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Il sistema finanziario
Il sistema finanziario è il sistema all’interno del quale sono posizionate le banche e gli altri intermediari finanziari.
Il primo modo in cui si può definire il sistema finanziario è quello di riferirsi alla struttura del sistema (profilo strutturale).
All’interno del sistema finanziario troviamo:
- Intermediari finanziari
- Mercati finanziari
- Autorità di regolamentazione e vigilanza
- Banche Centrali
- Contratti
Possiamo quindi definire il sistema finanziario come complesso integrato di contratti, intermediari finanziari, mercati
finanziari, autorità di regolamentazione e di vigilanza e banche centrali, esistenti in un dato luogo e in un dato
momento.
Si può poi considerare il sistema finanziario da un profilo funzionale: il sistema finanziario è un’infrastruttura cruciale
per il funzionamento delle moderne economie, in quanto svolge importanti funzioni. Le funzioni svolte dal sistema
finanziario, che aiutano significativamente gli operatori e il sistema economico a funzionare correttamente, sono:
1. Funzione monetaria
È la funzione che fa in modo che il sistema dei pagamenti funzioni correttamente, così come gli strumenti di
pagamento e altri meccanismi come il moltiplicatore.
Abbiamo quindi due profili per definire il sistema finanziario: un profilo strutturale e un profilo funzionale.
Le funzioni che vengono svolte dai sistemi finanziari sono state studiate anche da R. Merton, il quale delinea le seguenti:
b) Creare meccanismi che consentano la raccolta di risorse presso il pubblico e realizzare pooling per finanziare
grandi investimenti
Richiama la “funzione creditizia” (di allocazione delle risorse): occorre trovare un modo per raccogliere le risorse
presso il pubblico (famiglie che risparmiano) per tramutarle in finanziamenti per investimenti importanti mediante
l’intervento delle banche.
c) Effettuare trasferimenti intersettoriali (nel tempo e nello spazio) di risorse economiche e finanziarie
I mercati finanziari
Del sistema finanziario fanno parte anche i mercati finanziari. La classificazione principale è quella tra mercati diretti e
mercati aperti (indiretti).
MERCATI DIRETTI
Nei mercati diretti, il prezzo viene fuori dalla forza contrattuale delle parti: se c’è un soggetto più forte, questo riesce ad
imporre il suo prezzo.
Consideriamo il caso di crediti e depositi: i finanziamenti che un’impresa riceve non sono tutti allo stesso tasso (tasso è il
prezzo del credito). Il tasso dipende da molte motivazioni, ad esempio a cosa serve il finanziamento, come sta l’impresa,
che durata ha il finanziamento, ecc.. tuttavia, l’elemento più importante è la forza contrattuale delle parti: se vado in banca
a chiedere un prestito e nella stessa banca va anche Mario Draghi a chiedere lo stesso prestito, il prezzo del finanziamento
sarà chiaramente diverso → pagherò il credito più di quanto lo paga Mario Draghi perché lui ha una forza contrattuale nei
confronti della banca maggiore di quella che ho io.
Altro caso interessante da ricordare è quello del tasso FIAT. Giovanni Agnelli era solito comunicare alle anche quale tasso
di interesse era disposto a pagare per ottenere finanziamenti: “Vuoi finanziarmi? Sono la prima impresa automobilistica in
Italia, ti dico io il tasso al quale puoi finanziarmi”. Questo tasso veniva chiamato tasso FIAT e veniva pubblicato, almeno per
un certo periodo, su Il Sole 24 Ore, e tipicamente era più basso del prime rate, cioè il tasso attivo minimo che le banche
applicano sui prestiti.
Agnelli e Draghi, nei nostri esempi, sono soggetti price maker, perché hanno la forza contrattuale per poter imporre alla
banca le proprie condizioni. Questo vale per i crediti tanto quanto per i depositi.
La forza contrattuale dipende dalla reputazione delle persone, dal lavoro svolto, e soprattutto dalla potenza economica e
dalla grandezza del rischio di insolvenza. Se ho una buona reputazione, la mia impresa ha una potenza economica
importante e va molto bene, il mio rischio di insolvenza è basso e quindi avrò più forza contrattuale.
NEI MERCATI DIRETTI LA FORZA CONTRATTUALE NEI CONFRONTI DELLA BANCA È DETERMINANTE NELLA DEFINIZIONE DEL PREZZO .
MERCATI APERTI
Nei mercati aperti, la forza contrattuale delle parti non rileva, o meglio non è decisiva: ci sono invece grandi correnti di
domanda e offerta.
Se io e Mario Draghi andiamo in banca a comprare un BOT, Draghi non lo otterrà a condizioni migliori rispetto a me, perché
ci sono massicce correnti di domanda e offerta sul BOT da cui scaturisce il prezzo a cui lo comprano tutti.
I MERCATI APERTI SONO MERCATI IN CUI LA FORZA CONTRATTUALE DELLE PARTI NON È DECISIVA NELLA DEFINIZIONE DEL PREZZO ,
MENTRE CI SONO GRANDI CORRENTI DI DOMANDA E OFFERTA .
Anche nei mercati diretti il prezzo scaturisce da un’interazione tra domanda e offerta, ma in questo caso la forza contrattuale
è decisiva. Nei mercati indiretti invece il prezzo scaturisce dall’interazione tra domanda e offerta, da correnti massicce di
queste, e quindi la forza contrattuale non rileva.
➔ Esempi: mercato monetario, mercato finanziario, mercato dei cambi, mercato internazionale dei capitali.
NEL MERCATO MONETARIO VENGONO SCAMBIATE DELLE ATTIVITÀ FINANZIARIE CHE HANNO VITA RESIDUA FINO A 12 MESI.
Perché il mercato internazionale dei capitali è considerato un mercato aperto, se al suo interno vengono scambiati
i crediti, che rientrano tipicamente nei mercati diretti? Il mercato internazionale dei cambi dovrebbe essere
suddiviso in due parti:
→ la parte dei crediti tra i mercati diretti
→ la parte dei titoli tra i mercati aperti.
Il mercato internazionale dei capitali (in generale) viene considerato un esempio di mercato aperto per prassi.
Le unità in surplus finanziano le unità in deficit. Oltre alla distinzione vista tra mercati diretti e aperti, occorre poi distinguere
i circuiti diretti dai circuiti indiretti.
Le famiglie sono tipicamente unità in surplus finanziario, per le quali si presume che quello che entra sia maggiore di quello
che esce. Una tipica unità in deficit sono invece le imprese, che si indebitano per raccogliere risorse per poter effettuare
investimenti, aprire nuovi mercati di sbocco, ecc.
Le imprese cercano ricorse, le famiglie hanno a disposizione risorse aggiuntive. Questi due operatori possono essere messi
in contatto in 3 modalità:
• Circuiti indiretti
Le famiglie hanno risorse in eccesso, le imprese hanno un deficit: come posso trasferire l’eccesso delle famiglie
alle imprese? Posso farlo tramite l’intervento di intermediari finanziari (tra cui le banche).
• Circuiti diretti
Le unità in surplus interagiscono direttamente con quelle in deficit. La banca non ha alcun ruolo, se non guadagnare
una commissione riguardo all’operazione che abbiamo svolto.
Nel circuito finanziario indiretto il trasferimento di risorse avviene per il tramite di banche e di intermediari creditizi. Per
questi operatori la funzione di intermediazione è effettuata con l’interposizione del proprio bilancio. Intermediari finanziari
agiscono quali asset transformers, cosa significa?
Immaginiamo che una famiglia metta dei quattrini sul cc e dice alla banca di lasciarli per 18 mesi. Facciamo finta che
un'azienda ha bisogno di un prestito per 24 mesi, allora la banca trasforma le scadenze in rischi, per 18 mesi usa le risorse
di quella famiglia, per gli altri 6 mesi usa le risorse di un’altra famiglia.
Il collegamento diretto individua un circuito di intermediazione nel quale le passività finanziarie create dalle unità in
disavanzo finanziario trovano una contropartita diretta nelle attività ammesse allo stato patrimoniale delle unità in avanzo
finanziario, cioè nello sp attivo della famiglia per il rendimento che essa può attribuire.
Come in tutti i mercati, sono necessari agenti o intermediari finanziari che facilitino e consentano l’incontro fra domanda
e offerta:
• Circuito diretto puro, compro direttamente un’azione di una società di gestione del risparmio;
• Circuito diretto assistito, utilizzo una procedura, un trading online, per poter comprare azioni;
• Circuito diretto intermediato, allude alla situazione in cui un’unità un surplus compra un fondo comune
d'investimento per finalità di investimento e il gestore del fondo decide di andare ad investire in titoli di un’unità in
deficit, ovvero di un’impresa. L’ha comprata il gestore del fondo, io famiglia ho comprato una quota del fondo.
Gli intermediari finanziari agiscono quali asset brokers, la banca passa l’ordine.
Ciascun settore istituzionale è fisiologicamente una unità in surplus o una unità in deficit.
Per ottenere il saldo finanziario si deve sottrarre alla variazione delle attività finanziarie le passività finanziarie.
Un settore istituzionale è in avanzo finanziario quando il suo saldo finanziario è positivo. Un settore istituzionale è in
disavanzo finanziario quando il suo saldo finanziario è negativo.
Segni e trends dei saldi finanziari sono indicativi del fabbisogno di trasferimento di risorse finanziarie fra i diversi settori
realizzato attraverso il sistema finanziario.
Attraverso questi strumenti (attività finanziarie) si attua il trasferimento di risorse tra dai soggetti in surplus ai soggetti in
deficit. Le attività finanziarie possono essere denominate in valute diverse: per esempio, posso avere un conto corrente in
euro, oppure in dollari. Anche per quanto riguarda le scadenze, possiamo avere obbligazioni o titoli di Stato a 30 anni, oppure
a 5 anni o più brevi.
Quindi, caratteristiche di scadenza e di valuta delle attività finanziarie sono molto flessibili. Le attività finanziarie possono
avere la natura di:
Il rapporto da cui scaturisce una attività finanziaria può essere di diverse tipologie.
a) Rapporto di credito (titoli di Stato, obbligazioni, depositi bancari, strumenti derivati) → si chiamano rapporti di
credito perché nel comprare tali strumenti l’acquirente sta concedendo un credito.
b) Rapporto di partecipazione (azioni con diritti patrimoniali e amministrativi differenti) → se compro un’azione,
divento socio, ho una partecipazione nel capitale della società.
c) Rapporto di tipo assicurativo (polizze vita, morte, danni).
Ci sono delle obbligazioni che non hanno scadenza, che vanno avanti fino all’età di chi ha emesso l’obbligazione.
L’informazione è una caratteristica essenziale dei mercati e dei contratti. La valutazione delle varie tipologie di rischio nel
corso della vita dell’attività finanziaria dipende dalle informazioni disponibili alle parti in causa. L’informazione è allo stesso
tempo input e output dell’attività degli intermediari e dei mercati finanziari. È input in quanto i processi decisionali degli
operatori si basano su informazioni (private). È anche output perché il prezzo di ciascuna attività finanziaria incorpora
informazioni, in quanto è frutto del processo decisionale stesso.
- tasso di interesse → i tassi a loro volta possono essere nominali, reali, tassi fissi o tassi variabili
- dividendo → rappresenta la remunerazione per i detentori di contratti di partecipazione;
- variazioni di prezzo delle attività finanziarie
- variazioni dei tassi di cambio
- variazioni del tasso di inflazione.
Per quanto riguarda il rischio, è bene considerare che non esiste rendimento senza rischio. Infatti, se non c’è rischio, il
rendimento è molto basso e limitato. Le tipologie di rischio a cui si espone l’investitore sono:
- liquidità (contante e depositi): il mio rischio è molto basso, ma anche il mio rendimento
- Government Bonds (titoli di Stato): il mio rischio è piuttosto basso e così anche il mio rendimento
- Corporate Bonds (Obbligazioni emesse da imprese): il rendimento è più alto, ma inizio ad avere un rischio
significativo
- High Yield Bonds (obbligazioni ad alto rischio): obbligazioni emesse da soggetti meno solvibili, il rendimento è più
alto
- Listed Equity (azioni quotate): rendimento potenziale molto elevato, ma rischio altrettanto elevato.
- valori mobiliari
- strumenti del mercato monetario
- quote di un organismo di investimento collettivo del risparmio
- contratti derivati.
Per valori mobiliari si intendono categorie di valori che possono essere negoziati nel mercato dei capitali (mercati
finanziari), quali ad esempio azioni, obbligazioni, titoli di Stato.
Gli strumenti del mercato monetario si riferiscono a categorie di strumenti normalmente negoziati sul mercato monetario,
quali ad esempio i BOT, i pronti contro termine, le accettazioni bancarie, i certificati di deposito e le carte commerciali.
Per prodotti finanziari si intendono gli strumenti finanziari e ogni altra forma di investimento di natura finanziaria, anche se
non sono finanziari in senso stretto: un esempio sono le polizze assicurative con natura finanziaria. Non costituiscono
prodotti finanziari i depositi bancari o postali.
Se un prodotto è finanziario, bisogna dare al pubblico un’idonea informazione per consentire al pubblico di comprenderlo
e, nel caso lo voglia acquistare, di poterlo fare con consapevolezza: la qualificazione di prodotto finanziario impone il
rispetto delle norme in materia informativa (esempio: offerta al pubblico di prodotti finanziari).
I mezzi di pagamento (assegno, carta di credito, ecc.) non sono strumenti finanziari.
I criteri di classificazione dei mercati, utilizzabili per individuare segmenti omogenei dal punto di vista della domanda e
dell’offerta, si basano almeno sui seguenti punti:
- i mercati vengono normalmente organizzati con riferimento a categorie omogenee: ad es. azioni, obbligazioni,
strumenti derivati, cambi, ecc.
- in tutti i mercati, e in particolare in quelli azionari e obbligazionari, bisogna distinguere fra mercato primario e
mercato secondario.
Il mercato secondario è invece il mercato sul quale vengono effettuate transazioni su strumenti finanziari in precedenza
emessi sul mercato primario. Una volta che uno strumento è quotato sul mercato primario ed è comparso,
successivamente può essere frutto di negoziazione, cioè può essere scambiato. Questo scambio tuttavia no avviene sul
mercato primario, sul quale comprare il titolo per la prima volta, ma avviene sul mercato secondario. Cioè, una volta che lo
strumento è stato emesso, ogni scambio relativo a questo strumento avviene sul mercato secondario. Questi scambi
servono per dare (assicurare) liquidità agli investitori: chi ha investito in strumenti sul mercato primario, vendendoli, può
ottenere liquidità → il mercato secondario consente di ottenere un prezzo relativamente a questi strumenti che sono stati
emessi.
Quindi, un BOT che viene collocato in asta è tipico del mercato primario. Se quello stesso BOT è oggetto di una
compravendita il giorno dopo rispetto alla sua emissione, si compie un’operazione di mercato secondario.
Per definizione, un titolo comprare per la prima volta sul mercato primario, che aiuta a trasferire le risorse dalle unità in
surplus alle unità in deficit, cioè collega le due unità. Ad esempio, una impresa si quota in borsa o emette per la prima volta
dei titoli obbligazionari: questi valori mobiliari vengono comprati da soggetti in surplus. Attraverso il mercato primario si
canalizzano le risorse verso le unità in deficit.
Sul mercato secondario vengono scambiati dei titoli in precedenza emessi sul mercato primario. Ci sarà sicuramente un
prezzo (che è il frutto dell’incontro tra massicce correnti di domanda e di offerta), che permette di eseguire le transazioni di
compravendita di quei titoli. Il mercato secondario non fornisce nuove risorse a unità in deficit: le nuove risorse vengono
emesse solo sul mercato primario, mentre sul secondario ci sono risorse che sono già state messe in circolazione
precedentemente. Il mercato secondario può servire semplicemente per trasferire queste risorse da un soggetto all’altro…
Altra distinzione importante da fare è quella tra mercati monetari e mercati dei capitali.
a) Mercati monetari → sono i mercati in cui vengono scambiate attività finanziarie che hanno vita residua fino a 12
mesi. Si tratta di mercati a breve scadenza sui quali vengono negoziati tipicamente BOT, titoli a breve, certificati di
deposito a breve termine, pronti contro termine, depositi interbancari, ecc.
b) Mercati dei capitali (chiamati anche mercati finanziari) → facilitano il trasferimento di fondi tra unità in surplus e
unità in deficit, ma lo facilitano su un orizzonte di investimento e un periodo di riferimento che è tipicamente di
medio-lungo termine. Il classico esempio è quello del mercato di borsa.
a) Mercati regolamentati → prevedono un regolamento che disciplina i meccanismi di funzionamento dei mercati
stessi. Pensiamo per esempio al mercato di borsa, il cui funzionamento è disciplinato da un regolamento specifico.
b) Mercati over the counter (OTC) → sono mercati non regolamentati in cui gli scambi avvengono direttamente tra le
parti, e di conseguenza presentano anche tutele minori. Ad esempio le transazioni su alcune tipologie di strumenti
derivati avvengono in OTC.
a) Mercati all’ingrosso (wholesale) → comprando all’ingrosso, tipicamente si acquistano quantità maggiori a prezzi
tendenzialmente più bassi.
b) Mercati al dettaglio (retail) → comprando al dettaglio, le quantità sono più limitate e il prezzo potrebbe tuttavia
essere meno competitivo.
La stessa distinzione tra mercati all’ingrosso e mercati al dettaglio vale in riferimento ai mercati finanziari: ad
esempio, sul mercato al dettaglio un intermediario si rivolge alla molteplicità della clientela globalmente intesa,
quindi a tutti i clienti. Su un mercato all’ingrosso invece potrebbero rivolgersi a clienti istituzionali, che compiono
operazioni di importo unitario particolarmente rilevante: si tratta di clienti più consapevoli dal punto di vista
finanziario, che riescono a spuntare delle condizioni più appetibili.
Quando si struttura un mercato, lo si organizza e si stabiliscono i prezzi, i regolamenti e le modalità di funzionamento dello
stesso, cercando di rispettare le quattro caratteristiche presentate. Così facendo, si rende il mercato efficiente e i prezzi più
significativi. La progettazione/modifica delle caratteristiche organizzative ed operative dei mercati è volta a migliorare le
condizioni di efficienza e di formazione dei prezzi (price discovery). Prendiamo un mercato come quello dei titoli di stato,
dove ogni secondo arrivano valanghe di ordini in acquisto o in vendita: tutti questi ordini a vari prezzi fanno sì che il mercato
sia molto ampio, spesso, elastico, e gli ordini mutano subito quando cambiano i prezzi → è un mercato sicuramente molto
efficiente. Se prendiamo un mercato di un’obbligazione di un’impresa che ne ha emesse in numero limitato, significa che
non ci sono molti titoli in circolazione e dunque gli scambi per definizione sono sporadici, magari molto distanziati nel
tempo, e allora i prezzi che scaturiscono da questi scambi sono dei prezzi meno significativi: dietro a questi prezzi ci sono
meno correnti di domanda e offerta, quindi il prezzo assume caratteri di minore significatività.
- DEALERS → I dealers operano per conto proprio ed assolvono la funzione di rendere liquido il mercato di particolari
attività finanziarie, assicurando la continuità degli scambi. Essi detengono un proprio portafoglio di attività
finanziarie che utilizzano per rispondere prontamente alle esigenze di negoziazione manifestate da altri operatori,
esprimendo prezzi di acquisto (denaro – bid) e prezzi di vendita (lettera – ask).
- MARKET MAKERS → Sono operatori che agiscono per conto proprio e che si sono impegnati a rendere pubbliche
le condizioni di prezzo a cui sono disposti a negoziare, quotando i prezzi a cui intendono acquistare (prezzi denaro)
e vendere (prezzi lettera), e i lotti minimi delle attività finanziarie di cui si sono impegnati a “fare mercato” nei mercati
regolamentati. È un soggetto che fa il mercato, dà la possibilità al compratore di acquistare perché inserisce un
prezzo in vendita, e dà la possibilità al venditore di vendere.
L’operatività degli intermediari finanziari nei mercati: l’offerta di ser vizi e di attività di investimento
Ci sono una serie di attività che gli intermediari svolgono sui mercati, ad esempio attività di investimenti fatte dalla banca
per conto della clientela. Per “servizi e attività di investimento” si intendono le attività di seguito riportate quando hanno per
oggetto strumenti finanziari:
- banche
- intermediari creditizi non bancari (non sono banche vere e proprie, ma possono svolgere un’attività creditizia, come
le società di leasing)
- società veicolo per la cartolarizzazione
- SGR (Società di gestione del risparmio)
- SIM (società di intermediazione immobiliare)
- Compagnie di assicurazione (negoziano polizze assicurative)
- Istituti di moneta elettronica e di pagamento.
Per capire di cosa si occupano gli intermediari finanziari possiamo fare riferimento alle seguenti tabelle.
Il CREDITO è una famiglia di operazioni importanti: oltre al credito classico a breve (fino a 18 mesi), a medio (dai 18 ai 60
mesi) e a lungo (oltre 60 mesi), ci sono anche il leasing, il factoring e il credito al consumo.
Tipicamente i crediti li fanno le banche o le SPV. L’attività di leasing finanziario è tipicamente svolta dalle società di leasing,
ma può essere svolta anche da banche, e lo stesso vale per le attività di factoring, che possono essere svolte dalle società
di factoring e dalle banche.
Una banca può decidere di fare attività di leasing, di factoring e di credito al consumo, così come può decidere di non farle.
L’unica attività che le banche sono obbligate a svolgere sono le attività di credito, mentre per quanto riguarda le altre attività
elencate, la legge bancaria abilita le banche a svolgerle, ma non le obbliga.
L’attività di assunzione di partecipazioni nel capitale delle imprese può essere svolta anche dalle banche, mentre in passato
era vietato poiché la crisi del 1929 aveva generato grossi problemi, poiché le imprese si sono destabilizzate e sono fallite, e
di conseguenza le banche che avevano assunto partecipazioni in queste imprese rischiavano anch’esse il fallimento. Nel
1936 la legge bancaria, rimasta in vigore fino al 1994, vietava alle banche di assumere partecipazioni nelle imprese.
La sottoscrizione e il collocamento di strumenti finanziari è un’attività svolta dalle banche, ma anche dalle SIM, che possono
far parte di un gruppo bancario o essere indipendenti.
La NEGOZIAZIONE DI STRUMENTI FINANZIARI è un’attività diversa dalla sottoscrizione e del collocamento. Negoziare
significa scambiare, svolgere un’attività di broker e dealer. In questa categoria è infatti compresa l’attività di negoziazione di
strumenti finanziari per conto proprio e di terzi, e può essere svolta da banche o SIM.
La gestione collettiva riguarda i fondi comuni di investimento, il cosiddetto risparmio gestito. La gestione collettiva
è dedicata a SGR e Sicav (società di investimento a capitale variabile, simili ai fondi comuni ma con capitale
variabile). Rispetto agli altri casi menzionati, in questo caso le banche non sono menzionate perché NON sono
autorizzate a svolgere questo tipo di attività.
La gestione collettiva del risparmio viene anche chiamata “gestione in monte”, che a livello di normativa fiscale è
frutto di una riserva di attività. Con la gestione in monte, si raccolgono risorse da tanti clienti, che vengono messe
in monte, e assieme vengono utilizzate per effettuare investimenti uguali per tutti coloro che detengono una quota
di questo “monte”, ovvero coloro che hanno versato il denaro.
- La gestione individuale del risparmio
- La consulenza finanziaria è un’attività dedicata a SIM, SGR e banche: questi intermediari fanno consulenza per far
comprare al cliente un determinato titolo/azione/obbligazione.
- L’assicurazione vita e danni è un’attività dedicata alle compagnie di assicurazione. Anche in questo ambito NON
troviamo le banche, in quanto l’attività assicurativa ha una riserva di legge, che prevede che il suo esercizio sia
esclusivamente riservato alle compagnie di assicurazione. Le banche possono vendere polizze assicurative, ma
non possono esercitare attività assicurativa in senso proprio.
- La previdenza riguarda invece i fondi pensione: in questo caso i soggetti abilitati allo svolgimento dell’attività sono
molti, tra cui anche le banche.
I SERVIZI A PAGAMENTO comprendono l’offerta di strumenti di pagamento, che possono vedere molti soggetti operanti,
tra cui anche le banche. Chiaramente ci saranno delle differenze nell’aprire un fondo pensionistico con una banca piuttosto
che con una compagnia di assicurazione.
LE AUTORITÀ DI VIGILANZA
Poiché l’attività svolta da banche e altri intermediari finanziari è molto importante, servono dei soggetti che sorveglino e
controllino le attività svolte nei sistemi finanziari. Tali soggetti sono le autorità di vigilanza.
La crucialità delle funzioni svolte dai sistemi finanziari giustifica l’ampia attività di regolamentazione che li contraddistingue,
della cui produzione e sorveglianza sono competenti le autorità di vigilanza. La necessità di prevenire “fallimenti” nel
sistema è collegata ai costi relativi alle crisi, all’impatto delle stesse sulla fiducia dei partecipanti e sullo sviluppo delle
economie interessate. La globalizzazione dell’intermediazione finanziaria rende più importante il rafforzamento dei presidi
per il coordinamento dell’attività di vigilanza e l’armonizzazione dei regolamenti a livello internazionale.
Con BANCA D’ITALIA intendiamo il braccio armato della BCE, che si occupa del nostro territorio:
1. Politica monetaria
2. Vigilanza sulle banche e su altri intermediari finanziari
La vigilanza viene svolta con l’obiettivo che il sistema finanziario non si destabilizzi, che operi in modo efficiente,
ovvero che il servizio finanziario non costi troppo, e che gli intermediari del sistema siano gestiti in modo prudente
e sano. L’azione di vigilanza di Banca d’Italia ha tre obiettivi importantissimi:
→ la stabilità del sistema
→ l’efficienza del sistema
→ la sana e prudente gestione
La CONSOB (Commissione nazionale società e borsa) riguarda i mercati borsistici e quindi la tutela del risparmio degli
italiani. La Consob ha il compito di assicurarsi che chi emette determinati strumenti su un mercato e gli intermediari
finanziari che operano su quel mercato si comportino in modo corretto e trasparente. La Consob si occupa di assicurare il
rispetto di:
- correttezza
- competenza.
IVASS (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni) controlla le assicurazioni. Il suo obiettivo è assicurarsi che il sistema sia
stabile ed efficiente e che le imprese di assicurazione siano corrette, trasparenti, sane e prudenti nello svolgimento della
propria attività.
La COVIP (Commissione di vigilanza sui fondi pensione) tutela il risparmio destinato alla previdenza complementare.
Poiché abbiamo pochi fondi pensione, serve una previdenza complementare per portare a casa del denaro per creare un
fondo pensione, perché la sola previdenza pubblica non garantisce grandi risultati.
La AGCM (Autorità garante della concorrenza e del mercato) evita che ci siano posizioni dominanti e monopolistiche: ad
esempio, evita che avvenga una concentrazione tra le prime tre banche del Paese.
- EBA, che detta le linee a livello europeo sull’attività bancaria (si occupa della supervisione);
- ESMA, che si occupa dell’attività che riguarda assicurazioni e pensioni, quindi opera nell’ambito del business
assicurativo e previdenziale a livello europeo;
- EIOPA, che si occupa del mondo titoli e mercati.
Il meccanismo più noto è il meccanismo di vigilanza unico (MVU) o Single Supervisory Mechanism (SSM), che demanda
alla Banca Centrale Europea e alle autorità di vigilanza dei diversi paesi dei compiti di vigilanza sulle banche, ma a livello
europeo. Si distinguono due tipologie di banche:
- Le banche significative
Sono vigilate direttamente dalla BCE. Le banche si definiscono significative nel momento in cui rispettano una serie
di requisiti. Sono le banche più grandi e allo stesso tempo più “delicate”, motivo per cui la BCE vuole esercitare una
vigilanza diretta su di esse.
- Altre banche
Sono vigilate dalla Banca d’Italia, ovvero dall’autorità di vigilanza nazionale a cui la BCE ha demandato lo
svolgimento dell’attività di vigilanza per le banche che non sono significative.
I mutamenti nella struttura del sistema finanziario incidono sulle condizioni di efficienza ed efficacia con cui vengono svolte
le sue funzioni nel tempo.
L’evoluzione della struttura del sistema e lo sviluppo economico sono collegate: i sistemi più complessi (in senso positivo),
ovvero strutturati e articolati, sono suscettibili di generare un maggiore sviluppo economico.
- orientato agli intermediari, se le imprese per sviluppare i loro progetti recepiscono le risorse con cui operare dalle
banche, a titolo di finanziamento erogato dalle banche alle imprese. In questo modello, gli intermediari hanno un
ruolo decisivo: il finanziamento alle imprese viene effettuato dagli intermediari (circuito indiretto);
- orientato al mercato, quando le imprese possono ottenere soldi quotandosi in borsa, o vendendo obbligazioni sul
mercato. Gli intermediari non danno più denaro alle imprese, ma eventualmente si limitano a coordinare le
operazioni. Le imprese qui recepiscono le risorse mediante ricorso al mercato.
Inizialmente i sistemi erano orientati o agli intermediari, o al mercato: il particolare, il sistema italiano era orientato agli
intermediari, come anche quello tedesco, mentre i sistemi italiano e inglese erano orientati al mercato. Negli ultimi anni
invece si ha un progressivo avvicinamento a forme ibride.
Altra distinzione che si può effettuare fra sistemi è basata sulla natura delle informazioni. distinguiamo:
- sistemi relationship based, basati su relazioni strette con la clientela e su informazioni private: si tratta di sistemi
tipici quando si concedono presisiti. Si tratta di un modello più “vicino” al sistema orientato agli intermediari;
sistemi arm’s lenght, fondati su informazioni di natura pubblica: chi emette titoli obbligazionari è obbligato a
presentare determinati prospetti, informazioni pubbliche, ecc.. è un modello più vicino ai sistemi orientati al
mercato.
Punti di forza
- La superiore capacità di acquisizione di informazioni (anche riservate) su aziende e manager favorisce l’allocazione
più efficiente di risorse finanziarie.
- Le banche formano relazioni di lungo periodo con le aziende e mantengono le informazioni private senza diffonderle
nei mercati.
- Le banche, in quanto coalizioni coordinate di investitori, sono migliori rispetto ai mercati nel monitorare le imprese
- Le banche possono forzare in modo più efficace le imprese a ripagare i debiti rispetto ai mercati atomistici,
soprattutto nei Paesi in cui i sistemi legali sono deboli.
- I sistemi finanziari basati sulle banche risultano maggiormente idonei a favorire l’industrializzazione diffusa, spesso
caratterizzata dall’elevata presenza di piccole e medie imprese (caso Italia).
- Limitato trasferimento del rischio di impresa alle famiglie.
Punti di debolezza
Punti di forza
- I mercati dei capitali competitivi svolgono un ruolo positivo nell’aggregare informazioni diffuse e trasmettere queste
informazioni agli investitori, con conseguenze benefiche per il finanziamento dell’economia → se il mercato
funziona bene ed è valido, la crescita economica può essere importante perché il mercato funzionante è in grado
di raggruppare una serie di informazioni pubbliche.
- I sistemi finanziari basati sui mercati rafforzano il governo societario, favorendo le operazioni di acquisizione del
controllo societario e rendendo più facile collegare il compenso dal management alle performance societarie.
- Inoltre, i mercati facilitano la gestione del rischio attraverso la produzione/scambio di strumenti finanziari idonei al
trasferimento.
Punti di debolezza
- Maggiore discrezionalità delle imprese nelle scelte di struttura finanziaria (rischio di eccesso di indebitamento)
- Elevato trasferimento del rischio d’impresa verso le famiglie e gli altri attori del sistema finanziario.
Oltre alla distinzione tra sistema orientato agli intermediari e sistema orientato al mercato, vi sono poi ulteriori orientamenti
e prospettive, anche se meno importanti.
Con credito totale bancario (interno) si fa riferimento alla sommatoria dei finanziamenti interni al settore non statale
(impieghi banche + emissioni obbligazionarie imprese) + fabbisogno del settore statale.
La capitalizzazione di borsa è data dal prodotto tra il numero di azioni per il loro valore di mercato. Se il numeratore è alto,
si sarà più orientati verso il mercato.
Tuttavia, il modo migliore per misurare l’orientamento del mercato prevede il ricorso ai cosiddetti indici di Goldsmith.
Tanto più è alto questo rapporto, maggiore sarà il peso delle attività finanziarie rispetto alla ricchezza nazionale.
Valori elevati del grado di intensità finanziaria costituiscono un terreno più favorevole per un sistema orientato agli
intermediari. Se di contro ho valori più bassi, significa che la ricchezza nazionale pesa di più sulle attività finanziarie e quindi
ci saranno meno prestiti da parte degli intermediari e, di conseguenza, un maggiore orientamento al mercato.
Rapporto di intermediazione
Tanto più è elevato il rapporto di intermediazione, tanto più il sistema è orientato agli intermediari. Si tratta dell’indicatore
più affidabile e significativo per valutare se un sistema è orientato agli intermediari.
Gli indicatori per la misurazione della struttura e dello sviluppo dei sistemi finanziari
In un sistema finanziario altamente interconnesso, l’insolvenza di un intermediario viene trasmessa ad altre entità e
all’economia reale. Oggi in Italia prevale un orientamento al mercato o agli intermediari? Per molti anni è prevalso un
orientamento agli intermediari, mentre oggi si ha una convivenza dei due modelli, a formare un modello ibrido.
I costi di transazione
Anzitutto occorre ricordare che gli intermediari svolgono un’attività preziosa all’interno del sistema finanziario, e in
particolare possono fungere da asset broker o asset transformer.
Gli intermediari ASSET BROKER non si occupano di credito, ma svolgono varie funzioni, tra cui il rendere accessibile
l’ingresso sui mercati finanziari, l’acquisto di titoli: svolge attività di servizio, non di trasformazione. Questi hanno la capacità
di sfruttare le economie di scala, ovvero di ridurre i costi (in larga misura fissi) unitari di transazione al crescere dei volumi
di attività. Gli asset broker puri non operano una trasformazione dei rischi di credito e di liquidità tipica degli intermediari
creditizi e, in particolare, di quelli bancari. Affrontano rischi di tipo operativo, legati al malfunzionamento delle procedure;
non concedono finanziamenti, né guadagnano un tasso di interesse, ma vengono remunerati attraverso commissioni, le
quali trovano giustificazione nel rendere accessibile, al soggetto che si rivolge all’asset broker, un servizio in ambito
tipicamente mobiliare (titoli).
Gli ASSET TRANSFORMER da una parte raccolgono denaro per prestarlo ad un’altra parte: raccolgono fondi presso i
soggetti in avanzo emettendo proprie passività, le cosiddette secondary securities, che costituiscono la raccolta da
impiegare in crediti e, alternativamente, in titoli e partecipazioni a favore delle imprese (primary securities). L’asset
transformer svolge quindi attività di finanziamento.
Naturalmente una banca può essere sia asset broker che asset transformer, e quindi può svolgere entrambe le funzioni.
Gli asset transformer raccolgono dei fondi dai soggetti in surplus, con diverse modalità:
Tali costituiscono la raccolta bancaria: gli asset transformer hanno il compito di modificare tali raccolte, rendendole fruibili
come durata, importi, rischi, ecc. ai bisogni delle imprese (unità in deficit) e in questo modo svolgono la loro attività di
trasformazione. La remunerazione degli asset transformer può essere rappresentata, a differenza di quanto previsto per gli
asset broker, anche dai tassi di interesse.
I depositi bancari possono essere richiamabili a vista dal depositante: il soggetto che deposita i soldi presso la banca può
in qualsiasi momento chiederne la restituzione. Chi deposta somme presso le banche solitamente ha fiducia nel fatto che
la banca rimborserà il denaro perché:
1) la banca diversifica i prestiti, quindi concederà del credito sia ad imprese più rischiose che potrebbero essere
insolventi, sia ad imprese solide che sicuramente rimborseranno il denaro prestatogli;
2) concede prestiti ad imprese di tanti settori, quindi se un settore dovesse entrare in crisi, gli investimenti che la
banca ha effettuato negli altri settori porteranno ad un rendimento.
La banca, nel momento in cui concede un finanziamento, si assume il rischio, ma dall’altra parte chiede ovviamente delle
garanzie a fronte di questo rischio per tutelarsi. La banca infatti ha un capitale proprio, con il quale è tenuta a rispondere
nei confronti dei depositanti nel momento in cui un suo debitore dovesse risultare insolvente. Nel sistema bancario italiano
esistono degli schemi di assicurazione dei depositi, che garantiscono il rimborso del denaro al debitore qualsiasi cosa
succeda.
a) grado di specificità del capitale umano e finanziario coinvolti nelle transazioni finanziarie
b) incertezza
c) frequenza delle transazioni.
I costi di transazione sono collegati al valore delle transazioni. La massa delle transazioni svolte può consentire di sfruttare
economie di scala. La presenza di economie di scala aiuta a spiegare perché si sono sviluppati gli intermediari finanziari,
che sono anche in grado di sfruttare economie di scopo, utilizzando le stesse informazioni per offrire servizi diversi agli
stessi clienti. Espandendo il raggio di azione e la durata dei rapporti di clientela si riducono ulteriormente i costi di
produzione delle informazioni.
Le asimmetrie informative
L’informazione non è distribuita in modo omogeneo tra i diversi attori, bensì in maniera asimmetrica. Una info può essere:
Il fatto che l’informazione non sia distribuita in modo omogeneo determina l’insorgere di alcune asimmetrie informative,
che possono distinguersi a seconda della tipologia.
3. Insider trading
L’insider trading consiste nell’abuso di informazioni privilegiate. Immaginiamo di essere in un consiglio di
amministrazione di una banca: se sono a conoscenza di alcune informazioni privilegiate prima degli altri, è chiaro
che posso effettuare delle scelte differenti proprio sulla base delle informazioni che ho a disposizione. Oggi l’abuso
di informazioni privilegiate è perseguibile penalmente.
Il conflitto di interessi è una manifestazione del problema dell’azzardo morale, che sorge quando un individuo o una
istituzione hanno molteplici obiettivi (interessi) contrastanti fra di loro. la presenza di conflitti di interesse porta a una
notevole riduzione della qualità delle informazioni disponibili e aumenta il livello di asimmetria informativa. Conseguenze
dirette di questa situazione è una subottimale ed inefficiente allocazione delle risorse a scapito delle opportunità di crescita
dell’economia. La regolamentazione mira a ridurre la presenza di conflitti di interesse.
Lo shadow banking
Poiché il sistema bancario è fortemente regolamentato, alcuni soggetti e operatori possono decidere di dare vita a circuiti
paralleli al sistema bancario meno regolamentati. Si parla di “attività bancaria ombra”, non è il mondo dell’illegalità,
solamente un mondo bancario meno regolamentato.
Il FSB (Financial Stability Board) definisce lo shadow banking come ogni forma di intermediazione creditizia che coinvolge
entità o attività in parte o completamente al di fuori del sistema bancario tradizionale. Questi soggetti possono favorire
arbitraggi regolamentari.
- Monitoraggio della sua evoluzione → deve essere monitorato, perché se la sua crescita è eccessiva diventa
potenzialmente pericoloso.
- Limitazioni all’attività creditizia dello shadow banking → è importante imporre alcune limitazioni affinché lo
shadow banking non porti via eccessive risorse all’attività creditizia tradizionale: al di sopra di determinati livelli si
fa divieto a determinati soggetti di rivolgersi allo shadow banking.
- Regolamentazione delle esposizioni bancarie verso lo shadow banking → bisogna evitare che le banche stesse,
per eludere certe normative, si indirizzino verso lo shadow banking.
Tipicamente un soggetto ricorre allo shadow banking quando ha maggiore difficoltà nel raggiungere i suoi obiettivi
operando sul sistema tradizionale.
La concentrazione
Tipicamente, quando avviene una concentrazione, si assiste ad una riduzione del numero di banche esistenti sul territorio
(da 1000 banche a 480). Nel sistema italiano, in paragone ad altri sistemi finanziari, ci sono troppe banche.
L’attore principale nelle operazioni di concentrazione tra banche è Banca d’Italia, la quale opera avendo a cuore la stabilità
del sistema bancario nel suo complesso. Quando in passato una banca “andava male”, Banca d’Italia non poteva imporre
direttamente ad una seconda banca di acquisire la banca in situazione di difficoltà, poiché non gode di tale potere
impositivo sulle altre banche. Tuttavia, Banca d’Italia può esercitare la cosiddetta moral suasion (persuasione morale) nei
confronti della “banca sana” affinché questa si facesse carico dei problemi della banca che versava in situazione di crisi e
“salvarla”, mantenendola così sul mercato.
È chiaro che alle banche sane non faceva piacere essere soggette alla moral suasion, che comportava l’addossarsi le
difficoltà di una banca in crisi. Banca d’Italia non impone nulla, ma consiglia. Se la “banca sana” decide di non voler
sottostare alla persuasione morale di Banca d’Italia, può farlo; tuttavia, occorre ricordare che Banca d’Italia è un organo di
vigilanza sulle banche, e quindi è chiaro che scontentarla avrebbe sicuramente comportato un aumento dei controlli da
parte della finanza all’interno della banca che si è opposta al suo volere.
Un’operazione di concentrazione è un’operazione delicata, che spesso richiede del tempo perché sia perfezionata. Ci sono
una serie di aspetti di delicatezza da considerare, quali:
- Il sistema tecnologico
Non si dà per scontato che il sistema tecnologico da implementare nella banca risultato della concentrazione sia
il sistema della banca tecnologicamente più avanzata. Potrebbe infatti verificarsi la situazione in cui la banca con
la tecnologia più efficiente è però quella più piccola, e quindi non va dato per scontato che si decida di mantenere
l’IT di tale banca.
- I posti in CdA
Poter sedere in un consiglio di amministrazione è prestigioso, ed è inoltre una posizione di potere.
Nel caso in cui si assista ad una fusione (e quindi concentrazione) tra due banche, è chiaro che non tutti coloro che
sedevano nel CdA delle due banche originarie ora possono sedere nel CdA della banca risultato della fusione. È
importante capire come risolvere questa situazione di conflitto.
Tipicamente i soggetti che perdono questa posizione di rilievo sono i soggetti che appartengono all’intermediario
tra i due che si fondono che “perde” l’operazione di concentrazione, quindi il soggetto che “viene fuso”, incorporato.
Allora è facile pensare che questi soggetti, che appartengono all’intermediario più debole, mettano in atto dei
meccanismi di ostruzionismo per rallentare, procrastinare il compimento di un’operazione di concentrazione, per
mantenere per più tempo possibile il loro posto all’interno del CdA.
Alla luce di quanto detto, è chiaro che un processo di concentrazione è lungo e complesso.
L’intermediario risultante dalla concentrazione è più efficiente e di qualità migliore? È difficile rispondere, perché dipende
dalla natura dei due intermediari che si fondono.
1) Internazionalizzazione in entrata
Banche estere che vengono a lavorare nel nostro Paese.
È possibile che una banca estera venga a lavorare in Italia? Si, tuttavia nel nostro Paese ciò che è difficile è operare
al dettaglio, con la clientela più spicciola, poiché per farlo la banca dovrebbe disporre di una rete distributiva
capillare sul territorio, con sportelli e filiali bancarie.
Quindi spesso le banche estere operano all’ingrosso, cioè con un numero di clienti più contenuto ma di maggiori
dimensioni. Una modalità diffusa per entrare nel nostro territorio da parte di una banca estera è quella di comprare
una banca italiana, andando ad acquisirne anche gli sportelli.
2) Internazionalizzazione in uscita
Banche italiane che vanno a lavorare all’estero.
L’Italia è sempre stata debole nell’internazionalizzazione in uscita, nell’andare all’estero, a causa delle dimensioni
delle banche italiane, che erano piuttosto piccole.
- Uffici di rappresentanza
All’interno dell’ufficio di rappresentanza non si può svolgere attività bancaria: non si possono vendere prodotti
bancari, raccogliere depositi, erogare prestiti. L’ufficio di rappresentanza costituisce l’antecedente logico della
successiva apertura di una filiale: prima apro un ufficio di rappresentanza, poi apro una filiale. L’ufficio è utile per
studiare il territorio, approfondisce e analizza. Costa, ma non rende, soprattutto se non si tramuta in una filiale.
Tuttavia, molti uffici di rappresentanza non si sono mai evoluti in filiali, ma hanno rappresentato un punto di
riferimento per mappare i territori in cui erano situati, ma producendo solo costi. Si tratta quindi di una strategia
non lungimirante se resta tale nel tempo, cioè se non evolve in filiale.
Queste modalità per realizzare l’internazionalizzazione verso l’esterno non prevedono alcuna integrazione di assetti
proprietari. Vediamo alcune modalità che invece comportano tale integrazione.
- M&A
Attraverso le operazioni di M&A, una banca italiana può fondersi con una banca estera, oppure acquisire al 100%
la banca estera, diventando così automatica l’operatività italiana in quel Paese.
2 banche italiane, UniCredit e Intesa, hanno iniziato ad adottare una strategia di internazionalizzazione che era
molto interessante: siccome erano banche comunque di piccole dimensioni, hanno pensato di andare in un
territorio in cui, nonostante le dimensioni, potessero comunque imporsi come banche “leader”.
I RAPPORTI BANCA-ASSICURAZIONE
Banche e assicurazioni sono due intermediari molto diversi tra loro, sia in termini di attività esercitata, che in termini di rischi
da affrontare: la banca infatti non può esercitare attività assicurativa, che presenta una riserva di attività normativa a favore
delle assicurazioni (mentre può comunque distribuire polizze).
Tuttavia, l’interazione tra banca e assicurazione può portare a risultati interessanti. L’interazione tra banca e assicurazione,
in primis, permette di sfruttare la presenza in ciascun campo dei due intermediari e le relative forze di vendita, perché le
assicurazioni hanno una loro rete distributiva che è costituita dagli agenti di assicurazione: si tratta solitamente di una rete
più “aggressiva” rispetto a quanto avviene per mano delle banche (il cliente che necessita dei servizi bancari si reca per
l’appunto in banca, mentre l’assicuratore spesso è lui stesso a recarsi dal cliente. A ciò si aggiunge il fatto che i prodotti
assicurativi sono prodotti “ricchi”, con un rendimento elevato per l’assicurazione che eroga le polizze; perciò, una banca
che vende prodotti “ricchi” come per l’appunto le polizze può a sua volta beneficiare di questo carico provvigionale.
Questi motivi hanno quindi portato via via ad una integrazione tra banche e assicurazioni. Le modalità di integrazione
possono essere differenti:
- Acquisizione di partecipazioni
Una banca acquisisce una partecipazione in un’assicurazione, o viceversa. Acquisire una partecipazione significa
andare ad integrare gli assetti proprietari, acquisire quote di capitale, quindi il legame banca-assicurazione è più
stretto che con gli accordi commerciali. occorre poi andare a vedere di che tipo di partecipazione stiamo parlando,
se di maggioranza o di minoranza. È chiaro che, rispetto all’accordo distributivo, questa è una modalità più fruttifera
di risultati positivi perché gli assetti proprietari sono più integrati.
La storia degli ultimi anni ci ha mostrato che le modalità di integrazione che danno vita a risultati migliori sono le seguenti:
- Ad offerta congiunta
Ci sono prodotti che vengono congiuntamente collocati sul mercato da banche o assicurazioni: posso comprare la
mia assicurazione auto, salute, vita, o in banca oppure presso un intermediario assicurativo, ricordando che nel
primo caso la banca può solamente distribuire polizza e non produrle.
- Misti bancario-assicurativo
Misto significa che non è un prodotto né bancario né assicurativo, ma un prodotto “ibrido”: il venire meno di una
delle anime lo rende improponibile sul mercato, lo fa decadere.
Il mutuo è tipicamente un prodotto bancario. Tuttavia, immaginiamo che nel mutuo il cliente paghi una quota
interessi alla banca, mentre paga una quota capitale non alla banca, ma stipula un contratto assicurativo (chiamato
di capitalizzazione), che prevede il pagamento periodico di un premio che viene investito e alla fine frutterà un
importo. Lo scopo è avere due vantaggi fiscali: uno dagli interessi bancari, l’altro dal premio assicurativo che investo
nella compagnia di assicurazione.
- funzione monetaria
- funzione creditizia (o allocazione delle risorse)
- funzione di trasmissione degli impulsi di politica monetaria.
Con la funzione monetaria, il sistema finanziario mette a disposizione una serie di strumenti di pagamento.
2. Unità di conto
Misura ciò che in teoria non esiste, vale a dire il valore intrinseco dei beni e dei servizi all’interno di un determinato
contesto sociale.
3. Scorta di liquidità
Funzione di riserva (mantenimento del potere d’acquisto nominale). Può mantenere il potere di acquisto nominale,
ma non quello reale, perché l’inflazione erode il valore.
Le tipologie di moneta
1) Moneta a corso legale
→ la sua accettazione è imposta per legge
→ non può essere mai rifiutata dal creditore
→ consente l’estinzione delle obbligazioni monetarie a carico del debitore
→ viene creata da un soggetto pubblico (banca centrale).
Importanti sono anche gli strumenti e le procedure di pagamento alternativi alla circolazione della moneta legale:
• strumento di pagamento: sostituto temporaneo della moneta che permette di ritardare l’esborso monetario ad un
momento successivo alla conclusione dello scambio;
• procedure di pagamento: rappresentano i sistemi di trasferimento della titolarità della moneta (bonifici, giroconti,
procedure di incasso e pagamento).
Criptovalute
Sono strumenti che hanno segnato un’epoca e innescato un cambiamento importante. Sono strumenti digitali, che possono
essere trasferiti attivando la blockchain.
Le cripto attività sono attività finanziarie di natura digitale il cui trasferimento è basato sulla crittografia e sulla DLT
(blockchain). La blockchain è il sistema alla base del trasferimento di queste attività finanziarie di natura digitale; in altri
termini non abbiamo più dei “pezzi di carta” con cui pagare che abbiano valore, ma una criptoattività.
Una motivazione per acquistare una criptovaluta è l’aspettativa di aumento dei prezzi. Bisogna tuttavia prestare molta
attenzione, poiché i prezzi oscillano molto, e quindi possono portare ad enormi guadagni o grandissime perdite.
L’EURO DIGITALE è emesso dalla Banca Centrale. Serve una moneta digitale perché ormai la nostra società è sempre più
priva di denaro contante. L’euro digitale:
- combina l’efficienza di un mezzo di pagamento digitale con la sicurezza della moneta di banca centrale
- aiuta a gestire le situazioni in cui il contante non è più la soluzione prescelta
- evita la dipendenza da mezzi di pagamento digitali emessi e controllati dall’esterno dell’area euro, suscettibili di
minare la stabilità finanziaria e la sovranità monetaria
- garantisce la tutela della privacy
L’insieme di tutti questi strumenti, norme, procedure, produttori e autorità di controllo è cercare di fare in modo che i
trasferimenti di fondo tra gli operatori avvengano ispirandosi a criteri di efficienza ed affidabilità.
- SEPA: regola i pagamenti al dettaglio, ovvero pagamenti di importo fino a € 50.000 → i pagamenti al dettaglio
rappresentano la maggioranza dei pagamenti che vengono effettuati all’interno del sistema;
- TARGET: regola i pagamenti all’ingrosso, ovvero i pagamenti al di sopra dei € 50.000.
A TARGET si affianca TARGET 2 Securities, che regola le transazioni in titoli.
La Banca Centrale emette la moneta legale. Gli strumenti sono le banconote e le monete metalliche, ovvero la moneta
avente corso legale in UE.
Sistema bancario, sistema postale e altri operatori non bancari, oltre alla moneta legale, emettono la moneta scritturale.
Nel sistema bancario gli strumenti di pagamento di cui si avvalgono le banche sono quelli più tradizionali. Nel sistema
postale la posta si avvale di strumenti di pagamento diversi, ma comunque simili; man mano che scendiamo verso il basso,
l’impatto del fintech, ovvero l’utilizzo della tecnologia e la presenza di pagamenti elettronici, diventa sempre più forte. Per
quanto riguarda gli altri operatori non bancari, il fintech diventa ancora più emblematico negli strumenti di pagamento.
Immaginiamo che un soggetto abbia un c/c presso una banca. Naturalmente il soggetto può accedere al conto
direttamente, fisicamente o mediante l’app della banca. La direttiva PSD2 consente di accedere ai servizi della banca
attraverso terze parti autorizzate (TTPs = Third Party Providers, dei soggetti specifici. L’utente interagisce con la banca
direttamente, o indirettamente tramite app. La rivoluzione è che l’utente può anche interagire attraverso queste terze
parti autorizzate.
Si pone quindi un problema di sicurezza e privacy, e allora anche nel rapporto con queste terze parti ci deve essere una certa
sicurezza e il rispetto di determinati requisiti:
Il fatto che ci siano queste terze parti autorizzate a svolgere operazioni di pagamento fa sì che il ruolo della banca come
intermediario nel sistema dei pagamenti debba fare i conti anche con queste terze parti. Le TTPs sono:
Questi soggetti sono per l’appunto terze parti autorizzate a svolgere operazioni di pagamento. Le TTPs hanno un ruolo
importante nel sistema dei pagamenti; basti pensare a tutti i dati che queste parti sono in grado di acquisire.
1. PISP (Payments Initiation Service Provider): possono essere provider di servizi di pagamento. Il vantaggio di potersi
appoggiare a terze parti è che vengono ampliate le possibilità operative.
2. AISP (Account Information Service Provider): possono aggregare I dati e le informazioni provenienti da vari strumenti
di pagamento o conti correnti che si hanno presso varie banche, cioè forniscono una situazione cumulativa globale.
Questa attività di “soggetto che aggrega” inizia ad avere delle realtà: ad esempio Intesa da un anno circa mette a
disposizione il cosiddetto “aggregatore finanziario” che aggrega i conti e le carte di ogni banca all’interno del sito e
dell’app. grazie a questo strumento, non devo andare a controllare i diversi siti per comprendere quale sia la mia
posizione finanziaria, ma attraverso l’aggregatore l’app di Intesa mi permette di gestire tutti i miei rapporti bancari.
Le ripercussioni di quanto detto sono a livello di conto economico per le banche: i ricavi (commissioni) che possono essere
a rischio a causa del fintech sono i ricavi delle banche, i ricavi dall’asset management, delle assicurazioni, del trasferimento
fondi e delle istituzioni di pagamento e intermediari titoli e consulenti.
Il fintech, che da un lato diminuisce il conto economico, dall’altro può moltiplicare il numero di trasnazioni effettuate in
maniera esorbitante.
- MLb → moneta legale delle banche, cioè la moneta che la banca mette a disposizione tramite assegni, bonifici…;
- MLp → moneta legale del pubblico, cioè la moneta che ho nel portafoglio, ovvero banconote e moneta metallica.
La differenza tra le due è che RL dipende da una scelta strategica della banca, di quanto contante vuole dotarsi, mentre
RO dipende da un obbligo di legge.
Se sottraggo dal moltiplicatore dei depositi il moltiplicatore delle riserve ottengo quello dei prestiti.
Esempio. Una banca apre una filiale su una piazza. La prima cosa da fare è raccogliere, bisogna capire quanto ci vuole per
arrivare al punto di pareggio. Raccolgo dei depositi e poi posso erogare dei prestiti.
- funzione monetaria, di creazione e circolazione dei mezzi di pagamento e gestione del sistema dei pagamenti;
- funzione creditizia, o di allocazione delle risorse finanziarie, che consiste nel trasferimento delle risorse tra
operatori economici;
- funzione di trasmissione degli impulsi di politica monetaria, veicolo tramite il quale si perseguono gli obiettivi di
politica monetaria.
La funzione creditizia si può chiamare anche funzione di allocazione delle risorse. In parte abbiamo già visto questa
funzione quando abbiamo parlato di unità in surplus e in deficit e di saldo finanziario.
Il sistema finanziario facilita il trasferimento di risorse all’interno del sistema economico, tra soggetti in surplus e
soggetti in deficit. Per effettuare questo processo di riconciliazione di esigenze contrapposte, deve lavorare attraverso:
- contratti finanziari
- circuiti di intermediazione (circuito diretto e circuito indiretto)
- pooling di risorse finanziarie (meccanismi di aggregazione delle risorse finanziarie limitate).
Le attività creditizie possono essere svolte da vari soggetti, dai più tradizionali ai più innovativi:
- banche
- società di leasing
- assicurazioni
- fondi di investimento
- crowdfunding.
Il pooling lo abbiamo specialmente in fondi di investimento e crowdfunding, che consiste in finanziamenti di importo piccolo
ma numerosi, che vanno ad alimentare un progetto.
Mediante il crowdfunding, il reperimento delle risorse finanziarie che servono ad un soggetto in deficit avviene attivando
una molteplicità di persone (crowd) che, pro quota, ognuno per il suo importo, mettono a disposizione delle risorse
finanziarie di cui invece necessitano le unità in deficit. L’insieme delle risorse finanziarie messe a disposizione dalla folla
consente di far fronte al fabbisogno finanziario del soggetto in deficit.
Vediamo ora un parallelismo tra la funzione creditizia tradizionale svolta da una banca e la funzione creditizia innovativa del
crowdfunding.
- Contratti bilaterali/standard
Nei contratti bilaterali da un latto abbiamo il soggetto in deficit mentre dall’altra il soggetto in surplus: è un contratto
bilaterale in quanto la banca stipula il contratto univocamente con l’impresa. Nel crowdfunding invece si ricorre ai
contratti standard, poiché ci sono certe regole del gioco che vengono predefinite e tutta la folla si deve adeguare
a queste regole (cambiano solo i tassi di interesse).
- Rischio di liquidità
Nel momento in cui l’impresa riceve il finanziamento, NON ha alcun rischio di liquidità. Per quanto riguarda invece
il crowdfunding, non è detto che il pubblico metta a disposizione dei soggetti in deficit tutte le risorse di cui questi
necessitano, e quindi esiste un rischio per chi viene finanziato.
- Rischio di insolvenza
Nel caso in cui la funzione creditizia sia svolta da una banca, essa è il soggetto che presta, e quindi è soggetta al
rischio di insolvenza. Nel caso del crowdfunding invece, il rischio di insolvenza è in capo alle unità in surplus, ai
singoli risparmiatori che prestano il proprio denaro, che solitamente non sono tutelati in alcun modo, a meno che
non ci sia qualche assicurazione che copra tale rischio.
- Trasformazione scadenze/importi
Le unità in surplus e quelle in deficit possono avere importi e scadenze che non combaciano perfettamente, e
perciò la banca opera una trasformazione per renderli compatibili. Per quanto riguarda il crowdfunding invece, ogni
unità in surplus concede quello che vuole in termini di importi e scadenze; spetterà poi all’unità in deficit scegliere
tra le offerte che, in termini di importo, scadenza e tasso di interesse, sono più opportune e adatte alle sue
necessità.
- Rischi puri
Sono quelli che non possono essere coperti con un’operazione di segno opposto. Vengono definiti anche “rischi
non diversificabili” poiché non si possono ridurre diversificando il portafoglio.
I rischi puri riguardano la persona o il patrimonio; alcuni esempi sono l’invalidità, il furto, ecc.
- Rischi speculativi
Tra i rischi speculativi troviamo il rischio che possano cambiare i prezzi, i tassi di interesse sul mercato, ecc. Sono
rischi che possono essere ridotti o eliminati. Per fronteggiare i rischi speculativi esistono degli strumenti derivati
di hedging che consentono di proteggersi dai rischi. I rischi speculativi sono inoltre definiti anche rischi simmetrici,
in quanto potrebbero anche far guadagnare, e non solo perdere. Ad esempio, i tassi di interesse sul mercato
possono muoversi in modo favorevole e quindi fare guadagnare qualcosa.
È importante tenere a mente che ci sono datori di fondi non solo a favore di soggetti solvibili, ma anche a favore di soggetti
non molto solvibili ma, in quanto tali, molto più redditizi. L’avversione al rischio dei datori di fondi potrebbe impedire il
finanziamento della parte più rischiosa dei prenditori di fondi. Tuttavia, la trasformazione del rischio permette al datore di
fondi di trovare forme di investimento che soddisfino la sua propensione al rischio e al prenditore di fondi di finanziarsi,
nonostante presenti un rischio elevato.
Importante quando si parla di rischi è l’atteggiamento nei confronti del rischio, fondamentale per ogni operatore. Ci sono
dei soggetti con propensione al rischio molto diverse e questo per il mercato è un aspetto favorevole, perché se non ci fosse
qualcuno che ha una propensione al rischio alta non arriverebbero mai i soldi alle unità in deficit più rischiose. Questo
consente di andare a finanziarie una parte maggiore di imprese.
- un intermediario finanziario si interpone tra datore e prenditore di fondi, assumendo sul proprio bilancio una parte
del rischio del prenditore;
- diversificazione del portafoglio: i datori di fondi possono impiegare il risparmio sottoforma di partecipazione a un
portafoglio di strumenti finanziari di diverse emittenti.
Altro punto fondamentale è la gestione delle informazioni. Le informazioni sono preziose, consentono di fare valutazioni,
anche in itinere, per monitorare la situazione dell’impresa finanziata. È importante acquisire informazioni, ed è ancora più
importante che queste informazioni siano attendibili. Una delle funzioni principali è quella di ridurre il gap informativo.
L’informazione purtroppo non è distribuita in modo simmetrico nel sistema, si determinano quindi asimmetrie informative.
Il rischio percepito dal potenziale datore di fondi è quello relativo al rimborso alla scadenza; diventa quindi fondamentale il
controllo delle informazioni ex-ante (valutazione dell’affidabilità) ed ex-post (monitoraggio dell’utilizzo delle risorse). Gli
intermediari finanziari e i mercati organizzati hanno la funzione di ridurre il GAP informativo.
La politica monetaria riguarda l’insieme di azioni intraprese dalla BCE per influenzare il costo e la disponibilità di denaro
nell’economia. Dobbiamo distinguere alcune tipologie di moneta:
- Moneta circolante/legale/contanti (C) → banconote e monete metalliche (soldi che ho nel portafoglio);
- Moneta offerta/disponibile → circolante + depositi;
- Base monetaria → circolante + riserve bancarie (RL e RO).
La Banca Centrale, quando concede credito al sistema, aumenta il suo attivo, ovvero dà vita a nuova base monetaria;
viceversa, quando estingue dei presiti, distrugge parte della base monetaria esistente. Quindi la base monetaria viene
gestita dalla Banca Centrale con le operazioni di credito che questa effettua a favore del sistema bancario.
È chiaro che la base monetaria non rappresenta tutta la moneta a disposizione del pubblico, perché tra questa troviamo
anche i depositi bancari. Infatti, nella base monetaria troviamo banconote, monete metalliche e riserve bancarie, mentre i
depositi bancari non rientrano, che vengono invece utilizzati per effettuare diversi pagamenti.
L’offerta di moneta (moneta disponibile) è un multiplo della base monetaria, perché al suo interno sono contenuti anche i
depositi (che invece non costituiscono la base monetaria).
Se il rapporto tra riserve e depositi è più basso vuol dire che ho poche riserve e tanti depositi, e allora i presiti effettuati dalle
banche sono maggiori perché i depositi saranno usati dalla banca per concedere dei prestiti e quindi la quantità di moneta
bancaria è maggiore.
Se il rapporto tra circolante e depositi è basso, la quantità di base monetaria rappresentata dal circolante è minore, e
maggiore è invece quella rappresentata dalle riserve.
Gli aggregati
A partire dalla definizione di moneta offerta, si possono identificare differenti aggregati monetari dell’Area Euro. Ordinati in
funzione della loro capacità di trasformarsi in contante o depositi in c/c e della loro capacità di consentire trasnazioni, nella
UEM esistono:
- M1 = circolante + depositi
- M2 = M1 + depositi di secondo livello o ritirabili con preavviso di massimo 3 mesi
- M3 = M2 + titoli obbligazionari brevi (scadenza < 2 anni) e quote di fondi monetari → questi aggregati sono monitorati
dalla BCE per attuare la politica monetaria.
Essendo M3 più ampio, è più stabile e meno suscettibile di oscillazioni elevate e quindi la BCE guarda con
attenzione soprattutto M3.
La Banca Centrale ha la possibilità di intervenire sulle singole banche, ma non può imporre degli obblighi: può attivare
determinati strumenti, quali operazioni di mercato aperto, ri-finanziamento marginale e riserva obbligatoria, per raggiungere
gli obiettivi (target), che possono essere operativi, intermedi o finali.
- Target operativi → riguardano le riserve della banca e i tassi di mercato: l’attivazione di alcuni strumenti consente
di incidere sulle riserve e sui tassi;
- Target intermedi → riguardano la quantità di moneta, di credito, di tassi di interesse: gli obiettivi operativi
consentono di raggiungere gli obiettivi intermedi;
- Target finali → riguardano i prezzi, il tasso di cambio, il reddito, l’occupazione: gli obiettivi operativi agevolano il
raggiungimento degli obiettivi finali.
In questo modo si raggiunge l’obiettivo primario della BCE, ovvero il mantenimento della stabilità dei prezzi. L’obiettivo
secondario della BCE è invece quello di raggiungere la piena occupazione e sostenere la crescita economica.
La “cinghia di trasmissione”, come la abbiamo definita, serve perché la BCE non ha alcun potere di intervento sulle imprese;
tuttavia, può esercitare un discreto “controllo” sui soggetti del sistema finanziario e bancario, e perciò può cambiare
determinate condizioni a cui le banche sono soggette e innescare in questo modo un processo a catena che porti al
raggiungimento degli obiettivi.
È chiaro quindi che la BCE non può indirizzare direttamente le imprese verso un target, ma può fare in modo che sia il
sistema bancario a farlo attraverso gli impulsi di politica monetaria.
La Banca Centrale, per il raggiungimento dei target, può attivare degli strumenti, quali:
Sono strumenti su cui la Banca Centrale ha potere di intervento, che in qualche modo regolano i rapporti tra Banca Centrale
e le singole banche.
Parliamo ora dei target. I target sono le variabili di mercato che reagiscono in maniera prevedibile agli interventi della BCE e
che influenzano a loro volta gli obiettivi finali. La BCE osserva i target per valutare il grado di avanzamento del processo di
trasmissione degli impulsi di politica monetaria da parte degli operatori bancari.
Che differenza c’è tra le operazioni di mercato aperto e quelle attivabili su iniziativa delle controparti? La prima differenza è
che le operazioni di mercato aperto sono promosse dalla BCE secondo determinate regole, scadenze, ecc., mentre le
operazioni attivabili su iniziativa delle controparti vengono promosse dalle controparti della BCE, cioè dalle banche.
3. Riserva obbligatoria
Sono operazioni fondamentali in quanto influenzano i tassi di interesse di mercato, segnalano l’orientamento di politica
monetaria e gestiscono condizioni subottimali di liquidità sui mercati. A tali operazioni possono partecipare tutte le banche
dell’Eurosistema.
L’obiettivo è quello di regolare la quantità di liquidità esistente nel sistema bancario/finanziario. Troppa liquidità o poca
liquidità rappresentano un problema di redditività, perché la liquidità immobilizzata non è redditizia e quindi non serve a
nulla, non frutta interessi.
La riserva obbligatoria
La riserva obbligatoria non è una riserva classica, non è una riserva patrimoniale. È uno strumento di politica monetaria,
cioè uno strumento che le banche centrali possono attivare per riuscire a canalizzare, tramite le banche, gli impulsi verso
l’economia reale.
La riserva obbligatoria è costituita da risorse finanziarie che le banche devono depositare presso la banca centrale (Banca
d’Italia) → il deposito liquido che le banche devono versare presso la banca centrale nazionale deve essere proporzionato
alla consistenza della raccolta diretta (c/c, depositi della clientela).
Si tratta di una disciplina applicata a livello europeo, e quindi soggetta alle norme della BCE.
Oggi le somme versate a tutela di riserva obbligatoria sono remunerate al tasso sui depositi della BCE, non più al tasso
sulle operazioni di rifinanziamento inziale.
La riserva obbligatoria si applica sulle varie forme di raccolta, che vengono suddivise in tre categorie:
- tutti i depositi di durata inferiore a 2 anni, i titoli di debito con scadenza fino a 2 anni, titoli del mercato monetario
(sezione A);
- depositi di durata superiore a 2 anni, pronti contro termine, titoli di debito superiori a 2 anni (sezione B);
- sono escluse le passività: verso altra istituzione di credito soggetta al medesimo obbligo; verso la BCE; verso la
BCN (sezione C).
Il meccanismo di calcolo e di corresponsione della riserva obbligatoria prevede aliquote diverse in relazione a ogni sezione
dell’aggregato. Queste aliquote sono l’1% sulle operazioni della prima sezione, 0% per le voci della seconda sezione.
Ricapitolando: 1% sul gruppo A, 0% sul gruppo B, franchigia 100.000 euro → se in una sezione si superano i 100.000 euro,
ad esempio nella prima sezione 140.000, si paga solo la differenza, ovvero 40.000. Se si è al di sotto dei 100.000 non bisogna
nemmeno pagare.
La riserva obbligatoria viene pagata dalle banche dell’area euro. È uno strumento di politica monetaria che cerca di
perseguire due obiettivi:
L’EUROSISTEMA
La gestione della politica monetaria unica è affidata al SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali), che comprende:
La distinzione tra Eurosistema e SEBC rimarrà in vigore fino a quando alcuni dei paesi membri dell’UE manterranno la
propria valuta nazionale.
Eurosistema
Il termine Eurosistema indica l’insieme formato dalla BCE e dalle banche centrali di tutti i Paesi dell’UE che hanno
adottato l’euro come propria valuta nazionale.
All’interno dell’Eurosistema, gli organi decisionali responsabili della preparazione, condotta e implementazione della
politica monetaria sono:
Ancora oggi le banche aiutano tanto nello sviluppo e nella crescita dei territori, in relazione alle condizioni di economicità
di ciascun Paese.
La banca è oggi un intermediario multi-business e multi-canale. È attiva nei circuiti di intermediazione finanziaria indiretti
e in via crescente in quelli diretti.
- Intermediario finanziario multi-canale, che utilizza differenti canali di distribuzione, sia fisici (agenzie bancarie,
sportelli automatici), che remoti/digitali (home-banking, mobile-banking).
- Strategie e politiche di gestione dei diversi rischi, nonché procedure per l’identificazione e la misurazione dei
medesimi;
- Adeguata organizzazione interna della banca → è importante che si inneschino canali di collegamento con gli ambiti
più tipici. Es. rischio di credito: nel momento in cui gestisci tale rischio, devono esserci dei collegamenti con chi
concede il credito, con la rete distributiva che entra in contatto, con imprese e privati che entrano in contatto con il
credito;
- Adeguati sistemi informativi e di controllo interno (internal audit), che danno una mano imprescindibile per la
gestione del rischio.
Per alcune tipologie di rischio non è facile pervenire ad una misurazione puntuale.
La banca non può evitare di affrontare dei rischi. Il rischio principale, essendo per l’appunto un’impresa, è il cosiddetto
rischio di impresa, che dipende dalla variabilità del valore del capitale economico o della sua redditività.
Il rischio di credito
È identificabile nell’insolvenza totale o parziale del debitore nel rimborsare nei tempi e nei modi prestabiliti i prestiti bancari.
Vale anche per gli interessi.
Il rischio di credito rappresenta il rischio principale cui è esposta l’intermediazione creditizia. La banca deve essere in grado
di stimare correttamente la probabilità di insolvenza (probability of default – PD) dei debitori.
Le imprese vengono classificate in classi di rating, a seconda del grado di rischio che portano con sé: AAA, AA, A, BBB, BB,
B, CCC/C. Ad ogni classe corrisponde un determinato grado di rischio di insolvenza.
- Fattori idiosincratici, relativi ad un singolo soggetto a cui è stato concesso il credito. In questo caso si tratta di un
problema del singolo debitore, il quale non è in grado di rimborsare il debito. Riguarda quindi fattori economici
relativi solo al singolo individuo, che può aver compiuto errori strategici, aver subito danni per calamità naturali,
aver posto in essere comportamenti fraudolenti, ecc.
- Fattori di natura macroeconomica (sistemici), che possono influenzare a loro volta la solvibilità dei debitori. La
pandemia è un esempio di questi fattori: ha destabilizzato l’intero sistema macro-economico, determinando
l’insolvenza di numerosi soggetti debitori. I crediti concessi e non rientranti si chiamano sofferenze. In un grafico
in cui poniamo in relazione PIL e sofferenze, possiamo notare che quando il PIL comincia a decrescere, le
sofferenze aumentano; tuttavia, le sofferenze si manifestano con un sfasamento temporale rispetto al momento in
cui si sono verificate le difficoltà economiche. L’insolvenza è propedeutica alle sofferenze.
- micro (singolo credito): screening e selezione dei debitori, definizione delle condizioni contrattuali (importo, tasso
di interesse, garanzie, modalità di rimborso, ecc.); monitoring dei comportamenti dei debitori. Gran parte delle
sofferenze scaturiscono perché nel tempo la situazione dell’impresa si è deteriorata, e la banca non è stata in grado
di percepire tale situazione;
- a livello di portafoglio prestiti: diversificazione del portafoglio presiti (per natura dei debitori, durata dei prestiti,
ecc.), trasferimento del rischio di insolvenza (mediante cartolarizzazioni e derivati creditizi).
2. Rischio di downgrading
È il rischio di deterioramento della solvibilità dei debitori a seguito della riduzione del rating assegnatogli dalle
agenzie di rating: viene riconosciuta una maggiore fragilità del debitore.
3. Rischio di regolamento
È il rischio che si determina nelle operazioni in strumenti finanziari quando la controparte, alla scadenza del
contratto, non abbia adempiuto la propria obbligazione di consegna di strumenti finanziari o di pagamento degli
importi. È un rischio legato alla variabile temporale.
4. Rischio di controparte
Rischio legato all’eventualità che la controparte di una transazione di determinati strumenti finanziari risulti
inadempiente prima del regolamento della transazione stessa. Si tratta di una particolare fattispecie del rischio di
credito.
5. Rischio di concentrazione
È il rischio dovuto ad un eccessivo impegno creditizio assunto nei confronti di un singolo debitore, gruppo di debitori
collegati (gruppi di imprese) o settori economici o aree geografiche.
6. Rischio Paese
È il rischio che in un Paese straniero si verifichi un evento che influenzi negativamente la volontà/capacità dei
debitori privati o pubblici in quel Paese di ripagare, alle scadenze prefissate, i propri debiti internazionali. Può
dipendere da fattori politici o anche da eventi catastrofici naturali.
Questo rischio, chiamato anche rischio politico, viene spesso misurato dalla SACE, una società che concede
crediti e fornisce garanzie all’export.
2. Rischio di cambio
Il rischio di cambio insorge quando la banca presenta posizioni in valuta estera, che possono essere influenzate
negativamente da variazioni nel rapporto di cambio con la valuta nazionale.
Deriva da variazioni avverse dei tassi di cambio delle valute in cui sono denominate le attività e le passività detenute
dalla banca.
3. Rischio di prezzo
È il rischio cui sono esposte le posizioni assunte dalle banche, in relazione a variazioni dei prezzi dei titoli azionari
e alle variazioni dei prezzi delle merci. Può derivare quindi da:
→ Variazioni dei prezzi dei titoli azionari
→ Variazioni dei prezzi delle commodities (merci) a cui è collegato il rendimento degli strumenti finanziari.
4. Rischio di volatilità
È il rischio connesso a variazioni nello scostamento del prezzo (o del rendimento) rispetto al suo valore medio di un
certo periodo. Statisticamente, la volatilità è approssimata dallo scarto quadratico medio (𝜎).
Anzitutto, se una banca ha un portafoglio di attività che usa per negoziazione (cioè possono essere titoli che vende alla
clientela), se cambia il tasso di interesse cambia il valore dei titoli, e dunque cambia il valore del portafoglio. Se cambia il
valore del portafoglio, è chiaro che cambiano anche il valore dell’attivo e del passivo della banca.
Se le banche hanno problemi di liquidità, possono ottenere liquidità dalla banca centrale, dalla mobilizzazione della riserva
obbligatoria o partecipando al mercato interbancario.
L’esistenza di un mismatch temporale tra passività (prevalentemente a breve termine) e attività (maggiormente orientate al
lungo termine) è causa tipica del rischio di liquidità. Fisiologicamente le scadenze del passivo sono più a breve delle
scadenze dell’attivo, ed è proprio questa asimmetria tra scadenze a generare il rischio di liquidità.
Effetti estremi del rischio di liquidità possono essere: perdita della fiducia, corsa agli sportelli, fallimenti bancari.
Sotto il profilo gestionale, la banca può attenuare questo rischio in diversi modi:
- in primis, può agire sulla composizione dell’attivo, allo scopo di attenuare i disallineamenti all’origine di possibili
situazioni di liquidità → la banca deve scegliere attività finanziarie di elevata qualità, che presentano una bassa
probabilità di perdita;
- il liability management mira a ricercare la qualità attraverso l’emissione di proprie passività finanziarie. Agendo sulal
composizione del passivo, gli intermediari mirano a minimizzare il rischio di liquidità che ha origine dalle richieste
di conversione dei depositi in moneta. In questo modo si cerca di aumentare la quota delle passività a medio-lungo
termine così da ridurre il mismatch sulle scadenze.
Nella moderna gestione, il rischio di liquidità è gestito attraverso approcci che ricercano il massimo coordinamento
fra la composizione dell’attivo e del passivo.
- Funding risk → quando l’intermediario non è in grado di far fronte in modo efficiente, senza mettere a repentaglio
la propria ordinaria operatività e il proprio equilibrio finanziario, a deflussi di cassa attesi e inattesi (ad es. rimborso
di passività, rispetto di impegni a erogare fondi). Nel caso di deflusso, se questo è atteso allora posso prepararmi a
fronteggiarlo, se invece è inatteso allora potrei non essere in grado di rispondere.
- Market liquidity risk → quando l’intermediario, al fine di monetizzare una consistente posizione in attività
finanziarie, finisce per influenzare in misura significativa (e sfavorevole) il prezzo, a causa dell’insufficiente
profondità del mercato finanziario in cui tali attività sono scambiate o di un suo temporaneo malfunzionamento.
Incide sul mercato e sul prezzo di un mercato di un dato strumento.
RISCHIO OPERATIVO
Il rischio operativo è definito come il rischio di subire perdite derivanti dall’inadeguatezza o dalla disfunzione di procedure,
risorse umane e sistemi interni, oppure ad eventi esogeni.
Il rischio operativo è un rischio ineliminabile ed è un rischio puro: sorge inevitabilmente con l’esercizio dell’attività di
impresa. È un rischio puro poiché comporta prevalentemente manifestazioni di perdita e non di guadagno.
- Rischio legale: un cliente potrebbe denunciare la banca perché ha gestito male i suoi soldi;
- Rischio regolamentare: si verifica qualora la banca non dovesse rispettare determinate leggi o regolamenti; tale
rischio può chiaramente dare origine a sanzioni.
- Rischio reputazionale
È il rischio attuale o prospettico di una riduzione degli utili o del capitale derivante da una percezione negativa
dell’immagine della banca da parte dei clienti, controparti, azionisti, investitori e autorità di vigilanza.
- Rischio strategico
È il rischio legato ad una potenziale riduzione degli utili o del capitale derivante da decisioni aziendali errate, da
un’inadeguata attuazione delle decisioni o da un’incapacità di reagire sufficientemente alle pressioni competitive.
Non si può misurare ex-ante. È importante tuttavia che esistano dei sistemi di controllo.
La normativa precedente conteneva un elenco di attività che le banche potevano svolgere: era valida per tutti i paesi della
CEE. Questa direttiva si basava su due principi:
- mutuo riconoscimento: se una banca svolge determinate attività in un Paese della CEE, le altre banche si
impegnano a riconoscere che quelle attività sono bancarie;
- concountry control: si tratta del controllo del Paese di origine. Ciò significa che se una banca italiana va in Francia
a svolgere l’attività, le norme che deve rispettare sono quelle italiane, e non quelle francesi.
Il problema di questo principio è che le normative dei singoli Paesi potevano essere più o meno restrittive, e chi ci
guadagnava erano quei paesi che avevano normative domestiche più ampie.
Con la legge bancaria del 1993 ogni intermediario può fare tutte le attività previste dalla direttiva CEE ed è libera di
scegliere il modello organizzativo che vuole, compreso quello della banca universale.
1. modalità di divisione del lavoro tra i diversi soggetti (quali attività devono essere svolte, i carichi di lavoro, le attività
più centrali e le attività più periferiche);
2. meccanismi di coordinamento, di comunicazione e di controllo (come vengono collegate, tipologie di meccanismi
di comunicazione e di controllo).
3. ambiente nel quale l’impresa è inserita → cambia la clientela: il condizionamento dell’ambiente è importante;
4. età e dimensione dell’impresa bancaria → una banca appena nata deve crearsi una reputation e un mercato, a
differenza di una banca già consolidata; importante è anche la dimensione, che condiziona significativamente il
modello organizzativo;
5. livello della tecnologia;
6. vincoli regolamentari → la regolamentazione può indurre limiti alla scelta del modello organizzativo: alcuni modelli
infatti sono maggiormente regolamentati rispetto ad altri;
7. mercato di riferimento (dove si opera geograficamente, ma anche in termini di posizionamento all’interno del
mercato stesso).
Tutti questi fattori sono decisivi nel condizionare le scelte organizzative. Sono fattori da considerare con particolare
attenzione, soprattutto in riferimento ad una banca che svolge funzioni particolari, come:
- funzione monetaria: le passività della banca sono utilizzate come mezzo di pagamento;
- riduce il fenomeno delle asimmetrie informative esistenti tra unità in surplus e unità in deficit;
- esercita un’attività che presenta un forte interesse pubblico e quindi necessità di tutela;
- è caratterizzata da un’attività “produttiva” sui generis, in quanto è un’impresa multi-prodotto, i cui prodotti sono:
→ tra loro fortemente interdipendenti (servizi tra loro collegati);
→ non provvisti di materialità
→ non suscettibili di essere brevettati: nell’impresa bancaria il brevetto non può esistere, perciò qualsiasi
prodotto nuovo e innovativo può essere facilmente imitato dalla concorrenza.
I modelli organizzativi NON sono statici, ma cambiano a causa di una serie diversa di fattori:
- Crescente competizione e tendenza all’aumento delle dimensioni → la concorrenza fa in modo che ci sia una
tendenza ad aumentare le dimensioni delle banche, spinge alla concentrazione (si ha paura di uscire dal mercato);
- Maggiore presenza internazionale per poche grandi banche italiane;
- Inserimento in segmenti di mercato specialistici → se ad esempio voglio inserirmi nel segmento degli
investimenti finanziari, questi poggiano su piattaforme IT e quindi il livello di investimenti in IT deve aumentare;
- Razionalizzazione della struttura organizzativa (e distributiva) → la razionalizzazione potrebbe portare alla
chiusura di tante filiali e sportelli bancari, perché costano o perché il loro rendimento si è abbassato notevolmente;
- Sviluppo del fintech: oggi moltissime realtà bancarie sono fortemente caratterizzate dalla presenza di tecnologia
e questo rivoluziona i modelli organizzativi.
I modelli inoltre cambiano a seconda di alcuni driver internazionali: efficienza e redditività, minori costi.
Sono quindi necessari modelli organizzativi complessi ma flessibili. I modelli organizzativi flessibili vengono definiti a
geometria variabile, su cui si può lavorare.
Altro elemento che condiziona fortemente il modello organizzativo è la tipologia dei clienti a cui una banca appartiene.
La clientela solitamente può appartenere ai seguenti segmenti principali:
- Retail banking
- Affluent
- Private
- Corporate (imprese)
- Istituzionali
In risposta ai bisogni di tali segmenti di clientela si sono sviluppate differenti tipologie di banking:
Si tratta della clientela meno abbiente e, come tale, molto numerosa, ma con poche disponibilità.
Più la clientela è “spicciola”, meno è richiesta la personalizzazione; infatti, nel retail banking i processi produttivi sono
standardizzati → l’offerta stessa è di tipo standardizzato ed elementare. In realtà, ogni cliente ha una sua individualità;
tuttavia, trattare in modo personalizzato ciascun cliente ha un costo, e per la banca non è conveniente una
personalizzazione dell’offerta relativamente al mass market.
Inoltre, è importante sottolineare che la clientela retail è una buona clientela in termini di redditività per la banca, perché
ha poca forza contrattuale e quindi non può imporre grandi condizioni. Negli ultimi anni, la diffusione dell’IT ha consentito
di raggiungere questi clienti non più solo mediante canali distributivi diretti, ma con l’utilizzo di forme di remote banking (PC,
tablet, smartphone, ecc.).
WHOLESALE BANKING
La banca che opera all’ingrosso, opera con pochi clienti di maggiori dimensioni e con una forza contrattuale significativa.
Si caratterizza per:
Importante nel wholesale banking è quindi la personalizzazione: la banca va ad offrire strumenti e servizi che spesso sono
complessi, e vanno ad adattarsi perfettamente alle esigenze di ciascun cliente. I soggetti hanno profili di qualità elevati,
ovvero sono soggetti competenti, e perciò hanno una forza contrattuale elevata e significativa.
PRIVATE BANKING
- prodotti e servizi per il soddisfacimento dei bisogni emergenti della gestione del patrimonio (finanziario e non) della
clientela privata più abbiente;
- forte personalizzazione sulla specificità della situazione del cliente (situazione familiare, profilo di rischio,
fabbisogno di liquidità);
- interlocutori (private bankers) dedicati al rapporto con i clienti, con i quali instaurano un rapporto di fidelizzazione.
La clientela in questo caso è una clientela “ricca”, abbiente (da 500.000 euro). Per questi clienti è fondamentale un’enfasi
sulla personalizzazione.
- clientela costituita da imprese spesso di dimensioni medio/grandi e dotate di forma societaria (corporate);
- area di affari complessa ed estesa;
- efficiente ed efficace gestione della finanza ordinaria e straordinaria dell’impresa:
→ gestione della tesoreria
→ gestione della struttura di indebitamento
→ gestione delle operazioni sul capitale proprio
→ gestione dei rischi.
Non rientrano in questo ambito le PMI (piccole-medie imprese), che vengono invece nel retail banking.
INVESTMENT BANKING
Si caratterizza per avere una serie molto ampia di servizi offerti alle imprese di dimensioni elevate, connessi essenzialmente
all’intermediazione sul mercato mobiliare.
- intermediazione sul mercato primario (origination, underwriting e distribution) e secondario (broker, dealer, market
maker, consulenza);
- consulenza in operazioni di M&A, LBO, MBO, che quindi impattano sull’assetto proprietario delle imprese;
- financial engineering
- venture capital
- private equity
- si avvantaggia soprattutto della conoscenza del territorio in cui opera (possesso di soft information) e di un
maggiore orientamento (almeno teorico) al relationship banking;
- presenta un più pronunciato localismo bancario. L’elemento chiave delle piccole banche è infatti la conoscenza
del territorio in cui operano.
Per altro, anche la grande banca si prefigge l’obiettivo di recuperare contatto con il territorio attraverso la rivisitazione di
soluzioni organizzative e di marketing.
I principali modelli organizzativi per cui una banca specializzata può optare sono quindi i seguenti:
- Banca universale
- Gruppo bancario
- Banca specializzata e soluzioni di network
In linea di principio (ma con significative eccezioni) optano per i primi due modelli banche di dimensioni media e grande,
mentre le banche di piccola dimensione si orientano maggiormente verso scelte di specializzazione.
La Banca Universale è una unica grande banca, non articolata in decide di società come avviene in un gruppo; opera su
tutto il ventaglio delle scadenze, a breve, a medio e a lungo termine. Offre un po’ tutte le attività proposte dalla legge
bancaria.
La Banca Universale
È una banca “unica” che può operare sia nel breve che nel medio/lungo periodo ed è in grado di fornire un’ampia gamma
completa di prodotti e servizi finanziari.
È un’impresa unica, che può svolgere tutte le attività consentite ad una banca dal TUB, ad eccezione delle attività che,
per riserva di legge, competono ad altri intermediari finanziari, ovvero:
- multibusiness
- multiclient
- multiprodotto.
- Potenziali conflitti di interesse (es. tra finanziamento mobiliare e gestione dei patrimoni; tra attività di prestito e
finanziamento mobiliare) → derivano dal fatto che ci troviamo di fronte ad un intermediario multi-business;
- Difficoltà organizzative ed elevati costi di integrazione: per costituire una banca universale è necessario
internalizzare società di leasing, società di factoring, un istituto di credito speciale, altre società esterne, un
processo molto costoso e impegnativo dal punto di vista dell’organizzazione.
Lo svantaggio più enfatizzato è il conflitto di interesse. Ci sono vari modi per limitare questi conflitti:
Inoltre, la Banca Universale potrebbe essere significativamente vischiosa nella sua struttura organizzativa: infatti non
risulta snella, poiché ha tante divisioni, è frutto di internalizzazioni, e perciò il processo decisorio non risulta rapido.
Abbiamo parlato dell’internalizzazione in riferimento alla Banca Centrale. È altrettanto importante sottolineare che non
tutte le attività devono essere obbligatoriamente internalizzate: infatti, una Banca Universale può decidere, per scelta
strategica, di svolgere alcune attività all’esterno della banca stessa.
Abbiamo detto che la Banca Universale può svolgere qualsiasi attività consentite ad una banca, quindi sicuramente può
lavorare con le imprese nell’ottica di concedere finanziamenti. Nel fare questo, la banca cerca di avere un portafoglio prestiti
diversificato per ridurre il rischio. Il problema centrale è: una banca può assumere partecipazioni nelle imprese? in storia
economica, in passato, quando le banche acquisivano partecipazioni in imprese e le imprese fallivano, queste
comportavano anche il fallimento delle banche stesse. Da allora le banche non potevano più assumere partecipazioni in
imprese, ma a partire dagli anni 70 si è permesso alle banche di assumere nuovamente partecipazioni in imprese.
Banca mista e banca universale sono due realtà diverse. È vero che la Banca Universale può assumere partecipazioni
all’interno delle imprese, ma non senza limiti: l’orientamento tra banca e impresa è molto attenuato, è richiesta una
maggiore separatezza tra banca e impresa, pur consentendo l’assunzione di partecipazioni. Nella banca mista invece, una
banca poteva partecipare al 90% in un’impresa e quindi quando l’impresa falliva, la banca, che era azionista di maggioranza,
ne doveva rispondere completamente.
Quindi, entrambe queste tipologie di banche possono partecipare nel capitale delle imprese, ma la banca universale deve
rispettare una serie di limiti che nella banca mista tipicamente non sono previsti; inoltre, la banca universale svolge
numerose attività che invece non rinveniamo all’interno della banca mista.
IL GRUPPO BANCARIO
A capo di ogni gruppo bancario c’è un organismo che si occupa del coordinamento delle varie società del gruppo: tale
società è definita capogruppo. Questa cerca di contemperare dal punto di vista strategico le diverse esigenze. È necessario
che all’interno del gruppo ci sia qualcuno che organizzi i flussi tra le diverse attività.
Le società in cui la capogruppo partecipa sono società specializzate: si occupano di una sola attività e quindi hanno un
altissimo livello di specializzazione. Tramite queste società, il gruppo diventa un polo di offerta completo, con tutte le attività
che vengono svolte in società specializzate.
- holding pura, quando NON svolge attività operativa, ma si occupa della gestione strategica e del coordinamento
del gruppo;
- holding mista, quando svolge sia la funzione operativa che quella strategica → svolge anche compiti operativi
(banca: svolge attività bancaria + coordinamento società del gruppo);
- holding pura: società finanziaria che assume partecipazioni in varie società del gruppo e tra queste partecipazioni
ci sarà anche la partecipazione nella banca → si occupa della gestione strategica e NON degli aspetti operativi.
Il ruolo della capogruppo è essenziale, perché consente di avere un unico disegno strategico, imprenditoriale.
Le società controllate dalla capogruppo si definiscono partecipate. Sono società specializzate, ciascuna attiva in un
determinato ambito.
Tra la capogruppo e le partecipate possono esistere delle sub-holding, strutture intermedie che assumono partecipazioni
in alcune delle società controllate.
Il modello del gruppo bancario è quello adottato in prevalenza dalle banche italiane (a partire dagli anni ’90) per realizzare
la diversificazione produttiva:
• Modello funzionale
Si tratta di un modello di gruppo bancario basato sulle funzioni. È un modello che si basa su processi di
acquisizione (integrazione orizzontale) e che vuole evitare eccessive complicazioni all’interno del gruppo sotto il
profilo della gestione, cercando di lasciare una discreta autonomia alle società controllate. La capogruppo nel
modello funzionale svolge una funzione di coordinamento.
È quindi un modello caratterizzato da:
→ ridotta complessità gestionale
→ strategia di integrazione orizzontale (processi di acquisizione)
→ elevata autonomia per le controllate
→ contenimento dei costi di struttura
• Modello federale
Si tratta di un gruppo che nasce dalla presenza preesistente di varie banche, ognuna forte in un determinato ambito,
magari geografico. Queste banche vengono acquistate progressivamente dal gruppo, ne entrano a far parte, ma
rimangono banche federate, ovvero che rispondono alle logiche del federalismo. Ciascuna banca, nella propria
area geografica, ha un livello di relazioni privilegiato con gli interlocutori locali, che rappresenta un vantaggio
competitivo.
Le caratteristiche del modello federale sono:
→ aggregazione “progressiva”
→ economie di scala
→ mantenimento delle relatioship a livello locale (federalismo)
→ capogruppo
• Modello divisionale
Consente di superare gli elementi di debolezza del modello funzionale e di attuare una gestione più efficiente. Ogni
area strategica è gestita da una apposita divisione, che è responsabile dei risultati ottenuti. Si riducono i
comportamenti opportunistici da parte delle società controllate, la capogruppo svolge un’attività di monitoraggio
e valutazione delle performance delle divisioni. Si tratta di un modello ideale per banche grandi e diversificate.
Le divisioni possono essere organizzate per: prodotto, segmento di clientela, area geografica.
• Modello ibrido
- Organizzazione burocratica → ci sono tante società, e quindi tanti presidenti, tanti budget da coordinare, ecc.;
- Potenziale minore efficienza del modello del gruppo rispetto a quello della banca universale → proprio perché
all’interno del gruppo i costi sono elevati e la complessità organizzativa è alta, il gruppo potrebbe talvolta risultare
meno efficiente rispetto alla Banca Universale;
- Problemi di unicità strategica → la banca universale è unica, e quindi anche la strategia è una, che viene elaborata
dal vertice; nel gruppo invece si pone il problema di unicità di strategia, perché è vero che la capogruppo è una, ma
il gruppo è costituito da numerose società partecipate alle quali deve essere trasmessa la strategia del gruppo;
- Costi di coordinamento → il coordinamento tra le varie società del gruppo comporta ingenti costi.
- assicurativo
- bancario
- dei servizi di investimento.
Comprendono almeno un’impresa assicurativa e una operante nel settore bancario o dei servizi di investimento.
L’impresa al vertice dei conglomerati è un’impresa fortemente regolamentata: è necessaria la presenza di un’autorità
coordinatrice per lo svolgimento della vigilanza sui conglomerati finanziari.
LA BANCA SPECIALIZZATA
Abbiamo detto che i modelli organizzativi possono essere svariati, ma sostanzialmente possiamo avere:
- modelli a geometria variabile, per intermediari di grandi dimensioni, che sono la banca universale e il gruppo nelle
sue varie configurazioni;
- modello della banca specializzata.
La specializzazione quindi è una pura scelta strategica dei vertici della banca. Le banche piccole solitamente adottano il
modello della banca specializzata. Gli ambiti di specializzazione di una banca possono essere:
- prodotti/servizi specifici
- canali distributivi
- clientela
- area geografica.
2. Nuove banche
In questo caso si tratta di realtà che nascono ex-novo come banche specializzate.
Ovviamente la scelta di specializzazione compiuta da una banca non è immutabile, ma suscettibile di cambiamenti.
1) Fattori principali
I fattori principali hanno un peso significativo nella scelta. Tra questi ricordiamo:
→ Segmentazione del mercato attuale e potenziale: scelgo un canale distributivo in relazione al mercato
che desidero raggiungere;
→ Identificazione dei servizi da offrire: certi servizi si prestano ad essere offerti attraverso uno specifico
canale distributivo piuttosto che un altro;
→ Analisi della concorrenza: occorre analizzare i competitor e le loro scelte;
→ Vincoli di bilancio: le risorse che ho a disposizione vincolano la scelta del canale distributivo adatto;
→ Compatibilità delle scelte distributive con la rete esistente: occorre verificare che il canale distributivo
sia compatibile con la rete già esistente.
2) Fattori secondari
Non sono trascurabili, tuttavia hanno un peso non decisivo come i fattori principali, ma comunque hanno rilievo.
→ Potenzialità commerciali e operative dei singoli canali: commercialmente, quanto ogni singolo canale
mi può fruttare;
→ Costi di investimento e di gestione: quanto costa dare vita al canale distributivo;
→ Flessibilità organizzativa: se organizzativamente il canale conferisce una flessibilità organizzativa;
→ Possibilità di coordinamento e di integrazione con il resto della struttura: verificare se il canale
distributivo permette un’integrazione virtuosa e non pericolosa con il resto della struttura.
Oggi molti intermediari adottano l’approccio della multicanalità, allo scopo di raggiungere più clienti possibili mediante
diversi canali distributivi. La multicanalità implica l’utilizzo di canali tradizionali e di canali innovativi:
FINTECH
Tra i canali precedentemente presentati, il più tipico e tradizionale è sicuramente rappresentato dalle filiali. Tuttavia, ormai
la tendenza è quella del calo e della contrazione progressiva del numero di sportelli bancari, per finalità di efficienza e anche
perché i progressi della tecnologia, del digitale, e l’affermazione del fintech, rendono via via meno indispensabile la
presenza di sportelli bancari fisici.
Uno dei motivi per cui gli sportelli bancari sono numericamente in calo è proprio l’affermarsi del fenomeno del fintech
(financial technology), cioè l’applicazione della tecnologia alla fornitura dei servizi bancari e finanziari.
Il fintech è un ecosistema nel quale opera una pluralità di attori in una logica di competizione/cooperazione.
Il fintech non è un intermediario, bensì un ecosistema. Le banche del futuro non possono fare a meno del fintech.
Le famiglie sono le unità in surplus, che depositano parte del denaro di cui dispongono presso le banche. Le banche
trasformano scadenze e rischi, e prestano denaro alle imprese, che rappresentano le unità in deficit. Attraverso questo
circuito, gli intermediari trasferiscono risorse da unità in surplus a unità in deficit (orientamento agli intermediari).
Alternativamente, le famiglie possono finanziare direttamente le imprese, andando a comprare quote di fondi comuni,
azioni, obbligazioni sul mercato, strumenti finanziari che vengono emessi dalle stesse imprese (unità in deficit) affinché
possano ricevere finanziamenti da parte dei privati (orientamento al mercato).
Tutto questo sistema è sottoposto ad un controllo stringente da parte delle autorità di vigilanza.
Si tratta di funzioni di interesse pubblico, che rendono gli intermediari finanziari rilevanti dal punto di vista
macroeconomico. Ne deriva la necessità di regolamentare l’attività finanziaria per evitare i cosiddetti market failures, i
fallimenti del mercato, che generano disastri ed effetti domino.
Poiché le banche ricoprono ruoli di interesse pubblico, è chiaro che anche la regolamentazione deve avere natura pubblica,
deve essere posta a tutela del pubblico valore, rappresentato dal risparmio delle famiglie.
Inoltre ricordiamo che la regolamentazione non deve essere assoluta, bensì adeguata: se si ha eccessiva regolamentazione
si rischia di limitare le possibilità strategiche degli intermediari.
Esiste poi un obiettivo intermedio, che è quello della stabilità degli intermediari. Si definisce intermedio perché è un
obiettivo che possiamo definire propedeutico al raggiungimento dell’obiettivo finale. Infatti, perché la fiducia sia tutelata, è
importante che gli intermediari siano stabili. La stabilità è intesa su due livelli:
- Contenere il rischio → non annullare il rischio, perché senza rischio non c’è rendimento, ma contenerlo, non
assumere rischi sconsiderati;
- Capitale minimo → il fatto che le banche, per costituirsi, debbano avere un capitale minimo è una prima forma di
garanzia per la stabilità dell’intermediario.
La stabilità
L’instabilità è un rischio NON teorico. Le ragioni dell’instabilità stanno nella natura stessa dell’attività finanziaria:
- attività di trasformazione;
- elevato livello di leverage (leva significativa che conferisce potenziale instabilità);
- asimmetrie informative (generano opacità nel grado di rischio).
Altro aspetto che impatta sulla stabilità sono le riserve di liquidità. Per effetto del fractional reserve banking, e cioè della
detenzione da parte delle banche delle riserve liquide solo per una frazione dei depositi, le banche non sarebbero in grado
di far fronte a richieste straordinarie di rimborso e si ritroverebbero in situazioni di illiquidità.
L’assenza di meccanismi automatici di salvataggio in caso di dissesto potrebbe provocare un fallimento del mercato per
effetto domino (propagazione della crisi fino al fallimento del mercato intero).
Le crisi bancarie sono spesso legate all’informazione. Le voci (i rumors) sono molto importanti.
Abbiamo detto che la regolamentazione ha natura pubblica: è necessario che l’intermediazione finanziaria venga
monitorata costantemente per vedere come si sviluppa, come funziona. Tuttavia, l’attività di monitoraggio si basa su
informazioni che possono essere costose, difficili da reperire e talvolta anche “cattive”, nel senso di fuorvianti.
- Gli operatori di mercato (wholesale) all’ingrosso, su cui gli intermediari operano ed intervengono. Il mercato è in
grado di monitorare lo svolgersi dell’intermediazione finanziaria e della sua correttezza.
- I risparmiatori (retail) al dettaglio → ciascun risparmiatore svolge attività di monitoraggio, interagendo con la
banca.
Occorre quindi trovare delle modalità per raccogliere dati e informazioni nell’interesse di tuti i soggetti per attenuare i rischi
delle crisi finanziarie.
1. Prestatore di ultima istanza (lender of last resort), gestito dalla Banca Centrale (BCE)
2. Schema di assicurazione dei depositi, cioè delle tutele per i depositanti → il prossimo passo da raggiungere è
l’armonizzazione di regole a livello europeo.
Queste soluzioni rispetto ad una eventuale crisi sono prerogativa esclusiva delle banche (ring fencing). Naturalmente, per
realizzare tutto questo, si pone la necessità di un forte coordinamento tra le varie autorità. L’obiettivo è sempre quello di
garantire la fiducia dei depositanti.
La BCE ha la funzione di regolare la liquidità nel sistema bancario e di intervenire in caso di malfunzionamenti del mercato
monetario. La BCE accetta quei titoli che in quel momento nessuno vuole, li inserisce nel suo portafoglio e, a fronte di questi
tioli, rifinanzia le banche.
Il lender of last resort è il prestatore di ultima istanza, e si identifica con interventi mirati da parte della BCE che interviene
nel sistema attraverso: operazioni di mercato aperto e rifinanziamento marginale.
Quando una banca salta, questa è tenuta al rimborso dei depositanti, e può farlo ricorrendo ad un fondo interbancario, che
funge da schema di assicurazione sui depositi. Il fondo interbancario è obbligatorio. Quando c’è una crisi, è importante
cercare di attenuare l’impatto sui depositanti e sulle operazioni di deposito che questi ultimi hanno efefttuato con la banca.
Più una banca è rischiosa, più elevata è la possibilità che possa andare in crisi, e quindi una banca rischiosa avrà più bisogno
di attingere al fondo interbancario di tutela dei depositi.
L’obiettivo dello schema di assicurazione è assicurare il rimborso dei depositanti. Il versamento del contributo può essere:
periodico o a richiesta del fondo. Questo sere per gestire le crisi episodiche e non sistemiche.
Esistono degli intermediari definiti too big to fail (troppo grossi per fallire) che vengono chiamati SIFIs (Systemically
Important Financial Institutions). Per questi intermediari il fondo non è sufficiente, quindi servono interventi di secondo
livello, subordinati a quelli di primo livello.
- Vigilanza → è l’attività di controllo della Banca Centrale nei confronti degli intermediari finanziari;
- Regolamentazione → è il processo normativo che regola i rapporti con gli intermediari.
Ci sono alcuni obiettivi della vigilanza che coincidono con gli obiettivi della regolamentazione, ma non tutti.
1) Stabilità
Si vogliono evitare contraccolpi sul sistema legati alla crisi di un intermediario, evitare il cosiddetto “effetto
domino”, di trascinamento del sistema legato al fallimento di un intermediario.
La stabilità è stato l’obiettivo primario dell’autorità di vigilanza italiana (Banca d’Italia).
La stabilità può essere vista a due livelli:
→ a livello micro → la singola banca che va in crisi;
→ a livello macro → la banca che va in crisi potrebbe scatenare quello che viene definito l’effetto domino,
cioè una propagazione allargata della crisi tra le varie banche del sistema.
2) Efficienza
Il concetto di efficienza ha a che vedere con i costi: si parla di efficienza in riferimento al processo produttivo di una
banca. Una banca è efficiente quando non ha costi troppo elevati rispetto all’attività che pone in essere.
L’efficienza può essere di due tipologie:
→ allocativa → riguarda le scelte allocative della banca, come dove aprire uno sportello, a quali settori
economici indirizzare i finanziamenti, ecc.;
→ tecnico-operativa → è un concetto più vicino all’aspetto del costo dei prodotti e dei servizi offerti.
I modelli di vigilanza
Esistono diversi modelli secondo cui la vigilanza può essere assicurata:
• Modello ibrido
LA VIGILANZA IN ITALIA
In Italia è prevalso il modello ibrido decentrato (più tendente al decentramento che all’accentramento).
- Strutturale → è quella vigilanza atta a definire la struttura del sistema finanziario o bancario: se nasce una nuova
banca, si modifica la struttura;
- Prudenziale → ha a che vedere con la gestione dei rischi da parte degli intermediari che deve essere ispirata ad un
criterio prudenziale;
- In caso di crisi → se una banca va in crisi è un problema perché la banca ha il ruolo di trasmissione della politica
monetaria. Il desiderio è quello di intercettare per tempo i segnali di difficoltà, che tuttavia non sono ancora
risolvibili. Esistono delle modalità per fronteggiare queste difficoltà.
→ Early warning
a. Amministrazione straordinaria → prevista per le banche in difficoltà per uscire dalla crisi;
Cronologia temporale
- Ex-ante → anteriore alla crisi, prima che essa si manifesti. Si tratta di una vigilanza funzionale che vuole evitare il
presentarsi di una crisi (strutturale e prudenziale).
- Ex-post → quando la crisi si è già manifestata, è importante cercare di attenuare gli effetti.
Attività svolta
- Regolamentare → occorre rispettare certi regolamenti, regole di vigilanza, sia strutturale che prudenziale;
- Informativa → la banca deve fornire informazioni ai regulators e al sistema stesso in generale: esiste un flusso di
dati che mensilmente ogni banca deve mandare alla Banca Centrale (vigilanza informativa);
- Ispettiva → consiste nel mandare del personale in una banca per monitorare, verificare cosa sta succedendo e
quali sono gli elementi di preoccupazione esistenti. Più un’ispezione è inattesa, più è pericolosa per la situazione
di un intermediario finanziario.
Altro problema è capire come rapportarsi con mercati, cittadini e investitori in caso di crisi. È necessario che a questi
soggetti sia trasmessa tranquillità e fiducia, ma ciò è possibile solamente quando tutte le autorità di vigilanza intervengono
contemporaneamente, ma soprattutto nella stessa direzione (se un’autorità interviene sostenendo stabilità, l’altra
sostenendo efficienza, è chiaro che non si arriva da nessuna parte). Perché vi sia coordinamento, è necessaria una vigilanza
macro-potenziale, servono criteri e organismi di vigilanza che siano in grado di porre in essere rimedi più efficaci.
Alla luce di tutto ciò, negli ultimi anni è stata rivista l’architettura di vigilanza a livello europeo, al punto che sono nati nuovi
soggetti che in precedenza non esistevano, tra cui:
- Consiglio Europeo per il Rischio Sistemico (European System Risk Board – ESBR) → vi partecipano vari membri
dell’UE, tra cui i governatori delle banche centrali, i vicepresidenti, i presidenti delle autorità di vigilanza; il
presidente è il presidente della BCE;
- Sistema Europeo delle Autorità di Vigilanza (European System of Financial Supervision – ESFS).
Le banche sottoposte al MUV sono quelle che l’EBA definisce banche significative. Una banca è significativa quando:
In ogni caso, a prescindere da questi requisiti, i primi tre gruppi bancari (per quote di mercato) di ogni stato europeo sono
considerati realtà significative.
Perché è importante distinguere le banche significative? Perché queste sono vigilate direttamente dalla BCE, che vuole
avere un controllo diretto, e non mediato, su questi intermediari.
Sulle banche italiane meno importanti, l’autorità che vigila è la Banca d’Italia, mentre sulle banche più importanti è
direttamente la BCE, cambia il meccanismo.
A capo di questo meccanismo abbiamo la BCE, la quale può operare esercitando una:
Vigilanza diretta, appoggiandosi comunque a gruppi di vigilanza congiunta. La vigilanza diretta la opera sulle
banche significative;
- Vigilanza indiretta, svolta direttamente dalle autorità nazionali di controllo (Banca d’Italia) su tutte le altre banche
(non significative).
- la definizione di regole comuni (Single Rulebook) per tutti i Paesi appartenenti all’Unione Bancaria Europea;
- gli stress test per valutare la resilienza del sistema bancario e il rischio sistemico del sistema finanziario dell’UE.
Periodicamente le banche vengono sottoposte ad uno stress test, che vanno ad effettuare un’analisi what if, cioè
verificare come si muoverebbero le banche a fronte di una potenziale crisi che potrebbe innescarsi nel sistema. Se
le banche passano gli stress test, chiaramente è un buon segnale.
L’obiettivo del fondo è fare in modo che il peso della crisi degli intermediari non cada sulle spalle dei singoli contribuenti.
Altro obiettivo di primaria importanza è poi quello di evitare il rischio sistemico, l’effetto domino, e questo viene
“parzialmente assicurato” attraverso due istituti:
- Vendita dell’attività di impresa → posso vendere attività, diritti, lavorare sulle passività e sulle altre poste di
bilancio per ottenere risorse finanziarie con cui fronteggiare il dissesto;
- Ente-ponte (bridge bank) → dare vita ad una nuova banca “pulita”, senza problemi, che faccia da “ponte”, cioè che
possa acquistare delle quote di capitale della vecchia banca, farsene carico in un momento in cui non ci sono
alternative soluzioni di mercato;
- Separazione delle attività (es. cessione ad una bad bank) → operazione di cessione delle parti “marce” della
banca ad una società creata appositamente per raccoglierle (bad bank). Naturalmente la bad bank sarà
specializzata nel cercare di portare a casa qualcosa di positivo anche da queste posizioni difficili.
- Svalutazione o conversione in capitale delle passività (bail in).
I piani di risoluzione non richiedono il consenso né degli azionisti né dei creditori (depositanti): sono utilizzabili in via
coattiva, data la gravità della posizione della banca.
Il bail-in
Come già anticipato, il bail in non richiede alcuna autorizzazione preventiva per essere utilizzato, se ne può far ricorso in via
coattiva.
Ci sono passività che vengono assoggettate al bail in, altre che invece vengono escluse. Le passività ammissibili al bail in
diventano azioni della “nuova” banca, cioè della banca post iniziativa di risoluzione che cerca di fronteggiare la crisi.
1) Partiamo da una banca in normalità, che ha attività e passività, tra cui capitale, passività ammissibili al bail in e le
passività escluse dal bail in.
2) La banca va in crisi, in dissesto, ha delle perdite e “si mangia” il capitale: le perdite della banca hanno “mangiato”
il capitale e hanno intaccato le attività.
A questo punto quello che ci è rimasto sono passività escluse dal bail-in e passività ammissibili al bail-in, cioè
funzionali alla risoluzione della crisi.
3) Nuova banca → le attività sono quelle della banca in dissesto, che saranno sicuramente meno rispetto a quelle
che la banca aveva all’inizio, perché è chiaro che a seguito di una crisi bancaria non potrò avere lo stesso livello di
attività. Nel passivo, le passività escluse dal bail in che avevo individuato nella banca in dissesto rimangono tali,
mentre le passività ammissibili al bail in scendono.
L’Autorità inoltre avrà la facoltà di modificare la scadenza di tali obbligazioni, l’ammontare degli interessi maturati o la data
a partire dalla quale gli interessi diverranno esigibili, o anche sospendere i relativi pagamenti per un periodo transitorio. La
normativa si applica a tutti gli strumenti finanziari descritti, inclusi quelli emessi o acquistati prima della sua entrata in
vigore. Infine, qualora il coinvolgimento di azionisti e obbligazionisti, nonché l’intervento del Fondo di Risoluzione Unico
Europeo non fossero stati sufficienti per l’assorbimento delle perdite necessarie alla continuità delle funzioni essenziali,
potrebbero essere chiamati a contribuire alle perdite, da ultimo, anche i clienti che detengono depositi per la parte
eccedente i 100.000 euro. In nessun caso invece potranno essere chiamati a contribuire alle perdite, e non possono essere
né svalutate né convertite in capitale, alcune categorie di depositi e investimenti, fra cui: i depositi protetti dal sistema di
garanzia dei depositi, cioè quelli di importo fino a 100.000 euro, le passività garantite (per esempio i covered bond), i beni
dei clienti custoditi presso la banca in crisi in virtù di una relazione fiduciaria (per es. il contenuto delle cassette di sicurezza,
gli strumenti finanziari di altri emittenti), i debiti verso i dipendenti, i debiti commerciali e quelli fiscali purché privilegiati
dalla normativa fallimentare.
Abbiamo detto che bail-in è una espressione inglese che significa “salvataggio interno” e prevede per l’appunto la
risoluzione di una crisi bancaria attraverso l’esclusivo e diretto coinvolgimento di azionisti, obbligazionisti, correntisti. In
questo contesto, secondo la sua definizione, il bail-in consente alle banche di attingere a risorse interne per mitigare le
perdite, e di avvalersi quindi anche dei valori sui depositi. Ricorrendo al bail-in, nello specifico, si svalutano azioni e crediti
e li si converte in azioni per assorbire le perdite e ricapitalizzare l’istituto in crisi o per sostenere un nuovo soggetto
economico che continui le funzioni essenziali di quella che nel frattempo può trasformarsi, per esempio, in una bad
company.
Naturalmente ci sono vincoli precisi per applicare il bail-in: nelle operazioni di salvataggio interno non possono essere
toccati da prelievo forzoso i depositi fino a 100 mila euro, né i patrimoni che i clienti hanno affidato all’amministrazione della
banca sotto forma di azioni, obbligazioni e titoli di fondi. La direttiva BRRD introduce per l’appunto la riduzione o la
conversione in azione degli strumenti di capitale attraverso azioni concordate con la Banca d’Italia o tramite iniziative,
sempre orchestrate dall’autorità di risoluzione di early intervention. Nello specifico, la Banca d’Italia ha la facoltà di
predisporre piani di recovery che includano strategie e tattiche da intraprendere anche durante la fase di normale operatività
dell’istituto in difficoltà. Gli strumenti di early intervention vengono calati nell’organizzazione affianco alle classiche misure
prudenziali, tipicamente messe in campo nell’ambito dei risk management, e sono implementati in base alla gravità della
situazione riscontrata. Nella peggiore delle ipotesi, è anche possibile rimuovere gli organi di amministrazione e nominare
amministratori temporanei.
1) Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi → vale per le banche S.p.A. e per le popolari (NO BCC).
2) Fondo di Garanzia dei Depositanti del Credito Cooperativo → vale per le BCC.
In Italia nel caso in cui la banca dovesse saltare vengono rimborsati fino a 100.000€ per depositante entro 7 giorni dalla data
di liquidazione.
- Testo Unico Bancario (TUB – [Link]. 385/1993): regolamenta l’attività di intermediazione svolta da banche e altri
intermediari finanziari;
- Testo Unico della Finanza (TUF – [Link]. 58/1998): detta disposizioni in materia di attività di intermediazione
mobiliare, prestazione dei servizi di investimento e funzionamento dei mercati mobiliari;
- Il Codice delle Assicurazioni Private ([Link]. 209/2005): disciplina l’attività assicurativa sia nel ramo vita che nel
ramo danni.
Si tratta di una tripartizione che richiama anche la natura degli intermediari, quelli bancari, quelli di investimento e quelli di
tipo assicurativo. Si tratta di una normativa fissa, tuttavia comunque suscettibile di modifiche negli anni.
Esiste poi una normativa secondaria, in cui rientrano le istruzioni di vigilanza di Banca di Italia, le norme e le circolari che
disciplinano in dettaglio varie parti, come per esempio la riserva obbligatoria.
A fronte della regolamentazione non c’è solo l’autorità di vigilanza, ma devono esserci anche dei presidi di controllo interno
da parte degli stessi intermediari. Il primo artefice della vigilanza è l’intermediario stesso, che opera attraverso presidi
interni (audit, compliance).
Ci sono poi altri intermediari finanziari che svolgono un’attività simile a quella della banca, ma che comunque non può
definirsi attività bancaria. L’art. 106 TUB ci dice che gli intermediari finanziari esercitano attività di:
(1) Le autorità creditizie esercitano i poteri di vigilanza a esse attribuiti dal presente decreto legislativo, avendo riguardo alla
sana e prudente gestione dei soggetti vigilati, alla stabilità complessiva, all’efficienza e alla competitività del sistema
finanziario nonché all’osservanza delle disposizioni in materia creditizia.
a) Stabilità complessiva → stabilità complessiva significa che l’obiettivo della vigilanza è evitare che salti il sistema
nel suo complesso, che il fallimento di una banca provochi il dissesto dell’intero mercato: può “saltare” una banca
piccola, purché questo non dia vita ad un fenomeno di contagio, ad un coinvolgimento dell’intero sistema.
b) Efficienza
c) Competitività del sistema finanziario → la Banca Centrale promuove la competitività, affinché vi sia la giusta
concorrenza nel sistema finanziario.
d) Osservanza delle disposizioni in materia creditizia → gli intermediari hanno spesso cercato di eludere ed aggirare
le normative, al punto che si è deciso di metterlo come una finalità della vigilanza.
e) Sana e prudente gestione dei soggetti vigilati
→ sana → “ispirata a criteri di efficienza funzionale”, cioè gestita bene, correttamente, in modo profittevole,
e per quanto possibile anche innovative, cioè non ancorata a modalità operative e gestionali tradizionali,
ma adeguatamente recettiva del nuovo;
→ prudente → in riferimento all’avversione al rischio: non si può pensare che una banca sia totalmente
avversa, proprio perché di base, essendo una impresa, è comunque soggetta al rischio di impresa; tuttavia,
è comunque necessario un bilanciamento.
(2) La vigilanza si esercita nei confronti delle banche, dei gruppi bancari, degli intermediari finanziari, degli istituti di moneta
elettronica e degli istituti di pagamento.
(3) Le autorità creditizie esercitano altresì gli altri poteri a essere attribuiti dalla legge.
1) Consolidato → che tenga conto delle partecipazioni assunte dalle banche in altri intermediari che entrano a far
parte del bilancio consolidato (gruppi bancari);
2) Risk based → fondato sui rischi, che attribuisce una forte enfasi sull’aspetto prudenziale nei confronti dei rischi
che la banca decide di assumersi; si tratta di un approccio attento alla gestione del rischio.
3) Proporzionale → si effettua una distinzione tra gli intermediari oggetto di regolamentazione sulla base delle
“dimensioni”:
→ Istituzioni significative: sono le realtà più grosse, vigilate e monitorate direttamente dalla BCE
→ Istituzioni meno significative: vigilate dalla Banca d’Italia
Quindi, si definisce proporzionale perché in relazione al rilievo e alla significatività degli intermediari.
2. Vigilanza conoscitiva
Per svolgere un’attività di vigilanza, l’autorità ha necessità di disporre di una serie di informazioni, che deve
acquisire dalle banche. Esistono una serie di meccanismi di comunicazione tra banca centrale e altre banche, in
virtù dei quali le banche, con periodicità mensile, devono comunicare alla Banca d’Italia moltissimi dati che
riguardano la raccolta diretta e indiretta: si genera un flusso informativo di andata nei confronti della Banca
3. Vigilanza protettiva
Riguarda le crisi, è l’attività di vigilanza che viene svolta nel momento in cui si verifica una difficoltà.
Oltre alla vigilanza, ricordiamo che la banca centrale può sempre ricorrere ala cosiddetta “moral suasion”, una sorta di
potere intrinseco esercitato da un’autorità, che induce ad un comportamento moralmente e socialmente corretto.
La vigilanza strutturale
L’attività tipica della banca è quella prevista dall’art. 10 TUB, che prevede raccolta del risparmio presso il pubblico e
successivo esercizio del credito.
Le banche possono poi svolgere altre attività (attività ammesse) riconosciute all’art. 1 lettera F TUB, ad esclusione delle due
attività che godono di riserva, cioè produzione assicurativa che spetta alle assicurazioni, e gestione in monte, che spetta
alle SGR.
- Forma giuridica
Uno dei primi passi da fare riguarda la scelta della forma giuridica tra S.p.A. e cooperative per azioni a
responsabilità limitata (banche popolari e banche di credito cooperativo-BCC).
- Programma di attività
Si tratta di un programma triennale nel quale si specifica come si svolgerà l’attività bancaria (linee di sviluppo
dell’attività, profili di adeguatezza e sostenibilità patrimoniale, struttura organizzativa e corporate governance,
stress test…).
Si tratta di un aspetto di particolare rilievo e talvolta problematico, perché mentre gli altri elementi di valutazione
sono oggettivi, il programma di attività è puramente soggettivo.
La banca centrale è incaricata di valutare il programma di attività e approvarlo oppure subordinare la sua
approvazione all’integrazione di alcuni elementi.
La vigilanza prudenziale
Nel caso della vigilanza prudenziale si pone l’enfasi sul ruolo del patrimonio, dei fondi propri di una banca: il patrimonio è
una variabile strategica fondamentale per la banca, la quale, senza di esso, non può svolgere il proprio operato.
La vigilanza prudenziale poggia su fondi propri, il cosiddetto patrimonio ai fini di vigilanza. È un patrimonio diverso da
quello che troviamo iscritto in bilancio, non è una voce di SP/CE, ma una somma algebrica di voci che vengono stabilite
dalle autorità di vigilanza e dalla BCE (e BCN). L’operatività di una banca è quindi connessa alla sua disponibilità di risorse
patrimoniali.
Questo patrimonio emerge anche in una serie di altre misure di vigilanza prudenziale a cui le banche sono assoggettate:
- coefficienti patrimoniali sui rischi → rapporti legati ai rischi, fondamentali per gestire correttamente una banca;
- limiti alla concentrazione dei rischi → importo massimo di un finanziamento che posso concedere ad un unico
soggetto è parametrato ad una certa percentuale del patrimonio di vigilanza. Si vuole evitare che io conceda tutto
il patrimonio della banca a titolo di credito ad un unico soggetto;
- assunzione di partecipazioni da parte delle banche → legata alle percentuali del patrimonio di vigilanza;
- sistemi di controllo interni → sistema che deve poggiare sulla verifica dell’adeguatezza patrimoniale.
- Basilea 1 → “fronteggiare il rischio di credito con un’adeguata dotazione patrimoniale”: se hai poco patrimonio,
non puoi concedere credito oltre ad un certo limite;
- Basilea 2 → ha approfondito e modificato la disciplina sul rischio di credito e ha introdotto una disciplina sul rischio
operativo (legato a frodi, rapine, malfunzionamenti, tecnologia); anche a fronte del rischio operativo deve esistere
un presidio bancario rappresentato dal patrimonio ai fini di vigilanza;
- Basilea 3 → introduce valutazioni sul rischio di liquidità e introduce elementi sulla leva che una banca può
utilizzare; inoltre modifica la composizione del patrimonio ai fini di vigilanza.
1. ICAAP (Internal Capital Adeguacy Assessment Process) & ILAAP (Internal Liquidity Adeguacy Assessment
Process)
L’ICAAP riguarda la valutazione dell’adeguatezza patrimoniale di una banca, a fronte tipicamente di rischi di credito,
cioè il fatto di avere un patrimonio adeguato rispetto ai rischi che la banca può assumere. L’ILAAP si concentra
invece sull’analisi dell’adeguatezza della liquidità, cioè quale livello di liquidità hanno le banche (che in caso di
mancanza di questa vanno in crisi. Questa prima fase si sostanzia in un’autovalutazione da parte della banca: è la
banca stessa che si valuta e che valuta i rischi di credito. A fronte di questa autovalutazione si va a verificare
l’adeguatezza dei sistemi di gestione del rischio e di controllo interno a valere su questi rischi.
2. SREP (Supervisory Review and Evaluation Process)
Si tratta del processo di revisione e rivalutazione prudenziale dei processi, che non viene più effettuata
autonomamente dalle banche, ma viene effettuata dalla Banca Centrale.
La prima fase è una autovalutazione effettuata direttamente da parte delle singole banche, è un processo interno. Questa
analisi è successivamente soggetta a revisione da parte della Banca Centrale. Se la Banca Centrale evidenzia una
situazione molto critica può prevedere un piano di risanamento, altrimenti va a quantificare, a livello di vigilanza
prudenziale, il patrimonio necessario per fronteggiare i rischi che emergono dall’autovalutazione effettuata dalla banca.
- Tier 1 → voci patrimoniali più pure, le classiche voci che ci aspettiamo di trovare nel patrimonio di una banca.
- Tier 2 → componenti patrimoniali più “anonime”, che non ci aspettiamo tipicamente di trovare in un bilancio di
un’impresa bancaria (near capital).
Tier 1
Il Tier 1 contiene le voci patrimoniali più pure. Questo deve essere almeno il 6% delle attività ponderate per il rischio. Si
suddivide a sua volta in:
- Tier 1 aggiuntivo
Considera una serie di elementi di base:
→ strumenti finanziari subordinati “a tutto” (diversi rispetto a quelli nel Tier 2)
→ strumenti senza garanzie
→ strumenti senza data di scadenza
→ strumenti senza clausole di rimborso anticipato
→ discrezionalità in materia di dividendi
In questo caso non è richiesto un minimo, però esiste il minimo sul Tier 1 complessivo, che deve essere almeno il
6% delle attività ponderate per il rischio. Ne consegue quindi che il Tier 1 aggiuntivo deve essere almeno l’1,5% (ma
questo non è stabilito esplicitamente).
Tier 2
Il Tier 2 è necessario in caso di crisi. Quando una banca entra in crisi e si trova in una situazione di dissesto generale, il Tier
2 fornisce ulteriori elementi per fare fronte alle difficoltà. In esso sono presenti determinati strumenti finanziari che hanno
caratteristiche particolari e specifiche. Il Tier 2 accoglie delle voci patrimoniali meno pure, che richiamano il near capital,
concetto che ha una vicinanza con il patrimonio ma non è un patrimonio puro, ad esempio obbligazioni.
Oltre al Tier 2, esistono poi alcune deduzioni patrimoniali, che hanno segno negativo, e quindi che vengono sottratte da Tier
1 e Tier 2.
L’insieme di tutti questi tre elementi va a costituire il patrimonio ai fini di vigilanza. La natura del patrimonio di vigilanza
è assumere una funzione di garanzia dei rischi assunti dalla banca, per il Tier 1 questa funzione di garanzia dovrebbe
essere riferita alle condizioni normali di funzionamento di una banca. Tale patrimonio, rapportato alle attività ponderate
per il rischio (RWA) deve essere almeno pari all’8%.
TC/RWA ≥ 8%
Viceversa, il patrimonio supplementare svolge una funzione di garanzia, ma serve a garantire l’assorbimento delle perdite
qualora dovesse esserci una crisi.
I buffer patrimoniali
La Banca Centrale può scegliere dei buffer patrimoniali, riserve di capitale aggiuntive, con l’obiettivo di dotare le banche
di mezzi patrimoniali di qualità. I buffer patrimoniali possono essere di quattro tipi:
Esempio
Nelle situazioni 1 e 2, la Banca A non è più in grado di rispettare i minimi regolamentari; dovrà quindi procedere ad
aumentare i suoi fondi propri. Ciò potrà avvenire attraverso un aumento di capitale sociale oppure un’emissione di titoli
subordinati (i quali possono, in relazione alle caratteristiche, essere ricompresi nel T1 aggiuntivo o nel T2).
Tutto ciò finisce nella SREP, perché deve valutare l’adeguatezza patrimoniale della banca, devo conoscere gli eventuali
requisiti aggiuntivi, i buffer che vengono applicati e arrivare ai requisiti patrimoniali dello SREP.
Mettendo insieme questi elementi, riesco ad ottenre dei requisiti obbligatori che, sommati al requisito inziale, mi danno il
requisito patrimoniale complesso a cui l’intermediario è soggetto.
In tempi più recenti si è aggiunto il MREL (Minimum Requirements for own funds and Eligible Liabilites), introdotto con
una direttiva con la finalità di far funzionare meglio il bail in.
Tra gli “altri subordinati” e “altro debito senior” viene inserita la voce cuscinetto, i senior non-preferred debt, categoria
che viene intaccata, aggredita dal bail in prima rispetto alla categoria ”altro debito senior”. I senior non-preferred debt
sono destinati ad investitori istituzionali, che vengono quindi aggrediti prima del normale privato Mario Rossi, che ha un
“altro bond senior”.
Le altre due tipologie di rischio esistenti, quello strategico e quello reputazionale, non vengono disciplinati dalle norme
attualmente esistenti: sono stati individuati come rischi importanti, tuttavia non gli è stato attribuito un coefficiente
patrimoniale per ora.
- Rischio di credito
→ Ponderazione dei crediti in relazione al grado di rischiosità: metodo standard e metodo IRB
→ Tecniche di Credit Risk Mitigation (CRM)
- Rischio di mercato
Il rischio di mercato può essere relativo:
→ All’
- Rischio operativo
- Rischio di liquidità
Sono stati introdotti i seguenti coefficienti:
→ Liquidity Coverage Ratio (LCR) → ragiona su problemi di liquidità di brevissimo periodo (fino a 30 giorni),
che tipicamente è un problema urgente che non può essere rimandato.
La LCR impone alla banca di detenere un certo numero di attività liquide in rapporto alle proprie passività,
e questo deve essere superiore a 1, cioè deve avere tante attività liquide quante sono le passività che
possono tradursi in deflussi in 30 giorni.
→ Net Stable Funding Ratio (NSFR) → composizione equilibrata in termini di scadenze tra attività e passività.
Basilea 3, oltre al rischio di liquidità, affronta anche il rischio legato al lavarage, alla leva finanziaria, per cui stabilisce un
coefficiente T1/TotATT (on&off balance), che deve essere inferiore al 3% (in vigore dal 1 gennaio 2018). È un coefficiente
aptrimoniale perché al numeratore abbiamo T1 che è una voce patrimoniale.
Il rischio di credito
All’interno della categoria del rischio di credito possono rientrare molteplici categorie di rischio: insolvenza, migrazione,
spread, recupero, pre-regolamento, paese, sovrano.
Possiamo distinguere due tipologie differenti di rischio, a seconda che si tratti di un rischio:
a) Legato ad una singola posizione, cioè ad una singola operazione di conceione di un finanziamento →è NON
diversificabile per definizione;
b) Legato all’intero portafoglio prestiti → se finanzio imprese di vari settori, varie dimensioni, con varie forme
tecniche, è chiaro che vado ad ammorbidire il rischio, che diventa quindi diversificabile.
Il timore di un rischio è di avere una perdita, che può avere due accezioni:
- perdita attesa → si traduce tipicamente in rettifiche sui crediti (LLP – Loan Loss Provisions), che impatta sul CE,
ma comunque è attesa, quindi si era a conoscenza di un suo possibile accadimento (potrebbe essere che la banca
avesse addirittura accantonato delle somme a fronte della copertura di questo rischio);
- perdita inattesa → quando la perdita non era stata prevista né stimata: in questo caso abbiamo un impatto sul
patrimonio, sui fondi propri, e chiaramente è più grave.
Naturalmente, la PD non è valida in assoluto, ma è riferita ad un certo orizzonte temporale e dipende dal business
dell’impresa e dalle sue caratteristiche economico-finanziarie.
Le altre variabili invece non dipendono tanto dall’impresa, quanto dal finanziamento, dall’operazione effettuata con
l’impresa, quindi il tipo di finanziamento.
Tra questi elementi legati al finanziamento, ne abbiamo uno nuovo: M (maturity): è la scadenza economica residua
dell’esposizione (maturity); il termine corretto è vita residua, quanto manca alla scadenza.
Una volta viste nel dettaglio le componenti della perdita attesa, per poter fare una valutazione sensata di questi elementi e
quantificarli occorre un lavoro difficoltoso, non solo in termini di ore dedicate ma anche in termini economici. I metodi per
effettuare questa valutazione sono due:
1) Metodo standard
2) Metodo IRB (Internal Rating Based)
Tra i due, il metodo più semplice è chiaramente il metodo standard: utilizzando questo approccio, il rating non viene fornito
dalla banca stessa, ma da un soggetto esterno, una agenzia di rating, che esprime il suo giudizio a seguito della valutazione
di una serie di elementi rilevanti.
Il metodo standard
Il metodo standard è tra i due il più semplificato, perché i valori significativi non vengono forniti dalla banca stessa, ma da
soggetti esterni, le agenzie di rating.
Da BBB a BB- sono imprese più pericolose. Se concedo un finanziamento all’impresa AAA, questa assorbirà meno
patrimonio rispetto ad un soggetto BB- che è più rischioso. È chiaro che il rendimento varia a seconda del rischio, e quindi
se finanzio una impresa AAA il tasso di interesse sarà inferiore e quindi il guadagno sarà più basso rispetto che se finanzio
una impresa BB- che, essendo più a rischio, si vede applicato un tasso maggiore e perciò il guadagno della banca sarà
altrettanto maggiore. All’aumentare della rischiosità del soggetto cui ci concede il finanziamento, aumenta anche il
patrimonio che viene assorbito dall’operazione.
Il metodo IRB
Il metodo IRB può essere a sua volta suddiviso in due tipologie:
- metodo base (foundation) → la banca stima la PD (probability of default), mentre gli altri valori sono esterni;
- metodo avanzato (advanced) → la banca stima tutte le variabili, sono tutte interne: PD, LGD, EAD e M.
i metodi interni sono più “risparmiosi” rispetto al metodo standard. tra i due metodi, base e advanced, è più risparmioso il
metodo avanzato, secondo il quale è la banca a calcolare tutte le variabili necessarie: seguendo questo metodo infatti
l’assorbimento di capitale è inferiore.
La Banca Centrale non permette l’utilizzo del metodo interno ad ogni banca che lo desideri: ogni banca deve elaborare il
metodo e deve sottoporlo all’autorità della BC.
La perdita attesa è fondamentale perché conoscendo il valore della perdita totale, sottraendo la perdita attesa, si ottiene
la perdita inattesa, che è la parte più pericolosa.
- Partecipazioni in (altre) banche → banche che assumono partecipazioni in altre banche. La normativa in questo
ambito non è rigida perché le banche assumono partecipazioni che in un soggetto che conoscono bene a livello di
regolamentazione e attività operative perché è un soggetto bancario facente parte dello stesso sistema.
- Partecipazioni in assicurazioni → a causa della riserva di attività prevista per le attività assicurative, le banche
molto spesso assumono partecipazioni in imprese assicurative (rapporto banca-assicurazione). Le partecipazioni
possono essere anche di maggioranza o totalitarie.
- Partecipazioni in società strumentali (allo svolgimento dell’attività bancaria) → due esempi classici di società
strumentali sono società immobiliari che gestiscono il patrimonio immobiliare della banca, o società di IT, software
house, società di matrice informatico-tecnologica.
- Partecipazioni in imprese non-finanziarie → imprese di tipo industriale o commerciale: erano le partecipazioni
che erano state vietate con la legge bancaria del 1936.
La partecipazione = il possesso di azioni o quote nel capitale di un’altra impresa che, realizzando una situazione di legame
durevole con essa, è destinato a sviluppare l’attività del partecipante. Un legame durevole sussiste in tutti i casi di controllo
e di influenza notevole ai sensi delle presenti disposizioni nonché nelle altre ipotesi in cui l’investimento della banca si
accompagni a stabili rapporti strategici, organizzativi, operativi, finanziari.
Le partecipazioni non sono tutte uguali: alcune consentono di avere un’influenza notevole o addirittura un controllo di
un’altra società.
1) Limite di concentrazione
Che percentuale del mio PV posso allocare su un’unica partecipazione in un’impresa? La partecipazione che
assumo deve essere parametrata al patrimonio ai fini di vigilanza. Una singola partecipazione che la banca assume
in un’impresa non finanziaria può avere al massimo una percentuale del 15% sul capitale di vigilanza.
2) Limite complessivo
Nel limite di concentrazione l’attenzione era posta sulla singola partecipazione, mentre nel caso del limite
complessivo ci si concentra sull’intero ammontare delle partecipazioni, che non può essere maggiore del 60% del
patrimonio di vigilanza.
3) Limite di separatezza
Che percentuale del capitale dell’impresa partecipata posso assumere? Veniva misurato in termini di capitale della
partecipata, prevedendo un massimo di 15%. Oggi questo limite è stato abolito.
Il totale degli immobili e delle partecipazioni di una banca non può superare il Tier 1.
Perché una banca decide di assumere delle partecipazioni? La banca, come qualunque altro investitore, può decidere di
assumere una partecipazione per (1) beneficiare dell’andamento favorevole del titolo dell’impresa di cui ha assunto la
partecipazione, nonché della possibilità di incassare dei dividendi. Questa è la risposta più generale, che vale per qualsiasi
altro investitore, mentre per quanto riguarda le banche c’è una risposta che è più mirata all’attività svolta dalla banca. Oltre
all’attività di finanziamento delle imprese, negli ultimi anni l’attività della banca nei confronti delle imprese si è orientata
fortemente anche all’offerta di (2) servizi di consulenza, che possono avere diverse finalità: consulenza per effettuare
investimenti, consulenza sulle strutture di indebitamento, consulenza strategica, talvolta relativa ad operazioni
straordinarie. Il miglior modo per conoscere un’impresa è quello di esserne socio e quindi assumere una partecipazione
nell’impresa. C’è poi una terza fattispecie per cui una banca potrebbe decidere di assumere partecipazioni in un’impresa:
in caso di insolvenza di pagamento non recuperabile, la banca assumendo una partecipazione può trasformare questo
credito inesigibile in capitale dell’impresa.
- A distanza
→ Segnalazioni di vigilanza
→ Matrice dei conti
→ Centrale dei rischi
- On site (ispettiva)
→ Ordinaria/straordinaria
→ Joint Supervisory Team (Bdl/BCE)
La prima modalità di vigilanza conoscitiva è rappresentata dalle cosiddette segnalazioni di vigilanza, che consiste in flussi
informativi che, con varia periodicità, partono dalla banca e arrivano alla Banca Centrale con diverse informazioni.
Tutti i flussi informativi che arrivano dalle banche alla Banca Centrale vengono aggregati e sottoposti a comparazione.
Successivamente la Banca Centrale restituisce ad ogni singola banca un flusso di ritorno.
Altra modalità di vigilanza conoscitiva è rappresentata dalla centrale dei rischi. Essa è gestita dalla Banca d’Italia, che può
essere interpellata per valutare lo stato di salute di un’impresa richiedente fido. Riguarda in particolare i prestiti superiori ai
30 mila euro e le sofferenze per qualunque importo. Si tratta di una tipologia di vigilanza che non presuppone una presenza
diretta dell’autorità di vigilanza nella banca.
Per quanto riguarda invece la vigilanza ispettiva, questa richiede la presenza diretta dell’autorità, che è tenuta ad effettuare
delle ispezioni. Le ispezioni, come abbiamo visto prima, possono essere di due diverse tipologie:
È chiaro quindi che la vigilanza ispettiva è molto più difficile e minacciosa da gestire rispetto alla vigilanza a distanza.
Come già abbiamo anticipato, è chiaro che le crisi sono più o meno gravi a seconda che il sistema di early warning sia in
grado di individuare in tempo i segnali premonitori della crisi. Questo chiaramente richiede l’individuazione per tempo dei
problemi e delle difficoltà gestionali: la crisi infatti può derivare non solo dai numeri, ma anche da una inadeguatezza dei
sistemi di controllo. Servono quindi delle soluzioni adeguate: il RAF (risk appetite framework) è fondamentale.
Dopo aver recepito eventualmente dei segnali di early warning devo poi risanare la banca, ritornare in equilibrio. I due tipi
di equilibri più delicati da trattare sono l’equilibrio finanziario e l’equilibrio patrimoniale: è importante perciò mettere in atto
una serie di processi, come la ricapitalizzazione, cessione di attività, modifiche della struttura, ingresso di nuovi soci, ecc.
Quando metto in atto un piano di risanamento è altrettanto importante che io comunichi questo piano ai regulators e
all’opinione pubblica, e aggiornare anche l’autorità di vigilanza in merito al progresso di tale risanamento.
Il TUB prevede due istituti, che sono tipici del diritto fallimentare e non valgono solo per le banche, ma per tutte le imprese:
- Amministrazione straordinaria
Quando sentiamo parlare di commissario straordinario all’interno di una banca ci troviamo in una situazione di
crisi. La nomina del commissario è prevista in caso di amministrazione straordinaria; egli è il soggetto preposto
all’assunzione delle decisioni nel contesto di crisi. L’amministrazione straordinaria può essere adottata solamente
se la crisi è risolvibile; questa deve durare massimo 1 anno.
➔ crisi risolvibile, commissario, max 1 anno
La Banca Centrale valuta l’adeguatezza in termini organizzativi della banca e la bontà di alcune funzioni fondamentali che
in una banca si occupano della gestione e del controllo: il CdA e il Collegio Sindacale. Sono organi molto delicati su cui la
Banca Centrale esprime un “gradimento”.
Tutti gli aspetti organizzativi e di governance sono rapportati alla dimensione di una banca sulla base del principio di
proporzionalità:
- le banche più grandi (total asset ≥ 30 miliardi di euro) richiedono dei presidi organizzativi più puntuali
- le banche di entità media (total asset tra 3,5 e 30 miliardi di euro) richiedono presidi meno rigidi
- le banche piccole (total asset ≤ 3,5 miliardi) possono avere die presidi più agili e semplici.
- compliance
- risk management
- internal audit
- I livello → controlli sulle strutture operative: controlli effettuati dalla banca su sé stessa a livello di compliance
- II livello → controlli sui rischi → risk management
- III livello → revisione interna effettuata dall’internal audit
• Il RAF identifica le tipologie di rischio che la banca intende assumere e per ciascuno di essi indicano:
→ misure espressive del capitale a rischio
→ adeguatezza patrimoniale
→ liquidità
È importante quindi andare a vedere quali sono i rischi che la banca intende assumere e quanto capitale pone a
fronte di questi rischi.
• Il RAF permette di individuare procedure e interventi gestionali da attivare in caso di mancato rispetto
dell’obiettivo → il framework aiuta a comprendere cosa fare nel momento in cui gli obiettivi di rischio e rendimento
prefissati non vengono raggiunti.
• Individua parametri quantitativi e qualitativi (soprattutto per i rischi non facilmente misurabili).
VIGILANZA E ATTUALITÀ
La regolamentazione deve “normare” ma non ostacolare l’esercizio dell’attività bancaria, senza costringerla in vincoli che
non lasciano la possibilità di manovra.
La pro-ciclicità indica l’insieme di meccanismi attraverso i quali il sistema finanziario contribuisce ad amplificare le
fluttuazioni cicliche (dell’economia). È un termine che deriva da Basilea 2, che aveva introdotto dei requisiti patrimoniali
ancorando la qualità del credito ai fondi propri (o al patrimonio ai fini di vigilanza): se ho crediti di cattiva qualità devo avere
un patrimonio ai fini di vigilanza maggiore perché deve fronteggiare rischi più pronunciati.
Dopo il 2010 si è rafforzata la volontà di avere banche solide, si cerca quindi un rafforzamento patrimoniale delle banche.
Tutte le sofferenze vengono cartolarizzate, trasformate in titoli che vengono trasferiti ad una società veicolo e venduti
all’esterno per ripulire il bilancio (eliminazione delle sofferenze dal bilancio).
- Gestione titoli
- Gestione della liquidità
- Gestione dei prestiti
- Gestione dei rischi
- Gestione della raccolta
Sono tutte gestioni interdipendenti, le une dalle altre. Oggi le gestioni bancarie vengono sempre più spesse ricomprese
nell’acronimo ALM (Asset-Liability Management, gestione integrata dell’attivo e del passivo).
- servizi tangibili e intangibili → la banca è un’impresa particolare, perché offre servizi immateriali, intangibili; di
conseguenza, le banche sono avvantaggiate, tuttavia le imprese non bancarie hanno un vantaggio che alle banche
è precluso, ovvero il brevetto: se un’impresa sviluppa un prodotto nuovo può brevettarlo, alle banche ciò non è
concesso perché offrono servizi intangibili, il che limita le banche nel detenere il primato di un prodotto che
sviluppano;
- partecipazione importante da parte del cliente per taluni servizi → il cliente non solo fruisce dei servizi, ma a volte
partecipa alla costituzione di tali (es. consulenza per un servizio, partecipazione del cliente all’operazione, aiuto ad
erogare il servizio);
- elevata componente fiduciaria → non solo nei confronti del mio consulente o operatore di sportello, ma fiducia
anche delle procedure che consentono di operare con la banca.
- capitale proprio → senza di esso la banca non può assumere rischi e quindi posizioni sul mercato: più grande è il
patrimonio, maggiore sarà la capacità di investimento della banca, quindi potrà avere maggiore redditività;
- IT → pervasiva, sia a livello di input che a livello di output;
- HR → competente e professionale nell’ambito bancario.
Ricapitolando, la banca…
- è un’impresa
- ha un output diversificato
- è multiprodotto, multicliente e multimercato; tuttavia, l’equilibrio è unico: economico, finanziario e patrimoniale;
- è fortemente integrata verticalmente;
- presenta un elevato livello di personalizzazione del servizio: il servizio è tanto più di qualità quanto più è
personalizzato, ma è evidente che la personalizzazione non è per tutti (troppo costoso → la standardizzazione aiuta
a spendere meno). Le banche devono essere in grado di adottare un approccio da private banking, cioè essere
capace di modellare l’approccio sulla base della tipologia dei clienti;
- assume una propria posizione di rischio: se la banca non rischia non guadagna, e per rischiare ha bisogno di avere
un patrimonio;
- utilizza hard & soft information;
- svolge un’attività di tipo fiduciario;
- è fortemente regolamentata e vigilata nello svolgimento della sua attività (uno degli elementi più temuti da chi
vuole “trasformarsi” in banca).
I modelli di business
Una banca commerciale (asset transformer) svolge l’attività bancaria classica, raccolta e impiego, portandosi a casa un
margine di interesse. L’equilibrio reddituale per una banca commerciale è dato dal MINT (margine di interesse), dato dalla
differenza tra gli interessi attivi (sui prestiti) e gli interessi passivi (sulla raccolta). L’equilibro finanziario di una banca
commerciale (MINT), che collega risparmi e investimenti, implica la necessità di prestare particolare attenzione alla
trasformazione di scadenze, alla durata dei depositi e degli impieghi.
L’equilibrio finanziario di una banca di investimento (asset broker) non è il margine di interesse, ma il MINTM (margine di
intermediazione), ottenuto attraverso provvigioni, commissioni sui servizi di consulenza che vengono prestati
dall’intermediario. Nel caso delle banche di investimento, un elemento delicato da curare è il funding (raccolta): il
reperimento delle risorse con cui operare è un aspetto particolarmente importante per questa tipologia di banche, poiché
il problema è cercare i soldi da investire.
L’acronimo ALM sta per asset liability management, cioè gestione integrata dell’attivo e del passivo, ad indicare che tutte
le gestioni bancarie si influenzano reciprocamente. Ciò significa che in un certo momento si avrà una gestione unitaria,
con le sue componenti, e i vertici della banca devono avere occhio sulla gestione nel suo complesso; per questo esistono
delle unità di controllo (esterne) che cercano di misurare le interdipendenze tra le varie componenti della gestione e i
risultati che si ritraggono dalla gestione unitaria.
A partire dagli anni ’80 il mondo è cambiato, con la nascita di fondi comuni di investimento, sviluppo dei mercati azionari,
ecc.. È esplosa l’attività svolta sui titoli, caratterizzata da un assorbimento patrimoniale inferiore rispetto all’attività di
raccolta e prestiti, perché i coefficienti di ponderazione dei RWA sono nettamente più bassi per i titoli che per i crediti.
Ciò detto, è chiaro che l’attività di intermediazione mobiliare è interconnessa con le altre aree di gestione:
- raccolta → la banca, per avere un suo portafoglio titoli, deve investirci dei soldi, e questi li ottiene proprio dalla
raccolta: la raccolta infatti può portare a impieghi in prestiti, ma anche in titoli;
- impieghi (in prestiti) → poiché l’impiego può essere in prestiti o in titoli, è chiaro che se impiego il denaro in prestiti
significa che non lo impiego in titoli: emerge quindi la connessione tra le due aree;
- liquidità → una parte dell’investimento in titoli ha l’obiettivo principale di essere una riserva di liquidità;
- capitale → condiziona l’operatività complessiva di una banca.
Questa attività diventa particolarmente importante per i suoi riflessi sul CE, che dipende, in modo sempre più pronunciato,
dalla parte relativa ai titoli (valori mobiliari), perché le commissioni del margine di intermediazione hanno sempre un
maggiore peso. Commissioni e provvigioni sono relative all’operatività in titoli della banca nei confronti della clientela (es.
la banca compra un’azione per un cliente, il cliente paga una commissione che finisce nel margine di intermediazione: se
la banca investe bene può ottenere profitti).
- margine di intermediazione
- costi e ricavi da servizi (di pagamento)
- profitti e perdite da operazioni finanziarie.
Detto ciò, non ha senso esaminare in modo “isolato” l’attività in titoli, ma va considerata in un’ottica di asset-liability
management (ALM), e quindi è necessario che ci sia qualcuno in grado di ricondurre i risultati economici delle varie gestioni.
- la quantità di prestiti che è possibile erogare → se io investo in titoli, quel denaro non lo metterò in presiti;
- la gestione della liquidità di una banca → molti titoli che la banca tiene in portafoglio sono riserve di liquidità;
- il capitale che viene assorbito → tipicamente è più contenuto nella gestione titoli;
- la gestione delle partecipazioni → tutti gli intermediari hanno partecipazioni e hanno società partecipate o
controllate specializzate e che operano in servizi mobiliari.
- Dal lato dell’attivo, quando una banca colloca presso la sua clientela titoli di altre società, svolge un’attività lucrosa
che disintermedia l’attività classica.
- Dal lato del passivo, un tempo erano i titoli di stato, poi sono arrivati i certificati di deposito, le obbligazioni bancarie
→ a partire dagli anni ’90 i portafogli delle famiglie hanno cambiato struttura, il tutto incentivato da fintech e trading
online.
- Eliminare gli “impresentabili”, ovvero fumo, alcol, gioco d’azzardo, armi, ecc.
- Aumentare il peso in portafoglio dei titoli in campo di sostenibilità.
Cambiamento normativo
- TUF
- Direttive MIFID I e MIFID II
Il portafoglio titoli di proprietà di una banca riguarda solo una parte dell’attività di intermediazione mobiliare svolta dalle
banche, e in particolare riguarda l’attività che la banca svolge sul proprio portafoglio. Tuttavia, può agire anche per altri
soggetti, e in questo caso parleremo di:
- Servizi agli investitori → negoziazione, gestione di patrimoni e consulenza: gestione dei soldi dei clienti (clienti e
investitori istituzionali, come banche, assicurazioni, fondazioni, tesorerie, ecc.);
- Servizi agli emittenti → collocamento e consulenza per le società, le imprese che vogliono emettere titoli azionari.
Il ruolo della banca è duplice, un ruolo di consulenza per l’operazione e un ruolo di collocamento, vendita dei titoli
sul mercato, che oggi avviene tramite sportelli e altri canali, private banking, ecc.
Molte delle attività di intermediazione che abbiamo precedentemente visto rientrano tra i servizi di investimento:
Per consulenza in materia di investimenti si intende la prestazione di raccomandazioni personalizzate a un cliente, dietro
sua richiesta o per iniziativa del prestatore del servizio, riguardo a una o più operazioni relative ad un determinato strumento
finanziario. La raccomandazione è personalizzata quando è presentata come adatta per il cliente o è basata sulla
considerazione delle caratteristiche del cliente. Una raccomandazione non è personalizzata se viene diffusa al pubblico
mediante canali di distribuzione.
- Quali obiettivi?
- Quale destinazione dei titoli?
- Quali motivazioni?
La gestione residuale
La gestione residuale è tipica di una banca che ha:
- Un rapporto impieghi in prestiti/depositi elevato → ciò significa che i depositi che giungono alla banca in grande
maggioranza vengono utilizzati per alimentare la funzione creditizia, per concedere prestiti;
- Un rapporto titoli in portafoglio/depositi basso → se i depositi li uso in larga parte per i crediti, allora ne avrò pochi
a disposizione da impiegare per gli investimenti.
Le due caratteristiche sono correlate: va da sé che se gran parte della raccolta viene utilizzata per concedere prestiti,
significa che la raccolta residua che può essere adoperata per comprare titoli è inferiore: perciò, se il rapporto
impieghi/depositi è elevato, il rapporto titoli/depositi è basso.
Siamo di fronte ad una banca che antepone strategicamente la concessione di prestiti all’investimento in titoli. Se questo è
vero, ne consegue che il portafoglio titoli avrà un’ampiezza che è legata a quanto la banca spingerà sui prestiti. Per questo
motivo si chiama gestione residuale, perché la banca investe in titoli quanto rimane (quanto residua) dopo aver investito in
prestiti, che hanno priorità logica.
Una delle finalità per cui una banca dovrebbe adottare una gestione residuale è quella di garantire adeguate condizioni di
liquidità alla banca. Una banca che adotta una gestione residuale considera il portafoglio titoli come un cuscinetto di
liquidità: attraverso i titoli la banca vuole ottenere liquidità, mentre ottiene redditività attraverso i prestiti. Questo
“cuscinetto” può gonfiarsi o sgonfiarsi: quando sul mercato la banca può concedere prestiti a soggetti solvibili allora vende
titoli (precedenza ai prestiti), quindi il cuscinetto si sgonfia. Se invece c’è una recessione, allora le banche “chiudono il
rubinetto del credito”, ovvero smette di concedere crediti e usa le disponibilità per l’investimento in titoli, gonfiando così il
cuscinetto, che diventa così una riserva di liquidità.
La banca preferisce i prestiti ai titoli, concede i prestiti in primis ed eventualmente, se ha depositi in eccesso, allora li investe
in titoli. Ovviamente i titoli acquistati dalla banca non possono essere illiquidi, perché se devo sgonfiare il cuscinetto devo
poter vendere i titoli. I titoli più facilmente smobilizzabili sono i titoli di Stato.
Altro punto di fondamentale importanza riguarda il prezzo dei titoli. Se la banca ha un titolo in portafoglio, significa che quel
titolo lo avrà comprato ad un certo prezzo sul mercato. Nel momento in cui la banca va a smobilizzare il titolo, deve prestare
attenzione a non vendere il titolo ad un prezzo più basso rispetto a quello per cui lo ha acquistato, perché altrimenti si porta
a casa una perdita in conto capitale.
- Fasi espansive → I tassi salgono e i prezzi dei titoli scendono: i titoli già in circolazione sono meno appetibili perché
hanno tassi più alti e quindi i prezzi diminuiscono (perdite in conto capitale);
- Fasi recessive → I tassi rimangono bassi e quindi i prezzi dei titoli sono elevati.
A volte si può verificare il cosiddetto lock in effect (effetto blocco): nella fase espansiva abbiamo visto che i tassi salgono
e di conseguenza i prezzi dei titoli scendono. Se si vuole optare per una gestione residuale e vendo i titoli, mi porto a casa
una perdita in conto capitale e spesso non ne vale la pena, perché la perdita è maggiore del plusvalore che otterrei
investendo in prestiti. Molti operatori, in questa situazione, propendono per non smobilizzare i titoli, ma optano per
bloccare (lock in) i titoli in portafoglio, rimandando la vendita a tempi più opportuni e favorevoli.
La gestione flessibile
La gestione flessibile è una gestione tipica di una banca che ha:
- Un rapporto impieghi in prestiti/depositi più contenuto rispetto alla situazione di gestione residuale;
- Un rapporto titoli in portafoglio/depositi più elevato.
Si tratta quindi tipicamente di banche di investimento, più che di banche commerciali. Se il rapporto prestiti/depositi è
basso, il rapporto titoli/depositi sarà più alto.
L’ampiezza del portafoglio titoli non è funzione diretta dell’oscillazione della domanda di prestiti. In altri termini si investe in
titoli ricercando la redditività che essi possono offrire. Un’attività in titoli dovrebbe essere più redditizia rispetto a quello che
ritrovo in una gestione residuale, titoli più lunghi e rischiosi perché voglio portare a casa maggiore redditività.
Infatti, se nella gestione residuale l’obiettivo che voglio ottenere è la liquidità, allora metterò in portafoglio titoli a breve, titoli
facilmente smobilizzabili, che rendono un po’ meno, perché l’obiettivo principale non è il rendimento ma la liquidità. Nella
gestione flessibile invece avrò titoli più lunghi, più speculativi, e in quanto tali capaci di dare un rendimento più elevato.
Nella gestione residuale investo nei BOT a 12 mesi, mentre nella gestione flessibile posso investire in un BOT trentennale
che, a seconda di come si muovono i tassi, può farmi guadagnare o perdere parecchio.
Non è facile sapere quando una fase espansiva o recessiva inizia e finisce, servono delle strutture di analisi del mercato che
riescono a prevedere queste fasi.
A scegliere i titoli in cui investire è il consulente. Quali strumenti aiutano a scegliere i titoli da inserire in portafoglio? Lo
strumento più efficace è la curva dei rendimenti per scadenze, inserita in un piano cartesiano che ha come ascissa il
valore residuo e come ordinata il rendimento. L’andamento è crescente, c’è un premio rischio: più passa il tempo, più c’è
rischio e maggiore sarà il premio che ottengo. Se posiziono tutti i titoli sulla curva di rendimento, sceglierò poi quello che mi
rende di più. Su una stessa curva di rendimento posso mettere solo titoli omogenei; sono omogenei quando hanno le stesse
caratteristiche economico-tecniche, ovvero la natura dell’emittente, la liquidità, la negoziabilità. Non posso avere sulla
stessa curva dei rendimenti i BTP e l’obbligazione dell’Enel. La curva può essere crescente, decrescente o piatta.
- colonne: intervalli di scadenza dei titoli (come ascissa della curva dei rendimenti)
- righe: requisiti qualitativi dei titoli, cioè le caratteristiche economico-tecniche.
Oltre la metà dei portafogli degli italiani sono investiti in immobili, sono poche le famiglie che investono in titoli. le banche
quindi facilitano l’operazione, offrendo soluzioni di risparmio gestito, fondi di investimento, polizze assicurative, ecc.
Cosa fanno le banche? Il primo passo importante consiste nel porre il cliente al centro dell’attenzione.
• Profilazione → quando viene aperto un conto corrente, si devono compilare dei questionari di profilazione, sulla
base della propensione al rischio di ciascun cliente.
• Ripianificazione → il percorso di vita del cliente potrebbe richiedere una modifica della soluzione inizialmente
presentata dalla banca.
- Quello a sinistra riguarda i mercati finanziari → in che situazione sono e quali sono le previsioni di evoluzione;
- Quello a destra riguarda il cliente → quanti soldi ha, quali esigenze, quale propensione al rischio e quali
aspettative.
Occorre tenere conto di entrambi: ottimizzare significa mischiare questi due elementi e trarne una asset allocation
strategica.
Sono gli obiettivi della direttiva MIFID II che riguarda la consulenza sui titoli. i due più importanti sono:
2) Inducement
3) Product governance
Quando viene lanciato un nuovo strumento finanziario, questo deve avere un target di mercato, un obiettivo, il più
possibile mirato: target market. La product governance prevede che al momento del lancio ci debba essere scritto
nel prospetto informativo a chi si riferisce questo strumento.
→ Necessità di definire una policy di prodotto sia per il produttore che per il distributore;
→ Necessità di definire la clientela target di ogni prodotto;
→ Necessità di curare nel tempo la coerenza della matrice prodotto/target market
→ Introduzione di una serie di requisiti organizzativi applicati ai rapporti tra produttori e distributori di
strumenti finanziari per assicurare l’allineamento delle informazioni.
L’investment banking è un segmento specializzato della finanzia che collega, mediante i mercati finanziari, soggetti in
surplus con quelli in deficit. Il cliente può essere “investitore” o “emittente”.
2) Definizione allargata → underwriting, trading, merchant banking, asset management, advisory nelle
operazioni di M&A, risk management, lending
Questa seconda definizione si è arricchita di una serie di elementi, ha visto un ampliamento della gamma operativa
della banca di investimento.
Emblematico in questo contesto è stato l’impatto della regolamentazione USA del 1933, quando è stato approvato il
provvedimento normativo “Glass Steagall Act”. Questo provvedimento separa l’attività delle banche tradizionali da
quella dellle banche di investimento, per evitare conflitti di interesse, sovraccarico di funzioni delle banche, per evitare che
un fallimento della banca di investimento portasse con sé anche la “banca tradizionale”. Il “Glass Steagall Act” è rimasto in
vigore per 66 anni, abrogato poi nel 1999. L’abrogazione ha infatti permesso la costituzione di gruppi bancari che, al loro
interno, permettono, seppur con alcune limitazioni, di esercitare sia l’attività bancaria sia l’attività assicurativa e di
investment banking.
- Merchant banking
Acquisizione di partecipazioni nel capitale di imprese non finanziarie, a volte mediante veicoli di private equity.
- Corporate finance
Ottimizzazione delle scelte finanziarie delle imprese. costituita da tre fasi:
→ Origination
→ Advisory
→ Raccolta fondi
Si tratta di una funzione dal contenuto fortemente consulenziale, che spazia da operazioni di M&A e corporate
restrucuring.
- Risk management
Individuazione, misurazione e copertura di rischi finanziari e non finanziari dell’impresa.
- Asset management
Rivolta a investitori individuali e imprese: gestione della liquidità e del loro patrimonio.
Queste sono le principali aree di affari di una banca di investimento in un contesto allargato.
Le considerazioni fatte finora possiamo tuttavia definirle USA oriented, ovvero ispirate al modello americano. Nella pratica,
queste funzioni sono poi mutate nei vari Paesi, tenendo conto delle specificità di ognuna. In particolare, se vogliamo
guardare al modello italiano, dobbiamo considerare che nel nostro Paese l’attività di investment banking è influenzata dai
seguenti fattori:
La gestione prestiti è basata su una scelta strategica, che implica una programmazione da parte della banca su una serie di
variabili di seguito riportate:
- Dimensione → Qual è la dimensione del portafoglio prestiti che la banca intende avere?
Un tempo esistevano dei limiti quantitativi alla dimensione del portafoglio, che prendevano il nome di massimale
sugli impieghi. Oggi invece non viene definito alcun importo massimo sugli impieghi, o almeno non in modo diretto.
Indirettamente viene definito in termini di “rischiosità”: la rischiosità del portafoglio prestiti infatti non può essere
aumentata all’infinito, ma deve essere correlata all’adeguatezza patrimoniale, quindi alle risorse patrimoniali
dell’intermediario (più rischio assumi, più patrimonio devi avere).
Tutti questi elementi sono concatenati tra di loro: il prezzo del credito deve essere coerente con la valutazione dell’impresa
in fase di primo affidamento e con la regola chiara per cui le imprese migliori e più solvibili godono di prezzi più bassi, quelle
più rischiose hanno invece tassi di interesse più alti. Il pricing può essere rivisto nel tempo, tiene conto dell’evoluzione della
situazione economica, finanziaria e patrimoniale dell’impresa affidata (evoluzione post affidamento).
La banca ha un proprio obiettivo finale di dimensione del portafoglio prestiti associati ad un determinato e prescelto livello
di rischio-rendimento e cerca di perseguirlo con adeguati strumenti: conta la dimensione, ma anche la qualità del
portafoglio in termini di rischio, e quindi di rendimento.
1. Screening e monitoring
2. Analisi storica e previsionale
3. Limitazione e frazionamento del rischio
4. Pricing
5. Valutazione accentrata e decentrata
6. Portafoglio prestiti e diversificazione
7. Gestione crediti e risk appetite
8. Crediti deteriorati e default
9. Cartolarizzazione
a) Raccolta delle informazioni → nel momento in cui la banca deve concedere un prestito ad un soggetto, occorre
acquisire un bagaglio di informazioni rispetto a tale.
b) Analisi qualitative, natura dell’impresa, qualità di gestione dell’impresa → gli elementi qualitativi costituiscono
un vero e proprio patrimonio per una banca che concede un credito, poiché possono rivelarsi decisivi o
discriminanti ai fini della concessione del prestito.
c) Analisi quantitative, ultimi tre bilanci riclassificati → sono i modelli: i numeri sono importanti, gli algoritmi ci
dicono se un soggetto è in grado di essere solvibile o meno
d) Analisi previsionali → sono le analisi più “aleatorie”, perché frutto di un processo di stima sul futuro.
e) Valutazione e delibera di affidamento → sulla base degli elementi sopra elencati, la banca valuta e decide se
concedere il prestito al soggetto.
Le sofferenze della banca scaturiscono non da questa fase, ma derivano da carenze nell’attività di monitoring, perché
un0impresa può essere solvibile quando chiede il finanziamento, ma poi le sue condizioni economiche finanziarie possono
deteriorarsi nel tempo, al punto da renderla insolvente.
Segue poi l’attività di monitoring, l’attività per l’appunto di monitoraggio dell’impresa cui è stato concesso il fido. Si tratta di
un’attività continuativa messa in atto dalle banche per preservare la qualità dell’attivo. Il monitoraggio è un’attività
fondamentale per assicurare una buona qualità del portafoglio, per ridurre il numero delle sofferenze. Sono richiesti:
- una revisione periodica → dati di bilancio, colloqui con affidati, informazioni private, analisi geo-settoriali,
congiunture;
- un controllo dell’andamento → quota di lavoro assegnato alla banca dal cliente, regolarità dei flussi, rispetto delle
scadenze, accordi ed utilizzi in Centrale Rischi).
Particolarmente rilevante è il controllo dei fidi accordati, che dovrebbe essere effettuato una volta l’anno. Ci si avvale di
procedure e si lavora per priorità, assegnando tre colori come nei semafori:
- il rosso significa che c’è un segnale di pericolo molto forte, quindi alla banca è consigliato di chiedere
immediatamente il rimborso del finanziamento da parte dell’impresa per cercare di salvaguardare il patrimonio.
Situazioni di pericolo meno gravi sono evidenziate con il colore rosso tenue: in questo caso l’intermediario può
L’analisi previsionale si concentra su come andrà l’azienda, progetti futuri, espansione, conto economico previsionale,
strategie preiste sul personale, nuovi mercati di sbocco, innovazioni di prodotto, processo e sistema. L’analisi prospettica
presuppone la attiva e genuina collaborazione dell’imprenditore e enfatizza gli aspetto fiduciari dell’attività bancaria. Si
tratta chiaramente di un’analisi più aleatoria perché non si dispone di elementi reali, ufficiali. Nel caso dell’analisi
previsionale serve altro, un business plan dell’azienda, che specifichi quello che farà nei prossimi 5 anni per i quali ha
chiesto il finanziamento. Il problema a questo punto sta nell’attendibilità del business plan, che è formato da dati, progetti,
che solo l’imprenditore può sapere.
Immaginiamo di essere un’impresa e di andare da una banca a chiedere un finanziamento per 100€, tuttavia la banca
concede 70€ perché ritiene che il progetto di quel finanziamento abbia quel valore, e quindi adotta una limitazione. Se la
banca concede solo 70€ ma effettivamente l’impresa aveva bisogno di 100, in Italia vige la prassi dei fidi multipli, secondo
la quale l’impresa può rivolgersi ad altri intermediari per domandare il finanziamento. Tuttavia, se ci troviamo in una fase di
recessione e le banche chiudono i rubinetti, talvolta può essere troppo difficile ottenere la parte restante del finanziamento
necessario. In questo caso l’impresa può alimentare il processo in economia, quindi spendo 70 per un processo
produttivo che vale 100. È chiaro che il suo rendimento sarà minore rispetto a quello atteso: il tasso interno di rendimento
è più basso, i flussi in entrata saranno più contenuti, tuttavia questi flussi sono quelli che dovrebbero essere destinati al
rimborso all’investimento, quindi alta probabilità di insolvenza. Qui il problema è la strategia della banca, che in maniera
indiscriminata taglia l’entità del finanziamento.
Con il frazionamento, l’importo richiesto viene concesso attraverso la partecipazione di più intermediari. Questa prassi ha
due chiavi di lettura:
- prestiti in pool → sono un frazionamento del rischio. La natura stessa del pooling implica la compartecipazione di
più intermediari al finanziamento, ognuno dei quali rischia pro-quota, solo sulla quota che concede. Il rischio viene
quindi frazionato, ma senza concedere meno all’impresa richiedente (i 100€ vengono erogati tutti, ma da 10 banche
diverse);
- più settori → fraziono il rischio concedendo tutti i fidi, ma diversificando i settori (tessile, turismo, immobiliare); si
tratta di un concetto che sfocia in quello della diversificazione dei portafogli.
(4) Pricing
Uno dei rischi che la banca deve affrontare quando concede un prestito è il rischio di credito, cioè il rischio che il debitore
non sia in grado di rimborsare il denaro. La diversa rischiosità dei soggetti richiedenti finanziamenti è visibile nel tasso di
interesse che viene applicato dalla banca: più il soggetto è rischioso e maggiore sarà il tasso di interesse applicato.
Inoltre il prezzo può essere utilizzato anche come “leva” per acquisire nuovi clienti o per evitare che clienti se ne vadano:
può essere adottata una tecnica di price competition per abbassare il tasso. È una manovra che può essere fatta sia in fase
difensiva, sia in fase offensiva.
Infine il pricing serve per fare i conti sulla redditività del portafoglio: influisce sul margine di interesse, pari ad interessi attivi
– interessi passivi. Gli interessi attivi sul credito sono frutto dell’applicazione di un prezzo del credito, di un tasso di interesse
appunto.
2. Costi operativi
Riguardano in larga parte i costi del personale: il prezzo che la banca fa pagare alla clientela sui prestiti deve coprire
il costo della raccolta, ma anche i costi di struttura, del personale.
5. Rendimento obiettivo
Che rendimento voglio ottenere dal rendimento prestiti. La risposta si ottiene dalla pianificazione strategica.
La valutazione decentrata si ha nel momento in cui si concede autonomia alle strutture periferiche, ovvero le filiali. Più è
alta l’autonomia del direttore di filiale, più forte è il decentramento.
- Vantaggi
→ I finanziamenti concessi dalle filiali sono deliberati di fatto da soggetti che conoscono direttamente
l’imprenditore.
→ I finanziamenti di importo rilevante vengono studiati e analizzati in modo puntuale dagli organi superiori
che hanno la strumentazione di analisi più sofisticata.
- Svantaggi
→ Se il Direttore di filiale rimane lo stesso per tanto tempo, la conoscenza diretta dell’imprenditore da parte
di questo può portarlo ad esprimere un giudizio compromesso.
Il modello di valutazione accentrato si ha nel caso in cui le valutazioni del merito creditizio vengono effettuate da Organi
Centrali (CdA, Direzione generale, Direzione crediti) in quanto le strutture distributive periferiche (filiali) hanno autonomia
limitata.
- Vantaggi
→ Essendo tutto accentrato, gli organi più alti riescono a vedere passare tutte le pratiche, hanno un
monitoraggio puntuale su quello che sta succedendo.
- Svantaggi
→ Chi delibera non conosce l’impresa che riceverà il fido, molto spesso non c’è una conoscenza diretta ed
essa può fornire probanti elementi di valutazione.
Il modello di valutazione accentrato ha come punto debole il fatto che chi delibera non conosce il cliente, mentre il modello
decentrato ha come punto debole il fatto che chi delibera spesso conosce troppo bene il cliente, il che può portare alla
costituzione di rapporti preferenziali.
Negli ultimi anni sono state introdotte delle strutture ibride, intermedie tra quella decentrata e quella accentrata. Queste
strutture intermedie vengono chiamate “strutture a livello di area” (area spesso geografica): la banca solitamente si
occupa di analizzare la richiesta di un’area geografica. Il vantaggio di questa soluzione è che l’area è più vicina fisicamente
al cliente finale e spesso il cliente è conosciuto dall’area, perché in questa vanno a lavorare soggetti che hanno lavorato
precedentemente nelle filiali presenti in quell’area. Certo però che non ha più un rapporto diretto, e come tale può avere
una maggiore indipendenza di giudizio.
Tutti questi elementi ci servono per ragionare sul concetto di diversificazione del portafoglio. La diversificazione punta ad
evitare una concentrazione in un unico sistema. Si può diversificare sulla base di alcune variabili:
- Importi di credito erogati → posso concedere prestiti da €50.000, €500.000 o €10 milioni: diversifico gli importi di
credito e anche i prenditori (chiaramente ad una piccola-media impresa non erogherò mai 10 milioni di euro).
- Scadenze e durate medie → non posso concedere solo finanziamenti a revoca, è meglio concedere alcuni
finanziamenti a revoca, finanziamenti a breve, e medio, a lungo, mutui trentennali: si consiglia l’utilizzo di tutto il
ventaglio delle scadenze e diversificare i finanziamenti concessi.
- Forme tecniche e clausole contrattuali → elemento connesso al precedente: si cerca di segmentare per forme
tecniche.
- Valute di denominazione dei crediti → crediti in euro, in dollari, in sterline, in franchi svizzeri, ecc.: diversifico
anche per valuta.
Il frazionamento può riguardare anche il settore economico, le aree territoriali, le forme tecniche e il numero di posizioni.
Alla luce di questi elementi posso scegliere con consapevolezza il grado di rischio che si vuole assumere. Individuiamo due
tipologie di rischio:
Il rischio di credito non può essere sempre basso, risente di una serie di elementi:
La banca deve esprimere tempo per tempo un suo “appetito” per il rischio (risk appetite), la sua propensione alla rischiosità,
che dipende da vari fenomeni:
Ciò per dire che i tassi di interesse vanno sempre corretti per il rischio. Inoltre i tassi devono tenere conto di un ulteriore
elemento, ovvero non devono andare contro alle leggi dell’usura (non posso applicare un tasso di interesse del 22%).
- Sofferenze
- Incagli
- Crediti scaduti o sconfinati
- Crediti ristrutturati
Dal 1 gennaio 2021 è entrata in vigore la nuova definizione di default prevista dal Regolamento europeo relativo ai requisiti
prudenziali per gli enti creditizi e le imprese di investimento. La nuova definizione prevede che, ai fini del calcolo dei requisiti
patrimoniali minimi obbligatori per le banche e gli intermediari finanziari, i debitori siano classificati come deteriorati
(default) al ricorrere di almeno una delle seguenti condizioni:
La condizione b) era già in vigore prima e non cambia in alcun modo. Per quanto riguarda la condizione a), un debito scaduto
va considerato rilevante quando l’ammontare dell’arretrato supera entrambe le seguenti soglie:
- 100 euro per le esposizioni al dettaglio e 500 euro per le esposizioni diverse da quelle al dettaglio (soglia assoluta);
- 1% dell’esposizione complessiva verso una controparte (soglia relativa).
Superate entrambe le soglie prende avvio il conteggio dei 90 (o 180) giorni consecutivi di scaduto, oltre i quali il debitore è
classificato in stato di default.
L’attività di securitization prevede quindi la trasformazione in titoli di attività finanziarie, che possono essere già presenti in
bilancio oppure in riferimento a flussi finanziari futuri.
Guardiamo l’operazione con più attenzione. La banca ha un portafoglio crediti e vuole far uscire alcuni di questi crediti dal
proprio bilancio, cedendoli ad un SPV. A questo punto l’SPV trasforma i crediti in titoli che si possono negoziare sul mercato.
Ma se l’operazione di cartolarizzazione è spesso fatta valere su crediti non performing (di cattiva qualità), quali soggetti
comprano titoli rappresentativi di crediti in sofferenza? La domanda è legittima, poiché la qualità del sottostante (crediti) è
tutto fuor che buona. Gli investitori decidono di comprare questi titoli perché, con un processo di ingegneria finanziaria,
questi titoli sono assistiti dal rating effettuata da una società di rating, che associa ad ogni credito una possibilità di
rimborso: è possibile che il titolo negoziato sul mercato, anche se “marcio”, può essere classificato con AA o AAA.
Come è possibile? Immaginiamo un credito in sofferenza per 1000, la banca lo vuole togliere dal bilancio e quindi lo cede
ad un SPV e quindi la banca non avrà più i 1000 di crediti di cattiva qualità. Quando un credito è in sofferenza, tipicamente
ci sarà una parte di questo credito che non è possibile recuperare. Immaginiamo ora che su questo credito di 1000 ci sia
una parte ancora buona di 250. Come fa il titolo che scaturisce da questi mille ad avere un rating positivo? Se il titolo viene
emesso per un valore nominale che non è 1000, ma è 250, quello che viene emesso è un sottostante che costituisce la parte
sana di quel credito: allora l’agenzia di rating può legittimamente attribuire un rating elevato. Quello che cambia è
l’ammontare: il credito marcio era 1000, il titolo che viene emesso è 250.
Nella pratica, più tipicamente viene venduto un pacchetto di crediti e dentro questo pacchetto di crediti ci sono delle
tranche senior che sono buone, solvibili.
Eliminare dal bilancio questi crediti significa liberare patrimonio, perché se questi crediti non sono più presenti in bilancio,
non ho più parte del patrimonio allocato a fronte di questi crediti. normalmente questi titoli vengono comprati dagli
investitori istituzionali, che ben conoscono le logiche di questa operazione e ne sanno apprezzare i profili di
rischio/appetibilità.
1) Originator → è il soggetto che intraprende un’operazione di cartolarizzazione, ovvero il proprietario degli asset che
verranno ceduti.
2) SPV (special purpose vehicle) → è una società costituita ad hoc per la realizzazione dell’operazione e che utilizza i
fondi raccolti con l’emissione dei titoli per l’acquisto degli asset.
Vi è la possibilità di costituire una multi purpose vehicle.
3) Agenzia di rating → emette un giudizio circa il rischio di credito dei titoli rappresentativi degli attivi. Tale giudizio è
espresso in base alla probabilità con la quale i flussi che si origineranno dal pool soddisferanno le aspettative
racchiuse nei titoli.
La banca cede i crediti all’SPV, che paga un prezzo alla banca: la banca ha quindi un flusso finanziario in entrata. La
cartolarizzazione aiuta le banche a risolvere problemi di liquidità, perché ottiene somme dal SPV che acquista i crediti.
L’SPV colloca i titoli sul mercato, cioè li vende ai soggetti che sono gli investitori. Questo genera dei flussi in entrata per l’SPV,
dei ricavi. Naturalmente, alla scadenza di questi titoli obbligazionari, l’SPV dovrà rimborsare agli investitori il prezzo del
titolo.
In questo contesto opera anche l’agenzia di rating, che si occupa di determinare il rating per i titoli che vengono emessi
dall’SPV e trasferiti, venduti agli investitori.
Si tratta di uno schema semplificato dell’operazione, che fa percepire l’ingegneria finanziaria che sta dietro alle
cartolarizzazioni. Si tratta di uno strumento di gestione dei crediti, usato dalle principali banche italiane, spesso per gestire
crediti di cattiva qualità o scarsa solvibilità.
Raccolta diretta
La raccolta bancaria costituisce per la banca una passività tipicamente onerosa, cioè sulla quale si pagano degli interessi.
La raccolta fa emergere un debito per la banca, su cui si pagano gli interessi passivi.
In merito alla raccolta bancaria, nella legge bancaria del TUB troviamo diverse indicazioni:
- Art. 11 → la raccolta del risparmio non è altro che l’acquisizione di fondi con obbligo di rimborso.
Esiste una riserva di attività, che prevede che la raccolta bancaria possa essere effettuata solo dalle banche.
- Art. 12-bis → si possono anche emettere strumenti di debito chirografario di secondo livello.
Raccolta indiretta
Nell’ambito della raccolta indiretta, la banca offre alcuni servizi, assumendo di volta in volta un ruolo diverso: negoziatore,
custode, amministratore, distributore, gestore.
1) Clientela retail
2) Soggetti istituzionali
Tipicamente la raccolta indiretta non è inserita all’interno del corpo principale del bilancio, cioè non viene ritrovata tra le
attività e le passività della banca. La sua locazione tipica è off-balance, fuori bilancio: viene riportata in Nota Integrativa.
La raccolta indiretta è fortemente strategica per la banca, poiché, a differenza della raccolta diretta che comporta una serie
di costi, la raccolta indiretta comporta una rendita, proprio perché vengono prestati dei servizi alla clientela.
1) Raccolta indiretta amministrata → esecuzione di operazioni a valere su singoli strumenti finanziari: operazione di
compravendita, di negoziazione di singoli strumenti finanziari (BOT, titoli di Stato, azioni).
Sulle operazioni di questo genere, la banca guadagna una commissione di negoziazione (poca roba).
2) Raccolta indiretta gestita → costituita tipicamente da strumenti a fronte dei quali viene effettuata, dalla banca o
da un altro soggetto esterno, una gestione: gli strumenti tipici della raccolta gestita sono le gestioni patrimoniali, i
fondi comuni di investimento e le polizze ed i prodotti assicurativi.
Con la raccolta gestita, oltre alle commissioni di negoziazione, la banca lucra una commissione di gestione,
largamente più ricca rispetto alla negoziazione.
Nella gestione patrimoniale è la banca, che quindi guadagnerà anche le commissioni di gestione. Per quanto riguarda i fondi
comuni di investimento, tali hanno una riserva di attività in favore di SGR e SIM: la gestione dipende da chi emette i fondi.
Se i fondi sono emessi dalla SGR del gruppo, sarà la SGR a portarsi a casa le commissioni di gestione.
La raccolta indiretta è remunerata con le commissioni. Nello schema di conto economico troviamo:
- Commissioni attive
- Commissioni passive
- Commissioni nette
La somma di raccolta diretta da clientela, raccolta indiretta da clientela e raccolta assicurativa dà la cosiddetta massa
amministrata della clientela.
La raccolta globale è data dalla massa amministrata alla quale vado ad aggiungere i debiti verso le banche (tipici di una
raccolta di tipo interbancario) e la raccolta indiretta da banche (raccolta indiretta avendo come contropartita clientela
costituita da banche).
𝐑𝐀𝐂𝐂𝐎𝐋𝐓𝐀 𝐆𝐋𝐎𝐁𝐀𝐋𝐄 = 𝐌𝐀𝐒𝐒𝐀 𝐀𝐌𝐌𝐈𝐍𝐈𝐒𝐓𝐑𝐀𝐓𝐀 + 𝐃𝐄𝐁𝐈𝐓𝐈 𝐕𝐄𝐑𝐒𝐎 𝐁𝐀𝐍𝐂𝐇𝐄 + 𝐑𝐀𝐂𝐂𝐎𝐋𝐓𝐀 𝐈𝐍𝐃𝐈𝐑𝐄𝐓𝐓𝐀 𝐃𝐀 𝐁𝐀𝐍𝐂𝐇𝐄
Le obbligazioni sono strumenti cartolari, ossia titoli di credito a medio-lungo termine. Possono essere di varia tipologia:
- obbligazioni ordinarie
- obbligazioni convertibili
- obbligazioni cum warrant
- obbligazioni senior (ottimi debitori)
- obbligazioni junior
- obbligazioni garantite
- obbligazioni chirografarie (non assistite da garanzie)
- clienti privati
- banche
- investitori istituzionali (assicurazioni, fondi pensione, fondi di investimento)
Quando viene emessa una obbligazione, chi compra l’obbligazione ha diritto ad ottenere il pagamento delle cedole da un
lato e, tipicamente alla scadenza, il pagamento del capitale con interessi. Il problema sorge nel momento in cui la banca
rischia di essere insolvente: esistono infatti determinati strumenti di risoluzione delle crisi bancarie (come il bail-in) che
prevedono che anche le obbligazioni possano essere aggredite in caso di crisi.
Sono degli strumenti che fanno parte dei cosiddetti fondi propri. Le principali caratteristiche di questi strumenti sono:
Il valore nominale di tali obbligazioni è almeno pari a 250.000€, il che li rende non acquistabili da tutti; tipicamente gli
investitori sono istituzionali (intermediari, banche, assicurazioni).
I titoli subordinati
Distinguiamo due tipi di obbligazioni, che a seconda delle loro caratteristiche rientrano nell’Additional Tier 1 o nel Tier 2.
- ADDITIONAL TIER 1
Sono dei cosiddetti titoli perpetui (scadenza lunghissima).
Esiste la possibilità che questi titoli siano assistiti da un’opzione call, grazie alla quale l’emittente (banca) potrebbe
procedere al rimborso alla fine del quinto anno post-emissione chiedendo l’assenso della Banca Centrale.
Possono essere obbligazioni a tasso fisso o tasso variabile.
ATTENZIONE: in caso di conclamata crisi dell’intermediario finanziario, è possibile che vengano decurtate non solo
le cedole, ma anche l’intera quota capitale. Questo fa si che gli Additional Tier 1 abbiano un rendimento elevato
per chi li compra, poiché il rischio è più alto rispetto ad un normale titolo obbligazionario senior di una banca.
- TIER 2
Hanno scadenza minima di 5 anni o più.
È prevista la possibilità di rimborso (opzione call) dopo il quinto anno, con l’assenso della Banca Centrale.
In caso di perdite, le cedole non vengono cancellate, ma sospese e pagate nel primo esercizio in utile.
RACCOLTA ALL’INGROSSO
La raccolta all’ingrosso riguarda operazioni con soggetti istituzionali di importo unitario particolarmente elevato.
Le scadenze sono analoghe alle altre obbligazioni, quindi spaziano dal breve fino al medio-lungo termine. Inoltre, possono
essere denominate anche in valute differenti rispetto all’Euro.
Su quali mercati viene effettuata la raccolta all’ingrosso? I diversi canali di raccolta all’ingrosso sono:
- Mercato interbancario
- Mercati monetari
- Mercati obbligazionari
- Rifinanziamento presso la banca centrale
1) non garantite
2) garantite/collateralizzate.
1) mercati over the counter (OTC) → mercati poco regolamentati (o non del tutto), nei quali gli scambi avvengono
direttamente tra le parti, che definiscono anche le condizioni di scambio;
2) mercati interbancari telematici classici (piattaforme di supporto).
Uno dei motivi principali per cui rileva il mercato interbancario è quello di dar vita a dei tassi interbancari, che costituiscono
il Benchmark, riferimenti classici per le transazioni finanziarie. Si tratta di veri e propri tassi di mercato, aggiornati ogni
giorno poiché tengono conto delle fluttuazioni giornaliere. Sono tassi molto preziosi, poiché attraverso il loro monitoraggio
si comprende il grado di liquidità esistente sul mercato interbancario: il mercato interbancario solitamente dovrebbe essere
liquido, gli operatori devono essere solvibili; in caso di particolare turbolenza del mercato interbancario tuttavia, la Banca
Centrale è in grado di determinare il grado di solvibilità degli intermediari proprio attraverso l’osservazione di questi tassi.
- sono dei tassi di riferimento → vengono utilizzati per l’indicizzazione di contratti finanziari, come mutui,
finanziamenti alle imprese, derivati, ecc.;
- sono utili se affidabili e non distorti, calcolati in modo trasparente e resi facilmente accessibili;
- sono tassi di interesse aggiornati con frequenza giornaliera;
- intermediari finanziari e altri agenti si servono dei benchmark per valutare le voci di bilancio a fair value;
- le banche centrali osservano i tassi benchmark come fonte di informazione per rilevare le condizioni di liquidità
sui mercati interbancari.
Un tasso di fondamentale importanza è €STR (Euro Short Term Rate), entrato in vigore nell’ottobre 2019. Si tratta di un tasso
interbancario fondamentale, che ha incrementato ulteriormente la sua rilevanza a partire dal 2022, quando si inizierà ad
ancorare il valore del tasso interbancario Leonia al €STR. Come? Verrà individuato un differenziale (delta) rispetto allo €STR.
Questo differenziale verrà indicato dal cosiddetto EMMI (European Money Markets Institute).
Il €STR è significativo poiché ricomprende una media pesata dei tassi di interesse sui prestiti overnight non garantiti di
importo superiore a €1.000.000. Inoltre, è particolarmente rilevante poiché poggia sulle prime 50 banche più importanti
dell’area Euro. L’elemento più significativo di €STR rispetto a Leonia è il fatto che le controparti degli scambi possono essere
non solo altre banche, ma anche altri soggetti: viene allargato l’ambito operativo di Leonia anche a questi soggetti.
Un altro tasso importante è l’Euribor, classico parametro di riferimento per operazioni di indicizzazione che vengono
effettuate dagli intermediari (mutui, prestiti, molte transazioni a tasso variabile sono agganciate a tale tasso). L’EMMI
definisce l’Euribor come il tasso al quale i fondi all’ingrosso in euro possono essere ottenuti dagli enti creditizi dell’UE e
Paesi dell’EFTA nel mercato monetario non garantito.
- Controparti finanziatrici delle banche: altre banche, intermediari finanziari, banche centrali;
- Importo minimo delle transazioni: € 20.000.000
- Rilevano 5 tassi interbancari: 1 settimana, 1 mese, 3 mesi, 6 mesi e 12 mesi
Per ogni scadenza, Euribor è calcolato come media ponderata del contributo delle singole banche del Panel (18).
La raccolta serve per fare funding, cioè ad avere le risorse finanziarie per consentire alla banca di operare. Queste risorse
devono essere disponibili, non solo nella quantità necessaria, ma anche nella tipologia di strumenti adeguata: non è quindi
solo un problema di quanto, ma anche di quando (con quali scadenze temporali) e di come (con quali strumenti di raccolta).
Le politiche di raccolta tipicamente hanno un orizzonte temporale medio-lungo, bisogna quindi essere prospettici.
La politica della raccolta non è frutto solo della strategia dei vertici di una banca, ma è condizionata da alcuni fattori
endogeni (interni alla banca) ed esogeni (risentono di variabili esterne).
Fattori endogeni
- Dimensione
Connesso al modello di business adottato: possiamo avere una banca locale oppure una banca ben distribuita sul
territorio.
- Organizzazione
Con aspetti organizzativi intendiamo per esempio i processi: banca molto tecnologica o con elevato numero di
consulenti esterni che si occupano di effettuare operazioni con la clientela.
- Competenze disponibili
Fattori esogeni
- Regolamentazione
La regolamentazione può spesso costituire un vincolo: alla luce della regolamentazione bisogna vedere se
privilegiare strumenti di raccolta caratterizzati da un accentuato grado di liquidità oppure strumenti più protratti nel
tempo (cfr. tipo di banca).
- Politica monetaria
La raccolta è influenzata anche dalla politica monetaria e dai tassi in vigore.
- Concorrenza di settore
- Mercati finanziari
1. La leva prodotti-servizi
I prodotti bancari ormai sono delle commodities, poiché l’impossibilità di brevettarli li rende facilmente imitabili
(tasso di imitazione molto alto) → ne deriva un tasso di imitazione molto elevato.
→ Diversificazione della gamma offerta → si può diversificare sulla gamma di prodotti che si offre.
→ Ruolo dell’innovazione finanziaria → la gamma offerta può essere più o meno innovativa a seconda della
dinamicità della banca stessa nell’inglobare nella sua offerta innovazioni finanziarie.
→ Trade-off tra standardizzazione e switching cost
→ Differenziazione dell’offerta rispetto ai competitors
2. La leva prezzo
Il Prezzo è ciò che consente alla banca di spiazzare i competitors. Se la banca applica un prezzo più competitivo
(remunera meglio la raccolta), la sua capacità di attrazione sarà sicuramente maggiore rispetto alla concorrenza.
→ Modalità di tariffazione applicate dalla banca agli strumenti di raccolta e ai servizi collegati → la banca
potrebbe scegliere una tariffazione non omogenea. Ciò significa che potrebbe decidere di applicare una
bassa remunerazione alla raccolta, ma dall’altro lato far pagare i servizi bancari ad un prezzo significativo.
Le modalità per graduare la leva prezzo sono numerose e le più disparate.
→ Relazione con i tassi di mercato e dei competitors
→ Relazione con i prezzi delle altre passività finanziarie sostitutive
→ Pure strategie di prezzo facilmente imitabili → la banca deve essere sempre pronta ad adeguare le proprie
strategie di prezzo a quelle delle altre banche, poiché tali sono facilmente imitabili (no brevetto): se una
banca decide di farmi concorrenza remunerando di più la raccolta, le altre banche devono reagire allo
stesso modo, e cioè riadeguare la remunerazione della propria raccolta per evitare perdita di clienti.
→ Importanza dei fattori non-price competition (servizi accessori, reputazione banca, orientamento alla
relazione con il cliente) → al di fuori del prezzo ci sono altri elementi che hanno un valore importante.
i. Ampiezza dei servizi offerti → più sono i servizi offerti, maggiore sarà la clientela attratta;
ii. Reputazione della banca → buona reputazione, clienti incentivati a rivolgersi a tale banca;
iii. Relazione con il cliente → capacità di chi è in filiale di gestire la relazione con il cliente, creare
empatia e soddisfazione nella clientela.
Queste sono tutte leve suscettibili di avere un impatto significativo sulla raccolta bancaria.
- Finanziari
- Non finanziari
Tipicamente è il risk management che si occupa della gestione del rischio all’interno di una banca.
Un elemento che per le banche fa la differenza sul mercato è la redditività. Le banche sono in larga parte quotate, e di
conseguenza hanno obbligo di comunicazione trimestrale dei dati di mercato. Tuttavia, è importante sottolineare che non
si considera la redditività a se stante, ma la redditività corretta per il rischio: infatti, una redditività alta è solitamente
accompagnata da un rischio altrettanto alto. Esistono tipicamente una serie di indicatori di redditività corretta per il rischio.
1. Identificare i rischi → fare una puntuale identificazione delle tipologie di rischio esistenti.
2. Misurazione del rischio
3. Valutazione del rischio
4. Controllare il rischio → l’evoluzione del rischio deve essere monitorata
I rischi finanziari sono il rischio di tasso, rischio di liquidità, rischio di mercato e il rischio di credito.
Nonostante venga effettuata questa distinzione, è bene ricordare che spesso le gestioni sono integrate tra loro, tanto che si
parla di asset-liability management, cioè gestione integrata dell’attivo e del passivo. La stessa cosa vale per i rischi: esiste
una gestione integrata dei rischi: tipicamente in molte banche esiste un organismo che si chiama asset-liability committee
che si occupa anche di analisi dei rischi delle varie tipologie di asset e liability.
Il rischio operativo
Il rischio operativo è una fattispecie di rischio a cui è stata data rilevanza autonoma ed importante solo dalla seconda metà
degli anni 90. Si tratta di una tipologia di rischio che ha acquisito sempre maggiore importanza in contemporanea con
l’utilizzo sempre più forte della tecnologia e dei sistemi informativi.
Per rischio operativo si intende “il rischio di perdite derivanti dalla inadeguatezza o dalla disfunzione di procedure,
risorse umane e sistemi interni, oppure da eventi esogeni”.
Il rischio legale tipicamente a livello normativo viene ricompreso nel rischio operativo, mentre il rischio strategico e quello
di reputazione non rientrano.
- risorse umane
- sistemi informativi
- processi
- eventi esterni
Risorse umane
Le persone possono commettere degli errori. Per esempio, un cliente vuole comprare 1000 azioni ma per errore
dell’operatore bancario vengono ordinate 10000 azioni. Si tratta di un errore che può condurre a conseguenze
importantissime dal punto di vista economico.
Altro elemento importante sono le frodi. Soprattutto all’interno di gruppi molto numerosi è probabile che ci siano persone
meno oneste di altre. Nel momento in cui viene messo in atto un comportamento fraudolento, la banca ne risponde
economicamente.
Altro profilo di responsabilità per le risorse umane riguarda il mancato rispetto di regole e procedure.
Nel momento in cui gli operatori bancari mettono in atto comportamenti fraudolenti, è chiaro che si configura un rischio di
tipo operativo, affiancato però anche da un rischio reputazionale.
Nei sistemi informativi si possono presentare problemi di malfunzionamento. Oltre a ciò, il principale problema in realtà è
quello della sicurezza informatica (hacker, perdita di dati, phishing). Un ambito in cui questo fenomeno è frequente è
quello delle criptovalute, poiché queste non sono facilmente trattabili, censibili, regolamentate in modo non chiarissimo.
Processi
È chiaro che tutte le procedure che vengono svolte all’interno di una banca non possono essere perfette. I controlli interni
che vengono effettuati possono talora non funzionare, il che espone la banca ad una serie di rischi. La mancata esecuzione
di un ordine, l’errore contabile possono avere conseguenze forti.
Altro aspetto importante è misurare l’esposizione ai rischi. La misurazione deve essere effettuata in modo fedele.
Eventi esterni
Gli eventi esterni comprendono tutti quegli eventi che non dipendono dal management, e cioè quegli eventi che con la
normale diligenza della classe manageriale non potevano comunque essere previste (causa legale, cambiamento di un
regolamento a mio svantaggio, disastri naturali).
Cosa si deve fare quando il rischio operativo si manifesta e deve essere gestito?
Il rischio deve essere minimizzato, se possibile annullato. L’obiettivo è ridurre al minimo il rischio.
- misure di prevenzione
- copertura assicurativa.
Una possibile soluzione è quella di mettere in atto delle misure di prevenzione del rischio e di controllo ex-ante.
Chiaramente queste misure hanno un costo, ed è quindi necessario ricercare un trade-off tra le possibilità di rischio e il
costo delle procedure di prevenzione. La gestione del rischio ha senso soprattutto se effettuata a preventivo, attraverso
procedure di prevenzione e controllo.
Altra modalità tipica per coprirsi dal rischio è quella di ricorrere ad assicurazioni. La copertura assicurativa funziona ex-
post rispetto al verificarsi del rischio, ma deve essere effettuata ex-ante, cioè prima che si verifichi il rischio stesso. Alcune
coperture assicurative possono essere molto onerose: occorre trovare la copertura più adatta alla propria fattispecie.
Il rischio reputazionale
Fiducia e credibilità sono tutto per le banche, che lavorano con prodotti che sono intangibili.
- Banca d’Italia
Definisce il rischio reputazionale come “il rischio attuale o prospettico di flessione degli utili o del capitale derivante
da una percezione negativa dell’immagine della banca da parte dei clienti, controparti, azionisti, investitori o
autorità di vigilanza”.
Quindi è bene sottolineare che per una banca ciò che conta non è solo la sostanza, ma anche l’immagine è di fondamentale
importanza per la reputazione di una banca. Infatti il rischio reputazionale può avere una portata enorme e coinvolgere
numerosi soggetti: soci della banca, chi ha investito in titoli della banca, clienti che hanno depositato, soggetti che
intrattengono altri rapporti con la banca, le autorità di vigilanza stesse.
Il rischio reputazionale non è isolato dalle altre tipologie di rischio. Si è parlato spesso in merito al trovare delle modalità per
ancorare il rischio reputazionale all’aspetto patrimoniale. Tuttavia non è semplice, anzitutto perché non è facile identificare
I RISCHI FINANZIARI
Il rischio di liquidità
Il rischio di liquidità si può osservare ogni qualvolta un intermediario non sia in grado di far fronte tempestivamente ed
economicamente al rimborso delle proprie passività o alle richieste di utilizzo dei prestiti concessi.
Il rischio di liquidità spesso può derivare proprio dal mismatching tra le scadenze dell’attivo e le scadenze del passivo
che caratterizza le banche (solitamente il passivo è più a breve termine).
Il fatto che il rischio di liquidità sia fisiologico, proprio perché deriva dal mismatch tra le scadenze di attivo e passivo, non è
per questo meno pericoloso o trascurabile.
Per prima cosa, una banca potrebbe ricorrere al mercato interbancario. Certo è che si tratta di un mercato caratterizzato
da una onerosità piuttosto significativa; tuttavia, è anche un mercato i cui operatori sono solitamente solvibili (banche).
Altra strategia per fronteggiare problematiche di liquidità potrebbe essere la smobilizzazione di titoli in portafoglio. In
merito a questa operazione occorre però valutare anche quali sono le condizioni di mercato: se queste non fossero
favorevoli infatti, la banca rischierebbe di portare a casa una perdita in conto capitale, il che non è ottimale (ottiene liquidità,
ma complessivamente in termini economici ci smena).
Operativamente, nelle banche, per capire qual è la condizione di liquidità posso avere:
1. Approccio stock-based
Identifico gli asset che posso smobilizzare all’interno del mio portafoglio senza particolari problemi.
2. Approccio mismatch-based
Prevede un’analisi dei flussi di cassa in entrata e in uscita per fasce di scadenza. Da tale analisi per fasce di
scadenza si ricava un gap, che prende il nome di liquidity gap: se i flussi in entrata sono maggiori di quelli in uscita
si avrà un gap positivo (tutto ok), mentre se i flussi in uscita sono maggiori di quelli in entrata dovrò capire come
posso coprire questo gap.
3. Approccio ibrido
Le due metodologie presentate sopra in realtà non sono totalmente alternative, ma possono essere viste
contemporaneamente. Immaginiamo che attraverso l’approccio mismatch-based emerge che i flussi in uscita
sono maggiori dei flussi in entrata, quindi un gap negativo: la banca potrebbe decidere di colmare questo gap
negativo con la parte stock-based, cioè delle attività prontamente smobilizzabili che vadano a coprire il gap.
Il liquidity gap è un indicatore di fondamentale importanza per ogni banca. La sua misurazione presuppone l’individuazione
di fasce temporali di riferimento rispetto alle quali andare a calcolarlo: le cosiddette maturity ladder.
Il problema della liquidità può essere causato sia da fattori endogeni che da fattori esogeni.
- A livello esogeno, le caratteristiche di un mercato possono creare problemi di smobilizzo di una data posizione.
- A livello endogeno può dipendere da come ho strutturato il mio portafoglio:
→ frammentato → difficoltà di smobilizzo perché troppo diversificato;
→ concentrato → le caratteristiche del portafoglio e il suo livello di concentrazione possono indurre dei
problemi a livello di liquidità.
Il rischio di credito si manifesta nel momento in cui le attività in portafoglio, che fruttano interessi, non danno vita ai
flussi di cassa attesi. I flussi di cassa attesi sono:
Nel momento in cui questi due flussi non dovessero palesarsi, ecco che nasce il rischio di credito.
Se un soggetto è emittente, tipicamente il rischio di credito viene analizzato in riferimento a 2 categorie di strumenti:
1. Rating
2. CDS (Credit Default Swap)
Rating
Nel momento in cui si deve calcolare un rischio di credito istantaneo di un emittente, il primo strumento a cui si fa
riferimento è il rating.
È chiaro che il rating migliore è AAA e man mano che scendo lungo la colonna della valutazione del rating la qualità del
giudizio tende a diminuire e conseguentemente aumenta il rischio.
Osservando il rating di un soggetto emittente sul mercato dei titoli, si può capire se tale soggetto alla scadenza sarà in grado
di rimborsare il credito oppure no.
Il Credit Default Swap è la funzione di trasferimento del rischio di credito, che offre la possibilità di coprirsi dall’eventuale
insolvenza di un debitore contro il pagamento di un premio periodico.
Il Protection buyer è il soggetto che detiene il credito e che vuole assicurarsi un rimborso sicuro nel momento in cui questo
credito non dovesse essere pagato. Perciò andrà a cercare sul mercato un secondo soggetto, chiamato protection seller.
Il protection buyer paga un premio al venditore di protezione affinché quest’ultimo proceda al rimborso del suo credito nel
caso in cui il debitore originario dovesse risultare insolvente.
L’evento che fa sorgere l’obbligo, per il venditore di protezione, di pagare il compratore di protezione è il mancato pagamento
del finanziamento da parte del debitore originario.
Questi CDS vengono quotati e hanno un valore giornaliero, in riferimento all’eventuale debitore.
Considerando il caso Lehman, mentre il rating era ancora AAA, il CDS su Lehman aveva da diverse settimane iniziato a
mostrare un andamento crescente, e più aumenta il prezzo del CDS, più l’emittente è considerato rischioso.
Lo svantaggio dei CDS rispetto ai rating è che i primi sono molto meno diffusi e presenti solamente su un numero limitato di
soggetti, mentre il rating è più diffuso e conosciuto.
Riassumendo…
- Rating. Effettuato da parte delle agenzie di rating. Si tratta di un giudizio a fronte del quale può essere agganciata la
qualità di un titolo e del suo emittente in termini di rimborso. AAA presuppone che l’emittente sia assolutamente
solvibile, mentre C è un livello molto basso. Il problema è che la significatività del rating non è assoluta.
- CDS. Sono stati fortemente enfatizzati perché, registrando un valore che si muove ogni giorno, sono più sintomatici
dello stato di salute di un determinato emittente. Lo svantaggio dei CDS è che sono effettuati su un numero molto
ristretto di emittenti, e per questo motivo non possono essere sostituiti ai rating.
Le perdite
Come abbiamo visto quando abbiamo esaminato Basilea 2, possono esserci due tipologie di perdite:
- attese → perdite sulle quali esistevano elementi probanti in grado di far capire l’eventuale esistenza di una perdita;
- inattese → perdite più pericolose perché non prevedibili.
Se la banca è a conoscenza di una perdita attesa non trascurabile su un credito che concede, è chiaro che chiederà un
tasso di interesse più alto perché questo deve remunerare la maggiore rischiosità di quella operazione di finanziamento. È
importante ricordare poi che la perdita inattesa è comunque meno rischiosa di quella inattesa, in quanto è prevedibile e
quindi in bilancio si possono accantonare somme in CE.
La perdita inattesa è invece più rischiosa perché, essendo inattesa gli amministratori non hanno accantonato nulla in CE.
Infatti, la perdita inattesa spesso incide direttamente sul patrimonio, proprio perché all’interno del CE non è stato
accantonato nulla, e di conseguenza non sono state previste somme per coprire la perdita. Inoltre, essendo inattesa, non
necessariamente si è lavorato sul tasso di interesse cercando di alzarlo per remunerare la maggiore rischiosità. Le perdite
inattese sono più difficili da misurare, servono dei modelli probabilistici che sono però tipicamente affetti da un determinato
margine di errore.
Esercizio
Calcolare la perdita attesa della banca dovuta all’esposizione al rischio di credito, date le seguenti informazioni.
2
𝐸(𝐿) = €15.000.000 × 10% × = 15.000.000 × 0,1 × 0,67 = €1.000.000
3
Rischio di tasso
Rischio di tasso è sinonimo di rischio di interesse. I tassi di interesse come sappiamo variano, e la variazione dei tassi più
pericolosa, come per il rischio di credito, è quella inattesa, a fronte della quale non ho posto in essere idonei correttivi.
Le variazioni dei tassi impattano sul CE della banca, ma in particolare impattano sul margine di interesse (interessi attivi –
interessi passivi). Questo effetto è ulteriormente enfatizzato dal mismatching delle scadenze, cioè dal fatto che le scadenze
dell’attivo e quelle del passivo non sono perfettamente allineate. L’impatto sul bilancio della banca dipende poi anche
dall’esistenza di contratti sensibili alle variazioni dei tassi di interesse.
Secondo la prospettiva degli utili correnti, quando si studia il rischio di tasso devo andare a lavorare sul margine di
interesse (interessi attivi – interessi passivi).
(𝐭𝐚𝐬𝐬𝐨 𝐬𝐮 𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭à 𝐟𝐫𝐮𝐭𝐭𝐢𝐟𝐞𝐫𝐞 × 𝐯𝐨𝐥𝐮𝐦𝐞 𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭à 𝐟𝐫𝐮𝐭𝐭𝐢𝐟𝐞𝐫𝐞) − (𝐭𝐚𝐬𝐬𝐨 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐢𝐯𝐨 𝐬𝐮 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐢𝐯𝐢𝐭à 𝐨𝐧𝐞𝐫𝐨𝐬𝐞 × 𝐯𝐨𝐥𝐮𝐦𝐞 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐢𝐯𝐢𝐭à 𝐨𝐧𝐞𝐫𝐨𝐬𝐞)
Osservando la formula in questo modo, capiamo come una variazione dei tassi può impattare direttamente sul tasso medio
delle attività fruttifere e sul tasso passivo delle passività onerose.
Nel momento in cui cambia il livello dei tassi di mercato (per mano della BCE), immaginando che
questi salgano ad esempio dell’1%, simultaneamente sale dell’1% anche il tasso sulle attività e il
tasso sulle passività?
NO. A fronte dell’aumento dell’1% del livello dei tassi di mercato, non è detto che l’intero aumento venga integralmente
applicato ad attività e passività. La banca potrebbe decidere di aumentare dell’1% i tassi sulle attività, mentre sulle passività
potrebbe recepirlo solo per l’80% di quell’incremento (1%), in modo da guadagnare di più sull’attivo e spendere meno, in
termini di incremento, sul passivo. È la cosiddetta diversa reattività: il tasso di mercato aumenta dell’1%, la banca adegua
completamente il livello del tasso attivo mentre quello del tasso passivo solo in parte.
Ipotizziamo che oggi aumentino dell’1% i tassi di mercato, quando aumenteranno i tassi delle attività
e quando quelli sulle passività? Aumenteranno in maniera sincrona?
È probabile che i tassi sulle attività vengano aumentati immediatamente dalla banca, ma i tassi passivi si muoveranno con
maggiore vischiosità, e quindi verranno adeguati con un sistematico ritardo. È la cosiddetta riprezzatura asincrona: se i
tassi di mercato oggi aumentano dell’1%, domani aumento i tassi attivi dell’1%, mentre i tassi passivi li modificherò tra 3
settimane solo dell’0,80%.
Abbiamo due tipologie di poste che sono impattate dal rischio di tasso:
- AF → attività fruttifere (attività finanziarie, sono chiamate fruttifere perché generano interessi attivi)
- PO → passività onerose
Se le attività fruttifere e le passività onerose hanno scadenze diverse, l’impatto della variazione dei tassi non è omogeneo.
Immaginiamo che aumentino i tassi e le PO hanno una scadenza più breve rispetto alle AF.
Se aumentano i tassi di interesse, in questa situazione ci perdo perché scadono prima le PO, e nel momento in cui queste
scadono io dovrò negoziare nuove passività alle nuove condizioni di mercato, che saranno più sfavorevoli dato che i tassi di
interesse sono aumentati.
Immaginiamo ora che aumentino i tassi e le AF scadono prima delle PO. Se le AF scadono prima, dovrò utilizzare questa
liquidità per investirle in nuove liquidità, ma al nuovo tasso di mercato che è più alto, quindi ho un guadagno. Le PO invece
rimangono tali fino alla loro scadenza. Ho quindi un effetto positivo in termini di tasso di interesse.
Se i tassi scendono e le PO scadono prima delle AF, vorrà dire che andrò a negoziare nuove passività ad un tasso inferiore e
quindi ho un guadagno: complessivamente ho un effetto positivo.
Se i tassi scendono e le AF scadono prima delle PO, dovrò usare la liquidità ottenuta per negoziare nuove AF ma ad un livello
di tasso di interesse inferiore, mentre le PO costano quanto stabilito inizialmente. Avrò quindi un effetto negativo.
Anzitutto è fondamentale comprendere la differenza tra il concetto base di “analisi tecnica” e il concetto di “analisi
fondamentale” che si integra ad esso.
Quando si compra un titolo azionario, normalmente la ratio sottostante è la volontà di partecipare alla distribuzione dei
dividendi oppure la convinzione che la quotazione di quel titolo crescerà nel tempo e consentirà di ottenere un capital gain.
Questo chiaramente vale anche per le banche, ma per scegliere quando comprare o quando vendere un titolo e quale titolo
comprare/vendere, servono alcune tecniche. Le due metodologie più utilizzate sono:
1. Analisi fondamentale
Questa analisi si suddivide in:
→ Analisi fondamentale strutturale → si concentra sulla situazione in cui versa l’economia in un determinato
momento, le condizioni di struttura del mercato su cui il titolo è quotato (PIL, tasso di interesse).
→ Analisi fondamentale particolare → non riguarda il mondo economico, è più connotata. Può essere a sua
volta suddivisa in:
i. Analisi fondamentale settoriale
Si concentra su un determinato settore di attività, il settore bancario: ci si interroga circa la
situazione del settore, la redditività, i rischi affrontati dal settore (se sono fisiologici o meritevoli di
particolare attenzione), le prospettive per il settore nel prossimo futuro.
2. Analisi tecnica
L’analisi tecnica si concentra sull’andamento storico del prezzo di un titolo bancario, a partire dal quale si è in grado
di effettuare delle previsioni sull’andamento prospettico del titolo. Si individuano in particolare due valori:
→ Resistenze
→ Supporti
Consideriamo l’andamento di un titolo. L’analisi tecnica ci dice che, quando il titolo cala, ci sono dei livelli, i
cosiddetti supporti, che frenano la discesa e che potrebbero persino arrestarla.
L’analisi tecnica, in sostanza, serve a prevedere movimenti futuri di un sottostante, facendo affidamento su
quanto successo in passato, attraverso l’utilizzo di grafici.
Il bilancio bancario serve per ripartire i risultati della gestione bancaria. Ha una funzione informativa per tutti i soggetti che
possono avere interesse in esso, cioè i soggetti che si portano a casa quote di utile della banca, ovvero gli azionisti, il
mercato, gli stakeholders, i portatori di interesse, clienti, dipendenti, fornitori.
Il bilancio bancario deve essere predisposto in modo da essere di concreta utilità per il maggior numero possibile di
destinatari. Esso deve essere redatto in base a determinati postulati, criteri, procedure di contabilizzazione, valutazione e
classificazione, che permettano di dare una periodica e attendibile conoscenza del risultato economico e della situazione
patrimoniale dell’impresa. La conformità alle linee guida consente di accrescere l’attendibilità del bilancio.
Gli organi di controllo della banca deputati al controllo e alla valutazione del bilancio sono:
Ovviamente chi controlla i bilanci si assume una responsabilità, che può essere personale, patrimoniale o penale.
Inoltre, poiché le banche sono per la maggior parte quotate, il bilancio della banca è soggetto a revisione contabile.
- Rendiconto finanziario
- Nota Integrativa
Spiega le singole voci inserite all’interno dello schema di bilancio.
A) Politiche contabili
B) Informazioni sullo SP (voce per voce)
C) Informazioni sul CE (voce per voce)
D) Redditività complessiva
E) Informazioni sui rischi e sulle relative politiche di copertura
F) Informazioni sul patrimonio
G) Operazioni di aggregazione riguardanti imprese o rami d’azienda
H) Operazioni con parti correlate
I) Accordi di pagamento basati su propri strumenti patrimoniali
L) Informativa di settore
Con parti correlate si intendono tutti i soggetti che hanno a che fare con la banca e che sono meritevoli di attenzione. Un
membro del CdA è una parte correlata, così come lo è il Direttore Generale, l’Amministratore Delegato. In merito alle parti
correlate, si deve accertare che queste non pongano in essere operazioni a valere sulla banca, in merito alla quale, in virtù
della sua posizione, gode di informazioni privilegiate. Una parte correlata può essere anche una persona giuridica.
Un soggetto che fa parte del CDA di una banca, può comprare e vendere azioni della banca stessa? In merito a tale
questione, esistono dei limiti operativi che pongono alcun divieti. Infatti, il componente del CDA non può svolgere
determinate operazioni se lo fa sulla base di informazioni privilegiate che possiede in virtù della sua posizione all’interno
dell’amministrazione della società bancaria.
Il bilancio è uno schema obbligatorio di fondamentale importanza proprio per il suo significato informativo. In ambito
bancario, è importante operare una riclassificazione del bilancio, e cioè esporlo con modalità improntate ad una maggiore
significatività in maniera tale da consentire l’effettuazione di consapevoli confronti tra banche e tra esercizi diversi di una
medesima banca.
Quando dobbiamo valutare la produzione dell’impresa, tipicamente ho la possibilità di guardare i “ricavi da attività
produttiva”, ma nella banca è diverso: anzitutto perché spesso il prodotto è immateriale, è un servizio non brevettabile, e
quindi non si hanno a disposizione i ricavi dell’attività produttiva. Per convenzione quindi si tende a parlare di PBL (Prodotto
Bancario Lordo).
𝐏𝐁𝐋 = 𝐑𝐃 + 𝐑𝐈 + 𝐈𝐌𝐏
- 𝐑𝐃 → raccolta diretta
- 𝐑𝐈 → raccolta indiretta
- 𝐈𝐌𝐏 → impieghi in prestiti
All’interno del CE riclassificato troviamo alcuni risultati intermedi che sono meritevoli di attenzione.
Il MINT (Margine di Interesse) è un primo risultato intermedio, segnaletico dell’attività bancaria tradizionale,
dell’intermediazione bancaria classica: raccolta e impiego.
Oggi sappiamo che oltre alla tradizionale attività bancaria, all’interno del CE di una banca troviamo voci relative ad altri
servizi. Portafoglio titoli della banca, gestione del risparmio della clientela, servizi di incasso e pagamento e servizi di
consulenza sono operazioni posizionate al di sotto del MINT: rientrano tra le commissioni nette (attive – passive).
Se al MINTS aggiungiamo in aumento e diminuzione il risultato netto delle operazioni finanziarie, otteniamo il margine di
intermediazione (MINTM).
Il margine di interesse (MINT) e il margine di intermediazione (MINTM) sono fondamentali in una banca. Il rapporto tra i due
è un indice di disintermediazione: se notiamo che negli anni il MINT si assottiglia, mentre il MINTM progressivamente si
espande, allora significa che la banca si sta disintermediando, cioè sta progressivamente ritraendo la sua redditività non
più dall’attività tradizionale di raccolta e impiego, ma dai servizi e dalla gestione del risparmio, dai titoli e dalla consulenza.
Sotto al MINTM troviamo i costi operativi, la cui voce principale è rappresentata dalle spese per il personale. Le manovre di
riduzione dei costi del personale hanno come finalità quella di ridurre i costi operativi. Il MINTM al netto di costi operativi e
ammortamenti ai fondi rischi ci porta al RGL (Risultato Lordo di Gestione).
Una volta che al RLG aggiungiamo in aumento o in diminuzione le rettifiche e le riprese di valore nette per rischio di credito
otteniamo il RG (Risultato di Gestione). L’RG è un indicatore espressivo della gestione ordinaria di una banca.
Oltre al Risultato di Gestione troviamo i componenti di gestione straordinaria, proventi e oneri straordinaria, che definiscono
il RPI (Risultato Prima delle Imposte). Infine avremo l’impatto di tasse e imposte. Applicando le imposte otteniamo il RN
(Risultato Netto).
Un Regolamento comunitario ha imposto, a partire dal 2005, che il bilancio consolidato venisse effettuato sulla base dei
principi contabili internazionali (IFRS, IAS).
Per lunghi anni, un principio contabile fondamentale è stato lo IAS 39, il quale stabiliva dei criteri per classificare e valutare
gli strumenti finanziari. A partire dal 2018 questo è stato sostituito dal IFRS 9, il cui oggetto è sempre la classificazione e la
valutazione degli strumenti finanziari.
Il fair value è un concetto principe quando si valutano le attività finanziarie. Purtroppo, non tutte le attività finanziarie sono
capaci di esprimere un prezzo sul mercato e, se non c’è un mercato attivo, la determinazione del fair value è più
problematica: occorre infatti introdurre delle tecniche di valutazione. L’obiettivo è stabilire quale sarebbe stato il prezzo
dell’operazione alla data di valutazione in una libera transazione a normali condizioni commerciali. Una possibile soluzione
è riferirsi al prezzo di un altro strumento finanziario paragonabile a quello che si vuole valutare e che invece gode di un
mercato attivo.
Se voglio valutare uno strumento che è negoziato sul mercato attivo, il fair value è valutato al prezzo. Se invece non è
negoziato, posso ricercare un comparable, ovvero un altro strumento che viene negoziato sul mercato e che esprime un
prezzo. Se si tratta di un buon comparable, allora posso riferirmi al prezzo di questo strumento.
Nella pratica, tuttavia, non è così facile trovare un comparable, perciò talvolta occorre fare ricorso a tecniche più sofisticate.
Possiamo avere tre livelli di valutazione:
Le ultime due non sono valutazioni arbitrarie, sono dei modelli legati a processi di stima. È bene ricordare che ogni qualvolta
si effettua un processo di stima, esiste sempre un margine di errore.
Un secondo elemento caratteristico del passaggio da IAS 39 ad IFRS 9 riguarda gli impairment test, rettifiche di valore delle
attività iscritte in bilancio. Queste rettifiche solitamente riguardano crediti e avviamento. L’IFRS 9, con riferimento agli
impairment, attua una transizione agli expected loss (perdite attese). Accorgersi in ritardo delle perdite sui crediti è molto
pericoloso: la società, nel momento in cui prende consapevolezza di queste perdite, potrebbe già versare in condizioni
critiche ed essere stabilizzata ad un punto tale da non poter tornare indietro. Fino a quando è prevalso lo IAS 39, il principio
delle perdite subite prevaleva su quello delle perdite attese. Lo IAS 39, con il criterio della “perdita subita”, legava queste
svalutazioni ad un trigger event: l’insorgere di un fatto nuovo che influenzasse i flussi di cassa. Il problema dell’orientamento
alle “perdite subite” era il fatto di non poter dare vita a coperture per queste perdite, il che era molto limitante. Con
l’introduzione del nuovo principio IFRS 9 questa prospettiva è cambiata: il principio della perdita subita è stato sostituito
dal modello della perdita attesa.
Vediamo ora il tema delle rettifiche di valore (impairment test) alla luce di quanto previsto dall’IFRS 9. Il passaggio al
principio della perdita attesa si ha in riferimento ad alcuni strumenti che possono essere valutati al costo ammortizzato
oppure al fair value. Sono stati individuati tre livelli di situazioni in cui versano le attività finanziarie:
1. Attività meno problematiche perché non c’è stato un significativo aumento del rischio di credito
2. Attività o strumenti in cui il rischio di credito ha avuto un significativo aumento
3. Attività che hanno già dato luogo ad una perdita di valore
Vediamo un elenco di voci contabili che si rinvengono nel bilancio, in particolare nel CE, di una banca e che possono essere
riclassificate nel CE scalare.
Gli indicatori di bilancio sono significativi dello stato di salute di una banca. Essi permettono di effettuare numerosi
confronti a livello temporale e spaziale (altre banche). Gli indicatori possono essere suddivisi in relazione alla loro natura:
- Indici di struttura
- Indici di liquidità (V)
- Indici di patrimonializzazione (V)
- Indici di redditività
- Indici di produttività
- Indici di qualità dell’attivo (rischiosità) (V)
Oltre agli indicatori “aziendali”, costruiti sui dati di bilancio di ogni singola banca, ci sono indicatori che prendono le mosse
da quanto richiesto dalle autorità di vigilanza.
I coefficienti di vigilanza
Indici di patrimonializzazione
Indici di liquidità
Questi indicatori sono tutti riscontrabili nel bilancio bancario, costituiscono elementi di giudizio che la banca ritiene
opportuno pubblicare nel suo fascicolo di bilancio a beneficio di tutti i potenziali stakeholders. Gli indicatori sono di
fondamentale importanza perché, esaminandone il valore, si possono dedurre elementi di giudizio probanti sullo stato di
salute della banca.
Indici di rischiosità
Il credito è un elemento importante per lo stato di salute di una banca. Per valutare la qualità dell’attivo è necessario
analizzare alcuni aspetti.
Gli indici di struttura sono utili per capire la struttura dell’operatività di una banca.
Si tratta di un indice in vigore da qualche anno e che deve essere pari al 3%. Se una banca lavora con una leva accentuata,
il rischio di operatività è maggiore, ma è anche un indice che aiuta a definire la struttura del processo produttivo della banca.
Indici di redditività
𝒖𝒕𝒊𝒍𝒆 𝒏𝒆𝒕𝒕𝒐
4. 𝑹𝒐𝑻𝑬 (𝑹𝒆𝒕𝒖𝒓𝒏 𝑶𝒏 𝑻𝒂𝒏𝒈𝒊𝒃𝒍𝒆 𝑬𝒒𝒖𝒊𝒕𝒚) =
𝒑𝒂𝒕𝒓𝒊𝒎𝒐𝒏𝒊𝒐 𝒏𝒆𝒕𝒕𝒐−𝒂𝒕𝒕𝒊𝒗𝒐 𝒊𝒏𝒕𝒂𝒏𝒈𝒊𝒃𝒊𝒍𝒆
Indicatore significativo soprattutto nell’ambito delle imprese bancarie, in cui gli intangibles hanno un peso molto
forte. Si vuole depauperare il PN dalle componenti attive di tipo intangibili.
6. 𝑴𝑰𝑵𝑻/𝑴𝑰𝑵𝑻𝑴
Il 𝑀𝐼𝑁𝑇 riguarda l’attività più tradizionale, mentre il 𝑀𝐼𝑁𝑇𝑀 comprende anche una serie di altre attività. Questo
rapporto può essere considerato come un indicatore di disintermediazione: se l’indicatore è alto, la banca
realizzerà i suoi risultati prevalentemente con l’attività classica di intermediazione (raccolta e impiego), mentre se
il rapporto tende a ridursi nel tempo, significa che la banca si sta disintermediando, e cioè operando in ambiti
difformi da quelli che caratterizzano l’operatività tradizionale.
1. 𝒏. 𝒅𝒊𝒑𝒆𝒏𝒅𝒆𝒏𝒕𝒊/𝒏. 𝒇𝒊𝒍𝒊𝒂𝒍𝒊
Un tempo le filiali erano ricche di dipendenti, oggi sono sempre più leggere.
5. 𝑹𝑮𝑬𝑺𝑻/𝒏. 𝒅𝒊𝒑𝒆𝒏𝒅𝒆𝒏𝒕𝒊
Indici di mercato
1. 𝑷𝒓𝒊𝒄𝒆/𝒃𝒐𝒐𝒌 𝒗𝒂𝒍𝒖𝒆
Prezzo di mercato / patrimonio netto per azione → è un indicatore che ci dice quanto vale sul mercato la mia banca.
2. 𝑷𝒓𝒊𝒄𝒆/𝒆𝒂𝒓𝒏𝒊𝒏𝒈
Prezzo / utile per azione (= utile / n. azioni)
Spesso chi investe in borsa guarda indicatori di questo genere. Normalmente questo indice viene rapportato al price
earning medio del settore di appartenenza. Se da questo confronto emerge che il price earning per azione supera il
price earning medio del settore, il titolo potrebbe essere sopravvalutato e quindi suscettibile di vendita. Se invece
il price earning dell’azione è inferiore rispetto al price earning medio del relativo settore di appartenenza, allora
l’azione potrebbe essere sottovalutata e quindi suscettibile di acquisto.
In questo corso ci concentreremo sulla realtà della banca. In particolare analizzeremo tre questioni particolari:
operazioni di raccolta, operazioni di impiego e servizi.
Introduzione: la banca
L’art. 10 del Testo Unico Bancario (TUB) definisce l’attività bancaria come
La banca raccoglie denaro per poi dare in prestito. Solo la banca può compiere contemporaneamente queste due
azioni: la banca raccoglie denaro (ottiene risorse finanziarie), che impiega successivamente, concedendo finanziamenti
sotto varie forme.
Società di leasing, società di gestione del risparmio, società di assicurazioni sono altri esempi di intermediari, ma che
tuttavia, a differenza della banca, non possono operare contemporaneamente sul versante della raccolta e sul versante
degli impieghi (erogazione del credito); questo perché, come già detto, solamente chi è qualificabile come banca può
compiere contemporaneamente queste operazioni. Concludiamo quindi che la banca occupa una posizione
privilegiata nel sistema finanziario.
Una banca è un’impresa a tutti gli effetti, un attività di impresa che tendenzialmente persegue uno scopo di lucro (non
tutte le banche necessariamente perseguono tale scopo); essendo un’impresa, qualsiasi operazione finanziaria svolta
dalla banca, avrà ripercussioni sui prospetti di bilancio.
Stato Patrimoniale
Cominciamo a capire che tipo di impatto hanno le operazioni di raccolta sul suo Stato Patrimoniale.
Le operazioni di raccolta di denaro sono operazioni passive per la banca: nel momento in cui versiamo del denaro
sul conto corrente, per la banca sorge un debito. In altre parole, la banca, nel momento in cui riceve queste risorse dal
proprio cliente, si assume un impegno, cioè restituire questo denaro quando questi lo richiederà (rispondere alle
esigenze del cliente); inoltre, tendenzialmente queste risorse non sono gratuite (il cliente vorrà essere remunerato,
interesse). Nel momento in cui noi andiamo ad alzare una somma di denaro nel nostro conto corrente, per la banca
aumenta il lato passivo, è sorto un debito v/clienti, che fa sorgere un preciso obbligo di restituzione e un obbligo di
remunerazione: se la banca deve remunerare il cliente per la risorsa che egli ha messo a disposizione, si andrà a creare
una somma di denaro, che chiamiamo interesse, che per la banca è un costo (interesse passivo). La raccolta
bancaria genera degli interessi passivi che troviamo nel conto economico della Banca. La Banca potrebbe
indebitarsi, e quindi raccogliere risorse da altri soggetti, come per esempio da un’altra Banca (debiti v/banche), potrebbe
emettere dei titoli (prestiti obbligazionari), attraverso i quali la banca riesce ad ottenere risorse finanziarie spesso
anche con una scadenza prolungata nel tempo (anche in questo caso deve prevedere una forma di remunerazione per
il sottoscrittore): tali costituiscono quindi differenti forme di raccolta rispetto a quella ordinaria (da clienti).
Una volta che la banca ha ottenuto queste risorse, deve impegnarsi per collocarle tra i clienti nel modo più economico
possibile, cioè nel modo più redditizio: dopo le operazioni di raccolta si hanno le operazioni di impiego. Con le
operazioni di impiego entriamo nel versante attivo della banca, perché è la banca a prestare denaro; quindi è il cliente
a cui è stato prestato il denaro che si assume determinati obblighi nei confronti della banca. Pensiamo all’esempio del
mutuo: dal lato della banca, il mutuo rappresenta un’attività, un credito, e dunque è un’operazione attiva che genera un
credito v/clienti, che ha una struttura particolare in quanto ha solitamente una durata prolungata nel tempo (può avere
un tasso fisso o variabile, ecc.). Di fatto entriamo nel versante attivo, sorge un’operazione attiva redditizia per la banca,
perché non solo verrà restituito il capitale alla banca, ma anche degli interessi pagati sul capitale, che sono interessi
Conto Economico
È importante notare che nel Conto Economico la banca non rileva solamente interessi. Talvolta ci sono altre voci che
possono generare altre fonti di reddito per la banca, e sono principalmente ricavi da commissione. La banca può
chiederci di pagare una commissione, per esempio, sui crediti di firma, per tutte quelle che sono le garanzie che una
banca può offrire ad una nuova clientela: per esempio la fideiussione, cioè una garanzia che la banca offre a favore di
un soggetto. Quale miglior garante del pagamento di una somma di denaro di una banca? La banca si pone come
nostro garante in cambio del pagamento di commissioni attive, che generano dei ricavi (componenti positivi di
credito). I crediti di firma non sono somme di denaro che la banca mette sul piatto, ma sono impegni che la banca ha
assunto a favore del cliente e, nell’eventualità in cui il cliente non dovesse pagare un suo debito, scenderà in campo la
banca al suo posto (interviene solo se il cliente è inadempiente). Per il solo fatto di aver firmato questo patto, la banca
si porta a casa delle commissioni che generano un ricavo: quindi, se il cliente paga puntualmente, la banca incassa le
commissioni attive. Nel caso in cui il cliente dovesse aver bisogno di un prestito dalla banca, sarà la banca che anticipa
i soldi per il cliente, ma a sua volta vorrà poi essere remunerata (con ulteriori interessi). I ricavi da commissione possono
poi essere generati dal mondo dei servizi bancari, oggi sempre più vasto, più smart e accessibile. Le banche stanno
investendo tanto in questa direzione. Quando la banca mette a disposizione dei servizi, chiede delle commissioni, che
generano dei ricavi.
La capitalizzazione
Avendo parlato di interessi è inevitabile parlare di capitalizzazione. Con capitalizzazione intendiamo la metodologia
con cui vengono calcolati gli interessi maturati su un capitale investito.
- C = capitale investito
- i = tasso di interesse
- I = ammontare di interessi
- t = tempo
- M = montante, ossia la somma fra capitale investito ed interesse (M = C + I)
- Capitalizzazione semplice: gli interessi vengono sempre calcolati sulla somma iniziale (utilizzata da noi)
- Capitalizzazione composta: con l’avanzare del tempo, si generano interessi che vanno a costituire ulteriore
capitale, e quindi anche gli interessi generano altri interessi
Dal momento che siamo in regime in capitalizzazione semplice, per il calcolo degli interessi applicheremo la formula
che potrebbe presentarsi in tre diversi modi, che dipende dalla modalità in cui viene calcolato il tempo:
Noi useremo principalmente la terza (tempo espresso in giorni) perché è quella utilizzata dalle banche.
Iniziamo ad analizzare le operazioni passive per la banca. Distinguiamo la raccolta diretta dalla raccolta indiretta.
- Conto Corrente
- Deposito a risparmio
- Operazioni pronto termine
- Certificato di deposito
Attraverso le operazioni di raccolta diretta la banca entra in possesso di risorse finanziarie: recupera effettivamente
risorse finanziarie. Sono operazioni che generano interessi passivi, che generano le operazioni passive.
Qual è la differenza con le operazioni di raccolta diretta? Nelle attività di intermediazione mobiliare, la banca si mette in
mezzo, crea un anello di congiunzione; la banca, che è in una posizione privilegiata , sa chi ha il denaro e chi ne ha
bisogno, crea il contratto. Si tratta di un’attività molto diversa rispetto a quella di raccolta diretta; in questo sistema, il
signor Rossi ha risorse finanziarie per comprare dei titoli obbligazionari emessi dalla società Alfa, e la banca
semplicemente funge da intermediario (di fatto la banca non recupera delle risorse finanziarie). È un’operazione di
servizio che la banca offre a favore della clientela, e dunque non è un’operazione che genera risorse finanziarie per la
banca. Per queste operazioni di raccolta indiretta, la banca chiede una commissione per svolgere la sua funzione di
tramite tra i due soggetti (operazione di natura completamente diversa).
Il Conto Corrente
Il Conto Corrente è la forma tecnica di raccolta in assoluto più diffusa nella quale la banca risulta debitrice nei
confronti del cliente.
Essere titolari di un conto corrente comporta dei costi. Ma perché le persone hanno un Conto Corrente? Sicuramente
per una questione di sicurezza (non conviene tenere tutti i soldi in casa), ma non è la questione fondamentale. Senza
un conto corrente, verrebbero meno un sacco di operazioni che transitano da un conto corrente: dai pagamenti con le
carte di credito e debito, al pagamento dello stipendio tramite bonifico.
Il conto corrente è un vero e proprio contratto, regolato dall’ordinamento giuridico, perché la banca si impegna ad
eseguire tutte le operazioni (in entrata e in uscita) per conto del cliente (art. 1856 c.c.).
Siccome la banca esegue quello che il cliente richiede, la gestione di conto corrente deve essere accompagnata da una
documentazione che tenga traccia dei movimenti. Tali documenti sono:
- Estratto conto
- Conto Scalare
- Prospetto competenze e spese
È il documento che riporta tutte le operazioni (in addebito e in accredito) eseguite su un c/c registrate in ordine di
data di esecuzione.
- Data di esecuzione
- Descrizione dell’operazione
- Registrazione di ciò che è successo nel mio conto corrente (addebiti o accrediti) → nel nostro estratto conto
andremo a ritrovare le nostre operazioni man mano che vengono registrate sul conto: è un documento che
riepiloga in modo ordinato tutte le operazioni che sono transitate sul nostro conto. Ricordiamoci che la banca
esegue le nostre operazioni come un soggetto incaricato secondo le regole del mandato.
Quindi i movimenti possono essere movimenti dare (addebiti), quando sono destinati a ridurre la disponibilità
sul conto; oppure possono essere dei movimenti avere (accrediti), che hanno aumentato le disponibilità sul
conto.
- Valuta
- Saldo: dobbiamo tenere sotto controllo quello che sta succedendo sul nostro conto
LA VALUTA
La valuta è la data a partire dalla quale l’importo dell’operazione che movimenta il conto corrente inizia a produrre (o
cessa di produrre) interessi attivi (passivi) relativi all’operazione stessa
La valuta non sempre coincide con la data in cui si effettua una operazione di addebito o accredito: può essere
immediata o prevedere alcuni giorni. Per sapere quali sono le condizioni che mi applica la banca in merito alla data di
valuta, che documento devo consultare? Ogni anno la nostra banca ci invia obbligatoriamente (almeno una volta
all’anno) un documento che si chiama “documento di sintesi”, che contiene le condizioni applicate; deve essere inviato
più volte all’anno nel caso in cui qualcuna delle condizioni previste all’interno del “documento di sintesi” vengano
modificate: tale documento sintetizza tutte le condizioni che regolano il rapporto banca-cliente relativamente al mio
conto corrente.
Le valute applicate sulle operazioni di accredito e di addebito risultano spesso assai difformi tra le diverse banche.
Se invece l’operazione è a credito del cliente, la valuta può coincidere con la data dell’operazione o avviene con qualche
giorno posteriore alla data dell’operazione.
In genere le valute vengono applicate a partire dai giorni lavorativi. Quella somma di denaro soltanto a partire dal 13/01
comincerà a generare interessi.
Le nostre valute
OPERAZIONE VALUTA
VERSAMENTO E PRELIEVO DENARO CONTANTE DATA OPERAZIONE
ACCREDITO/ADDEBITO BONIFICO DATA OPERAZIONE
PRELIEVO BANCOMAT DATA OPERAZIONE
VERAMENTO A/B, A/C STESSA BANCA DATA OPERAZIONE
VERSAMENTO A/C DI ALTRA BANCA GIORNO DOPO DATA OPERAZIONE
VERSAMENTO A/B DI ALTRA BANCA 3 GIORNI DOPO DATA OPERAZIONE
ADDEBITO A/B DATA EMISSIONE ASSEGNO
Il concetto di disponibilità. Dal concetto di valuta dobbiamo distinguere il concetto di disponibilità. Anche se la
disponibilità, come la valuta, è anch’essa una data, che tuttavia ha un significato diverso. La disponibilità è una data
che dice il giorno al partire dal quale la somma di denaro che è stata accreditata sul conto risulta effettivamente a
disposizione del correntista.
- Saldo contabile: è quello che risulta in un dato momento in base a tutte le operazioni che sono state registrate
a debito e a credito dal correntista
- Saldo liquido: è quello che risulta, in un determinato momento, in base a tutte le operazioni a debito e a credito
per le quali è maturata la valuta (escludendo dunque quelle operazioni per cui la valuta deve ancora maturare).
- Saldo disponibile: è quello che risulta, in un determinato momento, in base alle operazioni di cui la banca
conosce effettivamente l’esito, vale a dire togliendo dal saldo contabile gli importi di cui la banca non ha
ancora effettuato la verifica o l’incasso e del cui buon fine la dipendenza accreditante non ha ancora avuto
conoscenza.
NB: agli effetti del calcolo del saldo disponibile non è dunque sufficiente che di un accredito sia giunta a maturazione la
valuta per essere considerato disponibile.
Esercizio
Estratto conto
È un prospetto che riporta obbligatoriamente informazioni che partono dall’estratto conto (se io sbaglio l’estratto conto,
sbaglio anche il prospetto dello scalare). È un documento che riporta in ordine di valuta tutte le operazioni che
sono state registrate nell’estratto conto (non in ordine di esecuzione come nell’estratto conto, ma in ordine di valuta).
Lo scalare riprende i vari movimenti del conto corrente con i rispettivi segni, che genereranno i corrispondenti saldi in
ordine di valuta. Avevamo sottolineato i significati dei vari saldi: abbiamo visto che ci sono momenti diversi in
corrispondenza dei quali i saldi si adeguavano. Il saldo che abbiamo incontrato nell’estratto conto era il saldo contabile:
si aggiorna man mano che le operazioni vengono registrare. Qui avremo i saldi per valuta, che sono di fatto i saldi
liquidi, per cui la valuta è maturata.
Lo scalare per valuta è un prospetto che prepara una serie di calcoli utili per stabilire quali saranno le competenze a
favore del cliente piuttosto che a favore della banca. Quando firmiamo il contratto di apertura del conto corrente, la
banca si assume degli impegni: impegni di pagare interessi, impegni di farci pagare interessi se il conto va in rosso. Ho
bisogno di uno strumento che mi consenta di tenere sotto controllo queste operazioni e capire i vari importi che tipo di
interessi andranno a generare. Lo scalare per valuta risponde a questa finalità.
Scalare per valuta → determinare interessi a favore del cliente e interessi a favore della banca.
GG → sono i giorni che intercorrono fra una valuta e la successiva (mi dicono per quanti giorni quella situazione sul
mio conto non è cambiata).
NUMERI → riportiamo l’esito di una moltiplicazione, che prende in esame il saldo per valuta e i giorni :
- numeri dare: originati da un saldo dare, che moltiplichiamo per i giorni e troviamo il numero da posizionare nella
colonna numeri → ricordiamo che un numero è dare se originato da un saldo dare, avere se originato da un
saldo avere.
- Numero avere: originati da un saldo avere, che moltiplichiamo per i giorni
Questo prospetto ha una finalità: di preparare i conteggi per determinare gli interessi a favore del cliente o a favore della
banca. Quindi facciamo queste operazioni per preparare il conteggio.
- le competenze a favore del cliente (interessi a favore del cliente): siccome sono fonte di reddito per il cliente,
bussa alla porta il fisco; quindi su questi interessi dobbiamo considerare la ritenuta fiscale (al 26%);
- le competenze a favore della banca: interessi debitori per il cliente (favorevoli per la banca), oppure spese
che erano state previste nel documento di sintesi iniziale, che rappresentano elementi di costo che la banca ci
applica per gestire il nostro conto (spesa di tenuta conto, commissioni particolari).
Interessi creditori: partono dai numeri avere → di fatto stiamo riprendendo quella formula (𝐶 ∗ 𝑖 ∗ 𝑡)/36500 = (𝑛𝑢𝑚𝑒𝑟𝑖 ∗
𝑖)/36500
Essendoci la ritenuta fiscale del 26% da applicare agli interessi, avremo poi gli interessi creditori netti.
Interessi debitori: se abbiamo dei numeri dare, abbiamo sicuramente interessi debitori (qui non c’è la ritenuta fiscale).
Il nostro conto ha avuto dei momenti in cui è andato in rosso: la domanda che mi devo porre è se il detentore del conto
fosse autorizzato a fare ciò. Come faccio a sapere se il cliente è stato autorizzato dalla banca o meno ad andare in
rosso? Al cliente non è stato concesso nessun fido: quando sentiamo parlare di fido dobbiamo pensare alla
possibilità che sia stata data al cliente di andare in rosso (ovviamente in tal caso la banca indicherà anche il limite). In
questo caso la signora Luisa non è stata autorizzata ad andare in rosso; la correntista non è stata rigorosa, perché
nonostante non fosse possibile per lei, ci sono stati due momenti in cui questo è accaduto. In queste situazioni, se la
circostanza è di carattere eccezionale, la banca chiede di essere pagata: la banca applica commissione di istruttoria
urgente (o veloce → CIV).
Nel nostro caso vediamo che la banca mi fa pagare 0€ se l’importo del rosso è pari fino a 100€. Se il rosso va da 100,01
fino a 3000€, la banca applica una commissione di 12€. Se il rosso supera i 3000€, applica una commissione di 100€.
La normativa impone che la banca può applicare una commissione di istruttoria urgente massima di 100€ trimestrale.
(IMPORTANTE: queste informazioni le trovo nello scalare, nella colonna del saldo per valuta).
Il conto della signora Luisa è andato in rosso 2 volte (le ultime tre sono raggruppate). Nel primo caso, la signora Luisa
si trova nel primo scaglione, quindi deve pagare 12€; nel secondo blocco è nello scaglione massimo (100); quindi
abbiamo 12 + 100 → tetto massimo è 100.
ATTENZIONE: al signor Mario è stato accordato un fido di 10000€. Contrariamente a quanto era successo alla Signora
Luisa, il Signor Mario può andare in rosso fino a 10000€.
La banca si è resa disponibile, all’occorrenza, a consentire al signor Mario di andare in rosso fino a 10000€. La banca,
se mi da questa opportunità, non lo fa gratis; è vero che poi di fatto il cliente non è andato in rosso, tuttavia l’impegno
della banca deve essere remunerato. Questa commissione si chiama commissione sul fido accordato (o
corrispettivo sull’accordato), che è una commissione che si calcola in percentuale, rispetto all’importo del fido
accordato.
Nel nostro esempio dobbiamo calcolare il 0,50% trimestrale sul fido accordato, indipendentemente dal fatto che sia
stato usato in parte o per nulla. ATTENZIONE: la commissione nel nostro caso si applica sull’intero trimestre; tuttavia,
noi NON siamo stati clienti della banca per un intero trimestre. In questo caso, devo applicare una proporzione per
calcolare l’importo per i giorni effettivi in cui è stato di fatto cliente. Se fossi stato cliente per 92 giorni, avrei pagato 50€;
per 88 giorni, la quota scende a 47,83.
CONTO CORRENTE
Valuta versamento circolare: giorno dopo rispetto alla data in cui avviene l’operazione
1. Dobbiamo chiederci se ci troviamo di fronte ad un conto affidato. È un conto affidato, perché su questo conto
è attiva una linea di credito di 5.000€.
2. È un conto che non viene aperto → questo conto lo avevamo già negli anni scorsi, quindi non partiamo da 0 nel
nostro estratto conto
ESTRATTO CONTO
Prospetto spese
- La banca mi applica un euro di spesa per ogni operazione registrata → attenzione: c’è una registrazione che
non si riferisce ad un’operazione effettuata da noi, cioè la ripresa saldo → l’operazione di ripresa saldo è “gratis”
quindi non dobbiamo considerarla nel calcolo della spesa di tenuta conto
- Attenzione: il giorno 28/03 la cliente chiude il conto → quando vado a calcolare la commissione sul fido
accordato, io devo considerare l’intero trimestre; tuttavia, l’impresa Alfa non è stata cliente della banca l’intero
trimestre, perché il trimestre parte l’1/01 e si chiude il 31/03. Quindi calcolo su 5.000 lo 0,50%, ma poi l’importo
che vado a trovare lo devo ridefinire togliendo la parte che non devo considerare, perché io in quei pochi giorni
non ero più cliente della banca → 25: 90 = 𝑋: 87 → 𝑋 = 24,17
- Commissione di istruttoria → Il conto poteva andare in rosso ma al massimo di 5000€ → nei saldi dare
possiamo notare che il conto corrente è andato in rosso per 6.000€: ho fatto un’operazione non autorizzata,
quindi applico la CIV rispetto allo sconfinamento. Sono andata in rosso oltre al consentito di 1.000€, e allora
la CIV la applicherò guardando lo scaglione di 1.000€ → l’importo previsto per un importo di 1.000€ è di 12€
Devo essere in grado di calcolare di ogni strumento finanziario l’effettivo rendimento, il rendimento netto. Cosa
stiamo facendo se andiamo a lavorare sul rendimento effettivo?
𝐶∗𝑖∗𝑡
Siamo partiti presentato la formula del calcolo dell’interesse (𝐼 = → se devo calcolare il rendimento interno, devo
36500
calcolare il tasso →
𝑰 ∗ 𝟑𝟔𝟓𝟎𝟎
𝒊=
𝑪∗𝒕
il tasso effettivo tiene conto anche di tutte le componenti di costo, per esempio la commissione sul fido accordato, che
gravano sul mio conto. Quando vado a fare i conteggi, considero le vere e proprie competenze nette (racchiuse in 𝐼),
cioè le spese che la banca mi applica. Se io faccio 200 operazioni all’anno, e la banca mi applica 1€ per ogni
registrazione sul conto, alla fine dell’anno dovrò pagare 200€ di spese di tenuta conto → è chiaro quindi che alla fine
della valutazione effettiva del rendimento di un conto devo valutare anche queste caratteristiche.
Quando vado a calcolare il tasso di rendimento effettivo devo considerare che ci sono quei 200€ di spesa.
Formula alternativa:
(𝑠𝑝𝑒𝑠𝑒 𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑒𝑡𝑒𝑛𝑧𝑒) ∗ 36500
𝑖=
𝑐𝑜𝑛𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎 ∗ 365
La consistenza media viene calcolata dalla banca nel seguente modo:
𝑡𝑜𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑛𝑢𝑚𝑒𝑟𝑖 𝑎𝑣𝑒𝑟𝑒
𝑐𝑜𝑛𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎 =
365
Le due formule sono assolutamente identiche.
Esercizio che ci consente di calcolare il rendimento effettivo di un conto corrente su base annua. Ho informazioni di
natura annuale (informazioni sintetiche). Cosa dobbiamo fare?
2. Dobbiamo calcolare gli interessi creditori, sapendo che dobbiamo applicare il tasso pari a 1,2%
1235658 ∗ 1,2
𝐼𝑛𝑡𝑒𝑟𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑖𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑙𝑜𝑟𝑑𝑖 = = 40,62
36500
3. Dobbiamo considerare anche le altre spese che ruotano attorno a questo conto:
a. Spese di tenuta conto → 235 ∗ 1€ = 235€
b. Spese di invio documentazione → 1€
c. Commissione sul fido accordato → linea di fido pari a 12.000€ con percentuale pari a 0,50€ → 0,50% ∗
12.000 = 60€/𝑡𝑟𝑖𝑚𝑒𝑠𝑡𝑟𝑒 → 60 ∗ 4 = 240€
d. Totale spese → 476€
4. Rendimento effettivo:
−445,94 ∗ 36500
= −13,17%
1235658
Il costo del conto corrente è giustificato dal fatto che il conto corrente mi permette di accedere ad una serie di
servizi.
Rimaniamo nel campo di operazioni di raccolta, però entriamo e consideriamo un’operazione un po’ meno diffusa
rispetto al conto corrente: operazioni di pronti contro termine.
Siamo di fronte ad un’operazione di pronti contro termine quando la banca cede a pronti al cliente una determinata
quantità di titoli dietro pagamento di un prezzo e contestualmente, la banca si impegna a riacquistare a termine (dalla
medesima controparte) la stessa quantità di titoli della stessa specie ad un prezzo prefissato.
Avremo un cliente e la banca → siamo di fronte ad un’operazione di raccolta diretta, attraverso la quale la banca
recupera risorse finanziarie. È un’operazione pronti contro termine, che in pratica raccoglie due operazioni in una: una
prima operazione che avviene in un momento a pronti e una seconda tranche dell’operazione che avviene in un
momento successivo → distinguiamo due momenti distinti:
- A pronti (nell’immediato)
- A termine (in futuro
→ la banca cede dei titoli che ha nel suo portafoglio: le banche hanno dei titoli nel proprio portafoglio o perché li hanno
emessi essi stessi, o perché li hanno acquisiti (titoli di Stato) → li cedono al cliente ad un particolare prezzo, che
chiameremo prezzo a pronti: il cliente oggi paga il prezzo a pronti alla banca e acquisisce questi titoli.
Nello stesso giorno in cui si definiscono le condizioni a pronti, si definiscono anche le condizioni a termini: il contratto ci
dice già cosa accadrà in futuro → la banca riacquisterà dallo stesso cliente la stessa quantità di titoli nella medesima
specie (i titoli tornano alla banca): la banca pagherà un prezzo chiamato prezzo a termine.
Qual è la convenienza per banca e cliente? La convenienza per cliente è intuitiva: al cliente conviene questa operazione
quando il prezzo a termine è maggiore del prezzo a pronti.
Anche alla banca conviene: con questa operazione la banca recupera risorse finanziaria cedendo i titoli; inoltre, la banca
sa per certo che questo denaro rimarrà a lei per un certo periodo (intervallo di tempo tra momento a pronti e momento
a termine), poiché questa operazione, una volta siglata, non ammette smobilizzo anticipato → il cliente non può
smobilizzare i titoli prima della scadenza.
La durata di queste operazioni solitamente va da 3 mesi a 1 anno → con tale operazione la banca esegua una raccolta
temporanea (raccolta a breve termine).
Ad operazioni simili può ricorrere anche la BCE o comunque una Banca Centrale, le quali, tuttavia, effettuano tali
operazioni avendo come controparte (cliente) altre banche, il sistema bancario del Paese. Se la BCE per ipotesi dovesse
cedere al sistema bancario dei titoli e, per contro, ottenere un prezzo a pronti, sta attuando una manovra di politica
monetaria restrittiva → sta ritirando moneta dalla circolazione.
In passato questa operazione richiedeva il coinvolgimento di cifre importanti; ora i massimali si sono abbassati, quindi
è diventata un’operazione sempre più diffusa.
I titoli che normalmente vengono scambiati sono titoli di stato o titoli che la banca stessa ha emesso. Dal punto di vista
formale, i pronti contro termine (PCT) sono due operazioni distinte.
Abbiamo detto che il cliente è avvantaggiato da una tale operazione solamente nel momento in cui ha un guadagno, il
quale deriva dalla differenza tra il prezzo a pronti e il prezzo a termine. Tuttavia, ogni qualvolta che c’è un guadagno
arriva il fisco che richiede la sua parte, pari al 26% (ritenuta fiscale applicata alla differenza tra P pronti e P termini).
È chiaro che la differenza tra prezzo a pronti e prezzo a termine è una fonte di guadagno per il cliente: dobbiamo quindi
considerare il 26% di ritenuta fiscale.
- Rendimento effettivo →
𝑐𝑜𝑚𝑝𝑒𝑡𝑒𝑛𝑧𝑒 𝑛𝑒𝑡𝑡𝑒 ∗ 36500 2,22 ∗ 36500
𝑖= = = 10,21%
𝐶∗𝑡 98 ∗ 81
Il calcolo del rendimento effettivo ci permette anche di confrontare operazioni diverse tra loro.
Il pilastro degli impieghi riguarda le attività che la banca svolge a favore della clientela, concedendo una serie di
finanziamenti sotto varie forme. Queste operazioni rappresentano per la banca operazioni attive, che maturano sulle
diverse forme di finanziamento concesse.
La banca, grazie alle operazioni di raccolta, ha recuperato risorse finanziarie. Tali risorse devono essere impiegate nel
minor tempo e nel miglior modo possibile, indirizzandole verso le figure più meritevoli, che creano meno problemi alla
banca in sede di restituzione e che consentono alla banca di ottenere un risultato ottimale e senza grossi tempi di
recupero. La banca procede con una sorta di screening del cliente richiedente il finanziamento, al fine di valutare
l’affidabilità del cliente nei confronti della banca → la banca non vuole correre rischi.
Inoltre la banca deve tutelarsi: è un’impresa, e in quanto tale, prima di vendere il proprio prodotto, che è il denaro, deve
essere certa della destinazione di tale.
Ogni volta che una banca deve valutare un cliente per capire se questo cliente possa essere considerato meritevole o
meno, dovrà sottoporre il cliente stesso a una vera e propria istruttoria. Questa procedura servirà per decidere se la
banca è disposta a impegnarsi nei confronti di questo cliente, mettendo a disposizione del cliente stesso una somma di
denaro oppure garantendo il cliente nei confronti di terzi: ma prima il cliente deve essere sottoposto ad una serie di
valutazioni.
- Credito di cassa → la banca mette a disposizione del cliente una vera e propria somma di denaro
- Credito di firma → la banca si limita a garantire il cliente nei confronti di terzi
La fase di valutazione è chiama istruttoria di fido, durante la quale la banca valuta una serie di aspetti che
caratterizzano il cliente. In particolare si concentrerà su analisi delle qualità personali del cliente:
- Cliente persona fisica → dovrà fornire indicazioni relativamente alla sua posizione lavorativa (dipendente,
lavoratore autonomo, imprenditore); la condizione dal punto di vista personale (coniugato, regime patrimoniale
che caratterizza la famiglia); se si è proprietari di immobili. Tutti questi elementi dovranno essere corredati da
una documentazione apposita (schede catastali, busta paga).
- Cliente società → si andrà a vedere chi sono i rappresentanti legali della società, il business plan della società,
come si sono chiusi gli ultimi bilanci → questo consentirà alla banca di capire la posizione di partenza del
soggetto e anche la prospettiva che si può aprire grazie al finanziamento che eventualmente verrà concesso.
Altri elementi necessari per la banca è sapere se siamo già destinatari di altri prestiti, magari da altre banche → questo
perché la banca deve sapere se, in caso di mia difficoltà a restituire il prestito, ci possano essere altri soggetti che in
qualche modo possano concorrere insieme a me ad aggredire il patrimonio.
La banca può accedere a tutta una serie di fonti che consentono alla banca di verificare l’attendibilità, veridicità
e completezza delle informazioni che noi abbiamo fornito.
Si vede quanto è stato accordato dalla nostra banca alla società Alfa → da questa tabella emerge che la società non ha
mai richiesto finanziamenti in precedenza.
La Centrale dei Rischi è in grado di fornire una rappresentazione completa della società interessata: è infatti possibile
osservare le condizioni che altre banche hanno accordato in precedenza, quanto è stato utilizzato e eventuali
sconfinamenti che mi danno anche un’idea di che tipo di cliente ho davanti (se ho davanti un cliente che sconfina
sempre, vuol dire che non è abituato a stare alle regole). Attraverso questa analisi si viene a conoscenza di molte
caratteristiche del cliente.
Se stiamo ragionando su un’impresa richiedente, la banca deve verificare una serie di documenti che attestano anche
la finalità per cui sto chiedendo dei finanziamenti. Questi elementi vengono valutati da parte della banca non solo in
chiave di valutazione passata, ma soprattutto in chiave prospettica: spesso il finanziamento viene chiesto per acquistare
nuovi impianti o nuovi macchinari dai quali ci aspettiamo una rivoluzione all’interno dell’impresa in termini di risultati
ottenuti → bisogna valutare il business plan, la redditività dell’impresa in chiave futura: diventa quindi importante l’analisi
per indici e l’analisi per flussi. Valutare gli indici e i flussi di bilancio ci consente di verificare un po' in chiave prospettica
la capacità di questa impresa di poter generare quella liquidità che è l’elemento che interessa alla banca in modo da
essere puntuale nella restituzione dei finanziamenti concessi. È chiaro che al termine di questa valutazione la banca
stenderà una relazione, da cui dipende talvolta un po' l’esito di quello che sarà il futuro di quell’impresa: perché a questo
punto la banca deve valutare se l’impresa sia meritevole o meno di finanziamento.
Se l’impresa dovesse essere meritevole di finanziamento, la banca dovrà indicare quale forma tecnica di finanziamento
è disposta a mettere a disposizione del cliente, e anche quali limiti, in termini di denaro, è disposta a mettere in campo
→ deve quindi indicare importi massimi e forma tecnica. Questo è un passaggio obbligato, a cui tutti i richiedenti un
finanziamento bancario devono sottoporsi.
Nel caso in cui il finanziamento sia stato accordato, la banca potrebbe essere disposta a mettere a disposizione:
- Prestiti di cassa
- Impegno di firma (cfr. fideiussione)
- Prestiti autoliquidabili
I prestiti autoliquidabili sono prestiti particolari, caratterizzati dal fatto di essere dei crediti che il cliente della
banca possiede. Sappiamo che i creditori, in quanto tali, non hanno a disposizione liquidità, e per averla devono
attendere una data futura; tuttavia è possibile che il cliente non possa attendere questa data perché necessita
di liquidità oggi. A questo punto il cliente cede alla propria banca la sua posizione di credito in cambio di
liquidità immediata. Il nuovo creditore è ora la banca del vecchio creditore, che ha ceduto il proprio credito in
cambio di liquidità.
Alla scadenza, la banca ottiene la restituzione del prestito dal debitore principale.
Importante. Parliamo di smobilizzo pro-solvendo (o salvo buon fine). Ciò significa che, nel momento in cui la
banca non dovesse vedersi rimborsato il prestito dal debitore principale, questa potrù rivolgersi al proprio cliente
(creditore originale) e chiedere la restituzione dell’intera somma.
Gli esempi riportati nella tabella di seguito sono esempi di prestiti autoliquidabili. Ognuno si caratterizza da un
documento diverso che li rappresenta: se parliamo di sconto bancario, dietro c’è una cambiale, se parliamo di
anticipo [Link]. c’è una ricevuta bancaria. Quello che contraddistingue queste quattro tipologie è il documento
che attesta l’esistenza del credito, ma sono tutti crediti che vengono connessi alla banca e che alla scadenza
verranno rimborsati alla banca da un terzo soggetto.
È un operazione autoliquidabile, quindi c’è di mezzo un credito che è documentato dall’esistenza di una fattura.
Tra il signor Rossi e il signor Bianchi c’è una fornitura di materiali, sono entrambi imprenditori. Il 14 marzo, a seguito
della fornitura di materiale, viene emessa una fattura dall’importo di 10.000€, pagamento concordato il 14 giugno. Il
signor Rossi sarà il creditore, il signor Bianchi il debitore. PROBLEMA: il signor Rossi ha bisogno di soldi
immediatamente; il signor Rossi, che in precedenza si era già sottoposto all’istruttoria di fido, aveva chiesto e ottenuto
dalla propria banca la possibilità di presentare le fatture per l’anticipo fino a un massimale indicato dalla banca stessa.
Non potendo quindi aspettare l’incasso del credito, va dalla banca e le cede la sua fattura (pari a 10.000€): la banca
anticipa l’80% → aspetto che caratterizza le fatture: in caso di cessione di credito avente ad oggetto una fattura, la
banca non anticipa subito tutto, ma solo una percentuale (tra il 70 e l’80%). Nel nostro caso, la banca anticipa al signor
Rossi 8.000€. Il 14 giugno si aprono due strade possibili:
- Il signor Bianchi paga il suo debito nei confronti della banca → alla banca del signor Rossi arrivano 10.000€ →
il 14 giugno la banca gira i restanti 2.000€ a giugno
Il guadagno di questa operazione dalla banca deriva da altro. Questa è l’opzione migliore.
- Il signor Bianchi NON paga → scatta la clausola pro-solvendo: la banca di Rossi gli chiederà la restituzione di
quanto anticipato.
La banca utilizza uno strumento particolare per non perdere di vista l’esito delle singole fatture che sono state anticipate.
Questo strumento si chiama conti anticipi.
Dovremo lavorare con due strumenti: un conto corrente e un conto anticipo, che è una sorta di strumento promemoria
nel quale andremo ad annotare solo ed esclusivamente le operazioni che hanno a che fare con l’anticipo fatture, in
modo che io possa seguire gli esiti senza perdermi. Il conto anticipi è un conto fruttifero per la banca: genera degli
interessi in favore della banca.
- Sul conto anticipo, dove io annoto solo ed esclusivamente le operazioni che hanno a che vedere con l’anticipo
fatture, segno l’addebito del cliente per la somma 8.000€ che è stata anticipata → la banca annota che il
cliente, che le ha ceduto il credito, è ora diventato debitore nei miei confronti perché io gli ho anticipato dei soldi:
tutto questo da quindi origine ad un addebito sul conto anticipi. Questi soldi che io gli sto anticipando vanno a
finire sul conto corrente: si genera un movimento “avere”, perché aumenta la disponibilità del cliente.
Sul conto anticipi non succede più nulla fino a giungo, mentre sul conto corrente verranno registrate tutte le
operazioni effettuate ordinariamente dal signor Rossi.
- Il debitore originario, cioè il signor Bianchi, paga il debito → la banca, sul conto anticipo, annota il denaro che
arriva dal terzo (movimento avere): la banca ha ricevuto 10.000€
La banca rileva i 2.000€ che vengono girati al cliente e vanno a finire sul conto corrente del signor Rossi. Dal
punto di vista contabile abbiamo chiuso l’operazione.
- Il debitore originario non paga → la paga chiede al signor Rossi il pagamento: il 14 giugno gli vengono addebitati
8.000€, che finiscono in avere del conto anticipo perché serviranno a chiudere contabilmente l’operazione.
Il conto è affidato quando è autorizzato ad andare in rosso → in questo caso l’impresa è stata autorizzata a presentare
fatture per l’anticipo, non ad andare in rosso. Chiedere alla banca la possibilità di presentare fatture per l’anticipo al
cliente costa il 6%: all’impresa cliente costa meno rispetto che andare in rosso.
CONTO CORRENTE
Si tratta di un’altra operazione autoliquidabile. Anche per la ricevuta bancaria vale la clausola salvo buon fine (pro-
solvendo), che offre alla banca la possibilità di tornare dal suo cliente finanziato nel momento in cui il debitore principale
non dovesse essere adempiente. A seguire un esempio di Ricevuta Bancaria.
La [Link] è una formula di pagamento molto utilizzata fra le imprese perché è uno strumento che non rappresenta un
titolo di credito. Questo significa che, a differenza di una cambiale, una [Link] in caso di mancato pagamento non è
protestabile, e questo evita al debitore un po' di sgradevoli conseguenze. Quindi per le imprese di è optato per spingere
molto di più i pagamento attraverso le ricevute.
La ricevuta bancaria è un documento di quietanza, che attesta l’avvenuto pagamento: viene emesso dal creditore e,
attraverso un determinato percorso, finirà nelle mani di un debitore, il quale, grazie a questo documento è in grado di
dimostrare di avere effettivamente pagato il suo debito. In questo percorso, essendo una ricevuta bancaria, chiaramente
saranno coinvolte le banche del creditore e del debitore. Il viaggio della ricevuta oggi avviene su supporti informatici.
Abbiamo due imprenditori, il signor Rossi e il signor Bianchi, un contratto di compravendita dal valore di 10.000€.
Pagamento concordato al 14 giugno attraverso ricevuta bancaria. Questo è il presupposto che fa sorgere il credito da
parte di Rossi nei confronti di Bianchi. Per quanto detto la scorsa volta, Rossi, che non ha intenzione di aspettare il 14
giugno, avrà la possibilità e la necessità di presentare l’anticipo.
Cosa succede nel momento in cui viene compilata la ricevuta bancaria da parte del creditore? Il 14 marzo il signor Rossi
emette la [Link]. e la consegna alla sua banca; a questo punto, la banca di Rossi entra in contatto con la banca di
Bianchi, consegnandogli materialmente il documento. La banca di Bianchi tiene nel cassetto questa [Link]. fino a
scadenza: qualche giorno prima della scadenza invia al suo cliente un avviso di scadenza per il ritiro della [Link]. A
questo punto si aprono le due possibilità:
- Bianchi darà ordine alla sua banca di pagare, al 14 di giugno, l’importo concordato → Bianchi paga
regolarmente, e solo dopo il pagamento, la banca consegna a Bianchi la [Link]. Da questo momento il signor
Bianchi ha in mano il documento di quietanza che attesta l’avvenuto pagamento.
Se il signor Rossi ha ricevuto un istruttoria di fido con la quale ha ottenuto il permesso dalla sua banca a presentare per
l’anticipo un certo importo massimo id ricevute bancarie, succederà che emette la ricevuta e la consegna alla sua banca,
e contestualmente chiede alla banca di ottenere l’anticipo. La banca del signor Rossi anticipa 10.000€, cioè l’intero
importo → in questo modo, il signor Rossi si mette in tasca i 10.000€ tre mesi prima della scadenza. A questo punto la
creditrice è diventata la banca: dopodiché, il percorso intrapreso dalla [Link]. non sarà diverso da quello presentato
prima: la banca di Rossi gira questo documento alla banca di Bianchi, che attende fino a scadenza, quindi invierà
l’avviso a Bianchi, che deciderà se pagare o non pagare.
È chiaro che se Bianchi paga regolarmente, gli viene consegnata la [Link]. che attesta l’avvenuto pagamento e l’importo
viene girato alla banca di Rossi (destinatario finale). nell’ipotesi in cui Bianchi non paga, la [Link]. tornerà insoluta: allora,
siccome la banca del Rossi gli ha anticipato i 10.000€ con la clausola “salvo buon fine”, allora la banca di Rossi, al 14
giugno, chiederà al suo cliente il rimborso.
Avviene una cosa simile a quella che abbiamo analizzato con l’anticipo fatture: anche in questo caso, lo strumento
tecnico con cui la banca di Rossi monitora la situazione relativamente alle [Link]. anticipate è il conto anticipo.
Come vengono gestite le diverse fasi all’interno del meccanismo conto anticipo – conto corrente?
Il 14 marzo, quando viene emessa la ricevuta bancaria dal signor Rossi e viene consegnata alla sua banca chiedendone
l’anticipo, la banca deve annotare sul conto anticipo il fatto che abbia anticipato 10.000€ a favore di Rossi. Avremo in
data 14 marzo un movimento dare sul conto anticipo che fa emergere la posizione debitoria di Rossi nei confronti della
banca. La valuta corrispondente sarà sempre il 14 marzo, perché gli importi vengono direttamente girati a favore di
Rossi sul suo conto corrente: si crea un movimento avere pari a 10.000€. A partire da questo momento, la banca, una
volta anticipato questo importo, la gira (consegna virtualmente) alla banca di Bianchi → nel momento in cui consegna
questa ricevuta bancaria alla banca di Bianchi, la banca è come se stesse chiudendo contabilmente l’operazione, perché
di fatto è come se indicasse nell’operazione stessa il momento in cui si aspetta di essere pagata: quindi la banca di
Bianchi riceve dalla banca di Rossi la ricevuta bancaria, e la banca di Rossi applicherà come valuta dell’operazione una
valuta che dovrebbe coincidere con il momento il cui si aspetta di essere pagata. Cosa fa la banca per stabilire questo
momento? Questo momento dovrebbe coincidere con la scadenza della [Link]; ma la banca decide di aggiungere
prudenzialmente qualche giorno di ritardo, che si definiscono giorni banca (aggiunta prudenziale per un eventuale
Il mutuo un contratto con il quale una parte consegna all’altra una determinata quantità di denaro o di altre cose
fungibili e l’altra si obbliga a restituire altrettante cose della stessa specie e qualità.
Il mutuo prevede l’erogazione di una somma di denaro la cui restituzione da parte del beneficiario (mutuatario) avverrà
secondo un piano di rimborso, su cui basa la periodicità e l’ammontare delle rate.
Tipologie
1) Mutuo a tasso fisso → il tasso di interesse rimane invariato per tutta la durata del finanziamento. Il cliente avrà
quindi sempre la certezza dell’importo della rata da pagare.
2) Mutuo a tasso variabile → il tasso di interesse è variabile, legato di solito a tassi di mercato (Euribor, IRS,
tasso BCE, ecc.), ai quali si aggiunge solitamente uno spread, e di conseguenza la rata del mutuo varia nel
periodo di durata del finanziamento.
3) Mutuo a tasso variabile con CAP → il tasso di interesse è variabile ma se durante la vita del finanziamento
dovesse superare una soglia massima predefinita, il cliente si limiterebbe a pagare un interesse pari a tale
soglia «tetto».
4) Mutuo a tasso variabile con rata costante → è il caso in cui la rata rimane costante e di conseguenza il
mutamento del tasso di interesse porterà ad un variazione del periodo di pagamento (viceversa una riduzione
del tasso di interesse accorcerà il periodo di pagamento).
5) Mutuo offset → l’importo della rata varia al variare del denaro detenuto in giacenza sul c/ c. In pratica, maggiore
è la giacenza media sul conto corrente e meno si paga di interessi per il mutuo. Gli interessi sono calcolati sulla
differenza fra l’ammontare del finanziamento e l’ammontare dei depositi presenti sul proprio conto corrente.
6) Mutuo a tasso misto → è prevista l’applicazione in tempi determinati e successivi, sia del tasso fisso che del
tasso variabile.
7) Mutuo con tasso d’ingresso → per un certo periodo iniziale, viene applicato un tasso ridotto. Alla scadenza
di detto periodo, è prevista l’applicazione dell’usuale tasso fisso e/o variabile corrente in quel momento.
- Spese notarili
- Spese di istruttoria
- Spese di perizia per la valutazione della garanzia reale che assiste il prestito
- Imposta sostitutiva dell’imposta di registro, ipotecaria, catastale e bollo
- Costo relativo al premio di assicurazione (furto/incendio o polizza sulla vita e contro gli infortuni)
Il mutuatario ha la facoltà di procedere all’estinzione anticipata, totale o parziale, del prestito (art. 40 del TUB) senza
incorrere in penali.
Causa di risoluzione del contratto è il ritardato pagamento che si sia verificato almeno sette volte, anche non
consecutive (art. 40 del TUB), l’importo dovuto a seguito di ritardo equivalga ad almeno 18 mensilità (art. 120-
quinquiesdecies del TUB). In questo caso la banca può procedere alla vendita forzata del bene oggetto di garanzia
reale.
Surroga del contratto di mutuo. Una nuova banca subentra nella garanzia ipotecaria già iscritta dal creditore
originario: la banca subentrante provvederà quindi a saldare il vecchio debito residuo e a sostituirsi al creditore originario
nel rapporto con il mutuatario, che si troverà a provvedere al rimborso del prestito presso la nuova banca, alle condizioni
concordate con quest’ultima.
Sostituzione del contratto di mutuo. Implica l’estinzione del vecchio finanziamento e la contestuale stipula di un
nuovo contratto di mutuo presso l’intermediario prescelto: occorre, quindi, provvedere anche alla cancellazione della
vecchia ipoteca e all’iscrizione della nuova garanzia a favore del soggetto erogante.
Rinegoziazione del contratto di mutuo. I contraenti originari (istituto finanziatore e mutuatario) rimangono gli stessi
ma vengono ridefiniti delle condizioni economiche e finanziarie del contratto.
Il leasing è una forma di finanziamento in cui, in cambio di un canone periodico, il cliente ottiene la disponibilità di un
bene strumentale alla propria attività, potendone acquistare la proprietà al termine del contratto dietro pagamento di un
importo prefissato, inferiore al valore di mercato del bene (prezzo di riscatto).
Leasing finanziario
- opportunità per le PMI che possono avere difficoltà nel reperire risorse finanziare nel lungo periodo di
costruire/rinnovare impianti ed investire nelle moderne tecnologie
- consente di evitare ingenti immobilizzazioni dando comunque la possibilità di utilizzare il bene oggetto del
contratto nei processi produttivi e di diventare proprietari del bene al termine del periodo contrattuale.
1) restituire il bene
2) rinnovare il contratto, con la corresponsione di un canone ridotto rispetto al precedente
3) acquistare il bene stesso, mediante il pagamento di un prezzo prefissato all’atto della stipulazione del contratto
(prezzo di riscatto).
Leasing operativo
Si configura come un’operazione di sale and lease back, nella quale il cliente si presenta nella doppia veste di fornitore
e utilizzatore del bene concesso in leasing. Operativamente è lo stesso cliente a vendere a una società finanziaria (non
ad una banca!) il bene, che gli verrà contestualmente concesso in leasing secondo le consuete modalità, con il diritto
di tornare in possesso del bene una volta terminato il periodo di locazione.
Per il cliente utilizzatore funge da operazione di autofinanziamento (situazione di crisi di liquidità) dalla quale ricava
la liquidità necessaria per realizzare un progetto senza perdere l’utilizzo di un bene strumentale al sostegno del proprio
business.
Leasing strumentale
Il leasing strumentale riguarda contratti aventi ad oggetto beni strumentali per l’attività d’impresa.
1) tasso di interesse
2) spese di istruttoria
3) commissioni per l’apertura pratica e l’incasso delle rate
- TAN (Tasso Annuo Nominale) → indica il tasso di interesse «puro», in percentuale sul credito concesso e su
base annua. «Puro» significa che non comprende spese o commissioni.
- TAEG (Tasso Annuo Effettivo Globale) → indica il costo totale del finanziamento —> è espresso in
percentuale sul credito concesso e su base annua, comprende tutti i costi e per questo è utile per capire quale
può essere il finanziamento più adatto alle proprie esigenze e possibilità economiche.
Il TAEG è lo strumento principale di trasparenza nei contratti di credito ai consumatori. Non solo comprende tutti i costi,
ma è un tasso la cui determinazione è armonizzata a livello europe