Informatica
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Valentina Casta Dal 19/02/2024 Al 03/04/2024
Introduzione
La transizione digitale è il processo di trasformazione tecnologica della società, dovuto dall’impiego delle tecnologie
digitali.
Col termine digitale s’intende la rappresentazione, trasformazione e memorizzazione delle informazioni mediante cifre
binarie (0 e 1), contenute in ogni informazione presente all’interno di un dispositivo elettronico (hardware dove si trovano
tutte le informazioni), in quanto codificate tramite sistema binario, anche se in maniera differente, sulla base
dell’informazione che ci troviamo davanti:
Per le quantità numeriche, queste vengono rappresentate tramite sistema binario, per cui tutte le operazioni
matematiche che il calcolatore esegue vengono effettuate tramite questo sistema;
Per i testi, i suoni, le immagini e le altre informazioni, queste vengono codificate tramite sequenze particolari di
bit, ossia sequenze di valori binari, associate in modo univoco a un determinato elemento dell’informazione.
Tra i vari elementi della transizione digitale, uno fondamentale è la crittografia, quale strumento volto a garantire la
sicurezza delle interazioni.
La crittografia, in generale, è la disciplina volta a rendere un testo non comprensibile alle persone non autorizzate a
leggerlo.
Un elemento fondamentale della crittografia è la chiave crittografica, una sequenza di bit la cui conoscenza è fondamentale
per decifrare un testo sottoposto a un’operazione di cifratura.
Il numero di bit che compone la chiave si dice dimensione della stessa e, più questo è maggiore, più è sicura la chiave,
visto come, tra l’altro, sono 2n le combinazioni possibili con n cifre binarie.
Quando la chiave necessaria per la decifrazione e la cifrazione è la stessa si parla di crittografia simmetrica mentre, se le
due chiavi dovessero essere diverse si parla di crittografia asimmetrica.
Un’importante conseguenza della transizione digitale è, poi, di certo la dematerializzazione, ossia l’utilizzo di tecnologie
alternative alla carta, quale punta, appunto, alla progressiva eliminazione di quest’ultima, sostituendola con i documenti
elettronici, quali possono essere datati, trasmessi e reperiti tramite tecnologie digitali.
La diffusione di questa tipologia di documenti ha portato, inoltre, alla nascita di sportelli telematici, ossia sportelli virtuali
di enti pubblici e privati, mediante i quali i cittadini possono svolgere i vari adempimenti senza doversi recare agli uffici
preposti.
I vantaggi di ciò sono:
Per cittadini e imprese il fatto di non doversi spostare fisicamente, oltre al fatto di poter accedere ai servizi h24 7
giorni su 7;
Per gli enti erogatori quello si risparmiare sul personale.
Questi servizi offerti online vengono definiti come servizi di amministrazione digitale, o anche e-Government, facenti parte
del processo di digitalizzazione della pubblica amministrazione.
Questo processo di transizione digitale, oltre a ciò, ha portato alla nascita del principio di cittadinanza digitale, ossia il
diritto di ogni cittadino di usufruire di dati, documenti e servizi in modalità elettronica.
Accanto a questo diritto, però, si affiancano nuovi doveri per l’accesso e la partecipazione alla società online, quali, per
esempio, il dovere di conservare correttamente la propria identità digitale, o come l’obbligo, in certi casi, di dotarsi di
domicilio digitale e di controllare regolarmente le comunicazioni a esso recapitate.
Copia per immagine su supporto elettronico di documento analogico, quale può essere rappresentato da una
scannerizzazione di un documento cartaceo.
In questo caso il documento originale resta, comunque, la copia cartacea, anche se questa viene memorizzata su
un dispositivo elettronico;
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Documento elettronico, ossia un documento generato su supporto elettronico e li conservato.
In particolare, per quanto riguarda il documento elettronico, questo viene identificato tramite una sequenza di valori
binari/bit memorizzati sul supporto elettronico, per cui un eventuale duplicato, affinché possa definirsi tale, deve avere la
stessa sequenza di valori binari/bit memorizzati.
Sulla base della normativa europea, assieme a quella dei singoli stati, un documento elettronico ha gli stessi effetti giuridici
di un documento cartaceo.
In certi casi, però, è necessario che il documento sia:
Datato, quale può essere attribuita tramite tecniche di validazione temporale elettronica;
Firmato, quale non può essere la firma autografa ma una sequenza di bit che sia memorizzabile sul supporto in
associazione al documento, parlando di firma elettronica.
Infine, affinché altri soggetti possano entrare in possesso del documento, o del suo duplicato, è necessario che essi
possano accedervi per vie informatiche tramite, per l’esempio l’accesso a una banca dati che lo contenga o tramite la
recezione di un messaggio, con recapito certificato, che abbia il documento in questione come allegato.
Migliorare l’accesso dei consumatori e delle imprese ai beni/servizi digitali in tutta Europa;
Creare un contesto favorevole in cui le reti e i servizi digitali possono svilupparsi;
Massimizzare il potenziale di crescita dell’economia digitale.
In questo contesto, il 23 luglio 2014 è stato approvato il regolamento eIDAS 910/2014, volto a rendere sicure e agevoli le
interazioni elettroniche tra imprese, cittadini e pubblica amministrazione, suddiviso in due parti:
1. Legata all’identificazione informatica, quale prevede che ogni stato dell’Unione adotti un sistema di identificazione
informatica basato sull’identità digitale unica del cittadino, quale gli consenta di accedere a tutti i servizi online
messi a disposizione da tutti gli enti della pubblica amministrazione dello stato.
Ciò, poi, deve essere ampliato anche a tutti i servizi offerti da enti di altri paesi dell’UE.
Tutto ciò, ovviamente, è valido sia per le persone fisiche che per le persone giuridiche;
2. Volta a regolare i servizi fiduciari elettronici, quali le firme e i sigilli digitali, il recapito certificato della posta
elettronica e l’autenticazione dei siti web, per assicurarne il corretto funzionamento e per garantire lo stesso
effetto giuridico dei procedimenti cartacei.
Tutto ciò è stato fatto nella convinzione che solo fornendo certezze sulla sicurezza e sulla validità giuridica dei servizi
offerti online i cittadini sarebbero stati incentivati a spostarsi verso questi.
In seguito all’approvazione di questo regolamento, la normativa interna dei singoli stati si è dovuta conformare a quanto
stabilito dall’Unione.
In particolare, in Italia ciò è avvenuto col [Link].82/2005, il Codice di amministrazione digitale.
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I servizi che richiedono questo procedimento sono detti servizi qualificati, per distinguerli da quelli che, invece, non
richiedono l’identificazione informatica.
Il procedimento d’identificazione avviene mediante l’utilizzo di un’identità digitale, quale costituisce l’omologo del
documento d’identità cartaceo.
Quest’identità è composta da delle credenziali, rilasciate da un soggetto fisico dopo l’identificazione dell’esistenza del
soggetto e l’acquisizione di alcuni suoi dati personali, suddivisi in due tipologie:
Le credenziali, dal punto di vista tecnico, sono una sequenza di cifre binarie creata una tantum e assegnata a una persona
fisica.
Queste, poi, possono identificare la persona stessa abbinando una sequenza di bit, risultato di un’operazione di codifica
applicata ad un dato di più alto livello, facilmente memorizzabile, da parte di un’utente titolare di un pin (numerico) o di
una password (alfanumerico).
In altri casi, invece, i bit che costituiscono le credenziali vengono memorizzati sul microchip di una smart card, quale viene
consegnata all’utente.
Infine, un ultimo caso è quello delle credenziali biometriche, nelle quali la sequenza di bit è la rappresentazione
matematica risultante da una serie di operazioni partite dal rilascio di un campione biometrico del cittadino.
La scelta del tipo di credenziali risiede nell’ente quale fornisce il servizio.
Da tutto ciò si capisce l’importanza di conservare correttamente le credenziali consegnate da un determinato ente, per
evitare, nei casi di furto dell’identità digitale, due principali rischi:
Il fatto che, chi fosse in possesso di queste credenziali, potrebbe sostituirsi a lui;
La manipolazione dei dati personali e la disposizione di operazioni contro la volontà del soggetto titolare di quelle
credenziali.
Dal punto di vista normativo, le norme legate al livello minimo di sicurezza che le credenziali devono avere sono
contenute nel [Link].196/2003, mentre quelle relative alla titolarità delle credenziali dall’art.615-quarter c.p., introdotto
dall’art.4 della l.547/1993.
Nel processo di identificazione informatica intervengono principalmente tre soggetti:
1. Identity provider, ossia il soggetto che rilascia all’utente l’identità digitale e provvede alla sua conservazione,
secondo le norme di legge;
2. Service provider, ossia il soggetto che eroga il servizio online all’utente, dopo uno scambio d’informazioni con
identity provider e con l’attribute provider;
3. Attribute provider, ossia il soggetto che custodisce gli “attributi qualificativi” dell’utente, quali qualificano l’utente
stesso al fine dell’utilizzo del servizio stesso.
In alcuni casi, però, le prime due figure possono essere incorporate in una sola, in particolare nei casi in cui si tratta di un
ente che eroga un servizio, quale può anche custodire l’identità digitale degli utenti che vi accedono.
In questo caso, nel momento in cui l’utente richiede un certo servizio, il sistema informatico confronta le credenziali già
memorizzate nei propri registri con quelle inserite dall’utente, ai fini del riconoscimento dello stesso.
In altri casi, invece, questi due ruoli sono svolti da figure diverse, casi in cui è necessaria la presenza di un meccanismo di
scambio d’informazioni che permetta al service provider di “interpellare” l’identity provider per l’accesso dell’utente al
servizio.
Il processo d’identificazione informatica può essere suddiviso in 4 fasi:
1. Registrazione, ossia quella fase in cui l’identity provider identifica l’esistenza di una persona fisica e le rilascia le
credenziali.
Tale fase può avvenire con tre diverse modalità:
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- Modalità de visu, con la quale l’utente si presenta fisicamente negli uffici dell’identity provider, dove mostra un
documento d’identità, dal quale si potranno trarre i suoi attributi qualificativi.
In seguito a ciò gli verranno consegnate, in una busta chiusa, le credenziali del servizio.
Di recente questa modalità è stata ampliata anche tramite l’uso di dispositivi con fotocamera ad alta definizione,
permettendo all’utente di non doversi recare agli uffici dell’ente.
E’, comunque, la modalità di recezione delle credenziali più sicura;
- Modalità telematica, con la quale la registrazione avviene completamente su internet.
Con questa modalità l’utente compila, via web, un modulo nel quale inserire i propri dati anagrafici (attributi
qualificativi) e i propri recapiti elettronici (attributi secondari).
Dopo una fase di verifica, l’identity provider gli manderà, tramite gli attributi secondari, le credenziali di accesso al
servizio.
E’ una modalità molto meno sicura e, per questo motivo, riservata al rilascio di credenziali con un basso livello di
sicurezza;
- Modalità ibrida, con la quale l’utente compila via web un modulo contenente i propri dati anagrafici.
La differenza è che solo parte delle credenziali viene rilasciata tramite gli attributi secondari mentre, il restante,
viene consegnato recandosi agli uffici o mandato per posta al proprio indirizzo di residenza.
- Verifica dell’identità, caso in cui l’utente dichiara la propria identità e le proprie credenziali, quali vengono
confrontate con quelle che l’identity provider gli ha rilasciato e ha conservato, col fine di verificare che
corrispondano;
- Attribuzione dell’identità, caso in cui l’utente inserisce le credenziali, che vengono confrontate con quelle che
l’identity provider conserva, al fine di identificare il soggetto a cui queste sono associate.
Inoltre, questa fase può essere effettuata con l’ausilio di strumenti che possono essere:
- Materiali, quali sono generalmente smart card plastificate, quali contengono un microchip nel quale sono
memorizzati i certificati di autorizzazione, ossia sequenze di cifre binarie che costituiscono le credenziali
dell’utente stesso.
In questo caso l’autenticazione avviene tramite l’introduzione della card in un apposito lettore.
Altri strumenti materiali possono essere anche le chiavette USB, quali contengono i certificati di autenticazione
registrati nella propria memoria elettronica.
Questi strumenti, però, precludono l’utilizzo, nella precedente fase di registrazione, della modalità de visu;
- Non materiali, quali PIN o password, quali possono essere statici o dinamici.
In alcuni casi, però, anche il domicilio digitale, la firma elettronica qualificata o la firma digitale possono avere
anche la funzione di strumento non materiale per l’autenticazione;
- Biometrici, quali contengono campioni biometrici dell’utente, che costituiscono le sue credenziali.
Tale fase può avvenire utilizzando solo uno di tali strumenti, parlando di autenticazione a singolo fattore,
utilizzando due di questi, parlando di autenticazione combinata, o tutti e tre, parlando di autenticazione forte o
strong customer authentication;
3. Verifica dei dati, fase in cui il sistema informatico consulta l’attribute provider, al fine di verificare a quali servizi il
cittadino autenticato ha diritto ad accedere, quindi quali informazioni è legittimato ad ottenere e quali operazioni
può eseguire;
4. Autorizzazione all’accesso, in cui il sistema informatico autorizza un utente ad accedere a specifici servizi online di
cui questi ha diritto.
Tale autorizzazione può essere erogata tramite 4 diversi meccanismi:
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- Meccanismo dei permessi, basato su una matrice nella quale vengono associati all’identità digitale dell’utente dei
codici che indicano se l’utente può o non può accedere a un determinato servizio online.
Tale meccanismo funziona perfettamente se all’interno del sistema informatico l’identity provider e il service
provider sono lo stesso soggetto;
- Meccanismo dei ticket, quale funziona meglio nei sistemi informatici che vedono l’identity provider e il service
provider come due figure diverse.
Tale meccanismo prevede un primo nodo di rete (identity provider e attribute provider) che autentica e verifica
l’utente e gli fornisce un ticket di accesso, che gli dà diritto all’accesso a un determinato servizio erogato da un
secondo noto, quale funge da service provider;
- Meccanismo delle asserzioni, quale permette la possibilità di accedere a diversi siti internet, di diversi service
provider, con le stesse credenziali.
Questo meccanismo, però, presuppone che identity provider, service provider e attribute provider siano tre figure
differenti.
Si presenta con un primo noto di rete (identity provider) quale autentica l’utente e spedisce un asserzione
(messaggio scritto in linguaggio SAML – Security Assertion Markup Language) detta SAML Authorisation Assertion.
Si passa, poi, a un secondo nodo di rete, quale verifica i diritti e invia a un’altra asserzione, detta SAML Attribute
Assertion, al nodo di service provider più adatto a fornire il servizio richiesto;
- Meccanismo degli identificatori, quale funziona come il meccanismo delle asserzioni, differenziandosi per lo
scambio di identificatori, o token testuali.
Si tratta di simboli standard OpenID Connect che consentono di trasferire informazioni sul titolare dell’identità
digitale o sui suoi attributi qualificati con un grado di sicurezza maggiore rispetto al linguaggio SAML.
La prima fase si effettua una tantum, ossia quando l’identity provider identifica il cittadino e gli rilascia le credenziali di
accesso al servizio, quali saranno la sua identità digitale.
Le altre 3 fasi, invece, vengono effettuate ogni volta che il cittadino introduce le sue credenziali nel sistema informatico per
avere accesso ai servizi.
Tutto ciò deve, comunque, essere gestito da particolari sistemi informatici, detti Identity Management System, quali
devono essere sufficientemente affidabili, per non permettere a soggetti esterni di accedere alle credenziali dell’utente.
L’autenticazione in Italia può avvenire tramite diversi strumenti, suddivisi nelle tre categorie prima citate (materiali, non
materiali e biometrici).
Partendo dagli strumenti materiali, questi possono essere:
1. La carta d’identità elettronica, attualmente rilasciata da parte del proprio comune di residenza, quale rappresenta
la Eletronic Identification Card.
Si tratta di una smart card quale racchiude un microchip, quale contiene i certificati di autenticazione, ossia le
credenziali che permettono l’autenticazione dell’utente da parte del sistema informatico.
Sulla carta è presente anche una fotografia del titolare, permettendole di essere uno strumento per
l’identificazione de visu o per quella informatica.
Inoltre, le carte rilasciate dopo il 15 luglio 2019 devono contenere anche due impronte digitali, quali facilitano
l’accertamento dell’identità fisica ai varchi di frontiera tramite i sistemi di controllo elettronico utilizzati per il
passaporto biometrico.
I dati anagrafici e la fotografia del titolare della carta sono sia stampati con laser sul materiale plastico e protetti
con sistemi di anticontraffazione, sia memorizzati nel microchip, mentre i certificati di autenticazione, i campioni
biometrici e altri dati anagrafici sono registrati solo in quest’ultimo.
I dati stampati sul documento o memorizzati sul microchip sono:
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- Codice fiscale alfanumerico e codice a barre;
- Residenza;
- PER I CITTADINI RESIDENTI ALL’ESTERO, comune di iscrizione AIRE.
A ciò si affiancano i certificati di autenticazione, l’accesso ai quali avviene da parte del titolare tramite la digitazione
di un PIN di sblocco, quale gli viene fornito al rilascio della carta.
Infatti, i bit che costituiscono l’identità digitale del titolare sono sottoposti a un’operazione di cifratura e, quindi,
per essere decifrati serve una chiave crittografica, quale viene identificata dal sistema in base al PIN digitato
dall’utente.
Per utilizzare questa carta è necessario un lettore di smart card, ossia un dispositivo hardware in grado di leggere i
dati contenuti sulla carta.
Questa è, inoltre, utilizzabile anche come identità digitale unica europea;
2. La carta nazionale dei servizi, anche questa una smart card sulla quale è presente un microchip che contiene i
certificati di autenticazione.
Questa può essere rilasciata sia dai comuni che da tutti gli enti di pubblica amministrazione italiani.
Questa, però, non contendendo una fotografia, non può essere utilizzata per l’identificazione de visu.
Inoltre, ogni pubblica amministrazione può emettere una sua carta, personalizzandola inserendo le credenziali
necessarie per accedere ai suoi specifici servizi online, inquadrandosi in un contesto in cui il service provider è
anche l’identity provider.
Anche per il suo utilizzo è necessario un lettore di smart card, anche se alcune sono dotate di funzionalità
wireless, potendo essere lette da uno smartphone tramite l’avvicinamento.
Altre ancora, invece, possono essere chiavette USB o wireless.
Infine, altre possono contenere anche la firma elettronica del titolare, se sul microchip sono inseriti anche i
certificati di sottoscrizione, caso in cui la smart card può essere usata anche come strumento di sottoscrizione
elettronica;
3. La tessera sanitaria, o carta regionale dei servizi, nata dopo la riforma, con la [Link].3/2001, del titolo V della
costituzione, quale affida alle regioni l’organizzazione e la programmazione dei servizi sanitari.
Tale carta ha unificato la vecchia tessera sanitaria con la CNS.
Questa è una smart card uguale alla precedente tessera sanitaria, contenente anche un microchip su cui sono
memorizzati i certificati di autenticazione del titolare.
Affinché tale tessera possa essere usata anche come CNS è necessario attivarla accedendo al portale dei servizi
informatici della propria regione.
Facendo un confronto tra la carta d’identità elettronica e la carta dei servizi nazionale, entrambe consentono l’accesso ai
servizi in rete erogati dalle pubbliche amministrazioni.
Valutando, però, i singoli vantaggi di queste due carte, la prima:
La seconda, invece:
Comunque, dal 2019 chi deve rinnovare la carta d’identità è obbligato a chiedere al comune di residenza un nuovo
documento elettronico, anche se ciò non vieta di poter chiedere una o più CNS al comune o ad altri enti.
Tra gli strumenti non materiali, invece, troviamo:
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1. Password e PIN statici, primi strumenti usati per l’autenticazione.
Questi sono costituiti da una sequenza di caratteri che l’utente deve introdurre al momento dell’autenticazione.
Tendenzialmente si tratta di credenziali che non variano nel tempo, anche se si consiglia di cambiarle ogni 6
mesi/anno, per limitare il loro intercettamento da parte di pirati informatici.
Sempre per questo motivo, per le password possono essere richieste caratteristiche minime che queste devono
presentare, per renderne più difficile l’intercettazione col sistema fraudolento di brute force, quale si fonda su
algoritmi che provano in successione tutte le password più comuni;
2. Password dinamiche, detta anche One Time Password, ossia una password numerica quale non dev’essere tenuta
in memoria da parte dell’utente, ma, anzi, viene fornita solo al momento dell’utilizzo.
Proprio per questo motivo, questa può essere utilizzata solo una volta per un limitato periodo di tempo.
Generalmente questa è affiancata da una password statica, per rafforzarne la sicurezza, realizzando
un’autenticazione a doppio fattore.
Tale password può essere generata:
- Da un token hardware, caso in cui l’utente viene dotato di un dispositivo fisico detto security token, quale
contiene un codice detto seme (sequenza di cifre binarie abbinata all’utente nella fase di registrazione) e un
orologio ad alta precisione.
Ogni 30 secondi il security token genera una password, calcolata tramite un algoritmo che tiene conto del seme e
dell’orario indicato dall’orologio, quale, allo stesso tempo, è sincronizzato con un orologio ad alta precisione
contenuto nel sistema informatico del service provider che dovrà effettuare l’autenticazione.
Questi, inoltre, conserva tutti i semi dei vari utenti, ai quali ha rilasciato le credenziali, e può in ogni momento
rilasciare la stessa OTP che genera il token.
Al momento dell’autenticazione l’utente inserisce nel sistema la OTP visibile in quel momento sul token e, se è
uguale a quella calcolata dall’identity provider, l’autenticazione ha successo;
- Da un’applicazione, caso in cui l’utente installa sul proprio dispositivo un’app che gli viene consegnata
dall’identity provider al momento della registrazione.
Nel momento in cui l’utente ha avviato l’applicazione e il sistema informatico gli invia sul dispositivo la password
dinamica, questi dovrà digitarla correttamente per completare l’operazione.
Questa, comunque, può essere utilizzata solo una volta e vale per pochi secondi;
3. Domicilio digitale, ossia un indirizzo di posta elettronica certificata inserito in appositi elenchi pubblici, definiti
dagli artt.6-6quinquies del CAD (Codice amministrazione digitale), la cui funzione principale è quella di
permettere il recapito certificato.
Questo può essere usato come strumento per l’autenticazione solo nei casi in cui si effettuino operazioni che
consistono nell’invio di documentazione, nella presentazione in rete d’istanze e nella trasmissione di pratiche alla
pubblica amministrazione.
In questi casi, infatti, il domicilio digitale identifica l’autore della spedizione telematica.
Ciò, inoltre, è tutelato dall’art.65 CAD comma 1 “Le istanze e le dichiarazioni presentate per via telematica […]
sono valide […] se trasmesse dall’istante o dal dichiarante dal proprio domicilio digitale”;
4. Firma elettronica qualificata e firma digitale, quali possono essere utilizzate come strumento di autenticazione solo
nei casi nei quali è possibile utilizzare il domicilio digitale.
Ciò si può anche leggere all’art.20 CAD comma 1-ter “L'utilizzo del dispositivo di firma elettronica qualificata o
digitale si presume riconducibile al titolare di firma elettronica, salvo che questi dia prova contraria”.
Infine, gli ultimi strumenti sono quelli biometrici, quali sono studiati dalla biometria, ossia la scienza che si occupa dello
studio degli strumenti per la misurazione delle caratteristiche fisiche e comportamentali di un individuo, dette
caratteristiche biometriche.
Tale materia, inizialmente, ha trovato applicazione in ambito criminologo, anche se di recente è stata ampliata anche
all’ambito della sicurezza nazionale e di quella lavorativa.
Questa, però, richiede che i soggetti sottoposti alla verifica di identità siano collaborativi rispetto all’uso di tali strumenti.
Questi vengono utilizzati per due tipi di controllo:
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1. Controllo per l’accesso fisico, quale serve per verificare i diritti di un individuo ad accedere fisicamente a uno
spazio;
2. Controllo per l’accesso logico, quale serve per l’accesso a risorse informatiche e servizi online, divenendo un
sistema di autenticazione per l’identificazione informatica.
Per quanto riguarda, invece, le caratteristiche fisiche più utilizzate nella verifica dell’identità, queste sono fisiche, quali le
impronte digitali, l’iride, la retina o il volto, oppure comportamentali, quali la voce o il movimento della mano durante la
firma.
Inoltre, in relazione a ciò, gli strumenti utilizzati per tale controllo sono:
Queste, quindi, non hanno un unico grado di affidabilità, per il quale s’intende la combinazione dell’unicità e del grado di
accuratezza nel riconoscimento.
Tra le caratteristiche fisiche le più affidabili sono le impronte digitali e l’iride, dal punto di vista dell’unicità, mentre, dal
punto di vista dell’accuratezza nel riconoscimento la più affidabile è l’iride.
Per quanto riguarda la pubblica amministrazione, le “Linee guida per l’impiego delle tecnologie biometriche nelle
pubbliche amministrazioni” del 2004 fornisce un quadro generale sull’uso delle tecnologie biometriche.
Tali linee guida introducono i seguenti criteri di valutazione:
1. Affidabilità;
2. Robustezza (funzionamento anche in situazioni critiche);
3. Usabilità (semplicità e praticità d’uso);
4. Accettabilità della procedura da parte dell’utente.
Altri parametri presi in considerazione sono, invece, il costo e la dimensione del dispositivo, oltre che l’integrabilità del
software che lo gestisce.
Tali strumenti vengono utilizzati nel corso del riconoscimento biometrico, ossia il procedimento che utilizza le
caratteristiche biometriche di una persona al fine della sua identificazione.
Tale procedimento è articolato su due fasi:
2. Autenticazione, quale ricorre ogni volta che l’utente intende usare le proprie caratteristiche biometriche per
effettuare l’accesso.
Anche questa, come la precedente, si struttura su più passaggi:
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- Con modello memorizzato su supporto hardware, quale può portare alla sola verifica dell’identità dell’utente;
- Con modello memorizzato nell’archivio informatico, nella quale vi può essere anche l’attribuzione dell’identità.
Le liceità di tali strumenti, però, è oggetto di continue controversie, in particolare relative al furto dell’identità.
Infatti, se un ladro ricostruisce la caratteristica biometrica dalla quale è stato generato un template di cui è venuto in
possesso, all’utente non resterebbe altro che rinunciare a quella caratteristica come sistema di riconoscimento personale.
Per tale motivo, il garante per la protezione dei dati personali si è espresso più volte per limitare la legittimità dell’impiego
delle tecnologie biometriche per i sistemi di identificazione personale.
In un provvedimento del 23 novembre 2006, “Linee guida per il trattamento di dati di dipendenti privati”, in particolare ai
punti 41 e 42.
Secondo il garante, tale processo è da escludere, poiché necessiterebbe la creazione e la gestione di archivi centralizzati
pericolosi, contenenti numerosi template.
D’altro canto, viene consentita la verifica dell’identità nei casi in cui questa viene effettuate senza la centralizzazione delle
informazioni, tramite la memorizzazione su un hardware in possesso del titolare.
Nel provvedimento del 12 novembre 2014, “Linee guida in materia di riconoscimento biometrico e firma biometrica”, il
garante è tornato sulla questione del furto d’identità, sottolineando quando si era detto sulla non revocabilità delle
credenziali biometriche, in particolare al punto 7.2, dove aprì la possibilità all’uso delle tecnologie biometriche quando
affiancate ad altri sistemi di autenticazione.
Nel 2016, invece, è stato approvato il GDPR n.679/2016, quale, all’art.9, stabilisce che “È vietato trattare dati personali che
rivelino l’origine razziale o etnica, le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche, o l’appartenenza sindacale,
nonché trattare dati genetici, dati biometrici intesi a identificare in modo univoco una persona fisica, dati relativi alla salute
o alla vita sessuale o all’orientamento sessuale della persona”.
Nel comma successivo, invece, vengono elencate tutte le eccezioni a tale divieto.
Sempre in tale contesto, nel 2018, il garante è stato chiamato a esprimere un parere sulla l.56/2019, “Interventi per la
concretezza delle azioni delle pubbliche amministrazioni e la prevenzione dell’assenteismo”, quale parlava della
sostituzione del badge con un sistema a impronte digitali per la rilevazione delle presenze sul posto di lavoro.
In sintesi, il garante ha autorizzato l’uso del riconoscimento biometrico per il controllo delle presenze, solo nei casi in cui
gli altri metodi risultino inefficaci, escludendo, però, il contemporaneo uso di ciò assieme a dispositivi di
videosorveglianza, in quanto non proporzionato a quanto stabilito all’art.9 GDPR.
In passato, la maggior parte dei service provider hanno anche svolto il ruolo di identity provider, in quanto ogni ente
erogatore di servizi provvedeva anche alla registrazione dell’utente.
Con l’aumento, però, dei servizi online si è progressivamente ridotto l’efficienza di questo metodo, principalmente in
campo di rischio di furto delle credenziali e di accesso abusivo ai sistemi informatici.
Invece, un sistema in cui service provider e identity provider sono due figure differenti permette di dotare il cittadino di un
unico blocco di credenziali, parlando di identità digitale unica.
In questi casi, l’identity provider si occupa di:
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Questo tipo di sistema permette agli enti fornitori di servizi di disporre di utenti potenzialmente illimitati, senza necessità
di censirli e senza l’onere di conservare le loro credenziali e di proteggerle contro i furti dell’identità digitale.
Tale identità digitale unica era uno degli obiettivi del regolamento eIDAS.
Nella prima parte questo prevede che ogni stato comunitario si doti di un meccanismo d’identità digitale unica, in base alla
quale ogni cittadino sia dotato di un unico blocco di credenziali, con le quali può accedere a tutti i servizi online erogati
dalle pubbliche amministrazioni.
Questi sistemi, però, devono essere anche in collegamento tra di loro, per permettere ai cittadini dei vari stati comunitari
di accedere ai servizi offerti da altri stati comunitari.
Con tale fine è stato promulgato il regolamento di esecuzione dell’eIDAS 1501/2015, dove all’art.2 spiega come questo
collegamento avvenga.
Ciò avviene tramite i nodi, ossia un punto di connessione che interviene nell’autenticazione transfrontaliera delle persone
ed è in grado di riconoscere ed elaborare trasmissioni, oltre che inoltrarle ad altri nodi tramite una struttura di
identificazione elettronica nazionale di uno stato membro.
Ogni stato dell’UE, quindi, ha realizzato un proprio nodo eIDAS tale, da un lato è connesso al proprio sistema eID
nazionale mentre, dall’altro, è in grado di connettersi ai nodi eIDAS degli altri stati.
Oltre ai nodi, poi, questo sistema opera anche tramite l’operatore di nodo, ossia un’entità responsabile di assicurare che il
nodo svolga le sue funzioni in modo corretto e affidabile.
In Italia il sistema eID è stato nominato come “Sistema Pubblico per la gestione dell’Identità Digitale” o SPID, operativo del
2016.
Il nodo eIDAS, invece, è stato realizzato col progetto “First Italian Crossborder eIDAS Proxy”.
Tale progetto ha superato il test di valutazione della commissione europea nel 2017 e nel 2018 è stato collegato alla
piattaforma di eIDAS Network.
In seguito a ciò, l’UE ha previsto anche che vengano rilasciate ai cittadini degli stati comunitari delle carte d’identità
elettroniche, quali possono essere usate come strumento d’identità digitale unica per l’accesso ai servizi online
transnazionali.
Il regolamento eIDAS ha trovato attuazione in Italia col d.l.69/2013, quale ha modificato l’art.64 CAD introducendo lo
SPID.
Le caratteristiche tecniche e le modalità/tempi di adozione sono, invece, stati stabiliti dal dpcm del 24 ottobre 2014.
Lo SPID permette a cittadini e imprese di utilizzare un’unica identità digitale per accedere a tutti i servizi online offerti
dalle pubbliche amministrazioni e dagli enti privati che hanno aderito al sistema.
Inoltre, tale eID è fondato sul principio di separazione tra identity provider e service provider.
Il primo è costituito da quei soggetti pubblici/privati quali vengono selezioni e autorizzati dall’AgID, mentre i secondi sono
tutti i soggetti della pubblica amministrazione, obbligati ad avere lo SPID.
Per i service provider privati, invece, è prevista, in forza dell’art.15 del precedente dpcm, l’adozione volontaria, anche se
l’adozione dello SPID esonera le imprese dall’obbligo generale di sorveglianza delle attività sui loro siti (art.17
[Link].70/2003), anche se ciò si presenza a elevati costi, motivo per cui sono poche le aziende private che si sono dotate di
tale sistema.
Il cittadino privato, invece, non è obbligato a richiedere lo SPID in quanto, se dotato di CIE o CNS, può comunque
accedere ai servizi online offerti dalle pubbliche amministrazioni, anche se queste due non rispettano il principio di
separazione tra identity e service provider.
D’altro canto, il cittadino può anche munirsi di più SPID.
Per quanto, invece, riguarda le modalità di riconoscimento del soggetto e di conseguente rilascio delle credenziali, la
decisione in merito è lasciata ai vari identity provider.
Ogni cittadino può, inoltre, scegliere il proprio identity provider e, i vari service provider, non possono discriminare
l’accesso ai servizi in base al gestore che ha fornito l’identità al cittadino.
Infine, i service provider hanno diritto di assicurarsi che le credenziali di accesso abbiano un giusto livello di sicurezza,
motivo per cui sono stabiliti 3 livelli di sicurezza di identità SPID, quali corrispondono a tre diverse categorie di credenziali
rilasciate dagli identity provider.
Lo SPID non viene rilasciato dallo stato italiano ma, bensì, da soggetti pubblici o privati che fungono da identity provider.
Il motivo di ciò risiede principalmente nella sicurezza, in quanto non sarebbe stato conveniente porre un unico ufficio che
gestisse tutte le identità digitali di tutti i cittadini italiani, poiché risulterebbe un bersaglio troppo appetibile per i ladri di
identità.
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Ciò viene, quindi, ovviato suddividendo l’erogazione e la gestione su più enti quali devono essere in possesso di
caratteristiche indicate dall’art.10 dpcm 24 ottobre 2014, ossia:
Inoltre, secondo il comma 2-undecies art.64 CAD, i gestori di identità digitale vengono iscritti in un apposito elenco tenuto
dall’AgID.
I vari identity provider sono tenuti a garantire una gestione sicura delle componenti riservate delle identità digitali dei
componenti, cosa che vale anche per i service provider.
Inoltre, i vari enti devono sottoporsi periodicamente alle ispezioni di un organismo di valutazione accreditato a livello
europeo.
L’utente che vuole richiedere lo SPID deve, in primis, scegliere il gestore di identità digitale che preferisce e, in seguito,
deve sottoporsi alla procedura di registrazione secondo una delle modalità proposte dal gestore, quali possono essere:
Nella successiva fase d’identificazione, poi, l’utente deve fornire gli attributi qualificativi e quelli secondari, quali vengono
controllati e, se va tutto bene, viene rilasciata l’identità digitale.
Ci sono anche, però, dei casi in cui l’identità può essere revocata, come:
Per lo SPID sono richiesti tre livelli di sicurezza, ciascuno dei quali permette all’utente di accedere ai servizi online di cui fa
richiesta, come da art.6 comma 5 dpcm 24 ottobre 2014.
Tali livelli sono gli stessi per ogni sistema eID e sono individuati sulla base di criteri internazionali.
Questi tre livelli sono:
1. Denominato LoA2 dell’ISO-IEC SIS 29115, quale è usato per le operazioni a rischio moderato.
Questo si compone solamente di una password statica, quale deve avere:
- Almeno 8 caratteri;
- La presenza sia di caratteri minuscoli che maiuscoli;
- Almeno un carattere numerico;
- Non più di 2 caratteri identici di seguito;
- Un carattere speciale.
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2. Denominato LoA3 dell’ISO-IEC SIS 29115, usato per le operazioni a rischio ragguardevole.
Questa consiste in un’autenticazione a doppio fattore, composta da una password statica e da una OTP, quale ha
una durata limitata e, alla fine di essa, perde validità;
3. Denominato LoA4 dell’ISO-IEC SIS 29115, usato per le operazioni a rischio molto alto.
Tale livello è uguale al secondo, con la differenza che la password statica viene abbinata a una firma digitale.
Nel momento in cui un utente si collega al portale di un service provider, il provider in questione deve individuale
l’identity provider in grado di autenticare l’utente.
Il primo passo è, quindi, richiedere all’utente il gestore della propria identità digitale, facendoglielo scegliere tramite un
menù a tendina.
Dopo che viene effettuata la scelta, l’utente viene indirizzato verso la pagina dell’identity provider, dove gli viene richiesto
di inserire le sue credenziali e, se queste corrispondono, l’identity provider emette ad uso del fornitore dei servizi
un’attestazione di autenticazione.
L’utente viene, quindi, reindirizzato verso la pagina del service provider, dove potrà accedere al servizio.
Per certe operazioni, però, l’utente necessita di avere determinati attributi qualificativi che attestino che ha il diritto di
accedere a quelle operazioni, per cui dovrà rivolgersi a un attribute provider per provare che questi sono presenti.
Fino ad aprile 2022 tutti questi scambi avvenivano tramite asserzioni SAML, mentre col AgID 616/2021, “Linee guida per
OpenID Connect in SPID”, dal primo maggio 2022 i gestori di identità digitali dello SPID sono tenuti a impiegare lo
standard OpenID Connect.
Nella fase di verifica del diritto a usufruire di un particolare servizio possono essere interpellati uno o più attribute
provider, quali sono:
Il ministero dello sviluppo economico, sulla base dei dati contenuti nell’indice nazionale dei domicili digitali,
delle imprese e dei professionisti;
Gli albi professionali;
Le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura;
L’AgID, in relazione ai dati contenuti nell’indice degli indirizzi della pubblica amministrazione.
Nel caso delle imprese e dei liberi professionisti, però, gli attributi qualificativi normalmente riportati risultano
insufficienti, motivo per cui, con l’AgID 6 novembre 2019, è stato introdotto eIDup, uno SPID a uso professionale.
Questo può essere di due tipi:
Per il suo rilascio è previsto un sistema di doppio controllo che presuppone che la richiesta provenga allo stesso momento
dall’utente che ne farà uso e dall’organizzazione di cui questi fa parte.
Oltre a ciò, il rilascio di questo SPID può essere a pagamento ed è utilizzabile solo in ambito professionale.
Attualmente gli identity provider in Italia sono:
1. InfoCert SPA;
2. Poste Italiane SPA;
3. TIM SRL;
4. SIELTE SPA;
5. Aruba PEC SPA;
6. [Link].S.A. SPA;
7. Namirial SPA;
8. [Link] SPA;
9. Lepida SPA;
10. TeamSystem SPA.
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Le identità rilasciate sono quali 33 milioni mente gli enti della pubblica amministrazione che hanno adottato questo
sistema sono circa 12 mila.
Per quanto, invece, riguarda le imprese private, queste inizialmente decisero di non aderire, dovendo versare un
contributo non specificato ai vari identity provider.
Con l’AgID 366/2017 del 18 dicembre 2017 è stato specificato come si dovesse pagare una tariffa annua di 500.000 euro
fino a 1.500 utenti e poi 0,20 centesimi per ogni utente oltre questo numero.
Essendo, però, un sistema molto oneroso molti soggetti privati decisero comunque di non aderire.
I numeri cambiarono con l’AgID 116/2019, col quale è stato introdotto un sistema basato sui numeri di accesso annuali,
per cui molti service provider privati decisero di aderire (147).
Tra i service provider, però, alcuni sono anche identity provider, in particolare InfoCert SPA e Namirial SPA.
Per quanto riguarda, invece, la Carta d’Identità Elettronica, questa viene rilasciata dal ministero dell’interno, quale si avvale
del processo di identificazione esercitato dagli ufficiali di anagrafe presso i comuni che rilasciano tale carta.
L’autenticazione, invece, avviene tramite i certificati di autorizzazione contenuti nel microchip della carta, riconosciuti da
tutti i service provider della pubblica amministrazione, quali, quindi, non necessitano di convenzioni col ministero e, per
lo stesso motivo, i dipendenti di tali pubbliche amministrazioni verificano il documento di identità cartacea per erogare
servizi per mezzo di uno sportello tradizionale.
La CIE, infatti, funge sia da strumento per l’identificazione de visu, sia per l’identificazione informatica del titolare.
A differenza dello SPID, però, questa carta non può essere usata per l’accesso a servizi offerti da privati.
Di recente è stata ideata un’applicazione, CieID, quale permette di utilizzare la CIE come identità digitale unica senza
disporre fisicamente della stessa.
Una volta avviata l’app per la prima volta, l’utente deve inserire un PIN di 8 cifre che gli viene fornito nel momento in cui
gli viene rilasciata la carta.
In seguito a ciò, il cittadino potrà usare l’applicazione per accedere ai servizi online tramite la scansione di un codice a
barre che appare sul sito del service provider e digitando le ultime 4 cifre del suo PIN.
Da settembre 2018 è diventata operativa la piattaforma eIDAS-Network, quale permette ai cittadini e alle imprese dell’UE di
accedere a servizi online erogati da altri stati.
L’Italia è stata unita a questa piattaforma il 26 settembre 2018, come da pubblicazione in gazzetta ufficiale.
Il meccanismo di autenticazione, in questa situazione, funziona come segue:
1. Il cittadino invia la richiesta di accesso a un servizio al nodo eIDAS dello stato estero;
2. Il nodo richiede al cittadino lo stato di provenienza;
3. L’utente seleziona lo stato;
4. Il nodo invia la richiesta al nodo dello stato di appartenenza del cittadino;
5. Il nodo in questione invia una richiesta all’identity provider che ha lasciato l’identità digitale al cittadino;
6. Una volta verificate le credenziali, il nodo dello stato di appartenenza invia la conferma al nodo dello stato estero,
quale invia tale conferma al service provider;
7. L’utente ha accesso al servizio.
I portali della pubblica amministrazione dei vari stati comunitari, comunque, hanno attivato sui propri portali un banner
con la scritta “Login with eIDAS button”, cliccando sul quale si attiva il procedimento di autenticazione sopra elencato.
Per quanto riguarda, infine, le eIC, il procedimento di autenticazione utilizza gli stessi nodi previsti per lo SPID.
L’AgID ha provveduto a integrare la CIE col nodo italiano, in data 13 settembre 2019, come da pubblicazione in gazzetta
ufficiale.
Ciò ha portato all’utilizzo della CIE come mezzo per l’accesso ai servizi online di stati esteri che richiedono credenziali di
primo, secondo o terzo livello.
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1. Creazione, verifica e convalida di firme elettroniche, sigilli elettronici o validazioni temporali elettroniche, servizi
di recapito certificato e certificati relativi a tali servizi;
2. Creazione, verifica e convalida di certificati di autenticazione di siti web;
3. Conservazione di firme, sigilli o certificati elettronici relativi a tali servizi.
Per firma elettronica s’intende l’applicazione, a un documento elettronico, di tecnologie che consentano di attribuire al
testo alcune funzioni proprie della sottoscrizione autografa di un testo cartaceo.
In Italia la valida della firma elettronica, oltre che la sua efficacia probatoria, sono regolati dall’art.20 CAD.
Tra le varie categorie di firma elettronica troviamo:
1. Firma elettronica, quale, secondo l’art.3 comma 1, sono “dati in forma elettronica, acclusi oppure connessi tramite
associazione logica ad altri dati elettronici e utilizzati dal firmatario per firmare”.
Un esempio di firma elettronica è l’inserimento del PIN da parte dello studente per la verbalizzazione dell’esito di
un esame universitario, oppure le informazioni pubblicate su una sezione di un portale da parte di un utente,
oppure l’inserimento della password per l’accesso alla propria casella di posta elettronica;
2. Firma elettronica avanzata, quale è “una firma elettronica che soddisfi i seguenti requisiti:
Questa prevede un livello minimo di sicurezza e richiede l’associazione ai dati sottoscritti di alcuni dati che
identifichino il sottoscrittore.
Esempi di questa firma sono le OTP oppure la PEC.
Tra i vari tipi di firma elettronica avanzata si possono trovare:
- Firma grafometrica, un particolare tipo di firma elettronica avanzata che si basa sul riconoscimento biometrico
della firma autografa.
Per questa, il titolare rilascia un campione biometrico della caratteristica comportamentale consistente nei
movimenti della propria mano durante la firma autografa.
L’utente appone la propria firma su un particolare tablet, dove si codificano comportamenti quali la velocità di
scrittura, la posizione esercitata, l’angolo di inclinazione, il numero di volte in cui la penna viene sollevata e
l’accelerazione di movimenti della mano.
Ciò viene poi associato in modo univoco al documento elettronico da firmare.
Ciò potrebbe essere utilizzato anche come strumento di autenticazione nel processo di identificazione informatica
di un utente.
In questi casi, però, può essere richiesto di ripetere il processo più volte prima che l’autenticazione vada a buon
fine;
- Firma mobile, una firma elettronica avanzata la quale viene conservata sulla memoria del telefono o su quella
della SIM.
Questa, quindi, può essere utilizzata dal titolare per sottoscrivere documenti elettronici operando col proprio
telefono.
3. Firma elettronica qualificata, una firma creata da un dispositivo per la creazione di una firma elettronica qualificata
e basata su un certificato qualificato per le firme elettroniche.
Si tratta, quindi, di una firma elettronica avanzata che, però, prevede dei certificati, definiti dall’art.28 CAD, quale
rimanda anche all’allegato II del regolamento eIDAS, riguardante i requisiti da possedere per effettuare questa
firma.
Tra questi si trovano:
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- Il codice fiscale rilasciato dall’autorità fiscale del paese di residenza del titolare;
- Informazioni riguardati l’appartenenza a ordini o collegi professionali;
- Eventuali limiti d’uso del certificato;
- Eventuali limiti del valore degli atti unilaterali e dei contratti per i quali il certificato può essere utilizzato.
I certificati qualificati sono anche detti “certificati di sottoscrizione” e sono memorizzati su un dispositivo in
possesso dell’utente.
Gli enti accreditati al rilascio della firma elettronica qualificata sono detti Certification Authorities e devono
possedere i requisiti richiesti ai prestatori di servizi fiduciari.
Un altro tipo di firma elettronica qualificata è quella remota, nella quale i certificati sono messi a disposizione
dall’ente certificatore accreditato tramite la tecnica di cloud computing.
In questo caso, l’utente accede ai propri certificati inserendo una password dinamica e poi effettuando una
chiamata a uno specifico numero verde, cosa che risulta più sicura in quanto questo passaggio non avviene su
internet;
4. Firma digitale, ossia una firma basata su un sistema di chiavi crittografiche, una pubblica e una privata, correlate
tra loro, che consentono all’utente tramite la chiave privata, e a un soggetto terzo tramite la chiave pubblica, di
rendere manifesta e verificare la provenienza e l’integrità di un documento, o di un insieme, informatico.
La definizione di documento informatico si trova all’art.1 CAD, quale “la rappresentazione informatica di atti, fatti
o dati giuridicamente rilevanti”.
La firma digitale prevede un sistema di crittografia asimmetrica, dove la chiave usata per cifrare il testo e quella per
decifrarlo sono diverse.
Ogni firmatario possiede una chiave pubblica e una privata, la cui deve essere conservata segretamente al titolare,
mentre quella pubblica viene resa accessibile a chiunque da parte della Certification Authority che ha emesso la
firma digitale.
Il titolare firma con una chiave privata un documento informatico e tutti coloro che ne vengono in possesso
possono verificare la firma con la chiave pubblica, garantendo l’autenticità del documento.
Inoltre, il titolare può associare a un documento la chiave pubblica di un destinatario, quale potrà decifrare il
documento utilizzando la propria chiave privata.
La chiave privata è, in generale, inserita tra i certificati di sottoscrizione della firma.
Il documento, in alternativa, può essere firmato in modalità Cryptographic-Message-Syntax Advanced Eletronic
Signatures o in modalità Portable-Document Format Advanced Eletronic Signatures.
La prima modalità permette di firmare un documento informatico memorizzato su ogni tipo di file.
Dopo la firma il file assume il formato p7m, quale comprende anche le informazioni riguardati l’autenticità del
documento.
La seconda modalità, invece, permette di firmare documento in formato PDF, per cui dopo la firma il documento
mantiene il formato PDF.
Tra gli altri tipi di firma digitale troviamo:
- La firma digitale remota, nella quale i certificati e la chiave privata dell’utente sono conservati all’interno di un
server remoto dotati di modulo di sicurezza hardware, gestito dall’ente che rilascia la firma.
Il titolare della firma deve, quindi, accedere al server e autorizzare l’apposizione della firma, previa identificazione
informatica, quale si realizza tramite un PIN statico, un’OTP o tramite riconoscimento biometrico;
- La firma digitale con SPID, una tipologia di sottoscrizione elettronica che consiste nel firmare digitalmente un
documento elettronico utilizzando lo SPID.
Questa, però, è soggetta ad alcune limitazioni:
* E’ possibile solo se si sta utilizzando un servizio online e se tale modalità è prevista dal service provider;
* Si possono sottoscrivere solo documenti elettronici proposti online dal service provider.
In questi casi il service provider fa apparire sulla pagine web un banner con la scritta “Firma con SPID”.
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Nella prima versione del CAD, risalente al 2005, era contenuto solo il concetto di firma elettronica, di firma elettronica
qualificata e di firma digitale, mentre nel 2010 è stata aggiunta anche la firma elettronica avanzata, quale venne distinta
dalla semplice firma digitale.
Oltre alla firma elettronica possiamo trovare:
1. Il sigillo elettronico, una serie di dati in forma elettronica cifrata che vengono associati a un documento
elettronico per garantirne l’originalità e l’inalterabilità nel tempo, come da art.3 comma 1 punto 25 del
regolamento eIDAS.
Il sigillo elettronico, però, riguarda una persona giuridica, per cui si può risalire a chi ha creato il documento nel
momento in cui si è in possesso della denominazione, della partita IVA o del codice fiscale della persona giuridica.
Questo può essere:
- Qualificato, quale prevede dei certificati qualificati, elencati all’allegato III del regolamento eIDAS, quali sono un
insieme di dati che rappresenta in modo univoco il prestatore di servizi fiduciari qualificato che rilascia i certificati
e include almeno uno stato comunitario in cui questo è stabilito e il nome del creatore del sigillo.
Questi certificati, però, non sono custoditi da chi appone il sigillo, potendoli solo creare nel momento in cui gli
servono.
In Italia l’uso del sigillo è poco diffuso e questo è nominato solo all’art.35 CAD, anche se introdotto nel nostro
ordinamento dalla normativa comunitaria.
Questo, nel nostro paese, viene principalmente utilizzato nei documenti elettronici relativi alle somme incassate
durante la giornata nell’ambito della procedura di memorizzazione elettronica e trasmissione informatica dei
corrispettivi (scontino elettronico);
2. La validazione temporale elettronica, un servizio fiduciario che permette di datare un documento elettronico,
come da artt.41-42 del regolamento eIDAS.
All’art.41 si legge che a questa non possono essere negati gli effetti giuridici e l’ammissibilità come prova in
giudizio per il solo motivo della forma elettronica, oltre al fatto che la validazione temporale rilasciata in uno stato
membro sia valida in tutti gli altri stati membri.
La procedura di validazione temporale consiste nell’apporre a un documento una marca temporale (una sequenza
di cifre binarie) quale rappresenta una data e un orario.
Ciò, di regola, viene effettuato durante la sottoscrizione di una firma digitale o firma elettronica qualificata, per cui
alla firma viene associata alle informazioni relative alla data e all’orario.
Infine, l’art.42 stabilisce che la validazione temporale elettronica qualificata svolge la funzione sopra indicata nel
momento in cui soddisfa i requisiti di collegare data e ora in modo da escludere la possibilità di modifica dei dati,
si basa su una fonte accurata di misurazione del tempo ed è apposta mediante firma elettronica avanzata o sigillo
elettronico;
3. Il timbro digitale, ossia un codice a barre bidimensionale che viene apposto a stampa sulla copia analogica di un
documento informatico firmato con firma digitale, allo scopo di consentire la verifica della conformità del
documento informatico da cui ha origine.
Anche questo è solo una peculiarità italiana e la sua funzione è quella di evidenziare la presenza di una firma
digitale in un documento informatico anche nella sua copia cartacea.
Di ciò si parla all’art.23 CAD, quale afferma che sulle copie analogiche dei documenti informatici può essere
apposto un contrassegno tramite il quale è possibile accedere al documento informatico.
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Il timbro consente di mantenere inalterato il valore legale di un documento informatico firmato digitalmente
anche quando questo viene stampato.
L’art.3 comma 1 punto 36 del regolamento eIDAS definisce il servizio elettronico di recapito certificato come un servizio
che consente la trasmissione di dati fra terzi per via elettronica e fornisce le prove relative al trattamento dei dati stessi,
oltre che proteggerli dal rischio di perdita, furto, danni o modifiche non autorizzate.
L’art.43 del eIDAS stesso conferisce a tale servizio gli effetti giuridici equivalenti a quelli della posta raccomandata.
Il punto 37 dello stesso articolo definisce un servizio elettronico di recapito certificato qualificato, ossia un servizio che
soddisfi i requisiti dell’art.44, quali sono:
In Italia questo servizio è la PEC (Posta Elettronica Certificata), quale viene definita all’art.1 CAD come un sistema di
comunicazione in grado di attestare l’invio e l’avvenuta consegna di un messaggio di posta elettronica e di fornire ricevute
opponibili ai terzi.
Dal punto di vista tecnico questa è un tipo di posta elettronica basata sui protocolli di trasmissione Simple Mail Transport
Protocol e Post Office Protocol.
Con questa ad ogni passaggio tutto il pacchetto di spedizione viene firmato da una certificazione con la propria firma
digitale e validato temporalmente tramite apposizione di una marca temporale.
I soggetti che intervengono in questo procedimento sono:
1. Il mittente, ossia colui che si avvale del servizio per la trasmissione di documenti;
2. Il destinatario, ossia colui che si avvale del servizio per la recezione dei documenti;
3. Il gestore del servizio, ossia il soggetto che eroga il servizio di posta elettronica e che ne gestisce i domini.
Il mittente invia il messaggio, dopo essere stato identificato dal suo gestore;
Viene inviata al mittente una ricevuta di accettazione firmata con la propria firma digitale, oltre che contenente
data e ora;
Viene inviato il messaggio al gestore del destinatario;
Il gestore del destinatario invia una ricevuta di presa in carico firmata con la propria firma digitale;
Viene accertata l’integrità del messaggio grazie alla verifica della firma digitale del gestore del mittente;
Viene consegnato il messaggio nella casella del destinatario;
Invia al gestore del mittente una ricevuta di consegna firmata con la propria firma digitale includente data e ora
della consegna.
Entrambi i soggetti comunicanti, per far funzionare bene questo sistema, devono essere provvisti di una casella PEC.
I gestori, invece, sono soggetti che devono aver ricevuto la qualificazione da parte dell’AgID, quale si ottiene tramite il
possesso dei requisiti per i prestatori di servizi fiduciari qualificati.
Inoltre, tali soggetti non devono gestire altre caselle che non siano PEC.
La PEC viene utilizzata per quelle comunicazioni che necessitano di un grado di sicurezza superiore rispetto alla mail
tradizionale, come quelle tra cittadini e pubbliche amministrazioni, tra professionisti e tra privati per transazioni di natura
commerciale.
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Secondo l’art.2 dpcm 6 maggio 2009, inoltre, alcuni soggetti sono già obbligati a essere in possesso di una PEC, come le
pubbliche amministrazioni, i professionisti e le imprese.
La PEC, però, non può essere definito un servizio di recapito certificato in quanto l’identificazione del destinatario avviene
solo dopo l’invio della trasmissione dei dati e l’identificazione del mittente non raggiunge i livelli di sicurezza richiesti
dall’eIDAS.
Nel 2019, però, è stato costituito un gruppo di lavoro che ha definito un nuovo standard ETSI EN 319 532-4, sulla base del
quale verrà costruita una nuova interfaccia che permetta di certificare le identità dei soggetti ovunque risiedano nell’UE.
Il CAD, nel frattempo, prevede già che l’utilizzo del futuro servizio di recapito certificato sia ammesso in tutti i casi in cui la
legge ammette l’uso della PEC.
Infine, si parla del domicilio digitale, sempre in relazione alla PEC, ossia l’indirizzo elettronico eletto presso un servizio di
posta elettronica certificata (o di recapito certificato qualificato).
In sostanza è l’indirizzo digitale della persona, grazie al quale la pubblica amministrazione può comunicare con lei e
viceversa.
All’art.3-bis CAD sono indicati i soggetti che sono obbligati per legge ad avere un domicilio digitale, specificando l’elenco
dei domicili digitali per professionisti e imprese all’art.6-bis CAD, mentre quelli delle pubbliche amministrazioni e dei
pubblici servizi sono elencati all’art.6-ter CAD.
Per quanto riguarda, invece, tutti gli altri soggetti il domicilio digitale è facoltativo.
Con la determinazione 529 del 15 settembre 2021 dell’AgID sono state adottate le “Linee guida sull’Indice nazionale dei
domicili digitali delle persone fisiche, dei professionisti e degli altri enti di diritto privato non tenuti all’iscrizione in albi,
elenchi o registri professionali o nel registro delle imprese (INAD)”.
Nel 2023 in tale indice, ribattezzato Indice Nazionale dei Domicili Digitali (INAD) è stato importato coi domicili digitali del
precedente indice INI-PEC, costituendo così un elenco unico di domicili digitali di cittadini e imprese.
Dal 6 luglio 2023 l’INAD è consultabile da tutti gratuitamente e senza autenticazione inserendo il codice fiscale del titolare
del domicilio sul portale [Link]
I cittadini e gli enti non tenuti ad iscrizione in albi, elenchi, registri professionali o registro delle imprese possono dotarsi
di un indirizzo di recapito certificato o di un indirizzo di recapito certificato qualificato e successivamente richiederne
l’iscrizione all’INAD sul portale [Link] ivi autenticandosi con SPID, CIE o CNS.
Al febbraio 2024 i domicili digitali compresi nell’indice INAD sono poco più di 2.400.000.
1. Il portale del registro delle imprese, nato nel 1993, con la l.580/1993, per cui questo nasce direttamente su
supporto elettronico.
Questo è il un registro pubblico tenuto presso le camere di commercio gestite tramite un sistema informatico
realizzato e gestito dalla società InfoCamere ScpA, quale garantisce lo scambio in tempo reale delle informazioni.
L’iscrizione a questo registro è obbligatoria dal 1995 e costituisce fonte primaria di certificazione dei dati
costitutivi delle imprese ed è diviso in:
- Sezione ordinaria, quale produce effetti di pubblicità dichiarativa per tutte le imprese, eccetto quelle di capitali,
quali l’iscrizione ha effetto di pubblicità costitutiva;
- Sezioni speciali, quale produce effetti di pubblicità notizia, tranne per le società semplici e per gli imprenditori
agricoli, per i quali ha effetto di pubblicità dichiarativa.
Per iscrivere un’impresa al registro il cittadino deve inoltrare anche la comunicazione unica.
Tale comunicazione è prevista dalla l.40/2007, in particolare dall’art.9, quale dice che ogni imprenditore debba
presentare al registro delle imprese competente nel suo territorio tale comunicazione.
Con questa l’imprenditore effettua la stessa iscrizione nel registro delle imprese, negli archivi pubblici di INPS e
INAIL e all’agenzia delle entrate.
Per inoltrarla è obbligatorio l’uso della firma digitale, oltre che il possesso della PEC per il ricevimento di
comunicazioni ufficiale da parte dei vari enti destinatari delle varie pratiche connesse alla comunicazione.
La comunicazione unica è l’insieme di vari moduli, quali:
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- Il modello unico di comunicazione, quale contiene i dati del soggetto e dell’oggetto della comunicazione;
- La distinta di comunicazione, quale contiene una rappresentazione di stampa del modello unico di
comunicazione;
- La pratica registro imprese, contenente i dati necessari per la registrazione al registro;
- La distinta registro imprese, contenente la rappresentazione di stampa della pratica registro imprese;
- Altre pratiche INPS e INAIL;
- Altre distinte INPS e INAIL.
Tutti i file di tipo distinta sono documenti informatici e devono essere sottoscritti con firma digitale.
Inoltre, dal sito il cittadino può accedere ad altri servizi, previa autenticazione con SPID, CIE o CNS.
Tra i vari servizi troviamo:
- Le interrogazioni dei registri camerali, per cui si può richiedere per via telematica la visura camerale ordinaria e
la visura protesti;
- Il rilascio degli elenchi delle imprese, queste sono classificate in base a vari parametri, quali la loro posizione sul
territorio o la loro natura giuridica.
Gli elenchi estraibili, comunque, sono di tre tipi:
- L’informazione sulle variazioni dei dati dell’impresa, utili per consentire all’utente di conoscere tempestivamente
i cambiamenti che gli interessano;
- Il deposito del bilancio d’esercizio, quale deve essere compilato e inoltrato online nel formato XBRI, come
stabilito dal dpcm 10 dicembre 2008, per cui, inoltre, la pratica va sottoscritta con firma digitale.
A tutti questi servizi possono accedere, oltre che le imprese, gli studi professionali, agenzie e associazioni di
categoria che ne abbiano fatto richiesta e che abbiano ottenuto l’abilitazione.
Infine, per chi era in possesso delle credenziali alla data del 28 febbraio 2021, si può accedere al portare tramite
tali credenziali.
Per quanto riguarda l’accesso al registro di uno stato comunitario, questo attualmente non è ancora possibile;
2. Il portale impresa in un giorno, nato per opera dello sportello unico per le attività produttive, nel rispetto del
[Link].112/1998, quale conferisce ai comuni le funzioni amministrative relative alle varie fasi della vita delle attività
produttive.
Tale sportello opera esclusivamente in via telematica e l’utente che vi accede può alle informazioni presenti sul
portale.
L’accesso a tutto ciò si effettua tramite il portale impresa in un giorno, un portale messo a disposizione dal
ministero dello sviluppo economico per i cittadini che intendano portare avanti attività imprenditoriali.
Tra le operazioni che si possono effettuare in questo portale troviamo:
- Operazioni di back office, per cui gli addetti allo sportello unico possono procedere alla gestione di diverse
pratiche di autorizzazione.
Le principali attività di questo settore sono:
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e. La gestione delle scadenze relative alla pratica;
f. La gestione e il controllo dello stato di avanzamento dei procedimenti;
g. La produzione di report riepilogativi.
Tutto ciò avviene tramite dei software della categoria Content Management System, quali consentono agli
operatori di inserire le operazioni sul sito senza possedere nozioni di programmazione;
- Operazioni di front office, dove si può trovare:
3. Portali regionali per le comunicazioni obbligatorie online, servizi utili al datore di lavoro, quale è tenuto a dare
comunicazione di ogni variazione dei rapporti di lavoro ai servizi per l’impiego.
Tali comunicazioni, in particolare, devono essere date al momento dell’assunzione, della proroga del contratto,
della trasformazione del contratto e della cessazione del controllo di lavoro.
Secondo il decreto ministeriale del 30 ottobre 2007 tali comunicazioni obbligatorie vanno effettuate
esclusivamente online, utilizzando un software che si basa su una serie di standard quali riguardano:
a. Dati e informazioni contenuti nei modelli telematici inviati dai datori di lavoro.
Tra i vari modelli telematici si trova:
- Il modello UniLAV, il modello ordinario, tramite il quale il datore di lavoro comunica l’assunzione, la proroga,
la trasformazione o la cessazione del rapporto di lavoro;
- Il modello UniSOMM, riservato alle agenzie per il lavoro, quali devono comunicare le variazioni intervenute
nei contratti di lavoro somministrato.
Tutto ciò è regolato [Link].30/2003, quale prevede 3 soggetti in questa tipologia di contratti ossia l’utilizzatore,
il somministratore e il lavoratore.
Tale modello consente di comunicare l’inizio del rapporto di lavoro, la trasformazione del rapporto, la
cessazione o la cessazione anticipata della missione;
- Il modello UniURG, quale viene utilizzato dal datore di lavoro nei casi di assunzione urgente dovuta ad
esigenze produttive.
Tale modello contiene i pochi dati necessari a notificare l’assunzione e, perciò, deve essere inviato entro il
primo giorno utile il modello UniLAV;
- Il modello VARDatori, che serve a comunicare le eventuali variazioni della ragione sociale dell’impresa o il
trasferimento della stessa.
b. Dizionari terminologici per la classificazione di alcune informazioni essenziali all’interno dei modelli telematici.
Questi dizionari sono tabelle di dati ai quali i datori di lavoro devono fare riferimento nella fase di compilazione
dei modelli telematici precedentemente nominati;
c. Modalità tecnologiche per lo scambio di modelli telematici, quali riguardano standard tecnici conformi alle
specifiche emanate dal Sistema Pubblico di Connettività, definito dall’art.73 CAD.
L’utilizzo del software per le comunicazioni obbligatorie avviene da parte del datore di lavoro o di un suo
intermediario tramite l’accesso al portale dei servizi informatici regionali messi a disposizione dalla regione di
attività dell’impresa.
L’accesso a tale portale avviene tramite SPID, CIE o CNS.
Una volta completata la procedura, il sistema rilascia la ricevuta dell’avvenuta trasmissione della comunicazione;
4. Il portale dell’agenzia delle entrate, quale ente pubblico che si occupa dell’adempimento degli obblighi fiscali da
parte dei cittadini italiani.
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Tra i servizi a cui si può accedere dal portale si trova:
Tutto ciò è possibile accedendo, tramite SPID, CIE o CNS, all’area riservata del portale, anche se sono presenti
anche servizi che non richiedono l’accesso, quali:
In particolare, parlando della fatturazione elettronica, questo è un sistema di emissione dei documenti fiscali
relativi all’importo corrisposto per la fornitura di beni o servizi, totalmente dematerializzato.
La fattura elettronica è, quindi, un documento elettronico che deve essere creato su supporto elettronico e
trasmesso esclusivamente per via telematica, oltre che essere conservato su supporto elettronico.
Essendo un documento elettronico può essere firmato con firma elettronica e può essere memorizzato in una
banca dati documentale, anche direttamente sul portale dell’agenzia.
Infatti, nella propria area riservata l’utente, nella sezione fattura elettronica, può accedere alle operazioni ad essa
relativa e, nella sezione le tue fatture, può visualizzare le fatture inviate e ricevute.
In particolare, poi, la fatturazione si divide in:
- B2G (Business to Government), quale è stata resa obbligatoria dalla l.244/2007 e fissato il suo inizio col d.m. 55/3
aprile 2013, che ha fissato il suo inizio al 31 marzo 2015.
Per quanto riguarda l’emissione questa avviene tramite un file XML che deve avere le seguenti caratteristiche:
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* Deve essere firmato dal legale rappresentante dell’impresa fornitrice con firma digitale o firma elettronica
qualificata;
* Deve contenere il codice identificativo unico dell’ente pubblico destinatario;
* Deve contenere alcuni dati riguardanti la tipologia del documento e la natura IVA dell’operazione.
La trasmissione, invece, deve essere effettuata esclusivamente tramite il Sistema di interscambio, creato e gestito
dalla Società Generale dell’Informatica per conto dell’agenzia dell’entrate.
Tale software riceve fatture aventi caratteristiche per la fatturaPA, effettua controlli sui file ricevuti e inoltre le
fatture all’ente di pubblica amministrazione destinatario;
- B2B (Business to Business) e B2C (Business to Consummer), dal primo gennaio 2019, come previsto dalla
l.205/2017, la fatturazione elettronica tra privati è diventata obbligatoria per tutti i soggetti passivi IVA verso altri
soggetti passivi IVA e verso soggetti non titolari di partita IVA.
Inoltre, dal primo luglio 2022, col d.l.36/2002, l’obbligo di fatturazione elettronica è stato esteso anche ai
contribuenti in regime forfetario (con ricavi/compensi superiori ai 25.000 euro annui).
Per quanto riguarda l’emissione, questa varia sulla base del soggetto, se ha o non ha partita IVA.
In entrambi i casi, però, la firma digitale o firma elettronica qualificata è facoltativa e, quindi, anche se non viene
apposta, la fattura viene comunque recepita dal sistema di interscambio.
Nel caso in cui il soggetto destinatario è possessore di partita IVA, questa deve contenere tutti i dati rilevanti ai fini
fiscali, il domicilio digitale del ricevente e il suo CodiceDestinatario, un codice di 7 cifre quale identifica il
ricevente a cui arriverà la fattura elettronica.
Nel caso in cui il soggetto non sia titolare di partita IVA, invece, al posto del CodiceDestinatario va inserito un
codice convenzionale “0000000” e non è necessario inserire il domicilio digitale.
In entrambi i casi, comunque, la fattura deve contenere i codici riguardanti la tipologia del documento e quello
sulla natura IVA dell’operazione.
La trasmissione e il ricevimento, invece, avvengono a cura del sistema di interscambio.
Se il destinatario possiede la partita IVA questa viene recapitata direttamente al domicilio digitale mentre, se non
la possiede il sistema di interscambio la mette a disposizione nel cassetto fiscale ma il soggetto che la emette è
obbligato a consegnare/spedire una copia della fattura al destinatario.
In Italia è stata recentemente resa obbligatoria in tutte le sue forme, mentre quella tra privati è stata resa
obbligatoria dall’UE con una decisione di esecuzione 2018/153, riconfermata nel 2021.
Come per altri adempimenti le imprese possono richiedere l’assistenza di vari intermediari, anche se mantengono
loro la piena responsabilità riguardo alle operazioni effettuate.
Per aiutare le piccole/medie imprese le camere di commercio hanno messo a disposizione un sistema informatico
per la gestione dei propri adempimenti.
Tale sistema prevede:
L’imprenditore accede a ciò tramite SPID o CNS rilasciato appositamente dalla camera di commercio.
5. Il portale dell’istituto della previdenza sociale (INPS), istituto al quale devono essere obbligatoriamente assicurati
tutti i lavoratori, privati o pubblici.
Questo venne fondato nel 1919 col nome di Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali e attualmente regolato
dalla l.88/1989, quale all’art.1 stabilisce che questo è un ente pubblico erogatore di servizi che adempie alle
funzioni attribuitegli con criteri di economicità e di imprenditorialità.
Oltre a ciò, l’ente fornisce alcuni servizi complementari, quali:
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informatizzato.
I medici, infatti, inviano i certificati di malattia dei lavoratori direttamente all’INPS, per cui il datore di lavoro non
riceve più il certificato direttamente dal lavoratore ma deve rivolgersi all’INPS.
Conclusa la visita il medico rilascia al paziente il numero di protocollo telematico del certificato di malattia e carica
l’originale sul sistema di accoglienza centrale dell’INPS, sistema che collega i vari enti che rilasciano servizi sanitari
e che può raggiungere anche il fascicolo sanitario elettronico del cittadino.
L’acquisizione da parte del datore di lavoro può avvenire in tre modi:
a. Ricevendolo al proprio domicilio digitale, per cui il datore di lavoro comunica all’INPS il proprio domicilio
digitale e da questo il datore di lavoro inoltra al domicilio digitale della sede INPS di competenza la richiesta
per ricevere il certificato, assieme alla matricola INPS dei dipendenti in questione, che poi gli verranno inviati;
b. Accedendo sul portale INPS previa autenticazione, accedendo al portale INPS alla sezione “Certificati di
malattia - consultazione” e poi cliccando su “Consultazione dei certificati e degli attestati di malattia
telematici”, accedendo, poi, tramite SPID, CIE e CNS;
c. Accedendo al portale INPS senza autenticazione, simile alla procedura precedente anche se, in questo caso, si
richiede solo l’inserimento del codice fiscale del dipendente e il numero di protocollo del certificato.
Il datore di lavoro è obbligato, in caso di ogni variazione, inizio o cessazione di rapporto di lavoro di comunicare
ciò all’INPS, per cui tutto ciò è ripreso nelle Comunicazioni Obbligatorie online.
Per tutti gli altri dipendenti gli imprenditori o i loro intermediari possono utilizzare i servizi messi a disposizione
sul portale dell’ente, accedendo alla finestra “Prestazioni e servizi” e cliccando su “Servizi” accedendo
all’operazione desiderata selezionandola dall’elenco presentato in ordine alfabetico.
Oppure ciò può essere fatto utilizzando la funzione “Entra in myINPS”.
L’accesso può essere effettuato tramite SPID, CIE o CNS, in rispetto dell’art.64 CAD, cosa già anticipata dall’INPS
abolendo l’accesso tramite PIN, tranne che per i cittadini italiani residenti all’estero, non dotati di documento di
riconoscimento italiano;
6. Il portale dell’istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL), un ente pubblico non
economico che gestisce l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali.
Questo ente è gestito dal dpr 11254/1965, al cui art.1 si dice che tutti gli imprenditori che impiegano personale
dipendente e parasubordinato nelle attività riconosciute dall’art. devono assicurare i lavoratori contro i rischi
collegati a tale attività.
La principale attività dell’ente è quella di riscuotere il premio annuale da parte del datore di lavoro e di risarcire i
datti ai suoi dipendenti in caso di infortunio.
Altri servizi dell’INAIL sono il contenimento del fenomeno infortunistico tramite la promozione di formazione e
consulenza alle imprese e il sostegno ai lavoratori infortunati sul lavoro con prestazioni sanitarie ed economiche.
Come per l’INPS anche in questo caso il datore di lavoro è obbligato a comunicare ogni variazione, inizio o
cessazione del rapporto di lavoro, motivo per cui anche ciò è inserito nelle comunicazioni obbligatorie online.
L’accesso ai servizi online dell’INAIL avviene tramite SPID, CIE e CNS, in rispetto dell’art.64 CAD, per cui possono
accedere tramite le credenziali solo i cittadini italiani residenti all’estero non in possesso di un documento di
identità italiano, oltre che i minorenni e le persone soggette a tutela, curatela e amministratore di sostegno.
L’accesso con le credenziali può avvenire da parte di:
- Imprenditori;
- Intermediari;
- Medici competenti nei presidi ospedalieri;
- Enti della pubblica amministrazione;
- Cittadini che vengono identificati come utenti generici.
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I più rilevanti servizi online dell’INAIL sono:
7. Il portale dei servizi telematici del ministero della giustizia per i servizi online giudice di pace, dove il servizio più
importante è il processo civile telematico, oltre che la formazione, il deposito e la consultazione dei fascicoli
telematici, quali sono costituiti da documenti elettronici e da copia per immagine su supporto elettronico di
documenti cartacei.
I più utili, però, sono i servizi online del giudice di pace, istituito in Italia dalla l.394/1991 quale prevedeva un
ufficio in ogni capoluogo esistente fino alla data dell’entrata in vigore della l.30/1989, per un totale 846 sedi,
ridotte di 2/3 dal [Link].156/2012.
Il giudice di pace è un magistrato onorario che svolge attività giudicante per un tempo limitato, con competenze
in materia civile, per cause relative a beni immobili fino a 5.000 euro e senza limiti per cause relative a vertenze
specifiche, in materia amministrativa, per opposizioni a sanzioni relative al codice della strada e a sanzioni
pecuniarie per un valore massimo di 15.493 euro, e in materia penale.
Tra gli adempimenti a cui gli utenti possono accedere troviamo:
Per quanto riguarda, però, i primi due punti, questi non possono essere depositati per via telematica ma, una
volta compilato e stampato il ricorso e la nota di iscrizione a ruolo, completata di codice a barre, tutto va spedito
tramite raccomandata o presentata agli uffici del giudice di pace.
Invece, il processo civile telematico prevede esclusivamente l’utilizzo di vie telematiche tra gli utenti e gli uffici del
giudice.
In tutti gli uffici che hanno attivato i servizi telematici è prevista una corsia preferenziale per chi si presenta allo
sportello con la nota d’iscrizione redatta online.
8. Il portale della polizia di stato per la richiesta online del passaporto biometrico, ideato col d.l.135/2009, convertito
in legge dalla l.166/2009.
Su questo documento è presente un microchip quale contiene campioni delle impronte digitali e l’immagine del
volto.
Oltre a ciò, il microchip contiene codici informatici per la protezione dei dati e le informazioni necessarie per
renderne possibile la lettura alle frontiere.
Inoltre, sono registrate anche le informazioni presenti sul supporto cartaceo.
Il campione biometrico, invece, viene preso dalla polizia di stato quale ha introdotto nel 2010 un sistema apposta,
“agenda passaporto”, per presentare online la domanda per ottenere il passaporto.
Ciò si fa accedendo nel portale tramite SPID o CIE.
Una volta effettuato l’accesso il cittadino sceglie la struttura che ritiene più comoda per il rilascio del campione
biometrico e, successivamente, il sistema gli chiede di inserire informazioni quali:
- Codice fiscale;
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- Nome e cognome;
- Sesso;
- Data di nascita;
- Luogo di nascita;
- Luogo di residenza;
- Recapito telefonico;
- Email;
- Altezza;
- Colore degli occhi;
- Stato civile;
- Nome e cognome del coniuge;
- Tipo e numero del documento con cui si effettuerà l’identificazione de visu;
- Presenza o no di figli minori;
- Segnalazione della conoscenza o meno di motivi che potrebbero ostacolare il rilascio del passaporto.
A questo punto si richiede di prenotare sulla base di una tabella che indica i giorni e gli orari disponibili per
l’ufficio scelto, mentre, se non dovesse esserci nulla disponibile, può essere scelta un’altra sede.
Una volta prenotato il cittadino può stampare la ricevuta della prenotazione, sulla quale vengono anche riportate
le informazioni sulla documentazione da presentare e sul rilascio del campione biometrico;
9. Il portale del ministero dell’interno per la prenotazione della carta d’identità elettronica, un sistema che permette
di inoltrare telematicamente la domanda per ottenere la carta d’identità digitale e prenotare l’appuntamento
presso uno sportello dell’anagrafe del proprio comune di residenza.
Effettuato l’accesso al portale verrà chiesto all’utente di inserire:
In questo caso, però, non viene richiesta alcuna autenticazione, poiché l’anagrafe del comune di residenza è già in
possesso di tali informazioni e, quindi, dei dati che andranno inseriti sulla carta.
Il sistema presenta, quindi, l’elenco degli uffici comunali dove il cittadino potrà prenotare un appuntamento per
l’identificazione de visu, il pagamento della somma prevista e il rilascio del campione biometrico.
Il minore ingombro;
L’accesso diretto dalla postazione di lavoro dell’utente;
La consultazione più rapida;
L’aggiornamento più veloce.
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Si parla di gestione dell’informazione quelle attività che consistono nella rappresentazione, nell’aggiornamento e ne
reperimento dell’informazione.
Un sistema che gestisce le informazioni si dice sistema informativo e, quel sistema che prevede l’utilizzo dell’elaboratore
elettronico si dice sistema informatico.
Dal punto di vista tecnico, un sistema informatico è un software applicativo che gestisce:
1. L’inserimento;
2. La cancellazione;
3. La modifica;
4. L’archiviazione;
5. Il reperimento.
Dei dati all’interno di un file, o di più file, detto archivio informatico, quale può essere un insieme imprecisato di file
oppure può presentare determinate caratteristiche quali:
Coerenza, legata alla caratteristica della non duplicazione dei dati all’interno dell’archivio.
Ciò perché, un dato che compare più volte in un archivio occupa spazio nella memoria e rischia di diventare
un’informazione incoerente qualora un eventuale aggiornamento del dato non vada ad operare allo stesso modo
in tutte le posizioni dove è presente.
Un archivio coerente è, quindi, un sistema dove ogni informazione può essere direttamente o indirettamente
dedotta da un’altra già presente anche se non viene espressamente inserita;
Integrità, quale si realizza quando sono presenti determinati vincoli che impediscono l’inserimento di dati
impossibili;
Affidabilità, che si ottiene prevedendo un sistema di backup quale periodicamente crea e conserva una copia
completa di tutti i dati.
Un malfunzionamento, infatti, può provocare una perdita di dati o un loro deterioramento dei dati contenuto
nell’archivio.
Il backup serve, quindi, per non perdere dati in caso di malfunzionamento.
L’affidabilità del sistema, quindi, è maggiore quando è maggiore la frequenza dei backup;
Sicurezza, che consiste nella possibilità di concedere autorizzazione di acceso ai dati differenziate in base agli
utenti e in base alla tipologia stessa di dati.
Così si realizza uno degli scopi dell’identificazione informatica, ossia quello di fornire a ogni utente servizi per i
quali è personalmente autorizzato a fruire.
Si parla in questa situazione di database, come un archivio informatico che presenta tutte e 4 le caratteristiche sopra
elencate.
Il sistema informatico può gestire anche un particolare tipo di database detto database management system, quale è
costituito da vari programmi applicativi volti a svolgere varie funzioni proprie di un sistema informatico.
Si parla, invece, di banca dati quando un sistema è costituito da un database e da varie componenti hardware e software
necessarie per l’accesso ai dati in esso contenuti.
In particolare, le varie parti che compongono le banche dati sono:
Il database;
Il DBMS che lo gestisce;
Il supporto hardware su cui sono memorizzate le componenti software.
Le varie componenti software sono create da un programmatore il cui ruolo è quello di organizzare la banca dati.
Dal punto di vista tecnico ciò consiste nella creazione di una matrice, nella quale ogni informazione viene associata a uno
o più elementi che siano ricollegabili all’informazione stessa e che costituiranno le chiavi di ricerca del dato da reperire.
Queste chiavi si possono definire come un dato che l’operatore può utilizzare per ricercare una o più informazioni
all’interno della banca dati.
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Inoltre, in una banca dati possono esistere più indicizzazioni (leggi di una matrice) ai quali corrisponde una diversa
possibilità di ricerca dell’informazione da parte dell’utente.
Infine, si parla di banca dati documentale in relazione a una banca dati in cui le informazioni sono costituite da documenti
elettronici.
Queste banche dati sono create e gestite dal service provider che fornisce il servizio di documentazione automatica.
L’utente vi accede autenticandosi con le proprie credenziali.
In queste banche dati le chiavi di ricerca che l’utente può utilizzare possono essere:
1. Dati che l’utente ritiene siano contenuti all’interno del documento da ricercare.
Quindi, la chiave potrebbe essere un termine che l’utente ritiene possa essere ritenuto nel documento da
ricercare;
2. Dati che in qualche modo abbiano attinenza col documento da ricercare.
Caso in cui la chiave potrebbe essere un elemento che possa contribuire a indentificare il documento stesso.
I principi generali che delineano l’attività di ricerca dell’informazione contenuta all’interno di una banca dati documentale
sono:
Come avviene in qualsiasi banca dati, nelle banche dati documentali i criteri di ricerca utilizzabili dall’utente per il
reperimento di un’informazione sono strettamente legati alle indicizzazioni precedentemente effettuate da chi ha
progettato il software IRs.
Nelle banche dati documentali i tipi di indicizzazione possibili sono correlati al contenuto dei documenti elettronici in essa
memorizzati.
In particolare:
Per i documenti elettronici che contengono testo scritto possono essere utilizzati sia criteri di ricerca testuale sia
quelli di ricerca non testuale;
Per i documenti elettronici non contenenti testo possono essere utilizzati solo criteri di ricerca non testuale.
I criteri di ricerca testuale sono possibili quando l’indicizzazione sia effettuata associando a ogni documento elettronico,
nella relativa matrice:
Per i criteri di ricerca non testuale, invece, sono possibili quando la pregressa indicizzazione abbia associato ai documenti
elettronici alcuni elementi non facenti parte del testo ma comunque utili a identificarlo.
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I criteri di ricerca testuale sono possibili quando la pregressa indicizzazione sia stata effettuata associando (nella matrice)
ad ogni documento elettronico (in alternativa):
Nel criterio di ricerca a testo pieno ogni singolo termine (parola) contenuto nel documento (esclusi gli articoli, le
congiunzioni, le preposizioni e gli avverbi) può costituire una chiave di ricerca, ossia un termine utile per reperire il
documento stesso.
L’utente introduce come chiave di ricerca un termine che ritiene sia contenuto nel/nei documento/i da reperire ed ottiene
tutti i documenti elettronici della banca dati i quali contengono il termine indicato.
Nel caso in cui i documenti trovati siano troppi o troppo pochi, l’utente può restringere o allargare la ricerca introducendo
contemporaneamente più di un termine (ricerca del pluridato) - tra quelli che ritiene contenuti nel/nei documenti da
ricercare - intervallati da un operatore.
Gli operatori utilizzabili nella ricerca testuale a testo pieno (full text) si possono classificare secondo le seguenti categorie:
a. AND, quale reperisce tutti i documenti nei quali i termini indicati sono tutti presenti;
b. OR, quale reperisce tutti i documenti nei quali è presente almeno uno dei termini indicati;
c. NOT, quale reperisce tutti i documenti nei quali è presente il termine che precede il primo operatore ma sono
assenti tutti i termini che seguono lo/gli operatore/i.
Consentono di realizzare la ricerca del pluridato grazie al collegamento logico tra i termini utilizzati come parole
chiave.
Il termine booleano deriva dall’algebra di Boole, dal nome del matematico inglese ottocentesco George Boole,
inventore della logica matematica;
2. Operatori posizionali, quali sono sempre 3:
a. WITH, quale reperisce i documenti in cui i termini indicati sono non solo tutti presenti ma anche nello stesso
periodo;
b. ADJ, quale reperisce i documenti in cui i termini indicati sono non solo tutti presenti ma anche adiacenti;
C. NEAR, quale reperisce i documenti in cui i termini indicati sono non solo tutti presenti e adiacenti.
Sono un perfezionamento dell’operatore AND: rispetto ad esso sono più precisi perché indicano al sistema di
ricercare documenti elettronici operando anche sulla prossimità, sulla adiacenza e sulla sequenzialità dei termini
indicati.
Di tutti gli operatori utilizzabili nella ricerca full text (booleani, posizionali, di mascheramento e di troncamento)
utilizzabili nella ricerca full text NEAR è quello che restringe al massimo la ricerca;
3. Operatori di mascheramento e di troncamento.
Realizzano il terzo principio generale della ricerca nelle banche dati documentali, ovvero la cosiddetta Ricerca per
mascheramento, consentendo di troncare un termine di ricerca o di mascherarne le parti ignote.
In particolare:
- L’operatore di mascheramento, per cui l’elaboratore effettua ricerche utilizzando come chiavi di ricerca tutti i
possibili termini derivanti dalla sostituzione del simbolo ? (o #) con tutte le lettere dell’alfabeto e fornendo in
risposta i documenti in cui i vari termini possibili sono combinati in OR;
- L’operatore di troncamento, per cui l’elaboratore effettua ricerche utilizzando come chiavi di ricerca tutti i
possibili termini che abbiano come radice ciò che precede $ (o *) fornendo in risposta i documenti in cui i vari
termini possibili sono combinati in OR.
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Valentina Casta Dal 19/02/2024 Al 03/04/2024
Per quanto riguarda, invece, gli altri tipi di ricerca, questi presuppongono un’indicizzazione nella quale ad ogni
documento elettronico siano stati associati solo alcuni dei termini in esso contenuti e che allo stesso tempo siano state
effettuate operazioni linguistiche su tali termini al fine di limitare le chiavi di ricerca.
L’utente è alleggerito nell’approccio rispetto alla ricerca full text, poiché può evitare l’uso massiccio degli operatori.
In particolare, questi altri tre tipi di ricerca sono:
1. Ricerca per lemmi, quale è possibile quando vi sia stata un’indicizzazione secondo la quale le unità lessicali
all’interno dei documenti elettronici abbiano subito il seguente procedimento di riduzione:
2. Ricerca per sintagmi, quale presuppone che vi sia stata un’indicizzazione secondo la quale ai documenti elettronici
siano state associate delle espressioni predefinite composte da due o più termini consecutivi (sintagmi);
3. Ricerca per thesauri.
Il Thesaurus è un particolare dizionario dei sinonimi che contiene associazioni tra alcuni termini ed i loro
sinonimi.
La ricerca per thesauri presuppone che il programma IRs comprenda un simile dizionario e avviene in
abbinamento con la ricerca full text, per cui l’utente inserisce un termine come chiave di ricerca e il sistema
reperisce tutti i documenti che contengono sia quel termine sia i suoi sinonimi presenti nel thesaurus.
L’utente potrà interrogare la banca dati evitando l’uso dell’operatore OR per indicare tutti i termini con lo stesso
significato.
I criteri di ricerca non testuale sono possibili quando la pregressa indicizzazione sia stata effettuata associando (nella
matrice) ad ogni documento elettronico elementi non necessariamente facenti parte del testo in esso contenuto ma
comunque utili per identificare il documento stesso.
Tra questi criteri i più comuni sono:
1. Il criterio di ricerca per estremi, quale presuppone vi sia stata una indicizzazione effettuata associando ad ogni
documento elettronico degli elementi utili ad individuare il documento stesso e denominati estremi del
documento.
Nel caso di estremi numerici, l’utente può utilizzare come chiave di ricerca o il valore esatto dell’estremo del
documento da reperire oppure un range di valori dell’estremo stesso, in tal caso utilizzando gli operatori
relazionali;
2. Il criterio di ricerca per voci e/o notazioni, quale utilizza la tecnica di ordinamento usata comunemente nelle
biblioteche per le raccolte cartacee.
Questo, inoltre, presuppone vi sia stata una indicizzazione dei documenti in base a categorie (argomenti) e
sottocategorie predefinite e non flessibili.
Ogni categoria viene etichettata con una o più stringhe alfanumeriche (notazioni) e/o con una o più parole
indicative del contenuto (voci).
Notazioni e voci in genere sono organizzate in modo gerarchico e di solito sono proposte dal sistema sotto forma
di menù a tendina.
Notazioni e voci sono fungono quindi da chiavi di ricerca da parte dell’utente e permettono di reperire i
documenti elettronici contenuti nella banca dati documentale.
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