispersione lineare

c
ω(k) = √ k , (4.1.39)
ǫµ

~e(k) è un vettore di polarizzazione e

d3 k
Z
|ψ(k)|2 < ∞ .
(2π)3

Una soluzione del tutto analoga si ha per la (4.1.18) e per ogni modo ~k sono
rispettate le condizioni (4.1.20).
È facile verificare che, valendo la (4.1.39), si ottengono per la riflessione e rifra-
zione gli stessi risultati dell’onda piana. Come però abbiamo già osservato la
106CAPITOLO 4. EQUAZIONI DI MAXWELL E CAMPI VARIABILI NEL TEMPO

linearità in k della (4.1.39) è conseguenza dell’avere assunto che i parametri ǫ e µ


non vengano modificati dal segnale che attraversa il mezzo, questa assunzione
è solo una approssimazione (anche se in molti casi un’ottima approssimazio-
ne). I mezzi che ammettono una relazione di dispersione lineare sono detti non
dispersivi mentre gli altri sono detti dispersivi. Nel caso di mezzi dispersivi,

ovvero se ω(k)k = f (k), è anche n =
c
ǫµ = f (k) e quindi per la (4.1.27) si ha

sin θ2 f (k2 )
= . (4.1.40)
sin θ0 f (k1 )

Cioè l’angolo di rifrazione cambia con la lunghezza d’onda del segnale e le


varie componenti modi del pacchetto d’onde (4.1.38) si separeranno (da questo
fenomeno segue l’aggettivo dispersivo).

4.1.3 Propagazione di un segnale in un mezzo dispersivo

Consideriamo un materiale per il quale la relazione di dispersione (4.1.39) non


è lineare. Un esempio è il plasma dove si ha

ω 2 = ωb2 + c2 k2 . (4.1.41)
q
dove la frequenza di plasma ωp è ωp = e N m , con N il numero di elettroni liberi
per unità di volume, m la massa dell’elettrone ed e la sua carica. Un altro
esempio è la relazione di dispersione in acque profonde che vale

τ
ω 2 = gk + k3 , (4.1.42)
ρ

con g l’accelerazione di gravità, τ la tensione superficiale e ρ la densità.


Senza considerare un caso specifico riferiamociad una soluzione
 del tipo (4.1.38)
~ ~
dove ω = ω(k) non è lineare con ψ(k) = φ k − k0 tale che φ(q) 6= 0 per
q < σ con σ piccolo. Cioè consideriamo un segnale stretto. In queste condizioni
possiamo sviluppare ω(k) nell’intorno di ~k0 e fermarsi ai primi termini dello
sviluppo, ovvero
 
ω(k) = ω(k0 ) + ~k − ~k0 · ∇
~ k ω(k) + ... (4.1.43)
~k=~k0

In luogo della (4.1.38) avremo (scegliendo per semplicità ~e(k) = ~e, ovvero
un’onda polarizzata)
d3 k
Z  “ ” 
~ ~ ~ k ω(k)|
~ x−ω(k0 )t) i(k−k0 )· x
i(~k0 ·~ ~− ∇ ~ ~ t
E(~x, t) = ~eψ(k)e e k= k 0 + c.c.
(2π)3
4.1. SOLUZIONI DIPENDENTI DAL TEMPO IN UN MEZZO MACROSCOPICO107

d3 k
Z “ ”
i(~k0 ·~
x−ω(k0 )t) i~k· ~ ~ k ω(k)|
x− ∇ ~k=~
t
= ~e e 3
φ(k)e k0
+ c.c.
(2π)
   
i(~k0 ·~
x−ω(k0 )t) ~ ~∗ −i(~k0 ·~
x−ω(k0 )t) ˜∗ ~ k ω(k)
~
=ee φ̃ ~x − ∇k ω(k) ~ t + e e φ ~x − ∇ ~k0
t
k0

Prendiamo, per fissare le idee

E0 k2
φ(k) = 3 e− σ2 . (4.1.44)
π σ3
2

Si ha allora
 “ ” “ ” 2
“ ”2
ω(k0 ) ω(k0 ) ~ k ω(k)| t
i~k0 · ~
x −~
n t −i~k0 · ~
x −~
n t − σ4 ~ x− ∇
~ x, t) = E0 ~e e
E(~ k 0 + e~ e
∗ k 0 e ~
k 0 .
(4.1.45)
Cioè, generalizzando, un’onda che si sposta con la velocità di fase

ω(k) ~k
~vf (k) = ~nk , dove ~nk = (4.1.46)
k k

modulata da un segnale che si sposta con la velocità di gruppo

~ k ω(k)
~vg (k) = ∇ (4.1.47)

Figura 4.3: Onda unidimensionale modulata.

In fig.4.3 è rappresentata un’onda unidimensionale modulata da un segnale


gaussiano.
108CAPITOLO 4. EQUAZIONI DI MAXWELL E CAMPI VARIABILI NEL TEMPO

Ad esempio nel caso del plasma si ha per i moduli di ~vf e ~vg


r
ω e2 N
vf = =c 1+ >c,
k mc2 k2
dω c
vg = =q <c. (4.1.48)
dk 1+ e N
2
mc2 k 2

Come si vede vf è maggiore della velocità della luce nel vuoto, ma questo
fatto non è in contraddizione con la teoria della relatività di Einstein perché
l’informazione è portata solo dal segnale che modula l’onda e che si muove con
la velocità di gruppo vg < c.

4.2 Guide d’onda e cavità risonanti

Vogliamo occuparci adesso della propagazione di un campo elettromagnetico


l’ungo una guida d’onda, o all’interno di una cavità. All’interno della guida
d’onda o della cavità si suppone esservi il vuoto. Per quannto riguarda le pareti,
in entrambi i casi, si suppone siano costituite da conduttori ideali. Infatti
il problema della riflessione e rifrazione di onde all’interfaccia di due mezzi
conduttori (reali) è abbastanza complesso e richiede una trattazione specifica.
D’altra parte per un buon conduttore l’approssimazione al caso ideale può essere
molto buona e questo giustifica la nostra scelta.

4.2.1 Campi variabili alla superfice e all’interno di un condut-


tore ideale

Consideraiamo la superfice di separazione tra il vuoto (o più in generale un


mezzo non conduttore) e un conduttore ideale. Sia ~n la normale (orientata
verso il vuoto) a questa superfice. In un conduttore ideale le cariche sono in-
finitamente mobili, cioè un campo elettrico comunque piccolo provoca correnti
comunque grandi, quindi, per ragioni di stabilità, anche nel caso di campi va-
riabili all’interno del conduttore i campi sono nulli.
Quindi avremo le seguenti condizioni sulla superfice di separazione
~ ·D
∇ ~ =σ ,
~ ∧H
∇ ~ = J~sup ,
~ ·B
∇ ~ =0,
~ ∧E
∇ ~ =0. (4.2.49)

Dove σ e J~sup sono rispettivamente la densità di carica e la densità di corrente


superficiali sulla superfice del conduttore. Come già detto i campi E ~ eB ~ sono
4.2. GUIDE D’ONDA E CAVITÀ RISONANTI 109

nulli all’interno del conduttore. Si osservi che nella seconda delle (4.2.49) non
∂ ~
figura il termine tangente alla superfice del conduttore ∂t D, perché dalla quarta
~
equazione risulta essere nullo (siamo nel caso D = ǫ0 ǫE). ~ Nel caso di un
~ ~
conduttore reale i campi E e B penetrano all’interno per una profondità che è
tanto più ridotta quanto più il conduttore è approssimabile ad un conduttore
ideale (per una trattazione dell’argomento vedi ad esempio J. D. Jackson -
Classical Electrodynamics).

4.2.2 Guida d’onda a sezione costante

Consideriamo, per semplicità, una guida d’onda a sezione costante con pareti
costituite da un caoduttore ideale. Il segnale all’interno si propaga in un mezzo
omogeneo, isotropo e non dispersivo di parametri relativi ǫ e µ o nel vuoto. Al
momento non specifichiamo la forma geometrica della sezione della guida che
consideriamo genericamente cilindrica con l’asse del cilindro coincidente con
l’asse z, vedi fig.4.4 .

Figura 4.4: Guida d’onda a sezione costante

Consideriamo un’onda monocromatica, poniamo cioè E(~ ~ r, t) = E(~


~ r )e−iωt , e
~ r , t) = B(~
B(~ ~ r )e−iωt , con ~r ≡ (x, y, z). Quindi le equazioni di Maxwell, all’inter-
no della guida, sono date da

~ ∧ E(~
∇ ~ r) ~ r) ,
= iω B(~
~ ∧ B(~
~ r) ǫµ ~
∇ = −i 2 ω E(~r) ,
c
~ · E(~
∇ ~ r) =0,
~ · B(~
∇ ~ r) =0. (4.2.50)

Quindi per entrambi i campi vale l’equazione

( )
ω2 ~ r)

2 E(~
∇ + µǫ 2 ~ r) =0. (4.2.51)
c B(~

Dal momento che la guida d’onda si sviluppa lungo la direzione dell’asse z


110CAPITOLO 4. EQUAZIONI DI MAXWELL E CAMPI VARIABILI NEL TEMPO

conviene fare l’ulteriore sostituzione

~ r , t)
E(~ ~ r )e−iωt = ~E(x, y)e±ikz−iωt ,
= E(~
~ r , t)
B(~ = B(~ ~
~ r )e−iωt = B(x, y)e±ikz−iωt . (4.2.52)

∂2 ∂2
Quindi, introducendo l’operatore di Laplace trasverso ∇2t = ∂x2
+ ∂y 2
, le
(4.2.51) si riscrivono

( )
ω2 ~E

∇2t + µǫ 2 − k2 ~ =0. (4.2.53)
c B

È anche utile dividere i campi in componenti parallele e trasverse all’asse z


(cioè l’asse della guida d’onda)

~E = ~Ez + E
~t , ~ =B
B ~z +B
~t . (4.2.54)

Indicando quindi con ~ez il versore dell’asse z avremo

 
~ z = ~ez Ez ,
E ~ t = ~ez ∧ ~E ∧ ~ez .
E (4.2.55)

Analogamente per il campo B ~ e le (4.2.50) diventano, separando in componenti


parallele e perpendicolari a z,

∂ ~ ~t=∇ ~ t Ez ,
 
~ t ∧ ~Et = iωBz ,
Et + iω~ez ∧ B ~ez · ∇ (4.2.56)
∂z
∂ ~ ω 
~ t = −iµǫ ω Ez ,(4.2.57)

Bt − iµǫ 2 ~ez ∧ ~Et = ∇
~ t Bz , ~ez · ∇~t∧B
∂z c c2
~t·E
∇ ~ t = − ∂ Ez , ~t·B
∇ ~ t = − ∂ Bz . (4.2.58)
∂z ∂z
Come si vede dalle (4.2.56) e (4.2.57), note le componenti Ez e Bz , le compo-
nenti trasverse ~ ~ t sono determinate. Cominciamo col considerare delle
Et e B
soluzioni particolari, cioè quelle con Ez = 0 e Bz = 0. Come si vede queste
soluzioni corrispondono a campi che hanno solo componenti trasverse rispetto
all’asse della guida (che corrisponde alla direzione di propagazione del segnale),
per questo motivo sono chiamate le onde elettromagnetiche trasverse (TEM).
Come si vede dalla seconda delle (4.2.56) e dalla prima delle (4.2.58), da Ez = 0
e Bz = 0 segue, posto ~ Et = ~ET EM ,

~ t ∧ ~ET EM = 0 ,
∇ ~ t · ~ET EM = 0 .
∇ (4.2.59)
4.2. GUIDE D’ONDA E CAVITÀ RISONANTI 111

~ T EM è soluzione di un proble-
La conseguenza di queste ultime equazioni è che E
ma di elettrostatica in due dimensioni, nel qual caso vale anche ∇2t ~ET EM = 0,
quindi, dalla (4.2.53) segue che il numero d’onda longitudinale k è dato da
√ ω
k = k0 = µǫ . (4.2.60)
c
Dalla prima delle (4.2.57) si ottiene anche

~ T EM = ±√µǫ ~ez ∧ ~ET EM .


B (4.2.61)

Ovvero i campi ~ ET EM e B ~ T EM si comportano come i campi E ~ eB~ di un’onda


piana che si propaga in un mezzo infinito nella direzione ~ez .
È del tutto evidente che non si possono avere onde T EM all’interno di una
guida d’onda conduttrice delimitata da un’unica parete connessa come quella
cilindrica considerata. Infatti la parete è una superfice equipotenziale e, in ogni
sezione il potenziale è costante e non possono esservi campi non nulli soluzioni
dell’equazione di Laplace in 2 dimensioni. Si possono avere segnali del tipo
T EM se la guida d’onda ha più pareti non connesse tra loro; ad esempio un
cavetto coassiale. Una proprietà importante delle onde T EM è che non hanno

Figura 4.5: Propagazione di un segnale T EM in un cavetto coassiale

una frequenza di cut-off, non è cosı́ per le onde che si propagano in una guida
cava come quella cilindrica di fig.4.4. In una guida d’onda cava (o in una linea
di trasmissione ad alta frequenza) ci sono due possibili configurazioni per i
campi. Per capire questo punto consideriamo l’equazione (4.2.53) scritta per
le componenti lungitudinali Ez e Bz . In oltre per un conduttore ideale le
condizioni al contorno sono

~ =0,
~n ∧ E ~ =0.
~n · B (4.2.62)

Dove ~n è il versore normale alla parete della guida (rivolta verso l’interno).
Avremo quindi sul bordo della guida

Ez |s = 0 (4.2.63)
112CAPITOLO 4. EQUAZIONI DI MAXWELL E CAMPI VARIABILI NEL TEMPO

e, necessariamente dalla seconda di (4.2.62) e la prima di (4.2.57),

~ z ∂
~n · ∇B = Bz =0. (4.2.64)
s ∂n s

Quindi si ottengono i due problemi al contorno distinti


(  2
 (  2

∇2t + µǫ ωc2 − k2 Ez = 0 , ∇2t + µǫ ωc2 − k2 Bz = 0 ,
(4.2.65)

Ez |s = 0 . ∂n Bz s =0.

che, a loro volta, corrispondono a due problemi agli autovalori per ω differenti.
Per una data frequenza ω solo certi valori di k sono possibili (questa è una
tipica situazione delle guide d’onda), o, equivalentemente, per un dato valore
di k solo certi valori di ω sono ammessi. Per quanto riguarda i campi è naturale
dividerli in due categorie

a) Onde magnetiche trsverse (T M ), che corrispondono a Bz = 0, ovunque


e alla condizione al contorno Ez |s = 0 .

b) Onde elettriche trasverse (T E), corrispondenti a Ez = 0, ovunque e alla



condizione al contorno ∂n Bz s = 0 .

L’insieme delle onde T M , T E e T EM (quando sono possibili), forniscono un


sistema completo per descrivere qualunque tipo di segnale che si propagaghi in
una guida d’onda o in una cavità.
Per un’onda che si propaga all’interno di una guida a sezione costante dalle
~t = 1 B
(4.2.56) e (4.2.57) si deduce che i campi trasversi H ~ ~
µ0 µ t e Et , sia per le
onde T M che T E sono collegati dalla relazione

~ t = ± 1 ~ez ∧ E
H ~t , (4.2.66)
Z

dove Z è l’impedenza dell’onda definita da


 q
ck k µ

ǫω = k0 (T M )
Z= qǫ (4.2.67)
µω k0 µ

ck = k ǫ (T E)

Le componenti dei campi delle onde trasverse sono determinate dalle compo-
nenti longitudinali (si ricordi (4.2.56) e (4.2.57)), cioè

~t ik ~
E =± ∇t Ez , (onde T M )
γ2
~t ik ~
H = ± 2∇ t Hz , (onde T E) (4.2.68)
γ
4.2. GUIDE D’ONDA E CAVITÀ RISONANTI 113

Quindi il problema si riduce allo studio delle (4.2.65). Data una geometria
della parete della guida avremo, diciamo per le onde T E (per le onde T M il
ragionamento è identico), lo spettro di autovalori

ω2
γλ2 = µǫ − kλ2 , con λ ∈ Z2 . (4.2.69)
c2

Definiamo la frequenza di taglio ωλ come

c
ωλ = √ γλ . (4.2.70)
µǫ

Possiamo quindi scrivere il numero d’ande kλ nella forma



µǫ q 2
kλ = ω − ωλ2 . (4.2.71)
c

Come si vede per ω > ωλ kλ è reale e il segnale si propaga lungo la guida d’onda,
mentre per ω < ωλ kλ è immaginario e si ottiene un’onda evanescente, √ √
cioè il
µǫ 2 −ω 2 z
ik z − ω
segnale si attenua esponenzialmente e non si propaga e λ → e c λ .
Si osservi anche che la velocità di fase nella guida è maggiore che in un mezzo
infinitamente esteso (con gli stessi parametri µ e ǫ), infatti per ω > ωλ si ha

ω c 1 c
vph = =√ q >√ . (4.2.72)
kλ µǫ ωλ 2
 µǫ
1− ω

In particolare se il mezzo all’interno della guida è il vuoto vale µ = ǫ = 1, quindi


vph > c. Per la velocità di gruppo, sempre per ω > ωλ , si ha
s
dω d c2 2 c kλ
vg = = kλ + ωλ2 = √ q .
dkλ dkλ µǫ µǫ k2 + µǫ ω 2
λ c2 λ

Tenuto conto di (4.2.71) si ottiene

s
c ωλ2 c
vg = √ 1− <√ . (4.2.73)
µǫ ω2 µǫ

Guida d’onda a sezione circolare

Vediamo adesso più nel dettaglio un esempio esplicito. Consideriamo a questo


scopo una guida d’onda a sezione circolare di raggio r = a. In questo caso
114CAPITOLO 4. EQUAZIONI DI MAXWELL E CAMPI VARIABILI NEL TEMPO

conviene passare in coordinate cilindriche per le quali è

1 ∂2
 
1 ∂ ∂
∇2t = r + (4.2.74)
r ∂r ∂r r 2 ∂θ 2

Avremo allora:
onde TM
1 ∂2
 
1 ∂ ∂
r Ez + 2 2 Ez + γ 2 Ez = 0 , Bz = 0 ,
r ∂r ∂r r ∂θ
Ez (r = a, θ) = 0 , Ez (r, θ = θ̄) = Ez (r, θ = θ̄ + 2π) ,
µǫ
con γ 2 = 2 ω 2 − k2 . (4.2.75)
c
onde TE
1 ∂2
 
1 ∂ ∂
r Bz + 2 2 Bz + γ 2 Bz = 0 , Ez = 0 ,
r ∂r ∂r r ∂θ

Bz (r, θ) = 0 , Bz (r, θ = θ̄) = Bz (r, θ = θ̄ + 2π) ,
∂r r=a
µǫ
con γ 2 = 2 ω 2 − k2 . (4.2.76)
c
Consideriamo le onde TM. Procediamo col metodo di separazione delle variabili
ponendo
Ez (r, θ) = R(r)Θ(θ) . (4.2.77)
Sostituendo (4.2.77) in (4.2.75), escludendo le soluzioni banali, si ottengono i
problemi al contorno
∂2
Θm (θ) = −m2 Θm (θ) ,
∂θ 2
Θm (θ̄) = Θm (θ̄ + 2π) . (4.2.78)

e
∂2 m2
 
1 ∂ 2
R(r) + R(r) + γ − 2 R(r) = 0 ,
∂r 2 r ∂r r
R(a) = 0 , R(0) < ∞ . (4.2.79)

Dalla (4.2.78) si hanno le autofunzioni

1
Θm (θ) = √ eimθ , con m = 0, ±1, ±2, ±3, ... (4.2.80)

Nella (4.2.79) facciamo il cambiamento di variabile r → η = γr, quidi, posto


R(r) = R̄(η), otteniamo
∂2 m2
 
1 ∂
R̄(η) + R̄(η) + 1 − 2 R̄(η) = 0 ,
∂η 2 η ∂η η
R̄(γa) = 0 , R̄(0) < ∞ . (4.2.81)
4.2. GUIDE D’ONDA E CAVITÀ RISONANTI 115

Ovvero lo stesso problema agli autovalori (3.3.64) studiato nel paragrafo 3.3.2
ed avremo le soluzioni
x 
mn
R̄(η) = Jm r . (4.2.82)
a
Dove xmn è l’n-esimo zero della funzione di Bessel di prima spece di ordine
m. Quindi per il modo m, n delle onde TM si ha la frequenza di taglio ωmn =
√c xmn . Per i primi modi si ha
µǫ a

2.405c 5.520c 8.654c 11.792c


ω01 = √ , ω02 = √ , ω03 = √ , ω04 = √ , ...
a µǫ a µǫ a µǫ a µǫ
3.832c 7.016c 10.173c 13.323c
ω11 = √ , ω12 = √ , ω13 = √ , ω14 = √ , ...
a µǫ a µǫ a µǫ a µǫ
5.136c 8.417c 11.620c 14.796c
ω21 = √ , ω22 = √ , ω23 = √ , ω24 = √ , ...
a µǫ a µǫ a µǫ a µǫ
6.379c 9.760c 13.017c
ω31 = √ , ω32 = √ , ω33 = √ , ............. (4.2.83)
a µǫ a µǫ a µǫ

In conclusione per le onde TM avremo


∞ X
∞   x 
mn
X
Ez (r, θ) = Cmn eimθ + Bmn e−imθ Jm r ,
a
m=0 n=1
∞ ∞ p
~ t (rθ) c X X ω 2 − ωmn 2
~ t Cmn eimθ + Bmn e−imθ Jm xmn r
h   i
E = ±i √ 2
∇ ,
µǫ m=0 n=1 ωmn a
∞ X ∞
~t c X ω ~ h imθ −imθ
 x
mn
i
H = ~ez ∧ ∇ t Cmn e + B mn e Jm r ,
µ ω2 a
m=0 n=1 mn
 
~ ∂ 1 ∂
con ∇t ≡ , . (4.2.84)
∂r r ∂θ

I coefficenti Cmn e Bmn dipendono dalle condizioni iniziali del problema. Per
le onde T E il calcolo è del tutto simile a quello appena fatto, dove il ruolo di
Ez è sostituito da Bz e gli autovalori sono legati agli zero della derivata prima
delle funzioni di Bessel (vedi (4.2.76)).

4.2.3 Cavità risonanti

Una cavità risonante è costituita da una regione riempita da un dielettrico


(che può essere il vuoto) completamente racchiusa da pareti conduttrici (che
per semplicità considereremo ideali). Una forma interessante di una cavità
risonante è quella cilindrica, ovvero ottenuta da un segmento di una guida
d’onde cilindrica (descritta nel paragrafo precesdente) chiuso agli estremi da
due pareti conduttrici perpendicolari all’asse del cilindro, vedi fig.4.6. Anche in
116CAPITOLO 4. EQUAZIONI DI MAXWELL E CAMPI VARIABILI NEL TEMPO

Figura 4.6: Cavità risonante a forma cilindrica

questo caso avremo onde TM e TE. Nello spirito della separazione delle variabili
ponendo
 
~ θ, z) = ~
E(r, Et (r, θ) (a cos kz + b sin kz) , Ez (r, θ) (a sin kz + b cos kz) ,
 
~ θ, z) = B
B(r, ~ t (r, θ) (α cos kz + β sin kz) , Bz (r, θ) (α sin kz + β cos kz) ,
(4.2.85)

si hanno i problemi al contorno


  
∇ 2 + µǫ ω 2 − k 2 E(r,
~ θ, z) = 0 ,
t c2



~ θ̄, z) = E(r,
E(r, ~ θ̄ + 2π, z) , (4.2.86)
~ t (r, θ, z) ~ t (r, θ, z)

 Ez (r, θ, z)|

=0, E =E =0.
r=R
z=0 z=d

  
∇ 2 + µǫ ω 2 − k 2 B(r,
~ θ, z) = 0 ,
t 2


 c
~ θ̄, z) = B(r,
B(r, ~ θ̄ + 2π, z) ,
∂ ~ ∂ ~

 ∂ Bz (r, θ, z) =0, Bt (r, θ, z) = ∂z Bt (r, θ, z) z=d =0.

∂r r=R ∂z z=0
(4.2.87)
Dalle condizioni al contorno rispetto alla variabile z segue

π
k=p , con p = 0, 1, 2, ... (4.2.88)
d

Quindi per i campi delle onde TM si ha


 pπ 
Ez (r, θ, z) = Ez (r, θ) cos z , p = 0, 1, 2, ... (4.2.89)
d
4.2. GUIDE D’ONDA E CAVITÀ RISONANTI 117

e, analogamente, per i campi associati alle onde TE


 pπ 
Bz (r, θ, z) = Bz (r, θ) sin z , p = 0, 1, 2, ... (4.2.90)
d

I problemi (4.2.65) sono sostituiti adesso da

a) campi TM

1 ∂2
 
1 ∂ ∂
r Ez + 2 2 Ez + γ 2 Ez = 0 ,
r ∂r ∂r r ∂θ
Ez (r, θ̄) = Ez (r, θ̄ + 2π) , Ez (r = R, θ) = 0 ,
ω 2  pπ 2
con γ 2 = µǫ 2 − . (4.2.91)
c d
e

~ t (r, θ, z) pπ  pπz 
~ t Ez (r, θ) ,
E =− sin ∇
dγ 2 d
~ t (r, θ, z) ǫω  pπz 
~ t Ez (r, θ) ,
H = i 2 cos ~ez ∧ ∇
cγ d
 
~ ∂ 1 ∂
con ∇t ≡ , . (4.2.92)
∂r r ∂θ

b) campi TE

1 ∂2
 
1 ∂ ∂
r Hz + Hz + γ 2 Hz = 0 ,
r ∂r ∂r r 2 ∂θ 2

Hz (r, θ̄) = Hz (r, θ̄ + 2π) , Hz (r, θ) =0,
∂r r=R
c2 ω 2  pπ 2
con Hz (r, θ) = Bz (r, θ) , γ 2 = µǫ 2 − .(4.2.93)
µǫ c d
e

~ t (r, θ, z) ωµ  pπz 
~ t Hz (r, θ) ,
E = −i sin ~ez ∧ ∇
cγ 2 d
~ t (r, θ, z) pπ  pπz 
~ t Hz (r, θ) ,
H = 2 cos ∇
dγ d
 
~ ∂ 1 ∂
con ∇t ≡ , . (4.2.94)
∂r r ∂θ

Risolvendo col metodo della separazione delle variabili la (4.2.91) si ha per i


campi TM
xmn
Ez (r, θ) ∼ Jm (γmn r)e±imθ , γmn = . (4.2.95)
R
118CAPITOLO 4. EQUAZIONI DI MAXWELL E CAMPI VARIABILI NEL TEMPO

Dove xmn è l’n-esimo zero della funzione di Bessel Jm (x) (vedi paragrafo pre-
cedente sulla guida d’onde cilindrica). Otteniamo cosı́ i modi TM della cavità

c
r
x2mn  pπ 2  m = 0, 1, 2, ...
ωmnp = √ + , n = 1, 2, 3, ... (4.2.96)
µǫ R2 d
p = 0, 1, 2, ...

Ad esempio il modo TM di frequenza minima è

c 2.405
T M010 = ω010 = √ . (4.2.97)
µǫ R

Si osservi che questo modo (come tutti quelli corrispondenti alle frequenze
ωmn0 ) corrisponde ad una frequeza di taglio (TM) di una guida d’onde ci-
lindrica dello stesso raggio e non può essere modificato cambiando la lunghezza
della cavità.
Per i campi TE il calcolo è analogo al precedente con la differenza, sostanziale,

nelle condizioni al contorno, cioè ∂r Hz (r, θ) r=R = 0 sostituisce Ez (r = R, θ) =
0. Avremo quindi

x′mn
Hz (r, θ) ∼ Jm (γmn r) e±iθ , con γmn = . (4.2.98)
R

Dove x′mn è lo zero n-esimo della derivata della funzione di Bessel di ordine m.
Quindi per i modi TE della cavità avremo

c
r
x′2  pπ 2  m = 0, 1, 2, ...
mn
ωmnp = √ + , n = 1, 2, 3, ... (4.2.99)
µǫ R2 d
p = 1, 2, 3, ...

Dove il valore minimo di p è 1 e non 0, perché deve essere E~ t (r, θ, z) 6= 0 e i


primi tre zero della derivata delle prime tre funzioni di Bessel sono dati dalla
tabella

m x′m1 x′m2 x′m3 x′m4


0 3.832 7.016 10.174 ...
1 1.841 5.331 8.536 ...
2 3.054 6.706 9.970 ...
3 4.201 8.015 11.336 ...

Si osservi che il modo TE con la frequenza più bassa si ha per m = n = p = 1


che è r
1.841 c R2
T E111 = ω111 = √ 1 + 2.912 2 . (4.2.100)
µǫ R d
4.2. GUIDE D’ONDA E CAVITÀ RISONANTI 119

In particolare per d > 2.03R la frequanza di risonanza (4.2.100) è inferiore alla


minima frequenza dei modi TM e quindi corrisponde alla frequenza di risonanza
fondamentale. La frequenza fondamentale della cavità può quindi essere fissata
variando il rapporto Rd .

4.2.4 Fattore di merito Q di una cavità

In una cavità reale vi è una dissipazione di energia dovuta al fatto che le sue
pareti hanno una conducibilità finita. Una grandezza importante, legata ad
una misura della dissipazione di energia in una cavità, è il fattore di merito Q
definito da

energia immagazzinata nella cavità


Q= . (4.2.101)
energia dissipata per ciclo

In concreto, se U è l’energia immagazzinata nella cavità e sia per t = 0 U = U0 ,


possiamo scrivere
 dU ω0
dt = − 2πQ U
(4.2.102)
U |t=0 = U0 .
Dove ω0 è una delle frequenze di risonanza della cavità, cioè uno dei modi per
il quale la cavità può risuonare liberamente. Integrando la (4.2.102) si ottiene

ω
0 t
− 2πQ
U = U0 e . (4.2.103)

Poiché l’energia associata al campo va come il quadrato dell’ampiezza del campo


elettrico, avremo una attenuazione del campo stesso (per il modo ω0 )

ω
0 t+iω t
E ~ 0 e− 4πQ
~ =E 0
. (4.2.104)

Supponiamo adesso che la cavità al tempo t = 0 sia eccitata con un impulso e


poi lasciata oscillate liberamente, allora per ogni modo ω0 avremo dall’analisi
di Fourier Z +∞
~ dω
E(t) = ~g(ω)eiωt . (4.2.105)
−∞ 2π

Dove
Z ∞ ω
0 t+i(ω −ω)t
~0 − 4πQ 0
~g (ω) =E dte
0
~0
E
= ω0 . (4.2.106)
4πQ − i(ω0 − ω)
120CAPITOLO 4. EQUAZIONI DI MAXWELL E CAMPI VARIABILI NEL TEMPO

D’altra parte l’energia per intervallo di frequenza è proporzionale a g2 = ~g∗ · ~g


ovvero
E02
g2 (ω) =  2 . (4.2.107)
ω0 2
4πQ + (ω0 − ω)

Quindi lo spettro in frequenza per l’energia nella cavità è quello rappresentato

Figura 4.7: Spettro in frequenze dell’energia nell’intorno del modo ω0

in fig.4.7. Il valore massimo dello spettro si ha per ω uguale alla frequenza


di risonanza, mentre τ = 4πQω0 è la costante di tempo con la quale l’energia
viene dissipata. Quindi una cavità ideale (come quelle trattate negli esempi
precedenti) ha Q = ∞.
Appendice A

Sommario di relatività

A.1 Dal postulato di Einstein alle trasformazioni di


Lorentz

Come è noto gli assiomi dai quali segue la teoria galileiana sono violati dall’e-
sperienza. In particolare sono violate le loro conseguenze e, già alla fine del
diciannovesimo secolo, era stato introdotto un sistema di riferimento preferen-
ziale (l’etere) per rendere i fenomeni elettromagnetici compatibili con la teoria
di Galileo.
Attualmente gli assiomi di Galileo sono sostituiti dal postulato di Eintein
1 - La velocità della luce nel vuoto è la stessa per tutti gli osservatori
inerziali
Mentre i sistemi inerziali sono ricondotti, tramite il principio di equivalenza∗
di Einstein, a proprietà geometriche, strettamente locali, dello spazio-tempo.
Per quanto riguarda queste note siamo interessati solo alla fisica nell’ambito
dei sistemi di riferimento inerziali, cioè alla cosı́ detta relatività ristretta di
Einstein. Vediamo quindi quali sono le conseguenze del postulato di Einstein.
Consideriamo un osservatore inerziale K e due eventi A e B che, nel riferi-
mento di K hanno coordinate

A ≡ (ctA , xA , yA , zA ), B ≡ (ctB , xB , yB , zB ) . (A.1.1)



Il principio di equivalenza di Einstein segue dall’assumere l’identità tra massa inerziale
e massa gravitazionale e afferma che: In presenza di campo gravitazionale arbitrario, in ogni
punto dello spazio-tempo, è sempre possibile scegliere un sistema di coordinate localmente
inerziale, cioè tale che, in una regione (quadridimensionale) sufficientemente piccola del punto
in questione, le leggi della fisica siano quelle di un sistema di coordinate (pseudocartesiano)
non accelerato in assenza di gravitazione.

121
122 APPENDICE A. SOMMARIO DI RELATIVITÀ

Supponiamo che l’evento A consista nella partenza di un segnale luminoso e


che l’evento B consista nell’arrivo di questo stesso segnale e che la propaga-
zione avvenga nel vuoto; allora, se indichiamo con c la velocità della luce nel
vuoto, avremo, poiché la propagazione avviene in modo rettilineo (il si stema
di riferimento è inerziale), la seguente identità:

c2 (tB − tA )2 − (xB − xA )2 − (yB − yA )2 − (zB − zA )2 = 0 . (A.1.2)

Se adesso consideriamo un altro osservatore (sempre inerziale) K ′ , in moto ri-


spetto al precedente, che osserva gli stessi due eventi avremo ancora, (indicando
le coordinate rispetto a K ′ con gli apici)

2 2 2 2
c2 t′B − t′A − x′B − x′A ′
− yB ′
− yA ′
− zB ′
− zA =0. (A.1.3)

Nelle (A.1.2) e (A.1.3) si è tenuto conto del postulato di Einstein ponendo


uguale a c la velocità della luce per entrambi gli osservatori. Quindi l’espressione
(A.1.2) rappresenta un invariante (lo 0) e fornisce una rappresentazione del
postulato di Einstein in termini matematici. Potremo chiederci quali siano
le trasformazioni di coordinate che lasciano invariata la (A.1.2) e troveremo
un insieme di trasformazioni che formano un gruppo, il Gruppo Conforme. È
opportuno osservare che tra le trasformazioni in questione sono comprese le
dilatazioni, cioè, la (A.1.2) è invariante sotto le trasformazioni

t → λt , x → λx , y → λy , z → λz . (A.1.4)

Dove λ è un parametro reale. Lo studio di queste trasformazioni rappresenta


di per sè un notevole interesse dal punto di vista teorico, ma non è appropriato
al nostro scopo. Si osservi che, relativamente alle trasformazioni in questione,
potranno essere considerate leggi fisiche, perché scritte nello stesso modo da
osservatori diversi, solo quelle espressioni che non contengono (se non col grado
di omogeneità zero) parametri dimensionati. L’idea è quindi quella di trova-
re un invariante più generale di (A.1.2) che contenga quest’ultimo come caso
particolare.
Consideriamo un osservatore inerziale K e due eventi qualunque A e B, che
per comodità prenderemo infinitamente vicini; indicando con xi (i = 1, 2, 3) le
coordinate spaziali e con ct quella temporale l’analoga della relazione (A.1.2)
diventa
3
X 2
ds2 = c2 dt2 − dxi , (A.1.5)
i=1
A.1. DAL POSTULATO DI EINSTEIN ALLE TRASFORMAZIONI DI LORENTZ123

dove in generale è ds2 6= 0. Si consideri adesso un altro osservatore (sempre


inerziale) K ′ che si muove rispetto al primo con velocità ~v , se questi osserva gli
stessi due eventi scriverà

3
X 2
ds′2 = c2 dt′2 − dx′i . (A.1.6)
i=1

D’altra parte se è ds2 = 0, per quanto abbiamo osservato prima (vedi (A.1.2)
e (A.1.3)) sarà anche (ds′ )2 = 0 e quindi banalmente ds2 = (ds′ )2 = 0; mentre
se è ds2 6= 0 avremo in generale ds = ads′ . Poiché lo spazio è omogeneo il
coefficiente a non potrà dipendere da nessun punto in particolare e quindi non
dipenderà dalle coordinate; quindi sarà funzione della velocità relativa ~v tra
K e K ′ . Tenendo conto anche dell’isotropia questa dipendenza sarà relativa al
modulo v di ~v , quindi
ds′ = a(v)ds . (A.1.7)

Consideriamo adesso un terzo osservatore K ′′ che si muove con velocità w~


rispetto a K e che osserva gli stessi due eventi A e B, per questo avremo

ds′′ = a(w)ds . (A.1.8)

D’altra parte se consideriamo il legame tra gli osservatori K ′′ e K ′ avremo


l’altra relazione
ds′′ = a(|w
~ − ~v |)ds′ . (A.1.9)

Sostituendo (A.1.7) e (A.1.8) in (A.1.9) otteniamo la relazione

a(w)
~ − ~v |) .
= a(|w (A.1.10)
a(v)

Il secondo membro della (A.1.10) dipende dall’angolo relativo tra le velocità ~v


e w,
~ mentre il primo membro dipende solo dai loro moduli. Di conseguenza a è
costante e, sempre per la stessa relazione, è necessariamente a = 1. Da questo
segue che
ds′′ = ds′ = ds ,

cioè ds è invariante. Quindi la (A.1.5) è l’invariante cercato che sostituisce gli


invarianti galileiani
3
X 2
t , e ds2 = dxi . (A.1.11)
i=1
124 APPENDICE A. SOMMARIO DI RELATIVITÀ

Quindi le trasformazioni di coordinate che fanno passare da un osservatore iner-


ziale ad un altro (sempre inerziale) devono lasciare invariata la quantità (A.1.5).
Per ragioni di compattezza della scrittura conviene introdurre le cordinate di un
evento tramite il simbolo xα con α = 0, 1, 2, 3 dove x0 = ct e le xi , i = 1, 2, 3
rappresentano le coordinate spaziali. Introdotta poi la matrice 4× 4 di elementi
ηαβ
 
−1 0 0 0
 0 1 0 0 
ηαβ ⇔  0 0 1 0 
 (A.1.12)
0 0 0 1
la (A.1.5) si scrive come
ds2 = −ηαβ dxα dxβ , (A.1.13)

dove gli indici ripetuti si intendono sommati.


Possiamo adesso vedere quali siano le prime conseguenze del fatto che
(A.1.13) sia un invariante. Se ci limitiamo ai soli osservatori inerziali, la pro-
prietà di invarianza può essere estesa a intervalli finiti; cioè se consideriamo i
due punti A e B , che per un dato osservatore inerziale hanno rispettivamente
le coordinate (ctA , xA , yA , zA ) e (ctB , xB , yB , zB ), la quantità finita

s2 = c2 (tB − tA )2 − (xB − xA )2 − (yB − yA )2 − (zB − zA )2 (A.1.14)

ha lo stesso valore numerico per tutti gli osservatori inerziali, in particolare si


hanno tre possibilità

s2 > 0 (intervallo time like) , (A.1.15)


s2 = 0 (intervallo light like) , (A.1.16)
2
s <0 (intervallo space like) . (A.1.17)

Nel primo caso la distanza spaziale tra gli eventi A e B è minore dello spazio
che un segnale luminoso percorre nell’intervallo di tempo tB − tA , nel secondo
è uguale, mentre nel terzo è maggiore e queste affermazioni sono vere per tutti
gli osservatori inerziali.
I nomi dati alle tre situazioni precedenti hanno un significato evidente; in-
fatti nel caso (A.1.16) siamo in una situazione analoga al propagarsi di un raggio
di luce, mentre nel caso di (A.1.15) è sempre possibile trovare un osservatore
per il quale gli eventi A e B hanno distanza spaziale nulla e l’intervallo è solo
temporale. Basta pensare al caso nel quale gli eventi A e B rappresentano due
posizioni successive occupate da una particella in un moto inerziale; un osser-
vatore solidale con la particella non la vedrà muovere e i due eventi saranno
A.1. DAL POSTULATO DI EINSTEIN ALLE TRASFORMAZIONI DI LORENTZ125

Figura A.1: Eventi a distanza space like

distinti solo da due coordinate temporali differenti. Nel caso di (A.1.17) il no-
me segue dal fatto che è sempre possibile trovare un osservatore che vede gli
eventi A e B contemporanei (cioè tB − tA = 0). Per illustrare questo punto
consideriamo il dispositivo rappresentato in fig.A.1 dove una sorgente S emette
un segnale luminoso in tutte le direzioni. Il segnale luminoso è quindi riflesso
da due specchi (A e B) in posizioni diametralmente opposte alla sorgente e l’os-
servatore è rappresentato dal dispositivo di due specchi a 450 che si illuminano
per la luce riflessa dagli specchi in A e in B e può occupare le posizioni O, O′
e O′′ . Considerando il sistema unidimensionale si avrà per l’intervallo s2 tra i
due eventi A (segnale che viene riflesso dallo specchio posto in A) e B (segnale
che viene riflesso dallo specchio posto in B),

a) per l’osservatore in O, che è equidistante da i due specchi, s2 = −(xB −


xA )2 < 0 perché tB − tA = 0 (i due specchi a 450 si illuminano si-
multaneamente). Questo è l’osservatore per il quale l’intervallo è solo
spaziale.

b) per l’osservatore in O′ è s2 = c2 (tB −tA )2 −(xB −xA )2 < 0 con tB −tA < 0,

c) per l’osservatore in O′′ è s2 = c2 (tB −tA )2 −(xB −xA )2 < 0 con tB −tA > 0.

Come si vede da questo esempio, nel caso di un intervallo di tipo space like
la successione temporale di due eventi per due osservatori diversi può risultare
invertita. Perché il principio di causalità sia preservato (senza il quale non è
possibile avere una teoria) è quindi necessario che nessun segnale, atto a
trasportare informazione, possa viaggiare con una velocità superiore
a quella della luce nel vuoto. Questo non è un altro assioma, ma una condi-
zione per la consistenza interna della teoria stessa e anche questa affermazione,
126 APPENDICE A. SOMMARIO DI RELATIVITÀ

come gli assiomi, può essere solo un fatto sperimentale.


Le proprietà relative agli intervalli s sopra descritte permettono di dividere,
relativamente al generico evento O, lo spazio tempo in due regioni separate da
un cono col vertice nell’evento stesso vedi fig.A.2. Nella regione interna al cono

Figura A.2: Coni futuro e passato dell’evento O

si trovano tutti gli eventi a distanza time-like rispetto ad O quelli con ct > 0
rappresentano il futuro di O e questa regione è chiamata il cono futuro di O,
quelli con ct < 0 rappresentano il passato e la regione si chiama il cono passato
di O; nella regione esterna si trovano gli eventi che sono a distanza space-like da
O e per i quali non vi è nessuna relazione causale con O; mentre sulle generatrici
si trovano tutti gli eventi a distanza light-like da O stesso.
Dall’invarianza dell’intervallo (A.1.14) si ricava subito la nota relazione di
Lorentz di contrazione dei tempi. Infatti per due diversi osservatori O e O′ ,
relativamente a due eventi A e B avremo, indicando con l ed l′ il modulo della
distanza spaziale (rispettivamente per O e O′ ) e con ∆t e ∆t′ le relative distanze
temporali,
s2 = c2 ∆t2 − l2 = c2 ∆t′2 − l′2 . (A.1.18)

Nel caso in cui sia s2 > 0 (intervallo time-like), avremo un osservatore (ad
esempio O′ ) per il quale i due eventi coincidono spazialmente (questo è il caso di
un osservatore solidale con il proprio orologio), quindi dalla (A.1.18) otteniamo
la nota relazione di contrazione dei tempi

p l v
∆t′ = ∆t 1 − β 2 , con β= = . (A.1.19)
c∆t c
A.2. GRUPPI DI LORENTZ E DI POINCARÉ 127

Dove v rappresenta il modulo della velocità relativa di O′ rispetto ad O.


La quantità che appare nella (A.1.19) rappresenta il tempo misurato da un
osservatore nel suo sistema di riferimento (cioè quello nel quale è a riposo) e
viene chiamata il tempo proprio. Poiché, a meno della velocità della luce nel
vuoto c, coincide con l’invariante s è essa pure invariante. La forma locale, cioè
la variazione infinitesima, del tempo proprio è l’invariante al quale ci si riferisce
nella costruzione della teoria e non solo per gli osservatori inerziali. La (A.1.13)
è riscritta come†
c2 dτ 2 = −ηαβ dxα dxβ . (A.1.20)

Dove con τ si è indicato il tempo proprio.

A.2 Gruppi di Lorentz e di Poincaré

Tornando quindi al problema iniziale dobbiamo trovare le trasformazioni di


coordinate che lasciano invariata la (A.1.20). Indicando con con xα e x′α le
coordinate di due generici osservatori inerziali K e K ′ avremo le trasformazioni
di coordinate x′α = x′α (x) (e le rispettive inverse xα = xα (x′ )). Dall’invarianza
richiesta
ηαβ dxα dxβ = ηγδ dx′γ dx′δ

si ottiene
∂x′γ ∂x′δ α β
ηαβ dxα dxβ = ηγδ dx dx .
∂xα ∂xβ
Ovvero, per l’arbitrarietà dei differenziali delle coordinate,

∂x′γ ∂x′δ
ηαβ = ηγδ . (A.2.21)
∂xα ∂xβ

Deriviamo adesso membro a membro per xρ la (A.2.21) e permutando ciclica-


mente i tre indici liberi ρ, α e β otteniamo le tre equazioni indipendenti

∂ 2 x′γ ∂x′δ ∂x′γ ∂ 2 x′δ


ηγδ + η γδ =0,
∂xρ ∂xα ∂xβ ∂xα ∂xρ ∂xβ
2 ′γ
∂ x ∂x ′δ ∂x′γ ∂ 2 x′δ
ηγδ β ρ α + ηγδ ρ =0,
∂x ∂x ∂x ∂x ∂xβ ∂xα
2 ′γ
∂ x ∂x ′δ ∂x′γ ∂ 2 x′δ
ηγδ α β + ηγδ =0. (A.2.22)
∂x ∂x ∂xρ ∂xβ ∂xα ∂xρ
Sommando le prime due equazioni e sottrando alla somma l’ultima, otteniamo,
tenendo presente la simmetria di ηγδ , la permutatività delle derivate seconde e

Nel caso generale la struttura metrica dipende dal punto e si ha c2 dτ 2 = −gµν (x)dxµ dxν
128 APPENDICE A. SOMMARIO DI RELATIVITÀ

il fatto che gli indici sommati possono essere rinominati, otteniamo

∂x′γ ∂ 2 x′δ
2ηγδ =0. (A.2.23)
∂xα ∂xρ ∂xβ

′γ
Osserviamo che le quantità ∂x ∂xα sono gli elementi della matrice che trasforma
alpha ′γ ∂xα
le coordinate x nelle x mentre le ∂x ′σ sono gli elementi della matrice che

compie la trasformazione inversa, cioè dalle coordinate x′σ alle xα per cui vale

∂x′γ ∂xα
= δγσ . (A.2.24)
∂xα ∂x′σ

∂xα
Moltiplicando a destra la (A.2.23) per la matice ∂x′σ otteniamo

∂ 2 x′δ
2ησδ =0. (A.2.25)
∂xρ ∂xβ

Poiché la matrice η non è singolare, dalla (A.2.25) si ottiene il sistema

∂ 2 x′δ
=0, (A.2.26)
∂xρ ∂xβ

che ha la soluzione
x′δ = Λδρ xρ + aδ . (A.2.27)

Dove gli elementi di matrice Λδρ non dipendono dalle coordinate x e le aδ con
δ = 0, 1, 2, 3 sono quattro costanti reali. La (A.2.27) è soluzione di (A.2.23) e
non del sistema originale (A.2.21). Le soluzioni di (A.2.21) sono un sottoinsieme
delle (A.2.27). Allo scopo di trovare le soluzioni che interessano sostituiamo la
(A.2.27) in (A.2.21) e troviamo

ηγδ Λγα Λδβ = ηαβ . (A.2.28)

Ovvero, come relazione tra matrici,

ΛT ηΛ = η . (A.2.29)

È facile verificare che le trasformazioni (A.2.27), con il vincolo (A.2.28) (o


equivalentemente (A.2.29)) sulle matrici Λ formano un gruppo. Il gruppo di
Poincaré, che, nel caso particolare in cui sia aδ = 0, si riduce al gruppo di
Lorentz. Lasciata come esercizio la prova che le trasformazioni formino gruppo
A.2. GRUPPI DI LORENTZ E DI POINCARÉ 129

studiamone le caratteristiche peculiari. Una prima caratteristica la si ottiene


facendo il determinante membro a membro della relazione tra matrici (A.2.29),

(det Λ)2 det η = det η ,

dalla quale si hanno due possibili valori per il det Λ e cioè

det Λ = 1 oppure det Λ = −1 . (A.2.30)

Un’altra relazione importante si ottiene ancora dalla (A.2.28) considerando


l’elemento di matrice α = β = 0; in particolare si ha, separando nella somma
le componenti temporali da quelle spaziali (rappresentate con indici latini)

3
2 X 2
− Λ00 + Λi 0 = −1 , (A.2.31)
i=1

che porta alle due condizioni

Λ00 ≥ 1 e Λ00 ≤ −1 . (A.2.32)

Tenuto conto delle (A.2.30) e (A.2.32), l’insieme delle matrici Λ può essere
diviso in 4 sottoinsiemi e cioè

L↑+ , con det Λ = 1 , Λ00 ≥ 1 , (A.2.33)


L↑− , con det Λ = −1 , Λ00 ≥ 1 , (A.2.34)
L↓+ , con det Λ = 1 , Λ00 ≤ −1 , (A.2.35)
L↓− , con det Λ = −1 , Λ00 ≤ −1 . (A.2.36)

Solo il sottoinsieme L↑+ contiene le trasformazioni connesse con l’identità e quin-


di è l’unico che forma un sottogruppo. Questo sottogruppo si chiama il gruppo
di Lorentz ortocrono proprio; l’esistenza dei sottoinsiemi sconnessi dall’identità
(A.2.34, A.2.35, A.2.36) è il segnale della presenza di due trasformazioni discre-
te e cioè le trasformazioni di parità e di time-reversal , P ∈ L↑− , T ∈ L↓− , che
possono essere rappresentate dalle due matrici

   
1 0 0 0 −1 0 0 0
 0 −1 0 0   0 1 0 0 
P =
 0 0 −1 0  ,
 T =
 0
 . (A.2.37)
0 1 0 
0 0 0 −1 0 0 0 1
130 APPENDICE A. SOMMARIO DI RELATIVITÀ

È facile vedere che P L↑− ⊆ L↑+ , T L↓− ⊆ L↑+ , P T L↓+ ⊆ L↑+ .


Quando si associa il gruppo di Lorentz alle trasformazioni di coordinate che
fanno passare da un osservatore inerziale ad un altro, ci riferiamo al gruppo
ortocrono proprio L↑+ . Infatti le trasformazioni discrete P e T son pur sempre
trasformazioni che lasciano invariata la metrica η, ma non possono collegare
tra loro due osservatori che differiscono per una variazione infinitesima dei pa-
rametri perché non sono connesse con l’identità. D’ora in avanti per gruppo di
Lorentz intenderemo, salvo diversa specificazione, il suo sottogruppo L↑+ .
Riferendosi quindi al gruppo L↑+ consideriamo linsieme di tutte le trasfor-
mazioni Λ che hanno Λ00 = 1 e Λ0i = Λi 0 = 0; è immediato verificare che
queste formano un sottogruppo e, in particolare se nella (A.2.28) si separano le
componenti temporali da quelle spaziali, si ottiene in questo caso

2
ηγδ Λγ0 Λδ0 = η00 , ovvero Λ00 = 1 e δij Λi l Λjk = δlk . (A.2.38)

Indicando con R la sottomatrice 3 × 3 di elementi λiJ , la seconda delle (A.2.38)


diventa RT R = I, cioè le trasformazioni rappresentate dalle matrici

!
1 ...
R= .. , con R ⊆ L↑+ (A.2.39)
. R

sono rotazioni e formano un sottogruppo di L↑+ . Di conseguenza una trasfor-


mazione di Lorentz è definita sempre a meno di una rotazione, infatti

ΛT ηΛ = ΛT RT ηRΛ = η .

Tutto quanto è stato detto per il gruppo di Lorentz può essere ripetuto per
il gruppo di Poincaré aggiungendo alle trasformazioni una traslazione; quindi
anche per questo gruppo ci limiteremo a considerare il gruppo ortocrono proprio

P+ .
Volendo dare una rappresentazione più esplicita delle trasformazioni di Lo-
rentz consideriamo una particella, in moto inerziale, e due osservatori (sempre
inerziali) K e K ′ dei quali il primo sia solidale con la particella stessa. Indi-
cando con l’apice le coordinate riferite a K ′ e senza apice quelle riferite a K,
potremo scrivere, per un incremento infinitesimo delle stesse

dx′0 = Λ00 dx0 , (A.2.40)


′i i 0
dx = Λ 0 dx . (A.2.41)
A.2. GRUPPI DI LORENTZ E DI POINCARÉ 131

Confrontando (A.2.41) con (A.2.40) si ottiene

dx′i vi i 0 −1 i

= = β = Λ 0 Λ0, (A.2.42)
dx′0 c

dove v i rappresenta le componenti della velocità di K rispetto a K ′ . Dalla


(A.2.42) si ha subito
Λi 0 = Λ00 β i , (A.2.43)

che, sostituita nella (A.2.31), da


2 −1
Λ00 = 1 − β2 .

e, poiché stiamo considerando le trasformazioni di L↑+ , è


P3
Dove β 2 = i=1 (β
i )2

1
Λ00 = γ = p ed anche Λi 0 = γβ i . (A.2.44)
1− β2

Restano quindi da determinare gli elementi Λ0i , mentre gli elementi Λi j non
saranno univocamenti determinati perché, come abbiamo osservato, le trasfor-
mazioni di Lorentz sono fissate a meno di una rotazione. Possiamo comunque
determinarli per una scelta perticolare e ottenere tutti i possibili casi effettuan-
do delle rotazioni.
Dalla proprietà generale (A.2.28) si ottengono le altre due relazioni
3
X
−Λ00 Λ0j + Λi 0 Λi j = 0 ,
i=1
3
X
−Λ0j Λ0k + Λi j Λi k = δjk . (A.2.45)
i=1

Scegliamo adesso la velocità di K rispetto a K ′ diretta come un asse, ad esempio


~v ≡ (v, 0, 0), nel qual caso otteniamo dalla prima delle (A.2.45) (ricordando la
(A.2.43))
Λ0j = β 1 Λ1j
Che sostituita nella seconda delle (A.2.45) da
X
(1 − β 2 )Λ1j Λ1k + Λi j Λi k = δjk . (A.2.46)
i≥2

Il sistema (A.2.46) si risolve con calcoli banali (anche se noiosi) e si trova

Λ21 = Λ12 = Λ31 = Λ13 = Λ23 = Λ32 = 0 ,


Λ11 = γ , Λ01 = γβ 1 , Λ22 = Λ33 = 1 , Λ02 = Λ03 = 0 . (A.2.47)
132 APPENDICE A. SOMMARIO DI RELATIVITÀ

Si ottengono cosı́ le ben note trasformazioni collineari

γ γβ 1
 
0 0
 γβ 1 γ 0 0 
Λ=
 0
 . (A.2.48)
0 1 0 
0 0 0 1

Un’altra scelta conveniente è quella che corrisponde a sistemi di riferimento


con gli assi paralleli e velocità relativa in una direzione arbitraria, che si ottiene
dalla precedente facendo una rotazione e cioè Λ′ = RT ΛR, dalla quale si ottiene
3
Λ′0 0 = γ , Λ′0 j = Λ′j 0 = γβR1j , Λ′j j = (γ − 1)R1j
X
2 2
+ Rij ,
i=1
3
X
Λ′i j = (γ − 1)R1i R1j + Rki Rkj . (A.2.49)
k=1

Tenuto conto che per le rotazioni vale le relazione


3
X
Rki Rkj = δij
k=1

e che, in questo caso,

vj′
vj′ = vR1j , con R1j =
v′
dove v ′ = v perché una rotazione non cambia il modulo di v, si ottiene

γ−1
Λ00 = γ, Λ0i = Λi 0 = γβ i , Λi j = δi j + vi vj . (A.2.50)
v2

A.3 Sommario di algebra tensoriale

Consideriamo una trasformazione di coordinate Λ ∈ L↑+ relativa a due sistemi


di riferimento inerziali K e K ′

x′µ = Λµν xν . (A.3.51)

Una qualunque quantità Φ che per le trasformazioni (A.3.51) non cambia, cioè

Φ′ = Φ , (A.3.52)
A.3. SOMMARIO DI ALGEBRA TENSORIALE 133

è detta uno scalare. L’insieme degli scalari forma uno spazio vettoriale sul quale
le trasformazioni di Lorentz sono tutte rappresentate dall’identità (rappresenta-
zione scalare del gruppo di Lorentz). Esempi di scalari sono, secondo la teoria,
la carica elettrica o la massa di una particella. Queste sono quantità indipen-
denti dal punto, ma si possono avere anche quantità locali che si trasformano
come uno scalare. In questo caso è

Φ′ (x′ ) = Φ(x) ,

con Φ′ (x′ ) nel riferimento K ′ e Φ(x) nel riferimento K, quindi nel riferimento
K ′ avremo
Φ′ (x′ ) = Φ(Λ−1 x′ ) . (A.3.53)

Dove Λ−1 è la trasformazione inversa della (A.3.51) fatta sulle coordinate di K


verso K ′ . La dipendenza dal punto in K ′ è sempre legata alla trasformazione
inversa di quella fatta sulle coordinate, è quindi utile, data una trasformazione
Λ, ricavare gli elementi di matrice della sua inversa Λ−1 a partire da quelli di Λ
stessa. A questo scopo consideriamo la metrica η ed indichiamo i suoi elementi
di matrice, come già abbiam fatto, con ηµν . La marice inversa η −1 coincide con
η stessa (η = η −1 ), ma questa coincidenza è conseguenza del fatto che stiamo
usando coordinate di tipo cartesiano, indichiamo quindi con η µν gli elementi di
matrice di η −1 (anche se nel nostro caso coincidono), sarà quindi

ηµρ η ρν = δµν = η νρ ηρµ = δνµ . (A.3.54)

Gli elementi di matrice di Λ−1 sono dati da

Λµν = ηµρ η νσ Λρσ . (A.3.55)

T
O in termini di matrici Λ−1 = ηΛη −1 = ηΛT η. Infatti

Λµγ Λµν = ηµσ η γρ Λσρ Λµν = η γρ ηρν = δγν .

Dove si è usata la relazione fondamentale (A.2.28), che η è simmetrica e η = η −1 .


Consideriamo adesso grandezze più complesse degli scalari.
Quattro quantità V µ che si trasformano, in conseguenza di (A.3.51), come le
quattro coordinate, cioè

!
′µ
V = Λµν V ν , ′µ ′
V (x ) = Λµν V ν (Λ−1 x′ ) , (A.3.56)
134 APPENDICE A. SOMMARIO DI RELATIVITÀ

formano un vettore (quadrivettore) controvariante. Mentre una grandezza a


quattro componenti Uµ che si trasforma secondo l’inversa della (A.3.51), cioè

!
Uµ′ = Λµν Uν , Uµ′ (x′ ) = Λµν Uν (Λ−1 x′ ) , (A.3.57)

è detto un vettore (quadrivettore) covariante. I vettori controvarianti e quelli


covarianti formano entrambi uno spazio vettoriale e la rappresentazione vetto-
riale del gruppo di Lorentz (una sola) è data dalle matrici Λ stesse.
Un esempio di vettore controvariante è dato dalle coordinate stesse di un evento,
mentre un esempio di vettore covariante è dato dall’operatore quadrigradiente
 
∂ ∂ ∂ ∂
∂µ ≡ 0
, 1, 2, 3 , ∂µ′ = Λµν ∂ν . (A.3.58)
∂x ∂x ∂x ∂x

Si osservi che entranbi questi esempi sono tali per l’uso delle coordinate car-
tesiane, in caso diverso le trasformazioni di coordinate (cioè l’equivalente delle
matrici Λ) dipendono dal punto, di conseguenza le coordinate di un evento
non sono un quadrivettore (lo sono i differenziali delle coordinate) e l’operatore
quadrigradiente, per essere ancora covariante, non ha più la forma (A.3.58).
Una prima proprietà importante dei vettori è che ad ogni vettore cova-
riante Vµ corrisponde un vettore controvariante e, viceversa, ad ogni vettore
controvariante U µ corrisponde un vettore covariante secondo le relazioni

V ν = η νµ Vµ , Uν = ηνµ U µ . (A.3.59)

Infatti, ad esempio per V ν = η νµ Vµ , si ha

V ′ν = η νµ Vµ′ = η νµ Λµσ Vσ = η νµ ηµλ η σρ Λλρ Vσ


= δνλ η ρσ Λλρ Vσ = Λνρ η ρσ Vσ = Λνρ V ρ .

Una dimostrazione del tutto analoga può essere fatta per Uν = ηνµ U µ . Possia-
mo quindi pensare η come l’operatore che alza o abbassa gli indici, ovvero η µν
trasforma un indice covariante in uno controvariante e ηµν uno controvariante
in uno covariante.
Consideriamo due vettori, uno covariante Vµ e l’altro controvariante U µ , e
introduciamo il prodotto

Vµ U µ = ηµν V ν U µ = η µν Vµ Uν . (A.3.60)
A.3. SOMMARIO DI ALGEBRA TENSORIALE 135

Questo prodotto è una quantità scalare (cioè non cambia per le trasformazioni
di coordinate (A.3.51)) ed ha quindi un valore assoluto (relativamente agli
osservatori inerziali). Un esempio di un invariante definito da questo prodotto
scalare è dato dall’operatore di Dalambert definito da

2 3 
∂ 2
 
µν ∂ X
η ∂µ ∂ν = − + . (A.3.61)
∂x0 ∂xi
i=1

In oltre da questo prodotto segue la seguente classificazione dei vettori

Vµ V µ < 0 , time like (A.3.62)


µ
Vµ V =0, light like (A.3.63)
Vµ V µ > 0 , space like (A.3.64)

Dove la nomenclatura è quella utilizzata per gli intervalli tra due eventi, che,
in questa forma, divengono ds2 = −dxµ dxµ .
Per i vettori valgono i seguenti due teoremi
Teorema A.1 - Dato un vettore di tipo tempo è sempre possibile trovare un
sistema di riferimento nel quale le componenti spaziali di tale vettore sono nulle;
mentre dato un vettore di tipo spazio è sempre possibile trovare un sistema di
riferimento nel quale è nulla la sua componente temporale.
Teorema A.2 - Il segno della componente temporale di un vettore di tipo tempo
non cambia per una trasformazione di L↑+ .
I teoremi A.1 e A.2 sono la generalizzazione ad un qualunque quadrivettore
delle proprietà già osservate per un intervallo tra due eventi. Per la dimostra-
zione del teorema A.2 rinviamo ad uno dei testi della bibliografia, mentre per
il teorema A.1 costruiamo esplicitamente la trasformazione di coordinate per
un vettore di tipo tempo.
Sia uµ tale che uµ uµ < 0; le quantità


Λ0µ = √ (A.3.65)
−uρ uρ

sono elementi di matrice di una trasformazione di Lorentz. Consideriamo allora


una trasformazione di Lorentz che ammette come elementi Λ0µ quelli definiti in
(A.3.65); avremo allora per le componenti spaziali di uµ , tenendo ancora conto
di (A.3.65),

u′i = Λi µ uµ = Λi µ Λ0µ −uρ uρ = δi 0 −uρ uρ = 0 .


p p
136 APPENDICE A. SOMMARIO DI RELATIVITÀ

Una quantità a più componenti, e quindi rappresentata con un simbolo a


più indici, controvarianti (alti) e covarianti (bassi), è detta un tensore se ogni
indice si trasforma come un vettore; ad esempio T µ ν λ (x) è un tensore se per le
trasformazioni di coordinate (A.3.51) si trasforma come

T ′µ ν λ (x′ ) = Λµσ Λνρ Λλγ T σ ρ γ (Λ−1 x′ ) (A.3.66)

È evidente che anche gli scalari ed i vettori, precedentemente trattati, sono


tensori. La metrica ηµν è un tensore covariante a due indici, come segue dalla
relazione fondamentale (A.2.28)

ηµν Λµσ Λνρ = ησρ → ηµν Λµσ Λνρ Λγσ Λζρ = ησρ Λγσ Λζρ → ηγζ = Λγσ Λζρ ησρ .

Mentre η µν si interpreta come un tensore a due indici controvarianti.


Tensori con gli stessi indici, formano uno spazio vettoriale ed una rappre-
sentazione del gruppo di Lorentz su questo spazio si realizza come nell’esempio
in (A.3.66). Quindi una combinazione lineare di tensori congli stessi indici è
un tensore appartenente allo stesso spazio di rappresentazione. Ad esempio F µν
definito da
F µν = aU µν + bW µν ,
con a e b numeri, è un tensore se U µν e W µν lo sono.
Lo spazio dei tensori è chiuso anche rispetto ad operazioni tra componenti di
rappresentazioni differenti. Il Prodotto diretto tra due (o più tensori) è ancora
un tensore; ad esempio
T µνρ = V µ W νρ (A.3.67)

è un tensore se V µ e W νρ sono tensori. La prova che T µνρ si trasforma come


un tensore, date le proprietà di trsformazione di V µ e W νρ , è immediata ed è
lasciata come esercizio. Un’altra operazione che fa passare da uno spazio di
rappresentazione ad un altro è la contrazione; sia T µρν un tensore allora anche

T µ µ ν = ηµρ T µρν (A.3.68)

lo è e, nel caso specifico, è un vettore controvariante. Anche questa prova è


immediata.
Tensori invarianti - Vi sono alcuni tensori che non cambiano per una trasfor-
mazione di Lorentz. Uno di questi è il tensore di Kronecher δµν , infatti

δ′µν = Λµρ Λνσ δρσ = Λµρ Λνρ = δµν . (A.3.69)


A.3. SOMMARIO DI ALGEBRA TENSORIALE 137

Un altro tensore invariante è il tensore metrico ηµν (e η µν ) e questo segue


direttamente dalla proprietà di gruppo (A.2.28).
Un altro tensore invariante è il simbolo completamente antisimmetrico ǫµνρσ
definito come

 1 µνρσ sono una permutazione f ondamentale
ǫµνρσ = 0 due indici sono uguali (A.3.70)
−1 negli altri casi

Per provarne l’invarianza consideriamo

ǫ′µνρσ = Λµη Λνγ Λρζ Λστ ǫηγζτ ,

Dall’antisimmetria di ǫηγζτ segue subito che è necessariamente ǫ′µνρσ = aǫµνρσ ,


da cui
aǫµνρσ = Λµη Λνγ Λρζ Λστ ǫηγζτ .
Dalla definizione è anche ǫ0123 = 1, quindi

a = Λ0η Λ1γ Λ2ζ Λ3τ ǫηγζτ .

Cioè a = det|Λ|, ma poiché Λ ∈ L↑+ , si ha a = 1 e quindi

ǫ′µνρσ = ǫµνρσ .

Il prodotto wedge - Si definisce prodotto wedge tra vettori il prodotto comple-


tamente antisimmetrico. Il prodotto wedge degli n vettori θ µ1 , θ µ2 , ..., θ µn è
definito da

θ µ1 ∧ θ µ2 ∧ ... ∧ θ µn , con θ µi ∧ θ µj = −θ µj ∧ θ µi . (A.3.71)

Ovvero si ha un cambiamento di segno ogni qual volta si effettua un numero


di scambi dispari rispetto all’ordinamento di partenza. Il prodotto wedge di n
vettori controvarianti (covarianti) è un tensore ad n indici controvarianti (co-
varianti) completamente antisimmetrico. Un tensore dal significato geometrico
rilevante che è definito a partire dal prodotto wedge è l’elemento di ipersuperficie
orientato, definito da

1
dσµ = ǫµνρσ dxν ∧ dxρ ∧ dxσ . (A.3.72)
3!

L’elemento di ipersuperficie orientata è un quadrivettore space-like covariante.


Il numero massimo di differenziali delle coordinate che può comparire nel pro-
dotto wedge non banale è uguale alle dimensioni dello spazio; in particolare
138 APPENDICE A. SOMMARIO DI RELATIVITÀ


1
ǫµνρσ dxµ ∧ dxν ∧ dxρ ∧ dxσ = d4 x . (A.3.73)
4!
Si osservi che è
1
d4 x′ = ǫµνρσ dx′µ ∧ dx′ν ∧ dx′ρ ∧ dx′σ
4!
1
= ǫµνρσ Λµγ Λνη Λρζ Λστ dxγ ∧ dxη ∧ dxζ ∧ dxτ
4!
1
= det|Λ|ǫγηζτ dxγ ∧ dxη ∧ dxζ ∧ dxτ = det|Λ|d4 x
4!
ovvero d4 x′ = d4 x per Λ ∈ L↑+ . (A.3.74)

Un tensore che ha tutte le componenti nulle è tale per tutti gli osservatori
inerziali. Da questa proprietà segue il teorema
Teorema A.3 - Una identità tra tensori, che appartengono alla stessa rappre-
sentazione, è vera per tutti gli osservatori inerziali. Sia ad esempio

Aµρ ν
= B µρ ν

che può essere riscritta (i tensori della stessa rappresentazione formano uno
spazio lineare)

Aµρ ν
− B µρ ν
= 0 → A′µρ ν − B ′µρ ν
=0.

Dove si è fatto uso dell’invarianza del tensore nullo, e quindi, ancora dall’algebra

A′µρ ν = B ′µρ ν
.

Quindi una qualunque legge fisica, per essere tale, dovrà potersi esprimere come
una identità tra tensori.

A.4 La dinamica relativistica

Se si pensa alla presentazione data da Newton tramite i tre principi, eccezion


fatta per il primo che definisce i sistemi di riferimento inerziali rispetto ai quali
si formula la teoria, questi non sono più validi perché espressi tramite relazioni
tra quantità che non sono covarianti per le trasformazioni di Lorentz, cioè tra-
mite tensori. Cerchiamo allora una generalizzazione in senso relativistico della
seconda legge. Questa in componenti si scrive

d2 xi
Fi = m , con i = 1, 2, 3 (A.4.75)
dt2
A.4. LA DINAMICA RELATIVISTICA 139

Assumiamo che la massa m di una particella sia una quantità scalare. In ogni
2 i
caso la (A.4.75) non è una legge fisica perché le quantità ddtx2 e F i non hanno
nessun carattere tensoriale. Immaginiamo allora che ogni punto dello spazio, ad
ogni istante, sia l’origine di infiniti sistemi di riferimento inerziali che si muovono
con tutte le possibili velocità relative rispetto al riferimento dell’osservatore
(anche lui inerziale). All’ora, ad ogni istante e per un tempo infinitesimo, vi
sarà sempre uno di questi sistemi di riferimento rispetto al quale la particella
sarà in quiete (sistema del moto incipiente). In questo sistema di riferimento
possiamo introdurre i due quadrivettori space-like

fα ≡ 0, F 1 , F 2 , F 3 ,

(A.4.76)
d2 xα d2 x1 d2 x2 d2 x3
 
2
≡ 0, 2 , 2 , 2 . (A.4.77)
dτ dt dt dt
Dove τ è il tempo proprio della particella. Allora l’equazione

d2 xα
fα = m (A.4.78)
dτ 2

è covariante ed ha la stessa forma per tutti gli osservatori inerziali, fornendo cosı́
la generalizzazione cercata. Come si vede il quadrivettore f α (la quadriforza)
è riconducibile, istante per istante alla forza definita in modo operativo, solo
nel sistema di riferimento del moto incipiente e cosı́ pure il tempo proprio τ è
riconducibile al tempo solo in quel sistema di riferimento. In particolare se Λµν
è la trasformazione di Lorentz che porta la particella dalla quiete (sistema del
moto incipiente) alla velocità v i (velocità istantanea della particella rispetto ad
un dato osservatore inerziale) si ha
vi
fi = Λi j F j = F i + vj F j (γ − 1) ,
v2
vj
f0 = Λ0j F j = γβj F j , con βj = . (A.4.79)
c
La (A.4.78) può essere ricondotta ad una equazione del primo ordine introdu-
cendo il quadrivettore di tipo time-like

dxα
pα = m = (γmc, γm~v ) . (A.4.80)

Da cui
d α
fα = p .

pα è il quadrivettore energia-impulso, infatti nel limite di basse velocità si ha
 
0 E mc 1 2 1 2 2 4
p = =p = mc + mv + c O(β ) ,
c 1 − β2 c 2
140 APPENDICE A. SOMMARIO DI RELATIVITÀ

mv i
pi =p = mv i + c2 O(β 3 ) . (A.4.81)
1 − β2

Eliminando β (v i = cβ i ) dalle due relazioni precedenti si ottiene un legame tra


p0 e p~ e cioè

2  
p0 p)2 + m2 c2 , → E 2 = c2 (~p)2 + m2 c2 .
= (~ (A.4.82)

I concetti di energia ed impulso hanno rilevanza fisica quando, riferiti a sistemi


più complessi di quello di una singola particella, rappresentano quantità con-
servate. Quindi per arrivare ad una effettiva generalizzazione della meccanica
e, per dare un significato operativo a grandezze come limpulso o l’energia, il
primo passo da compiere consiste nel passare dal sistema ad una particella ad
un sistema a più particelle.
Per un sistema ad N particelle, ognuna di quadriimpulso pµn , si defisce il
quadriimpulso totale come
XN
Pµ = pµn . (A.4.83)
n=1

P µ è un quadrivettore di tipo time-like perché somma di quadrivettori time-like.


Questo fatto permette di estendere, in modo non ambiguo, il concetto di centro
di massa. Infatti, poiché P µ è un quadrivettore di tipo tempo per il Teorema
A.1 di Sezione A.3 esiste un sistema di riferimento nel quale le componenti
spaziali di P µ sono nulle. Questo sistema è per definizione il sistema del centro
di massa. L’origine di questo sistema di riferimento avrà le coordinate

′µ
= ct′ , 0, 0, 0 .

XG (A.4.84)

Per trovare le coordinate del centro di massa, relativamente al generico osser-


vatore inerziale, basterà applicare la trasformazione (A.3.65) alle (A.4.84), con
uµ = P µ . Ovvero
µ Pµ
XG = Λνµ XG
′ν
= Λ0µ ct′ , con Λ0µ = √ .
−Pσ P σ
Cioè
P0 Pi
t= √ t′ e i
XG =√ ct′ . (A.4.85)
−Pσ P σ −Pσ P σ
Risolvendo per t′ nella prima e sostituendo nella seconda, otteniamo l’equazione
oraria per il centro di massa

i Pi Pi
XG = ct , VGi = c.
P0 P0
A.4. LA DINAMICA RELATIVISTICA 141

Le relazioni precedenti permettono di riscrivere il quadrimpulso del sistema di


N particelle come quello di una particella singola analogamente a quanto si fa
per la teoria galileiana.
Per N particelle non interagenti poniamo allora
  − 1
~G ,
P µ ≡ γG M c, γG M V con 2
γG = 1 − βG 2
. (A.4.86)

Dalla (A.4.83) si hanno allora le identificazioni

N
X N
X
0 i
P = γG M c = γn mn c , P = γG M VGi = γn mn vni . (A.4.87)
n=1 n=1

Cioè è possibile descrivere il moto di N particelle come quello di una sola


particella che ha le coordinate del centro di massa del sistema (teorema del
baricentro), ma c’è una differenza fondamentale dal caso galileiano. Infatti la
massa associata a questa particella non è la somma delle masse delle singole
particelle, ovvero

PN N PN
n=1 γn mn
X
n=1 (γn − γG )mn
M= = mn + . (A.4.88)
γG γG
n=1

Cioè anche l’energia delle singole particelle, relativa al baricentro, contribuisce


ad M. Quindi possiamo affermare che l’intero sistema è caratterizzato dall’in-
variante massa invariante M , dato da

ηµν P µ P ν = −M 2 c2 (A.4.89)

che, nel caso di particelle non interagenti, coincide con la (A.4.88).


Per descrivere la dinamica di un sistema avremo bisogno di generalizzare
il terzo principio, il caso visto prima, che estende il teorema del baricentro, si
riferisce ad un sistema di particelle non interagenti, il problema nasce proprio
relativamente all’interazione. Per capire il problema cominciamo a considerare
ancora il caso di N particelle non interagenti e partiamo dal principio d’azione.
Le coordinate lagrangiane di un simile sistema sono le coordinate stesse delle
particelle e l’invariante più semplice che si può costruire per ogni particella è il
suo tempo proprio. Quindi, poiché l’azione è additiva, per l’azione del sistema
avremo
XN Z B
I= αn dτn . (A.4.90)
n=1 A
142 APPENDICE A. SOMMARIO DI RELATIVITÀ

Dove A e B sono gli stati iniziale e finale, le αn sono delle costanti dimensionate
che sono fissate dal limite a bassa velocità. Infatti
N
X Z tB p Z tB
I= αn dt 1 − βn2 = dtL(t)
n=1 tA tA

con
N  
X 1 2 4
, quindi αn = −mn c2 .

L(t) = αn 1 − βn + O β
n=1
2
e
N Z B N Z B q
−ηµν dxµn dxνn .
X X
2
I =− mn c dτn = − mn c (A.4.91)
n=1 A n=1 A

Dalla (A.4.91) si ottengono, con la solita procedura variazionale e tenendo conto


che δxn (A) = δxn (B) = 0, le equazioni del moto delle singole particelle. Cioè
le N equazioni indipendenti

d2 xµ d µ
cmn =c p =0, (A.4.92)
dτn2 dτn n

che esprimono la conservazione del quadrimpulso di ogni singola particella ri-


spetto al relativo tempo proprio. D’altra parte è anche dτn = γ1n dt, con t tempo
dell’osservatore, e, poiché i γn non sono nulli, si ha anche
d µ
p =0.
dt n
Ovvero i quadriimpulsi delle singole particelle si conservano per il generico
osservatore inerziale e, dalla relazione precedente, segue anche la conservazione
del quadriimpulso del centro di massa.
Se le particelle sono tra loro in interazione il problema cambia radicalmen-
te. Infatti, supponendo di poter descrivere l’interazione tramite una funzio-
ne potenziale U (che dovrà essere uno scalare), le equazioni (A.4.92) saranno
sostituite dal sistema di N equazioni dipendenti tra loro.

d µ ∂
c pn = η µν ν U (x1 (τ1 ), x2 (τ2 ), ..., xN (τN )) . (A.4.93)
dτn ∂x

Come si vede compaiono N variabili che definiscono l’evoluzione del sistema


(i tempi propri τN ) e non un solo parametro temporale t. Naturalmente,
come nell’esempio precedente, è possibile riportare, tramite le trasformazioni
dτn = γ1n dt, tutto nella stessa variabile t, ma a prezzo di una notevole compli-
cazione (ad esempio le nuove equazioni sicuramente non saranno più lineari)
A.4. LA DINAMICA RELATIVISTICA 143

e anche un problema a due corpi non sarà più risolubile in forma chiusa. Il
problema più grosso non è però legato alle complicazioni matematiche adesso
descritte, ma bensı́ alla funzione potenziale U . Infatti questa si presenta co-
me una funzione multilocale, in altri termini l’effetto sulla particella n-esima
dell’interazione dipende dalla posizione di tutte le altre particelle, ma ognuna
ad un tempo diverso in modo da rispettare il principio di causalità; come con-
seguenza la scrittura di U presuppone la conoscenza di come l’interazione si
propaga da un punto all’altro e questo equivale a conoscere, nel contesto trat-
tato, l’evoluzione delle coordinate delle singole particelle, ovvero le soluzioni
del sistema in (A.4.93). Quanto detto adesso è conseguenza della natura intrin-
secamente locale della teoria e, anche se in linea di principio non necessario,
sembra naturale cambiare il punto di vista.
L’ottica fin qui seguita è stata quella Lagrangiana, cioè si sono seguite le
coordinate delle particelle nella loro evoluzione temporale lungo le traiettorie
(in 4 dimensioni le linee d’universo). Vi è però un’altra possibilità. Ad esempio
nel caso di un fluido possiamo considerare un volumetto infinitesimo fissato
dello spazio, per un tempo pure infinitesimo, e misurare la velocità del fuido
al suo interno. Potremo ripetere questa operazione in punti e a tempi diversi;
otterremo cosı́ una rappresentazione della velocità come funzione del punto.
Una simile rappresentazione locale è detta campo (nella fattispecie si tratta del
campo di velocità). I vantaggi sono evidenti inquanto i campi sono funzioni
locali del punto e non delle coordinate delle particelle. Non avremo più le N
equazioni del moto (A.4.93), ma tante quante sono le componenti del campo di
velocità e le variabili spazio-temporali in gioco saranno solo quattro e questo per
la natura locale delle equazioni. Naturalmente non avremo più direttamente
l’informazione relativa al moto lungo la traiettoria della singola particella di
fluido, ma bensı́ ai campi. Questo punto di vista è quello detto Euleriano.
Per seguire il punto di vista Euleriano sono quindi necessarie quantità locali
fisicamente rilevanti, ovvero grandezze che si trasformano secondo rappresen-
tazioni del gruppo di Lorentz (tensori). In oltre, poiché si ha a che fare con
densità, le quantità conservate sono legate ad equazioni di continuità, cioè si
hanno delle correnti conservate. Ad esempio la conservazione dell’impulso e
dell’energia, che via il teorema di Nöether sono conseguenza dell’invarianza per
traslazione della teoria, è espressa dal tensore impulso-energia T µν che è la
corrente conservata (in un sistema isolato) ed è equivalente, in 4 dimensioni,
a 4 correnti vettoriali. Le cariche conservate sono appunto l’energia e le tre
144 APPENDICE A. SOMMARIO DI RELATIVITÀ

componenti dell’impulso spaziale. Vale cioè l’equazione di continuità

∂ µν
T =0, (A.4.94)
∂xµ

con le cariche conservate


Z Z
E
= p0 = 3
d T 00 i
, p = d3 xT 0i , con i = 1, 2, 3 . (A.4.95)
c

Nel caso particolare di N particelle (puntiformi) si ha

N
X pµn pν n 3
T µν = δ (~x − ~xn ) . (A.4.96)
p0n
n=1

Dove ~xn = ~xn (t) sono le coordinate spaziali al tempo t della particella n-esima.
Se le particelle non interagiscono tra loro, e formano un sistema isolato, la cor-
rente tensoriale (A.4.96) è conservata. L’elettrodinamica nel vuoto, illustrata
nella prima parte di queste note, è un esempio di una teoria relativistica.
Appendice B

Soluzioni dell’equazione di
Poisson

B.1 Il teorema di Green

Come abbiamo visto in 2.1.2 la soluzione dell’equazione di Poisson per una


carica (unitaria) puntiforme

1 3
∇2 Φ(~r) = − δ (~r) (B.1.1)
ǫ0

è data da
1 1
Φ(~r) = .
4πǫ0 |~r|
Da questa segue subito che la soluzione dell’equazione

1
∇2 Φ(~r) = − ρ(~r) , (B.1.2)
ǫ0

con ρ 6= 0 e finita in una regione limitata dello spazio e per limr→∞ Φ(~r) = 0,
è data dalla rappresentazione integrale

1 1 1
Z
Φ(~r) = d3 r ′ G(~r − r~′ )ρ(r~′ ) , dove G(~r − r~′ ) = . (B.1.3)
ǫ0 4π ~r − r~′

G(~r − r~′ ) è la funzione di Green del problema. Nel caso in cui il problema
presenta dei bordi, ad esempio la regione dello spazio che contiene le cariche è
delimitata da delle superfici conduttrici sulle quali il potenziale assume dei va-
lori costanti e la sua derivata normale (alla superficie) è una funzione assegnata,

145
146 APPENDICE B. SOLUZIONI DELL’EQUAZIONE DI POISSON

cioè si ha a che fare con un problema di condizioni al contorno di Cauchy, la


situazione è più complessa. Esaminiamo nello specifico il caso in cui la funzione
ρ(~r) ha supporto all’interno di un volume V e il potenziale Φ e la sua derivata
~ assumono valori assegnati sull’interno della superfice ∂V che
normale ~n · ∇Φ
racchiude il volume V .
Consideriamo adesso le relazioni
 
~ r G(~r − r~′ )
~ r · Φ(~r)∇
∇ = Φ(~r)∇2r G(~r − r~′ ) + ∇ ~ r G(~r − r~′ )
~ r Φ(~r) · ∇
 
~ r · G(~r − r~′ )∇
∇ ~ r Φ(~r) = G(~r − r~′ )∇2r Φ(~r) + ∇
~ r G(~r − r~′ ) · ∇
~ r Φ(~r)
(B.1.4)

Integrando sul volume V e usando il teorema di Gauss si ha


Z   Z
3 2 ~′ ~ ~ ~′
d r Φ(~r)∇r G(~r − r ) + ∇r Φ(~r) · ∇r G(~r − r ) = ~ r G(~r − r~′ ) · ~ndσ
Φ(~r∂ )∇
Z V ∂V
  Z
3 ~ ′ 2 ~ ~ ′ ~
d r G(~r − r )∇r Φ(~r) + ∇r G(~r − r ) · ∇r Φ(~r) = G(~r∂ − r~′ )∇
~ r Φ(~r) · ~ndσ
V ∂V

Facendo la differenza membro a membro delle due espressioni si ottiene il


teorema di Green
Z  
d3 r Φ(~r)∇2r G(~r − r~′ ) − G(~r − r~′ )∇2r Φ(~r)
V
Z h i
= Φ(~r∂ )∇~ r G(~r − r~′ ) − G(~r∂ − r~′ )∇
~ r Φ(~r) · ~ndσ
∂V

Ovvero
 
)
Z   ρ(~ r
d r −Φ(~r)δ ~r − r~′ + G(~r − r~′ )
3 3
V ǫ0
Z h i
= ~ r G(~r − r~′ ) − G(~r∂ − r~′ )∇
Φ(~r∂ )∇ ~ r Φ(~r) · ~ndσ
∂V

Quindi, se l’estremo di r~′ è all’interno del volume V si ha (scambiando r ↔ r ′ )

1 ρ(r~′ )
Z
Φ(~r) = d3 r ′
4πǫ0 V ~r − r~′
 
1 1 1
Z
+ dσ  ~ r′ Φ(r~′ ) − Φ(r~′ ∂ )~n · ∇
~n · ∇ ~ r′  ,
4π ∂V ~r − r~′ ∂ ~r − r~′
(B.1.5)

e Φ(~r) = 0 in caso contrario. Questo prova la (3.3.127). La (B.1.5) può essere


estesa al caso di un bordo non semplicemente connesso.

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