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Socrate 3

Il documento analizza la filosofia di Socrate, evidenziando come il suo pensiero etico e religioso derivi da un'esplorazione personale piuttosto che da una tradizione dottrinale. Socrate è descritto come un educatore consapevole, capace di armonizzare la sua vita interiore con le esigenze etiche della società ateniese. Inoltre, si discute l'importanza delle testimonianze di Senofonte, Platone e Aristotele nel comprendere la dottrina socratica, sottolineando la necessità di un'interpretazione critica delle fonti.

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Socrate 3

Il documento analizza la filosofia di Socrate, evidenziando come il suo pensiero etico e religioso derivi da un'esplorazione personale piuttosto che da una tradizione dottrinale. Socrate è descritto come un educatore consapevole, capace di armonizzare la sua vita interiore con le esigenze etiche della società ateniese. Inoltre, si discute l'importanza delle testimonianze di Senofonte, Platone e Aristotele nel comprendere la dottrina socratica, sottolineando la necessità di un'interpretazione critica delle fonti.

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ignoti ai filosofi della Ionia e d'Italia, checchè possa andarsi a rintracciare di

elementi etici e logici nei loro principî [49]. Questo nuovo interesse e questa
nuova maniera di filosofare non apparisce in Socrate come qualcosa di
teoreticamente intenzionale, ma deriva intimamente dai suoi bisogni etici e
religiosi, ed è il risultato di un esame che egli ha esercitato su sè medesimo, fino
al punto di obbiettivare in una intuizione etica dell'universo le esigenze
dell'animo suo. Questo lavoro egli ha dovuto compierlo reagendo
continuatamente contro tutte le tendenze opposte e divergenti dei contemporanei;
e quanto fossero esatte le sue conoscenze intorno ai principi filosofici di quelle
scuole, che direttamente o indirettamente aveano influito a modificare l'etica
della società ateniese, noi non siamo più in grado di saperlo. Volerne quindi
dedurre i principî dai predecessori, con non so quale idea schematica di una
necessaria derivazione dei sistemi filosofici, è sconoscere in lui l'elemento più
originale ch'egli s'avesse, la sua originale personalità, e dimenticare al tempo
stesso, che in un uomo straordinario come Socrate gli elementi che han potuto
servire a svilupparlo doveano trovarsi in una grande incongruenza col risultato
stesso dello sviluppo. Con ciò noi non neghiamo, che Socrate sia appunto l'uomo
in cui convergono per la prima volta le varie fila della coltura greca, per
raggrupparsi insieme e formare una più complicata e più mirabile tela; ma come
abbiamo posto in chiaro, che le fonti non ci autorizzano a metterlo in relazione
coi suoi predecessori per la via di una tradizione dottrinale, così vogliamo non si
perda mai di vista, che la sua filosofia, o meglio quello che noi troviamo di
filosofico in lui, è stato, non il risultato di una indagine più o meno teoretica e
dottrinale, ma un bisogno personale, che si è fatto dottrina.

3. IL CARATTERE DI SOCRATE.

Le pagine tutte di Senofonte e Platone sono una perpetua testimonianza dei


sentimenti di riverenza e di ammirazione, che Socrate era capace di suscitare
nell'animo di quanti l'avessero avvicinato; e l'interna vitalità, ond'era animato
ogni suo atto ed ogni sua parola, è improntata in esse come in indelebile
monumento.
Un organismo di perfetta costituzione, assuefatto ad ogni sorta di sofferenze e
d'intemperie, gli aveva reso agevole l'esercizio della più rigorosa temperanza e
sobrietà. La sua maniera di vivere era così, a lungo andare, divenuta la
espressione costante di una volontà, che coscientemente governava e indirizzava
gl'istinti naturali al fine della conservazione e del benessere. Il lungo abito,
mercè il quale egli era divenuto attento e minuzioso osservatore di quanto
avvenisse nell'animo suo, col rendere sempre più perfetto il giudizio morale, con
avergli assuefatto l'intelletto all'esercizio dell'arte ricercativa, lo avea al tempo
stesso condotto ad una certa astrazione dal mondo esterno, che per un Greco, e
molto più per un Ateniese, era cosa tutt'altro che comune. Ma questa non può
dirsi ascesi, perchè non tenea ad un ordine speciale di convinzioni o di pratiche
religiose nè menava alla formazione di una setta o di una associazione mistica;
rimanendo sempre in Socrate vivissima la conoscenza di tutti i doveri della vita
pubblica e privata, quali erano generalmente accettati e riconosciuti dal comune
degli Ateniesi. Rassegnandosi alla voce della coscienza, e scovrendo così il
valore vero dell'uomo nell'intimità dell'animo, egli non cercava di compiere un
atto di astrazione teoretica, nè andava all'esigenza di una perfezione assoluta. Il
suo bisogno di consapevolezza non lo menò mai alla negazione delle forme
concrete della vita etica; e la quiete interna dell'animo, che in lui risultava dalle
abitudini temperate e dal continuo esame di sè medesimo, fu ricca degl'impulsi
pratici più vivi e più efficaci. Socrate quindi, tuttochè fosse estraneo ad ogni
pratica occupazione, e scevro di ambizione, visse continuamente occupato
nell'esaminare l'animo e le intenzioni dei suoi amici e conoscenti; esercitando
l'arte difficile, e fino allora ignorata, del cosciente educatore. Tutti questi tratti
caratteristici dell'animo suo si conciliavano in una perfetta armonia, e facevano
di lui un conoscitore perfetto degli uomini e della vita. Non estraneo al
godimento di nessuno fra i piaceri, eccitava stupore per la moderazione, e per la
presenza d'animo che non l'abbandonavano mai; scontento della falsa scienza e
della presunzione dei suoi interlocutori, non prendeva mai il tono dell'esortatore,
ma condiva di attica urbanità fino il discorso che fosse diretto a smascherare
l'altrui ignoranza; animato infine dal religioso sentimento di una divina
vocazione, non perdette mai di vista le reali condizioni della vita esterna, e
lavorò incessantemente a suscitare in quanti l'udivano il bisogno di una
scrupolosa consapevolezza dei propri doveri e delle proprie capacità. In lui
insomma ha ad ammirarsi uno dei più perfetti esemplari di quella plastica
armonia, che costituisce l'ideale dell'arte antica; e per questo i suoi seguaci lo
lodavano, come l'uomo più tranquillo e beato fra quanti mai fossero stati al
mondo [50].

OSSERVAZIONE
LE FONTI DELLA DOTTRINA DI SOCRATE
Senofonte — Platone — Aristotele

Senza entrare in indagini speciali [51], intendiamo di esporre qui brevissimamente


i criteri che abbiamo seguiti, nell'usare della testimonianza di Senofonte,
Platone, ed Aristotele.
1. Non attribuiamo a Socrate nessun principio, massima, o opinione che non sia,
o esplicitamente riferita, o indirettamente accennata da Senofonte.
I critici, che hanno rigettata la testimonianza di Senofonte, sono incorsi nel grave
errore di non avvedersi, che, in tal guisa, non solo la interpretazione della
dottrina socratica diviene impossibile, ma che, tolta di mezzo la posizione
pratica del Socrate senofonteo, tutta la storia della filosofia greca non può più
intendersi. Non bisogna quindi ammettere, nè che Senofonte fosse stato incapace
d'intendere Socrate (Schleiermacher), nè che avesse voluto restringere nelle
angustie del suo personale criterio le vedute più larghe del maestro (Brandis). Le
accuse mosse contro Senofonte, per quel che concerne la lealtà del carattere, e la
sincerità dello scrittore (Niebuhr, Forchhammer) sono infondate. I Memorabili
sono scritti senza riserve, e senza restrizioni; e sono un documento insigne della
pietà e riverenza dello scrittore verso il maestro. E in essi solamente deve
cercarsi la dottrina di Socrate (Hegel, Rötscher, Hermann, Zeller, Kühner,
Breitenbach, Hurndall ecc.).
2. Escludiamo la testimonianza di Platone, tutte le volte che importi negazione o
alterazione dei principi e del carattere del Socrate senofonteo, o presenti un
colorito, che rivela la intrusione della teoria delle idee e dello schema della
psicologia platonica. Ammettiamo contro gl'ipercritici (Ast, Schaarschmidt)
l'autenticità dell'Apologia platonica, e del Critone; ed in gran parte ne
riconosciamo il valore storico (Zeller, Steinhart ecc.). In generale, consideriamo
come equivalenti la testimonianza di Senofonte e quella di Platone, quando si
tratti solo di determinare la movenza dialettica del dialogo socratico (Hermann,
Strümpell), e i motivi di reazione contro le opinioni sofistiche (Strümpell); ma
non ammettiamo, che il dialogo platonico rappresenti davvero l'orizzonte storico
nel quale Socrate s'aggirava (Alberti), perchè questa opinione ci forzerebbe a
ritenere, che Socrate fosse stato fornito di una coltura filosofica, che Senofonte
non gli attribuisce.
3. Ci valghiamo della testimonianza di Aristotele solo in quanto è limitativa, ma
non sappiamo ammetterla come fonte originaria (Brandis), perchè essa non è che
una derivazione di Senofonte e Platone.
4. Essendo lo scopo dei Memorabili apologetico (Cobet) e non dottrinale, la
testimonianza di Senofonte dev'essere rimisurata ad una stregua più larga: e
questa ci vien fornita dalla storia generale della coltura greca (Strümpell,
Nägelsbach, Hermann, Grote ecc.).
II.
ORIZZONTE DELLA COSCIENZA SOCRATICA

La nostra indagine, intorno allo sviluppo della coscienza scientifica di Socrate, ci


ha menati ad un risultato quasi affatto negativo; e noi ci siamo trovati nella
impossibilità di determinare storicamente quali fossero gli elementi della coltura
tradizionale, che esercitarono influenza sul suo animo, e di assegnare con
precisione le diverse fasi, che egli dovette percorrere, prima di chiudersi nel
fermo proposito di rinunziare ad ogni pratica ambizione, e di consacrarsi del
tutto al miglioramento dei suoi concittadini. Il carattere perfetto ond'egli era
dotato, e ch'era l'elemento più chiaro ed evidente della sua personalità, gli avea
ben per tempo fatto sentire, quanto le reali condizioni della vita politica fossero
lontane dal poter recare soddisfazione a chi, non inteso ad acquistar gloria ed
onori, guardasse sovra tutto al valore intrinseco delle convinzioni, ed a mettere
in pieno accordo l'attività pratica con gl'interni dettami della coscienza. Ma come
questo proposito potea bene non andar congiunto a quella ricchezza di pratiche
attitudini, che egli addimostrò nella sua attività pedagogica e dialettica, anzi
dovea indirettamente attenuarla ed indebolirla, se altri motivi non l'avessero
alimentato, non è in questa posizione negativa che si possa cercare la
spiegazione dell'importanza storica del nostro filosofo. E, infatti, motivi molto
svariati ed esigenze molto diverse s'erano combinate in lui, ed aveano preparato
il suo animo ad essere un ricchissimo argomento d'indagini etiche, al tempo
stesso che l'intrinseca evidenza delle sue convinzioni religiose avea già stabilito
in lui un limite fisso, oltre il quale la ricerca logica non potea arbitrariamente
vagare. Cerchiamo ora di metterci sott'occhi l'orizzonte della coscienza socratica,
prima di fare il tentativo di esporre e dedurre, nella forma sistematica di una
dottrina, quei pronunziati filosofici, che la tradizione ci ha trasmessi come
genuini.
1. POSIZIONE DI SOCRATE NELLA STORIA DELLA RELIGIONE GRECA.

Uno dei lati meno intesi, e meno approfonditi della storia della coscienza
ellenica è quello che concerne lo sviluppo del sentimento religioso, ed il
processo del concetto della divinità, dalle forme più semplici del mito, fino agli
ideali etici e metafisici, nei quali lo spirito, con maggiore consapevolezza, riuscì
ad obbiettivare le esigenze di una spiegazione dell'universo, poichè s'era liberato
dalle arbitrarie ed accidentali associazioni psichiche, che sono il primo ed unico
fondamento della mitologia popolare [52]. Per intendere insomma, come, sotto
l'influenza di una nuova motivazione, la coscienza di Eschilo di Pindaro di
Sofocle e via dicendo, senza punto elevarsi all'orizzonte filosofico, e
conservando tutto lo schema della tradizione mitica, sia divenuta produttrice d'un
nuovo concetto della divinità, le indagini sono poco progredite; per non dire che,
salvo rare eccezioni, la più parte dei critici, o non ha ancora avvertita la natura
speciale del problema, o ha cercato trattarlo con vedute estranee ed incongruenti
al soggetto. Ora noi abbiamo una storia della filosofia e della coltura greca, ed
una mitologia, ma ignoriamo ancora il preciso sviluppo della religione greca; e
quando riuscirà di determinarlo, molti fatti, fin ora classificati in un'altra
categoria, verranno naturalmente a prendere il loro posto nella storia del
sentimento religioso, ove solamente possono toccare una soddisfacente
spiegazione. La storia stessa della filosofia deve slargare l'orizzonte delle sue
indagini, e non partire dal presupposto assoluto, che la riflessione scientifica sia
riuscita in dato momento ad isolarsi dalla religione popolare,
contrapponendosele nella coscienza dei suoi motivi, perchè solo così può
veramente intendere e valutare i pochi elementi scientifici della filosofia
antesocratica. La religione popolare è invece da considerare in tutta la larghezza
del suo sviluppo, come quella che, approfondendosi sempre di più, ed
acquistando maggiore intimità e valore etico, venne a costituirsi e fermarsi in
una ricca immagine del mondo morale, che sollecitò la ricerca scientifica
all'indagine su la natura dell'uomo, ed a fare una metafisica che fosse
spiegazione etica dell'universo [53]. Platone stesso, benchè sia innegabile che
poggi con sicurezza su l'elemento logico del sapere, non è fuori di questa storia
religiosa, anzi ne segna l'estremo confine: e tutto quello che in lui s'è chiamato
misticismo, ed entusiasmo poetico, sebbene deva essere studiato con cautela,
perchè non faccia perdere di vista il valore schiettamente filosofico della sua
ricerca, non può neppure mettersi da banda, quasi fosse un fuor d'opera, o un
adornamento artistico, come non raramente hanno pensato gli espositori
moderni.
La più grave difficoltà di questo studio è riposta appunto in uno dei tratti più
caratteristici di quel processo religioso, che è l'apparente uniformità delle sue
manifestazioni; perchè le rappresentazioni comuni delle divinità popolari
rimasero lungamente come vaga espressione delle nuove esigenze, senza che si
avvertisse la incongruenza delle nuove idee alle antiche forme, sicchè il
movimento intrinseco non dovette riflettersi in un pratico tentativo di riforma.
Socrate occupa un posto importantissimo nella storia della religione greca [54]. La
immediatezza religiosa è un fatto innegabile nella sua coscienza, e costituisce il
personale presupposto di tutte le sue indagini; quello mercè il quale la sua
capacità e virtù ricercativa si trovò naturalmente determinata alla cognizione
etica ed alla pratica pedagogica. E appunto perchè i limiti della sua ricerca sono
precisati dal concetto di quello ch'egli riteneva come termine d'ogni umana
conoscenza, la chiara ed evidente consapevolezza della propria destinazione, non
si può ammettere, che tutti gli altri postulati e tutte le altre esigenze che troviamo
espresse nelle sue affermazioni, non siano altro che un fuor d'opera rispetto
all'elemento dottrinale; e fa d'uopo ridare loro l'originale significazione
immediata e religiosa.
Tutto quello, che trascende in Socrate la sfera limitata del sapere etico,
corrisponde al largo campo che per noi forma l'oggetto delle indagini
metafisiche. Raccogliendo da Senofonte i pronunziati autentici di Socrate sul
concetto della divinità, su la sua efficacia creativa, sul valore etico dell'uomo in
relazione con l'ordine della natura, noi ci avvediamo che quell'immagine
concreta del cosmo, per quanto possa rivelare le tracce di una intenzionale
subordinazione alle esigenze logiche, non è il risultato di un cosciente lavoro di
deduzione scientifica, ma l'espressione di una esigenza religiosa più profonda di
quella che s'appagava della mitologia tradizionale; e che essa quindi occupa un
posto intermedio fra gl'ideali etici e religiosi, che la coscienza artistica aveva già
espressi nel dramma e nella lirica, e i primi tentativi di una comprensione
metafisica del mondo morale.
La sfera dell'attività umana è nettamente definita dalla consapevolezza, della
quale siamo forniti, per la scelta dei mezzi che ci conducono al conseguimento
del benessere [55]. In questa perfetta congruenza del sapere col fine dell'attività
umana, che esclude da un canto ogni intervento miracoloso e straordinario e
preclude dall'altro la via ad ogni indagine su tutto quello che è fuori dei limiti
della nostra pratica destinazione [56], è segnato il limite normale del valore della
vita, e il termine assoluto ed impreteribile della perfezione e della felicità.
Socrate, in questa guisa, mentre era inteso ad escludere come empia ed
irreligiosa ogni ricerca su l'origine delle cose naturali, riusciva a fermare
recisamente la natura e i limiti della vita etica, ed a determinare
approssimativamente il mondo della libertà umana; perchè la chiara coscienza
ch'egli s'avea della perfezionabilità dell'uomo era riposta nella certezza, che il
nostro sapere è perfettamente congruente a tutti i fini, che siamo destinati ad
attuare. Il termine comune di tutti questi svariati fini è l'εὐδαιμονία, al cui
conseguimento ci ha disposti l'ordine intero della natura, che nella sua bellezza
ed armonia ha come ultimo scopo l'umana felicità: ma questo fine non si
raggiunge per caso o per fortuite circostanze, nè la sua misura sta in arbitrio
dell'uomo, perchè il conseguimento n'è coordinato alla esatta cognizione della
propria capacità in relazione con l'ingenito bisogno del benessere, ed il limite n'è
predeterminato dalle reali condizioni della vita.
Tutte queste vedute raggiungono il loro punto culminante nel concetto della
divinità, come intelligenza autrice e reggitrice del mondo, la cui presenza
nell'ordine naturale è rivelata dalla perfezione con la quale tutte le cose sono
disposte, in una serie di perfetta finalità. E qui di nuovo il sapere e l'attività sono
congruenti; perchè la natura, che è inaccessibile alla scienza umana, è conosciuta
solo da Dio, che ha potenza di produrla.
Questa nuova intuizione della divinità, che è determinata dal concetto del valore
etico della sua attività nel mondo, non può intendersi come semplice prodotto di
una volontaria reazione contro le tendenze speculative e affatto meccaniche dei
filosofi precedenti; perchè l'elemento precisamente individuale della esigenza
religiosa, che v'è così evidente, non troverebbe più alcuna spiegazione, e quei
pronunziati perderebbero ogni valore storico. Socrate ebbe tanto poca
consapevolezza del valore filosofico di queste sue vedute, e le tenne per così
opposte ad ogni indagine su l'origine e la natura del mondo, che, mentre poneva
l'intelligenza come principio dell'universo, e fissava un nuovo punto di partenza
ad ogni ulteriore progresso nelle indagini speculative, rigettò come empia la
filosofia naturale; e, nel modesto concetto che aveva di sè medesimo, e della
natura umana in generale, fece atto di rassegnazione alle intime esigenze di un
convincimento che a lui non appariva qual risultato di una pruova teoretica, ma
qual termine assoluto di una religione perfetta. E di questa esigenza stessa egli
non fece qualche cosa di distinto dalla religione tradizionale, anzi tutto il nuovo
fu da lui appercepito nella forma antica; e di qui procede, che, mentre il concetto
monoteistico, in virtù di tutto il progresso della coltura ellenica, tendeva a
chiarirsi [57], ed a riassumere in sè le forme politeistiche, Socrate credette di stare
pienamente d'accordo con la tradizione, e stimò non allontanarsi da nessuna delle
credenze accettate. Le riserve infatti, o per dir meglio le distinzioni che egli
introduceva nella pratica religiosa, se all'occhio volgare poteano sembrare lesive
del valore letterale del culto e del rito, non aveano in se stesse niente che
accennasse a tendenze eretiche, o ad innovazione pratica delle forme
tradizionali. E quando Socrate diceva, che non bisogna vivere nell'illusione che
la divinità ignori quello che teniamo celato nell'intimo dell'animo [58], e che il
sagrificio non ha valore se la coscienza non è pura [59], e pronunziava altre
somiglianti opinioni, che avevano l'intento di rilevare l'intrinseco valore della
coscienza, egli non dicea cosa affatto nuova, e che ogni colto Ateniese non
avesse, più o meno direttamente, potuto apprendere dalle sentenze di Eschilo, di
Sofocle, o di qualunque altro poeta, su la cui pietà religiosa non s'era mai
sollevato dubbio alcuno. La grossolana rappresentazione delle divinità, come di
persone finite e limitate, potea forse trovarsi in contradizione con questa nuova
veduta, e stimarla empia e profana: ma ciò non vale a persuaderci, che Socrate
non sia stato davvero quale Senofonte ce lo presenta, persuaso cioè, che le sue
convinzioni non fossero affatto divergenti da quello che legalmente era
riconosciuto come religione dello Stato [60]. Confutare l'opinione di coloro, che in
tutto questo non vogliono veder altro che lo sforzo apologetico di Senofonte, o la
sua incapacità filosofica, non crediamo sia nè conveniente nè necessario [61].
Sotto questa nuova luce l'attività socratica ci apparisce più chiara, e l'efficacia
pratica di che fu capace acquista una maggiore evidenza. La sua importanza
nella storia generale della coltura greca è appunto riposta in questa ricchezza di
motivi istintivi ed immediati, che avevano tanta relazione con tutto lo sviluppo
della coltura artistica contemporanea, e riflettevano i bisogni e la sociale
agitazione di quell'epoca profondamente creativa. Se noi prescindiamo, non solo
da tutte le moderne investigazioni sul valore metafisico della causa, del fine ecc.,
ma anche dalla mediazione logica, in cui questi ed altri analoghi concetti
appariscono nella filosofia greca da Platone in poi, misurando l'intuizione
socratica alle condizioni della coltura dell'epoca periclea, l'indole sua affatto
immediata e religiosa diviene assolutamente innegabile. Quei concetti infatti,
che abbiamo di sopra accennati, non appariscono ancora come gli estremi
termini d'un procedimento metafisico, e molto meno come le conclusioni
induttive di un'analisi psicologica; ma sono lì tutti ad un tratto, nella loro
armonia e perfetta trasparenza; e, mentre sono il risultato di un lavoro interno di
purificazione dell'animo, la loro obbiettivazione è istantanea, e plastica, non
discorsiva e dimostrativa. E quando le esigenze logiche del dialogo vengono a
collocarli nel termine estremo di una pruova, allora si vede chiaro, quanto il
nuovo motivo della dimostrazione sia inferiore all'esigenza pratica del
convincimento religioso [62]. Fare di Socrate un astratto concettualista è
un'opinione tanto erronea, quanto quella che lo riteneva per un moralista
popolare [63]; ed una simile supposizione menerebbe di certo a trovare
incongruente ed inconseguente del tutto la caratteristica di Senofonte.
Socrate avea il fermo convincimento di adempiere il dovere di una missione
divina; e la finezza del suo giudizio, congiunta all'abito costante
dell'osservazione morale, gli avea fatto avvertire la prossimità del divino, nella
forma speciale di una personale relazione [64]. Correggere, rettificare, ed
esaminare le opinioni altrui eragli imposto dalle religiose esigenze dell'animo,
che non ammettevano esercitasse l'arte della parola come espressione di un
dilettantismo dottrinale. Il divieto della divinità, che lo tenea lungi dalle
faccende dello Stato, gl'imponea una completa rassegnazione alle inevitabili
conseguenze della sua missione. Ma erano queste opinioni il risultato di una
fantastica considerazione del mondo, ed assumevano esse forse il carattere di
un'arbitraria pretensione di riformare ad ogni costo l'ordine stabilito della
società, per modellarlo secondo i dettami di una speciale rivelazione? Nulla di
tutto questo. Socrate visse sempre in pieno accordo con tutti, e non mancò mai di
adempiere nè i doveri del culto, nè le pratiche della legale εὐσέβεια; le sue
massime non l'indussero mai, durante la lunga vita di 70 anni, ad entrare in una
guerra dichiarata con le forme tradizionali, come avevano fatto Diagora ed
Anassagora, Gorgia e Protagora, suoi contemporanei. Il suo Dio era qualche cosa
di affatto etico; ma già altri prima di lui, senza destare sospetti, e nella massima
buona fede, avevano introdotto tacitamente nelle forme religiose mitico-
tradizionali una nuova motivazione; ed Eschilo, Pindaro, Sofocle, ecc. aveano
incarnato nei nomi di Zeus, Apollo, le Eumenidi ecc. un nuovo concetto del
divino, della pena, dell'espiazione, della legge e della coscienza morale [65].
Socrate insomma non fece che obbiettivare, nei limiti molto oscillanti, e nelle
forme riconosciute della patria religione, un processo psicologico ed etico affatto
individuale; la quale libertà in tanto era possibile, perchè, mancando ai Greci un
ordine speciale di uomini destinati a conservare i veri religiosi, ed essendo già la
tradizione mitica passata attraverso alle molteplici alterazioni, che furono
conseguenza della varietà delle stirpi e dello sviluppo della coltura, il difetto di

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