Antonianum XCIX (2024) 103-130
LA CHIESA NEL MONDO
UNA RILETTURA ATTUALE
DELLA GAUDIUM ET SPES
Premessa
In preparazione all’anno giubilare 2025, Papa Francesco ha chie-
sto di dedicare una particolare attenzione alle quattro Costituzioni del
Concilio Vaticano II, quale occasione per crescere nella fede. In realtà,
come è noto, tale evento è stato realmente un faro per il pensare e l’a-
gire ecclesiale, e quindi non è inopportuno riprendere in mano quegli
insegnamenti per applicarli in un contesto che, dopo circa sessant’anni,
è chiaramente mutato. Particolarmente interessante è lo studio e la tra-
smissione dei principali contenuti delle quattro Costituzioni conciliari
e lo scopo del presente saggio sarà quello di rileggere la Costituzione
pastorale Gaudium et spes (GS) per cogliere la sua ricchezza teologica e
analizzarne la recezione in un differente contesto ecclesiale.
Definita da Giovanni Paolo II «l’apice dell’itinerario conciliare
[…], la magna charta dell’umana dignità da promuovere e da difende-
re»1, la Costituzione può essere considerata come un primo importan-
te tentativo di dialogo con la modernità. La storia complessa della for-
mazione del testo si riflette anche nella complessità della sua struttura
e composizione2. Le principali divisioni, secondo mons. Gabriel Marie
1
Giovanni Paolo II, Alla solenne commemorazione del XXX anniversario della
proclamazione della Costituzione pastorale del Concilio ecumenico Vaticano II “Gau-
dium et spes”, 8 novembre 1995, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XVIII,2, 1995
(Luglio-Dicembre), LEV, Roma 1995, p. 1053. Si tengano presenti, inoltre, L. Sar-
tori, La Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione alla “Gaudium et spes”, Mes-
saggero, Padova 1995 e P. Rodriguez, La Iglesia: misterio y misión. Diez lecciones
sobre la eclesiología del Concilio Vaticano II, Cristiandad, Madrid 2007.
2
Per un approfondimento circa la composizione e la struttura della Costitu-
zione si tengano presenti: Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contempora-
104 Fabio Nardelli
Garrone, furono: la denominazione del documento (Costituzione o
Dichiarazione), le diverse valutazioni della società umana e la stesura
del Cap. IV riguardante “La missione della Chiesa nel mondo con-
temporaneo”3. La Costituzione può anche essere considerata come un
vero documento missionario in quanto delinea l’orizzonte universale
e i criteri della missione. L’annuncio, infatti, è proposto come dialogo
sull’uomo e il suo destino. La prospettiva evangelizzatrice, evidenziata
dalla Gaudium et spes, considera il fine della missione non solamente
legato alla realtà salvifica, e perciò alla salvezza delle “anime”, ma anche
in rapporto all’umanità considerando anche i “corpi” e la società uma-
na chiamati a rinnovarsi in Cristo (cfr. GS 40)4.
Quanto al modo di esposizione, il saggio analizza la struttura della
Costituzione, soffermandosi esclusivamente sulla prima Parte, di cui
prende in considerazione gli aspetti antropologici ed ecclesiologici e
rilegge il suo discorso, applicandolo al contesto ecclesiale attuale, gra-
zie all’ausilio di tre termini chiave: dialogo, cooperazione e fraternità in
vista del bene comune.
1. Un testo complesso
Si apre infatti con una insolita Nota, in genere trascurata, ma se-
gnalata nel titolo, in cui si spiega che il testo è “un tutto unitario”,
anche se diviso in due parti, e che la qualifica “pastorale” si riferisce
solo al modo in cui la Chiesa si pone di fronte al mondo e agli uomi-
ni del nostro tempo, ma non pregiudica affatto la natura dottrinale
della sua visione dell’uomo esposta nella prima parte, né i principi del-
neo “Gaudium et spes”, a cura di G. Campanini, Piemme, Casale Monferrato (AL)
1986; Sartori, La Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione alla “Gaudium
et spes”; G. Turbanti, Un Concilio per il mondo moderno. La redazione della Co-
stituzione pastorale “Gaudium et spes” del Vaticano II, Il Mulino, Milano 2000; P.
Chenaux, Il Concilio Vaticano II, Carocci, Roma 2012, p. 85-91; E. Palladino,
“Gaudium et spes”. Storia/Commento/Recezione, Studium, Roma 2013; Commenta-
rio ai documenti del Concilio Vaticano II, VIII. “Gaudium et spes”, a cura di S. No-
ceti e R. Repole, EDB, Bologna 2020.
3
Cfr. Acta Synodalia Sacrosancti Concilii Œcumenici Vaticani II, IV, VI, Typis
Polyglottis Vaticanis, Civitas Vaticana 1978, p. 561-562.
4
Cfr. F. Nardelli, La Chiesa popolo missionario. Per una ecclesiologia battesi-
male e sinodale, Cittadella, Assisi (PG) 2023, p. 142-144.
La Chiesa nel mondo. Una rilettura attuale della Gaudium et spes 105
la dottrina che sostengono la seconda dedicata all’esame di problemi
sociali, economici e politici contingenti, a cui è dedicata l’attenzione
del Concilio. Ciò significa che anche questo testo, detto “pastorale”,
deve essere interpretato secondo il consueto metodo teologico e quin-
di dottrinale. Infatti la prima parte espone un’antropologia teologica,
o visione dell’uomo, propria della religione cristiana (Cap. I-III) e la
seconda, una sociologia teologica, che di fatto corrisponde a una sintesi
e riproposizione della cosiddetta «dottrina sociale della Chiesa» (Cap.
I-V). È evidente quindi che tale Nota iniziale è stata posta con lo scopo
di garantire, almeno con una dichiarazione esplicita, l’unità formale del
testo che, in realtà, risulta composto da due entità totalmente auto-
nome, ciascuna con un proprio Proemio e una naturale Conclusione
teologica generale, che riprende la tematica dottrinale del primo Proe-
mio del testo, in cui non c’è traccia dei problemi pratici dibattuti nella
seconda parte, ma solo del destino eterno dell’uomo e della fraternità
da costruire tra tutti i popoli del mondo per mezzo del dialogo. E la
natura composita della Costituzione appare evidente nella sua stessa
composizione, la cui struttura sarà esposta in seguito in forma sintetica,
indicando con metodo e in successione il tema dominante della parte
e dei singoli capitoli.
Il testo vero e proprio inizia con un breve proemio (cfr. GS 1-3)
in cui il Concilio spiega che la sua intenzione è di rivolgersi «a tutti gli
uomini, desiderando esporre a tutti come intende la presenza e l’azione
della Chiesa nel mondo contemporaneo» (GS 2). Quindi chi legge
si attende che segua un secondo trattato di ecclesiologia. E, in effet-
ti, questo accade realmente, ma è limitato al solo Cap. IV della prima
parte (cfr. GS 40-45), che porta il titolo “La missione della Chiesa nel
mondo contemporaneo”. Tutto il resto tratta d’altro, perché è dedica-
to all’uomo secondo una esplicita scelta del Concilio (cfr. GS 3), ma
anche ai problemi della società umana nel nostro tempo. Infatti i Cap.
I-III della prima parte (cfr. GS 4-39) sono un vero e proprio trattato
di “antropologia cristiana”, mentre i Cap. I-V della seconda parte (cfr.
GS 46-93) riguardano alcuni problemi urgenti, evidentemente della so-
cietà umana, quali “Il matrimonio e la famiglia” (Cap. I), “Promozione
e progresso della cultura” (Cap. II), “La vita economica e sociale” (Cap.
III), “La vita della comunità politica” (Cap. IV), “L’azione per la pace e
la promozione della comunità dei popoli” (Cap. V), e che, nel loro in-
106 Fabio Nardelli
sieme, potrebbero essere definiti opportunamente una esposizione del-
la “dottrina sociale e politica della Chiesa”, e quindi essere qualificati
come un breve trattato di “sociologia cattolica”, perché il suo discorso
non è altro che la riproposizione conciliare della dottrina sociale della
Chiesa già elaborata dal Magistero dei Papi che avevano preceduto e
attuato il Concilio.
Ma le due parti, in modo inconsueto, sono precedute da una lunga
Esposizione introduttiva (cfr. GS 4-11), che ha per titolo “Le condi-
zioni dell’uomo nel mondo contemporaneo” e che, di fatto, anticipa
in sintesi l’esposizione antropologica e sociologica delle parti seguenti.
Tratta infatti della speranza e dell’angoscia degli uomini del nostro tem-
po (cfr. GS 4), che la Chiesa ritiene suo dovere indagare come «segni
dei tempi» per interpretarli alla luce del Vangelo, e dare una risposta
agli interrogativi umani sul senso della vita presente e futura e il loro
mutuo rapporto. Ma in ciò che segue l’attenzione dei Padri conciliari
non è rivolta al fine ultimo dell’uomo, ma ai problemi suscitati dal per-
durare della fame, della miseria e dell’analfabetismo che tormentano
ancora una grande parte degli abitanti della terra. Dunque, il discorso
si preannuncia molto “pratico”, cioè rivolto alla soluzione dei problemi
“materiali” degli uomini e alle loro evidenti conseguenze che si mani-
festano nella permanenza di gravi e violenti conflitti politici, sociali ed
economici dovunque diffusi, ma resi più gravi dalle naturali differenze
di costituzione fisica, o da divergenze ideologiche, che il Concilio non
esita a paragonare indirettamente a «una nuova Babele», mostrando
che le stesse parole assumono significati diversi secondo le ideologie
da cui sono usate, per cui gli uomini non si comprendono più tra loro
nello stesso parlare.
Dunque, il disorientamento o l’inquietudine è generale e l’uomo
non ha risposte da dare, perché la rapidità con cui mutano le sue con-
dizioni di vita (cfr. GS 5) e l’ambiente sociale (cfr. GS 6), producono
come conseguenza anche un profondo mutamento psicologico, morale
e religioso (cfr. GS 7), che ha fatto vacillare, soprattutto presso i giova-
ni, la solidità dei valori tradizionali, rappresentati da istituzioni, leggi
e modi di pensare, provocando un grave disagio nel loro comporta-
mento, evidentemente deviante dalle norme di condotta morale. Uno
squilibrio generale appare quindi evidente (cfr. GS 8), e il Concilio
è convinto che esso investa tutto l’ordine mondiale, producendo un
La Chiesa nel mondo. Una rilettura attuale della Gaudium et spes 107
certo disordine, perché genera contrasti tra razze diverse, tra differenti
classi sociali, tra le nazioni povere e quelle ricche, tra le stesse istituzio-
ni internazionali che, nate per favorire la pace, sono spesso «causa di
divisioni», dovute alla differenza delle ideologie. In questo contesto,
la Chiesa intende soddisfare con il suo messaggio e la sua azione alle
«aspirazioni più universali dell’umanità» (cfr. GS 9), e dare una rispo-
sta agli «interrogativi più profondi dell’uomo» (cfr. GS 10), riassunti
in alcune domande poste al termine di questa esposizione tematica:
Che cos’è l’uomo? Qual è il significato del dolore, del male e della morte
che continuano a sussistere, malgrado sia stato fatto tanto progresso?
Che cosa valgono queste conquiste ottenute a caro prezzo? Che cosa
può arrecare l’uomo alla società, che cosa può attendersi da essa? Che
cosa ci sarà dopo questa vita?
Ma è chiaro che, di queste, solo le prime due e l’ultima sono vera-
mente universali e fondamentali, perché riguardano il destino comune
degli uomini, mentre le altre due, poste al centro, sono del tutto con-
tingenti e quindi anche le risposte che la Chiesa propone per queste
non possono essere definitive, ma soggette a costante adattamento. Ma
alle prime la Chiesa risponde con ciò che crede di Gesù Cristo, alle
seconde con direttive di saggezza magisteriale, che essa propone in si-
tuazioni determinate, quando si presenta l’occasione.
Questa distinzione è da tenere presente, perché nella esposizione
che segue sull’antropologia cristiana e sulla sociologia cattolica, solo
alcune trattazioni dipendono effettivamente dalla dottrina della fede,
mentre tutto il resto dipende da direttive magisteriali, che sono an-
che la parte maggiore, dedicata a problemi effettivamente contingen-
ti, anche se alcuni sono in sé generali, e interessano realmente quasi
tutti i popoli. E ciò si riflette anche nel tipo di note, per cui quando
l’argomento riguarda la fede o la condotta che da essa dipende, i ri-
ferimenti sono ai testi biblici e dunque alla Rivelazione come fonda-
mento della stessa fede. Ma quando tratta delle realtà attuali, sulla
comunità degli uomini e la società, prevalgono le note che si richia-
mano ai documenti del Magistero e, in particolare, alle Encicliche di
carattere sociale e di attualità politica, emanate dai vari Pontefici nei
tempi a loro attuali.
108 Fabio Nardelli
2. La questione antropologica
Segue la Parte prima, di cui i primi tre capitoli (cfr. GS 12-39)
espongono una antropologia cristiana desunta per lo più dai testi della
Rivelazione, seguiti da un quarto con il titolo “La missione della Chie-
sa nel mondo contemporaneo” (cfr. GS 40-45), che di fatto espone
l’ecclesiologia del testo, ma contestualizzata alla condizione attuale del
mondo e che di fatto è un reale sviluppo sistematico del discorso teolo-
gico iniziato nella Esposizione introduttiva, che esaminava «La condi-
zione dell’uomo nel mondo contemporaneo» e lo porta a compimen-
to indicando la funzione che la Chiesa svolge in tale situazione5. Ciò
conferisce a questa parte una effettiva unità tematica, in sé conclusa, a
cui è stata aggiunta una seconda, dedicata alla dottrina sociale e politica
della Chiesa, anch’essa autonoma, anche se dipendente dalla prima per
i principi della fede da cui è sostenuta e giustificata. Ma, come sanno
gli esperti, l’apparente unità nasconde un faticoso processo di elabora-
zione e un dibattito di grande vivacità e diversità di opinione6.
5
Per approfondire la visione antropologica della Costituzione si tengano pre-
senti: L. F. Ladaria, L’uomo alla luce di Cristo nel Concilio Vaticano II, in Vati-
cano II: bilancio e prospettive. Venticinque anni dopo (1962-1987), a cura di R. La-
tourelle, II, Cittadella, Assisi (PG) 1987, p. 939-951; L. F. Ladaria, Introduzione
all’antropologia teologica, Piemme, Casale Monferrato (AL) 1992, p. 21-38; L.F.
Ladaria, Antropologia teologica, Gregorian Biblical Press, Roma 2015; F. Scan-
ziani, La Chiesa nel mondo. Aspetti teologici e antropologici in “Gaudium et spes”,
in 40 anni dalla “Gaudium et spes”. Una eredità da onorare, a cura di M. Vergotti-
ni, G. Turbanti, F. Scanziani e D. Tettamanzi, In Dialogo, Milano 2005, p. 57-94;
F. Scanziani, L’antropologia sottesa a “Gaudium et spes”. Invito alla lettura, in La
Scuola Cattolica, 135/4 (2007) 625-652; F. Scanziani, L’uomo via fondamentale
della Chiesa” (RH 13). Il rapporto Chiesa e mondo secondo “Gaudium et spes”, in
Memoria conciliare: le scelte del Vaticano II. Atti dei Seminari interdisciplinari svol-
ti presso lo Studio Teologico S. Paolo di Catania, l’1 aprile 2011 e il 16 febbra-
io 2012, a cura di M. Aliotta, Quaderni di Synaxis, Grafiser, Troina (EN) 2016,
p. 257-287.
6
In merito si consultino R. Tucci, Introduzione storico dottrinale alla Costitu-
zione pastorale “Gaudium et spes”, in La Chiesa nel mondo contemporaneo nel Vati-
cano II, a cura di R. Tucci et alii, LDC, Leumann (TO) 1968, p. 15-134; Commen-
tario ai documenti del Concilio Vaticano II, VIII. “Gaudium et spes”, p. 18-60.
La Chiesa nel mondo. Una rilettura attuale della Gaudium et spes 109
a. Il Cap. I della prima Parte (cfr. GS 12-22) è preceduto da una breve
“apertura” (cfr. GS 11) che riprende in modo diverso le domande poste
nel punto finale della Esposizione introduttiva (cfr. GS 10) e le ripro-
pone come se fosse un enunciato tematico per la pastorale da seguire,
a cui la Chiesa intende rispondere nel seguito del suo discorso: «Che
pensa la Chiesa dell’uomo? Che cosa sembra raccomandabile per l’edi-
ficazione della società attuale? Qual è il significato ultimo dell’attività
dell’uomo nell’universo?». E, continuando, afferma: «Si attende una
risposta a queste domande. Ne risulterà più chiaramente che il Popolo
di Dio e l’umanità, nella quale è inserito, si prestano reciprocamente
servizio, così che la missione della Chiesa si presenta religioso e per ciò
stesso profondamente umano» (GS 11).
Coerente con questa premessa, il Cap. I della prima Parte trat-
ta «La dignità della persona umana», in cinque punti, di cui i primi
due sono chiaramente dipendenti dalla dottrina della fede, in cui si
presenta l’uomo come fatto a immagine di Dio (cfr. Gen 1,26), da cui
evidentemente dipende la sua dignità superiore a quella di tutte le altre
creature (cfr. Sal 8,5-7) e la sua destinazione divina (cfr. Sap 2,23), ma
anche la sua evidente costituzione sociale (cfr. GS 12). Ma è anche una
creatura fragile e assoggettata alla morte a causa del peccato (cfr. GS
13) per la sua disobbedienza, che ha profondamente ferito la sua natura
e lo ha reso incapace a resistere al male, a cui si sente incatenato come
uno schiavo e da cui solo la forza del Signore lo può liberare, affinché
consegua la pienezza a cui è destinato. I punti seguenti (cfr. GS 14-
16) sono di antropologia generale, perché riguardano «La costituzione
dell’uomo» in anima e corpo, di cui la prima di natura spirituale e
immortale, e il secondo destinato alla risurrezione finale (cfr. GS 14);
«La dignità del suo intelletto», che è capace di attingere alla verità e
di conseguire la sapienza come guida per il suo agire (cfr. GS 15); a cui
segue un paragrafo su «La dignità della sua coscienza morale» (cfr.
GS 16), che regola la sua condotta per mezzo di una legge interiore
che, come una voce vivente, gli insegna a distinguere senza incertezza
il bene dal male (cfr. Rm 2,14-15); e infine un punto dedicato alla «ec-
cellenza della libertà» (cfr. GS 17), di cui Dio lo ha voluto dotare per
renderlo responsabile delle sue scelte, in quanto capace di scegliere tra
le due vie, quella della vita e quella della morte (cfr. Sir 15,14), a cui nel
mistero e realmente, in ogni caso, deve soggiacere a causa del peccato,
110 Fabio Nardelli
ma da cui sarà liberato dal Dio Salvatore, se crede, secondo la dottrina
della fede a cui si richiama il punto seguente (cfr. GS 18).
A una severa invettiva contro l’ateismo, che priva l’uomo della gra-
zia della fede, è dedicata l’estesa trattazione seguente, sviluppata in tre
paragrafi, per mostrare la fermezza con cui la Chiesa si oppone a que-
sta distruttiva manifestazione spirituale: «Le forme e le radici dell’atei-
smo» (cfr. GS 19), classificate meticolosamente in otto classi distinte
secondo una precisa tipologia fenomenologica. A sé stante è trattato ciò
che il Concilio chiama «L’ateismo sistematico» (cfr. GS 20), che esalta
l’uomo come artefice e fine di tutte le cose. A questo devastante feno-
meno la Chiesa resiste con determinazione, non solo con la condanna
(cfr. GS 21), ma soprattutto proclamando con più fedeltà e vigore la sua
fede nel Dio creatore, che non sminuisce ma esalta la dignità e la libertà
dell’uomo, di cui Dio stesso lo ha dotato destinandolo dall’origine alla
partecipazione alla sua vita eterna. Una speranza, questa, che risolvendo
l’enigma della morte, della colpa e del dolore, dona all’uomo con la grazia
della rivelazione la capacità di costruire con tenace fiducia la sua vita,
senza cadere nella disperazione per la sua nullità e la vanità di ogni cosa
(cfr. Qo 1,2). Per questo, il Cap. I si conclude con un paragrafo dedicato
a «Cristo uomo nuovo» (cfr. GS 22), che è la forma che il Figlio di Dio
ha assunto incarnandosi in questo mondo mortale per elevare la natura
dell’uomo alla dignità divina, restituendola alla vita immortale per cui
era stata creata, e che il primo uomo, Adamo, aveva deformato con la sua
disobbedienza alla volontà di Dio7.
b. È evidente da questa sintesi che il Cap. I della prima Parte è realmente
il più intenso, e anche il più elevato, perché ripropone in forma narrativa
e omiletica l’antropologia teologica della Chiesa, cioè la dottrina della
fede sull’uomo, la sua origine, la sua colpa e la sua destinazione finale nella
risurrezione dopo la morte. Una verità quindi da credere e da proclamare
7
Per la visione cristologica dei principi antropologici si tengano presenti: il già
citato Ladaria, L’uomo alla luce di Cristo nel Concilio Vaticano II, p. 941-943;
e Scanziani, L’antropologia sottesa a “Gaudium et spes”, p. 635-641, soprattutto
le p. 643-646 sul “conflitto” tra le interpretazioni di tale antropologia. L’autore ha
ripreso in tempi più recenti il tema in modo più generale in F. Scanziani, In Gesù
Cristo il nuovo umanesimo. Indicazioni di stile della “Gaudium et spes”, in La Rivista
del Clero Italiano, 96/2 (2015) 122-137.
La Chiesa nel mondo. Una rilettura attuale della Gaudium et spes 111
come soluzione del mistero dell’uomo e della sua condizione mortale nel
mondo in cui vive. Ma i due capitoli seguenti sono di antropologia gene-
rale, e dunque di filosofia razionale, proposta sul fondamento del Magi-
stero e della sua tradizione. In particolare, il Cap. II è dedicato a esporre
la dottrina sociale della Chiesa su «La comunità degli uomini», in cui
le note di giustificazione rimandano non solo alla Scrittura, ma anche e
soprattutto ai documenti del Magistero della Chiesa, in particolare alle
Encicliche Mater et magistra e Pacem in terris di Giovanni XXIII e alla
Ecclesiam suam di Paolo VI, accanto a un recupero della Quadragesimo
anno di Pio XI, che commemorava i quarant’anni della Rerum novarum
di Leone XIII, tutta dedicata ai problemi politici, sociali ed economici
più attuali. Dunque tutti documenti su eventi occasionali che il Concilio
riprende ed esamina alla luce della fede, espressa letteralmente nella con-
vinzione che «la rivelazione cristiana offre un grande aiuto per promuo-
vere questa comunità tra le persone e nello stesso tempo ci conduce a una
più elevata comprensione della legge della vita sociale, che il Creatore ha
iscritto nella natura spirituale e mortale dell’uomo» (GS 23).
Quindi l’ispirazione che la Chiesa trae dalla Rivelazione illumina
ciò che è già di per sé evidente secondo natura sulla costituzione so-
ciale dell’uomo e sulla sua capacità di guidare la sua azione secondo
un ordine razionale. In realtà, solo GS 24 e GS 32 hanno un esplicito
riferimento alla Rivelazione, avendo per titolo, «L’indole comunitaria
della vocazione umana nel piano di Dio» e «Il Verbo Incarnato e la
solidarietà umana». Ma il resto dei paragrafi tratta di temi di antro-
pologia sociale generale, non direttamente attinenti alla Rivelazione.
Infatti prosegue presentando «L’interdipendenza tra la persona uma-
na e la società umana» (cfr. GS 25), seguita da una esposizione su «La
promozione del bene comune» (cfr. GS 26), e alle sue conseguenze
pratiche, che sono anche i principi della sua attuazione, quali «Il ri-
spetto della persona umana» (cfr. GS 27), «Il rispetto e l’amore per gli
avversari» (cfr. GS 28). Quest’ultimo è esplicitamente giustificato con
il riferimento alle parole del Vangelo: «Amate i vostri nemici, fate del
bene a coloro che vi odiano» (Mt 5,45), cosa che non si potrebbe af-
fatto spiegare in modo razionale e le cui conseguenze pratiche potreb-
bero annientare lo stesso principio di giustizia e di giusta retribuzione
penale: se perdoniamo a coloro che ci odiano e ci fanno del male, che
bisogno c’è di condurre i colpevoli in tribunale?
112 Fabio Nardelli
Segue un paragrafo su «L’essenziale uguaglianza di tutti gli uomini
e la giustizia sociale» (cfr. GS 29), giustificata con tre motivi razionali:
in quanto dotati di anima razionale, sono di stessa natura e hanno stessa
origine naturale, ma uniti a tre motivi paralleli desunti dalla fede, perché
«creati ad immagine di Dio…, redenti da Cristo…e beneficiari della stes-
sa vocazione e finalità divina». Da ciò consegue l’esortazione a superare
ogni discriminazione di sesso, cultura, razza, colore, condizione sociale,
lingua o religione, ma anche ogni forma di «etica individualistica», se-
condo il paragrafo seguente (cfr. GS 30), da sostituire con un’etica della
«responsabilità e della partecipazione» verso se stessi e verso il gruppo
o classe di appartenenza sociale (cfr. GS 31). Il tutto si conclude con un
esplicito invito alla solidarietà a imitazione del Verbo Incarnato, che si è
fatto “fratello” di ogni uomo per ricostituire la famiglia di Dio con tutti
gli uomini da lui salvati con il sacrificio della propria vita (cfr. GS 32).
c. Il seguente Cap. III tratta il problema de «L’attività umana nel mon-
do», che viene posto all’inizio, ma come un dato di fatto reale, per mezzo
del quale l’uomo ha esteso il suo dominio sulla natura per procurarsi i
molti beni di cui ha bisogno per stare al mondo. Ma il testo nota come
da questa constatazione sorga il problema del senso di questo immenso
lavoro e lo esprime con domande analoghe a quelle della Premessa e del
Cap. I: «Qual è il senso e il valore di questa operosità umana? Come
vanno usate tutte queste realtà? A quale scopo tendono gli sforzi sia degli
individui che della collettività?». Bisogna tuttavia riconoscere con fran-
chezza che la posizione di tali domande ha una funzione puramente pe-
dagogica, perché la Chiesa già sa quali siano le risposte che intende dare
alla luce del Vangelo. E lo dice anche con franchezza:
La Chiesa, che custodisce il deposito della Parola di Dio, da cui vengono
tutti i principi per l’ordine religioso e morale, pur non avendo sempre
una risposta pronta per le singole questioni, desidera unire la luce della
Rivelazione alla competenza di tutti, perché sia illuminata la strada sulla
quale l’umanità si è ultimamente incamminata (GS 33).
In modo conforme a questo presupposto, seguono quindi due para-
grafi che in qualche modo descrivono l’autonomia dell’attività dell’uomo
e della sua conformità al disegno di Dio. Nel primo, con il titolo «L’or-
La Chiesa nel mondo. Una rilettura attuale della Gaudium et spes 113
dine dell’attività umana» (cfr. GS 35), si fa notare che tale attività ha
come fine non solo l’uomo stesso e il suo perfezionamento, ma anche
una maggiore giustizia sociale, una più larga fraternità e un ordine più
umano nei rapporti sociali. Nel secondo, che tratta «La giusta autono-
mia delle realtà terrene» (cfr. GS 36), si mostra che tutto ciò che gli
uomini fanno per trarre beneficio dalle leggi che governano le cose create
è perfettamente conforme al volere del loro Creatore. Ciò attesta che
la religione non è un ostacolo al libero sviluppo dell’opera umana, ma
il suo più intimo propulsore, e tuttavia, considerata alla luce della fede,
appare in qualche modo snaturata dal peccato e dal male, a cui è dedicato
il paragrafo seguente: «L’attività umana corrotta dal peccato» (cfr. GS
37). In esso si dice che l’uomo può resistere al peccato, con la speranza
di vincere e preservare il proprio bene, se accetta l’aiuto della grazia che
Dio mette a sua disposizione non solo in modo esplicito nella Chiesa,
ma nello stesso ordine della natura, a cui l’uomo può accedere con la ra-
gione così da resistere a tutte le forme di corruzione, rappresentate dalla
vanità e dalla malizia, e anche a quelle forme più gravi di degenerazione,
significate dalla superbia o dall’amore disordinato di sé a danno del pros-
simo. Per questo il Cap. III si chiude con un ultimo punto che esamina
«L’attività umana portata a compimento dal mistero pasquale» (cfr. GS
38), per mostrare come la legge fondamentale della perfezione umana,
e quindi della trasformazione del mondo, sia il nuovo comandamento
della carità insegnato dal Verbo di Dio, che abita tra gli uomini, come
uomo lui stesso (cfr. 1Gv 4,8 e Gv 1,1-18). Ma il vero compimento del
destino e dell’opera dell’uomo sarà solo nel futuro, quando appariranno
una “terra nuova” e un “cielo nuovo”, in cui avrà stabile dimora la giusti-
zia, secondo la Rivelazione della fede (cfr. 2Pt 3,13), riproposta nel para-
grafo che porta quel titolo (cfr. GS 39). Risorgendo in Cristo, tutti i figli
di Dio saranno così liberati dalla corruzione della condizione mortale e
si rivestiranno di incorruttibilità per una vita immortale.
3. Una Chiesa nella storia
Bisogna riconoscere che la dottrina della fede è realmente predo-
minante, perché l’antropologia esposta nei Cap. I-III della prima Parte,
sopra esaminati, costituisce di fatto la verità sull’uomo e presenta il suo
destino eterno come è proposto dalla Rivelazione. Questo risulta anco-
114 Fabio Nardelli
ra più chiaro in quei punti dove appare evidente lo sforzo di mostrare
che ciò che la Chiesa professa per fede concorda con ciò che l’uomo
avverte di sé e del suo agire razionale. Questa concordanza potrebbe
spiegare il motivo per cui questa parte si concluda con un Cap. IV
che intende illustrare quale sia «La missione della Chiesa nel mon-
do contemporaneo», essendo lei la depositaria della verità sull’uomo
esposta nei capitoli precedenti8. Il capitolo inizia, infatti, precisando
come «presupponendo tutto ciò che è già stato promulgato dal Conci-
lio circa il mistero della Chiesa, dobbiamo ora considerare la medesima
Chiesa in quanto si trova nel mondo e con esso vive e agisce» (GS 40).
Si tratta dunque di un secondo trattato di ecclesiologia dopo la Costi-
tuzione Lumen gentium (LG)? Certamente no, ma la specificazione
che non si intenda affatto ripetere ciò che di essa si è già detto, lascia
intendere che ci sia del nuovo e che probabilmente questo sia da ricer-
care nello stesso titolo del capitolo, cioè che non riguardi la dottrina
sulla Chiesa in sé, ma la sua “missione”, e questa non in generale, ma in
modo specifico «nel mondo contemporaneo». Va notato che questo
riferimento esplicito alla contingenza storica del mondo attuale avreb-
be potuto trarre qualcuno in errore e far credere che anche la dottrina
in essa esposta fosse di natura divulgativa o omiletica e non teologica.
Un equivoco, questo, a cui lo stesso Concilio ha posto rimedio con la
Nota, già citata all’inizio, affermando che «la Costituzione deve essere
interpretata secondo le norme generali dell’interpretazione teologica,
e cioè tenendo conto, soprattutto nella seconda parte, delle mutevoli
circostanze con le quali sono connessi per loro natura gli argomenti di
cui tratta» (GS Nota 1).
8
Per approfondire i temi del Cap. IV della Gaudium et spes si consultino: M.
D. Chenu, La missione della Chiesa nel mondo contemporaneo, in La Chiesa nel
mondo di oggi, a cura di G. Baraúna, Vallecchi, Firenze 1966, p. 331-350; Sarto-
ri, La Chiesa nel mondo contemporaneo; F. Scanziani, La Chiesa nel mondo. At-
tualità di alcuni principi ispiratori della “Gaudium et spes”, in La Rivista del Clero
Italiano, 84/10 (2003) 701-722; F. Scanziani, Gesù risorto speranza del mondo.
Speranza cristiana e forme di testimonianza in “Gaudium et spes”, in La Scuola Cat-
tolica, 134/2 (2006) 359-364; Chiesa/mondo. Cinquant’anni di “Gaudium et spes”.
Riflessioni teologico-pastorali sulla conversione pastorale della Chiesa e della teologia, a
cura di N. Reali, Lateran University Press, Roma 2016.
La Chiesa nel mondo. Una rilettura attuale della Gaudium et spes 115
Il testo è dunque da ritenere dottrinale e da interpretare secondo
il metodo teologico, quindi con la misura della fede, anche se i temi
trattati sono contingenti, cioè dipendenti dalla situazione storica, e
non solo quelli sociali della seconda Parte, ma anche a quelli sull’uomo
e il suo destino trattati nella prima Parte. Ma qual è la dottrina qui
esposta sulla Chiesa, se quella già enunciata nella Costituzione Lumen
gentium e in tutti i documenti attinenti alla sua gerarchia e alle sue re-
lazioni con altre confessioni e religioni deve essere presupposta? Dov’è
la diversità e la novità di ciò che qui si aggiunge? Essa appare eviden-
te già nel titolo dei singoli punti del Capitolo, che indicano subito il
novum che il Concilio intendeva offrire con questo ulteriore trattato
«sulla Chiesa nel mondo»: nel primo si parla della «Mutua relazione
tra la Chiesa e il mondo» (cfr. GS 40), nel secondo si precisa quale sia
«L’aiuto che la Chiesa intende offrire al singolo» (cfr. GS 41). Ciò
significa che la Chiesa assegna a sé stessa una funzione “assistenzia-
le”? Così sembrerebbe, perché analogo è il titolo dei tre paragrafi che
seguono: «L’aiuto che la Chiesa intende offrire alla società umana»
(cfr. GS 42); «L’aiuto che la Chiesa intende offrire all’attività umana
per mezzo dei cristiani» (cfr. GS 43); «L’aiuto che la Chiesa riceve
dal mondo contemporaneo» (cfr. GS 44), in cui tuttavia si capovolge
l’ordine, perché è la Chiesa a ricevere l’aiuto. Esiste però una differen-
za, perché l’aiuto che la Chiesa riceve dal mondo è indicato come già
presente e reale, mentre quello offerto dalla Chiesa al mondo, nelle sue
diverse configurazioni, è indicato come “possibile”. Ciò significa che la
realizzazione dell’offerta dipende dall’accettazione di coloro a cui tale
aiuto è proposto e che, secondo la Chiesa, potrebbero avere bisogno del
suo sostegno, presentato come vitale per il loro essere al mondo.
La novità sta, dunque, proprio in questa proposta di «mutuo soc-
corso» tra Chiesa e mondo9, che la Chiesa già dice di ricevere, ma che
si dice disposta a offrire gratuitamente alle singole persone, alla società
umana e alle attività degli uomini, in generale, sia direttamente sia per
mezzo di credenti qualificati che, con la loro esperienza, possono con-
9
Il teologo Giovanni Tangorra parla di un rapporto di osmosi tra Chiesa e
mondo che li rende necessari l’una all’altro ed è impossibile immaginare la Chiesa
senza la comunione con il mondo: cfr. G. Tangorra, Temi di ecclesiologia, Late-
ran University Press, Roma 2014, p. 281-282.
116 Fabio Nardelli
tribuire al progresso e alla soluzione dei diversi problemi umani, sociali,
economici e politici. Poiché tutto questo, come è noto, riguarda cose
pratiche e contingenti, in cui la Chiesa non potrebbe mai, se non occa-
sionalmente, intervenire in modo materiale, essendo in se stessa sì una
realtà terrena, ma pur sempre di istituzione divina e di natura essen-
zialmente spirituale, bisognerà pensare che altro è il tipo di aiuto che
essa intende offrire alle singole entità a cui si propone come sostegno e
soccorso. È a queste situazioni che si dedicherà attenzione esaminando
i punti indicati singolarmente e il modo in cui la Chiesa propone se
stessa come «aiuto vitale»; cosa che appare evidente già nel paragrafo
iniziale che parla della «mutua relazione tra la Chiesa e il mondo»
(cfr. GS 40).
Qui, in qualche modo, si presenta la Chiesa ricordando la sua ori-
gine divina presso il Padre, la sua fondazione terrena ad opera del Cri-
sto Redentore, e la sua convocazione nello Spirito, ma si indica subito
anche che la sua finalità è la salvezza del mondo, che consiste nel tra-
sformare tutto il genere umano in famiglia di Dio e che avverrà piena-
mente solo nel mondo futuro. Per questo, non senza audacia, la Chiesa
offre se stessa al mondo come «fermento e anima della società umana»
per trasformarla in famiglia divina. Anzi, essa è convinta che, con la
sua presenza nella città terrena e nella storia turbata dal peccato, può
comunicare all’uomo, che la accoglie con fede, la vita divina, la cui luce
essa stessa diffonde nel mondo «per il fatto che risana ed eleva la digni-
tà della persona umana, e riveste di senso e di significato più profondo
il lavoro quotidiano degli uomini» (GS 40). Ma ad una condizione:
che ciò sia percepito con fede, senza la quale questa misteriosa opera
di trasformazione, che la Chiesa compie là dove è presente, sarebbe
invisibile. Solo chi crede, infatti, può percepire realmente la sua attività
spirituale, in quanto ogni credente è di fatto un soggetto operante della
sua stessa elevazione alla perfezione divina, a cui tutta la Chiesa tende
con la sua opera salvifica. Tuttavia, come è detto alla fine del paragrafo,
la Chiesa riconosce, non senza umiltà, di poter essere aiutata dal mon-
do, dai singoli e dalla società umana, nell’applicazione del Vangelo (cfr.
GS 40). Una ammissione, questa, che molti potrebbero contestare, per-
ché sembrerebbe far dipendere la propria opera salvifica dal consenso
della società umana o dall’aiuto degli uomini liberi, anche se una frase
La Chiesa nel mondo. Una rilettura attuale della Gaudium et spes 117
di sant’Agostino potrebbe pacificare tutti riconoscendo la libertà degli
uomini: Deus creavit te sine te, ma non ti può salvare senza di te.
Stabilita questa funzione della Chiesa, seguono tre paragrafi con
tre casi tipici in cui il Concilio descrive l’aiuto che essa può dare alle
persone singole (cfr. GS 41), alla società (cfr. GS 42) e all’attività degli
uomini (cfr. GS 43). Tali esempi, tuttavia, nell’ultima frase del paragra-
fo 40 sono presentati, non senza stupore di chi legge, come “principi
generali” con queste parole: «Per promuovere con ordine simile mu-
tuo scambio ed aiuto in ciò che in qualche modo è comune alla Chiesa
e al mondo, vengono esposti alcuni principi generali» (GS 40). Quindi
la descrizione dei tre casi concreti del modo con cui la Chiesa intende
offrire il suo aiuto ai singoli, alla società e all’attività umana, sono da
ritenere come dei “casi tipici” e, dunque, come esempi normativi del
modo in cui essa intende esercitare la sua funzione salvifica in rapporto
ai tre ambiti indicati con la sua sola presenza.
a. Quanto alle singole persone, il Concilio fa notare che, di fronte all’uo-
mo d’oggi, la Chiesa «è incaricata di manifestare il mistero di Dio, che
è il fine ultimo dell’uomo», perché, agendo in questo modo, essa gli
presta il suo aiuto, in quanto «svela all’uomo il senso ultimo della sua
esistenza, che è Dio stesso e Dio solo, che lo ha creato a immagine di se
stesso e lo ha redento dal peccato […] e ciò per mezzo della rivelazione
nel Figlio suo» (GS 41). Dunque, in questo caso, è evidente che l’aiuto
che essa offre all’uomo è “una verità” da credere, e quindi un invito im-
plicito ad aderire alla propria religione, perché è convinta che chiunque
segue Cristo, uomo perfetto, diviene più uomo. Ma, esprimendosi in
questo modo, la Chiesa sembra escludere ogni possibilità diversa per
l’uomo di conseguire la sua perfezione, riaffermando in modo implicito
l’antico principio che extra Ecclesia nulla salus10.
E la ragione? Non ha forse il potere naturale di guidare l’agire del
singolo verso il bene e dunque salvarlo con la sua guida dal male e dalla
10
Per un breve approfondimento ecclesiologico su tale principio si tengano
presenti G. Canobbio, Nessuna salvezza fuori della Chiesa? Storia e senso di un
controverso principio teologico, Queriniana, Brescia 2009, p. 92-109; M. De Salis,
Una Chiesa incarnata nella storia. Elementi per una rilettura della Costituzione “Lu-
men gentium”, Edizioni Università Santa Croce, Roma 2017, p. 197-204.
118 Fabio Nardelli
distruzione? E che dire della coscienza morale? Non è forse vero che
essa ha per natura il potere di dissuadere ogni uomo dal compiere il
male e di persuaderlo a resistere a ogni deviazione, se vuole essere felice
con il suo bene (cfr. Rm 2,14-15)? Ma a questa obiezione fondamentale
la Chiesa risponde con la sua convinzione che, nell’ordine divino, «la
giusta autonomia della creatura, e specialmente dell’uomo, non solo
non è annullata, ma viene piuttosto restituita alla sua dignità e in essa
consolidata» (GS 41). Dunque non ci sarebbe per l’uomo altra possibi-
lità di salvezza, se non aderisce con fede al Vangelo che essa annuncia?
Così sembrerebbe, in perfetta sintonia con la tradizione ricevuta, come
attesta senza equivoco la riflessione finale di questo paragrafo, in cui
essa ritiene “falsa autonomia” ogni rivendicazione di diritti personali
sciolta dalla norma della Legge divina. Ma se si riconosce che questa
Legge esercita il suo potere agendo direttamente e per natura sulla co-
scienza umana, allora una rivendicazione di autonomia potrebbe essere
ritenuta autentica e legittima, anche in coloro che non professano la
religione cristiana, ma procedono solo con la propria ragione e la guida
interiore della propria coscienza, che resta sempre libera, anche in chi
si sottomette con fede al Vangelo e alla Legge divina. In realtà, solo
da quella dipende la dignità della persona umana, indipendentemente
dalla religione che professa e dalla situazione storica in cui uno si trova.
b. Quanto all’aiuto che la Chiesa potrebbe offrire alla società umana, essa
lo indica subito con la stessa fermezza nell’incipit del paragrafo seguen-
te: «L’unione della famiglia umana viene potentemente corroborata e
completata dall’unità della famiglia dei figli di Dio fondata in Cristo»
(GS 42). Un’affermazione, questa, audace, ma anche rischiosa perché
potrebbe suscitare forte perplessità tra i credenti, e anche derisione tra
i suoi avversari, quando constatano, non senza compiacenza, che gli
stessi cristiani sono da tempo tra loro divisi. Quindi, con che diritto
la Chiesa potrebbe pretendere di essere sostegno e compimento dell’u-
nità della famiglia umana? Ma questa possibile obiezione non intacca
minimamente la convinzione dei Padri conciliari che riconoscono che
il fine della Chiesa è solo religioso e non politico, né sociale, né econo-
mico e tuttavia sono convinti che dal Vangelo, che la Chiesa annuncia,
può venire una luce e una forza che potrebbe giovare ed essere utile «a
costruire e a consolidare la comunità degli uomini secondo la Legge
La Chiesa nel mondo. Una rilettura attuale della Gaudium et spes 119
divina» (GS 42)11. Ma non dice come, e tuttavia chi vuole intendere lo
potrebbe desumere dal fatto che essa si dice sempre pronta ad «avviare
opere destinate al servizio di tutti, specialmente dei poveri, come opere
di misericordia e simili» (GS 42). Ciò potrebbe edificare ed edifica
realmente, ma potrebbe apparire insufficiente in chi comprende che
le opere della misericordia non possono sostituire l’imponente ammi-
nistrazione e organizzazione dell’ordine politico, economico e sociale,
che costituisce la comunità degli uomini, diffusa dovunque e in forme
molto diverse. Dice infatti parlando di se stessa: «La forza che la Chie-
sa riesce a immettere nella società umana contemporanea consiste in
quella fede e carità effettivamente vissute» (GS 42).
Ciò potrebbe bastare per chi crede e nella fede è capace di vedere il
modo misterioso in cui la fede e la carità dei cristiani, di fatto, tornano
a beneficio di tutta la comunità degli uomini. A questa, infatti, la Chie-
sa si rivolge direttamente facendo notare che la sua universalità e la sua
indipendenza da ogni forma di cultura o di sistema politico, economi-
co e sociale, può costituire un legame fortissimo di unità tra le diverse
comunità o nazioni umane. E questo sembra essere l’aiuto specifico che
essa può offrire anche alla società umana in generale, come è sintetizza-
to nell’espressione: «La promozione dell’unità corrisponde all’intima
missione della Chiesa, perché essa è in Cristo, come sacramento, cioè
segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il
genere umano» (GS 42)12. E bisogna riconoscere che l’offerta è fatta in
tono umile e senza arroganza, dal momento che la Chiesa presenta se
stessa come una istituzione che non vuole dominare, ma servire e che,
in questo servizio, è disposta a riconoscere «tutto ciò che di vero, di
buono e di giusto si trova nelle diversissime istituzioni che l’umanità
ha creato per conseguire il suo fine, che è il bene comune» (GS 42).
11
Il testo della GS, infatti, vuole spianare la strada al dialogo responsabile tra
Chiesa e società umana, ponendo fine alla dura frattura che si era venuta a creare
a seguito degli sviluppi della modernità e nello stesso tempo rilanciare l’opera di
evangelizzazione grazie proprio al contributo degli uomini e delle donne del pro-
prio tempo: cfr. G. Colzani, A 50 anni dal Vaticano II. Nuove prospettive per una
teologia della missione, in Ad gentes, 16/1 (2012) 25-41; e S. B. Bevans, Revisiting
mission at Vatican II: theology and practice for today’s missionary Church, in Theolog-
ical Studies, 74/2 (2013) 261-283.
12
Si veda anche LG 1.
120 Fabio Nardelli
c. Quanto all’aiuto che la Chiesa intende dare all’attività umana per
mezzo dei cristiani, si fa notare che esso è costituito dagli stessi cre-
denti, per lo più laici, che con la loro competenza specifica cooperano
con tutti gli altri uomini nei diversi ambiti della comunità umana, po-
litica, sociale, economica e culturale. Non stupisce quindi che il tono
del testo assume l’aspetto di un discorso omiletico, e indirettamente
esortativo, rivolto proprio a loro, a cui raccomanda di compiere i loro
doveri terreni secondo lo spirito del Vangelo, e ammonendo con ugua-
le intensità sia coloro che tendono a trascurarli, sapendo che la nostra
patria non è sulla terra ma nella città futura, sia coloro che si impegna-
no talmente in essi fino ad essere talmente sopraffatti da ridurre la loro
adesione alla religione ai semplici atti di culto e a qualche dovere mora-
le, creando in tal modo una frattura tra fede e vita, cosa che la Chiesa
denuncia e deplora come un errore grave da correggere e rettificare con
una adesione più convinta e impegnata alla realtà della religione e della
stessa fede (cfr. GS 43).
Si sceglie di non entrare nell’esame dei consigli pratici ad essi rivol-
ti, sia per la loro genericità morale, sia per la loro evidente dipendenza
dalla disciplina nel cui ambito essi devono operare. Ma degno di nota
è il fatto che proprio alla fine di queste esortazioni i Padri conciliari li
invitino espressamente a non cercare presso i sacerdoti consigli prati-
ci per risolvere i problemi concreti che incontrano nella loro azione,
perché ad essi compete di dare luce e forza spirituale e non soluzioni
tecniche per la loro attività e disciplina. Dice infatti ammonendo:
(I laici) non pensino però che i loro pastori siano sempre così esperti
da potere avere pronta la soluzione concreta di ogni nuovo problema,
anche grave […], o che siano stati inviati proprio per questo. Piuttosto,
assumano essi la propria responsabilità, illuminati dalla sapienza cristia-
na e applicando con deferenza la dottrina del Magistero (GS 43).
Tuttavia il paragrafo si conclude in tono esortativo, con un appello
rivolto direttamente ai Vescovi, ai quali compete di governare la Chiesa
di Dio, e a cui si chiede di predicare insieme ai loro presbiteri la parola
di Cristo affinché la luce del Vangelo risplenda su tutte le attività uma-
ne. Ma poi, ampliando il discorso, il Concilio li esorta espressamente
a testimoniare «con la vita e la parola» insieme ai religiosi e ai fedeli,
La Chiesa nel mondo. Una rilettura attuale della Gaudium et spes 121
che la Chiesa «con la sua sola presenza», «è una sorgente inesauribile
di quelle forze di cui il mondo moderno ha soprattutto bisogno» (GS
43). E se qualcuno, per comprendere il senso delle loro parole, doman-
da “Quali?”, resta deluso, perché non sono nominate. E ciò rende tale
esortazione un puro incoraggiamento morale, di certo lodevole, ma
inefficace e senza effettive conseguenze pratiche, come l’ammissione
delle proprie colpe, che la Chiesa riconosce nel capoverso seguente de-
plorando la cattiva condotta dei suoi membri (chierici e laici) nel corso
della storia, a cui evidentemente non si può più rimediare, e che tutta-
via non le hanno mai impedito di essere segno di salvezza nel mondo,
per fedeltà al suo Signore (cfr. GS 43).
d. Con ciò la trattazione della funzione che la Chiesa assegna a se stessa
nel mondo contemporaneo è conclusa e il patagrafo che segue è dedica-
to a descrivere «L’aiuto che la Chiesa riceve dal mondo contempora-
neo» (cfr. GS 44). Un argomento, questo, che si potrebbe qualificare
come un atto di umiltà, che essa ha compiuto di fronte al mondo, a
cui ha annunciato il Vangelo e da cui ha ricevuto non poco, non solo
in aiuto intellettuale e pratico, che le ha permesso di organizzarsi e svi-
lupparsi nel tempo diffondendosi in ogni luogo del mondo, ma soprat-
tutto per conseguire quella posizione di suprema autorità morale, non
solo presso quei popoli che professano la stessa fede in Cristo Signore,
ma anche presso gli altri, con cui spesso essa ha dovuto combattere per
difendere se stessa e il proprio diritto di annunciare il Vangelo della sua
Rivelazione. E, come era da aspettarsi, tale debito o aiuto, è indicato nei
concetti e nelle lingue che i diversi popoli hanno messo a sua disposi-
zione affinché essa potesse annunciare il Vangelo in modo adeguato e
adattato alla loro mentalità e alle loro categorie (cfr. GS 44). Tuttavia,
la Chiesa riconosce che un tale aiuto continua anche oggi, soprattutto
da parte di coloro che, «vivendo nel mondo, sono esperti nelle varie
discipline e ne capiscono la mentalità interiore, si tratti di credenti o di
non credenti» (GS 44). Ma di fronte a questa esplicita e umile richie-
sta di aiuto, potrebbe apparire dura la frase seguente, in cui il mondo
contemporaneo è sottoposto a giudizio con l’affermazione:
È dovere di tutto il Popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi,
ascoltare, discernere e interpretare, con l’aiuto dello Spirito Santo, i di-
122 Fabio Nardelli
versi linguaggi del nostro tempo e giudicarli alla luce della parola divina,
affinché la verità rivelata possa essere capita sempre più a fondo, meglio
compresa e presentata nella forma più adatta (GS 44).
Ma è evidente che un tale vaglio severo del modo di pensare degli
uomini del nostro tempo non serve alla Chiesa per condannare, ma
per assolvere più fedelmente il suo mandato di annunciare il Vangelo
di Cristo riconoscendo il suo debito verso l’uomo e il mondo in cui è
inserita. Dice infatti ringraziando tutti in modo generico:
Essa si rende conto con gratitudine di ricevere dagli uomini di qualun-
que grado e condizione un aiuto molteplice, nella sua comunità non
meno che nei suoi singoli figli. Chiunque promuove la comunità umana
nel campo della famiglia, della cultura, della vita economica e sociale,
come pure della politica, sia nazionale che internazionale, porta anche
un non piccolo aiuto, secondo la volontà di Dio, alla comunità ecclesia-
le, nelle cose in cui essa dipende da fattori esterni (GS 44).
E a questo atto di gratitudine corrisponde la salvezza che essa offre
gratuitamente a tutta l’umanità e, in modo particolare, a tutti coloro
che l’accolgono con fede. E infatti il Concilio conclude questa trat-
tazione affermando: «Tutto il bene che il Popolo di Dio può offrire
alla famiglia umana nel tempo del suo pellegrinaggio terreno deriva dal
fatto che la Chiesa è «sacramento universale di salvezza» (LG 48), che
rivela e insieme realizza il mistero dell’amore di Dio verso l’uomo»
(GS 45). Ma la sua efficacia salvifica dipende non da se stessa, ma dal
fatto che «il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, si
è fatto egli stesso carne, uomo perfetto, per salvare tutti e assumere in
sé tutte le cose» (GS 45).
Con ciò il discorso teologico è realmente concluso e ciò lo si può
desumere non solo dal titolo posto al paragrafo finale, in cui si legge
«Cristo, l’alfa e l’omega» (cfr. GS 45), ma anche dalla citazione diretta
del testo biblico che lo ha ispirato e che corrisponde di fatto all’ultimo
libro del Nuovo Testamento: «Dice il Signore: “Ecco, io verrò presto
e porterò con me il mio salario per rendere a ciascuno secondo le sue
opere. Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la
fine”» (Ap 22,12-13). Si tratta dunque di un monito conclusivo rivol-
to in modo esplicito al mondo intero a non ignorare il messaggio a lui
La Chiesa nel mondo. Una rilettura attuale della Gaudium et spes 123
rivolto per non cadere sotto il giudizio di Dio ed essere da lui disco-
nosciuti? O si tratta di una esortazione urgente, e quasi pressante, per
spronare i credenti a compiere le opere richieste dalla misericordia, e
non restare con le mani in mano, in attesa del nulla e della distruzione
finale? È probabile che l’intento del Concilio fosse realmente dupli-
ce, perché il pericolo di una guerra generale e distruttiva, come conse-
guenza di dissidi politici, sociali ed economici, è effettivamente evocata
nell’Esposizione introduttiva (cfr. GS 4).
Quanto alla minaccia di una condanna nel giudizio finale non la
crederebbe nessuno, eccetto i credenti della nostra religione e di altre
più diffuse, e nelle quali è effettivamente previsto un rendiconto per
ciascuno davanti a un tribunale trascendente e divino, o davanti al tro-
no di Dio stesso, nella sua funzione di giudice eterno di tutto ciò che
lui stesso ha creato. Dunque, anche questo evento, per tutti costoro,
resta valido e la sua rievocazione ha una evidente funzione pedagogica:
invitare gli uomini di fede, qualunque essa sia, ad evitare le opere del
male, nel rispetto dei comandi della Legge di Dio, e a prestare soccorso
per misericordia a tutti coloro che sono nel bisogno, affinché ricevano
aiuto e sostegno da altri uomini, figli di Dio, come loro e, dunque,
fratelli dall’origine per volere dell’unico Padre divino.
4. Dialogo, cooperazione e fraternità per il bene comune
Terminata la rilettura della prima Parte della Gaudium et spes, si
pone il problema di individuare lo scopo che il Concilio si prefiggeva
con una esposizione così estesa sulla vocazione dell’uomo, o di «antro-
pologia teologica» della Chiesa (cfr. GS 11-39), e di un nuovo discorso
sulla Chiesa che, di fatto, si ricollega deliberatamente alla Costituzione
Lumen gentium, ma senza ripetere quel discorso, perché il nuovo non
riguarda il suo essere ma la sua funzione, esplicitamente segnalata nel
titolo, che indica il tema trattato: «La missione della Chiesa nel mon-
do contemporaneo» (cfr. GS 40-45). Senza esagerare, quindi, si può
dire che i Padri conciliari, in questi pochi paragrafi, abbiano voluto
descrivere l’agire della Chiesa nel mondo contemporaneo, dopo avere
descritto il suo essere secondo il dogma e la dottrina della tradizione.
Ma questo non è totalmente ignorato. Anzi, è ripreso e riproposto nel-
la sua affermazione fondamentale, in quanto la Chiesa, riprendendo le
124 Fabio Nardelli
parole di LG 1, prima si definisce «come sacramento in Cristo, cioè
come segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di
tutto il genere umano» (GS 42), ma poi, con più audacia, si presenta
come «segno di salvezza nel mondo» (GS 43) e, infine, riprendendo
di nuovo parole dalla LG 48, definisce se stessa e il proprio essere come
«sacramento universale di salvezza, che rivela e insieme realizza il mi-
stero dell’amore di Dio verso l’uomo» (GS 45). In questo modo, non
solo supera la definizione teologica del primo testo, ma spiega senza
equivoco che la parola sacramentum, con cui qualifica se stessa, significa
che con la sua sola presenza nel mondo, con il suo essere e agire, essa
non solo rivela, ma realizza l’opera della salvezza a cui tende l’amore
di Dio per l’uomo, che l’ha voluta con questo scopo13. La Chiesa nel
mondo è dunque da intendere come l’opera salvifica di Dio in atto, il
cui compimento sarà solo nel mondo futuro. Questo infatti è il modo
in cui essa si presenta nel testo sintetizzando in breve la sua storia in
questo modo: «Procedendo dall’amore del Padre, fondata nel tempo
da Cristo Redentore, radunata nello Spirito Santo, la Chiesa ha una
finalità salvifica ed escatologica, che non può essere raggiunta piena-
mente se non nel mondo futuro» (GS 40).
Quindi, poiché la Chiesa afferma non solo di avere una finalità sal-
vifica, ma di essere lei stessa la manifestazione di questa salvezza voluta
dall’amore di Dio, il Padre comune, occorre domandarsi seriamente
quale sia il modo e il mezzo in cui essa la realizza con il suo essere e
il suo agire. E la prima risposta è già compresa nella prima citazione
da LG 1, in cui la Chiesa parla di sé come «segno e strumento […]
dell’unità di tutto il genere umano» (GS 42). Dunque la sua funzione
13
In merito alla categoria “sacramento” si consultino: B. Gherardini, La
Chiesa è sacramento. Saggio di teologia positiva, Città Nuova, Roma 1976; C.
Scanzillo, La Chiesa sacramento di comunione. Commento teologico alla “Lumen
gentium”, Dehoniane, Napoli 1987; B. Mondin, La Chiesa sacramento d’amore.
Trattato di ecclesiologia, Studio Domenicano, Bologna 1993; G. Canobbio, La
Chiesa sacramento di salvezza. Una categoria dimenticata, in Rassegna di Teologia,
46 (2005) 663-694; S. Pié-Ninot, Ecclesiologia. La sacramentalità della comunità
cristiana, Queriniana, Brescia 2008; G. Routhier, Al di là della “Ecclesia ad intra/
Ecclesia ad extra”: la Chiesa come sacramento di salvezza, in La Chiesa, mistero e
missione. A cinquant’anni dalla Lumen gentium (1964-2014), a cura di G. Tangor-
ra, Lateran University Press, Roma 2016, p. 57-62.
La Chiesa nel mondo. Una rilettura attuale della Gaudium et spes 125
fondamentale è quella di condurre verso l’unità tutto il genere umano
perché esso è già uno in Dio, creatore e padre del mondo e principio
di tutto. Ci si potrebbe quindi domandare: in che modo la Chiesa può
condurre gli uomini verso la loro unità, se la storia del mondo attesta
che la loro famiglia è costituita da una moltitudine immensa di popoli,
diffusi in tutti i continenti, tutti diversi tra loro per origine, lingua e
cultura? Non è forse un’utopia il suo intento di condurli verso l’unità,
e quindi la stessa salvezza di cui una tale unione dovrebbe essere il se-
gno visibile dell’efficacia salvifica della grazia già operante in essa, e nel
mondo stesso, creduto come un’opera divina?
L’obiezione è legittima e il dubbio è concesso alla ragione umana,
ma la fede è certa di ciò che professa, perché la Chiesa, con la sua presen-
za e la sua opera, non raccomanda se stessa, ma, perseguendo il proprio
fine salvifico, comunica all’uomo la vita divina. Dunque, è questa che
opera in essa ed è questa che essa diffonde con la grazia divina, perché
è Dio stesso che, in modo misterioso, «risana ed eleva la dignità della
persona umana, consolida la compagine della società umana e riveste di
senso e di significato più profondo il lavoro quotidiano degli uomini»
(GS 40). Dunque l’opera della Chiesa è effettiva, e tale è anche la sal-
vezza operata dalla vita divina che essa diffonde con la grazia, non solo a
coloro che professano con fede la sua dottrina, ma anche per coloro che
accettano la sua presenza senza avere la stessa religione e senza credere
alla sua origine divina, ma solo riconoscendone l’azione benefica rivolta
all’umanità intera, senza distinzione di razza, lingua e cultura. E questa
opera benefica, come tutti sanno, non è costituita solo dalla sua efficacia
religiosa e spirituale, ma anche e soprattutto dalla sua attività materiale,
per cui, secondo le stesse parole della Costituzione, «dove fosse necessa-
rio in base alle circostanze di tempo e di luogo, anch’essa può, anzi deve,
avviare opere destinate al servizio di tutti, specialmente dei poveri, come
le opere di misericordia, o altre simili» (GS 42).
In questo modo appare evidente anche per il non credente che la
sua finalità salvifica si attua e si realizza in opere efficaci di promozione
umana, che sono un vero onore per la stessa Chiesa nella sua forma
storica, costituita da quel numero indefinito di Ordini e Istituti che,
nel corso del tempo, sono sorti con l’unico fine di beneficare gli uomini
con opere di misericordia e per sollevare i più poveri dalla loro misera
condizione, secondo il mandato del suo Signore che, approvando nel
126 Fabio Nardelli
giudizio coloro che le compiono, indica quale sia il senso e lo scopo
dell’annuncio del Vangelo:
Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato
per voi dalla fondazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete
dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e
mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero
in carcere e siete venuti a trovarmi (Mt 25,34-36).
Ma, come è noto, la carità di Dio raggiunge chiunque, senza distin-
zione di razza, di lingua, cultura e religione e, agendo in questo modo,
la Chiesa manifesta con la sua azione la verità professata con la fede,
cioè che tutti gli umani sono uguali tra loro, perché figli dello stesso
Padre, che li ha creati e li ha disposti per natura nella loro condizione,
secondo le parole del discorso pronunciato da Paolo all’Areòpago: «Il
Dio che ha fatto il mondo […], che dà a tutti la vita e il respiro e ogni
cosa […], creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitas-
sero su tutta la faccia della terra» (At 17,24-27).
Quindi gli uomini sono già fratelli tra loro per natura perché figli
dello stesso Padre. Una verità, questa, non diversa da ciò che pensa la
ragione comune, quando riconosce che tutti i viventi, e in particolare gli
umani, sono germinati spontaneamente dalla stessa natura, quale ma-
dre comune. E questo accordo naturale tra tutti, favorisce l’intenzione
della Chiesa e la sua missione di instaurare una “fraternità universale”,
secondo le stesse parole usate nel Proemio della Costituzione (cfr. GS
3) e riprese nella Conclusione generale, dove la Chiesa è proposta come
fine per gli uomini, credenti e non credenti, a cui essa si rivolge esplici-
tamente esortando affinché «rendano il mondo più conforme all’emi-
nente dignità dell’uomo, aspirino a una fratellanza universale poggiata
su fondamenti più profondi» (GS 91). Poi, proseguendo, propone il
dialogo come il metodo più idoneo per conseguirla14 e, in modo non
poco audace, indica se stessa come mezzo e segno di tale fraternità, da
14
In merito si tenga conto di A. Scola, “Gaudium et spes”: dialogo e discerni-
mento nella testimonianza della verità, in Il Concilio Vaticano II. Recezione e attua-
lità alla luce del Giubileo, a cura di R. Fisichella, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI)
2000, p. 82-114; Scanziani, La Chiesa nel mondo. Attualità di alcuni principi, p.
706-719; Scanziani, Gesù risorto speranza del mondo, p. 364-367, che esamina
La Chiesa nel mondo. Una rilettura attuale della Gaudium et spes 127
lei stessa considerata come scopo esplicito della sua missione, dicendo:
«In virtù della sua missione di illuminare tutto il mondo con l’an-
nuncio del Vangelo e di radunare in un solo spirito tutti gli uomini di
qualunque stirpe e cultura, la Chiesa diventa segno di quella fraternità
che un sincero dialogo permette e consolida» (GS 92). E ciò non po-
trebbe non sembrare un atto di presunzione a chiunque nota che gli
uomini e le nazioni sono capaci di costruire tra loro unità, indipen-
dentemente da lei, seguendo le vie della ragione comune e le attività
da tutti praticate e condivise, come l’industria e il commercio, lo sport
e la politica, a cui esplicitamente si deve la formazione delle istituzioni
sopranazionali e internazionali, in cui l’unità di tutto il genere umano
diventa effettivamente manifesta, e che, per questa ragione, potrebbero
meritare, come la Chiesa, di essere definite senza esitazione “segno” di
quella “fraternità universale”, da esse non solo manifestata, ma anche
praticamente attuata ed esercitata.
È a questa che essa invita esplicitamente tutti gli uomini con una
considerazione finale, in cui indica chiaramente il principio su cui re-
almente si fonda, e che è individuato in una comune origine divina:
«Poiché Dio Padre è principio e fine di tutti, siamo tutti chiamati ad
essere fratelli. Perciò, chiamati a questa stessa vocazione umana e divi-
na, senza violenza, senza inganno, possiamo e dobbiamo lavorare insie-
me per costruire un mondo nella vera pace» (GS 92). E ciò, bisogna
dirlo con franchezza, è molto più del dialogo, perché ciò che indica è
la via della effettiva partecipazione all’opera comune di costruire un
mondo nella pace, a cui è subordinato il riconoscimento della comu-
ne fraternità: poiché di fatto siamo già fratelli per natura e per grazia,
operiamo insieme, cooperando in uno stesso spirito fraterno in tutte le
attività umane per conseguire il bene comune.
In questo modo il Concilio riprende alla fine ciò che aveva indica-
to come fine del suo discorso all’inizio, dove affermava:
Proclamando l’ultima vocazione dell’uomo e affermando che in qualche
modo un germe divino è riflesso in lui, il sacro Concilio offre all’umanità
anche altre forme di testimonianza (collaborazione, cooperazione, solidarietà, servi-
zio), a cui si dedica attenzione anche nel seguito di questo discorso.
128 Fabio Nardelli
la sincera cooperazione della Chiesa per instaurare quella fraternità uni-
versale che corrisponde a tale vocazione (GS 3).
E tuttavia non dovrebbe sfuggire a nessuno che la ripresa del tema
della fraternità alla fine del testo è anche un completamento necessario
del discorso, perché mostra che essa, in cui già tutti sono accomunati
per natura e per grazia, è solo una via o un mezzo per conseguire un
fine più alto ed elevato, che è il bene comune, a cui tutti tendono e
aspirano, come singoli, popoli e nazioni.
In questo modo la «famiglia dei figli di Dio», professata con fede
dai soli credenti, non è altro che un segno visibile dell’intera famiglia
umana, che è già una in se stessa per natura e per grazia, anche se i cre-
denti in Cristo sono ancora divisi tra loro a causa di antiche vicende
della storia, perché l’unità originaria di tutti gli uomini dipende diret-
tamente da Dio, loro principio, e non dalla fede mutevole di coloro
che la professano. E questo bene comune appare realmente in un testo,
in cui il Concilio lo indica esplicitamente come fine dell’attività della
Chiesa e per il quale essa rivendica per sé la libertà di potersi espandere
e poterlo conseguire: «Dichiara anche che la Chiesa […] nulla desidera
più ardentemente, che potersi liberamente sviluppare servendo al bene
di tutti, sotto qualsiasi regime che riconosca i diritti fondamentali della
persona e della famiglia, e le esigenze del bene comune» (GS 42).
Conclusione
Il tentativo di rileggere la Costituzione Gaudium et spes e di co-
glierne i principi significativi per poterli poi contestualizzare nell’attua-
le momento storico è risultato alquanto delicato, poiché il documento
nasce in una particolare epoca di riforma e rinnovamento ecclesiale e
prende in considerazione alcuni aspetti contingenti che, per certi versi,
appaiono superati. L’impostazione di considerare l’Ecclesia ad intra e
l’Ecclesia ad extra, adottata in primis dal cardinale Suenens e ripresa dal
cardinale Montini, in questo contesto, appare chiaramente “superata”,
in quanto non si può distinguere in maniera categorica l’essere dall’agi-
re della Chiesa che, comunque, vanno considerati in maniera unitaria.
La Lumen gentium e la Gaudium et spes nascono come due blocchi
“distinti” che affrontano aspetti differenti della tematica ecclesiologica,
La Chiesa nel mondo. Una rilettura attuale della Gaudium et spes 129
ma che nell’epoca contemporanea si possono leggere in maniera uni-
taria, considerando l’unica Chiesa che, a partire dalla sua struttura, si
rivolge al mondo.
Il tema della “cooperazione”, particolarmente affrontato al Concilio,
nell’odierno panorama ecclesiale può apparire desueto, perché quando si
parla della missione della Chiesa, i differenti soggetti non apportano so-
lamente il loro contributo in maniera esterna e, per certi versi, estranea,
ma intervengono in maniera viva e dinamica, partecipando attivamente
e in modo fruttuoso per accrescere questa dimensione comunionale, re-
almente presente nell’essere della Chiesa, fin dalla sua origine. Si pensi,
infatti, alle tre parole chiave che Papa Francesco ha consegnato come
“tematica generale” del Sinodo 2021-2024: comunione, partecipazione e
missione. Se nel passato, dal punto di vista teologico, erano state utilizzate
differenti espressioni (cooperazione, compartecipazione, collaborazione)
per parlare di una missione della Chiesa, vissuta in maniera integrale e
armonica, attualmente si sceglie il termine partecipazione che esprime
meglio il volere del Pontefice di non volere lasciare indietro nessuno,
ponendosi in atteggiamento di ascolto attento e reciproco, tendente al
bene comune15. La partecipazione di “tutti”, e l’autorità di “alcuni” a ser-
vizio di tutti, aiuta a realizzare una Chiesa più corresponsabile e sinodale
che spinge i cristiani ad agire in forma sempre più comunionale16. Anche
Papa Francesco ha ribadito che
questo cammino ecclesiale intende favorire la comunione, la partecipa-
zione e l’impegno missionario di tutti i battezzati, attraverso un proces-
so di discernimento spirituale incentrato sull’ascolto, sull’ascolto e sulla
riflessione, per giungere a una sempre maggiore apertura alla novità del-
lo Spirito e ai suoi suggerimenti17.
15
Cfr. F. Nardelli, La sfida del “camminare insieme”, in Antonianum, 98/2
(2023) 354-355.
16
Cfr. C. M. Galli, Il dono traboccante dello Spirito nel Popolo di Dio. La co-
munione sinodale e missionaria nelle Chiese regionali, in Sinodalità e riforma. Una
sfida ecclesiale, a cura di R. Luciani, S. Noceti e C. Schickendantz, Queriniana, Bre-
scia 2022, p. 78-79.
17
Francesco, Discorso ai Missionari di Mariannhill in occasione del Capito-
lo generale, 20 ottobre 2022, in Internet (01.03.2024): [Link]
content/francesco/it/speeches/2022/october/documents/20221020-missionari-ma-
[Link].
130 Fabio Nardelli
Infine si può ritenere che la “nuova” forma di missione che la Co-
stituzione Gaudium et spes propone sia quella del “servizio” per l’uma-
nità: infatti, rievocando anche la natura misterica della Chiesa, espres-
sa in particolare nella Lumen gentium, si vuole mettere in evidenza la
finalità soteriologica della sua missione. La Chiesa, perciò, non vuole
assoggettare il mondo, ma piuttosto servirlo partecipando alla stessa
kenosi di Cristo.
Fabio Nardelli*
18
* Professore Invitato di Ecclesiologia nella Facoltà di Teologia (padrefabionar-
delli@[Link]).