PASCOLI
PASCOLI
E’, con D’Annunzio, il principale esponente del primo Decadentismo in Italia. Aggiornando la
tradizione poetica italiana nel linguaggio e nei contenuti, egli si accosta, in modo originale, alla
poesia simbolista europea, della quale è uno tra i maggiori interpreti.
Attento alla realtà quotidiana, anche autobiografica, la trasforma in simboli. Parla di sé, pur
parlando d’altro.
La sua opera è caratterizzata da una continua sperimentazione sul piano concettuale, sintattico,
metrico, lessicale.
I temi sono, in apparenza, semplici e quasi banali: la gioia e la semplicità della vita a contatto
con la natura, i buoni sentimenti, il valore della famiglia e della casa. Ma sono interpretati alla
luce della visione del “fanciullino”, che della realtà sa cogliere, in controluce, aspetti nuovi e
diversi, in una visione intuitiva e a-logica della poesia.
Riscrive il genere lirico: pur allontanandosi dalla tradizione classica (romantica e carducciana),
non rinuncia completamente alla metrica, ma crea forme metriche in buona parte nuove. La sua
sperimentazione investe soprattutto il linguaggio, fresco, antiletterario, che sembra crescere a
diretto contatto con la realtà semplice della campagna e con le sue umili forme di vita. E’
la lingua del fanciullino, che dà vita a visioni ed esperienze lontanissime dalla poesia di scuola e
più intime e originali.
La sua grande originalità risiede soprattutto nell’attenzione all’aspetto fonico, per cui spesso i
suoi testi appaiono costruiti sull’effetto, sulle impressioni evocate dal succedersi dei suoni.
Biografia
1855 nasce a San Mauro di Romagna (Forlì), in una famiglia numerosa (è il quarto di 10 fratelli,
di cui 2 morti prematuramente) ma agiata. Il padre Ruggero è amministratore della grande
tenuta dei principi Torlonia.
1862 entra nel collegio dei padri Scolopi a Urbino
1867 10 agosto il padre è ucciso mentre sta rincasando. La famiglia perde il proprio sostegno, e
negli anni successivi verrà colpita da altri lutti e disgrazie: in pochi anni (1868-79) muoiono la
madre, la sorella maggiore e due fratelli.
1871-73 Liceo di Rimini e Firenze, si diploma a Cesena.
1873 Ottiene una borsa di studio presso l’università di Bologna (suo esaminatore è Carducci).
Frequenta Andrea Costa, anarchico-socialista che sosteneva l’insurrezione armata
1879 Implicato nelle manifestazioni per la condanna a morte di Passanante (che aveva attentato
alla vita di re Umberto I) è in carcere 3 mesi, processato e assolto. L’esperienza del carcere
incide profondamente su di lui: rinuncia agli ideali rivoluzionari, abbracciando idee socialiste
più generiche ed umanitarie.
1882 Ripresi gli studi, si laurea
1882-95 Per interessamento di Carducci, ottiene una cattedra di latino e greco presso il liceo
di Matera, e poi a Massa dove lo raggiungono le sorelle Ida e Maria (fino ad allora vissute in
convento), Livorno
1890 Su “Vita nuova” escono le prime liriche di Myricae
1891 Vince la prima volta la medaglia d’oro al concorso di poesia latina di Amsterdam (vincerà
in tutto 13 volte). Esce Myricae (riedita, accresciuta, nel 1892, 1894 e nel 1897)
1894 A Roma collabora col ministero della Pubblica Istruzione, collabora con la rivista Convito e
conosce d’Annunzio
1895 Sul Convito escono i primi Poemi Conviviali. E’ prof. Straordinario di latino e greco
all’Università di Bologna. Si sposa la sorella Ida, gettandolo nella disperazione. Con Maria affitta
(e in seguito acquista) una casa per le vacanze a Castelvecchio di Barga, nella Garfagnana
(Appennino lucchese), che diventerà il suo rifugio.
1897 Sul “Marzocco” esce la prosa Il fanciullino. Pubblica Poemetti. All’università di Messina.
Quarta edizione di Myrice
1903 Università di Pisa. Canti di Castelvecchio
1904 Poemi Conviviali
1905 Università di Bologna (Lettaratura Italiana) sulla cattedra che era stata di Carducci.
1906 Odi e Inni
1911 Poemi italici e le Canzoni di re Enzo. Discorso “La grande proletaria s’è mossa”.
1912 Muore a Bologna forse di cirrosi epatica
Postumi:
1913 Poemi del Risorgimento e 1914 Carmina
Opere
Myricae (1891)
Il titolo è latino e significa “tamerici” (arbusti selvatici). Pascoli lo trae da un verso della IV
ecloga di Virgilio (“non omnes arbusta iuvant humilesque myricae”). Protagoniste sono le cose
semplici e umili: quadretti di pochi versi che delineano immagini della vita della campagna
(Lavandare, Arano, Novembre), in cui il poeta cerca elementi di poesia. La vita campestre è
idealizzata, privata degli aspetti più realistici. O meglio, il linguaggio è apparentemente
concreto, preciso, attento a cogliere i particolari, ma la prospettiva non è quella del realismo,
cioè della traduzione del mondo fenomenico: le cose diventano “rivelazione”, simbolo e la realtà
usuale vista per la prima volta, con un profondo senso di mistero. Altri temi sono la memoria (X
agosto), alimentata dall’attaccamento al nido famigliare e dai profondi dolori ad esso connessi.
Si differenzia dalla tradizione poetica, sia romantica sia carducciana, e dallo stile dannunziano:
sperimenta temi nuovi (immagini brevi e soggetti umili e dimessi) e uno stile nuovo (analogia e
fonosimbolismo, cioè suggestione suggerita dai suoni).
Arano (madrigale)
Al campo, dove roggio nel filare
qualche pampano brilla, e dalle fratte
sembra la nebbia mattinal fumare,
arano: a lente grida, uno le lente
vacche spinge; altri semina; un ribatte
le porche con sua marra pazïente;
ché il passero saputo in cor già gode,
e il tutto spia dai rami irti del moro;
e il pettirosso: nelle siepi s’ode
il suo sottil tintinno come d’oro.
Lavandare (madrigale)
Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.
E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare.
con tonfi spessi e lunghe cantilene:
Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
Quando partisti, come son rimasta!
Come l’aratro in mezzo alla maggese.
L’assiuolo
Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù...
Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù...
Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?...);
e c’era quel pianto di morte...
chiù...
La notte, in cui l'io poetico immagina di essere, è cupa e nebbiosa (...la nebbia di latte), tanto che
non si vede la luna (Dov'era la luna?), ma soltanto poche stelle (le stelle lucevano rare...);
tuttavia ci sono parecchi suoni, come quelli dei tuoni (venivano soffi di lampi), il verso
dell'assiuolo tra i campi (Chiù) e un pianto di morte (e c'era quel pianto di morte...); il rumore
del mare (sentivo il cullare del mare), gli animali tra i cespugli (sentivo un fru fru tra le fratte) e
le cavallette che sembrano suonare dei sistri (squassavano le cavallette finissimi sistri
d'argento). Al poeta viene un sussulto a causa di questi rumori (sentivo nel cuore un sussulto), e
si domanda se le porte della morte si potranno mai riaprire (tintinni a invisibili porte che orse
non si aprono più).
Parafrasi
Dov’era la luna dal momento che (ché) il cielo nuotava/era immerso (notava: la luna c'è e non si
vede ma inonda di luce il cielo in un diafano chiarore) in un’alba perlacea (alba di perla =
metafora, il cielo assomiglia ad un alba di perla, di un chiarore opalescente) e pareva che il
mandorlo e il melo si ergessero più in alto per vederla meglio [la luna].Si scorgevano lampi
silenziosi [per la lontananza] (soffi di lampi = sinestesia) nel nero delle nubi lontane; si sentiva
una voce dai campi: chiù (riprende il suono naturale dell’assiuolo, perciò forma una onomatopea
pura)…
Le stelle brillavano rare nella nebbia simile al latte (nebbia di latte: metafora): sentivo (nei primi
due versi è usato in senso fisico, dato che si riferisce a degli elementi, nel terzo è usato in senso
psicologico, perché esprime un sentimento che il poeta prova) il cullare del mare, il fruscio (fru
fru = onomatopea) tra i cespugli (fratte), sentivo nel cuore un trasalimento (sussulto per
un’emozione), come il lontano ricordo (com’eco) di un antico grido per un dolore (d’un grido che
fu = è una similitudine, il poeta paragona il singulto (singhiozzo) alla voce ad un grido che gli
evocava un dolore lontano) risuonava lontano il singhiozzo soffocato: chiù…
Su tutte le cime degli alberi illuminate dalla luna (lucide vette) soffiava un vento leggero (sospiro
di vento: dà l'idea dell'ansia del poeta). Le cavallette, scuotevano finissimi sistri d’argento
(metafora - il Poeta immagina che siano le cavallette, che producono un suono simile, a scuotere
i sistri, ovvero antichi strumenti musicali utilizzati dagli egiziani nelle cerimonie sacre, che
prometteva la resurrezione dopo la morte, costituiti da sottili lamine metalliche che venivano
percosse); un tintinnio che sembra picchiare a porte invisibili, che forse non si apriranno più
(tintinni a invisibili porte: che forse non si aprono più? = ovvero le invisibili porte - della morte
-, aprendosi, potrebbero spiegare il mistero della vita); e c’era quel pianto di morte : chiù….
Poemetti (1897-1909)
Appaiono prima uniti (1897) e poi distinti in Primi poemetti (1904) e Nuovi poemetti (1909). Le
liriche sono di lunghezza anche notevole ed utilizzano la terzina dantesca. Pascoli definisce i
poemetti un po’ grandi (con l’epigrafe “paulo maiora”) e la differenza maggiore rispetto a
Myricae è appunto la lunghezza, perché il tema della campagna e della vita umile, e le esperienze
quotidiane è più disteso e narrativo. Costituiscono in parte una vera e propria epica rurale sul
modello delle Georgiche di Virgilio. Un buon numero di poemetti disegna la storia romanzata di
una famiglia toscana, vista attraverso i vari momenti e lavori della vita contadina. Il poemetto
Italy narra la vicenda di una famiglia di contadini lucchesi emigrati in America e poi rientrati in
Italia. In esso si crea evidente il contrasto campagna-città, infanzia-maturità, vita patriarcale
della campagna e vita febbrile della metropoli. Interessante è il linguaggio, un impasto di
toscano e di italo-americano. I Nuovi poemetti innestano sulla poesia del microcosmo, quella del
macrocosmo, degli spazi stellari. La dedica è ai suoi studenti e recita: “...A voi, infine, ai quali io
devo molto più che non diedi. Perché vi devo l'abitudine di supporre sempre avanti me che
scrivo, come ho avanti me che parlo, anime giovanili, che è dovere e religione non abbassare,
raffreddare, violare. Così voi mi avete beneficato. Così io sono lieto d'aver unito alla divina
poesia l'esercizio umano che più con la poesia si accorda: la scuola”
Il gelsomino notturno
E s'aprono i fiori notturni
nell'ora che penso a' miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Parafrasi
E i gelsomini notturni aprono la loro corolla nell'ora del giorno in cui penso ai miei cari defunti.
Tra gli arbusti del viburno sono apparse le farfalle del crepuscolo.
Già da un po' di tempo i versi degli uccelli sono cessati: soltanto là, in una casa, si sentono
bisbigli di voci umane.
Sotto ali protettrici dormono i piccoli degli uccelli, come gli occhi riposano sotto le ciglia.
Dalla corolla aperta dei gelsomini proviene un profumo come di fragole rosse.
Nel salotto ancora si vede una luce accesa, l'erba nasce sopra le tombe dei morti.
Un’ape tornata tardi si aggira ronzando poiché tutte le cellette sono già occupate.
La costellazione delle Pleiadi si muove nel cielo notturno, come farebbe una chioccia con i suoi
pulcini, attraverso il cortile.
Per tutta la durata della notte il profumo del gelsomino notturno riempie l'aria, portato
dal vento.
La luce nella casa si sposta su per le scale, poi passa nella camera nuziale al primo piano, infine
si spegne…
Arriva l'alba: i petali del fiore si chiudono un poco appassiti, ma dentro l’ovario molle e nascosto
in profondità, cresce una nuova realtà, portatrice di una rinnovata felicità.
La mia sera
Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c’è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!
Parafrasi
Il giorno è stato pieno di lampi (per un temporale), ma adesso arriveranno le stelle, le stelle
silenziose. Nei campi si sente il gracidio delle rane. Le foglie dei pioppi tremano, scosse da un
vento leggero e sereno. Nel giorno che fulmini, che tuoni! E che pace, la sera!
Compariranno le stelle nel cielo così tenero e vitale. Là, vicino alle allegre ranocchie, un fiume
gorgoglia monotono. Di tutto quel tumulto cupo, di tutta quella bufera così aspra, non rimane
che un dolce singhiozzo in questa sera umida.
Quella tempesta infinita è finita in un fiume canoro. Dei fulmini fragili non restano che nuvole di
porpora e oro. O stanco dolore, riposa! La nube che nel giorno era più nera è quella che ora vedo
più rosa, in questa sera che finisce.
E come volano le rondini qui intorno! Che grida per l’aria serena! La fame accumulata nel corso
del giorno prolunga la cena gioiosa degli uccelli. I pulcini nel nido, nel corso del giorno, non
hanno potuto avere intera la propria razione idi cibo. E neppure io... E che voli, che gridi, mia
limpida sera!
Don... Don... (Rintoccano le campane) E voci di tenebra azzurra mi dicono: dormi! Mi cantano:
dormi! Sussurrano: dormi!
Bisbigliano: dormi! Mi sembrano canti di culla, che mi fanno tornare com’ero... Sentivo mia
madre... poi più nulla... sul far della sera.
La mia sera è composta da cinque strofe, ciascuna costituita da sette novenari e un senario. Le
rime seguono lo schema ABABCDCd: i novenari sono a rima alternata (con qualche rima
ipermetra: "tempesta"-"restano", "sussurrano"-"azzurra"), mentre il senario finale termina in
tutte le strofe con la parola "sera".
L’analogia non è l’unico procedimento retorico messo in atto da Pascoli. Oltre alle allitterazioni e
agli enjambement ("pioppi / trascorre", "restano / cirri", "nera /fu"...), le altre figure retoriche
presenti nel componimento:
● Onomatopea: l’osservazione della natura da cui prende le mosse il componimento è
sottolineata dall’utilizzo di onomatopee (es. "gre gre" e "Don... Don...").
● Antitesi: come accennato, la quiete della sera appare grazie alla contrapposizione con il
tormento del giorno, realizzata tramite l’accostamento di termini come "scoppi"/"pace",
"cupo tumulto"/"dolce singulto". Un’antitesi evidente è anche quella presente ai vv.
17-18: "infinita tempesta / finita".
● Personificazione: "singhiozza monotono un rivo".
● Climax discendente: "cantano", "sussurrano", "bisbigliano".
● Sinestesia: "voci di tenebra".
● Ossimoro: "fulmini fragili", "tenebra azzurra".
● Apostrofe: "O stanco dolore, riposa", "mia limpida sera".
● Reticenza: dal penultimo verso della penultima strofa e per tutti i successivi la poesia è
caratterizzata da un sempre crescente uso dei puntini di sospensione, che rafforzano con
inquietudine ipnotica l’immagine finale del sonno (e, in ultimo, del sonno come metafora
della morte).
● Sineddoche: "nidi".
● Metafora: l’invito al sonno finale è metafora della morte.
● Anastrofe: "è quella infinita tempesta / finita in un rivo canoro", "la parte, sì piccola, i
nidi / nel giorno non l’ebbero intera”
Altre sere nella letteratura
Ugo Foscolo, Alla sera
Forse perché della fatal quïete
Tu sei l’immago a me sì cara, vieni,
O Sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,
E quando dal nevoso aere inquiete
Tenebre, e lunghe, all’universo meni,
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.
Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
Questo reo tempo, e van con lui le torme
Delle cure, onde meco egli si strugge;
E mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.
Forse sarà perché sei l’immagine della definitiva quiete voluta dal fato, che tu, sera, arrivi a me
così gradita. Sia quando ti accompagnano le nuvole estive e i venticelli sereni, sia quando dal
cielo nevoso porti sul mondo tenebre minacciose e lunghe, tu sei sempre invocata da me e reggi
con dolcezza le mie preoccupazioni segrete.
Mi fai vagare con il pensiero su quelle orme che portano al nulla eterno, e intanto questo tempo
malvagio se ne va, e con lui fuggono le schiere dei turbamenti per i quali esso stesso soffre
insieme a me; e mentre osservo beatamente la tua pace, si placa quello spirito guerriero che in
me ruggisce.
Composta nell’estate del 1820, è parte dei piccoli idilli. La festa a cui il poeta accenna è con ogni
probabilità la festa di San Vito, protettore di Recanati, che si celebra il 15 giugno.
Durante la notte che segue il giorno festivo, Leopardi contempla la luna, che illumina le case, i
campi, le montagne. Il paesaggio lunare lo porta col pensiero alla persona amata (secondo alcuni
biografi, sarebbe la cugina del poeta, Serafina Basvecchi, mentre il Flora non si tratta di una
donna reale, ma di una donna d’immaginazione), ignara dell’amore che ha il poeta nei suoi
confronti, e che forse in sogno anche lei sta pensando alle persone che le piacquero e alle quali
piacque. Per lui, seppure giovane, non c’è nessuna felicità, perché la natura lo ha condannato al
dolore e gli permette solo di piangere.
Mentre il poeta è assorto nella considerazione della propria infelicità, il canto dell’artigiano, che
dopo la festa rientra a tarda notte nella sua povera casa, lo distoglie dalla meditazione e lo
riporta al pensiero della caducità e vanità delle cose umane travolte dal tempo, anche le più
gloriose, come il grande impero di quella Roma, che con le sue vittorie sbalordì il mondo intero.
Ora quella gloria è passata e nessuno ne parla più.
La stessa impressione della caducità e vanità delle cose umane che il poeta ha coscientemente,
ora, da adulto, l’aveva, inconsapevolmente, da fanciullo, quando, amareggiato e deluso dal
giorno di festa tanto atteso, nella notte seguente, mentre si trovava nel suo letto e si rigirava in
attesa del sonno, inspiegabilmente sentiva riempire il cuore di tristezza quando un canto si
levava nel silenzio della notte.
Il tema è dunque la delusione provata all’arrivo di una felicità desiderata e attesa a lungo, che si
è poi rivelata vana.
Ungaretti, Stasera
Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia.
La lirica appartiene alla raccolta Allegria di naufragi e reca l’indicazione del luogo e della data in
cui è stata composta: Versa, 22 maggio 1916, dunque fa parte di quelle poesie che Giuseppe
Ungaretti compone mentre si trova nelle trincee.
Nella poesia Ungaretti fissa il suo stato d’animo: Il poeta desidera trovare un conforto (la
balaustra) al suo dolore (quello che sta provando durante la guerra) e viene in suo aiuto la
brezza leggera che gli regala qualche attimo di conforto, di fronte a tutto questo male.
Lo stile è scarno ed essenziale: con poche parole l’autore evoca un momento passato, un
sentimento, uno stato d’animo.
I temi ricorrenti sono la brevità della vita (la più famosa è la poesia Soldati), le sensazioni
(Mattina) e le sue emozioni, il tutto utilizzando la parola asciutta ed essenziale. I versi sono
molto semplici ma allo stesso tempo espressivi, caratterizzati dal rifiuto della metrica e della
punteggiatura tradizionale. La parola diventa essenziale, il metro è costituito da versi liberi.
Il titolo è fondamentale perché serve a collocare il momento che sta descrivendo da un punto di
vista temporale, soffermandosi proprio sul presente che sta vivendo. Ci sono alcune
allitterazioni (balaustra–brezza e mia–malinconia) e due enjambement (versi 1-2 e 2-3).
Parafrasi:
Una balaustra accarezzata dalla brezza
che in questa sera sorregge
la mia malinconia
La poesia di Ungaretti appare nel panorama letterario del suo tempo, come un fenomeno
singolare: è chiamata poesia pura o ermetica, per l'aspirazione a liberarsi di ogni dipendenza
dalle norme della comunicazione logica, e ad esaltare la parola come puro suono quasi fosse la
corda di uno strumento che risonando lascia intorno a sé vibrazioni
e echi che si allargano all'infinito.
Anche lo spazio che rimane bianco sulla pagina intorno alla parola isolata ha nella poesia di
Ungaretti un significato e un valore: come un silenzio nel quale il suono si stacca con tutto il suo
peso. Nelle raccolte «L'Allegria» e «Sentimento del tempo» è compresa tutta la storia dell'uomo
Ungaretti, che parla dei suoi momenti di solitudine e di contemplazione, delle meditazioni sul
dolore e sulla morte e soprattutto delle amare esperienze della guerra alla quale aveva aderito
inizialmente con entusiasmo, riportandone in seguito un senso di dolorosa solitudine.
Leopardi, come già Foscolo, affronta nelle sue opere il problema della fine e del significato della
vita umana, ma diverso è l'atteggiamento che di fronte ad esso i due poeti assumono. Entrambi
credono ancora, come gli illuministi, che il mondo sia governato da leggi meccaniche, ma al
tempo stesso si ribellano contro tale teoria, rifugiandosi nelle illusioni. Tuttavia, Leopardi, pur
cantando le illusioni come unico conforto della vita umana le distrugge, dimostrando che esse
durano solo fino al momento in cui l'uomo non conosce la realtà delle cose che nega le illusioni.
Egli finirà quindi per chiudersi nello sconforto e nel pensiero che nulla esista al mondo a parte il
dolore e l'infelicità, arrivando poi a sviluppare il pessimismo cosmico. Ne “La sera del dì di festa”
dunque la sera non giunge a placare le inquietudini con la promessa di pace, ma a confermare la
certezza dell’esclusione da ogni felicità possibile di fronte ad una natura indifferente ai destini
umani. Per Foscolo invece esiste sì una Natura che ci opprime e ci trascina nel nulla, ma la
poesia prevale e può far sopravvivere nel ricordo dei vivi le opere degli uomini più illustri.
Entrambi soffrono per i loro problemi, Foscolo per la nostalgia della patria e Leopardi per la sua
giovinezza buttata via. Foscolo ha una sofferenza che lo distrugge anche fisicamente, che lo fa
viaggiare, che lo rende quasi un eroe, mentre Leopardi è vittima di una sofferenza interiore, di
cui solo lui può comprendere il vero significato.
Tutta attraversata da ricordi famigliari, fino alla regressione infantile è “La mia sera” di Pascoli.
La poesia parla di una sera di “tacite stelle”, dopo un giorno “pieno di lampi”, dopo una “aspra
bufera” che ha messo a dura prova la natura (“La parte, sì piccola, i nidi /nel giorno non l’ebbero
intera.”). Torna uno dei classici temi pascoliani: il “nido”, quel nido che, come per le rondini
della poesia, anche per l’autore è stato turbato dai drammi famigliari ben noti. Anche qui la sera
si associa al concetto di “pace”, serenità che può essere ritrovata solo nel grembo materno e che
si concretizza con le onomatopee finali e quell’insistente invito: “Dormi”, ripetuto come una
nenia, “un canto di culla”. Tutto è sospeso, in bilico fra le “voci di tenebra azzurra” e il “nulla”.
Il paesaggio circostante è caratterizzato da una quiete resa ancor più evidente dal contrasto con
il giorno. Questo contrasto, a livello semantico, è reso dalle continue coppie antitetiche:
"scoppi"/"pace", "cupo tumulto"/"dolce singulto", "fulmini"/ "cirri", le nubi prima nere e poi
rosa...
Non solo: il temporale del giorno è strumento fondamentale perché la quiete stessa possa
esistere. Sotto questo aspetto, la poesia richiama un altro componimento: La quiete dopo la
tempesta di Giacomo Leopardi.
Entrambe le poesie partono dallo stesso evento fisico per spostarsi poi su un piano ragionativo,
di astrazione spirituale, ma se la riflessione di Leopardi culmina in una legge universale
(sintetizzabile in "piacer figlio d’affanno"), l’approdo di Pascoli sfocia in discorso personale.
La quiete della sera, infatti, rievoca le ninne nanne della madre nella culla. La vita del poeta,
vissuta come travaglio fin dall’infanzia (segnata dalla morte del padre, al centro della poesia X
agosto), sarà riassorbita nel nido originario, nel sonno della morte. In Stasera Ungaretti affida
alla sera, amica e confortatrice, la sua malinconia. Sembra che il poeta sia perfettamente in
sintonia con la natura e il paesaggio: i versi sono distesi e sinfonici, dal ritmo pacato, si sente
l’aria fresca della sera attraversarli. Cogliamo in questi versi il desiderio di dilatarsi e fondersi col
tutto, espresso attraverso l’analogia. Infatti accosta le immagini con sorprendente rapidità e
arditezza, orchestrando armoniosamente suoni e silenzi. Si tratta di istantanee illuminazioni che
si traducono in unenunciato brevissimo, di eccezionale densità.
Altre opere
Odi e inni del 1906, Poemi Italici del 1911, il discorso La grande proletaria s’è mossa del 1911, Le
canzoni di re Enzo del 1911, Poemi del Risorgimento del 1913.
In esse abbandona la poetica del fanciullino per trattare temi storici o di virtù civili, cercando di
porsi come cantore dei destini e delle glorie italiche (poeta vate) ma in un linguaggio molto
artificioso e poco consono alla sua sensibilità. Saggio in prosa Il fanciullino del 1897, libri di
Studi su Dante, due discorsi leopardiani.
“Io penso molto all'oscuro problema che resta… oscuro. La fiaccola che lo rischiara è in mano
della nostra sorella grande Morte! Oh! sarebbe pur dolce cosa il credere che di là fosse abitato!
Ma io sento che le religioni, compresa la più pura di tutte, la cristiana, sono per così dire,
Tolemaiche. Copernico, Galileo le hanno scosse.”
“La sfiducia è nella scienza e nella ragione umana come metodo principale di conoscenza.
Pertanto la realtà non conta tanto in sé quanto per come l’uomo riesce a vederla e a “sentirla”
dentro di sé. La realtà esterna si coglie non con il ragionamento ma immedesimandosi
istintivamente in essa.”
Il Fanciullino
Pascoli affida la sua concezione poetica al lungo e importante scritto Il fanciullino del 1897: Il
Fanciullino
1. In ogni uomo c’è un fanciullo musico (il “sentimento poetico”), capace di commuoversi e
provare ogni giorno nuove sensazioni. Sogna ad occhi aperti, scopre il lato misterioso di ogni
cosa, mantiene la facoltà di parlare con alberi ed animali...
2. Solo i poeti, divenuti adulti, sanno ascoltare ed assecondare il fanciullino che è dentro noi
tutti. Infanzia e poesia sono strettamente collegate, perché il poeta è colui che ha mantenuto la
capacità, tutta infantile, di meravigliarsi ed intuire, piuttosto che di ragionare.
3. Il poeta-fanciullo vede tutto con occhi nuovi, diversi dalla gente comune, come fosse la prima
volta, come un novello Adamo che dà il nome alle cose. Riesce a scoprire la poesia nelle cose,
nelle più grandi come nelle più umili, nei particolari che svelano la loro essenza, a sentire le
analogie e le misteriose relazioni fra le cose, a cogliere il lato bello e commovente di ogni
situazione, ad andare sempre, con la fantasia, oltre le semplici apparenze. La poesia ha dunque
carattere non razionale, ma intuitivo e alogico.
4. Il sentimento poetico, che è di tutti, parla al cuore degli uomini, smuove i sentimenti più puri,
fa sentire gli uomini fratelli, pronti corrersi incontro ed abbracciarsi. Per questo ha un’utilità
morale e sociale, ma non perché affermi direttamente dei valori. Il poeta infatti non è oratore o
predicatore, né filosofo né storico né maestro. Pascoli è pertanto lontano dalla poesia
risorgimentale e carducciana, in quanto la poesia deve essere “pura”, non “applicata”a fini
prefissati, e rifiuta di propagandare ideali esterni alla poesia stessa.
5. La poesia ha inoltre una funzione consolatoria (“fa pago il pastore della sua capanna, il
borghesuccio del suo appartamentino ammobigliato”) e per questo il poeta è per sua natura
socialista, “o come si avrebbe a dire, umano”.
La poetica del Fanciullino è la confluenza di due differenti poetiche: la poetica della memoria e
la poetica delle cose.
Gran parte della poesia pascoliana nasce dalle memorie, dolci e tristi, della sua infanzia: "Ditelo
voi [...], se la poesia non è solo in ciò che fu e in ciò che sarà, in ciò che è morto e in ciò che è
sogno! E dite voi, se il sogno più bello non è sempre quello in cui rivive ciò che è morto".
L'altra e complementare poetica pascoliana è la poetica delle cose. "Vedere e udire: altro non
deve il poeta. Il poeta è l'arpa che un soffio anima, è la lastra che un raggio dipinge. La poesia è
nelle cose".
Temi prevalenti
1. Nido: è il mito-simbolo di un piccolo mondo fatto di affetti (vivi e morti) coltivati come in un
giardino chiuso, un rifugio dal caos e dalla violenza del mondo esterno (che sente sia nella
vicenda personale dell’assassinio del padre, sia nel contesto sociale e politico del mondo
contemporaneo, caratterizzato dal disgregarsi delle fedi positivistiche, dalle tensioni sociali e
internazionali)
2. Campagna: sia sotto forma di quadretti di vita campestre o come descrizione di oggetti
naturali (fiori, cespugli, uccellini...) sia nel ricordo di aspetti della vita contadina
3. Infanzia: la stagione dello stupore e della scoperta del mondo, dell’incerto confine tra realtà e
sogno, del rapporto con le cose semplici ed umili. L’infanzia è spesso ricordata con tenerezza
struggente e, unita al tema della campagna, si contrappone implicitamente al binomio
maturità-città, secondo una dialettica tipica del Decadentismo (evasione dalla stretta dei
problemi del mondo moderno, fuga dall’alienazione).
4. Piccole cose: elementi apparentemente realistici sono in funzione di un unico punto focale,
cioè una realtà diversa che si sprigiona dalle cose, in una perfetta simbiosi tra realismo e
simbolismo (analogia)
5. Morte e mistero cosmico
Lo stile
Piano sintattico:
1. Pascoli rifiuta l’uso della sintassi poetica tradizionale, che poneva una precisa gerarchia fra gli
elementi del discorso, e quindi rifletteva una visione dell’universo e della vita ben chiara, in cui
l’uomo si orienta. Ritiene che noi siamo circondati di mistero e che il mondo non è
assolutamente chiaro
2. Di conseguenza, usa frasi ellittiche (senza soggetto o verbo) e la coordinazione invece della
subordinazione (gli elementi del periodo vengono accostati spesso senza neppure la
congiunzione)
Piano retorico:
Usa tutte quelle figure che si prestano ad evocare sensazioni suggestive:
1. Sinestesia. Ad esempio: di foglie un cader fragile (fragile non è riferito a foglie ma
grammaticalmente a cadere); dai calici aperti si esala/l’odore di fragole rosse (scambio tra
sensazione visiva e olfattiva); La chioccetta per l’aia azzurra/va col suo pigolio di stelle
(concatenazione analogica, legata all’immagine della costellazione delle Pleiadi, la Chioccetta,
che richiama quella di un’aia e dei pulcini, ma quest’ultimo termine è sottinteso, bruciato nel
trapasso fulmineo d’immagini)
2. Analogia: un paragone veloce in cui sono soppressi i passaggi logici intermedi fra due termini
e vengono accostati due concetti che fra loro non avrebbero un nesso logico. Ad es. soffi di
lampi, sospiro di vento, tra il nero un casolare:/un’ala di gabbiano
Piano lessicale:
1. In molte poesie usa il linguaggio pre-grammaticale dei bambini e quello a-grammaticale degli
illetterati (es. contadini). Ad esempio in Italy si mescola il dialetto dei contadini toscani al
linguaggio degli italo-americani di Brooklyn (bisini=affari)
2. A volte usa vocaboli tratti dal linguaggio tecnico e settoriale. Esempi ne sono i nomi di piante,
animali e lavori dei campi. Risponde all’esigenza simbolistico-decadente di ricercare termini rari
e preziosi, che conferiscono al discorso una particolare suggestione evocativa e fonica (ad es.
“viburni” ha un suono cupo che suggerisce senso del mistero)
3. Contemporaneamente usa anche parole umili e quotidiane (lupinella, trifoglio, frasca) o anche
dialettali
4. In altri testi (es. Poemi conviviali) ricerca un linguaggio raro e prezioso, anche arcaico, che
intende avere un valore di suggestione e suscitare un’eco e una sensazione di mistero nel lettore
Piano fonico:
1. Allitterazione: le tremule foglie dei pioppi/trascorre una gioia leggiera
2. Onomatopea. Esempio: bubbolio lontano (per il temporale), tintinni a invisibili porte,
sciabordare delle lavandare, fru fru tra le fratte, gre gre di ranelle
3. L’onomatopea ha anche un valore suggestivo: richiama al lettore qualcosa di indeterminato,
lontano e perciò spesso minaccioso e inquietante, o comunque suggestivo
4. Rima interna, per rafforzare l’armonia imitativa: e cadenzato dalla gora viene/lo sciabordare
delle lavandare
5. Particolari onomatopee sono i suoni degli uccelli, riportati con puntigliosa precisione. Il punto
di partenza pascoliano rimane sempre quello infantile: il bambino è impressionato dal grido
dell’uccello, e riferire direttamente tale grido è una regressione verso l’infanzia
Piano metrico:
1. Abbandona i metri popolari cari ai romantici, come la ballata. Riutilizza sistemi metrici e
ritmici tradizionali o antichi (sonetto, terzina dantesca, strofe della poesia greca e latina) ma in
modo nuovo: ricerca accenti e pause anche attraverso punteggiatura ed enjembement
2. Talora spezza il verso con puntini di sospensione, punti esclamativi e/o interrogativi, allo
scopo di far percepire il punto di vista del fanciullo, vera voce narrante (punto di vista istintivo,
non logico)
Sintesi
In conclusione, Pascoli appartiene a quel clima culturale, successivo al primo romanticismo e al
positivismo, contraddistinto dalla caduta delle certezze e della logica.
Il suo sperimentalismo, nato da una travagliata concezione della vita e insieme riflesso di una
condizione di disorientamento della società, il suo mescolare in maniera inedita linguaggio e
termini aulici ad altri umili e bassi, rompe il clima stagnante della tradizione classicheggiante
italiana per accostarsi, seppur con limitata consapevolezza, alle esperienze del simbolismo
europeo. Come si è detto, la poesia pascoliana ha suggerito temi e tecniche espressive a gran
parte della poesia del ‘900.
Il giudizio di Croce
Secondo Benedetto Croce, Giovanni Pascoli «è uno strano miscuglio di spontaneità e di artifizio:
un grande - piccolo poeta, o se piace meglio, un piccolo grande poeta» Tale giudizio nel corso del
tempo rimane lo stesso e, anzi, Croce ne accentua il carattere negativo, di pari passo con la sua
posizione polemica nei riguardi del decadentismo, del quale Pascoli gli è apparso un tipico
rappresentante, insieme con D'Annunzio, per il suo “impressionismo e il suo frammentarismo”.
Considerando il suo gusto poetico sostanzialmente classico, secondo cui la poesia deve essere
organicità, armonia, ispirazione, di fronte ad una composizione tormentata e frantumata, qual è
quella del Pascoli, il giudizio non può che essere negativo. Inoltre, oltre a questi motivi di
carattere formale se ne sovrappongono altri morali: Croce ripudia quella che egli chiama la
“malattia” romantico-decadente, per questo un poeta morboso, con i suoi languori ed
abbandoni, col suo vago misticismo, non può che incontrare il suo fermo ripudio. Tuttavia,
differentemente che per D'Annunzio l'opinione di Croce non monopolizza la critica
contemporanea.
Walter Binni negli anni Venti-Trenta ne sottolinea il carattere nuovo, “indigeno” estraneo a
qualsiasi modello europeo, derivante esclusivamente dalla sola originaria sensibilità del poeta.
Altri nel secondo dopoguerra mettono a fuoco soprattutto il carattere innovatore della sua
poesia, in particolare per quanto riguarda l'aspetto della lingua.
La critica successiva
Walter Binni negli anni Venti-Trenta del ‘900 ne sottolinea il carattere nuovo, “indigeno”,
estraneo a qualsiasi modello europeo, derivante esclusivamente dalla sola originaria sensibilità
del poeta. Altri nel secondo dopoguerra mettono a fuoco soprattutto il carattere innovatore della
sua poesia, in particolare per quanto riguarda l'aspetto della lingua.
Le varie posizioni si possono sintetizzate nella frase di Pier Paolo Pasolini: “la lingua poetica di
questo secolo è tutta uscita dalla sua, pur contraddittoria e involuta, elaborazione”.
Pascoli, spirito ecologista ante litteram
Pascoli dedica la sua più importante opera poetica alle tamerici. Myricae è la parola che Virgilio
usa per indicare i suoi carmi bucolici: poesia che si eleva poco da terra, è “humilis”.
È chiaro con questa dichiarazione che Pascoli si posiziona agli antipodi dell’altro grande poeta
dell’epoca: Gabriele D’Annunzio che al contrario ha nelle vene il sensazionalismo e
l’eccezionalità dell’uomo e del suo ingegno, sopra ogni altra cosa. Il modello di D’Annunzio
risulterà quello vincente. L’uomo con la sua tecnologia è il padrone del mondo, a discapito di
tutte le forme di vita che uomo non sono. Con le conseguenze che sono oggi sotto gli occhi di
tutti.
Invece Pascoli, che non è solo il poeta della solitudine e della malinconia, distrutto umanamente
dall’omicidio del padre quando aveva soli dodici anni e, in seguito, dalla la morte delle madre e
dei fratelli, non è solo il fanciullino e il nido, è soprattutto un devoto della natura, e la sua
devozione la esprime come può farlo un poeta: con le parole. Parole precise e mai compiaciute.
Nominare esattamente le cose, questa la sua ossessione. Rimprovera i colleghi e i maestri di aver
trascurato e maltrattato la natura. Prende in giro Carducci per la sua incompetenza
oro-faunistica. Nelle osterie racconta i suoi grossolani errori in San Martino: «La nebbia agli irti
colli…». La nebbia quando pioviggina non sale, ma scende! Il mare urla e biancheggia con il
Libeccio, non certo con il Maestrale, che al contrario lo accarezza!
La natura è stata sempre rappresentata convenzionalmente dai poeti. Gli uccelli sono tutte
rondini o usignoli, e i ori sono mazzolini di rose e viole. Ci è caduto anche Leopardi ne Il sabato
del villaggio. Le rose e le viole sbocciano in periodi diversi dell’anno, è impossibile trovare un
mazzo di rose e viole!
Pascoli ci dimostra che la natura è meraviglia così come è, e non ha bisogno di essere forzata per
rientrare in un ideale poetico, che al contrario la rende goffa e irreale. Riscopre ginestre,
fringuelli, ulivi, crisantemi, cipressi, tamerici, mandorli, meli, erba cornetta, salici, narcisi,
melograni, sicomori, edera, ortica, stoppia, rane e raganelle… Basta guardare, e descrivere, le
cose come sono, perché sono molto più affascinanti di come possiamo immaginarle noi, che
siamo solo piccoli uomini.
La produzione latina
Giovanni Pascoli è anche autore di poesie in lingua latina e con esse vince per ben tredici volte il
Certamen Hoeufftianum (a partire dal 1892), un prestigioso concorso di poesia latina che
annualmente si tiene ad Amsterdam. La produzione latina accompagna il poeta per tutta la sua
vita.
Infatti l’aderenza alle cose ha una conseguenza linguistica di estrema importanza, ogni cosa deve
parlare quanto più è possibile con la propria voce: gli esseri della natura con l'onomatopea, i
contadini col vernacolo, gli emigranti con l'italo-americano, Re Enzio col bolognese del
Duecento; i Romani, naturalmente, parleranno in latino.
Pascoli però reinventa il latino, lo plasma, piega la lingua perché possa esprimere una sensibilità
moderna, perché possa essere una lingua contemporanea. Se oggi noi parlassimo ancora latino,
forse parleremmo il latino di Pascoli.
Pascoli è dunque autore di un centinaio di poesie latine, i Carmina, Sono noti, in particolare, i
poemetti Veianus (1891), Gladiatore (1892), Fanum Apollinis (Il tempio di Apollo, 1904),
Thallusa (1911). Risalta anche in questi testi la consueta ricerca di novità: sia linguistica (il latino
usato, come si è detto, non è quello classico, di Cicerone o Virgilio, ma il latino successivo dei
secoli della decadenza), sia tematica (protagonisti sono per lo più le figure di umili e oppressi).